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Curzio
Malaparte
Da "Kaputt",
Mondadori, Milano, pagine 159-167.

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Podul
Iloaiei è in Romania, sulla frontiera della Bessarabia. Un villaggio a
una ventina di miglia da Jassy, in Moldavia. Non posso udire un fischio di
locomotiva in pieno giorno, senza pensare a Podul Iloaiei. Un villaggio
polveroso, in una valle polverosa, sotto un cielo azzurro, ingombro di
bianche nuvole di polvere. La valle è stretta, chiusa fra le colline
chiare, basse, spoglie d'alberi: solo qualche ciuffo di acacie, qua e là,
qualche vigna, e magri campi di grano.
Soffiava un vento caldo, un vento ruvido come la lingua di un gatto. Il
grano era stato già mietuto, i campi di stoppie splendevano gialli nel
sole viscido e pesante. Nuvole di polvere si alzavano dalla valle. Era la
fine di giugno del 1941, pochi giorni dopo il gran pogrom di Jassy.
Io andavo in macchina a Podul Iloaiei con il Console italiano di Jassy,
Sartori, quello che tutti chiamavano «Marchese», e con Lino Pellegrini,
un bravo ragazzo, uno «stupido fascista», ch'era venuto a Jassy
dall'Italia, con la giovane moglie, per passarvi la luna di miele e
mandava ai giornali di Mussolini articoli pieni di entusiasmo per il
maresciallo Antonesco, il cane rosso, e per Mihai Antonesco, e per tutti i
loro bastardi sanguinari che portarono alla rovina il popolo romeno. Era
il più bel ragazzo che camminasse sotto il sole della Moldavia, tra le
Alpi Transilvane e le foci del Danubio: le donne andavano matte per lui,
si affacciavano alle finestre, uscivano sulle soglie dei negozi a vederlo
passare, e dicevano sospirando «ah frumos! frumos! bello, bello!». Ma
era uno «stupido fascista», e poi, si capisce, io ero un po' geloso di
lui, avrei preferito che fosse più brutto e meno fascista, e lo
disprezzavo dentro di me: fino al giorno in cui lo vidi affrontare il Capo
della polizia di Jassy e gridargli sul muso «brutto assassino». Era
venuto a passare la luna di miele a Jassy, sotto le bombe degli aerei
sovietici, e trascorreva le notti rintanato con la moglie in un adapost,
in un rifugio scavato fra le tombe dell'antico cimitero abbandonato.
Sartori, il «Marchese», era un napoletano flemmatico, un uomo placido e
pigro, ma la notte del gran pogrom di Jassy aveva rischiato cento volte la
vita per strappare un centinaio di poveri ebrei dalle mani dei gendarmi.
Ora andavamo tutti e tre a Podul Iloaiei in cerca dei proprietario della
casa del Consolato d'Italia, un avvocato ebreo, un galantuomo, che i
gendarmi avevano gravemente ferito a colpi di calcio di fucile dentro il
giardino del Consolato, e poi se l'eran portato via mezzo morto
probabilmente per finirlo altrove e non lasciar lì, per terra, la prova
che essi avevano ammazzato un ebreo nell'interno del Consolato d'Italia.
Faceva caldo, la macchina procedeva lentamente sulla strada piena di
profonde buche. Io soffrivo della mia febbre del fieno, e starnutivo di
continuo. Nuvole di mosche ci seguivano ronzando rabbiose. Sartori si
scacciava le mosche col fazzoletto, aveva il viso inondato di sudore, e
diceva: «Che noia! mettersi alla ricerca di un cadavere con questo caldo,
con tutte le migliaia di cadaveri che ci sono in giro per la Moldavia! è
come voler cercare un ago in un fienile».
«Sartori, non parlate di fieno, per carità!» dicevo io starnutendo.
«Ah Gesù, Gesù!» diceva Sartori, «mi dimenticavo che avete la febbre
del fieno».
E considerava con occhi pietosi il mio viso congestionato, il mio naso
paonazzo, le mie palpebre rosse e gonfie.
«A voi piace andare in cerca di cadaveri» gli dicevo, «confessate che
vi piace, caro Sartori. Siete napoletano, e ai napoletani piacciono i
morti, i funerali, i pianti, i lutti, i cimiteri. A voi piace seppellire i
morti. Non è vero, Sartori, che a voi piacciono i cadaveri?».
«Non mi prendete in giro, Malaparte. Ne farei proprio a meno, con questo
caldo, di andare in cerca di un cadavere. Ma l'ho promesso alla moglie e
alla figlia di quel disgraziato, e ogni promessa è debito. Quelle due
poverette, sperano che sia ancora vivo. Ci credete voi, Malaparte, che sia
ancora vivo?».
«Come volete che sia ancora vivo, dopo che lo avete lasciato assassinare
sotto i vostri occhi, senza nemmeno protestare? Ora capisco perché siete
grasso come un macellaio. Eh! son queste le belle cose che si fanno nel
Regio Consolato d'Italia a Jassy?».
«Malaparte, dopo tutta questa storia, se Mussolini fosse un uomo giusto
mi dovrebbe promuovere ambasciatore.»
«Vi farà ministro degli Esteri. Scommetto che il cadavere ve lo siete
nascosto sotto il letto. Dite la verità, Sartori, a voi piace dormire con
un cadavere sotto il letto.»
«Ah Gesù, Gesù!» sospirava Sartori asciugandosi il viso col
fazzoletto.
Eran tre giorni che cercavamo il cadavere di quell'infelice. La sera
avanti ci eravamo recati dallo stesso Capo della polizia per tentar di
sapere se quel disgraziato, risparmiato all'ultimo momento dai suoi
assassini, non fosse stato gettato in una prigione. Il Capo della polizia
ci aveva accolti gentilmente: aveva il viso giallo e floscio, gli occhi
neri e pelosi, dai riflessi verdi nell'ombra dei folti sopraccigli.
Osservai con stupore che gli crescevano i peli lungo l'orlo interno delle
congiuntive: non erano ciglia, era propria una peluria fine e folta, di
color grigio.
«Siete stati all'Ospedale di San Spiridione? Forse è là» disse a un
certo punto il Capo della polizia socchiudendo gli occhi.
«No, all'ospedale non c'è» disse Sartori con la sua voce tranquilla.
«Siete sicuro» disse il Capo della polizia fissando Sartori con appena
uno spicchio d'occhio, balenante nero e verde tra la frangia della peluria
grigia, «siete sicuro che il fatto sia avvenuto nell'interno del
Consolato? e che siano stati i miei gendarmi?».
«Volete aiutarmi a rintracciare almeno il cadavere?» disse Sartori
sorridendo.
«Sembra,» disse il Capo della polizia accendendo una sigaretta, «che
dalle finestre del Consolato d'Italia siano stati sparati alcuni colpi di
pistola contro una pattuglia di gendarmi, che passava sulla strada.»
«Col vostro aiuto non mi sarà difficile rintracciare il cadavere» disse
Sartori sorridendo.
«Non ho il tempo di occuparmi di cadaveri» disse il Capo della polizia
con un sorriso gentile, «ho già fin troppo lavoro con i vivi.»
«Per fortuna» disse Sartori, «i vivi vanno rapidamente scemando di
numero, e potrete prendervi presto un po' di riposo.»
«Ne avrei proprio bisogno» disse il Capo della polizia alzando gli occhi
al cielo.
«Perché non potremmo metterci d'accordo, e dividerci il lavoro?» disse
Sartori con la sua voce placida.
«Mentre voi vi occuperete di scoprire e di arrestar gli assassini, i
quali senza dubbio sono ancora vivi, io mi occuperò di ritrovare il
morto. Che cosa ne dite?»
«Se non mi portate il cadavere di questo signore, e se non mi provate che
è stato ucciso, come posso mettermi a cercar gli assassini?»
«Non posso darvi torto» disse Sartori sorridendo. «Vi porterò il
cadavere. Ve lo porterò qui, nel vostro ufficio. insieme con gli altri
settemila cadaveri: e voi m'aiuterete a cercarlo nel mucchio. Siete
d'accordo?». Parlava lentamente. sorridendo, con flemma imperturbabile:
ma io conosco i napoletani. so come son fatti certi napoletani, e sapevo
che Sartori. in quel momento, fremeva d'ira e d'indignazione.
«D'accordo» rispose il Capo della polizia.
Allora Pellegrini. lo «stupido fascista», si alzò, e stringendo i pugni
dìsse al capo della polizia: «Siete un volgare assassino e un bastardo
vigliacco». Io lo guardai meravigliato, era la prima volta che lo
guardavo senza gelosia. Era veramente bellissimo: alto, atletico, il viso
pallido, le narici frementi, gli occhi fiammeggianti. Nel moto dell'ira i
neri capelli ondulati gli eran ricaduti sulla fronte in lunghe anella. Lo
guardai con profondo rispetto. Era uno «stupido fascista», ma nella
notte del gran pogrom di Jassy aveva più volte arrischiato la pelle per
salvar la vita di qualche povero ebreo, e ora (sarebbe bastato un cenno
dei Capo della polizia per farlo toglier di mezzo quella sera stessa,
all'angolo della strada), arrischiava la pelle per il cadavere di un
ebreo.
Anche il Capo della polizia si era alzato in piedi, e lo guardava fisso
con quei suoi occhi pelosi: gli avrebbe sparato volentieri nel ventre,
avrebbe sparato volentieri a Sartori, a Pellegrini, e a me, ma non osava,
non eravamo romeni. noi, non eravamo tre poveri ebrei di Jassy. Temeva che
Mussolini ci avrebbe vendicati. (Ah! ah! ah! temeva che Mussolini ci
avrebbe vendicati. Non sapeva che, se ci avesse ammazzati, Mussolini non
avrebbe nemmeno protestato. Mussolini non voleva avere noie. Non sapeva
che Mussolini aveva paura di tutti, che aveva paura perfino di lui?). E mi
misi a ridere, pensando che il Capo della polizia di Jassy aveva paura di
Mussolini.
«Che cosa avete da ridere?» mi domandò a un tratto il Capo della
polizia volgendosi bruscamente verso di me.
«Che cosa vuole da me questo signore?» dissi a Pellegrini, «vuol sapere
di che rido?».
«Sì» rispose Pellegrini. «vuol sapere di che ridi.»
«Rido di lui. Non son forse libero di ridere di lui?»
«Non è certe proibito rider di lui» disse Pellegrini, «ma mi rendo
conto che non gli deve far molto piacere.»
«Non gli deve certamente far molto piacere.»
«Davvero? voi ridete di lui?» mi domandò Sartori con voce placida. «Scusate,
Malaparte, ma mi sembra che abbiate torto. Questo signore è un perfetto
gentiluomo, e dovrebbe esser trattato come merita.»
Ci alzammo tranquillamente. e uscimmo. Ma appena varcata la soglia,
Sartori si fermò e disse: «Ci siamo dimenticati di salutarlo. Torniamo
indietro?».
«Eh no» risposi, «andiamo piuttosto dal comandante dei gendarmi.»
Il comandante dei gendarmi ci offrì una sigaretta. ci ascoltò
gentilmente, poi disse: «Sarà andato a Podul Iloaiei».
«A Podul Iloaiei?» domandò Sartori, «A che fare?»
Un paio di giorni dopo il massacro, un treno di ebrei era partito per
Podul Iloaiei. un villaggio a una ventina di miglia da Jassy, dove il Capo
della polizia aveva deciso di creare un campo di concentramento. Il treno
era partito tre giorni prima, a quell'ora doveva certo essere arrivato da
un pezzo.
«Andiamo a Podul Iloaiei» disse Sartori.
Così la mattina dopo, ci avviammo in macchina verso Podul Iloaiei. A una
piccola stazione, perduta nella campagna polverosa, ci fermammo per
domandar notizie del treno. Alcuni soldati, seduti all'ombra di un vagone
abbandonato su un binario morto, ci dissero che il convoglio, composto di
una decina di carri bestiame, era passato di lì due giorni prima, ed era
rimasto fermo tutta una notte in quella stazione. Gli infelici, chiusi nei
carri piombati, urlavano e gemevano, pregando i soldati di scorta che
togliessero le tavolette di legno inchiodate sui finestrini. In ogni carro
erano stati ammucchiati circa duecento ebrei: e i finestrini, quegli
stretti spiragli. protetti da una rete metallica, aperti in alto nelle
pareti dei carri bestiame, erano stati chiusi con delle tavolette di
legno, perché quei disgraziati non potessero respirare. Il treno era
ripartito all'alba verso Podul Iloaiei.
«Forse riuscirete a raggiungerlo prima che arrivi a Podul Iloaiei»
dissero i soldati.
La ferrovia come in fondo alla valle, parallela alla strada. Eravamo ormai
giunti nei pressi dì Podul Iloaiei, quando, attraverso la campagna
polverosa, si udì un lungo fischio. Ci guardammo in viso l'un l'altro,
eravamo pallidi come se avessimo riconosciuto quel fischio.
«Che caldo!» sospirò Sartori asciugandosi il viso col fazzoletto. E io
m'accorsi che s'era subito pentito e vergognato di aver detto «che caldo!»
pensando a quegli infelici ammucchiati nei carri bestiame: duecento per
ogni carro senza aria, senza acqua. Quel fischio lontano aveva un suono
spettrale nella deserta campagna polverosa, attraverso l'immoto bagliore
del sole. Dopo un po' scorgemmo il treno. Era fermo davanti a un disco
chiuso, e fischiava. Poi si mosse
lentamente, e noi lo seguivamo accompagnandolo lungo la strada. Guardavamo
i carri bestiame, le tavolette di legno inchiodate sui finestrini. Il
treno aveva impiegato tre giorni per percorrere una ventina di miglia:
doveva dar la precedenza ai convogli militari e poi, non c'era fretta.
Anche se fosse arrivato a Podul Iloaiei dopo tre mesi di viaggio, sarebbe
sempre arrivato in tempo. Intanto eravamo giunti a Podul Iloaiei: il treno
si fermò sopra un binario morto, - appena fuori della stazione. Faceva un
caldo soffocante, era verso mezzogiorno, gli impiegati della stazione
erano andati a mangiare. Il macchinista, il fuochista, e i soldati di
scorta, erano scesi dal treno, sdraiandosi per terra all'ombra dei carri.
«Aprite subito i carri» ordinai ai soldati.
«Non possiamo, dòmnule capitan.»
«Aprite subito i carri!» gridai.
«Non possiamo, i carri sono piombati» disse il macchinista; «bisogna
avvertire il capostazione.»
Il capostazione era a tavola. Sulle prime non voleva interrompere il suo
desinare, poi, saputo che Sartori era il Console d'Italia e che io ero un
dòmnule capitan italiano, si alzò da tavola, e ci seguì trotterellando
con un paio di grosse pinze in mano. I soldati si misero subito al lavoro,
tentando di aprire lo sportellone del primo carro. Lo sportellone di legno
e di ferro resisteva, sembrava che dieci, cento braccia lo trattenessero
dall'interno, che i prigionieri facessero forza
per impedir che si aprisse. A un certo punto il capostazione gridò:
«Ehi voialtri, là dentro, spingete anche voi». Nessuno dall'interno
rispose. Allora facemmo forza tutti insieme. Sartori stava in piedi
davanti al carro, coi viso alzato, asciugandosi il sudore coi fazzoletto.
A un tratto lo sportello cedé, e il carro si aprì. Il carro a un tratto
si aprì, e la folla dei prigionieri si precipitò su Sartori, lo buttò a
terra, gli si ammucchiò addosso. Erano i morti che fuggivan dal carro.
Cadevano a gruppi, di peso, con un
tonfo sordo, come statue di cemento. Sepolto sotto i cadaveri, schiacciato
dal loro freddo, enorme peso, Sartori si dibatteva, si divincolava,
tentando liberarsi da quel morto gravame, da quella gelida mora: finché
scomparve sotto il mucchio dei cadaveri, come sotto una valanga di pietre.
I morti sono rabbiosi, testardi, feroci. I morti sono stupidi. Capricciosi
e vanitosi come bambini e come femmine. I morti sono matti. Guai se un
morto odia un vivo, Guai se se ne innamora. Guai se un vivo insulta un
morto, o l'offende nel suo amor proprio, o lo ferisce nel suo onore. I
morti sono gelosi e vendicativi. Non hanno paura di nessuno, non hanno
paura di nulla, né delle percosse, né delle ferite, né del numero
soverchiante dei nemici. Non hanno paura nemmeno della morte. Combattono
con le unghie e con i denti, in silenzio, non indietreggiano di un sol
passo, non lasciano la presa, non fuggono mai. Combattono fino all'ultimo,
con un coraggio freddo e testardo: ridendo o ghignando, pallidi e muti,
gli occhi sbarrati, stravolti, quei loro occhi da matto. Quando giacciono
sopraffatti, quando si rassegnano alla sconfitta e all'umiliazione, quando
si stendono vinti, mandano un odore dolce e grasso, e lentamente si
sfanno. Alcuni si buttavano su Sartori con tutto il loro peso, tentando di
schiacciarlo, altri gli si lasciarono cadere addosso freddi, rigidi,
inerti, altri ancora gli picchiavan con la testa nel petto, lo
percuotevano con i gomiti e con i ginocchi. Sartori li afferrava per i
capelli, li ghermiva per i lembi del vestito, li abbrancava per le
braccia, tentava di respingerli stringendoli alla gola, percuotendoli in
viso con i pugni chiusi. Era una lotta feroce e silenziosa: noi eravamo
tutti accorsi, in suo aiuto, cercando invano di liberarlo dalla grave mora
dei morti, finché, dopo molti sforzi, riuscimmo ad agguantarlo e a trarlo
di sotto al mucchio. Sartori si rialzò, aveva il vestito in brandelli,
gli occhi gonfi, e sanguinava da una guancia. Era pallidissimo, ma
tranquillo. Disse soltanto: «Guardate se c'è ancora qualche vivo, là in
mezzo. Mi hanno morso il viso».
I soldati saliron dentro il carro, e si misero a buttar fuori i cadaveri
ad uno ad uno: erano centosettantanove, morti soffocati. Tutti avevano la
testa gonfia, il viso turchino. Intanto erano sopravvenute una squadra di
soldati tedeschi, e una piccola folla di abitanti dei villaggio e di
contadini, che diedero mano ad aprire i carri, a buttar giù i morti, ad
allinearli lungo la scarpata della ferrovia. Era sopraggiunto anche un
gruppo di ebrei di Podul Iloaiei, col rabbino in testa: avevano saputo
della presenza del Console d'Italia, e si erano fatti animo. Apparivano
pallidi, ma sereni; non piangevano, parlavano con voce ferma. Tutti
avevano parentele e amicizie a Jassy, ognuno temeva per la vita di un
congiunto, di un amico. Erano vestiti di nero, con strani cappelli di
feltro duro in testa. Il rabbino, e cinque o sei di loro, che dissero di
appartenere al consiglio di amministrazione della Banca Agricola di Podul
Iloaiei, s'inchinarono davanti a Sartori.
«Fa caldo» disse il rabbino asciugandosi il sudore col palmo della mano.
«Eh sì, fa molto caldo» disse Sartori premendosi il fazzoletto sulla
fronte. -
Le mosche ronzavano rabbiose. I morti, distesi in fila lungo la scarpata
della ferrovia, erano circa duemila. Eh, duemila cadaveri, allineati sotto
il sole, son molti. Son perfino troppi. Stretto fra le ginocchia della
madre, fu trovato un bambino di pochi mesi, ancora vivo. Era svenuto,
respirava ancora. Aveva un braccino spezzato. La madre era riuscita a
tenerlo per tre giorni con la bocca incollata a uno spiraglio della porta:
si era difesa selvaggiamente perché la folla dei
moribondi non la strappasse di lì, era morta schiacciata nella ressa
feroce. Il bambino era rimasto sepolto sotto la madre morta, stretto fra
le sue ginocchia, succhiando con le labbra quel tenue filo d'aria. «è
vivo» diceva Sartori con voce strana, «è vivo - è vivo!». E io
guardavo commosso il buon Sartori, quel grasso e placido napoletano che
finalmente aveva perduto la sua flemma, e non per tutti quei morti, ma per
un bambino vivo, per un bambino ancora vivo.
Dopo alcune ore, verso il tramonto, dal fondo di un carro bestiame, i
soldati buttarono sulla scarpata un cadavere dalla testa avvolta in un
fazzoletto insanguinato. Era il proprietario della sede del Consolato
d'Italia a Jassy. Sartori lo guardò a lungo, in silenzio, gli toccò la
fronte, poi si volse al rabbino e disse: «Era un galantuomo».
A un tratto udimmo lo strepito di una rissa. Una turba di contadini e di
zingari, accorsi da tutte le parti, stavano spogliando i cadaveri. Sartori
ebbe un gesto di rivolta, ma il rabbino gli posò la mano sul braccio:
«è inutile» disse, «questo è l'uso». Poi aggiunse a voce bassa, con
un sorriso triste: «Domani verranno da noi a venderci gli indumenti
rubati ai morti, e noi dovremo comprarli. Che altro potremmo fare?»
Sartori taceva, guardando spogliare quegli infelici. Pareva proprio che i
morti, si difendessero con tutte le loro forze contro la violenza dei loro
spogliatori: i quali, grondanti di sudore, urlando e bestemmiando, si
accanivano a tentar di sollevare quelle ostinate braccia, di piegare quei
rigidi gomiti e quei duri ginocchi, per sfilare le giacche, i calzoni, gli
indumenti segreti. Le donne erano le più tenaci nella di sperata
resistenza. Non avrei mai immaginato che fosse così difficile togliere la
camicia a una ragazza morta. Forse era il pudore, rimasto vivo in loro,
quel che dava alle donne la forza di difendersi: e talvolta si drizzavan
sui gomiti, accostavano il viso bianco alla torva faccia sudata dei loro
profanatori, guardandoli fissi a lungo con gli occhi spalancati. Finché
ricadevano nude sul terreno con un tonfo sordo.
«Dobbiamo andare, è tardi» disse Sartori con la sua voce tranquilla, e
volgendosi al rabbino lo pregò di rilasciargli l'atto di decesso di quel
«galantuomo». Il rabbino s'inchinò, e tutti ci avviammo a piedi verso
il villaggio. Nell'ufficio dei direttore della Banca Agricola il caldo era
soffocante. Il rabbino mandò a prendere i registri della Sinagoga, stese
l'atto di decesso di quel poveretto, e consegnò il documento a Sartori,
che lo ripiegò con cura e lo ripose nel suo portafoglio. Un treno
fischiava lontano. Un moscone dalle ali turchine ronzava intorno al
calamaio.
«Mi dispiace molto di dovermene andare» disse a un certo punto Sartori,
«debbo esser dì ritorno a Jassy prima di sera.»
«Aspettate un momento, prego» disse in italiano uno degli amministratori
della Banca Agricola. Era, un ebreo piccolo e grasso, col pizzo alla
Napoleone III. Apri un armadietto, ne trasse una bottiglia di vermut, ne
riempì alcuni bicchierini. Aggiunse che il vermut era proprio di Torino,
un vero Cinzano, e si mise a raccontarci in italiano che era stato più
volte a Venezia, a Firenze, a Roma, che i suoi due figli avevano studiato
medicina in Italia, nell'Università di
Padova.
«Mi piacerebbe conoscerli» disse Sartori gentilmente.
«Eh, sono morti» rispose l'ebreo, «morti a Jassy l'altro giorno.»
Sospirò, poi aggiunse: «Vorrei tanto tornare a Padova, a rivedere
l'Università dove hanno studiato i miei due ragazzi»
Rimanemmo a lungo seduti, tacendo, nella stanza piena di mosche. Poi
Sartori si alzò, e tutti uscimmo in silenzio. Mentre salivamo in
macchina, l'ebreo col pizzo alla Napoleone III appoggiò la mano sul
braccio di Sartori, e disse umilmente, a voce bassa: «E pensare che so a
memoria tutta la Divina Commedia!» e si mise a declamare:
Nel mezzo del cammin di nostra vita...
La macchina si mosse, e il gruppo degli ebrei vestiti di nero scomparve in
una nuvola di polvere.
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