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Roberta
Gallina
Anneliese
Marie Frank, chiamata da tutti Anna, nacque a Francoforte sul Meno
(Germania) il 12 giugno 1929. Il padre Otto Frank, nato il 12 maggio
1889, proveniva da una famiglia molto agiata ed ebbe un’educazione di
prim’ordine. Purtroppo gran parte del patrimonio familiare andò
perduto, a causa dell’inflazione, durante la prima guerra mondiale, in
cui combatté valorosamente. Alcuni anni più tardi, nel 1925, Otto sposò
una ragazza ebrea di ottima famiglia, Edith Hollander e un anno dopo, il
16 febbraio 1926, nacque la loro primogenita Margot. In seguito alle leggi
razziali emanate da Hitler, nel 1933 il signor Frank
decise di trasferirsi dalla Germania ad Amsterdam (Olanda),
insieme alla sua famiglia. Il cognato, che viveva a Basilea, era
funzionario di un’importante azienda, la Traviers & Co., che aveva
una succursale ad Amsterdam, propose Otto come dirigente e, da allora,
gli affari della filiale olandese della ditta prosperarono.
Le due ragazze crebbero spensierate: buone scuole, amici, divertimenti,
sport, cinema, gite. Miep Gies, segretaria della ditta di Otto ed amica
di famiglia, ci descrive, nei suoi ricordi, le ragazze: Margot, timida,
intelligentissima, dava ottimi risultati negli studi, il suo sogno,
diceva, sarebbe stato quello di fare la maestra nei nuovi territori di
Israele; Anna, invece, era molto più vivace, arguta ed estroversa,
ispirava simpatia solo a guardarla. La maggiore era la preferita della
madre, mentre la minore era, chiaramente, la “cocca di papà”, al
quale andava rassomigliando sempre di più, sia moralmente, sia
fisicamente. Del resto, proprio Anna nel suo diario, dichiara: ”…se
papà approva Margot, loda Margot, accarezza Margot, io mi rodo, perché
vado pazza per papà. E’ il mio grande modello, a nessuno voglio bene
quanto a papà!…” (7 novembre 1942).
Le cose iniziarono a complicarsi dal maggio del 1940: i nazisti invasero
l’Olanda e, per gli ebrei, iniziarono i tempi duri. Dovettero
consegnare le biciclette, dovevano portare cucita addosso la stella
giudaica, non potevano possedere l’automobile, non potevano usufruire
del tram, dovevano fare la spesa solo in negozi autorizzati, non
potevano uscire dopo le ore venti. Margot ed Anna furono iscritte al
Liceo ebraico e, nonostante le restrizioni, continuarono a condurre una
vita sociale molto intensa, grazie agli sforzi dei genitori, che
facevano di tutto per non far pesare alle figlie questo nuovo stato di
cose. Tuttavia Otto, molto previdente, stava cercando un posto sicuro
dove rifugiarsi, poiché numerose famiglie ebree, con il pretesto di
essere spedite nei campi di lavoro in Germania, sparivano nel nulla e,
sempre più insistenti, correvano voci sulla creazione, da parte dei
nazisti, delle “camere a gas”. Nel mese di luglio del 1942 una
lettera gettò i Frank nel panico: era una convocazione per Margot, con
l’ordine di presentarsi per un lavoro ad “est”. Non c’era più
tempo da perdere: l’intera famiglia si trasferì nel “rifugio”
trovato da Otto, un appartamento proprio sopra gli uffici della ditta,
nella Prinsengracht 263, il cui ingresso era nascosto da uno scaffale
girevole, contenente alcuni schedari. A loro si aggiunsero altri
rifugiati: Herman Van Daan, socio della Traviers & Co. per il
reparto spezie, sua moglie Petronella, ebrea tedesca, il figlio Peter
con il suo gatto nero Mouschi e, in un secondo tempo, il dentista Albert
Dussel.
Tutto sommato le condizioni dei rifugiati, pur non essendo invidiabili,
erano relativamente tranquille. Al contrario di molti altri ebrei,
avevano persone fidate su cui poter contare: le segretarie Elli Vossen e
Miep Gies, il marito di quest’ultima Henk, il nuovo direttore della
ditta Jo Koophuis, subentrato al signor Frank,
il collaboratore Victor Kraler.
Dal 5 luglio 1942 le due famiglie vissero recluse nell’alloggio
segreto, senza mai vedere la piena luce del giorno per via
dell’oscuramento alle finestre, l’unico pezzetto di cielo poteva
essere intravisto dal lucernaio della soffitta, dove tenevano
ammucchiati i viveri “a lunga scadenza”, come fagioli secchi e
patate.
Il diario di Anna è una cronaca preziosissima dei giorni di quei
tragici due anni: una descrizione minuziosa delle vicissitudini di due
famiglie costrette a convivere in pochi metri quadrati di spazio, i
caratteri degli abitanti, le piccole manie di ognuno, gli scontri, le
liti, gli scherzi, i malumori, le risate e, sopra di tutto, il costante
terrore di essere scoperti: “…mi sono terribilmente spaventata, ebbi
un solo pensiero, che stessero venendo, chi lo sai bene…” (1 ottobre
1942). Del resto le notizie che arrivavano dall’esterno erano
spaventose: intere famiglie ebree, fra cui molti amici dei Frank e dei
Van Daan, erano state arrestate e deportate nei campi di concentramento,
da cui, correva voce, e le notizie ascoltate di nascosto alla BBC ne
davano triste conferma, nessuno era mai uscito, né vivo, né morto,
semplicemente cessava di esistere come essere umano, Anna ci racconta:
“…cose molto tristi, moltissimi amici e conoscenti sono partiti, per
una terribile destinazione…” (19 novembre 1942).
L’arguta penna di Anna ci dipinge, quasi come un pennello, i caratteri
degli altri reclusi, parla di Hermann Van Daan: “…Il signor Van Daan
ed io litighiamo sempre, invece va molto d’accordo con Margot…”
(21 agosto 1942), “…Interferisce su qualsiasi cosa… lascia cadere
dall’alto la sua opinione, anche quando non sarebbe il caso… la sua
opinione vale più di quella altrui…bella testa, ma anche un gran
presuntuoso..”, di Petronella Van Daan: “…in certe giornate non si
può nemmeno guardarla in faccia…mettere zizzania è facile tra la
signora Frank ed Anna… a tavola non si fa certo privazioni…
laboriosa, allegra, civetta… volgare come una pescivendola…”, del
dottor Dussel: “… antiquato e pedante, pignolo in maniera
esasperante, perfino negli orari in cui si ritira nella toilette, porta
occhiali di corno, pantaloni tirati fino al petto, giacca rossa e
pantofole nere…”. Discorso a parte meritano i rapporti di Anna con
Peter, descritto
all’inizio come: “…uno scioccone che non ha ancora sedici anni,
noioso e timido, dalla cui compagnia c’è poco da aspettarsi…” (14
agosto 1942), diventò poi il confidente della ragazza. Soli in un
ristretto mondo di adulti, adolescenti costretti ad una clausura forzata
in un mondo che non garantiva alcuna certezza, senza compagnia di
coetanei, entrambi bisognosi d’affetto, fu inevitabile che
l’amicizia sfociasse in un flirt adolescenziale: “…Peter ed io
soffriamo entrambi di conflitti interiori… troppo malcerti e delicati
per essere trattati rudemente…” (7 febbraio 1944), “… le nostre
madri non hanno la minima comprensione per noi…” (2 marzo 1944). Ma
l’energica Anna, pur continuando a rimanere affezionata al ragazzo, se
ne distaccò molto presto:“…Peter è buono e caro, però molte cose
di lui mi deludono…molto arrendevole… geloso della sua intimità…”
(14 giugno 1944), “…gli manca uno scopo ben definito… Non ha
religione, bestemmia, è attratto dalla vita facile…”, “…mi sono
creata una sua immagine secondo i miei sogni, avevo bisogno di un essere
vivente con cui sfogarmi, di un amico che mi aiutasse… non so se lui
sia superficiale o solo timido…” (15 luglio 1944).
Cosa faceva Anna, l’adolescente irrequieta, tutto il giorno? La
mattina era uno dei momenti più difficili della giornata: dalle 8.30
alle 12.30, bisognava stare fermi e zitti per non far trapelare il
minimo rumore al personale estraneo dell’ufficio sottostante, non
camminare, bisbigliare solo per stretta necessità, non usare la
toilette. Durante queste ore, con l’aiuto del signor Frank coltissimo
per suo conto, i ragazzi studiavano per non rimanere indietro nelle
materie scolastiche. A parte Margot, definita vero topo di biblioteca,
Anna detestava la matematica, la geometria, e l’algebra, adorava la
storia, le materie letterarie e seguiva un corso di stenografia per
corrispondenza. Aveva poi i suoi interessi personali: la mitologia greca
e romana, la storia dell’arte, studiava meticolosamente tutti gli
alberi genealogici delle famiglie reali europee e nutriva una passione
per il cinema, fino al punto di tappezzare le pareti della sua cameretta
di foto delle star. Oltre a tenere aggiornato il suo amatissimo diario,
del quale era anche assai gelosa, scriveva moltissimo: “…il Sogno
di Eva è la mia migliore novella, la
vita di Cady contiene molto di buono, ma nel complesso non vale
nulla…” (4 aprile 1944). Il suo sogno segreto era diventare
scrittrice: “… bisogna che studi per andare avanti, per diventare
giornalista, come voglio…”, “…chi non scrive non sa quanto sia
bello scrivere… se non avrò abbastanza ingegno per fare la scrittrice
o la giornalista, potrò sempre scrivere per me stessa… voglio
continuare a vivere dopo la mia morte… qualcosa di me che rimanga…
allora avanti, coraggio, ci riuscirò, perché a scrivere sono
decisa!” (4 aprile 1944).
Come tutti gli adolescenti era in continuo conflitto di amore – odio
con gli adulti, soprattutto con la madre, un po’ di meno con il padre,
suo grande modello: “…ieri c’è stato un terribile litigio. Mamma
ha fatto una scenata e ha raccontato a papà tutti i miei peccati, poi
ci siamo messe a piangere…ho detto a papà che voglio molto più bene
a lui che alla mamma…” (3 ottobre 1942), “…è mamma quella che
più mi pesa sul cuore, non posso rinfacciarle il suo sarcasmo, ma non
posso sempre essere colpevole… non giudico il carattere della mamma
perché non posso giudicarlo… ho idee, ideali e piani miei
propri…” (7 novembre 1942), “…ho tantissima pietà per la mamma,
perché, per la prima volta nella mia vita, ho notato che il mio
contegno freddo non la lascia indifferente… è lei che mi ha respinto,
con le sue osservazioni…”, “…vago da una camera all’altra…
mi sembra d’essere un uccellino a cui abbiano crudelmente strappato le
ali, chiuso dentro una gabbia… fuori all’aria fresca e ridi! Grida
una voce dentro di me…” (29 ottobre 1943).
Intanto nel mondo esterno le notizie erano sempre più tragiche, la
polizia nazista, con l’aiuto dei collaborazionisti olandesi, compivano
ogni sorta di razzie e di retate: un uomo tornava a casa dal lavoro o
una donna dalla spesa e trovavano la casa deserta, ed i familiari
scomparsi, i bambini tornavano a casa da scuola e non trovavano più i
genitori, la casa sbarrata e rimanevano soli al mondo senza nemmeno
sapere il perché, i beni delle persone scomparse, ebrei o loro parenti,
erano confiscati dalle autorità tedesche. Anche coloro che aiutavano
queste persone disperate, spesso alla forsennata ricerca di un luogo
sicuro, ossia un nascondiglio (proprio come avevano fatto i Frank
per tempo), correvano gravissimi pericoli, poiché la Gestapo aveva
iniziato a praticare la tortura in maniera indiscriminata. L’Olanda
versava in uno stato di povertà, procurarsi il necessario per vivere
era diventato un’impresa per tutti: ci si arrangiava con la Borsanera,
inoltre i rifugiati, essendo “civilmente scomparsi” non avevano
nemmeno diritto ai tagliandi annonari per ricevere i viveri razionati.
Si arrangiavano tramite le conoscenze prebelliche e la distribuzione
clandestina, Anna ci racconta che la loro dieta era basata su ortaggi,
anche marci, fagioli ammuffiti, cavoli, rarissimi pezzetti di carne, e,
soprattutto, patate, tante patate: pelare le patate occupava gran parte
dei pomeriggi dei rifugiati.
Al primo agosto risale l’ultima pagina del diario di Anna, poi
più nulla. Venerdì 4 agosto 1944, durante una tranquilla mattina, che
sembrava come tutte le altre, la polizia tedesca, guidata da Silberbauer,
un collaborazionista olandese, fece irruzione nell’ufficio e
nell’alloggio segreto, grazie ad una spiata: tutti i rifugiati ed i
loro soccorritori vennero arrestati. Si salvarono solo Elli Vossen,
perché creduta estranea, Miep Gies grazie alle sue origini viennesi, il
marito Henk che, in quel momento, era altrove. Fu proprio Miep, passato
il primo momento di panico, che si occupò di salvare il salvabile: nel
disordine dell’irruzione nell’alloggio segreto tutto era gettato per
terra, fu lì che trovò il diario di Anna, lo prese e lo conservò,
anche Muoschi, il gatto di Peter trovò in lei la sua salvezza.
L’8
agosto i Frank ed i Van Daan furono trasferiti nel campo di Westerbork,
nella regione della Drente (Olanda). Questo, era un campo di smistamento
da cui, il 3 settembre 1944, partì l’ultimo convoglio di deportati
per il campo di sterminio di Auschwitz (oggi Oswiecim, Polonia). Erano
in tutto 1019 persone. Solo 200 chilometri li separavano, in linea
d’area, dalle truppe alleate, che avevano occupato Bruxelles.
Arrivarono ad Auschwitz il 6 ottobre e, nello stesso giorno, furono
mandati nella camera a gas 550 dei nuovi sopraggiunti, fra cui tutti i
bambini al di sotto dei quindici anni. Le donne furono trasferite nel
vicino campo di Birkenau ed Otto Frank non rivide mai più la moglie e
le figlie. Margot ed Anna furono colpite dalla scabbia e ricoverate in
un reparto apposito, Edith Frank le seguì per non lasciarle sole.
Rimase con loro fino al 28 ottobre, quando le due sorelle furono
trasferite a Bergen Belsen (Hannover, Germania). Edith rimase ad
Auschwitz, ove, morì di denutrizione e di dolore il 6 gennaio 1945.
Bergen Belsen, non era un campo di sterminio, ma di scambio, non
esistevano camere a gas, per cui rimaneva ancora una speranza di
salvezza sia per le due sorelle, sia per la signora Van Daan, trasferita
insieme a loro. Purtroppo, a causa dell’enorme numero di persone, il
campo era in condizioni disastrose, non c’era da mangiare ed erano
scoppiate alcune epidemie; inoltre, una settimana dopo il loro arrivo,
una violenta grandinata aveva spazzato
via la tenda in cui stavano. La sovrappopolazione continuava ad
aumentare e le condizioni igieniche e sanitarie erano inesistenti. Nel
mese di febbraio le Frank furono colpite dal tifo: una delle donne
sopravvissute si ricorda di aver visto, in pieno inverno, che Anna,
nelle allucinazioni provocate dalla febbre, aveva gettato via tutti i
vestiti e si teneva stretta addosso solo una coperta delirando di alcune
bestioline che le camminavano addosso, poi mormorava in maniera
desolata: “…non ho più la mamma né il papà, non ho più
niente...”. Malate, denutrite, le due ragazze si spegnevano ogni
giorno di più. Margot morì per prima, quando fu trovata era ormai
rigida, Anna resistette altri due giorni. Tre settimane più tardi le
truppe Alleate inglesi liberarono il campo di prigionia.
L’unico sopravvissuto fu Otto che, appena liberato, tornò in Olanda,
direttamente a casa dei fedeli Miep ed Henk. Sapeva già della morte
della moglie, ma solo molto tempo dopo venne a sapere la sorte delle due
figlie: aveva perso tutta la sua famiglia. In un secondo momento
s’informò sulla sorte degli altri rifugiati: Herman Van Daan era
stato mandato nella camera a gas, ad Auschwitz, proprio sotto i suoi
occhi; la moglie morì a Buchenwld, proprio nel giorno in cui il campo
veniva liberato, Peter era morto nel campo di Mauthausen, Albert Dussel
era deceduto nel campo di Neuengamme.
Il diario di Anna fu pubblicato, con il permesso di Otto Frank, nel
1947, con il nome di “Het Achterhuis”, cioè il Retrocasa. Ancora
oggi è possibile visitare l’alloggio segreto in Prinsengracht 263,
che la Fondazione Anna Frank mantiene intatto, come allora.
dal sito arcobaleno |