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Dov'era Dio ad Auschwitz?

Intervista a Daniel Vogelmann, editore, figlio di un sopravvissuto

(Da L'Unione Sarda dell'8 aprile 1998)


Gennaio 1944. Un uomo, una donna e una bambina di otto anni, tentano di attraversare il confine con la Svizzera. Lui é un ebreo arrivato in Italia dalla nativa Leopoli nel 1922. Per più di vent'anni ha lavorato a Firenze, dove ha sede la tipografia Giuntina di cui é stato prima operaio, poi direttore e infine comproprietario. Un'attività densa di fatiche e di riconoscimenti (nel 1928 ha dato alle stampe la prima edizione de L'amante di Lady Chatterly), che però non lo ha messo al riparo dalle leggi razziali e dalle persecuzioni dell'occupante nazista. Da qui il tentativo di fuga in Svizzera.
Che però non riesce: Schulim Vogelmann, sua moglie Anna Disegni (figlia del rabbino capo di Torino), e la piccola Sissel, vengono arrestati e deportati ad Auschwitz col convoglio che partiva da Milano il 30 gennaio. È in questa storia, a differenza di tante altre non smarritasi completamente nella Shoà, che getta le sue radici la straordinaria esperienza della casa editrice La Giuntina di Firenze.
Perché Schulim Vogelmann, al contrario di sua moglie e della sua bambina, sopravvisse ad
Auschiwtz. Perché riuscì a rientrare in Italia e a rimettere in piedi l'antica tipografia. Perché suo figlio Daniel, nato nel 1948 dal matrimonio con Albana Mondolfi (salvatasi dalla deportazione nascosta in un convento), dopo una lunga crisi interiore scelse di dare un senso al proprio ruolo di sopravvissuto della seconda generazione, dedicandosi alla riscoperta e alla diffusione della storia e della cultura ebraica.
Un'attività editoriale non facile, forse anche dovuta - in memoria di quel numero, 173484, tatuato ad Auschiwtz sul braccio di suo padre - che é iniziata nel 1980 e che oggi si avvale di un catalogo che ha superato i 130 titoli.


Signor Vogelmann, lei 18 anni fa fondava la casa editrice La Giuntina. Primo titolo, da lei
stesso tradotto, "La nuit" di Eli Wiesel. Ovvero il più importante libro di uno scrittore che
nella sua opera, come si é scritto, "é andato celebrando un kaddish di dimensioni
apocalittiche per sei milioni di morti nei campi di concentramento"...


E' stato per caso che mi sono imbattuto ne La nuit, anche se mi piace pensare che il caso non esiste, soprattutto quando l'alternativa al caso é il miracolo, che ha sempre una connotazione positiva. Wiesel era un autore che avevo già sentito nominare, ma che più o meno inconsciamente avevo sempre evitato. Anche perché per lunghi periodi non riuscivo ad avvicinarmi a libri che raccontavano dello sterminio. Comunque sin dalle prime pagine ebbi la sensazione di trovarmi davanti a un capolavoro che doveva essere assolutamente pubblicato e fatto conoscere. Così decisi di pubblicarlo io. Diventando editore: sarebbe stato il primo libro della collana che porta il nome di mio padre, scomparso nel 1974. Certo per me La nuit e lo stesso Wiesel hanno poi avuto, e hanno tuttora, un'importanza fondamentale. Anche perché le domande del primo Wiesel erano e sono tuttora le mie domande, destinate forse a restare senza risposta, almeno in questa vita... Dov'era Dio
ad Auschwitz? Dov'é Dio? Paradossalmente Wiesel sembra quasi essersi convinto, in questi ultimi anni, che la colpa non é stata di Dio ma soltanto dell'uomo (una posizione simile a quella di Primo Levi, che oltrettutto non riusciva a credere in Dio), mentre io sono rimasto attaccato, forse patologicamente, a quel "Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata... Mai dimenticherò quelle fiamme che consumarono per sempre la mia Fede"... E pensare che io ad Auschwitz ci sono stato solo per interposta persona (mio padre, la mia sorellina...). Evidentemente per me, che appartengo alla
cosiddetta seconda generazione, Auschwitz é un lutto non elaborabile.


Tra i primi titoli da lei pubblicati spiccano anche "Non gli ho detto arrivederci" di Claudine
Vegh, e soprattutto "Figli dell'Olocausto" di Helen Epstein, forse la prima opera che ha
riportato in superficie la sommersa tragedia dei figli delle vittime della Shoà, e insieme
l'irrimediabile contaminazione dello sterminio da essi subita...


Il libro della Wegh l'ho pubblicato perché mi sembrava un'opera di per sè importante. Ma quello della Epstein (citato da Bettelheim nella postfazione al libro della Vegh) l'ho vissuto proprio come se fosse il mio libro. In esso ho scoperto che esisteva quasi una codificazione ufficiale per i figli dei sopravvissuti: i quali, chi più chi meno, soffrivano e soffrono tutti di gravi crisi esistenziali e seri disturbi psicologici. Io, come ebreo italiano, faccio parte di una minoranza, ma come figlio di un sopravvissuto la minoranza a cui appartengo si approssima allo zero, e viene sempre il momento in cui questo comincia a pesare...


Una decina di anni fa Henryk Broder, in un articolo apparso in Germania su "Die Zeit", si
domandava perché i figli dei sopravvissuti si "ostinassero" a definirsi quale "seconda
generazione" dalla Shoà, e non come "la prima dopo la tragedia". Lei invece ha scritto che a volte pensa di "dover" vivere a lungo, per aggiungere agli otto anni di sua sorella Sissel
scomparsa ad Auschwitz, i suoi ottanta o novanta: é un modo di sentire dentro di sè i dibbuk, i fantasmi, le presenze delle vittime, come succede al protagonista di uno dei racconti di Hanna Krall, o solo il dovere di preservare la memoria di ciò che é stato?


Certo noi figli dell'Olocausto siamo anche la prima generazione dopo la tragedia, ma per molti di noi, se non per tutti, pesa molto di più il fatto di appartenere alla seconda generazione. Se nascere é comunque un caso misterioso, nascere da uno dei pochi sopravvissuti ai campi é un caso il cui mistero si eleva al quadrato o al cubo. Non so se riesce a immaginare le domande che hannoaccompagnato la mia infanzia e la mia adolescenza: se mio padre non fosse stato ad Auschwitz, e se la sua prima moglie non vi fosse scomparsa, insieme a mia sorella Sissel (che in yiddish vuol dire dolce), io sarei comunque nato? Così appena lessi il racconto Il dibbuk pensai che esso parlava
proprio di me e lo dissi alla Krall. Lei mi rispose che anche tutti gli altri suoi racconti, più o meno, erano scritti per me. Così in noi, certo, resta il dovere di preservare la memoria di ciò che é stato e che potrebbe accadere di nuovo, come ha ricordato Primo Levi (magari questa volta non agli ebrei). Ma a volte c'é anche un altro tipo di coinvolgimento: come se sentissimo la missione non solo di ricordare ma anche di espiare la colpa dei padri. Quale colpa? Mi riferisco ovviamente a quel senso di colpa che tutti i sopravvissuti hanno provato: perché mi sono salvato proprio io? Perché non gli altri? Non é raro insomma che anche gli appartenenti alla seconda generazione cerchino di essere dei sopravvissuti ad una Auschwitz della mente, come se questa diventasse una condizione indispensabile per acconsentire alla vita...


Il Novecento si sta chiudendo senza aver fatto completamente i conti coi suoi stermini di
massa. Né le intuizioni, tra gli altri e su diversi piani, di Primo Levi, di Robert Antelme e di
Hanna Arendt, hanno permesso di individuare un paradigma che coniugasse, insieme
all'unicità della Shoà e fuori da ogni revisionismo, anche gli altri grandi crimini contro
l'umanità. Quelli dei comunismi (da Stalin a Pol Pot), quello che Kurt Vonnegut ha definito
l'inutile Olocausto nucleare di Hiroshima, e anche quelli, più recenti, che hanno visto i kurdi
gassati da Saddam Hussein, i bosniaci sottoposti alla pulizia etnica e i tutsi uccisi a centinaia
di migliaia nell'Africa nera. Come guardare al secolo prossimo venturo?


E' difficile essere ottimisti. Per quanto riguarda il cuore dell'Europa si potrebbe anche pensare che due guerre mondiali e la quantità degli stermini ci abbiano vaccinato. Ma basta allargarsi ai Balcani, per non parlare del Terzo e Quarto Mondo, per constatare quanto odio c'é ancora, e quanto cieco bisogno di violenza, come se la guerra fosse l'unico antidoto contro la disperazione... L'unica speranza é che da questa disperazione cosÏ diffusa - anche nell'opulento Occidente, magari per altre cause - possa prima o poi nascere qualcosa di nuovo. Chissà, magari anche una nuova religione che
non neghi però diritto di cittadinanza a tutte le altre religioni storiche. Attualmente si avverte senza dubbio un grande bisogno di spiritualità. E come ha detto qualcuno (Mauriac?), forse é vero che il prossimo secolo sarà metafisico o non sarà...


A proposito di religioni... Lei ha pubblicato un altro libro di Elie Wiesel, "Il processo di
Shamgorod", nel quale persino Dio viene chiamato a rispondere - come ha potuto permettere che succedesse? - dell'Olocausto. Oggi, a 50 anni da Auschwitz, per la prima volta Giovanni Paolo II ha chiamato i cattolici a interrogarsi sulle responsabilità dell'antigiudaismo cristiano nel manifestarsi della Shoà. Per quanto lunga potrà essere ancora la strada del disarmo tra cattolici ed ebrei - una strada che di fatto spalanca orizzonti da vertigine anche sull'interpretazione del Gesù giudeo e del suo messaggio da alcuni definito "propriamente giudaico" - quali speranze nascono, per un credente ebreo, da questo atto di pentimento?


Soprattutto negli ultimi anni, sono stati fatti grandi passi avanti da parte della Chiesa, anche se sono rimasto un po' deluso dall'ultimo documento curato dal Cardinale Cassidy. C'è da augurarsi che si vada avanti su questa strada, anche quando in Vaticano verrà il tempo di un nuovo Papa. Come scrissi in una poesia dedicata alla memoria di Papa Giovanni, ora che noi ebrei siamo stati definiti fratelli maggiori dei cristiani, speriamo di diventare presto, tutti, fratelli senza gerarchie, senza veri e falsi, senza nuovi e vecchi: insomma tutti, solo ed esclusivamente, figli di Dio.

Alberto Melis
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