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Shlomo
Venezia
«Su questa
rampa ho visto mia madre per l'ultima volta, su quel piazzale ho salutato
per sempre mio padre. Lo sterminio cominciò subito» ricorda Piero
Terracina, che allora aveva 15 anni. «Non è il set di un film, lo si
vede sui muri screpolati, sulle scarpe consumate, sui vestiti dei bambini»
scrive uno studente sul suo quaderno
Duecento giovani delle scuole romane in visita ai campi di sterminio di
Auschwitz. Guidati dai reduci della Shoa. Nella memoria dei sopravvissuti
rivivono i maltrattamenti e lo sterminio, la «fabbrica della morte» e
l'annullamento della dignità umana. Dai «diari» dei giovani emerge lo
stupore annichilito di fronte a una condizione inimmaginabile.
Basse murature sbreccate in fondo a un viottolo di campagna, calcinacci
che si aprono su stanzoni vuoti. E' la prima Judenramp del campo di
sterminio di Birkenau. Su un rialzo erboso, Shlomo Venezia racconta agli
studenti romani assiepati intorno: «esattamente qui, questa è la prima
Judenrampe, dove sono arrivati tutti i primi italiani», a partire dai
1022 ebrei deportati da Roma il 16 ottobre 1944. Alle sue spalle, ogni
tanto passa un treno. Sono venuti duecento ragazzi di 33 scuole di Roma,
coi loro insegnanti, dopo un anno di lavoro fatto di ricerche, letture,
incontri con sopravvissuti e con storici, in un viaggio voluto da Veltroni,
organizzato dall'assessorato alle politiche educative insieme con la
Comunità ebraica. Racconta Shlomo Venezia: «Arrivato il treno - la
tradotta, carri bestiame - incominci a sentire urla, strilli, raus, raus,
e tutt'attorno c'erano le guardie con i cani lupo. Ero giovane, avevo
vent'anni come molti di voi; mi sono fermato un attimo, per aiutare la
mamma - e subito sento due botte in testa, non ho fatto a tempo a girarmi,
ho visto che era il tedesco che voleva che si liberasse il posto per far
scendere tutti quanti, saltare giù come gli animali. E difatti già lì
è cominciata la selezione».Ci spostiamo all'ingresso vero e proprio del
campo di Birkenau: una città sterminata, di cui restano file di baracche
in muratura, e poi a perdita d'occhio, come uno stormo di gru, gli steli
delle canne fumarie delle baracche di legno smantellate dopo la guerra dai
locali - per fare legna da ardere ma anche, spiega lo storico Marcello
Pezzetti, per cercare il mitico «oro degli ebrei». I nazisti avevano
pensato che era più razionale fare arrivare i binari dentro il campo e
mandare i selezionati direttamente a piedi alle camere a gas. Accanto a
quei binari, alla Judenrampe 2 dove scese dal treno con tutta la sua
famiglia, ci aspetta Piero Terracina.«Non potete immaginare la confusione
che c'era qui, perché ognuno correva da una parte all'altra per cercare i
propri cari che avevano viaggiato su altri carri. Una scena che a dire
infernale è poco. Le Ss correvano da una parte all'altra menando colpi di
bastone. Io avevo poco più di quindici anni, facevo presto a schivare i
colpi; quelli che venivano colpiti erano le persone anziane, le donne, le
mamme coi bambini in braccio. Urlavano ordini in tedesco che non capivamo;
ma c'è un linguaggio che tutti capiscono, quello del bastone. Col bastone
riuscirono a mettere ordine; formarono due file, una di uomini e una di
donne. E cominciò subito lo sterminio. Io, in mezzo a questa confusione,
andavo in cerca di mia madre, insieme ai miei fratelli. Mia madre
piangeva, ricordo ancora l'abbraccio - e poi - non l'ho più vista. Questo
è stato, è stata la scena dell'arrivo su questa stazione, su questa
rampa, su questi binari».Piero Terracina l'abbiamo sentito parlare molte
volte, ma ogni volta è la prima volta. Il tempo non ha attenuato il
dolore e non ha banalizzato la parola. Oggi deve ripetere il racconto più
volte ai gruppi di studenti che si susseguono davanti a lui; ma ogni volta
deve fermarsi a cercare dentro di sé la forza e la parole. Una ragazza,
Simona Rapino, gli dà una lettera: «quei silenzi agghiaccianti ti danno
il tempo di far ritirare le lacrime che, come animali in gabbia che
scorgono una fessura, tentano di scappare». «Ricordo mio padre, con mio
nonno; la sua colonna si avviò a piedi verso le camere a gas. Non
sapevamo che cosa erano, pensavamo che queste ciminiere fossero le
fabbriche dove avremmo dovuto lavorare per la Germania. In un certo senso
ci avevano tranquillizzato. Non sapevamo che erano la fabbrica della
morte. E mio padre per tutto il tragitto faceva qualche passo e si
voltava, a salutare con una mano, ogni pochi passi si voltava, ci
salutava, alzava la mano. Fino a che scomparve alla vista».Dai ragazzi
vibra affetto, quasi come se Piero Terracina fosse per loro quel padre e
quel nonno che lui ha perduto in questo posto. Aveva la loro età, gli fa
immaginare su se stessi la solitudine di vedersi strappare tutti, e sapere
che non esistono più. «Sono parole che non riescono a scivolarti dalle
orecchie, che ti sgusciano dentro al sangue e lo gelano», gli scrive
Claudia Catelli, del Giulio Cesare. «E' il compenso più alto che potrei
immaginare», dirà lui. La prossima stazione è il crematorio, dove ci
attende di nuovo Shlomo Venezia. I nazisti lo fecero saltare, e non
restano che le rovine; ma quel cemento lacerato, quei ferri contorti,
sembrano un monumento alla disperazione dei sommersi e alla vergogna degli
assassini. Shlomo Venezia svolgeva il lavoro più terribile: il
Sonderkommando, l'unità addetta a estrarre e lavorare i cadaveri delle
persone uccise dal gas. «Praticamente dieci mesi sono stato sempre a
contatto con migliaia e migliaia di cadaveri. Non vi potete immaginare
come erano queste persone. Erano irriconoscibili, non si sapeva più se
erano persone, se erano altre cose. Molti venivano addirittura, con gli
occhi di fuori. Altri, scusate, vi devo dire la verità, vomitavano
sangue; insomma, c'era di tutto. Soffrivano dieci minuti ma era un'eternità
per questa povera gente». Il semicerchio dei ragazzi si stringe; gli
occhi si sgranano, le labbra si serrano, le braccia si intrecciano come
per darsi sostegno. Spuntano lacrime.«Mi hanno dato in mano una forbice,
di quelle che usano i sarti. Dovevo tagliare i capelli; tagliavo i capelli
alle donne. E un altro, gli avevano dato lo specchietto del dentista, una
pinza col quale doveva estrarre i denti d'oro. C'era una specie di pista
in cemento dove veniva buttata con le carriole tutta la cenere di queste
persone che morivano. E lì veniva tutto pestato, tutto sminuzzato in
maniera tale che non si vedesse più che erano ossa umane. Alla fine
veniva un camion, caricava sopra, e veniva portato al fiume, veniva
buttato lì».Ma per fortuna sono ragazzi. Dirà poi Veltroni che la
visita in questo luogo di dolore è anche un gesto di speranza, riposta
nelle facce e nelle voci di questi ragazzi normali che diventano
testimoni. La loro presenza ci conforta. Il giorno dopo, incontrando i
coetanei polacchi, alcuni di loro si lanceranno in complesse ricostruzioni
delle radici culturali dell'Europa; ma adesso si esprimono anche in modi
più di pancia. Una ragazzina con la faccia tonda e gli occhi brillanti di
pulita intelligenza dice all'amica: «se incontro uno di quelli che dicono
che non è vero lo piglio a calci'n culo». Si accorge che ho sentito,
arrossisce (come si imbarazzano facilmente). Un ragazzo: «ar primo che me
racconta `na barzelletta sull'ebrei, lo strrrìtolo». Nel sotterraneo
delle celle di punizione, dove fu sperimentato il Zyklon B, una ragazza
ascolta assorta, poi sussurra due parole forse inadeguate ma sentite: «Che
stronzi!» E arrossisce.Nella baracca dove stavano i bambini messi da
parte per gli esperimenti dei medici nazisti rstano i disegni delle
maestre (un cinese che va a scuola: così possono disegnarlo con un
copricapo che sembra una kippah). Marcello Pezzetti racconta con la voce
rotta di quando i nazisti chiesero ai bambini chi voleva rivedere la
mamma, e poi li portarono dal dottor Mengele; due bambine rifiutarono la
mamma, deturpata dal campo - e sopravvissero con il dolore di quel
rifiuto.Ci raduniamo di nuovo davanti al crematorio. Il rabbino capo di
Roma, Riccardo Di Segni, suona lo shofar, il corno che si ascolta solo in
momenti estremi e solenni. Scandisce i salmi, intona il Kaddish, e poi gli
ebrei presenti ci avvolgono tutti nel canto Amì Maanim - io credo,
nonostante tutto, nel ritorno del Messia - che i deportati intonavano nel
momento di scendere dai treni. Gli altri ragazzi vorrebbero capire di più.
Uno è dispiaciuto che nessuno gli spiega le parole; dico, chissà quanti
concerti hai sentito dove non si capiva niente. Lui annuisce ma non è
convinto: stavolta capire le parole gli importa molto di più. Altri, la
sera a cena, tempestano di domande un esponente della comunità, ascoltano
rapiti le spiegazioni.Nel pomeriggio, passiamo sotto il cancello: Arbeit
macht frei. Birkenau sembrava l'incarnazione della terra desolata,
Auschwitz 1 sembra ordinaria archeologia industriale, mattoni scuri, viali
con alberi ed erba. E un'industria era, dove si fabbricava morte e se ne
estraeva profitto. Negli stanzoni, teche di vetro mostrano i prodotti di
quella industriosità. Davanti a ogni teca - ai paramenti religiosi, agli
abiti dei bambini, alle scarpe, a un enorme mucchio di protesi, gambe di
legno, corsetti di ferro - qualcuno va in pezzi. I ragazzi di una scuola
tengono un diario; uno di loro annota: «Non è il set di un film - lo si
vede sui muri screpolati, sulle scarpe consumate, sui vestitini dei
bambini». Io non dimenticherò mai il grigio mare increspato di capelli
che coprono una stanza intera. Carla Di Veroli legge le ultime pagine
dell'autobiografia di sua zia Settimia Spizzichino - testimone
instancabile del 16 ottobre. Parlano del dovere della memoria. Una ragazza
cerca maldestramente di non farsi vedere mentre si asciuga gli occhi con
un kleenex. Ma per fortuna, sono ragazzi. Dopo che Veltroni ha deposto la
corona al muro delle fucilazioni, si raccolgono in cerchio per la foto di
gruppo col sindaco, e ritrovano le loro facce di adolescenti che
sorridono. La sera, tutti ricevono una copia del 16 ottobre 1943 di
Giacomo De Benedetti. Mi chiedono tre ragazze: «dov'è il signor De
Benedetti?» Vorrebbero la sua firma. Purtroppo, dico, non è più fra
noi: arrossiscono. Una professoressa mi spiega: è che in questo viaggio
sentono un potere tutto nuovo di essere in contatto con i luoghi e i
protagonisti della storia; gli autori dei libri non sono più astrazioni,
sono persone con cui parlare. Veltroni ricapitola il loro percorso della
memoria, ribadisce che adesso il compito di raccontare passa a loro,
ricollega tutto all'antifascismo e alla resistenza, a cui dobbiamo la
speranza che questo non accada più. Poi, per scrollarsi un poco
quell'aura di morte, tutti fuori, verso la serata che gli è stata
organizzata in discoteca.Sul volo di ritorno, leggo ancora il diario dei
ragazzi: «Tra venti minuti atterriamo, e sento di avere nel cuore una
ricchezza che non avevo alla partenza». Non racconteranno più memorie
altrui trasmesse, ma un'esperienza vissuta in proprio. Sanno anche che è
l'inizio di un impegno che non finisce qui. Un ragazzo scherza con
Veltroni: «E mò come fai senza de me?» «Ti telefonerò ogni mattina
per farmi dire che devo fare». Dico, tanto ci ritroviamo tutti presto. «Già,
ci becchiamo il 16 all'Auditorium», dice (e si imbarazza, pensando di
aver usato linguaggio inappropriato). «Ci vieni?» gli chiede Veltroni. E
lui, «Come no, non me ne perdo una».
Alessandro Portelli
Il Manifesto
12/10/2003
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