RICORDOCHE

Il mezzo bicchiere d'acqua di Efrem




hugogr


Cagliari 20 aprile 2017

 

Caro Efrem,

finalmente oggi ho trovato la tua lettera nella mia casella di posta elettronica! Anche se non capisco come mai mi sia arrivata solo ora, quindici giorni dopo che tu l’hai scritta. Cosa significa che l’hai affidata ad Abebe? Chi è Abebe? Un tuo parente? E perché lui è dovuto andare sino alla missione di Marcada, a quaranta chilometri dal vostro villaggio, per poterla inviare? Ma soprattutto, perché ci ha messo così tanto? Non poteva andare prima?

Uff! Immagino che nel vostro villaggio manchi la connessione internet. E che sia per questo motivo che devo inviare la mia risposta all’indirizzo di padre Justin, alla missione. Spero solo che lui non aspetti altri quindici giorni, per stamparla e per consegnartela. Ma davvero hai intenzione di mettere su una squadra di calcio con i ragazzi del tuo villaggio? Sarebbe magnifico! Così continuerai ad allenarti e se tornerai in Italia sarai in piena forma! Devo farti una confessione. Ma deve restare un segreto tra noi. Ricordi Riccardo, quel ragazzo della seconda A che ci stava sui tacchi? E’ lui il nuovo capitano della squadra della scuola. Bleah! Pessimo! Nessuno riesce a capire perché il prof abbia scelto proprio lui. Non va d’accordo con nessuno! Vuole battere sempre i rigori! E ci gode a darmi sui nervi chiamandomi sbalconato, oppure  nabbo, perché secondo lui sono una schiappa coi videogames. Quando il capitano eri tu era tutto diverso. Ci divertivamo di più. E nessuno rimproverava un compagno se sbagliava un tiro o un passaggio.

Sono felice che le cose per voi stiano andando bene. La prof. di italiano l’altro giorno ha parlato di te a tutta la classe. Anzi, non proprio di te, ma di tuo padre. Non mi ricordo da cosa ha preso lo spunto. Forse ha ripensato alla volta che lui è venuto a scuola per raccontarci quella antica fiaba etiope. Come si chiamava? I baffi del leone e la magia del coraggio? Beh, la prof ha detto che tuo padre ha avuto molto coraggio a lasciare il lavoro che aveva qui per tornare in Etiopia. Uno coraggio straordinario, ha detto. Ci ho pensato molto, sai. E più ci pensavo più mi risuonava in mente il nome del fratello di tuo padre, quello che è morto e che ha lasciato sua moglie con due bambini piccoli. Gebra. Vero? Morto di morbillo, che qui da noi di solito prendono solo i bambini, ma mica muoiono. Chissà perché a me Gebra suonava come un nome da donna. Gebra. Gebra. E invece no. Era un uomo. Con la stessa faccia di tuo padre. Le stesse mani, la stessa pelle, gli stessi occhi, lo stesso respiro. Come succede ai fratelli gemelli. Per questo tuo padre ha dovuto lasciare il lavoro che aveva qui e tornare in Etiopia. Per prendersi cura dei figli di Gebra, che sono come pezzettini di lui rimasti su questa terra.

Ecco. Quando ho pensato questo, un po’ la rabbia mi è passata. Non del tutto però, soprattutto quando mi ricordo che l’estate sta per arrivare e che tu non potrai venire in campeggio con la mia famiglia a Feraxi, come avevamo deciso di fare. Uff! Te l’avrò raccontato mille volte, vero? A Feraxi quando scende la sera le acque della laguna e quelle del mare diventano prima di un celeste luminoso e poi dello stesso colore di un arancio maturo. C’è un punto in cui le acque dolci sono separate da quelle salate solo da una sottile mezzaluna di sabbia. E se tu stai lì quando tira forte il vento di scirocco, e le onde del mare si tuffano nella laguna, hai l’impressione che tutto il mondo sia fatto solo di acqua, persino il cielo blu che ti sovrasta.

Quando sarò lì penserò a te, Efrem. Te lo prometto.

                                                                                          Leo

 

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Cagliari, 24 settembre 2017

 

Caro Efrem,

l’estate è finita, siamo rientrati a scuola e io non sono felice. Ma non per colpa della scuola, anche se quest’anno sta iniziando nel peggiore dei modi. Pare che ci abbiano cambiato due prof. Quella di matematica, la Tedde, che non era male, ricordi? E anche quello di educazione fisica. Ancora non abbiamo conosciuto il prof che lo sostituirà. Tutti abbiamo paura che sia uno di quelli che odia il calcio. Chissà, magari è uno che va matto per il basket. O per il volley. Così finirà che io sarò la riserva della riserva della riserva. Tu no, invece. Se fossi qui, alto come sei, di sicuro saresti titolare anche se il prof decidesse di impegnarci in un altro sport.

Il campeggio a Feraxi non è andato come mi aspettavo. Mio padre ha avuto le ferie solo dopo il 20 agosto. Per di più, nei dieci giorni in cui siamo stati in campeggio, ci sono stati ben quattro temporali – di quelli con lampi e fulmini a più braccia che sembra vogliano frantumare il cielo – e anche un’alluvione che ci ha colpito in piena notte! Un incubo! Ti giuro! L’acqua ha invaso le tende – acqua e fango, sino alle caviglie - e noi ci siamo dovuti rifugiare nell’auto di mamma. E siccome i vicini non avevano neppure un’auto dove ripararsi, papà li ha fatti entrare nella nostra. Prova a indovinare quanti eravamo? Nove! Quattro adulti e cinque ragazzi, tutti bagnati fradici!

Ma non è neppure perché il campeggio a Feraxi è stato molto deludente, che io non sono felice. Il giorno dopo l’alluvione, quando siamo tornati a casa, ho acceso subito il pc per vedere se erano arrivate delle nuove da parte tua.

Ma niente.

Perché non mi hai più scritto, Efrem?

Ho riletto molte volte la tua prima lettera, e molte volte anche quella che ti ho inviato io, per capire se per sbaglio avessi scritto qualcosa che avrebbe potuto offenderti. Ma dentro di me lo so che tu non ti offenderesti neppure se ti chiamassi sbalconato o nabbo.

A volte ti immagino nel tuo villaggio, così come l’hai descritto. Le case di pietra e legno coi tetti circolari, messe in semicerchio. I filari degli orti dietro le case, insieme al grande pozzo dell’acqua. Dalla parte opposta il recinto del bestiame e, un po’ in disparte, la scuola di mattoni di argilla rossi e gialli, non distante dal gigantesco baobab che tutti chiamano Ayati Zafi, Nonno Albero, perché ha più anni di tutti gli abitanti del villaggio messi insieme. Mi hai scritto che tuo padre ha impiantato il limoneto dietro i filari degli orti, in un punto dove è più facile far arrivare l’acqua dal pozzo. Mia madre mi ha spiegato che gli alberi di limone danno i primi frutti quando sono ancora piccoli. Quindi forse tra un po’ potrete fare il primo raccolto.

Sai che mentre tornavamo a casa dal campeggio, sulla strada sterrata che da Feraxi porta sino al bivio di San Priamo, ho visto un ragazzino pressappoco della nostra età, che sul fianco di una collina sorvegliava un gregge di capre? Così ho immaginato te che ti prendi cura delle capre che appartenevano a Gefra, insieme ai tuoi cugini, anche se forse loro sono ancora troppo piccoli per occuparsi di queste cose.

Ti ho spedito un libro, ieri. Quello che avevi preso in prestito dalla scuola prima della tua partenza e non avevi fatto in tempo a finire: Una casa per Jeffrey Magee, di Jerry Spinelli. Mia madre mi ha accompagnato in auto all’ufficio postale, dove mi hanno detto che il pacchetto, per arrivare sin lì da te nella provincia di Somali, in Etiopia, potrebbe metterci anche più di un mese. Sempre meno di quanto nel libro è durata la fuga di Jeffrey, comunque. Sai, io credo che questo romanzo sia uno dei più belli che abbia mai letto, anche se non posso spiegarti il motivo, visto che dovrei raccontarti per filo e per segno la parte finale. Diciamo però che Jeffrey un po’ somiglia a me e un po’ somiglia a te. Perché a volte per trovare degli amici veri può volerci molto molto tempo, e mica è facile riconoscerli.

Ecco Efrem, volevo dirti questo. Io non ho mai avuto molti amici. L’unico amico vero sei stato tu. Per questo, scrivimi, appena trovi un momento per farlo.

Ti prego.

                                                                                                         Leo

 

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Cagliari, 24 giugno 2018

 

Caro Efrem,

sono le due di notte e mi sono alzato dal letto perché non riesco a dormire. C’è un silenzio assoluto nella mia camera, ora, salvo il tic tac della mia vecchia sveglia a molla, e io ho una gran confusione in testa, forse perché è affollata ancora da troppi pensieri.

Oggi ho dato gli orali all’esame di terza. E’ andato tutto bene. Prima ho esposto la mia tesina e poi ho risposto a tutte le domande dei prof, che alla fine erano così soddisfatti che mi hanno fatto persino i complimenti. Ero l’ultimo dei cinque interrogati oggi, così quando sono uscito, alle 13 e 45, fuori dalla scuola non c’era più nessuno. Ho telefonato ai miei genitori e poi, per tornare a casa, invece di prendere l’autobus mi sono incamminato a piedi. Non so cosa mi abbia preso. Avevo una gran voglia di mettermi a correre, come se stessi fuggendo da qualcosa. Solo che non capivo da cosa.

La prof di matematica, quella nuova, che tu non hai conosciuto, prima che andassi via mi ha detto che da oggi la mia vita sarebbe cambiata. Perché superato l’esame di terza, potevo considerarmi un ragazzo grande. Non ci crederai, ma anche mio padre e mia madre hanno detto la stessa cosa, quando sono arrivato a casa.

“Il nostro ragazzo grande” hanno detto.

Così sono andato in camera e mi sono guardato allo specchio. E all’improvviso ho capito che era vero. Sto diventando grande. Sono cambiato. Anche se certo non da stamattina, dal momento che ho ricevuto i complimenti e ho capito che verrò promosso. La verità è che davanti allo specchio ho pensato che io e te non ci vediamo da quasi due anni. Che se tu mi vedessi ora ti sorprenderesti di quanto sono diverso: sono molto più alto e robusto, ho una sottilissima peluria che a volte mi fa il solletico sul mento e sulle guance, e anche il mio sguardo è cambiato. Come dire? E’ più deciso? Più… grande?

Credo che la stessa cosa sia successa a te, Efrem. Anche se ho paura che il tuo diventare grande sia stato molto diverso dal mio. Non hai mai risposto alle mie lettere. Non mi hai neppure fatto sapere se hai ricevuto il libro che ti inviai l’anno scorso. Così che per un mucchio di tempo mi sono arrovellato in mille domande.

Poi un giorno mio padre si è accorto che ero soprappensiero e quando gli ho spiegato il perché mi ha detto che forse avrei potuto trovare in modo diverso le risposte che mi mancavano. Abbiamo navigato insieme in internet, io e lui, e pian piano abbiamo trovato le notizie che cercavamo: anche se ognuna di esse è stata una pugnalata al cuore.

Caro Efrem, oggi so che la provincia di Somali, così come altre in Etiopia, è stata colpita dalla siccità. So che la siccità ha portato la carestia. So che in tanti soffrono per la mancanza di acqua e di cibo. E so che tutto questo è ingiusto: perché, come ha detto mio padre, se il tuo Paese fosse ricco solo la metà del nostro avreste a disposizione tutte le scorte di acqua e di cibo che vi abbisognano.

Ciò che invece non so, ancora oggi, è come stai tu, come stanno tuo padre, tua madre e i figli di Gebra.

Non m’importa che tu non abbia risposto alle mie lettere. Ricorda che io, anche se sono cambiato, sono sempre il tuo amico, e che tu, qualsiasi cosa sia successa nella tua vita, resti l’unico amico vero che io abbia mai avuto.

 

                                                                                                        Leo

 

 

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Bodito, 18 agosto 2018

Caro Leo...

 

Efrem fissa il foglio che ha davanti a sé e le poche parole che ha scritto la sera prima. Non è riuscito ad aggiungere altro e ora la voce di suo padre lo chiama all’esterno della casa, dove l’ultimo camion sta per partire in direzione della missione di Marcada, dove è stato allestito un grande campo attrezzato per tutti gli sfollati della provincia.

Efrem ripiega il foglio, lo ripone insieme ad altri tra le pagine di un libro sulla cui copertina spicca il titolo Una casa per Jeffrey Magee, infila il libro nel suo zainetto e prima di uscire prende in mano il bicchiere d’acqua pieno a metà che suo padre ha lasciato per lui sul tavolo. E’ l’ultima razione d’acqua rimasta in casa, ma non viene dal pozzo, bensì dall’ultima bottiglia di quelle che i volontari hanno distribuito nel villaggio.

Efrem avrebbe dovuto berla la sera prima.

Ma non l’ha fatto.

Esce all’aperto con il bicchiere in mano e le labbra riarse.

Suo padre gli fa cenno di correre sino al camion, dove sono già saliti gli ultimi abitanti rimasti al villaggio. Ma lui si dirige invece in direzione della piccola scuola dai mattoni d’argilla.

Si sofferma per un istante a mezza strada e si volta a osservare le case abbandonate disposte in semicerchio, il recinto del bestiame vuoto, le canalette dell’orto riarse e ciò che resta del limoneto: stecchi nerastri e rinsecchiti, senza più una foglia.

Quindi supera con passo veloce la scuola e si avvicina ad Ayati Zafi, il vecchio Nonno Albero, il gigantesco baobab dal tronco possente.

Efrem ha letto mille volte l’ultima lettera di Leo, così come ha fatto con tutte le altre. Ha mandato a memoria ogni sua parola, e mille volte le ha ripetute tra sé e sé, anche se sinora non ha mai trovato il coraggio di rispondergli.

Cosa avrebbe potuto raccontargli? In che modo il cielo così avaro di pioggia aveva ignorato ogni loro preghiera? Il lento prosciugarsi del pozzo e l’inaridirsi di tutte le terre intorno, che erano diventate grigie e polverose? O peggio ancora la morte delle capre, e poi la fame, e poi la disperata ricerca di un po’ d’acqua potabile in pozzi lontani chilometri e chilometri, sino a quando anche quelli si erano prosciugati? Per qualche settimana acqua e cibo erano arrivati al villaggio coi camion dell’esercito. Ma il cibo era appena sufficiente e l’acqua bastava appena per dissetarsi. Così che quando le pulci e le cimici avevano iniziato a tormentarli, e gli anziani e i bambini più deboli avevano cominciato ad ammalarsi, il capo del villaggio aveva convinto tutti che occorreva abbandonare il villaggio per trasferirsi nella tendopoli della missione di Marcada.

Efrem solleva una mano e accarezza la corteccia del vecchio baobab. Sa che non riuscirà mai più a tornare in Italia. Ma gli piacerebbe comunque trovare la forza di scrivere una lettera a Leo. Per  dirgli che anche lui è stato il suo unico amico vero. E che gli sarebbe piaciuto molto andare insieme alla sua famiglia in campeggio, in quel posto dove quando scende la sera le acque diventano prima di un celeste luminoso e poi dello stesso colore di un arancio maturo. Dove quando tira forte lo scirocco, e le onde del mare si tuffano nella laguna, hai l’impressione che tutto il mondo sia fatto solo di acqua, persino il cielo blu che ti sovrasta.

Efrem si inginocchia davanti ad Ayati Zafi. Non è sicuro che sia vero ciò che tutti dicono sui possenti alberi di baobab. Che siano capaci di sopravvivere anche ai più lunghi periodi di siccità, perché le loro radici affondano nella terra più profondamente di qualunque altro albero.

Perciò ha deciso che il suo ultimo mezzo bicchiere d’acqua lo offrirà a lui: piano piano la versa ai suoi piedi, sino all’ultima goccia.

Quindi lascia lì il bicchiere, raggiunge suo padre, sale sul camion e si siede vicino ai figli di Gebra, che davvero somigliano al loro papà come pezzettini di lui rimasti su questa terra.




















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