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Nazifa Bebé a Fedora

di Alberto Melis

 

Fedora, di Colleen Corradi Brannigan

 

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"Tutte le città della terra sono un'unica, maledetta congrega /

contro i ragazzetti celesti"*

 

    Gira in tondo Nazifa Bebé sull’asfalto a piedi nudi a mezzogiorno; pressappoco d’estate. Gira in tondo, le caviglie sottili a sette anni; pressappoco felice.

    Perché ridi? Sembri un’allodola sul ramo. Le dico. Come ogni giorno. E lei come ogni giorno tira fuori dalla gonna zingara un fruscio. La sua sfera di vetro. Guarda dentro la sfera, mi dice. Qui a metà strada tra il colle e il mare, esattamente qui, e in nessun altro posto al mondo, costruirò la mia casa. La vedi?

    Sì, mento, la vedo molto bene. Ha grandi finestre, e dietro le finestre tende colorate, e dietro le tende stanze molto grandi, e dentro le stanze tappeti e cuscini e fiori dentro ai vasi.

    Fiori di campo, puntualizza; con cipiglio. E sulle tegole del tetto una voliera per gli uccelli. E in giardino un pozzo per l’acqua, e dentro il pozzo la luna, e stelle e turbini di vento e sassi neri di fiume e battiti di ala di gabbiano.

    La vedi questa porta? In fondo al giardino tra il pero e il melograno? È aperta – sorride e si annoda i capelli a coda di cavallo. È da qui che entreranno.

    Chi entrerà Nazifa Bebé, nel tuo giardino? Le domando.

    Quelli di fuori, lo sai, lo sappiamo, risponde piano piano. Quelli che la città non vuole: gli storpi, i matti, chi non ha lingua e voce, i cani randagi, i ciechi, i senza patria, quelli che sono arrivati troppo tardi, i miei morti, i ladri per fame e gli affamati. Nel mio giardino entrerà chi non cammina mai dritto per la strada, chi si trascina nell’ombra e maledice, chi prega e tace, e anch’io. Anch’io entrerò nel mio giardino.

    Nazifa Bebé gira in tondo e danza a piedi nudi a mezzogiorno; pressappoco d’estate. All’angolo tra via dei Conversi e la via Scano. Gira in tondo e danza e ride, la bocca vermiglia di bambola, i capelli a coda di cavallo, le caviglie sottili, le braccia nude di stecco, lo sguardo che si fa lontano.

    Aspetta. Le dico. Non andare via. Vedi quella nuvola che arriva? Ha viaggiato per molto tempo. Ha attraversato i cieli di utopia e visto ogni città invisibile del mondo. Anastasia l’ingannatrice, Zobeide la bianca raggomitolata e anche Fedora metropoli di pietra grigia, dove in un palazzo di metallo ogni stanza custodisce una sfera di vetro simile alla tua.

    Una sfera di vetro per ogni città immaginata. Spiego alla sua bocca di bambola e alle sue braccia di stecco. Una sfera per ogni giardino desiderato, per ogni porta da tenere aperta tra i peri e i melograni.

    Aspetta, ti prego, non andare via…

    Ma è troppo tardi. Non sono mai state immaginate né porte aperte né giardini, in questa città, tra il colle e il mare.

    E Nazifa Bebé lo sa.

    Non oggi, non credi? Sussurra. Svanendo a piedi nudi in una lama di luce e dentro l’ombra. Non oggi. Non oggi! Accusa e strepita attendendo di nuovo il rosso del semaforo. E di nuovo allunga e piega la sua mano a manghel, con rabbia con furore, all’elemosina. Un soldo zingaro sudato a un finestrino, un soldo nemico a un altro, poi il verde, il giallo e il rombo minaccioso del motore.

    Se fossi stato lì davvero, quel giorno.

    Se fossi stato capace di seguire i suoi passi di stracci, le sue orme di fata. Di leggere la sfera di vetro dei suoi sogni.

    Com’è che andò? Un soffio di vento dispettoso negli occhi bambini, forse. O forse un passo in più, uno scarto.

    Com’è che vanno queste cose? Figlia mia? Com’è che si muore a sette anni, bambina zingara a piedi nudi sull’asfalto?

    Per questo vengo qui ogni giorno e non dimentico. Per questo parlo con lei all’angolo tra via dei Conversi e la via Scano. Prima che di nuovo scompaia in lame di luce e dentro l’ombra. Prima che la sua morte si ripeta ancora e ancora: Nazifa Bebé Ahmetovic sotto un furgone a piedi nudi. Disfatte per sempre in carne e sangue - la bocca vermiglia di bambola, le caviglie sottili, le braccia di stecco. Disfatto è anche ogni sogno. Pressappoco d’estate.**

 

* EIsa Morante, Il mondo salvato dai ragazzini [1968], Einaudi 1975.

**Nazifa Bebé Ahmetovic aveva sette anni quando nel 1988 venne investita da un furgone mentre chiedeva l’elemosina a Cagliari; nel periodo tra l’inverno precedente e quello successivo, nelle baraccopoli zingare intorno alla città morirono altri 12 tra bambine e bambini, quasi tutti per broncopolmonite fulminante.

 

 

Nazifa Bebé Ahmetovic