Non dire di me che ho fuggito il mare

Non dire di me che ho fuggito il mare

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1

Era il 9 marzo...

 

  Arrivammo in vista dell’isola di Non all’alba del 9 marzo 1944, proprio mentre uno stormo di bombardieri americani volava alto nel cielo, e il cielo si riempiva di nuvole cupe e lontane.

L’isola, vista dal ponte del peschereccio, emergeva dal mare in una lunga striscia di terra, con un sottile filo di spiaggia a farle da contorno, e con un promontorio alto e scosceso che si alzava sul lato nord.

Man mano che ci avvicinavamo alla costa potei vedere bene il faro sul promontorio, per la prima volta, anche se si capiva subito che si trattava solo di un vecchio faro abbandonato, con le mura sbrecciate e il verde degli arbusti che lo avvinghiavano in un abbraccio stretto stretto.

Fin dove l’occhio poteva arrivare un’infinità di gabbiani impazzava in piroette e capriole da saltimbanchi, lanciando grida acute e brevi.

-Ma è un’isola deserta! -esclamò mia sorella Marta. -Solo una maledettissima isola deserta!

Si volse verso mia madre, che ai piedi della cabina di guida cercava riparo dal vento, lanciò un’occhiataccia anche al capitano, rigido e impettito sul timone, e poi guardò di nuovo verso l’isola.

-Merda secca! -aggiunse.

Mia madre non sentì le parole di Marta. E d’altronde Marta non diceva quasi mai le parolacce, se mia madre si trovava abbastanza vicina da poterle sentire.

Però mi girai ugualmente verso di lei e le allungai uno scapaccione.

-Ehi! Chi credi di essere? -sbottò. -Questa me la paghi!!

Le allungai un altro scapaccione.

Chi credevo d’essere?

Solo un ragazzo di fronte a un’isola sconosciuta. Col padre chissà dove e col maledetto mondo che sprofondava nella guerra.

 

Mio padre era andato via coi partigiani, il giorno prima. Secondo me soprattutto per via delle tre dita che aveva perso al fronte. Il mignolo, il medio e l’anulare della mano sinistra. Un vero guaio dato che lui era mancino.

Era rientrato talmente malconcio, dalla Russia, che per molti mesi avevamo creduto che non ce l’avrebbe fatta. Aveva il viso verde, una ragnatela di rughe sulla fronte e intorno agli occhi pesti e gonfi, e una febbre maligna che non lo abbandonava mai e lo scuoteva da capo a piedi come i rami del salice in giardino, quando il vento tirava forte da nord e li prendeva per mano.

  Marta ogni tanto entrava nella sua stanza e si accoccolava ai piedi del letto, aspettando che aprisse gli occhi e le dicesse qualcosa. Era capace di stare lì per ore ed ore, salvo quando lui si agitava sotto le coperte e cominciava a mormorare strane cose e poi tirava fuori il braccio sinistro, agitandolo nell’aria.

Mia sorella non sopportava quella mano senza dita.

Prima impallidiva, poi diventava più verde di mio padre, poi usciva come un ciclone dalla stanza, sbattendo tutto e dicendo a bassa voce le peggiori parolacce che le venivano in mente.

 

Marta conosce tutte le parolacce di questo mondo. E le dice anche, quando mia madre non è nei paraggi e quando si trova di fronte a qualcosa di troppo grande per lei.

Il guaio è che è tutto troppo grande per lei. E non solo perché dimostra solo sei anni, e invece ne ha già otto -piccola come un pupazzo di panno e lana-, ma anche per la guerra, i bombardamenti e i morti per le strade.

La prima volta che vedemmo da vicino un morto, dopo che le bombe erano venute giù dal cielo, io vomitai persino l’anima, sulla polvere della strada. Lei invece rimase immobile, di fronte al corpo raggomitolato contro il muro della scuola, il petto squarciato e le mani a burattinare nell’aria l’ultimo respiro, e non gettò neppure una lacrima.

Quando tentai di scuoterla e di portarla via di lì mi allontanò con un gesto  e tirò fuori dalla tasca il suo coltellino a serramanico. Incise sul muro una croce piccola e sghemba e poi alzò il viso contro il cielo.

-Che vi venga un colpo -disse. -Luridi bastardi e figli di puttana!

 

Quando mio padre si rimise in piedi, e cominciò ad andare avanti e indietro per la casa dicendo che presto sarebbe salito in montagna a far fuori un po’ di fascisti e tedeschi, e che gliela avrebbe fatta pagare, per la maledetta guerra e le dita della mano sinistra, mi spiegò che non dovevo preoccuparmi per le parolacce di Marta.

-Sai Matteo, -mi disse- sono tempi difficili, questi. E Marta è troppo piccola per accettare questo orrore. E se dice tutte quelle parolacce è solo per farsi coraggio, capisci, per sentirsi grande abbastanza da poter andare avanti…

-Vuoi dire che non dobbiamo rimproverarla e che la dobbiamo lasciar fare?

-No. Voglio dire solo che bisogna avere un po’ di pazienza, e che se anche uno scapaccione ogni tanto non guasta, la cosa si risolverà da sola, prima o poi.

Anche mia madre assentì.

 

Da quando mio padre si era rimesso in piedi, mia madre aveva ripreso a dipingere. Dipingeva il mare, su vecchie federe tese sul legno o sui cartoni che io raccoglievo per strada, e il mare che dipingeva era sempre calmo e celeste. Più le bombe venivano giù a fare scempio delle case e delle persone, più i suoi mari diventavano calmi e celesti. Piatti e senza onde a suggerirne i movimenti, quasi trasparenti e diafani come l’aria azzurrina di primo mattino.

Mentre mia madre dipingeva i suoi quadri, Marta si teneva alla larga. Non riusciva neanche a guardarli, quei colori leggeri e soffusi. Scostava gli occhi infastidita da tutta quella pace, poi si avvicinava alla finestra per controllare che le macerie dei palazzi fossero ancora al loro posto, doloranti e rabbiose come sempre.

Allora fuggiva in giardino, sotto il salice, e lì la vedevamo andare avanti e indietro, parlando tra sé e sé. Stringeva forte il suo coltellino e potete proprio giurarci, che stava imprecando contro il mondo intero.

 

   Solo una volta mio padre perse veramente le staffe per le parolacce di Marta. Lei rientrò un pomeriggio –si era sentito un gran clamore per le strade, e tutta trafelata disse:

-I  tedeschi stanno caricando i fottuti giudei sui fottuti treni!

Vidi mio padre diventare verde come nei momenti in cui la febbre lo inchiodava a letto.

-Cos’hai detto?

Mia sorella si era voltata e si era accorta improvvisamente della sua presenza.

-Ripeti quello che hai detto -aggiunse lui. -Ripeti parola per parola…

Dopo di che si tolse la cinta dai pantaloni e gliele suonò come non gliele aveva mai suonate prima. Ma tante, ma così tante che mia madre dovette intervenire per fermarlo e quasi non ce la faceva, furibondo com’era.

Più tardi capii che forse non era stato per le parolacce, che mio padre si era infuriato in quel modo.

Perché quando Marta dopo cena gli si sedette in braccio, e lì rimase con la piccola testa poggiata sul suo petto, lo sentii dirle sottovoce:

-Mai più, mai più Marta, dovrai parlare in quel modo. Ho visto delle cose, sai, ho visto delle cose all’est…

Poi si zittì e non aggiunse altro.

Ma mi sembrò di vedere qualcosa di inconfessabile nei suoi occhi, nascosto nel profondo più profondo, perché a nessuno di noi fosse dato conoscerlo. E non era né paura, né rabbia. Era solo vergogna.

 

La sera dell’otto marzo mio padre ci accompagnò al porto di La Spezia, sino a un vecchio molo abbandonato dove ci attendeva il peschereccio che ci avrebbe portati all’Isola di Non.

-A casa di zia Agata sarete al riparo dai bombardamenti –disse.

Poi mi prese da parte, prima di salutare mia sorella e mia madre, e per un po’ ci guardammo negli occhi.

-Devi pensare tu a loro -aggiunse, senza passarmi la mano tra i capelli e senza neppure abbracciarmi.

Io stranamente non avevo più parole in bocca.

Giurai dentro di me che l’avrei fatto e sentii l’odore del mare venirmi addosso. Era forte e acre come quello delle lacrime che avrebbero potuto inondarmi il viso, se non avessi appena compiuto12 anni e non mi fossi sentito un uomo fatto e cresciuto.


 

 

2

Trenta case dai tetti rossi

 

  -Vedete che non è deserta? -esclamò mia madre, non appena superammo il leggero pendio che sino a quel momento ci aveva impedito la visuale dell’altra parte dell’isola.

Sotto di noi una trentina di case intonacate di bianco spiccavano nella luce del primo mattino, sparse a grappoli lungo la linea di una baia ampia e profonda, dove alcune barche da pesca larghe e panciute si dondolavano sotto i soffi del vento.

L’isola di Non aveva quindi la forma di un ferro di cavallo un po’ slabbrato e divaricato, col vecchio Faro sul promontorio all’estremità nord, i grappoli di case a specchiarsi sulla baia e un’altra grande costruzione all’estremità sud. Una caserma, o un vecchio magazzino militare forse, con la bandiera italiana issata su un pennone e quella tedesca sul pennone affianco.

-Qual è la casa di zia Agata? -chiesi a mia madre.

-Dovrebbe essere quella -rispose, indicandoci una casetta piccola e bassa immersa nel verde alla base del promontorio. -Ma non è magnifico questo mare? -aggiunse poi, con gli occhi che le luccicavano. -Guardate, ora il cielo è coperto. Ma quando tornerà il sole vi accorgerete che ha tutte le tonalità dell’azzurro. E più in là, dove l’acqua si fa profonda,  vedrete l’azzurro tingersi di blu e di grigio cobalto…

Si voltò dalla parte opposta, verso la spiaggia sulla quale eravamo sbarcati.

-Invece qui sarà il verde a mischiarsi con l’azzurro. E la risacca, quando soffierà il vento di terra, si vestirà di indaco e ametista, spruzzando d’argento la linea delle onde…

-Uff! -la interruppe Marta. -A me sembra solo un mucchio di acqua. E poi ho fame -aggiunse. -E ho le scarpe piene di sabbia. E questa valigia è troppo pesante. Proprio a me dovevate darla?

Marta aveva portato sin lì la valigia più leggera, quella che conteneva i colori a olio di mia madre, le sue spatole, i suoi pennelli e quant’altro le sarebbe servito per dipingere i suoi mari.

-Vuoi che prenda io quella valigia? -le chiesi.

-Sì. Io prendo quest’altra. E’ più leggera questa...

E così dicendo strinse i denti e afferrò a due mani la valigia più pesante, un vecchio arnese di cartone tenuto stretto con lo spago e carico di tutte le provviste che eravamo riusciti a portarci dietro da casa.

 

Scendemmo giù per il pendio lungo un sentiero che portava direttamente ai piedi del promontorio e sulla strada incontrammo solo il bisbiglio del vento tra le fronde degli alberi.

Gli abitanti dell’isola ancora dormivano e senza accorgercene cominciammo a parlare sotto voce. Non eravamo abituati a tutto quel silenzio, e per quanto io tentassi di goderne il più possibile, respirandolo a pieni polmoni insieme alla brezza mattutina, c’era qualcosa d’inquietante lì intorno.

Man mano che ci avvicinavamo al promontorio la sagoma del faro si faceva più alta e imponente. Anche se non ne avevo mai visto uno da vicino, quello mi sembrava il faro più alto e maestoso mai costruito dall’uomo. Si alzava verso il cielo senza paura, con le sue pietre di granito chiazzate dai muschi e dai licheni, e da lassù sfidava il vento e tutti i malumori del mare.

Improvvisamente capii cos’era che agitava i miei pensieri. Ebbi la netta sensazione che qualcuno, da lassù, osservasse i nostri movimenti.

Possibile?

Forse era solo il frutto della mia immaginazione.

Ma mi sentii di colpo così piccolo e inerme, insieme a mia madre e a mia sorella Marta, laggiù ai piedi del faro, che pensai che forse neanche tutto quel silenzio sarebbe bastato a tenerci lontani dalla guerra.

 

-Eccola qui -disse mia madre, poggiando i suoi bagagli a terra.

La casa della zia Agata, la sorella maggiore di mia madre che tanti anni prima aveva sposato un pescatore dell’Isola di Non e che poi era rimasta vedova nei primi mesi di guerra, era proprio come avevo immaginato che fosse. Aveva gli intonaci corrosi dalla salsedine e uno spesso strato d’edera ne ricopriva buona parte della facciata anteriore e l’intero tetto.

Ma della zia Agata non c’era traccia.

Perché porte e finestre erano sprangate e un mucchietto di foglie secche si era accumulato sull’uscio della porta

Bussammo e ribussammo inutilmente, sino a quando mia madre poggiò a terra le sue cose.

-Se fosse stata ancora a letto a quest’ora ci avrebbe sentito, non è vero? Ma dove può essere andata?

Alzò lo sguardo al cielo che brontolava pioggia, e aggiunse:

-Bisognerà aspettare che torni…

Le indicai il mucchietto di foglie secche sull’uscio e le ragnatele sulle persiane.

- Questa casa è disabitata -dissi.

Gli occhi di mia madre si restrinsero in due fessure sottili e umide.

-E se vogliamo entrarci, prima che cominci a piovere, - aggiunsi- dobbiamo forzare la porta o una delle finestre…

 

Non appena riuscii a scardinarne una, di finestra, sbuffando e sudando intorno ai battenti con un grosso cacciavite che mio padre aveva infilato all’ultimo momento nella mia valigia, sgusciai dentro e per poco non mi venne un colpo.

-C’è qualcuno in casa! -gridai.

-Come qualcuno? -chiese mia madre.

-Ti ho detto che ho visto qualcuno… 

-Un uomo?

-No. Cioè sì. Cioè no. Forse è un cane…

-Un cane? -venne su Marta. -Dai apri la porta, cosa aspetti…?

Spalancai la porta e mia madre e mia sorella entrarono in casa. Aprimmo qualche altra finestra e ci guardammo intorno. Ma trovammo solo vecchi mobili, una cucina a legna coperta dalla polvere, e un grande camino che ancora conservava un ciocco di legna arso per metà. Fu solo quando spalancai la porta dell’ultima stanza, che capii di non aver avuto un’allucinazione.

Perché sul letto, un lettone alto e vasto con le spalliere in legno e i pomelli in ferro battuto,  c’era proprio un cane.

Beh, non proprio un cane. Piuttosto un minuscolo bastardino dal muso bianco e nero, dalle lunghe orecchie penzoloni e dall’aria irriverente e sfrontata.

-Piccolo! -esclamò mia sorella, battendo le mani e precipitandosi su di lui.

Io invece mi avvicinai a una grossa scatola di cartone abbandonata sul pavimento e stracolma di barattoli di pasta e fagioli, panetti di margarina vegetale, gallette, bottiglie e altre razioni militari. Ma non feci in tempo ad allungare le mani verso tutto quel ben di Dio, che qualcosa mi bloccò a mezz’aria.

-Non provare a toccarla, pezzo di idiota -borbottò una voce alle mie spalle. -Quella roba appartiene a me.

Ci girammo tutti verso l’angolo più buio della stanza.

-Merda secca! -disse Marta.

-Merda secca a te! -rispose l’ombra, tirando fuori la lingua e facendo un gestaccio con le mani.

 

3

 Los! Los! Alles heraus!

 

  Se mia sorella avesse visto un fantasma, un fantasma maleducato e linguacciuto più di lei che diceva parolacce e faceva gestacci con le mani e la bocca, non si sarebbe spaventata di più.

Saltò gambe all’aria sul letto, affianco al bastardino, e lì rimase, immobile come una statua di sale.

Ma non era affatto un fantasma, quello che vedemmo uscire dall’ombra e afferrare la scatola dei viveri a due mani, per poi stringersela al petto come se fosse il gran tesoro del pirata Barbarossa.

Perché davanti a noi comparve solo una ragazzina magrissima, dai capelli cortissimi e nerissimi e dagli occhi di fuoco. Brillavano nella semioscurità e brillavano di luce propria.

-Chi siete? -ci domandò.

La guardai meglio e mi accorsi che non poteva avere più di tredici o quattordici anni. E giuro che aveva qualcosa nel viso, qualcosa di speciale, e che era bellissima accidenti, anche se le sue labbra erano tese e corrucciate.

Indossava vecchi pantaloni da pescatore arrotolati sino alle ginocchia, e una camicia che un tempo doveva essere stata bianca e che ora avrebbe avuto bisogno di un bel bucato, e anche di essere rammendata qua e là, piena di buchi e strappi com’era.

-Io sono Matteo -risposi. -E queste sono mia madre e mia sorella Marta...

-E tu chi sei? -le domandò mia madre, lasciandosi andare sulla sponda del letto. -E dov’è mia sorella Agata?

Ma la ragazza a questo non rispose.

Fece una smorfia e si avvicinò a Marta.

-Tu dici le parolacce, eh?

-Qualche volta…

-Beh, non c’è niente di male, dico io, anche se mio padre me le suonava sempre, pace all’anima sua…

Si volse verso mia madre.

-Venite da La Spezia?

-Sì

-Per un momento avevo pensato che foste… E invece no. Ma è meglio così, meglio per voi dico…

Di colpo la vedemmo sobbalzare e impallidire.

-Che succede? -chiese mia sorella.

-Shhhh! -fece lei, arricciando le labbra.

Si avvicinò a mia madre e le disse in fretta:

-Sua sorella era una persona per bene. E anche molto coraggiosa. Ma voi ora fate attenzione, se ci tenete alla pelle. Perché stanno arrivando…

-Chi sta arrivando?

-Non sentite? Eppure c’è il rumore dei loro passi nel vento. E se non sbaglio ci sono proprio tutti e quattro…

-Tutti e quattro?

-Sì. Il Capitano Schweinze e Bacco e Strabacco e Cenere…che l’Occhio del Cielo si sollevi dal mare e li spazzi via per sempre!

Così dicendo ci volse le spalle e fuggì a gambe levate verso la porticina sul retro, subito seguita dal bastardino che le caracollò dietro in un mugolio sommesso.

 

Feci appena in tempo a stringere a me mia madre e mia sorella che già i primi colpi battevano sulla porta.

Poi la porta venne buttata giù da una spallata e quattro uomini irruppero dentro casa.

-Alles heraus!!! -gridò a gran voce un tedesco altissimo in divisa da ufficiale.

Puntò la pistola sulla fronte di mia madre:

-Los! Los! Alles heraus!*

In quanto agli altri tre uomini ci spinsero a forza sull’uscio della casa e poi cominciarono a sfasciare a pedate e a colpi di bastone tutto quello che gli capitava a tiro.

Il primo era grasso e grosso, aveva il viso arrossato e le labbra umide e larghe. Anche il secondo aveva il viso arrossato ed era grosso e grasso, ma aveva la bocca stretta e le labbra sottili.

Il terzo invece era grigio e asciutto come il tronco di un albero senza più acqua. Aveva gli occhi molto distanti l’uno dall’altro e fumava una sigaretta sottile come uno stelo d’avena.

-Eccolo qua, il nostro ebreuccio -mi apostrofò, tirandomi i capelli talmente forte da farmi piegare le gambe. -Il nostro piccolo giudeo figlio di mille sgualdrine giudee…

Strinsi i denti per non piangere e alzai lo sguardo verso il cielo.

E il cielo strepitò e pianse lacrime di pioggia, sull’isola di Non, mentre dalla cima del faro ora qualcuno ci guardava.

Non mi ero sbagliato dunque.

Sembrava un vecchio.

E i suoi capelli, lunghissimi e bianchi, correvano nel vento liberi e lontani.

 

 

4

Gli ebrei bevono il sangue dei cristiani

 

-Padre nostro che sei nei cieli sia santificato il tuo nome venga il tuo regno sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra dacci oggi il nostro pane quotidiano rimetti a noi i nostri debiti… E poi? -mi chiese Marta, seduta sulla brandina che puzzava di disinfettante.

-…come noi li rimettiamo ai nostri debitori non ci indurre in tentazione…-suggerii.

-…ma liberaci dal male… Amen! Ecco, ora me lo ricordo -concluse. -Ma se mi chiedono l’Ave Maria? Quella non la ricordo mai! Penseranno davvero che sono una giudea…

-Il Pater nostro basterà, vedrai -le sussurrai piano. -Ma tu cerca di ricordatelo bene, parola per parola e sino alla fine...

Cercai di dare alla mia voce un tono rassicurante:

-Non dire parolacce, mi raccomando. E se ti chiedono di papà ricordati che è al fronte. E che noi non lo vediamo da un pezzo. E che anche lui è cattolico romano battezzato come noi. E che noi siamo venuti sull’isola solo per sfuggire ai bombardamenti degli americani e non perché siamo giudei…

Marta assentì col capo e continuò a trafficare sul muro col suo coltellino.

-Cosa stai facendo? -le chiesi.

-Niente, niente… Non preoccuparti…

La sua voce suonava così indifesa, nella semioscurità, che se avessi potuto mi sarei messo a urlare, per come l’avevano presa e portata sin là, a furia di botte sulla testa e sulla schiena.

Lungo la strada che portava alla caserma, al vociare dell’ufficiale tedesco e dei tre uomini, qualche abitante dell’isola si era affacciato sugli usci delle case. Ma erano solo donne e anziani pescatori, e dai loro sguardi spaventati e chini compresi che nessuno sarebbe corso in nostro aiuto, e che chi portava la divisa, sull’isola come in città, era il padrone di ogni cielo e di ogni terra, sia che la divisa fosse quella grigio verde dei tedeschi, sia che fosse quella nera dei fascisti.

Bacco e Strabacco e Cenere, così li aveva chiamati la ragazza, erano fascisti e indossavano il colore nero come se ci fossero nati dentro calzati e vestiti.

Cenere sembrava il più importante dei tre.

Appena arrivati alla caserma sulla parte opposta dell’isola aveva fatto entrare mia madre in una stanza, e poi aveva ordinato a me e a mia sorella di seguire Bacco e Strabacco lungo un corridoio stretto e male illuminato.

Ambedue si trascinavano dietro l’odore pesante e acidognolo degli alcolizzati. Un misto di vino da quattro soldi e sporcizia non lavata che gli stava appiccicata addosso insieme agli stemmi del fascio sulle maniche e al teschio bianco sui berretti.

-Entrate qui -ci avevano detto.

Poi avevano richiuso la porta della cella.

E ora aspettavamo che qualcos’altro succedesse.

Così cercai di riordinare i pensieri.

Perché ci avevano presi? E dov’era finita la zia Agata? E perché la ragazza ne aveva parlato al passato, come se  fosse morta e sepolta?

E poi chi era il vecchio che avevo visto in cima al Faro? Era stato lui che ci aveva visti arrivare e ci aveva denunciati? O  era stata la ragazza?

Mi presi la testa tra le mani. Sino a quel momento non avrei mai creduto che qualcuno potesse scambiarmi per giudeo.

Anche se il professor Quasimodo, quando ancora in città si andava a scuola, ce l’aveva detto e ridetto che i giudei si nascondono tra noi travestiti da buoni cristiani, con gli stessi abiti, le stesse facce, gli stessi occhi e tutto il resto, così che non era affatto facile smascherarli.

 

 

Il professor Quasimodo sapeva tutto dei giudei.

Diceva che era per colpa loro che era scoppiata la guerra. Perché erano tutti demoplutocapitalisti e bolscevichi della peggior risma, oltre che traditori e bugiardi e infingardi e chi più ne ha più ne metta. Così che il mondo era andato sottosopra e ora ci sarebbe voluto un mucchio di tempo per rimettere a posto le cose .

Al professor Quasimodo, quando parlava dei giudei, qualcosa si incendiava sul viso e negli occhi.

Ogni settimana ci leggeva a gran voce un brano dei Protocolli di Sion1, il patto segreto sottoscritto a Basilea da tutti i giudei di tutti i paesi per arrivare al dominio del mondo, oppure ci dettava un brano del professor Giovanni Preziosi sui caratteri deteriori della razza ebraica, marciando a grandi passi per l’aula e battendo i talloni sul pavimento come se anche lui indossasse una divisa. Lui che era mezzo cieco e piccolo e storto e gobbo a furia di stare chino sui libri.

A volte ci faceva fare il riassunto di qualche capitolo della Storia di Cristo di Giovanni Papini. Soprattutto di quelli che parlavano delle malefatte di Giovanni Buttadeo2 che respinse Gesù alla croce sul Calvario, e anche di quelli che raccontavano i misfatti di tutti gli altri ebrei erranti per il mondo. Poi ce le faceva ripetere ad alta voce davanti ai nostri compagni, perché nessuno si dimenticasse di quanta perfidia si nascondesse nelle sinagoghe, dove ogni notte si malediceva Nostro Signore e i peggiori giudei sputavano sulla Croce e imbevevano del sangue dei cristiani il loro pane azzimo3.

Io, sino a quando mio padre non tornò dal fronte, ci avevo creduto a tutte quelle cose.

Ma poi lui una sera trovò il mio quaderno degli appunti e lo lesse da capo a fondo e senza dire niente lo strappò e lo fece in mille pezzettini.

Più tardi lo sentii parlare sottovoce con mia madre, in camera da letto.

Lei sembrava molto preoccupata.

-E’ pericoloso -disse.

Lui prese a camminare a grandi passi avanti e indietro, furibondo come quando qualche giorno prima le aveva suonate a Marta, e poi affermò:

-Anita, non voglio che i miei figli s’imbevano di tutto questo veleno. Non lo sopporto…

Alzò la voce:

-E poi sono tutte menzogne, sai…

Mia madre scosse la testa e insistette con voce dolce ma decisa:

-E’ pericoloso, ti dico. Cosa dirà domani Matteo al professor Quasimodo?

Mio padre allora ebbe uno scatto d’ira, uno dei suoi, come gli succedeva sempre più spesso da quando era tornato dal  fronte. Strinse a pugno le due sole dita che gli erano rimaste nella mano sinistra e poi afferrò il paralume dal comodino e lo scagliò ad infrangersi contro la parete.

-Ti ho detto che sono tutte coglionate!!!

Seppi così che anche mio padre diceva le parolacce. E che quelle che ci insegnava il professor Quasimodo erano tutte coglionate.

 

-Venite un po’ qua, voi due.

Sulla porta della cella Bacco agitava un bastone sottile e nodoso, stringendolo per l’estremità rivestita di cuoio.

Pensai che era proprio uno stupido a minacciarci con quell’arnese, dato che sarebbe bastata una sua semplice manata per mandarci a gambe all’aria, se gli fosse venuta voglia di farlo.

Per un po’ pensai che l’avrebbe fatto davvero, o che almeno avrebbe ricominciato a urlare e darci botte sulla testa, o a tirarci per i capelli e per le orecchie sino a farci lacrimare di rabbia. Invece all’improvviso ci sorrise, come se lui la sapesse lunga sul nostro conto:

-Prendete le vostre cose. Veloci!

Mi chinai sulla brandina per prendere le mie valigie e il cuore mi balzò un’altra volta in gola.

Subito mi misi tra Bacco e la parete gonfia di muffa e di umidità. Poi lanciai un’occhiataccia a mia sorella. Accidenti a lei, al suo coltellino e al giorno in cui aveva preso il brutto vizio di scrivere sui muri.

Lei invece mi guardò come se cadesse dalle nuvole e facendo finta di niente

volse le spalle al suo capolavoro:

 

abbaso i fasisti

bruti e batardi e figgli diputana


* Via! Via! Tutti fuori!


 

1 Clamoroso falso storico pubblicato per la prima volta a Pietroburgo nel 1903 e plagiato da un libello contro Napoleone III edito a Bruxelles nel 1864 da Maurice Joly. In Italia apparve per la prima volta nel 1921 in un’edizione curata dall’antisemita Giovanni Preziosi.

 

2 Uno degli appellativi (insieme a Isacco Lachedem e Ahasvero) dato all’ebreo “errante” la cui leggenda, formatasi nella Costantinopoli del IV secolo, venne utilizzata anche in Europa come motivo fortemente antigiudaico. Secondo la leggenda Buttadeo, ciabattino di Gerusalemme, impedì al Cristo che trasportava la Croce verso il Calvario di riposarsi sulla soglia della sua bottega: per questo motivo venne condannato a vagare per il mondo sino alla fine dei secoli.

 

3 Pane senza lievito utilizzato nei giorni della Pasqua ebraica.