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Non dire di me che ho fuggito il mare
Condaghes ed.



 



Un particolare ringraziamento va agli amici Daniel Vogelmann, Teresa Paribello, Giuseppe Pontremoli e Maria Bastanzetti, senza il cui incessante sostegno, la cui severità e i cui consigli questo libro non sarebbe mai nato


Alla piccola Sissel, che da Auschwitz non è tornata

 

 

PRIMA PARTE

 

Vienna, anno 2034

La prima parte di questo manoscritto, intendendo per manoscritto materiale cartaceo che non esiterei a definire d'epoca, mi venne consegnato la mattina del 9 marzo 2034, da tre singolari personaggi che riuscirono a introdursi nei miei uffici, aggirando il controllo dei portieri, degli impiegati e delle segretarie.

Si trattava di un uomo e di due donne, talmente vecchi e curvi - non dissero i loro nomi e non si vollero sedere - che per stare in piedi dovevano appoggiarsi a tre grossi bastoni, sui cui corpi nodosi correvano alcune scritte incise in piccoli caratteri irregolari.

Il vecchio, che sul dorso di ambedue le mani mostrava cicatrici profonde e circolari, mi tese un grosso quaderno dalla copertina nera, con i bordi delle pagine stropicciati e bordati di rosso, e disse esattamente queste parole:

"Sono passati tanti anni ormai. E il tempo della memoria è breve."

A nulla valsero i miei ripetuti inviti a dare spiegazioni sull’intrusione e sul manoscritto.

Le pagine che costituiscono la prima parte di questo romanzo sono l'esatta trascrizione del contenuto del quaderno.

D. H. - editore

 

 


 

1

Era il 9 marzo...

 


Arrivammo in vista dell'isola di Non all'alba del 9 marzo 1944, mentre uno stormo di bombardieri americani volava alto nel cielo, e il cielo si riempiva di nuvole cupe e lontane.

L'isola, vista dal ponte del peschereccio, emergeva dal mare in una lunga striscia di terra, con un filo di spiaggia a farle da contorno, e con un promontorio alto e scosceso che si alzava sul lato nord.

Man mano che ci avvicinavamo alla costa, potei vedere bene il faro sul promontorio. Sembrava un vecchio faro abbandonato, con le mura sbrecciate e la base avvinta da una cupa vegetazione.

Fin dove l'occhio poteva arrivare un'infinità di gabbiani impazzava in piroette e capriole da saltimbanchi, lanciando grida acute e brevi.

- Ma è un'isola deserta! - esclamò mia sorella Marta. - Solo una maledettissima isola deserta!

Lanciò un’occhiata a mia madre, che ai piedi della cabina di guida cercava riparo dal vento.

 - Merda secca! - sbottò.

Mia madre non sentì le parole di Marta. E d'altronde Marta non diceva quasi mai le parolacce, se mia madre si trovava abbastanza vicina da poterle sentire.

Però mi girai ugualmente verso di lei e le allungai uno scapaccione.

- Ehi! Questa me la paghi!! - protestò. - Chi credi di essere?

Le allungai un altro scapaccione.

Chi credevo d'essere?

Solo un ragazzo di fronte a un'isola sconosciuta. Con il padre chissà dove e con il maledetto mondo che intorno a me sprofondava nella guerra.

 

Mio padre era andato via con i partigiani, il giorno prima. Secondo me per via delle tre dita che aveva perso al fronte. Il mignolo, l'anulare e il medio della mano sinistra. Un vero guaio dato che lui era mancino.

Era rientrato talmente malconcio, dalla Russia[1], che per molti mesi avevamo creduto che non ce l'avrebbe fatta. Aveva il viso verde, una ragnatela di rughe sulla fronte e una febbre maligna che non lo abbandonava mai e lo scuoteva da capo a piedi come i rami del salice in giardino, quando il vento tirava da nord e li prendeva per mano.

Marta ogni tanto entrava nella sua stanza e si accoccolava ai piedi del letto, aspettando che aprisse gli occhi e le dicesse qualcosa. Era capace di stare lì per ore ed ore, salvo quando lui cominciava a mormorare frasi sconnesse e poi tirava fuori il braccio sinistro, agitandolo nell'aria.

Mia sorella non sopportava quella mano senza dita.

Prima impallidiva, poi diventava più verde di mio padre, infine usciva come un ciclone dalla stanza, sbattendo tutto e dicendo a bassa voce le peggiori parolacce che le venivano in mente.

 

Marta conosce tutte le parolacce di questo mondo. E le dice anche, quando mia madre non è nei paraggi e quando si trova di fronte a qualcosa di troppo grande per lei.

Il guaio è che è tutto troppo grande per lei. Non solo perché dimostra solo sei anni, e invece ne ha già otto, ma anche per via della guerra e di tutti quei morti sulle strade.

Quando un lunedì mattina bombe e spezzoni vennero giù in pieno giorno, a poca distanza dalla scuola, io pensai che sarei svenuto da un momento all'altro, a faccia in giù sulla polvere della strada. Lei invece rimase immobile, di fronte a un uomo raggomitolato contro il muro della scuola, gli occhi spalancati sul vuoto e le mani a burattinare nell'aria all'ultimo respiro, e non versò neppure una lacrima.

Tirò fuori dalla tasca il suo coltellino a serramanico e incise sul muro una croce piccola e sghemba.

Poi alzò il viso contro il cielo.

- Che vi venga un colpo - disse.  - Luridi bastardi!

 

Quando mio padre si rimise in piedi, e cominciò ad andare avanti e indietro per la casa dicendo che presto sarebbe salito in montagna a combattere i fascisti e i tedeschi, e che gliela avrebbe fatta pagare, per la maledetta guerra e le dita della mano sinistra, mi spiegò che non dovevo preoccuparmi per le parolacce di Marta.

- Sai Matteo - mi disse - sono tempi difficili, questi. E Marta è troppo piccola per poter accettare questo orrore…

- Vuoi dire che non dobbiamo rimproverarla e che la dobbiamo lasciar fare?

 - No - intervenne mia madre.  - Vuol dire solo che bisogna avere un po' di pazienza, e che se anche uno scapaccione ogni tanto non guasta, la cosa si risolverà da sola, prima o poi.

     Da quando mio padre si era rimesso in piedi, mia madre aveva ripreso a dipingere. Dipingeva il mare, su vecchie federe tese sul legno o sui cartoni che io raccoglievo per strada, e il mare che dipingeva era sempre calmo e celeste. Più le bombe venivano giù a fare scempio di case e persone, più i suoi mari diventavano calmi e celesti.

Quando mia madre dipingeva i suoi quadri, Marta faceva di tutto per tenersi alla larga. Non riusciva neanche a guardarli, quei colori leggeri e soffusi. Scostava gli occhi infastidita da tutta quella pace, poi si avvicinava alla finestra per controllare che le macerie dei palazzi fossero ancora al loro posto, doloranti e rabbiose come sempre.

Allora fuggiva in giardino, sotto il salice, e lì la vedevamo andare avanti e indietro. Stringeva forte il suo coltellino a serramanico e potete proprio giurarci, che stava imprecando contro il mondo intero.

 

Solo una volta mio padre perse veramente le staffe, per le brutte parole di Marta. Lei rientrò un pomeriggio (si era sentito un gran clamore per le strade), e facendo irruzione in cucina disse:

- I  tedeschi caricano sui treni quei figli di cagna di stronzi giudei![2]

Vidi mio padre diventare verde come nei momenti in cui la febbre lo inchiodava a letto.

 - Cos'hai detto?

Mia sorella si era voltata e si era accorta della sua presenza.

 - Ripeti quello che hai detto - aggiunse lui. - Ripeti parola per parola...

Dopo di che si tolse la cinta dai pantaloni e gliele suonò come non gliele aveva mai suonate prima. Così tante che mia madre dovette intervenire per fermarlo e quasi non ce la faceva, furibondo com'era.

Più tardi capii che non era stato per quelle brutte parole, che mio padre si era infuriato in quel modo.

Perché quando Marta dopo cena gli si sedette in braccio, con la piccola testa poggiata sul suo petto, sentii che le diceva,  sottovoce:

- Mai più, mai più Marta, dovrai parlare in quel modo. Ho visto delle cose sai, ho visto delle cose all'est...

Si zittì e non aggiunse altro.

Ma mi sembrò di vedere qualcosa di inconfessabile nei suoi occhi, nascosto nel profondo più profondo, perché a nessuno di noi fosse dato conoscerlo. E non era né paura, né rabbia.

Era solo vergogna.

 

La notte dell'otto marzo mio padre ci accompagnò al porto di La Spezia, fino a un vecchio molo abbandonato dove ci attendeva il peschereccio che ci avrebbe portati all'Isola di Non.

 - A casa di zia Agata sarete al riparo dai bombardamenti - disse.

Mi prese da parte, prima di salutare mia sorella e mia madre, e per un po' ci guardammo negli occhi.

 - Devi pensare tu a loro - aggiunse, senza passarmi la mano tra i capelli e senza neppure abbracciarmi.

Io stranamente non avevo più parole in bocca.

Giurai dentro di me che l'avrei fatto e sentii l'odore del mare venirmi addosso. Era acre come quello delle lacrime che avrebbero potuto inondarmi il viso, se non avessi appena compiuto 12 anni e se mio padre non si fosse rivolto a me come a un uomo fatto e cresciuto.

 

 
 

2

Trenta case dai tetti rossi

- Vedete che non è deserta? - esclamò mia madre, non appena superammo il pendio che fino a quel momento ci aveva impedito la visuale dell'altra parte dell'isola.

Sotto di noi una ventina di case intonacate di bianco spiccavano alla luce del primo mattino, sparse a grappoli lungo la linea di una baia ampia e profonda, dove alcune barche da pesca si dondolavano sotto i soffi del vento.

L'Isola di Non aveva la forma di un ferro di cavallo un po'  divaricato, con il faro sul promontorio all'estremità nord, i grappoli di case a specchiarsi sulla baia ad est e un'altra grande costruzione all'estremità sud. Una caserma, o un vecchio magazzino militare forse,  con la bandiera italiana issata su un pennone e quella tedesca sul pennone affianco.

- Qual è la casa di zia Agata? - chiesi a mia madre.

- Dovrebbe essere quella - rispose, indicando una piccola costruzione immersa nel verde sulle pendici del promontorio. - Ma non è magnifico questo mare? - aggiunse, con gli occhi che le luccicavano. - Guardate, ora il cielo è coperto. Ma quando tornerà il sole vi accorgerete che avrà tutte le tonalità dell'azzurro….

- Uffa! - la interruppe Marta. - A me sembra solo un mucchio d'acqua. E poi ho fame - protestò. - E ho le scarpe piene di sabbia. E questa valigia è troppo pesante. Proprio a me dovevate darla?

A dire la verità Marta aveva portato sin lì la valigia più leggera, quella che conteneva i colori a olio, le spatole e i pennelli di mia madre.

- Vuoi che prenda io quella valigia? - le chiesi.

- Sì. Io prendo quest'altra. E' più leggera questa.

Così dicendo strinse i denti e afferrò a due mani la valigia più pesante, un vecchio arnese di cartone carico delle stoviglie e delle poche provviste che eravamo riusciti a portarci dietro da casa.

 

      Scendemmo lungo un sentiero che portava  ai piedi del promontorio e senza accorgercene cominciammo a parlare sotto voce. Non eravamo abituati a tutto quel silenzio, e per quanto io tentassi di goderne il più possibile, respirandolo a pieni polmoni insieme alla brezza mattutina, c'era qualcosa d'inquietante lì intorno.

Man mano che ci avvicinavamo al promontorio la sagoma del faro si fece più alta e imponente. Si alzava verso il cielo con le sue pietre di granito chiazzate dai muschi e dai licheni, e da lassù sfidava il vento e i malumori del mare.

Ebbi la netta sensazione che qualcuno, da lassù, osservasse i nostri movimenti.

Forse era solo il frutto della mia immaginazione.

Ma mi sentii di colpo così piccolo e indifeso, insieme a mia madre e a mia sorella Marta, che ebbi la certezza che neanche tutto quel silenzio, sarebbe bastato a tenerci lontani dalla guerra.

 

- Eccoci qui - disse mia madre, poggiando i suoi bagagli a terra.

La casa della zia Agata, la sorella minore di mia madre che tanti anni prima aveva sposato un pescatore dell'Isola di Non e che era rimasta vedova nei primi mesi di guerra, era proprio come avevo immaginato che fosse. Aveva gli intonaci corrosi dalla salsedine e uno spesso strato d'edera ricopriva buona parte della facciata anteriore e l'intero tetto.

Ma della zia Agata non c'era traccia.

Porte e finestre erano sprangate e un mucchietto di foglie secche si era accumulato sull'uscio.

Bussammo e ribussammo inutilmente, fino a quando mia madre lasciò pendere le braccia lungo i fianchi.

- Se fosse stata ancora a letto a quest'ora ci avrebbe sentito, non è vero? Dove può essere andata? - si chiese. Alzò lo sguardo al cielo che brontolando minacciava pioggia e aggiunse: - Bisognerà aspettare che torni...

Le indicai il mucchietto di foglie secche sull'uscio e le ragnatele agli angoli delle persiane.

- Questa casa è disabitata - dissi.

Gli occhi di mia madre si restrinsero in due fessure sottili e umide.

- E se vogliamo entrarci, prima che cominci a piovere - aggiunsi - dobbiamo forzare la porta o una delle finestre...

Sbuffando e sudando, grazie a un grosso cacciavite che mio padre aveva infilato nella mia valigia, riuscii a scardinare i battenti di una finestrella sul retro della casa. Sgusciai dentro e per poco non mi venne un colpo.

- C'è qualcuno in casa! - gridai.

- Come qualcuno? - chiese mia madre.

- Ti ho detto che ho visto qualcuno...

- Un uomo?

- No. Cioè sì. Cioè no. Forse è un cane...

- Un cane? - venne su Marta. - Dai apri la porta, cosa aspetti...?

Spalancai la porta e mia madre e mia sorella entrarono in casa. Aprimmo qualche altra finestra e ci guardammo intorno. Ma trovammo solo vecchi mobili, una cucina a legna coperta dalla polvere, e un grande camino che ancora conservava un ciocco di legna arso a metà. Fu solo quando spalancai la porta dell'ultima stanza, che capii di non essermi sbagliato.

Perché sul letto, un lettone con le spalliere in legno e i pomelli in ferro battuto,  c'era proprio un cane.

Bhe, non proprio un cane. Piuttosto un minuscolo cagnolino dal muso bianco e nero, dalle lunghe orecchie penzoloni e dall'aria irriverente e sfrontata.

- Piccolo! - saltò su mia sorella, battendo le mani e precipitandosi su di lui.

Io invece mi avvicinai alla scatola di cartone abbandonata sul pavimento e stracolma di barattoli di pasta e fagioli, gallette, riso, lattine di olio e altre razioni militari. Ma non feci in tempo ad allungare le mani verso quel piccolo tesoro, che una voce risuonò alle mie spalle.

- Non provare a toccarla, pezzo di idiota. Quella roba appartiene a me!

Ci girammo tutti verso l'angolo più buio della stanza.

- Merda secca! - disse Marta.

- Merda secca a te! - rispose l'ombra, tirando fuori la lingua e facendo un gestaccio con le mani.

 

3

Los! Los! Alles heraus!

 

SE MIA SORELLA avesse visto un fantasma, un fantasma maleducato e più  linguacciuto di lei, che faceva gestacci con le mani e con la bocca, non si sarebbe spaventata di più.

Saltò gambe all'aria sul letto, affianco al cagnolino, e lì rimase, immobile come una statua di sale.

Ma non era affatto un fantasma, quello che vedemmo uscire dall'ombra e afferrare la scatola dei viveri a due mani. Era una ragazzina magra come un chiodo, dai capelli neri cortissimi.

- Chi siete? - ci domandò.

Non poteva avere più di tredici o quattordici anni. Indossava vecchi pantaloni da pescatore arrotolati fino alle ginocchia, un paio di stivali troppo grandi e un maglione di lana che un tempo doveva essere stato bianco, bucato e strappato in più punti.

- Io sono Matteo - risposi. - Queste sono mia madre e mia sorella Marta...

- E tu chi sei? - le domandò mia madre, lasciandosi andare sulla sponda del letto.

La ragazza non rispose.

Si rivolse invece a Marta.

- Scommetto che tu dici un sacco di  parolacce, eh?

- Qualche volta...

- Beh, non c'è niente di male, dico io, anche se mio padre me le suonava sempre, pace all'anima sua...

Si girò verso mia madre.

- Da dove venite?

- Veniamo da La Spezia... Sai dirmi dov'è mia sorella Agata?

Vidi la ragazzina spalancare gli occhi per lo stupore.

- Credevo che foste... Voglio dire, ho sentito che forzavate la finestra e ho pensato... - si interruppe un attimo e poi riprese - ...Ma Agata lo diceva, che un giorno o l'altro vi sareste decisi a raggiungerla!

Di colpo la vedemmo sobbalzare e impallidire.

- Che succede? - chiese mia sorella.

- Shhhh! - fece lei, arricciando le labbra.

Si avvicinò a mia madre e le disse in fretta:

- Agata era una persona per bene. E anche molto coraggiosa. Ma ora voi fate attenzione a ciò che direte, se ci tenete alla pelle. Credo che qualcuno li abbia informati del vostro arrivo...

- Chi è stato informato del nostro arrivo?

- Non sentite? Eppure c'è il rumore dei loro passi nel vento. E se non sbaglio ci sono proprio tutti e quattro... Il capitano Himmelstoss e Bacco e Strabacco e Cenere... che l'Occhio del Cielo sollevi il mare e li spazzi via per sempre!

Così dicendo ci volse le spalle e fuggì verso la porticina sul retro, seguita dal cagnolino che le caracollò dietro.

 

Feci appena in tempo a stringere a me mia madre e mia sorella, che già i primi colpi battevano sulla porta. Poi la porta venne spalancata da una spallata e quattro uomini irruppero dentro casa.

- ALLES HERAUS!!! - gridò a gran voce un tedesco in divisa da ufficiale.

Puntò la pistola sulla fronte di mia madre:

- LOS! LOS! ALLES HERAUS! *

Gli altri tre uomini spinsero me e Marta sull'uscio di casa e cominciarono a rovistare nei nostri bagagli.

Il primo era grosso e grasso, aveva il viso arrossato e le labbra umide e spesse. Anche il secondo era molto corpulento, ma aveva la bocca stretta e le labbra sottili.

Il terzo invece era piccolo e asciutto come il tronco di un albero senza più acqua.

- Eccolo qua, il nostro piccolo giudeo! - mi apostrofò poco dopo all'aperto, tirandomi i capelli con tanta violenza da farmi piegare le gambe. Mi lasciò andare e accese una sigaretta sottile come uno stelo d'avena. - Il nostro piccolo giudeo preso in trappola come un topo! - ghignò.

Strinsi i denti per non piangere e alzai lo sguardo verso il cielo.

E il cielo strepitò e pianse lacrime di pioggia, sull'Isola di Non, mentre dalla cima del faro ora qualcuno ci guardava.

Non mi ero sbagliato dunque.

Sembrava un vecchio.

I suoi capelli, lunghissimi e bianchi, correvano nel vento liberi e lontani.

 



[1] Ben 30 mila soldati italiani, nel periodo dal 1941 al 1943, fecero ritorno dal fronte russo feriti più o meno gravemente.

[2] Il termine “giudeo”, che è sinonimo di “ebreo”, veniva utilizzato con toni dispregiativi

* Via! Via! Tutti fuori!

 

 (...) continua...



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