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Fiabe Andersen
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Gli abiti nuovi dell'imperatore
C'era una volta un imperatore che amava così tanto la moda da spendere tutto
il suo denaro soltanto per vestirsi con eleganza. Non aveva nessuna cura per i
suoi soldati, né per il teatro o le passeggiate nei boschi, a meno che non si
trattasse di sfoggiare i suoi vestiti nuovi: possedeva un vestito per ogni ora
del giorno, e mentre di solito di un re si dice: "È nella sala del
Consiglio", di lui si diceva soltanto: "È nel vestibolo".
Nella grande città che era la capitale del suo regno, c'era sempre da
divertirsi: ogni giorno arrivavano forestieri, e una volta vennero anche due
truffatori: essi dicevano di essere due tessitori e di saper tessere la stoffa
più incredibile mai vista. Non solo i disegni e i colori erano meravigliosi, ma
gli abiti prodotti con quella stoffa avevano un curioso potere: essi diventavano
invisibili agli occhi degli uomini che non erano all'altezza della loro carica,
o che erano semplicemente molto stupidi.
"Quelli sì che sarebbero degli abiti meravigliosi!", pensò
l'imperatore: con quelli indosso, io potrei riconoscere gli incapaci che
lavorano nel mio impero, e saprei distinguere gli stupidi dagli intelligenti!
Devo avere subito quella stoffa!".
E pagò i due truffatori, affinché essi si mettessero al lavoro.
Quei due montarono due telai, finsero di cominciare il loro lavoro, ma non
avevano nessuna stoffa da tessere. Chiesero senza tanti complimenti la seta più
bella e l'oro più brillante, se li misero in borsa, e continuarono a così, coi
telai vuoti, fino a tarda notte.
"Mi piacerebbe sapere a che punto stanno con la stoffa!", pensava
intanto l'imperatore; ma a dire il vero si sentiva un po' nervoso al pensiero
che una persona stupida, o incompetente, non avrebbe potuto vedere l'abito. Non
che lui temesse per sé, figurarsi: tuttavia volle prima mandare qualcun altro a
vedere come procedevano i lavori.
Nel frattempo tutti gli abitanti della città avevano saputo delle incredibili
virtù di quella stoffa, e non vedevano l'ora di vedere quanto stupido o
incompetente fosse il proprio vicino.
"Manderò dai tessitori il mio vecchio e fidato ministro", decise
l'imperatore, "nessuno meglio di lui potrà vedere che aspetto ha quella
stoffa, perché è intelligente e nessuno più di lui è all'altezza del proprio
compito".
Così quel vecchio e fidato ministro si recò nella stanza dove i due tessitori
stavano tessendo sui telai vuoti. "Santo cielo!", pensò, spalancando
gli occhi, "Non vedo assolutamente niente!"
Ma non lo disse a voce alta.
I due tessitori gli chiesero di avvicinarsi, e gli domandarono se il disegno e i
colori erano di suo gradimento, sempre indicando il telaio vuoto: il povero
ministro continuava a fare tanto d'occhi, ma senza riuscire a vedere niente,
anche perché non c'era proprio niente.
"Povero me", pensava intanto, "ma allora sono uno stupido? Non
l'avrei mai detto! Ma è meglio che nessun altro lo sappia! O magari non sono
degno della mia carica di ministro? No, in tutti casi non posso far sapere che
non riesco a vedere la stoffa!"
"E allora, cosa ne dice", chiese uno dei tessitori.
"Belli, bellissimi!", disse il vecchio ministro, guardando da dietro
gli occhiali. "Che disegni! Che colori! Mi piacciono moltissimo, e lo dirò
all'imperatore."
"Ah, bene, ne siamo felici", risposero quei due, e quindi si misero a
discutere sulla quantità dei colori e a spiegare le particolarità del disegno.
Il vecchio ministro ascoltò tutto molto attentamente, per poterlo ripetere
fedelmente quando sarebbe tornato dall'imperatore; e così fece.
Allora i due truffatori chiesero ancora soldi, e seta, e oro, che gli sarebbe
servito per la tessitura. Ma poi infilarono tutto nella loro borsa, e nel telaio
non ci misero neanche un filo. Eppure continuavano a tessere sul telaio vuoto.
Dopo un po' di tempo l'imperatore inviò un altro funzionario, assai valente, a
vedere come procedevano i lavori. Ma anche a lui capitò lo stesso caso del
vecchio ministro: si mise a guardare, a guardare, ma siccome oltre ai telai
vuoti non c'era niente, non poteva vedere niente.
"Guardi la stoffa, non è magnifica?", dicevano i due truffatori, e
intanto gli spiegavano il meraviglioso disegno che non esisteva affatto.
"Io non sono uno stupido!", pensava il valente funzionario.
"Forse che non sono all'altezza della mia carica! Davvero strano! Meglio
che nessuno se ne accorga!" E così iniziò anche lui a lodare il tessuto
che non riusciva a vedere, e parlò di quanto gli piacessero quei colori, e quei
disegni così graziosi. "Sì, è davvero la stoffa più bella del
mondo", disse poi all'imperatore.
Tutti i sudditi non facevano che discutere di quel magnifico tessuto. Infine
anche l'imperatore volle andare a vederlo, mentre esso era ancora sul telaio. Si
fece accompagnare dalla sua scorta d'onore, nella quale c'erano anche i due
ministri che erano già venuti, e si recò dai due astuti imbroglioni, che
continuavano a tessere e a tessere... un filo che non c'era.
"Non è forse 'magnifique'?", dicevano in coro i due funzionari;
"Che disegni, Sua Maestà! Che colori!", e intanto indicavano il
telaio vuoto, perché erano sicuri che gli altri ci vedessero sopra la stoffa.
"Ma cosa sta succedendo?", pensò l'imperatore, "non vedo proprio
nulla! Terribile! Che io sia stupido? O magari non sono degno di fare
l'imperatore? Questo è il peggio che mi potesse capitare!"
"Ma è bellissimo", intanto diceva. "Avete tutta la mia
ammirazione!", e annuiva soddisfatto, mentre fissava il telaio vuoto: mica
poteva dire che non vedeva niente! Tutti quelli che lo accompagnavano
guardavano, guardavano, ma per quanto potessero guardare, la sostanza non
cambiava: eppure anch'essi ripeterono le parole dell'imperatore:
"Bellissimo!", e gli suggerirono di farsi fare un abito nuovo con
quella stoffa, per l'imminente parata di corte.
"'Magnifique'!, 'Excellent'!", non facevano che ripetere, ed erano
tutti molto felici di dire cose del genere.
L'imperatore consegnò ai due imbroglioni la Croce di Cavaliere da tenere appesa
al petto, e li nominò Grandi Tessitori.
Per tutta la notte prima della parata di corte, quei due rimasero alzati con
più di sedici candele accese, di modo che tutti potessero vedere quanto era
difficile confezionare i nuovi abiti dell'imperatore. Quindi fecero finta di
staccare la stoffa dal telaio, e poi con due forbicioni tagliarono l'aria,
cucirono con un ago senza filo, e dissero, finalmente: "Ecco i vestiti,
sono pronti!"
Venne allora l'imperatore in persona, coi suoi più illustri cavalieri, e i due
truffatori, tenendo il braccio alzato come per reggere qualcosa, gli dissero:
"Ecco qui i pantaloni, ecco la giacchetta, ecco la mantellina..."
eccetera. "Che stoffa! È leggera come una tela di ragno! Sembra quasi di
non avere indosso nulla, ma è questo appunto il suo pregio!"
"Già", dissero tutti i cavalieri, anche se non vedevano niente,
perché non c'era niente da vedere.
"E ora", dissero i due imbroglioni, se Sua Maestà Imperiale vorrà
degnarsi di spogliarsi, noi lo aiuteremo a indossare questi abiti nuovi proprio
qui di fronte allo specchio!"
L'imperatore si spogliò, e i due truffatori fingevano di porgergli, uno per
uno, tutti i vestiti che, a detta loro, dovevano essere completati: quindi lo
presero per la vita e fecero finta di legargli qualcosa dietro: era lo
strascico. Ora l'imperatore si girava e rigirava allo specchio.
"Come sta bene! Questi vestiti lo fanno sembrare più bello!", tutti
dicevano. "Che disegno! Che colori! Che vestito incredibile!"
"Stanno arrivando i portatori col baldacchino che starà sopra la testa del
re durante il corteo!", disse il Gran Maestro del Cerimoniale.
"Sono pronto", disse l'imperatore. "Sto proprio bene, non è
vero?" E ancora una volta si rigirò davanti allo specchio, facendo finta
di osservare il suo vestito.
I ciambellani che erano incaricati di reggergli lo strascico finsero di
raccoglierlo per terra, e poi si mossero tastando l'aria: mica potevano far
capire che non vedevano niente.
Così l'imperatore marciò alla testa del corteo, sotto il grande baldacchino, e
la gente per la strada e alle finestre non faceva che dire: "Dio mio,
quanto sono belli gli abiti nuovi dell'imperatore! Gli stanno proprio
bene!" Nessuno voleva confessare di non vedere niente, per paura di passare
per uno stupido, o un incompetente. Tra i tanti abiti dell'imperatore, nessuno
aveva riscosso tanto successo.
"Ma l'imperatore non ha nulla addosso!", disse a un certo punto un
bambino. "Santo cielo", disse il padre, "Questa è la voce
dell'innocenza!". Così tutti si misero a sussurrare quello che aveva detto
il bambino.
"Non ha nulla indosso! C'è un bambino che dice che non ha nulla
indosso!"
"Non ha proprio nulla indosso!", si misero tutti a urlare alla fine. E
l'imperatore rabbrividì, perché sapeva che avevano ragione; ma intanto
pensava: "Ormai devo condurre questa parata fino alla fine!", e così
si drizzò ancora più fiero, mentre i ciambellani lo seguivano reggendo una
coda che non c'era per niente.
L'acciarino
Fiaba di Hans Christian Andersen
Ùn-due, ùn-due! Un soldato veniva avanti marciando per la strada
principale. Con lo zaino sulle spalle e la sciabola al fianco, perché era stato
alla guerra, e adesso tornava a casa. Sulla strada s'imbatté in una vecchia
strega: era davvero orribile, col labbro che le scendeva fino al petto!
"Buonasera, bel soldatino!" disse, "che bella sciabola che hai,
che grande zaino! Sei davvero un bel soldatino! Ora sì che potrai avere tutti i
soldi che vuoi".
"Grazie tante, vecchia strega!", rispose il soldato.
"Vedi lì quel grosso albero?", la vecchia gliene indicò uno che si
ergeva di fianco a loro. "Dentro è tutto cavo. Se ti arrampichi fin sulla
cima troverai un buco; nel quale puoi farti scivolare fino in fondo; io ti
legherò una corda intorno alla vita per poterti tirare su, quando mi
richiamerai.
"Ma cosa devo fare dentro quell'albero?", chiese il soldato.
"Prendere il denaro!", rispose lei. "Quando arriverai in fondo
all'albero cavo, sappi che ti troverai in un gran corridoio illuminato da più
di cento lampade. Vedrai tre porte, e le potrai aprire, perché le chiavi sono
nella toppa. Se entri nella prima stanza vedrai in mezzo al pavimento una grande
cassa. Sopra c'è seduto un cane: i suoi occhi sono grandi come tazze da tè, ma
non farci caso. Ti darò il mio grembiule a quadretti bianchi e celesti da
stendere sopra il pavimento. Tu va verso il cane, acchiappalo, mettilo sul
grembiule steso, apri la cassa e prendi tutti i soldi che vuoi. Sono tutti di
rame, ma se li vuoi d'argento non hai che d'andare nella seconda stanza. Lì
c'è un cane dagli occhi grandi come macine da mulino, ma non farci caso,
mettilo sul mio grembiule steso, e prendi tutto quello che vuoi! Se invece
preferisci dell'oro, nella terza stanza puoi prendere tutto quello che riesci a
portare. Il cane che sta accovacciato sulla cassa delle monete d'oro ha due
occhi grandi come la Grande Torre di Copenaghen: quello sì che è un cane,
credi a me! Ma non farci troppo caso: mettilo sul mio grembiule e non ti farà
niente, e prendi pure dalla cassa tutto l'oro che vuoi".
"Mica male", disse il soldato; "ma io che dovrei darti, vecchia
strega?" Perché pure qualcosa per te, non è vero?"
"Non voglio niente", rispose la strega, "neanche un soldo! La
sola cosa che devi prendere per me è un vecchio acciarino che mia nonna ha
lasciato la sotto l'ultima volta che è scesa".
"Va bene", disse il soldato, "allora legami con la corda".
"Eccola qui", disse la vecchia. "Ed ecco il mio grembiule a
quadretti bianchi e turchini".
Il soldato allora si arrampicò sull'albero e si lasciò cadere nel tronco cavo:
proprio come la strega aveva detto, li sotto c'era un grande corridoio,
illuminato da centinaia e centinaia di lampade.
Quando aprì la prima porta, mamma mia! C'era proprio un cane con gli occhi
grandi come tazze di tè, che lo fissava severo.
"Sei proprio un bel tipo!", gli disse il soldato.
Lo mise nel grembiule della strega e afferrò tutti i soldi di rame che poteva
mettere in tasca; poi chiuse la cassa, ci rimise su il cane, ed entrò nella
seconda stanza. Accidenti! Là c'era un cane con gli occhi grandi come macine di
un mulino.
"Non guardarmi tanto, che ti si rovina la vista", gli disse il
soldato.
Mise il cane sul grembiule della strega, e quando vide tutti quei soldi
d'argento, buttò via tutti quelli di rame che aveva e si riempì le tasche e lo
zaino solo di argento. Poi arrivò alla terza stanza. Che orrore! Il terzo cane
aveva davvero due occhi grandi come la Grande Torre di Copenaghen, e li faceva
girare come due ruote!
"Buona sera", disse il soldato, e si levò il berretto, dato che in
tutta la sua vita non aveva mai visto un cane del genere; ma dopo un po' pensò
che poteva bastare, lo mise sul pavimento, aprì la cassa e... Dio mio, quanto
oro! Poteva comprarci tutta Copenaghen, tutti i maialini di zucchero delle
venditrici di dolciumi ambulanti, tutti i soldatini di piombo, tutti i cavalli a
dondolo del mondo! Lì sì che ce n'erano di quattrini! Gettò tutto l'argento
che aveva nelle tasche e nello zaino, e al suo posto prese l'oro, e se ne
riempì le tasche, lo zaino, il berretto e gli stivali, tanto che riusciva
appena a camminare. Ora sì che era ricco! Rimesso il cane sul cassone,
rinchiuse la porta e gridò, attraverso il tronco cavo: "Tirami su, vecchia
strega!"
"E l'acciarino, ce l'hai?", chiese quella.
"Già, è vero, me l'ero totalmente dimenticato!", e andò a
prenderlo. Allora la strega lo tirò su, e lui si trovò di nuovo sulla strada
principale, con tasche, stivali, zaino e berretto pieni di denari.
"Cosa te ne fai dell'acciarino?", chiese il soldato.
"Sono fatti miei", rispose la strega, "tu hai avuto l'oro! Io
voglio soltanto l'acciarino!"
"Poche storie", disse il soldato, dimmi subito cosa ci vuoi fare, o
con la mi asciabola ti taglio la testa!"
"No!", gridò la strega. E allora il soldato le tagliò la testa: zac!
Poi raccolse tutti i soldi nel suo grembiule, se lo mise alle spalle come
fagotto, si mise in tasca l'acciarino, e se ne andò direttamente in città.
Era una città molto bella, ed egli si recò nella locanda più lussuosa; chiese
la camera migliore e ordinò i suoi piatti preferiti, perché era ricco e poteva
permettersi tutto quello che voleva.
Il servitore, mentre li puliva, trovò che i suoi stivali sembravano vecchi e
veramente ridicoli per un signore così ricco, ma era solamente perché ancora
non ne aveva comperati di nuovi. Il giorno dopo acquistò degli stivali
adeguati, e altri bei vestiti. Ora era diventato un distinto signore, e si fece
raccontare tutte le meraviglie della città, tra cui il re, e la sua figlia, che
era una principessa molto graziosa.
"Dove si può vederla?"
"Non si può vederla", dicevano tutti. "Vive in un grande
castello di rame, con tanti muri e tante torri tutto intorno! Nessuno può
andare a trovarla, eccetto il re, perché una profezia dice che sposerà un
soldato semplice, e questo al re non va!"
"Vorrei proprio vederla", pensava il soldato, ma non gli fu possibile.
Ora se la spassava davvero: andava a teatro, attraversava il parco reale in
carrozza, e faceva la carità ai poveri: un bel gesto da parte sua, ma lui
sapeva cosa vuol dire trovarsi senza il becco di un quattrino! Adesso che era
ricco e ben vestito, aveva anche tanti amici, e tutti lo trovavano un cavaliere
simpatico e nobile, e di questo lui era molto contento. Ma a furia di spendere
ogni giorno del denaro senza intascarne mai, alla fine gli rimasero soltanto due
soldi, e dovette lasciare la bella camera dove aveva abitato per andare a stare
in una minuscola mansarda, dovette lucidarsi da solo gli stivali e rattopparseli
con un grosso ago: nessuno dei suoi amici veniva più a trovarlo, perché
c'erano troppi scalini da salire.
Una sera molto scura il soldato, che non poteva più nemmeno comprarsi una
candela, si ricordò si un moccoletto appiccicato all'acciarino che aveva preso
sotto l'albero cavo, quando la strega gli aveva chiesto di scendere. Allora
tirò fuori il moccoletto e l'acciarino, lo batté per accendere il fuoco, e
proprio mentre le scintille sprizzavano dalla pietra focaia, si spalancò la
porta e gli si parò davanti il cane con gli occhi grandi come tazze di te che
aveva già incontrato sotto l'albero.
"In cosa posso servire il mio padrone?", domandò il cane.
"Ma tu guarda", esclamò il soldato, "gran cosa quest'acciarino!
Quindi posso avere tutto quello che desidero!", e, rivolto al cane, gli
domandò di procurargli del denaro. Il tempo di contare fino a tre, e quello non
c'era più; il tempo di contare di nuovo fino a tre, ed eccolo di nuovo, con in
bocca un sacco pieno di soldi.
Adesso sì che il soldato aveva capito cosa c'era di tanto interessante in
quell'acciarino! Se lo batteva una volta arrivava il cane che stava sulla cassa
del rame, se lo batteva due volte arrivava il cane sulla cassa dell'argento; se
lo batteva tre volte veniva quello dell'oro. Così il soldato ritornò nella sua
bella camera al primo piano, indossò di nuovo dei bei vestiti, e tutti i suoi
vecchi amici lo riconobbero subito, e tutti gli volevano bene.
Un giorno pensò: "Peccato che non si possa vedere la principessa! Tutti
dicono che dev'essere molto bella! Ma a che le serve, se deve per forza rimanere
rinchiusa nel grande castello di rame, circondato da tante torri? Davvero non
riuscirò mai a vederla? Ma dov'è il mio acciarino?" Lo batté, ed eccogli
davanti il cane con gli occhi grandi come tazze da tè.
"È tarda notte, lo so", disse il soldato, "ma brucio dal
desiderio di vedere la principessa, anche per un solo istante!"
Il cane si lanciò fuori dalla porta, e prima che il soldato se ne accorgesse,
di ritorno con la principessa addormentata in groppa. Era così graziosa che
chiunque poteva accorgersi subito che si trattava di una vera principessa. Il
soldato non poté resistere al suo desiderio, e la baciò: era pur sempre un
soldato!
Il cane poi tornò indietro con la principessa, ma la mattina dopo, mentre il re
e la regina prendevano il tè, la fanciulla raccontò che durante la notte aveva
fatto un sogno molto strano, con un cane e un soldato; aveva cavalcato in groppa
al cane, e il soldato le aveva dato un bacio.
"Proprio un bell'affare!",
disse la regina.
La notte dopo una delle vecchie dame di compagnia dovette vegliare presso il
letto della principessa per vedere se si trattava davvero di un sogno.
Il soldato si tormentava dal desiderio di rivedere la splendida principessa, e
così la notte il cane la venne a riprendere, e ripartì il più veloce
possibile; ma la vecchia dama si mise i suoi stivaloni e lo inseguì altrettanto
velocemente. Quando li vide sparire in una grande casa pensò: "Ecco dov'è
andata", e fece una gran croce col gesso sulla porta. Poi tornò a casa e
si mise a letto. Quando il cane uscì per riportare a casa la principessa, vide
che era stata tracciata una croce sulla porta del soldato: allora con un pezza
di gesso tracciò delle croci su tutte le porte della città. Fu un'ottima idea:
adesso la dama di corte non poteva trovare la casa giusta, perché c'erano croci
dappertutto.
La mattina dopo, molto presto, il re, la regina e la vecchia dama di corte
andarono a vedere dov'era stata la principessa.
"Eccola qui!" gridò il re appena scorse la prima porta segnata con
una croce.
"Ma no, caro marito, è quella là", disse la regina, vedendo una
croce su un'altra porta.
"Qui ce n'è un'altra! E anche qui", gridarono tutti, man mano che
vedevano le croci sulle porte. Finché non capirono che così era inutile
continuare a cercare.
Ma la regina era una donna molto furba, che non era capace soltanto di andare in
carrozza, ma anche di tante altre cose. Con le sue grandi forbici d'oro, tagliò
un grosso pezzo di seta e lo ricucì assieme, in modo sa formare un grazioso
fagotto; lo riempì poi di granturco tritato, lo legò alla schiena della
figlia, e quando ebbe finito fece un buchetto in fondo al fagotto, in modo che
il granturco cadendo si spargesse sulla strada percorsa dalla principessa.
Quella notte il cane tornò a prendersi la fanciulla sulla groppa, per portarla
dal soldato, che le voleva tanto bene, e che avrebbe desiderato essere un
principe, per poterla sposare.
Il cane non si accorse del granturco sparso dal palazzo fin sotto la finestra
del soldato, e si arrampicò su per il muro insieme alla principessa. La mattina
dopo il re e la regina videro così dov'era stata la loro figlia: allora presero
il soldato e lo misero in prigione.
Com'era buio e noioso, nella prigione! Poi gli dissero: "Domani
t'impiccheremo!", e queste non sono cose che si sentano dire
volentieri". In più, aveva dimenticato l'acciarino alla locanda. La
mattina dopo, attraverso le sbarre di ferro della piccola finestra, poté vedere
la gente che correva fuori dalla città per andare a vedere la sua impiccagione.
Sentiva i tamburi suonare, e vedeva i soldati marciare. Correvano fuori della
città proprio tutti; c'era tra gli altri anche un apprendista calzolaio, in
grembiule di cuoio e pantofole, e correva così forte che una ciabatta gli
sfuggì, e andò a sbattere proprio contro il muro dove il soldato stava
affacciato contro le sbarre di ferro.
"Ehilà, ragazzo, che bisogno c'è di tanta furia?", gli gridò il
soldato. "Tanto prima che arrivi io non succederà niente: se piuttosto
vuoi fare una corsa dove abitavo prima e portarmi il mio vecchio acciarino, ti
darò quattro soldi. Ma devi sbrigarti!"
I quattro soldi non dispiacevano al ragazzo, che corse a prendere l'acciarino,
lo allungò al soldato e... state un po' a sentire quello che accadde ora.
Fuori dalla porta della città avevano drizzato una grande forca; intorno
c'erano soldati, e centinaia di migliaia di persone. Il re e la regina sedevano
su un magnifico trono, proprio di fronte al giudice e a tutto il Consiglio.
Il soldato era già in cima alla scaletta, e stavano per mettergli la corda al
collo, quando egli disse che era tradizione esaudire l'ultimo desiderio del
condannato, prima dell'esecuzione. A lui sarebbe piaciuto tanto tirare un'ultima
boccata dalla sua pipa: l'ultima prima di andare all'altro mondo.
Questo il re non poteva proprio negarglielo: e allora il soldato prese il suo
acciarino, lo sbatté per accendere il fuoco, una, due, tre volte! Ed ecco che
tutti e tre i grossi cani saltarono fuori: quello con gli occhi grandi come due
tazze di tè, quello con occhi grandi come macine da mulino, e quello con gli
occhi grandi come la Grande Torre di Copenhagen!
"Aiutatemi adesso, fate in modo che non mi impicchino!", chiese il
soldato, e allora i cani si gettarono sui giudici e su tutto il Consiglio,
presero l'uno per le gambe, l'altro per il naso, e li gettarono in aria così in
alto che ricadendo si ruppero in tantissimi pezzi.
"Io no!" gridò il re, ma il cane più grosso di tutti afferrò anche
lui e la regina, e li gettò dietro a tutti gli altri. Allora i soldati si
spaventarono, e tutta la gente si mise a urlare: "Caro soldatino, sii tu il
nostro re, e ti daremo in sposa la nostra bella principessa!"
Misero il soldato nella carrozza reale, e tutti e tre i cani lo precedettero
danzando e gridando evviva; i ragazzi fischiavano con le dita nella bocca, e i
soldati facevano il presentat'arm. La principessa uscì dal castello di rame e
divenne regina, cosa che le fece molto piacere. Le nozze durarono otto giorni, e
i cani sedettero a tavola con gli altri, spalancando tanto d'occhi.
Il baule volante
Di Hans Christian Andersen
C'era una volta un mercante così ricco, ma così ricco, che avrebbe potuto
lastricare una strada intera con le sue monete d'argento e d'oro, ma non lo
faceva. Lui usava il suo denaro soltanto così: se gli usciva un soldo dalla
tasca, di sicuro ce n'entravano altri venti; era fatto così, quel mercante, e
così morì.
Il figlio, che ereditò tutto quel denaro, amava vivere spensieratamente: tutte
le sere andava ai balli in maschera, e usava le banconote per fare gli aquiloni,
e si divertiva a far rimbalzare sullo specchio d'acqua del lago non i ciottoli
tondi, ma le monete d'oro, che saltavano meglio: alla fine gli restarono
soltanto quattro soldi e nessun vestito, ma soltanto un paio di babbucce e una
vecchia vestaglia. I suoi amici non si curavano più di lui, dato che non poteva
più uscire con loro nelle strade; ma uno di loro, che era il più buono, gli
mandò un vecchio armadio e gli disse: "Mettici dentro le tue cose".
Ma lui non aveva più niente! Allora ci entrò lui stesso.
Era un baule molto strano. Non appena si chiudeva la serratura, esso si alzava
in volo; e così anche quella volta si alzò, e passando per la cappa del
camino, volo fin sopra le nuvole, lontano lontano: il fondo del baule cigolava,
e lui aveva una gran paura che si rompesse: che ruzzolone avrebbe fatto! Vola
che ti vola, il baule arrivò nel Paese dei Turchi. Quando fu arrivato nascose
il baule nel bosco, sotto le foglie secche, dopodiché entro nella città:
poteva permettersi di farlo, perché in Turchia tutti vanno in giro in babbucce
e vestaglia, come lui. A un certo punto incontrò una balia con un bambino.
"Senti un po', balia turca!", disse lui. "Sai dirmi cos'è quel
palazzo vicino alla città, con finestre così alte?"
"Lassù abita la figlia del re", rispose la balia. "Le fu
predetto che sarebbe stata infelice per causa di un fidanzato: perciò nessuno
al mondo può avvicinarla, a meno che non sia accompagnato dal re e dalla
regina".
"Molte grazie", disse il figlio del mercante, e ritornò nel bosco.
Quando fu arrivato entrò nel baule, volò sopra il tetto del palazzo ed entrò
da una finestra proprio nella stanza della principessa.
Lei era distesa su un sofà, e dormiva: era così bella che il figlio del
mercante dovette darle un bacio; ella si svegliò spaventatissima, ma lui le
disse che era il Dio dei turchi in persona. E che era disceso dal cielo per
incontrarla: la cosa le fece molto piacere.
Allora si misero a sedere l'uno di fianco all'altro, ed egli le raccontò favole
sui suoi occhi: diceva che erano due laghi oscuri e splendidi, che i pensieri ci
nuotavano come sirene, e la sua fronte era un monte di neve con meravigliose
camere e splendidi quadri; e le raccontava anche della cicogna, che porta i cari
bambini. Che belle fiabe che raccontava! Finché lui non chiese la sua mano, e
lei gli rispose di sì.
"Se vieni a trovarmi sabato prossimo", disse lei, "il re e la
regina saranno qui a prendere il tè! Senz'altro si sentiranno molto lusingati
del fatto che io sposo il Dio dei turchi. Però tu dovresti inventare una favola
che sia davvero molto bella, perché i miei genitori ci tengono assai: mia madre
le vuole con la morale, secondo la tradizione; mio padre invece le preferisce
buffe, perché gli piace ridere.
"D'accordo, in dono alla mia sposa porterò una fiaba", disse lui, e
così si separarono. Prima però la principessa gli fece dono di una scimitarra
tutta tempestata di monete d'oro, che gli garbava assai.
Una volta uscito dal palazzo, volò a comprarsi una vestaglia nuova, e poi
rientrò nel bosco. Qui si mise a sedere e cercò di pensare a una fiaba: doveva
averne una pronta per sabato, il che non era per niente facile.
Finché un giorno la fiaba fu pronta, ed era proprio sabato.
Il re e la regina, con tutta la corte, lo aspettavano nella camera della
principessa bevendo il tè, e lo accolsero con molta gentilezza.
"Allora, ci vuole raccontare una fiaba?", disse la regina, "Ma
che sia profonda e istruttiva!"
"Però deve fare anche ridere", disse il re.
"Senz'altro!", rispose lui, e cominciò a raccontare. Adesso bisogna
fare molta attenzione.
"C'era una volta un pacchetto di fiammiferi, i quali appartenevano a una
famiglia nobile, e ne andavano molto orgogliosi: il loro albero genealogico era
un vecchio e maestoso albero nella foresta. Adesso i fiammiferi stavano sulla
mensola, tra un acciarino e una vecchia pentola di ferro, ed era a loro che essi
raccontavano la loro giovinezza: "Allora", dicevano, "al tempo
dei nostri verdi anni, stavamo proprio sopra un albero verde! Ogni alba e ogni
tramonto ci veniva servito il tè di diamanti, cioè la rugiada, e per tutto il
giorno avevamo i raggi del sole, perché il sole splendeva, e tutti gli uccelli
del bosco venivano a raccontarci delle storie. Noi sapevamo bene di essere
ricchi, perché gli altri alberi erano vestiti soltanto nei mesi d'estate,
mentre la nostra famiglia poteva permettersi verdi vestiti d'estate e d'inverno.
Ma poi arrivarono dei boscaioli, vi fu una grande rivoluzione, e la nostra
famiglia andò perduta. Il tronco principale del casato trovò posto come albero
maestro su una bellissima nave, che se voleva poteva fare il giro del mondo; gli
altri rami andarono chi di qua, chi di là, e a noi fu dato l'incarico di
accendere la luce per la plebaglia; è solo per questo motivo che gente nobile
come noi è venuta a stare qui in cucina!"
"A me le cose sono andate in un modo diverso", disse la pentola in
ferro accanto ai fiammiferi. "Dal giorno che sono venuto al mondo, mi hanno
bollito e raschiato tante volte! A me tocca di occuparmi di cose concrete, e
diciamo la verità, la più importante della casa sono io. Il mio unico piacere
è stare sulla mensola, dopo il pranzo, ben lavata e risplendente, a conservare
con garbo coi compagni, anche se, a parte il secchio dell'acqua che ogni tanto
dà un'occhiata al cortile, noi siamo tutta gente casalinga. L'unica a portarci
un po' di notizie da fuori è la sporta, ma è quella è sempre così agitata
quando ci parla di popolo e di governo, perché è una democratica; si figuri,
l'altro giorno dallo spavento una vecchia pentola è caduta sul pavimento e si
è rotta!"
"Basta, stai chiacchierando troppo", disse l'acciarino, e batté sulla
pietra focaia, sprizzando scintille. "Non sarebbe ora di organizzare una
serata divertente?"
"Perché non discutiamo di chi tra di noi è il più distinto?",
dissero i fiammiferi.
"Meglio di no", disse la pentola, "non mi piace parlare di me;
perché invece non organizziamo un veglione come si deve? Posso cominciare io:
vi racconterò una storia che ciascuno di noi ha vissuto: è così utile
approfondire le proprie esperienze! Ed è anche molto divertente! Dunque: sulle
sponde del mar Baltico, all'ombra dei faggi di Danimarca...".
"Che bell'inizio", dissero i piattini in coro, "questa storia ci
piacerà senz'altro!"
"È laggiù che ho passato la mia giovinezza, presso una famiglia
tranquilla. I mobili venivano sempre spolverati, il pavimento tirato a lucido, e
ogni quindici giorni si cambiavano le tendine..."
"Com'è interessante questa storia", disse il piumino; "si
capisce subito che chi parla è una signora; dalle sue parole spira un'aria
così pulita!"
"Proprio così!", disse il secchio dell'acqua, e dalla gioia fece un
tal balzo che l'acqua si rovesciò sul pavimento.
Ma la pentola continuò a raccontare: e la fine non fu meno bella del principio.
Tutti i piatti tintinnavano dalla gioia; il piumino raccolse del prezzemolo
verde dal secchio della sabbia e incoronò la pentola, perché sapeva che questo
avrebbe fatto rabbia a gli altri. "E poi", pensava dentro di sé,
"se io la incorono oggi, domani sarà lei a incoronare me".
"Adesso vogliamo ballare!", dissero le molle del focolare, e
ballarono: Dio, mio, quanto alzavano le gambe! La vecchia fodera della sedia
nell'angolo si sbellicava a guardarle. "E adesso, possiamo essere
incoronate anche noi?", chiesero. E anche loro furono incoronate.
"Dio mio! Dopo tutto non è che plebaglia!", pensavano i fiammiferi.
Ora toccava alla teiera a cantare, ma si sentiva un po' raffreddata, disse, non
poteva mica cantare se non era sul punto di bollire; ma la verità è che le
piaceva cantare soltanto a tavola, tra gli invitati.
Vicino alla finestra c'era una vecchia penna d'oca, che la cuoca usava sempre
per fare i conti; in lei non c'era nulla che richiamasse l'attenzione, a parte
il fatto che lei era sempre troppo immersa nel suo calamaio, e ne andava anche
orgogliosa. "La teiera non vuol cantare?" sbottò lei, "Bene; qui
fuori nella gabbia c'è un usignolo: lui sì che sa cantare. Lei invece non ha
mai imparato nulla... ma forse stasera non vogliamo sparlare di nessuno!"
"Trovo molto sconveniente", disse il bollitore, che amava cantare in
cucina, ed era fratellastro della teiera", dover ascoltare un uccello
estraneo di quel genere. Vi sembra patriottico? La sporta cosa ne pensa?"
"Io non posso che friggere dalla rabbia!", disse la sporta, " non
potete immaginare quanto sia arrabbiata! Vi pare il modo di trascorrere una
serata? Non sarebbe meglio mettere un po' in ordine la casa? Ognuno allora
dovrebbe mettersi al proprio posto, e io dovrei dirigere tutti quanti. Questo
sì che sarebbe diverso"..
"Sì, sì, facciamo baccano", dissero tutti quanti. In quel momento la
porta si spalancò. Era la domestica, e tutti si misero fermi, nessuno aprì
bocca; ma non c'era una sola pentola che non si sentisse molto distinta e che
non fosse ben conscia delle sue capacità. "Ah! Se avessi voluto",
pensava ognuna di loro, "sarebbe stata davvero una serata divertente".
La cameriera prese i fiammiferi e accese il fuoco. Mamma mia, come bruciavano!
Che fiamme!
"Adesso sì", pensavano, "Che tutti possono vedere chi sono i
più importanti! Che splendore, che luce abbiamo noi!..." ed erano già
consumati".
"Che bella fiaba", disse la regina, "mi sembrava proprio di
essere in cucina, vicino ai fiammiferi! Ora ti daremo in sposa nostra
figlia".
"Certo", disse il re, "la sposerai lunedì stesso!", perché
gli davano del tu, dal momento che ormai faceva parte della famiglia.
Furono fissate le nozze, e la sera della vigilia tutta la città fu illuminata;
volavano per l'aria ciambelline e maritozzi; i bambini per strada si alzavano
sulla punta dei piedi per afferrarle, e gridavano: "Urrà", e
fischiavano con le dita; era uno spettacolo straordinario.
"Eh sì, anch'io forse dovrei fare qualcosa!", pensò il figlio del
mercante; e comprò fuochi artificiali, petardi e tutto il resto, li mise nel
baule e si alzò in volo.
Che spettacolo! Che botti!
Tutti i turchi, a ogni botto, saltavano così in alto che le loro babbucce
sfioravano le orecchie; non si era mai visto uno spettacolo del genere. Ora sì
che era chiaro che quello era proprio il Dio dei turchi, lo sposo promesso della
principessa.
Quando il figlio del mercante fu ridisceso nel bosco, pensò: "Mi
piacerebbe ora recarmi in città e sentire che impressione ho fatto!" E in
fondo era normale che desiderasse una cosa del genere.
Mamma mia, le cose che la gente non diceva! Tutti quelli a cui domandava
dicevano una cosa diversa, ma erano d'accordo: era stato straordinario.
"Io ho visto il Dio dei turchi in carne e ossa", gridava uno;
"Aveva gli occhi come stelle brillanti, e una barba come acqua
spumeggiante".
"Volava su un tappeto di fuoco", diceva un altro; "e bellissimi
angeli uscivano fuori dalle pieghe!"
Oh, quante belle cose sentiva dire sul suo conto! E il giorno dopo si sarebbe
sposato.
Allora ritornò nel bosco, per rimettersi nel baule, ma dove mai si era messo
quel baule? Era bruciato! Una scintilla dei fuochi artificiali c'era caduta
dentro, poi il fuoco si era propagato, e così il baule era ridotto in cenere.
Ora non poteva più volare, né tornare dalla sua fidanzata.
Lei rimase tutto il giorno sul tetto ad aspettare; e sta ancora aspettando,
mentre egli gira il mondo e racconta le sue fiabe: ma non sono più così
allegre come quella che raccontò sui fiammiferi.
Che gente strana
Un giorno la pulce, la cavalletta e il saltamartino decisero di fare a chi
salta più in alto. Invitarono allo spettacolo il mondo intero, e chiunque altro
avesse voglia di venire: che gente strana si radunò allora nella stanza.
"Se le cose stanno così", disse il re, "tanto vale che io dia
mia figlia in sposa a chi salta più in alto! Perché sarebbe veramente una
meschineria far saltare questa brava gente per nulla!"
La pulce si fece avanti per prima: era dotata di molto buone maniere e salutava
sempre a destra e a sinistra, perché aveva sangue di nobildonna nelle vene ed
era abituata a frequentare soltanto umani, il che è tutto dire.
Venne poi la cavalletta, che a onor del vero era un po' più appesantita, ma pur
sempre assai beneducata; indossava la divisa verde che aveva ereditato dalla sua
antichissima famiglia, che si diceva provenisse dall'antico Egitto, dove i suoi
pare che godessero di un'alta reputazione. Era stata catturata direttamente in
un campo e collocata in una casetta di carte a tre piani. Le carte erano tutte
figure, con la parte colorata rivolta verso l'interno: c'era anche la porta e
una finestra, ritagliata proprio nel petto della dama di cuori. "Io so
cantare così bene", diceva la cavalletta, "ma così bene, che una
volta sedici grilli di campagna, che si esercitano da quando sono nati, ma non
hanno mai avuto una casa di carte da gioco, quando mi hanno sentito sono
diventati ancor più verdi dalla rabbia!"
La pulce e la cavalletta cercavano in tutti i modi di darsi importanza: sia
l'uno e l'altro dicevano di meritare senz'altro le nozze con una principessa.
Il saltamartino non parlava per niente, ma proprio per questo si diceva che lui
pensasse più di tutti gli altri: il cane di corte, dopo averlo fiutato per un
pezzo, assicurò che si trattava di un saltamartino di buona famiglia; e anche
l'anziano consigliere, che a furia di stare zitto aveva ottenuto ben tre
decorazioni, affermò che il saltamartino era addirittura dotato del dono della
profezia: infatti dalla sua schiena si poteva capire se l'inverno sarebbe stato
rigido o mite - il che a dire il vero non si può saperlo nemmeno dalla schiena
di chi legge l'almanacco.
"Benissimo, ma io non faccio pronostici", disse il vecchio re;
"quello che penso me lo tengo per me".
Venne il momento di saltare. La pulce saltò tanto in alto che nessuno la vide:
ma in questo modo tutti dissero che non aveva saltato per niente! Roba da matti!
La cavalletta saltò e arrivò almeno a metà dell'altezza della pulce; ma andò
a sbattere contro il re, il quale protestò che era un crimine di lesa maestà!
Il saltamartino rimase per tantissimo tempo fermo a riflettere: tanto che tutti
ormai si erano convinti che non avrebbe saltato.
"Si sente male?", chiese il cane di corte, e di nuovo l'annusò: ma
oplà! Quello fece un piccolo salto e andò a finire proprio in grembo alla
principessa, che era seduta su un seggiolino d'oro.
Disse il re: "Il salto più alto è quello che arriva fino a toccare mia
figlia! Eccola qui tutta l'astuzia della gara, ma bisognava avere testa per
arrivarci, e il saltamartino ha dimostrato di averla".
Così fu lui a sposare la principessa.
"Eppure io ho saltato più alto di tutti!", diceva la pulce. "Ma
che importa! La principessa si tenga pure quello sgorbio! Quello che ha saltato
più in alto sono io, ma a questo mondo bisogna essere grossi per essere
notati".
E andò ad arruolarsi nella legione straniera, dove poi pare sia morta
ammazzata.
Quanto alla cavalletta, lei se ne tornò nel fosso, a meditare tristemente su
come vanno le cose a questo mondo; anche lei diceva sempre: "Bisogna essere
grossi..." Ma poi ci compose sopra una canzone malinconica, dalla quale noi
abbiamo tratto questa storia. Che potrebbe anche non essere vera, benché sia
stata stampata.
Il custode dei maiali
di Hans Christian Andersen
C'era una volta un principe povero, che possedeva un reame piccolo piccolo,
ma grande abbastanza per potercisi sposare: e infatti lui voleva proprio
sposarsi. Certo, era una bella sfacciataggine da parte sua andare dalla figlia
dell'imperatore e chiederle: "Vuoi sposarmi?", ma lui l'osò, perché
il suo nome era pur sempre conosciuto nel mondo: c'erano centinaia di
principesse che a una domanda così avrebbero risposto subito di sì: ma lei,
invece, niente.
Ora, state un po' a sentire quel che successe...
Sulla tomba del padre di questo principe cresceva un cespuglio di rose
meraviglioso. Questo cespuglio fioriva ogni cinque anni, e faceva una rosa sola,
un fiore tanto bello che odorandolo ci si dimenticava di tutti i dolori e le
preoccupazioni; e sul cespuglio veniva un usignolo che nel suo piccolo becco
sembrava contenere tutte le melodie del mondo. Quella rosa e quell'usignolo
sarebbero stati il dono per la principessa: infatti il principe li chiuse in un
astuccio e glieli mandò.
L'imperatore ordinò che gli mostrassero i doni, nel grande salone dove anche la
principessa veniva a giocare con le sue dame di compagnia (era l'unica cosa che
lei sapesse fare). Fu così che , quando vide gli astucci dei regali, batté le
mani dalla gioia.
"Magari fosse un gattino", disse lei: e invece saltò fuori una
splendida rosa.
"Che meraviglia", dissero tutte le dame.
"È veramente bella", disse l'imperatore .
Ma quando la principessa la toccò con la mano, per poco non si mise a piangere.
"Che orrore , padre!", disse; "non è finta, è vera!"
"È vera? Che orrore!" dissero le dame.
"Aspettiamo prima di arrabbiarci" disse l'imperatore; vediamo prima
cosa c'è nell'altro astuccio. Saltò fuori l'usignolo: all'inizio cantava così
bene che nessuno poteva lamentarsi.
Le dame si misero a fare apprezzamenti in francese, una meglio dell'altra:
"Superbe! Charmant!".
Ma poi un vecchio cavaliere osservò: "Mi ricorda molto il carillon della
povera imperatrice. È la stessa melodia, lo stesso tono."
"È vero!", disse l'imperatore , e si mise a piangere come un bambino.
"Allora, forse non è un uccello vero", disse la principessa.
"Ma certo che è un uccello vero", dissero quelli che lo avevano
portato lì.
"Allora se ne può anche volare via", disse quella, e non permise
assolutamente che il principe venisse a trovarla a corte.
Ma lui non si lasciò intimidire ; si spalmò sulla faccia una tinta marrone
scura, si abbassò il berretto sulle orecchie e bussò alla porta.
"Buongiorno, imperatore", disse. "Potrei per caso entrare a
servizio nel vostro palazzo?"
"Eh, ma lo sa quanti ce ne sono, come lei, che cercano un lavoro!"
disse l'imperatore. "Però, aspetta un po', ho bisogno di qualcuno che stia
di guardia ai miei maiali. NE abbiamo così tanti!"
E il principe fu assunto come guardiano dei maiali dell'imperatore . Gli fu data
una lurida stanzetta negli scantinati, vicino alla stalla, e dovette rimanere
lì. Per tutto il giorno rimase seduto a lavorale, e prima di sera aveva già
fabbricato una marmitta; intorno all'orlo aveva messo dei campanellini che , non
appena la zuppa bolliva, cominciavano a suonare alla perfezione una vecchia
melodia:
"O mio povero Agostino,
Tutto è andato, andato, andato..."
Ma la cosa migliore era che se uno infilava il dito nel fumo che saliva dalla
marmitta, capiva subito dall'odore quali cibi stavano cuocendo sui fornelli di
tutta la città: altro che belle rose!
Proprio in quel momento passò la principessa con tutte le dame; e quando sentì
la melodia si fermò, molto contente, perché anche lei la conosceva.
"O mio povero Agostino,
Tutto è andato, andato, andato..."
Anzi, era la sola canzone che conosceva, ma la sapeva suonare soltanto con un
dito solo.
"Il nostro custode dei maiali dev'essere molto colto", disse; "sa
proprio la canzone che conosco io!", disse. "Di grazia, andate a
chiedergli quanto costa il suo strumento".
E così una delle dame dovette mettersi gli zoccoli per andare a parlare con
lui.
"Cosa volete per quella marmitta?", gli chiese.
"Voglio dieci baci dalla principessa!", disse il custode.
"Mamma mia!", rispose la dama.
"Mi dispiace, ma non posso venderla per meno".
Quando la dama fu tornata, la principessa le chiese: "E allora, cos'ha
detto?"
"Non posso ripetervelo", rispose la dama; "È troppo
orribile".
"Ditemelo almeno nell'orecchio", rispose lei, e così la dama glielo
disse nell'orecchio.
"Che razza d'insolente!", disse la principessa, e se ne andò; ma
aveva fatto ancora pochi passi che i campanelli ripresero d'incanto a
tintinnare:
"O mio povero Agostino,
Tutto è andato, andato, andato..."
"Di grazia", disse, "andate a chiedergli se gli vanno bene
dieci baci delle mie dame".
"Proprio no, grazie", fu la risposta del custode dei maiali.
"Dieci baci della principessa: è la mia ultima parola".
"Che disdetta!", disse la principessa; "bisognerà che voi dame
vi mettiate davanti a me, affinché non ci veda nessuno.
Le dame la circondarono da tutte le parti e allargarono le gonne: così il
custode dei maiali ottenne dieci baci, e lei ebbe la pentola.
Che bel divertimento! Per tutta la notte e tutto il giorno misero a bollire la
marmitta; così sapevano tutto quello che si stava cucinando in città, dalla
casa del ciambellano a quella del ciabattino. Le dame ballavano e battevano le
mani dalla contentezza.
"Noi sappiamo chi avrà la zuppa e chi avrà la focaccia! Sappiamo chi
avrà la minestra e chi avrà le briciole! Questo sì che è interessante".
"Certo che è interessante", disse l'intendente della corte.
"Sì, ma mi raccomando, acqua in bocca! Io sono la figlia
dell'imperatore!"
"Ma si figuri", dicevano in coro tutte quante.
Il custode dei maiali - che in realtà era un principe, ma tutti lo prendevano
per un vero custode di maiali - non lasciava passare un giorno senza inventarsi
qualcosa. Un giorno costruì una raganella: quando uno la faceva girare
saltavano fuori tutti i valzer, le polche e le mazurche che sono state composte
sin dalla notte dei tempi.
"Questo sì che è davvero 'superbe'", disse la principessa quando
passò di lì. "Non ho mai sentito canzoni così belle! Di grazia, andate a
chiedergli quanto costa quello strumento; attenzione, però: io baci non glieli
do!"
Una dama entrò a chiedere, e tornò dicendo che il custode dei maiali voleva
cento baci.
"Ma quello lì è proprio matto, secondo me!", disse la principessa; e
stava per andarsene; ma dopo qualche passo tornò indietro: "Bisogna pur
incoraggiare l'arte!", pensò. "Dopotutto io sono la figlia
dell'imperatore! Ditegli che gli darò dieci baci, come l'altro giorno, e gli
altri glieli danno le dame!"
"Veramente a noi non piace", dissero queste.
"Quante storie!", rispose la principessa. "Se lo bacio io,
perché non dovreste baciarlo anche voi? Dopotutto vi pago il vitto e
l'alloggio!" E così la dama dovette tornare dal custode.
"Vuole soltanto cento baci dalla principessa", disse, "Se no
ognuno resta con quello che ha".
"Fate da paravento", sospirò la principessa: e una volta che tutte le
dame si furono messe davanti, baciò il custode dei maiali.
"Che sarà mai tutta quella ressa davanti alla stalla dei maiali?", si
chiese l'imperatore , che si era affacciato al balcone. Si stropicciò gli occhi
e poi inforcò gli occhiali. "Ma sono le dame di compagnia! Chissà cosa
stanno combinando! Bisogna che vada a vedere!", e si tirò le pantofole sul
calcagno - veramente un tempo erano state scarpe, ma lui le aveva tutte
consumate.
Non appena fu sceso nel parco, prese a camminare piano piano, ma le dame non si
accorsero di lui, perché erano troppo impegnate a sorvegliare il corretto
svolgimento della faccenda: il porcaro non doveva ricevere troppi baci, ma
nemmeno troppo pochi. Così a un certo punto lui si alzò sulle punte dei piedi.
"Ma cosa state combinando?", disse, e quando vide che si stavano
baciando, tirò loro una pantofola in testa, proprio mentre il guardiano dei
maiali veniva baciato per l'ottantaseiesima volta. "Via! Sparite!",
disse l'imperatore , infuriato, e così la principessa e il custode dei maiali
furono banditi da tutto l'impero.
Lei si mise a piangere , mentre il custode dei maiali la sgridava, e pioveva a
catinelle.
"Povera me!", diceva la principessa. "Se mi fossi sposata quel
bel principe! Come sono infelice".
Il custode dei maiali andò dietro a un albero, si tolse la tinta nera dalla
faccia, si tolse gli stracci e si rimise il suo vestito da principe, talmente
bello che la principessa fece un profondo inchino davanti a lui.
"Cara mia!", disse lui; "Lo sai? Ormai non ti voglio più bene,
anzi! Non hai voluto un principe onorato, non sai nulla di rose e usignoli, ma
per un sonaglio hai baciato un custode di maiali: ben ti sta!"
E se ne tornò nel suo regno, chiudendo la porta col catenaccio: e così a lei
non rimase altro da fare che restare fuori a cantare:
"O mio povero Agostino,
Tutto è andato, andato, andato..."