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LE AVVENTURE DI HUCKLEBERRY FINN
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Mark Twain.
LE AVVENTURE DI HUCKLEBERRY FINN.
AVVERTENZA.
Chi cercherà di trovare uno scopo in questa narrazione sarà perseguito
a termini di legge; chi tenterà di trovarvi una morale sarà esiliato;
chi cercherà di trovarvi una trama sarà fucilato.
ORDINE DELL'AUTORE.
per tramite del G. G, Capo dell'Ufficio Sussistenza.
CAPITOLO 1.
Come civilizzare Huck - Mosè e i Cani di Palude - La signorina Watson
- Tom Sawyer in attesa.
Non potete sapere niente di me senza che avete letto un libro che si
chiama "Le avventure di Tom Sawyer", ma non è che importi molto. Quel
libro è stato fatto dal signor Mark Twain, e lui ha detto la verità,
in genere. C'è stato qualcosa che ha un po' esagerato ma per lo più ha
detto la verità. E questo non significa niente. Non ho mai visto
nessuno che, una volta o l'altra, non raccontasse bugie, salvo zia
Polly, o la vedova, o forse Mary. Zia Polly (e lei sarebbe, poi, la
zia Polly di Tom) e Mary e la vedova Douglas: ecco, è di loro che si
parla, anche, in quel libro che è un libro quasi tutto vero. Con
qualche fronzolo, come dicevo prima.
Ecco, dunque quel libro andava a finire così: Tom e io troviamo i
soldi che i ladri avevano nascosto nella grotta e così diventiamo
ricchi. Ci sono toccati seimila dollari a testa: tutti dollari d'oro!
Quando erano lì, ben messi in tanti mucchietti, era uno spettacolo che
non vi dico! Una quantità fantastica di soldi. Bene, il giudice
Thatcher se li è presi lui e li ha messi in banca a un certo
interesse, e così hanno cominciato a fruttarci un dollaro a testa al
giorno, per tutti i giorni dell'anno; erano talmente tanti che uno non
sapeva proprio cosa farne. La vedova Douglas, lei, invece, mi ha preso
per figlio e sperava di civilizzarmi; ma era duro vivere sempre in
casa, considerando che la vedova era un tipo molto perbene e
abitudinaria in un modo terribile in tutto quello che faceva; così
quando non ce l'ho più fatta a resistere, me la sono svignata. Ho
infilato di nuovo i miei vecchi stracci e me ne sono tornato nella mia
botte e me ne stavo alla grande, libero e tutto contento. Invece viene
a cercarmi Tom Sawyer per dirmi che voleva mettere insieme una banda
di ladri e che avrei potuto entrarci anch'io, soltanto se tornavo
dalla vedova e diventavo una persona rispettabile. Così ci sono
tornato.
La vedova si è messa a piangere, bagnandomi tutto, e a chiamarmi la
sua pecorella smarrita, e poi mi ha chiamato con un sacco di altri
nomi, ma non lo faceva per offendermi, no. Mi fa infilare di nuovo
quei vestiti nuovi e io mi accorgo che non mi resta che sudare, e
sudare, e mi sento tutto impiccato dentro, che non potevo neanche
muovermi. Bene, e poi tutto è ricominciato come prima. La vedova
suonava un campanello per la cena e bisognava arrivare in tempo. E
quando si era a tavola, non si poteva cominciar subito a mangiare ma
bisognava aspettare che la vedova, chinata la testa, borbottasse
qualcosa sulla roba che c'era nei piatti anche se non avevano niente
che non andasse. Cioè, c'era un fatto: ogni cosa veniva cucinata per
conto suo. In un recipiente pieno di avanzi è diverso; tutto rimane
mescolato insieme, il sughetto finisce un po' su tutto e quello che si
mangia è molto più buono.
Dopo cena ha tirato fuori un libro e voleva impararmi Mosè e i Cani di
Palude (1); e io non stavo più nella pelle dalla voglia di sapere come
andava a finire, ma dopo un po' salta fuori che Mosè è morto da un
sacco di tempo e allora non me n'è più importato niente di lui perché
a me la gente morta non interessa.
Dopo un po' mi è venuta voglia di fumare e ho domandato alla vedova se
me lo permetteva. Lei, invece, no. Ha detto che era un brutto vizio, e
poco pulito, e che dovevo cercare di smettere. Ecco com'è fatta certa
gente. Se la prendono per una cosa senza neanche sapere bene di cosa
si tratta. Per esempio, si agitava tanto per quel Mosè - che, fra
l'altro, non era neanche suo parente e non serviva più a nessuno visto
che ormai, capite, era morto - e invece criticava esageratamente me
che facevo una cosa che aveva del buono perché mi piaceva. E pensare
che lei annusava il tabacco; ma, naturalmente, su quello non c'era
niente da ridire perché lo faceva lei.
Sua sorella, la signorina Watson (una vecchia zitella magra,
abbastanza sopportabile, con un paio di occhiali grandi così) era
venuta da un po' a vivere con lei; e adesso comincia zelantemente -
anche lei! - a occuparsi di me, con un sillabario. E mi mette sotto e
mi fa sgobbare per quasi un'oretta, poi la vedova le ha detto di non
esagerare con l'impegno. Io non ce l'avrei fatta a resistere ancora
per molto. Poi, per un'ora, ho creduto di morire di noia e continuavo
ad agitarmi sulla seggiola. Allora la signorina Watson diceva: Non
appoggiare lì i piedi, Huckleberry. - E ancora: - Non strusciare i
piedi per terra a quel modo, Huckleberry... Stai seduto bello dritto -
; e dopo un po', ancora: - Non star lì a bocca aperta, e non
stiracchiarti a questo modo, Huckleberry... Perché non cerchi di
comportarti bene? - Poi si è messa a raccontarmi di quel Brutto Posto
e io ho detto che mi sarebbe piaciuto andarci. Allora lei si è
arrabbiata in un modo tremendo ma io non volevo offenderla. A me
interessava soltanto andare da qualche parte; avevo una gran voglia di
cambiare, qualsiasi posto andava bene, non volevo fare il difficile.
Lei comincia a dire che era male dire quello che avevo detto; e che
lei non direbbe una cosa come quella nemmeno per tutto l'oro del
mondo; perché "lei" voleva vivere in modo da andare un giorno in quel
Bel Posto. Be', per quello che mi riguardava, non capivo cosa c'era da
guadagnarci ad andare anch'io dove voleva andare lei, così ho deciso
di non alzare un dito per andarci. Naturalmente non gliel'ho detto,
perché mi cacciavo soltanto in un mare di guai e non ne sarebbe venuto
fuori niente di buono.
Però adesso che era partita, non si fermava più e comincia a
raccontarmi tutto quello che sa sul suo Bel Posto. E dice che lassù
non si faceva altro che andare a zonzo tutto il giorno con un'arpa e
cantare per i secoli dei secoli. A me non ha fatto tutta questa
magnifica impressione. Però, guai a dirlo! Invece, provo a domandarle
se lei credeva che Tom Sawyer ci andava anche lui e lei mi rispose che
era impossibile! Io mi sono sentito tutto contento, allora, perché
volevo rimanere sempre insieme a lui: io e lui.
Ma la signorina Watson ha continuato a farmi un sacco di critiche e io
mi sono seccato e mi è venuta la malinconia. Dopo un po', ecco che
vanno a chiamare i negri e diciamo le preghiere e, poi, tutti a letto.
Sono salito in camera mia con un pezzo di candela e l'ho messo sul
tavolo. Poi mi sono buttato su una seggiola vicino alla finestra e ho
cercato di pensare a qualcosa di allegro, ma non ce l'ho proprio
fatta. Mi sentivo così solo che quasi quasi mi veniva voglia di
morire. Le stelle scintillavano, e le foglie nel bosco facevano un
fruscio che era tanto triste; ho sentito un gufo, lontano, che si
lamentava per qualcuno che era morto, e un succiacapre e un cane che
piangevano (anche loro) per qualcuno che stava per morire; e il vento
cercava di bisbigliare qualcosa e io non riuscivo a capire che cosa
fosse, e così mi sono venuti i brividi. Poi, fuori, laggiù nei boschi,
mi par di sentire quel tipo di rumore che fa un fantasma quando vuole
parlare di qualcosa che ha in mente e non riesce a farsi capire, e
così non può riposare serenamente nella sua tomba ma deve andare in
giro ogni notte a lamentarsi. Cominciavo a sentirmi così giù di morale
e così spaventato che avrei voluto un po' di compagnia. Dopo un po'
vedo un ragno che mi si arrampica sulla spalla; io me lo scrollo di
dosso e quello finisce sulla candela e, prima che faccia in tempo a
muovere un dito, quello è già tutto incenerito. Non avevo bisogno che
nessuno mi dicesse che era un bruttissimo segno, quello, e di sicuro
mi avrebbe portato sfortuna; avevo una tale paura che quasi quasi i
vestiti non mi stavano più addosso per la tremarella. Così mi sono
alzato e ho fatto tre giri su me stesso e ogni volta mi facevo il
segno della croce sul petto; poi mi sono legato un ciuffetto di
capelli con un filo per tener lontane le streghe. Ma non è che mi
sentissi molto tranquillo. Di solito, lo si fa quando si è perduto un
ferro di cavallo che si era trovato, invece di inchiodarlo sulla
porta, ma non avevo mai sentito dire da nessuno che ciò bastava per
combattere contro la cattiva sorte dopo aver ucciso un ragno
Mi sono messo di nuovo a sedere, ma tremavo dalla testa ai piedi, e ho
tirato fuori la mia pipa per farmi una pipatina; perché adesso tutta
la casa era in silenzio, come se fosse morta, e così la vedova non
poteva saperne niente. Be', dopo un bel po' ho sentito l'orologio,
quello distante, in paese, che comincia a suonare, bum-bum-bum, dodici
colpi e poi tutto torna tranquillo di nuovo... Anzi più tranquillo di
prima. Passa un po' di tempo e sento un ramoscello che si spezza giù
nel buio, in mezzo agli alberi; e c'era anche qualcosa che si muoveva.
Rimango fermo e tendo l'orecchio. Ed ecco che sento salire dal basso
un «miao! miao!» Magnifico! Rispondo: - Miao! Miao! - più piano che
posso, poi spengo la candela e scavalco la finestra e mi trovo sul
tetto della rimessa. Poi, di lì mi lascio scivolare fino a terra e
striscio quatto quatto sotto gli alberi ed ecco che lì, proprio come
immaginavo, c'è Tom Sawyer che mi aspetta.
NOTE.
NOTA 1: In realtà si tratta di canne di palude, ma Huck fraintende,
aggiungendo una nota di fantasia al racconto biblico.
CAPITOLO 2.
I ragazzi sfuggono a Jim - Jim! - La banda di Tom Sawyer - Piani ben
congegnati.
Ci siamo allontanati in punta di piedi per un sentiero fra gli alberi
verso il fondo dell'orto della vedova, e stavamo tutti curvi per non
farci graffiare la testa dai rami. Mentre passavamo davanti alla
cucina sono inciampato in una radice e ho fatto rumore. Ci buttiamo
giù, a terra, e nessuno si muove. Ma Jim, il negro grande e grosso
della signorina Watson, stava seduto sulla porta della cucina; lo si
vedeva abbastanza bene perché aveva la luce alle spalle. Lui si è
alzato in piedi e ha allungato il collo, tendendo l'orecchio. Poi ha
detto:
- Chi c'è?
E' rimasto ad ascoltare ancora un po'; poi è venuto fuori, e avanti,
in punta di piedi, e si è fermato proprio in mezzo a noi due; così
vicino che quasi potevamo toccarlo. Be', passa un minuto, ne passano
altri, e non si sentiva nessun rumore, e stavamo lì tutti e tre, uno
vicino all'altro. Poi c'è un punto della caviglia che comincia a
prudermi, ma io figurarsi se me la gratto; quindi si mette a prudermi
un orecchio, e dopo anche la schiena, in mezzo alle spalle. Mi pareva
che stavo per morire, se non mi fossi grattato. E' una cosa che ho già
notato un mucchio di volte. Se uno si trova in mezzo a gente distinta,
oppure a un funerale, o vorrebbe addormentarsi quando non ha sonno...
Insomma, se uno si trova in un posto qualsiasi dove non sta bene
grattarsi, ecco che si sente subito prudere in mille posti diversi.
Dopo un po' Jim dice:
- Ehi, chi sei? Dove sei? Che mi venga un accidente se non ho sentito
qualcosa! Be', lo so quello che devo fare. Mi siedo qui e non mi muovo
più finché non sento di nuovo quel rumore.
Così si mette seduto per terra, fra me e Tom. Appoggia la schiena
contro un albero e allunga le gambe che per poco con una non mi
toccava la mia. Adesso è il naso che comincia a pizzicare. E pizzica
tanto che mi vengono le lacrime agli occhi. Però non ho il coraggio di
grattarmi. Poi il naso comincia a pizzicarmi anche dentro. E poi mi
viene una gran voglia di grattarmi sotto. Non so come faccio a star
fermo. Questo tremendo fastidio va avanti almeno per sei o sette
minuti, ma a me sembrava un secolo. Ormai mi prudeva in undici posti,
tutti diversi. Ho cominciato a pensare che non ce la facevo a
resistere un minuto di più, invece ho stretto i denti e mi ci sono
provato. Proprio a quel punto Jim si è messo a respirare pesante; e
poi a russare. Allora mi sono sentito subito meglio.
Tom mi ha fatto un segno, una specie di rumorino con la bocca, e ce la
siamo svignata a quattro zampe. Quando eravamo a dieci passi, più o
meno, Tom mi ha bisbigliato che voleva legare Jim all'albero, così per
divertirsi; ma io ho detto di no; magari si svegliava e chissà che
finimondo piantava, e allora potevano accorgersi che io, in casa, non
c'ero. Poi Tom ha detto che non aveva candele abbastanza, e avrebbe
fatto un salto in cucina a prenderle. Io non volevo che ci provasse;
gli ho detto che Jim poteva svegliarsi e tornar dentro. Tom, invece,
non mi ha dato ascolto; così scivoliamo dentro e prendiamo tre
candele. E Tom ha lasciato sul tavolo cinque centesimi per pagarle.
Poi siamo tornati fuori e io non vedevo l'ora di squagliarmela; invece
Tom niente... Ha voluto ad ogni costo strisciare fin dove c'era Jim, a
quattro zampe, per fargli uno scherzo. Io sono rimasto ad aspettarlo e
mi sembrava che ci mettesse un secolo... e tutto era così silenzioso e
deserto.
Non appena Tom è tornato, abbiamo imboccato il sentiero lungo lo
steccato del giardino e a poco a poco siamo saliti fino in cima alla
collina dall'altra parte della casa. Tom mi racconta che ha sfilato il
cappello dalla testa di Jim e glielo ha appeso a un ramo che gli
pendeva proprio sopra, e che Jim si era mosso un po' ma senza
svegliarsi. In seguito Jim è andato in giro a raccontare che le
streghe lo avevano incantato e, quando lui era rimasto come
imbambolato, gli erano salite in groppa per farlo cavalcare per tutto
lo Stato, poi l'avevano riportato sempre sotto quegli alberi
appendendo il cappello a un ramo per fargli capire che erano state
loro. E la volta dopo che Jim ha raccontato quella storia, ha detto
che lo avevano fatto arrivare fino a New Orleans; e dopo, ogni volta
che la raccontava, gonfiava la storia sempre di più, tanto che, a un
certo momento, è arrivato a dire che gli avevano fatto fare il giro
del mondo, stancandolo tanto che per poco non moriva e che si era
ritrovato con la schiena tutta coperta di vesciche per colpa della
sella. Jim era enormemente fiero di questa avventura e ha cominciato a
darsi tante arie che quasi non si degnava più di guardare gli altri
negri. I negri venivano da miglia e miglia lontano per ascoltare Jim
che raccontava la sua storia, tanto che era diventato il negro più
importante della regione. Certi negri che prima non sapevano neanche
chi fosse, adesso lo ammiravano a bocca aperta e lo guardavano come se
fosse una meraviglia. I negri non fanno che parlare di streghe quando
diventa buio, accanto al fuoco della cucina; ma ogni volta che uno
cominciava a discorrerne e lasciava capire di sapere tutto quello che
c'era da sapere di queste cose, Jim capitava dentro e diceva: - Uhm!
Cosa ne vuoi sapere tu, delle streghe? - e quel negro chiudeva subito
il becco e andava a sedersi in un angolino. Jim portava sempre quella
monetina da cinque centesimi appesa al collo con un pezzo di spago e
diceva che quello era un amuleto che gli aveva dato il diavolo in
persona spiegandogli che serviva a curare qualsiasi malattia e che
poteva chiamare le streghe, ogni volta che gli garbava, solamente
dicendogli sopra qualche parola; però Jim queste parole, che doveva
dire, non le ha mai rivelate. I negri venivano da ogni parte e
regalavano a Jim tutto quello che avevano perché lui permettesse solo
di dare un'occhiata a quella monetina da cinque centesimi ma si
guardavano bene dal toccarla perché il diavolo ci aveva posato sopra
le mani. Come servitore, Jim, dopo di allora, non valeva praticamente
quasi più niente perché si dava troppe arie per via del fatto di aver
visto il diavolo ed essere stato cavalcato dalle streghe.
Be', quando Tom e io siamo arrivati in cima alla collina, abbiamo
guardato giù verso il villaggio e abbiamo visto tre o quattro luci che
erano ancora accese, forse dove qualcuno stava a letto ammalato; e le
stelle non avevano mai luccicato tanto come quella sera, e giù accanto
al villaggio correva il fiume, largo un miglio, e così quieto e
grandioso che era uno splendore! Ridiscendendo la collina ci siamo
incontrati con Joe Harper e Ben Rogers e altri due o tre dei ragazzi,
nascosti nella vecchia conceria. Così sciogliamo la fune di una barca
e ci mettiamo a remare ridiscendendo il fiume per due miglia e mezzo,
fino a quel posto dove sul pendio della collina c'è una cavità
prodotta da una frana, che sembra una grossa cicatrice. E lì scendiamo
a terra.
Ci siamo avviati verso una macchia fitta di cespugli e Tom ha
costretto tutti a giurare che avrebbero mantenuto il segreto e poi ci
ha mostrato un'apertura nel fianco della collina, proprio dove i
cespugli erano più folti. A questo punto abbiamo acceso le candele e
ci siamo strisciati dentro carponi. Dopo circa duecento metri quella
specie di caverna è diventata più grande e più larga. Tom si è messo a
gironzolare qua e là nei diversi corridoi e, ad un certo punto, si è
infilato sotto una parete dove nessuno si sarebbe accorto che c'era
una buca. Procedendo per uno stretto passaggio siamo arrivati in una
specie di stanza umida, con i muri gocciolanti e fredda. Qui ci siamo
fermati. Tom dice:
- Adesso cominciamo a fare questa banda di ladri e la chiamiamo la
banda di Tom Sawyer. Tutti quelli che ci stanno, devono giurare e
scrivere il loro nome col sangue.
Ci stavamo tutti. Così Tom tira fuori un foglio di carta dove aveva
scritto il giuramento e lo legge. Ogni ragazzo doveva impegnarsi a
rimaner fedele alla banda e a non svelare mai i suoi segreti; e se
qualcuno faceva qualcosa di male a uno della banda, il ragazzo al
quale fosse dato l'ordine di uccidere quella persona e la sua famiglia
doveva farlo, e non poteva né mangiare né dormire fino a quando non
aveva ammazzato quella persona e la sua famiglia e inciso una croce
sul loro petto con un pugnale, che era il segno della banda. E nessuno
che non apparteneva alla nostra banda poteva usare quel segno e, se
l'usava, sarebbe stato processato e, se dopo lo faceva di nuovo, lo si
ammazzava. E se qualcuno della banda ne rivelava i segreti, bisognava
tagliargli la gola e poi il suo cadavere doveva essere bruciato e le
ceneri sparpagliate nel vento, e il suo nome cancellato col sangue
dalla lista dei ladri e mai più pronunciato dalla banda, ma sarebbe
stato maledetto e dimenticato per sempre.
Tutti dicono che è un fior di giuramento anzi, più bello di così... e
domandano a Tom se è stato lui a inventarselo. Lui risponde che un po'
se l'è inventato ma per il resto lo ha preso dal libro dei pirati e
dal libro dei ladri e spiega che ogni banda che voglia considerarsi di
una certa classe aveva un giuramento fatto così.
Qualcuno dice che sarebbe stata una bella idea ammazzare anche le
famiglie dei ragazzi che rivelavano i segreti. Tom ha risposto che era
una buona idea, ha preso una matita e lo ha scritto nel giuramento.
Poi Ben Rogers dice:
- Abbiamo qua il nostro Huck Finn, che non ha nessuna famiglia... come
facciamo con lui?
- Be', però un padre ce l'ha, vero? - dice Tom Sawyer.
- D'accordo, un padre ce l'ha, ma non si trova mai, già da un po' di
tempo. Una volta aveva l'abitudine di andare a dormire, quando era
ubriaco, fra i porci nella conceria ma ormai è più di un anno che da
queste parti nessuno lo vede.
Si sono messi a discutere la faccenda e stavano per mandarmi via
perché dicevano che ogni ragazzo doveva avere una famiglia o qualcuno
da poter uccidere altrimenti non era giusto nei confronti degli altri.
Bene, nessuno sapeva cosa fare... Tutti erano lì ammutoliti, e non
sapevano che pesci pigliare. Provavo una gran voglia di piangere; però
tutto d'un colpo ho trovato la soluzione e così ho offerto la
signorina Watson: potevano ammazzare lei. Tutti hanno detto:
- Oh, può andare, può andare benissimo. Così Huck può rimanere nella
banda.
Poi si sono ficcati uno spillo in un dito, per far uscire il sangue
con cui firmare, e anch'io ho lasciato il mio marchio sulla carta.
-E adesso, vediamo un po' - dice Ben Rogers - che genere di affari
dovrebbe combinare questa banda?
- Soltanto ladrerie e rapine, e omicidi - ha risposto Tom.
- Ma a chi andiamo a rubare? Nelle case... il bestiame, oppure...
- Figurarsi! Rubare il bestiame o cose del genere non è un lavoro da
briganti, ma da ladri - dice Tom Sawyer. - E noi non siamo ladri. Non
è questo il nostro stile. Noi siamo briganti. Noi fermiamo le
diligenze e le carrozze sulle strade, tutti con la faccia mascherata,
e ammazziamo la gente e portiamo via i loro soldi e gli orologi.
- Ma bisogna proprio ammazzarla sempre, la gente?
- Oh, certo! E la cosa migliore. Ci sono alcuni personaggi importanti
che la pensano diversamente, ma in genere è sempre preferibile
ammazzarli tutti. Salvo qualcuno che si porta qui, nella caverna, dove
li faremo rimanere fino a quando non verranno riscattati.
- Riscattati? E cosa sarebbe?
- Non lo so. Ma, ad ogni modo, è quello che si fa sempre. L'ho letto
nei libri; così, naturalmente, lo faremo anche noi.
- Ma come facciamo a farlo se non sappiamo che cosa è?
- Insomma, accidenti a tutto, "dobbiamo" farlo. Non ti ho appena detto
che c'è scritto nei libri? Vuoi fare una cosa differente da come è
scritto nei libri e combinare un gran pasticcio?
- Già, è facile dirlo, Tom Sawyer, ma come diavolo faranno questi tizi
ad essere riscattati se non sappiamo nemmeno da dove si comincia? Ecco
quello che IO vorrei sapere. Prova almeno a dirmi che cosa può essere
secondo te.
- Be', non lo so. Forse trattenerli fino a quando sono riscattati vuol
dire che dobbiamo tenerli finché non crepano.
- Be', questa è già una cosa che mi pare possibile. Forse è la
risposta giusta. Perché non l'hai detto prima? Così ce li teniamo fino
a quando non saranno morti per il riscatto... Una bella seccatura,
secondo me, perché si sbafferanno tutto e cercheranno continuamente di
svignarsela.
- Dici un sacco di sciocchezze, Ben Rogers! Come fanno a squagliarsela
se ci sarà sempre un guardiano a sorvegliarli, pronto a farli fuori se
si azzardano a muovere un dito?
- Una guardia... Bene, "questa sì" che è proprio magnifica! Così
qualcuno dovrà star su tutta la notte e non chiudere mai occhio, per
sorvegliarli. A me sembra una bella scemenza. Perché un poveraccio non
può prendere un bel randello e riscattarli subito appena arrivano qui
dentro?
- Perché sui libri non è scritto così, ecco il perché. Insomma, Ben
Rogers, stai a sentire: vuoi fare le cose in regola oppure no?... Ecco
qual'è il punto. Come fai a non capire che quelli che fanno i libri
sanno sempre com'è il modo giusto di comportarsi? Credi sul serio che
puoi essere TU a insegnare a loro? Neanche per idea. No, caro mio,
faremo anche noi quello che si deve fare, e li riscatteremo come è
giusto.
- D'accordo. Non me ne importa un bel niente; però dico che è un
sistema proprio stupido, ecco. E senti... Ammazziamo anche le donne?
- Be', se fossi ignorante come te, Ben Rogers, non aprirei mai bocca.
Ammazzare le donne? No... Nessuno ha mai letto niente di simile nei
libri. Si portano nella caverna e si trattano bene, si trattano con i
guanti e un po' alla volta quelle s'innamorano di te e non vogliono
più tornare a casa.
- D'accordo, se è così che si deve fare, non dico più niente, ma io
non voglio entrarci in questa storia. In un batter d'occhio avremo la
caverna piena zeppa di donne e di uomini che attendono di essere
riscattati e così non ci sarà più posto per noi briganti. Ma fai pure
come vuoi, io non dico più niente.
Intanto il piccolo Tommy Barnes si era addormentato e quando lo
svegliano, s'impaurisce e comincia a piangere e a dire che lui vuole
tornare a casa dalla sua mamma, e non ci tiene più a fare il brigante.
Allora tutti lo prendono in giro, lo chiamano «piagnone» e lui
s'infuria, tanto è arrabbiato, e dice che andrà subito in giro a
svelare tutti i segreti. Tom, però, gli regala cinque centesimi per
farlo star zitto e dice che adesso era meglio tornare tutti a casa e
incontrarci la settimana prossima per derubare qualcuno e ammazzare un
po' di gente.
Ben Rogers dice che lui non può uscire di casa tanto spesso, soltanto
la domenica, e così voleva cominciare con la domenica dopo, ma tutti i
ragazzi gli hanno risposto che sarebbe stata una gran brutta cosa
cominciare di domenica, e così è tutto risolto. Si mettono d'accordo
per riunirsi di nuovo a fissare un giorno, il più presto possibile,
poi abbiamo eletto Tom Sawyer primo Capitano e Joe Harper secondo
Capitano della banda, e ci siamo avviati verso casa.
Io mi sono arrampicato sul tetto della rimessa e sono sgusciato dentro
in camera mia attraverso la finestra appena prima che spuntasse
l'alba. I miei vestiti nuovi erano tutti macchiati di cera e
incrostati di argilla; ed ero stanco morto.
CAPITOLO 3.
Una bella sgridata - La Grazia divina trionfante - Si gioca ai
briganti - I geni - Una delle frottole di Tom Sawyer.
Bene, l'indomani mattina mi tocca una di quelle sgridate che non si
dimenticano da parte della vecchia signorina Watson, per via dei
vestiti; la vedova, invece, non mi ha sgridato ma li ha ripuliti dalla
cera e dal fango; ma aveva un'aria così triste che ho pensato di
comportarmi bene per un po', se mi riusciva. Poi la signorina Watson
mi ha condotto nello sgabuzzino e si è messa a pregare, ma non ne ha
cavato niente. Poi mi ha detto di pregare ogni giorno, così potevo
ottenere qualsiasi cosa avessi chiesto. Ma non era vero niente. Ci ho
provato. Una volta che avevo una lenza, mi mancavano gli ami. E senza
ami, non mi serviva. Così ho provato a chiedere gli ami tre o quattro
volte ma non sono stato capace di far funzionare la cosa. Così, dopo
un po' di tempo, un bel giorno ho chiesto alla signorina Watson di
provare lei per me; mi ha risposto, invece, che ero uno stupido. Non
mi ha mai spiegato perché e io non sono mai stato capace di capirlo.
Una volta, che mi trovavo in mezzo al bosco, mi sono seduto e ci ho
pensato su per un bel pezzo. Mi sono detto: be', se ogni persona può
ottenere tutto quello che chiede, pregando, come va che il diacono
Winn non ha avuto indietro i soldi perduti vendendo maiali? E come mai
la vedova non si è vista restituire la tabacchiera d'argento che le
avevano rubato? E perché la signorina Watson non riesce a ingrassare
un po'? No, mi sono detto, non deve esserci niente di vero in questa
storia. Però, tornato a casa, ho provato a parlarne alla vedova e lei
mi ha risposto che quello che si poteva ottenere pregando erano i
"doni spirituali". Era troppo difficile per me, questo, però lei mi ha
spiegato cosa voleva dire... Che devo aiutare le altre persone e fare
tutto quello che posso per il mio prossimo e pensare sempre a lui e
non pensare mai a me. Mi è sembrato di capire che questo riguardava
anche la signorina Watson. Allora sono tornato nel bosco e ci ho
pensato su per un bel pezzo ma non riuscivo a capire qual era il
vantaggio che me ne veniva, se non che tutto il vantaggio era del mio
prossimo; così alla fine mi sono detto che non era più il caso di
preoccuparmene ed era meglio lasciare che le cose rimanessero come
stavano. A volte la vedova mi prendeva da parte e si metteva a parlare
della Divina Provvidenza in un modo tale che mi veniva l'acquolina in
bocca. Ma poi, magari, il giorno dopo, la signorina Watson
s'intrometteva a dire la sua ed ecco che tutto andava di nuovo a
rotoli. A quanto mi pareva di capire, c'erano due tipi di Divina
Provvidenza e un poveraccio poteva trovarsi abbastanza bene con la
Divina Provvidenza della vedova; se però saltava su la signorina
Watson con la sua Divina Provvidenza, per lui era finita. Ci ho
pensato su, e ho concluso che a me andava bene quella della vedova, se
mi avesse voluto, anche se non riuscivo a capire che cosa ci potesse
guadagnare da uno come me, visto che sono così ignorante, senza un
soldo e anche monello.
Papà era già più di un anno che non si faceva vedere, ma per me andava
benissimo così; non ci tenevo per niente a rivederlo. Quando non aveva
bevuto, mi riempiva di botte e non si stancava mai di mettermi le mani
addosso anche se, quando lui era in giro, io avevo l'abitudine di
passare quasi tutto il tempo nei boschi. Be', pressappoco in questo
periodo lo hanno trovato nel fiume, annegato, a circa dodici miglia a
monte della città, così mi hanno detto. Hanno giudicato che fosse lui,
ad ogni modo; dicevano che quell'uomo annegato aveva più o meno la sua
statura, era coperto di stracci e con i capelli incredibilmente lunghi
(proprio come il mio pa') però dalla sua faccia non sono riusciti a
capire niente perché era stato in acqua tanto a lungo che,
praticamente, la faccia non c'era quasi più. Dicevano che galleggiava
sul fiume a pancia in su. Lo hanno tirato a riva e seppellito lì,
sull'argine. Io, però, non sono rimasto tranquillo a lungo perché mi è
venuto in mente qualcosa. Sapevo fin troppo bene che un uomo annegato
non galleggia a pancia in su, ma con la faccia dentro l'acqua. Così ho
capito che questo non era papà ma una donna vestita da uomo. Ecco che
torno ad avere paura. Infatti calcolavo che il mio vecchio sarebbe
presto comparso di nuovo anche se io mi auguravo di non vederlo mai
più.
Per un mese o giù di lì, di tanto in tanto abbiamo giocato ai
briganti, ma poi io do le dimissioni. Come tutti gli altri ragazzi.
Non avevamo derubato nessuno, non avevamo ammazzato neanche una
persona, avevamo soltanto fatto finta. Saltavamo fuori dal bosco, alla
carica contro i guardiani di porci o le donne che portavano ortaggi al
mercato con il carretto, però non gli avevamo mai portato via niente.
Tom Sawyer chiamava i porci lingotti, e diceva che le rape e le altre
verdure erano gioielli e poi andavamo nella caverna a fare una
riunione per vantarci di quello che avevamo fatto e di tutte le
persone che avevamo ammazzato e marchiato. Io non ci trovavo nessun
gusto. Una volta Tom manda in giro un ragazzo per tutto il paese a
correre qua e là con un bastone fiammeggiante che lui chiamava segnale
(per avvertire tutta la banda che doveva riunirsi), e poi ci ha detto
che aveva ricevuto informazioni segrete dalle sue spie che il giorno
dopo un bel gruppo di mercanti spagnoli e di ricchi arabi doveva
accamparsi a Cave Hollow, con duecento elefanti e seicento cammelli e
più di un migliaio di muli, tutti carichi di diamanti, e che avevano
soltanto quattrocento soldati a fare la guardia e così noi potevamo
preparare un'imboscata (la chiamava così) per ammazzarli tutti e fare
man bassa della roba. Dice che dobbiamo pulire e lucidare spade e
fucili, e tenerci pronti. Non poteva dare l'assalto neanche a un
carretto pieno di rape se non aveva spade e fucili tirati a lucido per
quell'assalto; anche se erano soltanto pezzi di legno e manici di
scopa e si poteva star lì a lucidarli fino al giorno del giudizio ma
continuavano a non valere un fico secco, come non lo valevano prima.
Io non credevo che noi si potesse fare la festa a un tal numero di
spagnoli e "a-rabi" però ci tenevo a veder i cammelli e gli elefanti;
così il giorno dopo, un sabato, ero anch'io lì pronto a preparare
l'imboscata. E, ricevuto l'ordine, ci buttiamo fuori dal bosco, e giù
per la collina. Ma non c'erano né spagnoli né "a-rabi" e neanche
cammelli o elefanti. Era solo la gita in campagna dei bambini
dell'oratorio, e per di più di una classe dei più piccoli. Noi siamo
piombati nel bel mezzo e abbiamo inseguito quei mocciosi giù per la
conca ma non abbiamo potuto fare man bassa che di un po' di marmellata
e di qualche ciambella, anche se Ben Rogers è riuscito a mettere le
mani su una bambola di pezza e Joe Harper si è arraffato un libro di
inni e un opuscolo religioso. Poi la maestra è saltata fuori e ci ha
obbligato a lasciare lì tutto e a battercela. Io non avevo visto i
diamanti, e gliel'ho detto a Tom Sawyer. Lui mi risponde che invece ce
n'erano a mucchi; e che c'erano anche gli "a-rabi", gli elefanti e il
resto. E io dico: - Allora perché non li abbiamo visti? - e lui mi
risponde che se non ero così ignorante e avevo letto un libro che si
chiama "Don Chisciotte", l'avrei saputo senza fare domande. Insomma,
dice, che è tutta opera di magia. E aggiunge che lì c'erano soldati a
centinaia, elefanti e tesori e tutto il resto, ma noi avevamo dei
nemici che lui ha chiamato stregoni, i quali per farci dispetto
avevano trasformato tutte quelle cose in una scampagnata di bambini
dell'oratorio. Allora io gli rispondo che va bene, d'accordo, però
l'unica cosa da fare, adesso, era vendicarsi sugli stregoni. Tom
Sawyer rispose che ero proprio un gran babbeo.
- Figurati - dice - che uno stregone può invocare un numero
incredibile di geni e che quelli avrebbero fatto uno sconquasso nel
tempo che uno ci mette a dire amen. Questi geni sono alti come alberi
e grossi come una chiesa.
- Be' - dico io - e perché non ci facciamo "aiutare anche noi" da
qualcuno di questi geni?... Perché a questo modo saremmo noi a battere
tutti gli altri, no?
- Già, ma come fai a chiamarli?
- Non lo so. Come fanno a chiamarli "loro"?
- Ecco, si mettono a strofinare una vecchia lampada di latta oppure un
anello di ferro e allora i geni si precipitano lì da loro, fra un gran
rimbombare di tuoni e il lampo delle saette: e qualsiasi cosa gli si
comanda di fare, quelli via... la fanno subito. Per loro è come niente
sradicare una torre di quelle dove si fabbricano pallini da caccia e
servirsene per fracassarla sulla testa di qualche direttore di scuola,
o chiunque altro.
- Chi riesce a fargli combinare di queste cose?
- Ecco, quella stessa persona che strofina la lampada o l'anello. I
geni appartengono a chi strofina la lampada o l'anello e sono
obbligati a fare tutto quello che lui comanda. Se lui dice di
costruire un palazzo lungo quaranta miglia, e tutto di diamanti, e poi
riempirlo di chewing-gum o quello che vuoi, e andargli a prendere in
Cina la figlia dell'imperatore se tu vuoi sposarla, sono costretti a
ubbidire; e devono farlo, anzi, prima che torni a spuntare il sole. E
poi... devono anche trasportare quel palazzo per tutto il paese come
se gli facessero ballare il valzer, e sistemarlo dove tu vuoi.
Capisci?
- Veramente, - rispondo io - a me pare di aver capito che sono un bel
branco di stupidi visto che non sono capaci di tenersi loro il palazzo
invece di ubbidire e di darlo a chi glielo chiede. E poi... Se fossi
uno di loro, aspetterei il giorno del Giudizio prima di piantare in
asso i miei affari e di correre da un tizio qualsiasi solo perché ha
strofinato una vecchia lampada di latta.
- Parli proprio perché hai la lingua, Huck Finn. Insomma, come fai a
non capire che, quando quello strofina la lampada, tu saresti
obbligato a correre da lui, che tu ne abbia voglia o no?
- Come? Anche se sono alto come un albero e grosso come una chiesa?
D'accordo, va bene; VERREI, certo che verrei, ma costringerei quel
tizio ad arrampicarsi subito sull'albero più alto che ci sia in tutto
il paese.
- Frottole! E' inutile sprecare il fiato con te, Huck Finn. A
sentirti, sembra che tu non capisca proprio niente... Sei un perfetto
zuccone.
Io ci ho ripensato per due o tre giorni e poi ho fatto il ragionamento
che mi sarebbe piaciuto vedere se c'era qualcosa di vero. Ho tirato
fuori una vecchia lampada di latta e un anello di ferro e me ne sono
andato nei boschi e li ho sfregati e strofinati tanto che, a un certo
punto, ero sudato fradicio... Perché avevo deciso che mi sarebbe
piaciuto costruire un palazzo e poi venderlo; ma è stato tutto
inutile, perché non si è fatta vedere neanche l'ombra di uno di quei
geni. Così ho capito che tutta quella storia non era altro che una
delle tante frottole di Tom Sawyer. E ho concluso che lui doveva
crederci in quegli "a-rabi" e in quegli elefanti ma, per me, io la
pensavo in modo diverso. Per me non erano altro che una classe di
bambini dell'oratorio, e basta.
CAPITOLO 4.
Lento, ma sicuro - Huck e il Giudice - Superstizione.
Be', passano tre o quattro mesi e ormai si è proprio nel cuore
dell'inverno. Io andavo a scuola quasi sempre e sapevo sillabare,
leggere e scrivere un pochino e sapevo anche le tabelline fino a «sei
per sette trentacinque» e non credo che sarei andato molto più in là
di così neanche se fossi campato per tutta l'eternità. Non ho il
bernoccolo per fare i conti, io, ad ogni modo.
Al primo momento odiavo la scuola ma, poco alla volta, mi sono
abituato a sopportarla. Quando capivo che non ce la facevo più,
saltavo le lezioni e le bacchettate che mi prendevo il giorno dopo mi
facevano bene e mi tiravano su di morale. Così più andavo a scuola,
più facile mi riusciva andarci. Cominciavo anche a fare l'abitudine
alle maniere della vedova che non mi davano più tanto fastidio.
D'accordo, vivere in una casa e dormire in un letto erano un bel
tormento ma, prima che cominciasse il freddo, ogni tanto me la
svignavo zitto zitto e me ne andavo a dormire nei boschi, e così avevo
un po' di respiro. Continuava sempre a piacermi molto la vita di prima
ma, poco alla volta, cominciava anche a piacermi quella nuova, almeno
un po'. La vedova diceva che adesso andavo meglio, e che venivo su
benino, lento ma sicuro, e che i risultati erano molto soddisfacenti.
Diceva che non si vergognava di me.
Una mattina mi capita di rovesciare la saliera a colazione. Allungo
subito la mano, in fretta in fretta, per prendere un pizzico di sale e
buttarlo dietro la spalla sinistra e tener lontana la scalogna ma la
signorina Watson è più svelta di me e non me lo lascia fare. Dice: -
Giù quelle mani, Huckleberry... Combini sempre un mucchio di pasticci!
- La vedova dice qualche buona parola per me ma non è bastata a tener
lontana la scalogna, lo sapevo benissimo. Dopo colazione esco, però mi
sentivo preoccupato e avevo addosso una specie di tremarella e
continuavo a domandarmi che genere di disgrazia mi sarebbe capitata.
Ci sono le maniere per tener alla larga certi tipi di scalogna, ma
nessuno era adatto al mio caso; così non mi sono nemmeno provato a
fare qualcosa e mi sono messo a camminare, molto giù di corda e sempre
più in allarme.
Attraverso il giardino davanti alla casa e m'inerpico su per la
scaletta che serve per passare dall'altra parte quando lo steccato è
molto alto. In terra c'era almeno un paio di dita di neve e io vedo le
impronte di qualcuno. Venivano su dalla cava di pietre e si vedeva che
quel tizio doveva essersi fermato a gironzolare un po' intorno ai
gradini della scaletta, e poi aveva continuato lungo tutto lo steccato
del giardino. Era curioso che quelle impronte non venissero dentro,
dopo essersi fermate proprio lì davanti. Non riuscivo a capire perché.
E, ad ogni modo, mi hanno incuriosito. Penso di seguirle ma prima mi
chino per osservarle meglio. Dapprima non vedo niente di speciale, ma
subito dopo sì. Nell'impronta del tacco della scarpa sinistra si
vedeva una croce fatta di grossi chiodi, per tener lontano il diavolo.
In un battibaleno mi rialzo e scendo di corsa giù per la collina. Di
tanto in tanto mi volto a guardare indietro ma non vedo nessuno. E
così arrivo dal giudice Thatcher più presto che posso. E lui mi dice:
- Ohilà, ragazzo mio, ma sei proprio senza fiato! Sei venuto a
ritirare i tuoi interessi?
- No, signore, - dico io. - Perché, ce ne sarebbe qualcuno?
- Oh, certo. Proprio ieri sera sono arrivati quelli di sei mesi. Più
di centocinquanta dollari. Una vera fortuna per te! Faresti meglio a
lasciarmeli investire insieme con gli altri seimila perché se adesso
li ritiri, finirai per spenderli subito.
- No, signore - dico io - non voglio spenderli. Anzi, non li voglio
nemmeno, come non voglio nemmeno gli altri seimila. Voglio che se li
prenda lei; voglio darli a lei... I seimila e tutto il resto.
Lui assume un'aria sorpresa, come se non capisse niente. E dice:
- Ma cosa vuoi dire, figliolo mio?
E io dico: - Non mi faccia nessuna domanda, per favore. Vuole
prenderli... Vero?
E lui:
- Ecco, sono sconcertato. E' successo qualcosa?
- Per favore, li prenda - dico io - e non mi faccia altre domande...
Così non dovrò dirle delle bugie.
Lui mi osserva per un po' e poi dice:
- Oho-oh. Credo di capire. Vuoi "vendermi", tutti i tuoi beni... non
darmeli. Ecco, è così che va la faccenda.
Poi scrive qualcosa su un foglio di carta, lo legge e mi dice:
- Ecco, vedi anche tu che qui c'è scritto «come corrispettivo». Questo
vuole dire che io l'ho comprata da te e te l'ho pagata. Eccoti un
dollaro. E adesso firma qui.
Così io firmo e me ne vado.
Il negro della signorina Watson, Jim, aveva una palla di peli grossa
come un pugno, che era stata tirata fuori dal quarto stomaco di un
bue, e lui la usava per fare delle magie. Diceva che dentro c'era uno
spirito, e che lo spirito sapeva tutto. Così quella sera vado a
cercarlo e gli racconto che il mio papà era tornato di nuovo perché
avevo scoperto le sue impronte nella neve. Ecco quello che volevo
sapere: cosa aveva intenzione di fare? Pensava di fermarsi? Allora Jim
ha tirato fuori la sua palla di peli e ci ha borbottato qualcosa
sopra, poi l'ha alzata e l'ha lasciata cadere sul pavimento. Quella è
caduta di peso, si è fermata ed è rotolata solo per un pollice. Jim ci
riprova una seconda volta e poi una terza, ma la palla di peli fa
sempre la stessa cosa. Allora Jim si è inginocchiato, le ha accostato
un orecchio ed è rimasto ad ascoltare. Ma tutto inutile; ha detto che
non voleva parlare. Mi spiega che qualche volta non voleva parlare
senza soldi. Allora io gli ho risposto che avevo una vecchia moneta
falsa da un quarto di dollaro che non valeva più niente perché si
vedeva l'ottone sotto l'argentatura e anche perché era talmente liscia
e consumata che pareva unta e ormai non c'era più da sperare di farla
passare per buona con nessuno. (Mi era venuto in mente che era meglio
non raccontargli del dollaro che mi aveva dato il giudice.) Così gli
ho spiegato che, come moneta, valeva pochino visto che era falsa ma
forse la palla di peli l'avrebbe accettata perché magari non capiva la
differenza. Jim ha preso la moneta, l'ha annusata, le ha dato un
morso, l'ha strofinata e poi mi ha detto che cercava di fare in modo
che la palla di peli la credesse buona. E mi ha raccontato, anche, che
avrebbe tagliato a metà una patata cruda per metterci in mezzo la
moneta e tenerla così tutta la notte; a questo modo, il mattino dopo,
l'ottone non si poteva più vedere e non avrebbe dato neanche
l'impressione di essere unta, e così chiunque in città l'avrebbe presa
subito per buona, figuriamoci poi una palla di peli. Be', sapevo
anch'io che una patata poteva fare una cosa simile, ma me ne ero
dimenticato.
Jim ha messo il quarto di dollaro sotto la palla di peli e si è
inginocchiato di nuovo ad ascoltare. E stavolta mi dice che la palla
di peli funzionava. E che mi avrebbe raccontato tutto quello che
sarebbe successo nel mio futuro, se volevo. E io, allora: - Dai,
avanti! - gli dico. E così la palla di peli si mette a parlare con Jim
e Jim con me. E mi dice:
- Il tuo vecchio padre non sa ancora cosa è che vuole fare. Qualche
volta ragiona che vorrebbe andarsene, e poi invece ragiona di nuovo
che preferisce rimanere. Meglio di tutto è prendersela calma e che il
tuo vecchio faccia cosa vuole. Ci sono due angeli che gli ballano
intorno. Uno è bianco e luccica, l'altro è tutto nero. Quello bianco
lo fa essere buono, almeno per un poco di tempo, ma poi c'è quello
nero che arriva e rovina tutto. Nessuno sa quale dei due, alla fine,
se lo porterà via. Ma per te, tutto va bene. Avrai un sacco di fastidi
nella tua vita ma anche tanta tanta felicità. Qualche volta ti faranno
del male e qualche volta prenderai una malattia, ma tornerai sempre ad
essere sano. Nella tua vita entreranno due ragazze. Una bionda e
l'altra bruna. Una ricca e l'altra una poveretta. Prima sposerai la
povera ma dopo poco sposerai la ricca. Devi stare lontano dall'acqua
più che puoi e non correre rischi, perché è scritto che finirai
impiccato.
Quando ho acceso la mia candela e sono salito in camera mia quella
sera, chi ci trovo se non il mio pa', lui in persona, lì seduto?
CAPITOLO 5.
Il padre di Huck - Un genitore affettuoso - Si cambia vita.
Ho dovuto chiudere la porta. Poi mi sono voltato ed eccolo lì, davanti
ai miei occhi. Avevo sempre avuto paura di lui, tanto me le dava sode,
sempre! E credo di aver paura anche adesso; ma dopo un minuto capisco
che mi sto sbagliando. Cioè, dopo il primo colpo, diciamo così, quando
sono rimasto con il fiato mozzo... Perché proprio non me lo aspettavo;
ma subito dopo mi sono accorto che non era più il caso di aver paura
di lui, proprio nessuna paura!
Aveva quasi cinquant'anni, e li dimostrava. I capelli lunghi, unti e
arruffati, gli penzolavano sulla fronte e sotto si potevano vedere gli
occhi, che luccicavano come se fosse nascosto dietro le foglie. I
capelli erano tutti neri, non ne aveva neanche uno grigio; e anche i
basettoni erano così, lunghi e scarruffati. La sua faccia, per quel
che se ne vedeva, era bianca; ma non bianca come è bianco il colorito
degli altri uomini, ma di un bianco che faceva schifo, un bianco che
ti faceva venire la pelle d'oca... Bianco come una raganella, bianco
come la pancia di un pesce. I vestiti, poi, erano stracci, e basta.
Teneva una gamba ripiegata con la caviglia appoggiata sull'altro
ginocchio; la scarpa su quel piede era rotta e spuntavano fuori due
dita, che lui muoveva di tanto in tanto. Il cappello era sul
pavimento; un vecchio cappellaccio floscio con la cupola appiattita
che pareva un coperchio.
Sono rimasto lì a guardarlo; e lui guardava me, tenendo la seggiola in
equilibrio sulle gambe posteriori. Poso la candela e vedo che la
finestra è sollevata; dunque era entrato passando dal tetto della
rimessa. Continuava a guardarmi dalla testa ai piedi. Dopo un po'
dice:
- Che bei vestiti... Sei tutto tirato a lucido! Adesso credi proprio
di essere diventato un pezzo grosso, vero?
- Forse sì, e forse no - dico io.
- Guai a te se ti azzardi a rispondermi da sfacciato - dice lui.- Noto
che, dall'ultima volta che ti ho visto, hai messo su un mucchio di
arie. Ma prima di farla finita con te, penserò IO a rimetterti al tuo
posto.
Dicono che sei anche istruito; che sai leggere e scrivere. Ormai
adesso ti credi meglio di tuo padre, vero, perché lui non ne è
capace... E' così? Ci penso io a togliertelo dalla testa. Chi ti ha
detto che potevi combinare tutte queste sciocchezze?... Insomma, si
può sapere chi te ne ha dato il permesso?
- La vedova. E' stata lei a dirmelo.
- La vedova, già... E chi ha detto alla vedova che poteva cacciare il
becco in quelli che non sono affari suoi?
- Nessuno glielo ha mai detto.
- Bene, le insegnerò io a non immischiarsi nelle cose che non la
riguardano. Adesso stammi bene a sentire: quanto alla scuola, devi
piantarla subito, capito? Glielo insegnerò "io" alla gente a far
crescere un ragazzo in questo modo, così si monta la testa e si dà
delle arie con suo padre e finisce per credere di essere meglio di
"lui". Guai a te se ti pesco un'altra volta a perder tempo intorno
alla scuola, mi hai capito? Tua madre non sapeva leggere e non sapeva
scrivere, fino a quando è morta. Nessuno della famiglia lo sapeva, per
tutta la vita. "io" non so né leggere né scrivere ed ecco che ti
ritrovo che ti dai tutte queste arie per una cosa del genere. Non sono
uomo da sopportarlo... capito? E adesso fammi un po' sentire come
leggi.
Io apro un libro e attacco a leggere del generale Washington e delle
guerre. Leggevo forse da mezzo minuto quando lui ha allungato una
pacca al libro con la mano e l'ha fatto volare in mezzo alla stanza.
Poi dice:
- Dunque è così. Sei capace di leggere. Avevo i miei dubbi quando me
lo hai detto. Ma adesso sta' un po' a sentire: devi piantarla con
tutte queste stupidaggini. Non ne voglio sapere, io. Ti terrò
d'occhio, caro il mio furbacchione, e se ti pesco di nuovo vicino alla
scuola, ti tolgo la pelle! Se continui così, neanche te ne accorgi e
chissà che razza di bigotto mi diventi. Mai visto un figlio come te!
Poi prende un quadretto blu e giallo con sopra dipinte delle vacche e
un ragazzino e mi dice:
- E questo cosa sarebbe?
- E' una cosa che mi hanno dato a scuola perché sapevo bene la
lezione.
Lui lo strappa in mille pezzi e dice:
- Ti darò io qualcosa di meglio... Una bella nerbata.
E' rimasto lì per un minuto a bofonchiare e a grugnire tra sé e sé e
poi mi ha detto:
- E guarda anche se non sei diventato un vero e proprio damerino tutto
in ghingheri, eh? Un letto; lenzuola e coperte; uno specchio e perfino
un pezzo di tappeto per terra... E tuo padre dorme in mezzo ai maiali
nella conceria. Mai visto un figlio simile. Scommetto che te la tiro
via di dosso tutta questa boria prima di averla fatta finita con te.
Insomma, hai messo su un tal mucchio di arie... e poi dicono anche che
sei ricco. Ascolta un po'... E' vera questa storia oppure no?
- Tutte bugie, ecco.
- Stammi un po' a sentire: bada come parli quando sei con me, sai? Ho
già sopportato tutto quello che potevo sopportare... quindi non fare
lo sfacciato con me, sai? Sono in città da due giorni e non ho fatto
che sentir parlare di te che sei ricco. Ne parlano perfino giù, lungo
il fiume. Ecco perché sono tornato. Domani mi dai tutti quei soldi...
li voglio.
- Io non ho un centesimo
- E' una bugia! I tuoi soldi li tiene il giudice Thatcher. Tu vai a
prenderli, perché io li voglio.
- Io non ho neanche un centesimo, ti ripeto. Domandalo al giudice
Thatcher; ti dirà la stessa cosa.
- Va bene, glielo domanderò; e glieli farò tirar fuori altrimenti
dovrà spiegarmi perché non me li vuole dare. E adesso dimmi un po':
quanto hai in tasca? Dammeli subito.
- Ho soltanto un dollaro, e ne ho bisogno per...
- Non ha nessuna importanza per cosa ne avevi bisogno... caccialo
fuori, e basta.
Così lo prende e lo morde per vedere se è buono, poi dice che scende
in città a comprarsi un po' di whisky; dice che non aveva bevuto
neanche un goccetto in tutto il giorno. Era già sul tetto della
rimessa quando ha ficcato dentro di nuovo la testa e ha ricominciato a
coprirmi d'insolenze perché mi davo delle arie e mi consideravo
superiore a lui: e quando ormai pensavo che se ne fosse andato, eccolo
che torna indietro un'altra volta e mi dice di stare attento alla
faccenda della scuola perché aveva intenzione di tenermi d'occhio e di
darmi un fracco di legnate se non la piantavo lì subito.
Il giorno dopo era ubriaco, è andato dal giudice Thatcher, lo ha
coperto d'improperi e cercava di farsi dare i soldi ma il giudice non
poteva darglieli e allora lui ha giurato che ce lo avrebbe costretto
con la legge.
Il giudice e la vedova sono andati in tribunale perché volevano
togliermi a lui per sempre e perché uno di loro due diventasse il mio
tutore, ma era appena arrivato un giudice che non conosceva il mio
vecchio e così lui ha detto che nessun tribunale poteva interferire e
dividere le famiglie, se era possibile evitarlo, e così ha detto che
lui preferiva non togliere un bambino a suo padre. Allora il giudice e
la vedova hanno dovuto rinunciare.
Il mio vecchio, a questa notizia, non stava più nella pelle dalla
gioia. E mi ha detto che mi avrebbe massacrato a furia di cinghiate
fino a farmi diventare tutto nero e blu se non trovavo un po' di soldi
da passargli. Sono andato a farmi prestare tre dollari dal giudice
Thatcher e papà li ha presi e si è ubriacato e poi ha cominciato ad
andare in giro facendo un gran chiasso e imprecando e urlando e
molestando la gente; ha continuato ad andare avanti e indietro per la
città con una padella di latta fin quasi a mezzanotte; poi lo hanno
messo in guardina e il giorno dopo lo hanno condotto davanti al
tribunale e lo hanno sbattuto dentro ancora per una settimana. Lui,
però, ha detto che era soddisfatto: ormai era riuscito ad avere di
nuovo in pugno suo figlio, e ci avrebbe pensato lui a farmi rigare
diritto.
Quando lo mandano fuori di nuovo, il nuovo giudice dice che vuole fare
di lui un altro uomo. Così se lo porta a casa, lo veste per benino e
lo fa mangiare a colazione, pranzo e cena con la sua famiglia e,
insomma, lo trattava addirittura con i guanti. Dopo cena si mette a
parlargli della temperanza e altre cose del genere fino a quando il
mio vecchio si mette a lacrimare e dice che è stato uno stupido, che
si è rovinato la vita, ma adesso voleva voltar pagina e diventare un
uomo del quale nessuno doveva più vergognarsi; così sperava che il
giudice lo avrebbe aiutato e non lo avrebbe più disprezzato. Il
giudice risponde che lo avrebbe quasi abbracciato per quello che aveva
appena finito di dire; così si mette a piangere anche lui, e anche sua
moglie piange con lui; e il mio pa' dice che lui è sempre stato un
uomo incompreso, e il giudice risponde che gli crede. Poi il mio
vecchio continua a dire che a qualsiasi uomo bastava essere trattato
con un po' di comprensione; e il giudice dice che è giusto e così
ricominciano a piangere. Quando arriva l'ora di andare a letto, il mio
vecchio si alza e tende la mano dicendo:
- Guardatela, signori e signore, prendetela, stringetela. Questa mano
prima era la mano di un maiale ma adesso non lo è più è la mano di un
uomo che ha cominciato una nuova vita, e morirà piuttosto che ricadere
in peccato. Ricordatevi quello che vi dico... non dimenticatevene.
Adesso è una mano pulita; potete stringerla, non abbiate paura.
Così gli prendono la mano e gliela stringono, tutti, uno dopo l'altro,
e piangono ancora un po'. La moglie del giudice, poi, gliela bacia.
Allora il mio vecchio firma un impegno sacrosanto... cioè, mette una
croce sul foglio. Il giudice dice che è la cosa più bella che mai sia
stata messa per iscritto, o qualcosa del genere. Poi, conducono il mio
vecchio in una bellissima camera (che era la camera degli ospiti) e
durante la notte lui viene preso da una sete terribile e allora si
arrampica fuori, sul tetto della veranda, e si fa scivolare giù lungo
un pilastro e va a barattare la giacca nuova con un bel boccale grosso
di roba forte da scolarsi, poi è ritornato di nuovo in camera per la
stessa via e se l'è spassata che era una meraviglia verso l'alba è
uscito fuori dalla finestra, quatto quatto, ubriaco fradicio, ma
stavolta rotola giù dal tetto della veranda e si rompe il braccio
sinistro in due punti e quando qualcuno finalmente lo trova - che il
sole si era appena levato- era quasi morto congelato. Quando sono
andati a dare un'occhiata alla camera degli ospiti, hanno dovuto fare
qualche scandaglio, prima di poterci navigare.
Il giudice, però, c'era rimasto abbastanza male. E ha detto che forse
qualcuno poteva riuscire a riformare il mio vecchio ma soltanto con
una buona doppietta, magari, e che lui non conosceva nessun altro
metodo.
CAPITOLO 6.
Se la prende con il giudice Thatcher - Huck decide di andarsene -
Riflessioni - Economia politica - Un po' di trambusto.
Be', presto il vecchio si rimette in sesto e comincia a farsi vedere
in giro; è a questo punto che va a cercare il giudice Thatcher in
tribunale per farsi dare quei soldi e poi comincia a togliere il fiato
anche a me per non aver piantato lì la scuola. Un paio di volte mi
coglie in fallo mentre ci vado e mi riempie di botte; io però a scuola
ho continuato ad andare lo stesso e riuscivo a schivarlo oppure, la
maggior parte delle volte, scappavo via così in fretta che lui non
riusciva a prendermi. Prima non ne avevo tanta voglia, di andare a
scuola, ma adesso avevo deciso che ci sarei andato per far dispetto al
mio pa'. Quanto al processo, era una faccenda che andava per le
lunghe; sembrava che non si decidessero mai a cominciare; così, di
tanto in tanto, mi facevo imprestare due o tre dollari dal giudice
perché non mi prendesse a cinghiate. Ogni volta che si trovava con
qualche soldo in mano, si ubriacava; e ogni volta che si ubriacava
provocava un vero e proprio sconquasso in città; e ogni volta che
succedeva quello sconquasso, lui finiva in guardina. Ma ci era
abituato: era proprio quel genere di cose che faceva per lui.
Ronzava un po' troppo anche nei paraggi della vedova, così alla fine
lei si decide a dirgli che se non la smetteva di farsi vedere da
quelle parti, gli avrebbe fatto avere un mucchio di guai. Be', non era
proprio un bel matto? Ha risposto che avrebbe fatto vedere lui a tutti
noi chi era il padrone di Huck Finn. Così un bel giorno di primavera
mi ha tenuto d'occhio di nascosto, mi ha acciuffato e mi ha portato in
barca per più di tre miglia su per il fiume, ed è sbarcato su una riva
dell'Illinois, che era piena di alberi, e non c'era neanche una casa
ma una vecchia capanna di tronchi dove la foresta era talmente fitta
che nessuno sarebbe riuscito a scoprirla se non sapeva prima dove
quella si trovava.
Mi teneva sempre con sé, tutto il tempo, e mai una volta che mi sia
stato possibile di provare a scappare! Vivevamo in quella vecchia
capanna e lui chiudeva sempre la porta e di notte si metteva la chiave
sotto la testa. Aveva un fucile, che, secondo me, doveva aver rubato e
così si andava a caccia e a pesca, ed era di quello che si viveva. Di
tanto in tanto mi chiudeva a chiave là dentro e andava al negozio, a
tre miglia dal traghetto, e barattava pesce e selvaggina con whisky;
lo portava a casa e si sbronzava, ed era tutto contento: e poi mi
riempiva di botte. La vedova, dopo un po', era riuscita a scoprire
dove stavo ed ha mandato un uomo a cercare di liberarmi ma mio padre
lo ha fatto scappare puntandogli contro il fucile e non è passato
molto tempo che, ormai, cominciavo ad abituarmi a vivere a quel modo e
quasi mi piaceva, tutto, salvo quando lui me le suonava.
Era una vita divertente, da fannullone, e me ne stavo tutto il giorno
a far niente, a fumare e a pescare, senza più libri o studio. Quando
sono passati due mesi, e magari anche di più, e i miei vestiti erano
ridotti sporchi e stracciati, e ormai non riuscivo più a capire come
facevo a stare così bene in casa della vedova quando dovevo lavarmi,
mangiare in un piatto, pettinarmi, andare a letto e alzarmi a ore
fisse e stare sempre a lambiccarmi il cervello su un libro e avere la
vecchia signorina Watson che non faceva altro se non rimproverarmi
tutto il tempo. Non avevo più voglia di tornare da lei. Avevo smesso
d'imprecare perché alla vedova non piaceva, ma adesso avevo
ricominciato perché al mio vecchio non gliene importava niente. Tutto
considerato, era una vita abbastanza bella quella che facevo lì, nei
boschi.
Ma dopo un po' il mio pa' ha cominciato ad avere la mano un po' troppo
svelta con il bastone e non riuscivo più a sopportarlo. Ero tutto
coperto di piaghe e di lividi. E poi, lui cominciava a star via troppo
e mi lasciava sempre chiuso dentro. Una volta mi ha chiuso nella
capanna e se n'è andato per tre giorni di fila. Mi sono sentito
terribilmente triste e solo. Ho cominciato a pensare che forse era
annegato e non sarei più uscito fuori di lì. E mi sono anche
spaventato. E ho deciso che era venuto il momento di trovare un modo
per andarmene ad ogni costo. Già varie volte avevo cercato di uscire
dalla capanna ma senza mai trovare la maniera giusta. Non c'era una
finestra larga abbastanza perché ci passasse un cane. Non potevo
arrampicarmi su per il camino perché era troppo stretto; la porta era
di assi di quercia, spesse e massicce. Il mio pa', quando andava via,
stava sempre attento a non lasciare in giro né un coltello né niente
di simile; credo che ormai avevo esplorato la capanna almeno cento
volte; be', lo facevo quasi in continuazione perché era l'unico mezzo
per far passare il tempo. Stavolta, finalmente, trovo qualcosa: una
vecchia sega arrugginita, senza il manico; era nascosta fra una trave
e l'assito del tetto. Allora l'ho ingrassata ben bene e mi sono messo
al lavoro. C'era una vecchia coperta da cavallo inchiodata sui tronchi
in fondo alla capanna dietro il tavolo perché il vento non s'infilasse
tra le fessure e spegnesse la candela. Mi caccio sotto il tavolo,
sollevo la coperta e comincio a segare un pezzo del grosso tronco di
base, largo abbastanza per poterci passare. Be', era un lavoro
piuttosto lunghetto e stavo per finirlo quando sento il fucile di pa'
nei boschi. Allora nascondo in fretta e furia i segni del mio lavoro,
pulisco un po', lascio ricadere la coperta e nascondo la sega, ed ecco
che di lì a poco il mio pa' entra in casa.
Non era di buon umore... quindi voglio dire che era del suo solito
umore. Mi ha raccontato di essere stato giù, in città, e che tutto
andava per traverso. Il suo avvocato gli aveva detto che avrebbe vinto
la causa e intascato i soldi, se però si fosse cominciato il processo;
ma esistevano tanti modi per rimandarlo di un bel po' e il giudice
Thatcher sapeva come fare. Poi ha aggiunto che la gente diceva che ci
sarebbe stato un altro processo per togliermi a lui e darmi alla
vedova come tutrice e che pensavano che questa volta la vedova avrebbe
vinto la causa. Questa notizia fu un gran brutto colpo perché non
avevo nessuna voglia, ormai, di tornare dalla vedova, chiuso dentro in
quella casa a farmi incivilire, come diceva lei. Poi il mio vecchio ha
cominciato a bestemmiare ed a imprecare su tutto e su tutti quelli che
gli saltavano in mente; poi ha ricominciato a imprecare contro tutto e
contro tutti un'altra volta per essere sicuro che non aveva
dimenticato nessuno e, dopo che ha fatto questo, ha concluso con una
specie di maledizione generale, e ci ha messo dentro anche un bel
mucchio di gente che non sapeva neanche come si chiamasse e così,
quando arrivava a loro, diceva quel tale-non-so-come-si-chiama, e
continuava a imprecare.
Poi ha cominciato a dire che gli sarebbe piaciuto vedere come avrebbe
fatto la vedova a portarmi via. E che lui sarebbe stato in guardia e,
se cercavano di fargli uno scherzetto del genere, lui conosceva un
posto - lontano sei o sette miglia di lì - dove nascondermi così che
quelli mi cercassero pure fino a quando cadevano stecchiti per la
fatica ma non sarebbero riusciti a scovarmi. Quando ho sentito tutto
questo, ho cominciato ad avere di nuovo un po' di paura, ma solo per
un minuto; perché intanto mi dicevo che non avevo nessuna intenzione
di rimaner lì fino a quando gli fosse capitata quella possibilità.
Poi il vecchio mi ordina di andare giù, alla barca, a scaricare la
roba che aveva portato. C'era un sacco con cinquanta libbre di farina
di granturco, e un bel pezzo di pancetta affumicata, munizioni, un
boccale di whisky da quattro galloni, un vecchio libro e due giornali
come stoppaccio, oltre a un po' di canapa. Io ho scaricato un po' di
roba sulla riva e, quando torno alla barca, mi siedo sulla prua a
riposarmi un po'. Ho cominciato a ripensare a tutta quella faccenda e
decido che, al momento di squagliarmela, avrei preso la doppietta e
qualche lenza e mi sarei buttato per i boschi. Riflettevo che non
potevo rimanere fisso in un posto ma sarebbe stato meglio camminare
attraverso la regione, soprattutto di notte, e andare a caccia e a
pesca per mangiare, ed arrivare talmente lontano che né il mio vecchio
né la vedova sarebbero più riusciti a trovarmi. Così ho pensato che
era meglio finir di segare quel tronco e squagliarmela quella notte
stessa se il mio pa' si ubriacava abbastanza (ma ero praticamente
sicuro che si sarebbe ubriacato proprio come pensavo io). Ero talmente
preso da tutti questi pensieri che non mi sono accorto del tempo che
passava finché il mio vecchio non si è messo a urlare chiedendomi se
mi ero addormentato oppure se ero annegato. Così ho finito di portar
tutto su alla capanna, e ormai era quasi buio. Mentre facevo cuocere
la cena, il vecchio ha cominciato a scolarsi prima un goccetto di
liquore e poi un altro e così si è riscaldato quel tanto che bastava
per ricominciare a prendersela con tutti e con tutto. In città si era
preso una sbronza della malora ed era finito in un fosso dove aveva
passato tutta la notte, così adesso era proprio uno spettacolo. Poteva
quasi passare per Adamo, perché era coperto di fango dalla testa ai
piedi. Ogni volta che l'alcol cominciava a fare effetto, se la
prendeva quasi sempre con il governo. Così anche stavolta:
- E lo chiamano governo! Figurarsi, pensateci un po' e ditemi che
razza di governo abbiamo. Eccoti una bella legge, pronta per portar
via il figlio al padre... sì, il suo proprio figlio che gli è costato
tanta fatica e preoccupazioni e soldi per tirarlo su. Già, e quando
finalmente quel poveraccio si trova col figlio cresciuto, pronto per
andare a lavorare e cominciare a fare qualcosina per "lui" così che
può riposarsi un poco, salta fuori la legge e glielo prende. E
"questo" lo chiamano governo! Nossignori, non è ancora tutto. La legge
prende le "pìarti" di quel vecchio giudice Thatcher e lo aiuta a
impedirmi di entrare in possesso di quello che mi spetta
legittimamente. Ecco, quello che fa la legge! Prende un uomo che vale
seimila dollari e anche più e te lo scaraventa in una vecchia baracca
cadente come questa capanna e lo lascia andare in giro con vestiti
tali che sarebbero più degni di un maiale, tanto sono ridotti a
stracci. E lo chiamano governo! Con un governo come questo un uomo non
può far valere i suoi diritti. A volte mi salterebbe proprio il
ticchio di andarmene per sempre da questo paese, una volta per tutte.
Già, e gliel'ho anche detto a "quelli là"; come ho detto sul muso al
vecchio giudice Thatcher quello che penso. Un sacco di gente mi ha
sentito, e può ripetere quello che ho detto. Ecco, cosa ho detto: per
due centesimi pianto qui questo stramaledetto paese, e non ci torno
mai più. Parole sacrosante, ecco quello che ho detto. E poi dico
guardatemi un po' il cappello, se vi sentite il coraggio di chiamarlo
cappello, con la cupola sfondata e il resto che mi arriva sotto il
mento, al punto che non è neanche più un cappello ma sembra piuttosto
che la mia testa sia stata ficcata dentro un pezzo di tubo da stufa.
Guardatelo, dico, guardate che cappello devo portare io... uno degli
uomini più ricchi di questa città, se solo riuscissi a far valere i
miei diritti.
- Oh, certo, è un governo magnifico quello che abbiamo, proprio
meraviglioso! Già, sentite un po' questa. C'era un negro libero,
dell'Ohio, un mulatto, quasi bianco come un uomo bianco. Aveva la
camicia più di bucato che avessi mai visto, anche, e il cappello più
lustro; non c'era nessun altro in città che avesse vestiti belli come
i suoi; aveva anche un orologio con la catena d'oro e un bastone col
pomo d'argento: il più vecchio nababbo testa-grigia dello Stato. Be',
l'avreste immaginato? Dicevano che faceva il professore
all'università, e sapeva parlare tutte le lingue e, insomma, era un
sapientone. Ma c'è di peggio. Dicevano che poteva perfino votare
quando era a casa sua. Ecco, giuro che sono rimasto di stucco. E ho
pensato, dove si va a finire in questo paese, se succede anche questo?
Era il giorno delle elezioni e io stavo per andare a votare anch'io e
non ero neanche troppo sbronzo per andarci ma quando mi hanno
raccontato che in questa nazione c'era uno Stato dove lasciavano
votare anche i negri, mi sono tirato indietro. Ho detto che non avrei
votato mai più. Ecco le parole sacrosante che ho detto; mi hanno
sentito tutti, e che la nazione possa andare a remengo, per quello che
mi riguarda... non voterò mia più fintantoché vivo. E bisognava
vedere, poi, il modo di fare di quel negro, bello pacifico, come se
niente fosse... figurarsi che non mi avrebbe nemmeno ceduto il passo
se io non gli davo una bella spinta per sbatterlo da parte. E così ho
chiesto alla gente, perché questo negro non viene messo all'asta e
venduto? Ecco quello che mi sarebbe piaciuto sapere. Be', immaginate
un po' cos'hanno risposto? Hanno detto che non poteva essere venduto
finché non fosse rimasto nello Stato sei mesi, e ancora non erano
passati. Be', ecco... questo è un esempio. Chiamano governo un governo
che non è capace di vendere un negro libero fintantoché non è rimasto
nello Stato per sei mesi. E questo è un governo che si fa chiamare
governo però deve stare con le mani in mano per sei mesi prima di
poter catturare un dannato negro libero, che se ne va in giro per i
fatti suoi, un ladro e un diavolo dell'inferno e...
Papà era talmente furibondo e lanciato nel suo discorso che non si è
accorto dove lo portavano le sue vecchie gambe e così inciampa e casca
a capofitto sul mastello della carne salata di maiale e si scortica
gli stinchi, e allora il resto del suo discorso diventa ancora più
concitato e rovente (soprattutto contro il negro e il governo) anche
se, di tanto in tanto, non dimenticava di dire al mastello quello che
si meritava anche lui. Poi ha cominciato a saltellare per la capanna
per un bel pezzo, prima su una gamba e poi sull'altra, prendendosi fra
le mani prima una caviglia e poi l'altra, e, alla fine, tutto d'un
colpo, allunga il piede sinistro e molla un calcio poderoso al
mastello. Ma è stata una pessima idea perché su quel piede portava una
scarpa sfondata e così ne spuntavano fuori un paio di dita; allora
tira un urlo che avrebbe fatto rizzare i capelli in testa a chiunque e
poi cade per terra e comincia a rotolarsi qua e là, e a stringersi le
dita del piede fra le mani; e le sue imprecazioni diventano ancora
peggio di tutte quelle che aveva detto prima. Lo ha detto anche lui,
dopo. Aveva sentito il vecchio Sowberry Hagan nei suoi giorni migliori
ma, secondo lui, stavolta lo aveva superato; anche se, però, credo che
esagerava un po', secondo me.
Dopo cena papà prende il boccale di whisky e dice che ce n'è dentro
abbastanza per un paio di buone bevute e un "delirium tremens" (1).
Era quello che diceva sempre. Così ho calcolato che, nel giro di
un'ora, doveva essere ubriaco fradicio e allora potevo rubargli la
chiave o finire di segare il tronco per squagliarmela, una cosa o
l'altra. E lui si mette a bere, e a bere, e dopo un po' rotola sulle
sue coperte; però quella sera non dovevo avere fortuna. Non si era
addormentato sodo ma si girava e rigirava, irrequieto. Gemeva, si
lamentava, si sbatteva da una parte e dall'altra, e ha continuato così
per un bel po'. Alla fine ho cominciato ad avere un tal sonno che non
riuscivo più a tenere gli occhi aperti e così, prima ancora che me ne
accorgo, cado addormentato come un sasso anch'io, e la candela
continua a rimanere accesa.
Non so per quanto tempo ho dormito ma tutto d'un tratto sento un urlo
spaventoso e salto su. Vedo il mio pa' con due occhi da far paura che
saltava di qua e di là e urlava che c'erano i serpenti. Diceva che gli
si arrampicavano sulle gambe; allora spiccava un balzo e si metteva a
urlare e poi diceva che uno lo aveva morsicato sulla faccia ma io non
riuscivo a vedere nessun serpente. Poi ha cominciato a correre
tutt'intorno per la capanna sbraitando: - Tiralo via! Tiralo via! Mi
sta mordendo il collo! - Non avevo mai visto nessuno con due occhi
così. Dopo un po', però; era talmente sfinito che è caduto per terra,
e ansimava; poi ha cominciato a rotolare dappertutto, sempre più in
fretta, e a tirar calci a tutto quello che gli capitava a tiro e a
tirar colpi e pugni all'aria, e sembrava che volesse afferrarla con le
mani, e come gridava... e diceva che c'erano dei diavoli che volevano
impadronirsi di lui. Dopo un po' era di nuovo così sfinito che è
rimasto tranquillo, ma si lamentava. Poi si è calmato ancora di più e
non faceva più nessun rumore. Potevo udire le civette e i lupi,
distante, fuori nei boschi, e il silenzio era così profondo da far
paura. Lui continuava a star sdraiato in un angolo. Dopo un po' si
alza metà e tende l'orecchio, con la testa piegata da una parte. E
dice piano piano:
- Un passo... un passo... un altro passo.. sono i morti; un passo, un
passo, un altro passo; stanno per venire da me, ma io non voglio
andare... oh, eccoli... non toccatemi... no! Giù le mani... sono
fredde; lasciatemi stare... oh, lasciate in pace un poveraccio!
Poi si mette a quattro zampe e comincia a strisciare qua e là
supplicandoli di lasciarlo in pace e si avvolge nella coperta e
striscia sotto il tavolo di vecchio legno di pino e continua a
supplicare; e poi si mette a piangere. Potevo sentirlo attraverso la
coperta.
Dopo un po', rotola fuori da sotto il tavolo, si alza in piedi di
scatto, con un'aria da far paura, mi vede e mi si butta addosso.
Comincia a rincorrermi per tutta la capanna, con un coltello a
serramanico e mi chiama angelo della Morte e dice che mi ammazzerà,
così non potrà più venirlo a prendere. Io lo supplico, e gli dico che
sono soltanto Huck ma lui si mette a ridere... e fa una risata così
terribile, e rugge e impreca e continua ad inseguirmi. Una volta che
non sono riuscito a stargli abbastanza alla larga ed ho provato a
sgusciargli sotto il braccio, lui si è allungato e mi ha preso per la
giacca proprio in mezzo alle spalle: ho proprio pensato che era la
fine! Ma poi mi sono liberato dalla giacca veloce come il lampo e così
mi sono salvato. Dopo un po', però, lui era talmente stanco che è
caduto a sedere per terra, con la schiena contro la porta: ha detto
che voleva riposarsi un minuto e poi mi avrebbe ammazzato. E si è
seduto sul coltello, ha ripetuto che voleva dormire per tornare in
forze e poi mi avrebbe fatto vedere lui chi era!
Così, ben presto si appisola. Io intanto mi avvicino alla vecchia
poltrona con il sedile sfondato, ci monto sopra, quatto quatto per non
fare rumore, e stacco la doppietta. C'infilo dentro la bacchetta per
essere sicuro che è carica e poi l'appoggio sopra il barile delle rape
puntata contro il mio pa', e mi siedo anch'io lì dietro ad aspettare
che lui si muova. Ma come passa lento e silenzioso il tempo!
NOTE.
NOTA 1: "Delirium tremens" è il tremito che caratterizza gli
alcolizzati.
CAPITOLO 7.
In agguato - Chiuso nella capanna - Preparativi - Si fa scomparire il
cadavere - Lo studio di un piano - Riposo.
- Ehi, svegliati! Cosa stai facendo?
Aprii gli occhi e mi guardai intorno cercando di capire dov'ero. Il
sole si era già alzato e io avevo dormito sodo. Papà era in piedi,
incombeva su di me con l'aria incattivita e anche di chi sta male.
Dice:
- Cosa volevi fare con quella doppietta?
Mi rendo subito conto che non si ricorda più niente di quello che era
successo, così dico:
- Qualcuno cercava di entrare e allora mi sono preparato ad
accoglierlo.
- Perché non mi hai svegliato?
- Be', mi ci sono provato, ma non ce l'ho fatta; non riuscivo neanche
a farti muovere.
- Be', d'accordo. Non stare lì a cicalare tutto il giorno ma va fuori
a vedere se qualche pesce ha abboccato agli ami, per colazione. Ti
raggiungo fra un minuto.
Mette la chiave nella toppa e apre la porta e io schizzo fuori, e mi
avvio verso l'argine. Vedo subito rami e pezzi di legno e roba simile
che galleggia, e qualche frammento di corteccia; così capisco che il
fiume ha cominciato a salire. E penso che ci sarebbe stato da
divertirsi da matti, adesso, ad essere in città! La piena di giugno mi
portava sempre fortuna perché, non appena l'acqua cominciava a
gonfiare, scendevano sulla corrente grossi pezzi di legna, di quelli
da catasta, e anche tronchi di zattera: a volte una dozzina in un
colpo solo; così non si faceva altro che afferrarli e venderli ai
depositi di legname o alla segheria.
Risalgo l'argine con un occhio dalla parte dove c'era il mio pa' e un
altro a controllare quello che la piena stava trasportando. Be',
improvvisamente, ecco che arriva una canoa: era proprio una bellezza,
lunga tredici o quattordici piedi, con la prua bella alta e teneva
l'acqua come una papera. Con un salto, entro nel fiume a capofitto, mi
metto a nuotare come un ranocchio. vestito così come sono e raggiungo
la canoa. Mi aspettavo che ci fosse qualcuno sdraiato sul fondo perché
capita a volte che la gente si diverta a far così per scherzare e
prendere in giro il prossimo e quando uno è quasi riuscito a tirare a
riva l'imbarcazione, quelli saltano su e gli ridono in faccia.
Stavolta, invece, non era così. Era una canoa alla deriva, ormai
l'avevo capito, così ci sono saltato dentro e con la pagaia la porto a
riva. E penso che il mio vecchio sarà contento quando la vede: può
valere come minimo dieci dollari. Quando tocco la riva il mio pa' non
si vedeva ancora, così, mentre imboccavo un torrentello che scendeva
in una piccola insenatura tutta coperta di salici e piante rampicanti,
ecco che mi è venuta un'altra idea; ho pensato di nasconderla per bene
e poi, invece di buttarmi per i boschi quando riuscivo a scappare,
potevo ridiscendere il fiume per una cinquantina di miglia e
accamparmi in qualche posto, ma rimanere lì fisso, senza fare tutta
quella faticaccia di andare sempre in giro a piedi. Lì ero molto
vicino alla capanna tanto che mi pareva sempre di sentire il vecchio
che stava per arrivare però sono riuscito ugualmente a nasconderla;
quando sono sceso, ho provato a guardarmi in giro, da dietro una
macchia di salici, ed ecco il mio vecchio giù per il sentiero che
stava puntando un uccello con la doppietta. Dunque non aveva visto
niente.
Quando poi mi si è avvicinato, ero occupatissimo a tirar su una lenza.
Lui mi ha coperto d'improperi perché ci avevo messo troppo tempo ma io
gli ho raccontato che ero caduto nel fiume e per questo ci avevo messo
tanto. Sapevo che poteva accorgersi che ero bagnato fradicio e allora
avrebbe cominciato a farmi un sacco di domande. Abbiamo staccato dalle
lenze cinque pesci-gatto che avevano abboccato, e ce ne siamo tornati
a casa.
Mentre cercavamo di schiacciare un pisolino, dopo colazione, tutti e
due perché eravamo stracchi morti, mi sono messo a pensare se trovavo
il modo d'impedire al mio pa' e alla vedova di corrermi dietro;
sarebbe stato di certo più sicuro che non fidarmi soltanto della
fortuna per squagliarmela ed andare abbastanza lontano prima che loro
fanno in tempo ad accorgersi che non ci sono più. Capite bene che
possono succedere tante cose. Be', per un bel po' non riesco a trovare
proprio niente ma ad un certo momento il mio pa' si alza per scolarsi
un altro barile d'acqua e mi dice:
- Un'altra volta che un uomo viene a gironzolare da queste parti, devi
svegliarmi, ci siamo capiti? Quello lì non era certo venuto con delle
buone intenzioni. Gli avrei sparato. La prossima volta devi
svegliarmi, capito?
Poi si è sdraiato di nuovo ed ha ripreso sonno; ma quello che aveva
appena finito di dire mi ha proprio dato l'idea che cercavo. E mi sono
detto: adesso so come sistemare tutto in modo che nessuno abbia voglia
di venirmi ancora a cercare.
Verso mezzogiorno siamo usciti e abbiamo cominciato a risalire
l'argine. Il fiume stava gonfiandosi piuttosto in fretta e la corrente
era parecchio forte, e sull'acqua galleggiava una quantità di legname
alla deriva. Dopo un po' ecco scendere sull'acqua una parte di una
zattera di tronchi: sono nove, tutti ben legati insieme. Noi ci siamo
accostati con la barca e li abbiamo rimorchiati a riva. Poi è venuta
l'ora di pranzo. Chiunque altro, tranne il mio pa', avrebbe passato
tutta la giornata lì a fare la guardia così da prendere qualcos'altro;
ma non era quello lo stile del mio pa'. Nove tronchi in una volta sola
erano abbastanza; e lui voleva precipitarsi in città a venderli. Così
mi ha chiuso nella capanna, ha preso la barca e se n'è andato
tirandosi dietro quei tronchi che erano forse le tre e mezzo. Ho
calcolato che non tornava di sicuro per la sera. Ma ho aspettato fino
a quando mi sono detto che ormai doveva aver già fatto un bel pezzo di
strada, ho tirato fuori la mia sega e mi son messo a lavorare di nuovo
intorno a quel tronco. Prima che lui fosse sull'altra sponda del
fiume, ero sgusciato fuori da quel buco; lui e la zattera, ormai,
erano soltanto un puntino là in fondo, sull'acqua.
Allora ho preso il sacco di farina di granturco e l'ho portato dove
era nascosta la canoa, mi sono aperto un passaggio fra i rami e le
frasche e l'ho caricato a bordo; poi ho fatto la stessa cosa con il
pezzo di pancetta; e anche con il boccale di whisky. Ho preso tutto lo
zucchero e il caffè che c'erano, e le munizioni, e lo stoppaccio; e ho
preso un secchio e la zucca; e un mestolo e una tazza di latta e la
mia vecchia sega, due coperte e la padella e la caffettiera. Ho preso
le lenze, i fiammiferi e altre cose; tutto quello che poteva valere
qualche soldo. Ho letteralmente ripulito la capanna. Avrei voluto una
scure ma non ce n'erano, solo quella fuori, vicino alla catasta della
legna, e sapevo perché quella dovevo lasciarla lì dov'era. Sono andato
a prendere la doppietta, e così ho finito.
A strisciar fuori dal buco e a trascinar fuori tutta quella roba,
avevo lasciato un bel po' di segni per terra. Ma ho cercato di
sistemare anche quello dall'esterno come meglio potevo, spargendoci
sopra un po' di polvere per ricoprire la segatura e la terra battuta.
Poi ho messo di nuovo il pezzo di tronco segato al suo posto, gli ho
infilato sotto due pietre e un'altra ce l'ho appoggiata contro per
tenerlo fermo, perché in quel punto lì era piegato verso l'alto e non
toccava più molto bene il terreno. A quattro o cinque passi di
distanza non si sarebbe detto che era stato segato; e poi, si trovava
proprio sul retro della capanna ed era un po' difficile che qualcuno
andasse a gironzolare proprio lì.
Da quel punto fino alla canoa era tutta erba, così che non avevo
lasciato tracce. Ho provato a fare un giro lì intorno a controllare.
Poi mi sono fermato sull'argine e ho guardato verso il fiume. Via
libera. Così prendo la doppietta e m'inoltro per un po' nei boschi e
stavo per cacciare qualche uccello quando vedo un maiale selvatico; in
queste zone paludose i maiali diventano subito selvatici appena
scappano dalle fattorie della prateria. Così gli ho sparato, e me lo
sono portato alla capanna.
Ho preso la scure e ho sfondato la porta. Mentre la sfondavo mi sono
messo a colpirla a più non posso e a ridurla addirittura in pezzi. Poi
prendo il maiale e lo trascino dentro vicino al tavolo e, sempre con
la scure, gli taglio la gola e lo lascio lì, per terra, a
sanguinare... dico «per terra» perché era proprio terra battuta e non
c'era l'impiantito fatto di assi. Bene, poi vado a prendere un vecchio
sacco e ci metto dentro un bel po' di sassi, tutti quelli che riuscivo
a trascinare, e, cominciando da dove c'era il maiale, lo trascino fino
alla porta e attraverso i boschi, fin giù al fiume e ce lo butto
dentro e quello sprofonda subito e scompare. Così adesso era facile
vedere che lungo tutto quel tratto qualcosa era stato trascinato sul
terreno. Come avrei voluto che ci fosse Tom Sawyer lì, con me! Sapevo
che questo tipo di faccende gli sarebbe interessato, e poi lui era
anche capace di aggiungerci qualche tocco di fantasia. Nessuno sapeva
darsi da fare come Tom Sawyer, con il suo gusto, in cose del genere.
Bene, alla fine mi strappo un po' di capelli e macchio ben bene di
sangue la scure e ci appiccico i capelli sopra, e poi la butto in un
angolo. Quindi prendo il maiale e me lo stringo al petto con la giacca
(così non sgocciolava il sangue) e lo porto per un bel pezzo giù,
lontano dalla casa e poi lo butto nel fiume. Ma in quel momento mi
salta in testa qualcos'altro. Così vado a prendere il sacco di farina
di granturco e la mia vecchia sega dalla canoa e li porto di nuovo in
casa. Metto il sacco nel posto dove stava sempre di solito e gli
faccio un buco in fondo con la sega perché non c'erano in giro né
coltelli né forchette: il mio pa', per far da cucina, adoperava
soltanto il suo coltello a serramanico. Poi, prendo il sacco e lo
porto fuori attraverso il prato per quasi cento iarde e giù fra i
salici, a est della casa, verso un laghetto poco profondo e largo
cinque miglia, pieno di canneti... e anche di anatre, come si può ben
immaginare, quando era la stagione. C'era un torrentello o un fossato
che ne usciva sulla sponda opposta e andava avanti così per miglia e
miglia, non so dove, però nel fiume no, lì non si gettava. La farina
di granturco era caduta a poco a poco dal sacco e così aveva lasciato
una piccola pista per tutta la strada fino al laghetto. Ci ho lasciato
cadere anche la cote del mio pa', così che sembrava che era caduta per
caso. Poi ho rattoppato quel buco nel sacco con un pezzo di spago,
così non perdeva più la farina, e l'ho riportato sulla canoa con la
mia sega.
Ormai era quasi buio; allora spingo la canoa giù lungo il fiume sotto
un gruppo di salici che sporgevano dall'argine e mi metto ad aspettare
che spunti la luna. Lego la canoa a un salice; poi mangio un boccone e
dopo un po' mi sdraio sul fondo della canoa a farmi una pipata e a
studiare un piano. Mi dico che quelli lì seguiranno le tracce del
sacco pieno di sassi fino alla riva e poi dragheranno il fiume per
ripescarmi. E seguiranno anche la pista che ho lasciato con la farina
di granturco fino al laghetto e andranno a dare un'occhiata anche al
torrente che ne esce e così scopriranno che i ladri mi hanno ammazzato
e hanno portato via la roba. Non si metteranno mai e poi mai a darmi
la caccia lungo il fiume e cercheranno soltanto di ritrovare il mio
cadavere. Ma si stancheranno presto e non penseranno più a me. Benone,
così io posso fermarmi dove voglio. L'isola di Jackson mi sembra che
vada abbastanza bene; la conosco mica male, quell'isola, e non ci va
mai nessuno. Da lì posso arrivare fino in città, remando alla notte, e
giracchiare di nascosto qua e là e prendere quello che mi serve. Sì,
l'isola di Jackson è il posto che fa per me.
Ero un po' stanco e così, prima di accorgermene, mi addormento. Quando
mi sveglio, per un minuto non riesco a capire dove sono. Balzo su a
sedere e mi guardo intorno, un po' impaurito, ma poi mi viene in mente
tutto. Il fiume pareva largo miglia e miglia. La luna è così chiara
che posso contare i tronchi d'albero che scendono sulla corrente, alla
deriva, neri e silenziosi, a centinaia di metri dalla riva.
Tutt'intorno c'era un gran silenzio, e capisco che è tardi, si sentiva
quasi dall'odore che era tardi. Lo capite anche voi quello che voglio
dire... ma non trovo le parole giuste per spiegarlo.
Mi faccio un bello sbadiglio, mi stiracchio ben bene e sto per slegare
la canoa e partire quando lontano, sull'acqua, sento un suono. Tendo
l'orecchio e presto capisco cos'è. Quel genere di suono sordo e
regolare che fanno i remi negli scalmi quando la notte è tranquilla;
provo ad occhieggiare attraverso i rami del salice ed eccola... una
barca ancora lontano sull'acqua. Non riesco a capire in quanti ci sono
sopra. Continua a venire avanti e quando è proprio alla mia altezza mi
accorgo che c'è sopra soltanto un uomo. E penso che magari è il mio
pa', anche se non lo aspettavo. La corrente lo porta sotto di me e
dopo un po' lui si spinge verso la riva dove l'acqua non è più veloce,
e mi passa tanto vicino che se allungo la doppietta, lo toccavo. Be',
"era proprio" il mio pa', e neanche ubriaco - avrei detto da come
manovrava i remi.
Non perdo neanche un minuto. Dopo un attimo eccomi a filare giù lungo
la corrente del fiume, senza far rumore, ma in fretta, stando
nell'ombra dell'argine. Scendo così per due miglia e mezzo e poi, per
un quarto di miglio e anche più, mi spingo verso il centro del fiume
perché presto dovevo passare davanti all'approdo del traghetto e la
gente poteva vedermi e chiamarmi. Mi porto in mezzo a tutto quel
legname che va alla deriva, mi sdraio sul fondo della canoa e la
lascio galleggiare per conto suo. Rimango lì steso e mi riposo ben
bene e mi faccio una pipata guardando il cielo dove non c'era neanche
una nuvola. Il cielo sembra così profondo quando si è sdraiati sulla
schiena sotto il chiaro di luna; prima non me n'ero mai accorto. E in
notti come queste a quale distanza si possono udire i rumori! Sento la
gente che chiacchiera all'approdo del traghetto. E sento quello che
dicono, anche, parola per parola. Un uomo diceva che ormai si stava
per arrivare ai giorni lunghi e alle notti corte. Ma un altro gli ha
risposto che questa non era certo una delle più corte, secondo lui; e
poi si sono messi a ridere e lui lo ha detto ancora, e quelli giù a
ridere di nuovo; poi hanno svegliato un altro uomo e gli hanno
raccontato la stessa cosa, anche a lui, e si mettono a ridere, ma lui
non ride, nossignori, anzi salta su a rispondere secco secco e dice di
lasciarlo in pace. Il primo, allora, dice che pensava di raccontare la
battuta anche alla sua vecchia e che lei l'avrebbe trovata divertente,
però non era niente a confronto di certe battute che gli venivano, una
volta. Poi sento uno che dice che sono quasi le tre e che spera che la
luce, per arrivare, non ci avrebbe messo più di una settimana. Dopo le
loro chiacchiere diventano sempre più lontane, a poco a poco, e io non
riesco più a distinguere le parole con precisione e sento soltanto un
borbottio e, di tanto in tanto, anche una risata, ma quella sembrava
molto, molto distante.
Ormai ero già un bel po' a valle dell'approdo del traghetto Così mi
alzo a sedere ed ecco l'isola di Jackson, a due miglia e mezzo più a
valle, coperta di alberi che spiccava al centro del fiume, grossa
scura e solida, come un battello a vapore con i lumi spenti. Nessuna
traccia della scogliera in cima all'isola; ormai adesso era tutto
sott'acqua.
Non ci volle molto per arrivarci. Passai via filando veloce lungo il
promontorio perché la corrente era molto rapida ma poi arrivo dove
l'acqua è quasi ferma e scendo a terra dalla parte verso la riva
dell'Illinois. Sospingo la canoa in una profonda insenatura che si
apre nell'argine, e che già conoscevo; devo scostare i rami dei salici
per entrarvi ma poi la lego in modo tale che nessuno, da fuori, poteva
vedere che lì c'era una canoa.
Scendo a terra e mi siedo su un tronco sul promontorio dell'isola e
guardo il grande fiume e i tronchi neri del legname alla deriva e poi
verso la città a tre miglia di distanza, dove baluginano ancora tre o
quattro luci. Un'enorme zattera di grossi tronchi, che si trova a
circa un miglio a monte, comincia a scendere con la corrente, e ha una
lanterna accesa nel mezzo. Rimango a guardarla mentre si avvicina
lentamente e quando è quasi alla mia altezza sento un uomo che grida:
- Ehi, remi di poppa! Fatela poggiare verso dritta! - Sentivo parlare
chiaro come se fosse stato vicino a me.
Adesso in cielo si cominciava a vedere un po' di grigio; così mi sono
cacciato di nuovo tra gli alberi e mi sono coricato per schiacciare un
pisolino prima di far colazione.
CAPITOLO 8.
Si dorme sotto le stelle - Risvegliare i morti - Di guardia! -
Esplorazione dell'isola - Un sonno inutile - L'incontro con Jim - La
fuga di Tim - Segni - Quel negro con una gamba sola - Balum.
Quando mi sono svegliato il sole era già così alto sull'orizzonte che,
così a occhio, ho fatto il calcolo che fossero le otto passate. Sono
rimasto disteso fra l'erba, all'ombra fresca, e pensavo a tante cose e
mi sentivo riposato e abbastanza contento e soddisfatto. Potevo vedere
il sole da un paio di pertugi ma in genere avevo intorno soprattutto
alberi enormi, e lì sotto, in mezzo a loro, l'ombra era fitta. C'era
per terra qualche chiazza di luce dove il sole era riuscito ad
infiltrarsi tra le foglie e quelle chiazze luminose si muovevano
appena appena e mi facevano capire che lassù in alto soffiava un po'
di venticello. Due scoiattoli si erano sistemati su un ramo e
ciarlavano a tutto spiano con me, come tra amici.
Stavo magnificamente bene e non avevo voglia di far niente, neanche di
alzarmi per preparare la colazione. Così ricomincio a dormicchiare
quando mi sembra di sentire un suono profondo, una specie di boato,
sul fiume ma a monte: Bum! Allora mi alzo, mi appoggio su un gomito e
tendo l'orecchio; dopo un po' sento di nuovo quel fragore. Allora
salto su e vado a guardare da uno spiraglio tra le foglie e vedo una
gran nuvola di fumo che si solleva dall'acqua, molto distante, quasi
all'altezza del traghetto. E anche il battello era lì pieno di gente,
e si lasciava trasportare dalla corrente. Adesso capisco subito di che
cosa si tratta. Bu-um! E vedo una nuvola di fumo bianco che schizza
fuori da una fiancata del battello. Stavano sparando con il cannone a
pelo d'acqua, capite, nella speranza di far salire a galla il mio
cadavere.
Adesso ero affamato mica male ma non mi pareva il caso di accendere il
fuoco perché potevano vedere il fumo. Così mi siedo lì, bello
tranquillo, ad osservare il fumo del cannone e ad ascoltare il rombo
dei colpi. In quel punto il fiume era largo un miglio ed è sempre
molto bello nelle mattine d'estate; così me la spasso in un modo
incredibile a vedere quelli là che danno la caccia ai miei resti, solo
che avrei voluto mettere qualcosa sotto i denti. Be', così capita che
mi ricordo che mettono sempre un po' di argento vivo nelle pagnotte di
pane e le fanno galleggiare sull'acqua perché quelle si dirigono
sempre verso le carcasse degli annegati e lì si fermano. Così mi dico:
«Cercherò di tener gli occhi aperti e se mi capita di vederne qualcuna
che viene a galleggiare qui dalle mie parti, glielo faccio vedere io a
quelli là!». Così cambio sponda e vado a mettermi dalla parte
dell'isola che guarda verso l'Illinois per vedere se mi capitava un
colpo di fortuna e non rimango deluso. Ecco che arriva un'enorme
pagnotta doppia, e ce l'avevo quasi fatta a portarla a riva con un
lungo bastone quando mi scivola un piede e quella si allontana
galleggiando verso il largo. Naturalmente io mi trovavo dove la
corrente passa molto vicina alla riva (almeno questo lo sapevo bene!).
Ma, dopo un po', ne arriva un'altra e stavolta vinco io. Tiro fuori lo
stoppino e ne faccio uscire, scuotendola, quel po' di argento vivo che
ci avevano messo dentro; poi ci affondo i denti. Era pane di fornaio,
roba di primo ordine, quella che mangiano i signoroni, non il nostro
panaccio impastato di farina di granturco, da povera gente.
Avevo trovato un buon posto in mezzo alle frasche e così mi siedo lì
su un tronco a divorare il pane e a guardare il traghetto, e mi
sentivo proprio soddisfatto. E' stato a questo punto che qualcosa mi
ha colpito. E mi dico: «Adesso capisco che la vedova o il parroco o
qualcun altro deve aver pregato perché questo pane mi trovasse» ed
ecco che, infatti, la pagnotta, detto fatto, era arrivata a trovarmi.
Così c'è qualcosa di vero in questa storia, di sicuro. Cioè, bisogna
dire che c'è qualcosa di buono quando chi prega è una persona come la
vedova o il parroco, mentre con me non funziona e così concludo che
deve funzionare soltanto per i tipi giusti.
Mi accendo la pipa e mi faccio una bella fumata, tranquillamente e
senza fretta, e poi continuo a guardare. Il battello del traghetto si
lasciava trasportare dalla corrente così ho pensato che, quando
arrivava alla mia altezza, potevo vedere chi c'era a bordo perché
sarebbe passato molto vicino, come aveva fatto la pagnotta. Quando il
battello mi si è avvicinato abbastanza, spengo la pipa e torno nel
posto dove avevo pescato la pagnotta e mi nascondo dietro un tronco
che c'è sulla sponda, su un piccolo tratto di spiaggia piana. Potevo
spiare dal punto dove il tronco si biforcava.
Ed ecco a poco a poco il battello del traghetto arriva e, sempre
lasciandosi trasportare dalla corrente, passa talmente vicino
all'isola che bastava allungare fuori una tavola e si poteva scendere
sull'isola. Sul battello c'erano quasi tutti: il mio pa' e il giudice
Thatcher e Bessie Thatcher e Joe Harper e Tom Sawyer e la sua vecchia
zia Polly e Sid e Mary e un mucchio di altri ancora. Tutti parlavano
dell'assassinio ma il capitano viene ad interromperli e dice:
- Adesso guardate bene perché qui la corrente passa proprio vicino
alla sponda e magari l'acqua lo ha spinto a terra ed è rimasto
impigliato fra le erbacce e i cespugli che ci sono a pelo d'acqua. Io,
almeno, lo spero.
Io, invece, era proprio quello che non speravo affatto. Allora
accorrono tutti e si sporgono dal parapetto che sembra quasi mi
guardino in faccia e rimangono zitti, guardando verso l'isola con
tutta la loro attenzione. Cioè, io li potevo vedere benissimo mentre
loro non potevano vedere me. A questo punto il capitano si mette a
gridare:
- Tiratevi indietro! - e il cannone lascia partire un tal colpo
proprio davanti a me che c'è mancato poco che non mi ha fatto
diventare sordo col rumore e quasi cieco col fumo, e subito penso che
ormai sono spacciato. Se avessero sparato una carica di pallettoni
sono sicuro che avrebbero trovato subito il cadavere che cercavano.
Be', grazie a Dio, vedo che non mi sono fatto niente. Il battello
continua a scendere portato dalla corrente e dopo un po' non lo vedo
più perché ha girato dietro il crinale dell'isola. Di tanto in tanto
continuo a sentire quel rombo sempre più lontano finché dopo un'ora
non lo sento più. L'isola era lunga tre miglia. Così calcolo che siano
arrivati al promontorio inferiore e che a quel punto hanno deciso di
rinunciare. Invece no, non lo fanno ancora per un po'. Hanno doppiato
il promontorio a valle dell'isola e sono ripartiti nelle ricerche
lungo il braccio di fiume dal lato del Missouri, risalendo la corrente
con il motore sotto pressione e sparando ancora qualche altra
cannonata di tanto in tanto. Così io passo sull'altro versante
dell'isola e sto a guardarli. Quando arrivano alla stessa altezza del
promontorio a monte dell'isola smettono di sparare e si accostano alla
riva del Missouri e tornano a casa, in città. Adesso capisco che posso
stare tranquillo. Non verrà nessun altro a darmi la caccia. Tiro fuori
dalla canoa tutta la mia roba e mi sistemo un bell'accampamento nel
folto dei boschi. Costruisco una specie di tenda con le coperte e ci
metto sotto tutte le mie cose perché, se anche piove, così non si
bagnano. Intanto pesco anche un pesce-gatto e lo squarto con la sega e
quando il sole comincia a tramontare accendo il fuoco e mi preparo la
cena. Poi butto in acqua le lenze per prendere qualche pesce per
colazione.
Quando diventa buio mi siedo vicino al fuoco a fumare e mi sento
soddisfatto mica male; certo che, dopo un po', mi sembra di diventare
un tantino triste, così tutto solo, e allora vado sull'argine e
ascolto il rumore della corrente che passa e conto le stelle e i
tronchi alla deriva e le zattere che scendono lungo il fiume, e poi me
ne vado a letto. Non c'è niente di meglio per far passare il tempo
quando ci si sente malinconici; perché non si può continuare a
sentirsi soli, e, facendo così, dopo un po' non te ne ricordi neanche
più.
E così per tre giorni e tre notti. Niente di diverso... sempre la
stessa cosa. Però il giorno dopo comincio a esplorare l'isola da cima
a fondo. Il padrone ero io; tutto quello che c'era lì era mio, per
così dire, e volevo sapere ben bene com'era fatta, ma soprattutto
volevo passare un po' di tempo. Trovo una quantità di fragole, mature
e bellissime; e uva d'estate ancora verde, e lamponi verdi e anche
more verdi, che cominciavano appena appena a maturare. Così calcolo
che, a poco a poco, mi potevano fare tutti comodo. Be', così continuo
a gironzolare dove i boschi sono più fitti fino a quando calcolo che
non devo essere troppo distante dall'altro promontorio, quello a valle
dell'isola. Avevo ancora con me la doppietta, ma non avevo ancora
sparato neanche un colpo; la portavo più che altro per difesa anche
se, magari, più vicino al campo mi poteva capitare di ammazzare
qualche uccello. Pressappoco in questo momento rischio di mettere il
piede su un serpente piuttosto grosso che striscia via fra le erbe e i
fiori, e io dietro, a cercar di sparargli. Stavo correndo a questo
modo quando, tutto d'un tratto, finisco diritto diritto in mezzo alla
cenere, che fumava ancora, del fuoco di un accampamento.
Il cuore mi balza in petto, tra i polmoni. Non resto lì a guardare
meglio ma alzo il grilletto della doppietta e torno indietro quatto
quatto, in punta di piedi, più in fretta che posso. Di tanto in tanto
mi fermavo un secondo, dove il fogliame era più fitto, e tendevo
l'orecchio; ma avevo il fiato tanto grosso che non riuscivo quasi a
sentire nient'altro. Allora continuo a ritirarmi alla chetichella
ancora un pochino, poi mi fermo e tendo di nuovo l'orecchio; e così
via, non una volta sola ma tante; se vedevo un ceppo d'albero lo
scambiavo per un uomo; se calpestavo un bastone e quello si rompeva,
mi pareva che qualcuno mi avesse tagliato in due il fiato e che me ne
fosse rimasta solo metà e la metà più corta, anche.
Quando finalmente mi ritrovo vicino alla mia tenda non mi sento per
niente in vena di fare lo spavaldo anche perché non sapevo proprio che
pesci pigliare; così mi dico che non è il momento di fare sciocchezze.
E carico da capo tutta la mia roba sulla canoa perché così non è in
giro e nessuno può vederla, spengo il fuoco e sparpaglio la cenere
tutt'intorno in modo da far pensare che sia quella di un campo vecchio
almeno di un anno, poi mi arrampico su un albero.
Credo di essere stato sull'albero almeno due ore; ma non vedo niente,
non sento niente: solo che "credevo" di sentire e vedere migliaia di
cose. Be', non potevo rimanere appollaiato lassù in eterno e così mi
decido a scendere però rimango dove gli alberi sono più folti e sto
sempre sul chi va là. Tutto quello che riesco a mettere insieme da
mangiare sono un po' di bacche e gli avanzi della colazione.
Quando comincia a far notte sento una fame, ma una fame...! Allora,
quando fa proprio buio bene bene, mi allontano dalla riva prima che
spunti la luna e mi spingo remando verso l'argine dell'Illinois,
pressappoco un quarto di miglio. M'inoltro nei boschi e mi preparo la
cena e stavo per decidere, quasi, di rimanere lì tutta la notte quando
sento un plic-ploc plic-ploc, e mi dico: «Questi sono cavalli che
arrivano» e subito sento anche le voci di qualcuno. Allora porto tutto
sulla canoa più in fretta che posso e poi mi metto ad avanzare quatto
quatto per vedere se riesco a scoprire qualcosa. Non ho fatto molta
strada quando sento un uomo che dice:
- Meglio fare qui il campo, se troviamo un buon posto; i cavalli sono
quasi scoppiati. Diamo un'occhiata in giro.
Non sto lì ad aspettare ma mi stacco dalla riva e mi metto a remare
svelto svelto. Vado ad ormeggiare al vecchio posto e poi penso che è
meglio se dormo nella canoa.
Non ho dormito molto. A furia di pensare, non ho dormito molto chissà
perché. E tutte le volte che mi svegliavo mi sembrava che qualcuno mi
avesse acciuffato per il collo. Così anche quel po' di sonno non mi
serviva granché. Dopo un po', però, mi dico: «A questo modo non posso
vivere; meglio scoprire chi è quello che c'è qui sull'isola con me;
devo scoprirlo o crepare». Be', appena presa questa decisione mi sento
subito meglio. Così impugno la pagaia e mi allontano dalla riva sì e
no due o tre piedi e poi lascio che la canoa segua la corrente in
mezzo alle ombre. Splendeva la luna e quando si usciva dall'ombra era
chiaro come se fosse giorno. Continuo a frugare bene dappertutto per
un'ora ma ogni cosa era immobile, come se fosse stata di pietra, e
tutto dormiva sodo. Be', ormai avevo quasi raggiunto il promontorio a
sud dell'isola. Comincia a soffiare un po' di venticello fresco che fa
increspare l'acqua appena appena, ed era come dire che la notte ormai
era quasi finita. Faccio girare la canoa con un colpo di pagaia e
punto la prua verso la riva; poi afferro la mia doppietta e scendo a
terra e scivolo fin sul limite dei boschi. Mi sistemo ben seduto su un
tronco e comincio a guardar fuori fra le foglie. Vedo la luna che
comincia a calare e l'oscurità che si stende sul fiume come una
coperta. Ma passa solo un po' di tempo ed ecco che scorgo una striscia
pallida che spunta sopra la cima degli alberi: capisco che sta per
arrivare il giorno. Così riprendo in mano la doppietta e mi metto a
camminare circospetto verso il posto dove avevo scoperto il fuoco di
quel bivacco, e mi fermo ogni minuto o due ad ascoltare. Ma chissà
perché, non ho fortuna; sembra proprio che non sia capace di
ritrovarlo. Dopo un po', però, ecco che intravedo il guizzare lontano
di un fuoco, in mezzo agli alberi. Continuo ad avanzare, cauto e
lento. Così mi accosto abbastanza da poter vedere di che si tratta e
mi accorgo che c'è un uomo steso per terra. Per poco non ci resto
secco! Aveva la testa nascosta dentro una coperta, vicinissimo alle
fiamme. Io vado a sistemarmi dietro un gruppo di cespugli, più o meno
a sei piedi da lui, e gli tengo gli occhi fissi addosso. Ormai
cominciava a far giorno, una luce grigia. E presto quello sbadiglia
furiosamente, si stira e butta via la coperta ed ecco chi ti vedo...
Jim, della signorina Watson! Potete scommetterci che ero proprio
contento di vederlo. E dico:
- Salve, Jim! - e sbuco fuori.
Lui a momenti salta per aria e mi guarda con occhi stralunati. Poi si
butta in ginocchio e mi prega a mani giunte:
- Non farmi del male... no! Io non ho mai fatto del male ai fantasmi.
Anzi, ci ho sempre avuto simpatia per la gente morta, io, e ho fatto
tutto il mio possibile per loro. Adesso ti prego, torna dentro il
fiume, che è il tuo posto dove devi stare e non fare niente di male al
povero vecchio Jim, che fu sempre stato tuo amico.
Be', non ci metto molto a fargli capire che non ero morto. E com'ero
contento di vedere Jim! Adesso non ero più solo! Così gli dico che non
ho paura che lui vada in giro a raccontare alla gente dove io mi
trovavo. Parlo e parlo per un bel pezzo ma lui rimane lì a fissarmi; e
non apre bocca. Poi io dico:
- Ormai è giorno fatto. Prepariamo la colazione. Attizza un po' il
fuoco del tuo bivacco.
- A cosa serve accendere fuoco? Per cuocere fragole o altra roba non
buona come quella? Hai una doppietta, sì o no? E allora proviamo a
cercare qualcosa che sia più buono delle fragole.
- Fragole e altra roba non buona del genere? - dico io. - E' questo
che mangi?
- Non sono stato buono di trovare altro - mi risponde.
- Possibile? Ma da quanto tempo sei sull'isola, Jim?
- Ci sono venuto la notte dopo che tu sei stato ammazzato.
- Davvero? Tutto questo tempo?
- Sì, proprio.
- E non hai mangiato altro che quelle porcherie?
- Nossignore, no, no... nient'altro.
- Be', chissà che fame hai, eh?
- Mangerei un bue! Sì, credo che riuscirei a mangiarlo. Ma quanto è
che sei sull'isola, tu?
- Dalla notte in cui mi hanno ammazzato.
- Nooo?! Ma... come fai a campare? Già tu c'hai la doppietta, vero?
Oh, si, c'hai la doppietta! Questa è una buona cosa. Adesso tu vai a
caccia e io accendo il fuoco.
Così siamo tornati dove c'era la mia canoa e mentre lui raccoglieva la
legna per accendere il fuoco in un bello spiazzo erboso tra gli
alberi, io sono andato a prendere farina e pancetta e caffè, e il
bricco per fare il caffè, e una padella per friggere, e zucchero e
tazze di latta, e il negro rimaneva sempre più sbalordito perché si
convinceva sempre di più che tutta quella roba fosse stata fatta con
la stregoneria. Io riesco anche ad acchiappare un pesce-gatto bello
grosso e Jim lo pulisce col suo coltello e lo mette a friggere.
Quando la colazione è pronta, ci siamo sistemati ben comodi sull'erba
e l'abbiamo mangiata che era ancora fumante; Jim ci ha dato dentro a
tutta forza perché era quasi morto di fame. Poi, quando ci siamo
ingozzati ben bene, ci sdraiamo pancia all'aria a far niente.
Dopo un po' di tempo, Jim dice:
- Ma sta' a sentire, Huck, chi è allora quello ammazzato nella
capanna, se non eri tu?
Allora gli racconto per filo e per segno come sono andate le cose e
lui dice che ero stato in gamba. Dice che Tom Sawyer, neanche lui,
poteva inventare un piano più buono del mio. Allora io dico:
- E tu, Jim, come va che sei qui, e come ci sei arrivato?
Lui prende un'aria piuttosto imbarazzata e non dice niente per un
minuto. E poi:
- Forse è meglio, se io non dico niente.
- Perché, Jim?
- Ecco, ci sono motivi seri. Tu, però, non vai a fare la spia se te lo
racconto, è vero Huck?
- Che mi venga un accidente se lo faccio, Jim!
- Be', ti credo, Huck. Io... io "sono scappato".
- Jim!
- Guarda, sai!... Hai detto che non parlavi... ti ricordi che tu hai
detto a me che non parlavi, Huck!
- Certo che l'ho detto. Ho detto che non avrei aperto bocca e mantengo
la parola. "Te lo giuro" sulla mia testa. Magari mi chiameranno sporco
"ablizionista" (1) e mi disprezzeranno perché ho tenuto l'acqua in
bocca... ma per me non fa nessuna differenza. Non parlerò, tanto da
quelle parti non voglio più tornare. Così, adesso, vediamo un po' se è
possibile sapere tutta la storia.
- Ecco, vedi, è andata così. La vecchia padrona, sarebbe la signorina
Watson, non fa che tormentarmi tutto il tempo, mi tratta male, ma
proprio male, però dice che promette di non vendermi mai, giù a
Orleans. Io però un giorno vedo uno dei mercanti di negri che continua
a ronzare girando intorno alla casa e continua a girare... e allora
comincio a sentirmi più tanto tranquillo. Bene, una sera mi avvicino
piano, zitto, alla porta, era già un poco tardi e la porta non era
chiusa proprio tutta, e sento la vecchia padrona che racconta alla
vedova di pensare di vendermi giù a Orleans. Ma che lei non vuole,
però che può pigliarsi di me ottocento dollari ed è un sacco grande di
soldi e non è capace di resistere! La vedova cerca di far capire a lei
che non deve fare così ma io non aspetto neanche di sentire il resto!
Me la batto e più di corsa che posso, ti dico! Be', scendo giù a gambe
levate dalla collina e mi salta in testa di rubare una barca lungo la
riva, un po' più su della città, ma c'è ancora un po' di gente in giro
così mi nascondo dentro la vecchia bottega tutta rovinata del bottaio
sull'argine e sto lì ad aspettare che tutti quelli là se ne vadano.
Be', ci rimango tutta la notte. C'era sempre uno o un altro che
passava andando avanti e tornando indietro. Verso le sei del mattino
le barche cominciano a muoversi e verso le otto o le nove in ogni
barca che passava parlavano soltanto di come tuo pa' era venuto in
città a dire che te ti avevano ammazzato. Quelle ultime barche erano
tutte piene di signore e di signori che andavano a vedere il posto.
Qualche volta venivano vicino alla riva a riposarsi un po' prima di
attraversare il fiume; così, a furia di sentire come parlavano e
riparlavano, ho saputo tutto sul tuo ammazzamento. Ho avuto tantissima
tristezza che ti avevano ammazzato, Huck, ma adesso no, adesso non ce
l'ho più.
Così me ne rimango lì nascosto sotto i mucchi di trucioli tutto il
giorno. Avevo fame ma non avevo paura, perché sapevo che la vecchia
padrona e la vedova andavano a una riunione religiosa subito dopo
colazione e stavano poi fuori tutto il giorno, e loro sanno che io
vado sempre al pascolo con le bestie appena viene un po' di luce e
così non si aspettavano di vedermi in giro e non si potevano neanche
accorgersi di niente fin tardi, alla sera quando c'è buio. Neanche gli
altri servitori si potevano accorgersi che non c'ero perché ero sicuro
che se ne andavano anche loro a divertirsi appena quelle vecchie erano
fuori dai piedi.
Bene, appena fa scuro comincio a camminare su per la strada del fiume
e cammino per quasi due miglia, e anche più, fino a un posto dove non
c'è mica case. Adesso sapevo sì cosa volevo fare. Vedi, se continuavo
a scappare a piedi i cani mi scoprivano; se rubavo una barca per
passare di là del fiume, loro si accorgevano che la barca mancava,
capisci, e così potevano capire che io ero passato di là e cominciare
ancora a corrermi dietro là. Così dico: «Qui ci vuole una zattera,
perché questa NON LASCIA segni di mio passaggio».
Intanto, a quel punto, vedo un lume che viene avanti da dietro la
punta e allora vado dentro l'acqua e mi spingo davanti un tronco e
nuoto fino in mezzo al fiume e mi caccio dentro fra la legna che
naviga sul fiume, sempre con la testa bassa, e continuo a nuotare
contro corrente fino a quando la zattera non arriva. Allora nuoto
verso il dietro della zattera e mi attacco a quello. Intanto il cielo
era pieno di nuvole e per un po' comincia a far scuro. Così ci salgo
sopra, alla zattera, e mi metto giù sui tronchi. Gli uomini erano
tutti lontano, là nel mezzo, dove c'era la lanterna. Il fiume si
alzava e la corrente era forte mica male; così io penso che verso le
quattro del mattino posso essere già venticinque miglia più giù, a
valle, così appena prima della luce del giorno nuoto fino a riva e
vado nei boschi dalla parte dell'Illinois.
Ma non ho mica fortuna: sono quasi al promontorio dell'isola che un
uomo comincia a venire avanti con la lanterna in mano. Capisco che non
serve aspettare e così scivolo nel fiume e nuoto fino all'isola. Be',
credevo che toccavo terra in un posto qualunque invece macché,
l'argine è troppo ripido. Ero quasi in fondo all'isola quando trovo un
buon posto. Mi butto dentro nei boschi perché capisco che non bisogna
che ci pensi più alle zattere fino a quando quelli vanno in giro con
le lanterne a quel modo. Avevo la mia pipa e una treccia di tabacco e
un po' di fiammiferi nel berretto e non si erano bagnati e così ero a
cavallo.
- E così per tutto questo tempo non hai mangiato un boccone né di
carne né di pane? Perché non sei andato a caccia di qualche tartaruga
di fiume?
- E come si fanno a prendere? Non si può arrivarci addosso per
acchiapparle e come si fa a prenderle a sassate? Di notte, poi? Perché
di giorno non volevo mica farmi vedere sulla riva del fiume.
- Già, capisco. Dovevi stare sempre in mezzo agli alberi, certo. Li
hai sentiti sparare il cannone?
- Oh, si! E ho capito che cercavano te. Li ho visti passare di qui, li
guardavo da dietro i cespugli.
In quel momento arriva qualche uccellino che vola per una iarda o due
e poi si ferma. Jim dice che è un segno che presto piove. Dice che
quando i polli giovani volano a quel modo è un segno che vuole piovere
e così lui è convinto che la stessa cosa va bene anche per i piccoli
degli uccelli. Volevo prenderne qualcuno ma Jim non mi ha lasciato.
Dice che era come cercare la morte. Mi racconta che una volta suo
padre era ammalato e stava molto male e qualcuno di loro ha ammazzato
un uccello e la sua vecchia nonna ha detto che il pa' moriva di
sicuro, e così è stato.
Poi Jim ha detto anche che non si devono mai contare le cose che si
mettono a cuocere per il pranzo perché anche questo porta scalogna. E
lo stesso discorso vale se si scuote la tovaglia dopo il tramonto. E
che se un uomo ha un alveare e quest'uomo muore, bisogna dirlo alle
api il giorno dopo ma prima che spunti il sole, altrimenti le api
diventano fiacche e smettono di lavorare e poi muoiono. Jim dice anche
che le api non pungono mai gli stupidi; ma io a questo non ci credo
perché mi ci sono provato un sacco di volte anch'io e quelle non mi
hanno mai punto.
Qualcuna di queste cose l'avevo già sentita raccontare, però mai tutte
insieme. Jim conosceva ogni specie di segni. E diceva di sapere quasi
tutto. Così io dico che quasi tutti i segni che mi aveva raccontato
erano segni che portavano sfortuna e così gli ho chiesto se non
c'erano anche segni che portavano buono. E lui:
- Sono molto pochi... "e anche quelli" non servono a nessuno. Cosa
importa a te sapere che sta per arrivarti un bel colpo di fortuna?
Vuoi saperlo per tenertela alla larga? - e poi dice ancora: - Se tu ci
hai le braccia pelose e il petto peloso, è un segno che un giorno
diventerai ricco. Be', quello lì sì che è un segno che serve a qualche
cosa perché parla di una cosa che deve succedere dopo tanto tempo.
Vedi, magari prima devi restare povero per un bel po' di tempo e così
puoi scoraggiarti e magari ti viene anche voglia di farla finita se
non sai da quel segno lì che un giorno puoi diventare ricco.
- E tu, Jim hai le braccia e il petto pelosi?
- Cosa serve che tu me lo domandi? Non lo vedi anche?
- Be', e sei ricco?
- No, però fui ricco io una volta, e sarò ricco di nuovo, io. Una
volta avevo quattordici dollari ma ho provato a fare una speculazione
e mi sono rovinato.
- Che speculazione hai fatto, Jim?
- Ecco, per prima cosa ho provato a occuparmi di bestie.
- Che genere di bestie?
- Bestie vive. Animali come buoi e vacche, capisci. Ho messo dieci
dollari in una vacca. Ma non voglio più rischiare i miei soldi sulle
bestie. La vacca mi è morta sotto il naso.
- Così hai perduto dieci dollari.
- No, non li ho perduti. Ma soltanto nove. Ho venduto la pelle e il
grasso per un dollaro e dieci centesimi.
- E allora ti sono rimasti cinque dollari e dieci centesimi. Non hai
più fatto altre speculazioni?
- Sì. Conosci quel negro con una gamba sola che è del vecchio padron
Bradish? Be', lui ha messo su una banca e dice a tutti che a metterci
dentro un dollaro ne ricevevano quattro alla fine dell'anno. Allora
tutti i negri ci portano i loro soldi ma non avevano molto. Io ero
quello che aveva un bel po'. Così dico che io ci sto ma per più di
quattro dollari e che se non mi dà di più apro una banca anch'io. Be',
naturale che quel negro non voleva lasciarmelo fare perché lui diceva
che non c'era abbastanza lavoro per due banche e così dice che posso
mettere lì miei cinque dollari e lui alla fine dell'anno me ne paga
trentacinque.
E io ci sto. Poi penso d'investire subito i trentacinque dollari così
posso far fare movimento ai miei affari. C'era un negro di nome Bob
che era riuscito a tirare a riva una chiatta e il suo padrone non lo
sapeva; allora io gliela compro ma gli dico che gli davo trentacinque
dollari alla fine dell'anno; ma qualcuno ruba il barcone proprio
quella notte e il giorno dopo il negro con una gamba sola dice che la
banca è fallita. Così siamo rimasti tutti senza il becco di un soldo.
- Che cosa hai fatto di quei dieci centesimi, Jim?
- Be', volevo spenderli ma ho fatto un sogno e nel sogno mi dicevano
di darli a un negro chiamato Balum... per brevità perché altrimenti ci
avrebbe il nome di Asina di Balum (2) che è come si dice un bello
stupidotto, lo sai anche tu. Ma lui però è fortunato, dicono, e io no.
Il sogno mi dice di lasciare che sia Balum a investire quei dieci
centesimi e così mi farebbe guadagnare un sacco di soldi. Be', questo
Balum prende i dieci centesimi e quando è in chiesa sente il
predicatore che dice che chi dà ai poveri è come se dà al Signore e si
ritroverà con i suoi soldi che sono diventati cento volte di più. Così
Balum decide di dare i dieci centesimi ai poveri e poi se ne sta zitto
zitto a vedere quello che succede.
- Be', che cosa è successo, Jim?
- Non è successo un accidente di niente. E io non sono più stato
capace di tirare a casa quei soldi, in nessun modo; e neanche Balum
c'è riuscito. Così che adesso non presto più soldi a nessuno se non mi
danno qualche garanzia. Dovrete riavere i vostri soldi centuplicati,
dice proprio così il predicatore! Ma se io potessi avere di ritorno
quei dieci centesimi, potrei pensare che abbiamo fatto pari e sarei
ben contento oltretutto!
- Be', ad ogni modo ti è andata bene ugualmente, Jim, perché un giorno
o l'altro tornerai ad essere ricco.
- Sì... e, anzi, adesso che ci penso bene, ormai sono già ricco. Sono
padrone di io, e so che valgo ottocento dollari. Avessi questi soldi
non chiederei nient'altro!
NOTE.
NOTA 1: Huck intende dire abolizionista, cioè favorevole
all'abolizione della schiavitù. Il movimento abolizionista, attivo
negli stati del Nord dell'Unione, veniva comunemente considerato con
disprezzo negli stati del Sud dove la schiavitù era ancora praticata.
NOTA 2: Sta per asina di Balaam. Balaam è un personaggio della Bibbia:
indovino e mago babilonese, fu invitato dal re Moab a maledire
Israele; per consiglio della sua asina e per l'intervento di un
angelo, benedisse invece per quattro volte il popolo ebraico
CAPITOLO 9.
La grotta - La casa galleggiante - Una buona pesca.
Volevo andare a dare un'occhiata a un posto proprio al centro
dell'isola che avevo scoperto durante una delle mie esplorazioni; così
ci siamo messi in cammino e presto ci siamo arrivati perché l'isola
era lunga solo tre miglia e larga un quarto.
Questo posto era un'altura o crinale ripido e piuttosto lungo, alto
circa quaranta piedi. Abbiamo fatto una faticaccia per arrivare in
cima; i fianchi erano molto ripidi e la boscaglia molto fitta. Abbiamo
marciato e ci siamo arrampicati dappertutto, una volta arrivati in
alto e qui ci capita ad un certo momento di scoprire una bella grotta
scavata nella roccia, quasi in cima, dalla parte che guarda verso
l'Illinois. La grotta era ampia come due o tre stanze messe insieme e
Jim riusciva perfino a starci bene in piedi senza dover stare chinato.
L'idea di Jim, visto che ci faceva un bel fresco, era di portarci
subito tutta la nostra roba ma io ho risposto che nessuno dei due
poteva aver voglia di scendere di lì e di fare quell'arrampicata tante
volte di seguito.
Ma Jim risponde che se si nascondeva bene la canoa, una volta portate
tutte le nostre provviste nella caverna potevamo correre a nasconderci
lì se qualcuno veniva sull'isola e mai e poi mai ci potevano trovare
senza i cani. Poi ha aggiunto che gli uccellini avevano detto che
mancava poco a piovere e dunque volevo forse far bagnare tutto?
Così torniamo indietro, prendiamo la canoa e ci mettiamo a remare fino
all'altezza della grotta e poi ci trasciniamo su tutte le nostre cose.
Poi cerchiamo un posto lì vicino per nasconderci dentro la canoa, in
mezzo ai salici che sono fitti. Stacchiamo qualche pesce dalle lenze
con gli ami a bagno nel fiume e le buttiamo di nuovo in acqua; poi
cominciamo a preparare il pranzo. Stendiamo le coperte nella grotta e
diventano come un tappeto ed è lì che mangiamo il nostro pranzo.
Sistemiamo tutte le altre cose a portata di mano sul fondo della
grotta. Dopo un po' comincia a fare un gran buio e si mette a tuonare,
e giù fulmini...; così gli uccelli, tutto considerato, avevano
ragione. Quasi subito comincia a piovere, e piove che Dio la manda,
anche, e io non ho mai visto soffiare un vento come quello. Era
proprio uno dei soliti temporali dell'estate. Il cielo diventa
talmente scuro che fuori tutto è nero e blu, proprio bello da
guardare; e la pioggia scroscia talmente fitta che a guardare gli
alberi un po' lontani sembrano tutti offuscati e coperti di ragnatele;
e ogni tanto arriva un colpo di vento così forte che li fa piegare
verso terra e così si mette allo scoperto tutta la parte chiara delle
foglie; poi torna un'altra raffica di vento e scuote i rami che si
agitano come se fossero impazziti e, dopo ancora, quando proprio tutto
è nero e blu che più di così non si potrebbe, pfitt!, ecco che torna
giorno chiaro e così luminoso che per un momento si possono vedere,
laggiù lontano in mezzo alla burrasca, a un centinaio di iarde più
lontano le cime degli alberi che si sbattono di qua e di là; poi, in
un attimo, torna tutto buio come prima e si può sentire il tuono che
rimbomba con un tonfo spaventoso e poi continua a rombare, a
brontolare e a rotolare giù per il cielo verso l'altra faccia della
terra, un po' come a far rotolare barili vuoti giù per la scala dove
la scala è molto lunga e quelli rimbalzano a non finire, lo sapete
anche voi come succede.
- Jim, com'è bello - gli dico. - Non vorrei essere in nessun altro
posto all'infuori di questo. Passami un altro pezzo di pesce e un po'
di pane di granturco caldo.
- Be', non ti troveresti certo qui se non ci fosse Jim. Saresti là in
fondo, in mezzo agli alberi, senza un boccone da mangiare e magari col
pericolo che muori annegato. Ecco, dove ti troveresti, caro mio. I
polli sanno sempre quando sta per piovere, e lo sanno anche gli
uccelli, figliolo.
Il fiume continua a crescere e crescere per dieci o dodici giorni
finché a un bel momento supera gli argini. L'acqua era alta tre o
quattro piedi sull'isola, nei posti più bassi e dal lato
dell'Illinois. Da quella parte il fiume era largo molte miglia mentre
dalla parte del Missouri rimane sempre la stessa distanza da una riva
all'altra: mezzo miglio. Perché la riva del Missouri era tutta una
specie di muraglia di rocce alte.
Di giorno salivamo sulla canoa e giravamo pagaiando tutt'intorno
all'isola. Faceva un fresco magnifico all'ombra dei grandi boschi
anche quando fuori il sole bruciava, tanto era forte. Procedevamo
dentro e fuori in mezzo agli alberi e a volte i rampicanti che
pendevano dai loro rami erano talmente aggrovigliati che dovevamo
tornare indietro e trovare qualche altra strada. Be', su ogni vecchio
tronco crollato e marcito si potevano vedere conigli selvatici e
serpenti e altre cose del genere; e dopo che l'isola era allagata da
un giorno o due diventavano così mansueti, per via del fatto che
avevano fame, che ci si poteva avvicinare con qualche colpo di pagaia
e prenderli addirittura in mano, ad averne voglia; ma non i serpenti e
le tartarughe; quelli scivolavano subito in acqua. Il crinale sul
quale si trovava la nostra grotta ormai ne era pieno e, se avessimo
voluto, potevamo circondarci di animaletti domestici.
Una notte usciamo a prendere parte di una zattera fatta di belle assi
di pino. Era larga dodici piedi e lunga quindici o sedici e sporgeva
dal pelo dell'acqua di sei o sette pollici, che formavano il fondo di
un bel ponte solido e piano. A volte, durante il giorno, potevamo
vedere pezzi di legna segata ma quella la lasciavamo scorrer via;
durante il giorno non ci facevamo mai vedere in giro. Un'altra notte,
che eravamo verso il promontorio dell'isola e mancava poco a far
giorno, ecco che lungo la parte ovest vediamo venir giù sull'acqua una
casetta di legno, a due piani, tutta sbilenca. Ci avviciniamo
pagaiando ed entriamo a bordo, cioè ci arrampichiamo attraverso la
finestra del piano di sopra. Ma era ancora troppo buio per vederci,
così leghiamo ben bene la canoa e ci mettiamo lì ad aspettare che ci
sia un po' più di luce.
E la luce comincia a spuntare prima che siamo in fondo all'isola.
Allora guardiamo dentro dalla finestra. E si riesce a vedere un letto,
e un tavolo, e due sedie sgangherate e un mucchio di roba sparpagliata
sul pavimento e qualche abito appeso lungo la parete. Nell'angolo più
lontano, sul pavimento, c'era anche qualcosa che sembrava proprio un
uomo. Così Jim grida:
- Ehi, tu!
Ma quello non si muove. Così ricomincio a urlare anch'io e poi Jim
dice:
- Quell'uomo non dorme... è morto. Tu rimani qui... io vado dentro a
vedere.
Ed entra e si china a guardare e poi dice:
- Si, è un uomo morto. Proprio morto; e nudo, anche. Gli hanno sparato
nella schiena. Deve essere morto da due o tre giorni. Entra, Huck, ma
non guardargli la faccia... perché fa proprio spavento.
Figurarsi se io avevo voglia di guardarlo! Jim gli butta addosso
qualche vecchio straccio ma poteva anche farne a meno; io non andavo
certo a guardare là in fondo. Per terra, sparse qua e là, c'era un
mucchio di carte da gioco unte e bisunte, e vecchie bottiglie di
whisky e un paio di maschere fatte con la stoffa nera; e sulle pareti
c'era una quantità di parole e di disegni scarabocchiati, fatti con il
carbone, ma così volgari... proprio da gente ignorante. C'erano due
vecchi vestiti di cotonina, sporchi, e una cuffia di paglia per
ripararsi dal sole e un po' di biancheria da donna, tutti appesi alla
parete, e anche qualche abito da uomo. Portiamo tutto sulla canoa; è
roba che può sempre far comodo. Sul pavimento c'era anche un vecchio
cappello di paglia macchiato, un cappello da ragazzo; e io ho preso
anche quello. E poi c'era una bottiglia con un po' di latte dentro:
chiusa con uno straccio come quelli che servono per far succhiare un
bambino. Avremmo preso anche la bottiglia, ma era rotta. C'era un
vecchio cassettone sgangherato e un vecchio baule di cuoio con le
cerniere rotte. Erano spalancati, sia l'uno che l'altro, e dentro non
c'era niente che avesse un po' di valore. Da come tutta quella roba
era sparpagliata in giro abbiamo concluso che la gente doveva essere
scappata in fretta e furia senza far in tempo a portar via molta della
loro roba.
Troviamo anche una vecchia lanterna di latta, un coltello da macellaio
senza manico, un coltello Barlow nuovo di zecca che, in qualsiasi
negozio, poteva costare venticinque centesimi; una quantità di candele
di sego e un candeliere di stagno, una zucca, una tazza di latta, una
vecchia imbottita sporca e malandata che era scivolata giù dal letto,
una reticella con aghi e spilli e cera e bottoni e filo e tanta altra
roba del genere, un'accetta e qualche chiodo, una lenza grossa come il
mio dito mignolo, alla quale erano appesi certi ami mostruosi, un
rotolo di pelle di daino, un collare di cuoio per cani e un ferro di
cavallo, qualche boccetta di medicina che però era senza etichetta e
proprio quando stavamo per andarcene ecco che io trovo una striglia
ancora in buono stato e Jim un vecchio archetto per violino malandato
e una gamba di legno. Le cinghiette erano strappate ma, a parte
questo, era una gamba ancora in buono stato, per quanto fosse troppo
lunga per me e non abbastanza lunga per Jim, e non siamo riusciti a
trovare l'altra anche cercando dappertutto.
Così, tutto considerato, facciamo un'ottima pesca. Quando siamo pronti
per squagliarcela, ci accorgiamo che ormai l'isola era rimasta
indietro di un quarto di miglio ed era giorno pieno; così ho detto a
Jim di distendersi sul fondo della canoa e di coprirsi con l'imbottita
perché se stava seduto la gente poteva capire anche da lontano che era
un negro. A colpi di pagaia mi avvicino alla riva dell'Illinois ma -
così facendo - la corrente mi spinge a valle ancora di mezzo miglio.
Allora raggiungo l'acqua morta sotto l'argine e comincio a risalire il
fiume senza incidenti e senza incontrare nessuno. E così si torna a
casa sani e salvi.
CAPITOLO 10.
Si trovano soldi - Il vecchio Hank Bunker - Il travestimento.
Dopo colazione io avevo abbastanza voglia di parlare dell'uomo morto e
di cercare di capire come mai lo avevano ammazzato; Jim, invece, no.
Diceva che ci avrebbe portato sfortuna; e anche, magari, che poteva
venire a perseguitarci il suo fantasma. E che un uomo, quando non è
stato seppellito, è più facile che vada in giro a impaurire il
prossimo che non un altro che invece è stato messo sottoterra e se ne
sta comodamente nella sua fossa. Era abbastanza ragionevole e così non
ne ho parlato più ma di tanto in tanto non potevo fare a meno di
rimuginarci sopra e mi veniva una gran voglia di scoprire chi aveva
sparato a quell'uomo e perché.
Ci mettiamo a frugare ben bene nei vestiti portati via da là e ci
troviamo otto dollari d'argento cuciti nella fodera di un vecchio
cappotto fatto di stoffa per coperte. Jim dice che secondo lui la
gente di quella casa lo aveva rubato, quel cappotto lì, perché se
sapevano che dentro c'erano i soldi non lo lasciavano certo indietro.
E io dico che, secondo me, avevano anche ucciso quel tizio; ma di
questo Jim non voleva parlare assolutamente. Così io dico:
- Be', adesso dici che porta male ma cosa dicevi quando ho portato qui
nella grotta quella pelle di serpente trovata in cima al crinale due
giorni fa? Mi hai detto che era la peggior sfortuna del mondo toccare
una pelle di serpente con le mani. Be', adesso la vedi la sfortuna che
abbiamo avuto! Abbiamo fatto man bassa di tutta quella roba e, in
aggiunta, abbiamo anche trovato otto dollari. Vorrei che ogni giorno
ci capitassero delle sfortune come questa, Jim.
- Lascia perdere, caro, lascia perdere. Non alzare troppo la cresta.
Sta per arrivare. Ricordati quello che io ci dico, sta per arrivare.
E arriva presto davvero. Era martedì che avevamo fatto quel discorso.
Be', venerdì dopo pranzo ce ne stavamo belli tranquilli sdraiati
sull'erba in fondo al crinale quando rimaniamo senza tabacco. Allora
io vado nella grotta a prenderne un po' e ci trovo un serpente a
sonagli. Lo ammazzo e poi lo arrotolo ai piedi della coperta di Jim,
che pareva vivo, perché penso che chissà come ci divertiamo quando Jim
se lo trovava lì. Be', alla sera mi ero già dimenticato del serpente a
sonagli così quando Jim si butta sulla sua coperta mentre io stavo
accendendo un lume, ecco che c'era lì anche il compagno del serpente,
e lo morde.
Jim salta su urlando e la prima cosa che riesco a vedere, alla luce
del lume, è quella bestiaccia che si è già tutta attorcigliata su se
stessa pronta a scattare per mordere di nuovo. Col bastone la ammazzo
in un secondo e intanto Jim era andato a prendere il boccale di whisky
del mio pa' e aveva cominciato a scolarselo.
Era a piedi nudi e il serpente lo aveva morsicato proprio sul tallone.
Ecco cosa succede a essere un pezzo d'idiota come il sottoscritto
perché mi ero dimenticato che ogni volta che si lascia un serpente
morto il suo compagno arriva subito e gli si arrotola intorno. Jim mi
dice di tagliare la testa al serpente e di buttarla via; poi di
spellarne il corpo e di farne arrostire un pezzo. Io lo faccio subito
e lui lo mangia e dice che lo aiuta a guarire. Poi mi ordina di
staccare i sonagli al serpente e di legarglieli attorno a un polso.
Anche questo serve, dice. Poi io esco quatto quatto e scaravento
lontano i due serpenti, in mezzo ai cespugli perché mi garbava poco
che Jim potesse scoprire che era stata tutta colpa mia, se potevo fare
a meno che lui se ne accorgesse.
Jim intanto continuava a portarsi il boccale alle labbra e, trinca che
ti trinca, di tanto in tanto dava fuori di matto e si sbatteva di qua
e di là urlando; ogni volta che tornava in sé, si attaccava di nuovo
al boccale. Il piede gli si gonfia mica male, e anche la gamba; ma
intanto che il tempo passa la sbronza comincia a fargli effetto e così
capisco che le cose si mettono abbastanza bene; io, però, preferirei
essere morso da un serpente che scolarmi tutto quel whisky del mio
pa'.
Jim è rimasto coricato per quattro giorni e quattro notti. Poi il
gonfiore è scomparso e lui ha ricominciato ad andare in giro come
prima. Intanto io giuravo tra me e me che non avrei mai più preso in
mano un'altra pelle di serpente, adesso che avevo visto quello che
poteva capitare. Jim dice che pensava che adesso anch'io gli credevo.
E poi che toccare una pelle di serpente portava talmente scalogna che
forse non l'avevamo ancora fatta finita. E poi diceva che preferiva,
magari, guardare la luna nuova voltando la testa sulla spalla
sinistra, che lo preferiva mille volte piuttosto che prendere in mano
una pelle di serpente. Be', anch'io cominciavo a pensare allo stesso
modo anche se ho sempre fatto il conto che guardare la luna nuova
girando la testa sopra la spalla sinistra era una delle cose più
stupide che uno potesse fare. Proprio da cretino. Il vecchio Hank
Bunker lo aveva fatto una volta e come se ne era vantato! Ma neanche
due anni dopo aveva preso una sbronza formidabile ed era caduto giù
dalla torre della fabbrica di pallini da caccia e si era talmente
spiaccicato per terra che era diventato una frittata, come si dice;
tanto che lo hanno fatto scivolare fra due porte di stalla come bara e
raccontano che è stato così che lo hanno seppellito, io però non l'ho
visto. E' stato papà a raccontarmelo. Ad ogni modo tutta colpa,
questa, del fatto che aveva voluto guardare la luna a quel modo, ecco,
proprio da stupido.
Be', passano i giorni e il fiume rientra di nuovo fra gli argini e la
prima cosa che si fa, adesso, è di innescare a uno di quei grossi ami
un coniglio selvatico spellato e di calarlo in acqua; prendiamo un
pesce-gatto grosso come un uomo in quanto era lungo sei piedi e due
pollici e pesava più di duecento libbre. Non potevamo tirarlo subito a
riva, naturalmente, altrimenti quello lì ci avrebbe sbattuto fin
nell'Illinois. Così siamo rimasti lì seduti a guardarlo che saltava e
spiccava balzi e girava e rigirava di qua e di là fino a quando si è
annegato. Gli troviamo un bottone di ottone nello stomaco e una
pallottola rotonda e un mucchio di rifiuti. Spacchiamo la palla in due
con l'accetta e dentro c'è un rocchetto. Jim dice che doveva averlo in
corpo da molto tempo per averlo ricoperto a quel modo facendone
addirittura una palla. Credo che pesce più grosso non sia mai stato
pescato nel Mississippi. Jim diceva che lui, di più grossi, non ne
aveva mai visti. Chissà che affarone venderlo al villaggio. Pesci
grossi come quello si vendono non interi ma un tanto alla libbra, al
mercato che c'è lì, e tutti ne comprano un po', la sua carne è bianca
come la neve e se ne fa una buonissima frittura.
Il giorno dopo dico che le cose non sono movimentate come al solito e
che mi annoio; in un modo o nell'altro avevo voglia di qualcosa di un
po' più divertente. Così dico che sto pensando di attraversare il
fiume e scoprire un po' quello che succedeva sulla terraferma. A Jim
la mia proposta piace; però dice di andarci solo quando è buio e di
stare attento. Poi ci pensa su un po' e mi fa: non potevo cacciarmi
addosso qualcuno di quei vecchi vestiti e camuffarmi da ragazza? Buona
idea anche questa. Così accorciamo uno di quei vestiti di cotonina, io
mi rimbocco i pantaloni fino alle ginocchia e me lo infilo. Jim va
dietro e mi allaccia tutti i ganci uno a uno e mi andava proprio
benino. Prendo la cuffia per ripararmi dal sole e me ne lego i nastri
sotto il mento e a quel punto chi avesse avuto voglia di guardarmi in
faccia era come se mi sbirciasse dentro il gomito di un tubo di stufa.
Jim dice che nessuno mi può riconoscere, o quasi, anche di giorno. E
io mi esercito per tutta la giornata a vedere come me la cavo e dopo
un po' capisco che potrei cavarmela abbastanza bene, però Jim dice che
io non camminavo come una ragazza e poi anche che dovevo smettere di
tirarmi su la sottana per cacciare le mani nelle tasche dei pantaloni.
Io gli do retta e tutto va molto meglio.
Appena comincia ad imbrunire salgo in canoa e mi spingo verso la riva
dell'Illinois.
Parto dall'isola in modo da attraversare il fiume un poco più a valle
dell'approdo del traghetto e la corrente mi spinge fino in fondo alla
città. Lego la canoa e mi incammino lungo l'argine. C'era un lume
acceso in una piccola baracca che era stata abbandonata per moltissimo
tempo così mi chiedo chi è andato ad abitarci. Mi avvicino zitto zitto
e guardo dentro dalla finestra. Vedo una donna sui quarant'anni che
lavora a maglia al lume di una candela posata su un tavolo di legno di
pino. La sua era una faccia che non conoscevo, doveva venire da fuori
perché non esisteva faccia che io non conoscessi in tutta la città.
Quella è stata una fortuna perché cominciavo ad avere un po' di
tremarella; mi era entrata in corpo una gran paura di essere andato
fin lì, perché qualcuno poteva riconoscere la mia voce e scoprirmi. Ma
se questa donna abitava lì, in una città così piccola, almeno da due
giorni poteva dirmi tutto quello che mi interessava sapere; così busso
alla porta e mi faccio la raccomandazione di non dimenticarmi che sono
una ragazza.
CAPITOLO 11.
Huck e la donna - La ricerca dell'assassino - Tentato sotterfugio,
ma... - Verso Goshen - Siamo inseguiti!
- Avanti - dice la donna, e io entro. Poi lei dice: - Prendi una
seggiola.
E io mi siedo. Lei mi scruta da capo a piedi con due occhietti
penetranti e dice:
- E quale sarebbe il tuo nome?
- Sarah Williams.
- E da che parte vivi? Qui vicino?
- No, signora. A Hookerville, sette miglia più a valle. Ho fatto a
piedi tutta la strada e sono stanca morta.
- Avrai anche fame, immagino. Ti cerco qualcosa.
- No, signora, non ho fame. Avevo una tale fame che mi sono fermata in
una fattoria, due miglia più in giù di qui; così adesso non ho più
fame. Ecco perché arrivo così tardi. La mia mamma è a letto, ammalata,
e senza un soldo e senza più nient'altro, così sono venuta a dirlo a
mio zio, Abner Moore. Abita in cima alla città, dall'altra parte, così
mi ha detto la mamma. Io qui, prima, non ci sono mai stata. Lei lo
conosce?
- Non, ma ancora non conosco tutti. Non sono qui neanche da due
settimane. E c'è un bel po' di strada per arrivare fino in fondo alla
città, dall'altra parte. E' meglio che resti qui stanotte. Togliti la
cuffia.
- No - dico io - credo che sia meglio che mi riposo un po' e poi vado
avanti. Non ho paura del buio.
Lei dice che non mi avrebbe lasciato andare sola ma suo marito doveva
rientrare tra poco, magari tra un'ora e mezzo, e mi poteva
accompagnare lui. Così si mette a parlare del marito e dei parenti che
sono a monte e dei parenti che sono a valle del fiume, e come stavano
meglio dov'erano prima e che forse non lo sapevano ma che avevano
fatto un gran brutto sbaglio a venire nella nostra città invece di
girare al largo, e via di questo passo tanto che a un certo momento ho
cominciato a pensare che avevo sbagliato io a venire da lei per
cercare di sapere quello che succedeva in città ma ecco che dopo un
po' lei comincia a lasciar cadere qualche parolina sul mio pa' e sul
delitto e io mi accorgo che muoio dalla voglia di lasciarla
chiacchierare a tutto spiano. E così mi conta di me e di Tom Sawyer
che abbiamo trovato i seimila dollari (solo che lei, adesso, diceva
diecimila) e mi parla del mio pa' e di che razza di brutto tipo era, e
che anch'io ero un soggetto difficile mica da ridere e alla fine è
arrivata al punto in cui rimanevo ammazzato. E allora dico:
- Ma chi è stato? Ne abbiamo sentito parlare parecchio, di questa
storia, giù a Hookerville, ma non sappiamo chi è stato ad ammazzare
Huck Finn.
- Be', io penso che "qui" dovrebbe esserci molta gente che gli
piacerebbe sapere chi l'ha ammazzato. Qualcuno pensa che sia stato
addirittura il vecchio Finn.
- No... davvero?
- In principio quasi tutti la pensavano così. Quello lì non immagina
neanche che c'è mancato poco che quasi quasi lo linciavano. Ma prima
di sera hanno cambiato da così a così e hanno creduto che fosse stato
un negro, che è scappato, di nome Jim.
- Figurarsi, ma "se lui"...
Mi fermo di botto. E mi dico che faccio meglio a stare zitto. Intanto
lei tira avanti come se non si fosse neanche accorta che l'ho
interrotta.
- Il negro è scappato proprio la stessa notte nella quale Huck Finn è
stato ucciso. Adesso c'è anche una taglia su di lui, trecento dollari.
E c'è una taglia anche sul vecchio Finn: duecento dollari. Vedi, è
venuto in città la mattina dopo l'omicidio ed ha raccontato tutto ed è
salito sul traghetto con gli altri per cercare il cadavere ma subito
dopo ha preso su e se n'è andato. Prima di sera volevano linciarlo ma
lui ormai aveva alzato i tacchi, capisci? Be', il giorno dopo si
accorgono che il negro è sparito; vengono a sapere che nessuno l'aveva
più visto dopo le dieci di sera la notte in cui hanno ucciso Huck.
Così accusano il negro, capisci, e proprio mentre sono sempre più
eccitati ecco che torna il vecchio Finn che era andato a fare una
scenata al giudice Thatcher per ottenere i soldi e dar la caccia a
quel negro per tutto l'Illinois. Il giudice gliene ha dati un po' e
quella sera lui si è ubriacato e si è visto in giro fin dopo
mezzanotte con un paio di ceffi che te li raccomando, forestieri che
sembravano due bei mascalzoni, e poi se n'è andato con quelli. Be',
dopo nessuno l'ha visto ma nessuno si aspetta di vederlo tornare fin
che le acque non si sono un po' calmate perché la gente adesso pensa
che è stato lui a far fuori il ragazzo ed a combinare le cose in modo
da far pensare alla gente che sono stati i ladri, e poi tornerà
indietro e metterà le mani sui soldi di Huck senza neanche dover
perdere tempo con la causa in tribunale. La gente dice che era un
tipaccio, capace di farlo. Oh, secondo me è un gran furbacchione.
Perché, vedi, non si può provare niente sul suo conto; per quel giorno
tutto sarà stato dimenticato e lui arriverà a mettersi in tasca i
soldi di Huck bello tranquillo.
- Già, è quello che penso anch'io, signora. Non vedo perché non
dovrebbe essere come dice lei. C'è qualcuno che ormai pensa ancora che
sia stato il negro?
- Oh, no, ormai non sono in molti. Però c'è ancora gente che pensa che
è stato lui. Ma, a questo punto, ci manca poco che lo ritrovano e
chissà che con la paura non riescano a farglielo confessare.
- Davvero? Ma lo stanno ancora cercando?
- Be', sei proprio una povera creatura innocente, vero? Cosa credi,
che capiti tutti i giorni di vedersi mettere sotto il naso trecento
dollari che sono lì, a portata di mano per tutti? C'è qualcuno che
pensa che il negro non è molto lontano da qui. Anch'io la penso
così... però non sono andata in giro a dirlo a nessuno. Qualche giorno
fa parlavo con una vecchia coppia che abita qui vicino, nella capanna
di tronchi, e proprio loro mi dicevano che ormai non ci va quasi
nessuno in quell'isola laggiù che chiamano l'isola di Jackson. Ma non
ci vive nessuno là? dico io. No, nessuno, dicono loro. Allora io non
dico più niente però mi metto a pensare. Sono quasi sicura di aver
visto salire del fumo là, sul promontorio dell'isola, uno o due giorni
prima, così mi dico che il negro potrebbe essere nascosto proprio là;
ad ogni modo, dico, forse vale la pena di andarci a dare un'occhiata.
Da quel giorno, di fumo, non ne ho visto più e così penso che forse,
se era proprio lui, se n'è già andato; mio marito vuole andare a
vedere, lui e un altro uomo. Era partito per risalire il fiume ma oggi
è tornato e io gliel'ho detto appena è stato qui, due ore fa più o
meno.
Io mi sentivo così agitato che non ce la facevo più a stare fermo.
Dovevo occupare le mani con qualche cosa; così prendo un ago dal
tavolo e comincio a infilarlo. Ma le mani mi tremavano tanto che non
combinavo un bel niente. Quando la donna smette di parlare, la guardo
e lei stava guardando me ma in un modo proprio curioso e sorrideva,
anche, un po'. Così io metto giù ago e filo e continuo a fingere di
essere interessato (eccome se lo ero!) e dico:
- Trecento dollari sono un mucchio di soldi. Come vorrei che potesse
averli mia madre. Dice che suo marito ci va stanotte, sull'isola?
- Oh, certamente. Adesso è andato su, all'altro capo della città con
l'uomo di cui ti stavo dicendo, a cercare una barca e vedere se
riescono a farsi prestare un altro fucile. Andranno sull'isola dopo
mezzanotte.
- Ma non ci vedono meglio se aspettano fino a quando fa giorno?
- Sì. Ma allora potrebbe vederci meglio anche il negro, vero? Dopo
mezzanotte è probabile che sia addormentato, così loro possono girare
meglio per i boschi e scoprire il fuoco del suo accampamento, se fa
buio, e se ne ha uno.
- Già, a questo non avevo pensato.
La donna continua a guardarmi in un modo sempre più strano e io
comincio a sentirmi letteralmente sulle spine. Dopo un po' lei dice:
- Come hai detto di chiamarti, cara?
- M... Mary Williams.
Chissà perché, mi salta subito in testa che prima non avevo detto Mary
così non alzo gli occhi; mi sembrava di aver detto Sarah e va a finire
che mi sento come se fossi con le spalle al muro e ho anche paura di
lasciarlo capire. Ho una gran voglia che la donna dica qualcos'altro;
più lei tace, più io mi sento inquieto. Ma ecco che adesso lei dice: .
- Cara, mi pareva che avessi detto di chiamarti Sarah quando sei
entrata, vero?
- Oh, sissignora, certo che l'ho detto. Sarah Mary Williams. Sarah è
il mio primo nome. Qualcuno mi chiama Sarah, e qualcuno Mary.
- Oh, dunque è così?
- Sissignora.
Comincio a sentirmi un po' meglio ma, ad ogni modo, adesso non vedevo
l'ora di andarmene di lì, in ogni caso. E non mi sentivo ancora di
alzare gli occhi.
Be', la donna ricomincia a parlare di come erano duri quei tempi e di
come vivevano da povera gente e di come sembrava che i topi fossero i
padroni di casa e via di questo passo, così va a finire che mi sento
di nuovo un po' più tranquillo. Per i topi, aveva tutte le ragioni.
Ogni momento se ne vedeva uno che cacciava fuori il naso da un buco in
un angolo. E lei mi dice che doveva aver sempre qualcosa sottomano da
scaraventare contro i topi quando era sola perché altrimenti non la
lasciavano in pace. E mi fa vedere una sbarra di piombo tutta contorta
e attorcigliata su se stessa in una specie di nodo e mi spiega che di
solito lei ha una buona mira ma che un paio di giorni prima si era
presa una storta al braccio così adesso non sapeva se era capace di
lanciarla bene. Ma è rimasta ad aspettare il momento opportuno e poi
prova a scagliare quel pezzo di piombo contro un topo, ma sbaglia di
grosso e comincia a gridare: - AHI! - tanto le fa male il braccio.
Così mi dice che la prossima volta provo io. Io, però, volevo
squagliarmela prima che tornasse il suo vecchio e naturalmente non
potevo lasciarglielo capire. Allora prendo la sbarra di piombo e il
primo topo che mostra il naso gliela tiro e se lui rimaneva lì dov'era
ancora un attimo l'avrei proprio conciato per le feste. Lei mi dice
che quello era un colpo da maestro e che di sicuro il prossimo lo
facevo secco. Si alza e va a prendere il pezzo di piombo e lo riporta
indietro e, con quello, anche una matassa di filo e voleva che io
l'aiutassi. Io allungo le mani e lei c'infila sopra la matassa e
continua a parlare delle faccende sue e del marito ma, a un certo
memento, s'interrompe di colpo per dire:
- Tieni d'occhio i topi. Anzi è meglio se tieni quel pezzo di piombo
in grembo così ce l'hai più pronto da usare.
Così mi butta il pezzo di piombo in grembo, senza aspettare un minuto,
e io avvicino in fretta le gambe per non lasciarlo cadere e lei
continua a parlare. Ma soltanto per un minuto. Poi mi toglie la
matassa, mi guarda dritto negli occhi ma con un'aria abbastanza
gentile e mi dice:
- Su, adesso... qual è il tuo vero nome?
- Che... che cosa, signora?
- Qual è il tuo vero nome? Bill, o Tom, oppure Bob?... Oh, insomma
qual'è?
Credo che mi sono messo a tremare come una foglia e ormai non sapevo
più che cosa fare. Ma le dico:
- Per favore, non si diverta a prendere in giro una povera ragazza
come me, signora. Se qui do fastidio, me ne...
- No, niente affatto. Rimani lì seduto e guai a te se ti muovi. Non
voglio farti del male e non lo racconterò a nessuno, neanche. Però
devi dirmi il tuo segreto, e fidarti di me. Io diventerò muta come un
pesce ma, per di più, ti aiuterò. E così farà il mio vecchio se vuoi.
Vedi, ho capito subito che tu sei un garzone scappato via... ecco la
verità. Una cosa da niente. Non c'è niente di male. Non ti trattavano
bene e così tu hai deciso di scappare. Che Dio ti benedica, figliolo,
ti giuro che non sarò certo quella che fa la spia. Però adesso
raccontami tutto... da bravo.
Così io le dico, allora, che ho capito che è inutile continuare a far
la commedia ed è meglio vuotare il sacco e raccontarle tutto; però lei
non deve rimangiarsi la promessa. Le racconto che mio padre e mia
madre erano morti e che la legge mi aveva mandato a lavorare come
apprendista da un vecchio fattore in campagna - a una trentina di
miglia più indietro, sul fiume che era terribilmente taccagno e mi
trattava così male che a un certo punto non ce l'ho fatta più a
sopportarlo; lui è partito per un paio di giorni e io ne ho
approfittato per rubare un po' dei vecchi vestiti di sua figlia e me
la sono squagliata, e ci avevo messo tre notti a fare quelle trenta
miglia; viaggiavo di notte e di giorno me ne stavo nascosto e dormivo
e il sacchetto con la provvista di pane e carne portato da casa mi era
durato per tutto il viaggio e avevo sempre mangiato quanto volevo. Poi
aggiungo che spero che mio zio, Abner Moore, si prenda cura di me e
questo è il motivo per il quale mi ero messo in viaggio per
raggiungere questa città di Goshen.
- Goshen? Ma questa, figliolo, non è Goshen, qui siamo a St.
Petersburg. Goshen si trova dieci miglia più su, lungo il fiume. Chi
ti ha detto che questa era Goshen?
- Ecco, un uomo che ho incontrato stamane, all'alba, proprio mentre
stavo per infilarmi nei boschi per la mia solita dormita. Mi ha detto
che al bivio dove le strade andavano una di qui e l'altra di là dovevo
piegare a destra e dopo cinque miglia mi trovavo a Goshen.
- Secondo me, era ubriaco. Ti ha detto proprio il contrario!
- Be', adesso che ci penso, sembrava proprio ubriaco. Ad ogni modo non
me ne importa più perché ormai devo mettermi di nuovo in cammino. Così
arrivo a Goshen prima che faccia giorno.
- Aspetta un minuto. Ti preparo qualcosa da mangiare. Penso che ti
possa far comodo.
Così comincia a prepararmi qualcosa e intanto dice:
- Senti un po'... quando una vacca è sdraiata per terra, con quale
parte si rialza per prima? Rispondi subito, adesso... non devi rimaner
lì a pensarci. Quale parte tira su per prima?
- La parte di dietro, signora.
- Bene, e un cavallo?
- La parte davanti, signora.
- Su quale lato di un albero cresce più fitto il muschio?
- Sul lato a nord.
- Se quindici vacche sono a brucare sul fianco di una collina, quante
di loro mangiano con la testa girata nella stessa direzione?
- Tutte e quindici, signora.
- Be', adesso mi sono proprio persuasa che "hai vissuto davvero" in
campagna. Pensavo che magari stavi cercando d'infinocchiarmi ancora
con chissà cosa. E adesso, qual è il tuo vero nome?
- George Peters, signora.
- Be', cerca di ricordartelo, George. Non dimenticartene e non dirmi
che è Elexander prima di andartene, e poi - quando capisco che sbagli
- saltar fuori a dire che invece ti chiami George-Elexander. E non
andare a girare intorno alle donne con quel vecchio vestito di
cotonina. Come ragazza, reciti proprio male la tua parte; magari,
però, può darsi che riesci a ingannare gli uomini. E poi, santo cielo,
figliolo, quando ti metti a infilare un ago ricordati che non devi mai
tenere fermo il filo e cercare di infilarci sopra l'ago... tieni fermo
l'ago e cerca di infilarci dentro il filo; perché in genere è così che
fanno le donne mentre gli uomini, invece, fanno sempre il contrario. E
quando scaraventi qualcosa contro un topo o altro devi sempre alzarti
in punta di piedi e sollevare la mano sopra la testa nel modo più
impacciato che puoi, e mancare il topo di sei o sette piedi. Lancia
quello che devi lanciare con il braccio rigido dalla spalla fino alla
mano come se lì, alla spalla, tu ci avessi un perno dove gira il
braccio, come fanno le ragazze, e non muovendo soltanto il polso e il
gomito con il braccio infuori dal fianco, come un ragazzo. E ricordati
che quando una ragazza cerca di raccogliere qualcosa in grembo,
allarga le ginocchia e non le stringe come hai fatto tu per
raccogliere quel pezzo di piombo. Insomma, devi sapere che mi sono
accorta subito che eri un ragazzo, quando infilavi l'ago; e ho fatto
la prova con le altre cose per essere proprio sicura. E adesso fila
dallo zio, Sarah Mary Williams George Elexander Peters e se ti cacci
in qualche guaio mandalo a dire alla signora Judith Loftus, che sarei
io, e farò quello che posso per tirarti fuori. Continua a camminare
sulla strada lungo il fiume e la prossima volta che vai in giro come
un vagabondo porta con te scarpe e calze. La strada del fiume è tutta
sassi e ho paura che i tuoi poveri piedi saranno proprio malridotti
quando arriverai a Goshen.
Io seguo l'argine per cinquanta iarde; poi torno sui miei passi e filo
zitto zitto dove ho lasciato la canoa, un bel pezzo a valle della
casa. Salto dentro e via, a tutta birra. Risalgo la corrente quel
tanto necessario ad arrivare all'altezza del promontorio dell'isola e
poi comincio ad attraversare il fiume. E mi tolgo la cuffia perché in
quel momento non era proprio il caso di avere i paraocchi. Sono quasi
a metà quando sento il campanile che comincia a suonare; così mi fermo
e ascolto: i rintocchi arrivano deboli sull'acqua ma chiari... sono
undici. Quando tocco la sponda al promontorio, non mi fermo neanche un
minuto a riprendere fiato anche se non ne potevo quasi più, ma entro
subito in mezzo al bosco dove mi ero accampato in principio e accendo
un bel fuoco in un posto ben asciutto e un po' in alto.
Poi salto di nuovo sulla canoa e pagaiando come un pazzo, più in
fretta che posso, arrivo a circa un miglio e mezzo più sotto. Sbarco e
mi butto fra gli alberi e salgo sul crinale e vado dentro nella
grotta. Ecco Jim che dormiva come un masso, steso per terra. Lo
scuoto, lo sveglio e dico:
- Alzati, Jim, e sbrighiamoci! Non c'è un minuto da perdere. Ci stanno
cercando!
Jim non mi fa una sola domanda, non dice una parola ma a vedere come
lavorava nella mezz'ora che viene dopo bastava a far capire la paura
che aveva. Infatti dopo mezz'ora tutto quello che possedevamo al mondo
era a bordo della zattera e la zattera era pronta a essere spinta
fuori dal riparo tra i salici dov'era nascosta. Per prima cosa si
spegne il fuoco nella grotta e poi, quando siamo all'aperto, non si
accende neanche una candela.
Io stacco la canoa dalla riva di un po' e mi guardo bene in giro ma se
anche c'era qualche barca lì intorno, non potevo vederla per via che
le stelle e il buio non vanno bene per vederci. Poi spingiamo fuori la
zattera e partiamo scendendo il fiume nell'ombra, passando oltre il
promontorio in fondo all'isola zitti zitti, senza dire una parola.
CAPITOLO 12.
Navigazione a rilento - Come ci si fa prestare la roba - A bordo del
relitto - Il complotto - E' contro la morale - A caccia della barca.
Non doveva mancare molto all'una quando finalmente ci troviamo a valle
dell'isola; ma ci sembra che la zattera viaggi terribilmente lenta. Se
fosse arrivata qualche barca, la cosa migliore era saltar sulla canoa
e via di corsa verso la sponda dell'Illinois; è andata bene che non si
è visto nessuno perché non avevamo neanche pensato di mettere il
fucile nella canoa o una lenza per la pesca o qualcosa da mangiare. La
fretta era tanta ed eravamo troppo affannati per poterci pensare. Ad
ogni modo non è stata proprio una buona idea quella di mettere tutto
sulla zattera.
Se gli uomini andavano sull'isola, la mia idea era che dovevano
trovare il fuoco che avevo acceso e così magari rimanevano lì tutta la
notte ad aspettare che Jim arrivasse. Comunque sia andata, non ci
hanno inseguiti e se il fuoco che ho acceso li ha ingannati, non è
stata colpa mia. Io ho cercato di fare del mio meglio per
imbrogliarli.
Quando abbiamo cominciato a vedere la prima luce del giorno, abbiamo
attraccato a una lingua di sabbia in un posto dove il fiume faceva un
ampio gomito dalla parte dell'Illinois e, tagliato qualche ramo di
pioppo tremulo con l'accetta, ce ne siamo serviti per coprire la
zattera così che sembrava che in quel punto la riva fosse franata. La
lingua di sabbia è infatti tutta coperta di pioppi tremuli fitti come
i denti di un erpice.
Sulla riva del Missouri avevamo montagne mentre c'erano folti boschi
su quella dell'Illinois; in quel punto la fossa d'acqua che avevamo
imboccato era vicino alla sponda del Missouri, quindi non c'era
pericolo che qualcuno potesse venire a curiosare; lì restiamo tutto il
giorno, nascosti, a guardare le zattere e i battelli a vapore che
scendevano veloci costeggiando la riva del Missouri, mentre i battelli
a vapore che risalivano il grande fiume cercavano di portarsene al
centro perché avevano la corrente contraria. Intanto racconto a Jim
tutto quello che mi è capitato durante il tempo passato a
chiacchierare con quella donna; e Jim dice che doveva essere un tipo
in gamba e che se fosse stata lei a venire a darci la caccia, quella
lì non si metteva certo seduta a guardare il fuoco del bivacco...
nossignore, "quella lì" si portava dietro un cane. Be', dico io,
allora perché non ha detto al marito di prendere un cane? Jim mi
risponde che era pronto a scommettere che ci aveva pensato quando gli
uomini stavano per mettersi in marcia e, secondo lui, dovevano essere
andati in città, in fondo, dall'altra parte, a procurarsi un cane e
così avevano perduto tutto quel tempo altrimenti noi non ci trovavamo
di sicuro lì, su quella lingua di sabbia a sedici o diciassette miglia
sotto il paese, no davvero, ci saremmo ritrovati di nuovo nella solita
vecchia città. Ma io gli rispondo che me ne infischio e non
m'interessa sapere il motivo perché non ci avevano presi, visto che
finora l'avevamo scampata.
Quando comincia a far buio, cacciamo fuori la testa dal folto degli
alberi di pioppo tremulo e guardiamo prima su e poi giù e poi verso il
fiume; non c'è niente in vista; così Jim prende qualcuna delle tavole
superiori della zattera e costruisce un bel "wigwam" (1) per ripararci
dal sole quando picchia oppure dalla pioggia e per tenere all'asciutto
la nostra roba. Jim costruisce anche un pavimento in quel "wigwam" e
lo alza un paio di piedi al di sopra del livello della zattera
cosicché adesso le coperte e tutto il resto delle nostre carabattole è
al riparo dalle grosse ondate prodotte dai battelli a vapore. Proprio
al centro del "wigwam" mettiamo un bello strato di terra alto cinque o
sei pollici con una specie di gabbia tutt'intorno per tenerlo a posto;
lo abbiamo fatto in modo che così si poteva accendere il fuoco nei
giorni di brutto tempo o quando faceva freddo; il "wigwam" impediva
che si vedesse da fuori. Poi fabbrichiamo anche un remo di quelli che
servono da timone, di ricambio, perché c'era sempre il pericolo che
uno degli altri potesse spezzarsi o rimanere impigliato in qualche
ceppo galleggiante o roba del genere. E fissiamo anche un bastone
corto e forcuto per appenderci la vecchia lanterna perché quella
andava sempre accesa ogni volta che vedevamo un battello a vapore
scendere lungo la corrente così si evitava di essere investiti; ma
pensiamo che non ce n'è bisogno per quei battelli che risalgono il
fiume a meno di non vedere che ci troviamo a un «passaggio», perché il
fiume era ancora abbastanza alto e gli argini molto bassi si trovavano
sempre un po' sotto il livello dell'acqua. Così i battelli che
risalivano il fiume non sempre navigavano nell'acqua alta ma cercavano
zone più tranquille.
Questa seconda notte si naviga per sette o otto ore con una corrente
che ci faceva fare più di quattro miglia all'ora. Prendiamo un po' di
pesce e chiacchieriamo e di tanto in tanto, per non addormentarci,
facciamo una nuotata. Aveva qualcosa di solenne quella discesa a valle
del grande fiume silenzioso, sdraiati sulla schiena a guardare in su,
verso le stelle, e non ci veniva neanche molta voglia di parlare e non
capitava sovente che avessimo voglia di ridere, ma scoppiavamo
soltanto in una specie di risatina chioccia, bassa bassa. Avevamo un
tempo magnifico, in generale, e durante quella notte non ci capita
niente e nemmeno quella dopo, né quella dopo ancora.
Ogni sera si passava davanti a qualche città, alcune un po' distanti
sul pendio di colline nere e buie, ed erano soltanto un pugno di lumi
luccicanti e non si vedeva neanche una casa. La quinta notte passiamo
St. Louis, e lì è stato come se il mondo intero fosse illuminato a
festa. A St. Petersburg dicevano sempre che a St. Louis c'erano da
venti a trentamila abitanti ma io non ci avevo mai creduto fino a
quando alle due di quella notte silenziosa non mi vedo davanti una
magnifica festa di luci. E neanche un rumore; dormivano tutti.
Adesso, ogni notte, ho l'abitudine di scendere a riva, verso le dieci,
dove c'è qualche piccolo villaggio, a comperare dieci o quindici
centesimi di farina o di pancetta o di qualche altra cosa da mangiare;
a volte mi capitava anche di acchiappare un pollastro che non aveva
trovato un posto troppo comodo per appollaiarsi a dormire e lo portavo
via con me. Il mio pa' diceva sempre: - Prendi un pollastro, se ti
capita, perché se non interessa a te è sempre facile trovare qualcun
altro al quale può interessare e una buona azione non si dimentica mai
. A me non è mai capitato di vedere il mio pa' che non volesse il
pollastro per tenerselo per sé, ma, ad ogni modo, era questo che lui
diceva di solito.
Al mattino, prima che facesse giorno, mi cacciavo quatto quatto fra i
campi di mais e prendevo a prestito un'anguria o un melone o una zucca
oppure un po' di granturco giovane o roba del genere. Il mio pa'
diceva sempre che non si fa niente di male a prendere qualcosa in
prestito, basta aver l'intenzione di pagare, poi, un giorno o l'altro;
la vedova, invece, diceva che questo era soltanto un modo gentile di
dire che si rubava e nessuna persona perbene l'avrebbe fatto. Jim dice
che secondo lui la vedova ha abbastanza ragione ma anche il mio pa'
aveva abbastanza ragione; così meglio di tutto, per noi, era eliminare
due o tre articoli dalla lista e dire che quelli non li avremmo più
presi in prestito... così, secondo lui, non si faceva poi un gran
peccato a prendere in prestito altra roba. Così ne parliamo tutta la
notte, mentre scendiamo il fiume seguendo la corrente e cerchiamo di
decidere se è meglio rinunciare alle angurie, ai meloni, ai cantalupo
(2) o a cos'altro. Ma verso l'ora che comincia a far giorno ci
troviamo ad aver sistemato tutto nel modo più soddisfacente possibile
e concludiamo che si può rinunciare alle mele selvatiche e ai cachi.
Prima di prendere quella decisione non ci sentivamo tranquilli ma
adesso ci pareva proprio di essere a posto con la coscienza. Io ero
tutto contento di com'erano andate le cose, anche perché le mele
selvatiche non sono mai molto buone e i cachi per due o tre mesi
ancora non sarebbero maturati.
Di tanto in tanto si spara a qualche uccello acquatico che si era
alzato troppo presto alla mattina oppure non era andato a letto
abbastanza presto alla sera. Tutto considerato, era quasi una vita da
pascià.
La quinta notte dopo aver passato St. Louis scoppia una terribile
burrasca dopo mezzanotte, con tuoni e fulmini che non finivano mai e
la pioggia che scendeva a catinelle. Ci cacciamo nella baracca e
lasciamo che la zattera se la cavi come meglio può. Ma quando i lampi
illuminavano il fiume si poteva vedere che in quel punto era largo e
dritto, fra due rive alte e rocciose. Ad un certo momento io dico: -
Ehilà, Jim, guarda un po'! -. Era un battello a vapore che aveva
urtato uno scoglio fracassandovisi. E la corrente del fiume ci portava
proprio dritti dritti ad andargli addosso. Un altro lampo ce lo fa
vedere ancora meglio. Stava inclinato da una parte e quasi tutto il
ponte superiore era ancora fuori dall'acqua e ogni volta che c'era un
lampo si potevano vedere, belli chiari, i fumaioli e una seggiola
vicino alla campana grossa con un vecchio cappello a larga tesa che
pendeva dalla spalliera. Be', si era in piena notte, e una notte
tempestosa per di più, e tutto aveva un'aria talmente piena di mistero
che io scopro di provare quello che avrebbe provato qualsiasi altro
ragazzo a vedere quel relitto così triste e solitario in mezzo al
fiume. Mi sarebbe piaciuto salirci sopra e curiosare un po' in giro e
vedere quello che c'era. Così dico:
- Saliamo a bordo, Jim.
Ma Jim, in principio, non voleva saperne. E dice:
- Non ho proprio voglia di andare a gironzolare su quel rottame.
Adesso ce la caviamo maledettamente bene che meglio di così non ci
potrà andare e allora, sentimi, non svegliare il can che dorme, come
si dice. E senza pensare che su quella nave fracassata c'è uno che
sorveglia, senz'altro.
- Un guardiano, tua nonna! - dico io. - Cosa vuoi che ci sia da
sorvegliare? Non è rimasto niente se non gli alloggi degli ufficiali e
la timoniera in una nottataccia come questa; e tu ci vedi lì sopra un
furbone che fa la guardia quando da un momento all'altro tutto quanto
può andare in pezzi ed essere trascinato via dal fiume?
Jim non sa cosa rispondere e così non ci si prova neanche.
- E poi - io dico - si potrebbe prendere in prestito, magari, qualcosa
che abbia un po' di valore, nella cabina del capitano. Sigari, ci
scommetto... di quelli che costano cinque centesimi l'uno, in moneta
sonante. I capitani dei battelli a vapore sono sempre ricchi,
guadagnano sessanta dollari al mese e quella è gente che se ne
infischia altamente di quello che la roba costa, sai, quando la
vogliono. Cacciati una candela in tasca, Jim; non riesco a mettermi
tranquillo fintantoché non siamo saliti lassù a frugare un po' di qua
e di là. Cosa credi? Che Tom Sawyer se la lascerebbe scappare
un'occasione come questa? Ma neanche per sogno, che se la lascerebbe
scappare! Lui la chiamerebbe un'avventura... ecco come la chiamerebbe;
e andrebbe ad arrampicarsi su quel relitto anche se fosse l'ultima
cosa che fa in vita sua. E con che stile lo farebbe! Roba da superare
se stesso, credimi! Figurati che sarebbe come vedere Cristoforo
Colombo che scopre il Mondo dell'Aldilà! Come vorrei che Tom Sawyer
fosse qui!
Jim brontola un po' ma poi cede. Però dice che non dobbiamo parlare
più dello stretto necessario e anche a bassa voce. Un lampo ci mostra
di nuovo il relitto ma appena in tempo, così ci aggrappiamo all'albero
di carico di tribordo e ci leghiamo la zattera.
Lì il ponte era alto. Andiamo avanti, piano piano e senza far rumore,
strisciando lungo la pendenza verso babordo nel buio, e poi verso il
quadrato ma prima tastiamo il ponte con i piedi e teniamo le mani
davanti alla faccia per non andare a sbattere contro le sartie, perché
era talmente buio che non potevamo neanche vederle. Quasi subito
arriviamo alla parte anteriore dell'osteriggio (3) e vi ci
arrampichiamo sopra; ancora un po'e ci troviamo davanti alla porta del
capitano, che è aperta e... perdincibacco! Giù, in fondo alla sala
degli ufficiali, vediamo una luce! E nello stesso momento ci sembra di
sentire là in fondo un mormorio di voci!
A questo punto Jim mi dice, con voce tremante, che si sente male in un
modo terribile, che non ce la fa più, e dice anche di andar via. Io
dico che va bene e stiamo per tornare indietro verso la zattera ma
proprio in quel momento sentiamo una voce che grida gemebonda:
- Oh, per piacere, non fate così, ragazzi... vi giuro che non lo
racconterò mai a nessuno!
Un'altra voce, piuttosto forte, dice:
- Frottole, Jim Turner. Non è la prima volta che fai così. Tu vuoi
sempre la fetta più grossa e l'hai anche sempre avuta perché giuravi e
spergiuravi che se non te la davano facevi la spia. Adesso lo hai
detto una volta di troppo. Sei il mascalzone più avaro e traditore di
tutto il paese.
A questo punto, ormai, Jim se n'era andato verso la zattera. Io,
invece, ero rimasto lì che mi pareva di avere i piedi inchiodati a
terra per la curiosità; e così mi dico: «Tom Sawyer non scapperebbe
proprio adesso» e così non scappo neanch'io. Voglio vedere cosa sta
succedendo qua dentro. Mi lascio cadere in ginocchio nel piccolo
corridoio e comincio ad avanzare strisciando gattoni nel buio più
completo fino a che non c'era più che una sola cabina fra me e il
quadrato degli alloggi degli ufficiali. Ed ecco che, lì dentro, vedo
un uomo steso sul pavimento, legato mani e piedi, e altri due uomini
curvi su di lui, e uno aveva in mano una lanterna che faceva una luce
fioca fioca mentre l'altro stringeva una pistola. Questo qui, che
puntava la pistola alla testa dell'uomo sul pavimento, diceva:
- "Che voglia ne ho"! E dovrei anche farlo, con uno schifoso bastardo
come questo!
L'uomo sul pavimento si contorceva come se cercasse di farsi piccolo
piccolo e adesso dice:
- Oh, per favore, Bill, non farlo... non lo racconterò mai a nessuno!
Ogni volta che lui diceva così, l'uomo con la lanterna sghignazzava e
diceva:
- Eccome "se non parlerai"! Mai detto cosa più vera, puoi
scommetterci! - E un'altra volta dice anche: - Ma sentilo come ci
supplica! Eppure se non gli saltavamo addosso e non lo legavamo,
questo qui ci accoppava tutti e due. E per che cosa? Così, per niente.
Solo perché noi vogliamo quello che ci spetta di diritto... ecco la
verità! Ma ti giuro che d'ora in avanti tu non minacci più nessuno,
Jim Turner. Tira su quella pistola, Bill!
Bill dice:
- Niente affatto, Jake Packard. Per me, meglio farlo fuori. Lui non ha
forse fatto fuori il vecchio Hatfield allo stesso modo? E non se lo
merita?
- Ma io non voglio averlo morto, e ho le mie buone ragioni.
- Che Dio ti benedica per queste parole, Jake Packard! Non ti
dimenticherò mai, finché sarò vivo! - dice l'uomo steso sul pavimento,
ma balbettando come se frignasse.
Packard invece non gli dà retta, attacca la lanterna a un chiodo e
viene avanti verso dove ci sono io, lì nel buio, e fa segno a Bill di
andargli dietro. Io batto in ritirata come un gambero, più in fretta
che posso, per un paio di iarde ma il battello era talmente inclinato
che non potevo andare più in fretta di così e allora perché non mi
finiscano addosso, e per non farmi acciuffare, m'infilo in gran
silenzio in una cabina dalla parte più alta. L'uomo che è venuto
avanti a tentoni al buio, quando Packard arriva all'altezza della mia
cabina dice:
- Qui... vieni dentro qui.
Entra, e Bill entra subito anche lui. Ma prima che loro arrivassero,
io faccio in tempo a salire sulla cuccetta in alto, ma ormai sono con
le spalle al muro e sono proprio poco contento di essere finito lì!
Poi si fermano con le mani proprio vicino al bordo della cuccetta e si
mettono a parlare. Non potevo vederli ma potevo capire dove stavano
dal gran puzzo di whisky, tanto se n'erano scolato. In quel momento
sono stato contento di non bere mai whisky; ad ogni modo non avrebbe
fatto una gran differenza perché, per la maggior parte del tempo, non
potevano scoprire che ero lì dato che quasi non respiravo: avevo
troppa paura. A parte il fatto che nessuno avrebbe potuto respirare
ascoltando quello che dicevano. Parlavano a bassa voce, ma facevano
sul serio, quelli lì! Bill voleva ammazzare Turner. Così a un bel
momento dice:
- Diceva che lo spifferava in giro, e puoi star sicuro che lo farà. Se
anche adesso gli diamo le nostre due parti non fa più nessuna
differenza dopo la lite che c'è stata e il modo come l'abbiamo
trattato. Quant'è vero che sei nato, quello va in tribunale a
presentarsi e a testimoniare contro di noi. Così adesso stammi a
sentire. Io lo cavo fuori dai suoi guai, e basta.
- Anch'io - dice Packard, tranquillissimo.
- Che mi venga un accidente, quasi quasi cominciavo a pensare che tu
non eri d'accordo! Be', allora è tutto a posto. E adesso sbrighiamoci
a sistemare questa faccenda.
- Aspetta un minuto; non ho detto ancora la mia. Ascolta: sparare va
benissimo ma ci sono modi più silenziosi se la cosa va davvero
risolta. Però "io" dico questo: che senso ha strizzare l'occhio alla
forca se si può ottenere quello che si vuole con un sistema che è
altrettanto buono ma, nello stesso tempo, non ti fa correre rischi.
Non è così, forse?
- Puoi scommetterci! Ma come pensi di cavartela questa volta?
- Be', la mia idea è questa: vediamo di dare una bella ripassata
dappertutto e di mettere insieme quel che magari ci è scappato prima,
anche se è poca roba, nelle cabine; poi si porta tutto a terra e si
nasconde il malloppo. E poi si aspetta. Io ti dico che questo relitto
ormai non ci mette neanche due ore a sfasciarsi del tutto e ad essere
trascinato via dal fiume. Capisci? Lui annega e non può dar la colpa a
nessuno di quello che è successo se non a se stesso. Io penso che è
molto, ma molto meglio, che accopparlo. Non sono favorevole ad
accoppare un uomo fintantoché si può farne a meno. E' contro la
morale. E non è neanche sensato. Non ho ragione?
- Sì... direi di sì. Proviamo a supporre che il relitto non si sfasci
e che non affondi: e allora?
- Be', possiamo sempre aspettare un paio d'ore e vedere come si mette
la faccenda, no?
- D'accordo, allora vieni.
Così se ne vanno e io salto giù, che sono tutto un sudore e sguscio
fuori. Lì c'era nero come la pece e io provo a dire: - Jim! - e le
parole mi vengono fuori in una specie di rauco bisbiglio; e lui
risponde, proprio lì, al mio fianco, con una specie di grugnito. E io
dico:
- Presto, Jim, non c'è tempo da perdere, non stiamo più qui a
lamentarci. A bordo c'è una banda di assassini e se non si riesce a
trovare la loro barca e a mandarla alla deriva giù per il fiume così
che non possono più allontanarsi dal relitto, uno di loro passerà un
brutto guaio. Mentre, invece, se troviamo la loro barca, allora siamo
noi che li mettiamo tutti in un brutto guaio... perché lo sceriffo
verrà a prenderseli. Presto... spicciati! Io cerco a babordo e tu a
tribordo. Comincia dalla zattera e...
- Oh, Signore Iddio benedetto, Signore Iddio! "Zattera"... ma non c'è
più nessuna zattera perché si è slegata la fune all'attracco ed è
filata via... e noi siamo rimasti qui!
NOTE.
NOTA 1: "Wigwam" è la tenda indiana fatta di cuoio montato su legno.
Qui indica un riparo.
NOTA 2: "Cantalupo" è una varietà di melone succoso e dolce.
NOTA 3: "Osteriggio" è la copertura mobile che protegge dall'acqua e
dalla pioggia le aperture sul ponte di una nave. Serve per dare luce e
aria ai locali sottostanti.