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LE AVVENTURE DI HUCKLEBERRY FINN

 

    Mark Twain.
    LE AVVENTURE DI HUCKLEBERRY FINN.
    
    AVVERTENZA.
    Chi cercherà di trovare uno scopo in questa narrazione sarà perseguito
    a termini di legge;  chi tenterà di trovarvi una morale sarà esiliato;
    chi cercherà di trovarvi una trama sarà fucilato.
    ORDINE DELL'AUTORE.
    per tramite del G. G, Capo dell'Ufficio Sussistenza.

    CAPITOLO 1.
    Come civilizzare Huck - Mosè e i Cani di Palude - La signorina  Watson
    - Tom Sawyer in attesa.
    Non  potete  sapere niente di me senza che avete letto un libro che si
    chiama "Le avventure di Tom Sawyer", ma non è che importi molto.  Quel
    libro  è stato fatto dal signor Mark Twain,  e lui ha detto la verità,
    in genere. C'è stato qualcosa che ha un po' esagerato ma per lo più ha
    detto la verità.  E questo non significa  niente.  Non  ho  mai  visto
    nessuno  che,  una volta o l'altra,  non raccontasse bugie,  salvo zia
    Polly, o la vedova, o forse Mary.  Zia Polly (e lei sarebbe,  poi,  la
    zia  Polly di Tom) e Mary e la vedova Douglas: ecco,  è di loro che si
    parla,  anche,  in quel libro che è un libro  quasi  tutto  vero.  Con
    qualche fronzolo, come dicevo prima.
    Ecco,  dunque  quel  libro  andava  a finire così: Tom e io troviamo i
    soldi che i ladri avevano nascosto  nella  grotta  e  così  diventiamo
    ricchi.  Ci sono toccati seimila dollari a testa: tutti dollari d'oro!
    Quando erano lì, ben messi in tanti mucchietti, era uno spettacolo che
    non vi dico!  Una quantità  fantastica  di  soldi.  Bene,  il  giudice
    Thatcher  se  li  è  presi  lui  e  li  ha  messi  in banca a un certo
    interesse,  e così hanno cominciato a fruttarci un dollaro a testa  al
    giorno, per tutti i giorni dell'anno; erano talmente tanti che uno non
    sapeva proprio cosa farne. La vedova Douglas, lei, invece, mi ha preso
    per  figlio  e  sperava di civilizzarmi;  ma era duro vivere sempre in
    casa,  considerando  che  la  vedova  era  un  tipo  molto  perbene  e
    abitudinaria  in  un  modo terribile in tutto quello che faceva;  così
    quando non ce l'ho più fatta a resistere,  me  la  sono  svignata.  Ho
    infilato di nuovo i miei vecchi stracci e me ne sono tornato nella mia
    botte e me ne stavo alla grande, libero e tutto contento. Invece viene
    a  cercarmi  Tom Sawyer per dirmi che voleva mettere insieme una banda
    di ladri e che avrei potuto  entrarci  anch'io,  soltanto  se  tornavo
    dalla  vedova  e  diventavo  una  persona  rispettabile.  Così ci sono
    tornato.
    La vedova si è messa a piangere,  bagnandomi tutto,  e a chiamarmi  la
    sua  pecorella  smarrita,  e  poi mi ha chiamato con un sacco di altri
    nomi,  ma non lo faceva per offendermi,  no.  Mi fa infilare di  nuovo
    quei  vestiti  nuovi  e  io mi accorgo che non mi resta che sudare,  e
    sudare,  e mi sento tutto impiccato dentro,  che  non  potevo  neanche
    muovermi.  Bene,  e  poi  tutto  è ricominciato come prima.  La vedova
    suonava un campanello per la cena e bisognava  arrivare  in  tempo.  E
    quando  si era a tavola,  non si poteva cominciar subito a mangiare ma
    bisognava aspettare che  la  vedova,  chinata  la  testa,  borbottasse
    qualcosa  sulla  roba che c'era nei piatti anche se non avevano niente
    che non andasse.  Cioè,  c'era un fatto: ogni cosa veniva cucinata per
    conto  suo.  In un recipiente pieno di avanzi è diverso;  tutto rimane
    mescolato insieme, il sughetto finisce un po' su tutto e quello che si
    mangia è molto più buono.
    Dopo cena ha tirato fuori un libro e voleva impararmi Mosè e i Cani di
    Palude (1); e io non stavo più nella pelle dalla voglia di sapere come
    andava a finire,  ma dopo un po' salta fuori che Mosè è  morto  da  un
    sacco  di tempo e allora non me n'è più importato niente di lui perché
    a me la gente morta non interessa.
    Dopo un po' mi è venuta voglia di fumare e ho domandato alla vedova se
    me lo permetteva. Lei, invece, no. Ha detto che era un brutto vizio, e
    poco pulito, e che dovevo cercare di smettere.  Ecco com'è fatta certa
    gente.  Se  la prendono per una cosa senza neanche sapere bene di cosa
    si tratta.  Per esempio,  si agitava tanto per quel Mosè  -  che,  fra
    l'altro, non era neanche suo parente e non serviva più a nessuno visto
    che  ormai,  capite,  era morto - e invece criticava esageratamente me
    che facevo una cosa che aveva del buono perché mi piaceva.  E  pensare
    che  lei annusava il tabacco;  ma,  naturalmente,  su quello non c'era
    niente da ridire perché lo faceva lei.
    Sua  sorella,   la  signorina  Watson  (una  vecchia  zitella   magra,
    abbastanza  sopportabile,  con  un  paio  di occhiali grandi così) era
    venuta da un po' a vivere con lei;  e adesso comincia  zelantemente  -
    anche lei!  - a occuparsi di me, con un sillabario. E mi mette sotto e
    mi fa sgobbare per quasi un'oretta,  poi la vedova le ha detto di  non
    esagerare  con  l'impegno.  Io non ce l'avrei fatta a resistere ancora
    per molto. Poi, per un'ora,  ho creduto di morire di noia e continuavo
    ad  agitarmi  sulla  seggiola.  Allora la signorina Watson diceva: Non
    appoggiare lì i piedi,  Huckleberry.  - E ancora: - Non  strusciare  i
    piedi per terra a quel modo, Huckleberry... Stai seduto bello dritto -
    ;  e  dopo  un  po',  ancora:  -  Non  star  lì a bocca aperta,  e non
    stiracchiarti a questo  modo,  Huckleberry...  Perché  non  cerchi  di
    comportarti bene?  - Poi si è messa a raccontarmi di quel Brutto Posto
    e io ho detto che  mi  sarebbe  piaciuto  andarci.  Allora  lei  si  è
    arrabbiata  in  un  modo  tremendo  ma io non volevo offenderla.  A me
    interessava soltanto andare da qualche parte; avevo una gran voglia di
    cambiare,  qualsiasi posto andava bene,  non volevo fare il difficile.
    Lei  comincia  a dire che era male dire quello che avevo detto;  e che
    lei non direbbe una cosa come  quella  nemmeno  per  tutto  l'oro  del
    mondo;  perché "lei" voleva vivere in modo da andare un giorno in quel
    Bel Posto. Be', per quello che mi riguardava, non capivo cosa c'era da
    guadagnarci ad andare anch'io dove voleva andare lei,  così ho  deciso
    di  non  alzare un dito per andarci.  Naturalmente non gliel'ho detto,
    perché mi cacciavo soltanto in un mare di guai e non ne sarebbe venuto
    fuori niente di buono.
    Però adesso  che  era  partita,  non  si  fermava  più  e  comincia  a
    raccontarmi  tutto  quello che sa sul suo Bel Posto.  E dice che lassù
    non si faceva altro che andare a zonzo tutto il giorno con  un'arpa  e
    cantare  per  i  secoli  dei  secoli.  A  me non ha fatto tutta questa
    magnifica impressione. Però, guai a dirlo! Invece,  provo a domandarle
    se lei credeva che Tom Sawyer ci andava anche lui e lei mi rispose che
    era  impossibile!  Io mi sono sentito tutto contento,  allora,  perché
    volevo rimanere sempre insieme a lui: io e lui.
    Ma la signorina Watson ha continuato a farmi un sacco di critiche e io
    mi sono seccato e mi è venuta la malinconia.  Dopo un  po',  ecco  che
    vanno a chiamare i negri e diciamo le preghiere e, poi, tutti a letto.
    Sono  salito  in  camera  mia con un pezzo di candela e l'ho messo sul
    tavolo.  Poi mi sono buttato su una seggiola vicino alla finestra e ho
    cercato  di  pensare  a  qualcosa  di allegro,  ma non ce l'ho proprio
    fatta.  Mi sentivo così solo che  quasi  quasi  mi  veniva  voglia  di
    morire.  Le  stelle  scintillavano,  e le foglie nel bosco facevano un
    fruscio che era tanto triste;  ho sentito un  gufo,  lontano,  che  si
    lamentava  per qualcuno che era morto,  e un succiacapre e un cane che
    piangevano (anche loro) per qualcuno che stava per morire;  e il vento
    cercava  di  bisbigliare  qualcosa e io non riuscivo a capire che cosa
    fosse, e così mi sono venuti i brividi. Poi, fuori, laggiù nei boschi,
    mi par di sentire quel tipo di rumore che fa un fantasma quando  vuole
    parlare  di  qualcosa  che ha in mente e non riesce a farsi capire,  e
    così non può riposare serenamente nella sua tomba ma  deve  andare  in
    giro ogni notte a lamentarsi. Cominciavo a sentirmi così giù di morale
    e  così  spaventato che avrei voluto un po' di compagnia.  Dopo un po'
    vedo un ragno che mi si arrampica sulla spalla;  io me lo  scrollo  di
    dosso  e  quello finisce sulla candela e,  prima che faccia in tempo a
    muovere un dito, quello è già tutto incenerito.  Non avevo bisogno che
    nessuno mi dicesse che era un bruttissimo segno,  quello,  e di sicuro
    mi avrebbe portato sfortuna;  avevo una tale paura che quasi  quasi  i
    vestiti  non  mi  stavano più addosso per la tremarella.  Così mi sono
    alzato e ho fatto tre giri su me stesso e  ogni  volta  mi  facevo  il
    segno  della  croce  sul  petto;  poi  mi  sono legato un ciuffetto di
    capelli con un filo per tener lontane le streghe.  Ma  non  è  che  mi
    sentissi molto tranquillo.  Di solito, lo si fa quando si è perduto un
    ferro di cavallo che si  era  trovato,  invece  di  inchiodarlo  sulla
    porta,  ma  non  avevo mai sentito dire da nessuno che ciò bastava per
    combattere contro la cattiva sorte dopo aver ucciso un ragno
    Mi sono messo di nuovo a sedere, ma tremavo dalla testa ai piedi, e ho
    tirato fuori la mia pipa per farmi una pipatina;  perché adesso  tutta
    la  casa  era in silenzio,  come se fosse morta,  e così la vedova non
    poteva saperne niente.  Be',  dopo un bel po' ho  sentito  l'orologio,
    quello distante, in paese, che comincia a suonare, bum-bum-bum, dodici
    colpi e poi tutto torna tranquillo di nuovo...  Anzi più tranquillo di
    prima.  Passa un po' di tempo e sento un ramoscello che si spezza  giù
    nel buio, in mezzo agli alberi; e c'era anche qualcosa che si muoveva.
    Rimango  fermo e tendo l'orecchio.  Ed ecco che sento salire dal basso
    un «miao! miao!» Magnifico!  Rispondo: - Miao!  Miao!  - più piano che
    posso,  poi  spengo  la  candela e scavalco la finestra e mi trovo sul
    tetto della rimessa.  Poi,  di lì mi lascio scivolare fino a  terra  e
    striscio  quatto quatto sotto gli alberi ed ecco che lì,  proprio come
    immaginavo, c'è Tom Sawyer che mi aspetta.
    NOTE.
    NOTA 1: In realtà si tratta di canne di palude,  ma  Huck  fraintende,
    aggiungendo una nota di fantasia al racconto biblico.
















    CAPITOLO 2.
    I  ragazzi sfuggono a Jim - Jim!  - La banda di Tom Sawyer - Piani ben
    congegnati.
    Ci siamo allontanati in punta di piedi per un sentiero fra gli  alberi
    verso  il fondo dell'orto della vedova,  e stavamo tutti curvi per non
    farci graffiare la testa  dai  rami.  Mentre  passavamo  davanti  alla
    cucina  sono  inciampato in una radice e ho fatto rumore.  Ci buttiamo
    giù,  a terra,  e nessuno si muove.  Ma Jim,  il negro grande e grosso
    della signorina Watson,  stava seduto sulla porta della cucina;  lo si
    vedeva abbastanza bene perché aveva la luce  alle  spalle.  Lui  si  è
    alzato in piedi e ha allungato il collo,  tendendo l'orecchio.  Poi ha
    detto:
    - Chi c'è?
    E' rimasto ad ascoltare ancora un po';  poi è venuto fuori,  e avanti,
    in  punta  di piedi,  e si è fermato proprio in mezzo a noi due;  così
    vicino che quasi potevamo toccarlo. Be',  passa un minuto,  ne passano
    altri,  e non si sentiva nessun rumore,  e stavamo lì tutti e tre, uno
    vicino all'altro.  Poi c'è un punto  della  caviglia  che  comincia  a
    prudermi,  ma io figurarsi se me la gratto; quindi si mette a prudermi
    un orecchio, e dopo anche la schiena, in mezzo alle spalle.  Mi pareva
    che stavo per morire, se non mi fossi grattato. E' una cosa che ho già
    notato un mucchio di volte. Se uno si trova in mezzo a gente distinta,
    oppure a un funerale,  o vorrebbe addormentarsi quando non ha sonno...
    Insomma,  se uno si trova in un posto  qualsiasi  dove  non  sta  bene
    grattarsi,  ecco  che  si sente subito prudere in mille posti diversi.
    Dopo un po' Jim dice:
    - Ehi, chi sei? Dove sei?  Che mi venga un accidente se non ho sentito
    qualcosa! Be', lo so quello che devo fare. Mi siedo qui e non mi muovo
    più finché non sento di nuovo quel rumore.
    Così  si  mette  seduto per terra,  fra me e Tom.  Appoggia la schiena
    contro un albero e allunga le gambe  che  per  poco  con  una  non  mi
    toccava la mia.  Adesso è il naso che comincia a pizzicare.  E pizzica
    tanto che mi vengono le lacrime agli occhi. Però non ho il coraggio di
    grattarmi.  Poi il naso comincia a pizzicarmi anche dentro.  E poi  mi
    viene  una  gran voglia di grattarmi sotto.  Non so come faccio a star
    fermo.  Questo tremendo fastidio va avanti  almeno  per  sei  o  sette
    minuti,  ma a me sembrava un secolo. Ormai mi prudeva in undici posti,
    tutti diversi.  Ho cominciato  a  pensare  che  non  ce  la  facevo  a
    resistere  un  minuto  di più,  invece ho stretto i denti e mi ci sono
    provato.  Proprio a quel punto Jim si è messo a respirare  pesante;  e
    poi a russare. Allora mi sono sentito subito meglio.
    Tom mi ha fatto un segno, una specie di rumorino con la bocca, e ce la
    siamo  svignata a quattro zampe.  Quando eravamo a dieci passi,  più o
    meno, Tom mi ha bisbigliato che voleva legare Jim all'albero, così per
    divertirsi;  ma io ho detto di no;  magari si svegliava e  chissà  che
    finimondo piantava,  e allora potevano accorgersi che io, in casa, non
    c'ero.  Poi Tom ha detto che non aveva candele abbastanza,  e  avrebbe
    fatto  un salto in cucina a prenderle.  Io non volevo che ci provasse;
    gli ho detto che Jim poteva svegliarsi e tornar dentro.  Tom,  invece,
    non  mi  ha  dato  ascolto;  così  scivoliamo  dentro  e prendiamo tre
    candele.  E Tom ha lasciato sul tavolo cinque centesimi  per  pagarle.
    Poi siamo tornati fuori e io non vedevo l'ora di squagliarmela; invece
    Tom niente... Ha voluto ad ogni costo strisciare fin dove c'era Jim, a
    quattro zampe, per fargli uno scherzo. Io sono rimasto ad aspettarlo e
    mi sembrava che ci mettesse un secolo... e tutto era così silenzioso e
    deserto.
    Non  appena  Tom  è  tornato,  abbiamo  imboccato il sentiero lungo lo
    steccato del giardino e a poco a poco siamo saliti fino in  cima  alla
    collina dall'altra parte della casa. Tom mi racconta che ha sfilato il
    cappello  dalla  testa  di  Jim  e  glielo ha appeso a un ramo che gli
    pendeva proprio sopra,  e che  Jim  si  era  mosso  un  po'  ma  senza
    svegliarsi.  In  seguito  Jim  è  andato  in  giro a raccontare che le
    streghe  lo  avevano  incantato  e,   quando  lui  era  rimasto   come
    imbambolato,  gli erano salite in groppa per farlo cavalcare per tutto
    lo  Stato,   poi  l'avevano  riportato  sempre  sotto  quegli   alberi
    appendendo  il  cappello  a  un ramo per fargli capire che erano state
    loro.  E la volta dopo che Jim ha raccontato quella storia,  ha  detto
    che lo avevano fatto arrivare fino a New Orleans;  e dopo,  ogni volta
    che la raccontava, gonfiava la storia sempre di più,  tanto che,  a un
    certo  momento,  è  arrivato a dire che gli avevano fatto fare il giro
    del mondo,  stancandolo tanto che per poco non moriva  e  che  si  era
    ritrovato  con  la  schiena  tutta coperta di vesciche per colpa della
    sella. Jim era enormemente fiero di questa avventura e ha cominciato a
    darsi tante arie che quasi non si degnava più di  guardare  gli  altri
    negri.  I  negri venivano da miglia e miglia lontano per ascoltare Jim
    che raccontava la sua storia,  tanto che era diventato  il  negro  più
    importante  della regione.  Certi negri che prima non sapevano neanche
    chi fosse, adesso lo ammiravano a bocca aperta e lo guardavano come se
    fosse una meraviglia.  I negri non fanno che parlare di streghe quando
    diventa  buio,  accanto  al fuoco della cucina;  ma ogni volta che uno
    cominciava a discorrerne e lasciava capire di sapere tutto quello  che
    c'era  da sapere di queste cose,  Jim capitava dentro e diceva: - Uhm!
    Cosa ne vuoi sapere tu, delle streghe?  - e quel negro chiudeva subito
    il becco e andava a sedersi in un angolino.  Jim portava sempre quella
    monetina da cinque centesimi appesa al collo con un pezzo di  spago  e
    diceva  che  quello  era  un  amuleto che gli aveva dato il diavolo in
    persona spiegandogli che serviva a curare  qualsiasi  malattia  e  che
    poteva  chiamare  le  streghe,  ogni volta che gli garbava,  solamente
    dicendogli sopra qualche parola;  però Jim queste parole,  che  doveva
    dire,  non  le  ha  mai  rivelate.  I  negri  venivano da ogni parte e
    regalavano a Jim tutto quello che avevano perché lui permettesse  solo
    di  dare  un'occhiata  a  quella  monetina  da  cinque centesimi ma si
    guardavano bene dal toccarla perché il diavolo ci aveva  posato  sopra
    le mani.  Come servitore, Jim, dopo di allora, non valeva praticamente
    quasi più niente perché si dava troppe arie per via del fatto di  aver
    visto il diavolo ed essere stato cavalcato dalle streghe.
    Be',  quando  Tom  e  io siamo arrivati in cima alla collina,  abbiamo
    guardato giù verso il villaggio e abbiamo visto tre o quattro luci che
    erano ancora accese, forse dove qualcuno stava a letto ammalato;  e le
    stelle non avevano mai luccicato tanto come quella sera, e giù accanto
    al  villaggio  correva  il  fiume,  largo  un miglio,  e così quieto e
    grandioso che era uno splendore!  Ridiscendendo la  collina  ci  siamo
    incontrati  con Joe Harper e Ben Rogers e altri due o tre dei ragazzi,
    nascosti nella vecchia conceria.  Così sciogliamo la fune di una barca
    e  ci mettiamo a remare ridiscendendo il fiume per due miglia e mezzo,
    fino a quel posto  dove  sul  pendio  della  collina  c'è  una  cavità
    prodotta da una frana, che sembra una grossa cicatrice. E lì scendiamo
    a terra.
    Ci  siamo  avviati  verso  una  macchia  fitta  di  cespugli  e Tom ha
    costretto tutti a giurare che avrebbero mantenuto il segreto e poi  ci
    ha  mostrato  un'apertura  nel  fianco  della collina,  proprio dove i
    cespugli erano più folti.  A questo punto abbiamo acceso le candele  e
    ci  siamo strisciati dentro carponi.  Dopo circa duecento metri quella
    specie di caverna è diventata più grande e più larga. Tom si è messo a
    gironzolare qua e là nei diversi corridoi e,  ad un certo punto,  si è
    infilato  sotto  una  parete dove nessuno si sarebbe accorto che c'era
    una buca.  Procedendo per uno stretto passaggio siamo arrivati in  una
    specie di stanza umida,  con i muri gocciolanti e fredda. Qui ci siamo
    fermati. Tom dice:
    - Adesso cominciamo a fare questa banda di ladri  e  la  chiamiamo  la
    banda  di  Tom  Sawyer.  Tutti quelli che ci stanno,  devono giurare e
    scrivere il loro nome col sangue.
    Ci stavamo tutti.  Così Tom tira fuori un foglio di carta  dove  aveva
    scritto  il  giuramento  e lo legge.  Ogni ragazzo doveva impegnarsi a
    rimaner fedele alla banda e a non svelare mai i  suoi  segreti;  e  se
    qualcuno  faceva  qualcosa  di  male a uno della banda,  il ragazzo al
    quale fosse dato l'ordine di uccidere quella persona e la sua famiglia
    doveva farlo,  e non poteva né mangiare né dormire fino a  quando  non
    aveva  ammazzato  quella  persona e la sua famiglia e inciso una croce
    sul loro petto con un pugnale, che era il segno della banda. E nessuno
    che non apparteneva alla nostra banda poteva usare quel  segno  e,  se
    l'usava, sarebbe stato processato e, se dopo lo faceva di nuovo, lo si
    ammazzava.  E se qualcuno della banda ne rivelava i segreti, bisognava
    tagliargli la gola e poi il suo cadavere doveva essere bruciato  e  le
    ceneri  sparpagliate  nel  vento,  e il suo nome cancellato col sangue
    dalla lista dei ladri e mai più pronunciato dalla  banda,  ma  sarebbe
    stato maledetto e dimenticato per sempre.
    Tutti dicono che è un fior di giuramento anzi,  più bello di così... e
    domandano a Tom se è stato lui a inventarselo. Lui risponde che un po'
    se l'è inventato ma per il resto lo ha preso dal libro  dei  pirati  e
    dal libro dei ladri e spiega che ogni banda che voglia considerarsi di
    una certa classe aveva un giuramento fatto così.
    Qualcuno  dice  che  sarebbe  stata  una bella idea ammazzare anche le
    famiglie dei ragazzi che rivelavano i segreti. Tom ha risposto che era
    una buona idea,  ha preso una matita e lo ha scritto  nel  giuramento.
    Poi Ben Rogers dice:
    - Abbiamo qua il nostro Huck Finn, che non ha nessuna famiglia... come
    facciamo con lui?
    - Be', però un padre ce l'ha, vero? - dice Tom Sawyer.
    - D'accordo,  un padre ce l'ha,  ma non si trova mai, già da un po' di
    tempo.  Una volta aveva l'abitudine di andare a  dormire,  quando  era
    ubriaco,  fra  i porci nella conceria ma ormai è più di un anno che da
    queste parti nessuno lo vede.
    Si sono messi a discutere la  faccenda  e  stavano  per  mandarmi  via
    perché  dicevano che ogni ragazzo doveva avere una famiglia o qualcuno
    da poter uccidere altrimenti non era giusto nei confronti degli altri.
    Bene,  nessuno sapeva cosa fare...  Tutti erano lì ammutoliti,  e  non
    sapevano che pesci pigliare. Provavo una gran voglia di piangere; però
    tutto  d'un  colpo  ho  trovato  la  soluzione  e  così  ho offerto la
    signorina Watson: potevano ammazzare lei. Tutti hanno detto:
    - Oh, può andare,  può andare benissimo.  Così Huck può rimanere nella
    banda.
    Poi  si  sono ficcati uno spillo in un dito,  per far uscire il sangue
    con cui firmare, e anch'io ho lasciato il mio marchio sulla carta.
    -E adesso,  vediamo un po' - dice Ben Rogers - che  genere  di  affari
    dovrebbe combinare questa banda?
    - Soltanto ladrerie e rapine, e omicidi - ha risposto Tom.
    - Ma a chi andiamo a rubare? Nelle case... il bestiame, oppure...
    -  Figurarsi!  Rubare il bestiame o cose del genere non è un lavoro da
    briganti, ma da ladri - dice Tom Sawyer. - E noi non siamo ladri.  Non
    è  questo  il  nostro  stile.  Noi  siamo  briganti.  Noi  fermiamo le
    diligenze e le carrozze sulle strade,  tutti con la faccia mascherata,
    e ammazziamo la gente e portiamo via i loro soldi e gli orologi.
    - Ma bisogna proprio ammazzarla sempre, la gente?
    - Oh,  certo! E la cosa migliore. Ci sono alcuni personaggi importanti
    che la  pensano  diversamente,  ma  in  genere  è  sempre  preferibile
    ammazzarli tutti. Salvo qualcuno che si porta qui, nella caverna, dove
    li faremo rimanere fino a quando non verranno riscattati.
    - Riscattati? E cosa sarebbe?
    - Non lo so.  Ma,  ad ogni modo, è quello che si fa sempre. L'ho letto
    nei libri; così, naturalmente, lo faremo anche noi.
    - Ma come facciamo a farlo se non sappiamo che cosa è?
    - Insomma, accidenti a tutto, "dobbiamo" farlo. Non ti ho appena detto
    che c'è scritto nei libri?  Vuoi fare una cosa differente  da  come  è
    scritto nei libri e combinare un gran pasticcio?
    - Già, è facile dirlo, Tom Sawyer, ma come diavolo faranno questi tizi
    ad essere riscattati se non sappiamo nemmeno da dove si comincia? Ecco
    quello che IO vorrei sapere.  Prova almeno a dirmi che cosa può essere
    secondo te.
    - Be', non lo so. Forse trattenerli fino a quando sono riscattati vuol
    dire che dobbiamo tenerli finché non crepano.
    - Be',  questa è già una cosa  che  mi  pare  possibile.  Forse  è  la
    risposta giusta. Perché non l'hai detto prima? Così ce li teniamo fino
    a  quando  non  saranno morti per il riscatto...  Una bella seccatura,
    secondo me, perché si sbafferanno tutto e cercheranno continuamente di
    svignarsela.
    - Dici un sacco di sciocchezze, Ben Rogers! Come fanno a squagliarsela
    se ci sarà sempre un guardiano a sorvegliarli, pronto a farli fuori se
    si azzardano a muovere un dito?
    - Una guardia...  Bene,  "questa sì" che  è  proprio  magnifica!  Così
    qualcuno  dovrà star su tutta la notte e non chiudere mai occhio,  per
    sorvegliarli. A me sembra una bella scemenza. Perché un poveraccio non
    può prendere un bel randello e riscattarli subito appena arrivano  qui
    dentro?
    - Perché sui libri non è scritto così,  ecco il perché.  Insomma,  Ben
    Rogers, stai a sentire: vuoi fare le cose in regola oppure no?... Ecco
    qual'è il punto.  Come fai a non capire che quelli che fanno  i  libri
    sanno sempre com'è il modo giusto di comportarsi?  Credi sul serio che
    puoi essere TU a insegnare a loro?  Neanche per idea.  No,  caro  mio,
    faremo  anche  noi  quello che si deve fare,  e li riscatteremo come è
    giusto.
    - D'accordo.  Non me ne importa un bel niente;  però  dico  che  è  un
    sistema proprio stupido, ecco. E senti... Ammazziamo anche le donne?
    - Be',  se fossi ignorante come te, Ben Rogers, non aprirei mai bocca.
    Ammazzare le donne?  No...  Nessuno ha mai letto niente di simile  nei
    libri.  Si portano nella caverna e si trattano bene, si trattano con i
    guanti e un po' alla volta quelle s'innamorano di te  e  non  vogliono
    più tornare a casa.
    - D'accordo,  se è così che si deve fare,  non dico più niente,  ma io
    non voglio entrarci in questa storia.  In un batter d'occhio avremo la
    caverna  piena  zeppa  di  donne  e  di uomini che attendono di essere
    riscattati e così non ci sarà più posto per noi briganti.  Ma fai pure
    come vuoi, io non dico più niente.
    Intanto  il  piccolo  Tommy  Barnes  si  era  addormentato e quando lo
    svegliano,  s'impaurisce e comincia a piangere e a dire che lui  vuole
    tornare a casa dalla sua mamma, e non ci tiene più a fare il brigante.
    Allora  tutti  lo  prendono  in  giro,  lo  chiamano  «piagnone» e lui
    s'infuria,  tanto è arrabbiato,  e dice che andrà  subito  in  giro  a
    svelare tutti i segreti.  Tom,  però,  gli regala cinque centesimi per
    farlo star zitto e dice che adesso era meglio tornare tutti a  casa  e
    incontrarci la settimana prossima per derubare qualcuno e ammazzare un
    po' di gente.
    Ben Rogers dice che lui non può uscire di casa tanto spesso,  soltanto
    la domenica, e così voleva cominciare con la domenica dopo, ma tutti i
    ragazzi gli hanno risposto che sarebbe  stata  una  gran  brutta  cosa
    cominciare di domenica,  e così è tutto risolto.  Si mettono d'accordo
    per riunirsi di nuovo a fissare un giorno,  il più  presto  possibile,
    poi  abbiamo  eletto  Tom  Sawyer  primo Capitano e Joe Harper secondo
    Capitano della banda, e ci siamo avviati verso casa.
    Io mi sono arrampicato sul tetto della rimessa e sono sgusciato dentro
    in camera mia  attraverso  la  finestra  appena  prima  che  spuntasse
    l'alba.  I  miei  vestiti  nuovi  erano  tutti  macchiati  di  cera  e
    incrostati di argilla; ed ero stanco morto.

    CAPITOLO 3.
    Una bella sgridata -  La  Grazia  divina  trionfante  -  Si  gioca  ai
    briganti - I geni - Una delle frottole di Tom Sawyer.
    Bene,  l'indomani  mattina  mi tocca una di quelle sgridate che non si
    dimenticano da parte della  vecchia  signorina  Watson,  per  via  dei
    vestiti; la vedova, invece, non mi ha sgridato ma li ha ripuliti dalla
    cera  e  dal  fango;  ma  aveva  un'aria così triste che ho pensato di
    comportarmi bene per un po',  se mi riusciva.  Poi la signorina Watson
    mi  ha condotto nello sgabuzzino e si è messa a pregare,  ma non ne ha
    cavato niente.  Poi mi ha detto di pregare ogni  giorno,  così  potevo
    ottenere qualsiasi cosa avessi chiesto.  Ma non era vero niente. Ci ho
    provato. Una volta che avevo una lenza, mi mancavano gli ami.  E senza
    ami,  non mi serviva. Così ho provato a chiedere gli ami tre o quattro
    volte ma non sono stato capace di far funzionare la cosa.  Così,  dopo
    un  po'  di  tempo,  un bel giorno ho chiesto alla signorina Watson di
    provare lei per me; mi ha risposto, invece,  che ero uno stupido.  Non
    mi ha mai spiegato perché e io non sono mai stato capace di capirlo.
    Una  volta,  che mi trovavo in mezzo al bosco,  mi sono seduto e ci ho
    pensato su per un bel pezzo.  Mi sono detto: be',  se ogni persona può
    ottenere  tutto  quello che chiede,  pregando,  come va che il diacono
    Winn non ha avuto indietro i soldi perduti vendendo maiali? E come mai
    la vedova non si è vista restituire la tabacchiera  d'argento  che  le
    avevano  rubato?  E perché la signorina Watson non riesce a ingrassare
    un po'? No,  mi sono detto,  non deve esserci niente di vero in questa
    storia.  Però, tornato a casa, ho provato a parlarne alla vedova e lei
    mi ha risposto che quello che si  poteva  ottenere  pregando  erano  i
    "doni spirituali". Era troppo difficile per me, questo, però lei mi ha
    spiegato cosa voleva dire...  Che devo aiutare le altre persone e fare
    tutto quello che posso per il mio prossimo e pensare sempre  a  lui  e
    non  pensare  mai a me.  Mi è sembrato di capire che questo riguardava
    anche la signorina Watson.  Allora sono tornato  nel  bosco  e  ci  ho
    pensato  su  per  un  bel  pezzo  ma non riuscivo a capire qual era il
    vantaggio che me ne veniva,  se non che tutto il vantaggio era del mio
    prossimo;  così  alla  fine  mi  sono detto che non era più il caso di
    preoccuparmene ed era meglio lasciare che  le  cose  rimanessero  come
    stavano. A volte la vedova mi prendeva da parte e si metteva a parlare
    della  Divina Provvidenza in un modo tale che mi veniva l'acquolina in
    bocca.  Ma  poi,   magari,   il  giorno  dopo,   la  signorina  Watson
    s'intrometteva  a  dire  la  sua  ed  ecco che tutto andava di nuovo a
    rotoli.  A quanto mi pareva di capire,  c'erano  due  tipi  di  Divina
    Provvidenza  e  un  poveraccio  poteva trovarsi abbastanza bene con la
    Divina Provvidenza della vedova;  se  però  saltava  su  la  signorina
    Watson  con  la  sua  Divina  Provvidenza,  per lui era finita.  Ci ho
    pensato su, e ho concluso che a me andava bene quella della vedova, se
    mi avesse voluto,  anche se non riuscivo a capire che cosa ci  potesse
    guadagnare  da  uno come me,  visto che sono così ignorante,  senza un
    soldo e anche monello.
    Papà era già più di un anno che non si faceva vedere, ma per me andava
    benissimo così; non ci tenevo per niente a rivederlo. Quando non aveva
    bevuto, mi riempiva di botte e non si stancava mai di mettermi le mani
    addosso anche se,  quando lui era in giro,  io  avevo  l'abitudine  di
    passare  quasi tutto il tempo nei boschi.  Be',  pressappoco in questo
    periodo lo hanno trovato nel fiume, annegato,  a circa dodici miglia a
    monte della città, così mi hanno detto. Hanno giudicato che fosse lui,
    ad ogni modo; dicevano che quell'uomo annegato aveva più o meno la sua
    statura, era coperto di stracci e con i capelli incredibilmente lunghi
    (proprio  come  il  mio pa') però dalla sua faccia non sono riusciti a
    capire  niente  perché  era  stato  in  acqua  tanto  a   lungo   che,
    praticamente,  la faccia non c'era quasi più. Dicevano che galleggiava
    sul fiume a pancia in su.  Lo hanno tirato a  riva  e  seppellito  lì,
    sull'argine. Io, però, non sono rimasto tranquillo a lungo perché mi è
    venuto in mente qualcosa.  Sapevo fin troppo bene che un uomo annegato
    non galleggia a pancia in su, ma con la faccia dentro l'acqua. Così ho
    capito che questo non era papà ma una donna vestita da uomo.  Ecco che
    torno  ad  avere  paura.  Infatti calcolavo che il mio vecchio sarebbe
    presto comparso di nuovo anche se io mi auguravo di  non  vederlo  mai
    più.
    Per  un  mese  o  giù  di  lì,  di  tanto  in tanto abbiamo giocato ai
    briganti,  ma poi io do le dimissioni.  Come tutti gli altri  ragazzi.
    Non  avevamo  derubato  nessuno,  non  avevamo  ammazzato  neanche una
    persona, avevamo soltanto fatto finta. Saltavamo fuori dal bosco, alla
    carica contro i guardiani di porci o le donne che portavano ortaggi al
    mercato con il carretto,  però non gli avevamo mai portato via niente.
    Tom Sawyer chiamava i porci lingotti,  e diceva che le rape e le altre
    verdure erano gioielli  e  poi  andavamo  nella  caverna  a  fare  una
    riunione  per  vantarci  di  quello  che  avevamo  fatto e di tutte le
    persone che avevamo ammazzato e marchiato.  Io non ci  trovavo  nessun
    gusto.  Una  volta  Tom  manda in giro un ragazzo per tutto il paese a
    correre qua e là con un bastone fiammeggiante che lui chiamava segnale
    (per avvertire tutta la banda che doveva riunirsi),  e poi ci ha detto
    che  aveva  ricevuto informazioni segrete dalle sue spie che il giorno
    dopo un bel gruppo di mercanti  spagnoli  e  di  ricchi  arabi  doveva
    accamparsi a Cave Hollow,  con duecento elefanti e seicento cammelli e
    più di un migliaio di muli,  tutti carichi di diamanti,  e che avevano
    soltanto  quattrocento  soldati  a fare la guardia e così noi potevamo
    preparare un'imboscata (la chiamava così) per ammazzarli tutti e  fare
    man  bassa  della  roba.  Dice  che dobbiamo pulire e lucidare spade e
    fucili,  e tenerci pronti.  Non poteva dare  l'assalto  neanche  a  un
    carretto pieno di rape se non aveva spade e fucili tirati a lucido per
    quell'assalto;  anche  se  erano  soltanto  pezzi di legno e manici di
    scopa e si poteva star lì a lucidarli fino al giorno del  giudizio  ma
    continuavano  a non valere un fico secco,  come non lo valevano prima.
    Io non credevo che noi si potesse fare la festa a  un  tal  numero  di
    spagnoli  e "a-rabi" però ci tenevo a veder i cammelli e gli elefanti;
    così il giorno dopo,  un sabato,  ero anch'io lì  pronto  a  preparare
    l'imboscata.  E, ricevuto l'ordine, ci buttiamo fuori dal bosco, e giù
    per la collina.  Ma non c'erano né  spagnoli  né  "a-rabi"  e  neanche
    cammelli  o  elefanti.  Era  solo  la  gita  in  campagna  dei bambini
    dell'oratorio,  e per di più di una classe dei più piccoli.  Noi siamo
    piombati  nel  bel  mezzo e abbiamo inseguito quei mocciosi giù per la
    conca ma non abbiamo potuto fare man bassa che di un po' di marmellata
    e di qualche ciambella,  anche se Ben Rogers è riuscito a  mettere  le
    mani  su  una bambola di pezza e Joe Harper si è arraffato un libro di
    inni e un opuscolo religioso.  Poi la maestra è saltata fuori e ci  ha
    obbligato  a  lasciare  lì tutto e a battercela.  Io non avevo visto i
    diamanti, e gliel'ho detto a Tom Sawyer. Lui mi risponde che invece ce
    n'erano a mucchi; e che c'erano anche gli "a-rabi",  gli elefanti e il
    resto.  E  io  dico: - Allora perché non li abbiamo visti?  - e lui mi
    risponde che se non ero così ignorante e avevo letto un libro  che  si
    chiama "Don Chisciotte",  l'avrei saputo senza fare domande.  Insomma,
    dice, che è tutta opera di magia.  E aggiunge che lì c'erano soldati a
    centinaia,  elefanti  e  tesori  e tutto il resto,  ma noi avevamo dei
    nemici che lui ha  chiamato  stregoni,  i  quali  per  farci  dispetto
    avevano  trasformato  tutte  quelle cose in una scampagnata di bambini
    dell'oratorio.  Allora io gli rispondo che va  bene,  d'accordo,  però
    l'unica  cosa  da  fare,  adesso,  era vendicarsi sugli stregoni.  Tom
    Sawyer rispose che ero proprio un gran babbeo.
    -  Figurati  -  dice  -  che  uno  stregone  può  invocare  un  numero
    incredibile  di  geni  e che quelli avrebbero fatto uno sconquasso nel
    tempo che uno ci mette a dire amen.  Questi geni sono alti come alberi
    e grossi come una chiesa.
    -  Be'  -  dico  io  - e perché non ci facciamo "aiutare anche noi" da
    qualcuno di questi geni?... Perché a questo modo saremmo noi a battere
    tutti gli altri, no?
    - Già, ma come fai a chiamarli?
    - Non lo so. Come fanno a chiamarli "loro"?
    - Ecco, si mettono a strofinare una vecchia lampada di latta oppure un
    anello di ferro e allora i geni si precipitano lì da loro, fra un gran
    rimbombare di tuoni e il lampo delle saette: e qualsiasi cosa  gli  si
    comanda di fare, quelli via... la fanno subito. Per loro è come niente
    sradicare  una  torre di quelle dove si fabbricano pallini da caccia e
    servirsene per fracassarla sulla testa di qualche direttore di scuola,
    o chiunque altro.
    - Chi riesce a fargli combinare di queste cose?
    - Ecco,  quella stessa persona che strofina la lampada o  l'anello.  I
    geni  appartengono  a  chi  strofina  la  lampada  o  l'anello  e sono
    obbligati a fare  tutto  quello  che  lui  comanda.  Se  lui  dice  di
    costruire un palazzo lungo quaranta miglia, e tutto di diamanti, e poi
    riempirlo  di chewing-gum o quello che vuoi,  e andargli a prendere in
    Cina la figlia dell'imperatore se tu vuoi sposarla,  sono costretti  a
    ubbidire;  e devono farlo, anzi, prima che torni a spuntare il sole. E
    poi...  devono anche trasportare quel palazzo per tutto il paese  come
    se  gli  facessero  ballare  il  valzer,  e  sistemarlo  dove tu vuoi.
    Capisci?
    - Veramente,  - rispondo io - a me pare di aver capito che sono un bel
    branco di stupidi visto che non sono capaci di tenersi loro il palazzo
    invece di ubbidire e di darlo a chi glielo chiede.  E poi...  Se fossi
    uno di loro,  aspetterei il giorno del Giudizio prima di  piantare  in
    asso  i  miei affari e di correre da un tizio qualsiasi solo perché ha
    strofinato una vecchia lampada di latta.
    - Parli proprio perché hai la lingua, Huck Finn.  Insomma,  come fai a
    non  capire  che,  quando  quello  strofina  la  lampada,  tu  saresti
    obbligato a correre da lui, che tu ne abbia voglia o no?
    - Come?  Anche se sono alto come un albero e grosso come  una  chiesa?
    D'accordo,  va bene;  VERREI,  certo che verrei,  ma costringerei quel
    tizio ad arrampicarsi subito sull'albero più alto che ci sia in  tutto
    il paese.
    -  Frottole!  E'  inutile  sprecare  il  fiato  con te,  Huck Finn.  A
    sentirti, sembra che tu non capisca proprio niente...  Sei un perfetto
    zuccone.
    Io ci ho ripensato per due o tre giorni e poi ho fatto il ragionamento
    che  mi  sarebbe piaciuto vedere se c'era qualcosa di vero.  Ho tirato
    fuori una vecchia lampada di latta e un anello di ferro e me  ne  sono
    andato nei boschi e li ho sfregati e strofinati tanto che,  a un certo
    punto,  ero sudato fradicio...  Perché avevo  deciso  che  mi  sarebbe
    piaciuto  costruire  un  palazzo  e  poi  venderlo;  ma  è stato tutto
    inutile,  perché non si è fatta vedere neanche l'ombra di uno di  quei
    geni.  Così  ho  capito  che tutta quella storia non era altro che una
    delle tante frottole di Tom Sawyer.  E  ho  concluso  che  lui  doveva
    crederci  in  quegli "a-rabi" e in quegli elefanti ma,  per me,  io la
    pensavo in modo diverso.  Per me non erano altro  che  una  classe  di
    bambini dell'oratorio, e basta.














    CAPITOLO 4.
    Lento, ma sicuro - Huck e il Giudice - Superstizione.
    Be',  passano  tre  o  quattro  mesi  e  ormai  si è proprio nel cuore
    dell'inverno.  Io andavo a scuola quasi  sempre  e  sapevo  sillabare,
    leggere  e scrivere un pochino e sapevo anche le tabelline fino a «sei
    per sette trentacinque» e non credo che sarei andato molto più  in  là
    di  così  neanche  se  fossi  campato per tutta l'eternità.  Non ho il
    bernoccolo per fare i conti, io, ad ogni modo.
    Al primo momento odiavo  la  scuola  ma,  poco  alla  volta,  mi  sono
    abituato  a  sopportarla.  Quando  capivo  che  non  ce la facevo più,
    saltavo le lezioni e le bacchettate che mi prendevo il giorno dopo  mi
    facevano  bene  e mi tiravano su di morale.  Così più andavo a scuola,
    più facile mi riusciva andarci.  Cominciavo anche a  fare  l'abitudine
    alle  maniere  della  vedova  che  non  mi  davano più tanto fastidio.
    D'accordo,  vivere in una casa e dormire in  un  letto  erano  un  bel
    tormento  ma,  prima  che  cominciasse  il  freddo,  ogni  tanto me la
    svignavo zitto zitto e me ne andavo a dormire nei boschi, e così avevo
    un po' di respiro. Continuava sempre a piacermi molto la vita di prima
    ma, poco alla volta, cominciava anche a piacermi quella nuova,  almeno
    un  po'.  La  vedova diceva che adesso andavo meglio,  e che venivo su
    benino, lento ma sicuro,  e che i risultati erano molto soddisfacenti.
    Diceva che non si vergognava di me.
    Una  mattina  mi capita di rovesciare la saliera a colazione.  Allungo
    subito la mano, in fretta in fretta, per prendere un pizzico di sale e
    buttarlo dietro la spalla sinistra e tener lontana la scalogna  ma  la
    signorina  Watson è più svelta di me e non me lo lascia fare.  Dice: -
    Giù quelle mani, Huckleberry... Combini sempre un mucchio di pasticci!
    - La vedova dice qualche buona parola per me ma non è bastata a  tener
    lontana la scalogna, lo sapevo benissimo. Dopo colazione esco, però mi
    sentivo  preoccupato  e  avevo  addosso  una  specie  di  tremarella e
    continuavo a domandarmi che genere di disgrazia mi  sarebbe  capitata.
    Ci  sono  le  maniere per tener alla larga certi tipi di scalogna,  ma
    nessuno era adatto al mio caso;  così non mi sono  nemmeno  provato  a
    fare qualcosa e mi sono messo a camminare, molto giù di corda e sempre
    più in allarme.
    Attraverso  il  giardino  davanti  alla  casa  e  m'inerpico su per la
    scaletta che serve per passare dall'altra parte quando lo  steccato  è
    molto alto. In terra c'era almeno un paio di dita di neve e io vedo le
    impronte di qualcuno. Venivano su dalla cava di pietre e si vedeva che
    quel  tizio  doveva  essersi  fermato  a gironzolare un po' intorno ai
    gradini della scaletta, e poi aveva continuato lungo tutto lo steccato
    del giardino.  Era curioso che quelle impronte non  venissero  dentro,
    dopo essersi fermate proprio lì davanti. Non riuscivo a capire perché.
    E,  ad ogni modo,  mi hanno incuriosito. Penso di seguirle ma prima mi
    chino per osservarle meglio. Dapprima non vedo niente di speciale,  ma
    subito  dopo  sì.  Nell'impronta  del  tacco  della scarpa sinistra si
    vedeva una croce fatta di grossi chiodi, per tener lontano il diavolo.
    In un battibaleno mi rialzo e scendo di corsa giù per la  collina.  Di
    tanto  in  tanto  mi volto a guardare indietro ma non vedo nessuno.  E
    così arrivo dal giudice Thatcher più presto che posso. E lui mi dice:
    - Ohilà,  ragazzo mio,  ma sei  proprio  senza  fiato!  Sei  venuto  a
    ritirare i tuoi interessi?
    - No, signore, - dico io. - Perché, ce ne sarebbe qualcuno?
    - Oh,  certo.  Proprio ieri sera sono arrivati quelli di sei mesi. Più
    di centocinquanta dollari.  Una vera fortuna per te!  Faresti meglio a
    lasciarmeli  investire  insieme con gli altri seimila perché se adesso
    li ritiri, finirai per spenderli subito.
    - No,  signore - dico io - non voglio spenderli.  Anzi,  non li voglio
    nemmeno,  come non voglio nemmeno gli altri seimila.  Voglio che se li
    prenda lei; voglio darli a lei... I seimila e tutto il resto.
    Lui assume un'aria sorpresa, come se non capisse niente. E dice:
    - Ma cosa vuoi dire, figliolo mio?
    E io dico:  -  Non  mi  faccia  nessuna  domanda,  per  favore.  Vuole
    prenderli... Vero?
    E lui:
    - Ecco, sono sconcertato. E' successo qualcosa?
    -  Per favore,  li prenda - dico io - e non mi faccia altre domande...
    Così non dovrò dirle delle bugie.
    Lui mi osserva per un po' e poi dice:
    - Oho-oh. Credo di capire. Vuoi "vendermi",  tutti i tuoi beni...  non
    darmeli. Ecco, è così che va la faccenda.
    Poi scrive qualcosa su un foglio di carta, lo legge e mi dice:
    - Ecco, vedi anche tu che qui c'è scritto «come corrispettivo». Questo
    vuole  dire  che  io  l'ho comprata da te e te l'ho pagata.  Eccoti un
    dollaro. E adesso firma qui.
    Così io firmo e me ne vado.
    Il negro della signorina Watson,  Jim,  aveva una palla di peli grossa
    come  un  pugno,  che  era stata tirata fuori dal quarto stomaco di un
    bue, e lui la usava per fare delle magie.  Diceva che dentro c'era uno
    spirito,  e  che  lo  spirito  sapeva  tutto.  Così quella sera vado a
    cercarlo e gli racconto che il mio papà era tornato  di  nuovo  perché
    avevo  scoperto  le  sue  impronte nella neve.  Ecco quello che volevo
    sapere: cosa aveva intenzione di fare? Pensava di fermarsi? Allora Jim
    ha tirato fuori la sua palla di  peli  e  ci  ha  borbottato  qualcosa
    sopra,  poi l'ha alzata e l'ha lasciata cadere sul pavimento. Quella è
    caduta di peso, si è fermata ed è rotolata solo per un pollice. Jim ci
    riprova una seconda volta e poi una terza,  ma la  palla  di  peli  fa
    sempre la stessa cosa.  Allora Jim si è inginocchiato, le ha accostato
    un orecchio ed è rimasto ad ascoltare. Ma tutto inutile;  ha detto che
    non  voleva  parlare.  Mi  spiega che qualche volta non voleva parlare
    senza soldi.  Allora io gli ho risposto che avevo una  vecchia  moneta
    falsa  da  un  quarto  di  dollaro che non valeva più niente perché si
    vedeva l'ottone sotto l'argentatura e anche perché era talmente liscia
    e consumata che pareva unta e ormai non c'era più da sperare di  farla
    passare per buona con nessuno.  (Mi era venuto in mente che era meglio
    non raccontargli del dollaro che mi aveva dato il giudice.)  Così  gli
    ho  spiegato che,  come moneta,  valeva pochino visto che era falsa ma
    forse la palla di peli l'avrebbe accettata perché magari non capiva la
    differenza.  Jim ha preso la moneta,  l'ha annusata,  le  ha  dato  un
    morso,  l'ha  strofinata e poi mi ha detto che cercava di fare in modo
    che la palla di peli la credesse buona. E mi ha raccontato, anche, che
    avrebbe tagliato a metà una patata cruda  per  metterci  in  mezzo  la
    moneta e tenerla così tutta la notte;  a questo modo, il mattino dopo,
    l'ottone  non  si  poteva  più  vedere  e  non  avrebbe  dato  neanche
    l'impressione di essere unta, e così chiunque in città l'avrebbe presa
    subito  per  buona,  figuriamoci  poi una palla di peli.  Be',  sapevo
    anch'io che una patata poteva fare una  cosa  simile,  ma  me  ne  ero
    dimenticato.
    Jim  ha  messo  il  quarto  di  dollaro  sotto la palla di peli e si è
    inginocchiato di nuovo ad ascoltare.  E stavolta mi dice che la  palla
    di  peli  funzionava.  E  che  mi  avrebbe raccontato tutto quello che
    sarebbe successo nel mio futuro,  se volevo.  E  io,  allora:  -  Dai,
    avanti! - gli dico. E così la palla di peli si mette a parlare con Jim
    e Jim con me. E mi dice:
    -  Il  tuo vecchio padre non sa ancora cosa è che vuole fare.  Qualche
    volta ragiona che vorrebbe andarsene,  e poi invece ragiona  di  nuovo
    che preferisce rimanere.  Meglio di tutto è prendersela calma e che il
    tuo vecchio faccia cosa vuole.  Ci sono due  angeli  che  gli  ballano
    intorno.  Uno è bianco e luccica,  l'altro è tutto nero. Quello bianco
    lo fa essere buono,  almeno per un poco di tempo,  ma poi  c'è  quello
    nero che arriva e rovina tutto.  Nessuno sa quale dei due,  alla fine,
    se lo porterà via. Ma per te, tutto va bene. Avrai un sacco di fastidi
    nella tua vita ma anche tanta tanta felicità. Qualche volta ti faranno
    del male e qualche volta prenderai una malattia, ma tornerai sempre ad
    essere sano.  Nella tua vita entreranno  due  ragazze.  Una  bionda  e
    l'altra  bruna.  Una ricca e l'altra una poveretta.  Prima sposerai la
    povera ma dopo poco sposerai la ricca.  Devi stare lontano  dall'acqua
    più  che  puoi  e  non  correre  rischi,  perché è scritto che finirai
    impiccato.
    Quando ho acceso la mia candela e sono salito  in  camera  mia  quella
    sera, chi ci trovo se non il mio pa', lui in persona, lì seduto?


















    CAPITOLO 5.
    Il padre di Huck - Un genitore affettuoso - Si cambia vita.
    Ho dovuto chiudere la porta. Poi mi sono voltato ed eccolo lì, davanti
    ai miei occhi. Avevo sempre avuto paura di lui, tanto me le dava sode,
    sempre!  E credo di aver paura anche adesso; ma dopo un minuto capisco
    che mi sto sbagliando. Cioè, dopo il primo colpo, diciamo così, quando
    sono rimasto con il fiato mozzo... Perché proprio non me lo aspettavo;
    ma subito dopo mi sono accorto che non era più il caso di  aver  paura
    di lui, proprio nessuna paura!
    Aveva quasi cinquant'anni,  e li dimostrava.  I capelli lunghi, unti e
    arruffati, gli penzolavano sulla fronte e sotto si potevano vedere gli
    occhi,  che luccicavano come se fosse nascosto  dietro  le  foglie.  I
    capelli erano tutti neri,  non ne aveva neanche uno grigio;  e anche i
    basettoni erano così,  lunghi e scarruffati.  La sua faccia,  per quel
    che se ne vedeva,  era bianca; ma non bianca come è bianco il colorito
    degli altri uomini,  ma di un bianco che faceva schifo,  un bianco che
    ti faceva venire la pelle d'oca...  Bianco come una raganella,  bianco
    come la pancia di un pesce. I vestiti,  poi,  erano stracci,  e basta.
    Teneva  una  gamba  ripiegata  con  la  caviglia appoggiata sull'altro
    ginocchio;  la scarpa su quel piede era rotta e spuntavano  fuori  due
    dita,  che  lui  muoveva  di  tanto  in  tanto.  Il  cappello  era sul
    pavimento;  un vecchio cappellaccio floscio con la  cupola  appiattita
    che pareva un coperchio.
    Sono rimasto lì a guardarlo; e lui guardava me, tenendo la seggiola in
    equilibrio  sulle  gambe  posteriori.  Poso  la  candela e vedo che la
    finestra è sollevata;  dunque era entrato  passando  dal  tetto  della
    rimessa.  Continuava  a  guardarmi  dalla testa ai piedi.  Dopo un po'
    dice:
    - Che bei vestiti...  Sei tutto tirato a lucido!  Adesso credi proprio
    di essere diventato un pezzo grosso, vero?
    - Forse sì, e forse no - dico io.
    - Guai a te se ti azzardi a rispondermi da sfacciato - dice lui.- Noto
    che,  dall'ultima  volta  che ti ho visto,  hai messo su un mucchio di
    arie. Ma prima di farla finita con te,  penserò IO a rimetterti al tuo
    posto.
    Dicono  che  sei  anche  istruito;  che sai leggere e scrivere.  Ormai
    adesso ti credi meglio di  tuo  padre,  vero,  perché  lui  non  ne  è
    capace...  E' così?  Ci penso io a togliertelo dalla testa.  Chi ti ha
    detto che potevi combinare tutte queste  sciocchezze?...  Insomma,  si
    può sapere chi te ne ha dato il permesso?
    - La vedova. E' stata lei a dirmelo.
    - La vedova,  già... E chi ha detto alla vedova che poteva cacciare il
    becco in quelli che non sono affari suoi?
    - Nessuno glielo ha mai detto.
    - Bene,  le insegnerò io a non immischiarsi  nelle  cose  che  non  la
    riguardano.  Adesso  stammi  bene a sentire: quanto alla scuola,  devi
    piantarla subito,  capito?  Glielo insegnerò "io"  alla  gente  a  far
    crescere  un  ragazzo  in questo modo,  così si monta la testa e si dà
    delle arie con suo padre e finisce per credere  di  essere  meglio  di
    "lui".  Guai  a  te  se ti pesco un'altra volta a perder tempo intorno
    alla scuola, mi hai capito?  Tua madre non sapeva leggere e non sapeva
    scrivere, fino a quando è morta. Nessuno della famiglia lo sapeva, per
    tutta  la  vita.  "io"  non  so  né leggere né scrivere ed ecco che ti
    ritrovo che ti dai tutte queste arie per una cosa del genere. Non sono
    uomo da sopportarlo...  capito?  E adesso fammi un  po'  sentire  come
    leggi.
    Io  apro  un libro e attacco a leggere del generale Washington e delle
    guerre.  Leggevo forse da mezzo minuto quando  lui  ha  allungato  una
    pacca  al  libro con la mano e l'ha fatto volare in mezzo alla stanza.
    Poi dice:
    - Dunque è così.  Sei capace di leggere.  Avevo i miei dubbi quando me
    lo  hai  detto.  Ma  adesso  sta' un po' a sentire: devi piantarla con
    tutte  queste  stupidaggini.  Non  ne  voglio  sapere,  io.  Ti  terrò
    d'occhio, caro il mio furbacchione, e se ti pesco di nuovo vicino alla
    scuola,  ti tolgo la pelle!  Se continui così, neanche te ne accorgi e
    chissà che razza di bigotto mi diventi. Mai visto un figlio come te!
    Poi prende un quadretto blu e giallo con sopra dipinte delle vacche  e
    un ragazzino e mi dice:
    - E questo cosa sarebbe?
    -  E'  una  cosa  che  mi  hanno  dato  a scuola perché sapevo bene la
    lezione.
    Lui lo strappa in mille pezzi e dice:
    - Ti darò io qualcosa di meglio... Una bella nerbata.
    E' rimasto lì per un minuto a bofonchiare e a grugnire tra sé e  sé  e
    poi mi ha detto:
    - E guarda anche se non sei diventato un vero e proprio damerino tutto
    in ghingheri, eh? Un letto; lenzuola e coperte; uno specchio e perfino
    un pezzo di tappeto per terra...  E tuo padre dorme in mezzo ai maiali
    nella conceria.  Mai visto un figlio simile.  Scommetto che te la tiro
    via  di  dosso tutta questa boria prima di averla fatta finita con te.
    Insomma, hai messo su un tal mucchio di arie... e poi dicono anche che
    sei ricco. Ascolta un po'... E' vera questa storia oppure no?
    - Tutte bugie, ecco.
    - Stammi un po' a sentire: bada come parli quando sei con me, sai?  Ho
    già  sopportato tutto quello che potevo sopportare...  quindi non fare
    lo sfacciato con me,  sai?  Sono in città da due giorni e non ho fatto
    che sentir parlare di te che sei ricco.  Ne parlano perfino giù, lungo
    il fiume. Ecco perché sono tornato.  Domani mi dai tutti quei soldi...
    li voglio.
    - Io non ho un centesimo
    -  E' una bugia!  I tuoi soldi li tiene il giudice Thatcher.  Tu vai a
    prenderli, perché io li voglio.
    - Io non ho neanche un centesimo,  ti  ripeto.  Domandalo  al  giudice
    Thatcher; ti dirà la stessa cosa.
    -  Va  bene,  glielo  domanderò;  e glieli farò tirar fuori altrimenti
    dovrà spiegarmi perché non me li vuole dare.  E adesso dimmi  un  po':
    quanto hai in tasca? Dammeli subito.
    - Ho soltanto un dollaro, e ne ho bisogno per...
    -  Non  ha  nessuna  importanza per cosa ne avevi bisogno...  caccialo
    fuori, e basta.
    Così lo prende e lo morde per vedere se è buono,  poi dice che  scende
    in  città  a  comprarsi  un  po' di whisky;  dice che non aveva bevuto
    neanche un goccetto in tutto  il  giorno.  Era  già  sul  tetto  della
    rimessa quando ha ficcato dentro di nuovo la testa e ha ricominciato a
    coprirmi  d'insolenze  perché  mi  davo  delle  arie  e mi consideravo
    superiore a lui: e quando ormai pensavo che se ne fosse andato, eccolo
    che torna indietro un'altra volta e mi  dice  di  stare  attento  alla
    faccenda della scuola perché aveva intenzione di tenermi d'occhio e di
    darmi un fracco di legnate se non la piantavo lì subito.
    Il  giorno  dopo  era  ubriaco,  è andato dal giudice Thatcher,  lo ha
    coperto d'improperi e cercava di farsi dare i soldi ma il giudice  non
    poteva  darglieli  e allora lui ha giurato che ce lo avrebbe costretto
    con la legge.
    Il giudice e la  vedova  sono  andati  in  tribunale  perché  volevano
    togliermi  a lui per sempre e perché uno di loro due diventasse il mio
    tutore,  ma era appena arrivato un giudice che non  conosceva  il  mio
    vecchio  e così lui ha detto che nessun tribunale poteva interferire e
    dividere le famiglie,  se era possibile evitarlo,  e così ha detto che
    lui preferiva non togliere un bambino a suo padre. Allora il giudice e
    la vedova hanno dovuto rinunciare.
    Il  mio  vecchio,  a  questa notizia,  non stava più nella pelle dalla
    gioia.  E mi ha detto che mi avrebbe massacrato a furia  di  cinghiate
    fino a farmi diventare tutto nero e blu se non trovavo un po' di soldi
    da  passargli.  Sono  andato  a farmi prestare tre dollari dal giudice
    Thatcher e papà li ha presi e si è ubriacato e poi  ha  cominciato  ad
    andare  in  giro  facendo  un  gran  chiasso  e imprecando e urlando e
    molestando la gente;  ha continuato ad andare avanti e indietro per la
    città  con  una padella di latta fin quasi a mezzanotte;  poi lo hanno
    messo in guardina e il  giorno  dopo  lo  hanno  condotto  davanti  al
    tribunale  e  lo hanno sbattuto dentro ancora per una settimana.  Lui,
    però,  ha detto che era soddisfatto: ormai era riuscito  ad  avere  di
    nuovo  in  pugno  suo figlio,  e ci avrebbe pensato lui a farmi rigare
    diritto.
    Quando lo mandano fuori di nuovo, il nuovo giudice dice che vuole fare
    di lui un altro uomo.  Così se lo porta a casa,  lo veste per benino e
    lo  fa  mangiare  a  colazione,  pranzo  e cena con la sua famiglia e,
    insomma,  lo trattava addirittura con i guanti.  Dopo cena si mette  a
    parlargli  della  temperanza  e altre cose del genere fino a quando il
    mio vecchio si mette a lacrimare e dice che è stato uno  stupido,  che
    si  è rovinato la vita,  ma adesso voleva voltar pagina e diventare un
    uomo del quale nessuno doveva più vergognarsi;  così  sperava  che  il
    giudice  lo  avrebbe  aiutato  e  non  lo avrebbe più disprezzato.  Il
    giudice risponde che lo avrebbe quasi abbracciato per quello che aveva
    appena finito di dire; così si mette a piangere anche lui, e anche sua
    moglie piange con lui;  e il mio pa' dice che lui è  sempre  stato  un
    uomo  incompreso,  e  il  giudice  risponde che gli crede.  Poi il mio
    vecchio continua a dire che a qualsiasi uomo bastava  essere  trattato
    con  un  po'  di  comprensione;  e il giudice dice che è giusto e così
    ricominciano a piangere. Quando arriva l'ora di andare a letto, il mio
    vecchio si alza e tende la mano dicendo:
    - Guardatela, signori e signore, prendetela, stringetela.  Questa mano
    prima  era la mano di un maiale ma adesso non lo è più è la mano di un
    uomo che ha cominciato una nuova vita, e morirà piuttosto che ricadere
    in peccato.  Ricordatevi quello che vi  dico...  non  dimenticatevene.
    Adesso è una mano pulita; potete stringerla, non abbiate paura.
    Così gli prendono la mano e gliela stringono, tutti, uno dopo l'altro,
    e piangono ancora un po'.  La moglie del giudice,  poi,  gliela bacia.
    Allora il mio vecchio firma un impegno sacrosanto...  cioè,  mette una
    croce sul foglio.  Il giudice dice che è la cosa più bella che mai sia
    stata messa per iscritto, o qualcosa del genere. Poi, conducono il mio
    vecchio in una bellissima camera (che era la camera  degli  ospiti)  e
    durante  la  notte  lui  viene preso da una sete terribile e allora si
    arrampica fuori, sul tetto della veranda,  e si fa scivolare giù lungo
    un pilastro e va a barattare la giacca nuova con un bel boccale grosso
    di  roba forte da scolarsi,  poi è ritornato di nuovo in camera per la
    stessa via e se l'è spassata che era una  meraviglia  verso  l'alba  è
    uscito  fuori  dalla  finestra,  quatto quatto,  ubriaco fradicio,  ma
    stavolta rotola giù dal tetto della veranda  e  si  rompe  il  braccio
    sinistro  in  due punti e quando qualcuno finalmente lo trova - che il
    sole si era appena levato- era  quasi  morto  congelato.  Quando  sono
    andati a dare un'occhiata alla camera degli ospiti,  hanno dovuto fare
    qualche scandaglio, prima di poterci navigare.
    Il giudice, però, c'era rimasto abbastanza male.  E ha detto che forse
    qualcuno  poteva  riuscire  a riformare il mio vecchio ma soltanto con
    una buona doppietta,  magari,  e che lui non  conosceva  nessun  altro
    metodo.

















    CAPITOLO 6.
    Se  la  prende  con  il  giudice Thatcher - Huck decide di andarsene -
    Riflessioni - Economia politica - Un po' di trambusto.
    Be',  presto il vecchio si rimette in sesto e comincia a farsi  vedere
    in  giro;  è  a  questo  punto che va a cercare il giudice Thatcher in
    tribunale per farsi dare quei soldi e poi comincia a togliere il fiato
    anche a me per non aver piantato lì la scuola.  Un paio  di  volte  mi
    coglie in fallo mentre ci vado e mi riempie di botte; io però a scuola
    ho  continuato  ad andare lo stesso e riuscivo a schivarlo oppure,  la
    maggior parte delle volte,  scappavo via così in fretta  che  lui  non
    riusciva  a  prendermi.  Prima non ne avevo tanta voglia,  di andare a
    scuola, ma adesso avevo deciso che ci sarei andato per far dispetto al
    mio pa'.  Quanto al processo,  era una  faccenda  che  andava  per  le
    lunghe;  sembrava  che non si decidessero mai a cominciare;  così,  di
    tanto in tanto,  mi facevo imprestare due o tre  dollari  dal  giudice
    perché  non  mi  prendesse a cinghiate.  Ogni volta che si trovava con
    qualche soldo in mano,  si ubriacava;  e ogni volta che  si  ubriacava
    provocava  un  vero  e  proprio sconquasso in città;  e ogni volta che
    succedeva quello  sconquasso,  lui  finiva  in  guardina.  Ma  ci  era
    abituato: era proprio quel genere di cose che faceva per lui.
    Ronzava  un po' troppo anche nei paraggi della vedova,  così alla fine
    lei si decide a dirgli che se non  la  smetteva  di  farsi  vedere  da
    quelle parti, gli avrebbe fatto avere un mucchio di guai. Be', non era
    proprio un bel matto? Ha risposto che avrebbe fatto vedere lui a tutti
    noi  chi era il padrone di Huck Finn.  Così un bel giorno di primavera
    mi ha tenuto d'occhio di nascosto, mi ha acciuffato e mi ha portato in
    barca per più di tre miglia su per il fiume, ed è sbarcato su una riva
    dell'Illinois,  che era piena di alberi,  e non c'era neanche una casa
    ma  una  vecchia capanna di tronchi dove la foresta era talmente fitta
    che nessuno sarebbe riuscito a scoprirla  se  non  sapeva  prima  dove
    quella si trovava.
    Mi  teneva sempre con sé,  tutto il tempo,  e mai una volta che mi sia
    stato possibile di provare a  scappare!  Vivevamo  in  quella  vecchia
    capanna e lui chiudeva sempre la porta e di notte si metteva la chiave
    sotto la testa. Aveva un fucile, che, secondo me, doveva aver rubato e
    così si andava a caccia e a pesca,  ed era di quello che si viveva. Di
    tanto in tanto mi chiudeva a chiave là dentro e andava al  negozio,  a
    tre  miglia dal traghetto,  e barattava pesce e selvaggina con whisky;
    lo portava a casa e si sbronzava,  ed era tutto  contento:  e  poi  mi
    riempiva  di botte.  La vedova,  dopo un po',  era riuscita a scoprire
    dove stavo ed ha mandato un uomo a cercare di liberarmi ma  mio  padre
    lo  ha  fatto  scappare  puntandogli  contro il fucile e non è passato
    molto tempo che, ormai, cominciavo ad abituarmi a vivere a quel modo e
    quasi mi piaceva, tutto, salvo quando lui me le suonava.
    Era una vita divertente, da fannullone,  e me ne stavo tutto il giorno
    a far niente,  a fumare e a pescare,  senza più libri o studio. Quando
    sono passati due mesi,  e magari anche di più,  e i miei vestiti erano
    ridotti  sporchi e stracciati,  e ormai non riuscivo più a capire come
    facevo a stare così bene in casa della vedova quando  dovevo  lavarmi,
    mangiare  in  un  piatto,  pettinarmi,  andare a letto e alzarmi a ore
    fisse e stare sempre a lambiccarmi il cervello su un libro e avere  la
    vecchia  signorina  Watson  che  non faceva altro se non rimproverarmi
    tutto il tempo.  Non avevo più voglia di tornare da lei.  Avevo smesso
    d'imprecare   perché   alla  vedova  non  piaceva,   ma  adesso  avevo
    ricominciato perché al mio vecchio non gliene importava niente.  Tutto
    considerato,  era una vita abbastanza bella quella che facevo lì,  nei
    boschi.
    Ma dopo un po' il mio pa' ha cominciato ad avere la mano un po' troppo
    svelta con il bastone e non riuscivo  più  a  sopportarlo.  Ero  tutto
    coperto di piaghe e di lividi. E poi, lui cominciava a star via troppo
    e  mi  lasciava  sempre  chiuso  dentro.  Una volta mi ha chiuso nella
    capanna e se n'è andato per  tre  giorni  di  fila.  Mi  sono  sentito
    terribilmente  triste  e  solo.  Ho cominciato a pensare che forse era
    annegato e non  sarei  più  uscito  fuori  di  lì.  E  mi  sono  anche
    spaventato.  E  ho deciso che era venuto il momento di trovare un modo
    per andarmene ad ogni costo.  Già varie volte avevo cercato di  uscire
    dalla  capanna  ma senza mai trovare la maniera giusta.  Non c'era una
    finestra larga abbastanza perché  ci  passasse  un  cane.  Non  potevo
    arrampicarmi su per il camino perché era troppo stretto;  la porta era
    di assi di quercia, spesse e massicce. Il mio pa',  quando andava via,
    stava  sempre  attento a non lasciare in giro né un coltello né niente
    di simile;  credo che ormai avevo esplorato la  capanna  almeno  cento
    volte;  be', lo facevo quasi in continuazione perché era l'unico mezzo
    per far passare il tempo.  Stavolta,  finalmente,  trovo qualcosa: una
    vecchia sega arrugginita,  senza il manico; era nascosta fra una trave
    e l'assito del tetto.  Allora l'ho ingrassata ben bene e mi sono messo
    al lavoro. C'era una vecchia coperta da cavallo inchiodata sui tronchi
    in fondo alla capanna dietro il tavolo perché il vento non s'infilasse
    tra  le  fessure  e  spegnesse la candela.  Mi caccio sotto il tavolo,
    sollevo la coperta e comincio a segare un pezzo del grosso  tronco  di
    base,  largo  abbastanza  per  poterci  passare.  Be',  era  un lavoro
    piuttosto lunghetto e stavo per finirlo quando sento il fucile di  pa'
    nei boschi.  Allora nascondo in fretta e furia i segni del mio lavoro,
    pulisco un po', lascio ricadere la coperta e nascondo la sega, ed ecco
    che di lì a poco il mio pa' entra in casa.
    Non era di buon umore...  quindi voglio dire che era  del  suo  solito
    umore.  Mi  ha raccontato di essere stato giù,  in città,  e che tutto
    andava per traverso. Il suo avvocato gli aveva detto che avrebbe vinto
    la causa e intascato i soldi, se però si fosse cominciato il processo;
    ma esistevano tanti modi per rimandarlo di un bel  po'  e  il  giudice
    Thatcher sapeva come fare.  Poi ha aggiunto che la gente diceva che ci
    sarebbe stato un altro processo per  togliermi  a  lui  e  darmi  alla
    vedova come tutrice e che pensavano che questa volta la vedova avrebbe
    vinto  la  causa.  Questa  notizia  fu un gran brutto colpo perché non
    avevo nessuna voglia, ormai, di tornare dalla vedova, chiuso dentro in
    quella casa a farmi incivilire, come diceva lei. Poi il mio vecchio ha
    cominciato a bestemmiare ed a imprecare su tutto e su tutti quelli che
    gli saltavano in mente; poi ha ricominciato a imprecare contro tutto e
    contro  tutti  un'altra  volta  per  essere  sicuro  che   non   aveva
    dimenticato nessuno e,  dopo che ha fatto questo,  ha concluso con una
    specie di maledizione generale,  e ci ha messo  dentro  anche  un  bel
    mucchio  di  gente  che  non  sapeva neanche come si chiamasse e così,
    quando arrivava a  loro,  diceva  quel  tale-non-so-come-si-chiama,  e
    continuava a imprecare.
    Poi  ha cominciato a dire che gli sarebbe piaciuto vedere come avrebbe
    fatto la vedova a portarmi via.  E che lui sarebbe stato in guardia e,
    se  cercavano  di  fargli uno scherzetto del genere,  lui conosceva un
    posto - lontano sei o sette miglia di lì - dove nascondermi  così  che
    quelli  mi  cercassero  pure  fino  a quando cadevano stecchiti per la
    fatica ma non sarebbero riusciti a scovarmi.  Quando ho sentito  tutto
    questo,  ho cominciato ad avere di nuovo un po' di paura,  ma solo per
    un minuto;  perché intanto mi dicevo che non avevo nessuna  intenzione
    di rimaner lì fino a quando gli fosse capitata quella possibilità.
    Poi  il  vecchio mi ordina di andare giù,  alla barca,  a scaricare la
    roba che aveva portato.  C'era un sacco con cinquanta libbre di farina
    di  granturco,  e un bel pezzo di pancetta affumicata,  munizioni,  un
    boccale di whisky da quattro galloni,  un vecchio libro e due giornali
    come stoppaccio,  oltre a un po' di canapa.  Io ho scaricato un po' di
    roba sulla riva e,  quando torno alla barca,  mi siedo  sulla  prua  a
    riposarmi un po'.  Ho cominciato a ripensare a tutta quella faccenda e
    decido che,  al momento di squagliarmela,  avrei preso la doppietta  e
    qualche  lenza  e  mi  sarei buttato per i boschi.  Riflettevo che non
    potevo rimanere fisso in un posto ma sarebbe  stato  meglio  camminare
    attraverso  la  regione,  soprattutto di notte,  e andare a caccia e a
    pesca per mangiare, ed arrivare talmente lontano che né il mio vecchio
    né la vedova sarebbero più riusciti a trovarmi.  Così ho  pensato  che
    era  meglio  finir  di segare quel tronco e squagliarmela quella notte
    stessa se il mio pa' si  ubriacava  abbastanza  (ma  ero  praticamente
    sicuro che si sarebbe ubriacato proprio come pensavo io). Ero talmente
    preso  da  tutti questi pensieri che non mi sono accorto del tempo che
    passava finché il mio vecchio non si è messo a urlare  chiedendomi  se
    mi  ero addormentato oppure se ero annegato.  Così ho finito di portar
    tutto su alla capanna,  e ormai era quasi buio.  Mentre facevo cuocere
    la  cena,  il  vecchio  ha  cominciato a scolarsi prima un goccetto di
    liquore e poi un altro e così si è riscaldato quel tanto  che  bastava
    per ricominciare a prendersela con tutti e con tutto.  In città si era
    preso una sbronza della malora ed era finito in un  fosso  dove  aveva
    passato tutta la notte, così adesso era proprio uno spettacolo. Poteva
    quasi  passare  per Adamo,  perché era coperto di fango dalla testa ai
    piedi.  Ogni volta che  l'alcol  cominciava  a  fare  effetto,  se  la
    prendeva quasi sempre con il governo. Così anche stavolta:
    -  E  lo  chiamano governo!  Figurarsi,  pensateci un po' e ditemi che
    razza di governo abbiamo.  Eccoti una bella legge,  pronta per  portar
    via il figlio al padre...  sì, il suo proprio figlio che gli è costato
    tanta fatica e preoccupazioni e soldi per tirarlo su.  Già,  e  quando
    finalmente  quel poveraccio si trova col figlio cresciuto,  pronto per
    andare a lavorare e cominciare a fare qualcosina per  "lui"  così  che
    può  riposarsi  un  poco,  salta  fuori  la  legge e glielo prende.  E
    "questo" lo chiamano governo! Nossignori, non è ancora tutto. La legge
    prende le "pìarti" di quel vecchio  giudice  Thatcher  e  lo  aiuta  a
    impedirmi   di   entrare   in   possesso   di  quello  che  mi  spetta
    legittimamente. Ecco, quello che fa la legge!  Prende un uomo che vale
    seimila  dollari e anche più e te lo scaraventa in una vecchia baracca
    cadente come questa capanna e lo lascia andare  in  giro  con  vestiti
    tali  che  sarebbero  più  degni  di  un maiale,  tanto sono ridotti a
    stracci. E lo chiamano governo! Con un governo come questo un uomo non
    può far valere i suoi  diritti.  A  volte  mi  salterebbe  proprio  il
    ticchio di andarmene per sempre da questo paese,  una volta per tutte.
    Già,  e gliel'ho anche detto a "quelli là";  come ho detto sul muso al
    vecchio  giudice  Thatcher  quello che penso.  Un sacco di gente mi ha
    sentito, e può ripetere quello che ho detto. Ecco,  cosa ho detto: per
    due  centesimi  pianto qui questo stramaledetto paese,  e non ci torno
    mai più.  Parole sacrosante,  ecco quello che ho  detto.  E  poi  dico
    guardatemi un po' il cappello,  se vi sentite il coraggio di chiamarlo
    cappello,  con la cupola sfondata e il resto che mi  arriva  sotto  il
    mento,  al punto che non è neanche più un cappello ma sembra piuttosto
    che la mia testa sia stata ficcata dentro un pezzo di tubo  da  stufa.
    Guardatelo,  dico,  guardate che cappello devo portare io... uno degli
    uomini più ricchi di questa città,  se solo riuscissi a far  valere  i
    miei diritti.
    -  Oh,  certo,  è  un  governo  magnifico quello che abbiamo,  proprio
    meraviglioso!  Già,  sentite un po' questa.  C'era  un  negro  libero,
    dell'Ohio,  un  mulatto,  quasi  bianco come un uomo bianco.  Aveva la
    camicia più di bucato che avessi mai visto,  anche,  e il cappello più
    lustro;  non c'era nessun altro in città che avesse vestiti belli come
    i suoi;  aveva anche un orologio con la catena d'oro e un bastone  col
    pomo d'argento: il più vecchio nababbo testa-grigia dello Stato.  Be',
    l'avreste   immaginato?    Dicevano   che   faceva    il    professore
    all'università,  e sapeva parlare tutte le lingue e,  insomma,  era un
    sapientone.  Ma c'è di peggio.  Dicevano  che  poteva  perfino  votare
    quando era a casa sua.  Ecco,  giuro che sono rimasto di stucco.  E ho
    pensato, dove si va a finire in questo paese, se succede anche questo?
    Era il giorno delle elezioni e io stavo per andare a votare anch'io  e
    non  ero  neanche  troppo  sbronzo  per  andarci  ma  quando  mi hanno
    raccontato che in questa  nazione  c'era  uno  Stato  dove  lasciavano
    votare anche i negri,  mi sono tirato indietro. Ho detto che non avrei
    votato mai più.  Ecco le parole sacrosante  che  ho  detto;  mi  hanno
    sentito tutti, e che la nazione possa andare a remengo, per quello che
    mi  riguarda...  non  voterò  mia  più  fintantoché vivo.  E bisognava
    vedere, poi,  il modo di fare di quel negro,  bello pacifico,  come se
    niente  fosse...  figurarsi che non mi avrebbe nemmeno ceduto il passo
    se io non gli davo una bella spinta per sbatterlo da parte.  E così ho
    chiesto  alla  gente,  perché  questo negro non viene messo all'asta e
    venduto? Ecco quello che mi sarebbe piaciuto sapere.  Be',  immaginate
    un  po' cos'hanno risposto?  Hanno detto che non poteva essere venduto
    finché non fosse rimasto nello Stato sei  mesi,  e  ancora  non  erano
    passati. Be', ecco... questo è un esempio. Chiamano governo un governo
    che  non è capace di vendere un negro libero fintantoché non è rimasto
    nello Stato per sei mesi.  E questo è un governo che  si  fa  chiamare
    governo  però  deve  stare  con  le mani in mano per sei mesi prima di
    poter catturare un dannato negro libero,  che se ne va in giro  per  i
    fatti suoi, un ladro e un diavolo dell'inferno e...
    Papà  era  talmente furibondo e lanciato nel suo discorso che non si è
    accorto dove lo portavano le sue vecchie gambe e così inciampa e casca
    a capofitto sul mastello della carne salata di maiale  e  si  scortica
    gli  stinchi,  e  allora  il resto del suo discorso diventa ancora più
    concitato e rovente (soprattutto contro il negro e il  governo)  anche
    se,  di tanto in tanto, non dimenticava di dire al mastello quello che
    si meritava anche lui.  Poi ha cominciato a saltellare per la  capanna
    per un bel pezzo, prima su una gamba e poi sull'altra, prendendosi fra
    le  mani prima una caviglia e poi l'altra,  e,  alla fine,  tutto d'un
    colpo,  allunga il piede  sinistro  e  molla  un  calcio  poderoso  al
    mastello. Ma è stata una pessima idea perché su quel piede portava una
    scarpa  sfondata  e  così ne spuntavano fuori un paio di dita;  allora
    tira un urlo che avrebbe fatto rizzare i capelli in testa a chiunque e
    poi cade per terra e comincia a rotolarsi qua e là,  e a stringersi le
    dita  del  piede  fra le mani;  e le sue imprecazioni diventano ancora
    peggio di tutte quelle che aveva detto prima.  Lo ha detto anche  lui,
    dopo. Aveva sentito il vecchio Sowberry Hagan nei suoi giorni migliori
    ma, secondo lui, stavolta lo aveva superato; anche se, però, credo che
    esagerava un po', secondo me.
    Dopo  cena  papà  prende il boccale di whisky e dice che ce n'è dentro
    abbastanza per un paio di buone bevute e un  "delirium  tremens"  (1).
    Era  quello  che  diceva  sempre.  Così ho calcolato che,  nel giro di
    un'ora,  doveva essere ubriaco fradicio e allora  potevo  rubargli  la
    chiave  o  finire  di  segare il tronco per squagliarmela,  una cosa o
    l'altra. E lui si mette a bere,  e a bere,  e dopo un po' rotola sulle
    sue  coperte;  però  quella sera non dovevo avere fortuna.  Non si era
    addormentato sodo ma si girava  e  rigirava,  irrequieto.  Gemeva,  si
    lamentava, si sbatteva da una parte e dall'altra, e ha continuato così
    per un bel po'.  Alla fine ho cominciato ad avere un tal sonno che non
    riuscivo più a tenere gli occhi aperti e così,  prima ancora che me ne
    accorgo,  cado  addormentato  come  un  sasso  anch'io,  e  la candela
    continua a rimanere accesa.
    Non so per quanto tempo ho dormito ma tutto d'un tratto sento un  urlo
    spaventoso e salto su.  Vedo il mio pa' con due occhi da far paura che
    saltava di qua e di là e urlava che c'erano i serpenti. Diceva che gli
    si arrampicavano sulle gambe;  allora spiccava un balzo e si metteva a
    urlare  e poi diceva che uno lo aveva morsicato sulla faccia ma io non
    riuscivo a  vedere  nessun  serpente.  Poi  ha  cominciato  a  correre
    tutt'intorno per la capanna sbraitando: - Tiralo via!  Tiralo via!  Mi
    sta mordendo il collo!  - Non avevo mai visto nessuno  con  due  occhi
    così.  Dopo un po', però; era talmente sfinito che è caduto per terra,
    e ansimava;  poi ha cominciato a rotolare dappertutto,  sempre più  in
    fretta,  e  a  tirar  calci a tutto quello che gli capitava a tiro e a
    tirar colpi e pugni all'aria, e sembrava che volesse afferrarla con le
    mani, e come gridava...  e diceva che c'erano dei diavoli che volevano
    impadronirsi  di  lui.  Dopo  un  po'  era di nuovo così sfinito che è
    rimasto tranquillo, ma si lamentava.  Poi si è calmato ancora di più e
    non  faceva  più  nessun  rumore.  Potevo  udire  le civette e i lupi,
    distante,  fuori nei boschi,  e il silenzio era così profondo  da  far
    paura.  Lui  continuava  a star sdraiato in un angolo.  Dopo un po' si
    alza metà e tende l'orecchio,  con la testa piegata da  una  parte.  E
    dice piano piano:
    - Un passo...  un passo... un altro passo.. sono i morti; un passo, un
    passo,  un altro passo;  stanno per venire da me,  ma  io  non  voglio
    andare...  oh,  eccoli...  non toccatemi...  no!  Giù le mani...  sono
    fredde; lasciatemi stare... oh, lasciate in pace un poveraccio!
    Poi si mette a  quattro  zampe  e  comincia  a  strisciare  qua  e  là
    supplicandoli  di  lasciarlo  in  pace  e  si  avvolge nella coperta e
    striscia sotto il tavolo  di  vecchio  legno  di  pino  e  continua  a
    supplicare;  e poi si mette a piangere.  Potevo sentirlo attraverso la
    coperta.
    Dopo un po',  rotola fuori da sotto il tavolo,  si alza  in  piedi  di
    scatto,  con  un'aria  da  far  paura,  mi vede e mi si butta addosso.
    Comincia a rincorrermi  per  tutta  la  capanna,  con  un  coltello  a
    serramanico  e  mi  chiama angelo della Morte e dice che mi ammazzerà,
    così non potrà più venirlo a prendere. Io lo supplico,  e gli dico che
    sono  soltanto  Huck ma lui si mette a ridere...  e fa una risata così
    terribile,  e rugge e impreca e continua ad inseguirmi.  Una volta che
    non  sono  riuscito  a  stargli  abbastanza alla larga ed ho provato a
    sgusciargli sotto il braccio,  lui si è allungato e mi ha preso per la
    giacca  proprio  in  mezzo  alle spalle: ho proprio pensato che era la
    fine! Ma poi mi sono liberato dalla giacca veloce come il lampo e così
    mi sono salvato.  Dopo un po',  però,  lui era talmente stanco  che  è
    caduto  a  sedere per terra,  con la schiena contro la porta: ha detto
    che voleva riposarsi un minuto e poi mi  avrebbe  ammazzato.  E  si  è
    seduto  sul  coltello,  ha  ripetuto che voleva dormire per tornare in
    forze e poi mi avrebbe fatto vedere lui chi era!
    Così,  ben presto si appisola.  Io intanto mi  avvicino  alla  vecchia
    poltrona con il sedile sfondato, ci monto sopra, quatto quatto per non
    fare rumore,  e stacco la doppietta.  C'infilo dentro la bacchetta per
    essere sicuro che è carica e poi l'appoggio sopra il barile delle rape
    puntata contro il mio pa',  e mi siedo anch'io lì dietro ad  aspettare
    che lui si muova. Ma come passa lento e silenzioso il tempo!
    NOTE.
    NOTA   1:  "Delirium  tremens"  è  il  tremito  che  caratterizza  gli
    alcolizzati.












    CAPITOLO 7.
    In agguato - Chiuso nella capanna - Preparativi - Si fa scomparire  il
    cadavere - Lo studio di un piano - Riposo.
    - Ehi, svegliati! Cosa stai facendo?
    Aprii  gli  occhi e mi guardai intorno cercando di capire dov'ero.  Il
    sole si era già alzato e io avevo dormito sodo.  Papà  era  in  piedi,
    incombeva  su  di  me  con l'aria incattivita e anche di chi sta male.
    Dice:
    - Cosa volevi fare con quella doppietta?
    Mi rendo subito conto che non si ricorda più niente di quello che  era
    successo, così dico:
    -   Qualcuno  cercava  di  entrare  e  allora  mi  sono  preparato  ad
    accoglierlo.
    - Perché non mi hai svegliato?
    - Be', mi ci sono provato, ma non ce l'ho fatta;  non riuscivo neanche
    a farti muovere.
    - Be',  d'accordo. Non stare lì a cicalare tutto il giorno ma va fuori
    a vedere se qualche pesce ha abboccato agli  ami,  per  colazione.  Ti
    raggiungo fra un minuto.
    Mette  la chiave nella toppa e apre la porta e io schizzo fuori,  e mi
    avvio verso l'argine.  Vedo subito rami e pezzi di legno e roba simile
    che galleggia,  e qualche frammento di corteccia;  così capisco che il
    fiume ha cominciato  a  salire.  E  penso  che  ci  sarebbe  stato  da
    divertirsi da matti, adesso, ad essere in città! La piena di giugno mi
    portava  sempre  fortuna  perché,  non  appena  l'acqua  cominciava  a
    gonfiare,  scendevano sulla corrente grossi pezzi di legna,  di quelli
    da  catasta,  e  anche  tronchi  di zattera: a volte una dozzina in un
    colpo solo;  così non si faceva altro che  afferrarli  e  venderli  ai
    depositi di legname o alla segheria.
    Risalgo  l'argine con un occhio dalla parte dove c'era il mio pa' e un
    altro a controllare quello  che  la  piena  stava  trasportando.  Be',
    improvvisamente,  ecco che arriva una canoa: era proprio una bellezza,
    lunga tredici o quattordici piedi,  con la prua bella  alta  e  teneva
    l'acqua come una papera. Con un salto, entro nel fiume a capofitto, mi
    metto a nuotare come un ranocchio.  vestito così come sono e raggiungo
    la canoa. Mi aspettavo che ci fosse qualcuno sdraiato sul fondo perché
    capita a volte che la gente si diverta a  far  così  per  scherzare  e
    prendere  in giro il prossimo e quando uno è quasi riuscito a tirare a
    riva l'imbarcazione,  quelli  saltano  su  e  gli  ridono  in  faccia.
    Stavolta,  invece,  non  era  così.  Era una canoa alla deriva,  ormai
    l'avevo capito, così ci sono saltato dentro e con la pagaia la porto a
    riva.  E penso che il mio vecchio sarà contento quando  la  vede:  può
    valere come minimo dieci dollari.  Quando tocco la riva il mio pa' non
    si vedeva ancora,  così,  mentre imboccavo un torrentello che scendeva
    in una piccola insenatura tutta coperta di salici e piante rampicanti,
    ecco che mi è venuta un'altra idea; ho pensato di nasconderla per bene
    e  poi,  invece  di  buttarmi per i boschi quando riuscivo a scappare,
    potevo  ridiscendere  il  fiume  per  una  cinquantina  di  miglia   e
    accamparmi  in qualche posto,  ma rimanere lì fisso,  senza fare tutta
    quella faticaccia di andare sempre in  giro  a  piedi.  Lì  ero  molto
    vicino  alla  capanna tanto che mi pareva sempre di sentire il vecchio
    che stava per arrivare però sono riuscito  ugualmente  a  nasconderla;
    quando  sono  sceso,  ho  provato  a guardarmi in giro,  da dietro una
    macchia di salici,  ed ecco il mio vecchio giù  per  il  sentiero  che
    stava  puntando  un  uccello con la doppietta.  Dunque non aveva visto
    niente.
    Quando poi mi si è avvicinato, ero occupatissimo a tirar su una lenza.
    Lui mi ha coperto d'improperi perché ci avevo messo troppo tempo ma io
    gli ho raccontato che ero caduto nel fiume e per questo ci avevo messo
    tanto.  Sapevo che poteva accorgersi che ero bagnato fradicio e allora
    avrebbe cominciato a farmi un sacco di domande. Abbiamo staccato dalle
    lenze cinque pesci-gatto che avevano abboccato,  e ce ne siamo tornati
    a casa.
    Mentre cercavamo di schiacciare un pisolino,  dopo colazione,  tutti e
    due perché eravamo stracchi morti,  mi sono messo a pensare se trovavo
    il modo d'impedire al mio  pa'  e  alla  vedova  di  corrermi  dietro;
    sarebbe  stato  di  certo  più  sicuro  che non fidarmi soltanto della
    fortuna per squagliarmela ed andare abbastanza lontano prima che  loro
    fanno  in  tempo  ad  accorgersi che non ci sono più.  Capite bene che
    possono succedere tante cose. Be', per un bel po' non riesco a trovare
    proprio niente ma ad un certo momento il mio pa' si alza per  scolarsi
    un altro barile d'acqua e mi dice:
    - Un'altra volta che un uomo viene a gironzolare da queste parti, devi
    svegliarmi,  ci siamo capiti? Quello lì non era certo venuto con delle
    buone  intenzioni.   Gli  avrei  sparato.   La  prossima  volta   devi
    svegliarmi, capito?
    Poi  si  è sdraiato di nuovo ed ha ripreso sonno;  ma quello che aveva
    appena finito di dire mi ha proprio dato l'idea che cercavo. E mi sono
    detto: adesso so come sistemare tutto in modo che nessuno abbia voglia
    di venirmi ancora a cercare.
    Verso  mezzogiorno  siamo  usciti  e  abbiamo  cominciato  a  risalire
    l'argine. Il fiume stava gonfiandosi piuttosto in fretta e la corrente
    era parecchio forte,  e sull'acqua galleggiava una quantità di legname
    alla deriva.  Dopo un po' ecco scendere sull'acqua una  parte  di  una
    zattera di tronchi: sono nove,  tutti ben legati insieme. Noi ci siamo
    accostati con la barca e li abbiamo rimorchiati a riva.  Poi è  venuta
    l'ora di pranzo.  Chiunque altro,  tranne il mio pa',  avrebbe passato
    tutta la giornata lì a fare la guardia così da prendere qualcos'altro;
    ma non era quello lo stile del mio pa'. Nove tronchi in una volta sola
    erano abbastanza; e lui voleva precipitarsi in città a venderli.  Così
    mi  ha  chiuso  nella  capanna,  ha  preso  la  barca  e se n'è andato
    tirandosi dietro quei tronchi che erano  forse  le  tre  e  mezzo.  Ho
    calcolato che non tornava di sicuro per la sera.  Ma ho aspettato fino
    a quando mi sono detto che ormai doveva aver già fatto un bel pezzo di
    strada, ho tirato fuori la mia sega e mi son messo a lavorare di nuovo
    intorno a quel tronco.  Prima che  lui  fosse  sull'altra  sponda  del
    fiume,  ero  sgusciato  fuori da quel buco;  lui e la zattera,  ormai,
    erano soltanto un puntino là in fondo, sull'acqua.
    Allora ho preso il sacco di farina di granturco e  l'ho  portato  dove
    era  nascosta  la  canoa,  mi sono aperto un passaggio fra i rami e le
    frasche e l'ho caricato a bordo;  poi ho fatto la stessa cosa  con  il
    pezzo di pancetta; e anche con il boccale di whisky. Ho preso tutto lo
    zucchero e il caffè che c'erano, e le munizioni, e lo stoppaccio; e ho
    preso  un  secchio e la zucca;  e un mestolo e una tazza di latta e la
    mia vecchia sega, due coperte e la padella e la caffettiera.  Ho preso
    le  lenze,  i fiammiferi e altre cose;  tutto quello che poteva valere
    qualche soldo. Ho letteralmente ripulito la capanna.  Avrei voluto una
    scure ma non ce n'erano,  solo quella fuori, vicino alla catasta della
    legna, e sapevo perché quella dovevo lasciarla lì dov'era. Sono andato
    a prendere la doppietta, e così ho finito.
    A strisciar fuori dal buco e a  trascinar  fuori  tutta  quella  roba,
    avevo  lasciato  un  bel  po'  di  segni  per terra.  Ma ho cercato di
    sistemare anche quello dall'esterno come  meglio  potevo,  spargendoci
    sopra  un po' di polvere per ricoprire la segatura e la terra battuta.
    Poi ho messo di nuovo il pezzo di tronco segato al suo posto,  gli  ho
    infilato  sotto  due  pietre  e un'altra ce l'ho appoggiata contro per
    tenerlo fermo,  perché in quel punto lì era piegato verso l'alto e non
    toccava  più  molto  bene  il  terreno.  A  quattro  o cinque passi di
    distanza non si sarebbe detto che era stato segato; e poi,  si trovava
    proprio  sul  retro della capanna ed era un po' difficile che qualcuno
    andasse a gironzolare proprio lì.
    Da quel punto fino alla canoa era  tutta  erba,  così  che  non  avevo
    lasciato  tracce.  Ho provato a fare un giro lì intorno a controllare.
    Poi mi sono fermato sull'argine e ho  guardato  verso  il  fiume.  Via
    libera.  Così  prendo la doppietta e m'inoltro per un po' nei boschi e
    stavo per cacciare qualche uccello quando vedo un maiale selvatico; in
    queste zone  paludose  i  maiali  diventano  subito  selvatici  appena
    scappano dalle fattorie della prateria.  Così gli ho sparato,  e me lo
    sono portato alla capanna.
    Ho preso la scure e ho sfondato la porta.  Mentre la sfondavo mi  sono
    messo a colpirla a più non posso e a ridurla addirittura in pezzi. Poi
    prendo  il maiale e lo trascino dentro vicino al tavolo e,  sempre con
    la  scure,  gli  taglio  la  gola  e  lo  lascio  lì,  per  terra,   a
    sanguinare...  dico «per terra» perché era proprio terra battuta e non
    c'era l'impiantito fatto di assi. Bene, poi vado a prendere un vecchio
    sacco e ci metto dentro un bel po' di sassi, tutti quelli che riuscivo
    a trascinare, e, cominciando da dove c'era il maiale, lo trascino fino
    alla porta e attraverso i boschi,  fin giù al  fiume  e  ce  lo  butto
    dentro  e  quello sprofonda subito e scompare.  Così adesso era facile
    vedere che lungo tutto quel tratto qualcosa era stato  trascinato  sul
    terreno.  Come avrei voluto che ci fosse Tom Sawyer lì, con me! Sapevo
    che questo tipo di faccende gli sarebbe interessato,  e  poi  lui  era
    anche capace di aggiungerci qualche tocco di fantasia.  Nessuno sapeva
    darsi da fare come Tom Sawyer,  con il suo gusto,  in cose del genere.
    Bene,  alla  fine  mi  strappo un po' di capelli e macchio ben bene di
    sangue la scure e ci appiccico i capelli sopra,  e poi la butto in  un
    angolo. Quindi prendo il maiale e me lo stringo al petto con la giacca
    (così  non  sgocciolava  il  sangue)  e lo porto per un bel pezzo giù,
    lontano dalla casa e poi lo butto nel fiume.  Ma in  quel  momento  mi
    salta in testa qualcos'altro.  Così vado a prendere il sacco di farina
    di granturco e la mia vecchia sega dalla canoa e li porto di nuovo  in
    casa.  Metto  il  sacco  nel  posto  dove stava sempre di solito e gli
    faccio un buco in fondo con la sega perché  non  c'erano  in  giro  né
    coltelli  né  forchette:  il  mio  pa',  per far da cucina,  adoperava
    soltanto il suo coltello a serramanico.  Poi,  prendo il  sacco  e  lo
    porto  fuori  attraverso  il  prato  per quasi cento iarde e giù fra i
    salici,  a est della casa,  verso un laghetto poco  profondo  e  largo
    cinque miglia,  pieno di canneti... e anche di anatre, come si può ben
    immaginare, quando era la stagione.  C'era un torrentello o un fossato
    che  ne  usciva sulla sponda opposta e andava avanti così per miglia e
    miglia, non so dove, però nel fiume no,  lì non si gettava.  La farina
    di  granturco era caduta a poco a poco dal sacco e così aveva lasciato
    una piccola pista per tutta la strada fino al laghetto. Ci ho lasciato
    cadere anche la cote del mio pa', così che sembrava che era caduta per
    caso.  Poi ho rattoppato quel buco nel sacco con un  pezzo  di  spago,
    così  non  perdeva più la farina,  e l'ho riportato sulla canoa con la
    mia sega.
    Ormai era quasi buio;  allora spingo la canoa giù lungo il fiume sotto
    un gruppo di salici che sporgevano dall'argine e mi metto ad aspettare
    che spunti la luna. Lego la canoa a un salice; poi mangio un boccone e
    dopo  un  po'  mi  sdraio sul fondo della canoa a farmi una pipata e a
    studiare un piano.  Mi dico che quelli lì  seguiranno  le  tracce  del
    sacco  pieno  di  sassi  fino alla riva e poi dragheranno il fiume per
    ripescarmi.  E seguiranno anche la pista che ho lasciato con la farina
    di  granturco  fino al laghetto e andranno a dare un'occhiata anche al
    torrente che ne esce e così scopriranno che i ladri mi hanno ammazzato
    e hanno portato via la roba.  Non si metteranno mai e poi mai a  darmi
    la  caccia  lungo  il fiume e cercheranno soltanto di ritrovare il mio
    cadavere. Ma si stancheranno presto e non penseranno più a me. Benone,
    così io posso fermarmi dove voglio.  L'isola di Jackson mi sembra  che
    vada abbastanza bene;  la conosco mica male,  quell'isola, e non ci va
    mai nessuno. Da lì posso arrivare fino in città, remando alla notte, e
    giracchiare di nascosto qua e là e prendere quello che mi  serve.  Sì,
    l'isola di Jackson è il posto che fa per me.
    Ero un po' stanco e così, prima di accorgermene, mi addormento. Quando
    mi  sveglio,  per un minuto non riesco a capire dove sono.  Balzo su a
    sedere e mi guardo intorno, un po' impaurito, ma poi mi viene in mente
    tutto.  Il fiume pareva largo miglia e miglia.  La luna è così  chiara
    che posso contare i tronchi d'albero che scendono sulla corrente, alla
    deriva,   neri  e  silenziosi,   a  centinaia  di  metri  dalla  riva.
    Tutt'intorno c'era un gran silenzio, e capisco che è tardi, si sentiva
    quasi dall'odore che era tardi.  Lo capite anche voi quello che voglio
    dire... ma non trovo le parole giuste per spiegarlo.
    Mi faccio un bello sbadiglio, mi stiracchio ben bene e sto per slegare
    la canoa e partire quando lontano,  sull'acqua,  sento un suono. Tendo
    l'orecchio e presto capisco  cos'è.  Quel  genere  di  suono  sordo  e
    regolare  che  fanno i remi negli scalmi quando la notte è tranquilla;
    provo ad occhieggiare attraverso i rami del salice  ed  eccola...  una
    barca ancora lontano sull'acqua. Non riesco a capire in quanti ci sono
    sopra. Continua a venire avanti e quando è proprio alla mia altezza mi
    accorgo  che  c'è sopra soltanto un uomo.  E penso che magari è il mio
    pa',  anche se non lo aspettavo.  La corrente lo porta sotto di  me  e
    dopo un po' lui si spinge verso la riva dove l'acqua non è più veloce,
    e mi passa tanto vicino che se allungo la doppietta,  lo toccavo. Be',
    "era proprio" il mio pa',  e neanche ubriaco -  avrei  detto  da  come
    manovrava i remi.
    Non perdo neanche un minuto.  Dopo un attimo eccomi a filare giù lungo
    la corrente  del  fiume,  senza  far  rumore,  ma  in  fretta,  stando
    nell'ombra dell'argine.  Scendo così per due miglia e mezzo e poi, per
    un quarto di miglio e anche più,  mi spingo verso il centro del  fiume
    perché  presto  dovevo  passare davanti all'approdo del traghetto e la
    gente poteva vedermi e chiamarmi.  Mi porto  in  mezzo  a  tutto  quel
    legname  che  va  alla  deriva,  mi  sdraio sul fondo della canoa e la
    lascio galleggiare per conto suo.  Rimango lì steso e  mi  riposo  ben
    bene  e mi faccio una pipata guardando il cielo dove non c'era neanche
    una nuvola.  Il cielo sembra così profondo quando si è sdraiati  sulla
    schiena sotto il chiaro di luna;  prima non me n'ero mai accorto. E in
    notti come queste a quale distanza si possono udire i rumori! Sento la
    gente che chiacchiera all'approdo del traghetto.  E sento  quello  che
    dicono,  anche,  parola per parola.  Un uomo diceva che ormai si stava
    per arrivare ai giorni lunghi e alle notti corte.  Ma un altro gli  ha
    risposto che questa non era certo una delle più corte,  secondo lui; e
    poi si sono messi a ridere e lui lo ha detto ancora,  e quelli  giù  a
    ridere  di  nuovo;  poi  hanno  svegliato  un  altro  uomo e gli hanno
    raccontato la stessa cosa, anche a lui, e si mettono a ridere,  ma lui
    non ride, nossignori, anzi salta su a rispondere secco secco e dice di
    lasciarlo in pace. Il primo, allora, dice che pensava di raccontare la
    battuta anche alla sua vecchia e che lei l'avrebbe trovata divertente,
    però non era niente a confronto di certe battute che gli venivano, una
    volta. Poi sento uno che dice che sono quasi le tre e che spera che la
    luce, per arrivare, non ci avrebbe messo più di una settimana. Dopo le
    loro chiacchiere diventano sempre più lontane, a poco a poco, e io non
    riesco  più a distinguere le parole con precisione e sento soltanto un
    borbottio e, di tanto in tanto,  anche una risata,  ma quella sembrava
    molto, molto distante.
    Ormai  ero  già  un bel po' a valle dell'approdo del traghetto Così mi
    alzo a sedere ed ecco l'isola di Jackson,  a due miglia e mezzo più  a
    valle,  coperta  di  alberi  che spiccava al centro del fiume,  grossa
    scura e solida,  come un battello a vapore con i lumi spenti.  Nessuna
    traccia  della  scogliera  in  cima all'isola;  ormai adesso era tutto
    sott'acqua.
    Non ci volle molto per arrivarci.  Passai via filando veloce lungo  il
    promontorio  perché  la  corrente  era molto rapida ma poi arrivo dove
    l'acqua è quasi ferma e scendo a  terra  dalla  parte  verso  la  riva
    dell'Illinois.  Sospingo  la  canoa  in una profonda insenatura che si
    apre nell'argine, e che già conoscevo; devo scostare i rami dei salici
    per entrarvi ma poi la lego in modo tale che nessuno, da fuori, poteva
    vedere che lì c'era una canoa.
    Scendo a terra e mi siedo su un tronco sul  promontorio  dell'isola  e
    guardo  il grande fiume e i tronchi neri del legname alla deriva e poi
    verso la città a tre miglia di distanza,  dove baluginano ancora tre o
    quattro  luci.  Un'enorme  zattera  di grossi tronchi,  che si trova a
    circa un miglio a monte, comincia a scendere con la corrente, e ha una
    lanterna accesa nel mezzo.  Rimango a  guardarla  mentre  si  avvicina
    lentamente  e quando è quasi alla mia altezza sento un uomo che grida:
    - Ehi, remi di poppa! Fatela poggiare verso dritta!  - Sentivo parlare
    chiaro come se fosse stato vicino a me.
    Adesso in cielo si cominciava a vedere un po' di grigio;  così mi sono
    cacciato di nuovo tra gli alberi e mi sono coricato per schiacciare un
    pisolino prima di far colazione.
    CAPITOLO 8.
    Si dorme sotto le stelle  -  Risvegliare  i  morti  -  Di  guardia!  -
    Esplorazione  dell'isola  - Un sonno inutile - L'incontro con Jim - La
    fuga di Tim - Segni - Quel negro con una gamba sola - Balum.
    Quando mi sono svegliato il sole era già così alto sull'orizzonte che,
    così a occhio,  ho fatto il calcolo che fossero le otto passate.  Sono
    rimasto disteso fra l'erba, all'ombra fresca, e pensavo a tante cose e
    mi sentivo riposato e abbastanza contento e soddisfatto. Potevo vedere
    il  sole  da un paio di pertugi ma in genere avevo intorno soprattutto
    alberi enormi, e lì sotto, in mezzo a loro,  l'ombra era fitta.  C'era
    per  terra  qualche  chiazza  di  luce  dove  il  sole era riuscito ad
    infiltrarsi tra le foglie  e  quelle  chiazze  luminose  si  muovevano
    appena  appena  e mi facevano capire che lassù in alto soffiava un po'
    di venticello.  Due  scoiattoli  si  erano  sistemati  su  un  ramo  e
    ciarlavano a tutto spiano con me, come tra amici.
    Stavo magnificamente bene e non avevo voglia di far niente, neanche di
    alzarmi  per  preparare  la colazione.  Così ricomincio a dormicchiare
    quando mi sembra di sentire un suono profondo,  una specie  di  boato,
    sul fiume ma a monte: Bum!  Allora mi alzo, mi appoggio su un gomito e
    tendo l'orecchio;  dopo un po' sento di  nuovo  quel  fragore.  Allora
    salto  su  e vado a guardare da uno spiraglio tra le foglie e vedo una
    gran nuvola di fumo che si solleva dall'acqua,  molto distante,  quasi
    all'altezza del traghetto.  E anche il battello era lì pieno di gente,
    e si lasciava trasportare dalla corrente. Adesso capisco subito di che
    cosa si tratta.  Bu-um!  E vedo una nuvola di fumo bianco che  schizza
    fuori da una fiancata del battello.  Stavano sparando con il cannone a
    pelo d'acqua,  capite,  nella speranza di far salire a  galla  il  mio
    cadavere.
    Adesso ero affamato mica male ma non mi pareva il caso di accendere il
    fuoco  perché  potevano  vedere  il  fumo.  Così  mi  siedo lì,  bello
    tranquillo,  ad osservare il fumo del cannone e ad ascoltare il  rombo
    dei  colpi.  In  quel  punto  il fiume era largo un miglio ed è sempre
    molto bello nelle mattine d'estate;  così me  la  spasso  in  un  modo
    incredibile a vedere quelli là che danno la caccia ai miei resti, solo
    che avrei voluto mettere qualcosa sotto i denti.  Be', così capita che
    mi ricordo che mettono sempre un po' di argento vivo nelle pagnotte di
    pane e le fanno  galleggiare  sull'acqua  perché  quelle  si  dirigono
    sempre verso le carcasse degli annegati e lì si fermano. Così mi dico:
    «Cercherò di tener gli occhi aperti e se mi capita di vederne qualcuna
    che viene a galleggiare qui dalle mie parti, glielo faccio vedere io a
    quelli  là!».  Così  cambio  sponda  e  vado  a  mettermi  dalla parte
    dell'isola che guarda verso l'Illinois per vedere se  mi  capitava  un
    colpo  di  fortuna  e  non  rimango deluso.  Ecco che arriva un'enorme
    pagnotta doppia,  e ce l'avevo quasi fatta a portarla a  riva  con  un
    lungo  bastone  quando  mi  scivola  un  piede  e  quella si allontana
    galleggiando verso il  largo.  Naturalmente  io  mi  trovavo  dove  la
    corrente passa molto vicina alla riva (almeno questo lo sapevo bene!).
    Ma, dopo un po', ne arriva un'altra e stavolta vinco io. Tiro fuori lo
    stoppino e ne faccio uscire, scuotendola, quel po' di argento vivo che
    ci avevano messo dentro;  poi ci affondo i denti. Era pane di fornaio,
    roba di primo ordine,  quella che mangiano i signoroni,  non il nostro
    panaccio impastato di farina di granturco, da povera gente.
    Avevo  trovato  un buon posto in mezzo alle frasche e così mi siedo lì
    su un tronco a divorare il pane  e  a  guardare  il  traghetto,  e  mi
    sentivo  proprio soddisfatto.  E' stato a questo punto che qualcosa mi
    ha colpito.  E mi dico: «Adesso capisco che la vedova o il  parroco  o
    qualcun  altro  deve  aver  pregato perché questo pane mi trovasse» ed
    ecco che, infatti, la pagnotta, detto fatto,  era arrivata a trovarmi.
    Così c'è qualcosa di vero in questa storia,  di sicuro.  Cioè, bisogna
    dire che c'è qualcosa di buono quando chi prega è una persona come  la
    vedova  o  il parroco,  mentre con me non funziona e così concludo che
    deve funzionare soltanto per i tipi giusti.
    Mi accendo la pipa e mi faccio una  bella  fumata,  tranquillamente  e
    senza fretta,  e poi continuo a guardare. Il battello del traghetto si
    lasciava trasportare  dalla  corrente  così  ho  pensato  che,  quando
    arrivava  alla  mia  altezza,  potevo  vedere chi c'era a bordo perché
    sarebbe passato molto vicino, come aveva fatto la pagnotta.  Quando il
    battello  mi  si  è avvicinato abbastanza,  spengo la pipa e torno nel
    posto dove avevo pescato la pagnotta e mi nascondo  dietro  un  tronco
    che c'è sulla sponda,  su un piccolo tratto di spiaggia piana.  Potevo
    spiare dal punto dove il tronco si biforcava.
    Ed ecco a poco a poco il  battello  del  traghetto  arriva  e,  sempre
    lasciandosi   trasportare   dalla  corrente,   passa  talmente  vicino
    all'isola che bastava allungare fuori una tavola e si poteva  scendere
    sull'isola.  Sul battello c'erano quasi tutti: il mio pa' e il giudice
    Thatcher e Bessie Thatcher e Joe Harper e Tom Sawyer e la sua  vecchia
    zia  Polly e Sid e Mary e un mucchio di altri ancora.  Tutti parlavano
    dell'assassinio ma il capitano viene ad interromperli e dice:
    - Adesso guardate bene perché qui la  corrente  passa  proprio  vicino
    alla  sponda  e  magari  l'acqua  lo  ha  spinto  a terra ed è rimasto
    impigliato fra le erbacce e i cespugli che ci sono a pelo d'acqua. Io,
    almeno, lo spero.
    Io,  invece,  era proprio  quello  che  non  speravo  affatto.  Allora
    accorrono  tutti  e  si  sporgono  dal  parapetto  che sembra quasi mi
    guardino in faccia e rimangono  zitti,  guardando  verso  l'isola  con
    tutta la loro attenzione.  Cioè,  io li potevo vedere benissimo mentre
    loro non potevano vedere me.  A questo punto il capitano  si  mette  a
    gridare:
    -  Tiratevi  indietro!  -  e  il  cannone  lascia partire un tal colpo
    proprio davanti a me  che  c'è  mancato  poco  che  non  mi  ha  fatto
    diventare sordo col rumore e quasi cieco col fumo,  e subito penso che
    ormai sono spacciato.  Se avessero sparato una  carica  di  pallettoni
    sono  sicuro  che  avrebbero trovato subito il cadavere che cercavano.
    Be',  grazie a Dio,  vedo che non mi sono fatto  niente.  Il  battello
    continua  a  scendere portato dalla corrente e dopo un po' non lo vedo
    più perché ha girato dietro il crinale dell'isola.  Di tanto in  tanto
    continuo  a  sentire  quel rombo sempre più lontano finché dopo un'ora
    non lo sento più. L'isola era lunga tre miglia. Così calcolo che siano
    arrivati al promontorio inferiore e che a quel punto hanno  deciso  di
    rinunciare.  Invece no, non lo fanno ancora per un po'. Hanno doppiato
    il promontorio a valle dell'isola  e  sono  ripartiti  nelle  ricerche
    lungo il braccio di fiume dal lato del Missouri, risalendo la corrente
    con  il  motore  sotto  pressione  e  sparando  ancora  qualche  altra
    cannonata di  tanto  in  tanto.  Così  io  passo  sull'altro  versante
    dell'isola e sto a guardarli.  Quando arrivano alla stessa altezza del
    promontorio a monte dell'isola smettono di sparare e si accostano alla
    riva del Missouri e tornano a casa, in città. Adesso capisco che posso
    stare tranquillo. Non verrà nessun altro a darmi la caccia. Tiro fuori
    dalla canoa tutta la mia roba e mi sistemo  un  bell'accampamento  nel
    folto  dei boschi.  Costruisco una specie di tenda con le coperte e ci
    metto sotto tutte le mie cose perché,  se anche  piove,  così  non  si
    bagnano. Intanto pesco anche un pesce-gatto e lo squarto con la sega e
    quando  il sole comincia a tramontare accendo il fuoco e mi preparo la
    cena.  Poi butto in acqua le lenze  per  prendere  qualche  pesce  per
    colazione.
    Quando  diventa  buio  mi  siedo  vicino  al fuoco a fumare e mi sento
    soddisfatto mica male; certo che, dopo un po',  mi sembra di diventare
    un  tantino  triste,  così  tutto  solo,  e  allora vado sull'argine e
    ascolto il rumore della corrente che passa  e  conto  le  stelle  e  i
    tronchi alla deriva e le zattere che scendono lungo il fiume, e poi me
    ne  vado  a  letto.  Non c'è niente di meglio per far passare il tempo
    quando ci si  sente  malinconici;  perché  non  si  può  continuare  a
    sentirsi soli,  e, facendo così, dopo un po' non te ne ricordi neanche
    più.
    E così per tre giorni e tre notti.  Niente  di  diverso...  sempre  la
    stessa cosa.  Però il giorno dopo comincio a esplorare l'isola da cima
    a fondo.  Il padrone ero io;  tutto quello che c'era lì era  mio,  per
    così  dire,  e  volevo  sapere ben bene com'era fatta,  ma soprattutto
    volevo passare un po' di tempo. Trovo una quantità di fragole,  mature
    e  bellissime;  e  uva d'estate ancora verde,  e lamponi verdi e anche
    more verdi,  che cominciavano appena appena a maturare.  Così  calcolo
    che,  a poco a poco, mi potevano fare tutti comodo. Be', così continuo
    a gironzolare dove i boschi sono più fitti fino a quando  calcolo  che
    non devo essere troppo distante dall'altro promontorio, quello a valle
    dell'isola.  Avevo  ancora  con  me la doppietta,  ma non avevo ancora
    sparato neanche un colpo;  la portavo più che altro per  difesa  anche
    se,  magari,  più  vicino  al  campo  mi  poteva capitare di ammazzare
    qualche uccello.  Pressappoco in questo momento rischio di mettere  il
    piede su un serpente piuttosto grosso che striscia via fra le erbe e i
    fiori,  e  io dietro,  a cercar di sparargli.  Stavo correndo a questo
    modo quando, tutto d'un tratto,  finisco diritto diritto in mezzo alla
    cenere, che fumava ancora, del fuoco di un accampamento.
    Il  cuore  mi balza in petto,  tra i polmoni.  Non resto lì a guardare
    meglio ma alzo il grilletto della doppietta e  torno  indietro  quatto
    quatto,  in punta di piedi, più in fretta che posso. Di tanto in tanto
    mi fermavo un secondo,  dove il fogliame  era  più  fitto,  e  tendevo
    l'orecchio;  ma  avevo  il fiato tanto grosso che non riuscivo quasi a
    sentire nient'altro.  Allora continuo  a  ritirarmi  alla  chetichella
    ancora  un pochino,  poi mi fermo e tendo di nuovo l'orecchio;  e così
    via,  non una volta sola ma tante;  se vedevo  un  ceppo  d'albero  lo
    scambiavo  per un uomo;  se calpestavo un bastone e quello si rompeva,
    mi pareva che qualcuno mi avesse tagliato in due il fiato e che me  ne
    fosse rimasta solo metà e la metà più corta, anche.
    Quando  finalmente  mi  ritrovo vicino alla mia tenda non mi sento per
    niente in vena di fare lo spavaldo anche perché non sapevo proprio che
    pesci pigliare; così mi dico che non è il momento di fare sciocchezze.
    E carico da capo tutta la mia roba sulla canoa perché così  non  è  in
    giro  e  nessuno  può vederla,  spengo il fuoco e sparpaglio la cenere
    tutt'intorno in modo da far pensare che sia quella di un campo vecchio
    almeno di un anno, poi mi arrampico su un albero.
    Credo di essere stato sull'albero almeno due ore;  ma non vedo niente,
    non  sento  niente: solo che "credevo" di sentire e vedere migliaia di
    cose.  Be',  non potevo rimanere appollaiato lassù in eterno e così mi
    decido  a  scendere  però rimango dove gli alberi sono più folti e sto
    sempre sul chi va là.  Tutto quello che riesco a  mettere  insieme  da
    mangiare sono un po' di bacche e gli avanzi della colazione.
    Quando  comincia a far notte sento una fame,  ma una fame...!  Allora,
    quando fa proprio buio bene bene,  mi allontano dalla riva  prima  che
    spunti  la  luna  e  mi  spingo  remando verso l'argine dell'Illinois,
    pressappoco un quarto di miglio.  M'inoltro nei boschi e mi preparo la
    cena e stavo per decidere, quasi, di rimanere lì tutta la notte quando
    sento  un  plic-ploc  plic-ploc,  e  mi dico: «Questi sono cavalli che
    arrivano» e subito sento anche le voci di qualcuno. Allora porto tutto
    sulla canoa più in fretta che posso e poi mi metto ad avanzare  quatto
    quatto  per  vedere se riesco a scoprire qualcosa.  Non ho fatto molta
    strada quando sento un uomo che dice:
    - Meglio fare qui il campo, se troviamo un buon posto;  i cavalli sono
    quasi scoppiati. Diamo un'occhiata in giro.
    Non  sto  lì  ad aspettare ma mi stacco dalla riva e mi metto a remare
    svelto svelto.  Vado ad ormeggiare al vecchio posto e poi penso che  è
    meglio se dormo nella canoa.
    Non ho dormito molto.  A furia di pensare, non ho dormito molto chissà
    perché.  E tutte le volte che mi svegliavo mi sembrava che qualcuno mi
    avesse  acciuffato  per il collo.  Così anche quel po' di sonno non mi
    serviva granché. Dopo un po', però,  mi dico: «A questo modo non posso
    vivere;  meglio  scoprire  chi è quello che c'è qui sull'isola con me;
    devo scoprirlo o crepare». Be', appena presa questa decisione mi sento
    subito meglio.  Così impugno la pagaia e mi allontano dalla riva sì  e
    no  due  o  tre  piedi  e poi lascio che la canoa segua la corrente in
    mezzo alle ombre.  Splendeva la luna e quando si usciva dall'ombra era
    chiaro  come se fosse giorno.  Continuo a frugare bene dappertutto per
    un'ora ma ogni cosa era immobile,  come se fosse stata  di  pietra,  e
    tutto dormiva sodo.  Be', ormai avevo quasi raggiunto il promontorio a
    sud dell'isola. Comincia a soffiare un po' di venticello fresco che fa
    increspare l'acqua appena appena,  ed era come dire che la notte ormai
    era  quasi  finita.  Faccio  girare  la canoa con un colpo di pagaia e
    punto la prua verso la riva;  poi afferro la mia doppietta e scendo  a
    terra e scivolo fin sul limite dei boschi. Mi sistemo ben seduto su un
    tronco  e  comincio  a  guardar fuori fra le foglie.  Vedo la luna che
    comincia a calare e l'oscurità  che  si  stende  sul  fiume  come  una
    coperta. Ma passa solo un po' di tempo ed ecco che scorgo una striscia
    pallida  che  spunta  sopra  la cima degli alberi: capisco che sta per
    arrivare il giorno.  Così riprendo in mano la doppietta e mi  metto  a
    camminare  circospetto  verso il posto dove avevo scoperto il fuoco di
    quel bivacco,  e mi fermo ogni minuto o due ad  ascoltare.  Ma  chissà
    perché,  non  ho  fortuna;  sembra  proprio  che  non  sia  capace  di
    ritrovarlo. Dopo un po', però,  ecco che intravedo il guizzare lontano
    di  un  fuoco,  in  mezzo agli alberi.  Continuo ad avanzare,  cauto e
    lento.  Così mi accosto abbastanza da poter vedere di che si tratta  e
    mi  accorgo  che  c'è  un uomo steso per terra.  Per poco non ci resto
    secco!  Aveva la testa nascosta dentro una coperta,  vicinissimo  alle
    fiamme.  Io vado a sistemarmi dietro un gruppo di cespugli, più o meno
    a sei piedi da lui,  e  gli  tengo  gli  occhi  fissi  addosso.  Ormai
    cominciava  a far giorno,  una luce grigia.  E presto quello sbadiglia
    furiosamente,  si stira e butta via la coperta ed ecco chi ti  vedo...
    Jim,  della  signorina  Watson!  Potete  scommetterci  che ero proprio
    contento di vederlo. E dico:
    - Salve, Jim! - e sbuco fuori.
    Lui a momenti salta per aria e mi guarda con occhi stralunati.  Poi si
    butta in ginocchio e mi prega a mani giunte:
    - Non farmi del male...  no! Io non ho mai fatto del male ai fantasmi.
    Anzi, ci ho sempre avuto simpatia per la gente morta,  io,  e ho fatto
    tutto  il  mio  possibile per loro.  Adesso ti prego,  torna dentro il
    fiume, che è il tuo posto dove devi stare e non fare niente di male al
    povero vecchio Jim, che fu sempre stato tuo amico.
    Be',  non ci metto molto a fargli capire che non ero morto.  E com'ero
    contento di vedere Jim! Adesso non ero più solo! Così gli dico che non
    ho  paura  che  lui  vada  in  giro a raccontare alla gente dove io mi
    trovavo. Parlo e parlo per un bel pezzo ma lui rimane lì a fissarmi; e
    non apre bocca. Poi io dico:
    - Ormai è giorno fatto.  Prepariamo la colazione.  Attizza un  po'  il
    fuoco del tuo bivacco.
    -  A cosa serve accendere fuoco?  Per cuocere fragole o altra roba non
    buona come quella?  Hai una doppietta,  sì o no?  E allora proviamo  a
    cercare qualcosa che sia più buono delle fragole.
    -  Fragole e altra roba non buona del genere?  - dico io.  - E' questo
    che mangi?
    - Non sono stato buono di trovare altro - mi risponde.
    - Possibile? Ma da quanto tempo sei sull'isola, Jim?
    - Ci sono venuto la notte dopo che tu sei stato ammazzato.
    - Davvero? Tutto questo tempo?
    - Sì, proprio.
    - E non hai mangiato altro che quelle porcherie?
    - Nossignore, no, no... nient'altro.
    - Be', chissà che fame hai, eh?
    - Mangerei un bue!  Sì,  credo che riuscirei a mangiarlo.  Ma quanto è
    che sei sull'isola, tu?
    - Dalla notte in cui mi hanno ammazzato.
    - Nooo?!  Ma...  come fai a campare?  Già tu c'hai la doppietta, vero?
    Oh, si, c'hai la doppietta!  Questa è una buona cosa.  Adesso tu vai a
    caccia e io accendo il fuoco.
    Così siamo tornati dove c'era la mia canoa e mentre lui raccoglieva la
    legna  per  accendere  il  fuoco  in  un  bello spiazzo erboso tra gli
    alberi,  io sono andato a prendere farina e pancetta  e  caffè,  e  il
    bricco  per  fare il caffè,  e una padella per friggere,  e zucchero e
    tazze di latta,  e il negro rimaneva sempre più sbalordito  perché  si
    convinceva  sempre  di più che tutta quella roba fosse stata fatta con
    la stregoneria.  Io riesco anche ad acchiappare un  pesce-gatto  bello
    grosso e Jim lo pulisce col suo coltello e lo mette a friggere.
    Quando la colazione è pronta,  ci siamo sistemati ben comodi sull'erba
    e l'abbiamo mangiata che era ancora fumante;  Jim ci ha dato dentro  a
    tutta  forza  perché  era  quasi morto di fame.  Poi,  quando ci siamo
    ingozzati ben bene, ci sdraiamo pancia all'aria a far niente.
    Dopo un po' di tempo, Jim dice:
    - Ma sta' a  sentire,  Huck,  chi  è  allora  quello  ammazzato  nella
    capanna, se non eri tu?
    Allora  gli  racconto  per filo e per segno come sono andate le cose e
    lui dice che ero stato in gamba.  Dice che Tom  Sawyer,  neanche  lui,
    poteva inventare un piano più buono del mio. Allora io dico:
    - E tu, Jim, come va che sei qui, e come ci sei arrivato?
    Lui  prende  un'aria  piuttosto  imbarazzata  e non dice niente per un
    minuto. E poi:
    - Forse è meglio, se io non dico niente.
    - Perché, Jim?
    - Ecco, ci sono motivi seri. Tu, però, non vai a fare la spia se te lo
    racconto, è vero Huck?
    - Che mi venga un accidente se lo faccio, Jim!
    - Be', ti credo, Huck. Io... io "sono scappato".
    - Jim!
    - Guarda, sai!...  Hai detto che non parlavi...  ti ricordi che tu hai
    detto a me che non parlavi, Huck!
    - Certo che l'ho detto. Ho detto che non avrei aperto bocca e mantengo
    la parola. "Te lo giuro" sulla mia testa. Magari mi chiameranno sporco
    "ablizionista"  (1)  e  mi  disprezzeranno perché ho tenuto l'acqua in
    bocca...  ma per me non fa nessuna differenza.  Non parlerò,  tanto da
    quelle parti non voglio più tornare. Così, adesso, vediamo un po' se è
    possibile sapere tutta la storia.
    - Ecco,  vedi, è andata così. La vecchia padrona, sarebbe la signorina
    Watson,  non fa che tormentarmi tutto il tempo,  mi  tratta  male,  ma
    proprio  male,  però  dice  che  promette  di non vendermi mai,  giù a
    Orleans. Io però un giorno vedo uno dei mercanti di negri che continua
    a ronzare girando intorno alla casa e continua a  girare...  e  allora
    comincio a sentirmi più tanto tranquillo.  Bene,  una sera mi avvicino
    piano,  zitto,  alla porta,  era già un poco tardi e la porta non  era
    chiusa  proprio  tutta,  e  sento la vecchia padrona che racconta alla
    vedova di pensare di vendermi giù a Orleans.  Ma che  lei  non  vuole,
    però che può pigliarsi di me ottocento dollari ed è un sacco grande di
    soldi e non è capace di resistere! La vedova cerca di far capire a lei
    che  non deve fare così ma io non aspetto neanche di sentire il resto!
    Me la batto e più di corsa che posso, ti dico! Be', scendo giù a gambe
    levate dalla collina e mi salta in testa di rubare una barca lungo  la
    riva, un po' più su della città, ma c'è ancora un po' di gente in giro
    così  mi nascondo dentro la vecchia bottega tutta rovinata del bottaio
    sull'argine e sto lì ad aspettare che tutti quelli là  se  ne  vadano.
    Be',  ci  rimango  tutta  la  notte.  C'era  sempre uno o un altro che
    passava andando avanti e tornando indietro.  Verso le sei del  mattino
    le  barche  cominciano  a  muoversi  e verso le otto o le nove in ogni
    barca che passava parlavano soltanto di come tuo  pa'  era  venuto  in
    città  a dire che te ti avevano ammazzato.  Quelle ultime barche erano
    tutte piene di signore e di signori che andavano a  vedere  il  posto.
    Qualche  volta  venivano  vicino alla riva a riposarsi un po' prima di
    attraversare il fiume;  così,  a furia di  sentire  come  parlavano  e
    riparlavano, ho saputo tutto sul tuo ammazzamento. Ho avuto tantissima
    tristezza che ti avevano ammazzato,  Huck, ma adesso no, adesso non ce
    l'ho più.
    Così me ne rimango lì nascosto sotto i mucchi  di  trucioli  tutto  il
    giorno.  Avevo  fame ma non avevo paura,  perché sapevo che la vecchia
    padrona e la vedova andavano a  una  riunione  religiosa  subito  dopo
    colazione  e  stavano  poi fuori tutto il giorno,  e loro sanno che io
    vado sempre al pascolo con le bestie appena viene un  po'  di  luce  e
    così  non  si aspettavano di vedermi in giro e non si potevano neanche
    accorgersi di niente fin tardi, alla sera quando c'è buio. Neanche gli
    altri servitori si potevano accorgersi che non c'ero perché ero sicuro
    che se ne andavano anche loro a divertirsi appena quelle vecchie erano
    fuori dai piedi.
    Bene,  appena fa scuro comincio a camminare su per la strada del fiume
    e cammino per quasi due miglia,  e anche più, fino a un posto dove non
    c'è mica case. Adesso sapevo sì cosa volevo fare. Vedi,  se continuavo
    a  scappare  a  piedi  i  cani mi scoprivano;  se rubavo una barca per
    passare di là del fiume,  loro si accorgevano che  la  barca  mancava,
    capisci,  e così potevano capire che io ero passato di là e cominciare
    ancora a corrermi dietro là.  Così dico: «Qui ci  vuole  una  zattera,
    perché questa NON LASCIA segni di mio passaggio».
    Intanto,  a  quel  punto,  vedo  un lume che viene avanti da dietro la
    punta e allora vado dentro l'acqua e mi spingo  davanti  un  tronco  e
    nuoto  fino  in  mezzo  al  fiume  e mi caccio dentro fra la legna che
    naviga sul fiume,  sempre con la testa bassa,  e  continuo  a  nuotare
    contro  corrente  fino  a  quando la zattera non arriva.  Allora nuoto
    verso il dietro della zattera e mi attacco a quello.  Intanto il cielo
    era  pieno di nuvole e per un po' comincia a far scuro.  Così ci salgo
    sopra,  alla zattera,  e mi metto giù sui tronchi.  Gli  uomini  erano
    tutti  lontano,  là  nel  mezzo,  dove c'era la lanterna.  Il fiume si
    alzava e la corrente era forte mica male;  così io penso che verso  le
    quattro  del  mattino  posso essere già venticinque miglia più giù,  a
    valle,  così appena prima della luce del giorno nuoto fino  a  riva  e
    vado nei boschi dalla parte dell'Illinois.
    Ma  non  ho  mica fortuna: sono quasi al promontorio dell'isola che un
    uomo comincia a venire avanti con la lanterna in mano. Capisco che non
    serve aspettare e così scivolo nel fiume e nuoto fino all'isola.  Be',
    credevo  che  toccavo  terra  in  un  posto  qualunque  invece macché,
    l'argine è troppo ripido. Ero quasi in fondo all'isola quando trovo un
    buon posto.  Mi butto dentro nei boschi perché capisco che non bisogna
    che  ci  pensi più alle zattere fino a quando quelli vanno in giro con
    le lanterne a quel modo.  Avevo la mia pipa e una treccia di tabacco e
    un  po' di fiammiferi nel berretto e non si erano bagnati e così ero a
    cavallo.
    - E così per tutto questo tempo non hai  mangiato  un  boccone  né  di
    carne né di pane?  Perché non sei andato a caccia di qualche tartaruga
    di fiume?
    - E come si fanno  a  prendere?  Non  si  può  arrivarci  addosso  per
    acchiapparle e come si fa a prenderle a sassate? Di notte, poi? Perché
    di giorno non volevo mica farmi vedere sulla riva del fiume.
    - Già,  capisco.  Dovevi stare sempre in mezzo agli alberi,  certo. Li
    hai sentiti sparare il cannone?
    - Oh, si! E ho capito che cercavano te. Li ho visti passare di qui, li
    guardavo da dietro i cespugli.
    In quel momento arriva qualche uccellino che vola per una iarda o  due
    e  poi  si ferma.  Jim dice che è un segno che presto piove.  Dice che
    quando i polli giovani volano a quel modo è un segno che vuole piovere
    e così lui è convinto che la stessa cosa va bene anche per  i  piccoli
    degli  uccelli.  Volevo  prenderne qualcuno ma Jim non mi ha lasciato.
    Dice che era come cercare la morte.  Mi racconta  che  una  volta  suo
    padre  era ammalato e stava molto male e qualcuno di loro ha ammazzato
    un uccello e la sua vecchia nonna  ha  detto  che  il  pa'  moriva  di
    sicuro, e così è stato.
    Poi  Jim  ha  detto anche che non si devono mai contare le cose che si
    mettono a cuocere per il pranzo perché anche questo porta scalogna.  E
    lo  stesso discorso vale se si scuote la tovaglia dopo il tramonto.  E
    che se un uomo ha un alveare e quest'uomo muore,  bisogna  dirlo  alle
    api  il  giorno  dopo  ma prima che spunti il sole,  altrimenti le api
    diventano fiacche e smettono di lavorare e poi muoiono. Jim dice anche
    che le api non pungono mai gli stupidi;  ma io a questo non  ci  credo
    perché  mi  ci  sono provato un sacco di volte anch'io e quelle non mi
    hanno mai punto.
    Qualcuna di queste cose l'avevo già sentita raccontare, però mai tutte
    insieme. Jim conosceva ogni specie di segni.  E diceva di sapere quasi
    tutto.  Così  io  dico che quasi tutti i segni che mi aveva raccontato
    erano segni che portavano sfortuna  e  così  gli  ho  chiesto  se  non
    c'erano anche segni che portavano buono. E lui:
    -  Sono  molto pochi...  "e anche quelli" non servono a nessuno.  Cosa
    importa a te sapere che sta per arrivarti un  bel  colpo  di  fortuna?
    Vuoi saperlo per tenertela alla larga? - e poi dice ancora: - Se tu ci
    hai  le  braccia  pelose  e il petto peloso,  è un segno che un giorno
    diventerai ricco. Be', quello lì sì che è un segno che serve a qualche
    cosa perché parla di una cosa che deve  succedere  dopo  tanto  tempo.
    Vedi,  magari prima devi restare povero per un bel po' di tempo e così
    puoi scoraggiarti e magari ti viene anche voglia di  farla  finita  se
    non sai da quel segno lì che un giorno puoi diventare ricco.
    - E tu, Jim hai le braccia e il petto pelosi?
    - Cosa serve che tu me lo domandi? Non lo vedi anche?
    - Be', e sei ricco?
    -  No,  però fui ricco io una volta,  e sarò ricco di nuovo,  io.  Una
    volta avevo quattordici dollari ma ho provato a fare una  speculazione
    e mi sono rovinato.
    - Che speculazione hai fatto, Jim?
    - Ecco, per prima cosa ho provato a occuparmi di bestie.
    - Che genere di bestie?
    -  Bestie vive.  Animali come buoi e vacche,  capisci.  Ho messo dieci
    dollari in una vacca.  Ma non voglio più rischiare i miei soldi  sulle
    bestie. La vacca mi è morta sotto il naso.
    - Così hai perduto dieci dollari.
    - No,  non li ho perduti.  Ma soltanto nove.  Ho venduto la pelle e il
    grasso per un dollaro e dieci centesimi.
    - E allora ti sono rimasti cinque dollari e dieci centesimi.  Non  hai
    più fatto altre speculazioni?
    -  Sì.  Conosci quel negro con una gamba sola che è del vecchio padron
    Bradish? Be',  lui ha messo su una banca e dice a tutti che a metterci
    dentro  un  dollaro ne ricevevano quattro alla fine dell'anno.  Allora
    tutti i negri ci portano i loro soldi ma non  avevano  molto.  Io  ero
    quello  che  aveva  un bel po'.  Così dico che io ci sto ma per più di
    quattro dollari e che se non mi dà di più apro una banca anch'io. Be',
    naturale che quel negro non voleva lasciarmelo fare perché lui  diceva
    che  non  c'era abbastanza lavoro per due banche e così dice che posso
    mettere lì miei cinque dollari e lui alla fine dell'anno  me  ne  paga
    trentacinque.
    E io ci sto.  Poi penso d'investire subito i trentacinque dollari così
    posso far fare movimento ai miei affari.  C'era un negro di  nome  Bob
    che  era  riuscito a tirare a riva una chiatta e il suo padrone non lo
    sapeva;  allora io gliela compro ma gli dico che gli davo trentacinque
    dollari  alla  fine  dell'anno;  ma  qualcuno  ruba il barcone proprio
    quella notte e il giorno dopo il negro con una gamba sola dice che  la
    banca è fallita. Così siamo rimasti tutti senza il becco di un soldo.
    - Che cosa hai fatto di quei dieci centesimi, Jim?
    -  Be',  volevo spenderli ma ho fatto un sogno e nel sogno mi dicevano
    di darli a un negro chiamato Balum... per brevità perché altrimenti ci
    avrebbe il nome di Asina di Balum (2) che è  come  si  dice  un  bello
    stupidotto, lo sai anche tu. Ma lui però è fortunato, dicono, e io no.
    Il  sogno  mi  dice  di  lasciare che sia Balum a investire quei dieci
    centesimi e così mi farebbe guadagnare un sacco di soldi. Be',  questo
    Balum  prende  i  dieci  centesimi  e  quando  è  in  chiesa  sente il
    predicatore che dice che chi dà ai poveri è come se dà al Signore e si
    ritroverà con i suoi soldi che sono diventati cento volte di più. Così
    Balum decide di dare i dieci centesimi ai poveri e poi se ne sta zitto
    zitto a vedere quello che succede.
    - Be', che cosa è successo, Jim?
    - Non è successo un accidente di niente.  E  io  non  sono  più  stato
    capace  di tirare a casa quei soldi,  in nessun modo;  e neanche Balum
    c'è riuscito. Così che adesso non presto più soldi a nessuno se non mi
    danno qualche garanzia.  Dovrete riavere i vostri soldi  centuplicati,
    dice  proprio  così il predicatore!  Ma se io potessi avere di ritorno
    quei dieci centesimi,  potrei pensare che abbiamo fatto pari  e  sarei
    ben contento oltretutto!
    - Be', ad ogni modo ti è andata bene ugualmente, Jim, perché un giorno
    o l'altro tornerai ad essere ricco.
    - Sì...  e, anzi, adesso che ci penso bene, ormai sono già ricco. Sono
    padrone di io,  e so che valgo ottocento dollari.  Avessi questi soldi
    non chiederei nient'altro!
    NOTE.
    NOTA   1:   Huck   intende   dire   abolizionista,   cioè   favorevole
    all'abolizione della schiavitù.  Il  movimento  abolizionista,  attivo
    negli  stati del Nord dell'Unione,  veniva comunemente considerato con
    disprezzo negli stati del Sud dove la schiavitù era ancora praticata.
    NOTA 2: Sta per asina di Balaam. Balaam è un personaggio della Bibbia:
    indovino e mago  babilonese,  fu  invitato  dal  re  Moab  a  maledire
    Israele;  per  consiglio  della  sua  asina  e  per l'intervento di un
    angelo, benedisse invece per quattro volte il popolo ebraico










    CAPITOLO 9.
    La grotta - La casa galleggiante - Una buona pesca.
    Volevo andare  a  dare  un'occhiata  a  un  posto  proprio  al  centro
    dell'isola che avevo scoperto durante una delle mie esplorazioni; così
    ci  siamo  messi  in cammino e presto ci siamo arrivati perché l'isola
    era lunga solo tre miglia e larga un quarto.
    Questo posto era un'altura o crinale ripido e  piuttosto  lungo,  alto
    circa  quaranta  piedi.  Abbiamo  fatto una faticaccia per arrivare in
    cima; i fianchi erano molto ripidi e la boscaglia molto fitta. Abbiamo
    marciato e ci siamo arrampicati dappertutto,  una  volta  arrivati  in
    alto  e qui ci capita ad un certo momento di scoprire una bella grotta
    scavata nella roccia,  quasi in cima,  dalla parte  che  guarda  verso
    l'Illinois.  La grotta era ampia come due o tre stanze messe insieme e
    Jim riusciva perfino a starci bene in piedi senza dover stare chinato.
    L'idea di Jim,  visto che ci faceva un bel  fresco,  era  di  portarci
    subito  tutta  la  nostra  roba  ma io ho risposto che nessuno dei due
    poteva aver voglia di scendere di lì e di fare quell'arrampicata tante
    volte di seguito.
    Ma Jim risponde che se si nascondeva bene la canoa,  una volta portate
    tutte le nostre provviste nella caverna potevamo correre a nasconderci
    lì  se  qualcuno veniva sull'isola e mai e poi mai ci potevano trovare
    senza i cani.  Poi ha aggiunto che gli  uccellini  avevano  detto  che
    mancava poco a piovere e dunque volevo forse far bagnare tutto?
    Così torniamo indietro, prendiamo la canoa e ci mettiamo a remare fino
    all'altezza della grotta e poi ci trasciniamo su tutte le nostre cose.
    Poi  cerchiamo un posto lì vicino per nasconderci dentro la canoa,  in
    mezzo ai salici che sono fitti.  Stacchiamo qualche pesce dalle  lenze
    con  gli  ami  a bagno nel fiume e le buttiamo di nuovo in acqua;  poi
    cominciamo a preparare il pranzo.  Stendiamo le coperte nella grotta e
    diventano  come  un  tappeto  ed  è  lì che mangiamo il nostro pranzo.
    Sistemiamo tutte le altre cose a  portata  di  mano  sul  fondo  della
    grotta. Dopo un po' comincia a fare un gran buio e si mette a tuonare,
    e  giù  fulmini...;  così  gli  uccelli,  tutto  considerato,  avevano
    ragione.  Quasi subito comincia a piovere,  e piove che Dio la  manda,
    anche,  e  io  non  ho  mai  visto soffiare un vento come quello.  Era
    proprio  uno  dei  soliti  temporali  dell'estate.  Il  cielo  diventa
    talmente  scuro  che  fuori  tutto  è  nero  e  blu,  proprio bello da
    guardare;  e la pioggia scroscia talmente fitta  che  a  guardare  gli
    alberi un po' lontani sembrano tutti offuscati e coperti di ragnatele;
    e  ogni  tanto  arriva  un colpo di vento così forte che li fa piegare
    verso terra e così si mette allo scoperto tutta la parte chiara  delle
    foglie;  poi  torna  un'altra  raffica di vento e scuote i rami che si
    agitano come se fossero impazziti e, dopo ancora, quando proprio tutto
    è nero e blu che più di così non si potrebbe,  pfitt!,  ecco che torna
    giorno  chiaro  e  così luminoso che per un momento si possono vedere,
    laggiù lontano in mezzo alla burrasca,  a un centinaio  di  iarde  più
    lontano le cime degli alberi che si sbattono di qua e di là;  poi,  in
    un attimo,  torna tutto buio come prima e si può sentire il tuono  che
    rimbomba  con  un  tonfo  spaventoso  e  poi  continua  a  rombare,  a
    brontolare e a rotolare giù per il cielo verso  l'altra  faccia  della
    terra,  un  po' come a far rotolare barili vuoti giù per la scala dove
    la scala è molto lunga e quelli rimbalzano a  non  finire,  lo  sapete
    anche voi come succede.
    -  Jim,  com'è  bello - gli dico.  - Non vorrei essere in nessun altro
    posto all'infuori di questo.  Passami un altro pezzo di pesce e un po'
    di pane di granturco caldo.
    - Be',  non ti troveresti certo qui se non ci fosse Jim. Saresti là in
    fondo, in mezzo agli alberi, senza un boccone da mangiare e magari col
    pericolo che muori annegato.  Ecco,  dove ti troveresti,  caro mio.  I
    polli  sanno  sempre  quando  sta  per  piovere,  e lo sanno anche gli
    uccelli, figliolo.
    Il fiume continua a crescere e crescere  per  dieci  o  dodici  giorni
    finché  a  un  bel  momento supera gli argini.  L'acqua era alta tre o
    quattro  piedi  sull'isola,   nei  posti  più   bassi   e   dal   lato
    dell'Illinois.  Da quella parte il fiume era largo molte miglia mentre
    dalla parte del Missouri rimane sempre la stessa distanza da una  riva
    all'altra:  mezzo  miglio.  Perché  la riva del Missouri era tutta una
    specie di muraglia di rocce alte.
    Di giorno salivamo  sulla  canoa  e  giravamo  pagaiando  tutt'intorno
    all'isola.  Faceva  un  fresco  magnifico  all'ombra dei grandi boschi
    anche quando fuori il sole  bruciava,  tanto  era  forte.  Procedevamo
    dentro  e  fuori  in  mezzo  agli  alberi  e  a volte i rampicanti che
    pendevano dai loro rami  erano  talmente  aggrovigliati  che  dovevamo
    tornare indietro e trovare qualche altra strada.  Be', su ogni vecchio
    tronco crollato e marcito  si  potevano  vedere  conigli  selvatici  e
    serpenti  e altre cose del genere;  e dopo che l'isola era allagata da
    un giorno o due diventavano così  mansueti,  per  via  del  fatto  che
    avevano fame,  che ci si poteva avvicinare con qualche colpo di pagaia
    e prenderli addirittura in mano, ad averne voglia; ma non i serpenti e
    le tartarughe;  quelli scivolavano subito in  acqua.  Il  crinale  sul
    quale  si  trovava la nostra grotta ormai ne era pieno e,  se avessimo
    voluto, potevamo circondarci di animaletti domestici.
    Una notte usciamo a prendere parte di una zattera fatta di belle  assi
    di  pino.  Era larga dodici piedi e lunga quindici o sedici e sporgeva
    dal pelo dell'acqua di sei o sette pollici,  che formavano il fondo di
    un  bel  ponte solido e piano.  A volte,  durante il giorno,  potevamo
    vedere pezzi di legna segata ma  quella  la  lasciavamo  scorrer  via;
    durante il giorno non ci facevamo mai vedere in giro.  Un'altra notte,
    che eravamo verso il promontorio  dell'isola  e  mancava  poco  a  far
    giorno, ecco che lungo la parte ovest vediamo venir giù sull'acqua una
    casetta  di  legno,  a  due  piani,  tutta  sbilenca.  Ci  avviciniamo
    pagaiando ed entriamo a bordo,  cioè ci  arrampichiamo  attraverso  la
    finestra  del  piano di sopra.  Ma era ancora troppo buio per vederci,
    così leghiamo ben bene la canoa e ci mettiamo lì ad aspettare  che  ci
    sia un po' più di luce.
    E  la  luce  comincia  a  spuntare prima che siamo in fondo all'isola.
    Allora guardiamo dentro dalla finestra. E si riesce a vedere un letto,
    e un tavolo, e due sedie sgangherate e un mucchio di roba sparpagliata
    sul pavimento e qualche abito appeso lungo la parete.  Nell'angolo più
    lontano,  sul pavimento,  c'era anche qualcosa che sembrava proprio un
    uomo. Così Jim grida:
    - Ehi, tu!
    Ma quello non si muove.  Così ricomincio a urlare anch'io  e  poi  Jim
    dice:
    - Quell'uomo non dorme...  è morto.  Tu rimani qui... io vado dentro a
    vedere.
    Ed entra e si china a guardare e poi dice:
    - Si, è un uomo morto. Proprio morto; e nudo, anche. Gli hanno sparato
    nella schiena. Deve essere morto da due o tre giorni. Entra, Huck,  ma
    non guardargli la faccia... perché fa proprio spavento.
    Figurarsi  se  io  avevo  voglia  di guardarlo!  Jim gli butta addosso
    qualche vecchio straccio ma poteva anche farne a meno;  io non  andavo
    certo  a guardare là in fondo.  Per terra,  sparse qua e là,  c'era un
    mucchio di carte da gioco unte  e  bisunte,  e  vecchie  bottiglie  di
    whisky e un paio di maschere fatte con la stoffa nera;  e sulle pareti
    c'era una quantità di parole e di disegni scarabocchiati, fatti con il
    carbone,  ma così volgari...  proprio da gente ignorante.  C'erano due
    vecchi  vestiti  di  cotonina,  sporchi,  e  una  cuffia di paglia per
    ripararsi dal sole e un po' di biancheria da donna,  tutti appesi alla
    parete,  e anche qualche abito da uomo.  Portiamo tutto sulla canoa; è
    roba che può sempre far comodo.  Sul pavimento c'era anche un  vecchio
    cappello  di paglia macchiato,  un cappello da ragazzo;  e io ho preso
    anche quello.  E poi c'era una bottiglia con un po' di  latte  dentro:
    chiusa  con  uno straccio come quelli che servono per far succhiare un
    bambino.  Avremmo preso anche la bottiglia,  ma era  rotta.  C'era  un
    vecchio  cassettone  sgangherato  e  un  vecchio baule di cuoio con le
    cerniere rotte. Erano spalancati, sia l'uno che l'altro,  e dentro non
    c'era  niente  che avesse un po' di valore.  Da come tutta quella roba
    era sparpagliata in giro abbiamo concluso che la gente  doveva  essere
    scappata in fretta e furia senza far in tempo a portar via molta della
    loro roba.
    Troviamo anche una vecchia lanterna di latta, un coltello da macellaio
    senza  manico,  un  coltello  Barlow nuovo di zecca che,  in qualsiasi
    negozio, poteva costare venticinque centesimi; una quantità di candele
    di sego e un candeliere di stagno, una zucca, una tazza di latta,  una
    vecchia  imbottita sporca e malandata che era scivolata giù dal letto,
    una reticella con aghi e spilli e cera e bottoni e filo e tanta  altra
    roba del genere, un'accetta e qualche chiodo, una lenza grossa come il
    mio  dito  mignolo,  alla  quale erano appesi certi ami mostruosi,  un
    rotolo di pelle di daino,  un collare di cuoio per cani e un ferro  di
    cavallo,  qualche  boccetta di medicina che però era senza etichetta e
    proprio quando stavamo per andarcene ecco che io  trovo  una  striglia
    ancora  in buono stato e Jim un vecchio archetto per violino malandato
    e una gamba di legno.  Le  cinghiette  erano  strappate  ma,  a  parte
    questo,  era una gamba ancora in buono stato,  per quanto fosse troppo
    lunga per me e non abbastanza lunga per Jim,  e non siamo  riusciti  a
    trovare l'altra anche cercando dappertutto.
    Così, tutto considerato, facciamo un'ottima pesca. Quando siamo pronti
    per  squagliarcela,  ci  accorgiamo  che  ormai  l'isola  era  rimasta
    indietro di un quarto di miglio ed era giorno pieno;  così ho detto  a
    Jim di distendersi sul fondo della canoa e di coprirsi con l'imbottita
    perché se stava seduto la gente poteva capire anche da lontano che era
    un  negro.  A colpi di pagaia mi avvicino alla riva dell'Illinois ma -
    così facendo - la corrente mi spinge a valle ancora di  mezzo  miglio.
    Allora raggiungo l'acqua morta sotto l'argine e comincio a risalire il
    fiume  senza  incidenti e senza incontrare nessuno.  E così si torna a
    casa sani e salvi.















    CAPITOLO 10.
    Si trovano soldi - Il vecchio Hank Bunker - Il travestimento.
    Dopo colazione io avevo abbastanza voglia di parlare dell'uomo morto e
    di cercare di capire come mai lo avevano ammazzato; Jim,  invece,  no.
    Diceva che ci avrebbe portato sfortuna;  e anche,  magari,  che poteva
    venire a perseguitarci il suo fantasma.  E che un uomo,  quando non  è
    stato  seppellito,  è  più  facile  che  vada  in  giro a impaurire il
    prossimo che non un altro che invece è stato messo sottoterra e se  ne
    sta comodamente nella sua fossa. Era abbastanza ragionevole e così non
    ne  ho  parlato  più  ma  di  tanto in tanto non potevo fare a meno di
    rimuginarci sopra e mi veniva una gran voglia di  scoprire  chi  aveva
    sparato a quell'uomo e perché.
    Ci  mettiamo  a  frugare  ben  bene nei vestiti portati via da là e ci
    troviamo otto dollari d'argento cuciti  nella  fodera  di  un  vecchio
    cappotto  fatto  di  stoffa  per coperte.  Jim dice che secondo lui la
    gente di quella casa lo aveva rubato,  quel  cappotto  lì,  perché  se
    sapevano  che dentro c'erano i soldi non lo lasciavano certo indietro.
    E io dico che,  secondo me,  avevano anche ucciso quel  tizio;  ma  di
    questo Jim non voleva parlare assolutamente. Così io dico:
    - Be', adesso dici che porta male ma cosa dicevi quando ho portato qui
    nella  grotta  quella pelle di serpente trovata in cima al crinale due
    giorni fa?  Mi hai detto che era la peggior sfortuna del mondo toccare
    una pelle di serpente con le mani. Be', adesso la vedi la sfortuna che
    abbiamo  avuto!  Abbiamo  fatto  man bassa di tutta quella roba e,  in
    aggiunta,  abbiamo anche trovato otto dollari.  Vorrei che ogni giorno
    ci capitassero delle sfortune come questa, Jim.
    - Lascia perdere,  caro,  lascia perdere. Non alzare troppo la cresta.
    Sta per arrivare. Ricordati quello che io ci dico, sta per arrivare.
    E arriva presto davvero.  Era martedì che avevamo fatto quel discorso.
    Be',  venerdì  dopo  pranzo  ce  ne  stavamo belli tranquilli sdraiati
    sull'erba in fondo al crinale quando rimaniamo senza  tabacco.  Allora
    io  vado  nella  grotta  a  prenderne  un po' e ci trovo un serpente a
    sonagli.  Lo ammazzo e poi lo arrotolo ai piedi della coperta di  Jim,
    che pareva vivo, perché penso che chissà come ci divertiamo quando Jim
    se lo trovava lì. Be', alla sera mi ero già dimenticato del serpente a
    sonagli  così  quando  Jim  si butta sulla sua coperta mentre io stavo
    accendendo un lume,  ecco che c'era lì anche il compagno del serpente,
    e lo morde.
    Jim  salta  su urlando e la prima cosa che riesco a vedere,  alla luce
    del lume,  è quella bestiaccia che si è già tutta attorcigliata su  se
    stessa pronta a scattare per mordere di nuovo.  Col bastone la ammazzo
    in un secondo e intanto Jim era andato a prendere il boccale di whisky
    del mio pa' e aveva cominciato a scolarselo.
    Era a piedi nudi e il serpente lo aveva morsicato proprio sul tallone.
    Ecco cosa succede a essere un  pezzo  d'idiota  come  il  sottoscritto
    perché  mi  ero  dimenticato  che ogni volta che si lascia un serpente
    morto il suo compagno arriva subito e gli si arrotola intorno.  Jim mi
    dice  di  tagliare  la  testa  al  serpente e di buttarla via;  poi di
    spellarne il corpo e di farne arrostire un pezzo.  Io lo faccio subito
    e  lui  lo  mangia  e  dice  che lo aiuta a guarire.  Poi mi ordina di
    staccare i sonagli al serpente e di legarglieli attorno  a  un  polso.
    Anche  questo  serve,  dice.  Poi  io  esco quatto quatto e scaravento
    lontano i due serpenti,  in mezzo ai cespugli perché mi  garbava  poco
    che Jim potesse scoprire che era stata tutta colpa mia, se potevo fare
    a meno che lui se ne accorgesse.
    Jim intanto continuava a portarsi il boccale alle labbra e, trinca che
    ti trinca,  di tanto in tanto dava fuori di matto e si sbatteva di qua
    e di là urlando;  ogni volta che tornava in sé,  si attaccava di nuovo
    al  boccale.  Il piede gli si gonfia mica male,  e anche la gamba;  ma
    intanto che il tempo passa la sbronza comincia a fargli effetto e così
    capisco che le cose si mettono abbastanza bene; io,  però,  preferirei
    essere  morso  da  un  serpente che scolarmi tutto quel whisky del mio
    pa'.
    Jim è rimasto coricato per quattro giorni  e  quattro  notti.  Poi  il
    gonfiore  è  scomparso  e  lui  ha ricominciato ad andare in giro come
    prima.  Intanto io giuravo tra me e me che non avrei mai più preso  in
    mano  un'altra  pelle  di serpente,  adesso che avevo visto quello che
    poteva capitare.  Jim dice che pensava che adesso anch'io gli credevo.
    E  poi che toccare una pelle di serpente portava talmente scalogna che
    forse non l'avevamo ancora fatta finita.  E poi diceva che  preferiva,
    magari,  guardare  la  luna  nuova  voltando  la  testa  sulla  spalla
    sinistra,  che lo preferiva mille volte piuttosto che prendere in mano
    una pelle di serpente.  Be',  anch'io cominciavo a pensare allo stesso
    modo anche se ho sempre fatto il conto  che  guardare  la  luna  nuova
    girando  la  testa  sopra  la  spalla  sinistra era una delle cose più
    stupide che uno potesse fare.  Proprio da  cretino.  Il  vecchio  Hank
    Bunker  lo aveva fatto una volta e come se ne era vantato!  Ma neanche
    due anni dopo aveva preso una sbronza formidabile ed  era  caduto  giù
    dalla  torre  della  fabbrica  di  pallini da caccia e si era talmente
    spiaccicato per terra che era diventato una frittata,  come  si  dice;
    tanto che lo hanno fatto scivolare fra due porte di stalla come bara e
    raccontano che è stato così che lo hanno seppellito,  io però non l'ho
    visto.  E' stato papà a  raccontarmelo.  Ad  ogni  modo  tutta  colpa,
    questa, del fatto che aveva voluto guardare la luna a quel modo, ecco,
    proprio da stupido.
    Be',  passano i giorni e il fiume rientra di nuovo fra gli argini e la
    prima cosa che si fa, adesso,  è di innescare a uno di quei grossi ami
    un  coniglio  selvatico  spellato e di calarlo in acqua;  prendiamo un
    pesce-gatto grosso come un uomo in quanto era lungo sei  piedi  e  due
    pollici e pesava più di duecento libbre. Non potevamo tirarlo subito a
    riva,  naturalmente,  altrimenti  quello  lì  ci  avrebbe sbattuto fin
    nell'Illinois.  Così siamo rimasti lì seduti a guardarlo che saltava e
    spiccava  balzi  e girava e rigirava di qua e di là fino a quando si è
    annegato.  Gli troviamo un bottone  di  ottone  nello  stomaco  e  una
    pallottola rotonda e un mucchio di rifiuti. Spacchiamo la palla in due
    con l'accetta e dentro c'è un rocchetto. Jim dice che doveva averlo in
    corpo  da  molto  tempo  per  averlo  ricoperto  a quel modo facendone
    addirittura una palla.  Credo che pesce più grosso non sia  mai  stato
    pescato  nel Mississippi.  Jim diceva che lui,  di più grossi,  non ne
    aveva mai visti.  Chissà che affarone  venderlo  al  villaggio.  Pesci
    grossi  come quello si vendono non interi ma un tanto alla libbra,  al
    mercato che c'è lì, e tutti ne comprano un po',  la sua carne è bianca
    come la neve e se ne fa una buonissima frittura.
    Il  giorno dopo dico che le cose non sono movimentate come al solito e
    che mi annoio;  in un modo o nell'altro avevo voglia di qualcosa di un
    po'  più  divertente.  Così  dico  che sto pensando di attraversare il
    fiume e scoprire un po' quello che succedeva sulla terraferma.  A  Jim
    la  mia  proposta piace;  però dice di andarci solo quando è buio e di
    stare attento.  Poi ci pensa su un po' e mi fa: non  potevo  cacciarmi
    addosso qualcuno di quei vecchi vestiti e camuffarmi da ragazza? Buona
    idea anche questa. Così accorciamo uno di quei vestiti di cotonina, io
    mi  rimbocco  i  pantaloni fino alle ginocchia e me lo infilo.  Jim va
    dietro e mi allaccia tutti i ganci uno  a  uno  e  mi  andava  proprio
    benino.  Prendo la cuffia per ripararmi dal sole e me ne lego i nastri
    sotto il mento e a quel punto chi avesse avuto voglia di guardarmi  in
    faccia era come se mi sbirciasse dentro il gomito di un tubo di stufa.
    Jim dice che nessuno mi può riconoscere,  o quasi,  anche di giorno. E
    io mi esercito per tutta la giornata a vedere come me la cavo  e  dopo
    un po' capisco che potrei cavarmela abbastanza bene, però Jim dice che
    io  non  camminavo come una ragazza e poi anche che dovevo smettere di
    tirarmi su la sottana per cacciare le mani nelle tasche dei pantaloni.
    Io gli do retta e tutto va molto meglio.
    Appena comincia ad imbrunire salgo in canoa e mi spingo verso la  riva
    dell'Illinois.
    Parto  dall'isola in modo da attraversare il fiume un poco più a valle
    dell'approdo del traghetto e la corrente mi spinge fino in fondo  alla
    città.  Lego  la  canoa  e mi incammino lungo l'argine.  C'era un lume
    acceso in una piccola baracca che era stata abbandonata per moltissimo
    tempo così mi chiedo chi è andato ad abitarci. Mi avvicino zitto zitto
    e guardo dentro dalla finestra.  Vedo una donna sui  quarant'anni  che
    lavora a maglia al lume di una candela posata su un tavolo di legno di
    pino.  La sua era una faccia che non conoscevo, doveva venire da fuori
    perché non esisteva faccia che io non conoscessi in  tutta  la  città.
    Quella  è  stata  una  fortuna  perché  cominciavo  ad avere un po' di
    tremarella;  mi era entrata in corpo una gran paura di  essere  andato
    fin lì, perché qualcuno poteva riconoscere la mia voce e scoprirmi. Ma
    se questa donna abitava lì,  in una città così piccola,  almeno da due
    giorni poteva dirmi tutto quello che mi interessava sapere; così busso
    alla porta e mi faccio la raccomandazione di non dimenticarmi che sono
    una ragazza.









    CAPITOLO 11.
    Huck e la donna - La ricerca  dell'assassino  -  Tentato  sotterfugio,
    ma... - Verso Goshen - Siamo inseguiti!
    -  Avanti  -  dice  la donna,  e io entro.  Poi lei dice: - Prendi una
    seggiola.
    E io mi siedo.  Lei mi scruta  da  capo  a  piedi  con  due  occhietti
    penetranti e dice:
    - E quale sarebbe il tuo nome?
    - Sarah Williams.
    - E da che parte vivi? Qui vicino?
    - No,  signora.  A Hookerville,  sette miglia più a valle.  Ho fatto a
    piedi tutta la strada e sono stanca morta.
    - Avrai anche fame, immagino. Ti cerco qualcosa.
    - No, signora, non ho fame. Avevo una tale fame che mi sono fermata in
    una fattoria,  due miglia più in giù di qui;  così adesso non  ho  più
    fame. Ecco perché arrivo così tardi. La mia mamma è a letto, ammalata,
    e  senza un soldo e senza più nient'altro,  così sono venuta a dirlo a
    mio zio, Abner Moore. Abita in cima alla città, dall'altra parte, così
    mi ha detto la mamma.  Io qui,  prima,  non ci sono mai stata.  Lei lo
    conosce?
    -  Non,  ma  ancora  non  conosco  tutti.  Non sono qui neanche da due
    settimane.  E c'è un bel po' di strada per arrivare fino in fondo alla
    città,  dall'altra parte. E' meglio che resti qui stanotte. Togliti la
    cuffia.
    - No - dico io - credo che sia meglio che mi riposo un po' e poi  vado
    avanti. Non ho paura del buio.
    Lei  dice che non mi avrebbe lasciato andare sola ma suo marito doveva
    rientrare  tra  poco,   magari  tra  un'ora  e  mezzo,   e  mi  poteva
    accompagnare lui. Così si mette a parlare del marito e dei parenti che
    sono a monte e dei parenti che sono a valle del fiume,  e come stavano
    meglio dov'erano prima e che forse non  lo  sapevano  ma  che  avevano
    fatto  un  gran  brutto  sbaglio a venire nella nostra città invece di
    girare al largo, e via di questo passo tanto che a un certo momento ho
    cominciato a pensare che avevo  sbagliato  io  a  venire  da  lei  per
    cercare  di  sapere  quello che succedeva in città ma ecco che dopo un
    po' lei comincia a lasciar cadere qualche parolina sul mio pa'  e  sul
    delitto   e  io  mi  accorgo  che  muoio  dalla  voglia  di  lasciarla
    chiacchierare a tutto spiano.  E così mi conta di me e di  Tom  Sawyer
    che  abbiamo trovato i seimila dollari (solo che lei,  adesso,  diceva
    diecimila) e mi parla del mio pa' e di che razza di brutto tipo era, e
    che anch'io ero un soggetto difficile mica da ridere  e  alla  fine  è
    arrivata al punto in cui rimanevo ammazzato. E allora dico:
    -  Ma  chi  è stato?  Ne abbiamo sentito parlare parecchio,  di questa
    storia,  giù a Hookerville,  ma non sappiamo chi è stato ad  ammazzare
    Huck Finn.
    -  Be',  io  penso  che  "qui"  dovrebbe  esserci  molta gente che gli
    piacerebbe sapere chi l'ha ammazzato.  Qualcuno pensa  che  sia  stato
    addirittura il vecchio Finn.
    - No... davvero?
    -  In principio quasi tutti la pensavano così.  Quello lì non immagina
    neanche che c'è mancato poco che quasi quasi lo linciavano.  Ma  prima
    di  sera hanno cambiato da così a così e hanno creduto che fosse stato
    un negro, che è scappato, di nome Jim.
    - Figurarsi, ma "se lui"...
    Mi fermo di botto. E mi dico che faccio meglio a stare zitto.  Intanto
    lei  tira  avanti  come  se  non  si  fosse  neanche  accorta che l'ho
    interrotta.
    - Il negro è scappato proprio la stessa notte nella quale Huck Finn  è
    stato ucciso. Adesso c'è anche una taglia su di lui, trecento dollari.
    E  c'è  una taglia anche sul vecchio Finn: duecento dollari.  Vedi,  è
    venuto in città la mattina dopo l'omicidio ed ha raccontato tutto ed è
    salito sul traghetto con gli altri per cercare il cadavere  ma  subito
    dopo ha preso su e se n'è andato.  Prima di sera volevano linciarlo ma
    lui ormai aveva alzato i tacchi,  capisci?  Be',  il  giorno  dopo  si
    accorgono che il negro è sparito; vengono a sapere che nessuno l'aveva
    più  visto  dopo  le  dieci di sera la notte in cui hanno ucciso Huck.
    Così accusano il negro,  capisci,  e proprio mentre  sono  sempre  più
    eccitati  ecco  che  torna  il  vecchio Finn che era andato a fare una
    scenata al giudice Thatcher per ottenere i soldi e  dar  la  caccia  a
    quel  negro  per tutto l'Illinois.  Il giudice gliene ha dati un po' e
    quella sera lui si  è  ubriacato  e  si  è  visto  in  giro  fin  dopo
    mezzanotte  con un paio di ceffi che te li raccomando,  forestieri che
    sembravano due bei mascalzoni,  e poi se n'è andato con  quelli.  Be',
    dopo  nessuno  l'ha visto ma nessuno si aspetta di vederlo tornare fin
    che le acque non si sono un po' calmate perché la gente  adesso  pensa
    che  è stato lui a far fuori il ragazzo ed a combinare le cose in modo
    da far pensare alla gente che  sono  stati  i  ladri,  e  poi  tornerà
    indietro  e  metterà  le  mani  sui  soldi di Huck senza neanche dover
    perdere tempo con la causa in tribunale.  La gente  dice  che  era  un
    tipaccio,  capace  di  farlo.  Oh,  secondo me è un gran furbacchione.
    Perché, vedi, non si può provare niente sul suo conto; per quel giorno
    tutto sarà stato dimenticato e lui arriverà  a  mettersi  in  tasca  i
    soldi di Huck bello tranquillo.
    -  Già,  è  quello  che  penso anch'io,  signora.  Non vedo perché non
    dovrebbe essere come dice lei. C'è qualcuno che ormai pensa ancora che
    sia stato il negro?
    - Oh, no, ormai non sono in molti. Però c'è ancora gente che pensa che
    è stato lui.  Ma,  a questo punto,  ci manca poco che lo  ritrovano  e
    chissà che con la paura non riescano a farglielo confessare.
    - Davvero? Ma lo stanno ancora cercando?
    - Be',  sei proprio una povera creatura innocente,  vero?  Cosa credi,
    che capiti tutti i giorni di vedersi mettere sotto  il  naso  trecento
    dollari  che  sono lì,  a portata di mano per tutti?  C'è qualcuno che
    pensa che il negro non è  molto  lontano  da  qui.  Anch'io  la  penso
    così... però non sono andata in giro a dirlo a nessuno. Qualche giorno
    fa parlavo con una vecchia coppia che abita qui vicino,  nella capanna
    di tronchi,  e proprio loro mi dicevano che  ormai  non  ci  va  quasi
    nessuno in quell'isola laggiù che chiamano l'isola di Jackson.  Ma non
    ci vive nessuno là? dico io. No, nessuno,  dicono loro.  Allora io non
    dico  più  niente  però mi metto a pensare.  Sono quasi sicura di aver
    visto salire del fumo là, sul promontorio dell'isola, uno o due giorni
    prima,  così mi dico che il negro potrebbe essere nascosto proprio là;
    ad ogni modo,  dico, forse vale la pena di andarci a dare un'occhiata.
    Da quel giorno,  di fumo,  non ne ho visto più e così penso che forse,
    se  era  proprio  lui,  se  n'è già andato;  mio marito vuole andare a
    vedere, lui e un altro uomo. Era partito per risalire il fiume ma oggi
    è tornato e io gliel'ho detto appena è stato qui,  due ore  fa  più  o
    meno.
    Io  mi  sentivo  così  agitato che non ce la facevo più a stare fermo.
    Dovevo occupare le mani con qualche  cosa;  così  prendo  un  ago  dal
    tavolo  e comincio a infilarlo.  Ma le mani mi tremavano tanto che non
    combinavo un bel niente. Quando la donna smette di parlare,  la guardo
    e  lei  stava  guardando me ma in un modo proprio curioso e sorrideva,
    anche,  un po'.  Così io metto giù ago e filo e continuo a fingere  di
    essere interessato (eccome se lo ero!) e dico:
    -  Trecento dollari sono un mucchio di soldi.  Come vorrei che potesse
    averli mia madre. Dice che suo marito ci va stanotte, sull'isola?
    - Oh, certamente.  Adesso è andato su,  all'altro capo della città con
    l'uomo  di  cui  ti  stavo  dicendo,  a  cercare una barca e vedere se
    riescono a farsi prestare un altro fucile.  Andranno  sull'isola  dopo
    mezzanotte.
    - Ma non ci vedono meglio se aspettano fino a quando fa giorno?
    -  Sì.  Ma allora potrebbe vederci meglio anche il negro,  vero?  Dopo
    mezzanotte è probabile che sia addormentato,  così loro possono girare
    meglio  per  i boschi e scoprire il fuoco del suo accampamento,  se fa
    buio, e se ne ha uno.
    - Già, a questo non avevo pensato.
    La donna continua a guardarmi in  un  modo  sempre  più  strano  e  io
    comincio a sentirmi letteralmente sulle spine. Dopo un po' lei dice:
    - Come hai detto di chiamarti, cara?
    - M... Mary Williams.
    Chissà perché, mi salta subito in testa che prima non avevo detto Mary
    così non alzo gli occhi; mi sembrava di aver detto Sarah e va a finire
    che  mi  sento come se fossi con le spalle al muro e ho anche paura di
    lasciarlo capire.  Ho una gran voglia che la donna dica qualcos'altro;
    più lei tace, più io mi sento inquieto. Ma ecco che adesso lei dice: .
    -  Cara,  mi  pareva  che  avessi  detto di chiamarti Sarah quando sei
    entrata, vero?
    - Oh, sissignora, certo che l'ho detto.  Sarah Mary Williams.  Sarah è
    il mio primo nome. Qualcuno mi chiama Sarah, e qualcuno Mary.
    - Oh, dunque è così?
    - Sissignora.
    Comincio a sentirmi un po' meglio ma,  ad ogni modo, adesso non vedevo
    l'ora di andarmene di lì,  in ogni caso.  E non mi sentivo  ancora  di
    alzare gli occhi.
    Be',  la donna ricomincia a parlare di come erano duri quei tempi e di
    come vivevano da povera gente e di come sembrava che i topi fossero  i
    padroni  di casa e via di questo passo,  così va a finire che mi sento
    di nuovo un po' più tranquillo.  Per i topi,  aveva tutte le  ragioni.
    Ogni momento se ne vedeva uno che cacciava fuori il naso da un buco in
    un angolo.  E lei mi dice che doveva aver sempre qualcosa sottomano da
    scaraventare contro i topi quando era sola perché  altrimenti  non  la
    lasciavano in pace. E mi fa vedere una sbarra di piombo tutta contorta
    e  attorcigliata su se stessa in una specie di nodo e mi spiega che di
    solito lei ha una buona mira ma che un paio di  giorni  prima  si  era
    presa  una  storta  al braccio così adesso non sapeva se era capace di
    lanciarla bene.  Ma è rimasta ad aspettare il momento opportuno e  poi
    prova  a scagliare quel pezzo di piombo contro un topo,  ma sbaglia di
    grosso e comincia a gridare: - AHI!  - tanto le fa  male  il  braccio.
    Così  mi  dice  che  la  prossima  volta provo io.  Io,  però,  volevo
    squagliarmela prima che tornasse il suo  vecchio  e  naturalmente  non
    potevo  lasciarglielo  capire.  Allora prendo la sbarra di piombo e il
    primo topo che mostra il naso gliela tiro e se lui rimaneva lì dov'era
    ancora un attimo l'avrei proprio conciato per le feste.  Lei  mi  dice
    che  quello  era  un  colpo  da maestro e che di sicuro il prossimo lo
    facevo secco.  Si alza e va a prendere il pezzo di piombo e lo riporta
    indietro  e,  con  quello,  anche  una matassa di filo e voleva che io
    l'aiutassi.  Io allungo le mani e lei  c'infila  sopra  la  matassa  e
    continua  a  parlare  delle  faccende sue e del marito ma,  a un certo
    memento, s'interrompe di colpo per dire:
    - Tieni d'occhio i topi.  Anzi è meglio se tieni quel pezzo di  piombo
    in grembo così ce l'hai più pronto da usare.
    Così mi butta il pezzo di piombo in grembo, senza aspettare un minuto,
    e  io  avvicino  in  fretta  le  gambe  per non lasciarlo cadere e lei
    continua a parlare.  Ma soltanto per  un  minuto.  Poi  mi  toglie  la
    matassa,  mi  guarda  dritto  negli  occhi  ma  con un'aria abbastanza
    gentile e mi dice:
    - Su, adesso... qual è il tuo vero nome?
    - Che... che cosa, signora?
    - Qual è il tuo vero nome? Bill,  o Tom,  oppure Bob?...  Oh,  insomma
    qual'è?
    Credo  che  mi sono messo a tremare come una foglia e ormai non sapevo
    più che cosa fare. Ma le dico:
    - Per favore,  non si diverta a prendere in giro  una  povera  ragazza
    come me, signora. Se qui do fastidio, me ne...
    - No,  niente affatto.  Rimani lì seduto e guai a te se ti muovi.  Non
    voglio farti del male e non lo racconterò  a  nessuno,  neanche.  Però
    devi dirmi il tuo segreto,  e fidarti di me. Io diventerò muta come un
    pesce ma, per di più, ti aiuterò.  E così farà il mio vecchio se vuoi.
    Vedi,  ho capito subito che tu sei un garzone scappato via...  ecco la
    verità. Una cosa da niente. Non c'è niente di male.  Non ti trattavano
    bene e così tu hai deciso di scappare.  Che Dio ti benedica, figliolo,
    ti giuro che non sarò  certo  quella  che  fa  la  spia.  Però  adesso
    raccontami tutto... da bravo.
    Così io le dico,  allora, che ho capito che è inutile continuare a far
    la commedia ed è meglio vuotare il sacco e raccontarle tutto; però lei
    non deve rimangiarsi la promessa.  Le racconto che  mio  padre  e  mia
    madre  erano  morti  e  che  la legge mi aveva mandato a lavorare come
    apprendista da un vecchio fattore in campagna  -  a  una  trentina  di
    miglia  più  indietro,  sul  fiume che era terribilmente taccagno e mi
    trattava così male che a un certo  punto  non  ce  l'ho  fatta  più  a
    sopportarlo;  lui  è  partito  per  un  paio  di  giorni  e  io  ne ho
    approfittato per rubare un po' dei vecchi vestiti di sua figlia  e  me
    la  sono  squagliata,  e ci avevo messo tre notti a fare quelle trenta
    miglia;  viaggiavo di notte e di giorno me ne stavo nascosto e dormivo
    e il sacchetto con la provvista di pane e carne portato da casa mi era
    durato per tutto il viaggio e avevo sempre mangiato quanto volevo. Poi
    aggiungo  che spero che mio zio,  Abner Moore,  si prenda cura di me e
    questo è  il  motivo  per  il  quale  mi  ero  messo  in  viaggio  per
    raggiungere questa città di Goshen.
    -  Goshen?  Ma  questa,  figliolo,  non  è  Goshen,  qui  siamo  a St.
    Petersburg. Goshen si trova dieci miglia più su,  lungo il fiume.  Chi
    ti ha detto che questa era Goshen?
    - Ecco,  un uomo che ho incontrato stamane,  all'alba,  proprio mentre
    stavo per infilarmi nei boschi per la mia solita dormita.  Mi ha detto
    che al bivio dove le strade andavano una di qui e l'altra di là dovevo
    piegare a destra e dopo cinque miglia mi trovavo a Goshen.
    - Secondo me, era ubriaco. Ti ha detto proprio il contrario!
    - Be', adesso che ci penso, sembrava proprio ubriaco. Ad ogni modo non
    me ne importa più perché ormai devo mettermi di nuovo in cammino. Così
    arrivo a Goshen prima che faccia giorno.
    -  Aspetta  un minuto.  Ti preparo qualcosa da mangiare.  Penso che ti
    possa far comodo.
    Così comincia a prepararmi qualcosa e intanto dice:
    - Senti un po'...  quando una vacca è sdraiata per  terra,  con  quale
    parte si rialza per prima? Rispondi subito, adesso... non devi rimaner
    lì a pensarci. Quale parte tira su per prima?
    - La parte di dietro, signora.
    - Bene, e un cavallo?
    - La parte davanti, signora.
    - Su quale lato di un albero cresce più fitto il muschio?
    - Sul lato a nord.
    - Se quindici vacche sono a brucare sul fianco di una collina,  quante
    di loro mangiano con la testa girata nella stessa direzione?
    - Tutte e quindici, signora.
    - Be',  adesso mi sono proprio persuasa che "hai vissuto  davvero"  in
    campagna.  Pensavo  che  magari stavi cercando d'infinocchiarmi ancora
    con chissà cosa. E adesso, qual è il tuo vero nome?
    - George Peters, signora.
    - Be', cerca di ricordartelo,  George.  Non dimenticartene e non dirmi
    che è Elexander prima di andartene,  e poi - quando capisco che sbagli
    - saltar fuori a dire che invece ti  chiami  George-Elexander.  E  non
    andare  a  girare  intorno  alle  donne  con  quel  vecchio vestito di
    cotonina.  Come ragazza,  reciti proprio male la  tua  parte;  magari,
    però, può darsi che riesci a ingannare gli uomini. E poi, santo cielo,
    figliolo, quando ti metti a infilare un ago ricordati che non devi mai
    tenere fermo il filo e cercare di infilarci sopra l'ago... tieni fermo
    l'ago e cerca di infilarci dentro il filo; perché in genere è così che
    fanno le donne mentre gli uomini, invece, fanno sempre il contrario. E
    quando  scaraventi qualcosa contro un topo o altro devi sempre alzarti
    in punta di piedi e sollevare la mano sopra  la  testa  nel  modo  più
    impacciato  che puoi,  e mancare il topo di sei o sette piedi.  Lancia
    quello che devi lanciare con il braccio rigido dalla spalla fino  alla
    mano  come  se  lì,  alla  spalla,  tu ci avessi un perno dove gira il
    braccio, come fanno le ragazze,  e non muovendo soltanto il polso e il
    gomito con il braccio infuori dal fianco, come un ragazzo. E ricordati
    che  quando  una  ragazza  cerca  di  raccogliere  qualcosa in grembo,
    allarga  le  ginocchia  e  non  le  stringe  come  hai  fatto  tu  per
    raccogliere  quel  pezzo di piombo.  Insomma,  devi sapere che mi sono
    accorta subito che eri un ragazzo,  quando infilavi l'ago;  e ho fatto
    la  prova  con le altre cose per essere proprio sicura.  E adesso fila
    dallo zio,  Sarah Mary Williams George Elexander Peters e se ti  cacci
    in qualche guaio mandalo a dire alla signora Judith Loftus,  che sarei
    io,  e farò quello che posso per tirarti fuori.  Continua a  camminare
    sulla  strada  lungo il fiume e la prossima volta che vai in giro come
    un vagabondo porta con te scarpe e calze.  La strada del fiume è tutta
    sassi  e  ho  paura che i tuoi poveri piedi saranno proprio malridotti
    quando arriverai a Goshen.
    Io seguo l'argine per cinquanta iarde; poi torno sui miei passi e filo
    zitto zitto dove ho lasciato la canoa,  un bel  pezzo  a  valle  della
    casa.  Salto  dentro  e via,  a tutta birra.  Risalgo la corrente quel
    tanto necessario ad arrivare all'altezza del promontorio dell'isola  e
    poi comincio ad attraversare il fiume.  E mi tolgo la cuffia perché in
    quel momento non era proprio il caso di avere i paraocchi.  Sono quasi
    a metà quando sento il campanile che comincia a suonare; così mi fermo
    e  ascolto:  i rintocchi arrivano deboli sull'acqua ma chiari...  sono
    undici. Quando tocco la sponda al promontorio, non mi fermo neanche un
    minuto a riprendere fiato anche se non ne potevo quasi più,  ma  entro
    subito  in mezzo al bosco dove mi ero accampato in principio e accendo
    un bel fuoco in un posto ben asciutto e un po' in alto.
    Poi salto di nuovo sulla canoa e  pagaiando  come  un  pazzo,  più  in
    fretta che posso, arrivo a circa un miglio e mezzo più sotto. Sbarco e
    mi  butto  fra  gli  alberi  e  salgo  sul crinale e vado dentro nella
    grotta.  Ecco Jim che dormiva come  un  masso,  steso  per  terra.  Lo
    scuoto, lo sveglio e dico:
    - Alzati, Jim, e sbrighiamoci! Non c'è un minuto da perdere. Ci stanno
    cercando!
    Jim  non mi fa una sola domanda,  non dice una parola ma a vedere come
    lavorava nella mezz'ora che viene dopo bastava a far capire  la  paura
    che aveva. Infatti dopo mezz'ora tutto quello che possedevamo al mondo
    era  a  bordo  della  zattera  e la zattera era pronta a essere spinta
    fuori dal riparo tra i salici dov'era  nascosta.  Per  prima  cosa  si
    spegne  il fuoco nella grotta e poi,  quando siamo all'aperto,  non si
    accende neanche una candela.
    Io stacco la canoa dalla riva di un po' e mi guardo bene in giro ma se
    anche c'era qualche barca lì intorno,  non potevo vederla per via  che
    le stelle e il buio non vanno bene per vederci. Poi spingiamo fuori la
    zattera  e  partiamo scendendo il fiume nell'ombra,  passando oltre il
    promontorio in fondo all'isola zitti zitti, senza dire una parola.




    CAPITOLO 12.
    Navigazione a rilento - Come ci si fa prestare la roba - A  bordo  del
    relitto - Il complotto - E' contro la morale - A caccia della barca.
    Non doveva mancare molto all'una quando finalmente ci troviamo a valle
    dell'isola; ma ci sembra che la zattera viaggi terribilmente lenta. Se
    fosse arrivata qualche barca,  la cosa migliore era saltar sulla canoa
    e via di corsa verso la sponda dell'Illinois; è andata bene che non si
    è visto nessuno perché non  avevamo  neanche  pensato  di  mettere  il
    fucile nella canoa o una lenza per la pesca o qualcosa da mangiare. La
    fretta  era tanta ed eravamo troppo affannati per poterci pensare.  Ad
    ogni modo non è stata proprio una buona idea quella di  mettere  tutto
    sulla zattera.
    Se  gli  uomini  andavano  sull'isola,  la  mia  idea era che dovevano
    trovare il fuoco che avevo acceso e così magari rimanevano lì tutta la
    notte ad aspettare che Jim arrivasse.  Comunque  sia  andata,  non  ci
    hanno  inseguiti  e  se il fuoco che ho acceso li ha ingannati,  non è
    stata  colpa  mia.   Io  ho  cercato  di  fare  del  mio  meglio   per
    imbrogliarli.
    Quando  abbiamo cominciato a vedere la prima luce del giorno,  abbiamo
    attraccato a una lingua di sabbia in un posto dove il fiume faceva  un
    ampio  gomito  dalla  parte dell'Illinois e,  tagliato qualche ramo di
    pioppo tremulo con l'accetta,  ce ne  siamo  serviti  per  coprire  la
    zattera così che sembrava che in quel punto la riva fosse franata.  La
    lingua di sabbia è infatti tutta coperta di pioppi tremuli fitti  come
    i denti di un erpice.
    Sulla  riva  del Missouri avevamo montagne mentre c'erano folti boschi
    su quella dell'Illinois;  in quel punto la fossa d'acqua  che  avevamo
    imboccato  era  vicino  alla  sponda  del  Missouri,  quindi non c'era
    pericolo che qualcuno potesse venire a curiosare; lì restiamo tutto il
    giorno,  nascosti,  a guardare le zattere e i battelli  a  vapore  che
    scendevano veloci costeggiando la riva del Missouri, mentre i battelli
    a  vapore  che  risalivano  il grande fiume cercavano di portarsene al
    centro perché avevano la corrente contraria.  Intanto racconto  a  Jim
    tutto   quello   che   mi  è  capitato  durante  il  tempo  passato  a
    chiacchierare con quella donna;  e Jim dice che doveva essere un  tipo
    in  gamba e che se fosse stata lei a venire a darci la caccia,  quella
    lì non si metteva certo seduta a  guardare  il  fuoco  del  bivacco...
    nossignore,  "quella  lì"  si  portava dietro un cane.  Be',  dico io,
    allora perché non ha detto al marito  di  prendere  un  cane?  Jim  mi
    risponde  che era pronto a scommettere che ci aveva pensato quando gli
    uomini stavano per mettersi in marcia e, secondo lui,  dovevano essere
    andati in città,  in fondo,  dall'altra parte,  a procurarsi un cane e
    così avevano perduto tutto quel tempo altrimenti noi non ci  trovavamo
    di sicuro lì, su quella lingua di sabbia a sedici o diciassette miglia
    sotto il paese, no davvero, ci saremmo ritrovati di nuovo nella solita
    vecchia  città.  Ma  io  gli  rispondo  che  me  ne  infischio  e  non
    m'interessa sapere il motivo perché non ci avevano  presi,  visto  che
    finora l'avevamo scampata.
    Quando  comincia  a far buio,  cacciamo fuori la testa dal folto degli
    alberi di pioppo tremulo e guardiamo prima su e poi giù e poi verso il
    fiume; non c'è niente in vista;  così Jim prende qualcuna delle tavole
    superiori della zattera e costruisce un bel "wigwam" (1) per ripararci
    dal sole quando picchia oppure dalla pioggia e per tenere all'asciutto
    la  nostra roba.  Jim costruisce anche un pavimento in quel "wigwam" e
    lo alza un paio di  piedi  al  di  sopra  del  livello  della  zattera
    cosicché adesso le coperte e tutto il resto delle nostre carabattole è
    al riparo dalle grosse ondate prodotte dai battelli a vapore.  Proprio
    al centro del "wigwam" mettiamo un bello strato di terra alto cinque o
    sei pollici con una specie di gabbia tutt'intorno per tenerlo a posto;
    lo abbiamo fatto in modo che così si poteva  accendere  il  fuoco  nei
    giorni  di  brutto tempo o quando faceva freddo;  il "wigwam" impediva
    che si vedesse da fuori.  Poi fabbrichiamo anche un remo di quelli che
    servono  da timone,  di ricambio,  perché c'era sempre il pericolo che
    uno degli altri potesse spezzarsi o  rimanere  impigliato  in  qualche
    ceppo  galleggiante  o  roba  del genere.  E fissiamo anche un bastone
    corto e forcuto per  appenderci  la  vecchia  lanterna  perché  quella
    andava  sempre  accesa  ogni  volta  che vedevamo un battello a vapore
    scendere lungo la corrente così si evitava  di  essere  investiti;  ma
    pensiamo  che  non  ce  n'è bisogno per quei battelli che risalgono il
    fiume a meno di non vedere che ci troviamo a un «passaggio», perché il
    fiume era ancora abbastanza alto e gli argini molto bassi si trovavano
    sempre un po'  sotto  il  livello  dell'acqua.  Così  i  battelli  che
    risalivano il fiume non sempre navigavano nell'acqua alta ma cercavano
    zone più tranquille.
    Questa  seconda  notte si naviga per sette o otto ore con una corrente
    che ci faceva fare più di quattro miglia all'ora.  Prendiamo un po' di
    pesce  e  chiacchieriamo  e di tanto in tanto,  per non addormentarci,
    facciamo una nuotata. Aveva qualcosa di solenne quella discesa a valle
    del grande fiume silenzioso,  sdraiati sulla schiena a guardare in su,
    verso le stelle, e non ci veniva neanche molta voglia di parlare e non
    capitava  sovente  che  avessimo  voglia  di  ridere,  ma  scoppiavamo
    soltanto in una specie di risatina chioccia,  bassa bassa.  Avevamo un
    tempo  magnifico,  in  generale,  e durante quella notte non ci capita
    niente e nemmeno quella dopo, né quella dopo ancora.
    Ogni sera si passava davanti a qualche città,  alcune un po'  distanti
    sul pendio di colline nere e buie,  ed erano soltanto un pugno di lumi
    luccicanti e non si vedeva neanche una casa.  La quinta notte passiamo
    St.  Louis,  e  lì  è stato come se il mondo intero fosse illuminato a
    festa.  A St.  Petersburg dicevano sempre che a St.  Louis c'erano  da
    venti  a  trentamila  abitanti  ma  io non ci avevo mai creduto fino a
    quando alle due di quella notte silenziosa non  mi  vedo  davanti  una
    magnifica festa di luci. E neanche un rumore; dormivano tutti.
    Adesso, ogni notte, ho l'abitudine di scendere a riva, verso le dieci,
    dove  c'è  qualche  piccolo  villaggio,  a  comperare dieci o quindici
    centesimi di farina o di pancetta o di qualche altra cosa da mangiare;
    a volte mi capitava anche di acchiappare un pollastro  che  non  aveva
    trovato un posto troppo comodo per appollaiarsi a dormire e lo portavo
    via  con  me.  Il mio pa' diceva sempre: - Prendi un pollastro,  se ti
    capita,  perché se non interessa a te è sempre facile trovare  qualcun
    altro al quale può interessare e una buona azione non si dimentica mai
    .  A  me  non  è  mai capitato di vedere il mio pa' che non volesse il
    pollastro per tenerselo per sé, ma,  ad ogni modo,  era questo che lui
    diceva di solito.
    Al mattino,  prima che facesse giorno, mi cacciavo quatto quatto fra i
    campi di mais e prendevo a prestito un'anguria o un melone o una zucca
    oppure un po' di granturco giovane o  roba  del  genere.  Il  mio  pa'
    diceva  sempre  che  non  si  fa niente di male a prendere qualcosa in
    prestito, basta aver l'intenzione di pagare, poi, un giorno o l'altro;
    la vedova,  invece,  diceva che questo era soltanto un modo gentile di
    dire che si rubava e nessuna persona perbene l'avrebbe fatto. Jim dice
    che  secondo  lui  la vedova ha abbastanza ragione ma anche il mio pa'
    aveva abbastanza ragione; così meglio di tutto, per noi, era eliminare
    due o tre articoli dalla lista e dire che quelli non  li  avremmo  più
    presi  in  prestito...  così,  secondo lui,  non si faceva poi un gran
    peccato a prendere in prestito altra roba.  Così ne parliamo tutta  la
    notte,  mentre  scendiamo il fiume seguendo la corrente e cerchiamo di
    decidere se è meglio rinunciare alle angurie, ai meloni,  ai cantalupo
    (2)  o  a  cos'altro.  Ma  verso  l'ora  che  comincia a far giorno ci
    troviamo ad aver sistemato tutto nel modo più soddisfacente  possibile
    e  concludiamo  che si può rinunciare alle mele selvatiche e ai cachi.
    Prima di prendere quella decisione  non  ci  sentivamo  tranquilli  ma
    adesso  ci  pareva proprio di essere a posto con la coscienza.  Io ero
    tutto contento di com'erano andate  le  cose,  anche  perché  le  mele
    selvatiche  non  sono  mai  molto  buone  e i cachi per due o tre mesi
    ancora non sarebbero maturati.
    Di tanto in tanto si spara a qualche  uccello  acquatico  che  si  era
    alzato  troppo  presto  alla  mattina  oppure  non  era andato a letto
    abbastanza presto alla sera. Tutto considerato,  era quasi una vita da
    pascià.
    La  quinta  notte  dopo  aver passato St.  Louis scoppia una terribile
    burrasca dopo mezzanotte,  con tuoni e fulmini che non finivano mai  e
    la  pioggia  che  scendeva  a  catinelle.  Ci cacciamo nella baracca e
    lasciamo che la zattera se la cavi come meglio può.  Ma quando i lampi
    illuminavano  il  fiume si poteva vedere che in quel punto era largo e
    dritto,  fra due rive alte e rocciose.  Ad un certo momento io dico: -
    Ehilà,  Jim,  guarda  un  po'!  -.  Era un battello a vapore che aveva
    urtato uno scoglio fracassandovisi. E la corrente del fiume ci portava
    proprio dritti dritti ad andargli addosso.  Un altro lampo  ce  lo  fa
    vedere  ancora  meglio.  Stava inclinato da una parte e quasi tutto il
    ponte superiore era ancora fuori dall'acqua e ogni volta che c'era  un
    lampo  si  potevano  vedere,  belli chiari,  i fumaioli e una seggiola
    vicino alla campana grossa con un vecchio cappello a  larga  tesa  che
    pendeva  dalla  spalliera.  Be',  si  era in piena notte,  e una notte
    tempestosa per di più, e tutto aveva un'aria talmente piena di mistero
    che io scopro di provare quello che avrebbe  provato  qualsiasi  altro
    ragazzo  a  vedere  quel  relitto  così triste e solitario in mezzo al
    fiume.  Mi sarebbe piaciuto salirci sopra e curiosare un po' in giro e
    vedere quello che c'era. Così dico:
    - Saliamo a bordo, Jim.
    Ma Jim, in principio, non voleva saperne. E dice:
    -  Non  ho  proprio  voglia  di  andare a gironzolare su quel rottame.
    Adesso ce la caviamo maledettamente bene che meglio  di  così  non  ci
    potrà andare e allora,  sentimi,  non svegliare il can che dorme, come
    si dice.  E senza pensare che su quella nave fracassata  c'è  uno  che
    sorveglia, senz'altro.
    -  Un  guardiano,  tua  nonna!  -  dico io.  - Cosa vuoi che ci sia da
    sorvegliare? Non è rimasto niente se non gli alloggi degli ufficiali e
    la timoniera in una nottataccia come questa;  e tu ci vedi lì sopra un
    furbone  che fa la guardia quando da un momento all'altro tutto quanto
    può andare in pezzi ed essere trascinato via dal fiume?
    Jim non sa cosa rispondere e così non ci si prova neanche.
    - E poi - io dico - si potrebbe prendere in prestito, magari, qualcosa
    che abbia un po' di valore,  nella cabina  del  capitano.  Sigari,  ci
    scommetto...  di quelli che costano cinque centesimi l'uno,  in moneta
    sonante.  I  capitani  dei  battelli  a  vapore  sono  sempre  ricchi,
    guadagnano  sessanta  dollari  al  mese  e  quella  è  gente che se ne
    infischia altamente di quello  che  la  roba  costa,  sai,  quando  la
    vogliono.  Cacciati una candela in tasca,  Jim;  non riesco a mettermi
    tranquillo fintantoché non siamo saliti lassù a frugare un po' di  qua
    e  di  là.  Cosa  credi?  Che  Tom  Sawyer  se  la lascerebbe scappare
    un'occasione come questa?  Ma neanche per sogno,  che se la lascerebbe
    scappare! Lui la chiamerebbe un'avventura... ecco come la chiamerebbe;
    e  andrebbe  ad  arrampicarsi  su quel relitto anche se fosse l'ultima
    cosa che fa in vita sua. E con che stile lo farebbe!  Roba da superare
    se  stesso,  credimi!  Figurati  che  sarebbe  come  vedere Cristoforo
    Colombo che scopre il Mondo dell'Aldilà!  Come vorrei che  Tom  Sawyer
    fosse qui!
    Jim  brontola  un po' ma poi cede.  Però dice che non dobbiamo parlare
    più dello stretto necessario e anche a bassa voce.  Un lampo ci mostra
    di nuovo il relitto ma appena in tempo, così ci aggrappiamo all'albero
    di carico di tribordo e ci leghiamo la zattera.
    Lì il ponte era alto.  Andiamo avanti, piano piano e senza far rumore,
    strisciando lungo la pendenza verso babordo nel buio,  e poi verso  il
    quadrato  ma  prima  tastiamo  il  ponte con i piedi e teniamo le mani
    davanti alla faccia per non andare a sbattere contro le sartie, perché
    era talmente buio che  non  potevamo  neanche  vederle.  Quasi  subito
    arriviamo   alla   parte   anteriore   dell'osteriggio  (3)  e  vi  ci
    arrampichiamo sopra; ancora un po'e ci troviamo davanti alla porta del
    capitano,  che è aperta e...  perdincibacco!  Giù,  in fondo alla sala
    degli ufficiali, vediamo una luce! E nello stesso momento ci sembra di
    sentire là in fondo un mormorio di voci!
    A questo punto Jim mi dice, con voce tremante, che si sente male in un
    modo terribile,  che non ce la fa più,  e dice anche di andar via.  Io
    dico che va bene e stiamo per tornare indietro  verso  la  zattera  ma
    proprio in quel momento sentiamo una voce che grida gemebonda:
    -  Oh,  per  piacere,  non fate così,  ragazzi...  vi giuro che non lo
    racconterò mai a nessuno!
    Un'altra voce, piuttosto forte, dice:
    - Frottole,  Jim Turner.  Non è la prima volta che fai così.  Tu  vuoi
    sempre la fetta più grossa e l'hai anche sempre avuta perché giuravi e
    spergiuravi  che  se  non  te la davano facevi la spia.  Adesso lo hai
    detto una volta di troppo.  Sei il mascalzone più avaro e traditore di
    tutto il paese.
    A  questo  punto,  ormai,  Jim  se n'era andato verso la zattera.  Io,
    invece,  ero rimasto lì che mi pareva di avere i  piedi  inchiodati  a
    terra  per  la curiosità;  e così mi dico: «Tom Sawyer non scapperebbe
    proprio adesso» e così non scappo neanch'io.  Voglio vedere  cosa  sta
    succedendo  qua  dentro.  Mi  lascio  cadere  in ginocchio nel piccolo
    corridoio e comincio ad avanzare  strisciando  gattoni  nel  buio  più
    completo  fino  a  che  non  c'era più che una sola cabina fra me e il
    quadrato degli alloggi degli ufficiali. Ed ecco che,  lì dentro,  vedo
    un uomo steso sul pavimento,  legato mani e piedi,  e altri due uomini
    curvi su di lui,  e uno aveva in mano una lanterna che faceva una luce
    fioca  fioca  mentre  l'altro stringeva una pistola.  Questo qui,  che
    puntava la pistola alla testa dell'uomo sul pavimento, diceva:
    - "Che voglia ne ho"! E dovrei anche farlo,  con uno schifoso bastardo
    come questo!
    L'uomo  sul  pavimento si contorceva come se cercasse di farsi piccolo
    piccolo e adesso dice:
    - Oh, per favore, Bill, non farlo... non lo racconterò mai a nessuno!
    Ogni volta che lui diceva così,  l'uomo con la lanterna sghignazzava e
    diceva:
    -   Eccome  "se  non  parlerai"!   Mai  detto  cosa  più  vera,   puoi
    scommetterci!  - E un'altra volta dice anche: -  Ma  sentilo  come  ci
    supplica!  Eppure  se  non  gli  saltavamo  addosso e non lo legavamo,
    questo qui ci accoppava tutti e due. E per che cosa? Così, per niente.
    Solo perché noi vogliamo quello che ci spetta di  diritto...  ecco  la
    verità!  Ma  ti  giuro che d'ora in avanti tu non minacci più nessuno,
    Jim Turner. Tira su quella pistola, Bill!
    Bill dice:
    - Niente affatto, Jake Packard. Per me, meglio farlo fuori. Lui non ha
    forse fatto fuori il vecchio Hatfield allo stesso modo?  E non  se  lo
    merita?
    - Ma io non voglio averlo morto, e ho le mie buone ragioni.
    -  Che  Dio  ti  benedica  per  queste  parole,  Jake Packard!  Non ti
    dimenticherò mai, finché sarò vivo! - dice l'uomo steso sul pavimento,
    ma balbettando come se frignasse.
    Packard invece non gli dà retta,  attacca la lanterna a  un  chiodo  e
    viene avanti verso dove ci sono io,  lì nel buio, e fa segno a Bill di
    andargli dietro.  Io batto in ritirata come un gambero,  più in fretta
    che posso,  per un paio di iarde ma il battello era talmente inclinato
    che non potevo andare più in fretta di così e  allora  perché  non  mi
    finiscano  addosso,  e  per  non  farmi  acciuffare,  m'infilo in gran
    silenzio in una cabina dalla parte  più  alta.  L'uomo  che  è  venuto
    avanti a tentoni al buio,  quando Packard arriva all'altezza della mia
    cabina dice:
    - Qui... vieni dentro qui.
    Entra,  e Bill entra subito anche lui.  Ma prima che loro arrivassero,
    io faccio in tempo a salire sulla cuccetta in alto,  ma ormai sono con
    le spalle al muro e sono proprio poco contento di  essere  finito  lì!
    Poi si fermano con le mani proprio vicino al bordo della cuccetta e si
    mettono  a  parlare.  Non potevo vederli ma potevo capire dove stavano
    dal gran puzzo di whisky,  tanto se n'erano scolato.  In quel  momento
    sono  stato contento di non bere mai whisky;  ad ogni modo non avrebbe
    fatto una gran differenza perché, per la maggior parte del tempo,  non
    potevano  scoprire  che  ero  lì  dato  che quasi non respiravo: avevo
    troppa paura.  A parte il fatto che nessuno avrebbe  potuto  respirare
    ascoltando  quello che dicevano.  Parlavano a bassa voce,  ma facevano
    sul serio,  quelli lì!  Bill voleva ammazzare Turner.  Così a  un  bel
    momento dice:
    - Diceva che lo spifferava in giro, e puoi star sicuro che lo farà. Se
    anche  adesso  gli  diamo  le  nostre  due  parti  non  fa più nessuna
    differenza dopo la lite  che  c'è  stata  e  il  modo  come  l'abbiamo
    trattato.  Quant'è  vero  che  sei  nato,  quello  va  in  tribunale a
    presentarsi e a testimoniare contro  di  noi.  Così  adesso  stammi  a
    sentire. Io lo cavo fuori dai suoi guai, e basta.
    - Anch'io - dice Packard, tranquillissimo.
    -  Che mi venga un accidente,  quasi quasi cominciavo a pensare che tu
    non eri d'accordo! Be', allora è tutto a posto.  E adesso sbrighiamoci
    a sistemare questa faccenda.
    - Aspetta un minuto;  non ho detto ancora la mia.  Ascolta: sparare va
    benissimo ma ci sono  modi  più  silenziosi  se  la  cosa  va  davvero
    risolta.  Però  "io" dico questo: che senso ha strizzare l'occhio alla
    forca se si può ottenere quello che si vuole  con  un  sistema  che  è
    altrettanto  buono ma,  nello stesso tempo,  non ti fa correre rischi.
    Non è così, forse?
    - Puoi scommetterci! Ma come pensi di cavartela questa volta?
    - Be',  la mia idea è questa: vediamo  di  dare  una  bella  ripassata
    dappertutto  e di mettere insieme quel che magari ci è scappato prima,
    anche se è poca roba,  nelle cabine;  poi si porta tutto a terra e  si
    nasconde il malloppo.  E poi si aspetta. Io ti dico che questo relitto
    ormai non ci mette neanche due ore a sfasciarsi del tutto e ad  essere
    trascinato via dal fiume. Capisci? Lui annega e non può dar la colpa a
    nessuno  di  quello che è successo se non a se stesso.  Io penso che è
    molto,  ma molto  meglio,  che  accopparlo.  Non  sono  favorevole  ad
    accoppare  un  uomo  fintantoché  si  può  farne a meno.  E' contro la
    morale. E non è neanche sensato. Non ho ragione?
    - Sì... direi di sì.  Proviamo a supporre che il relitto non si sfasci
    e che non affondi: e allora?
    - Be',  possiamo sempre aspettare un paio d'ore e vedere come si mette
    la faccenda, no?
    - D'accordo, allora vieni.
    Così se ne vanno e io salto giù,  che sono tutto un sudore  e  sguscio
    fuori.  Lì  c'era  nero come la pece e io provo a dire: - Jim!  - e le
    parole mi vengono fuori in  una  specie  di  rauco  bisbiglio;  e  lui
    risponde,  proprio lì, al mio fianco, con una specie di grugnito. E io
    dico:
    - Presto,  Jim,  non c'è tempo  da  perdere,  non  stiamo  più  qui  a
    lamentarci.  A  bordo  c'è una banda di assassini e se non si riesce a
    trovare la loro barca e a mandarla alla deriva giù per il  fiume  così
    che  non possono più allontanarsi dal relitto,  uno di loro passerà un
    brutto guaio. Mentre, invece, se troviamo la loro barca,  allora siamo
    noi  che  li  mettiamo tutti in un brutto guaio...  perché lo sceriffo
    verrà a prenderseli.  Presto...  spicciati!  Io cerco a babordo e tu a
    tribordo. Comincia dalla zattera e...
    - Oh,  Signore Iddio benedetto, Signore Iddio! "Zattera"... ma non c'è
    più nessuna zattera perché si è slegata  la  fune  all'attracco  ed  è
    filata via... e noi siamo rimasti qui!
    NOTE.
    NOTA  1:  "Wigwam" è la tenda indiana fatta di cuoio montato su legno.
    Qui indica un riparo.
    NOTA 2: "Cantalupo" è una varietà di melone succoso e dolce.
    NOTA 3: "Osteriggio" è la copertura mobile che protegge  dall'acqua  e
    dalla pioggia le aperture sul ponte di una nave. Serve per dare luce e
    aria ai locali sottostanti.