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Il giornalino di Gian Burrasca
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Vamba.
Il giornalino di Gian Burrasca.
Vamba è lo pseudonimo di Luigi Bertelli (Firenze, 1860-1920).
"Il Giornalino di Gian Burrasca" è stato pubblicato a puntate tra il 1907 e il 1908
su
"Il Giornalino della Domenica".
1.
Ecco fatto. Ho voluto ricopiare qui in questo mio giornalino il foglietto del calendario d'oggi che segna l'entrata delle truppe italiane in Roma e che è anche il giorno che son nato io come ci ho scritto sotto perché‚ gli amici che vengono in casa si ricordino di farmi il regalo.
LUNA PIENA
SETTEMBRE
20
MERCOLEDI'
S. Eustachio, soldato e m.
1870. Entrata delle truppe italiane in Roma.
1897. Nascita di Giannino.
La mamma me ne ha fatto uno proprio bello dandomi questo giornalino perché‚ ci scriva i miei pensieri e quello che mi succede. Che bel libro, con la rilegatura di tela rossa e tutte le pagine bianche che non so davvero come farò a riempire! Ed era tanto che mi struggevo di avere un giornalino mio, dove scriverci le mie memorie, come quello che hanno le mie sorelle Ada, Luisa e Virginia che tutte le sere prima d'andare a letto, coi capelli sulle spalle e mezzo spogliate, stanno a scrivere delle ore intere.
Non so davvero dove trovino tante cose da scrivere quelle ragazze!
Io invece non so più che cosa dire, e allora come farò a riempire tutte le tue pagine bianche, mio caro giornalino? Mi aiuterò con la mia facilità di disegnare e farò qui in fondo alla pagina il mio ritratto come sono ora all'età di nove anni finiti.
Però in un giornalino bello come questo bisognerebbe metterci dei pensieri, delle riflessioni...
Mi viene un'idea! Se ricopiassi qui un po' del giornalino di Ada che giusto è fuori insieme alla mamma a far delle visite?
Ecco qui, sono andato su in camera di Ada, ho aperto la cassetta della sua scrivania, le ho preso il suo giornale di memorie e ora posso copiare in pace.
"Oh, se quel vecchiaccio del Capitani non tornasse più! Ed invece, è venuto anche stasera. E' impossibile! Non mi piace! Non mi piace, e non mi piacerà mai, mai, mai... La mamma ha detto che è molto ricco; e che se mi chiedesse in moglie, dovrei sposarlo. Non è una crudeltà questa? Povero cuore mio! perché‚ ti mettono a tali torture?! Egli ha certe mani grandi e rosse, e col babbo non sa parlare d'altro che di vino e di olio, di campi, di contadini e di bestie; e se lo avessi
veduto, almeno una volta vestito a modo... Oh, se questa storia finisse; se non venisse più: mi metterei l'anima in pace... Iersera, mentre l'accompagnavo all'uscio, ed eravamo soli nella stanza d'ingresso, voleva baciarmi la mano; ma io fui pronta a scappare, e rimase con un palmo di naso... Almeno se fosse come il mio caro Alberto De Renzis. Che peccato che Alberto non sia altro che un misero impiegatuccio... Mi fa continuamente delle scenate, e io non ne posso più! Che delusione! Che delusione è la vita... Mi sento proprio infelice!!!..."
E ora basta, perché‚ ho empito due pagine.
Ti riapro prima d'andare a letto, giornalino mio, perché‚ stasera m'è successo un affare serio.
Verso le 8, come al solito, è venuto il signor Adolfo Capitani. E' un coso vecchio, brutto, grosso grosso e rosso... Le mie sorelle hanno proprio ragione di canzonarlo!
Dunque io ero in salotto col mio giornalino in mano quando ad un tratto lui mi dice con quella sua vociaccia di gatto scorticato: Cosa legge di bello il nostro Giannino? Io naturalmente gli ho dato subito il mio libro di memorie ed egli si è messo a leggerlo forte davanti a tutti.
Da principio la mamma e le mie sorelle ridevano come matte. Ma appena ha incominciato a leggere il pezzo che ho copiato dal giornalino di Ada questa si è messa a urlare e faceva di tutto per strapparglielo di mano, ma lui duro; ha voluto arrivar fino in fondo e poi serio serio mi ha detto:
- perché‚ hai scritto tutte queste sciocchezze?
Io gli ho risposto che non potevano essere sciocchezze perché‚ le aveva scritte nel suo libro di memorie Ada che è la mia sorella maggiore e perciò ha più giudizio di me e sa quello che dice.
Appena detto questo il signor Capitani si è alzato serio serio, ha preso il cappello e se n'è andato via senza salutare nessuno.
Bella educazione!
E allora la Mamma invece di pigliarsela con lui se l'è presa con me, gridando e minacciando, e quella stupida di Ada si è messa a piangere come una fontana!
Andate a far del bene alle sorelle maggiori!
Basta! Sarà meglio andare a letto. Ma intanto son contento perché‚ ho potuto empire tre pagine zeppe zeppe del mio caro giornalino!
21 Settembre
Son proprio nato disgraziato!
In casa non mi possono più soffrire e tutti non fanno altro che dire che per colpa mia è andato all'aria un matrimonio che per i tempi che corrono era una gran fortuna, che un marito come il signor Capitani, con ventimila lire di rendita, non si trova tutti i giorni, che Ada sarà condannata a restare zittella tutta la vita come la zia Bettina, e via e dàlli, una quantità di storie che non finiscono mai.
Io vorrei sapere che gran male ho fatto alla fin fine, per copiare un pensiero dallo scartafaccio di mia sorella!
Oh ma da ora in avanti, o bene o male, giuro che il giornalino lo scriverò tutto da me, perché‚ tutte queste scempiaggini delle mie sorelle mi dànno ai nervi.
Dopo il fatto di ieri sera, pareva che stamani fosse successa a casa una gran disgrazia. Era già sonato da un bel pezzo mezzogiorno, e non c'era nemmeno l'idea di mettersi a tavola a far colazione come gli altri giorni. Io non ne potevo più dalla fame; zitto zitto sono andato in salotto da pranzo, ho preso dalla credenza tre panini, un bel grappolo d'uva, un'infinità di fichi dottati, e con la lenza sotto il braccio mi sono avviato verso il fiume per mangiare in pace. Dopo mi son messo a pescare, e non pensavo che ad acchiappare i pesciolini, quando ad un tratto, ho sentito dare uno strattone alla canna che reggevo in mano; forse mi sarò proteso un po' troppo in avanti, perché‚... giù, pùnfete! sono cascato nell'acqua! Voi non ci crederete: ma in quel momento non ho potuto fare a meno di pensare fra me e me: Ecco, i miei genitori e le mie sorelle saranno contenti ora di non
avermi più tra i piedi! Ora non diranno più che son la rovina della casa! Non mi chiameranno più "Gian Burrasca" di soprannome che mi fa tanta rabbia!
Affondavo giù giù nell'acqua, e non capivo più nulla, quando mi son sentito tirar su da due braccia d'acciaio. Ho respirato a pieni polmoni l'aria fresca di settembre, e subito, sentendomi meglio, ho domandato al barcaiuolo che mi teneva in collo, se aveva pensato di mettere in salvo anche la mia povera lenza!
Non so perché‚ la mia mamma abbia pianto tanto, quando Gigi mi ha riportato a casa fradicio mezzo. Io stavo benissimo e glielo dicevo ma le mie parole erano dette al vento, perché‚ le lacrime della mamma pareva che non finissero mai. Come ero contento di essere cascato nel fiume, e di avere corso il rischio di affogare! Se no, non avrei avuto tanti complimenti, n‚ tutte quelle moine.
Luisa mi ha messo subito a letto; Ada mi ha portato una tazza di brodo caldo bollente; e tutti, anche le persone di servizio, sono stati intorno a me, fino all'ora di andare a desinare. Poi lasciandomi così infagottato nelle coperte da farmi davvero morire di soffocazione, sono andati giù raccomandandomi di star buono e di non muovermi.
Ma era possibile questo, per un ragazzo della mia età? Che cosa ho fatto appena son rimasto solo? Mi sono levato, ho tirato fuori dall'armadio il mio vestitino buono alla marinara, mi son vestito, e scendendo pian piano le scale per non farmi sentire, sono andato a nascondermi dietro la tenda della finestra in salotto. Se mi avessero scoperto quante gridate avrei avuto!... Non so come sia andata, che mi sono addormentato quasi subito; forse avevo sonno, o ero stanco. Il fatto è che dopo una buona dormita ho aperto gli occhi; e da una fessura della tenda ho veduto Luisa seduta sul sofà, accanto al dottor Collalto, che chiacchieravano a voce bassa. Virginia strimpellava il piano, in un angolo della stanza. Ada non c'era; era andata certo a letto, perché‚ sapeva che il Capitani non veniva.
- Ci vorrà almeno un anno - diceva lui. - Il dottor Baldi, sai, comincia a diventar vecchio, e mi ha promesso di prendermi come suo aiuto. Ti dispiace aspettare, amor mio?
- Oh no: e a te? - ha risposto Luisa, e tutti e due si sono messi a ridere.
- Ma non lo dire ancora a nessuno - ha continuato lui.- Prima di dichiararci fidanzati in pubblico voglio avere una posizione sicura... - Oh ti pare? sarebbe una sciocchezza.
Mia sorella aveva appena finito di dire così, che si alzò a un tratto, attraversò il salotto e si mise a sedere lontana dal dottor Collalto. In quel momento appunto entravano nella stanza le Mannelli.
Tutti non facevano che domandare con grande interesse, come stava il povero Giannino quando la mamma si precipita in salotto, con un viso bianco da far paura, urlando che ero scappato dal letto, che mi aveva cercato dappertutto, ma che non mi aveva potuto trovare. Allora perché‚ non si affannasse di più, esco dal nascondiglio cacciando un grande urlo.
Che paura hanno avuto tutti!
- Giannino, Giannino! - si lamentava la mamma piangendo - mi farai ammalare, se seguiti così. Mi farai ammalare...
- Come! Sei stato tutto questo tempo dietro la tenda? - mi ha domandato Luisa, facendosi di mille colori.
- Certo: mi predicate sempre di dire la verità; e allora, perché‚ non dite alle vostre amiche, che siete promessi sposi? - ho risposto rivolgendomi a lei e al dottore.
Mia sorella mi ha preso per un braccio trascinandomi fuori della stanza.
- Lasciami! Lasciami! - gridavo. - Vado da me solo. perché‚ ti sei rizzata in piedi quando hai sentito toccare il campanello? Collalto... - ma non ho potuto finire la frase, perché‚ Luisa mi ha tappato la bocca, sbatacchiando l'uscio.
- Avrei una gran voglia di bastonarti - e cominciava a piangere.Collalto non te la perdonerà più - e singhiozzava, singhiozzava, poverina, come se avesse perduto il più gran tesoro del mondo.
- Smetti di piangere, sorellina mia - io le dicevo. - Ti pare che
sarei venuto fuori dalla tenda senza dir nulla, se sapevo che il dottore è tanto pauroso? -
In quella è venuta la mamma che mi ha riportato a letto, raccomandando a Caterina di non lasciarmi finch‚ non fossi bene addormentato.
Ma come avrei potuto dormire, giornalino mio caro, senza prima confidarti tutte le peripezie della giornata? Caterina non ne può più dal sonno, e ogni volta che sbadiglia, pare che la testa le debba cascare giù dal collo.
Addio, giornalino, addio per stasera.
7 Ottobre
Sono due settimane che non ho più scritto una parola nel mio giornale, perché‚ mi sono ammalato da quel giorno famoso che fui per affogare e che scappai dal letto mentre sudavo. Collalto è venuto su a vedermi due volte al giorno; ed è stato così buono con me, che quasi quasi sento rimorso di averlo fatto spaventare quella sera. Quanto tempo mi ci vorrà per guarire?... Stamani sentivo Ada e Virginia che parlavano insieme nel corridoio: com'è naturale mi sono messo ad ascoltare quello che dicevano. Pare che ci sarà nientemeno che una festa di ballo in casa nostra.
Virginia diceva che era contentissima che io sia a letto; così si sentiva più tranquilla ed era sicura della riuscita della festa. Essa spera che io debba rimanere in camera un mese intero. Non so capire perché‚ le sorelle maggiori non vogliano bene ai fratelli più piccoli... Ed io, invece, sono così buono con Virginia... Quando sto bene vado anche due volte il giorno alla posta, a prenderle e ad impostarle le lettere; qualche volta, non dico, ne avrò perduta qualcuna; ma essa non l'ha mai saputo e non ha nessuna ragione di avercela con me! Oggi mi sentivo così bene, che mi è venuta la voglia di levarmi. Verso le tre quando ho sentito venir su per le scale Caterina che mi portava la merenda, sono sgusciato dal letto, mi sono nascosto dietro l'uscio di camera tutto imbacuccato in uno sciallone nero della mamma, e mentre la cameriera stava per entrare, le sono saltato addosso, abbaiando come un cane... Che credi che abbia fatto quella stupida?... Dalla paura ha lasciato cascare in terra il vassoio che reggeva con tutt'e due le mani... Che peccato!... Il bricco di porcellana celeste è andato in mille pezzi; il caffè e latte si è rovesciato sul tappetino che la mamma mi aveva comprato ieri; e quella sciocca ha cominciato a urlare così forte che il babbo, la mamma, le mie sorelle, la cuoca e Giovanni sono corsi su tutti spaventati per vedere quello che era successo... Ci può essere una ragazza più oca di quella?... Al solito, io sono stato gridato... Ma... appena sono guarito, voglio scappare da questa casa, e andare lontano lontano, così impareranno a trattare i ragazzi come si deve! ...
Finalmente stamani ho avuto il permesso di alzarmi... Ma era possibile che un ragazzo come me potesse stare fermo fermo fermo su di una poltrona, con una coperta di lana sulle gambe? C'era da morire di noia; così mentre Caterina era andata giù un momento a prendermi un bicchiere di acqua inzuccherata, con la scusa che avevo sete, lesto butto via ogni cosa, e me ne vo in camera di Luisa a guardare tutte quelle fotografie che tiene serbate dentro la cassetta della sua scrivania. Le mie sorelle erano in salotto con un'amica, la signorina Rossi. Caterina, appena tornata col bicchiere d'acqua e lo zucchero, mi cerca dappertutto, inutilmente... Sfido!... Mi ero nascosto dentro l'armadio...
Che risate matte ho fatto, con quei ritratti... Su uno c'era scritto: "Un vero imbecille!"... Su un altro: "Oh, carino davvero!"... Su un altro: "Mi ha chiesto, ma... fossi minchiona!"... E in altri: "Simpaticone!!!!... oppure: "Che bocca!"... In uno poi c'era scritto: "Ritratto di un ciuco!"...
In tutti c'era una frase di questo genere. Io mi sono impossessato di circa una dozzina di fotografie delle persone che conosco, per fare qualche burletta innocente, appena uscirò di casa; poi ho richiuso per benino la cassetta, in modo che Luisa non si accorgerà di nulla...
Ma io non avevo voglia di ritornare nella mia stanzaccia tutta sporca e in disordine; non avevo voglia di annoiarmi. Se mi mascherassi da
donna? ho pensato a un tratto.
Ho trovato un busto vecchio di Luisa, una sottana bianca inamidata con lo strascico, le ho preso dall'armadio il vestito di batista color di rosa a tramezzi di trina e ho cominciato a vestirmi. La gonnella era un po' stretta alla vita e ho dovuto appuntarla con gli spilli. Mi son bene unto le gote con una pomata color di rosa di un vasettino, e mi sono guardato allo specchio... Misericordia!... non ero più io... Che bella signorina ero diventato!... Che invidia, che invidia, avranno di me le mie sorelle! ho esclamato, fuori di me dalla contentezza!
E così dicendo ero arrivato in fondo alle scale proprio quando la signorina Rossi stava per andarsene. Che chiasso!
- Il mio vestito di batista rosa! - ha urlato Luisa facendosi smorta in viso dalla stizza. -
La signorina Bice mi ha preso per un braccio rivolgendomi alla luce, e: "Da che parte ti sono venute quelle belle gote rosse, Giannino?" mi ha detto in aria di canzonatura.
Luisa mi ha fatto cenno che non parlassi; ma io facendo finta di non vederla, ho risposto: "Ho trovato una pomata in una cassetta..." E quella signorina ha cominciato a ridere in un modo così malizioso, che non so quello che le avrei fatto.
Mia sorella ha detto che Bice Rossi è una pettegola, che non le parrà vero di andare a raccontare a tutti che mia sorella si tinge la faccia; e questo poi non è vero, e lo potrei giurare, perché‚ quella pasta serve a colorire i fiori di seta che Luisa sa fare tanto bene per guarnire i cappelli.
Stavo per ritornare in camera alla svelta allorch‚ mi sono fermato davanti a Luisa e guardandola fissa le ho strappato una gala in fondo al vestito. Non l'avessi mai fatto... E' diventata una furia, e mi ha dato uno schiaffo...- Ah signorina!... - ho detto fra me e me. - Se sapesse che le ho preso i ritratti! -
Le sorelle credono che le gote dei ragazzi sieno fatte apposta per essere schiaffeggiate... Se sapessero invece, i pensieri tetri e disperati che ci vengono in mente quando fanno così... Sono stato zitto, ma... a domani!
2.
8 Ottobre.
Ah! come mi son divertito oggi a andare a trovare tutti gli originali delle fotografie che presi alle mie sorelle!
Ho incominciato da Carlo Nelli, il padrone di quel bel negozio di mode che è nel Corso e che va vestito sempre tutto per l'appunto e che cammina sempre in punta di piedi perché‚ ha le scarpe troppo strette, il quale appena mi ha visto entrare mi ha detto:
- Oh Giannino, sei guarito bene?
Io gli ho detto di sì, e poi ho risposto perbene a tutte le domande che mi faceva ed egli mi ha regalato una bella cravatta tutta rossa. Io l'ho ringraziato come era mio dovere, e siccome lui ha ricominciato a rivolgermi delle interrogazioni sulle mie sorelle, io ho creduto bene che quello fosse il momento buono per tirar fuori la fotografia. Sotto c'era scritto a penna: "vecchio gommeux"; ma non so che cosa volesse dire.
Di più gli erano stati allungati i baffi e allargata la bocca fino alle orecchie.
Lui nel vedere il suo ritratto ridotto a quel modo è diventato rosso come un peperone e ha detto subito:
- Ah! sei stato tu, eh brutto birbante? -
Io gli ho risposto di no, che avevo trovato le fotografie a quel modo in camera delle mie sorelle e sono scappato via perché‚ aveva un viso da far paura, e poi non volevo più perder tempo con lui a dargli altre spiegazioni, avendo da distribuire le altre fotografie che avevo preso.
Infatti sono andato subito in farmacia da Pietrino Masi.
Come è brutto, povero Pietrino, con quei capellacci rossi e con quella faccia gialla tutta butterata! Ma lui non se lo figura nemmeno...
- Buongiorno, Pietro - gli ho detto.
- O Giannino! - mi ha risposto - E a casa stanno tutti bene?
- Sì, e tanti saluti da tutti. -
Lui allora ha tirato giù dallo scaffale un bel barattolo di vetro bianco e mi ha detto:
- Che ti piacciono le pasticche di menta?
E senza aspettare che gli rispondessi me ne ha date una manciata di tutti i colori.
E' proprio vero che i ragazzi che hanno la fortuna d'avere delle sorelle simpatiche ricevon sempre mille attenzioni dai giovinotti!
Io ho preso tutte le pasticche e poi gli ho tirato fuori la fotografia e facendogli l'occhio pio gli ho detto:
- Guarda qui: l'ho trovata in casa stamani.
- Fammi vedere! - E Pietrino Masi ha steso la mano ma io non gli volevo dare il ritratto a nessun costo però lui me l'ha presa per forza e così ha potuto leggere quel che c'era scritto di dietro col lapis blù:
"Ha chiesto la mia mano, ma fossi minchiona!".
Pietrino è diventato bianco come questo foglio, e lì per lì credevo perfino che gli venisse uno svenimento. Ma invece ha detto digrignando i denti:
- E' una vergogna che le tue sorelle piglino così in giro le persone perbene, hai capito? -
Bench‚ io avessi capito benissimo, lui per spiegarmelo meglio ha alzato una gamba per appiccicarmi un calcio, ma io ho fatto una cilecca e ho infilato svelto svelto la porta, e mi c'è entrato anche di pigliare un'altra manciata di pasticche di menta che erano rimaste sparse sul banco. E sono andato da Ugo Bellini.
Ugo Bellini è un avvocato giovanissimo - avrà ventitr‚ anni - e sta nello studio insieme al suo babbo che è avvocato anche lui, ma di quelli bravi, e sta in Via Vittorio Emanuele al numero 18. Ugo, a vederlo camminare, par che sia chi sa chi; va via tutto impettito, col naso per aria e quando discorre ha una voce da basso profondo che pare se la faccia venir su dalle suola delle scarpe.
E' proprio buffo, e le mie sorelle hanno ragione; ma io nel presentarmi a lui avevo un po' di tremarella, perché‚ è un tipo che non vuole scherzi. Mi sono affacciato all'uscio e gli ho detto:
- Scusi, sta qui il "Vecchio Silva Stendere"?
- Ma che hai? - ha risposto.
- Ecco, ho qui una fotografia per lui!
E gli ho consegnato il suo ritratto sotto il quale era scritto: "Pare il Vecchio Silva Stendere". Come è buffo! Ugo Bellini l'ha preso e io via, di corsa! Gli deve aver fatto un grande effetto perché‚ mentre scendevo le scale l'ho sentito urlare col suo vocione terribile:
- Maleducate! Pettegole! Sguaiate! -
Ah! Ma se seguitassi a scrivere tutte le scene di stamani, stasera non andrei più a letto!
Che faccie spaurite facevano tutti quei giovanotti appena avevan sott'occhio la loro fotografia, mentre io invece mi sentivo scoppiar dal ridere vedendo tutte le smorfie che facevano!
Ma quello che mi ha fatto ridere più di tutti è stato Gino Viani quando gli ho dato la sua fotografia ove in fondo era scritto: "Ritratto d'un ciuco". Poveretto! Gli son venute le lacrime agli occhi e ha detto con un filo di voce:
- La mia vita è spezzata! -
Ma non era vero niente perché‚ se gli si fosse spezzato la vita non avrebbe potuto camminare in su e in giù per la stanza come faceva, borbottando una quantità di parole senza senso comune.
9 Ottobre.
Oggi Ada, Luisa e Virginia hanno tormentato tutto il giorno la mamma perché‚ acconsentisse a dare quella famosa festa da ballo della quale esse chiacchieran tra loro da tanto tempo. Prega e riprega, la mamma che è tanto buona ha finito per contentarle e la festa è stata fissata per martedì di quest'altra settimana.
Il bello è che discorrendo degli inviti da fare hanno rammentato, naturalmente, anche tutti quelli ai quali ho portato ieri le
fotografie.
Figuriamoci se, dopo quei complimenti scritti dalle mie sorelle in fondo ai loro ritratti, avranno voglia di venir a ballar con loro!
12 Ottobre.
Mio caro giornalino, ho tanto bisogno di sfogarmi con te!
Pare impossibile, ma è proprio vero che i ragazzi non vengono al mondo che per fare dei malanni, e sarebbe bene che non ne nascesse più nessuno, così i loro genitori sarebbero contenti!
Quante cose mi son successe ieri, e ne avrei tante da confidarti, giornalino mio! Ma appunto perché‚ ne ho avute tante non mi è stato possibile scriverle. Ah sì, quante ne ho avute ieri!... E anche ora duro fatica a muovermi e non posso star neppure a sedere a causa di tutte quelle cose che ho detto e che mi ci hanno lasciato, con rispetto parlando, certi vesciconi alti un dito...
Ma ho giurato oggi di descrivere il fatto come è andato, e bench‚ soffra tanto a stare a sedere, voglio confidare qui tutte le mie sventure...
Ah giornalino mio, quanto soffro, quanto soffro!... E sempre per la verità e per la giustizia!...
Ti dissi già l'altro giorno che le mie sorelle avevano avuto dalla mamma il permesso di dare una festa da ballo in casa nostra; e non ti so dire come erano tutte eccitate da questo pensiero. Andavano e venivano per le stanze, bisbigliavan tra loro, sempre tutte affaccendate... Non si pensava ad altro, non si parlava d'altro.
Ieri l'altro, dopo colazione, si eran riunite in salotto a far la nota degli invitati e parevan tutte al colmo della contentezza. A un tratto, eccoti una grande scampanellata, e le mie sorelle sospendendo la nota degli invitati si mettono a cinguettare:
- Chi sarà a quest'ora? - E che scampanellata!... Non può esser che un contadino! - Certo, una persona senza educazione...
In quel momento comparisce la Caterina sulla porta esclamando:
- Ah signorine, che sorpresa!... -
E dietro di lei eccoti la zia Bettina... proprio la zia Bettina in pelle e in ossa, la zia Bettina che sta in campagna e che viene a trovarci due volte l'anno.
Le ragazze dissero con un filo di voce:
- Uh, che bella sorpresa! -
Ma diventarono livide dalla bile, e con la scusa di andare a farle preparare la camera piantarono la zia con la mamma e andarono a riunirsi nella stanza da lavoro. Io le seguii per godermi la scena.
- Ah brutta vecchiaccia! - disse Ada con gli occhi pieni di lacrime.
- E figuriamoci se non si tratterrà! - esclamò Virginia con aria ironica. - E come sarà contenta, anzi, di aver l'occasione della festa da ballo per mettersi il suo vestito di seta verde e i suoi guanti gialli di cotone e la cuffietta lilla in capo!
- Ci farà fare il viso rosso! - soggiunse la Luisa disperata. Ah, è impossibile, ecco! Io mi vergogno di presentare una zia così ridicola! -
La zia Bettina è ricca straricca, ma è così antica, poveretta! Così antica che pare uscita dall'arca di Noè: con la differenza che gli animali dall'arca di Noè vennero fuori tutti a coppia, e la zia Bettina, invece, era venuta sola, perché‚ non ha mai trovato un cane di marito!
Dunque le mie sorelle non volevano che la zia rimanesse alla festa da ballo. E siamo giusti: non avevano forse ragione, povere ragazze? Dopo essersi tanto affaccendate perché‚ la festa riuscisse bene, non era un vero peccato che questa vecchia ridicola venisse a compromettere l'esito della serata?
Bisognava salvare la situazione. Bisognava che qualcuno si sacrificasse per la loro felicità. Ah! non è forse una nobile azione per un ragazzo di cuore il sacrificio per la felicità delle sue proprie sorelle?
Io avevo il rimorso della vendetta che m'ero già presa di loro con la brutta celia delle fotografie e decisi subito di compensare le vittime con una buona azione.
Perciò ieri l'altro sera, dopo pranzo, presi da parte la zia Bettina e col tono serio che meritava la circostanza le dissi pigliandola alla larga:
- Cara zia, vuol fare una cosa gradita alle sue nipoti?
- Che dici?
- Le dico questo: se lei vuol proprio contente le sue nipoti, faccia il piacere di andarsene prima della festa da ballo. Capirà, lei è troppo vecchia e poi si veste in modo troppo ridicolo per queste feste, ed è naturale che non ce la vogliano. Non dica che glie l'ho ridetto io; ma dia retta a me, ritorni a casa sua lunedì e le sue nipoti gliene saranno infinitamente grate. -
Ora domando io: doveva la zia inquietarsi, dopo che le avevo parlato con tanta franchezza? E doveva, dopo che l'avevo pregata di non dir nulla a nessuno, andare a spifferare ogni cosa a tutti, giurando e spergiurando che la mattina dopo, appena alzata, sarebbe ripartita?
E la zia Bettina infatti è andata via ieri mattina, facendo il solenne giuramento di non metter mai più piede in casa nostra.
Ma questo non è tutto. Pare che il babbo le avesse chiesto in prestito una certa somma di danaro, perché‚ essa gli ha rinfacciato il favore che gli aveva fatto dicendo che era una vera vergogna il dare le feste da ballo con i quattrini degli altri!
Che colpa avevo io di tutto questo?
Ma al solito, la stizza di tutti si è riversata su un povero ragazzo di nove anni!
Non voglio avvilire queste pagine col raccontare tutto quel che ho sofferto. Basti dire che iermattina, appena appena partita la zia Bettina, la persone che più dovrebbero volermi bene in questo mondo, mi hanno calato i calzoncini e giù, frustate senza pietà...
Ahi, Ahi! Non posso più stare a sedere... E oltre al dolore c'è anche la preoccupazione per la festa da ballo. I preparativi son quasi finiti, e io non sono punto tranquillo per quell'affare delle fotografie...
Basta: Dio ce la mandi buona, giornalino mio, e senza vento!
3.
15 Ottobre.
Siamo al famoso martedì, causa di tutte le agitazioni di questi giorni...
Caterina mi ha messo il vestito nuovo e quella bella cravatta rossa tutta di seta che mi ha regalato l'altro giorno Carlo Nelli, quello della fotografia dov'era scritto: "vecchio gommeux".
Le mie sorelle mi hanno fatto una predica lunga come una quaresima, con le solite raccomandazioni d'esser buono, di non far niente di male, di comportarmi educatamente con le persone che verranno in casa, e altre simili uggiosità che tutti i ragazzi sanno a memoria a forza di sentirsele ripetere a tutte l'ore, e che si stanno a sentire proprio per dar prova della nostra condiscendenza verso i nostri maggiori, pensando invece a tutt'altre cose.
Naturalmente io ho risposto sempre di sì, e allora ho avuto il permesso d'uscir di camera e girare per tutte le stanze del pian terreno.
Che bellezza! Tutto è pronto per la festa che comincerà fra poco. La casa è tutta illuminata e mille fiammelle di luce elettrica risplendono qua e là riflettendosi negli specchi, mentre ogni sorta di fiori sparsi per tutto fan bella mostra dei lor vivaci colori ed espandono per le sale i loro grati e delicati profumi.
Ma il più grato profumo è quello della crema alla cioccolata e alla vaniglia nelle grandi scodelle d'argento e della gelatina gialla e rossa che trema nei vassoi, e di quei monti di pasticcini e di biscotti d'ogni qualità che si inalzano in salotto da pranzo, sulla tavola ricoperta da una bella tovaglia tutta ricamata.
Dovunque è un allegro scintillìo di cristalli e d'argento...
Le mie sorelle sono bellissime, tutte vestite di bianco, scollate, con le gote rosse e gli occhi raggianti di felicità. Esse girano per tutto per vedere se ogni cosa è in ordine e accorrono a ricevere gli
invitati.
Io sono venuto su a pigliare questi appunti sulla festa. ora che ho la mente serena... perché‚ dopo, giornalino mio, non posso garantire se sarò in grado di confidarti ancora le mie impressioni.
Ho fretta d'andare a letto, ma prima voglio raccontar qui come sono andate le cose.
Quando son ritornato al pian terreno erano già venute le signorine di nostra conoscenza, come sarebbero le Mannelli, le Fabiani, Bice Rossi, le Carlini e tante altre tra le quali quella seccherellona della Merope Santini che si dà il belletto in modo indecente e alla quale la mia sorella Virginia ha appioppato il nome d'"uscio ritinto".
Le ragazze erano molte, ma di uomini non c'erano che il dottor Collalto, il fidanzato di Luisa, e il sonatore di pianoforte che stava a sedere con le braccia incrociate aspettando il segnale per eseguire il primo ballabile.
L'orologio segnava le nove; e il sonatore ha incominciato a sonare una polca, ma le signorine seguitavano a girar per la sala chiacchierando tra di loro.
Poi il sonatore ha sonato una mazurca e due o tre ragazze si son decise a ballar tra loro, ma non si divertivano. E intanto l'orologio segnava già le nove e mezza.
Le mie povere sorelle non levavano gli occhi dalle lancette che per rivolgerli all'uscio d'ingresso; e avevano un'aria così desolata che facevano proprio compassione.
Anche la mamma era molto preoccupata, tant'è vero che mi son potuto ingoiare quattro gelati uno dietro l'altro senza che neppure se n'accorgesse.
Come mi rimordeva la coscienza!
Finalmente, quando mancavano pochi minuti alle dieci, si è sentito una scampanellata.
Questa sonata di campanello ha rallegrato le invitate più di tutte le sonate fatte fino allora sul pianoforte. Tutte le signorine hanno dato un gran respirone di sollievo, voltandosi verso la porta d'ingresso in attesa dei ballerini da tanto tempo aspettati. Le mie sorelle si son precipitate per far gli onori di casa...
Ed ecco che, invece degli invitati, entra Caterina con una gran lettera e la porge all'Ada. Luisa e Virginia le si fanno attorno esclamando: - Qualcuno che si scusa di non poter venire! -
Altro che scusa! Quella non era una lettera, n‚ un biglietto: era una fotografia che esse conoscevano benissimo e che era stata per tanto tempo chiusa nella scrivania di Luisa.
Le mie sorelle son diventate di mille colori, e passata la prima impressione son cominciate fra loro le interrogazioni:
- Ma come mai? Ma come può essere? Ma com'è stato?... -
Ma di là a poco un'altra scampanellata... Le invitate si voltano daccapo verso l'ingresso aspettando sempre un ballerino, e come prima si presenta invece Caterina con un'altra lettera che le mie sorelle aprono trepidanti: è un'altra delle fotografie da me recapitate l'altro giorno ai rispettivi originali.
E dopo cinque minuti un'altra scampanellata e un'altra fotografia... Le mie povere sorelle erano diventate di mille colori; io ero così mortificato nel pensare che ero io l'unica causa di questi loro dispiaceri, che mi misi a mangiar panini gravidi per distrarmi, ma non mi fu possibile perché‚ il rimorso era troppo grande, e avrei pagato chi sa che per trovarmi non so dove pur di non vedere le mie povere sorelle in quello stato.
Finalmente son venuti Ugo Fabiani ed Eugenio Tinti che sono stati festeggiati più d'Orazio Coclite dopo la sua vittoria contro i Curiazi. Ma io ho capito perché‚ il Fabiani e il Tinti non avevano fatto come gli altri invitati! Mi son ricordato che sul ritratto del Fabiani era scritto: - "Che caro giovane!" - e su quello del Tinti: "Bello, bellissimo, troppo bello per questa terra!" -
Ma anche essendo in tre ballerini, compreso il Collalto che balla come un orso, come potevano fare a contentare una ventina di signorine?
A un certo punto hanno fatto un "carr‚" di "lancieri", ma una ragazza
ha dovuto far da uomo, e così è finito che hanno imbrogliato ogni cosa, ma senza che l'imbroglio facesse rider nessuno.
Le più maligne bensì, come la Bice, ridevano tra loro nel vedere che la festa non era riuscita e che le mie povere sorelle avevano quasi le lacrime agli occhi.
Una cosa molto riuscita, invece, sono stati i rinfreschi ma, come ho detto prima, io ero molto angustiato, sicch‚ non ho potuto assaggiare che tre o quattro bibite delle quali la migliore era quella di marena, bench‚ anche quella di ribes fosse eccellente.
Mentre stavo passeggiando per la sala ho sentito Luisa che ha detto piano al dottor Collalto:
- Dio mio! Se potessi sapere chi è stato come mi vorrei vendicare! E' stato uno scherzo indegno! Domani, certo, saremo sulle bocche di tutti e non ci potrà più soffrire nessuno! Ah, se potessi avere almeno la soddisfazione di sapere chi è stato!... -
In quel momento il Collalto si è fermato dinanzi a me e guardandomi fisso ha detto a mia sorella:
- Forse Giannino te lo potrebbe dire, non è vero Giannino?
- Di che? - ho risposto io facendo finta di nulla. Ma mi sentivo il viso infocato e poi mi tremava la voce.
- Come di che! O chi ha preso dunque i ritratti dalla camera di Luisa? - Ah! - ho soggiunto non sapendo più che cosa dire - forse sarà stato Morino...
- Come! - ha detto mia sorella fulminandomi con gli occhi. - Il gatto? - Già. L'altra settimana gli detti due o tre fotografie perché‚ si divertisse a masticarle e può essere che lui le abbia portate fuori e le abbia lasciate per la strada...
- Ah, dunque le hai prese tu! - ha esclamato Luisa, rossa come la brace e con gli occhi che le uscivano dalla testa.
Pareva mi volesse mangiare. Ho avuto una paura terribile e perciò, dopo essermi empite le tasche di torrone, sono scappato su in camera. Assolutamente non voglio essere alzato quando gl'invitati se ne anderanno via. Ora mi spoglio e vo a letto.
16 Ottobre.
E' appena giorno.
Ho preso una grande risoluzione e prima di metterla in effetto voglio confidarla qui nelle pagine di questo mio giornalino di memorie, dove registro le mie gioie e i miei dispiaceri che sono tanti, bench‚ io sia un bambino di nove anni.
Stanotte, finita la festa, ho sentito un gran bisbigliare all'uscio di camera mia, ma io ho finto di dormire e non hanno avuto il coraggio di svegliarmi: ma stamani, quando si alzeranno, mi toccheranno certamente delle altre frustate, mentre non mi è ancora cessato il dolore di quell'altre che ebbi l'altro giorno dal babbo.
Con questo pensiero non ho potuto chiudere occhio in tutta la notte. Non c'è altro scampo per me che quello di scappar di casa prima che i miei genitori e le mie sorelle si sveglino. Così impareranno che i ragazzi si devono correggere ma senza adoprare il bastone, perché‚, come ci insegna la storia dove racconta le crudeltà degli Austriaci contro i nostri più grandi patriotti quando cospiravano per la libertà, il bastone può straziare la carne ma non può cancellare l'idea.
Perciò mi è venuto l'idea di scappare in campagna, dalla zia Bettina, dove sono stato un'altra volta. Il treno parte alle 6 e di qui alla stazione in mezz'ora ci si va benissimo.
Sono bell'e pronto per la fuga: ho fatto un involto mettendovi due paia di calze e una camicia per cambiarmi... In casa tutto è silenzio, ora scenderò piano piano le scale, e via in campagna, all'aria aperta...
Viva la libertà!...
4.
[A questo punto il giornalino di Gian Burrasca ha una pagina assai sgualcita e quasi interamente occupata dall'impronta di una mano
sudicia di carbone sopra alla quale è, a caratteri grossi e incerti come se fosse stata scritta con un pezzo di brace, una frase interrotta da un fregaccio. Riproduciamo fedelmente anche questo documento che è di non lieve importanza nelle memorie del nostro Giannino Stoppani].
®MOIO PER LA LIBERTA'¯.
17 Ottobre.
La zia Bettina non s'è ancora alzata e io approfitto di questo momento per registrare qui l'avventura accadutami ieri e che meriterebbe proprio di esser descritta dalla penna di un Salgari. Iermattina, dunque, mentre tutti dormivano, fuggii da casa come avevo stabilito, dirigendomi verso la stazione.
Io avevo già disegnato nella mia mente il modo di effettuare il mio progetto che era quello di recarmi a casa della zia Bettina. Non avendo quattrini per prendere il treno e non conoscendo la strada provinciale per andarvi, mi proponevo di entrare nella stazione, aspettare il treno col quale ero andato l'altra volta dalla zia Bettina, e dirigermi per la stessa strada, lungo la ferrovia, seguendo le rotaie, fino al paese presso il quale è la villa Elisabetta dove sta appunto mia zia. Così non c'era pericolo di sbagliare, e io ricordandomi che a andarci col treno ci si mette tre ore o poco più, mi proponevo di arrivarci prima di sera.
Giunto dunque alla stazione presi il biglietto d'ingresso ed entrai. Il treno arrivò poco dopo, ed io, per evitare il caso di esser visto da qualche persona di conoscenza, mi diressi verso gli ultimi vagoni per attraversare la linea e andare dalla parte opposta alla stazione. Ma invece mi fermai dinanzi all'ultimo vagone che era un carro per bestiame, vuoto, e che aveva la garetta dove sta il frenatore, vuota anch'essa.
- Se montassi lassù?
Fu un lampo. Assicuratomi con un'occhiata che nessuno badava a me, saltai sulla scaletta di ferro, mi arrampicai su e mi misi seduto nella garetta, col ferro del freno tra le gambe e le braccia appoggiate sul manubrio del freno.
Di lì a poco il treno partì e io sentii arrivarmi fin dentro il cervello il fischio della macchina la cui groppa nera io vedevo di lassù distendersi alla testa di tutti i vagoni che si trascinava dietro, tanto più che il vetro del finestrino della garetta da quella parte era stato rotto e non ve n'era rimasto che un pezzetto in un angolo, a punta.
Meglio! Da quel finestrino aperto proprio all'altezza della mia testa io dominavo tutto il treno che si slanciava a traverso la campagna che era ancora avvolta nella nebbia. Ero felice e per festeggiare in qualche modo la mia fortuna cavai di tasca un pezzetto di torrone e mi misi a rosicchiarlo.
Ma la mia felicità durò poco. Il cielo s'era fatto scuro e non tardò a venir giù una pioggia fitta fitta e ad alzarsi un vento impetuoso, mentre una scarica terribile di tuoni si inseguiva tra l'ombre delle montagne...
Io non ho paura dei tuoni, tutt'altro; ma mi mettono addosso il nervoso, e perciò appena incominciò a tuonare mi si presentò alla mente la mia situazione in un quadro molto diverso da quello col quale mi era apparsa da principio.
Pensavo che in quel treno nel quale viaggiava tanta gente io ero isolato e ignorato da tutti. Nessuno, n‚ parenti n‚ estranei, sapeva che io ero lì, sospeso in aria in mezzo a così tremenda tempesta e sfidando così gravi pericoli.
Ora pensavo che aveva molta ragione il babbo quando diceva roba da chiodi del servizio ferroviario e delle condizioni scandalose nelle quali si trova il materiale. Io ne avevo lì una prova evidente nel finestrino della garetta dal quale, essendo rotto il vetro come ho detto prima, entrava vento e pioggia facendomi gelare la parte sinistra della faccia che vi si trovava di contro, mentre mi sentivo la parte destra infocata in modo che mi pareva d'esser mezzo ponce e
mezzo sorbetto, e ripensavo malinconicamente alla festa da ballo della sera precedente che era stata la causa di tanti guai.
E il peggio fu quando incominciarono le gallerie!
Il fumo lanciato dalla macchina si addensava sotto la volta del tunnel e dal finestrino rotto invadeva la mia angusta garetta impedendomi il respiro. Mi pareva d'essere in un bagno a vapore, dal quale poi, quando il treno usciva dal tunnel, passavo a un tratto al bagno freddo della pioggia.
In un tunnel più lungo degli altri credetti di morire asfissiato. Il fumo caldo mi avvolgeva tutto, avevo gli occhi che mi bruciavano per la polvere di carbone che entrava col fumo nella garetta e che mi accecava, e per quanto mi facessi coraggio sentivo che ormai le forze erano per abbandonarmi.
In quel momento l'animo mio fu vinto da quella cupa disperazione che in certe avventure provano anche gli eroi più valorosi come Robinson Crosuè, i Cacciatori di capigliature e tanti altri. Ormai per me (così mi pareva) la era finita e volendo che almeno rimanessero, come esempio, le ultime parole di un ragazzo infelice condannato a morir di soffocazione in un treno nel fiore degli anni, scrissi nel giornalino con uno zolfino spento che avevo trovato nel sedile della garetta le parole della pagina precedente:
"Moio per la Libertà!"
Ma non potei finir la parola perché‚ in quel punto mi sentii un nodo alla gola e non capii più nulla.
Devo essermi svenuto dicerto, e credo che se non avessi avuto il ferro del freno tra le gambe che mi reggeva sarei caduto giù dalla garetta e morto stritolato sotto il treno.
Quando rientrai in me stesso la pioggia gelata mi sferzava di nuovo la faccia e mi prese un freddo così acuto nelle ossa che incominciai a battere i denti.
Fortunatamente di lì a poco il treno si fermò e sentii gridare il nome del paese al quale ero diretto. Io volli scendere alla svelta giù per la scaletta di ferro, ma mi tremavano le gambe e all'ultimo scalino inciampai e caddi in ginocchio.
Subito mi vennero d'intorno due facchini e un impiegato che mi raccolsero e guardandomi con tanto d'occhi mi domandarono come mai mi trovavo lassù sulla garetta.
Io risposi che vi ero salito in quel momento, ma loro mi portarono nell'ufficio del capostazione il quale mi messe dinanzi uno specchietto dicendomi - Ah, ci sei salito ora, eh? E codesto muso da spazzacamino quando te lo sei fatto?
Io nel vedermi nello specchio rimasi senza fiato. Non mi riconoscevo più. La polvere di carbone, durante il mio disastroso viaggio, mi era penetrata nella pelle della faccia alterando i miei connotati per modo che parevo un vero e proprio abissino. Non dico niente poi degli abiti, ridotti addirittura a brandelli e sporchi anch'essi come la faccia.
Fui costretto a dire da dove venivo e dove andavo.
- Ah! - disse il capostazione - Vai dalla signora Bettina Stoppani? Allora pagherà lei per te.
E disse all'impiegato:
- Faccia un verbale di contravvenzione computandogli tre biglietti di terza classe e la trasgressione per aver viaggiato in una garetta riservata al personale!
Io avrei voluto rispondere che questa era una ladroneria bella e buona. Come! Mentre le ferrovie avrebbero dovuto per giustizia rifare un tanto a me che mi ero adattato a viaggiare peggio delle bestie, che almeno viaggiano al coperto, mi si faceva invece pagare per tre?
Ma siccome mi sentivo male mi contentai di dire:
- Almeno, giacch‚ il viaggiare nelle garette costa così caro procurino che ci sieno i finestrini col vetro!
Non l'avessi mai detto! Il capostazione mandò subito un facchino a verificare la garetta dove avevo viaggiato e saputo che non c'era il vetro mi fece aumentare la contravvenzione di ottanta centesimi come se l'avessi rotto io!
Mi accorsi una volta di più che il mio babbo aveva ragione a dir corna
del servizio ferroviario, e non dissi altro per paura che mi avessero a metter nel conto anche il ritardo del treno e magari qualche guasto della locomotiva.
Così, accompagnato dall'impiegato, mi avviai verso la villa Elisabetta, e non vi so dire come rimase la zia Bettina quando si vide capitar dinanzi uno straccione così sudicio com'ero io e, peggio ancora, un conto da pagare di sedici lire e venti, e più la mancia all'impiegato che glielo portava!
- Che è accaduto, mio Dio?... - gridò appena pot‚ capire dalla voce che ero io.
- Senti zia Bettina - le ho detto - a te, lo sai, io dico sempre la verità...
- Bravo. Dimmi dunque.
- Ecco, sono scappato di casa...
- Scappato di casa? Come! Hai abbandonato il tuo babbo, la tua mamma, le tue sor...
Ma si è interrotta all'improvviso, come se le fosse venuto male. Certo si ricordava in quel momento che le mie sorelle non l'avevano voluta alla festa.
- E' naturale! - ha soggiunto - Quelle ragazze farebbero perder la pazienza a un Santo!... Vieni in casa, figliolo mio, a lavarti, che mi sembri un bracino e poi mi racconterai tutto...
Intanto io guardavo Bianchino, il vecchio barboncino che è così caro alla zia Bettina, e alla finestra della villa il vaso di dìttamo al quale ella è pure così affezionata. Nulla è cambiato dall'ultima volta che ci venni e mi pare di non essermi mai mosso di qui.
Quando mi fui lavato la zia Bettina si accorse che avevo un po' di febbre e mi mise a letto bench‚ io tentassi di persuaderla che era tutta questione d'appetito.
Io le raccontai tutta la storia delle fotografie e della festa da ballo e le feci anche vedere i lividi delle frustate che avevo avuto prima per causa sua...
La zia Bettina mi fece alcuni rimproveri a mezza bocca, ma in fondo mi disse che stassi pur tranquillo che da lei non correvo nessun pericolo; e io fui così commosso dalla sua bontà che volli farle assaggiare un pezzetto del torrone che avevo in tasca dei calzoni, e la pregai di prenderlo, che così ne avrei mangiato un po' anche io. Difatti la zia Bettina fece per metter la mano in tasca, ma non fu capace di aprirla.
- Ma qui c'è la colla! - disse.
Che era successo? Il torrone, col calore del fumo rinserratosi nella garetta, si era tutto strutto e aveva appiccicato la tasca dei calzoni per modo che non era più possibile di aprirla.
Basta: la zia mi fece compagnia finch‚ alla fine la stanchezza non mi fece prender sonno... e da allora mi sono svegliato in questo momento, e il primo mio pensiero è stato per te, giornalino mio, che mi hai seguito sempre, mio fido compagno, a traverso a tanti dispiaceri, a tante avventure e a tanti pericoli...