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Il giornalino di Gian Burrasca

 

Vamba.

Il giornalino di Gian Burrasca.

 

Vamba è lo pseudonimo di  Luigi  Bertelli  (Firenze,  1860-1920).

"Il Giornalino  di Gian Burrasca" è stato pubblicato a puntate tra il 1907 e il 1908

 su "Il Giornalino della Domenica".

 

1.

Ecco fatto.  Ho voluto ricopiare  qui  in  questo  mio  giornalino  il foglietto  del  calendario  d'oggi  che  segna  l'entrata delle truppe italiane in Roma e che è anche il giorno che son nato io  come  ci  ho scritto  sotto  perché‚  gli  amici che vengono in casa si ricordino di farmi il regalo.

LUNA PIENA

SETTEMBRE

20

MERCOLEDI'

S. Eustachio, soldato e m.

1870. Entrata delle truppe italiane in Roma.

1897. Nascita di Giannino.

La mamma me ne ha fatto uno proprio bello  dandomi  questo  giornalino perché‚  ci  scriva  i  miei pensieri e quello che mi succede.  Che bel libro,  con la rilegatura di tela rossa e tutte le pagine bianche  che non so davvero come farò a riempire!  Ed era tanto che mi struggevo di avere un giornalino mio,  dove scriverci le mie memorie,  come  quello che hanno le mie sorelle Ada, Luisa e Virginia che tutte le sere prima d'andare a letto, coi capelli sulle spalle e mezzo spogliate, stanno a scrivere delle ore intere.

Non so davvero dove trovino tante cose da scrivere quelle ragazze!

Io  invece  non  so  più che cosa dire,  e allora come farò a riempire tutte le tue pagine bianche,  mio caro giornalino?  Mi aiuterò con  la mia  facilità  di  disegnare  e  farò  qui in fondo alla pagina il mio ritratto come sono ora all'età di nove anni finiti.

Però in un giornalino bello  come  questo  bisognerebbe  metterci  dei pensieri, delle riflessioni...

Mi  viene un'idea!  Se ricopiassi qui un po' del giornalino di Ada che giusto è fuori insieme alla mamma a far delle visite?

Ecco qui, sono andato su in camera di Ada, ho aperto la cassetta della sua scrivania,  le ho preso il suo giornale di  memorie  e  ora  posso copiare in pace.

"Oh,  se quel vecchiaccio del Capitani non tornasse più!  Ed invece, è venuto anche stasera. E' impossibile!  Non mi piace!  Non mi piace,  e non mi piacerà mai, mai, mai... La mamma ha detto che è molto ricco; e che  se  mi chiedesse in moglie,  dovrei sposarlo.  Non è una crudeltà questa? Povero cuore mio!  perché‚ ti mettono a tali torture?!  Egli ha certe  mani grandi e rosse,  e col babbo non sa parlare d'altro che di vino e di olio,  di campi,  di contadini e di bestie;  e se lo  avessi

veduto,  almeno  una  volta  vestito  a modo...  Oh,  se questa storia finisse;  se non venisse più: mi metterei l'anima in pace...  Iersera, mentre   l'accompagnavo  all'uscio,   ed  eravamo  soli  nella  stanza d'ingresso,  voleva baciarmi la mano;  ma io fui pronta a scappare,  e rimase  con  un  palmo  di  naso...  Almeno  se fosse come il mio caro Alberto De Renzis. Che peccato che Alberto non sia altro che un misero impiegatuccio... Mi fa continuamente delle scenate,  e io non ne posso più!  Che  delusione!  Che  delusione  è  la vita...  Mi sento proprio infelice!!!..."

E ora basta, perché‚ ho empito due pagine.

Ti riapro prima d'andare a letto,  giornalino mio,  perché‚ stasera m'è successo un affare serio.

Verso le 8,  come al solito, è venuto il signor Adolfo Capitani. E' un coso vecchio,  brutto,  grosso grosso e rosso...  Le mie sorelle hanno proprio ragione di canzonarlo!

Dunque  io  ero  in  salotto  col  mio giornalino in mano quando ad un tratto lui mi dice con quella sua vociaccia di gatto scorticato:  Cosa legge di bello il nostro Giannino?  Io naturalmente gli ho dato subito il mio libro di memorie ed egli si è messo a leggerlo forte davanti  a tutti.

Da principio la mamma e le mie sorelle ridevano come matte.  Ma appena ha incominciato a leggere il pezzo che ho copiato  dal  giornalino  di Ada questa si è messa a urlare e faceva di tutto per strapparglielo di mano,  ma lui duro;  ha voluto arrivar fino in fondo e poi serio serio mi ha detto:

- perché‚ hai scritto tutte queste sciocchezze?

Io gli ho risposto che non potevano essere sciocchezze perché‚ le aveva scritte nel suo libro di memorie Ada che è la mia sorella  maggiore  e perciò ha più giudizio di me e sa quello che dice.

Appena  detto  questo  il signor Capitani si è alzato serio serio,  ha preso il cappello e se n'è andato via senza salutare nessuno.

Bella educazione!

E allora la Mamma invece di pigliarsela con lui se l'è presa  con  me, gridando e minacciando,  e quella stupida di Ada si è messa a piangere come una fontana!

Andate a far del bene alle sorelle maggiori!

Basta!  Sarà meglio andare a letto.  Ma intanto son contento perché‚ ho potuto empire tre pagine zeppe zeppe del mio caro giornalino!

21 Settembre

Son proprio nato disgraziato!

In  casa  non mi possono più soffrire e tutti non fanno altro che dire che per colpa mia è andato all'aria un matrimonio che per i tempi  che corrono  era una gran fortuna,  che un marito come il signor Capitani, con ventimila lire di rendita,  non si trova tutti i giorni,  che  Ada sarà  condannata a restare zittella tutta la vita come la zia Bettina, e via e dàlli, una quantità di storie che non finiscono mai.

Io vorrei sapere che gran male ho fatto alla fin fine,  per copiare un pensiero dallo scartafaccio di mia sorella!

Oh  ma  da  ora in avanti,  o bene o male,  giuro che il giornalino lo scriverò tutto da me,  perché‚  tutte  queste  scempiaggini  delle  mie sorelle mi dànno ai nervi.

Dopo  il fatto di ieri sera,  pareva che stamani fosse successa a casa una gran disgrazia. Era già sonato da un bel pezzo mezzogiorno,  e non c'era  nemmeno  l'idea  di  mettersi a tavola a far colazione come gli altri giorni. Io non ne potevo più dalla fame; zitto zitto sono andato in salotto da pranzo,  ho preso dalla  credenza  tre  panini,  un  bel grappolo d'uva,  un'infinità di fichi dottati, e con la lenza sotto il braccio mi sono avviato verso il fiume per mangiare in pace.  Dopo  mi son  messo  a pescare,  e non pensavo che ad acchiappare i pesciolini, quando ad un tratto,  ho sentito dare uno  strattone  alla  canna  che reggevo  in  mano;  forse  mi  sarò  proteso  un po' troppo in avanti, perché‚... giù, pùnfete! sono cascato nell'acqua! Voi non ci crederete: ma in quel momento non ho potuto fare a meno di pensare fra me e me: Ecco,  i miei genitori e le mie sorelle saranno contenti  ora  di  non

avermi  più  tra i piedi!  Ora non diranno più che son la rovina della casa!  Non mi chiameranno più "Gian Burrasca" di soprannome che mi  fa tanta rabbia!

Affondavo  giù giù nell'acqua,  e non capivo più nulla,  quando mi son sentito tirar su da  due  braccia  d'acciaio.  Ho  respirato  a  pieni polmoni l'aria fresca di settembre,  e subito,  sentendomi meglio,  ho domandato al barcaiuolo che mi teneva in collo,  se aveva  pensato  di mettere in salvo anche la mia povera lenza!

Non  so  perché‚  la  mia  mamma abbia pianto tanto,  quando Gigi mi ha riportato a casa fradicio mezzo. Io stavo benissimo e glielo dicevo ma le mie parole erano dette al vento,  perché‚  le  lacrime  della  mamma pareva che non finissero mai.  Come ero contento di essere cascato nel fiume, e di avere corso il rischio di affogare! Se no, non avrei avuto tanti complimenti, n‚ tutte quelle moine.

Luisa mi ha messo subito a letto; Ada mi ha portato una tazza di brodo caldo bollente;  e tutti,  anche le persone di  servizio,  sono  stati intorno a me,  fino all'ora di andare a desinare. Poi lasciandomi così infagottato nelle coperte da farmi  davvero  morire  di  soffocazione, sono andati giù raccomandandomi di star buono e di non muovermi.

Ma  era  possibile questo,  per un ragazzo della mia età?  Che cosa ho fatto appena son  rimasto  solo?  Mi  sono  levato,  ho  tirato  fuori dall'armadio il mio vestitino buono alla marinara,  mi son vestito,  e scendendo pian piano le scale per non farmi  sentire,  sono  andato  a nascondermi dietro la tenda della finestra in salotto.  Se mi avessero scoperto quante gridate avrei avuto!... Non so come sia andata, che mi sono addormentato quasi subito;  forse avevo sonno,  o ero stanco.  Il fatto  è  che  dopo  una  buona dormita ho aperto gli occhi;  e da una fessura della tenda ho veduto Luisa seduta sul sofà, accanto al dottor Collalto,  che chiacchieravano a voce bassa.  Virginia strimpellava il piano,  in un angolo della stanza.  Ada non c'era;  era andata certo a letto, perché‚ sapeva che il Capitani non veniva.

- Ci vorrà almeno un anno -  diceva  lui.  -  Il  dottor  Baldi,  sai, comincia  a  diventar vecchio,  e mi ha promesso di prendermi come suo aiuto. Ti dispiace aspettare, amor mio?

- Oh no: e a te?  - ha risposto Luisa,  e tutti e due si sono messi  a ridere.

-  Ma  non  lo  dire  ancora  a nessuno - ha continuato lui.- Prima di dichiararci fidanzati in pubblico voglio avere una posizione sicura... - Oh ti pare? sarebbe una sciocchezza.

Mia sorella aveva appena finito di dire così, che si alzò a un tratto, attraversò il salotto e si mise a sedere lontana dal dottor  Collalto. In quel momento appunto entravano nella stanza le Mannelli.

Tutti  non facevano che domandare con grande interesse,  come stava il povero Giannino quando la mamma si precipita in salotto,  con un  viso bianco da far paura,  urlando che ero scappato dal letto, che mi aveva cercato dappertutto, ma che non mi aveva potuto trovare. Allora perché‚ non si affannasse di più,  esco dal nascondiglio cacciando  un  grande urlo.

Che paura hanno avuto tutti!

-  Giannino,  Giannino!  -  si lamentava la mamma piangendo - mi farai ammalare, se seguiti così. Mi farai ammalare...

- Come!  Sei stato tutto  questo  tempo  dietro  la  tenda?  -  mi  ha domandato Luisa, facendosi di mille colori.

- Certo: mi predicate sempre di dire la verità;  e allora,  perché‚ non dite alle vostre amiche,  che siete  promessi  sposi?  -  ho  risposto rivolgendomi a lei e al dottore.

Mia  sorella  mi  ha  preso  per  un braccio trascinandomi fuori della stanza.

- Lasciami!  Lasciami!  - gridavo.  - Vado da me solo.  perché‚ ti  sei rizzata in piedi quando hai sentito toccare il campanello? Collalto... -  ma  non  ho  potuto finire la frase,  perché‚ Luisa mi ha tappato la bocca, sbatacchiando l'uscio.

- Avrei una gran voglia di bastonarti  -  e  cominciava  a  piangere.Collalto  non  te  la  perdonerà  più - e singhiozzava,  singhiozzava, poverina, come se avesse perduto il più gran tesoro del mondo.

- Smetti di piangere,  sorellina mia - io le dicevo.  -  Ti  pare  che

sarei  venuto  fuori  dalla  tenda  senza dir nulla,  se sapevo che il dottore è tanto pauroso? -

In quella è venuta la mamma che mi ha riportato a letto, raccomandando a Caterina di non lasciarmi finch‚ non fossi bene addormentato.

Ma come  avrei  potuto  dormire,  giornalino  mio  caro,  senza  prima confidarti tutte le peripezie della giornata?  Caterina non ne può più dal sonno,  e ogni volta che sbadiglia,  pare che la  testa  le  debba cascare giù dal collo.

Addio, giornalino, addio per stasera.

7 Ottobre

Sono due settimane che non ho più scritto una parola nel mio giornale, perché‚  mi  sono ammalato da quel giorno famoso che fui per affogare e che scappai dal letto mentre sudavo.  Collalto è venuto su  a  vedermi due  volte  al giorno;  ed è stato così buono con me,  che quasi quasi sento rimorso di averlo fatto spaventare quella sera.  Quanto tempo mi ci vorrà per guarire?...  Stamani sentivo Ada e Virginia che parlavano insieme nel corridoio: com'è  naturale  mi  sono  messo  ad  ascoltare quello  che  dicevano.  Pare  che  ci sarà nientemeno che una festa di ballo in casa nostra.

Virginia diceva che era contentissima che io  sia  a  letto;  così  si sentiva più tranquilla ed era sicura della riuscita della festa.  Essa spera che io debba rimanere in camera un mese intero.  Non  so  capire perché‚   le  sorelle  maggiori  non  vogliano  bene  ai  fratelli  più piccoli... Ed io, invece,  sono così buono con Virginia...  Quando sto bene  vado  anche  due  volte  il giorno alla posta,  a prenderle e ad impostarle le lettere;  qualche  volta,  non  dico,  ne  avrò  perduta qualcuna;  ma  essa  non  l'ha  mai saputo e non ha nessuna ragione di avercela con me! Oggi mi sentivo così bene,  che mi è venuta la voglia di  levarmi.  Verso  le  tre  quando  ho sentito venir su per le scale Caterina che mi portava la merenda, sono sgusciato dal letto,  mi sono nascosto  dietro  l'uscio di camera tutto imbacuccato in uno sciallone nero della mamma,  e mentre la cameriera stava per  entrare,  le  sono saltato addosso,  abbaiando come un cane...  Che credi che abbia fatto quella stupida?... Dalla paura ha lasciato cascare in terra il vassoio che reggeva con tutt'e due le mani...  Che peccato!...  Il  bricco  di porcellana  celeste  è  andato  in mille pezzi;  il caffè e latte si è rovesciato sul tappetino che la mamma mi aveva comprato ieri; e quella sciocca ha cominciato a urlare così forte che il babbo,  la mamma,  le mie  sorelle,  la  cuoca e Giovanni sono corsi su tutti spaventati per vedere quello che era successo... Ci può essere una ragazza più oca di quella?...  Al solito,  io sono stato  gridato...  Ma...  appena  sono guarito,  voglio  scappare  da questa casa,  e andare lontano lontano, così impareranno a trattare i ragazzi come si deve! ...

Finalmente stamani ho avuto il permesso di alzarmi... Ma era possibile che un ragazzo come me potesse stare  fermo  fermo  fermo  su  di  una poltrona,  con  una  coperta  di lana sulle gambe?  C'era da morire di noia;  così mentre Caterina era andata giù un momento a  prendermi  un bicchiere  di acqua inzuccherata,  con la scusa che avevo sete,  lesto butto via ogni cosa,  e me ne vo in camera di Luisa a  guardare  tutte quelle  fotografie  che  tiene  serbate  dentro  la cassetta della sua scrivania. Le mie sorelle erano in salotto con un'amica,  la signorina Rossi.  Caterina,  appena tornata col bicchiere d'acqua e lo zucchero, mi cerca dappertutto, inutilmente... Sfido!...  Mi ero nascosto dentro l'armadio...

Che risate matte ho fatto,  con quei ritratti... Su uno c'era scritto: "Un vero imbecille!"...  Su un altro: "Oh,  carino davvero!"...  Su un altro:  "Mi  ha  chiesto,  ma...  fossi  minchiona!"...  E  in  altri: "Simpaticone!!!!... oppure: "Che bocca!"...  In uno poi c'era scritto: "Ritratto di un ciuco!"...

In tutti c'era una frase di questo genere.  Io mi sono impossessato di circa una dozzina di fotografie delle persone che  conosco,  per  fare qualche burletta innocente, appena uscirò di casa; poi ho richiuso per benino la cassetta, in modo che Luisa non si accorgerà di nulla...

Ma  io non avevo voglia di ritornare nella mia stanzaccia tutta sporca e in disordine;  non avevo voglia di annoiarmi.  Se mi mascherassi  da

donna? ho pensato a un tratto.

Ho trovato un busto vecchio di Luisa, una sottana bianca inamidata con lo strascico,  le ho preso dall'armadio il vestito di batista color di rosa a tramezzi di trina e ho cominciato a vestirmi.  La gonnella  era un po' stretta alla vita e ho dovuto appuntarla con gli spilli. Mi son bene  unto le gote con una pomata color di rosa di un vasettino,  e mi sono guardato allo specchio... Misericordia!... non ero più io...  Che bella signorina ero diventato!... Che invidia, che invidia, avranno di me le mie sorelle! ho esclamato, fuori di me dalla contentezza!

E  così  dicendo  ero  arrivato  in fondo alle scale proprio quando la signorina Rossi stava per andarsene. Che chiasso!

- Il mio vestito di batista rosa!  - ha urlato Luisa facendosi  smorta in viso dalla stizza. -

La  signorina  Bice mi ha preso per un braccio rivolgendomi alla luce, e: "Da che parte ti sono venute quelle belle gote rosse, Giannino?" mi ha detto in aria di canzonatura.

Luisa mi ha fatto cenno che non parlassi;  ma io facendo finta di  non vederla,  ho  risposto:  "Ho  trovato una pomata in una cassetta..." E quella signorina ha cominciato a ridere in un modo così malizioso, che non so quello che le avrei fatto.

Mia sorella ha detto che Bice Rossi è una pettegola,  che non le parrà vero  di  andare  a  raccontare  a  tutti  che mia sorella si tinge la faccia;  e questo poi non è vero,  e lo potrei giurare,  perché‚ quella pasta  serve  a  colorire i fiori di seta che Luisa sa fare tanto bene per guarnire i cappelli.

Stavo per ritornare in camera alla svelta  allorch‚  mi  sono  fermato davanti  a Luisa e guardandola fissa le ho strappato una gala in fondo al vestito. Non l'avessi mai fatto... E' diventata una furia,  e mi ha dato  uno schiaffo...- Ah signorina!...  - ho detto fra me e me.  - Se sapesse che le ho preso i ritratti! -

Le sorelle credono che le gote dei ragazzi  sieno  fatte  apposta  per essere  schiaffeggiate...  Se  sapessero  invece,  i  pensieri tetri e disperati che ci vengono in mente  quando  fanno  così...  Sono  stato zitto, ma... a domani!

 

2.

8 Ottobre.

Ah!  come mi son divertito oggi a andare a trovare tutti gli originali delle fotografie che presi alle mie sorelle!

Ho incominciato da Carlo Nelli, il padrone di quel bel negozio di mode che è nel Corso e che va vestito sempre  tutto  per  l'appunto  e  che cammina  sempre  in punta di piedi perché‚ ha le scarpe troppo strette, il quale appena mi ha visto entrare mi ha detto:

- Oh Giannino, sei guarito bene?

Io gli ho detto di sì,  e poi ho risposto perbene a tutte  le  domande che mi faceva ed egli mi ha regalato una bella cravatta tutta rossa. Io l'ho ringraziato come era mio dovere, e siccome lui ha ricominciato a  rivolgermi  delle  interrogazioni sulle mie sorelle,  io ho creduto bene che quello fosse il momento buono per tirar fuori la  fotografia. Sotto  c'era  scritto  a penna: "vecchio gommeux";  ma non so che cosa volesse dire.

Di più gli erano stati allungati i baffi e  allargata  la  bocca  fino alle orecchie.

Lui  nel  vedere il suo ritratto ridotto a quel modo è diventato rosso come un peperone e ha detto subito:

- Ah! sei stato tu, eh brutto birbante? -

Io gli ho risposto di no,  che avevo trovato le fotografie a quel modo in  camera  delle mie sorelle e sono scappato via perché‚ aveva un viso da far paura, e poi non volevo più perder tempo con lui a dargli altre spiegazioni,  avendo da distribuire  le  altre  fotografie  che  avevo preso.

Infatti sono andato subito in farmacia da Pietrino Masi.

Come è brutto, povero Pietrino, con quei capellacci rossi e con quella faccia gialla tutta butterata! Ma lui non se lo figura nemmeno...

- Buongiorno, Pietro - gli ho detto.

- O Giannino! - mi ha risposto - E a casa stanno tutti bene?

- Sì, e tanti saluti da tutti. -

Lui  allora  ha  tirato  giù  dallo scaffale un bel barattolo di vetro bianco e mi ha detto:

- Che ti piacciono le pasticche di menta?

E senza aspettare che gli rispondessi me ne ha date  una  manciata  di tutti i colori.

E'  proprio  vero  che  i  ragazzi  che hanno la fortuna d'avere delle sorelle simpatiche ricevon sempre mille attenzioni dai giovinotti!

Io ho preso tutte le pasticche e poi gli ho tirato fuori la fotografia e facendogli l'occhio pio gli ho detto:

- Guarda qui: l'ho trovata in casa stamani.

- Fammi vedere!  - E Pietrino Masi ha steso la  mano  ma  io  non  gli volevo  dare  il  ritratto  a  nessun costo però lui me l'ha presa per forza e così ha potuto leggere quel che c'era scritto  di  dietro  col lapis blù:

"Ha chiesto la mia mano, ma fossi minchiona!".

Pietrino  è  diventato bianco come questo foglio,  e lì per lì credevo perfino che gli venisse uno svenimento. Ma invece ha detto digrignando i denti:

- E' una vergogna che le tue sorelle piglino così in giro  le  persone perbene, hai capito? -

Bench‚  io  avessi  capito  benissimo,  lui  per spiegarmelo meglio ha alzato una gamba per appiccicarmi  un  calcio,  ma  io  ho  fatto  una cilecca  e ho infilato svelto svelto la porta,  e mi c'è entrato anche di pigliare un'altra manciata di pasticche di menta che erano  rimaste sparse sul banco. E sono andato da Ugo Bellini.

Ugo  Bellini  è  un avvocato giovanissimo - avrà ventitr‚ anni - e sta nello studio insieme al suo babbo che è  avvocato  anche  lui,  ma  di quelli  bravi,  e  sta in Via Vittorio Emanuele al numero 18.  Ugo,  a vederlo camminare, par che sia chi sa chi; va via tutto impettito, col naso per aria e quando discorre ha una voce da basso profondo che pare se la faccia venir su dalle suola delle scarpe.

E'  proprio  buffo,  e  le  mie  sorelle  hanno  ragione;  ma  io  nel presentarmi a lui avevo un po' di tremarella, perché‚ è un tipo che non vuole scherzi. Mi sono affacciato all'uscio e gli ho detto:

- Scusi, sta qui il "Vecchio Silva Stendere"?

- Ma che hai? - ha risposto.

- Ecco, ho qui una fotografia per lui!

E  gli ho consegnato il suo ritratto sotto il quale era scritto: "Pare il Vecchio Silva Stendere". Come è buffo!  Ugo Bellini l'ha preso e io via,  di  corsa!  Gli  deve aver fatto un grande effetto perché‚ mentre scendevo le scale l'ho sentito urlare col suo vocione terribile:

- Maleducate! Pettegole! Sguaiate! -

Ah! Ma se seguitassi a scrivere tutte le scene di stamani, stasera non andrei più a letto!

Che faccie spaurite  facevano  tutti  quei  giovanotti  appena  avevan sott'occhio  la loro fotografia,  mentre io invece mi sentivo scoppiar dal ridere vedendo tutte le smorfie che facevano!

Ma quello che mi ha fatto ridere più  di  tutti  è  stato  Gino  Viani quando  gli  ho  dato  la  sua  fotografia  ove  in fondo era scritto: "Ritratto d'un ciuco". Poveretto! Gli son venute le lacrime agli occhi e ha detto con un filo di voce:

- La mia vita è spezzata! -

Ma non era vero niente perché‚ se gli si fosse  spezzato  la  vita  non avrebbe  potuto  camminare  in  su e in giù per la stanza come faceva, borbottando una quantità di parole senza senso comune.

9 Ottobre.

Oggi Ada,  Luisa e Virginia hanno tormentato tutto il giorno la  mamma perché‚  acconsentisse  a dare quella famosa festa da ballo della quale esse chiacchieran tra loro da tanto tempo.  Prega e riprega,  la mamma che è tanto buona ha finito per contentarle e la festa è stata fissata per martedì di quest'altra settimana.

Il  bello  è  che  discorrendo  degli inviti da fare hanno rammentato, naturalmente,   anche  tutti  quelli  ai  quali  ho  portato  ieri  le

fotografie.

Figuriamoci  se,  dopo  quei  complimenti scritti dalle mie sorelle in fondo ai loro ritratti, avranno voglia di venir a ballar con loro!

12 Ottobre.

Mio caro giornalino, ho tanto bisogno di sfogarmi con te!

Pare impossibile, ma è proprio vero che i ragazzi non vengono al mondo che per fare dei malanni,  e sarebbe bene  che  non  ne  nascesse  più nessuno, così i loro genitori sarebbero contenti!

Quante  cose  mi  son  successe ieri,  e ne avrei tante da confidarti, giornalino mio!  Ma appunto perché‚ ne ho avute tante non  mi  è  stato possibile scriverle.  Ah sì,  quante ne ho avute ieri!...  E anche ora duro fatica a muovermi e non posso star neppure a sedere  a  causa  di tutte  quelle  cose  che  ho  detto  e  che mi ci hanno lasciato,  con rispetto parlando, certi vesciconi alti un dito...

Ma ho giurato oggi di descrivere il fatto  come  è  andato,  e  bench‚ soffra  tanto  a  stare  a  sedere,  voglio confidare qui tutte le mie sventure...

Ah giornalino mio,  quanto soffro,  quanto soffro!...  E sempre per la verità e per la giustizia!...

Ti  dissi  già  l'altro  giorno che le mie sorelle avevano avuto dalla mamma il permesso di dare una festa da ballo in casa nostra;  e non ti so  dire  come  erano  tutte  eccitate da questo pensiero.  Andavano e venivano  per  le  stanze,   bisbigliavan  tra  loro,   sempre   tutte affaccendate... Non si pensava ad altro, non si parlava d'altro.

Ieri l'altro, dopo colazione, si eran riunite in salotto a far la nota degli  invitati  e  parevan  tutte  al  colmo della contentezza.  A un tratto, eccoti una grande scampanellata,  e le mie sorelle sospendendo la nota degli invitati si mettono a cinguettare:

- Chi sarà a quest'ora? - E che scampanellata!... Non può esser che un contadino! - Certo, una persona senza educazione...

In quel momento comparisce la Caterina sulla porta esclamando:

- Ah signorine, che sorpresa!... -

E  dietro  di  lei eccoti la zia Bettina...  proprio la zia Bettina in pelle e in ossa,  la zia Bettina che sta in campagna  e  che  viene  a trovarci due volte l'anno.

Le ragazze dissero con un filo di voce:

- Uh, che bella sorpresa! -

Ma  diventarono  livide  dalla bile,  e con la scusa di andare a farle preparare la camera piantarono la  zia  con  la  mamma  e  andarono  a riunirsi nella stanza da lavoro. Io le seguii per godermi la scena.

- Ah brutta vecchiaccia! - disse Ada con gli occhi pieni di lacrime.

-  E  figuriamoci  se  non  si tratterrà!  - esclamò Virginia con aria ironica. - E come sarà contenta, anzi, di aver l'occasione della festa da ballo per mettersi il suo vestito di seta verde  e  i  suoi  guanti gialli di cotone e la cuffietta lilla in capo!

- Ci farà fare il viso rosso!  - soggiunse la Luisa disperata.  Ah,  è impossibile, ecco! Io mi vergogno di presentare una zia così ridicola! -

La zia Bettina è ricca straricca,  ma è così antica,  poveretta!  Così antica  che  pare  uscita  dall'arca di Noè: con la differenza che gli animali dall'arca di Noè vennero  fuori  tutti  a  coppia,  e  la  zia Bettina, invece, era venuta sola, perché‚ non ha mai trovato un cane di marito!

Dunque  le mie sorelle non volevano che la zia rimanesse alla festa da ballo. E siamo giusti: non avevano forse ragione, povere ragazze? Dopo essersi tanto affaccendate perché‚ la festa riuscisse bene,  non era un vero  peccato  che  questa  vecchia  ridicola  venisse a compromettere l'esito della serata?

Bisognava  salvare  la   situazione.   Bisognava   che   qualcuno   si sacrificasse per la loro felicità.  Ah!  non è forse una nobile azione per un ragazzo di cuore  il  sacrificio  per  la  felicità  delle  sue proprie sorelle?

Io  avevo il rimorso della vendetta che m'ero già presa di loro con la brutta celia delle fotografie e decisi subito di compensare le vittime con una buona azione.

Perciò ieri l'altro sera, dopo pranzo, presi da parte la zia Bettina e col tono serio che meritava la circostanza le dissi  pigliandola  alla larga:

- Cara zia, vuol fare una cosa gradita alle sue nipoti?

- Che dici?

-  Le dico questo: se lei vuol proprio contente le sue nipoti,  faccia il piacere di andarsene prima della festa  da  ballo.  Capirà,  lei  è troppo  vecchia  e  poi  si  veste  in modo troppo ridicolo per queste feste,  ed è naturale che non ce la vogliano.  Non dica che glie  l'ho ridetto  io;  ma  dia  retta a me,  ritorni a casa sua lunedì e le sue nipoti gliene saranno infinitamente grate. -

Ora domando io: doveva la zia inquietarsi,  dopo che le avevo  parlato con  tanta franchezza?  E doveva,  dopo che l'avevo pregata di non dir nulla a nessuno,  andare a spifferare ogni cosa a  tutti,  giurando  e spergiurando che la mattina dopo, appena alzata, sarebbe ripartita?

E la zia Bettina infatti è andata via ieri mattina, facendo il solenne giuramento di non metter mai più piede in casa nostra.

Ma questo non è tutto. Pare che il babbo le avesse chiesto in prestito una  certa  somma di danaro,  perché‚ essa gli ha rinfacciato il favore che gli aveva fatto dicendo che era una vera vergogna il dare le feste da ballo con i quattrini degli altri!

Che colpa avevo io di tutto questo?

Ma al solito,  la stizza di tutti si è riversata su un povero  ragazzo di nove anni!

Non  voglio  avvilire  queste  pagine col raccontare tutto quel che ho sofferto.  Basti dire che iermattina,  appena appena  partita  la  zia Bettina,  la  persone che più dovrebbero volermi bene in questo mondo, mi hanno calato i calzoncini e giù, frustate senza pietà...

Ahi, Ahi! Non posso più stare a sedere...  E oltre al dolore c'è anche la  preoccupazione  per  la  festa  da ballo.  I preparativi son quasi finiti,  e  io  non  sono  punto  tranquillo  per  quell'affare  delle fotografie...

Basta: Dio ce la mandi buona, giornalino mio, e senza vento!

 

3.

15 Ottobre.

Siamo  al  famoso  martedì,  causa  di  tutte  le agitazioni di questi giorni...

Caterina mi ha messo il vestito nuovo e quella  bella  cravatta  rossa tutta  di  seta che mi ha regalato l'altro giorno Carlo Nelli,  quello della fotografia dov'era scritto: "vecchio gommeux".

Le mie sorelle mi hanno fatto una predica lunga  come  una  quaresima, con  le  solite  raccomandazioni  d'esser buono,  di non far niente di male, di comportarmi educatamente con le persone che verranno in casa, e altre simili uggiosità che tutti i ragazzi sanno a memoria  a  forza di  sentirsele  ripetere  a  tutte  l'ore,  e  che si stanno a sentire proprio per dar prova  della  nostra  condiscendenza  verso  i  nostri maggiori, pensando invece a tutt'altre cose.

Naturalmente  io  ho  risposto  sempre  di  sì,  e  allora ho avuto il permesso d'uscir di camera e girare  per  tutte  le  stanze  del  pian terreno.

Che bellezza!  Tutto è pronto per la festa che comincerà fra poco.  La casa  è  tutta  illuminata  e  mille  fiammelle  di   luce   elettrica risplendono qua e là riflettendosi negli specchi, mentre ogni sorta di fiori  sparsi  per  tutto  fan  bella  mostra dei lor vivaci colori ed espandono per le sale i loro grati e delicati profumi.

Ma il più grato profumo è quello della crema alla  cioccolata  e  alla vaniglia  nelle  grandi  scodelle  d'argento e della gelatina gialla e rossa che trema nei vassoi,  e  di  quei  monti  di  pasticcini  e  di biscotti  d'ogni  qualità che si inalzano in salotto da pranzo,  sulla tavola ricoperta da una bella tovaglia tutta ricamata.

Dovunque è un allegro scintillìo di cristalli e d'argento...

Le mie sorelle sono bellissime, tutte vestite di bianco, scollate, con le gote rosse e gli occhi raggianti di felicità. Esse girano per tutto per vedere se ogni cosa  è  in  ordine  e  accorrono  a  ricevere  gli

invitati.

Io sono venuto su a pigliare questi appunti sulla festa. ora che ho la mente serena...  perché‚ dopo,  giornalino mio,  non posso garantire se sarò in grado di confidarti ancora le mie impressioni.

Ho fretta d'andare a letto,  ma prima voglio raccontar qui  come  sono andate le cose.

Quando  son ritornato al pian terreno erano già venute le signorine di nostra conoscenza, come sarebbero le Mannelli, le Fabiani, Bice Rossi, le Carlini e tante altre  tra  le  quali  quella  seccherellona  della Merope Santini che si dà il belletto in modo indecente e alla quale la mia sorella Virginia ha appioppato il nome d'"uscio ritinto".

Le  ragazze  erano  molte,  ma  di  uomini  non  c'erano che il dottor Collalto, il fidanzato di Luisa, e il sonatore di pianoforte che stava a sedere con le braccia incrociate aspettando il segnale per  eseguire il primo ballabile.

L'orologio segnava le nove; e il sonatore ha incominciato a sonare una polca,  ma le signorine seguitavano a girar per la sala chiacchierando tra di loro.

Poi il sonatore ha sonato una mazurca e  due  o  tre  ragazze  si  son decise a ballar tra loro,  ma non si divertivano. E intanto l'orologio segnava già le nove e mezza.

Le mie povere sorelle non levavano gli occhi dalle  lancette  che  per rivolgerli  all'uscio d'ingresso;  e avevano un'aria così desolata che facevano proprio compassione.

Anche la mamma era molto preoccupata,  tant'è vero che mi  son  potuto ingoiare  quattro  gelati  uno  dietro  l'altro  senza  che neppure se n'accorgesse.

Come mi rimordeva la coscienza!

Finalmente, quando mancavano pochi minuti alle dieci, si è sentito una scampanellata.

Questa sonata di campanello ha rallegrato le invitate più di tutte  le sonate fatte fino allora sul pianoforte. Tutte le signorine hanno dato un gran respirone di sollievo, voltandosi verso la porta d'ingresso in attesa  dei ballerini da tanto tempo aspettati.  Le mie sorelle si son precipitate per far gli onori di casa...

Ed ecco che,  invece degli  invitati,  entra  Caterina  con  una  gran lettera  e  la  porge  all'Ada.  Luisa  e Virginia le si fanno attorno esclamando: - Qualcuno che si scusa di non poter venire! -

Altro che scusa! Quella non era una lettera,  n‚ un biglietto: era una fotografia  che  esse  conoscevano benissimo e che era stata per tanto tempo chiusa nella scrivania di Luisa.

Le mie sorelle son diventate di  mille  colori,  e  passata  la  prima impressione son cominciate fra loro le interrogazioni:

- Ma come mai? Ma come può essere? Ma com'è stato?... -

Ma  di    a  poco  un'altra scampanellata...  Le invitate si voltano daccapo verso l'ingresso aspettando sempre un ballerino,  e come prima si  presenta  invece  Caterina con un'altra lettera che le mie sorelle aprono trepidanti:  è  un'altra  delle  fotografie  da  me  recapitate l'altro giorno ai rispettivi originali.

E dopo cinque minuti un'altra scampanellata e un'altra fotografia... Le  mie  povere  sorelle erano diventate di mille colori;  io ero così mortificato nel pensare che  ero  io  l'unica  causa  di  questi  loro dispiaceri, che mi misi a mangiar panini gravidi per distrarmi, ma non mi  fu  possibile perché‚ il rimorso era troppo grande,  e avrei pagato chi sa che per trovarmi non so dove pur di non vedere  le  mie  povere sorelle in quello stato.

Finalmente  son  venuti  Ugo  Fabiani  ed Eugenio Tinti che sono stati festeggiati più  d'Orazio  Coclite  dopo  la  sua  vittoria  contro  i Curiazi.  Ma  io  ho  capito  perché‚ il Fabiani e il Tinti non avevano fatto come gli altri invitati!  Mi son ricordato che sul ritratto  del Fabiani  era scritto: - "Che caro giovane!" - e su quello del Tinti: "Bello, bellissimo, troppo bello per questa terra!" -

Ma anche essendo in tre ballerini, compreso il Collalto che balla come un orso, come potevano fare a contentare una ventina di signorine?

A un certo punto hanno fatto un "carr‚" di "lancieri",  ma una ragazza

ha  dovuto  far  da  uomo,  e così è finito che hanno imbrogliato ogni cosa, ma senza che l'imbroglio facesse rider nessuno.

Le più maligne bensì,  come la Bice,  ridevano tra loro nel vedere che la festa non era riuscita e che le mie povere sorelle avevano quasi le lacrime agli occhi.

Una cosa molto riuscita,  invece,  sono stati i rinfreschi ma, come ho detto prima, io ero molto angustiato,  sicch‚ non ho potuto assaggiare che tre o quattro bibite delle quali la migliore era quella di marena, bench‚ anche quella di ribes fosse eccellente.

Mentre  stavo  passeggiando  per la sala ho sentito Luisa che ha detto piano al dottor Collalto:

- Dio mio! Se potessi sapere chi è stato come mi vorrei vendicare!  E' stato uno scherzo indegno! Domani, certo, saremo sulle bocche di tutti e  non ci potrà più soffrire nessuno!  Ah,  se potessi avere almeno la soddisfazione di sapere chi è stato!... -

In quel momento il Collalto si è fermato dinanzi a  me  e  guardandomi fisso ha detto a mia sorella:

- Forse Giannino te lo potrebbe dire, non è vero Giannino?

-  Di che?  - ho risposto io facendo finta di nulla.  Ma mi sentivo il viso infocato e poi mi tremava la voce.

- Come di che! O chi ha preso dunque i ritratti dalla camera di Luisa? - Ah!  - ho soggiunto non sapendo più che cosa dire - forse sarà stato Morino...

- Come! - ha detto mia sorella fulminandomi con gli occhi. - Il gatto? -  Già.  L'altra  settimana  gli  detti due o tre fotografie perché‚ si divertisse a masticarle e può essere che lui le abbia portate fuori  e le abbia lasciate per la strada...

-  Ah,  dunque  le hai prese tu!  - ha esclamato Luisa,  rossa come la brace e con gli occhi che le uscivano dalla testa.

Pareva mi volesse mangiare.  Ho avuto una paura  terribile  e  perciò, dopo essermi empite le tasche di torrone, sono scappato su in camera. Assolutamente  non  voglio  essere  alzato  quando  gl'invitati  se ne anderanno via. Ora mi spoglio e vo a letto.

 

16 Ottobre.

E' appena giorno.

Ho preso una grande risoluzione e prima di metterla in effetto  voglio confidarla qui nelle pagine di questo mio giornalino di memorie,  dove registro le mie gioie e i miei dispiaceri che sono  tanti,  bench‚  io sia un bambino di nove anni.

Stanotte, finita la festa, ho sentito un gran bisbigliare all'uscio di camera mia, ma io ho finto di dormire e non hanno avuto il coraggio di svegliarmi: ma stamani, quando si alzeranno, mi toccheranno certamente delle  altre  frustate,  mentre  non  mi è ancora cessato il dolore di quell'altre che ebbi l'altro giorno dal babbo.

Con questo pensiero non ho potuto chiudere occhio in tutta la notte. Non c'è altro scampo per me che quello di scappar di casa prima che  i miei  genitori  e  le mie sorelle si sveglino.  Così impareranno che i ragazzi si devono correggere ma senza  adoprare  il  bastone,  perché‚, come  ci  insegna  la storia dove racconta le crudeltà degli Austriaci contro i  nostri  più  grandi  patriotti  quando  cospiravano  per  la libertà,  il  bastone  può  straziare  la  carne ma non può cancellare l'idea.

Perciò mi è venuto l'idea di scappare in campagna,  dalla zia Bettina, dove  sono  stato un'altra volta.  Il treno parte alle 6 e di qui alla stazione in mezz'ora ci si va benissimo.

Sono bell'e pronto per la fuga: ho fatto  un  involto  mettendovi  due paia di calze e una camicia per cambiarmi... In casa tutto è silenzio, ora  scenderò  piano  piano  le  scale,  e  via in campagna,  all'aria aperta...

Viva la libertà!...

 

 

4.

[A questo punto il giornalino di Gian Burrasca  ha  una  pagina  assai sgualcita  e  quasi  interamente  occupata  dall'impronta  di una mano

sudicia di carbone sopra alla quale è,  a caratteri grossi  e  incerti come  se  fosse  stata  scritta  con  un  pezzo  di  brace,  una frase interrotta da  un  fregaccio.  Riproduciamo  fedelmente  anche  questo documento  che  è  di  non  lieve  importanza nelle memorie del nostro Giannino Stoppani].

®MOIO PER LA LIBERTA'¯.

17 Ottobre.

La zia Bettina non s'è ancora alzata e io approfitto di questo momento per registrare qui  l'avventura  accadutami  ieri  e  che  meriterebbe proprio  di  esser  descritta  dalla penna di un Salgari.  Iermattina, dunque,  mentre tutti dormivano,  fuggii da casa come avevo stabilito, dirigendomi verso la stazione.

Io  avevo  già  disegnato nella mia mente il modo di effettuare il mio progetto che era quello di recarmi  a  casa  della  zia  Bettina.  Non avendo  quattrini  per  prendere  il  treno e non conoscendo la strada provinciale per andarvi,  mi  proponevo  di  entrare  nella  stazione, aspettare  il  treno  col  quale  ero  andato  l'altra volta dalla zia Bettina, e dirigermi per la stessa strada, lungo la ferrovia, seguendo le rotaie,  fino al paese presso il quale è la villa  Elisabetta  dove sta  appunto  mia  zia.  Così  non  c'era pericolo di sbagliare,  e io ricordandomi che a andarci col treno ci si mette tre ore o  poco  più, mi proponevo di arrivarci prima di sera.

Giunto  dunque  alla stazione presi il biglietto d'ingresso ed entrai. Il treno arrivò poco dopo,  ed io,  per evitare il caso di esser visto da  qualche persona di conoscenza,  mi diressi verso gli ultimi vagoni per attraversare la linea e andare dalla parte opposta alla  stazione. Ma  invece  mi  fermai  dinanzi all'ultimo vagone che era un carro per bestiame, vuoto,  e che aveva la garetta dove sta il frenatore,  vuota anch'essa.

- Se montassi lassù?

Fu  un  lampo.  Assicuratomi  con un'occhiata che nessuno badava a me, saltai sulla scaletta di ferro,  mi arrampicai su  e  mi  misi  seduto nella  garetta,  col  ferro  del  freno  tra  le  gambe  e  le braccia appoggiate sul manubrio del freno.

Di lì a poco il treno partì  e  io  sentii  arrivarmi  fin  dentro  il cervello  il  fischio  della  macchina la cui groppa nera io vedevo di lassù distendersi alla testa di  tutti  i  vagoni  che  si  trascinava dietro,  tanto più che il vetro del finestrino della garetta da quella parte era stato rotto e non ve n'era rimasto che  un  pezzetto  in  un angolo, a punta.

Meglio!  Da quel finestrino aperto proprio all'altezza della mia testa io dominavo tutto il treno che si slanciava a traverso la campagna che era ancora avvolta nella nebbia.  Ero  felice  e  per  festeggiare  in qualche modo la mia fortuna cavai di tasca un pezzetto di torrone e mi misi a rosicchiarlo.

Ma la mia felicità durò poco. Il cielo s'era fatto scuro e non tardò a venir  giù  una  pioggia  fitta fitta e ad alzarsi un vento impetuoso, mentre una scarica terribile di tuoni si inseguiva tra  l'ombre  delle montagne...

Io  non  ho  paura  dei  tuoni,  tutt'altro;  ma mi mettono addosso il nervoso,  e perciò appena incominciò a tuonare  mi  si  presentò  alla mente la mia situazione in un quadro molto diverso da quello col quale mi era apparsa da principio.

Pensavo  che  in  quel  treno  nel  quale viaggiava tanta gente io ero isolato e ignorato da tutti. Nessuno,  n‚ parenti n‚ estranei,  sapeva che  io  ero  lì,  sospeso in aria in mezzo a così tremenda tempesta e sfidando così gravi pericoli.

Ora pensavo che aveva molta ragione il babbo  quando  diceva  roba  da chiodi  del  servizio  ferroviario e delle condizioni scandalose nelle quali si trova il materiale.  Io ne avevo lì una  prova  evidente  nel finestrino  della  garetta  dal quale,  essendo rotto il vetro come ho detto prima,  entrava  vento  e  pioggia  facendomi  gelare  la  parte sinistra  della faccia che vi si trovava di contro,  mentre mi sentivo la parte destra infocata in modo che mi pareva d'esser mezzo  ponce  e

mezzo sorbetto, e ripensavo malinconicamente alla festa da ballo della sera precedente che era stata la causa di tanti guai.

E il peggio fu quando incominciarono le gallerie!

Il fumo lanciato dalla macchina si addensava sotto la volta del tunnel e  dal finestrino rotto invadeva la mia angusta garetta impedendomi il respiro.  Mi pareva d'essere in un bagno  a  vapore,  dal  quale  poi, quando il treno usciva dal tunnel, passavo a un tratto al bagno freddo della pioggia.

In  un tunnel più lungo degli altri credetti di morire asfissiato.  Il fumo caldo mi avvolgeva tutto,  avevo gli occhi che mi bruciavano  per la  polvere  di  carbone  che  entrava col fumo nella garetta e che mi accecava,  e per quanto mi facessi coraggio sentivo che ormai le forze erano per abbandonarmi.

In  quel  momento l'animo mio fu vinto da quella cupa disperazione che in certe avventure provano anche gli eroi più valorosi  come  Robinson Crosuè, i Cacciatori di capigliature e tanti altri. Ormai per me (così mi  pareva)  la  era  finita  e  volendo che almeno rimanessero,  come esempio, le ultime parole di un ragazzo infelice condannato a morir di soffocazione in un treno nel fiore degli anni,  scrissi nel giornalino con  uno  zolfino spento che avevo trovato nel sedile della garetta le parole della pagina precedente:

"Moio per la Libertà!"

Ma non potei finir la parola perché‚ in quel punto mi  sentii  un  nodo alla gola e non capii più nulla.

Devo essermi svenuto dicerto, e credo che se non avessi avuto il ferro del freno tra le gambe che mi reggeva sarei caduto giù dalla garetta e morto stritolato sotto il treno.

Quando rientrai in me stesso la pioggia gelata mi sferzava di nuovo la faccia  e  mi  prese un freddo così acuto nelle ossa che incominciai a battere i denti.

Fortunatamente di lì a poco il treno si fermò e sentii gridare il nome del paese al quale ero diretto.  Io volli scendere alla svelta giù per la  scaletta  di ferro,  ma mi tremavano le gambe e all'ultimo scalino inciampai e caddi in ginocchio.

Subito mi vennero  d'intorno  due  facchini  e  un  impiegato  che  mi raccolsero  e guardandomi con tanto d'occhi mi domandarono come mai mi trovavo lassù sulla garetta.

Io risposi che vi ero salito in quel momento,  ma  loro  mi  portarono nell'ufficio   del   capostazione   il  quale  mi  messe  dinanzi  uno specchietto dicendomi - Ah, ci sei salito ora,  eh?  E codesto muso da spazzacamino quando te lo sei fatto?

Io  nel vedermi nello specchio rimasi senza fiato.  Non mi riconoscevo più. La polvere di carbone, durante il mio disastroso viaggio,  mi era penetrata nella pelle della faccia alterando i miei connotati per modo che  parevo  un  vero  e  proprio abissino.  Non dico niente poi degli abiti,  ridotti addirittura a brandelli e sporchi  anch'essi  come  la faccia.

Fui costretto a dire da dove venivo e dove andavo.

-  Ah!  -  disse il capostazione - Vai dalla signora Bettina Stoppani? Allora pagherà lei per te.

E disse all'impiegato:

- Faccia un verbale di contravvenzione computandogli tre biglietti  di terza  classe  e  la  trasgressione  per aver viaggiato in una garetta riservata al personale!

Io avrei voluto rispondere che  questa  era  una  ladroneria  bella  e buona.  Come! Mentre le ferrovie avrebbero dovuto per giustizia rifare un tanto a me che mi ero adattato a viaggiare peggio delle bestie, che almeno viaggiano al coperto, mi si faceva invece pagare per tre?

Ma siccome mi sentivo male mi contentai di dire:

- Almeno, giacch‚ il viaggiare nelle garette costa così caro procurino che ci sieno i finestrini col vetro!

Non l'avessi mai detto!  Il capostazione mandò subito  un  facchino  a verificare  la  garetta dove avevo viaggiato e saputo che non c'era il vetro mi fece aumentare la contravvenzione di ottanta  centesimi  come se l'avessi rotto io!

Mi accorsi una volta di più che il mio babbo aveva ragione a dir corna

del servizio ferroviario,  e non dissi altro per paura che mi avessero a metter nel conto anche il ritardo del treno e magari qualche  guasto della locomotiva.

Così,   accompagnato   dall'impiegato,   mi   avviai  verso  la  villa Elisabetta, e non vi so dire come rimase la zia Bettina quando si vide capitar dinanzi uno straccione  così  sudicio  com'ero  io  e,  peggio ancora,  un  conto  da pagare di sedici lire e venti,  e più la mancia all'impiegato che glielo portava!

- Che è accaduto,  mio Dio?...  - gridò appena pot‚ capire dalla  voce che ero io.

-  Senti zia Bettina - le ho detto - a te,  lo sai,  io dico sempre la verità...

- Bravo. Dimmi dunque.

- Ecco, sono scappato di casa...

- Scappato di casa? Come! Hai abbandonato il tuo babbo,  la tua mamma, le tue sor...

Ma si è interrotta all'improvviso, come se le fosse venuto male. Certo si  ricordava  in quel momento che le mie sorelle non l'avevano voluta alla festa.

- E' naturale!  - ha soggiunto - Quelle ragazze  farebbero  perder  la pazienza a un Santo!... Vieni in casa, figliolo mio, a lavarti, che mi sembri un bracino e poi mi racconterai tutto...

Intanto  io guardavo Bianchino,  il vecchio barboncino che è così caro alla zia Bettina,  e alla finestra della villa il vaso di  dìttamo  al quale ella è pure così affezionata. Nulla è cambiato dall'ultima volta che ci venni e mi pare di non essermi mai mosso di qui.

Quando  mi  fui  lavato  la zia Bettina si accorse che avevo un po' di febbre e mi mise a letto bench‚ io tentassi  di  persuaderla  che  era tutta questione d'appetito.

Io  le  raccontai  tutta  la  storia delle fotografie e della festa da ballo e le feci anche vedere i lividi delle frustate che  avevo  avuto prima per causa sua...

La zia Bettina mi fece alcuni rimproveri a mezza bocca, ma in fondo mi disse  che  stassi  pur  tranquillo  che  da  lei  non  correvo nessun pericolo;  e io fui così commosso dalla  sua  bontà  che  volli  farle assaggiare  un pezzetto del torrone che avevo in tasca dei calzoni,  e la pregai di prenderlo, che così ne avrei mangiato un po' anche io. Difatti la zia Bettina fece per metter la mano in  tasca,  ma  non  fu capace di aprirla.

- Ma qui c'è la colla! - disse.

Che era successo?  Il torrone,  col calore del fumo rinserratosi nella garetta, si era tutto strutto e aveva appiccicato la tasca dei calzoni per modo che non era più possibile di aprirla.

Basta: la zia mi fece compagnia finch‚ alla fine la stanchezza non  mi fece prender sonno... e da allora mi sono svegliato in questo momento, e  il  primo mio pensiero è stato per te,  giornalino mio,  che mi hai seguito sempre,  mio fido compagno,  a traverso a tanti dispiaceri,  a tante avventure e a tanti pericoli...

 

 

          

 

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