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L'isola misteriosa

 

 

    Giulio Verne.

    PARTE PRIMA.

    I NAUFRAGHI DELL'ARIA.

 

    CAPITOLO 1.

 

    - Risaliamo?

    - No! Anzi, scendiamo!

    - Peggio, signor Cyrus. Cadiamo.

    - Vivaddio! Giù della zavorra!

    - E' l'ultimo sacco che si vuota.

    - Il pallone si innalza?

    - No.

    - Mi pare di sentire uno sciacquio d'onde...

    - Abbiamo il mare di sotto.

    - Sarà a centocinquanta metri da noi!

    Allora una voce fortissima ordinò:

    - Fuori tutto quello che pesa... tutto!... E ci aiuti Iddio!

    Queste,  le parole che risuonavano nell'aria,  al di sopra  di  quello

    sterminato  deserto  d'acque  che  è  il  Pacifico,  alle  quattro del

    pomeriggio del 23 marzo 1865. Nessuno,  certamente,  ha dimenticato il

    terribile vento di nord-est che si scatenò nel pieno dell'equinozio di

    quell'anno,  durante  il  quale il barometro precipitò settecentodieci

    millimetri.  Fu un ininterrotto uragano che imperversò dal  18  al  26

    marzo seminando la rovina in America,  in Europa,  in Asia,  lungo una

    fascia di milleottocento miglia dal trentacinquesimo parallelo nord al

    quarantesimo parallelo sud. Città travolte,  foreste sradicate,  coste

    assalite  e  sommerse da montagne d'acqua,  navi buttate a fracassarsi

    contro gli scogli,  territori interi spazzati da trombe d'acqua  e  di

    vento  e  migliaia  e  migliaia  di  persone schiacciate sulla terra o

    inghiottite dai mari: questi gli  effetti  dello  spaventoso  uragano.

    Ora,  mentre  tante  catastrofi  stavano  succedendo sulla terra e sul

    mare,  un dramma non meno terribile si svolgeva nell'aria agitata.  Un

    pallone,  portato  via  come  una  palla in cima a una tromba d'aria e

    ghermito nel suo vortice,  correva per lo spazio con una  velocità  di

    centosettanta  chilometri  all'ora,  girando  su    stesso  come una

    trottola gigantesca.  Sotto il grosso pallone oscillava una  navicella

    che  ospitava  cinque  passeggeri,  appena  visibili  dentro le nebbie

    fuligginose e piovose che pesavano dal cielo buio sul mare.

    Da dove veniva quell'aerostato, vero giocattolo in balia della paurosa

    tempesta?  Da qual punto del mondo si era  lanciato?  Certo,  non  era

    partito durante l'uragano; poiché l'uragano imperversava già da cinque

    giorni,  bisognava concludere che quel pallone veniva da assai lontano

    perché non aveva percorso meno di duemila miglia ogni ventiquattr'ore.

    Comunque,  i passeggeri non avevano potuto avere a  loro  disposizione

    alcun  mezzo  per  conoscere  la  strada percorsa dalla loro partenza,

    poiché mancava loro qualsiasi punto di riferimento.  Si poteva,  anzi,

    stabilire  questo  fatto  curioso: che,  travolti dalla violenza della

    tempesta, essi non la subivano.  Essi si spostavano,  giravano su loro

    stessi  senza  avvertire  per  nulla quella rotazione e nemmeno i loro

    spostamenti in linea orizzontale.  I loro occhi non potevano forare le

    spesse  nebbie  che  si addensavano sotto la navicella.  Non c'era che

    nebbia attorno a loro: una nebbia così opaca, che non avrebbero saputo

    dire nemmeno se era giorno o notte.  Nessun riflesso di luce  lontana,

    nessun rumore di terra abitata, nessuno scroscio d'onda era mai giunto

    sino alle loro orecchie, tanto si erano tenuti alti. Soltanto, la loro

    repentina  caduta aveva dato loro coscienza dei pericoli che correvano

    sopra i flutti oceanici.

    Intanto il pallone, alleggerito di tutti gli oggetti pesanti,  come le

    munizioni, le armi e le provviste, era rimbalzato verso l'alto, fino a

    millecinquecento metri. I passeggeri, accertato che avevano il mare di

    sotto,  trovando  che era assai meno pericoloso restare in alto che in

    basso,  non avevano esitato a buttare  anche  le  cose  più  utili,  e

    cercavano  di non perdere nemmeno un atomo di quel fluido che era come

    l'anima del loro  apparecchio  e  che  era  quello  che  li  sosteneva

    nell'aria.

    La  notte  trascorse  in  mezzo  a inquietudini che sarebbero riuscite

    mortali a spiriti meno energici.  Poi il giorno riapparve  e,  con  la

    luce, l'uragano parve accennare a moderarsi un poco. Con l'alba del 24

    marzo infatti, sembrò che la furia degli elementi un poco si placasse.

    Le  nubi  risalivano verso il cielo,  il vento,  da tempestoso che era

    stato, diventò la «forte brezza» dei marinai.

    Verso le undici la parte  bassa  dell'atmosfera  si  era  notevolmente

    ripulita  e  presentava  quell'aspetto di umido nitore che si vede,  e

    anzi si sente, dopo il passaggio dei fortunali. L'uragano non sembrava

    essersi  allontanato,   ma  piuttosto   dissolto   nell'aria,   forse,

    schiantatasi la tromba marina,  si era frazionato in temporali carichi

    di elettricità.

    Nonostante questo,  proprio intorno alle undici,  il pallone riprese a

    scendere;  pareva,  anzi, che a poco a poco, si sgonfiasse, che il suo

    involucro si allungasse e assumesse una forma ovoidale.

    A mezzogiorno,  infatti l'aerostato filava a soli seicento metri al di

    sopra del mare. Stazzava circa millesettecento metri cubi e, in grazia

    a  questo  suo  eccezionale  volume,  aveva  potuto mantenersi a lungo

    nell'aria  sia  raggiungendo  altissime  quote,  sia  percorrendo  una

    fortissima distanza.

    In  tanto  frangente,  i  passeggeri lanciarono gli ultimi oggetti che

    ancora rappresentavano un peso, i pochi viveri che avevano conservato,

    perfino i minuscoli oggetti che avevano  nelle  loro  tasche.  Ma  era

    chiaro  che  l'aerostato  non  poteva  mantenersi in alto e che il gas

    sfuggiva da qualche lacerazione. In poche parole, erano perduti!

    Non c'era infatti né un continente,  né un'isola sotto di loro: il più

    piccolo punto dove atterrare,  nemmeno un metro quadrato solido in cui

    la loro ancora potesse afferrarsi.  Non c'era che il mare infinito,  i

    cui flutti agitavano con incredibile violenza.  Non c'era che l'Oceano

    sterminato,  la sterminata pianura  liquida  flagellata  spietatamente

    dall'uragano  che  dall'alto  della  navicella,   doveva  apparire  ai

    passeggeri come una folle cavalcata di onde  furibonde  impennacchiate

    di  candida  schiuma.  Non una terra,  non in vista.  Bisognava allora

    fermare a tutti i costi il  movimento  di  discesa  per  impedire  che

    l'aerostato venisse travolto dalle onde.  I passeggeri della navicella

    mettevano in opera tutti i mezzi per tentarlo;  ma,  nonostante i loro

    sforzi,  il pallone continuava ad abbassarsi,  filando sempre, portato

    dal vento, verso sud-ovest.

    Quale situazione per quei disgraziati!  Ormai,  non erano più  padroni

    del loro mezzo di locomozione,  e ogni loro tentativo era infruttuoso.

    L'involucro del pallone si sgonfiava sempre più,  il gas  ne  sfuggiva

    inesorabilmente, un'ora dopo mezzogiorno, la navicella non era più che

    a duecento metri sopra l'Oceano.

    Impossibile  fermare  o  tamponare  la fuga di gas che sfuggiva da una

    lacerazione dell'involucro;  e anche liberando la navicella  di  tutto

    quanto  essa  conteneva,  i  passeggeri  non avrebbero fatto altro che

    prolungare di poco la loro agonia, di ritardare di poco la catastrofe;

    se qualche terra non appariva prima di notte, passeggeri,  navicella e

    pallone sarebbero inesorabilmente finiti nel mare.

    La  sola  manovra  che si potesse fare in siffatte circostanze,  venne

    fatta.

    Evidentemente,  i  passeggeri  erano  uomini  energici,  che  sapevano

    guardare  la  morte in faccia.  Erano decisi a lottare sino all'ultimo

    minuto a fare di tutto per ritardare la caduta.  La navicella era  una

    specie di grande cassa di vimini e non si sarebbe certo mai riusciti a

    farla galleggiare.

    Alle  due,   il  pallone  si  trovava  a  centoventi  metri  dal  pelo

    dell'acqua. In quel momento, una maschia voce echeggiò, e le risposero

    voci non meno virili.

    - E' stato gettato tutto?

    - No! Ci sono ancora diecimila franchi in oro.

    Un attimo dopo, un sacco precipitava nelle onde.

    - Ci solleviamo?

    - Un po'; ma non tarderemo a riprendere la caduta.

    - Che cosa c'è ancora da buttar fuori?

    - Niente.

    - Sì. La navicella.

    - Attacchiamoci alle corde, e a mare la navicella!

    Era, in realtà, il solo, estremo mezzo per alleggerire l'aerostato. Le

    corde che legavano la navicella all'involucro furono  tagliate,  e  il

    pallone  balzò  fulmineo  nell'aria a un'altezza di seicento metri.  I

    cinque passeggeri si erano issati sulla rete di  corde  che  avvolgeva

    l'involucro e si tenevano afferrati alle maglie guardando l'abisso.

    Balzato  così in alto,  l'aerostato vi si tenne per qualche tempo,  ma

    poi, fatalmente,  ricominciò a discendere.  La fuga del gas non si era

    fermata,  ed era impossibile procedere a una riparazione. Tutto quello

    che i passeggeri avevano potuto fare,  era  stato  fatto.  Oramai  non

    c'era  più alcun mezzo umano di salvezza.  Non restava che affidarsi a

    Dio.

    Alle  quattro,   il  pallone  era  ridisceso  a  centocinquanta  metri

    dall'onde...   Improvvisamente,  si  udì  un  latrato.  Fra  i  cinque

    passeggeri c'era anche un cane,  che si teneva aggrappato alle  corde,

    accanto al suo padrone.

    - Top ha visto qualche cosa - gridò uno dei cinque.

    E, subito, una voce gridò:

    - Terra! Terra!

    Il  pallone,  che  il  vento  continuava a trascinare verso sud-ovest,

    aveva già coperto, dall'alba, una distanza notevolissima, di centinaia

    di miglia;  e ora una terra abbastanza alta si profilava lontana,  sul

    mare.  Ma,  per  raggiungerla,  c'erano  ancora trenta miglia da fare;

    c'era ancora una lunga ora da trascorrere,  sempre che  non  s'andasse

    alla deriva.  Un'ora!  Ma il pallone non si sarebbe svuotato del tutto

    prima che questa ora finisse?

    Ecco  la  terribile  domanda.   Sì,   tutti  i   passeggeri   vedevano

    distintamente  quella  strisciolina  scura che bisognava raggiungere a

    tutti i costi.  Non sapevano che terra fosse,  se isola o  continente:

    sapevano soltanto,  e assai vagamente, verso quale parte dell'emisfero

    l'uragano li aveva trascinati. Ma quella terra,  abitata o deserta che

    fosse, ospitale o inospitale, bisognava raggiungerla.

    Ora,  alle  quattro,  era  chiaro  che il pallone non poteva ormai più

    sostenersi.  Radeva ormai la superficie del  mare,  e  già  le  creste

    spumose  delle  grandi  onde  avevano  lambito  più volte le corde che

    strascicavano in basso, e l'aerostato non si risollevava ormai più che

    per ricadere in giù, come un grande uccello ferito alle ali.

    Mezz'ora più tardi,  la terra non era più che a un sol miglio;  ma  il

    pallone, sfatto, floscio, spiegazzato malamente, non conservava che un

    poco  di  gas nella sua parte superiore.  I passeggeri aggrappati alle

    corde,  pesavano troppo,  e presto  semituffati  nelle  acque,  furono

    schiaffeggiati dalle onde.  Fu allora che l'involucro si piegò a forma

    di saccoccia,  e il vento,  facendo forza su quel viluppo,  lo  spinse

    contro  la  costa.  Oramai  la  terra agognata non era più che a poche

    centinaia di metri;  ma,  all'improvviso,  quattro urla  echeggiarono,

    angosciose.  L'aerostato,  per  qualche misteriosa ragione,  ribalzava

    verso l'alto, percosso da un formidabile colpo di mare,  e raggiungeva

    in  un  baleno  i  cinquecento  metri di altezza,  come se fosse stato

    alleggerito di un'altra parte del suo peso. Lassù,  preso in una forte

    ondata di vento, cominciò a filare parallelamente alla costa; ma pochi

    minuti  dopo  ripiombava  verso terra e,  rapidamente,  si afflosciava

    sulla spiaggia, lontano dalle onde.

    I passeggeri,  aiutandosi l'un l'altro,  si liberarono dalle  corde  e

    saltarono  sulla  sabbia.  Il  pallone,  liberato  da  quel  peso,  fu

    riafferrato dal vento che lo succhiò di nuovo in alto e lo portò, come

    un grande uccello ferito che ancora avesse trovato un poco  di  forza,

    chissà dove.

    La  navicella,  però,  aveva  ospitato Cinque passeggeri e un cane;  e

    sulla spiaggia non c'erano  che  quattro  persone.  Evidentemente,  il

    quinto  passeggero era stato strappato via dal colpo di mare che aveva

    percosso l'aerostato,  e la sua scomparsa  aveva  provocato  il  balzo

    all'insù del pallone poco prima che toccasse terra.

    Appena  i quattro naufraghi - con quale altro nome potremmo chiamarli?

    - ebbero messo piede a terra,  accortisi che mancava un loro compagno,

    gridarono:

    - Forse, tenta di raggiungere a nuoto la riva. Salviamolo! Salviamolo!

 

    CAPITOLO 2.

 

    Non  erano    degli  aeronauti di professione,  né dei dilettanti di

    spedizioni aeree quelli che l'uragano aveva gettato su  quella  costa.

    Erano dei prigionieri di guerra,  che l'audacia aveva spinto alla fuga

    in straordinarie circostanze.  Cento volte,  avrebbero dovuto  perire!

    Cento  volte  il  loro  pallone  strappato avrebbe dovuto precipitarli

    nell'Oceano! Ma il cielo li destinava a una sorte stranissima, e il 20

    marzo dopo aver lasciato Richmond, assediata dalle truppe del generale

    Ulisse Grant,  si trovavano a  sette  mila  miglia  da  quella  città,

    capitale  della  Virginia,   principale  piazzaforte  dei  separatisti

    durante la terribile guerra di Secessione.  Il loro viaggio aereo  era

    durato cinque giorni.

    Ed  ecco  in  quali  strane  circostanze  era avvenuta la fuga di quei

    prigionieri, fuga che doveva concludersi con la catastrofe che abbiamo

    raccontato.

    In quello stesso anno, nel febbraio del 1865,  in uno di quei colpi di

    mano che il generale Grant tentava,  inutilmente,  per impadronirsi di

    Richmond,  molti dei  suoi  ufficiali  caddero  prigionieri  e  furono

    rinchiusi  dentro  la  città.  Fra  questi  prigionieri,  uno  dei più

    distinti apparteneva allo Stato maggiore federale, e si chiamava Cyrus

    Smith.

    Cyrus Smith,  originario del  Massachussets,  era  un  ingegnere,  uno

    scienziato  autentico,  cui  il  governo  dell'Unione  aveva affidato,

    durante la guerra,  la direzione delle ferrovie:  e  si  sa  di  quale

    importanza strategica furono esse nella guerra. Vero tipo di Americano

    del nord,  magro, ossuto, sui quarantacinque anni, aveva corti capelli

    e la barba quasi  grigia.  La  sua  era  una  di  quelle  belle  teste

    «numismatiche»  che  sembrano  fatte per essere incise nelle medaglie.

    Occhi ardenti,  bocca seria,  la sua era la  tipica  fisionomia  dello

    scienziato  della  Scuola  militare.  Era  uno di quegli ingegneri che

    hanno voluto cominciare a lavorare col piccone  e  il  martello:  come

    quei  generali  che hanno voluto cominciare a fare i semplici soldati.

    Per questo,  insieme con l'ingegnosità dello  spirito,  possedeva  una

    grande abilità di manovale, e vantava dei muscoli eccezionali.

    Uomo  d'azione e uomo di pensiero al tempo stesso,  agiva senza alcuno

    sforzo,  mosso da una potente vitalità e da una fervida  tenacia,  che

    sfidavano  tutte  le  sfortune.   Coltissimo,   praticissimo,   sempre

    perfettamente padrone di sé, egli possedeva nella forma più completa e

    al più alto  grado  tre  qualità  fondamentali  della  energia  umana:

    l'operosità  dello spirito e della mano,  l'ardore dei desideri,  e la

    potenza della volontà. E la sua divisa avrebbe potuto essere quella di

    Guglielmo di Orange «Non  ho  bisogno  di  oprare  per  agire,    di

    riuscire per perseverare».

    Nello stesso tempo,  Cyrus Smith era il coraggio personificato.  Aveva

    preso parte a tutte le battaglie della guerra di Secessione. Dopo aver

    cominciato fra i volontari dell'Illinois agli ordini di Ulisse  Grant,

    si era battuto a Paducah,  a Belmont, a Pittsburg-Landing; all'assedio

    di Corinto, a Port-Gibson, a Chattanoga, a Wilderness, sul Potomak;  e

    dovunque  era  stato  un soldato valoroso di quel generale che diceva:

    «Io non conto mai i miei morti».  Cento  volte,  Cyrus  Smith  avrebbe

    dovuto  essere  nel  numero  di  quelli che il fierissimo generale non

    usava contare;  ma in tutte  quelle  battaglie  la  fortuna  lo  aveva

    assistito fino al giorno in cui,  ferito,  era stato fatto prigioniero

    sul campo di battaglia di Richmond.

    Insieme a lui,  un altro personaggio importante cadeva nelle mani  dei

    sudisti.  Era  nientemeno che Gedeone Spilett,  cronista del "New York

    Herald",  che aveva avuto l'incarico dal suo  giornale  di  seguire  e

    riferire  le  vicende della guerra con gli eserciti del Nord.  Gedeone

    Spilett  apparteneva  alla  famiglia  di  quei  sorprendenti  cronisti

    inglesi o americani dalla quale erano usciti Stanley e altri,  che non

    arretrano  davanti  a  nulla  pur   di   carpire   un'informazione   e

    trasmetterla  nel  più  breve  tempo  possibile  al  loro giornale.  I

    giornali dell'Unione sono delle vere  e  proprie  potenze,  e  i  loro

    inviati  speciali  delle  autorità  con le quali bisogna fare i conti.

    Ora,  Gedeone Spilett era uno dei più ragguardevoli di questi  inviati

    speciali.  Uomo  d'alti  meriti,  pieno  di  energia,  pronto a tutto,

    fertile di idee,  conoscitore di tutti i Paesi del  mondo,  soldato  e

    artista, ardente nei consigli, risoluto nell'azione, indifferente alle

    fatiche  e ai pericoli quando si trattava di conoscere qualche cosa di

    utile per sé stesso e il suo  giornale,  vero  eroe  della  curiosità,

    dell'informazione,  dell'inedito,  dell'ignoto, dell'impossibile, egli

    era uno di quegli intrepidi osservatori che scrivono sotto il fischiar

    delle pallottole,  fanno la cronaca sotto le granate,  e per  i  quali

    ogni pericolo rappresenta una fortuna.

    Anche egli era stato a tutte le battaglie,  in prima fila,  rivoltella

    nella destra,  taccuino nella sinistra,  e la sua  penna  non  tremava

    sotto la mitraglia. Egli non usava stancare incessantemente i fili del

    telegrafo,  come fanno coloro che non hanno niente da dire;  ma ognuna

    delle sue note, brevi,  chiare,  precise,  gettava piena luce sopra un

    punto importante.  Inoltre,  non gli mancava una punta di umorismo. Fu

    lui che,  dopo la battaglia del Fiume Nero,  volendo a tutti  i  costi

    mantenere  la  precedenza  allo sportello dell'ufficio telegrafico per

    annunciare al suo giornale il risultato dello scontro,  telegrafò  per

    due  lunghe  ore  i  primi  capitoli  della Bibbia.  La faccenda costò

    duemila dollari al "New York Herald",  ma il "New York Herald"  fu  il

    primo a conoscere e a pubblicare la notizia sulla battaglia.

    Gedeone  Spilett  era  d'alta  statura,  sui quarant'anni,  con grossi

    favoriti biondo-rossicci che gli inquadravano il viso.  Il suo  occhio

    era  calmo,  vivo  e  mobilissimo:  era  l'occhio  di chi è abituato a

    cogliere in un baleno tutti i particolari di un  paesaggio  o  di  una

    scena.  Solidamente  costruito,  egli  aveva  affrontato tutti i climi

    della terra,  temprandovisi come  una  sbarra  di  acciaio  nell'acqua

    fredda.

    Da  dieci  anni,  era  il  redattore viaggiante titolare del "New York

    Herald",  che si arricchiva delle sue cronache  e  dei  suoi  disegni,

    poiché  lo  Spilett  maneggiava altrettanto bene la penna e la matita.

    Quando fu preso, stava tracciando sul suo taccuino la descrizione e il

    disegno generale della battaglia.  Le ultime parole tracciate sul  suo

    taccuino furono: «Un sudista mi sta mirando e...».  Ma Gedeone Spilett

    se l'era cavata, come sempre, senza la più piccola scalfittura.

    Lo Smith e lo Spilett,  che non si conoscevano se non di  fama,  erano

    stati  portati  tutt'e  due a Richmond.  L'ingegnere guarì rapidamente

    della sua ferita,  e fu  durante  la  sua  convalescenza  che  strinse

    amicizia  col cronista.  I due uomini si piacquero e si apprezzarono a

    vicenda.  E presto la loro vita non ebbe che un solo  scopo:  fuggire,

    raggiungere  l'armata  di  Grant,   riprendere  le  armi  per  l'unità

    federale.

    I due Americani erano  dunque  decisi  ad  approfittare  di  tutte  le

    occasioni,  ma,  per quanto fossero stati lasciati liberi nella città,

    Richmond era così  meticolosamente  vigilata  che  un'evasione  poteva

    considerarsi come impossibile.

    Intanto  Cyrus  Smith  era stato raggiunto da un suo servitore che gli

    era devoto per la vita e per  la  morte.  Era  un  negro,  nato  nelle

    proprietà  dell'ingegnere da genitori schiavi,  ma da lungo tempo reso

    libero  da  Cyrus  Smith,   abolizionista  per  ragionamento   e   per

    sentimento. Lo schiavo divenuto libero non aveva voluto abbandonare il

    suo padrone.  Sarebbe morto volentieri per lui, tanto lo amava. Era un

    giovanotto sui trent'anni,  gagliardo,  agile,  svelto,  intelligente,

    dolce  e calmo,  talvolta ingenuo,  sempre sorridente,  servizievole e

    buono.   Si   chiamava   Nabuccodonosor,   ma   non   rispondeva   che

    all'abbreviativo familiare di Nab.

    Quando  Nab  seppe  che  il  suo  padrone era stato fatto prigioniero,

    lasciò il Massachussets senza esitare, arrivò davanti a Richmond, e, a

    forza di  astuzia  e  di  abilità,  riuscì  a  penetrare  nella  città

    assediata. Ed è inutile descrivere il piacere di Cyrus nel rivedere il

    suo Nab e la gioia del negro nel trovare il suo padrone.

    Ma  se  Nab  era  stato  rapido  nel penetrare in Richmond,  assai più

    difficilmente se ne sarebbe potuto uscire, poiché i sudisti vigilavano

    da vicino tutti i prigionieri  federali.  Bisognava  dunque  aspettare

    un'occasione  eccezionale  per  tentare,  con  qualche  probabilità di

    successo, un'evasione: e tale occasione non solo non si presentava, ma

    era difficilissimo aiutarla a presentarsi.

    Intanto Grant continuava le sue energiche operazioni,  La vittoria  di

    Petersburg gli era stata fieramente contesa;  le sue forze,  riunite a

    quelle di Butler,  non  riuscivano  a  conseguire  risultati  notevoli

    davanti  a  Richmond,  e nulla lasciava pensare che la liberazione dei

    prigionieri potesse avverarsi sollecitamente. Il cronista, al quale la

    prigionia non consentiva più nessuna raccolta di notizie interessanti,

    non resisteva più e non aveva che un'idea: uscire da Richmond, a tutti

    i costi.  Molte volte,  anzi,  tentò la fuga;  ma sempre fu fermato da

    insormontabili ostacoli.

    Continuando  quell'assedio,  però,  se  ansiosi erano i prigionieri di

    evadere per correre a raggiungere l'armata di Grant,  non meno ansiosi

    di  evadere  erano  alcuni  degli  stessi  assediati  che anelavano di

    ricongiungersi all'armata separatista.  Fra questi,  un certo Jonathan

    Forster,  sudista arrabbiato.  Infatti,  se i prigionieri federali non

    potevano uscire dalla città,  i sudisti non lo potevano  nemmeno  loro

    poiché  l'armata  del Nord li accerchiava.  Il governatore di Richmond

    già da molto tempo non poteva più comunicare col generale Lee,  mentre

    sarebbe  stato  del  più alto interesse strategico fargli conoscere la

    situazione della città e orientarlo sulla sollecita marcia  delle  sue

    truppe.  Jonathan  Forster  ebbe  allora  l'idea  di  innalzarsi in un

    pallone per traversare le linee degli assedianti e giungere  al  campo

    dei  separatisti.  Il governatore autorizzò l'impresa ardimentosa;  un

    aerostato fu fabbricato e messo a disposizione del Forster che  doveva

    essere accompagnato da cinque compagni, bene armati e ben provvisti di

    viveri.  La partenza del pallone fu fissata per la notte del 18 marzo:

    col favore  del  vento  di  nord-ovest,  gli  aeronauti  contavano  di

    raggiungere il campo del generale Lee in poche ore.  Sennonché,  quella

    notte,  il vento di nord-ovest non fu una brezza favorevole:  era  una

    furia  che  annunciava  l'  uragano.  E infatti,  ben presto la bufera

    assunse tali proporzioni,  che la partenza del Forster dovette  essere

    rinviata:  era  impossibile  rischiare l'aerostato e la vita di coloro

    che vi sarebbero saliti in mezzo all' infuriare di quella tempesta. Il

    pallone,  già gonfiato,  era là,  sulla piazza maggiore  di  Richmond,

    pronto  a  partire  alla  prima  caduta del vento;  e l'impazienza dei

    cittadini diventava sempre maggiore davanti all' ostinato imperversare

    del maltempo.  Il 18 e il  19  trascorsero  infatti  senza  che  alcun

    mutamento si verificasse; era anzi difficile trattenere solidamente al

    suolo il pallone che gli impeti del vento tentavano di strappare via a

    ogni momento.  La mattina del 20 l'uragano era sempre violento, e ogni

    idea di partenza fu provvisoriamente abbandonata.

    Proprio quel giorno,  Cyrus Smith venne  avvicinato,  in  una  via  di

    Richmond,  da  un  uomo  che  non conosceva.  Era un marinaio chiamato

    Pencroff, sui trentacinque anni, vigorosissimo, abbronzantissimo, dalla

    faccia bonacciona.  Era un Americano del Nord,  che  aveva  corso  per

    tutti i mari del globo, al quale erano capitate tutte le avventure che

    possono capitare, quaggiù, a una creatura umana. A questo va aggiunto,

    che Pencroff era uomo pieno di iniziative,  pronto a tutto rischiare e

    che  nulla  al  mondo  avrebbe  potuto  stupire.   Sul  principio   di

    quell'anno,  Pencroff  era  capitato  a  Richmond  con  un  giovinetto

    quindicenne della Nuova Jersey, Harbert Brown.  Harbert era figlio del

    capitano  di  Pencroff,  era  rimasto  orfano,  e il rude marinaio gli

    voleva  bene  come  se  fosse  il  suo  proprio  figlio.  Sopravvenuto

    l'assedio,  non  aveva  potuto  più lasciare la città,  con suo grande

    dispetto,  e non aveva avuto più che un'idea - anche lui!-  quella  di

    fuggire  con ogni mezzo possibile.  Egli conosceva di fama l'ingegnere

    Cyrus  Smith,  sapeva  con  quale  impazienza  quell'uomo  audacissimo

    mordeva  il  freno,  e,  quel giorno,  non esitò a fermarlo e a dirgli

    senz'altro preambolo:

    - Signor Smith, non ne avete abbastanza di Richmond?

    L'ingegnere guardò fissamente  lo  sconosciuto  che  continuò  a  voce

    bassa:

    - Signor Smith, volete fuggire?

    -  Quando?  - rispose vivacemente l'ingegnere;  ma è lecito aggiungere

    che quella parola gli sfuggisse dalle labbra perché non  aveva  ancora

    «soppesato» l'uomo che gli faceva siffatta proposta.  Dopo aver, però,

    esaminato quella schietta e leale faccia di  marinaio,  fu  sicuro  di

    avere davanti a sé un brav'uomo, e gli chiese:

    - Chi siete voi?

    Pencroff si presentò.

    Va bene - fece Smith. - E con qual mezzo dovremmo fuggire?

    -   Con   questo   fannullone   d'aerostato   che  pare  stia  proprio

    aspettandoci.

    Il marinaio aveva appena  dette  queste  parole,  che  l'ingegnere  lo

    afferrò di slancio per un braccio e se lo strascinò dietro, fino nella

    sua  stanza.  Qui,  Pencroff  spiegò  il suo progetto.  Non si sarebbe

    arrischiato che la vita,  nell'impresa.  L'uragano era nel pieno della

    sua  violenza;  ma un ingegnere accorto e ardimentoso come Cyrus Smith

    avrebbe ben saputo guidare un aerostato. Se Pencroff avesse conosciuto

    le manovre, non avrebbe esitato a fuggire, con Harbert, s'intende.  Ne

    aveva viste ben altre,  lui, e non si lasciava certo sgomentare da una

    tempesta.

    Cyrus Smith era stato ad ascoltarlo senza  parole,  ma  i  suoi  occhi

    brillavano.  Ecco,  finalmente,  l'occasione propizia. E Smith non era

    uomo da lasciarsela sfuggire.  Il progetto  non  era  che  pericoloso,

    dunque era realizzabile. Durante la notte, nonostante la sorveglianza,

    non  era  difficile  avvicinarsi  al pallone,  salire nella navicella,

    tagliare le gomene, partire. Certo,  si rischiava di finire ammazzati;

    ma si poteva anche riuscire,  e senza quella tempesta... Già, ma senza

    quella tempesta, il pallone sarebbe già partito con i sudisti, e,  con

    esso, l'occasione tanto attesa.

    - Ma io non sono solo... - osservò Cyrus Smith.

    - Quante persone vorreste condurre con voi?

    - Due: il mio amico Spilett e il mio servo Nab.

    -  Fanno  tre;  e,  con  me  e  Harbert,  cinque.  Il  pallone  doveva

    trasportarne sei...

    - Il conto torna. Partiremo.

    Quando il giornalista fu informato del temerario  progetto,  l'approvò

    senza  la  più  piccola  riserva;  si meravigliò solo che un'idea così

    semplice non gli fosse già balenata nel cervello.  Quanto a Nab,  egli

    avrebbe seguito il suo padrone dappertutto.

    -  Allora,  a  questa  sera  - disse Pencroff.  - Ci troveremo in quei

    paraggi come curiosi e...

    - Sì.  Alle dieci precise confermò Smith.  - E  voglia  il  cielo  che

    l'uragano non si plachi prima di quell'ora.

    Pencroff  tornò  nel  suo  alloggio,  dove  il  giovinetto  Harbert lo

    aspettava. Il ragazzo conosceva già il piano del marinaio, e attendeva

    con ansia il risultato del suo colloquio col famoso ingegnere.

    La sera,  l'uragano non si era placato,  e Jonathan Forster e  i  suoi

    compagni  non pensavano certamente a una imminente partenza.  Tutta la

    giornata trascorse sotto la furia della bufera;  e  Smith  temeva  che

    quelle  raffiche  furibonde  non  finissero  per  lacerare  il pallone

    trattenuto a terra da solide gomene. Per lunghe ore ronzò sulla piazza

    quasi deserta, intorno all'aerostato,  come sorvegliandolo.  Pencroff,

    dal canto suo,  fece altrettanto,  le mani in tasca, sbadigliando come

    un ozioso e disoccupato che non sa come ammazzare il tempo.  Cadde  la

    sera,  la  notte si fece profonda e buia.  Cadeva la pioggia mescolata

    alla neve; faceva freddo, una nebbia pesante pareva avesse inghiottito

    Richmond. Si sarebbe detto che la furia del vento avesse stabilito una

    specie di tregua fra assedianti e assediati: anche i cannoni, infatti,

    tacevano davanti alla fragorosa violenza dell'uragano. Le strade della

    città erano deserte,  e,  con quel tempo così spaventoso,  erano state

    tolte  perfino  le  sentinelle  di guardia al pallone.  Tutto favoriva

    insomma  la  partenza  dei  prigionieri;   e  se   non   fosse   stato

    quell'orribile tempo...

    -  Maledetto  uragano!  -  brontolava Pencroff fermandosi con un pugno

    sulla testa il cappello che il vento voleva strappargli  via.  -  Beh,

    vedremo di cavarcela lo stesso...

    Alle  nove  e  mezzo Cyrus Smith e i suoi due compagni giungevano,  da

    opposte direzioni, sulla piazza che,  spenti dal vento i fanali a gas,

    era  immersa  nella  più  profonda  oscurità.  Non  si  vedeva nemmeno

    l'enorme aerostato tutto schiacciato contro il suolo.

    I cinque prigionieri si incontrarono vicino alla navicella. Nessuno li

    aveva visti e,  tanta era l'oscurità,  durarono fatica loro  stessi  a

    vedersi.  Senza  dire  una  parola,  salirono  sulla  navicella mentre

    Pencroff,  dietro ordine dell'ingegnere,  tagliava uno dopo l'altro  i

    cavi  che  trattenevano il pallone.  Tagliato il penultimo il marinaio

    raggiunse i suoi compagni.  L'ingegnere  era  sul  punto  di  spezzare

    l'ultimo   ormeggio   quando   un  cane  piombò  all'improvviso  nella

    navicella. Era Top, il cane di Smith che,  rotta la sua catena,  aveva

    inseguito  e  raggiunto  il padrone.  L'ingegnere esitò.  Temeva in un

    eccesso di peso e stava per ributtare a terra il cane, ma Pencroff gli

    disse:

    - Per uno di più...- Così dicendo tagliò risoluto l'ultimo cavo  e  il

    pallone  rapito  dal vento scattava in aria e spariva nella notte dopo

    avere abbattuto con la navicella due comignoli  che  aveva  incontrato

    nel suo slancio.

    L'uragano si scatenava allora con spaventosa violenza. L'ingegnere per

    tutta  la  notte  mantenne  l'aerostato assai alto;  e quando sorse il

    giorno un denso strato di nebbia copriva la terra.  Fu  soltanto  dopo

    cinque  giorni di viaggio che un'improvvisa schiarita lasciò vedere lo

    sconfinato mare al disotto del  pallone  che  il  vento  continuava  a

    spingere con tremenda velocità.

    Abbiamo visto come di quei cinque uomini partiti il 20 marzo,  quattro

    fossero stati gettati,  il 24,  sopra una spiaggia deserta  a  più  di

    seimila miglia dalla città di Richmond.

    Ma   colui   che  mancava,   colui  che  i  quattro  scampati  stavano

    ansiosamente cercando,  era il loro capo naturale,  l'ingegnere  Cyrus

    Smith.

 

    CAPITOLO 3.

 

    L'ingegnere era stato strappato via da un colpo di mare, e il suo cane

    lo  aveva  voluto  seguire  precipitandosi  dietro  di  lui  come  per

    aiutarlo.

    - Andiamo - gridò il giornalista. E tutti e quattro,  Gedeone Spilett,

    Harbert,   Pencroff   e   Nab,   dimenticando   stanchezza  e  fatica,

    cominciarono affannosamente le loro ricerche.  Il povero Nab  piangeva

    di  rabbia  e  di  disperazione al pensiero di aver perduto quello che

    aveva di più caro al mondo.  Ma non erano trascorsi più di due  minuti

    fra  l'attimo  in cui l'ingegnere era stato strappato via dalle onde e

    il momento in cui i suoi compagni  erano  giunti  sulla  spiaggia:  si

    poteva dunque sperare di arrivare in tempo a salvarlo.

    - Cerchiamolo! Cerchiamolo! - gridava Nab.

    - Sì, Nab - gli disse Gedeone Spilett. - Stai sicuro che lo troveremo.

    - Vivo?

    - Vivo!

    - Sa almeno nuotare? - chiese Pencroff.

    - Sì - rispose Nab. - E poi Top è con lui...

    Ma  il  marinaio,  sentendo  i ruggiti dell'infuriato mare,  scosse la

    testa dubbioso.  L'ingegnere era scomparso a circa un mezzo miglio  di

    distanza dal punto dove i naufraghi erano venuti a cadere col pallone.

    Se  egli  avesse  potuto  raggiungere  il punto più vicino della costa

    avrebbe toccato terra a mezzo miglio di distanza.  Erano quasi le  sei

    di  sera,  la  nebbia  saliva,  la  notte si annunciava assai buia.  I

    naufraghi camminavano verso nord seguendo la costa di quella terra  su

    cui il caso li aveva buttati: terra ignota di cui non potevano nemmeno

    supporre la posizione geografica. Camminavano sopra una terra sabbiosa

    che  pareva  sprovvista d'ogni specie di vegetazione,  assai ineguale,

    scabra,  rotta qua e là da piccoli  pantani  che  rendevano  arduo  il

    cammino. Da quei brevi specchi d'acqua immobile scattavano su in lento

    volo  degli  uccellacci  che  il  buio della notte subito inghiottiva.

    Altri invece prillavano via in interi stormi che  facevano  pensare  a

    nuvole  cacciate  dal vento.  Pencroff credette di riconoscere in essi

    dei gabbiani le cui strida acute si udivano tra i  ruggiti  del  mare.

    Tratto  tratto i naufraghi si fermavano,  lanciavano delle grida e poi

    sostavano muti ad ascoltare se qualche grido rispondesse  dall'Oceano.

    Pensavano che, se fossero stati vicini al punto dove l'ingegnere aveva

    raggiunto  la  terra,  i  latrati  di  Top  avrebbero risposto ai loro

    appelli qualora l'ingegnere non fosse stato  in  condizioni  di  poter

    lanciare  un grido.  Ma non si udiva che lo schianto delle onde contro

    la riva e il gruppo di uomini riprendeva il suo cammino.

    Dopo  venti  minuti   di   ricerche   i   naufraghi   furono   fermati

    all'improvviso da una schiumante striscia di onde. La terra finiva. Si

    trovavano sull'estremità di una punta rocciosa contro la quale il mare

    si rompeva con furore.

    -  E'  un  promontorio  -  osservò  il  marinaio  -  bisogna  che  noi

    ritorniamo,  tenendoci verso la destra;  raggiungeremo così  la  terra

    ferma.

    -  Ma  se  egli  fosse  là!...  -  gridò Nab mostrando l'Oceano su cui

    biancheggiavano, nelle tenebre, le schiume delle onde.

    - Chiamiamo ancora!

    Tutti, unendo le loro voci, lanciarono alte grida; ma nessuno rispose.

    Attesero un attimo di quiete, gridarono ancora una volta,  non rispose

    che il silenzio.  I naufraghi tornarono allora verso terra seguendo la

    costa opposta del promontorio.  Anche qui  il  suolo  era  sabbioso  e

    sparso  di pietre;  ma Pencroff notò che il terreno saliva e pensò che

    doveva raggiungere a poco a poco un'alta  scarpata  che  si  profilava

    confusamente  nell'ombra della notte.  Qui gli uccelli erano rari,  il

    mare appariva meno agitato, le onde più tranquille,  s'udiva appena il

    mormorio  del  risucchio.  Questo  lato  del  promontorio doveva senza

    dubbio  formare  una  specie  di  baia  semicircolare  protetta  dalla

    violenza della tempesta che infuriava al largo.

    Ma,  seguendo  quella  direzione,  s'andava  verso  il  sud  e  ci  si

    allontanava da quel tratto di  costa  sul  quale  l'ingegnere  avrebbe

    potuto metter piede. Dopo un cammino di un miglio e mezzo la costa non

    presentava  alcuna  svolta  che  consentisse di tornare verso il nord.

    Eppure bisognava bene che quel promontorio di cui  si  era  girata  la

    punta  si  unisse alla terra ferma;  e i naufraghi,  quantunque sfatti

    dalla fatica,  procedevano coraggiosamente sperando di trovare a  ogni

    passo   qualche  angolo  brusco  che  li  rimettesse  nella  direzione

    primitiva. Sennonché dopo circa due miglia di strada faticosa si videro

    ancora una volta fermati dal mare sopra una punta rocciosa.

    - Siamo sopra un  isolotto  -  esclamò  Pencroff  -  e  noi  l'abbiamo

    traversato da una estremità all'altra!

    Il  marinaio aveva detto il vero.  I naufraghi erano stati gettati non

    sopra un continente e nemmeno sopra un'isola vera e propria,  ma sopra

    un  isolotto  che non misurava più di due miglia di lunghezza.  Questo

    isolotto  arido  pietroso  senza  vegetazione,  squallido  rifugio  di

    gabbiani,  faceva forse parte di un arcipelago più importante? Chissà!

    I passeggeri,  quando dalla loro navicella  lo  videro  attraverso  le

    nebbie non avevano certo potuto esaminarlo con cura.  Ma Pencroff, con

    i suoi occhi di marinaio abituati a vedere nelle tenebre,  credette  a

    un  certo punto di distinguere verso occidente delle masse confuse che

    potevano annunciare una costa montagnosa.  Sennonché ormai  era  notte,

    non si poteva pensare ad abbandonare l'isolotto accerchiato dal mare e

    bisognava  rinviare  all'indomani  le  ricerche dell'ingegnere che non

    aveva risposto purtroppo a nessuna delle  invocazioni  lanciate  nella

    notte dai suoi compagni.

    - Ma il silenzio di Cyrus non prova niente - osservò il giornalista. -

    Potrebbe  essere  svenuto,  ferito,  impossibilitato  per il momento a

    rispondere. Non bisogna disperare.

    E propose di accendere nell'isolotto un fuoco che potesse  servire  da

    punto d'orientamento all'ingegnere. Ma invano cercarono legna o sterpi

    secchi:  non c'era che sabbia e pietrame.  Facile immaginare il dolore

    di Nab  e  dei  suoi  compagni,  che  erano  così  strettamente  uniti

    all'ingegnere.  Bisognava  convenire  che  erano impotenti a portargli

    alcun soccorso e che era necessario attendere il giorno.  E allora,  o

    l'ingegnere  aveva  potuto  salvarsi con le sole sue forze e aveva già

    trovato rifugio sopra un altro punto dell'isolotto, oppure era perduto

    per sempre.

    Furono  ore  lunghe  e  penose.  Il  freddo  era  acuto  e  tormentava

    dolorosamente,  ma  i  naufraghi  non  se  ne accorgevano nemmeno, 

    pensarono di concedersi un minuto di riposo. Dimenticando le loro pene

    fisiche, il pensiero fisso al loro capo,  sperando sempre,  andavano e

    venivano sull'arido isolotto,  frugando, chiamando, cercando, tornando

    sempre verso la punta settentrionale dove pareva loro di trovarsi  più

    vicini  al luogo dove si era perduto Cyrus Smith,  restando in ascolto

    se venisse qualche grido lontano nella notte.  A un  certo  punto,  un

    grido di Nab parve riprodursi in un'eco; Harbert se ne avvide, lo fece

    notare a Pencroff, e aggiunse:

    -  Questo  proverebbe  che  dovrebbe esserci verso occidente una costa

    abbastanza vicina.

    Il marinaio ne convenne.  D'altro lato,  egli aveva intravisto qualche

    cosa,  nel  buio,  verso  quella  parte;  i  suoi  occhi  non potevano

    ingannarsi; sì, doveva esserci una terra verso occidente.

    Quella eco lontana fu la sola risposta che  pervenisse  alle  orecchie

    dei naufraghi.

    Intanto  il  cielo  a  poco  a  poco si puliva delle nuvole.  Verso la

    mezzanotte qualche stella apparve e,  se l'ingegnere fosse  stato  con

    loro,  avrebbe  fatto osservare ai suoi compagni che non erano già più

    le stelle dell'emisfero boreale.  Infatti,  non si  vedeva  la  stella

    polare, le costellazioni zenitali non erano quelle che si vedevano sui

    cieli settentrionali dell'America, la Croce del Sud splendeva sul polo

    australe del globo.

    La  notte  trascorse  così.  Verso  le  cinque  del mattino,  il cielo

    cominciò a impallidire.  Ancor  buio  era  l'orizzonte,  ma  poi,  con

    l'alba,  una nebbia pesante si stese sul mare e rapidamente: non ci si

    vedeva a venti passi di distanza. Era un motivo di nuove angosce per i

    naufraghi che avevano atteso la luce del  giorno  con  tutta  ansia  e

    adesso non scorgevano assolutamente nulla.

    - Non importa - disse Pencroff,  - se non vedo la costa, la sento... E

    là...  là,  ne sono sicuro come  sono  sicuro  di  non  essere  più  a

    Richmond.

    Ma  quella  nebbia non poteva tardar troppo a sollevarsi,  non era che

    una nebbia del bel tempo,  e  il  calore  del  sole  l'avrebbe  presto

    dissolta. Verso le sei, infatti, cominciò a farsi trasparente; presto,

    l'intero  isolotto  si  scoprì agli occhi dei naufraghi,  poi il mare,

    infinito verso oriente,  ma chiuso verso occidente da una costa alta e

    diruta. Sì! La terra era là! Là la salvezza sicura, almeno per qualche

    tempo. Fra l'isolotto e quella costa correva un braccio di mare, largo

    mezzo miglio ma tormentato da una corrente fortissima. Eppure, uno dei

    naufraghi,  non  ascoltando che il proprio cuore,  si buttò nell'acqua

    senza dire una sola parola.  Era Nab.  Egli aveva fretta di essere  su

    quella  costa  e  di  spingersi  verso  nord.  Nessuno  avrebbe potuto

    trattenerlo. Invano, infatti, Pencroff cercò di richiamarlo.  E allora

    il giornalista si accinse a seguire il negro. Ma il marinaio lo fermò:

    - Che volete fare? Buttarvi anche voi a nuoto verso la costa?

    - Sì.

    -  Aspettate,  date ascolto a me.  Nab basterà,  se mai,  a soccorrere

    l'ingegnere.  Se ci avventuriamo tutti in questo braccio di  mare,  la

    corrente potrebbe portarci verso il largo.  Ora,  se non m'inganno, si

    tratta di una corrente provocata dall'alta marea. Guardate,  adesso la

    marea accenna a scendere.  Un po' di pazienza,  e, quando il mare sarà

    basso, troveremo probabilmente un passaggio guadabile.

    - Sì, avete ragione - ammise Spilett.  - E' meglio che ci separiamo il

    meno possibile.

    Intanto  Nab  lottava  con  ostinatezza  gagliarda contro la corrente,

    cercando di attraversarla in senso obliquo.  Si vedevano le sue spalle

    nere  emergere  dall'acqua  a  ogni  colpo di braccia;  andava sì alla

    deriva,  ma si avvicinava sempre più alla costa.  Gli ci volle più  di

    mezz'ora per superare quel mezzo miglio d'acqua, e quando raggiunse la

    costa  si  trovava  a parecchie centinaia di metri più in là dal punto

    dell'isolotto dove si era lanciato a nuoto.  A  terra,  Nab  si  trovò

    subito  davanti  a  una muraglia di granito.  Si scosse vigorosamente,

    poi,  correndo,  sparì agli occhi dei compagni  svoltando  dietro  una

    punta rocciosa che si protendeva nel mare in direzione nord.

    I  suoi  compagni  lo  avevano  seguito con trepidazione e,  quando lo

    perdettero di vista,  cominciarono a esaminare quella terra  dove  tra

    breve si sarebbero trasferiti in cerca di un rifugio, sostenendosi con

    qualche  arsella.  Come colazione,  era piuttosto magra;  ma bisognava

    rassegnarsi...

    La costa che si vedeva di fronte  formava  una  vasta  baia  conchiusa

    verso sud da una punta assai acuta, senza alcun segno di vegetazione e

    dall'apparenza  selvaggia.   Verso  settentrione,   invece,  la  baia,

    aprendosi, formava un litorale meno scabro, che correva da sud-ovest a

    nord-est e terminava in un capo affilato.  Fra quei due punti  estremi

    sui quali s'appoggiava l'arco della baia,  potevano correre circa otto

    miglia. Proprio davanti all'isolotto, quella terra mostrava,  in primo

    piano,  una  spiaggia  sabbiosa  disseminata  di rocce nerastre che la

    calante marea veniva a  una  a  una  discoprendo.  In  secondo  piano,

    s'alzava  una cortina granitica,  tagliata a picco,  incoronata da una

    cresta capricciosa alta un centinaio di metri sul  mare,  lunga  circa

    tre  miglia  e  che  finiva  con una specie di pane tagliato con tanta

    precisione che pareva opera umana anziché naturale. Nessun albero,  in

    quel  paesaggio  desolato che ricordava quello che domina la città del

    Capo di Buona Speranza, naturalmente in proporzioni ridotte. Ma, verso

    destra, dall'isolotto, si potevano scorgere, al di là di quella specie

    di pan tagliato, le masse confuse di grandi alberi che si prolungavano

    a  perdita  d'occhio.   Era  una  vista  che  rallegrava  lo  spirito,

    attristato dalla asprezza di quelle aride muraglie e di quelle spiagge

    desolate.  E finalmente,  sul fondo,  in direzione nord-ovest, a oltre

    sette miglia,  splendeva una cima bianca che i raggi del sole facevano

    brillare.  Era  un cappuccio di neve stesa sopra un monte lontano.  Ma

    chissà se quella terra era  un'isola  oppure  un  continente!  Vedendo

    certi cumuli di rocce contorte e sconvolte,  non era difficile arguire

    che si trattasse di terreni vulcanici.  Spilett,  Pencroff  e  Harbert

    guardavano  con  attenzione  quella terra sulla quale si accingevano a

    trasferirsi,  sulla quale,  forse,  avrebbero dovuto vivere per anni e

    anni, e aspettarvi la fine, se essa non si trovava sopra qualche rotta

    marina...

    - Pencroff - mormorò Harbert. - Che cosa ne pensi?

    - Mah!  - gli rispose il marinaio. - C'è del buono e del cattivo, come

    in tutte le cose di questo mondo.  Vedremo.  Intanto,  però,  la bassa

    marea comincia. Credo che fra tre ore potremo tentare il guado. Quando

    saremo di là, cercheremo di cavarcela e di trovare l'ingegnere Smith.

    Pencroff non si era ingannato nelle sue previsioni.  Tre ore dopo, col

    mare basso,  quasi tutto il  letto  del  canale,  formato  da  sabbia,

    emergeva  e  non  restava più fra l'isolotto e la terra ignota che uno

    strettissimo tratto di mare da traversare.  Alle dieci,  Spilett  e  i

    suoi  compagni  si  spogliarono,  si  assicurarono  i loro abiti in un

    fagotto sopra le teste e si avventurarono  in  quel  breve  tratto  di

    mare,  profondo poco più di un metro e mezzo.  Il solo Harbert, ancora

    piccolo,  dovette nuotare,  e lo fece mirabilmente.  In  pochi  minuti

    furono,  senza fatica, sull'opposto litorale dove, asciugatisi al sole

    e rivestiti i loro abiti, si sedettero a deliberare sul da farsi.

 

    CAPITOLO 4.

 

    Subito il giornalista disse a Pencroff di aspettarlo in quello  stesso

    punto  dove  avevano toccato terra,  e,  senza il più piccolo indugio,

    risalì la costa seguendo la stessa strada che aveva poco prima seguito

    il negro Nab,  sparendo presto dietro  un  angolo  di  terra.  Harbert

    avrebbe  voluto  accompagnarlo,   ma  Pencroff  lo  aveva  trattenuto,

    dicendogli:

    - Resta, figliolo.  Dobbiamo preparare un accampamento e vedere se non

    ci  è possibile trovare qualche cosa da mettere sotto i denti: qualche

    cosa di più sostanzioso delle arselle di ieri.  Anche i  nostri  amici

    avranno  bisogno  di  rifocillarsi,  quando  torneranno.  Andiamo:  al

    lavoro!

    - Eccomi pronto, Pencroff.

    - Vedrai che qualche cosa combineremo.  Procediamo con  metodo.  Siamo

    stanchi,  abbiamo  fame  e  abbiamo freddo.  Bisogna dunque trovare un

    ricovero,  del cibo e del fuoco.  La foresta  ha  del  legno,  i  nidi

    avranno delle uova; non ci resta che trovarci una casa.

    - Andrò io a cercare una grotta dentro queste rocce, e finirò pure per

    trovare qualche bel buco dove potremo rifugiarci!

    - Ecco. Andiamo, ragazzo.

    Si  misero in cammino ai piedi della enorme muraglia granitica,  sulla

    spiaggia che la bassa marea aveva scoperto per largo tratto.  Andavano

    però verso sud, perché Pencroff aveva osservato che, a un centinaio di

    metri  al di sotto del punto dove erano arrivati,  la costa presentava

    una specie di taglio che,  secondo il marinaio,  doveva essere la foce

    di  un  fiume  o  di  un  ruscello.  Ora,  se  era  importante trovare

    dell'acqua da bere, era anche possibile che la corrente avesse portato

    Smith proprio verso quella  foce.  La  muraglia  di  granito,  che  si

    innalzava,  come s'è detto,  di un centinaio di metri,  era compatta e

    nemmeno alla sua base,  che pur veniva lambita dalle onde,  presentava

    la più piccola incrinatura.  Era,  insomma, una specie di muraglione a

    picco liscio e durissimo,  sulla  cui  sommità  roteavano  miriadi  di

    uccelli acquatici,  tutt'altro che spaventati dalla presenza di quegli

    uomini che vedevano certo per la prima volta.  Pencroff  riconobbe  in

    mezzo  a  essi  due  o tre specie di gabbiani,  e pensò che con un sol

    colpo di fucile se ne sarebbe potuto abbattere molti;  ma per  sparare

    un  colpo  di  fucile,  è  necessario  un  fucile,  e i due uomini non

    l'avevano. D'altra parte,  si sa che i gabbiani non sono affatto buoni

    da mangiare e nemmeno le loro uova sono gradevoli al gusto.

    Intanto,  Harbert,  che  si  era  allontanato  di  qualche passo verso

    sinistra,  scoprì delle rocce rivestite di alghe in mezzo  alle  quali

    innumerevoli   erano   certe  conchiglie  a  doppia  valva  abbastanza

    solleticanti per  gente  affamata.  Chiamò  subito  Pencroff,  che  si

    affrettò a raggiungerlo.

    - Perbacco! - gridò il marinaio. - Ma sono delle arselle!

    - Non direi - osservò Harbert che le aveva esaminate con attenzione. -

    Le direi piuttosto dei litodomi.

    - Si mangiano?

    - Benissimo.

    - E allora, facciamo colazione con questi signori.

    Ci si poteva fidare di Harbert,  ferratissimo in storia naturale,  che

    aveva,  per volontà del padre,  seguito  i  corsi  dell'Università  di

    Boston  i  cui  professori  avevano  subito  preso  a  ben volere quel

    giovinetto studioso e appassionato.  La  sua  profonda  conoscenza  di

    siffatta disciplina doveva,  anzi,  tornare di grande utilità anche in

    avvenire.

    Questi litodomi erano dei molluschi cosiddetti perforatori  perché  si

    scavano  dei  buchi dentro la pietra e hanno la conchiglia arrotondata

    verso le estremità.

    Pencroff e  Harbert  ne  fecero  una  scorpacciata,  come  se  fossero

    ostriche,  e  non dovettero nemmeno lamentarsi per la mancanza di pepe

    perché il sapore di quei molluschi era già assai pepato per conto suo.

    Calmato un poco l'appetito,  bisognava pensare a trovare dell'acqua da

    bere.  Raccolta  un'ampia  provvista  di  quei  molluschi,  Pencroff e

    Harbert si misero in cammino e duecento passi più in là  arrivarono  a

    quella  spaccatura della costa dove il marinaio aveva supposto la foce

    di un corso di acqua. La sua supposizione era stata infatti esatta. Vi

    trovarono una specie di fiume che si  cacciava  dentro  la  spaccatura

    della muraglia di granito e, mezzo miglio più in su, spariva dentro un

    bosco.

    - Harbert! Guarda. Qui, l'acqua; là, il bosco. Adesso non ci manca che

    la casa.

    Era  un'acqua limpida e,  in quell'ora di bassa marea,  dolce.  Invano

    però Harbert cercò  intorno  una  grotta,  un  rifugio  qualunque:  la

    muraglia  di granito permaneva liscia e compatta.  Però,  proprio alla

    foce di quel corso di acqua,  a seguito  di  alcune  frane,  si  erano

    formate  non  delle  grotte,  ma come dei mucchi di rocce.  Pencroff e

    Harbert si cacciarono per i sentieri di sabbia che correvano in  mezzo

    a  quella  convulsione rocciosa,  sfiorando pinnacoli che si reggevano

    per miracoli di equilibrio  naturale,  e  duravano  fatica  a  reggere

    contro  il  vento  che  si  infilava  rabbioso  e violento dentro quei

    camminamenti sabbiosi che formavano come un labirinto  in  mezzo  alle

    rocce.

    - Fermiamoci - disse Pencroff.  - Potremo utilizzare,  per ora, uno di

    questi roccioni che presenti  qualche  cavità.  Certo,  se  fosse  qui

    l'ingegnere, egli saprebbe sfruttare assai meglio queste rocce...

    -  Tornerà presto - affermò Harbert.  - Ma quando torna,  deve trovare

    qui  una  dimora  abbastanza  abitabile.   Del  resto,   la  renderemo

    abitabile, se riusciremo a costruire una specie di focolare, in una di

    queste cavità, e a lasciarvi un'apertura perché il fumo possa uscirne.

    - Ce la faremo,  ragazzo mio.  E prima di tutto, andiamo a raccogliere

    un poco di combustibile;  penso che il  bosco  ce  lo  fornirà;  e  ci

    fornirà  anche  dei grossi legni per turare convenientemente la nostra

    grotta e sbarrare il passo a questo vento del diavolo.

    Risalirono allora la sponda sinistra del corso d'acqua, notando che la

    corrente era assai forte e si portava dietro dei tronchi d'alberi.

    Certo,  durante l'alta marea,  quelle acque dovevano essere risospinte

    all'  indietro  per  un  lungo tratto: e Pencroff pensò che si sarebbe

    potuto utilizzare benissimo quel movimento di flusso  e  riflusso  per

    trasportare degli oggetti pesanti.

    Dopo  aver  camminato  per  un quarto d'ora,  il marinaio e il ragazzo

    arrivarono dove il corso d'acqua descriveva una brusca giravolta e  si

    tuffava  dentro  una  foresta  di  alberi  stupendi,  ancor  ricchi di

    fogliame nonostante la stagione.  Si trattava di conifere,  e Harbert,

    il  piccolo  naturalista,  riconobbe  subito  la  famiglia  alla quale

    appartenevano quelle conifere dal gradito  profumo,  e  poi  mostrò  a

    Pencroff  alcuni  alti  ciuffi  di  pini marittimi dal largo ombrello.

    Camminando sotto quegli alberi, sotto le alte erbe,  il marinaio sentì

    scricchiolare e crepitare sotto i suoi passi delle legne secche.

    - Ragazzo - fece Pencroff,  - io non conosco il nome di questi alberi,

    ma so di poterli catalogare nel genere della «legna da ardere»:  ed  è

    quello che, per ora, ci interessa.

    -  Facciamone  subito  una  buona  provvista  -  gli  rispose Harbert,

    mettendosi senz'altro all'opera.

    La raccolta fu facile.  Non  occorreva  nemmeno  rompere  dei  rami  o

    strapparli  dagli  alberi,  tanta  era  la quantità di legna secca che

    giaceva in terra. Il combustibile,  insomma,  non mancava;  quello che

    mancava era un mezzo di trasporto.  Secca com'era, quella legna doveva

    ardere  con  estrema  facilità  e  rapidità;   sarebbe  quindi   stato

    necessario  portarne  una forte provvista alla grotta,  e il carico di

    due uomini era ben lungi dal bastare.

    - Non preoccuparti,  ragazzo - fece Pencroff - troveremo bene un mezzo

    per trasportare questo combustibile.  Ci si arrangia sempre. Certo, se

    avessimo una carretta o una barca, la cosa sarebbe fin troppo facile.

    - Ma abbiamo il fiume - esclamò Harbert.

    - Ecco. Il fiume sarà per noi la strada che cammina per conto suo, e i

    traini di legname non sono stati inventati per nulla.

    - Però,  in questo momento,  questa nostra strada d'acqua corre in una

    direzione  proprio opposta alla nostra.  C'è l'alta marea,  e il corso

    d'acqua retrocede.

    - Aspettiamo la bassa marea;  e  penserà  quest'acqua  a  portarci  il

    combustibile alla grotta.

    E subito, tutt'e due, cominciarono a portare verso la sponda del fiume

    grossi  fasci di legna secca.  Poi,  con dei tronchi abbastanza grossi

    legati insieme con robuste liane secche,  costruirono  una  specie  di

    zattera  sulla quale accumularono ordinatamente la legna raccolta.  In

    poco più di un'ora,  il carico era completo,  e il traino,  assicurato

    alla sponda,  aspettava la bassa marea per prendere il via e lasciarsi

    portare dalla corrente.

    C'erano alcune ore da aspettare e venne a tutti e due il  pensiero  di

    impiegarle  salendo  fin sopra la muraglia di granito per esaminare di

    lassù la terra sconosciuta sulla quale avevano posto il  piede.  A  un

    centinaio di metri più in là,  la muraglia scendeva dolcemente, come a

    formare  una  scalinata  naturale.  Harbert  e  Pencroff  la  salirono

    agevolmente  e  in  pochi  minuti furono sulla sommità della gradinata

    granitica di dove  potevano  contemplare  lo  sterminato  Oceano.  Con

    ansiosa emozione scrutarono tutta la costa settentrionale, sulla quale

    erano scesi col pallone.  Là,  Cyrus Smith era scomparso,  e là i loro

    occhi cercarono  se  qualche  rottame  dell'aerostato  non  fosse  per

    avventura rimasto a galleggiare sulle acque; ma il mare non era che un

    infinito  deserto  d'acqua,  e  deserta  appariva la costa.  Non vi si

    scorgevano nemmeno Nab e il giornalista. Ma,  forse,  in quel momento,

    l'uno  e l'altro stavano cercando ed esplorando in qualche altra parte

    della costa...

    - Eppure,  qualche cosa mi dice - esclamò Harbert - che un  uomo  come

    l'ingegnere  non  ha  potuto annegare come l'ultimo venuto.  Egli deve

    aver  raggiunto  qualche  altro  punto  della  costa.  Non  lo  credi,

    Pencroff?

    Il  marinaio  scosse  la  testa  con tristezza;  egli non aveva troppe

    speranze di  rivedere  Cyrus  Smith;  ma  non  voleva  distruggere  le

    speranze del ragazzo, e gli rispose:

    -  Senza  dubbio,  figliolo;  il  nostro  ingegnere  è uomo da cavarsi

    d'impiccio dove tutti gli altri uomini sarebbero fritti.

    Verso occidente,  si vedeva svettare  la  montagna  con  la  sua  cima

    coperta  di neve.  Larghe masse boscose l'ammantavano sino a una certa

    altezza,  e  dove  il  bosco  finiva,   spaziava  una  vasta  prateria

    disseminata  di ciuffi di alberi.  Laggiù,  qua e là,  si vedeva anche

    scintillare  l'acqua  del  fiume  che  certo  doveva  scendere   dalla

    montagna.

    - Chissà se siamo sopra un'isola! - mormorò pensoso Pencroff.

    - Comunque, dovrebbe essere un'isola assai grande.

    - Per quanto grande sia, sarebbe sempre un'isola...

    La  questione  non  poteva  essere  risolta  in quel momento.  Bastava

    constatare che,  isola  o  continente,  quella  terra  era  abbastanza

    fertile, piacevole come paesaggio, varia nei suoi prodotti.

    - Bisogna ringraziare la Provvidenza - disse Pencroff - che, in fondo,

    ci ha assistito nel nostro disastro.

    - Sia dunque lodato Iddio - gli fece Harbert, il cui giovane cuore era

    pieno di riconoscenza per il Creatore.

    Poi  ripresero  la strada del ritorno,  seguendo la cresta meridionale

    della muraglia, orlata da un festone di rocce capricciose dalle quali,

    al passare dei due uomini, scattavano a volo stormi di uccelli.

    - Ma non sono dei gabbiani - esclamò Harbert.

    - E allora, che uccelli sono? Sembrerebbero dei piccioni!

    - E difatti,  sono dei colombi  selvatici  o  colombi  di  roccia  gli

    rispose Harbert.  - Li riconosco benissimo dalla doppia banda nera che

    traversa le loro ali, dalla macchia di piume bianche sul dorso,  e dal

    colore blu-cinerino delle loro piume.  E,  sai, il colombo di roccia è

    ottimo da mangiare: di conseguenza ottime devono essere le loro  uova.

    Ora, per poche che ne abbiano lasciate nei loro nidi...

    - Ah, non lasceremo loro il tempo di schiudersi, se non in tante belle

    frittate.

    - Già; ma e come le farai le frittate? Con che cosa?

    - Hai ragione; non sono abbastanza mago per questo. Ma non importa; ci

    accontenteremo  di  uova alla coque e di uova sode.  Le più dure me le

    papperò io.

    Nelle anfrattuosità di quelle rocce,  in certi  buchi  annidati  nelle

    pieghe  della  pietra,  trovarono  molte  uova  e ne raccolsero alcune

    dozzine  che  conservarono  accuratamente  nel  largo  fazzoletto  del

    marinaio.  Quindi,  scesero verso il corso d'acqua.  Quando arrivarono

    sulla sponda,  era  un'ora  del  pomeriggio,  e  la  bassa  marea  già

    cominciava.  Bisognava  approfittare del riflusso per avviare verso le

    grotte il carico di legna.  Pencroff non  voleva  che  quella  zattera

    andasse sulla corrente senza direzione,  e,  d'altro canto,  non osava

    imbarcarsi su quel fragile mezzo natante in mezzo a un fiume rapinoso,

    ma un marinaio non è mai in imbarazzo,  quando si tratta di cavi e  di

    gomene,  e Pencroff, in un battibaleno, formò una grossa e lunga corda

    intrecciando insieme delle tenacissime liane,  l'assicurò  alla  poppa

    della  zattera  e  ne  tenne  un  capo  nelle  mani,  mentre  Harbert,

    aiutandosi con  una  lunga  pertica,  manteneva  l'imbarcazione  nella

    corrente.

    La  cosa  riuscì alla perfezione.  Il grosso carico di legna,  frenato

    dalla lunga corda  vegetale  tenuta  nel  pugno  fermo  del  marinaio,

    seguiva  docilmente  il  filo  della  corrente.  La riva del fiume era

    pianeggiante,  non c'era  pericolo  di  urti  che  avrebbero  messo  a

    repentaglio  il carico,  e in poco meno di due ore,  la zattera veniva

    fermata a pochi passi di distanza dalle grotte.