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Kim/2
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CAPITOLO III
Il vento caldo porta a Kamakura
la voce di ogni Anima che si aggrappo
alla vita, stretta di raggio in raggio,
quando la legge di Devadatta era ancor nuova.
Dietro di loro un contadino arrabbiato brandiva una canna di bambù. Era un ortolano, di casta arain, che coltivava fiori e verdura per la città di Umballa, e Kim conosceva bene quella razza.
"Una persona così", disse il lama, ignorando i cani, "è scortese con gli stranieri, sfrenata nell'eloquio e poco generosa. Che i suoi modi ti siano di insegnamento, discepolo".
"Ohi, mendicanti sfacciati!", gridava l'ortolano. "Andate via! Fuori di qui!".
"Andiamo", ribatté il lama con tranquilla dignità. "Andiamo via da questi campi sconsacrati".
"Ah", fece Kim trattenendo il respiro. "Se adesso il prossimo raccolto va male, puoi maledire solo la tua lingua".
L'uomo strusciò i piedi nelle ciabatte, imbarazzato. "Questa zona è piena di accattoni", esordì come volesse scusarsi.
"E da cosa hai capito che proprio a te, Mali, avremmo chiesto l'elemosina?", chiese maligno Kim, usando il nome che agli ortolani da più fastidio. "Volevamo solo dare un'occhiata al fiume oltre il campo laggiù".
"Un fiume, proprio!", sbottò l'uomo. "Ma da che città venite, che non sapete riconoscere un canale artificiale? È dritto come una freccia, e io pago l'acqua come fosse argento fuso. Più avanti c'è il ramo di un fiume. Ma se volete acqua, ve la posso dare... e anche latte".
"No, andremo al fiume", disse il lama allontanandosi a lunghe falcate.
"Latte e un pasto", balbettò l'uomo, guardando quel personaggio alto e bizzarro. "Io... io non voglio attirare del male su di me, o sul mio raccolto; ma i mendicanti sono così numerosi in questi tempi duri".
"Prendi nota", il lama si rivolse a Kim. "A parlare duramente lo ha spinto la Nebbia Rossa della rabbia. Quando questa si è dissipata, si è mostrato cortese e di buon cuore. Che i suoi campi siano benedetti. Attento a non giudicare gli uomini troppo in fretta, contadino".
"Ho incontrato santoni che ti avrebbero maledetto tutto, dalla pietra del focolare alle stalle", disse Kim all'uomo confuso. "Non è un uomo saggio e santo? E io sono il suo discepolo".
Puntò altezzoso il naso in aria e percorse lo stretto passaggio di separazione dei campi con aria molto dignitosa.
"Non c'è orgoglio", disse il lama dopo una pausa, "non c'è orgoglio fra quelli che seguono la Via di Mezzo".
"Ma tu hai detto che era di bassa casta, e che era scortese".
"Di bassa casta non l'ho detto: come potrebbe essere ciò che non esiste? E poi lui ha fatto ammenda della sua scortesia, e io ho dimenticato l'offesa. Inoltre lui, come noi, è legato alla Ruota delle Cose; ma non avanza sul cammino della liberazione". Si fermò a un rivoletto che correva in mezzo ai campi e ne valutò il basso argine calpestato da molti zoccoli.
"E ora, come farai a riconoscere il tuo Fiume?", chiese Kim, acquattato all'ombra delle alte canne da zucchero.
"Quando lo troverò, riceverò di certo un'illuminazione. Questo, lo sento, non è il posto. Oh, minuscolo corso d'acqua, se solo mi potessi dire dove scorre il mio Fiume! Ma benedetto sia tu comunque per portare la vita ai campi!".
"Attento! Attento!". Kim balzò accanto a lui e lo tirò indietro. Una forma sinuosa gialla e marrone scivolò in un frusciare di canne purpuree fino alla riva, tese il collo verso l'acqua, bevve e rimase immobile - un grosso cobra dagli occhi fissi privi di palpebre.
"Non ho un bastone... non ho un bastone", disse Kim.
"Ne cerco uno e gli spezzo la schiena".
"Perché? Anche lui è legato alla Ruota come noi - una vita che scende o che sale - molto lontana dalla liberazione. L'anima che si trova in questa forma deve avere compiuto molto male".
"Io odio tutti i serpenti", disse Kim. L'educazione indigena non può soffocare l'orrore del bianco per il Rettile.
"Lasciamogli vivere la sua vita". L'animale attorcigliato sibilò e aprì a metà il suo cappuccio. "Che tu ti possa liberare presto, fratello", disse tranquillo il lama. "Forse tu sai qualcosa del mio Fiume?"
"Non ho mai visto nessuno come te", bisbigliò Kim, sconvolto. "Anche i serpenti capiscono quello che dici?"
"Chissà?". Passò a pochi centimetri dalla testa eretta del cobra, che si appiattì fra le spire impolverate.
"Vieni!", lo chiamò senza voltarsi.
"Oh, no!", disse Kim. "Farò il giro"
"Vieni. Non ti farà male".
Kim esitò un attimo. Il lama rafforzò il suo ordine mormorando una citazione cinese che Kim prese per una formula magica. Ubbidì e balzò dall'altra parte del rigagnolo, ed effettivamente il serpente non si mosse.
"Non ho mai visto un uomo simile". Kim si asciugò il sudore dalla fronte. "E ora, dove andiamo?"
"Questo sta a te dirlo. Io sono vecchio, e forestiero - lontano dai miei luoghi. Non fosse che quel vagone della ferrovia mi rintrona la testa di un rimbombo di tamburi diabolici, andrei subito in treno a Benares... Ma così potremmo perdere il fiume. Andiamo e cerchiamone un altro".
Camminarono tutta la giornata su terreni laboriosamente coltivati che danno tre e perfino quattro raccolti l'anno, attraverso campi di canna da zucchero, di tabacco, di lunghi rafani bianchi e di nol-kol deviando dal loro cammino a ogni barbaglio d'acqua; svegliando i cani di campagna e i villaggi addormentati all'ora della siesta; e il lama rispondeva a tutte le domande che gli venivano rivolte con inalterato candore. Cercavano un Fiume, un Fiume dai poteri miracolosi. Qualcuno aveva sentito parlare di questo corso d'acqua? A volte gli uomini ridevano, ma più spesso ascoltavano la storia fino alla fine e offrivano loro un posto all'ombra, una ciotola di latte, e qualcosa da mangiare. Le donne erano sempre gentili, e i bambini piccoli, come tutti i bambini del mondo, di volta in volta timidi e audaci. La sera li trovò che si riposavano sotto l'albero centrale di un minuscolo villaggio dai muri e dai tetti di fango, e parlavano con il capo mentre il bestiame tornava dal pascolo e le donne preparavano l'ultimo pasto della giornata. Avevano già superato la cintura di orti intorno alla vorace Umballa, e si trovavano in mezzo al verde sterminato delle grandi coltivazioni. Il capo era un vecchio affabile con la barba bianca, abituato ad avere rapporti con i forestieri. Tirò fuori un'amaca per il lama, gli sistemò davanti del cibo caldo, gli preparò una pipa e quando le cerimonie serali furono finite nel tempio del villaggio, mandò a chiamare il sacerdote.
Kim raccontava agli altri ragazzini storie sulla grandezza e la bellezza di Lahore, sui viaggi in treno, e su altre meraviglie cittadine, mentre gli uomini conversavano con la lentezza con cui il loro bestiame ruminava il fieno.
"Non riesco a capire quello che dice", disse infine il capo al prete. "Tu come interpreti le sue parole?". Il lama, raccontata la sua storia, stava sgranando il rosario in silenzio.
"È un Cercatore", rispose il prete. "Questo paese ne è pieno. Ricordi quello che è venuto solo il mese scorso - il fachiro con la tartaruga?"
"Certo, ma quell'uomo aveva uno scopo e una ragione perché lo stesso Krishna gli era apparso in una visione, promettendogli il Paradiso senza le fiamme del rogo se fosse andato fino a Prayag. Quest'uomo non cerca nessun dio di mia conoscenza".
"Calma, è un vecchio; viene da lontano ed è matto", replicò il prete con la sua faccia glabra. "Ascoltami". Si rivolse al lama.
"A tre kos (sei miglia) a ovest di quì passa la grande strada per Calcutta".
Ma io vado a Benares... a Benares".
"E la strada va anche a Benares. Attraversa tutti i corsi d'acqua di questa parte dell'India. Ora il consiglio che ti do, Santo, e di riposarti qui fino a domani. Poi prendi la strada" (si riferiva alla Grand Trunk Road "e prova ogni corso d'acqua su cui passi; se ho capito bene, infatti, la virtù del tuo Fiume non sta in un punto o in un'ansa determinata, ma in tutta la sua lunghezza. Allora, se i tuoi dèi lo vorranno, puoi star certo che troverai la tua libertà".
"Hai detto bene". Il lama era molto colpito da questo piano.
"Cominceremo domani, e che tu sia benedetto, per aver mostrato a queste vecchie gambe una strada così facile". Una cupa cantilena cinese concluse la frase. Anche il prete ne fu impressionato, e il capo temette un maleficio. Ma nessuno poteva guardare il volto aperto ed entusiasta del lama e dubitare a lungo.
"Lo vedi, il mio chela?", disse pescando una grossa manciata di tabacco da fiuto dall'astuccio. Era suo dovere ripagare la cortesia con la cortesia.
"Lo vedo... e lo sento". Il capo si voltò verso il posto dove Kim stava chiacchierando con una ragazzina vestita d'azzurro che buttava rametti secchi sul fuoco.
"Anche lui ha una sua Ricerca. Non un fiume, ma un Toro. Sì, un Toro Rosso su un campo verde lo eleverà un giorno a grandi onori. Ma lui non appartiene del tutto a questo mondo, secondo me. Mi è stato mandato d'improvviso per aiutarmi in questa ricerca, e il suo nome è Amico di tutto il Mondo".
Il prete sorrise. "Ehilà, Amico di tutto il Mondo", gridò attraverso il fumo acre, "chi sei?"
"Il discepolo di questo Sant'Uomo", disse Kim.
"Lui dice che tu sei un but (uno spirito)".
"I but mangiano?", chiese Kim ammiccando. "Perché io ho fame".
"Non è uno scherzo", gridò il lama. "Un astrologo di quella città di cui ho dimenticato il nome..."
"Sta parlando di Umballa, dove abbiamo dormito la notte scorsa", bisbigliò Kim al prete.
"Sì, Umballa, vero? Gli ha fatto l'oroscopo e ha annunciato che il mio chela dovrebbe esaudire il suo desiderio nel giro di due giorni. Ma cosa ha detto del significato delle stelle, Amico di tutto il Mondo?".
Kim si schiarì la gola e guardò intorno verso gli anziani del paese.
"Il significato della mia stella è Guerra", rispose pomposamente.
Qualcuno rise per quella figuretta cenciosa, impettita sul basamento di mattoni sotto il grande albero. In una situazione in cui un nativo si sarebbe accucciato, il sangue bianco di Kim lo faceva restare dritto in piedi.
"Sì, Guerra", rispose.
"Questa è una profezia sicura", tuonò una voce profonda.
"Perché c'è sempre guerra al confine, per quanto ne so".
A parlare era un vecchio avvizzito che aveva servito il governo al tempo della Rivolta come ufficiale indigeno in un reggimento di cavalleria formato da poco. Il Governo gli aveva dato una buona proprietà nel villaggio e nonostante le pretese dei figli, a loro volta ufficiali con la barba grigia, lo avessero impoverito, era ancora un personaggio di rilievo. I funzionari inglesi - addirittura i vice commissari - allungavano la strada per andarlo a trovare, e in quelle occasioni lui indossava l'uniforme dei vecchi tempi, e si teneva rigido come un bastone.
"Ma questa sarà una grande guerra, una guerra con ottomila uomini". La voce di Kim squillò sulla folla che si stava raccogliendo rapidamente, sorprendendo anche lui.
"Giubbe rosse o i nostri reggimenti?", scattò il vecchio, come se si stesse rivolgendo a un suo pari. Il suo tono indusse gli uomini a provare rispetto per Kim.
"Giubbe rosse", disse Kim a caso. "Giubbe rosse e cannoni".
"Ma... ma l'astrologo non ha detto niente di tutto questo", gridò il lama, soffiando forte per l'eccitazione.
"Ma io lo so. Questo messaggio è giunto a me, a me che sono il discepolo di questo Sant'Uomo. Scoppierà una guerra - una guerra di ottomila giubbe rosse. Saranno richiamate da Pindi e da Peshawar. Questo è sicuro".
"Il ragazzo ha sentito qualche chiacchiera da bazar", disse il prete.
"Ma mi è sempre stato vicino", disse il lama. "Come potrebbe saperlo? Io non ne so niente".
"Diventerà un gran ciarlatano, quando il vecchio morirà", mormorò il prete al capo. "Che trucco ha tirato fuori, adesso?"
"Un segno. Dammi un segno", tuonò d'un tratto il vecchio soldato. "Se ci fosse una guerra, i miei figli me lo avrebbero detto".
"Quando tutto sarà pronto, puoi star certo che i tuoi figli te lo diranno. Ma c'è molta strada, fra i tuoi figli e l'uomo che tiene in pugno queste cose". Kim si stava eccitando a questo gioco, perché gli ricordava esperienze analoghe quando portava messaggi e, per poche monetine, fingeva di conoscere molto più di quanto effettivamente sapesse. Ma ora in gioco c'erano cose più grandi - la pura eccitazione e il senso del potere. Tirò di nuovo il fiato e proseguì.
"Vecchio, dai tu a me un segno. Sono i subordinati a dare gli ordini per i movimenti di ottomila giubbe rosse con i cannoni?"
"No". Di nuovo il vecchio rispose come se Kim fosse un suo pari.
"Conosci Quello che dà gli ordini?"
"L'ho visto".
"Sapresti riconoscerlo?"
"Lo conosco fin da quando era un tenente nel topkhana (l'artiglieria)".
"Un uomo alto. Un uomo alto con i capelli neri, che cammina così?". Kim fece qualche passo in modo rigido, legnoso.
"Sì. Ma quello lo può sapere chiunque". La folla assisteva al dialogo con il fiato sospeso.
"È vero", disse Kim. "Ma ti dirò di più. Prima il grande uomo cammina così. Poi pensa così". (Kim si posò un indice sulla fronte e lo fece scendere giù fino alla mascella). "Poi schiocca le dita cosi. E poi si mette il berretto sotto l'ascella sinistra". Kim illustrò il movimento e rimase fermo come una cicogna. Il vecchio grugnì, senza parole per lo stupore; e la folla rabbrividì.
"Proprio così, così. Ma cosa fa quando sta per dare un ordine?"
"Si strofina la pelle sulla nuca... Così. Poi batte un dito sul tavolo e fa un piccolo rumore con il naso. Poi parla e dice: "Fate avanzare questo e questo reggimento. Mettete in campo questi cannoni"".
Il vecchio si alzò rigido e fece il saluto militare.
""Perché"", Kim tradusse nella lingua locale le frasi conclusive che aveva sentito nello spogliatoio a Umballa, ""perché" dice Lui, "avremmo dovuto farlo da molto tempo. Non è guerra, è una punizione. Snff!"".
"Basta, ti credo. L'ho visto proprio così nel fumo delle battaglie. L'ho visto e l'ho sentito. E Lui!".
"Io non ho visto fumo", la voce di Kim si mutò nell'estatica cantilena dell'indovino da strada. "L'ho visto nell'oscurità. Prima è venuto un uomo a preparare il terreno. Poi sono venuti dei cavalleggeri. Poi è venuto Lui, fermo in un cerchio di luce. Il resto è come ti ho raccontato. Vecchio, ho detto la verità?".
"È Lui. Non ci sono dubbi, è Lui"
La folla ebbe un lungo fremito, fissando alternativamente il vecchio, ancora sull'attenti, e Kim, tutto lacero, dritto contro il tramonto violetto.
"L'avevo detto, l'avevo detto che viene da un altro mondo", gridò orgoglioso il lama. "È l'Amico di tutto il Mondo. È l'Amico delle Stelle!".
"Almeno questo non ci riguarda", gridò un uomo.
"Ehi, giovane profeta, se il tuo dono non ti abbandona mai io ho una mucca pezzata di rosso. Potrebbe essere sorella del tuo Toro, per quello che so..."
"O per quello che mi importa", disse Kim. "Le mie Stelle non hanno a che fare con il tuo bestiame".
"No, ma è molto malata", si inserì una donna. "Il mio uomo è un bestione, perché altrimenti avrebbe scelto meglio le parole. Dimmi se può guarire".
Se Kim fosse stato un ragazzino qualsiasi, avrebbe continuato il gioco; ma non si conosce la città di Lahore, e in particolare i fachiri vicino alla Porta di Taksali, per tredici anni, senza conoscere anche la natura umana.
Il prete gli lanciava delle occhiate oblique, ostili, con un sorrisetto velenoso.
"Non c'è forse un prete nel villaggio? Mi pareva di averne appena visto uno di valore", gridò Kim.
"Sì... ma...", cominciò la donna.
"Ma tu e tuo marito speravate di avere la mucca guarita in cambio di qualche grazie". La battuta colpì nel segno: era notoriamente la coppia più taccagna del paese. "Non va bene froda- re i templi. Offri un vitello giovane, e se l'ira degli dèi non è irreparabile, la tua mucca darà latte nel giro di un mese".
"Sei un maestro della questua", lo approvò il prete con voce mielosa. "Neanche quarant'anni di esperienza avrebbero fatto di meglio. Di certo lo hai arricchito, il vecchio?"
"Un po' di farina, un po' di burro e una manciata di cardamomo", ribatté Kim, rosso per la lode ma sempre prudente, "è con questo che si diventa ricchi? E come puoi vedere, lui è matto. Ma questo almeno mi è utile, ora che imparo la strada".
Sapeva com'erano i fachiri della Porta di Taksali quando parlavano fra di loro, e copiò perfino le inflessioni dei loro scaltri discepoli.
"Ma la sua Ricerca è vera, o copre altri fini? Forse un tesoro".
"È matto, incredibilmente matto. Non c'è nient'altro".
A questo punto il vecchio soldato balzò in piedi zoppicando e chiese se Kim avrebbe accettato la sua ospitalità per la notte. Il prete lo spronò a farlo, ma insistette che l'onore di alloggiare il lama appartenesse al tempio, e il lama sorrise candidamente. Kim passò in rassegna con un'occhiata i loro volti, e trasse le sue conclusioni.
"Dove sono i soldi?", sussurrò, chiamando il vecchio nell'oscurità.
"Li tengo sul petto. Dove, sennò?"
"Dammeli. Dalli a me, senza far rumore e in fretta".
"Ma perché? Non ci sono biglietti da comprare, ora".
"Sono il tuo chela o no? Non devo proteggere le tue vecchie gambe lungo la strada? Dammi i soldi e all'alba te li restituirò".
Insinuò la mano sotto la cintola del lama e prese il borsellino.
"Facciamo come vuoi, come vuoi". Il vecchio annuì. "Questo è un mondo grande e terribile. Non sapevo che ci vivessero tante persone".
Il mattino seguente il prete era di pessimo umore, ma il lama era contentissimo, e Kim aveva trascorso una serata molto interessante con il vecchio, che aveva tirato fuori la sua sciabola di cavalleria e, facendola oscillare sulle ginocchia secche, aveva raccontato storie della Rivolta e di giovani capitani che ormai da trent'anni riposavano nella tomba, finché Kim era cascato dal sonno.
"L'aria di questa regione è proprio buona", disse il lama.
"Di solito ho il sonno leggero, come tutti i vecchi, ma la scorsa notte ho dormito di seguito senza svegliarmi fino a giorno pieno. E anche ora mi sento assonnato".
"Bevi un sorso di latte caldo", disse Kim che aveva portato più volte questi rimedi a fumatori di oppio di sua conoscenza.
"È ora di riprendere la strada".
"La lunga strada che attraversa tutti i fiumi dell'India", disse allegramente il lama. "Andiamo. Ma chela, come pensi di ricompensare queste persone, e in particolare il prete, per la loro grande gentilezza? In realtà sono but-parast ma in altre vite, forse, riceveranno l'illuminazione. Una rupia per il tempio? Quello che c'è dentro non è altro che pietra e tinta rossa, ma dobbiamo capire quando e dove è buono il cuore dell'uomo".
"Sant'Uomo, hai mai preso la strada da solo?". Kim sollevò uno sguardo acuto, come i corvi indiani sempre indaffarati sui campi.
"Certo, bambino mio: da Kulu a Pathankot... da Kulu, dove è morto il mio primo chela. Quando gli uomini erano gentili con noi, facevamo delle offerte, e tutti erano ben disposti sulle montagne".
"Nell'Hind le cose vanno diversamente", disse asciutto Kim. "I loro dèi hanno molte braccia e sono maligni. Lasciamoli stare".
"Vorrei accompagnarti verso la strada per un tratto, Amico di tutto il Mondo, te e il tuo uomo giallo". Il vecchio soldato arrancava su per la strada del paese, ancora semibuio nell'alba, su un magro pony sgarrettato. "La notte scorsa le fontane dei ricordi si sono riaperte nel mio cuore ormai inaridito, ed è stata una benedizione per me. C'è davvero una guerra nell'aria. Ne sento l'odore. Vedi! Ho portato con me la mia spada".
Cavalcava a gambe tese il piccolo animale, con la grossa spada al fianco, la mano posata sul pomo, e fissava fieramente le pianure verso nord. "Dimmi ancora come ti si è mostrato nella tua visione. Vieni, sali dietro di me. Questa bestia può portare due persone".
"Sono il discepolo di questo Sant'Uomo", disse Kim mentre varcavano la porta del villaggio. I paesani sembravano quasi dispiaciuti per la loro partenza, ma il saluto del prete fu freddo e distante. Aveva sciupato dell'oppio per un uomo che non aveva soldi con sé.
"Ben detto. Io non ho dimestichezza con i santoni, ma il rispetto e sempre una buona cosa. Non c'è più rispetto di questi tempi, neanche quando un sahib commissario viene a trovarmi. Ma perché uno che ha la stella della Guerra deve seguire un santone?"
"Ma lui é davvero un santo", disse solenne Kim. "Davvero nelle parole e nei gesti, è santo. Non è come gli altri. Non ho mai visto uno come lui. Noi non siamo indovini, o giocolieri, o ciarlatani".
"Tu non lo sei, lo vedo, ma l'altro non lo conosco. Cammina bene, però".
L'aria fresca del primo mattino stimolava il lama che camminava con le lunghe falcate sciolte di un cammello. Era immerso nella meditazione, e sgranava meccanicamente il suo rosario.
Seguivano ora la mulattiera irregolare e sconnessa che serpeggiava per la pianura fra boschetti di grandi manghi verde scuro, la linea dell'Himalaya incappucciato di neve sfumata verso oriente. Tutta l'India era al lavoro nei campi, al ritmo delle ruote cigolanti dei pozzi, delle grida degli aratori dietro il bestiame, e dello schiamazzo dei corvi. Anche il pony sentiva l'influsso benefico dell'ora e quasi ruppe in un trotto quando Kim posò la mano sullo staffile.
"Mi pento di non avere dato una rupia all'altare", disse il lama, giunto all'ultimo degli ottantuno grani del rosario.
Il vecchio soldato borbottò qualcosa nella barba, e il lama si accorse solo allora della sua presenza.
"Anche tu cerchi il Fiume?", disse girandosi.
"Il giorno è nuovo", fu la replica. "Che bisogno c'è di un fiume, tranne che per abbeverare le bestie prima del tramonto? Vengo a mostrarti una scorciatoia verso la Grande Strada".
"Questa è una cortesia che va ricordata, uomo di buona volontà; ma perché quella spada?".
Il vecchio soldato apparve umiliato come un bambino interrotto in una fantasia.
"La spada", disse girandola fra le mani imbarazzato. "Beh, è stato un mio capriccio, il capriccio di un vecchio. In effetti gli ordini della polizia vietano di portare armi per tutta l'India ma", e qui si rianimò e diede un corpetto all'elsa, "tutti gli agenti della zona mi conoscono".
"Non è un buon capriccio", disse il lama. "Che senso ha uccidere la gente?"
"Molto poco, a quanto ne so; ma se i malvagi non fossero ammazzati di tanto in tanto, non sarebbe un mondo buono per i sognatori disarmati. E parlo a ragion veduta perché ho visto la terra da Delhi a sud bagnata di sangue".
"E che follia è stata?"
"Solo gli dèi, che l'hanno mandata come una maledizione, lo sanno. Una pazzia si è impadronita di tutto l'esercito, e i soldati si sono ribellati agli ufficiali. Questo è stato l'inizio del male, ma forse si sarebbe trovato un rimedio, se quelli si fossero fermati qui. Ma loro hanno deciso di uccidere le mogli e i bambini dei sahib. Allora sono venuti nuovi sahib dall'altra parte del mare e gliel'hanno fatta pagare".
"Voci di questi eventi mi sono giunte, mi pare, tanto tempo fa. Lo chiamavano l'Anno Nero, se ricordo bene".
"Ma che vita facevi, per non sapere dell'Anno? Altro che voci! Tutta la terra è venuta a saperlo, e ha tremato".
"La nostra terra si è scossa un'unica volta, il giorno in cui l'Eccelso ha ricevuto l'Illuminazione".
"Uff! Almeno Delhi, l'ho vista tremare; e Delhi è l'ombelico del mondo".
"E così se la sono presa con donne e bambini? È stata una cattiva azione, per cui non è possibile evitare la punizione".
"Molti hanno cercato di farlo, ma con poco esito. Io ero allora in un reggimento di cavalleria. Si è sciolto. Di seicentottanta sciabole sono rimasti fedeli al loro giuramento... quanti, secondo te? Tre. E io ero uno di loro".
"Tanto più grande il merito".
"Merito! Non lo consideravamo un merito, allora. La mia gente, i miei amici, i miei fratelli si sono allontanati da me. Dicevano: "Il tempo degli inglesi è terminato. Ognuno adesso si prenda qualcosa e se la cavi da sé". Ma io avevo parlato con gli uomini di Sobraon, di Chillianwallah, di Moodkee e di Ferozeshah. Ho detto: aspettate un po' e il vento girerà. È un'azione sciagurata". In quei giorni ho fatto settanta miglia a cavallo con una mem-sahib inglese e il suo bambino sulla sella. (Quello si che era una bestia degna di un uomo!). Li ho portati in salvo e sono tornato indietro dal mio ufficiale, l'unico dei nostri cinque che non fosse stato ucciso. Dammi da lavorare", ho detto, "perché sono un reietto fra la mia gente, e il sangue di mio cugino è ancora fresco sulla mia Sciabola. "Fatti forza", mi ha detto. "C'è molto lavoro davanti a te. Quando questa follia sarà finita, ci sarà una ricompensa"".
"Ma c'è davvero una ricompensa quando una follia finisce?", il lama borbotto fra sé.
"A quel tempo non davano una medaglia a tutti quelli che avevano sentito per caso un colpo d'arma da fuoco. No! Io ho combattuto in diciannove grandi battaglie; in quarantasei scaramucce a cavallo, e di scontri minori ne ho avuti un'infinità. Porto nove cicatrici sul corpo, e una medaglia e quattro gradi e le insegne di un Ordine, perché i miei capitani, che ora sono generali, si sono ricordati di me, quando la Kaiser-i-Hind ha compiuto i cinquant'anni di regno, e tutto il paese ha festeggiato. Hanno detto: "Dategli l'ordine dell'India Britannica". Ce l'ho adesso al collo. Ho anche avuto il mio jaghir(la proprietà) dalle mani dello Stato, un dono per me e i miei. Gli uomini di quei tempi - ora sono commissari - vengono a farmi visita e passano per i campi, dritti sui loro cavalli, per cui tutto il paese li vede, e parliamo delle vecchie scaramucce, e il nome di un morto ce ne riporta in mente un altro".
"E poi?", disse il lama.
"Oh, poi vanno via, ma non prima che il mio villaggio abbia visto".
"E alla fine cosa farai?"
"Alla fine morirò".
"E dopo?"
"Che siano gli dèi a deciderlo. Io non li ho mai infastiditi con le mie suppliche. Non credo che loro infastidiranno me. Guarda, ho notato nella mia lunga vita che chi disturba di continuo Quelli Lassù con lamentele e storie e mugugni e pianti alla fine viene chiamato in fretta, come il nostro colonnello richiamava quei campagnoli con la mascella molle a furia di chiacchierare. No, non ho mai seccato gli dèi. Loro se ne ricorderanno e mi daranno un posto tranquillo dove scagliare la mia lancia all'ombra, e aspettare i miei figli: ne ho tre, pensate, tutti maggiori ressaldar nei loro reggimenti".
"E anche loro, legati alla Ruota, procedono di vita in vita - di disperazione in disperazione", disse il lama sottovoce, "accesi, inquieti, avidi".
"Sì", ridacchiò il vecchio soldato. "Tre maggiori ressaldar in tre reggimenti. Giocano a volte, ma lo faccio anch'io. Devono essere ben provvisti di cavalli; e oggi i cavalli non si possono prendere come un tempo si faceva con le donne. Non importa, la mia proprietà basta a pagare per tutto. Cosa ne pensi? Sono terre ben irrigate, ma i miei uomini mi ingannano. Non so come fare, se non puntando il coltello alla gola. Uh! Io mi arrabbio, li maledico, e loro fanno finta di essere pentiti, ma quando giro le spalle so che mi chiamano scimmione sdentato".
"Non hai mai desiderato altre cose?"
"Sì, sì... mille volte! Avere di nuovo una schiena diritta e le ginocchia salde; un polso rapido e occhi acuti; e il midollo di un giovane. Oh i vecchi tempi, i bei tempi della mia forza!"
"Quella forza è debolezza".
"Si è rivelata tale; ma cinquant'anni fa potevo dimostrare il contrario", ribatté il vecchio soldato, premendo la staffa contro il fianco magro del pony.
"Ma io conosco un Fiume che guarisce tutto".
"Ho bevuto l'acqua del Gunga fino a scoppiare. Scariche intestinali e nessuna forza, ecco quello che mi ha procurato".
"Non è il Gunga. Il Fiume che conosco lava da ogni macchia di peccato. Quando risali sulle sue sponde, hai la Libertà assicurata. Non conosco la tua vita, ma il tuo volto e il volto degli onesti e dei leali. Tu sei rimasto fermo sulla tua Via, rendendo fedeltà, quando era difficile darla, in quell'Anno nero di cui mi ricordo ora altre storie. Prendi la Via di Mezzo, che è il cammino verso la Libertà. Ascolta la Legge Eccelsa e non inseguire sogni".
"Parla allora, vecchio", sorrise il soldato, con un mezzo saluto militare. "Alla nostra età si ama ciarlare".
Il lama si accovacciò sotto un mango, la cui ombra proiettava chiazze sul suo viso; il soldato restò seduto rigido sul pony; e Kim, dopo essersi assicurato che non ci fossero serpenti, si stese alla biforcazione delle radici contorte.
C'era un monotono ronzio di piccole vite nella luce calda del sole, un tubar di colombe e l'assonnato cigolio delle ruote dei pozzi nei campi. Lento, solenne, il lama cominciò. Al termine di dieci minuti il vecchio soldato scivolò giù dal suo pony per ascoltare meglio, e si sedette con le redini attorcigliate intorno al polso. La voce del lama esitò, le frasi si allungarono. Kim era intento a osservare uno scoiattolo grigio. Quando la piccola massa pelosa e agitata, appiattita contro il ramo, scomparve, predicatore e pubblico erano profondamente addormentati, e la testa squadrata del vecchio ufficiale era appoggiata al braccio, mentre quella del lama era riversa all'indietro contro il tronco dell'albero, su cui spiccava come avorio giallo. Un bambino nudo arrivò a passi incerti, osservò la scena e spinto da un subitaneo impulso di riverenza, fece un solenne inchino davanti al lama. Il piccolo però era tanto basso e grasso che fece un capitombolo, e Kim scoppiò a ridere per quelle gambette rotonde che si dimenavano. Impaurito e indignato, il piccolo strillò forte.
"Ahi! Ahi!", disse il soldato balzando in piedi. "Cosa c'è? Che ordini ci sono?... Ma... è un bambino! Stavo sognando che c'era un allarme. Piccolo, piccolo, non piangere. Dormivo? Che cosa scortese!"
"Ho paura! Ho paura!", urlò il piccolo.
"Di cosa hai paura? Di due vecchi e un ragazzo? Come potrai fare il soldato, principino?".
Anche il lama si era svegliato e, senza mostrare di aver visto il bambino, stava sgranando il suo rosario.
"Cosa è quello?", disse il piccolo, interrompendo a metà uno strillo. "Non ho mai visto questa cosa. Dammela".
"Ah", esclamò il lama con un sorriso, facendo strisciare un anello del rosario sull'erba.
"Una manciata di cardamomo
un pezzetto di ghi:
miglio, pepe e riso ecco
il pranzo per te e per me!".
Il bambino strillò di gioia, e afferrò i grani scuri e lucidi.
"Oho!", fece il vecchio soldato. "E dove l'hai imparata questa canzone, tu che disprezzi tanto il mondo?"
"L'ho imparata a Pathankot... ero seduto sulla soglia di una casa", disse il lama timidamente. "È bene essere gentili con i piccoli".
"Se ricordo bene, prima che il sonno ci sorprendesse, mi avevi detto che il matrimonio e i figli oscurano la vera luce, che sono intralci sulla retta via. Forse i bambini cadono dal cielo in questo paese? È la Via che canta le filastrocche?"
"Nessuno è perfetto", rispose gravemente il lama, riprendendo il rosario. "Ora corri dalla mamma, piccolo".
"Sentitelo!", disse il soldato a Kim. "Si vergogna perché ha fatto felice un bambino. Avevi la stoffa di un buon padre di famiglia, fratello. Ciao, piccolo!". Gli buttò una monetina. "I dolci son dolci, eh?". E, mentre la piccola figura si allontanava traballando al sole: "Crescono e diventano uomini. Sant'Uomo mi dispiace di essermi addormentato mentre stavi predicando. Perdonami".
"Siamo due vecchi", disse il lama. "La colpa è mia. Ho ascoltato i tuoi discorsi sul mondo e la sua follia, e un errore ne ha portato un altro".
"Sentitelo! Ma che male può venire, ai tuoi dèi, dal gioco con un bambino? Andiamo, e ti canterò la canzone di Nikal Seyn davanti a Delhi... quella vecchia canzone".
Uscirono così dalla penombra del boschetto di manghi, e la voce acuta del vecchio risuonava sui campi, mentre di lamento in lamento sciorinava la storia di Nikal Seyn (Nicholson), la canzone che gli uomini del Punjab cantano ancor oggi. Kim era contentissimo, e il lama ascoltava con grande interesse.
"Ah! Nikal Seyn è morto... è morto davanti a Delhi! Lance del Nord, andate a vendicare Nikal Seyn". Cantò con voce tremante fino alla fine, sottolineando gli acuti con piattonate sulla groppa del pony.
"E ora arriviamo alla strada maestra", disse dopo aver ricevuto i complimenti di Kim; il lama infatti era rimasto ostentatamente silenzioso. "È tanto che non la percorro, ma le parole del tuo ragazzo mi hanno stimolato. Vedi, Santo: questa strada è la spina dorsale dell'India. Per la maggior parte è ombreggiata, come qui, da quattro file d'alberi; la corsia principale, tutta battuta, serve per il traffico veloce. Prima che ci fossero le ferrovie, i sahib viaggiavano su e giù a centinaia. Ora ci sono solo carri di campagna e mezzi del genere. A sinistra e a destra c'è la strada più accidentata per i grossi pesi - granaglie e cotone e legname, bhoosa, terra e pelli. Un uomo può stare tranquillo qui - le stazioni della polizia sono a distanza di pochi kos una dall'altra. I poliziotti sono ladri e ricattatori (io stesso pattugliavo la strada con la cavalleria - reclute giovani con un capitano di polso) ma per lo meno non ammettono rivali. Tutte le caste, ogni sorta di gente viaggia su questa strada. Guarda! Bramini e chumar, banchieri e stagnini, barbieri e bunnia, pellegrini e vasai - tutti che vanno e vengono. E come un fiume su cui mi sento trascinato come un tronco dopo un'inondazione".
Ed effettivamente la Grand Trunk Road è uno spettacolo sorprendente. Corre diritta, convogliando senza intralci il traffico dell'India per millecinquecento miglia - un fiume di vita come non ne esiste da nessun'altra parte al mondo. La guardarono dispiegarsi con le sue arcate verdi e le chiazze di luce, il fondo bianco punteggiato da lenti pedoni; davanti a loro c'erano le due stanze della stazione di polizia.
"Chi è che gira armato contro la legge?", un agente disse forte, ridendo, non appena vide la spada del soldato. "Non basta la polizia, per annientare i malfattori?"
"L'ho portata proprio per la polizia", fu la risposta. "Va tutto bene in India?"
"Tutto bene, Ressaldar Sahib".
"Vedi, io sono come una vecchia tartaruga che tira fuori la testa dall'argine e la ritira subito. Sì, questa è proprio la strada dell'Indostan. Tutti ci passano..."
"Figlio di un porco, la parte battuta della strada serve perché tu ti ci gratti la schiena? Padre di tutte le figlie svergognate e marito di diecimila donnacce, tua madre era devota a un diavolo che le aveva presentato sua madre, le tue zie non hanno naso da sette generazioni! E tua sorella! Chi è il somaro che ti ha detto di mettere il tuo carretto attraverso la strada? Hai una ruota rotta? E allora ti rompo anche la testa, così ti diverti un po'!".
Questa voce e lo schiocco rabbioso di una frusta provenivano da un turbinio di polvere a una quarantina di metri di distanza, dove si era sfasciato un carretto. Una giumenta del Kattiwar alta e magra, con gli occhi e le narici in fiamme, balzò fuori dalla mischia, soffiando e scalciando mentre il suo cavalier la spronava attraverso la strada in caccia di un uomo urlante. Il cavaliere era alto, con la barba grigia, e cavalcava la bestia quasi impazzita, quasi facesse tutt'uno con lei, mentre picchiava scientificamente la sua vittima fra un sobbalzo e l'altro.
La faccia del vecchio soldato si illuminò d'orgoglio. "Mio figlio!", si limitò a dire, e tirò le redini facendo inarcare il pony.
"Ma mi devono picchiare proprio sotto gli occhi della polizia?", gridava il carrettiere. "Giustizia! Voglio giustizia!"
"E io devo farmi bloccare da uno scimmione urlante che va a rovesciare diecimila sacchi sotto il naso di una cavalla giovane? È così che si rovina una giumenta".
"È vero, è proprio vero. Ma lei gli sta dappresso", disse il vecchio. Il carrettiere si riparò sotto le ruote del carro e da lì minacciò ogni sorta di vendetta.
"Sono uomini robusti, i tuoi figli", disse sereno il poliziotto, pulendosi i denti con un bastoncino.
Il cavaliere assestò un'ultima frustata rabbiosa e proseguì a piccolo galoppo.
"Mio padre!". Fece arretrare il cavallo di qualche metro e smontò.
Il vecchio scese dal pony in un attimo e i due si abbracciarono come fanno padre e figlio in oriente.
CAPITOLO IV
La buona sorte non è una signora
ma la sgualdrina più maledetta
falsa, volubile e spudorata -
ardua da spingere o da guidare.
tu la saluti - e lei guarda un altro!
Le vai incontro - e lei vuol scappare!
Se poi la pianti, quella bisbetica,
viene, sfacciata, a tirarti un braccio!
Sii generosa, generosa, Fortuna!
Tu dai o prendi a tuo piacere.
Se non mi curo della Fortuna,
sì, questa volta mi inseguirà!
I desideri
Poi, abbassando la voce, si misero a parlare tra loro. Kim andò a riposarsi sotto un albero, ma il lama lo tirava impaziente per il gomito.
"Andiamo avanti. Il Fiume non è qui".
"Eh! Abbiamo già camminato un bel po'. Il nostro Fiume non scapperà via. Abbi pazienza, e ci darà l'elemosina".
"Quello", disse d'un tratto il soldato, "è l'Amico delle Stelle. Mi ha portato ieri la notizia. Aveva visto in una visione Lui in persona, che dava gli ordini per la guerra".
"Mmm!", borbottò il figlio dal profondo del petto. "Gli sarà capitato di sentire qualche voce al bazar e ne avrà approfittato".
Il padre rise. "Per lo meno non è venuto a chiedermi un nuovo cavallo e dio sa quante rupie. "Non lo so. Ho chiesto una licenza e sono venuto subito da te, nel caso che..."
"Nel caso che loro corressero prima di te a fare le loro richieste. Come siete spendaccioni! Ma tu non ti sei ancora trovato in una carica. Ci vuole dare un buon cavallo. Che ti segua e che cammini bene nelle marce. Vediamo... vediamo". Tamburellò sul pomo della sella.
"Questo non è il posto per fare i conti, papà. Andiamo a casa tua".
"Almeno dai qualcosa al ragazzo prima: non ho soldi con me, e mi ha portato buone notizie. Ehi! Amico di tutto il Mondo, è in vista una guerra, come avevi detto".
"No: a quanto ne so, è la guerra", ribatté tranquillo Kim.
"Eh?", fece il lama sgranando il rosario, ansioso di riprendere la strada.
"Il mio maestro non disturba le stelle a pagamento. Noi abbiamo portato la notizia; siate testimoni che abbiamo portato la notizia; ora andiamo". Kim piegò la mano di lato.
Il figlio lanciò una moneta d'argento nell'aria assolata, bofonchiando qualcosa a proposito di mendicanti e scrocconi. Era una moneta da quattro anna, e con quella avrebbero mangiato, e bene, per alcuni giorni. Il lama, vedendo lo scintillio del metallo, sussurrò una benedizione.
"Vai per la tua strada, Amico di tutto il Mondo", esclamò il vecchio soldato montando sul suo macilento ronzino. "Per una volta nella vita ho incontrato un vero profeta... che non era nell'esercito".
Padre e figlio fecero dietrofront insieme, il vecchio eretto sulla sua sella come il più giovane.
Un agente del Punjab in pantaloni di lino giallo si piantò attraverso la strada. Aveva visto passare la moneta.
"Alt!", gridò in un inglese tonante. "Non sapete che qui c'è un takkus di due anna a testa, cioé per voi quattro anna, per quelli che si immettono sulla strada maestra da questa via secondaria? È un ordine del Sirkar, e i soldi servono per piantare nuovi alberi e abbellire le strade".
"E le pance dei poliziotti", disse Kim sgusciando fuori dalla portata del suo braccio. "Pensa un attimo, testone rammollito. Pensa a quando sei arrivato dallo stagno più vicino, come la rana, tuo suocero. Lo sai chi era tuo fratello?"
"Chi era? Lascia in pace il ragazzo", gridò un agente di grado superiore, molto divertito, che se ne stava accovacciato a fumare la pipa sulla veranda.
"Ha preso un'etichetta da una bottiglia di belaitee-pani (acqua di soda), l'ha affissa a un ponte, e per un mese ha riscosso tasse da quelli che passavano dicendo che era un ordine del Sirkar. Poi è arrivato un inglese che gli ha rotto la testa. Ah, fratello, sono un corvo di città, non un corvo di campagna!".
Il poliziotto batté in ritirata umiliato, e Kim continuò a prenderlo in giro lungo la strada. "Si è mai visto un discepolo come me?", esclamò allegramente al lama. "Avrebbero raccolto le tue ossa a non più di dieci miglia da Lahore se non ti avessi protetto io".
"A volte mi chiedo se sei uno spiritello o un diavoletto", disse il lama sorridendo.
"Sono il tuo chela". Kim gli si affiancò, adattandosi al suo passo, quell'andatura indescrivibile che accomuna i girovaghi in tutto il mondo.
"Ora camminiamo", mormorò il lama, e al clicchettio del rosario procedettero in silenzio miglio dopo miglio. Il lama era come sempre sprofondato in meditazione ma gli occhi acuti di Kim erano bene aperti. Questo vasto fiume sorridente di vita rappresentava un grande miglioramento, a suo modo di vedere, rispetto alle strade anguste e affollate di Lahore. A ogni passo c'erano nuovi personaggi e nuovi scenari - caste che conosceva e caste che gli erano del tutto ignote.
Incontrarono una frotta di sansi dai capelli lunghi e dall'odore penetrante con cesti di lucertole e di altri cibi impuri sulla schiena, i cani magri che annusavano le loro tracce. Si tenevano sul bordo della strada, procedendo con una rapida e furtiva cosetta, e tutte le altre caste si scansavano perché i sansi sono sinonimo di grande impurità. Dietro di loro, avanzava fra le grandi ombre a passi larghi e rigidi, il ricordo dei ceppi ancora vivo in lui, un uomo rilasciato da poco dal carcere, con lo stomaco pieno e la pelle lustra, a dimostrazione del fatto che il governo nutriva i prigionieri meglio di quanto potesse fare la maggior parte degli onest'uomini. Kim conosceva bene quell'andatura, e si prese gioco a voce alta di lui mentre lo incrociavano. Poi passò maestoso un akali, un devoto sikh dagli occhi spiritati e dai capelli arruffati, con i vestiti a scacchi azzurri della sua fede e cerchi di acciaio luccicante che scintillavano sulla sommità del suo turbante blu, di ritorno da una visita a uno degli stati sikh indipendenti, dove aveva cantato le antiche glorie dei khalsa a principini educati all'università che indossavano stivali da equitazione e pantaloni bianchi. Kim stette ben attento a non irritare quell'uomo, perché il carattere degli akali è irruento e il loro braccio rapido. Di tanto in tanto incrociavano o venivano superati da interi villaggi di ritorno da qualche fiera locale, vestiti in modo sgargiante; le donne, con i piccoli sul fianco, camminavano dietro gli uomini, mentre i bambini più grandi volteggiavano su bastoni di canna, trainavano rozzi modellini d'ottone di locomotive da pochi soldi, o riflettevano il sole negli occhi dei grandi con piccoli specchi giocattolo. Si capiva subito quello che ognuno aveva preso; e per fugare gli ultimi dubbi bastava osservare le mogli che paragonavano, braccio scuro contro braccio scuro, i braccialetti di vetro opaco fabbricati nelle regioni del nord-ovest che avevano appena comprato. Questi allegri gitanti camminavano senza fretta, chiamandosi l'un l'altro e fermandosi spesso per contrattare con i venditori di dolciumi, o per pregare a uno degli altari lungo la strada - a volte indù, a volte musulmani - che le caste inferiori di entrambe le fedi condividono con bella imparzialità. Una compatta linea azzurra, che si alzava e si abbassava come la groppa di un millepiedi frettoloso, ondeggiava sollevando una nuvola di polvere e trotterellava via con un rapido chiacchiericcio confuso. Era una banda di changar, le donne che si occupano della manutenzione dei terrapieni delle ferrovie del nord, una tribù di scaricatrici di terra con i piedi piatti, i petti prosperosi, le membra robuste e le sottane azzurre, che correvano a nord perché avevano sentito che c'era lavoro e non perdevano tempo per la strada. Queste donne appartengono alla casta in cui gli uomini non contano, e camminavano a gomiti larghi, ancheggiando, la testa eretta, come fanno le donne abituate a portare grossi pesi. Poco dopo una processione nuziale si inseriva nella Grand Trunk Road con musica e schiamazzi, e un profumo di calendole e gelsomino più forte del fetore della polvere. Si poteva vedere il baldacchino della sposa, una macchia rossa e scintillante, che ondeggiava nella foschia, mentre il cavallo inghirlandato dello sposo scartava su un lato per rubare un po' di fieno da un carretto. Allora Kim si univa al fuoco di fila di auguri e di battute, auspicando per la coppia cento figli maschi e neanche una femmina, come si suol dire. Ancora di più Kim si divertiva e schiamazzava quando appariva un giocoliere ambulante, con qualche scimmia semi ammaestrata o un orso debole e ansimante o una donna che si legava ai piedi delle corna di capra e con queste ballava sul filo: allora i cavalli s'imbizzarrivano e le donne strillavano, con lunghe strida tremule di stupore.
Il lama non sollevò mai gli occhi. Non notò l'usuraio sul pony dai fianchi deboli, che si affrettava per andare a riscuotere i suoi crudeli interessi; o la piccola frotta urlante e baritonale - ancora in formazione militare - di soldati indigeni in licenza, contenti di essersi sbarazzati di brache e mollettiere e pronti a rivolgere i commenti più irriguardosi a tutte le donne rispettabili dei paraggi. Il lama non vide neanche il venditore d'acqua del Gange, mentre Kim si aspettava che avrebbe almeno comprato una bottiglia di quella sostanza preziosa. Teneva lo sguardo fisso a terra, e procedeva regolare, ora dopo ora, lo spirito occupato altrove. Ma Kim era al settimo cielo dalla gioia. In quel punto la Grand Trunk Road era costruita su un terrapieno contro le inondazioni invernali dalle pendici dei monti, per cui si camminava lungo una sorta dl imponente corridoio lievemente sopraelevato rispetto ai campi, e si poteva abbracciare con lo sguardo tutta l'India che si estendeva a destra e a sinistra. Era bello vedere i carri di grano e cotone, tirati da diverse coppie di buoi, che arrancavano per le strade di campagna: già a un miglio di distanza si poteva sentire il lamento dei loro assali che si avvicinavano, fino a quando, fra urla e grida e parolacce, i carri si inerpicavano su per il ripido pendio e si immettevano sulla grande strada battuta, ogni carrettiere intento a ingiuriare gli altri. Era altrettanto bello osservare le persone, piccole macchie rosse e azzurre e rosa e bianche e gialle, che svoltavano per andare ai loro villaggi, rimpicciolendo e disperdendoli a gruppetti di due o tre attraverso la piatta pianura. Kim provava tutto questo sebbene non sapesse esprimere i suoi sentimenti, e si accontentava dunque di comprare della canna da zucchero sbucciata e di sputarle generosamente il contenuto sul suo cammino. Di tanto in tanto il lama fiutava del tabacco, e alla fine Kim non riuscì a sopportare più a lungo quel silenzio.
"Questa è una buona terra, la terra del Sud!", disse. "L'aria è buona; l'acqua è buona, eh?"
"E tutti sono legati alla Ruota", disse il lama. "Legati una vita dopo l'altra. A nessuno di questi la Via è stata mostrata".
Si scosse, tornando di nuovo in questo mondo.
"Ci siamo fatti una lunga camminata", disse Kim. "Fra poco arriviamo di certo a un parao (un punto di ristoro). Ci fermiamo lì? Guarda, il sole sta calando".
"Chi ci ospiterà stasera?"
"L'uno o l'altro, poco importa. Questa regione è piena di brava gente. E poi", abbassò la voce fino a un sussurro, "abbiamo dei soldi".
La folla si infittiva a mano a mano che si avvicinavano al luogo di ristoro che segnava il termine della loro giornata di viaggio. Una fila di banchetti dove si vendono cibi molto semplici e tabacco, una catasta di legna da ardere, una stazione di polizia, un pozzo, un abbeveratoio per cavalli, qualche albero e, sotto i loro piedi, della terra calpestata e macchiata dalle ceneri scure di vecchi fuochi, ecco quanto contraddistingue un parao sulla Grand Trunk Road, se si eccettuano mendicanti e corvi entrambi affamati.
A quell'ora il sole dardeggiava grossi raggi dorati attraverso i rami più bassi dei manghi; i parrocchetti e le colombe tornavano al nido a centinaia; gli storni chiacchieroni con il loro dorso grigio camminavano avanti e indietro a gruppetti di due o tre quasi fra i piedi dei viaggiatori, e rapidi fruscii fra i rami indicavano che i pipistrelli erano pronti a uscire per la ronda notturna. Rapidamente la luce si addensò, dipinse per un attimo di rosso sangue i volti e le ruote dei carri e le corna dei manzi. Poi cadde la notte, trasformando d'un colpo l'aria stendendo una bassa foschia uniforme come un velo azzurro sul volto della campagna e diffondendo, distinti e penetranti, l'odore del fumo di legna e del bestiame e il buon aroma delle focacce di grano cotte sulla cenere. La pattuglia serale uscì rapida dalla stazione di polizia con colpi di tosse sussiegosi e ordini ripetuti; e un pezzo di brace nel forellino del narghilè di un carrettiere brillo rosso lungo la strada mentre gli occhi di Kim seguivano meccanicamente l'ultimo scintillio di sole sulle pinze di ottone.
La vita del parao assomigliava molto a quella del serraglio del Kashmir su scala ridotta. Kim si tuffò nell'allegro disordine asiatico che, se solo gli si concede tempo, porterà tutto quello di cui ha bisogno un uomo semplice.
Le esigenze di Kim erano poche, perché il lama non aveva scrupoli di casta e quindi il cibo in vendita al banco più vicino sarebbe andato bene; ma Kim si concesse il lusso di comprare una manciata di letame secco per fare il fuoco. Tutto intorno, in un continuo andirivieni fra i piccoli falò, gli uomini gridavano per chiedere olio, granaglie, dolci, tabacco, spingendosi a vicenda mentre aspettavano il loro turno al pozzo, e dietro le voci degli uomini si coglievano, provenienti da carri fermi e chiusi, gli strilli acuti e le rassettano di donne che non devono mostrare il volto in pubblico.
Oggigiorno, gli indigeni istruiti sono dell'idea che quando le loro donne viaggiano - e vanno in giro parecchio - sia meglio portarle rapidamente con il treno in uno scompartimento debitamente protetto; e quest'usanza si sta diffondendo. Ma ci sono sempre quelli della vecchia scuola che rimangono fedeli alle usanze degli antenati; e soprattutto, ci sono le vecchie, più conservatrici degli uomini, che verso la fine della loro esistenza vanno in pellegrinaggio. Appassite e non più desiderabili, queste donne non hanno nulla in contrario, in certi casi, a togliersi il velo. Dopo la lunga clausura, nel corso della quale hanno sempre mantenuto un contatto d'affari con mille interessi esterni, amano il trambusto della strada aperta, i raduni agli altarini e le infinite possibilità di pettegolezzo con altre vecchie signore simili a loro. Spesso una famiglia molto provata accetta con gioia che una vecchia signora dalla lingua sferzante e dalla volontà di ferro se ne vada in giro per l'India a questo modo: senza dubbio, infatti, il pellegrinaggio è caro agli dèi. Così per tutta l'India, nei luoghi più remoti come in quelli più accessibili, ci si può imbattere in un gruppetto di servitori ingrigiti che nominalmente si occupano di una vecchia signora più o meno velata e nascosta in un carro tirato da buoi. Questi uomini sono compassati e discreti, e quando un europeo o un indigeno di casta elevata è nei paraggi assolveranno ai loro doveri con tutte le precauzioni del caso; ma nelle abituali situazioni di scompiglio di un pellegrinaggio queste precauzioni non vengono prese. La vecchia signora, in fin dei conti, è intensamente umana e vive per contemplare la vita.
Kim notò un ruth, un carro di famiglia festosamente decorato, con un baldacchino ricamato munito di due cupole come le due gobbe di un cammello, che era appena stato trainato dentro il pareo. Otto uomini componevano il seguito, e due di loro erano armati di sciabole arrugginite - un segno sicuro che servivano una persona di rango, dato che la gente comune non porta armi. Uno strepito crescente di lamentele, ordini e battute, in quello che a un orecchio europeo sarebbe suonato come un linguaggio sconveniente, proveniva da dietro le tende. Dentro, evidentemente, c'era una donna abituata al comando.
Kim squadrò con occhio critico gli uomini del seguito. Metà di loro erano oorya del sud, con le gambe sottili e la barba grigia. L'altra metà era composta da montanari del nord, che portavano pesanti mantelli e cappelli di feltro; e questa stessa mescolanza sarebbe stata rivelatrice, se anche Kim non avesse sentito gli incessanti battibecchi fra le due fazioni. La vecchia signora stava andando a sud per una visita - con ogni probabilità da un ricco parente, quasi certamente un genero, che aveva organizzato una scorta in segno di rispetto. I montanari facevano parte della sua gente - di Kulu o di Kangra. Era palese che non stava portando sua figlia alle nozze, o altrimenti le tende sarebbero state allacciate fin dal luogo d'origine, e le guardie non avrebbero consentito a nessuno di avvicinarsi al carro. Una signora sveglia e gioviale, pensò Kim, tenendo in equilibrio il letame in una mano e la roba da mangiare nell'altra, e pilotando il lama con piccoli colpi di spalla. Qualcosa si poteva ricavare da quell'incontro. Il lama non gli avrebbe dato nessun aiuto, ma, da quel chela coscienzioso che era, Kim era contentissimo di fare la questua per due.
Preparò il fuoco quanto più vicino al carro poté osare, in attesa che qualcuno della scorta gli ordinasse di allontanarsi. Il lama si lasciò cadere stanco a terra, come si acquatta un pipistrello pesante per avere mangiato molta frutta, e ritornò al suo rosario.
"Fatti più in là, accattone!". L'ordine venne urlato in cattivo indossano da uno dei montanari.
"Uh! È solo un pahari (un montanaro)", disse Kim senza voltarsi. "Da quando in qua gli asini di montagna sono i padroni dell'India?".
La risposta fu un rapido e brillante quadro dell'albero genealogico di Kim per le ultime tre generazioni.
"Ah!". La voce di Kim si fece più dolce che mai, mentre spezzava la zolla di letame secco in pezzi più piccoli. "Al mio paese questo lo chiamiamo l'inizio di una dichiarazione amorosa".
Un'aspra risatina da dietro le tende spinse il montanaro a prodursi in una nuova tirata.
"Niente male, niente male", disse Kim con calma. "Ma vacci piano, fratello, se non vuoi che noi, e dico noi, non siamo costretti a ricambiare con una maledizione. E le nostre maledizioni hanno il difetto di colpire nel segno".
Gli oorya risero; il montanaro balzò in avanti, minaccioso; il lama d'improvviso alzò il capo esponendo il suo gigantesco berretto alla luce del fuoco appena acceso da Kim.
"Cosa c'è?", disse.
L'uomo si bloccò come impietrito. "Io... io... sono stato salvato da un grande peccato", balbettò.
"Il forestiero ha scoperto finalmente che è un prete", bisbigliò uno degli oorya.
"Ehi! Perché quel moccioso di un mendicante non ha avuto una bella lezione?", gridò la vecchia.
Il montanaro arretrò fino al carro e sussurrò qualcosa verso la tenda. Ci fu un silenzio di tomba, poi un borbottio.
"Così va bene", pensò Kim, fingendo di non vedere e non sentire.
"Quando... quando avrà mangiato...", il montanaro disse con fare ossequioso a Kim, "si prega che il Sant'Uomo faccia l'onore di discorrere con una persona che desidera parlargli".
"Dopo mangiato dormirà", ribatté Kim altezzoso. Non riusciva ancora a capire bene che piega avesse preso il gioco ma era risoluto ad approfittare. "Ora, gli andrò a prendere da mangiare". L'ultima frase fu pronunciata ad alta voce, e terminò con un sospiro di languore.
"È permesso", disse Kim più altezzoso che mai. "Santo, questa gente ci porterà da mangiare".
"Questa terra è buona. Tutta la regione del sud è buona... in questo grande e terribile mondo", borbottò assonnato il lama.
"Lasciatelo dormire adesso", disse Kim, "ma badate che siamo ben nutriti quando lui si sveglia. È davvero un uomo santo".
Di nuovo uno degli oorya disse una frase sprezzante.
"Non è un fachiro. Non è un mendicante del sud", continuò severo Kim, rivolgendosi alle stelle. "È il più santo di tutti gli uomini santi. È sopra tutte le caste. Io sono il suo chela"
"Vieni qui!", disse la vocetta stridula dietro la tenda, e Kim si avvicinò, consapevole che un paio d'occhi che non poteva vedere lo stavano scrutando. Un dito scuro e ossuto, coperto di anelli, era posato sul bordo del carro, e la conversazione procedette su questo tenore: "Chi è costui?"
"Un uomo estremamente santo. Viene da lontano. Viene dal Tibet".
"Da dove in Tibet?"
"Da oltre le nevi, da un posto lontanissimo. Conosce le stelle; fa oroscopi; legge quadri astrologici. Ma non lo fa per soldi. Lo fa per gentilezza e generosità. Io sono il suo discepolo. Vengo chiamato anche l'Amico delle Stelle".
"Tu non vieni dalle montagne".
"Chiedilo a lui. Ti dirà che io gli sono stato mandato dalle stelle per indicargli il termine del suo pellegrinaggio".
"Uff! Guarda, marmocchio, che sono vecchia, e che non sono stupida. I lama li conosco, e li riverisco, ma tu non sei un vero chela più di quanto questo mio dito sia il timone del carro.
Tu sei un indù senza casta, un mendicante sfacciato e impenitente, e ti sei attaccato con ogni probabilità a quel sant'uomo solo per denaro".
"Forse che tutti noi non lavoriamo per denaro?". Kim cambiò rapidamente tono per adeguarsi a quella voce alterata. "Ho sentito...", questo era un colpo tirato a caso, "ho sentito..."
"Cos'hai sentito?", sbottò la donna, tamburellando con il dito.
"Nulla che io ricordi bene, una chiacchiera in qualche bazar, di certo una bugia, che perfino i rajah, i piccoli rajah delle montagne..."
"Ma pur sempre di buon sangue rajput".
"Certamente, di ottimo sangue. Beh, che anche loro vendono le loro donne più attraenti per denaro. Le vendono laggiù a sud agli zemindar e a personaggi del genere di Oudh".
Se c'è una cosa al mondo che i piccoli rajah di montagna negano è proprio tale accusa; fatto sta però che a questa voce nei bazar si crede, quando si discute il misterioso commercio di schiavi in India. La vecchia signora spiegò a Kim con un sussurro teso e indignato quale sorta di maligno bugiardo fosse. Se mai Kim avesse osato accennare una cosa del genere quando era una ragazza, lo avrebbe fatto calpestare a morte quella sera stessa da un elefante. Era la pura verità.
"Ahiii! Sono solo un moccioso, un mendicante, come l'Occhio della Bellezza ha detto", mugolò Kim simulando un terrore esagerato.
"L'Occhio della Bellezza, proprio! Perché vieni a rivolgere le tue lusinghe da accattone proprio a me?". La vecchia rise però di quel complimento dimenticato. "Quarant'anni fa lo si poteva dire, e non sarebbe stata una bugia. Sì, anche trent'anni fa. Ma per colpa di questi vagabondaggi su e giù per l'India la vedova di un re si deve trovare gomito a gomito con la feccia della terra e diventare lo zimbello degli straccioni".
"Grande Regina", disse Kim pronto, perché aveva sentito la vecchia tremare per l'indignazione, "io sono proprio quello che la regina ha detto; ma il mio maestro è davvero un santo. Lui non sa ancora che la Grande Regina gli ha ordinato di..."
"Ordinato? Io avrei dato ordine a un Santo, a un Maestro della Legge, di venire a parlare con una donna? Mai!"
"Perdona la mia stupidità. Pensavo si fosse trattato di un ordine..."
"Assolutamente no. Era una supplica. Questo basta a chiarirti le idee?".
Una moneta d'argento rimbalzò sul bordo del carro. Kim la prese e si inchinò profondamente. La vecchia signora riconobbe che il ragazzo, nella sua funzione di occhi e orecchie del lama, doveva essere propiziato.
"Io sono solo il discepolo del Sant'Uomo. Quando avrà mangiato forse verrà".
"Oh, mascalzone insolente e sfacciato!". L'indice ingioiellato si agitò verso di lui in segno di rimprovero; ma Kim sentì che la vecchia signora ridacchiava.
"Allora, cosa c'è?", disse scivolando nel suo tono più dolce e confidenziale - quello, sapeva bene, cui pochi potevano resistere. "C'è... c'è forse bisogno di un figlio maschio in famiglia?
Parla pure liberamente, perché noi preti...". Quest'ultima frase era un plagio bell'e buono da un fachiro della Porta di Taksali.
"Noi preti! ma se non sei neanche abbastanza grande da...".
Represse la battuta con una risata. "Credimi, ora e sempre, prete: noi donne in testa non abbiamo solo i bambini. E poi, mia figlia, il suo maschio l'ha già avuto".
"Due frecce nella faretra sono meglio di una; e tre sono meglio ancora". Kim citò il proverbio con un pensieroso colpetto di tosse, guardando discretamente a terra.
"Vero... mmm, vero. Ma forse verranno. Certo questi bramini del sud non valgono proprio niente. Ho mandato doni e soldi, e ancora doni, e loro hanno fatto solo profezie".
"Oh", fece Kim con voce strascicata e piena di disprezzo "profezie!". Un professionista non avrebbe fatto di meglio.
"Ma solo quando ho ricordato i miei dèi, le mie preghiere sono state ascoltate. Ho scelto un'ora fausta, e... forse il tuo Sant'Uomo ha sentito parlare dell'abate della lamasseria di Lung-Cho. A lui ho sottoposto la questione, e finalmente a tempo debito tutto si è risolto come desideravo. Il bramino nella casa del padre del figlio di mia figlia ha poi detto che sono state le sue preghiere - un piccolo errore che desidero correggere quando saremo al termine del viaggio. E così poi vado a Buddh Gaya, a fare shraddha per il padre dei miei figli.
"Anche noi andiamo là".
"Un altro buon auspicio", cinguettò la vecchia signora. "Un secondo figlio maschio, a dir poco!".
"Amico di tutto il Mondo!". Il lama si era svegliato, e con la semplicità di un bambino sconcertato perché si trova in un letto estraneo, chiamò Kim.
"Eccomi! Eccomi, Santo!". Balzò accanto al fuoco dove trovò il lama già circondato da piatti colmi fra l'evidente adorazione del montanari e gli sguardi acidi degli uomini del sud.
"Andate via! Sparite!", gridò Kim. "Siamo forse cani, da mangiare davanti a tutti?". Consumarono il pasto in silenzio un po' discosti l'uno dall'altro, e Kim si concesse alla fine una sigaretta locale.
"Non ho detto centinaia di volte che il sud è una buona terra. Qui c'è la vedova di un rajah delle montagne, una donna virtuosa e altolocata, che va in pellegrinaggio, mi ha detto, verso Buddh Gaya. È lei che ti manda queste cose; e quando sarai ben riposato, vorrebbe parlare con te".
"Anche questa è opera tua?". Il lama tuffò la mano nella borsa del tabacco.
"Chi altri ha badato a te da quando è cominciato questo viaggi portentoso?". Gli occhi di Kim sembravano danzargli sul volto mentre soffiava il fumo puzzolente e aiutava il lama ad allungarsi sul terreno polveroso. "Ho mancato di provvedere alle tue comodità, Sant'Uomo?"
"Che tu sia benedetto". Il lama chinò solennemente il capo.
"Ho conosciuto moltissimi uomini in questa mia lunga vita, e non pochi discepoli. Ma a nessun uomo, se davvero tu sei figlio di donna, il mio cuore si è affezionato come a te - sollecito, saggio, cortese, ma un po' diavoletto".
"E io non ho mai visto un prete come te". Kim studiò la benevola faccia gialla, ruga per ruga. "Non sono neanche tre giorni che abbiamo preso la strada insieme, ed e come se fossero cent'anni".
"Forse in una vita precedente mi è stato concesso di renderti qualche servizio. Forse", sorrise, "ti ho liberato da una trappola; oppure, quando mi sei capitato sull'amo nei giorni in cui non avevo ancora ricevuto l'illuminazione, ti ho ributtato nel fiume".
"Forse", disse piano Kim. Aveva sentito tante volte queste elucubrazioni, sulla bocca di molti che gli inglesi considerano privi di fantasia. "E ora, per quanto riguarda la donna nel carro, io penso che abbia bisogno di un secondo figlio maschio per sua figlia".
"Questo non fa parte della Via", sospirò il lama. "Ma per lo meno viene dalle montagne. Ah, le montagne e la neve delle montagne!".
Si alzò e si avvicinò maestoso al carro. Kim avrebbe dato le orecchie per poterlo accompagnare, ma il lama non lo invitò; e le poche parole che riuscì a cogliere erano in una lingua ignota, perché parlavano un linguaggio delle montagne noto a entrambi. La donna sembrava rivolgergli domande su cui il lama rifletteva a lungo prima di rispondere. Di tanto in tanto Kim sentiva la cadenza cantilenante di una citazione cinese. Era uno strano quadro, quello che si presentava agli occhi semichiusi di Kim.
Il lama, rigido ed eretto, le ampie pieghe dell'abito giallo striate di nero alla luce dei fuochi del parao con la stessa nitidezza con cui un tronco nodoso è macchiato dall'ombra di un sole calante, si rivolgeva a un ruth luccicante e laccato che risplendeva come un gioiello multicolore in quella luce incerta. I disegni sulle tende lavorate d'oro correvano su e giù, sciogliendosi e riformandosi ogni volta che le pieghe palpitavano, tremanti nella brezza notturna; e quando la conversazione si fece più seria, il dito ingioiellato scagliò piccole scintille di luce fra i ricami.
Dietro il carro si levava un muro di tenebre incerte, punteggiate da fiammelle e ravvivate da sagome e volti e ombre confuse.
Le voci dell'inizio della serata si erano fuse in un unico brusio rasserenante, la cui nota più bassa era data dai buoi che ruminavano il loro fieno spezzettato, e quella più alta dal tintinnio del sitar di una danzatrice bengalese. La maggior parte degli uomini aveva mangiato e tirava ora con forza dai narghilè gorgoglianti e lamentosi che quando vengono aspirati ricordano il gracidare dei rospi.
Finalmente il lama tornò. Un montanaro camminava dietro di lui con una coperta trapuntata che venne stesa con cura accanto al fuoco.
"Quella donna merita diecimila nipoti", pensò Kim. "Ma se non fosse stato per me, questi regali non sarebbero venuti".
"Una donna virtuosa... e saggia". Il lama rilassò gradualmente il suo corpo come un cammello stanco. "Il mondo è generoso con quelli che seguono la Via". Gettò una buona metà della coperta su Kim.
"E cosa ha detto?". Kim si avvolse nella sua parte di coperta.
"Ha fatto molte domande e ha proposto molti problemi... per lo più storielle futili che aveva sentito da preti che servono il diavolo e fingono di seguire la Via. Ad alcune domande ho risposto, e di altre le ho detto che erano sciocchezze. Molti portano la Veste, ma pochi si tengono sulla Via".
"È vero, proprio vero". Kim adottò il tono riflessivo e conciliante di chi desidera attirare confidenze.
"Ma per le sue possibilità è una persona onesta. Desidera molto che andiamo con lei a Buddh Gaya perché la sua strada, a quanto ho capito, coincide con la nostra per diversi giorni di viaggio verso sud".
"E allora?"
"Pazienta un attimo. Le ho detto che la mia Ricerca veniva prima di ogni altra cosa. Aveva sentito tante storie sciocche, ma questa grande verità del mio Fiume non la sapeva. Ecco come sono i preti delle montagne più basse! Conosceva l'abate di Lung-Cho, ma non sapeva del mio Fiume... e neanche la storia della Freccia".
"E allora..."
"Così le ho parlato della Ricerca, e della Via, e di questioni davvero utili, mentre lei desiderava solo che la accompagnassi per pregare per la nascita di un secondo figlio maschio".
"Aha! "Noi donne", in testa non abbiamo solo i bambini", disse Kim assonnato.
"Ora, dato che le nostre strade coincidono per un tratto, non vedo nulla che ci distolga dalla nostra Ricerca se l'accompagniamo, per lo meno fino a... ho dimenticato il nome della città".
"Ehi!", fece Kim girandosi e rivolgendosi in un bisbiglio penetrante a uno degli oorya qualche metro di distanza. "Dove è la casa del vostro padrone?"
"Un po' oltre Saharunpore, fra i frutteti". E disse il nome del paese.
"Ecco, era quello il posto", disse il lama. "Fin là, possiamo andare con lei".
"Le mosche accorrono sulle carogne", disse l'oorya con fare indifferente.
"Per la mucca malata un corvo; per l'uomo malato un bramino". Kim sussurrò il proverbio rivolgendosi impersonalmente alle cime degli alberi sopra di loro.
L'oorya grugnì e rimase zitto.
"Allora andiamo con lei, Santo?"
"Ci sono motivi che lo impediscano? Io posso continuare a fare le mie deviazioni e a provare tutti i fiumi che la strada supera. Lei desidera che io vada. Lo desidera moltissimo".
Kim soffocò una risatina nella coperta. Una volta che l'imperiosa signora si fosse ripresa dalla naturale soggezione per un lama, probabilmente sarebbe valsa la pena di ascoltarla, pensò.
Si era quasi addormentato quando d'un tratto il lama citò un proverbio: "I mariti delle linguacciute riceveranno grandi ricompense". Poi Kim lo sentì fiutare tabacco tre volte, e scivolò nel sonno che ancora rideva.
L'alba di diamante risvegliò uomini e corvi e buoi insieme. Kim si sedette e sbadigliò, si scosse e provò un brivido di gioia. Questo era il mondo nella sua vera luce; questa era la vita che piaceva a lui - movimento, grida, cinture che si allacciavano, e buoi sferzati e ruote scricchiolanti, falò accesi e cibo in pentola, e immagini nuove dovunque si posasse il suo sguardo soddisfatto. La foschia del mattino venne spazzata via in un vortice d'argento, i pappagalli schizzarono in verdi stormi urlanti verso qualche fiume lontano, tutte le ruote dei pozzi a portata d'orecchio cominciarono a funzionare. L'India era sveglia, e Kim si trovava al suo centro, più sveglio ed eccitato di chiunque altro, mentre masticava un ramoscello che avrebbe poi usato come spazzolino da denti: Kim infatti attingeva a piene mani a tutte le abitudini del paese che conosceva e che amava. Non c'era bisogno di preoccuparsi per il cibo - o di spendere neanche un cowrie ai chioschi affollati. Era il discepolo di un sant'uomo che una vecchia signora dispotica aveva annesso al suo seguito. Tutte le cose sarebbero state preparate per loro, e non appena fossero stati rispettosamente invitati, si sarebbero seduti a mangiare. Per il resto, e qui Kim ridacchiò mentre si lavava i denti, la sua ospite avrebbe aumentato il piacere della strada. Poi ispezionò con occhio critico i buoi, mentre si muovevano muggendo e soffiando sotto il giogo. Se fossero andati troppo svelti - non era probabile - ci sarebbe stato un posto piacevole per lui lungo la stanga del timone; il lama si sarebbe seduto accanto al conducente. Gli uomini di scorta naturalmente sarebbero andati a piedi. La vecchia signora, altrettanto naturalmente avrebbe parlato parecchio, e da quello che aveva sentito la conversazione non sarebbe stata priva di pepe. Intanto lei stava già dando ordini, arringando, rimproverando e anche, va detto, maledicendo i suoi servi per la loro lentezza.
"Portatele la pipa. In nome degli dèi, portatele la pipa e tappatele quella bocca sciagurata", gridò un oorya mentre legava l'informe fagotto delle sue coperte. "Fra lei e i pappagalli non c'è differenza. Cominciano a stridere all'alba".
"I buoi di testa. Ehi! Attenzione ai buoi di testa!". Le bestie stavano arretrando e girando quando il perno dell'asse di un carro di grano si impigliò nelle loro corna. "Figlio di un cane, dove credi di andare?". Questa frase era rivolta al carrettiere che faceva una smorfia.
"Ehi! Ehi! Ehi! La dentro c'è la Regina di Delhi che va a pregare per un figlio", ribatté l'uomo dall'alto del suo carico. "Fate largo alla Regina di Delhi e al suo primo ministro, la scimmia grigia che si arrampica sulla sua spada!". Un altro carro carico di cortecce per una conceria del sud seguiva a poca distanza, e il conducente aggiunse qualche complimento mentre i buoi del ruth continuavano ad arretrare.
Da dietro le tende in movimento giunse una bordata di insulti. Non durò a lungo, ma in genere e in qualità, nella caustica e mordace appropriatezza, era più di quanto Kim avesse mai sentito. Vide il petto nudo del carrettiere infossarsi per lo stupore, poi l'uomo si inchinò riverente alla voce, balzò dal timone e aiutò gli uomini della scorta a issare quel vulcano sulla strada principale. Qui la voce gli disse senza mezzi termini quale tipo di donna aveva sposato, e cosa stava facendo in sua assenza.
"Oh, shabash!", mormorò Kim, incapace di trattenersi, mentre l'uomo sgattaiolava via.
"Ben fatto, vero? È una vergogna e uno scandalo che una povera donna non possa andare a pregare i suoi dèi senza dover essere maltrattata e insultata da tutta la feccia dell'Indostan - che debba mangiare gali (insulti), quando gli uomini mangiano ghi. Ma la mia lingua si sa ancora muovere... e tira fuori due o tre paroline che servono quando è il caso. E ancora non mi hanno portato il mio tabacco! Chi è quel guercio infelice figlio della vergogna che non ha ancora preparato la mia pipa?".
La pipa venne rapidamente buttata dentro da un montanaro e un filo di denso fumo da ogni angolo delle tende mostrò che la pace era tornata.
Se Kim aveva camminato orgoglioso il giorno prima, come discepolo di un Sant'Uomo, adesso il suo passo era dieci volte più fiero, al seguito di una processione semireale, con un posto riconosciuto sotto la protezione di una vecchia signora dai modi affascinanti e dalle infinite risorse. Gli uomini della scorta, la testa fasciata al modo indigeno, camminavano in fila ai due lati del carro e sollevavano gigantesche nuvole di polvere.
Il lama e Kim procedevano un po' discosti; Kim masticava il suo bastoncino di canna da zucchero e non faceva strada a nessuno che fosse meno di un prete. Sentivano la lingua della vecchia signora che schioccava con la regolarità di una macchina per mondare il riso. Ordinò ai suoi uomini di raccontarle quello che succedeva per la strada, e non appena furono fuori dal para, aprì le tende e sbirciò fuori, il velo che le copriva il viso per un terzo. I suoi uomini non la fissavano direttamente quando lei si rivolgeva a loro, e così la decenza era più o meno rispettata.
Un sovrintendente distrettuale di polizia, un inglese scuro e olivastro, con la divisa impeccabile, li incrociò trottando su un cavallo stanco e, immaginando dal seguito che personaggio fosse, si mise a canzonare la vecchia signora.
"Madre", gridò, "è così che si fa nelle zenana ? Pensa se passasse un inglese e vedesse che non hai naso?"
"Cosa?", strillò lei di rimando. "Tua madre non ha naso? E perché lo vai a dire così, in mezzo alla strada?".
Era una buona risposta. L'inglese sollevò la mano con il gesto dell'uomo toccato tirando di scherma. Lei rise e annuì.
"Ti pare una faccia che possa tentare la virtù?". Si tolse il velo del tutto e lo fissò.
Non era certo bella, ma mentre l'uomo riprendeva le redini, la chiamò Luna del Paradiso, Turbamento dell'Integrità, e altri fantasiosi epiteti che la fecero piegare in due dal ridere.
"Quello è un nut-cut(furfante)", disse. "Tutti i poliziotti sono nut-cut, ma i wallah sono i peggiori. Ehi, ragazzo, queste cose non le hai imparate quando sei venuto da Belait (Europa). Chi ti ha allattato?"
"Una pahareen, una montanara di Dalhousie madre mia. Ma tieni la tua bellezza nascosta, Dispensatrice di Delizie", e si allontanò.
"Questi hanno la stoffa...", e la vecchia assunse un tono sentenzioso, e si riempì la bocca di pan, "questi hanno la stoffa per amministrare la giustizia. Conoscono il paese e le consuetudini del paese. Gli altri, appena arrivati dall'Europa, che hanno preso il latte da donne bianche e hanno imparato la lingua dai libri, sono peggio della peste. Fanno male perfino ai re". E raccontò una storia lunghissima, rivolgendosi al mondo in generale, di un giovane poliziotto ignorante che aveva disturbato un piccolo rajah di montagna, un suo cugino di nono grado, per un'infima questione di terreni, terminando con una citazione tratta da un testo per nulla edificante.
Poi il suo umore mutò, e ordinò a un uomo della scorta di chiedere se il lama era disposto a camminare accanto al carro e a discutere di questioni religiose. Per un'ora o più il berretto del lama apparve come una luna attraverso la foschia; e da quello che sentì, Kim intuì che la vecchia piangeva. Uno degli oorya abbozzò qualche scusa per la sua maleducazione notturna, dicendo che non aveva mai visto la sua padrona di umore così tenero, e attribuendo il fatto alla presenza del prete forestiero. Personalmente credeva nei bramini anche se, come tutti i nativi, era perfettamente consapevole delle loro astuzie e della loro rapacità. D'altra parte, quando i bramini irritavano con le loro continue richieste di soldi la madre della moglie del suo padrone, e poi maledicevano furiosi tutto il seguito quando lei li mandava via (era questa la vera ragione per cui il secondo bue di destra si era azzoppato e la stanga del timone si era rotta la notte prima), era disposto ad accettare qualsiasi prete di altra denominazione dentro e fuori l'India. Kim annuì con saggi cenni d'assenso, e disse all'oorya notare che il lama non prendeva soldi, e che il costo del cibo suo e di Kim sarebbe stato ripagato cento volte con la buona sorte che avrebbe assistito la carovana da lì in poi. Raccontò anche storie di Lahore, e cantò una o due canzoni che fecero ridere gli uomini della scorta. Da topo di città, perfettamente al corrente sulle ultime canzoni degli autori più alla moda - donne per lo più - Kim era in netto vantaggio rispetto a uomini di un paesino fra i frutteti vicino a Saharunpore, ma non lo fece pesare apertamente.
A mezzogiorno si fermarono su un lato per mangiare, e il pasto fu buono, abbondante, e servito bene, su piatti di foglie pulite, in modo decoroso, lontano dal turbinio della polvere. Diedero gli avanzi ad alcuni mendicanti, in modo che tutti i comandamenti fossero rispettati, e si sedettero per concedersi il lusso di una lunga fumata. La vecchia signora si era ritirata dietro le sue cortine, ma si univa liberamente alla conversazione, e i servi discutevano con lei e la confutavano come fanno i servi in tutto l'oriente. Paragonò il fresco e i pini delle montagne di Kangra e di Kulu con la polvere e i manghi del sud, raccontò una storia di un'antica divinità locale al confine dei territori di suo marito; parlò malissimo del tabacco che stava fumando, insultò tutti i bramini, e si lasciò andare ad infinite speculazioni sull'arrivo di molti nipoti.
CAPITOLO V
Sono tornato di nuovo fra i miei
Nutrito, perdonato, riconosciuto
Reclamato dal sangue del mio sangue,
Parente a quelli della mia carne!
Per me hanno ucciso il vitello grasso,
Ma gli scarti hanno più gusto per me,
Per me credo che i maiali andranno meglio.
Me ne andrò di nuovo nel porcile.
Il figliol prodigo
Ancora una volta il corteo, pigro e impacciato, si mise lentamente in cammino, e la vecchia dormì fino a quando arrivarono al successivo punto di ristoro. Fu una tappa molto breve, mancava ancora un'ora al tramonto, e Kim si guardò intorno in cerca di distrazioni.
"Ma perché non te ne stai seduto e non ti riposi?", disse uno degli uomini della scorta. "Solo i diavoli e gli inglesi vanno in giro senza ragione".
"Non far mai amicizia con il diavolo, una scimmia o un ragazzo. Non si sa mai cosa combineranno", disse il suo compagno.
Kim sprezzante volse loro le spalle - non voleva sentire la vecchia storia del diavolo che giocò con i ragazzi per poi pentirsene - e andò a fare un giro per i campi.
Il lama lo seguì a grandi passi. Per tutta la giornata, ogni volta che avevano superato un ruscello, aveva deviato per dare un'occhiata, ma non aveva ancora ricevuto nessun
avvertimento che gli indicasse che aveva trovato il suo Fiume.
Inoltre, senza che se ne fosse reso conto, il piacere di parlare a qualcuno in una lingua nota, e di essere debitamente considerato e rispettato come consigliere spirituale da una donna di alto rango, aveva lievemente distolto i suoi pensieri dalla sua ricerca. Ad essa, del resto, era preparato a dedicare lunghi anni sereni: gli mancava del tutto, infatti, l'impazienza dell'uomo bianco ma aveva una grande fede.
"Dove vai?", gridò dietro a Kim.
"Da nessuna parte; abbiamo camminato poco, e tutto questo", con le mani Kim indicò intorno, "è nuovo per me".
"Indubbiamente quella donna è saggia e accorta. Ma è difficile meditare quando..."
"Le donne sono tutte così". Kim parlava come avrebbe fatto Salomone.
"Davanti al monastero c'era un grande spiazzo lastricato", borbottò il lama, attorcigliando il rosario consunto. "Su quelle pietre ho lasciato i segni dei miei passi, andando su e giù con questo".
Cominciò a far schioccare i grani e intonò l'Om mane pudme hum, contento per il fresco, la quiete e l'assenza di polvere.
Ogni cosa attirava a turno lo sguardo svagato di Kim sulla pianura. La sua passeggiata non aveva uno scopo particolare, ma la forma delle capanne poco lontano gli sembrava nuova, e decise di controllare da vicino.
Giunsero su un vasto appezzamento di terra da pascolo, marrone e violetto nella luce del pomeriggio, con un fitto boschetto di manghi al centro. A Kim parve curioso che nessun tempietto fosse stato costruito in un punto così adatto; in queste cose il ragazzo aveva l'occhio di un vero prete. Lontano, dall'altra parte della pianura, camminavano fianco a fianco quattro uomini, rimpiccioliti dalla distanza. Kim aguzzò lo sguardo sotto le mani a coppa, e colse un luccichio di ottone.
"Soldati. Soldati bianchi!", disse. "Vediamo".
"Ci sono sempre soldati quando tu e io camminiamo da soli insieme. Ma non ho mai visto i soldati bianchi".
"Non sono pericolosi, tranne quando sono ubriachi. Teniamoci dietro questo albero".
Si spostarono dietro i grossi tronchi nella fresca oscurità del boschetto di manghi. Due figurette si fermarono; le altre due continuarono ad avanzare, esitanti. Erano l'avanguardia di un reggimento in marcia, inviata, come è uso, a delimitare il campo. Portavano bastoni lunghi un metro e mezzo con andare sventolanti, e si chiamavano a vicenda mentre si sparpagliavano sul pianoro.
Finalmente penetrarono nel boschetto con passo pesante.
"Qui o qui vicino... la tenda degli ufficiali sotto gli alberi, direi, e noialtri possiamo restare fuori. Hanno segnato là dietro il posto per le salmerie?".
Lanciarono un richiamo diretto agli altri soldati in lontananza, e la secca risposta giunse debole e smorzata.
"Pianta lì la bandiera, allora", disse uno.
"Cosa preparano?", disse il lama attonito. "Questo mondo è grande e terribile. Cos'è l'emblema sulla bandiera?".
Un soldato conficcò un piolo per terra a pochi metri da loro, grugnì scontento, lo estrasse di nuovo, confabulò con il compagno che perlustrava con lo sguardo la cavità ombrosa della vegetazione, e lo piantò di nuovo.
Kim era tutt'occhi, il respiro corto e affannoso fra i denti serrati. I soldati si allontanarono al sole battendo forte i piedi.
"Santo", ansimò, "il mio oroscopo! Il disegno sulla polvere del prete di Umballa! Ricordati quello che aveva detto. Prima vengono due ferash a preparare tutto, in un luogo buio, come è sempre l'inizio di una visione".
"Ma questa non è una Visione", disse il lama. "È l'Illusione del mondo, e nulla più".
"E dopo di loro viene il Toro, il Toro Rosso sul campo verde. Guarda! È Lui!".
Indicò la bandiera che stava battendo nella brezza serale a non più di tre metri da loro. Era una semplice bandierina per delimitare il campo; ma il reggimento, sempre puntiglioso in queste cose, vi aveva apposto il proprio emblema, il Toro Rosso che è il simbolo dei Maverick - il grande Toro Rosso sullo sfondo del verde d'Irlanda.
"Vedo, e adesso ricordo", disse il lama. "È sicuramente il tuo Toro. Certo, sono venuti anche due uomini a preparare tutto".
"Sono soldati, soldati bianchi. Cosa aveva detto il prete? "Il segno opposto al Toro è il segno della Guerra e di uomini armati". Santo, questo ha a che fare con la mia Ricerca".
"È vero, proprio vero". Il lama aveva gli occhi puntati sullo stendardo che fiammeggiava come un rubino nel crepuscolo.
"Il prete di Umballa ha detto che il tuo è il segno della Guerra".
"Cosa bisogna fare adesso?"
"Aspetta. Aspettiamo".
"E proprio adesso l'oscurità si rischiara", disse Kim. Era del tutto naturale che il sole calante filtrasse alla fine fra i tronchi degli alberi, attraverso il boschetto, riempiendolo per qualche
istante di un pulviscolo dorato; ma per Kim fu il coronamento della profezia del bramino di Umballa.
"Ascolta!", disse il lama. "Qualcuno batte un tamburo, in lontananza!".
Dapprima il suono, che giungeva diluito nell'aria immobile, parve il pulsare di un'arteria nel cervello, ma subito si aggiunse una nota acuta.
"Ah! La musica", spiegò Kim. Il rumore di una banda da reggimento non gli era nuovo, ma stupì invece il lama.
All'altra estremità della pianura una colonna pesante e polverosa apparve serpeggiando. Il vento portò allora il motivo:
Siate con noi condiscendenti,
lasciataci quindi raccontare
dei Mulligan Guards la lunga marcia
fino al porto di Sligo laggiù.
A questo punto si inserirono i pifferi con le loro vocette stridule:
Le armi in spalla,
marciammo senza sosta,
da Phoenix Park
alla baia di Dublino.
Come eran dolci,
i pifferi e i tamburi,
marciando, marciando marciando con i Mulligan Guards!
Era la banda dei Maverick che scortava il reggimento verso il campo; gli uomini in marcia trasportavano le salmerie. La colonna serpeggiante curvò sul pianoro seguita dai carri, si divise
a destra e a sinistra, si disperse in mille rivoli come un formica- io, e...
"Ma questa e stregoneria", disse il lama.
La pianura d'un colpo fu punteggiata di tende che sembravano levarsi, già aperte, dai carri. Un altro fiume di uomini invase il boschetto, piantò in silenzio una tenda enorme, ne sistemò altre otto o nove lì accanto, estrasse pentole, padelle e fagotti, di cui si impadronì una folla di servitori nativi; e in un batter d'occhio il boschetto si trasformò sotto i loro sguardi in
un'ordinata cittadina!
"Andiamo", disse il lama arretrando spaventato, mentre i fuochi scintillavano e ufficiali bianchi dalle spade tintinnanti entravano impettiti nella tenda della mensa.
"Resta nell'ombra. Nessuno riesce a vedere oltre la luce di un falò", disse Kim, gli occhi ancora fissi sulla bandiera. Non aveva mai assistito prima allo spettacolo di uno sperimentato
reggimento che si accampa in trenta minuti.
"Guarda! Guarda! Guarda!", bisbigliò il lama. "Sta arrivando un prete".
Era Bennett, il cappellano anglicano del reggimento, che giungeva zoppicando con l'abito nero tutto impolverato. Uno dei suoi fedeli aveva rivolto un commento irriguardoso nei confronti della tempra del cappellano; e per umiliarlo, Bennett quel giorno aveva marciato passo passo con i soldati. Il vestito nero, con la croce d'oro attaccata alla catena dell'orologio, il volto glabro, e il cappello a tesa larga floscio e nero lo avrebbero classificato come un uomo di fede ovunque in India. Si lasciò cadere su una sedia da campo accanto all'ingresso della tenda della mensa e si sfilò gli stivali. Tre o quattro ufficiali si raccolsero intorno a lui, ridendo e scherzando sul suo exploit.
"La conversazione dei bianchi è priva di dignità", disse il lama che giudicava solo dal tono, "ma ho esaminato l'aspetto di quel prete, e penso che sia istruito. È probabile che capisca quello che diciamo? Potrei parlargli della mia Ricerca".
"Non parlare mai a un bianco finché non ha la pancia piena", disse Kim citando un diffuso proverbio. "Adesso mangiano, e... e non credo che sia bene chiedere loro la carità. Torniamo al posto di ristoro. Dopo che avremo mangiato torneremo di nuovo. Di certo era un Toro Rosso - il mio Toro Rosso".
Erano entrambi molto distratti quando gli uomini della vecchia signora servirono la cena; nessuno quindi turbò il loro riserbo, perché porta sfortuna infastidire gli ospiti.
"E ora", disse Kim con uno stecchino in bocca, "torneremo là, ma tu, Santo, mi devi aspettare a qualche metro di distanza, perché il tuo passo è più pesante del mio, e io voglio assolutamente saperne di più su quel Toro Rosso".
"Ma come puoi capire la loro lingua? Vai piano, la strada è buia", il lama replicò inquieto.
Kim non rispose alla domanda. "Ho notato un posto vicino agli alberi", disse, "dove ti potrai sedere finché non ti chiamo. No", aggiunse perché il lama abbozzava una protesta, "ricorda che questa è la mia Ricerca, la Ricerca del Toro Rosso. Il segno delle stelle non era per te. Conosco un po' gli usi dei soldati bianchi, e desidero sempre vedere nuove cose".
"Cosa non sai tu di questo mondo?". Il lama si accovacciò ubbidiente in un piccolo incavo del terreno a meno di cento metri dal gruppo di manghi, scuro contro il cielo incipriato di stelle.
"Rimani qui finché non ti chiamo". Kim si dileguò nella penombra. Sapeva che con ogni probabilità ci sarebbero state sentinelle tutto intorno all'accampamento, e sorrise fra sé quando sentì il passo di due pesanti stivali. Un ragazzo che si aggira sui tetti di Lahore in una notte di luna, approfittando di ogni chiazza, di ogni lembo di oscurità per eludere gli inseguitori, difficilmente si lascia mettere in scacco da una fila di soldati ben addestrati. Concesse loro l'onore di insinuarsi fra due sentinelle e poi, correndo e fermandosi, acquietandosi e buttandosi a terra, si fece strada verso la tenda della mensa illuminata dove, appiattato dietro un mango, restò in attesa che qualche parola colta a volo gli potesse fornire di rimando un indizio.
Adesso gli premeva soltanto raccogliere maggiori informazioni sul Toro Rosso. Per quanto ne sapeva, e i limiti di Kim erano curiosi e improvvisi quanto le sue possibilità, quegli uomini, i novecento diavoli scatenati della profezia del padre, potevano pregare quella bestia al calar della notte, come gli indù pregano la vacca sacra. Questo per lo meno sarebbe stato giusto e logico, e il sacerdote con la croce d'oro poteva quindi essere la persona più adatta da consultare in materia. D'altro canto, ricordando i sacerdoti dalla faccia austera che aveva evitato a Lahore, il prete si sarebbe potuto rivelare un seccatore ficcanaso che gli avrebbe imposto di andare a scuola. Ma non era stato dimostrato a Umballa che il suo segno nell'alto dei cieli significava guerra e uomini armati? Non era forse l'Amico delle Stelle, oltre che di tutto il mondo, pieno di terribili segreti? E infine ma anche all'inizio dei suoi rapidissimi pensieri - questa avventura, sebbene non conoscesse il termine nella sua madrelingua, era uno spasso meraviglioso, una splendida continuazione delle sue vecchie corse sulle terrazze, e al tempo stesso il compimento di una sublime profezia. Si stese pancia a terra, e strisciò verso la porta della tenda della mensa, una mano sull'amuleto intorno al collo.
Era come sospettava. I sahib pregavano il loro Dio; al centro della tavola della mensa - unico suo ornamento quando i Maverick erano in assetto di marcia - si levava infatti un toro dorato proveniente da un antico bottino al Palazzo d'Estate di Pechino, un toro rosso-dorato a testa bassa, rampante su un campo verde d'Irlanda. A lui i sahib tendevano i bicchieri e lanciavano urla confuse.
Il reverendo Arthur Bennett lasciava sempre la mensa subito dopo quel brindisi, e quel giorno, stanco com'era per la lunga marcia, i suoi movimenti furono più bruschi del solito. Kim, con la testa appena sollevata, stava ancora fissando il totem sulla tavola quando il cappellano gli calpestò la scapola destra. Kim si ritrasse sotto la pressione del cuoio, e, rotolando di lato, tirò giù il cappellano che, da uomo d'azione, lo strinse alla gola e quasi lo soffocò. Kim rispose dandogli calci disperati allo stomaco. Bennett annaspò e si piegò in due ma non mollò la presa, si rotolò di nuovo a terra, e in silenzio trascinò Kim alla sua tenda. I Maverick avevano un'inguaribile passione per gli scherzi, e l'inglese ritenne dunque che fosse meglio mantenere il silenzio fino a quando non avesse investigato a fondo la cosa.
"Ehi, ma è un ragazzo!", disse quando ebbe trascinato il suo trofeo alla luce della lanterna appesa al palo della tenda; poi scotendolo forte gridò: "Cosa stavi facendo? Sei un ladro? Choor? Mallum?". Il suo indostano era molto limitato, e Kim scarmigliato e offeso, decise di non discostarsi dal personaggio confezionato per lui. Mentre riprendeva fiato inventò una storia perfettamente plausibile circa una sua parentela con uno sguattero della mensa, e al tempo stesso tenne l'occhio fisso un po' al di sotto dell'ascella sinistra del cappellano. Giunse l'occasione; Kim fece un balzo verso l'uscita, ma un lungo braccio si tese d'improvviso e lo strinse al collo, strappando la corda dell'amuleto e richiudendosi sull'oggetto.
"Ridammelo. Su, dammelo. È andato perso? Dammi le carte".
Le parole erano in inglese - l'inglese metallico e smozzicato di chi è stato allevato dai nativi, e il cappellano sussultò.
"Uno scapolare", disse aprendo la mano. "No, una sorta di talismano pagano. Perché... perché parli inglese? I ragazzini che rubano vengono picchiati. Lo sai?"
"Io... io non rubavo". Kim saltellava per la disperazione come un cane davanti a un bastone alzato. "Dammelo. È il mio amuleto. Non rubarmelo".
Il cappellano non diede segno di avere sentito ma, avvicinatosi alla porta della tenda, chiamò forte. Apparve un uomo grassoccio, accuratamente rasato.
"Ho bisogno del suo consiglio, padre Victor", disse Bennett. "Ho trovato questo ragazzo al buio fuori dalla tenda della mensa. Normalmente gli avrei dato una lezione e lo avrei lasciato andare perché penso che si tratti di un ladro. Ma a quanto pare parla inglese, e attribuisce un qualche valore a un amuleto che porta al collo. Pensavo che lei mi potesse aiutare".
Agli occhi di Bennett un golfo insormontabile lo separava dal cappellano cattolico del contingente irlandese, ma era sorprendente come, ogni volta che la Chiesa d'Inghilterra doveva trattare un problema umano, si ritrovasse quasi sempre a chiamare in aiuto la Chiesa di Roma. La ripugnanza ufficiale di Bennett per la Donna Scarlatta e per tutti i suoi costumi era pari solo al suo privato rispetto per padre Victor.
"Un ladro che parla inglese? Guardiamo questo suo talismano. No, non è uno scapolare, Bennett". Tese la mano.
"Ma abbiamo diritto di aprirlo? Una bella frustata..."
"Io non ho rubato", protestò Kim. "Mi sono preso calci su tutto il corpo. Ora ridatemi il mio talismano e me ne andrò".
"Piano, piano; prima diamo un'occhiata", disse calmo padre Victor, srotolando la pergamena del ne varietur del povero Kimball O'Hara, il suo documento di congedo, e il certificato di battesimo di Kim. Su quest'ultimo O'Hara - con una vaga idea di fare miracoli per il figlio - aveva scarabocchiato dozzine di volte: "Abbiate cura del ragazzo. Per piacere abbiate cura del ragazzo", firmando con il nome e il numero del reggimento.
"Poteri infernali!", disse padre Victor, passando il tutto a Bennett. "Lo sai cosa sono queste carte?"
"Sì", disse Kim. "Sono mie, e ora voglio andarmene".
"Non capisco", disse Bennett. "Probabilmente le ha portate qui apposta. Potrebbe essere un qualche trucco per chiedere l'elemosina".
"Non ho mai visto un mendicante meno ansioso di stare in compagnia, allora. Qui sotto ci sono gli elementi di un grosso mistero. Lei crede nella Provvidenza, Bennett?"
"Spero di sì".
"Beh, io credo nei miracoli, il che fa lo stesso. Poteri infernali! Kimball O'Hara! E suo figlio! Ma questo è un indigeno, e io stesso ho visto Kimball sposarsi con Annie Shott. Da quando hai queste cose, ragazzo?"
"Da quando ero un bambino piccolo". Padre Victor fece un rapido passo avanti e aprì sul davanti gli abiti di Kim. "Vede, Bennett, non è molto nero. Come ti chiami?"
"Kim".
"O Kimball?"
"Forse. Mi lascerete andar via?"
"E dopo Kim?"
"Mi chiamano Kim Rishti ke. Vuol dire Kim dei Rishti".
"Cosa è "Rishti"?"
"I-rishti, quello era il reggimento... di mio padre".
"Ah, Irish,
irlandese".
"Sì, così mi ha detto mio padre. Viveva, mio padre".
"Viveva - dove?"
"Viveva. Naturalmente ora è morto, andato".
"Oh, la metti così brutalmente?".
Bennett lo interruppe. "È possibile che io abbia fatto un torto al ragazzo. È di certo bianco, sebbene sia evidentemente trascurato. Sono sicuro di averlo contuso: non penso che un liquore forte..."
"Gli dia un bicchiere di sherry, allora, e lo lasci coricare sulla branda. Bevi tutto e raccontaci tu stesso. La verità, se non ti dispiace".
Kim tossicchiò un pochino mentre posava il bicchiere vuoto, e valutò la situazione. Gli conveniva usare cautela e fantasia.
I ragazzini scoperti a bazzicare negli accampamenti di solito vengono cacciati via dopo una frustata. Ma lui non aveva ricevuto colpi; l'amuleto stava evidentemente operando in suo favore, e pareva che l'oroscopo di Umballa e le poche parole che ricordava dei farfugliamenti del padre combaciassero miracolosamente. Altrimenti perché il sacerdote grasso sarebbe stato tanto impressionato, e perché il bicchiere di vino giallo e caldo da quello magro?
"Mio padre è morto a Lahore quando ero molto piccolo. La donna, aveva un negozio di kabarri vicino a dove ci sono le carrozze a nolo". Kim cominciò con una digressione, ancora incerto su quanto gli sarebbe stato utile dire la verità.
"Tua madre?"
"No!" - con un gesto di disgusto. "Mia madre è morta quando sono nato io. Mio padre, ha avuto quelle carte dallo Ja-doo-Gher... come lo chiamate voi?" (Bennett annuì) "perché era di... buona condizione. Come dite voi?" (Di nuovo Bennett annuì) "Mi ha detto anche, e lo ha detto pure il bramino che ha fatto il disegno nella polvere a Umballa due giorni fa, che troverò un Toro Rosso su un campo verde e che il Toro mi aiuterà".
"Fenomenale, questo piccolo bugiardo", borbottò Bennett.
"Poteri infernali, che paese!", mormorò padre Victor. "Vai
avanti, Kim".
"Io non stavo rubando. Inoltre, da poco sono diventato discepolo di un uomo molto santo. È seduto qui fuori. Abbiamo visto due uomini arrivare con le bandiere, per preparare il posto. È sempre così in un sogno, o nel racconto di una... di una profezia. Così ho capito che si stava avverando. Ho visto il Toro Rosso su un campo verde, e mio padre aveva detto: "Novecento diavoli pukka e il Colonnello a cavallo baderanno a te quando troverai il Toro Rosso!". Io non sapevo cosa fare quando ho visto il Toro Rosso, ma sono andato via e sono tornato quando era buio. Volevo di nuovo vedere il Toro, e ho visto di nuovo il Toro con... con i sahib che lo pregavano. Penso che il Toro mi aiuterà. Anche il Sant'Uomo lo ha detto. È seduto qua fuori. Gli farete del male se adesso lo chiamo? È un uomo molto santo, e può confermare tutte le cose che ho detto, e lui sa che non sono un ladro".
""Ufficiali che pregano un toro!" Chi ci capisce niente?" disse Bennett. ""Discepolo di un Sant'Uomo!" Ma è matto questo ragazzo?"
"È il figlio di O'Hara, non ci sono dubbi. Il figlio di O'Hara che ha fatto alleanza con tutti i poteri infernali. Proprio come il padre... quando era ubriaco. Faremmo bene a invitare questo Sant'Uomo. Può sapere qualcosa".
"Lui non sa niente", disse Kim. "Ve lo mostrerò, se venite.
Lui è il mio maestro. Poi noi potremo andarcene".
"Poteri infernali!", fu tutto quello che padre Victor riuscì a dire, mentre Bennett si avviava con passo militaresco, una mano saldamente posata sulla spalla di Kim.
Trovarono il lama dove si era rannicchiato.
"La Ricerca è giunta al termine per me", gridò Kim nella lingua locale. "Ho trovato il Toro, ma Dio sa cosa ne verrà. Non ti faranno del male. Vieni alla tenda del prete grasso con quello magro per vedere cosa succede. È tutto nuovo, e loro non parlano hindi. Sono solo sciocchi somari".
"Non è bello prendersi gioco della loro ignoranza", ribatté il lama. "Se tu sei contento, anch'io sono felice chela".
Dignitoso e sereno, entrò a grandi passi nella piccola tenda, rivolse ai due uomini di chiesa il suo saluto di uomo di chiesa, e si sedette accanto al braciere acceso. La fodera gialla della tenda, riflessa dalla luce della lampada, dava al suo volto una tinta rosso-dorata.
Bennett lo guardava con il disinteresse sovrano della fede che accomuna nove decimi del mondo sotto l'etichetta di "pagani".
"E quale è stato l'esito della Ricerca? Che dono ti ha portato il Toro Rosso?". Il lama si indirizzò a Kim.
"Sta dicendo, "Cosa farai?"". Bennett fissava padre Victor piuttosto inquieto e Kim, per i propri fini, si assunse il compito di interprete.
"Non vedo che diritti accampi questo fachiro sul ragazzo che è probabilmente suo succubo o suo complice", cominciò Bennett. "Noi non possiamo permettere che un ragazzo inglese... Posto che sia il figlio di un massone, prima andrà all'Orfanotrofio Massonico, e meglio è".
"Ah, lei la pensa così, in quanto segretario della Loggia del reggimento", disse padre Victor, "ma possiamo anche dire al vecchio cosa intendiamo fare. Non sembra un uomo cattivo".
"La mia esperienza mi insegna che non si può mai cercare di penetrare nella mente orientale. Ora, Kimball, desidero che tu riferisca a quest'uomo quello che ti dirò... parola per parola".
Kim colse il senso delle frasi successive e cominciò così:
"Sant'Uomo, lo sciocco magro che sembra un cammello dice che sono figlio di un sahib".
"Ma come è possibile?"
"Oh, è vero. Lo so da quando sono nato, ma lui lo ha scoperto solo strappandomi l'amuleto dal collo e leggendo tutte le carte. Lui pensa che quando si è sahib, si è sempre sahib, e loro due hanno intenzione di tenermi in questo reggimento o di mandarmi a una madrissah (scuola). È già successo prima. Io l'ho sempre evitato. Lo sciocco grasso ha un'idea e il cammello un'altra. Ma non ha importanza. Posso passare qui una notte, forse due. È già successo prima. Poi scappo via e torno da te".
"Ma tu devi dire che sei il mio chela. Devi dire che sei venuto da me quando ero debole e confuso. Racconta della nostra Ricerca e sicuramente ti lasceranno venir via".
"Gliel'ho già detto. Ridono e parlano di polizia".
"Cosa state dicendo?", chiese Bennett.
"Oh, dice solo che se non mi lasciate andare questo lo bloccherà nei suoi affari... nelle sue urgenti questioni personali". Quest'ultima frase era la reminiscenza di una conversazione con un impiegato eurasiatico del Dipartimento del Canale ma strappò solo un sorriso, che lo irritò: "E se voi sapeste quali sono i suoi affari, non avreste questa fretta bestiale di impicciarvi".
"E dimmi, quali sono?", chiese padre Victor con un certo calore, osservando il volto del lama.
"C'è un Fiume in questo paese che lui vuole assolutamente trovare. È stato fatto uscire da una Freccia che...". Kim batteva nervoso il piede mentre traduceva a braccio dalla lingua locale al suo goffo inglese. "È stato fatto dal nostro Signore Dio Budda, sapete, e se vi lavate lì, sarete lavati da tutti i peccati e diventerete bianchi come cotone". (A suo tempo Kim aveva sentito i discorsi dei missionari). "Io sono il suo discepolo e noi dobbiamo trovare quel Fiume. È terribilmente importante per noi".
"Ripeti quello che hai detto", disse Bennett. Kim ubbidì, arricchendo il suo racconto.
"Ma questa è palese blasfemia", gridò la Chiesa d'Inghilterra.
"Shh!", fece padre Victor comprensivo. "Non so cosa darei per parlare la loro lingua. Un fiume che lava i peccati! E da quanto tempo lo cercate, voi due?"
"Oh, da molti giorni. Ora vogliamo rimetterci in cammino per cercarlo. Non è qui, capite".
"Capisco", disse padre Victor gravemente. "Ma il ragazzo non può andare avanti in compagnia di quel vecchio. Sarebbe diverso, Kim, se tu non fossi il figlio di un soldato. Digli che il reggimento si prenderà cura di te e farà di te un uomo bravo come tuo... come può essere bravo un uomo. Digli che se crede nei miracoli, deve credere che..."
"Non c'è bisogno di far leva sulla sua credulità", lo interruppe Bennett.
"Non sto facendo niente del genere. Deve credere che l'arrivo del
ragazzo qui, al suo reggimento, ha davvero la natura di un miracolo. Pensi a
quanto erano poche le probabilità che questo avvenisse, Bennett. Quest'unico
ragazzo in tutta l'India, e il nostro reggimento, fra tutti gli altri, in
marcia proprio sulla sua strada! È un avvenimento predestinato, a giudicare
dalle apparenze. Sì, digli che è Kismet. Kismet,
mallum? (Capisci?)".
Si rivolse al lama, a cui avrebbe potuto parlare allo stesso modo della civiltà mesopotamica.
"Dicono", (l'occhio del vecchio si ravvivò alle parole di Kim), "dicono che il significato del mio oroscopo si è ormai compiuto, e che essendo tornato - anche se tu sai che mi sono mosso per curiosità - a questa gente e al Toro Rosso, devo per forza andare a una madrissah e diventare un sahib. Ora io faccio finta di accettare, perché il peggio che me ne può venire sarà di stare lontano da te qualche pasto. Poi sgattaiolerò via e seguirò la strada verso Saharunpore. Quindi, Santo, resta con quella donna di Kulu... in nessun caso ti devi allontanare dal suo carro fino a quando non torno indietro. È chiaro che il mio segno è di Guerra e di uomini armati. Vedi come mi hanno offerto vino e mi hanno sistemato su un posto d'onore! Mio padre doveva essere un grande personaggio. Perciò, se mi danno una posizione onorevole fra loro, bene. E se no, bene lo stesso. Comunque vada, scapperò da te quando sarò stanco. Ma tu rimani con la Rajputni, o perderò le tue tracce... Oh sììì", disse il ragazzo, "gli ho riferito tutto quello che mi avete detto".
"E io non vedo nessun motivo perché resti", disse Bennett, frugando nella tasca dei pantaloni. "Possiamo controllare dopo i particolari... e io gli darò una ru..."
"Gli dia tempo. Forse è affezionato al ragazzo", disse padre Victor fermando il movimento del religioso.
Il lama estrasse il rosario e si tirò l'ampia tesa del berretto sugli occhi.
"Cosa vorrà adesso?"
"Dice...", Kim sollevò una mano. "Dice: State fermi. Vuole parlare con me da solo. Vedete bene che non capite neanche una parola di quello che dice, e io penso che se parlate, forse vi colpirà con tremende maledizioni. Quando prende i grani del rosario così, sapete, vuole sempre star tranquillo".
I due inglesi rimasero seduti, sconcertati, ma negli occhi di Bennett passò uno sguardo che prometteva male per Kim, una volta che fosse stato consegnato al braccio religioso.
"Un sahib, figlio di sahib...". La voce del lama era arrochita dalla tristezza. "Ma nessun bianco conosce questa terra e le sue abitudini come le conosci tu. Come può essere vero?"
"Cosa importa, Santo; ricorda che è solo per una notte o due. Ricordati, io posso cambiare in fretta. Sarà come la prima volta che ti ho parlato sotto il grande cannone Zam-Zammah..."
"Sotto forma di ragazzo abbigliato come i bianchi, quando sono entrato per la prima volta nella Casa delle Meraviglie. E la seconda volta eri un indù. Come sarà la terza reincarnazione?".
Rise tristemente. "Ah, chela, hai fatto male a un vecchio perché il mio cuore ti si è affezionato".
"E il mio si è affezionato a te. Ma come potevo sapere che il Toro Rosso mi avrebbe messo in questo impiccio?".
Il lama si coprì di nuovo il viso e scosse nervoso il rosario.
Kim si acquattò accanto a lui tenendo in mano una piega del suo abito.
"È dunque sicuro che il ragazzo è un sahib?", continuò il lama in tono soffocato. "Un sahib come quello che custodiva le immagini nella Casa delle Meraviglie". La sua esperienza di bianchi era limitata. Sembrava che stesse ripetendo una lezione. "Di conseguenza sarebbe sconveniente se agisse diversamente dai sahib. Deve tornare dalla sua gente".
"Per un giorno e una notte e un giorno", lo implorò Kim.
"No, fermo lì!". Padre Victor vide Kim spostarsi verso la porta, e frappose una gamba robusta.
"Non capisco le abitudini dei bianchi. Il Custode delle Immagini alla Casa delle Meraviglie di Lahore era più cortese dell'uomo magro qui. Questo ragazzo mi verrà tolto. Faranno del mio discepolo un sahib? Povero me, come farò a trovare il mio Fiume? Ma questi non hanno discepoli? Chiediglielo".
"Dice che gli dispiace molto di non poter più trovare il Fiume adesso. Dice, perché non avete discepoli, e perché non smettete di intralciarlo? Vuole essere lavato dai suoi peccati".
Né Bennett né padre Victor trovarono una risposta. Kim, disperato per la tristezza del lama, disse in inglese: "Io penso che se voi adesso mi lasciate andare, noi ce ne andremo piano piano e non ruberemo niente. Cercheremo quel Fiume come prima che io fossi preso. Magari non fossi venuto qui a cercare il Toro Rosso e tutto il resto. Non ne voglio più sapere".
"È la cosa più sensata che tu abbia mai fatto, giovanotto" disse Bennett.
"Santo cielo, non so cosa fare per consolarlo", disse padre Victor, fissando attentamente il lama. "Non può portare via con sé il ragazzo, ma è un uomo buono, sono sicuro che è un uomo buono. Bennett, se lei gli dà quella rupia, la maledirà per il resto dei secoli!".
Tacquero, ascoltando il loro respiro per tre... cinque lunghi minuti. Poi il lama sollevò il capo e guardò dritto oltre gli altri nel vuoto.
"E io sarei un seguace della Via", disse amaramente. "Il peccato è mio, ed è mio anche il castigo. Io ho immaginato - ora capisco che era pura immaginazione - che tu mi fossi stato mandato per aiutarmi nella Ricerca. Così il mio cuore ti si e affezionato per la tua generosità e la tua cortesia e la saggezza dei tuoi brevi anni. Ma quelli che seguono la Via non devono permettersi il fuoco di nessun desiderio o di nessun affetto perché si tratta solo di illusione. Come dice...". Citò da un vecchio, vecchissimo testo cinese, sostenne questa idea con un'altra citazione, e le rafforzò tutt'e due con una terza. "Mi sono allontanato dalla Via, mio chela. Non è stata colpa tua. Mi sono rallegrato allo spettacolo della vita, alla gente nuova sulle strade, e alla tua gioia nel vedere queste cose. Io, che avrei dovuto pensare alla Via, e solo alla Via, mi sono compiaciuto per te. Ora sono triste perché ti portano via e il mio Fiume è lontano da me. È la Legge stessa che io ho infranto!".
"Poteri infernali!", disse padre Victor che, forte dell'esperienza del confessionale, sentiva il dolore in ogni frase.
"Capisco solo ora che il segno del Toro Rosso era un segno per me non meno che per te. Ogni Desiderio è rosso... e malvagio. Farò penitenza e troverò da solo il mio Fiume".
"Vai almeno dalla donna di Kulu", disse Kim, "altrimenti ti perderai sulle strade. Lei ti nutrirà finché non torno da te".
Il lama agitò una mano per indicare che la questione era finalmente risolta.
"Ora", e il suo tono mutò mentre si rivolgeva a Kim, "cosa faranno di te? Spero almeno, acquisendo qualche merito, di cancellare il male passato".
"Faranno di me un sahib, o almeno lo pensano. Dopodomani torno. Non ti disperare".
"Di che tipo? Come quest'uomo, o come quello?". Indicò padre Victor. "O come gli altri che ho visto stasera... uomini che portano le spade e marciano con passo pesante?"
"Forse".
"Non è una buona cosa. Questi uomini seguono il desiderio e non approdano a nulla. Tu non devi essere così".
"Il prete di Umballa ha detto che la mia Stella era la Guerra", intervenne Kim. "Lo chiederò a questi sciocchi, anche se in realtà non ce n'è bisogno. Scapperò stanotte, con tutto che mi sarebbe piaciuto vedere cose nuove".
Kim rivolse due o tre domande in inglese a padre Victor, traducendo le risposte al lama.
Infine: "Lui dice: "Me lo portate via, e non sapete neanche dirmi cosa ne farete. Dice: "Spiegatemi prima che me ne vada, perché non è un compito da poco allevare un ragazzo""
"Sarai mandato a una scuola. Poi vedremo. Kimball, immagino che ti piacerebbe fare il soldato?"
"Gorah-log (uomini bianchi). Noo! Noo!". Kim scosse il capo con violenza. Non c'era nulla nel suo carattere che potesse essere attratto dalle esercitazioni e dalla disciplina. "Io non voglio fare il soldato".
"Tu farai quello che ti si dice", disse Bennett; "e dovresti essere grato perché noi ti aiutiamo".
Kim sorrise, pieno di compatimento. Se questi uomini si illudevano che avrebbe fatto qualcosa che non gli andava a genio, tanto meglio.
Seguì un altro lungo silenzio. Bennett si agitava, impaziente, e suggerì di chiamare una sentinella per allontanare il "fachiro".
"Fra i sahib l'istruzione viene regalata o venduta? Chiediglielo", disse il lama, e Kim tradusse.
"Dicono che il maestro riceve dei soldi, ma che questi soldi verranno dati dal reggimento... Del resto, che bisogno c'è? È solo per una notte".
"E... più soldi si danno, migliore è l'insegnamento?". Il lama ignorò Kim e i suoi progetti di rapida fuga. "Non è male pagare per la conoscenza; aiutare un ignorante ad acquisire la saggezza è sempre un merito". Il rosario ticchettava furiosamente quasi fosse un pallottoliere. Poi il lama affrontò i suoi oppressori.
"Chiedi loro quanti soldi ci vogliono per un'istruzione saggia e convenente. E in quale città si dà questa istruzione?"
"Beh", disse padre Victor in inglese, quando Kim ebbe tradotto, "dipende. Il reggimento pagherebbe per te tutto il tempo della tua permanenza all'Orfanotrofio Militare; oppure potresti essere inserito nell'Orfanotrofio Massonico del Punjab (non che tu o lui possiate capire quello che significa); ma la migliore istruzione che un ragazzo può ricevere in India è naturalmente alla scuola di San Saverio in Partibus, a Lucknow".
Fu una frase laboriosa da tradurre, anche perché Bennett cercava di troncare la conversazione.
"Vuole sapere quanto costa", disse Kim placido.
"Due o trecento rupie l'anno". Padre Victor aveva ormai superato ogni stupore. Bennett, impaziente, non capiva.
"Dice: "Scrivi quel nome e la cifra su un foglio e daglielo".
Dice anche che sotto devi scrivere il tuo nome, perché fra qualche giorno ti scriverà una lettera. Dice che tu sei un uomo buono. Dice che l'altro uomo è uno sciocco. Ora se ne va".
Il lama si alzò di colpo. "Seguo la mia Ricerca", gridò, e uscì.
"Andrà a finire dritto nelle braccia delle sentinelle", gridò padre Victor, balzando in piedi mentre il lama si allontanava maestoso; "ma non posso lasciare il ragazzo". Kim fece un rapido movimento come volesse seguire il lama, ma si controllò.
Fuori non si sentì il chi va là. Il lama era scomparso.
Kim si sedette composto sul divano del cappellano. Per lo meno il lama aveva promesso che sarebbe rimasto con la donna Rajput di Kulu, e il resto aveva pochissima importanza. Era compiaciuto dell'evidente eccitazione dei due sacerdoti. Parlarono a lungo a bassa voce, e padre Victor proponeva con calore un certo progetto a Bennett, che appariva scettico. Tutto questo era nuovo e affascinante, ma Kim si sentiva assonnato. Chiamarono degli uomini nella tenda - uno di loro era certamente il Colonnello, come suo padre aveva predetto - e gli fecero un'infinità di domande, soprattutto riguardo alla donna che badava a lui, e a tutte Kim rispose con sincerità. Non sembravano pensare che la donna fosse stata una buona tutrice.
Dopo tutto, questa era un'esperienza tutta nuova. Presto o tardi, se lo avesse voluto, sarebbe potuto scappare nella grande, grigia India informe, lontano da tende e preti e colonnelli. Nel frattempo, se c'era da far colpo sui sahib, non avrebbe risparmiato gli sforzi per impressionarli. In fondo, anche lui era un bianco.
Dopo molti discorsi che non riuscì a capire, lo consegnarono a un sergente, che ricevette rigide istruzioni di non lasciarlo scappare. Il reggimento sarebbe arrivato a Umballa, e Kim sarebbe stato mandato, in parte a spese della Loggia e in parte con una colletta, in un posto chiamato Sanawar.
"È un vero miracolo, Colonnello", disse padre Victor dopo aver parlato per dieci minuti di seguito. "Il suo amico buddista si è dileguato dopo aver preso il mio nome e il mio indirizzo. Non riesco a capire se pagherà per l'istruzione del ragazzo o se sta preparando qualche sua stregoneria". Poi, rivolto a Kim:
"Sarai grato per la vita al tuo amico, il Toro Rosso. Faremo un uomo di te a Sanawar... anche a prezzo di fare di te un protestante".
"Certo, certissimo", disse Bennett.
"Ma voi non andrete a Sanawar", disse Kim.
"E invece noi andremo a Sanawar, ometto. Questo è l'ordine del comandante in capo, che è un tantino più importante del figlio di O'Hara".
"Non andrete a Sanawar. Andrete alla guerra".
Tutta la tenda scoppiò in una risata.
"Quando conoscerai il tuo reggimento un pochino meglio non confonderai la linea di marcia con quella di battaglia, Kim. Ma speriamo di andare alla guerra, un giorno".
"Oh, ma io lo so". Ancora una volta Kim scoccò la sua freccia a caso. Se non stavano andando alla guerra, per lo meno non sapevano quello che sapeva lui della conversazione sulla veranda a Umballa.
"Lo so che adesso non siete alla guerra; ma io vi dico che appena arriverete a Umballa, sarete mandati alla guerra - la nuova guerra. È una guerra di ottomila uomini, senza contare l'artiglieria".
"Questo è parlar chiaro. E così aggiungi la preveggenza agli altri tuoi doni? Lo porti con sé, sergente. Gli prenda un vestito dai tamburini, e stia attento che non le scivoli via fra le mani. Chi ha detto che è finito il tempo dei miracoli? Credo che andrò a letto. La mia povera testa si sta affaticando".
Un'ora più tardi, all'estremità più lontana dell'accampamento, silenzioso come un animale selvatico, era seduto Kim, appena ripulito da capo a piedi e con indosso un orribile vestito che gli grattava braccia e gambe.
"Un tipetto sorprendente", disse il sergente. "Salta fuori in compagnia di un pretaccio bramino con il muso giallo, con i certificati della loggia di suo padre appesi al collo, parlando di dio sa quale toro rosso. Il bramino si dissolve senza spiegazioni, e il ragazzo si siede a gambe incrociate sul letto del cappellano e annuncia qualche maledetta guerra agli uomini. L'India è una terra inospitale per l'uomo timorato di Dio. Ma ora gli lego una gamba al palo della tenda, nel caso che gli salti in testa di scappare dal tetto. Cos'è che dicevi a proposito della guerra?"
"Ottomila uomini senza contare l'artiglieria", disse Kim.
"E sarà presto, vedrete".
"Sei un folletto rassicurante. Ora mettiti giù fra i tamburini e fai la nanna. Questi due ragazzi accanto ti sorveglieranno mentre dormi".