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Kim/3

 

 

CAPITOLO VI

 

 

 

Ora io ricordo i compagni,

vecchi amici su nuovi mari

quando smerciavamo orpimento

fra i selvaggi.

A sud di diecimila leghe

e a trent'anni di distanza

non conoscevano il nobile Valdez,

conoscevano e amavano me.

            Canzone di Diego Valdez

 

            Molto presto, il mattino seguente le tende bianche furono ripiegate e scomparvero mentre i Maverick prendevano una strada secondaria per Umballa. La strada non costeggiava il punto di ristoro e Kim, arrancando accanto a un carro, sotto il fuoco di fila dei commenti delle mogli dei soldati, si sentì meno baldanzoso della sera prima. Scoprì che veniva tenuto sotto stretto controllo: padre Victor da un lato, e il signor Bennett dall'altro.

            Poco prima di mezzogiorno la colonna si fermò. Un attendente a dorso di cammello consegnò una lettera al Colonnello, che la lesse, e parlò con un maggiore. A mezzo miglio di distanza, nella retroguardia, Kim sentì un confuso e allegro clamore che si propagava fino a lui attraverso la nuvola di polvere. Poi qualcuno gli diede una pacca sulla schiena, urlando, "Raccontaci come facevi a saperlo, zampetto di Satana! Caro padre, veda lei se le riesce di farlo parlare".

            Un pony gli si affiancò, e Kim venne issato sulla sella del sacerdote.

            "E ora, ragazzo, la tua profezia di ieri sera si è avverata. I nostri ordini sono di caricare i soldati sulla tradotta per il fronte domani a Umballa".

            "Cosa vuol dire?", chiese Kim a cui le parole "tradotta" e "fronte" risultavano nuove.

            "Andiamo alla guerra, come hai detto tu".

            "Naturalmente andate alla guerra. L'ho detto ieri sera".

            "Sì. Ma, diavolo, come facevi a saperlo?"

            Gli occhi di Kim scintillavano. Strinse le labbra, annuì, come volesse esprimere grandi misteri. Il cappellano avanzava in mezzo al polverone, e soldati, sergenti e ufficiali subalterni si chiamavano l'un l'altro per additare il ragazzo. Il Colonnello, in cima alla colonna, lo scrutò con curiosità. "Probabilmente era qualche pettegolezzo di bazar", disse, "ma anche così...". Diede un'occhiata al dispaccio che aveva in mano.

            "Accidenti, la cosa è stata decisa solo nelle ultime quarantott'ore".

            "Ce ne sono tanti altri come te in India?", disse padre Victor, "o sei per caso un lusus naturale?".

            "Ora che ho indovinato", disse il ragazzo, "mi lascerà tornare dal mio vecchio? Se non è rimasto con quella donna di Kulu, ho paura che morirà".

            "Da quello che ho visto è in grado di badare a se stesso quanto te. No. Ci hai portato fortuna, e ora faremo di te un uomo. Ti riporterò al tuo carro-bagagli e verrai da me stasera".

            Per il resto della giornata Kim fu oggetto di alta considerazione da parte di qualche centinaio di uomini bianchi. La storia della sua apparizione all'accampamento, la scoperta dei suoi legami di parentela, e la sua profezia, non perdevano nulla nel passare di bocca in bocca. Una donna bianca grossa e informe, stravaccata su una pila di biancheria, gli chiese con fare misterioso se suo marito sarebbe tornato dalla guerra. Kim rifletté gravemente, e disse che sì, sarebbe tornato, e la donna gli diede da mangiare. Sotto molti aspetti, questa grande processione che suonava musica ad intervalli, questa folla che chiacchierava e rideva così facilmente, assomigliava a una festa di Lahore. Fino a quel momento, non c'era stata traccia di grandi fatiche, e Kim decise di concedere a questo spettacolo l'onore della sua presenza. La sera, dalla città vennero loro incontro altre bande, che accompagnarono a suor di musica i Maverick all'accampamento presso la stazione ferroviaria di Umballa. Fu una nottata interessante. Uomini di altri reggimenti andarono a trovare i Maverick. I Maverick a loro volta uscirono per fare visite. I loro picchetti correvano in giro per riportarci indietro, e incontravano picchetti di altri reggimenti che avevano lo stesso incarico; e dopo un po' i trombettieri si misero a suonare all'impazzata per chiamare nuovi picchetti composti anche da ufficiali che controllassero il tumulto generale. I Maverick avevano una reputazione di vivacità da tenere alta. Ma la mattina seguente, sul marciapiede della stazione, si allinearono in forma e condizioni perfette; e Kim, rimasto indietro con malati, donne e bambini, si ritrovò a salutare a squarciagola mentre i treni si allontanavano. La vita da sahib era stata divertente fino a quel punto; ma Kim continuava a considerarla con molta prudenza. Poi lo riportarono a passo di marcia, sotto la custodia di un tamburino, alla caserma vuota, imbiancata a calce, con i pavimenti coperti di sporcizia e cordami e carte, e i soffitti che riecheggiavano i suoi passi solitari. Secondo l'uso indigeno, si raggomitolò su una nuda branda e si addormentò. Un uomo iroso percorse la veranda con passo pesante, lo svegliò, e disse di essere un maestro. Questo fu troppo per Kim, che si ritirò nel suo guscio. Decifrava a stento le varie ordinanze della polizia inglese a Lahore, perché da queste dipendeva il suo benessere; e fra i molti ospiti della donna che si occupava di lui c'era stato uno strano tedesco che dipingeva le scene per il teatro itinerante Parsi. Quest'uomo raccontò a Kim di essere stato "sulle barricate nel Quarantotto", e perciò - Kim per lo meno la capì in questo modo - avrebbe insegnato al ragazzo a scrivere in cambio di roba da mangiare. Kim era arrivato a imparare le singole lettere, ma non ne aveva un'alta considerazione.

            "Non so niente. Vai via!", disse Kim fiutando guai. L'uomo lo prese allora per un orecchio, lo trascinò fino a una stanza in un'ala lontana dove una dozzina di tamburini erano seduti davanti nei banchi, e gli disse di stare fermo, se non sapeva far altro. A star fermo, Kim riuscì alla perfezione. L'uomo spiegò varie cose tracciando segni bianchi su una lavagna per mezz'ora, e Kim riprese la sua siesta interrotta. Era molto scontento dell'attuale andamento delle cose, perché si trattava proprio di quella scuola e di quella disciplina che per due terzi della sua giovane vita aveva cercato di evitare. D'improvviso una bella idea gli balzò in mente, e Kim si stupì di non averci pensato prima.

            L'uomo li congedò, e il primo a balzare sulla veranda alla luce del sole fu Kim.

            "Ehi tu! Alt! Fermo!", disse una voce alle sue spalle. "Devo occuparmi di te. Gli ordini sono di non perderti mai di vista. Dove vuoi andare?".

            Era il tamburino che gli aveva gironzolato intorno per tutta la mattinata, un tipo grasso e lentigginoso sui quattordici anni e Kim lo detestò dalle suole degli stivali fino al nastro del berretto.

            "Al bazar... a comprare dei dolci... per te", disse Kim dopo avere riflettuto.

            "Beh, il bazar è fuori zona. Se andiamo fin là, ci toccherà una strillata. Torna indietro".

            "Fin dove possiamo restare?". Kim non sapeva cosa voleva dire "fuori zona", ma aveva deciso di essere educato... per il momento.

            "Possiamo restare? Possiamo andare, vuoi dire? Possiamo andare fino a quell'albero in fondo alla strada".

            "Allora andrò laggiù".

            "Bene. Io non vengo. Fa troppo caldo. Posso guardarti da qui. Scappare non serve a niente. Se lo fai, ti beccheranno subito per i tuoi vestiti. Quella roba che hai addosso è del reggimento. Qualsiasi picchetto di Umballa ti può riportare indietro prima ancora che tu ti sia allontanato".

            Più che dalla minaccia Kim fu colpito dal fatto che il suo abbigliamento lo avrebbe messo nei guai se avesse cercato di scappare. Si appoggiò all'albero, sull'angolo di una strada assolata che portava al bazar, e cominciò ad osservare i passanti indigeni. La maggior parte erano servitori di caserma della casta più infima. Kim chiamò con un grido uno spazzino che replicò con un attacco di inutile insolenza, nella naturale convinzione che un ragazzo europeo non avrebbe capito. La rapida e sommessa risposta gli aprì gli occhi. Kim vi mise tutta la sua anima prigioniera, grato per questa occasione di insultare qualcuno nella lingua che conosceva meglio. "E ora, corri dal primo scrivano del bazar e digli di venire qui. Devo scrivere una lettera".

            "Ma... ma che razza di bianco sei, che hai bisogno di uno scrivano di bazar? Non c'è un maestro in caserma?"

            "C'è, e di tipi così è pieno l'inferno. Fai quello che ti ho detto, brutto... brutto Od! Tua madre si è sposata sotto un cestino! Servo di Lal Beg!" (Kim conosceva il dio degli spazzini). "Corri per questa mia commissione o ci rivedremo!".

            Lo spazzino ciabattò via in tutta fretta. "C'è un ragazzo bianco vicino alla caserma seduto sotto un albero che non è un ragazzo bianco", balbettò al primo scrivano del bazar in cui si imbatté. "Ha bisogno di te".

            "Pagherà?", chiese lo scrivano tutto azzimato, raccogliendo tavoletta, penne e ceralacca bene ordinate.

            "Non so. Non è come gli altri ragazzi. Vai a vedere. Ne vale la pena".

            Kim fremeva d'impazienza quando il giovane e snello Kayeth apparve all'orizzonte. Non appena fu a portata di voce, cominciò a insultarlo a briglia sciolta.

            "Prima voglio i miei soldi", disse lo scrivano. "Le tue parolacce hanno alzato il prezzo. Ma chi sei, da andare vestito in questo modo e da parlare Così?"

            "Ah! C'è tutto nella lettera che devi scrivere. Una storia incredibile. Ma non ho fretta. Me la può scrivere anche un altro. Di scrivani Umballa è piena come Lahore".

            "Quattro anna", disse lo scrivano, sedendosi e stendendo il suo panno all'ombra di un'ala deserta della caserma.

            Meccanicamente Kim si accovacciò accanto a lui - si accovacciò come fanno solo gli indigeni - nonostante quei terribili pantaloni attillati.

            Lo scriba lo guardò con la coda dell'occhio.

            "Questo è un prezzo da sahib", disse Kim. "Ora fammi quello vero".

            "Un'anna e mezza. Come faccio a sapere che non scapperai via quando avrò finito la lettera?"

            "Non devo superare quest'albero, e c'è anche il francobollo da considerare".

            "Non prendo commissione sul prezzo del francobollo. Ma me lo vuoi dire che razza di bianco sei?"

            "Sta scritto nella lettera, che deve essere diretta a Mahbub Ali, il mercante di cavalli, al serraglio del Kashmir, a Lahore. È mio amico".

            "Una sorpresa dopo l'altra!", mormorò lo scriba intingendo una cannuccia nel calamaio. "Va scritta in hindi?"

            "Certo. Allora, a Mahbub Ali. Comincia! Sono andato con il vecchio fino a Umballa in treno. A Umballa ho portato la notizia del pedigree della cavalla baia". Dopo quello che aveva visto nel giardino, non voleva parlare di stalloni bianchi.

            "Vai più piano. Cosa ha a che fare una cavalla baia con... Ma è Mahbub Ali, il grande mercante?"

            "E chi vuoi che sia, sennò? Sono stato al suo servizio. Prendi ancora inchiostro. Avanti. Come era l'ordine così ho fatto. Poi siamo andati a sud verso Benares, ma il terzo giorno abbiamo trovato un certo reggimento. Hai scritto?"

            "Sì, pulton", mormorò lo scrivano, tutt'orecchi.

            "Sono andato nel loro accampamento e mi hanno preso, e per via di quell'amuleto intorno al collo che tu conosci, è stato accertato che ero figlio di qualche uomo del reggimento: secondo la profezia del Toro Rosso che come sai conoscevano tutti nel nostro bazar". Kim attese che il colpo facesse il suo effetto sullo scrivano, si schiarì la voce e continuò: "Un prete mi ha vestito e mi ha dato un nuovo nome... Un altro prete però era sciocco. I vestiti sono molto pesanti, ma io sono un sahib e anche il mio cuore pesa. Mi mandano a una scuola e mi picchiano. Non mi piace l'aria che si respira qui. Vieni allora e aiutami; Mahbub Ali; o mandami dei soldi perché non ne ho abbastanza per pagare chi scrive questa lettera".

            ""Chi scrive questa lettera". Colpa mia se mi sono fatto ingannare. Tu sei furbo come Husain Bux che falsificava i timbri del Tesoro a Nucklao. Ma che storia! Che storia! Non mi vorrai dire che è vera?"

            "Non serve a niente raccontare bugie a Mahbub Ali. È meglio aiutare i suoi amici prestando loro un francobollo. Quando arriveranno i soldi, ti ripagherò".

            Lo scrivano grugnì dubbioso ma prese un francobollo dal suo scrittoio, sigillò la lettera, la consegnò a Kim e se ne andò. Mahbub Ali era un nome prestigioso a Umballa.

            "È questo il modo di guadagnarsi merito con gli dèi", gli gridò dietro Kim.

            "Pagami il doppio quando arrivano i soldi", gli disse l'uomo senza voltarsi.

            "Cosa avevi da cianciare con quel negro?", disse il tamburino quando Kim tornò alla veranda. "Ti guardavo, eh".

            "Stavo solo parlando con lui".

            "Tu parli proprio come i negri, vero?"

            "Noo! Noo! Parlo solo un pochino. Cosa si fa adesso?"

            "Le trombe suoneranno per il rancio fra mezzo minuto. Oddio, vorrei tanto essere andato al fronte con il reggimento. È tremendo star qui e andare solo a scuola. Non ti fa schifo?"

            "Oh sì!"

            "Io scapperei se sapessi dove andare, ma, come dicono i grandi, questa maledetta India è come un'enorme prigione. Non si può disertare senza essere subito ripresi. Sono proprio stufo".

            "Sei stato in Br... in Inghilterra?"

            "Ma cosa dici, io sono venuto giù con mia madre solo l'altra stagione. Vorrei ben dire che sono stato in Inghilterra. Che straccione ignorante sei. Sei cresciuto sulla strada, eh?"

            "Eh sì. Parlami dell'Inghilterra. Mio padre veniva di lì".

            Sebbene non lo dicesse, naturalmente Kim non credeva neanche a una parola di quello che gli raccontava il tamburino sul sobborgo di Liverpool che era la sua Inghilterra. Il tempo passò lentamente fino al rancio, un pasto poco appetitoso servito ai ragazzi e a qualche invalido nell'angolo di uno stanzone della caserma. Non fosse che aveva scritto a Mahbub Ali, Kim si sarebbe sentito quasi depresso. All'indifferenza della folla indigena era abituato, ma questa profonda solitudine in mezzo ai bianchi lo tormentava. Si sentì sollevato quando nel corso del pomeriggio un grosso soldato lo portò da padre Victor, che viveva in un'altra ala, oltre una polverosa piazza d'armi. Il prete stava leggendo una lettera in inglese scritta con un inchiostro rosso scuro. Posò su Kim uno sguardo più che mai incuriosito.

            "E cosa pensi, figliolo, di quello che hai visto finora? Non un granché, vero? Deve essere dura... molto dura per un animale selvatico. Ascoltami adesso. Ho ricevuto dal tuo amico una comunicazione Sorprendente".

            "Dov'è? Sta bene? Oh! Se è in grado di scrivermi lettere, va tutto bene".

            "Allora gli sei affezionato?"

            "Naturalmente gli sono affezionato. E lui era affezionato a me".

            "Sembra proprio di sì, a leggere questa lettera. Non sa scrivere in inglese, vero?"

            "Oh no! Non che io sappia, ma naturalmente ha trovato uno scrivano che sa scrivere in inglese perfettamente, e così ha scritto. Spero che lei capisca".

            "Tutto chiaro. Sai qualcosa della sua situazione economica?". Il volto di Kim espresse chiaramente che non ne sapeva niente.

            "Come posso saperlo?"

            "È quello che mi chiedevo. Ora ascoltami, e vedi se riesci a cavarne un po' di senso. Saltiamo la prima parte... È stata scritta dalla strada di Jagadhir... "Seduto in meditazione? lungo la strada confidò di essere favorito dall'approvazione di Vostra Eccellenza per la presente iniziativa che raccomando a Vostra Eccellenza di eseguire in nome di Dio Onnipotente. L'educazione è la più grande delle benedizioni se è di ottimo livello. Altrimenti non serve a niente sulla terra". Misericordia, qui il vecchio ha proprio fatto centro! "Se Vostra Eccellenza acconsente a dare al mio ragazzo l'ottima educazione di Saverio" (suppongo che parli qui di San Francesco Saverio in Partibus),"nei termini della nostra conservazione avvenuta nella sua tenda il 15 u.s."(un tocco da uomo d'affari!) "allora avrà la benedizione di Dio Onnipotente su ogni sua azione fino alla terza e quarta generazione e", senti un po' qui, "può confidare nell'umile servo di Vostra Eccellenza per un'adeguata remunerazione tramite hoondie annuale di trecento rupie per una costosa educazione a San Saverio di Lucknow, e conceda qualche giorno per recapitare medesimo hoondie in qualsiasi parte dell'India come vorrà Vostra Eccellenza. Questo servo di Vostra Eccellenza non ha al presente nessun luogo dove posare la testa, ma sta andando a Benares in treno per via della persecuzione di una vecchia che parla troppo e non desiderando risiedere a Saharunpore con qualsiasi mansione domestica". Ora, mi puoi spiegare cosa mai significa questo?"

            "Lei gli ha chiesto di essere il suo puro, il suo prete di casa, a Saharunpore, credo. Lui non lo farebbe mai per via del suo Fiume. E lei parla proprio tanto".

            "A te è chiaro, eh? A me spiazza del tutto. "Sono quindi sulla via di Benares dove troverò l'indirizzo e recapiterò le rupie per il ragazzo che è la pupilla dei miei occhi, e per amore di Dio Onnipotente dategli questa educazione, e il vostro umile servo, come legato da un debito, pregherà per sempre. Scritto da Sobrao Satai, respinto all'Università di Allahabad, per conto del Venerabile Teshoo Lama prete di Such-zen che cerca un Fiume, indirizzo presso Tempio dei Tirthankara, Benares. P.S. Per piacere notare che il ragazzo è la pupilla dei miei occhi, e le rupie saranno mandate tramite hoondie trecento annuali. In nome di Dio Onnipotente". Ora, è un caso di pazzia furiosa o una proposta d'affari? Te lo chiedo, perché questo va al di là della mia capacità di comprensione".

            "Dice che mi darà trecento rupie l'anno, e quindi me le darà".

            "Ah, è così che la vedi tu, eh?"

            "Naturalmente. Se lui dice così".

            Il prete fischiò; poi si rivolse a Kim come a un suo pari.

            "Non ci credo; ma vedremo. Tu dovevi partire oggi per l'Orfanotrofio Militare a Sanawar, dove il reggimento ti avrebbe mantenuto fino a quando tu non avessi raggiunto l'età per arruolarti. Saresti stato cresciuto nella Chiesa d'Inghilterra. Bennet aveva organizzato tutto. D'altra parte, se vai a San Saverio, avrai un'istruzione migliore e... e puoi avere la religione. Vedi qual è il mio dilemma?".

            Kim vedeva solo un'immagine del lama che andava verso sud in treno senza nessuno che facesse la questua per lui.

            "Come la maggior parte della gente, prenderò tempo. Se il tuo amico manda i soldi da Benares - poteri infernali, dove mai un mendicante di strada si potrà procurare trecento rupie? - tu andrai a Lucknow e io pagherò il tuo biglietto perché non posso toccare i soldi della colletta se davvero intendo fare di te un cattolico. Se invece non manda i soldi, andrai a spese del reggimento all'Orfanotrofio Militare. Gli concederò tre giorni, sebbene non ci creda affatto. E anche così, se non effettua i pagamenti successivi... ma in questo non posso far nulla. In questo mondo possiamo fare un passo alla volta Dio sia lodato. E hanno mandato Bennett al fronte e hanno lasciato dietro me. E Bennett non può aspettarsi tutto".

            "Eh sì", disse Kim incerto.

            Il prete si chinò in avanti. "Darei un mese di stipendio per sapere cosa frulla in quella testolina rotonda".

            "Non c'è niente", disse Kim e si grattò la testolina. Si stava chiedendo se Mahbub Ali gli avrebbe mandato un'intera rupia. Allora avrebbe potuto pagare lo scrivano e scrivere al lama a Benares. Forse Mahbub Ali sarebbe venuto a trovarlo la prima volta che fosse andato a sud con i cavalli. Doveva sapere di certo che la consegna della lettera all'ufficiale di Umballa da parte di Kim aveva provocato la grande guerra di cui avevano parlato con tanta animazione uomini e ragazzi alla mensa della caserma di Umballa. Ma se Mahbub Ali non lo sapeva, era meglio non dirglielo. Mahbub Ali era duro con i ragazzi che sapevano, o credevano di sapere, troppo.

            "Beh, finché non avrò altre notizie", la voce di padre Victor interruppe le sue fantasticherie, "puoi correre e giocare con gli altri ragazzi. Ti insegneranno qualcosa, anche se credo che non ti piacerà molto".

            La giornata si trascinò stancamente verso la sua conclusione. Quando Kim si preparò per andare a dormire, gli spiegarono come piegare i vestiti e sistemare gli stivali, mentre gli altri ragazzi lo deridevano. La tromba lo svegliò all'alba, il maestro lo acciuffò dopo la colazione, gli mise sotto il naso una pagina di caratteri privi di significato, dando loro nomi privi di senso, e lo percosse senza ragione. Kim meditò di avvelenarlo prendendo a prestito un po' di oppio da uno degli uomini di fatica ma rifletté poi che, dal momento che mangiavano tutti insieme a tavola (questo era particolarmente fastidioso per Kim, che preferiva dare le spalle al mondo durante i pasti), l'impresa avrebbe potuto essere pericolosa. Cercò allora di scappare verso il villaggio dove il prete aveva cercato di drogare il lama, il villaggio dove viveva il vecchio soldato. Ma ad ogni uscita della città vigili sentinelle rimandavano indietro la figuretta rossa.

            Pantaloni e giacca tormentavano il corpo e la mente, così Kim abbandonò questo progetto e decise di contare, alla maniera orientale, sul tempo e sul destino. Tre giorni di tormento trascorsero nelle grandi stanze bianche e rimbombanti. Il pomeriggio usciva con la sorveglianza del tamburino, e tutto quello che sentì dire dal suo compagno furono le poche parole inutili che sembravano costituire due terzi degli insulti dei bianchi.

            Kim le conosceva e le disprezzava da molto tempo. Il ragazzo reagiva al suo silenzio e alla sua indifferenza picchiandolo, come era più che naturale. Non gli importava niente dei bazar in cui potevano andare. Definiva tutti i nativi "negri"; ma servi e uomini di fatica gli affibbiavano i peggiori soprannomi e lui, fuorviato dal loro atteggiamento deferente, non capiva mai. Questo in parte consolava Kim per le percosse.

            Il mattino del quarto giorno un castigo sorprese il tamburino. Erano andati insieme verso l'ippodromo di Umballa. Da lì il ragazzo tornò solo, in lacrime, con la notizia che il giovane O'Hara, a cui non aveva fatto niente di particolare, aveva salutato un negro dalla barba rossa a cavallo; e lì per lì il negro si era messo a picchiarlo con un frustino particolarmente appiccicoso, poi aveva caricato il giovane O'Hara e lo aveva portato via al galoppo. Queste notizie giunsero a padre Victor, che si tirò il labbro superiore, di per sé piuttosto lungo. Padre Victor era già abbastanza sorpreso da una lettera proveniente dal tempio dei Tirthankara a Benares, cui era accluso un assegno di un banchiere indigeno per trecento rupie, e una stupefacente preghiera a "Dio Onnipotente". Il lama sarebbe stato anche più infastidito del prete se avesse saputo in che modo lo scrivano del bazar aveva tradotto la sua frase "acquistare merito".

            "Poteri infernali!". Padre Victor tormentava l'assegno. "E ora quello è sparito con un altro dei suoi compari. Non so se per me sia un maggiore sollievo perderlo o ritrovarlo. Va oltre le mie capacità di comprensione. Come diavolo... sì, dico proprio lui... un mendicante può procurarsi i soldi per educare un ragazzo bianco?".

            A tre miglia di distanza, all'ippodromo di Umballa, Mahbub Ali, tenendo per le redini uno stallone grigio afgano, con Kim seduto sull'arcione, stava dicendo: "Ma, Piccolo Amico di tutto il Mondo, qui c'è da considerare il mio onore e la mia reputazione. Gli ufficiali sahib di tutti i reggimenti, e tutta Umballa, conoscono Mahbub Ali. Mi hanno visto prenderti su e dare una lezione a quel ragazzo. Anche ora tutti ci vedono fin dall'altra parte della spianata. Come posso portarti via o dar conto della tua sparizione se ti metto giù e ti lascio scappare fra i campi? Mi metterebbero in carcere. Abbi pazienza. Sahib un giorno, sahib per sempre. Quando sarai un uomo, chissà, forse sarai grato a Mahbub Ali".

            "Portami oltre le sentinelle, dove mi possa cambiare questa uniforme rossa. Dammi dei soldi e io andrò a Benares e starò di nuovo con il mio lama. Non voglio essere un sahib, e ricordati che ho consegnato il tuo messaggio".

            Lo stallone si impennò furioso. Mahbub Ali gli aveva inavvertitamente dato un colpo con la staffa appuntita. (Non era uno di quei nuovi mercanti di cavalli dalla parlantina sciolta che portano stivali e speroni inglesi). Kim trasse le sue conclusioni da quello scatto.

            "Era una faccenda di poco conto. Ed era proprio sulla strada di Benares. I sahib e io ce ne siamo dimenticati da un pezzo. Mando tante lettere e tanti messaggi a persone che vogliono avere informazioni sui cavalli, che non posso ricordarmelo tutti. Era quel pedigree di una cavalla baia che voleva sahib Peters?".

            Kim vide immediatamente la trappola. Se avesse detto "cavalla baia", Mahbub avrebbe capito dalla sua prontezza ad adeguarsi alla nuova versione che il ragazzo sospettava qualcosa. Kim quindi replicò: "Cavalla baia? No. Io non dimentico così i miei messaggi. Era uno stallone bianco".

            "Ah, è vero. Uno stallone bianco arabo. Ma tu mi avevi scritto di una cavalla baia".

            "Chi va a dire la verità a uno scrivano?", rispose Kim sentendo la mano di Mahbub posata sul suo cuore.

            "Ehi, Mahbub! Vecchio mascalzone, fermati!", gridò una voce e un inglese si affiancò a loro su di un cavallino da polo.

            "Ti ho cercato dappertutto. Questo tuo afgano non è male. In vendita, suppongo?"

            "Ho per le mani una bestia giovane che sembra nata per il difficile e delicato gioco del polo. Non ha uguali. È una bestia che..."

            "Gioca a polo e serve a tavola. Sì. Lo sappiamo. Cosa diavolo hai qui?"

            "Un ragazzo", disse serio Mahbub. "Un altro ragazzo lo picchiava. Suo padre era un soldato bianco nella grande guerra. Lui è cresciuto a Lahore. Giocava con i miei cavalli fin da quando era bambino. Ora penso che vogliano fare di lui un soldato. È stato appena trovato dal reggimento di suo padre, che è partito per il fronte la scorsa settimana. Ma non penso che voglia diventare un soldato. Gli ho fatto fare un giro. Ora dimmi dove è la tua caserma e ti riporto lì".

            "Lasciarmi andare. Posso trovare la caserma da solo".

            "E se scappi, chi dirà che non è colpa mia?"

            "Tornerà dove trova da mangiare. Dove vuoi che scappi?", chiese l'inglese.

            "È nato nel paese. Ha amici. Va dove vuole. È un chabuk sawai un tipo sveglio. Gli basta solo cambiare d'abito, e in un batter d'occhio può diventare un ragazzino indiano di bassa casta".

            "Diavolo, se può!". L'inglese osservava criticamente il ragazzo mentre Mahbub si dirigeva verso la caserma. Kim digrignò i denti. Mahbub lo stava prendendo in giro, come fanno sempre quegli infedeli degli afgani; infatti proseguì: "Lo manderanno a una scuola e gli metteranno degli stivaloni e lo infagotteranno con questa roba. E allora dimenticherà tutto quello che sa. Allora, qual è la tua caserma?".

            Kim fece un cenno col dito - non riusciva a parlare - verso l'ala di padre Victor, tutta bianca lì accanto.

            "Forse sarà un buon soldato", disse Mahbub pensoso. "Per lo meno sarà un buon attendente. Una volta l'ho mandato da Lahore a consegnare un messaggio. Un messaggio sul pedigree di uno stallone bianco".

            Questo era un insulto mortale che si sommava a una più mortale offesa - e il sahib a cui aveva così abilmente consegnato quella lettera di guerra stava ascoltando tutto questo. Kim augurò a Mahbub di friggere nelle fiamme dell'inferno per il suo tradimento, ma per se prevedeva solo una lunga sequenza grigia di caserme, scuole, e di nuovo caserme. Fissò implorante la faccia squadrata su cui non scintillava il benché minimo segno di riconoscimento; ma anche in questa situazione disperata non gli venne neanche in mente di buttarsi alla mercé del bianco o di denunciare l'afgano. E Mahbub fissava deliberatamente l'inglese che fissava altrettanto deliberatamente Kim, tremante e con la bocca cucita.

            "Il mio cavallo è ben addestrato", disse il mercante. "Altri avrebbero scalciato, Sahib".

            "Ah", fece infine l'inglese strofinando la groppa sudata del suo cavallo con il manico del frustino. "Chi è che vuol fare del ragazzo un soldato?"

            "A quanto dice, è il reggimento che lo ha trovato, e in particolare il padre-sahib di quel reggimento".

            "Ecco il padre!". A Kim parve di soffocare quando padre Victor, a testa nuda, piombò verso di loro dalla veranda.

            "Poteri infernali, O'Hara! Quanti altri amici di colore hai in giro per l'Asia?", gridò quando Kim scivolò giù dal cavallo e si fermò sconsolato davanti a lui.

            "Buon giorno, padre", disse allegro il colonnello. "La conosco bene di fama. Avevo già pensato di venire a farle visita. Sono Creighton".

            "Della Ricerca Etnologica?", disse padre Victor. Il colonnello annuì. "Dio sa se sono felice di incontrarla allora; e le devo anche un ringraziamento per avermi riportato il ragazzo".

            "Non mi ringrazi, padre. In effetti, il ragazzo non stava scappando. Non conosce il vecchio Mahbub Ali?". Il mercante di cavalli era rimasto immobile sul suo cavallo sotto il sole. "Lo conoscerà, non appena sarà stato qui un mese. Ci vende tutti i nostri ronzini. Questo ragazzo sembrerebbe un fenomeno. Può dirmi qualcosa di lui?"

            "Se posso?", sbuffò padre Victor. "Lei è proprio l'uomo che mi può aiutare in questo dilemma. Dica lei! Scoppierò se non racconto questa storia a qualcuno che se ne intende degli indigeni!".

            Uno stalliere girò l'angolo. Il colonnello Creighton alzò la voce, parlando in urdu. "Benissimo, Mahbub Ali, ma è inutile raccontarli tutte queste storie sul pony. Non sono disposto a dare un soldo più di trecentocinquanta rupie.

            "Il sahib si è scaldato perché è andato a cavallo", replicò il mercante con una smorfia da burlone. "Adesso vedrà meglio le qualità del mio cavallo. Io aspetterò fino a quando non avrà finito il suo colloquio con il padre. Aspetterà sotto quell'albero".

            "Maledizione!". Il colonnello scoppiò a ridere. "Ecco quello che succede a guardare uno dei cavalli di Mahbub. È proprio una vecchia sanguisuga, padre. Aspetta allora, se hai tanto tempo da perdere, Mahbub. Ora sono al suo servizio, padre. Il ragazzo dov'è? Ah, è andato a confabulare con Mahbub. Strano ragazzo. Posso chiederle di far portare la mia cavalla sul retro al coperto?".

            Si lasciò cadere su una sedia da cui si potevano vedere bene Kim e Mahbub Ali che parlavano sotto l'albero. Il cappellano entrò per cercare i sigari.

            Creighton sentì Kim che diceva amaramente: "Fidati di un bramino più di un serpente, di un serpente più di una puttana e di una puttana più di un afgano, Mahbub Ali".

            "Fa lo stesso", la grande barba rossa ammoniva solenne il ragazzo. "I bambini non dovrebbero vedere un tappeto sul telaio finché il disegno non è chiaro. Credimi, Amico di tutto il Mondo, ti sto rendendo un grande servizio. Non faranno di te un soldato".

 

            "Vecchio peccatore smaliziato", pensò Creighton. "Ma non ha torto. Quel ragazzo non deve essere sprecato se è già così sveglio".

            "Mi scusi mezzo minuto ma sto prendendo tutti i documenti", gridò il padre dall'interno.

            "Se con il mio aiuto ricadranno su di te i favori di quel colonnello saggio e coraggioso, e te ne deriveranno onori, come ringrazierai Mahbub Ali quando sarai un uomo?"

            "No, no; ti avevo chiesto di farmi riprendere la strada, dove sarei stato in salvo; e tu mi hai rivenduto agli inglesi. Quanto ti daranno per questo tradimento?"

            "Un giovane demonio!". Il colonnello tolse la punta al sigaro e si girò educatamente verso padre Victor.

            "Cosa sono quelle lettere che il prete grasso agita davanti al colonnello? Stai dietro allo stallone come se guardassi le briglie!", disse Mahbub Ali.

            "Una lettera dal mio lama, che ha scritto dalla strada di Jagadhir, dicendo che pagherà trecento rupie l'anno per la mia istruzione".

            "Oho! Il vecchio Cappello Rosso ne è capace? E a che scuola?"

            "Lo sa Dio. A Nucklao, penso".

            "Sì. C'è una grande scuola per i figli dei sahib... e dei mezzi sahib. L'ho vista quando sono andato laggiù a vendere cavalli. E così anche il lama vuole bene all'Amico di tutto il Mondo?"

            "Sì; è lui non ha detto bugie, e non mi ha riportato in schiavitù".

            "Non c'è da meravigliarsi che il padre non sappia trovare il bandolo della matassa. Come parla svelto al colonnello sahib". Mahbub Ali ridacchiò. "Per Allah!", i suoi occhi penetranti percorsero rapidissimi la veranda, "il tuo lama ha mandato una cosa che mi pare un assegno. Ho fatto qualche piccolo affare con gli hoondies. Il colonnello sahib lo sta guardando".

            "Cosa vuoi che me ne venga?", disse Kim stancamente. "Tu andrai via, e loro mi sbatteranno di nuovo in quelle stanze vuote dove non c'è nessun posto decente per dormire e dove i ragazzi mi picchiano".

            "Non credo. Abbi pazienza, piccolo. Non tutti i pathan sono bugiardi, tranne che in materia di cavalli".

            Cinque, dieci, quindici minuti trascorsero, e padre Victor continuava a parlare accalorandosi o ponendo domande cui il colonnello rispondeva.

            "E ora, le ho detto tutto quello che so del ragazzo dall'inizio alla fine; ed è un gran sollievo per me. Ha mai sentito niente di simile?"

            "In ogni caso, il vecchio ha mandato i soldi, gli assegni di Gobind Sahai sono validi da qui alla Cina", disse il Colonnello.

            "Più si conoscono gli indigeni, e meno si può prevedere quello che faranno o non faranno".

            "È consolante... dalla bocca del capo della Ricerca Etnologica. È incredibile, questa mistura di Tori Rossi e Fiumi di Guarigione (povero infedele, che Dio lo aiuti), e di assegni e di certificati massonici. Lei è un massone, per caso?"

            "Per Giove, lo sono, ora che ci penso. Questa è una ragione in più", disse distratto il Colonnello.

            "Sono felice che lei ci veda una ragione. Ma come le ho detto, è questa mistura di cose che non capisco. E l'avesse visto, quando faceva profezie al nostro colonnello, seduto sul mio letto, la camicia stracciata davanti che lasciava vedere la pelle bianca. E poi la profezia si e avverata! Cureranno tutte queste pazzie a San Saverio, eh?"

            "Lo spruzzi con l'acqua santa", rise il Colonnello.

            "Parola mia, ci ho pensato qualche volta. Ma spero che verrà educato da buon cattolico. Quello che mi preoccupa è che quel vecchio mendicante..."

            "Lama, lama, mio caro signore; e alcuni sono gentiluomini al loro paese".

            "Che il lama, allora, non riesca a pagare l'anno prossimo. Lui ha un'ottima testa per fare progetti sull'estro del momento ma dovrà morire un giorno o l'altro. E poi, prendere i soldi di un pagano per dare a un bambino un'educazione cristiana..."

            "Ma lui ha detto esplicitamente quello che voleva. Non appena ha saputo che il ragazzo era bianco, a quanto pare ha preso le sue decisioni di conseguenza. Darei il mio stipendio di un mese per sentire come ha spiegato tutta questa faccenda al tempio dei Tirthankara a Benares. Vede, padre, io non pretendo di saperne molto sugli indigeni, ma se dice che pagherà, pagherà - vivo o morto. Voglio dire che i suoi eredi si incaricheranno del debito. Il mio consiglio è di mandare giù il ragazzo a Lucknow. Se il suo cappellano inglese pensa che lei gli abbia rubato una pecorella..."

            "Peggio per Bennett! È stato mandato al fronte e io no. Doughty mi ha dichiarato fisicamente inabile. Scomunicherò Doughty se torna vivo! Di certo Bennett potrebbe accontentarsi della..."

            "Gloria, lasciando a lei la religione. Proprio così. In realtà non credo che a Bennett importerà molto. Dia la colpa a me. Io... mm... le raccomando di mandare il ragazzo a San Saverio. Può andare giù con il lasciapassare di orfano militare, e così il biglietto del viaggio sarà risparmiato. Con la sottoscrizione del reggimento gli può comprare dei vestiti. La Loggia non dovrà sborsare i soldi della sua educazione, e questo la metterà in una buona disposizione d'animo. Andrà tutto bene. Io devo andare a Lucknow la settimana prossima. Baderò io al ragazzo durante il viaggio... Io affiderò ai miei servitori, e via dicendo".

            "Lei è buono".

            "Niente affatto. Non commetta questo errore. Il lama ci ha mandato i soldi per uno scopo preciso. Non possiamo restituirglieli. Dovremo fare quello che dice. Beh, è tutto sistemato vero? Diciamo che martedì prossimo me lo porterà al treno della notte per il sud? Mancano solo tre giorni. Non farà un gran male in tre giorni".

            "È un peso in meno per me, ma... questo qui?", padre Victor sventolò l'assegno. "Io non conosco Gobind Sahai, o la sua banca che, a quanto ne so, può essere un buco nel muro".

            "Evidentemente lei non è mai stato un subalterno pieno di debiti. Lo incasserò io, se vuole, e le manderò le ricevute in ordine perfetto".

            "Ma con tutto il suo lavoro! Significa chiederle..."

            "Non è affatto un problema. Vede, come etnologo, è una cosa molto interessante per me. Mi piacerebbe farne una nota per un lavoro del governo che sto preparando. La trasformazione dell'insegna di un reggimento come il vostro Toro Rosso in una sorta di feticcio che il ragazzo vuole raggiungere è molto interessante".

            "Non so come ringraziarla".

            "C'è una cosa che può fare. Tutti noi della Ricerca Etnologica siamo gelosi come scimmie delle nostre scoperte. Hanno interesse solo per noi, naturalmente, ma lei sa come sono i topi di biblioteca. Beh, non dica una parola, direttamente o indirettamente, sul lato asiatico del carattere del ragazzo... le sue avventure e la sua profezia, e così via. Li tirerò io fuori dal ragazzo, in seguito... mi spiego?"

            "Certo. Ne verrà fuori un resoconto magnifico. Non ne farò parola con nessuno finché non lo vedrò stampato".

            "Grazie. Sono cose che vanno dritte al cuore di un etnologo. Beh, ora devo andare a far colazione. Santo cielo! Il vecchio Mahbub c'è ancora?". Alzò la voce, e il mercante di cavalli uscì dall'ombra dell'albero. "Beh, allora?"

            "Per quanto riguarda quel pony", disse Mahbub, "io penso che quando un puledro è nato per fare il cavallo da polo, ed è capace di stare incollato alla palla senza che nessuno gliel'abbia insegnato, quando un puledro così conosce il gioco per divinazione, allora dico che e un gran male rovinarlo attaccandole a un carro pesante, sahib!".

            "Anch'io la penso così, Mahbub. Il puledro sarà addestrato solo per il polo. (Questa gente non pensa ad altro al mondo che ai cavalli, padre.) Ci vediamo domani, Mahbub, se hai qualcosa di buono da vendere".

            Il mercante salutò, alla maniera dei cavalieri, con un gesto della mano libera. "Pazienta un po', Amico di tutto il Mondo", sussurrò a Kim, che era in preda alla disperazione. "La tua fortuna è fatta. Fra un po' andrai a Nucklao e qui, eccoti qualcosa con cui pagare lo scrivano. Ci rivedremo ancora molte volte, penso", e caracollò via lungo la strada.

            "Ascoltami", disse il Colonnello dalla veranda, parlando nella lingua locale. "Fra tre giorni verrai con me a Lucknow, e vedrai e sentirai tantissimo cose nuove. Per tre giorni quindi stai tranquillo e non scappare. Andrai a scuola a Lucknow".

            "Potrò incontrare il mio Sant'Uomo laggiù?", piagnucolò Kim.

            "Se non altro Lucknow è più vicina a Benares di Umballa. Può darsi che tu ci vada sotto la mia protezione. Mahbub Ali lo sa, e si arrabbierà se ora torni sulla strada. Ricordati - mi hanno detto molte cose che non dimenticherò".

            "Aspetterà", disse Kim, "ma i ragazzi mi picchieranno".

            Poi la tromba suonò per il pranzo.

 

CAPITOLO VII

 

 

 

A che pro gli astri fecondi son bilanciati

da lune idiote e da stelle che attraggono altre stelle?

Insinuati fra loro, ma piano piano, senza far rumore.

Il cielo ha le sue guerre sante, come quelle meschine della terra.

Figlio di questi tumulti, dell'angoscia, del timore

(ad essi condannato dalla colpa di Adamo, dei padri, di te stesso)

aguzza gli occhi, traccia il tuo oroscopo e scopri

quale pianeta aiuta il tuo fragile destino, o lo rovina!

                                                                       Sir John Christie

 

            Nel pomeriggio il maestro dalla faccia rossa disse a Kim che "non era più in forza", frase che non aveva nessun significato per lui, finché non gli fu detto di andar fuori a giocare. Allora corse al bazar, e trovò il giovane scrivano a cui doveva un francobollo.

            "Adesso ti pago", disse regalmente Kim, "e ho bisogno che tu mi scriva un'altra lettera".

            "Mahbub Ali è a Umballa", disse baldanzoso lo scrivano

            Per via del suo mestiere fungeva da ufficio di pubblica informazione.

            "Questa non è diretta a Mahbub, ma a un prete. Prendi la penna e scrivi svelto. Al lama Teshoo, il sant'uomo del Bhotiyal che cerca un Fiume e si trova ora al tempio dei Tirthankara a Benares. Prendi altro inchiostro! Fra tre giorni vado a Nucklao alla scuola di Nucklao. Il nome della scuola è' Saverio. Non so dove è questa scuola ma è a Nucklao".

            "Ma io conosco Nucklao", lo interruppe lo scrivano. "E so dove è la scuola".

            "Spiegarli dove si trova, e ti darò mezzo anna".

            La cannuccia della penna strideva alacre sul foglio. "Non si potrà sbagliare". L'uomo alzò la testa. "Chi è che ci osserva dall'altra parte della strada?".

            Kim sollevò rapido lo sguardo, e vide il colonnello Creighton in completo da tennis.

            "Oh, è un sahib che conosce il prete grasso in caserma. Mi sta chiamando".

            "Cosa fai?", disse il Colonnello quando Kim gli si avvicinò di corsa.

            "Io... io non stavo scappando. Mando una lettera al mio Sant'Uomo a Benares".

            "Non ci avevo pensato. Gli hai detto che ti porto io a Lucknow?"

            "No. Leggi la lettera, se hai dei dubbi".

            "E perché hai tralasciato il mio nome nello scrivere al Sant'Uomo?". Il Colonnello fece uno strano sorriso. Kim prese il coraggio a quattro mani.

            "Una volta mi hanno detto che è meglio non scrivere il nome di estranei coinvolti in qualsiasi faccenda, perché facendo nomi, molti buoni piani rischiano di andar male".

            "Ti hanno detto bene", replicò il Colonnello, e Kim arrossì. "Ho lasciato il mio portasigari sulla veranda di padre Victor. Portalo a casa mia stasera".

            "Dov'è la casa?", disse Kim. Il suo intuito gli suggeriva che l'altro lo stava mettendo alla prova, e si teneva in guardia.

            "Chiedi a chiunque nel bazar". Il Colonnello proseguì sul suo cammino.

            "Ha dimenticato il suo portasigari", disse Kim di ritorno dallo scrivano. "Devo portarglielo stasera. La mia lettera è tutta qui, ma aggiungi, tre volte, Vieni da me! Vieni da me! Vieni da me! Ora ti do i soldi per il francobollo e la porto alla posta". Si alzò come per andarsene e, quasi gli fosse venuto in mente in quel momento, chiese: "Chi è quel sahib con la faccia arrabbiata che ha perso il portasigari?".

            "Oh, è solo Creighton sahib, un sahib molto sciocco, un sahib colonnello senza un reggimento".

            "E di cosa si occupa?"

            "Chi lo sa. Compra sempre cavalli che non sa cavalcare, e fa un sacco di indovinelli sulle opere di Dio... le piante e le pietre e le abitudini della gente. I mercanti lo chiamano il padre di tutti gli scemi perché si fa truffare facilmente con i cavalli. Mahbub Ali dice che e il più matto dei sahib".

            "Oh!", fece Kim, e si allontanò. Nella sua esistenza aveva acquisito una certa esperienza delle persone, e riteneva che agli scemi non si dessero informazioni che riguardavano ottomila uomini senza contare l'artiglieria. Il comandante in capo di tutta l'India non parla agli sciocchi nel modo in cui Kim lo aveva sentito parlare. E il tono di Mahbub Ali non sarebbe cambiato, come faceva tutte le volte che citava il nome del colonnello, se il colonnello fosse stato uno sciocco. Di conseguenza, e questo faceva fremere Kim, c'era un mistero da qualche parte, e Mahbub Ali probabilmente spiava per il colonnello come Kim aveva spiato per Mahbub. E come il mercante di cavalli, era evidente che il colonnello rispettava le persone che non facevano troppo sfoggio delle loro capacità.

            Si congratulò con se stesso per non avere rivelato che sapeva dove si trovava la casa del Colonnello; e quando, al ritorno in caserma, scoprì che nessun portasigari era stato dimenticato, esultò in cuor suo. Ecco un uomo di quelli che piacevano a lui, una persona tortuosa e indiretta, alle prese con un gioco occulto. Beh, se quello era uno sciocco, anche Kim era contento di esserlo.

            Non espresse nessuno dei suoi pensieri quando padre Victor, nel corso di tre lunghe mattinate, lo intrattenne su un nuovo corredo di dei grandi e piccoli, e in particolare su una dea di nome Maria che, gli parve di capire, faceva tutt'uno con Bibi Miriam della teologia di Mahbub Ali. Non tradì neppure alcuna emozione quando padre Victor, dopo questa serie di conferenze, lo trascinò di negozio in negozio a comprare articoli di vestiario, e non si lamentò neanche quando i tamburini invidiosi lo picchiarono perché andava a una scuola più importante, ma si limitò ad attendere il corso degli eventi con spirito attento. L'ottimo padre Victor lo accompagnò alla stazione, lo sistemò in un vagone di seconda classe accanto a quello di prima dove viaggiava il colonnello Creighton, e si accomiatò da lui con sincero affetto.

            "A San Saverio faranno di te un uomo, O'Hara - un uomo bianco e, spero, un uomo buono. Sanno già tutto del tuo arrivo, e il Colonnello sorveglierà che tu non ti perda o che non ti succeda qualcosa lungo la strada. Ti ho dato qualche nozione di religione - almeno lo spero - e ricordati, quando ti chiedono la tua fede, che sei cattolico. Meglio dire cattolico romano, anche se a me la parola non piace".

            Kim si accese una sigaretta forte - previdente, ne aveva comprato una scorta al bazar e si sdraiò per pensare. Questo trasferimento solitario era molto diverso dall'allegro viaggio verso sud in terza classe con il lama. "I sahib non si divertono molto a viaggiare", rifletté. "Hai mai! Vado da un posto all'altro come una palla cui sia stato dato un calcio. È il mio Kismet. Nessuno può sfuggire al suo Kismet. Ma ora devo pregare Bibi Miriam, ed essere un sahib". Si guardò mestamente gli stivali.

            "No, sono Kim. Questo è il vasto mondo, e io sono solo Kim. Chi è Kim?". Considerò la sua identica, una cosa che non aveva mai fatto prima, finché la testa non gli girò. Era una figurina insignificante nel rombante turbinio dell'India, e stava andando a sud, verso un destino sconosciuto.

            In quel momento il Colonnello lo mandò a chiamare, e parlò a lungo. Per quello che Kim riuscì a capire, doveva essere diligente, e sarebbe entrato nel Servizio topografico dell'India come cartografo. Se fosse stato bravo e avesse superato tutti gli esami, avrebbe guadagnato trenta rupie al mese a diciassette anni, e il colonnello Creighton si sarebbe occupato di trovargli un buon impiego.

            Kim inizialmente fece finta di capire una parola su tre di questo discorso. Poi il Colonnello, rendendosi conto del proprio errore, passò al fluente e pittoresco urdu e Kim si sentì contento. Nessun uomo poteva essere uno sciocco se conosceva così a fondo la lingua, se si muoveva in modo così aggraziato e silenzioso, e se aveva degli occhi tanto diversi da quelli bolsi e inespressivi degli altri sahib.

            "Sì e devi imparare a disegnare strade e montagne e fiumi - prima li devi fissare nella mente finché non viene il momento giusto per metterli sulla carta. Forse un giorno, quando sarai un cartografo, mentre lavoriamo insieme ti dirò: "Vai oltre quelle montagne a vedere cosa c'è dall'altra parte". Allora qualcuno ti potrebbe dire: "Su quelle montagne c'è gente cattiva che ammazza il cartografo se ha l'aspetto di un sahib". Cosa faresti allora?".

            Kim meditò. Era prudente passare di nuovo la mano al Colonnello?

            "Direi quello che mi ha detto l'altro uomo".

            "Ma se io ti rispondessi: "Ti darò cento rupie in cambio delle informazioni su quello che c'è oltre le montagne... per una mappa del fiume e qualche notizia su quanto dice la gente nei villaggi lassù"?"

            "Come faccio a dirlo? Sono solo un ragazzo. Bisogna aspettare che diventi un uomo". Poi, vedendo che la fronte del colonnello si aggrottava, continuò: "Ma credo che nel giro di pochi giorni mi guadagnerei le cento rupie".

            "Per quale strada?".

            Kim scosse la testa, deciso: "Se dicessi ora come le guadagnerei, un altro uomo potrebbe sentire e precedermi. Non va bene vendere informazioni per niente".

            "Dimmelo allora". Il Colonnello sollevò una rupia. La mano di Kim si tese a prenderla, ma poi ricadde giù.

            "No, sahib, no. Conosco il prezzo che sarà pagato per la risposta, ma non so perché la domanda è stata posta".

            "Prendila come regalo, allora", disse Creighton, lanciandogli la moneta. "C'è in te uno spirito acuto. Non lasciare che a San Saverio te lo rovinino. Ci sono molti ragazzi che disprezzano i neri".

            "Le loro madri erano donne di bazar", disse Kim. Sapeva bene che non c'è odio pari a quello del meticcio per il suo fratellastro.

            "È vero; ma tu sei sahib e figlio di sahib. Quindi non farti trascinare in nessun modo a disprezzare i neri. Conosco ragazzi appena entrati al servizio del Governo che fingevano di non capire il linguaggio o i modi dei neri. La loro paga è stata ridotta per ignoranza. Non c'è peccato grande come l'ignoranza. Ricordatelo".

            Diverse volte, nel corso delle lunghe ventiquattr'ore di viaggio verso il sud, il Colonnello mandò a chiamare Kim, sviluppando sempre questi concetti.

            "Saremo tutti nella stessa cordata, allora", disse infine Kim, "il Colonnello, Mahbub Ali e io... quando sarò cartografo. Lui mi impiegherà come aveva fatto Mahbub Ali. Mi sta bene, se così posso di nuovo tornare sulla strada. Questi vestiti non diventano più comodi neanche a portarli a lungo".

            Quando giunsero all'affollata stazione di Lucknow non c'era traccia del lama. Kim soffocò la sua delusione, mentre il colonnello lo caricava su un ticca-garri con tutte le sue cose e lo spediva da solo a San Saverio.

            "Non ti dico addio, perché ci incontreremo di nuovo", gridò. "Di nuovo, e molte altre volte, se sei fatto di buona stoffa. Ma non sei ancora stato messo alla prova".

            "Neanche quando ti ho portato", Kim osò addirittura usare il tum dei pari grado, "il pedigree di uno stallone bianco quella notte?"

            "Si guadagna molto a dimenticare, fratellino", disse il Colonnello con uno sguardo che lo trapassò da parte a parte, mentre saltava dentro la vettura.

            A Kim ci vollero quasi cinque minuti per riprendersi. Poi annusò l'aria nuova, voltandolo positivamente. "Città ricca", disse. "Più ricca di Lahore. Come devono essere belli i bazar. Vetturino, portami un po' per i bazar di qui".

            "L'ordine è di portarti dritto a scuola". L'uomo gli diede del tu, che è una mancanza di rispetto quando ci si rivolge a un bianco. Nel più chiaro e fluente dialetto, Kim sottolineò il suo errore, si arrampicò a cassetta, e, ritrovato un perfetto accordo, scorrazzò su e giù per un paio d'ore, valutando, confrontando e spassandosela. Non c'è città - a parte Bombay, la regina fra tutte-più bella e sgargiante di Lucknow, che la si guardi dal ponte sul fiume, o dalla cima dell'Imambara contemplando dall'alto gli ombrelli dorati del Chutter Munzil, e gli alberi in cui la città è immersa. I re l'hanno adornata di palazzi fantastici, l'hanno dotata di grandi istituzioni benefiche, l'hanno riempita di gentiluomini, e l'hanno sommersa di sangue. Lucknow è il centro dell'ozio, dell'intrigo e del lusso, e spartisce con Delhi l'onore di parlare il solo urdu davvero puro.

            "Una bella città, una città splendida". Il conducente, nativo di Lucknow, fu contento del complimento, e raccontò a Kim molte cose sensazionali, mentre una guida inglese gli avrebbe parlato della rivolta.

            "E ora andiamo a scuola", disse infine Kim. La grande e vecchia scuola di San Saverio in Partibus, con i suoi bassi edifici bianchi costruiti uno sopra l'altro, è situata su ampi terreni che si affacciano sul fiume Gumti, a una certa distanza dal centro.

 

            "Che tipo di gente c'è?", disse Kim.

            "Giovani sahib, tutti diavoli; ma a dir la verità, e ne ho portato molti avanti e indietro dalla stazione, non ne ho mai visto uno che avesse tutti i requisiti del diavolo come te... questo giovane sahib che sto portando adesso".

            Naturalmente, visto che nessuno gli aveva mai insegnato a considerarle indecenti, Kim aveva passato una parte della giornata con una o due frivole signore alle finestre del primo piano di una certa strada, e naturalmente, nello scambio di complimenti, si era comportato bene. Stava per affibbiare al conducente l'ultima frase insolente quando il suo occhio - stava calando il crepuscolo - individuò una figura seduta accanto a uno dei pilastri intonacati dell'ingresso che si apriva nella lunga muraglia.

            "Ferma!", gridò. "Aspetta qui. Non entro subito nella scuola".

            "Chi è poi che mi paga per questo andirivieni?", brontolò il conducente. "Ma questo ragazzo è matto. L'ultima volta era una ballerina. Questa volta è un prete".

            Kim si buttò a capofitto in strada, accarezzando i piedi impolverati sotto il sudicio mantello giallo.

            "Ho aspettato qui un giorno e mezzo", cominciò la voce piana del lama. "In effetti, avevo un discepolo con me. Quel mio amico al Tempio dei Tirthankara mi ha dato una guida per questo viaggio. Sono venuto da Benares col treno, quando ho ricevuto la tua lettera. Sì, ho mangiato. Non ho bisogno di niente".

            "Ma perché non sei rimasto con la donna di Kulu, Santo?

            Come sei arrivato a Benares? Ho avuto il cuore gonfio da quando ci siamo lasciati".

            "Quella donna mi stancava con le sue continue chiacchiere e richieste di incantesimi per i bambini. Mi sono allontanato dalla sua compagnia, permettendole di acquisire merito con i suoi doni. Per lo meno è una donna generosa, e le ho promesso di tornare a casa sua se ce ne fosse bisogno. Poi, sentendomi solo in questo mondo vasto e terribile, mi sono ricordato del tr-reno per Benares, dove conoscevo un prete che risiede al Tempio dei Tirthankara e che era un Cercatore, proprio come me.

            "Ah! Il tuo Fiume!", disse Kim. "Mi ero dimenticato il tuo Fiume".

            "Così presto, mio chela? Io non l'ho mai dimenticato, ma quando ti ho lasciato mi è parso più opportuno andare al tempio e chiedere consiglio perché, vedi, l'India è molto grande, e può darsi che uomini saggi prima di noi, magari due o tre, abbiano lasciato un qualche segno del luogo del Fiume. C'è discussione al Tempio dei Tirthankara su questo argomento; chi dice una cosa, e chi un'altra. Sono persone gentili".

            "D'accordo; ma cosa fai adesso?"

            "Acquisisco merito aiutando te, mio chela, verso la saggezza. Il prete di quel gruppo di uomini che servono il Toro Rosso mi ha scritto che tutto dovrebbe essere come io desideravo per te. Io ho mandato i soldi per un anno, e poi sono venuto, come vedi, per guardarti mentre varchi i Cancelli del Sapere. Un giorno e mezzo ho aspettato... non perché fossi spinto da affetto per te... quello non fa parte della Via... ma, come hanno detto al Tempio dei Tirthankara, perché, dal momento che sono stati pagati dei soldi per il sapere, era giusto che controllassi di persona l'esito della faccenda. Loro hanno risolto con chiarezza i miei dubbi. Io avevo paura di venire forse perché desideravo vederti... sviato dalla nebbia rossa dell'affetto. Non è così...

            Inoltre, sono turbato da un sogno".

            "Ma non è possibile, Santo, che tu abbia dimenticato la strada e tutto quello che è successo nel nostro viaggio. Certamente, è anche un po' per vedere me che sei venuto".

            "I cavalli hanno freddo, ed è già passata l'ora del loro pasto", piagnucolò il vetturino.

            "Vai all'inferno e restaci con quella svergognata di tua zia!", sibilò Kim senza girarsi. "Sono tutto solo su questa terra, non so dove andare ne cosa mi succederà. Ho messo il mio cuore nella lettera che ti ho mandato. A parte Mahbub Ali, che è un pathan, non ho amici tranne te, Santo. Non sparire del tutto".

            "Ho pensato anche a questo", rispose il lama con voce tremante. "È chiaro che di tanto in tanto acquisirò merito - se prima non avrò trovato il mio Fiume - assicurandosi che i tuoi passi siano sempre diretti verso la saggezza. Cosa ti insegneranno non lo so, ma il prete mi ha scritto che non ci sarà in India figlio di sahib più istruito di te. Quindi, di tanto in tanto, verrò ancora. Forse diventerai un sahib come quello che mi ha dato questi occhiali", e il lama li pulì con cura, "alla Casa delle Meraviglie di Lahore. Questa è la mia speranza, perché quello era una Fonte di Saggezza, più saggio di molti abati... Ma può anche essere che tu ti dimentichi di me e dei nostri incontri".

            "Se mangio il tuo pane", gridò appassionatamente Kim, "com'è possibile che ti dimentichi?"

            "No... no". Allontanò da sé il ragazzo. "Adesso devo andare a Benares. Di tanto in tanto, ora che conosco gli usi degli scrivani in questo paese, ti manderò una lettera, e di tanto in tanto ti verrò a trovare".

            "Ma dove posso mandarti le mie lettere?", disse Kim piangendo e aggrappandosi al mantello del lama, dimenticando completamente di essere un sahib.

            "Al Tempio dei Tirthankara a Benares. Quello è il posto che ho scelto fino a quando non avrò trovato il mio Fiume. Non piangere, ricordati che ogni Desiderio è Illusione, ed è un nuovo legame alla Ruota. Ora varca i Cancelli del Sapere. Lascia che io ti guardi mentre vai... Mi vuoi bene? Allora vai, o il mio cuore si spezzerà... Tornerò ancora. Tornerò ancora di certo".

            Il lama osservò il ticca-garri avanzare rumoroso dentro il complesso della scuola, e si allontanò dignitoso, tirando su con il naso a ognuno dei suoi lunghi passi.

            I Cancelli del Sapere si richiusero con clangore.

            Il ragazzo nato e cresciuto in India ha modi e abitudini che non assomigliano a quelli di nessun altro luogo; e i suoi insegnanti adottano con lui metodi che un maestro inglese non capirebbe. Sareste quindi poco interessati alle esperienze di Kim come allievo di San Saverio in mezzo a due o trecento precoci giovanotti, la maggior parte dei quali non aveva mai visto il mare. Gli vennero inflitti i castighi di rito quando uscì dal recinto durante un'epidemia di colera in città. Questo accadde prima che avesse imparato a scrivere bene in inglese, ed era perciò costretto a ricorrere a uno scrivano di bazar. E naturalmente fu punito perché fumava e perché i suoi insulti erano più coloriti di quanti se ne fossero mai sentiti a San Saverio. Imparò a lavarsi con la levitica scrupolosità del nativo che in cuor suo considera gli inglesi piuttosto sporchi. Fece i soliti scherzi ai coolies pazienti che azionavano i punkah; nei dormitori quando i ragazzi si dimenavano per il caldo tutta la notte, raccontandosi storie fino all'alba; e senza darlo a vedere imparò a misurarsi con la sicumera dei suoi compagni.

            Erano figli di sottufficiali nei servizi delle Ferrovie, del Telegrafo e del Canale; di sergenti maggiori, in pensione o in forza come comandanti in capo dell'esercito di un rajah feudatario di capitani della marina indiana, di pensionati statali, di proprietari di piantagioni, di fornitori del Governo, e di missionari. Alcuni erano i rampolli delle vecchie case eurasiatiche che hanno messo solide radici nel Dhurrumtollah - i Pereira, i De Souza, i D'Silvas. I loro genitori avrebbero potuto tranquillamente mandarli in Inghilterra, ma erano affezionati alla scuola che avevano frequentato in giovinezza, e una generazione di ragazzi di carnagione chiara si succedeva all'altra a San Saverio. Provenivano da zone diversissime: si poteva trattare di Howrah, per le famiglie della ferrovia, o di province sperdute come Monghyr e Chunar; di lontane piantagioni di tè dalle parti di Shillong; di villaggi nell'Oudh o nel Deccan, dove i loro padri erano grandi possidenti; di missioni a una settimana di viaggio dalla linea ferroviaria più vicina; di porti a mille miglia a sud, che si affacciavano sulle onde dorate dell'Oceano Indiano; e di piantagioni di china, a sud di tutto. Il semplice racconto delle avventure - che per loro non erano tali - accadute lungo il viaggio di andata o di ritorno da scola, avrebbe fatto rizzare i capelli a un ragazzo occidentale. Erano giovani abituati a camminare a passo spedito per cento miglia di giungla, dove; c'era sempre la deliziosa possibilità di essere bloccati da una tigre; ma non avrebbero fatto il bagno nella Manica nell'agosto inglese, più di quanto i loro fratelli dall'altra parte del mondo sarebbero rimasti stesi immobili mentre un leopardo annusava il loro palanchino. C'erano ragazzi di quindici anni che avevano trascorso un giorno e mezzo su un isolotto al centro di un fiume in piena, assumendo con naturalezza la guida di un gruppo di pellegrini impazziti per la paura di ritorno da un santuario, c'erano anziani che in nome di san Francesco Saverio avevano requisito l'elefante di un rajah incontrato per caso, quando una volta le piogge avevano cancellato la pista che portava ai possedimenti del loro padre, e avevano quasi finito per perdere il bestione in un banco di sabbie mobili. C'era un ragazzo che diceva, e nessuno lo metteva in dubbio, di avere aiutato il padre a respingere con i fucili dalla veranda di casa un attacco di Aka, ai tempi in cui quei cacciatori di teste assaltavano le piantagioni isolate.

            E ogni storia veniva raccontata con la voce calma e spassionata di chi è nato nel paese, si mescolava con bizzarre riflessioni, attingeva consciamente alle parole di balie native, e certi modi di dire erano chiaramente stati tradotti all'istante dal vernacolo. Kim osservava, ascoltava e approvava. Questa non era la conversazione insipida e ripetitiva dei tamburini. Parlava di una vita che conosceva e in parte capiva. L'atmosfera gli era congeniale, e Kim si sviluppava a vista d'occhio. Gli diedero un vestito bianco di lino quando cominciò a farsi più caldo, e questo ritrovato benessere del corpo gli fece piacere, così come gli piaceva usare la mente ben allenata per i compiti che gli venivano assegnati. La sua ripidità avrebbe riempito di gioia un maestro inglese, ma a San Saverio conoscono la precoce fioritura di menti sviluppate dal sole e dall'ambiente, come conoscono il cedimento che subentra verso i ventidue o ventitré anni.

            Ricordò comunque di non rivelarsi troppo. Quando venivano raccontate le storie nelle notti torride, Kim non sbaragliava tutti con i suoi ricordi; perché a San Saverio i ragazzi che "diventano troppo indigeni vengono guardati dall'alto in basso. Non ci si deve mai dimenticare che si è sahib e che un giorno, passati gli esami, si comanderà sui nativi. Kim ne prese nota, perché cominciava a capire a cosa portavano gli esami.

            Poi giunsero le vacanze, da agosto a ottobre, le lunghe vacanze imposte dal caldo e dalle piogge. Kim venne informato che sarebbe andato a nord in una località sulle montagne sopra Umballa, dove padre Victor gli avrebbe trovato una sistemazione.

            "Una scuola militare?", disse Kim che aveva già fatto molte domande e ancor di più ne aveva pensate.

            "Sì, credo di sì", disse il maestro. "Non ti farà male tenerti lontano dai guai. Potrai andare fino a Delhi con il giovane De Castro".

            Kim considerò la cosa sotto ogni aspetto. Era stato diligente, proprio come aveva consigliato il Colonnello. La vacanza di un ragazzo era sua proprietà personale - fin lì le chiacchiere dei compagni gli avevano aperto gli occhi - e una scuola militare sarebbe stata un tormento, dopo San Saverio. Inoltre, e questa era una magia che valeva più di ogni altra, sapeva scrivere. Nel giro di tre mesi aveva scoperto come si parlano fra loro gli uomini senza bisogno di un terzo incomodo, al costo di mezz'anna e di un briciolo di istruzione. Neanche una parola era arrivata dal lama, ma c'era sempre la strada. Kim sognava la carezza del fango soffice che gli penetrava schizzando fra le dita dei piedi, gli veniva l'acquolina in bocca pensando al montone stufato con burro e cavoli, al riso punteggiato dai semi di cardamomo con il loro aroma penetrante, al riso color zafferano, all'aglio e alla cipolla, ai dolci proibiti dei bazar, tutti unti e bisunti. Alla scuola militare gli avrebbero servito su un vassoio manzo semicrudo e avrebbe dovuto fumare di nascosto. Ma era un sahib e si trovava a San Saverio, e quel porco di Mahbub Ali... No, non avrebbe messo alla prova l'ospitalità di Mahbub Ali, eppure... Ci pensò a lungo, solo nel dormitorio, e giunse alla conclusione che era stato ingiusto con Mahbub.

            La scuola era deserta; quasi tutti gli insegnanti erano andati via; aveva con sé il lasciapassare ferroviario del colonnello Creighton; e si disse, gonfiandosi d'orgoglio, che non aveva speso il denaro del colonnello Creighton o di Mahbub in tumulti. Era ancora padrone di due rupie e sette anna. Il suo baule nuovo contrassegnato "K.O.H.", insieme al fagotto delle coperte, stava nel dormitorio vuoto. "I bianchi sono sempre legati ai loro bagagli", disse Kim annuendo verso di loro. "Voi rimarrete qua". Uscì sotto la pioggia tiepida, con un sorriso colpevole, e cercò una certa casa che aveva notato da fuori, tempo prima.

            "Ehi! Ma lo sai che tipo di donne abitano da queste parti? Vergogna!"

            "Sono nato ieri?". Kim si accovacciò alla maniera nativa sui cuscini della stanza al piano di sopra. "Un po' di tinta e tre metri di stoffa per organizzare uno scherzo. Chiedo troppo?"

            "Chi è lei? Per essere un sahib, sei ben giovane per queste bricconerie".

            "Oh, lei? È la figlia di un maestro di un reggimento acquartierato qui. Il padre mi ha già picchiato due volte quando ho scavalcato il muro con questa roba addosso. Adesso ci voglio andare travestito da aiuto-giardiniere. Questi vecchi sono molto gelosi".

            "È vero. Adesso stai fermo con la faccia mentre ti passo il succo".

            "Non troppo nero, Naikan. Non le voglio apparire come un hubshi (un negro)".

            "Oh, l'amore non si cura di queste cose. E quanti anni ha lei?"

            "Dodici anni, credo", disse Kim spudoratamente. "Spalmato anche sul petto. Può darsi che suo padre mi strappi i vestiti e se sono pezzato...", rise.

            La ragazza lavorava svelta, intingendo uno stiracchiata in un piattino con una tinta scura più tenace di qualsiasi succo di noce.

            "Adesso manda qualcuno a prendermi della stoffa per il turbante. Oh, povero me, non ho la testa rasata! E lui di sicuro mi strapperà il turbante".

            "Io non sono un barbiere, ma mi ingegnerò. Sei nato per fare il rubacuori! Tutta questa mascherata per una sola sera? Ricordati che questa roba non va via lavandosi". La ragazza rideva a crepapelle, e anche i braccialetti ai polsi e alle caviglie tintinnavano. "Ma chi mi paga adesso per un lavoro così? Neanche Huneefa avrebbe fatto di meglio".

            "Abbi fiducia negli dèi, sorella", disse Kim solenne, facendo smorfie, in attesa che la tinta seccasse. "E poi, hai mai aiutato un sahib a dipingersi così prima d'ora?"

            "No davvero. Ma uno scherzo non son soldi".

            "Vale molto di più".

            "Piccolo, tu sei di certo il più spudorato figlio di Shaitan che io abbia mai conosciuto, per rubare il tempo di una povera ragazza con questo gioco, e poi venirmi a dire, "Non ti basta lo scherzo?". Farai strada in questo mondo". E scherzosamente gli fece un inchino da ballerina.

            "Di' quello che vuoi. Ma ora sbrigati e scorticati la testa".

            Kim saltellava da un piede all'altro, gli occhi luccicanti d'allegria al pensiero dei giorni grassi che lo aspettavano. Diede alla ragazza quattro anna e corse giù per le scale con l'aspetto di un magazzino indù di bassa casta, perfetto in ogni particolare. La sua tappa successiva fu una friggitoria, dove banchettò saziandosi di ogni unta prelibatezza.

            Sul marciapiede della stazione di Lucknow vide il giovane De Castro, tutto coperto da uno sfogo cutaneo, salire in uno scompartimento di seconda classe. Kim optò per uno di terza, e fu l'anima del viaggio. Spiegò ai suoi compagni che era l'aiutante di un giocoliere che lo aveva lasciato indietro in preda alla febbre, e che sarebbe andato a raggiungere il maestro a Umballa. A mano a mano che gli occupanti della vettura cambiavano, variava la storia o la adornava con tutti gli svolazzi di una fantasia in boccio, tanto più sfrenata per la lunga astinenza dalla lingua nativa. In tutta l'India quella notte non ci fu essere più felice di Kim. A Umballa scese e si diresse a est, sguazzando per i campi semisommersi, verso il villaggio dove viveva il vecchio soldato.

            Più o meno a quell'ora, il colonnello Creighton venne avvertito a Simla con un telegramma inviato da Lucknow che il giovane O'Hara era sparito. Mahbub Ali era in città a vendere cavalli, e a lui il Colonnello confidò la questione una mattina, caracollando intorno all'ippodromo di Annandale.

            "Oh, non fa niente", disse il mercante. "Gli uomini sono come i cavalli. In certi momenti hanno bisogno di sale, e se non lo trovano nelle mangiatoie lo leccano per terra. È tornato per un po' alla Strada. La madrissah lo ha stancato. Sapevo che sarebbe successo. Un'altra volta lo porterò sulla Strada con me. Non ti preoccupare, Creighton sahib. È come se un cavallino da polo, spezzando le briglie, corresse a imparare il gioco da solo".

            "Non credi che sia morto, allora?"

            "La febbre lo può ammazzare. Per il resto non ho paura per il ragazzo. Una scimmia non cade fra gli alberi".

            La mattina seguente, allo stesso posto, lo stallone di Ali si affiancò a quello del Colonnello.

            "È come pensavo", disse il mercante. "Per lo meno, è arrivato a Umballa, e là mi ha scritto una lettera, quando ha saputo al bazar che ero qui".

            "Leggi", disse il Colonnello con un sospiro di sollievo. Era assurdo che un uomo della sua posizione si interessasse tanto a un piccolo vagabondo nato nel paese; ma il Colonnello ricordava la conversazione in treno, e più volte, negli ultimi mesi, si era ritrovato a pensare a quel ragazzo strano, silenzioso, padrone di sé. La sua evasione era naturalmente il massimo dell'insolenza, ma denotava anche intraprendenza e coraggio.

            Gli occhi di Mahbub scintillavano quando guido il cavallo al centro del piccolo piazzale, dove nessuno si sarebbe potuto avvicinare senza essere visto.

            ""L 'Amico delle Stelle che e anche l'Amico di tutto il Mondo...""

            "Cosa vuol dire?"

            "Un nome che gli diamo a Lahore. "L 'Amico di tutto il mondo si congeda per andare dalle sue parti. Tornerà il giorno fissato. Manda a prendere il baule e la biancheria, e se c'è stata colpa, fai che la Mano dell'Amicizia allontani la Frusta della Calamità". Continua ancora, ma..."

            "Non importa, leggi".

            ""Certe cose non sono note a quelli che mangiano con le forchette. Per un po' è meglio mangiare con le mani. Parla con dolcezza a quelli che non lo capiscono in modo che il ritorno sia propizio". Ora, il modo in cui l'ha espresso è chiaramente opera di uno scrivano, ma vedi con che ingegno il ragazzo ha trovato il modo di dire queste cose, lasciandole capire solo a chi è già al corrente!"

            "È questa la Mano dell'Amicizia che può allontanare la Frusta della Calamità?", rise il Colonnello.

            "Ma vedi come e furbo il ragazzo. Sarebbe tornato sulla Strada, l'avevo detto. Non sapendo ancora di cosa ti occupi..."

            "Non ne sono così sicuro", borbottò il Colonnello.

            "Si rivolge a me per farmi fare la pace tra voi. Non è furbo? Dice che tornerà. Sta solo perfezionando la sua cultura. Pensa, sahib! È stato tre mesi in quella scuola. E non è ancora avvezzo a quel morso. Per parte mia ne sono contento, il pony impara il gioco".

            "Sì, ma un'altra volta non deve andarsene da solo".

            "Perché? Prima di essere preso sotto la protezione del Colonnello sahib andava da solo. Quando entrerà nel Grande Gioco, dovrà andare da solo - solo, e a rischio della testa. Allora, se sputa o starnutisce, o si siede in modo diverso dalla gente che sta seguendo, può essere ammazzato. Perché trattenerlo adesso? Ricordati quello che dicono i persiani: lo sciacallo che vive nelle foreste di Mazanderan può essere catturato soltanto dai segugi di Mazanderan".

            "È vero, verissimo, Mahbub Ali. E se non gli capita niente di male, non desidero di meglio. Ma da parte sua è stato un gesto di grave insolenza".

            "Non mi dice neanche dove va", disse Mahbub. "Non è sciocco. Quando arriverà il momento, allora verrà da me. È ora che il guaritore di perle si occupi di lui. Matura troppo in fretta, per essere un sahib".

            La profezia si avverò un mese dopo. Mahbub era andato a Umballa a consegnare una nuova partita di cavalli, e Kim lo incontro al crepuscolo sulla strada di Kalka che cavalcava solo. Kim gli chiese l'elemosina, ricevette in cambio un insulto e rispose in inglese. Non c'era nessuno nei paraggi che potesse sentire il sussulto di sorpresa di Mahbub.

            "Oh! E dove sei stato?"

            "Su e giù, giù e su".

            "Vieni sotto un albero, fuori dalla guazza, e racconta".

            "Sono stato per un po' con un vecchio vicino a Umballa, poi con una famiglia di mia conoscenza a Umballa. Con uno di loro sono andato a sud fino a Delhi. Che città fantastica! Poi ho guidato il bue di un teli (un venditore d'olio) che veniva a nord, ma ho sentito dire che a Puttiala si preparava una grande festa e sono andato là con un fabbricante di fuochi d'artificio. È stata una festa davvero grande" (Kim si strofinò la pancia). "Ho visto rajah ed elefanti bardati d'oro e d'argento, e hanno acceso i fuochi d'artificio tutti insieme, e undici uomini sono rimasti uccisi, e fra loro anche questo fabbricante, e io sono volato da una parte all'altra di una tenda ma non mi sono fatto male. Poi sono tornato indietro al rêl con un cavallerizzo sikh cui ho fatto da staffiere per guadagnarmi da mangiare; ed eccomi qui".

            "Shabash!", disse Mahbub Ali.

            "Ma cosa dice il Colonnello sahib? Non ho voglia di essere picchiato".

            "La Mano dell'Amicizia ha allontanato la Frusta della Calamità; ma un'altra volta, quando prendi la Strada, sarà con me. Ora è troppo presto".

            "È tardi abbastanza, per me. Ho imparato un po' a leggere e a scrivere in inglese alla madrissah. Presto sarò un sahib fatto e finito".

            "Ma sentirtelo!", rise Mahbub guardando la figuretta fradicia che ballava nella pioggia. "Salaam, sahib", e si inchinò ironicamente. "Beh, sei stanco della Strada, o vieni a Umballa con me a lavorare di nuovo con i cavalli?"

            "Vengo con te, Mahbub Ali".