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Kim/4
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CAPITOLO VIII
Qualcosa devo alla terra che mi ha cresciuto
ancor di più alla vita che mi ha nutrito
ma più di tutto ad Allah Che mi ha dato
due lati separai per la testa.
Senza vestiti e senza scarpe,
senza amici, tabacco o pane, potrei andare
piuttosto che perdere per un solo istante
l'uno o l'altro lato della testa.
"Allora, in nome di Dio, cambia il rosso con l'azzurro" disse Mahbub, alludendo al colore indù dello sconveniente turbante di Kim.
Kim ribatté con il vecchio proverbio, "Cambierò fede e coperte, ma a pagare sarai tu".
Il mercante rise così tanto che quasi cadde da cavallo. In un negozio alla periferia della città si fece il cambio, e Kim divenne, almeno esteriormente, un musulmano.
Mahbub prese in affitto una stanza davanti alla stazione ordinò un pranzo succulento, con dolci alle mandorle e al latte cagliato (balushai, li chiamiamo) e tabacco di Lucknow trinciato fine.
"Questo è meglio di certa roba che ho mangiato con il mio sikh", disse Kim, facendo una smorfia di soddisfazione mentre si accovacciava, "e di certo non danno da mangiare così alla mia madrissah".
"Ho proprio voglia di saperne di più, di questa tua madrissah". Mahbub Ali si rimpinzava di grossi bocconi di montone piccante fritto nel grasso con cavolo e cipolle dorate. "Ma prima raccontami bene in che modo sei scappato. Perché, caro Amico di tutto il Mondo", e qui si allentò la cintura che stava per saltare, "non credo che succeda spesso che un sahi, figlio di sahib, scappi da lì".
"Come potrebbero? Non conoscono il paese. È stato facilissimo", disse Kim, e cominciò il suo racconto. Quando arrivò al camuffamento e al colloquio con la ragazza del bazar tutta la solennità di Ali scomparve. Rise forte e si batté la mano sulla coscia.
"Shabash! Shabash! Oh oh, ben fatto, piccolo! Cosa ne dirà il guaritore di turchesi? E ora, calma, sentiamo quello che è successo dopo, punto per punto, senza tralasciare nulla".
Punto per punto, quindi, Kim raccontò le sue avventure tossicchiando quando il tabacco con il suo aroma pieno faceva presa sui polmoni.
"L'avevo detto", grugnì Mahbub fra sé, "io l'avevo detto che il cavallo doveva liberarsi per imparare a giocare a polo. Il frutto è già maturo, anche se deve ancora imparare le distanze e i passi, e le pertiche e le bussole. Ascoltami adesso. Ho allontanato dalla tua pelle la frusta del colonnello, e non e un servizio da poco".
"È vero". Kim soffiò serenamente una nuvola di fumo "Verissimo".
"Ma non si può certo pensare che queste tue sgroppate su e giù vadano bene".
"Erano le mie vacanze, Hajji . Sono stato uno schiavo per tante settimane. Perché non sarei dovuto scappare quando la scuola era chiusa? E pensa anche che in questo modo, abitando presso amici o guadagnandosi da solo la vita come ho fatto con il sacco, ho risparmiato al Colonnello una grossa spesa".
Le labbra di Mahbub si contrassero sotto i suoi curatissimi baffi musulmani.
"Cosa sono poche rupie", il pathan tese la mano aperta con gesto noncurante, "per il Colonnello sahib? E lui le spende con uno scopo, non certo per puro amor tuo".
"Questo", disse Kim lentamente, "lo so da parecchio tempo".
"Chi te l'ha detto?"
"Lo stesso Colonnello sahib. Non proprio con queste parole ma in modo abbastanza chiaro per chi non sia proprio un testone. Sì, me lo ha detto in tr-reno quando siamo andati giù a Lucknow".
"D'accordo. Ma allora ti dirò di più, Amico di tutto il Mondo, anche se parlandoti metto la mia vita nelle tue mani".
"Era già perduta, non fosse stato per me", disse Kim gustando la situazione, "a Umballa, quando mi hai issato sul cavallo dopo che quel tamburino mi aveva picchiato".
"Spiegati più chiaramente. Chiunque può raccontare bugie tranne me e te. Perché anche la tua vita è perduta se io decido di alzare un dito".
"So anche questo", disse Kim risistemando la brace nel fornello della pipa. "C'è un legame stretto fra di noi. E di sicuro tu sei più forte di me; perché chi noterebbe la mancanza di un ragazzo ucciso a botte o magari buttato in un pozzo lungo la strada? Molte persone qui e a Simla e dall'altra parte dei passi direbbero invece, "Cosa è successo a Mahbub Ali?", se ti si trovasse morto in mezzo ai tuoi cavalli. Di sicuro anche il colonnello sahib farebbe indagini. Ma anche in questo caso", e il volto di Kim si affilò in una smorfia astuta, "non farebbe indagini particolareggiate, per evitare che la gente dicesse, "Cosa ha a che fare questo Colonnello sahib con quel mercante di cavalli?". Ma io... se fossi ancora vivo..."
"Perché di certo saresti morto..."
"Forse; ma dicevo, se fossi vivo, io, e solo io, saprei che un uomo è entrato di notte, magari come un semplice ladro, nel vano di Mahbub Ali al serraglio, e là lo ha ammazzato, prima o dopo avere frugato a fondo fra le sue borse e nelle suole delle sue babbucce. Questa è una notizia da raccontare al Colonnello, o lui mi direbbe (non ho dimenticato quando mi ha mandato indietro per un portasigari che non aveva dimenticato), "Ma cosa ho a che fare io con Mahbub Ali?".
Si levò una colonna di fumo denso. Seguì una lunga pausa poi Mahbub Ali parlò, pieno di ammirazione: "E con queste cose in mente, tu continui ad addormentati la sera e ad alzarti il mattino con tutti quei figli dei sahib alla madrissah e a prendere docilmente istruzioni dai maestri?"
"È un ordine", disse Kim soavemente. "Chi sono io da contestare un ordine?"
"Un figlio di Eblis fatto e finito", disse Mahbub Ali. "Ma cos'è questa storia del ladro e della perquisizione?"
"Quello che ho visto", disse Kim, "la notte in cui il mio lama e io dormivamo accanto al tuo scomparto al serraglio del Kashmir. La porta non era stata chiusa a chiave, e non credo che questo rientri nelle tue abitudini, Mahbub. L'uomo è entrato con la sicurezza di chi sapeva che non saresti tornato presto. Io tenevo l'occhio premuto contro un buco nelle tavole di legno. Lui frugava come se stesse cercando qualcosa - non un tappeto, o le staffe, o le briglie, e neppure i vasi d'ottone - qualcosa di piccolo e di ben nascosto. Sennò, perché avrebbe infilato un ferro in mezzo alle suole delle tue babbucce?"
"Ah!". Mahbub Ali sorrise gentilmente. "E vedendo queste cose, che storia ti sei immaginato, Pozzo di Verità?"
"Nessuna. Ho messo la mano sul mio amuleto che tengo sempre sul petto, e ricordando il pedigree di uno stallone bianco che avevo trovato masticando un boccone di pane musulmano, sono andato a Umballa con la sensazione che mi fosse stato affidato un incarico impegnativo. In quel momento, se l'avessi voluto, la tua vita sarebbe stata perduta. Bastava solo che dicessi a quell'uomo, "Ho qui un biglietto che riguarda un cavallo e che non riesco a leggere". E allora?". Kim sbirciò verso Mahbub di sotto in su.
"Allora avresti bevuto acqua ancora due volte... forse tre. Non credo più di tre", disse Mahbub semplicemente.
"È vero. Ho pensato un po' a questo, ma soprattutto ho pensato che ti volevo bene, Mahbub. E quindi sono andato a Umballa, come sai, ma (e questo non lo sai) sono rimasto nascosto in mezzo all'erba per vedere cosa avrebbe fatto il colonnello Creighton sahib leggendo il pedigree dello stallone bianco".
"E cosa ha fatto?". Kim si era interrotto bruscamente.
"Ma tu dai notizie per amore, o le vendi?", chiese Kim.
"Le vendo e... le compro". Mahbub prese una moneta da quattro anna dalla cintura e la tenne alzata.
"Otto!", disse Kim meccanicamente obbedendo all'istinto mercantile dell'orientale.
Mahbub rise e ripose la moneta. "È troppo facile mercanteggiare in questo campo, Amico di tutto il Mondo. Dimmelo per affetto. Le nostre vite sono nelle mani l'uno dell'altro".
"Benissimo. Ho visto lo Jangi-i-lat sahib andare a una grossa cena. L'ho visto nell'ufficio di Creighton sahib. Li ho visti che leggevano il pedigree dello stallone bianco. Ho sentito con le mie orecchie gli ordini per dare inizio a una grande guerra".
"Ah!", Mahbub annuì con gli occhi accesi. "Il gioco è riuscito. Ora la guerra è finita, e il male, speriamo, è stato stroncato sul nascere... grazie a me... e a te. Cosa hai fatto dopo?"
"Ho usato la notizia come esca per procurarmi cibo e onori fra i paesani di un villaggio il cui prete ha drogato il mio lama. Ma io avevo tenuto il borsellino del vecchio, e il bramino non ha trovato niente. Così il mattino dopo era molto arrabbiato. Ah! Ah! E ho anche usato la notizia quando sono caduto nelle mani del reggimento bianco con il loro Toro!"
"Questa è stata una stupidaggine", lo rimproverò Mahbub.
"Una notizia non va sparsa in giro come letame, ma deve essere usata con cautela, come il bhang".
"Anch'io la penso così, adesso, tanto più che non mi ha portato niente di buono. Ma tutto questo è successo molto tempo fa", e fece un gesto come per allontanare qualcosa con la mano magra e scura, "e da allora, soprattutto nelle notti alla madrissah sotto il punkah, ho pensato moltissimo".
"Ed è lecito domandare dove hanno portato queste supreme riflessioni?", disse Mahbub con elaborato sarcasmo, accarezzandosi la barba scarlatta.
"È lecito", disse Kim, rispondendogli sullo stesso tono. "A Nucklao dicono che un sahib non deve mai ammettere di avere fatto un errore con un negro".
La mano di Mahbub scattò fra le vesti sul petto perché definire "negro" (Kala admi) un pathan è un insulto mortale. Poi Mahbub ci ripensò e rise: "Parla, sahib: il tuo negro ti ascolta".
"Ma", disse Kim, "io non sono un sahib, e ammetto di avere commesso un errore quando ti ho maledetto, Mahbub Ali, quel giorno a Umballa in cui ho pensato di essere stato tradito da un pathan. Sono stato sciocco; ma ero appena stato preso, e avrei voluto uccidere quello zoticone di un tamburino. Ora, Hajji; vedo che hai fatto bene; e vedo davanti a me la strada aperta verso una buona attività. Resterò alla madrissah finché sarò maturo".
"Ben detto. In particolare, per questo gioco bisogna imparare le distanze e i numeri e il modo di usare la bussola. C'è chi ti aspetta lassù sulle Montagne per mostrarti queste cose".
"Imparerò ogni insegnamento a una condizione: che io disponga liberamente del mio tempo quando la madrissah è chiusa. Chiedilo da parte mia al Colonnello".
"Ma perché non chiederlo al Colonnello nella lingua dei sahib?"
"Il Colonnello serve il Governo. Viene mandato qua e là con una semplice parola, e deve pensare al proprio avanzamento. (Vedi quanto ho già imparato a Nucklao!). Inoltre, il Colonnello lo conosco solo da tre mesi. Un certo Mahbub Ali lo conosco da sei anni. Quindi, andrò alla madrissah. Studierò alla madrissah. Sarò un sahib alla madrissah. Ma quando la madrissah è chiusa, allora devo essere libero di andare fra la mia gente. Altrimenti muoio!"
"E qual è la tua gente, Amico di tutto il Mondo?"
"Questo paese grande e magnifico", disse Kim indicando con un ampio gesto della mano i muri di terra della stanzetta dove la lampada a petrolio nella sua nicchia mandava una luce cupa attraverso il fumo del tabacco. "E poi voglio rivedere il mio lama. E poi, ho bisogno di soldi".
"Di questi hanno bisogno tutti", disse Mahbub mestamente. "Ti darò otto anna, perché non si cavano molti soldi dagli zoccoli dei cavalli, e ti dovranno bastare parecchi giorni. Quanto al resto, sono contento, e non c'è bisogno di altri discorsi. Fai in fretta a imparare, e nel giro di tre anni, o magari prima, sarai di aiuto... forse anche a me".
"Sono proprio stato un impiccio finora?", disse Kim ridacchiando come un ragazzino.
"Non avere sempre la risposta pronta", grugnì Mahbub.
"D'ora in poi sarai il mio stalliere. Vai a dormire con i miei uomini. Sono sul lato nord della stazione, insieme ai cavalli".
"Mi picchieranno già sul lato sud se vado senza autorizzazione".
Mahbub frugò nella cintura, si inumidì il pollice su un blocco di inchiostro di china, e appose la sua impronta sopra un pezzo di morbida carta locale. Da Balkh a Bombay tutti conoscono quell'impronta irregolare con la vecchia cicatrice che l'attraversa in diagonale.
"Basta che tu mostri questo al capo degli uomini. Io arrivo domattina".
"Per quale strada?", disse Kim.
"Per la strada dal centro. C'è solo quella, e poi torniamo da Creighton sahib. Ti ho risparmiato un bel po' di botte".
"Allah! Cosa sono un po' di botte quando la testa traballa sul collo?".
Kim scivolò silenzioso nella notte, fece un mezzo giro della casa tenendosi rasente ai muri, e si allontanò dalla stazione per circa un miglio. Poi, facendo un giro ampio, tornò tranquillamente sui suoi passi, perché aveva bisogno di tempo per inventare una storia, nel caso in cui qualcuno dei dipendenti di Mahbub gli avesse fatto domande.
Erano accampati su un tratto di terreno incolto accanto alla ferrovia, ed essendo nativi, non avevano naturalmente scaricato i due vagoni su cui stavano gli animali di Mahbub insieme a una partita di cavalli indigeni acquistati dalla compagnia dei tram di Bombay. Il capo degli uomini, un maomettano malridotto dall'aspetto tisico, gli intimò immediatamente il chi va là, ma si placò alla vista dell'impronta del dito di Mahbub.
"L'Hajji ha fatto l'onore di prendermi al suo servizio", disse brusco Kim. "Se hai qualche dubbio, aspetta che venga lui domattina. Intanto, dammi un posto accanto al fuoco".
Seguirono le solite futili schermaglie che ogni indigeno di bassa casta deve sollevare in qualsiasi occasione. Il vocio si spense, e Kim si coricò dietro il piccolo crocchio degli uomini di Mahbub, quasi sotto le ruote di un carro, riparandosi con una coperta presa a prestito. Un letto fra i pezzi di mattone e le pietre di una massicciata in una notte umida, in mezzo a cavalli accalcati e a Balti non lavati, non attirerebbe molti ragazzi bianchi; ma Kim era al settimo cielo. Un cambio di situazione di mestiere e di scenario era il soffio vitale delle sue piccole narici, e il pensiero dei lindi letti bianchi di San Saverio, tutti in fila sotto il punkah, gli dava la stessa gioia della declamazione della tavola pitagorica in inglese.
"Sono molto vecchio", pensò tutto assonnato. "Ogni mese invecchio di un anno. Ero molto giovane, e molto sciocco quando ho portato il messaggio di Mahbub a Umballa. Anche quando stavo con il reggimento bianco ero giovane e acerbo e non ero affatto intelligente. Ma adesso imparo ogni giorno e fra tre anni il Colonnello mi toglierà dalla madrissah e mi lascerà andare con Mahbub sulla strada a caccia di pedigree di cavalli, o forse andrò per conto mio; o forse troverò il lama e andrò con lui. Sì, questa è la cosa migliore. Andare di nuovo in giro come chela per il lama, quando lui torna a Benares". I pensieri si succedevano sempre più lenti e sconnessi. Stava sprofondando in un sogno meraviglioso quando le sue orecchie captarono un sussurro, fioco ma distinto, oltre il monotono chiacchiericcio accanto al fuoco. Proveniva da dietro il vagone piombato dei cavalli.
"Non è qui, allora?"
"Dove vuoi che sia, se non a far baldoria in città? Chi cerca un ratto in uno stagno di rane? Vieni via. Non è il nostro uomo".
"Non deve andare oltre i Passi un'altra volta. È l'ordine".
"Ingaggia qualche donna per avvelenarlo. Sono solo poche rupie, e non ci sono testimoni".
"A parte la donna. Deve essere più sicuro; e ricorda la taglia sulla sua testa".
"Sì, ma la polizia ha le braccia lunghe, e siamo lontani dal confine. Fossimo a Peshawar!"
"Sì... a Peshawar", schernì la seconda voce. "A Peshawar, che è piena dei suoi parenti, piena di rifugi e di donne dietro le cui gonne si può nascondere. Sì, Peshawar o l'inferno sono la stessa cosa per noi".
"E allora, qual è il piano?"
"Sciocco, come se non te l'avessi detto cento volte. Aspetta finché non viene a dormire, e poi un unico colpo secco. Ci sono i vagoni fra noi e chi ci insegue. Basta solo che corriamo dall'altra parte dei binari e andiamo per la nostra strada. Non vedranno da dove viene il colpo. Aspetta qui almeno fino all'alba. Ma che fachiro sei, da tremare per qualche guardia?".
"Oh!", pensò Kim tenendo gli occhi chiusi. "Ci risiamo con Mahbub. È proprio vero che fa male alla salute smerciare ai sahib il pedigree di uno stallone bianco! O forse Mahbub ha venduto altre notizie. E ora cosa si fa, Kim? Non so dove alloggia Mahbub, e se viene qui prima dell'alba, gli spareranno. A te non ne verrebbe bene, Kim. E queste non sono cose da denunciare alla polizia. Non servirebbe a Mahbub e", quasi fece rumore ridacchiando, "non mi ricordo nessuna lezione a Nucklao che mi possa essere di aiuto ora. Allah! Qui c'è Kim, e dall'altra parte ci sono loro. Per prima cosa, quindi, Kim si deve svegliare e si deve allontanare in modo che quelli non sospettino. Un brutto sogno può svegliare un uomo... così...".
Si strappò la coperta dal volto, e si sollevò di scatto con il grido terribile, gorgogliante, insensato dell'asiatico svegliato da un incubo.
"Urr-urr-urr-urr! Ya-la-la-la!
Narain! Il churel! Il churel"
Un churel è lo spettro particolarmente maligno di una donna che è morta dando alla luce un bambino. Infesta le strade solitarie, ha i piedi girati in dentro alle caviglie, e porta gli uomini al tormento.
Il tremulo ululato di Kim si levò alto, finché finalmente il ragazzo balzò in piedi e si allontanò barcollando, mentre tutti gli uomini dell'accampamento lo maledicevano per averli svegliati. Una ventina di metri più avanti lungo le rotaie si stese di nuovo, avendo cura che i cospiratori potessero sentire i suoi grugniti e i suoi mugolii mentre si riacquistava. Dopo qualche minuto rotolò verso la strada e scomparve nella fitta oscurità.
Camminò svelto nella melma finché giunse a un tombino dietro il quale si buttò a terra, il mento allo stesso livello della grossa pietra che lo copriva. Da qui poteva osservare tutto il traffico notturno senza essere visto.
Passarono tintinnando due o tre carri diretti ai sobborghi; un poliziotto con la tosse, e uno o due pedoni che cantavano per tenere lontani gli spiriti cattivi. Poi risuonarono gli zoccoli ferrati di un cavallo.
"Ah! Questo mi dà l'idea di essere Mahbub", pensò Kim mentre l'animale arretrava alla vista della piccola testa che spuntava oltre il tombino.
"Ehi, Mahbub Ali", bisbigliò, "attento!". Il cavallo, tirato per le redini, si impennò e si girò verso il tombino.
"Mai più", disse Mahbub, "mai più prenderò un cavallo ferrato per andare la notte. Raccolgono tutti i chiodi e gli ossi della città". Si fermò per sollevare la zampa anteriore della bestia, e in questo modo la sua testa si trovò a pochi centimetri da quella di Kim. "Giù, sta' giù", mormorò. "La notte ha mille occhi".
"Due uomini aspettano che tu ritorni, nascosti dietro ai vagoni dei cavalli. Ti spareranno quando vai a dormire, perché c'è una taglia sulla tua testa. L'ho sentito mentre ero a dormire dietro i cavalli".
"Li hai visti?... Stai fermo, re di tutti i diavoli!". Queste ultime parole erano state indirizzate con tono iroso al cavallo.
"No".
"Uno era vestito da fachiro?"
"Uno ha detto all'altro, "Che razza di fachiro sei, da tremare per qualche guardia?""
"Bene. Torna all'accampamento e coricati. Non morirò stanotte".
Mahbub girò il cavallo e svanì. Kim corse indietro lungo il fossato finché arrivò all'altezza del secondo posto dove si era coricato per dormire, scivolò attraverso la strada svelto come una faina, e si raccolse di nuovo nella coperta.
"Almeno così Mahbub è informato", pensò soddisfatto. "E parlava proprio come se si aspettasse qualcosa. Penso che a quei due uomini non serviva a niente vegliare stanotte".
Passò un'ora, e, con la miglior volontà del mondo di restare sveglio tutta la notte, il ragazzo si addormentò profondamente. Di tanto in tanto un treno notturno rombava sulle rotaie a sei o sette metri da lui; ma Kim aveva tutta l'indifferenza orientale nei confronti del semplice rumore, e lo sferragliare dei treni non riuscì a insinuarsi nemmeno in uno dei suoi sogni.
Mahbub, invece, era tutt'altro che addormentato. Lo disturbava molto il fatto che gente al di fuori della sua tribù e che non aveva niente a che fare con i suoi effimeri amori potesse cercare di ucciderlo. Il suo primo e naturale impulso fu quindi di attraversare la linea ferroviaria un po' oltre, risalire dall'altra parte e, dopo avere colto di sorpresa i suoi amici alle spalle, ammazzarli senza tante storie. Qui, però, rifletté malinconicamente, un altro ramo del Governo, senza nessun legame con il colonnello Creighton, avrebbe potuto richiedere spiegazioni difficili da fornire; e Mahbub sapeva che a sud del confine si fa uno scalpore assolutamente ridicolo per uno o due cadaveri. Non era preoccupato in questo modo da quando aveva mandato Kim a Umballa con il messaggio, e sperava che i sospetti si fossero finalmente allontanati da lui.
Poi ebbe un'idea luminosa.
"Gli inglesi dicono sempre la verità", si disse, "e per questo noi di qui facciamo sempre la figura degli sciocchi. Per Allah, dirò la verità a un inglese! A cosa serve la polizia del Governo se un povero afgano può essere derubato dei suoi cavalli sui vagoni stessi. Peggio che a Peshawar! Dovrei inoltrare un reclamo alla stazione. Anzi, meglio ancora, a qualche giovane sahib della polizia ferroviaria! Sono zelanti, e se acciuffano un ladro hanno una menzione d'onore".
Legò il cavallo fuori dalla stazione, e avanzò a grandi passi sul marciapiede.
"Salve, Mahbub Ali!", disse un giovane impiegato addetto al traffico ferroviario che aspettava di andare a fare un giro di controllo sui binari, un giovanotto alto, col viso cavallino e i capelli di stoppa, che indossava un sudicio abito di lino bianco.
"Qual buon vento? Vieni a vendere i tuoi ronzini, eh?"
"No, non sono qui per i cavalli. Cerco Lutuf Ullah. Ho un carico pieno ancora sulla linea. Non è che qualcuno potrebbe portarmeli via a vostra insaputa?"
"Direi proprio di no, Mahbub. Puoi farci causa se succede".
"Ho visto due uomini accucciati sotto le ruote di uno dei vagoni quasi tutta la notte. Ma i fachiri non rubano cavalli, quindi non ho badato molto a loro. Ora cerco Lutuf Ullah, il mio socio".
"Accidenti, li hai visti, e non ci hai fatto caso? Parola mia, è una fortuna che ci siamo incontrati. E com'erano, eh?"
"Erano solo fachiri. Tutt'al più prenderanno qualche manciata di grano da uno dei vagoni. Ce ne sono tanti lungo la linea. Per lo stato non sarà una gran perdita. Piuttosto, sono venuto qui a cercare il mio socio, Lutuf Ullah..."
"Lascia stare il tuo socio. Dove sono i vagoni con i tuoi cavalli?"
"Da questa parte, laggiù in fondo, dove fanno le luci per i treni".
"Ah, la cabina di segnalazione... bene".
"Sul binario vicino alla strada sul lato destro... guardando la linea da questa parte. Ma per quanto riguarda Lutuf Ullah, un uomo alto con il naso rotto e un levriero persiano... Ehi!".
Il ragazzo si era precipitato fuori per andare a svegliare un poliziotto giovane ed entusiasta: le Ferrovie, spiegò infatti, avevano subito danni ingenti per i furti agli scali merci. Mahbub Ali ridacchiò nella barba scarlatta.
"Andranno con i loro stivaloni, faranno un sacco di rumore, e poi
si stupiranno perché non ci sono più fachiri. Sono ragazzi in gamba... Barton
sahib e Young sahib".
Rimase in attesa qualche minuto, aspettandosi di vederli sfrecciar via lungo il binario. Una piccola locomotiva scivolò per la stazione, e Mahbub vide in un lampo il giovane Barton in cabina.
"Ho giudicato male quel ragazzo. È tutt'altro che sciocco", disse Mahbub. "Prendere una locomotiva per catturare un ladro e una novità!".
Quando Mahbub Ali giunse al suo accampamento all'alba, nessuno si curò di raccontargli quanto era accaduto nella notte, tranne un giovanissimo stalliere appena assunto, che Mahbub chiamò alla sua minuscola tenda perché lo aiutasse a imballare qualcosa.
"So tutto", sussurrò Kim, chino su alcune bisacce. "Due sahib sono arrivati su un tr-reno. Io correvo avanti e indietro all'ombra, da questo lato dei vagoni, mentre il treno si muoveva lento su e giù. Così hanno scoperto due uomini seduti sotto il vagone - Hajji, cosa devo fare di questo pezzo di tabacco? Lo avvolgo nella carta e lo metto sotto la borsa con il sale? Bene - e li hanno buttati a terra. Ma uno dei due ha colpito un sahib con il corno di daino dei fachiri" (Kim intendeva le corna di daino nero, che rappresentano l'unica arma temporale di un fachiro), "e ha fatto scorrere il sangue. Così l'altro sahib, dopo avere percosso e stordito il suo uomo, ha sparato al fachiro con una piccola pistola che era rotolata via dalla mano del primo. Si sono scontrati tutti insieme come matti".
Mahbub sorrise con rassegnazione celestiale.
"No! Questo non e un caso di dewanee" (pazzia, oppure causa civile, la parola si può intendere nei due modi), "e un nizamut (una causa penale). Una pistola, hai detto? Dieci anni buoni di carcere".
"Alla fine tutti e due erano stesi immobili, ma penso che fossero quasi morti quando li hanno caricati sul treno. Le loro teste ciondolavano così. E sulle rotaie c'è molto sangue. Lo vuoi venire a vedere?"
"Ho già visto sangue in quantità. Il carcere è un posto sicuro... daranno di certo nomi falsi, e nessuno li andrà a cercare per parecchio tempo. Non erano miei amici. Il tuo destino e il mio sembrano legati a un unico filo. Che storia per il guaritore di perle! Ora, presto con le bisacce e le stoviglie. Dobbiamo portare i cavalli a Simla".
E rapidamente, secondo la concezione orientale di ripidità, fra lunghe spiegazioni e insulti e discorsi a vuoto, sbadatamente, fermandosi mille volte a cercare piccole cose dimenticate, il disordinato accampamento si sciolse, e quella mezza dozzina di cavalli intorpiditi e ombrosi venne condotta sulla strada di Kalka nella frescura di un'alba spruzzata di pioggia. Kim, considerato il beniamino di Mahbub Ali da tutti quelli che volevano ingraziarsi il pathan, fu esonerato dal lavoro. Procedettero così a piccolissime tappe, sostando ogni due o tre ore a un rifugio lungo la strada. Moltissimi sahib viaggiano sulla via di Kalka e, come dice Mahbub Ali, ogni giovane sahib si ritiene per loro un esperto di cavalli e, per quanto sia indebitato fino al collo con l'usuraio, si deve comportare come se avesse deciso di comprarne uno. Per questo motivo, tutti i sahib che incrociavano su una diligenza si fermavano e attaccavano discorso. Qualcuno scendeva addirittura dalla sua vettura per tastare le zampe dei cavalli, facendo domande futili o addirittura, per pura ignoranza della lingua locale, insultando pesantemente l'imperturbabile mercante.
"Quando ho iniziato a fare affari con i sahib, ed era quando il colonnello Soady sahib era comandante del forte Abazai e per dispetto aveva inondato l'accampamento del commissario", confidò Mahbub a Kim mentre il ragazzo gli riempiva la pipa sotto un albero, "non sapevo quanto fossero sciocchi, e questo mi faceva infuriare. Come quando...", e raccontò la storia di un'espressione, usata a sproposito in perfetta buona fede che fece piegare Kim in due dal ridere. "Ora però mi sono reso conto che vale per loro quello che vale per tutti gli uomini - in certe cose sono intelligenti, e in altre sono totalmente stupidi. Un segno di grande stupidità è usare la parola sbagliata con uno straniero; per quanto il cuore possa essere lontano da ogni offesa, cosa ne sa l'altra persona? Ed è probabile che quindi voglia scoprire la verità con un pugnale".
"È vero, parole sante", disse solenne Kim. "Come gli sciocchi che parlano di gatti quando una donna sta per partorire. Li ho sentiti con le mie orecchie".
"Perciò, nella tua situazione, è particolarmente importante che tu veda la cosa nei due aspetti. Fra i sahib, non dimenticare mai che sei un sahib; e quando sei fra la gente dell'India, ricordati sempre che sei...", si interruppe, con un sorriso perplesso.
"Cosa sono? Musulmano, indù, jain o buddista? Questo è un osso duro".
"Indubbiamente sei un infedele, e perciò sarai dannato. Così dice la mia Legge, almeno credo. Ma tu sei anche il mio Piccolo Amico di tutto il Mondo, e io ti voglio bene. Così dice il mio cuore. Questa faccenda delle religioni è un po' come i cavalli. L'uomo accorto sa che ogni cavallo è buono, che da tutti si può cavar profitto; e per quanto mi riguarda - se non fosse che sono un buon sunnita e odio quelli di Tira - potrei pensare lo stesso di tutte le fedi. Per esempio, è evidente che una cavalla del Kattiawar, presa dalle sabbie e portata nel Bengala occidentale, si azzoppa... e così non puoi portare uno stallone di Balkh (e sì che non ci sono cavalli migliori di quelli di Balkh non fossero così pesanti di spalle) nei grandi deserti del nord fra i cammelli delle nevi, come li ho visti io. Quindi, in fondo al cuore, io dico che le religioni sono come i cavalli. Ognuna ha meriti nel suo paese".
"Ma il mio lama diceva una cosa tutta diversa".
"Oh, lui è un vecchio sognatore tibetano. Il mio cuore è piuttosto arrabbiato, Piccolo Amico di tutto il Mondo, per il fatto che tu veda tanto valore in un uomo così oscuro".
"È vero, Hajji; ma quel valore io lo vedo; e il mio cuore è attirato verso di lui".
"E il suo verso di te, a quanto sento. I cuori sono come i cavalli. Vanno e vengono a dispetto di morso e speroni. Dai un grido a Gul Sher Khan laggiù di piantare più saldamente i picchetti per quello stallone baio. Non vogliamo una zuffa di cavalli a ogni sosta, e il bigio e il nero fra un po' si attaccheranno... Ora ascoltami. È proprio necessario per la tua tranquillità d'animo vedere quel lama?"
"Fa parte del mio patto", disse Kim. "Se non lo vedo, e se viene tenuto lontano da me, scapperò da quella madrissah di Nucklao, e... una volta sparito, chi mi prende più?"
"È vero. Non ho mai visto un puledro legato a una corda più sottile della tua", annui Mahbub.
"Non aver paura". Kim parlò come se potesse sparire all'istante. "Il mio lama ha detto che mi verrà a trovare alla madrissah..."
"Un mendicante con la ciotola alla presenza di quei giovani sa..."
"Non lo sono tutti!", tagliò corto Kim sbuffando. "Molti di loro hanno gli occhi scuri, e le unghie annerite dal sangue di bassa casta. Figli di metheranee, cognati dei bhungi (spazzini)".
Inutile adesso seguire tutto l'albero genealogico che Kim tracciò con chiarezza, senza scaldarsi, masticando un pezzetto di canna da zucchero.
"Amico di tutto il Mondo", disse Mahbub, tendendo la pipa al ragazzo perché la pulisse, "io ho conosciuto molti uomini, donne, ragazzi, e non pochi sahib. Ma un diavoletto come te non l'avevo mai incontrato in tutta la mia vita".
"E perché? Se dico sempre la verità..."
"Forse proprio per questo, dato che il nostro è un mondo pericoloso per la gente onesta". Mahbub si tirò su da terra, pugnale alla cintura, e si avviò verso i cavalli.
"E se te la vendessi?".
C'era qualcosa nel tono del ragazzo che indusse Mahbub a fermarsi e a voltarsi. "E adesso cos'è questa nuova diavoleria?"
"Otto anna, e te lo dirò", fece Kim con una smorfia. "Ha che fare con la tua tranquillità".
"Oh Shaitan!". Mahbub consegnò i soldi.
"Ti ricordi quella faccenduola dei ladri al buio, giù a Umballa?"
"Visto che volevano la mia vita, non l'ho ancora dimenticata. Perché?"
"Ti ricordi il serraglio del Kashmir?"
"Attento che ti torco le orecchie, sahib".
"Non ce n'è bisogno, pathan. Solo, il secondo fachiro, che i sahib hanno picchiato fino a farlo svenire, era l'uomo che aveva frugato nel tuo scomparto a Lahore. L'ho visto in faccia quando lo caricavano sulla locomotiva. Era proprio lui".
"E perché non me l'hai detto prima?"
"Oh, andrà in prigione, e starà tranquillo per un bel po' di anni. Non bisogna dire più di quanto sia necessario tutto insieme. E poi, non avevo ancora bisogno di soldi per i dolci".
"Allah kerim!", disse Mahbub Ali. "Un giorno o l'altro, se ti gira, venderai anche la mia testa per un po' di dolci?".
Kim ricorderà fino alla fine dei suoi giorni quel viaggio lungo e pigro da Umballa a Simla, attraverso Kalka e i Giardini di Pinjore. Una piena improvvisa del fiume Gugger travolse un cavallo (il più pregiato, naturalmente) e quasi fece affogare Kim in mezzo ai macigni che vorticavano. Più avanti, i cavalli si dispersero spaventati alla vista di un elefante del Governo, e dato che erano ben nutriti e in ottime condizioni, ci volle un giorno e mezzo per radunarsi di nuovo. Poi incontrarono Sikandar Khan che scendeva con alcuni ronzini invendibili - resti della sua scuderia - e Mahbub, che con i cavalli ci sa fare con il dito mignolo più che Sikandar Khan con tutte le sue tende, dovette assolutamente comprarle due dei peggiori, e questo significò otto ore di laboriosa diplomazia, e tabacco a non finire. Ma tutto il viaggio fu pura felicità - la strada sinuosa che si inerpicava, sprofondava e si faceva largo fra gli speroni rocciosi; la luce rosea del mattino sulle nevi lontane, i cacti ramificati, fila dopo fila sui pendii pietrosi; le voci di mille corsi d'acqua; il chiacchiericcio delle scimmie; le solenni deodare, che si arrampicavano l'una sull'altra con i loro rami penduli, l'echeggiare incessante dei corni dei tonga e il panico folle delle bestie imbrigliate quando un tonga appariva saettando da una curva; le soste per le preghiere (Mahbub era molto scrupoloso per le abluzioni senz'acqua e gli ululati rituali quando il tempo non stringeva); le riunioni serali nei luoghi di sosta, quando cammelli e buoi ruminavano solennemente insieme e i flemmatici conducenti raccontavano le ultime notizie della Strada - tutto questo faceva esultare nel petto il cuore di Kim.
"Ma quando canti e balli finiranno", disse Mahbub Ali
"verrà il Colonnello sahib, e non sarà tutto così bello".
"Un paese bellissimo... meraviglioso, questo dell'Hind, e la Terra dei Cinque Fiumi è la più bella di tutte", canticchiò Kim.
"E io qui tornerò, se Mahbub Ali o il colonnello alzeranno su di me le mani o i piedi. E una volta andato, chi mi troverà? Ehi, Hajji; quella laggiù e la città di Simla? Allah, che città!"
"Il fratello di mio padre, che era vecchio quando il pozzo di Mackerson sahib era appena stato costruito a Peshawar, si ricordava quando qui c'erano in tutto due case".
Condusse i cavalli giù lungo la strada principale verso il bazar di Simla bassa, l'affollata conigliera che si arrampica dal fondo della vallata fino al municipio con una pendenza di quarantacinque gradi. Un uomo che si orienta lì dentro può sfidare l'intera polizia della capitale estiva dell'India, tale è la perfezione con cui una veranda comunica con un'altra veranda, un vicolo con un altro vicolo, e un rifugio con un altro rifugio. Qui vivono coloro che amministrano i desideri di quest'allegra città - i jhampani che di notte tirano i risciò delle belle ragazze e poi giocano fino all'alba; droghieri, venditori d'olio, rigattieri commercianti di legna, preti, borsaioli, e impiegati indigeni del Governo: qui le cortigiane discutono quelli che dovrebbero essere i più inviolabili segreti dell'amministrazione dell'India e qui si radunano tutti i sub-sub-agenti di metà degli stati indigeni. E qui anche Mahbub Ali prese in affitto una stanza, con una serratura molto più efficace di quella del comparto al serraglio di Lahore, presso l'abitazione di un commerciante di bestiame maomettano. Era anche un luogo miracoloso, quello perché al crepuscolo vi entrò un piccolo stalliere musulmano e un'ora dopo ne uscì un ragazzino eurasiatico (la tinta usata dalla ragazza di Lucknow era davvero ottima) vestito con abiti confezionati che gli cadevano male addosso.
"Ho parlato con Creighton sahib", disse Mahbub Ali, "e una seconda volta la Mano dell'Amicizia ha allontanato la Frusta della Calamità. Dice che hai completamente sprecato sessanta giorni sulla Strada, e che quindi è troppo tardi per mandarti a una scuola di montagna".
"Ho già detto che le vacanze appartengono a me. Non vado a scuola due volte. Questo fa parte del mio patto".
"Il Colonnello sahib non sa ancora del patto. Dovrai alloggiare nella casa di Lurgan sahib finché non sarà tempo di tornare a Nucklao".
"Preferirei stare da te, Mahbub".
"Tu non ti rendi conto dell'onore che ricevi. Lo stesso Lurgan sahib ha chiesto di te. Tu salirai sulla collina e prenderai la strada che corre in cima, ma lassù devi dimenticare per un po' di avere mai visto o conosciuto me, Mahbub Ali, che vendo cavalli a Creighton sahib, un'altra persona di cui non sai niente. Ricordati quest'ordine".
Kim annuì. "Bene", disse, "e chi è Lurgan sahib? No", colse lo sguardo tagliente di Mahbub, "io non ho mai sentito il suo nome. Ma per caso", abbassò la voce, "è uno di noi?"
"Cos'è questo discorso di noi; sahib?", ribatté Mahbub Ali con il tono che avrebbe adottato con gli europei. "Io sono un pathan e tu sei un sahib, figlio di sahib. Lurgan sahib ha un negozio nella zona degli altri negozi europei. Tutta Simla lo conosce. Chiedi quando sei là... e, Amico di tutto il Mondo, a lui bisogna ubbidire al minimo batte di ciglia. Dicono che fa magie, ma questo non ti dovrebbe riguardare. Vai sulla collina e chiedi. Qui comincia il Grande Gioco".
CAPITOLO IX
S'doacks era figlio del saggio Yelth,
capo del clan dei Corvi.
Itswoot l'Orso lo istruiva
per farne un uomo di medicina.
Fu molto svelto ad imparare,
e molto audace nell'osare
danzò il terribile Kloo-Kwallie
per lusingare Itswoot l'Orso!
Leggenda dell'Oregon
Kim si gettò anima e corpo in questo nuovo giro della ruota. Per qualche tempo sarebbe tornato ad essere un sahib. Con questa idea in testa, non appena ebbe raggiunto l'ampia strada sotto il municipio di Simla, si diede un'occhiata intorno, alla ricerca di qualcuno su cui far colpo. Un bambino indù di una decina d'anni era accovacciata sotto un lampione.
"Dov'è la casa del signor Lurgan?", domandò Kim.
"Non capisco l'inglese", fu la risposta, e Kim cambiò quindi idioma.
"Ti ci porto".
Insieme si avviarono nel crepuscolo misterioso, saturo dei rumori della città ai piedi della collina, al soffio del vento fresco dello Jakko incoronato di deodare, sotto una cupola di stelle. Le luci delle case sparpagliate a ogni livello del pendio creavano una sorta di secondo firmamento. Alcune erano fisse, altre appartenevano ai risciò degli inglesi disinvolti e gioviali che andavano fuori a cena.
"È qui", disse la guida di Kim, e si fermò a una veranda al livello della strada principale. Davanti a loro non c'era una porta, ma una tenda di canne ornate di perline che filtrava la luce della lampada all'interno.
"È arrivato", disse il ragazzino con una voce appena più forte di un sospiro, e svanì. Kim era sicuro che il ragazzo fosse stato appostato in quel luogo per guidarlo, ma assunse un'aria coraggiosa e scostò la tenda. Un uomo con la barba nera e una visiera verde sugli occhi era seduto a un tavolo e ad uno ad uno, con mani bianche e tozze, raccoglieva piccoli globi luminosi da un vassoio davanti a lui, li infilava su uno scintillante filo di seta, e intanto canticchiava fra se. Kim sentiva che oltre il cerchio di luce la stanza era piena di oggetti impregnati degli aromi di tutti i templi orientali. Una zaffata di muschio, un sentore di legno di sandalo e un alito di opprimente olio di gelsomino gli penetrarono nelle narici dilatate.
"Sono qui", disse infine Kim parlando nella lingua del luogo; gli odori gli avevano fatto dimenticare che era un sahib.
"Settantanove, ottanta, ottantuno", l'uomo contava fra sé, infilando le perle tanto rapidamente che Kim riusciva a stento a seguire le sue dita. Poi si tolse la visiera verde e guardò fisso Kim per mezzo minuto. Le pupille degli occhi si dilatavano e si rimpicciolivano fino a diventare punte di spilli, come a comando. C'era un fachiro accanto alla Porta di Taksali che aveva lo stesso dono e ne ricavava quattrini, soprattutto quando malediceva le donne credulone. Kim lo fissava interessato. Il suo poco raccomandabile amico sapeva anche accartocciare le orecchie, quasi come una capra, e Kim fu stupito che questo nuovo personaggio non sapesse imitarlo.
"Non aver paura", disse il signor Lurgan d'un tratto.
"Perché dovrei avere paura?"
"Stanotte dormirai qui, e rimarrai con me finché sarà il momento di tornare a Nucklao. È un ordine".
"È un ordine", ripeté Kim. "Ma dove devo dormire?"
"Qui, in questa stanza". Lurgan sahib agitò la mano verso le tenebre alle sue spalle.
"D'accordo", disse composto Kim. "Ora?".
L'uomo annuì e tenne la lampada alzata sopra la testa. A mano a mano che la luce la investiva, balzò dai muri una collezione di maschere tibetane della danza del diavolo, appese sui tessuti ricamati con i motivi demoniaci che si usano in quelle spaventose funzioni - maschere con le corna, maschere ghignanti, e maschere di stupefatto terrore. In un angolo, un guerriero giapponese, bardato di tutto punto, lo minacciava con un'alabarda, e una ventina di lance e di khanda e di kuttar riflettevano l'incerto bagliore. Ma quello che interessò Kim più di ogni altra cosa - aveva già visto le maschere della danza del diavolo al museo di Lahore - fu una rapida visione del bambino indù dagli occhi dolci che lo aveva lasciato sulla soglia, e che adesso era seduto a gambe incrociate sotto il tavolo delle perle, con un sorrisetto sulle labbra rosse.
"Penso che Lurgan sahib mi voglia impaurire. E sono sicuro che quel diabolico moccioso sotto il tavolo mi vuol vedere impaurito. Questo posto", disse a voce alta, "è come una Casa delle Meraviglie. Dov'è il mio letto?".
Lurgan sahib indicò una trapunta indigena in un angolo accanto alle maschere spaventose, prese la lampada e lasciò la stanza al buio.
"Era quello Lurgan sahib?", chiese Kim mentre si avvoltolava nella coperta. Nessuna risposta. Sentiva però il respiro del bambino indù e, guidato dal rumore, strisciò sul pavimento e gridò, mentre faceva a pugni nell'oscurità. "Rispondimi, demonio! È questo il modo di mentire a un sahib?".
Dal buio gli parve di aver sentito l'eco di una risatina. Non poteva essere il suo tenero compagno, perché il bambino stava piangendo. Allora Kim alzò la voce e disse forte: "Lurgan sahib! Lurgan sahib! È per un ordine che il tuo servo non mi parla?"
"È per un ordine". La voce gli giunse da dietro le spalle, e Kim sobbalzò.
"Benissimo. Ma ricorda", borbottò mentre riguadagnava la trapunta, "domattina ti picchio. Non mi piacciono gli indù".
Non fu una notte piacevole, perché la stanza era piena di voci e di musica. Due volte Kim fu svegliato da qualcuno che lo chiamava per nome. La seconda volta partì alla ricerca, e finì per sbucciarsi il naso contro una scatola che parlava sicuramente in una lingua umana, ma non aveva affatto un accento umano. Sembrava terminare con una tromba metallica ed essere collegata tramite alcuni fili a una scatola più piccola sul pavimento - così almeno gli parve, a giudicare dal tatto. E la voce, molto dura e ronzante, veniva fuori dalla tromba. Kim si strofinò il naso e si infuriò pensando, come gli era abituale, in hindi.
"Questo andrà bene forse con un mendicante del bazar ma... io sono un sahib figlio di sahib e per di più sono uno studente di Nucklao. sissignore", e qui passò all'inglese, "un ragazzo di San Saverio. Accidenti agli occhi del signor Lurgan! Questo è un congegno che assomiglia a una macchina per cucire. Oh, è proprio sfacciato da parte sua... non ci spaventano così a Lucknow... No!". E poi, in hindi: "Ma cosa gliene viene, a lui? È solo un commerciante... io sono nel suo negozio. Ma Creighton sahib è un colonnello... e io penso che Creighton sahib abbia dato ordini per fare tutto questo. Ma quante ne darò a quell'indù domattina! E questo cos'è?".
La scatola con la tromba stava sputando fuori una sfilza dei più elaborati insulti che perfino Kim avesse mai sentito, con una voce sonora e indifferente, che per un attimo gli fece rizzare i capelli sul capo. Quando quell'oggetto odioso prese fiato, Kim fu rassicurato dal sottile ronzio simile a quello di una macchina per cucire.
"Chûp!(Stai zitta!)", gridò, e di nuovo sentì un risolino che lo fece decidere. "Chûp... o ti spacco la testa".
La scatola non se ne diede per inteso. Kim tirò con forza la tromba di metallo e qualcosa si sollevò con uno scatto. Aveva evidentemente sollevato un coperchio. Se c'era un diavolo dentro, quello era il suo momento per... - annusò l'aria - quello era l'odore delle macchine per cucire al bazar. Avrebbe fatto piazza pulita di quello shaitan. Si tolse la giacca e la ficcò nella bocca della scatola. Qualcosa di lungo e di curvo si piegò sotto la sua pressione, ci fu un ronzio e la voce si fermò - come accade alle voci quando si conficca una giacca ripiegata tre volte sul cilindro di cera e dentro i meccanismi di un costoso fonografo. Kim terminò il suo sonno serenamente.
La mattina dopo avvertì la presenza di Lurgan sahib che lo osservava.
"Oh oh!", fece Kim, fermamente determinato a preservare la sua identità di sahib. "C'era una scatola stanotte che mi infastidiva con le sue chiacchiere. Così l'ho fermata. Era tua?".
L'uomo tese la mano.
"Qua la mano, O'Hara", disse. "Sì, la scatola era mia. Tengo queste cose perché piacciono ai miei amici rajah. Quella è rotta, ma non valeva un granché. Sì, i miei amici, i re, sono molto appassionati di giocattoli... e anch'io lo sono, a volte".
Kim gli lanciò un'occhiata obliqua. Quello era un sahib perché indossava abiti da sahib; ma l'accento del suo urdu, e l'intonazione del suo inglese, mostravano che era tutto fuorché un sahib. Sembrava capire quello che passava per la testa di Kim prima ancora che il ragazzo aprisse bocca, e non si dilungava in spiegazioni come padre Victor o gli insegnanti di Lucknow. Ma la cosa più bella era che trattava Kim da pari a pari, all'asiatica.
"Mi dispiace che tu non possa picchiare il mio ragazzo stamattina. Dice che ti ucciderà con un coltello o con il veleno. È geloso, e così l'ho messo in castigo e non gli parlerò per tutto il giorno. Ha appena cercato di uccidermi. Dovrai aiutarmi tu a preparare la colazione. È tanto geloso che quasi non ci si può fidare di lui, adesso".
Ora, un genuino sahib importato dall'Inghilterra avrebbe fatto chissà quale chiasso su questa storia. Lurgan sahib la raccontò con la stessa semplicità con cui Mahbub Ali riferiva le sue piccole questioni su al nord.
La veranda posteriore del negozio era costruita direttamente sul pendio e quindi potevano guarda giù, nei comignoli delle case vicine, come succede ovunque a Simla. Ma ad affascinare Kim, più del pasto tutto persiano cucinato da Lurgan sahib con le sue stesse mani, fu la bottega. Il museo di Lahore era più grande, ma qui c'erano più meraviglie - pugnali magici e ruote di preghiera dal Tibet; collane di turchese e d'ambra; braccialetti di giada verde; bastoncini d'incenso curiosamente confezionati dentro visetti incrostati di granati, le maschere diaboliche della notte prima e un muro coperto di tessuti blu pavone; statuette dorate di Budda, e piccoli altari portatili di lacca; samovar russi con turchesi sul coperchio; servizi di porcellana finissima dentro antiquate scatole ottagonali di canna, gialli crocefissi d'avorio, provenienti, a quanto disse Lurgan sahib, addirittura dal Giappone; balle polverose di tappeti maleodoranti, seminascosto dietro laceri e sfatti paraventi dai disegni geometrici; brocche persiane per lavarsi le mani dopo i pasti; opachi incensieri né cinesi né persiani, con fregi di demoni fantastici; cinture di argento ossidato che si annodavano come cuoio grezzo; spilloni di giada, avorio e plasma; armi di ogni tipo e genere, e mille altri ammennicoli erano accatastati o impilati, o semplicemente buttati in giro per la stanza, lasciando spazio solo intorno alla traballante scrivania di abete su cui lavorava Lurgan sahib.
"Questo non è nulla", disse il padrone, seguendo lo sguardo di Kim. "Compro queste cose perché sono belle, e a volte le vendo, se il cliente mi piace. Il mio lavoro - una parte del mio lavoro - è sul tavolo".
Nella luce del mattino c'era uno sfolgorio di bagliori rossi e blu e verdi, punteggiati qua e là dal lampo crudele di un diamante bianco-azzurro. Kim spalancò gli occhi.
"Oh, stanno bene, quelle pietre. Non le guasterà, prendere un po' di sole. E poi, non valgono molto. Ma con le pietre malate è diverso". Riempì di nuovo il piatto di Kim. "Ci sono solo io che posso curare una perla malata o ridare l'azzurro ai turchesi. Passi per gli opali... ogni sciocco può guarire un opale... ma per una perla malata ci sono solo io. Pensa se morissi! Allora non resterebbe nessuno... Oh no! Tu non ci sai fare con i gioielli. Al massimo potrai imparare qualcosa sui turchesi... un giorno o l'altro".
Andò in fondo alla veranda per riempire di nuovo da un filtro la pesante brocca di argilla porosa.
"Vuoi bere?".
Kim annuì. Lurgan sahib, a quattro o cinque metri di distanza, mise una mano sul recipiente. L'attimo dopo, la brocca era vicino al gomito di Kim, piena fin quasi all'orlo - e solo una piccola grinza del tessuto bianco rivelava il punto in cui era scivolata al suo posto.
"Uah!", fece Kim stupefatto. "Questa è magia". Il sorriso di Lurgan sahib mostrò che il complimento era andato a segno.
"Ributtala indietro".
"Si romperà".
"Ributtamela, ti dico".
Kim la gettò a caso. La brocca cadde e si frantumò in mille pezzi, mentre l'acqua sgocciolava attraverso l'assito sconnesso della veranda.
"L'avevo detto, che si sarebbe rotta".
"Non importa. Guardala. Guarda il pezzo più grosso".
Il pezzo conteneva nel cavo ancora una goccia d'acqua che scintillava come una stella sul pavimento. Kim osservava attento; Lurgan sahib gli posò piano una mano sulla nuca, gliela strofinò due o tre volte, e sussurrò: "Guarda! Adesso tornerà di nuovo insieme, pezzo dopo pezzo. Prima il pezzo grande si salderà con gli altri due a destra e a sinistra... a destra e a sinistra. Guarda!".
Anche fosse stato per salvarsi la vita, Kim non avrebbe potuto girare la testa. Quel tocco lieve lo tratteneva come in una morsa, e il sangue gli formicolava piacevolmente nelle vene. Dove prima c'erano tre pezzi della brocca, ora ce n'era uno grosso, e sopra si intravedeva la sagoma incerta dell'intero recipiente. Attraverso di essa Kim riusciva a vedere la veranda ma l'immagine si consolidava e si faceva più scura a ogni battito del suo polso. Eppure la brocca - come giungevano lenti i pensieri! - la brocca era stata frantumata sotto i suoi occhi. Un'altra ondata di calore gli saettò lungo il collo, mentre la mano di Lurgan sahib lo accarezzava.
"Guarda! Sta riprendendo forma", disse Lurgan sahib.
Fino a quel momento Kim aveva pensato in hinni, ma un tremito lo afferrò, e con uno sforzo simile a quello del nuotatore che davanti ai pescicani si proietta fuori dall'acqua, la sua mente emerse dalle tenebre che la stavano inghiottendo e trovò rifugio... nella tavola pitagorica in inglese!
"Guarda! Sta riprendendo forma", sussurrò Lurgan sahib.
La brocca era stata frantumata - sì, frantumata... non la parola indigena, a quella non voleva pensare... proprio frantumata - in mille pezzi, e due per tre sei, e tre per tre nove, e quattro per tre dodici. Si aggrappò disperatamente all'esercizio. La sagoma scura della brocca scomparve come un appannamento della vista dopo che ci si è strofinati gli occhi. C'erano i cocci rotti; c'era l'acqua versata che si asciugava al sole, e attraverso le fessure della veranda si vedevano, tutti scanalati, i muri bianchi della casa di sotto... e tre per dodici trentasei!
"Guarda! Non vedi che riprende forma?", chiese Lurgan sahib.
"Ma è frantumata, frantumata", ansimò. Lurgan sahib continuava a borbottare qualcosa da mezzo minuto. Kim spostò la testa di scatto: "Guarda! Dekho ! È lì com'era prima".
"È lì com'era prima", disse Lurgan scrutando Kim mentre il ragazzo si strofinava il collo. "Ma tu sei il primo di molti ad averla vista così". Si asciugò l'ampia fronte.
"Era un'altra magia?", chiese Kim sospettoso. Le vene non gli formicolavano più, e si sentiva insolitamente vispo e sveglio.
"No, questa non era magia. Era solo per vedere se c'era... una tara nel gioiello. A volte gioielli splendidi volano in mille pezzi se chi li tiene in mano sa il fatto suo. Per questo bisogna stare attenti prima di incastonarsi. Dimmi, hai visto la sagoma del vaso?"
"Per un po'. Aveva cominciato a crescere da terra come un fiore".
"E allora, cosa hai fatto? Voglio dire, a cosa hai pensato?"
"Beh, sapevo che era rotta, e così ho pensato proprio a questo, credo... ed effettivamente era rotta".
"Mmm! Qualcuno ti ha già fatto questa magia?"
"Se me l'avessero fatta", disse Kim, "credi che ci sarei stato un'altra volta? Sarei scappato".
"E adesso non hai paura, eh?"
"Adesso no".
Lurgan sahib lo scrutò con maggiore attenzione. "Chiederò a Mahbub Ali, ma non ora, fra qualche giorno", borbottò. "Sono contento... di te... e sono scontento. Sei il primo che si sia mai salvato. Vorrei sapere cosa è stato. Ma hai ragione. Non lo devi dire... neanche a me".
Si addentrò nella penombra della bottega, e si sedette al tavolo di lavoro, strofinandosi lievemente le mani. Un tenue singhiozzo soffocato giunse da dietro una pila di tappeti. Era il bambino indù che stava ubbidiente faccia al muro: le sue spalle esili si scuotevano per l'angoscia.
"Ah! È geloso, così geloso. Mi domando se cercherà di nuovo di avvelenarmi a colazione, e mi costringerà a cucinare due volte".
"Kubbee - kubbee nahin", giunse con voce rotta la risposta.
"E se ucciderà quest'altro ragazzo?"
"Kubbee - kubbee nahin" (Mai, mai. No).
"Cosa credi che farà?". Lurgan si voltò di scatto verso Kim.
"Mah, non lo so. Lascialo andare, forse. Perché ti voleva avvelenare?"
"Perché mi vuole molto bene. Immagina di voler bene a qualcuno; poi vedi arrivare un altro, e la persona a cui vuoi bene e più soddisfatta di lui che di te. Cosa faresti?".
Kim rifletté. Lurgan ripeté lentamente la domanda nella lingua locale.
"Non avvelenerei quell'uomo", disse pensoso Kim, "ma picchierei il ragazzo... se si affezionasse all'uomo. Prima però gli chiederei se è proprio vero".
"Ah! Lui pensa che tutti debbano volermi bene".
"Allora secondo me è uno sciocco".
"Lo senti?", disse Lurgan sahib rivolto alle spalle tremanti del piccolo. "Il figlio di sahib pensa che tu sia uno sciocchino. Esci di lì, e la prossima volta che hai il cuore in pena, non provare così apertamente con l'arsenico. Di certo, l'altro giorno il diavolo Dasim la faceva da padrone sulla nostra tavola! Potevo stare male, bimbo mio, e a guardia dei gioielli sarebbe venuto un estraneo. Avvicinati!".
Il bambino, con gli occhi gonfi per il gran pianto, scivolò fuori da dietro la cassa e si buttò appassionatamente ai piedi di Lurgan sahib, mostrando un rimorso che colpì perfino Kim.
"Guarderò nelle macchie d'inchiostro, custodirò i gioielli fedelmente! Oh, padre mio e madre mia, manda via quello!". Indicò Kim con uno scatto all'indietro del tallone nudo.
"Non ancora, non ancora. Fra poco lui se ne andrà. Ma ora e a scuola, a una nuova madrissah, e tu sarai il suo maestro. Gioca al Gioco dei Gioielli contro di lui. Io terrò i punti".
Il ragazzino si asciugò immediatamente le lacrime, e sfrecciò nel retro del negozio da cui tornò con un vassoio di rame.
"Dammeli tu!", disse a Lurgan sahib. "Devono venire dalla tua mano perché non pensi che li conoscevo già".
"Piano, piano", ribatté l'uomo, e da un cassetto sotto la scrivania versò una piccola manciata di gioie tintinnanti sul vassoio.
"Adesso", disse il bambino agitando un vecchio giornale, "guarda queste cose per tutto il tempo che vuoi, straniero. Contale e se ne hai bisogno toccale. A me basta una sola occhiata". Con gesto orgoglioso si voltò dall'altra parte.
"Ma come è il gioco?"
"Quando hai contato e toccato e sei sicuro di riuscire a ricordare tutte le pietre, le coprirò con questo foglio, e tu devi ripetere quello che c'è a Lurgan sahib. Il mio elenco, io lo scriverò".
"Ah!". L'istinto della competizione si risveglio nell'animo di Kim. Si chinò sul vassoio. In tutto c'erano quindici pietre. "È facile", disse dopo un minuto. Il bambino fece scivolare il foglio sui gioielli scintillanti e si mise a scribacchiare su un registro indigeno.
"Sotto il foglio ci sono cinque pietre azzurre... una grossa, una più piccola, e tre piccole", disse Kim d'un fiato. "Ci sono quattro pietre verdi, e una ha un buco; c'è una pietra gialla attraverso cui si può vedere, e una come un bocchino di pipa. Ci sono due pietre rosse, e... e... ne ho contate quindici, ma due le ho dimenticate. No! Datemi tempo. Una era d'avorio, piccola e marroncina; e... e... datemi tempo".
"Uno... due...", Lurgan sahib contò fino a dieci. Kim scosse la testa.
"Sentite il mio elenco!", esplose il bambino, con una risata argentina. "Prima di tutto, ci sono due zaffiri difettosi, uno di due ruttee e uno di quattro, a quanto posso giudicare. Lo zaffiro da quattro ruttee è scheggiato sul bordo. C'è un turchese del Turkestan, comune, con venature nere, e ce ne sono due incisi - uno ha il Nome di Dio in caratteri d'oro, e il secondo, che e incrinato da una parte all'altra, perché viene da un vecchio anello, non sono riuscito a leggerlo. Ora abbiamo tutte le cinque pietre azzurre. Poi ci sono quattro smeraldi difettosi, ma uno è forato in due punti, e uno è un po' scavato...".
"Il peso?", disse Lurgan sahib impassibile.
"Tre... cinque... cinque... e quattro ruttee, direi. C'è un solo pezzo di vecchia ambra verdognola, e un topazio tagliato che viene dall'Europa. C'è un rubino birmano, di due ruttee, senza imperfezioni, e c'è un balascio, difettoso, di due ruttee. C'è un pezzo di avorio lavorato cinese che rappresenta un ratto che succhia un uovo, e infine c'è - ah ah! - una palla di cristallo grossa come un fagiolo incastonata in una foglia d'oro".
Al termine dell'enumerazione batté le mani.
"Ti ha dato una lezione", disse sorridendo Lurgan sahib.
"Uh! Lui conosceva i nomi delle pietre", disse Kim arrossendo. "Riproviamo! Con cose normali che tutti e due conosciamo".
Riempirono di nuovo il vassoio con cianfrusaglie prese dal negozio e anche dalla cucina, e ogni volta il bambino vinse, con grande stupore di Kim.
"Bendami, mi basta sentire le cose una volta con le dita, e anche così bendato ti batterò", lo sfidò il bambino.
Kim batté il piede per terra indispettito quando il ragazzino attuò la sua vanteria.
"Fossero uomini o cavalli", disse, "potrei far di meglio. Questo gioco con pinzette e coltelli e forbici è da bambini piccoli".
"Prima impara, e poi insegna", disse Lurgan sahib. "Non è forse il tuo maestro?"
"È vero. Ma come si fa?"
"Ripetendo il gioco tante e tante volte finché non lo si fa alla perfezione, perché ne vale la pena".
Il ragazzino indù, di ottimo umore, arrivò addirittura a dare una pacca sulle spalle di Kim.
"Non disperare", disse. "Ti insegnerò io".
"E io controllerò che tu impari bene", disse Lurgan sahib, sempre parlando nella lingua locale, "perché a parte questo mio ragazzo - è stato sciocco, a comprare tanto arsenico, quando gliel'avrei dato io, se me l'avesse chiesto - a parte questo mio ragazzo, da tanto non incontro qualcuno più meritevole di te di essere istruito. E ci sono ancora dieci giorni prima che tu debba tornare a Nucklao dove non insegnano niente, e a un prezzo molto caro. Credo che saremo amici".
Furono dieci giorni folli, ma Kim si divertì troppo per riflettere su questa pazzia. La mattina giocavano al Gioco dei Gioielli, a volte con vere pietre preziose a volte con pile di spade e pugnali, a volte con fotografie di indigeni. Nel corso del pomeriggio Kim e il ragazzino indù montavano la guardia al negozio, restando seduti senza fiatare dietro un rotolo di tappeti o un paravento, e osservando i numerosi e bizzarri visitatori del signor Lurgan. C'erano piccoli rajah, che venivano per comprare curiosità come fonografi e giocattoli meccanici, scortati da guardie del corpo che restavano a tossicchiare sulla veranda. C'erano signore in cerca di collane, e uomini, pareva a Kim (ma la sua mente era forse stata viziata da precoci esperienze), in cerca di signore; indigeni che provenivano da regni indipendenti e feudatari che in apparenza venivano per riparare collane rotte - fiumi di luce scorrevano sul tavolo da lavoro - ma il cui vero obiettivo sembrava quello di procurarsi denaro per irate maharani o per giovani rajah. C'erano babu cui Lurgan sahib parlava con serietà e autorevolezza ma cui, alla fine di ogni colloquio, dava soldi in monete d'argento e in banconote. C'erano occasionali riunioni di istrionici nativi dalle lunghe vesti che discutevano di metafisica in inglese o in bengalese, con grande edificazione del signor Lurgan, sempre interessato alle religioni. Al termine della giornata, Kim e il ragazzino indù - il cui nome variava a piacere di Lurgan - dovevano dare un resoconto dettagliato di tutto quello che avevano visto e sentito le loro impressioni sul carattere di ognuno, basandosi sul volto, le parole e l'atteggiamento, e le loro ipotesi sui suoi fini reali. Dopo cena, l'estro di Lurgan sahib si orientava piuttosto verso quella che si potrebbe definire una mascherata, un gioco cui si dedicava con il massimo interesse. Poteva truccare un volto nel modo più stupefacente; gli bastava un colpo di pennello qui, una linea là, per renderlo irriconoscibile. La bottega era piena di ogni sorta di vestiti e turbanti, e Kim fu di volta in volta vestito come giovane musulmano di buona famiglia, commerciante d'olio, e una volta - quella fu una serata speciale - come figlio di un proprietario terriero oudh abbigliato in pompa magna. Lurgan sahib aveva un occhio di falco per individuare la minima pecca nel trucco; e sdraiato su un consunto divano di teak poteva spiegare per un'intera mezz'ora come una tale casta parlava, o camminava, o tossiva, o sputava, o starnutiva, e dato che i "come" contano poco a questo mondo, diceva anche il "perché" di ogni cosa. Il bambino indù era impacciato in questo gioco. La sua piccola mente, penetrante come una scheggia di ghiaccio quando si trattava di elencare gioielli, non riusciva ad adattarsi a penetrare nello spirito di un altro; ma in Kim un diavolo si risvegliava e cantava di gioia quando il ragazzo, indossati gli abiti che lo trasformavano, trasformava anche il modo di parlare e di muoversi.
Trascinato dall'entusiasmo una sera si offrì di mostrare a Lurgan sahib come facevano l'elemosina lungo la strada i discepoli di una certa casta di fachiri, vecchie conoscenze di Lahore; e quale linguaggio avrebbe usato con un inglese, con un agricoltore del Punjab diretto a una fiera, e con una donna senza velo. Lurgan sahib si divertì moltissimo, e lo pregò di rimanere così, immobile per mezz'ora, a gambe incrociate, imbrattato di cenere, e con gli occhi spiritati, nella stanza sul retro. Al termine della mezz'ora entrò un babu sgraziato e obeso, le cui gambe fasciate dalle calze tremolavano gelatinose, su cui Kim rovesciò un diluvio di battute volgari. Lurgan sahib, e questo infastidì Kim, osservava il babu e non il gioco.
"Io penso", disse il babu gravemente, accendendosi una sigaretta, "sono dell'opi-nione che questa sia una rappresentazione davvero straordinaria ed efficace. Se non me l'avesse detto prima avrei potuto supporre che... che lei mi stesse prendendo per il naso. Quanto ci vorrà al ragazzo per diventare effettivamente cartografo? Perché allora me lo prenoterò".
"Sta imparando a Lucknow".
"Allora gli ordini di fare alla svelta. Buona notte, Lurgan". Il babu uscì dondolando con l'andatura di una mucca impantanata.
Quando si trattò di passare in rassegna la lista dei visitatori della giornata, Lurgan sahib chiese a Kim chi pensava che fosse quell'uomo.
"Lo sa Dio!", fece Kim allegramente. Il tono avrebbe potuto forse ingannare Mahbub Ali, ma non fece effetto sul guaritore dl perle.
"È vero, lo sa Dio; ma io voglio sapere cosa ne pensi tu"
Kim diede una rapida occhiata al suo interlocutore il cui sguardo pareva invitarlo a dire la verità.
"Io... io penso che lui mi voglia quando finirò la scuola, ma" aggiunse fiducioso, mentre Lurgan sahib annuiva in segno di approvazione, "non capisco come lui possa indossare molti vestiti e parlare molte lingue".
"Più in là capirai tante cose. Lui scrive storie per un certo colonnello. La sua reputazione è grande solo a Simla, e devi sapere che non ha un nome, ma solo un numero e una lettera... come è costume fra noi".
"E c'è una taglia sulla sua testa, come su quella di Mahbub, e degli altri?"
"Non ancora; ma se un ragazzo che è seduto qui si alzasse e andasse - guarda, la porta è aperta! - fino a una certa casa con la veranda dipinta di rosso, dietro quello che era il vecchio teatro del bazar inferiore, e sussurrasse attraverso le imposte, "È stato Hurree Chunder Mookerjee a portare le cattive notizie dello scorso mese", quel ragazzo potrebbe andar via con una cintura piena di rupie".
"Quante?", disse pronto Kim.
"Cinquecento, mille... quante ne volesse chiedere"
"Bene. E quanto vivrebbe ancora quel ragazzo dopo aver dato la notizia?". Kim rivolse uno smagliante sorriso alla barba di Lurgan sahib.
"Ah! Lascia che ci pensi. Forse, se fosse molto bravo, potrebbe vivere tutta la giornata... ma non supererebbe la notte. No, di certo la notte no".
"E allora qual è lo stipendio del babu se sulla sua testa c'è una somma simile?"
"Ottanta... forse cento... forse centocinquanta rupie; ma la paga è la parte meno importante del lavoro. Di tanto in tanto, Dio fa nascere uomini, e tu sei uno di loro, che non sognano altro che di andare in giro a rischio della vita per raccogliere notizie... un giorno possono essere cose lontane, un altro giorno una montagna ignota, e il giorno dopo uomini che vivono a due passi e hanno commesso qualche sciocchezza contro lo Stato. Spiriti simili sono rarissimi; fra questi, i migliori non sono più di dieci. E fra di loro, io metto il babu, e la cosa è strana. Quanto dev'essere interessante, infatti, un affare per accendere il cuore di un bengalese!"
"È vero. Ma i giorni scorrono piano per me. Sono solo un ragazzo, e ho imparato a scrivere l'angrese da meno di due mesi. Anche ora non lo so leggere bene. E ci vorranno anni e anni prima che io possa fare il cartografo".
"Abbi pazienza, Amico di tutto il Mondo". Kim sussultò sentendosi chiamare così. "Avessi io qualcuno di questi anni che ti irritano tanto! Ti ho messo alla prova in tanti piccoli modi. E questo verrà ricordato quando farò il mio rapporto al colonnello Creighton". Poi, passando bruscamente all'inglese con una sonora risata: "Per Giove, O'Hara, penso che lei valga parecchio; ma non si monti la testa e non parli in giro. Deve tornare a Lucknow, fare il bravo ragazzo e pensare ai libri, come dicono gli inglesi, e forse, alle prossime vacanze, se va bene, potrà tornare qui!". Il volto di Kim si aggrottò. "Oh, volevo dire se le fa piacere. Lo so dove vorrebbe andare".
Quattro giorni dopo venne prenotato un posto per Kim e il suo piccolo bagaglio su un tonga diretto a Kalka. Il suo compagno era il lordoso babu che, con una sciarpa sfrangiata avvolta intorno alla testa, e la grassa gamba sinistra coperta da una calza traforata infilata sotto il corpo, tremava e borbottava nella frizzante aria mattutina.
"Come può essere che quest'uomo sia uno di noi?", pensava Kim osservandone la schiena gelatinosa mentre venivano sbatacchiati su e giù lungo la strada; e questa riflessione lo fece sprofondare in una serie di splendidi sogni a occhi aperti. Lurgan sahib gli aveva dato cinque rupie, una somma munifica, assicurandogli la sua protezione se avesse lavorato bene. A differenza di Mahbub, Lurgan sahib aveva parlato nel modo più esplicito della ricompensa che sarebbe seguita all'ubbidienza, e Kim era felice. Se solo, come il babu, avesse goduto della dignità di una lettera e di un numero... e di una taglia sul capo! Un giorno o l'altro avrebbe avuto tutto questo, e ancora di più. Un giorno sarebbe stato grande come Mahbub Ali! Le terrazze delle sue missioni avrebbero ricoperto mezza India; avrebbe pedinato re e ministri, come ai vecchi tempi, quando pedinava vakil e procuratori da una parte all'altra di Lahore per conto di Mahbub. Intanto, davanti a sé, aveva la prospettiva immediata, e non del tutto sgradevole, di San Saverio. Avrebbe avuto nuovi compagni cui adattarsi, e racconti di nuove vacanze da ascoltare. Il giovane Martin, figlio del proprietario di una piantagione di tè a Manipur, si era vantato che sarebbe andato a combattere con un fucile contro i cacciatori di teste. Forse era così, ma di sicuro il giovane Martin non era stato catapultato da una parte all'altra di un cortile di un palazzo di Patiala per l'esplosione di un fuoco d'artificio; e neppure... Kim cominciò a ripercorrere la storia delle proprie avventure negli ultimi tre mesi. Avrebbe potuto impietrire tutta San Saverio, perfino i ragazzi grandi che già si facevano la barba, col suo racconto, se fosse stato permesso. Neanche da pensarci, naturalmente. A tempo debito avrebbe avuto una taglia sulla testa, come gli aveva promesso Lurgan sahib; ma se avesse parlato stupidamente adesso, non solo non avrebbe mai avuto quella taglia, ma il colonnello Creighton lo avrebbe buttato fuori, e lui sarebbe stato in balia dell'ira di Lurgan sahib e di Mahbub Ali... per il breve lasso di vita che gli sarebbe rimasto.
"E così perderei Delhi per un pesce", sintetizzò con proverbiale filosofia. Ora doveva dimenticare le sue vacanze (gli restava sempre il piacere di inventarsi avventure immaginarie) e, come aveva detto Lurgan sahib, mettersi al lavoro.
Di tutti i ragazzi che si affrettavano a tornare a San Saverio, dalle sabbie di Sukkur ai palmizi di Galle, nessuno era virtuoso come Kimball O'Hara, sballonzolante nel suo veicolo dietro a Hurree Chunder Mookerjee, il cui nome sui registri di una certa sezione del Servizio Etnologico era R.17.
E se mai ci fosse stato bisogno di ulteriori stimoli, il babu ne forniva in quantità. Dopo un pantagruelico pranzo a Kalka, parlò ininterrottamente. Kim stava andando a scuola? E lui, laureato all'università di Calcutta, era pronto a spiegargli i vantaggi dell'istruzione. Era possibile ottenere buone valutazioni prestando la debita attenzione al latino e alla Excursion di Wordsworth (tutto questo era arabo per Kim). Anche il francese aveva un'importanza vitale e si poteva imparare meglio che altrove a Chandernagore, a poche miglia da Calcutta. Un uomo poteva anche andare lontano, come era accaduto a lui, studiando molto attentamente due testi teatrali intitolati Lear e Giulio Cesare, molto richiesti dagli esaminatori. Lear non era pieno di riferimenti storici come Giulio Cesare; il libro costava quattro anna, ma lo si poteva comprare usato per due al Bow Bazar. Ancora più importante di Wordsworth, o degli eminenti autori Burke e Hare, era la nobile scienza della misurazione. Un ragazzo che avesse superato gli esami in questa materia - per la quale, fra l'altro, non c'erano libroni da studiare - poteva, semplicemente andando in giro per una regione con una bussola, un livello e un occhio allenato, ripartirne con una mappa che si sarebbe potuta rivendere per grosse somme di monete d'argento. Ma dato che a volte non era consigliabile portarsi appresso gli strumenti per la misurazione, un ragazzo avrebbe fatto bene a conoscere l'esatta misura del proprio passo, in modo da calcolare le distanze semplicemente camminando, in mancanza di quelli che Hurree Chunder definiva "ausilî esterni". Per tenere il conto di migliaia di passi, l'esperienza di Hurree Chunder gli aveva mostrato che uno strumento insostituibile era un rosario di ottantuno o di centootto grani, perché "era divisibile più volte in multipli e sottomultipli". Sommerso da questa valanga di parole in inglese, Kim colse il senso generale del discorso, che lo interessò molto. Ecco un nuovo mestiere che si poteva apprendere; e osservando il vasto mondo dispiegarglisi davanti, gli parve che più un uomo sa e meglio è per lui.
Disse il babu, dopo aver parlato per un'ora e mezzo: "Spero un giorno di conoscerla ufficialmente. Ad interim, se mi si concede l'espressione, le darò questa scatola di betel, che è un articolo di grande valore e mi è costato due rupie solo quattro anni fa". Era un oggetto dozzinale, di ottone, a forma di cuore, con tre scomparti per portare l'eterna noce di betel, la polvere di calce e la foglia di pan; ma era pieno di tubetti di pastiglie.
"Questo è un premio per la sua abilità nella rappresentazione del santone. Vede, lei è così giovane da pensare che vivrà per sempre e non dovrà avere cura del suo corpo. È una vera seccatura ammalarsi quando si sta lavorando. Fra l'altro, ho una passione per i farmaci, e sono utili anche per curare la povera gente. Questi sono ottimi medicinali del dipartimento... chinino e così via. Glieli regalo come ricordo. E ora arrivederci. Ho urgenti affari personali da queste parti".
Scivolò fuori silenzioso come un gatto sulla strada di Umballa, fermò con un gesto un ekka di passaggio, e il veicolo lo portò via tintinnando, mentre Kim, senza parole, stringeva fra le mani la scatola per il betel.
La carriera scolastica di un ragazzo interessa solo i suoi genitori e, come sapete, Kim era orfano. Sta scritto sui registri di San Saverio in Partibus che un resoconto dei suoi progressi veniva inviato alla fine di ogni trimestre al colonnello Creighton e a padre Victor, dalle cui mani giungevano puntuali i pagamenti per la retta. Si riferisce inoltre in quegli stessi registri che Kim mostrava grande attitudine per la matematica e la cartografia, e che ottenne un premio (La vita di Lord Lawrence, legatura di cuoio, due volumi, nove rupie e otto anna) per buon profitto in queste materie; e quello stesso trimestre, all'età di quattordici anni e dieci mesi, giocò nella squadra di San Saverio contro l'Allyghur Mohammedan College. Più o meno nello stesso periodo fu anche rivaccinato (da questo possiamo dedurre che c'era stata un'altra epidemia di colera a Lucknow). Annotazioni a matita sul margine di un vecchio registro informano che venne punito diverse volte per "essersi intrattenuto con persone sconvenienti", e pare che una volta venne sottoposto a un severo castigo per "essersi assentato un giorno intero in compagnia di un mendicante di strada". Quella volta aveva scavalcato il cancello e per tutta la giornata, lungo le rive del Goomtee, aveva supplicato il lama di poterlo accompagnare sulla strada per le successive vacanze... per un mese... almeno per una settimana; e il lama era stato adamantino nell'opporsi a tali richieste, sostenendo che il tempo non era ancora giunto. Il dovere di Kim, disse il vecchio mentre mangiavano insieme dei dolci, era di ricevere tutta la saggezza dei sahib; solo allora lui avrebbe deciso. La mano dell'amicizia doveva avere comunque allontanato la frusta della calamità, poiché, a quanto pare sei settimane più tardi Kim superò gli esami di rilevamento topografico elementare "con menzione d'onore", all'età di quindici anni e otto mesi. Da quella data i registri tacciono. Il suo nome non compare nell'elenco degli aspiranti a un posto nell'amministrazione dell'India, ma accanto ad esso spiccano le parole "congedato per motivi di servizio".
Per diverse volte, in quei tre anni, al Tempio dei Tirthankara a Benares fece la sua apparizione il lama, un po' più magro, un tantino più giallo, ma gentile e puro come sempre. A volte veniva da sud, ancora più a sud di Tuticorin, da dove i portentosi piroscafi partono per Ceylon, dove ci sono preti che conoscono il pali; a volte dall'ovest umido e verde e dalle migliaia di ciminiere di fabbriche tessili che circondano Bombay, e una volta da nord, dopo aver percorso ottocento miglia andata e ritorno per parlare un giorno con il Custode delle Immagini alla Casa delle Meraviglie. Con passo lento e maestoso entrava nella sua fresca cella di marmo (i preti del tempio erano buoni con il vecchio), si scuoteva la polvere del viaggio, diceva le sue preghiere, e ripartiva per Lucknow, ormai abituato agli usi del treno, in un vagone di terza classe. Quando tornava, tutti notavano, come fece rilevare il suo amico Cercatore al capo dei sacerdoti, che per qualche tempo cessava di lamentarsi per la perdita del suo Fiume o di tracciare quadri fantastici della Ruota della Vita, ma preferiva invece parlare della bellezza e della maturità di un certo chela misterioso che nessuno al tempio aveva mai visto. Sì, aveva seguito le orme dei Piedi Benedetti per tutta l'India. (Il direttore del museo possiede ancora uno stupefacente resoconto dei suoi giri e delle sue meditazioni). Non gli restava altro da fare nella vita che trovare il Fiume della Freccia. Ma nei sogni gli era apparso chiaro che questa impresa non avrebbe avuto la minima probabilità di successo se il Cercatore non avesse avuto con sé proprio quel chela designato per condurre l'evento a un esito felice, e dotato di una grande saggezza una saggezza come quella che hanno i canuti Custodi delle Immagini. Al proposito (e a questo punto estraeva la sua tabacchiera, e i cortesi preti di Jain subito si ammutolivano): "...Tanto e tanto tempo fa, quando Devadatta era re di Benares - ascoltate voi tutti il Jâtaka! - un elefante venne catturato e tenuto prigioniero per un certo tempo dai cacciatori del re e, prima che riuscisse a liberarsi, intorno alla sua zampa venne stretto un anello di ferro. Con l'odio e la rabbia nel cuore cercò di strapparselo via e, correndo su e giù per le foreste, supplicava gli altri elefanti perché glielo spezzassero. Uno a uno, con le loro forti proboscidi, tentarono e fallirono. E giunsero infine alla conclusione che l'anello non poteva essere rotto da nessun potere animale. E intanto in un boschetto giaceva, ancora umido delle acque della nascita, un Elefantino del branco che aveva solo un giorno e la cui madre era morta. L'elefante incatenato, dimenticando la propria infelicità, disse, "Se non aiuto questo piccolo, morirà sotto le nostre zampe". E così si erse sopra l'elefantino, e le sue zampe furono bastioni contro il lento movimento incerto del branco; e chiese latte a una mucca generosa, e il piccolo crebbe, e l'elefante incatenato fu la sua guida e la sua difesa. Ora l'età di un elefante - ascoltate tutti il Jâtaka! - è di trentacinque anni al momento della sua piena maturità, e per trentacinque Piogge l'elefante incatenato accudì il più giovane, e per tutto quel tempo l'anello gli penetrava nella carne. Poi un giorno l'elefante giovane vide il metallo seminascosto, e rivolgendosi al più vecchio chiese, "Cos'è questo?";"È la mia pena perenne", rispose quello che lo aveva accudito. Allora l'altro tese la sua proboscide e in un batter d'occhio tolse l'anello dicendo, "È giunto il tempo". Così, il virtuoso elefante che aveva atteso con pazienza e aveva compiuto atti di bontà venne liberato, al momento designato, da quello stesso piccolo che aveva prescelto per il suo affetto - ascoltate tutti il Jâtaka! - perché l'elefante era Ananda, e il Cucciolo che poi ruppe l'anello altri non era che Nostro Signore...".
E a questo punto il lama scuoteva benevolo il capo, e accompagnato dall'eterno clicchettio del rosario faceva notare come quel giovane elefante fosse immune dal peccato di orgoglio. Era umile come un chela che, vedendo il suo maestro seduto nella polvere fuori dai Cancelli del Sapere, aveva scavalcato quei cancelli (sebbene fossero chiusi) e aveva stretto al cuore il suo maestro davanti alla città orgogliosa. E ricca sarebbe stata la ricompensa per quel maestro e per quel chela, quando fosse giunto il tempo di cercare insieme la verità!
Così parlava il lama, andando su e giù per l'India, lieve come un pipistrello. Una vecchia dalla lingua tagliente in una casa in mezzo ai frutteti vicino a Saharunpore lo onorava come la donna onorò il profeta, ma il suo alloggio non era in cima a un muro. In un appartamento sul cortile sorvegliato da colombe tubanti il lama sedeva, mentre la donna accantonava l'inutile velo e chiacchierava di spiriti e demoni di Kulu, di nipoti non nati, e del monello dalla lingua sciolta che le aveva parlato al posto di ristoro. Una volta il lama si era anche spinto da solo, deviando dalla Grand Trunk Road poco oltre Umballa, fino a quello stesso villaggio dove il prete aveva cercato di drogarlo ma il dolce paradiso che protegge i lama lo mandò al crepuscolo attraverso i campi, assorto e fiducioso, fino alla porta del vecchio soldato indigeno. E qui doveva essere accaduto un grosso equivoco, perché il vecchio chiese al lama come mai l'Amico delle Stelle fosse passato di lì solo sei giorni prima.
"Non può essere", disse il lama. "È tornato fra la sua gente".
"Era seduto in quell'angolo e ha raccontato un sacco di storie buffe solo cinque sere fa", insistette il padrone di casa. "In effetti, è scomparso piuttosto all'improvviso all'alba dopo aver chiacchierato di sciocchezze con mia nipote. Cresce presto ma è lo stesso Amico delle Stelle che mi aveva portato la notizia della guerra. Vi siete separati?"
"Sì... e no", replicò il lama. "Noi... non ci siamo del tutto separati, ma non è ancora giunto il tempo per noi di prendere insieme la Strada. Sta acquistando sapienza altrove. Dobbiamo attendere".
"D'accordo... ma se quello non era il ragazzo, com'è che ha parlato continuamente di te?"
"E cos'ha detto?", chiese ansioso il lama.
"Parole affettuose... centomila parole affettuose... che tu sei per lui come padre e madre, e cose del genere. Peccato che non entri al servizio della Regina. Non conosce la paura".
Questa notizia colpì il lama, che non sapeva con quale scrupolo Kim si attenesse al contratto stipulato con Mahbub Ali e ratificato per forza di cose dal colonnello Creighton.
"Non c'è modo di tenere il puledro fuori dal gioco", disse il mercante di cavalli quando il Colonnello gli fece notare che questi vagabondaggi su e giù per l'India durante le vacanze erano assurdi. "Se gli si vieta di andare avanti e indietro come piace a lui, non balera affatto al divieto. E allora, chi lo prende più? Colonnello sahib, solo una volta in mille anni nasce un cavallo così adatto al gioco come il nostro puledro. E noi abbiamo bisogno dl uomini".