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Kim/5

 

 

CAPITOLO X

 

 

 

Troppo fermo è rimasto quel terzuolo, sire. Non è da nido,

ma un falco di passaggio calato qui prima della cattura

e libero e audace nei suoi voli. In fede, fosse mio

(com'è mio il guanto che lo trattiene e che dilania)

lo farei volare con un falco maestro. È forte,

e ben piumato, capace e resistente...

dategli il cielo per cui Dio lo ha fatto,

e cosa potrà più togliergli l'aria?

                                                           Commedia Antica

 

            Le parole di Lurgan sahib non furono così dirette, ma il suo parere coincise con quello di Mahbub; e il risultato fu positivo per Kim. Ora aveva abbastanza buon senso da non allontanarsi da Lucknow vestito da indigeno, e se Mahbub era raggiungibile con una lettera, si dirigeva al suo accampamento, ed effettuava la propria trasformazione sotto lo sguardo circospetto del pathan. Se il piccolo astuccio dei colori per i rilevamenti, che Kim usava a scuola per tinteggiare le mappe, avesse avuto la lingua per raccontare le sue imprese durante le vacanze, il ragazzo avrebbe rischiato l'espulsione. Una volta andò con Mahbub fino alla splendida città di Bombay, con tre vagoni carichi di cavalli per i tram, e Mahbub quasi si sciolse dalla commozione quando Kim propose di attraversare con un dhow l'Oceano Indiano per comprare stalloni arabi del Golfo, perché aveva saputo da un uomo al seguito del mercante Abdul Rahman che avrebbero fruttato prezzi più alti dei semplici afgani.

            Intinse la mano nel piatto insieme a quel gran mercante quando Mahbub e altri correligionari furono invitati a un gran pranzo per l'Haj. Ritornarono via mare passando da Karachi, e qui Kim provò per la prima volta il mal di mare, seduto alla prua di una nave da cabotaggio e convintissimo di essere stato avvelenato. La famosa vilegiata medica del babu si rivelò inefficace, sebbene Kim l'avesse rifornita a Bombay. Mahbub aveva affari da sbrigare a Quetta, e là Kim, come ammise anche Mahbub, si guadagnò il pane, e forse qualcos'altro, passando quattro giorni curiosi come sguattero in casa di un grasso sergente del Commissariato, dal cui archivio, in un momento propizio, sottrasse un piccolo libro mastro di pergamena - in apparenza trattava solo di compravendita di bestiame e di cammelli - che ricopiò alla luce della luna, steso dietro un capanno del giardino, nel corso di un'unica, torrida notte. Poi ripose il libro al suo posto e, su ordine di Mahbub, lasciò quel posto senza farsi pagare, quindi raggiunse il mercante a qualche miglio di distanza sulla strada, la copia nascosta sul petto.

            "Quel soldato è un pesce piccolo", spiegò Mahbub Ali, "ma col tempo prenderemo quelli grossi. Lui si limita a vendere buoi a due prezzi - uno per sé e uno per il Governo - il che, a mio modo di vedere, non e un peccato".

            "Perché non potevo semplicemente portare via il libro?"

            "In questo modo si sarebbe spaventato, e l'avrebbe detto al suo capo. E così forse avremmo perso un bel numero di fucili nuovi che cercano di passare da Quetta su verso il nord. Il Gioco è così grande che se ne vede solo un poco alla volta".

            "Oh!", fece Kim, e rimase zitto. Questo accadde durante le vacanze del monsone, dopo che Kim aveva riportato il premio in matematica. Le vacanze di Natale le trascorse - sottraendo dieci giorni ai suoi svaghi personali - con Lurgan sahib, dove passò la maggior parte del tempo seduto davanti a un crepitante fuoco di legna - la strada dello Jakko era sprofondata in più di un metro di neve quell'anno - e aiutò Lurgan a infilare perle perché il piccolo indù era andato via per sposarsi. Lurgan fece imparare a Kim interi capitoli del Corano a memoria, finché fu in grado di recitarli con lo stesso ritmo e la cadenza di un mullah. Inoltre spiegò a Kim i nomi e le proprietà di molte droghe indigene, e le formule più appropriate da recitare al momento della somministrazione. La sera scriveva incantesimi sulla cartapecora, elaborati pentagrammi sormontati dai nomi di diavoli - Murra e Awan il Compagno dei Re - e scritti con una bizzarra grafia agli angoli. Più concretamente, diede consigli a Kim circa la cura del proprio corpo, la terapia per gli accessi di febbre, e i semplici rimedi della Strada. Una settimana prima del suo ritorno, il colonnello Creighton sahib - e in questo fu scorretto - mandò a Kim un esame scritto che riguardava esclusivamente misure e angoli. Nelle vacanze successive andò in giro con Mahbub, e qui, fra l'altro, quasi morì di sete, arrancando in mezzo alla sabbia a dorso di cammello verso la misteriosa città di Bikaneer, dove i pozzi sono profondi più di cento metri, e costeggiati ovunque da ossa di cammello. Non fu un viaggio divertente dal punto di vista di Kim perché - in spregio al contratto - il colonnello gli ordinò di fare una mappa di quella città murata e impenetrabile; e dato che non è normale che gli aiuto-stallieri o i piccoli servitori maomettani si portino gli strumenti di misurazione in giro per la capitale di uno stato indigeno indipendente, Kim fu costretto a calcolare tutte le distanze con i passi e l'aiuto di un rosario. Per i suoi rilevamenti si servì all'occorrenza della bussola - al buio soprattutto, dopo che i cammelli avevano mangiato - e grazie alla sua scatoletta di colori che conteneva sei tinte e tre pennelli, riuscì a fare qualcosa di non molto dissimile dalla città di Jeysalmir. Mahbub rise a crepapelle, e gli consigliò di preparare anche un rapporto scritto; e sul retro del grosso registro che veniva conservato sotto il risvolto della sella preferita di Mahbub, Kim si mise al lavoro.

            "Deve contenere tutto quello che hai visto, o toccato, o pensato. Scrivi come se lo Jang-i-Lat sahib in persona fosse venuto di sorpresa con un grande esercito per ingaggiare battaglia".

            "Un esercito quanto grande?"

            "Oh, mezzo lakh di uomini".

            "Una pazzia! Pensa ai pozzi, com'erano pochi e semiasciutti nella sabbia. Neanche mille uomini assetati riuscirebbero a farcela".

            "Allora scrivilo, e parla di tutte le vecchie brecce nelle mura e del luogo dove si prende la legna da ardere, e dell'umore e dell'atteggiamento del Re. Io resto qui finché non avrò venduto tutti i miei cavalli. Prenderò in affitto una stanza vicino alla porta d'ingresso della città, e tu sarai il mio contabile. C'è una buona serratura alla porta".

            Il rapporto, nell'inconfondibile grafia di San Saverio, con la mappa impiastricciata di marrone, di giallo e di celeste, era ancora reperibile qualche anno fa (un impiegato distratto l'aveva catalogata insieme agli appunti della seconda indagine di E.23 sul Seistan), ma adesso i caratteri a matita saranno quasi illeggibili. Kim la tradusse a Mahbub, sudando alla luce di una lampada a petrolio, il secondo giorno del loro viaggio di ritorno. Il pathan si alzò e si chinò sulle sue bisacce screziate.

            "Lo sapevo, che valeva un abito di gala, e ne avevo già preparato uno", disse sorridendo. "Fossi Amir dell'Afghanistan (e un giorno o l'altro potremmo andarlo a trovare), ti riempirei d'oro". Cerimoniosamente stese gli indumenti ai piedi di Kim. C'era un turbante ricamato d'oro di Peshawar, con una punta a cono, e una grande fascia che terminava in una larga frangia dorata. C'era un panciotto ricamato di Delhi, da indossare sopra una camicia color latte, che si stringeva a destra, ampia e fluttuante; brache verdi con un cordone intrecciato di seta intorno alla vita; e poiché non mancasse proprio nulla, babbucce di cuoio di Russia, con un profumo divino e arroganti punte rivolte all'insù.

            "Indossare abiti nuovi di mercoledì, al mattino, è di buon auspicio", disse solennemente Mahbub. "Ma non dobbiamo dimenticare i malvagi che allignano in questo mondo. Quindi...".

            E completò tutta questa magnificenza, che già aveva mozzato di gioia il respiro di Kim, con una pistola automatica calibro 450, nichelata e rivestita di madreperla.

            "Avevo pensato a qualcosa di più piccolo, ma poi ho pensato che con questa si usano le pallottole del Governo. E quelle si trovano ovunque... soprattutto oltre il Confine. Ora alzati e lascia che ti guardi!". Diede un colpetto sulla spalla a Kim. "Che tu non sia mai stanco, pathan! Oh, quanti cuori spezzerai! Quanti occhi ti guarderanno di sottecchi!". Kim piroettò, tese le punte dei piedi, si irrigidì, e tastò meccanicamente i baffetti che erano appena spuntati. Poi si inchinò ai piedi di Mahbub per ringraziarlo come si conveniva, battendo rapido le mani, il cuore troppo pieno per consentirgli di parlare. Mahbub lo prevenne e lo abbracciò.

            "Figlio mio", disse, "che bisogno c'è di parole fra noi? Ma questa pistola non è una vera delizia? Le cartucce escono tutte insieme con un semplice movimento della mano Va portata sul petto, a contatto con la pelle che la tiene, in certo modo sempre oliata. Non metterla mai in un altro posto, e se Dio vorrà, un giorno o l'altro ucciderai un uomo con questa pistola".

            "Hai mai!", disse Kim mestamente. "Se un sahib uccide un uomo lo lasciano a marcire in prigione".

            "È vero, ma un passo fuori dal Confine, gli uomini sono più saggi. Mettila via, ma prima caricala. A cosa serve una pistola scarica?"

            "Quando tornerò alla madrissah, dovrò restituirla. Là non è permesso tenere pistole. La terrai tu per me?"

            "Figliolo, sono stanco di quella madrissah dove prendono i migliori anni della vita di un uomo per insegnargli quello che può imparare solo lungo la Strada. La follia dei sahib non ha fine. Non importa. Forse il tuo rapporto scritto ti eviterà di prolungare la tua reclusione; e Dio sa se abbiamo bisogno di un numero sempre maggiore di uomini nel Gioco".

            Marciarono, a mascelle serrate contro il turbinio della sabbia, attraverso il deserto di sale fino a Jodhpore, dove Mahbub e il suo aitante nipote Habib-Ullah conclusero molti affari, poi tristemente, in abiti europei che gli stavano rapidamente diventando troppo stretti, Kim tornò in seconda classe a San Saverio. Tre settimane dopo, il colonnello Creighton mentre chiedeva il prezzo di alcuni pugnali magici tibetani nella bottega di Lurgan, dovette affrontare l'aperta rivolta di Mahbub Ali. Lurgan sahib copriva il ruolo di riserva.

            "Il pony è pronto, rifinito, addestrato e acuto, sahib! D'ora in poi, giorno dopo giorno, perderà tutte le sue doti se viene tenuto legato. Allentagli la briglia sul collo e lascialo andare", disse il mercante di cavalli. "abbiamo bisogno di lui".

            "Ma è così giovane, Mahbub... non ha più di sedici anni, vero?"

            "Quando avevo quindici anni, avevo già ucciso un uomo e ne avevo procreato un altro, sahib".

            "Vecchio pagano impenitente". Kripton si girò verso Lurgan. La barba nera annuì alla saggezza della barba tinta di rosso dell'afgano.

            "Io lo avrei utilizzato già da molto tempo", disse Lurgan.

            "Più sono giovani e meglio è. Per questo faccio sorvegliare i miei gioielli più preziosi da un bambino. Me lo avete mandato perché lo provassi. L'ho provato in ogni modo: e il solo ragazzo cui non sia riuscito a far vedere le cose".

            "Nella sfera di cristallo... nelle macchie d'inchiostro?", si informò Mahbub.

            "No. Sotto la mia mano, come vi ho detto. Non era mai successo prima. Significa che è forte abbastanza, ma lei, colonnello Creighton, pensa che sia una sciocchezza... far fare a una persona tutto quello che vuole. E quello è successo tre anni fa. Da allora gli ho insegnato molto, colonnello Creighton. Ma ora penso che lei lo stia sprecando".

            "Mmm! Forse avete ragione. Ma come sapete, attualmente non c'è lavoro per lui al Servizio".

            "Che vada in giro, libero", lo interruppe Mahbub. "Chi si aspetta che un puledro porti subito carichi pesanti? Che corra con le carovane come i nostri giovani cammelli bianchi, alla ventura. Lo prenderei con me, ma..."

            "C'è una piccola faccenda in cui potrebbe essere di grande utilità... al sud", disse Lurgan con un tono particolarmente soave, abbassando le pesanti palpebre azzurrate.

            "E.23 ha tutto in pugno", disse brusco Creighton. "Non deve andare laggiù. E poi, non parla turco".

            "Basterà solo dirgli la forma e l'odore delle lettere che vogliamo e le riporterà indietro", insistette Lurgan.

            "No. Quello è un lavoro da uomini", disse Creighton.

            Era una faccenda contorta, riguardante uno scambio epistolare clandestino e incandescente fra una persona che sosteneva di essere la massima autorità mondiale in materia di religione musulmana, e un giovane membro di una casa reale che era stato punito per avere rapito alcune donne in territorio britannico. L'arcivescovo musulmano era stato enfatico e molto arrogante; il giovane principe era semplicemente irritato per la limitazione dei suoi privilegi, ma non c'era bisogno che continuasse una corrispondenza che un giorno avrebbe potuto comprometterlo. Una lettera in effetti era già stata sottratta, ma colui che l'aveva trovata era stato rinvenuto morto sul bordo di una strada vestito da mercante arabo, come E.23, che aveva assunto l'incarico, aveva debitamente riferito.

            Questi fatti, e altri che non è il caso di rendere pubblici, inducevano Mahbub e Creighton a scuotere la testa in segno di disaccordo.

            "Che vada in giro con il suo lama rosso", disse il mercante di cavalli con sforzo evidente. "È molto affezionato a quel vecchio. Per lo meno, imparerà a misurare i passi con il rosario".

            "Ho avuto a che fare con il vecchio... per lettera", disse il colonnello Creighton sorridendo fra sé. "Dove va?"

            "Su e giù per il paese, come ha fatto in questi tre anni. Cerca un Fiume di Guarigione. Che Dio maledica tutti...", Mahbub si trattenne. "Dorme al Tempio dei Tirthankara o a Buddh Gaya quando non è sulla Strada. Poi va a vedere il ragazzo alla madrissah, e lo sappiamo perché il ragazzo è stato punito due o tre volte per questo. È tutto matto, ma è un uomo pacifico. L'ho incontrato. Anche il babu ha avuto a che fare con lui. Lo teniamo d'occhio da tre anni. I lama rossi non sono così comuni in India che se ne possano perdere le tracce".

            "I babu sono davvero strani", disse pensoso Lurgan. "Sapete quello che vuole davvero Hurree babu? Vuole diventare membro della Royal Society grazie ai suoi lavori di etnologia. Io gli ho detto, come ho detto a lei, tutto quello che Mahbub e il ragazzo mi avevano raccontato. E Hurree babu è corso a Benares... a sue spese, credo".

            "Io credo di no", disse asciutto Creighton. Aveva pagato le spese di viaggio di Hurree, mosso da un'acutissima curiosità di sapere chi poteva essere il lama.

            "E si è rivolto al lama per informazioni sul lamaismo, danze del diavolo, e incantesimi e sortilegi, parecchie volte in questi tre anni. Vergine Santa! Avrei potuto dirgli io le stesse cose secoli fa. Penso che Hurree babu si stia facendo troppo vecchio per la Strada. Gli piace di più raccogliere informazioni sugli usi e i costumi. Sì, vuole essere F.R.S.".

            "Hurree ha una buona opinione del ragazzo, mi pare".

            "Oh, buonissima... abbiamo trascorso qualche serata davvero piacevole su da me... ma penso che sarebbe un peccato sprecarlo con Hurree sul versante etnologico".

            "Non come prima esperienza. E tu cosa pensi, Mahbub? Lasciamo che il ragazzo scorrazzi con il lama per sei mesi. Dopodiché vedremo. Intanto si farà un po' di esperienza".

            "Ne ha già di esperienza, sahib; come un pesce controlla l'acqua in cui nuota. L'importante comunque e toglierlo dalla scuola".

            "Benissimo, allora", disse Creighton quasi parlasse fra sé.

            "Può andare con il lama, e se a Hurree babu non dispiace tenerli un po' d'occhio, tanto di guadagnato. Il lama non porterà il ragazzo in situazioni pericolose come farebbe Mahbub. Bizzarro... il suo desiderio di essere F.R.S. Ma anche molto umano. È davvero molto bravo sul versante etnologico... Hurree".

            Nessuna somma di denaro, nessuna promozione avrebbero distolto Creighton dal suo lavoro al Servizio sull'India, ma anche nel profondo del suo cuore covava l'ambizione di scrivere "F.R.S." dopo il suo nome. Conosceva onori che si potevano ottenere con la furbizia e l'aiuto di amici, ma a quanto sapeva, nulla tranne il lavoro - studi che rappresentavano una vita di lavoro - davano a un uomo l'accesso alla Royal Society che da anni ormai Creighton bombardava di monografie su strani culti asiatici e tradizioni ignote. Nove individui su dieci fuggirebbero per non morir di noia da una serata della Royal Society; ma Creighton era il decimo, e a tratti il suo spirito anelava a quelle stanze affollate nella tranquilla Londra, dove gentiluomini dai capelli d'argento o dalla testa calva, che nulla sapevano dell'esercito, si aggiravano fra esperimenti spettroscopici, piante minori della gelida tundra, misuratori elettrici di volo, e apparecchi per affettare in frazioni di millimetro l'occhio sinistro della zanzara femmina. Per diritto e per logica, avrebbe dovuto essere attirato semmai dalla Royal Geographical, ma gli uomini sono imprevedibili come i bambini nella scelta dei loro giocattoli. Così Creighton sorrise, e pensò ancora meglio del babu, accomunato a lui da una stessa aspirazione.

            Posò il pugnale e guardò Mahbub.

            "Quando dobbiamo prelevare il puledro dalla stalla?", disse il mercante di cavalli, leggendogli nel pensiero.

            "Mmm. Se lo ritiro adesso con un ordine... cosa pensi che farà? Non ho mai assistito all'istruzione di un tipo simile".

            "Verrà da me", disse pronto Mahbub. "Lurgan sahib e io lo prepareremo per la Strada".

            "E sia, allora. Per sei mesi il ragazzo potrà scorrazzare come vuole; ma chi sarà il suo garante?"

            Lurgan chinò lievemente il capo. "Non dirà niente, se è di quello che ha paura, colonnello Creighton".

            "È solo un ragazzo, in fin dei conti".

            "Sì. Ma, primo, non ha niente da dire; e, secondo, sa cosa succederebbe. E poi, è molto affezionato a Mahbub, e un po' anche a me".

            "Prenderà una paga?", domandò pratico il mercante di cavalli.

            "Solo il necessario per vitto e bevande. Venti rupie al mese".

            Uno dei vantaggi del Servizio Segreto è che non ha una revisione contabile troppo meticolosa. I mezzi a disposizione sono ridicoli, naturalmente, ma i fondi vengono amministrati da persone che non sono tenute a richiedere ricevute o a presentare conti particolareggiati. Gli occhi di Mahbub si illuminarono di un amore per i soldi quasi pari a quello di un sikh. Perfino il volto impassibile di Lurgan cambiò espressione. Pensò agli anni a venire, quando Kim avrebbe preso parte al Grande Gioco che non cessa mai, giorno e notte, per tutta l'India. Prevedeva che grazie al suo pupillo gli sarebbero derivati onore e meriti presso una cerchia ristretta ma prestigiosa. Era stato Lurgan sahib a fare di E.23 quello che era, da un giovanotto della provincia nord occidentale, sprovveduto, impertinente e bugiardo.

            Ma la gioia dei suoi maestri fu pallida e sfumata rispetto alla gioia di Kim, quando il rettore di San Saverio lo chiamò da parte, per comunicargli che il colonnello Creighton lo aveva mandato a prendere.

            "Mi pare di capire, O'Hara, che il Colonnello le abbia trovato un posto come assistente nell'Ufficio del Canale: questo è il frutto della sua scelta di studiare matematica. È una grande fortuna per lei, dal momento che ha solo diciassette anni; ma come naturalmente comprenderà, non diventerà pukka (permanente) finché non passerà gli esami d'autunno. Così non pensi di andare nel vasto mondo per darsi alla bella vita, o di avere la fortuna in tasca. Ha ancora molto lavoro davanti. Pensi però che, se riesce a diventare pukka, potrà arrivare a quattrocentocinquanta al mese". Dopodiché il rettore gli diede ottimi consigli di comportamento, maniere e morale; e altri, suoi maggiori di età, cui non era toccato un buon impiego, parlarono, come solo i ragazzini anglo-indiani sanno fare, di favoritismi e di corruzione. Il giovane Cazalet, il cui padre era pensionato a Chunar, giunse a insinuare apertamente che l'interesse del colonnello Creighton per Kim era direttamente paterno; e Kim, invece di rispondere per le rime, preferì non aprir bocca. Pensava all'immenso divertimento che gli si parava dinanzi, alla lettera di Mahbub arrivata il giorno prima, scritta nitidamente in inglese, che gli dava appuntamento per quello stesso pomeriggio in una casa il cui solo nome avrebbe fatto rizzare i capelli sulla testa del rettore per il raccapriccio...

            Disse Kim a Mahbub alla stazione ferroviaria di Lucknow quella sera, accanto alle bilance dei bagagli, "aveva paura che alla fine il tetto mi sarebbe crollato addosso e mi avrebbe tradito. È davvero tutto finito, padre mio?".

            Mahbub schioccò le dita per dimostrare quanto fosse irrevocabile quella fine, e i suoi occhi risplendettero come carboni ardenti.

            "Allora dove è la pistola, che io la possa portare?"

            "Piano! Hai sei mesi per correre senza cavezze. È quanto ho ottenuto dal colonnello Creighton sahib. A venti rupie al mese. Il vecchio Cappello Rosso sa che stai arrivando".

            "Ti pagherò un dustoorie (una commissione) sulla mia paga per tre mesi", disse solenne Kim. "Sì, due rupie al mese. Ma prima dobbiamo sbarazzarci di questi". Diede uno strattone ai suoi sottili pantaloni di lino e si tirò il colletto. "Ho portato con me tutto quello che ci vuole per la Strada. Il mio baule è stato recapitato a Lurgan sahib".

            "Che ti manda i suoi salaam... sahib".

            "Lurgan sahib è un uomo molto intelligente. Ma tu cosa fai?"

            "Io vado di nuovo al nord, per il Grande Gioco. E che altro? E tu, sei ancora deciso a seguire il vecchio Cappello Rosso?"

            "Non dimenticare che è lui che ha fatto di me quello che sono... anche se lui non lo sa. Anno dopo anno, ha mandato il denaro per la mia istruzione".

            "Anch'io l'avrei fatto, se l'idea mi fosse venuta in questo testone duro", grugnì Mahbub. "Vieni via. I fanali sono accesi adesso, e nessuno farà caso a te nel bazar. Andiamo a casa di Huneefa".

            Lungo la strada, Mahbub gli impartì quel tipo di consigli che la madre di Lemuele diede al figlio, stranamente, fu molto puntiglioso nel sottolineare come Huneefa e le sue simili possano distruggere i re.

            "Io ricordo", citò maliziosamente, "un tale che ha detto,"Fidati di un serpente più che di una puttana, e di una puttana più che di un pathan, Mahbub Ali". Ora, a parte i pathan, che io rappresento qui, tutto questo e verissimo, e tanto più nel Grande Gioco, perché per colpa delle donne tutti i piani vanno in malora e finiamo all'alba con la gola tagliata. Come è successo a un tale...", e descrisse il fatto con i particolari più truculenti.

            "Allora perché...?". Kim si interruppe di fronte a una scala sudicia che saliva verso la calda oscurità di un appartamento al piano superiore, nel rione dietro il negozio di tabacchi di Azim

            Ullah. Quelli che conoscono questo luogo lo chiamano la Voliera, tanto è pieno di bisbiglii e di fischi e di cinguettii.

            La stanza, con i suoi cuscini sporchi e i narghilè lasciati a metà, puzzava orribilmente di tabacco stagnante. In un angolo era stravaccata una donna enorme e informe avvolta in veli verdastri, e ricoperta, sulla fronte, sul naso, alle orecchie, al collo, alle braccia, ai polsi e alle caviglie di pesanti gioielli indigeni. Quando si girò, il rumore fu come di pentole che sbattevano.

            Un gatto magro sul balcone fuori dalla finestra miagolò affamato. Kim diede un'occhiata, sconcertato, verso la tenda che fungeva da porta.

            "È questa la nuova merce?", disse Huneefa pigramente, neanche curandosi di togliere il bocchino dalle labbra. "Oh Buktanoo!", imprecava, come molte del suo genere, appellandosi ai Djinn, "oh Buktanoo! È proprio bello a vedersi".

            "Anche questo fa parte della vendita di un cavallo", spiegò Mahbub a Kim che rise.

            "Sono discorsi che sento da quando avevo sei giorni", replicò Kim accovacciandosi accanto alla luce. "E a cosa serve tutto questo?"

            "A proteggerti. Stasera ti cambieremo colore. Tutte queste notti a dormire sotto un tetto ti hanno sbianchito come una mandorla. Ma Huneefa ha il segreto di un colore che resiste. Non è tinta da un giorno o due. E inoltre, ti fortifichiamo contro i rischi della Strada. Questo è il mio regalo per te, figliolo. Togliti tutti gli oggetti di metallo che hai addosso e posali qui. Preparati, Huneefa".

            Kim estrasse la bussola, la vilegiata dei colori, e l'astuccio di medicine appena rifornito. Avevano accompagnato tutti i suoi viaggi, e con un atteggiamento tipico dei ragazzi li considerava come veri tesori.

            La donna si alzò lentamente e si mosse con le mani appena protese in avanti. Allora Kim si accorse che era cieca. "No, no" bofonchiò, "il pathan dice la verità, il mio colore non sbiadisce in una settimana o in un mese, e quelli che io proteggo sono sotto buona guardia".

            "Quando uno è solo e lontano, sarebbe un gran male se si coprisse d'improvviso di macchie come se gli fosse venuta la lebbra", disse Mahbub. "Quando eri con me, mi potevo occupare io della cosa. E poi, un pathan ha la pelle chiara. Spogliati fino alla vita e fai vedere come ti sei schiarito". Huneefa arrivò a tentoni da una stanza interna. "Non importa, lei non ti può vedere". Prese una ciotola di peltro dalla sua mano inanellata.

            La sostanza della tinta era azzurrognola e vischiosa. Kim ne provò un pochino sul polso con una pallina di cotone; ma Hunnefa lo sentì.

            "No, no", gridò, "non si fa così, ma ci vogliono le dovute cerimonie. La tintura è la parte meno importante. Io ti darò la piena protezione per la Strada".

            "Jadoo?(magia)", fece Kim con un mezzo sobbalzo. Non gli piacevano quegli occhi bianchi, incapaci di vedere. La mano di Mahbub sul suo collo lo fece piegare fino al suolo, il naso a pochi centimetri dalle tavole del pavimento.

            "Stai fermo. Non ti succederà nulla di male, figliolo. Che io possa morire!".

            Kim non vedeva quello che stava facendo la donna, ma sentì il tintinnio dei suoi gioielli per diversi minuti. Un fiammifero illuminò le tenebre; sentì il ben noto sfrigolio dei grani di incenso. Poi la stanza si riempì di fumo greve, aromatico, inebriante. Attraverso una crescente sonnolenza, sentì i nomi dei diavoli - di Zulbazan, figlio di Eblis, che vive nei bazar e nei parao, e gioca brutti scherzi nelle soste dei viaggi; di Dulhan, che si aggira invisibile intorno alle moschee, dimorando fra le babbucce dei credenti, e distoglie la gente dalle preghiere; e di Musboot, signore delle bugie e del panico. Huneefa, che ora gli sussurrava in un orecchio, e ora gli parlava come da una distanza immensa, lo toccava con dita orrendamente mollicce, ma la presa di Mahbub sul suo collo non si allentò fino a quando, abbandonandosi con un sospiro, il ragazzo perse i sensi.

            "Allah! Quanto ha lottato! Non ce l'avremmo mai fatta senza le droghe. È il suo sangue bianco, immagino", disse irritato Mahbub. "Vai avanti con il dawut (invocazione). Dagli una completa protezione".

            "O Tu che ascolti! O Tu che ascolti con le orecchie, intervieni: Ascoltami dunque!", mugolò Huneefa, gli occhi bianchi rivolti a occidente. La stanza buia si riempì di mugolii e di soffi.

            Dal balcone esterno, una corpulenta figura sollevò una testa rotonda a boccia e tossì nervosamente.

            "Non interrompere questa negromanzia ventriloqua, amica mia", disse in inglese. "Immagino che questo ti possa dar fastidio, ma nessun osservatore illuminato ne è minimamente sconvolto".

            "...Tramerò la loro rovina! O profeta, tollera gli infedeli Lasciali tranquilli per qualche tempo!". Il volto di Huneefa, rivolto verso nord, faceva smorfie orribili, ed era come se altre voci dal soffitto le rispondessero.

            Hurree babu tornò al suo quaderno di appunti, in bilico sul davanzale, ma la mano gli tremava. Huneefa, in un'estasi drogata, si contorceva avanti e indietro, seduta a gambe incrociate accanto alla testa immobile di Kim, e chiamava un diavolo dopo l'altro, nell'antico ordine del rituale, pregandoli di non interferire in nessuna azione del ragazzo.

            "Lui solo ha le chiavi delle Cose Segrete! Nessuno le conosce oltre a Lui. Conosce ciò che è in terra e ciò che è in mare.". Di nuovo esplosero le sibilanti risposte ultraterrene.

            "Mi... mi pare di capire che non si tratti di un'operazione perniciosa?", disse il babu, osservando i muscoli della gola vibrare e spostarsi, mentre Huneefa parlava in strane lingue.

            "Non... non è possibile che abbia ucciso il ragazzo? Se è così, rifiuto di testimoniare al processo... Qual era l'ultimo presunto diavolo citato?"

            "Babuji", disse Mahbub nella lingua locale. "Non ho nessun riguardo per i diavoli dell'India, ma i figli di Eblis sono ben altra cosa, e che siano jumalee (benigni) o jullalee (terribili), non amano i kafir".

            "Allora pensi che farei meglio ad andarmene?", disse Hurree babu, facendo il gesto di alzarsi. "Si tratta, naturalmente, di fenomeni di smaterializzazione. Spencer dice...".

            La crisi di Huneefa passò, come accade sempre in questi casi, con un parossismo di ululati, e un po' di bava alla bocca. Infine rimase stesa immobile accanto a Kim, e le folli voci cessarono.

            "Uaah! È fatta. Speriamo che il ragazzo ne cavi del bene, e Huneefa è indubbiamente una maestra di dawut. Aiutami a tirarla da un lato, babu. Non avere paura".

            "Come posso temere quello che non esiste?", disse Hurree babu, parlando in inglese per rassicurarsi. È tremendo provare terrore per la magia che si studia scientificamente, raccogliere esempi di folklore per la Royal Society con una fede ben radicata nelle Potenze delle Tenebre.

            Mahbub ridacchiò. Era già stato sulla Strada con Hurree. "Finiamo l'operazione della tintura", disse. "Il ragazzo è ben protetto se... se i Signori dell'Aria hanno orecchie per sentire. Io sono un sui (un libero pensatore), ma quando si trova il punto debole di una donna, uno stallone, un diavolo, perché farsi prendere a calci a tutti i costi? Portalo sulla strada, babu, e bada che il vecchio Cappello Rosso non ce lo faccia perdere d'occhio. Ora torno dai miei cavalli".

            "Va bene", disse Hurree babu. "Il ragazzo attualmente rappresenta uno spettacolo curioso".

            Al terzo canto del gallo, Kim si risvegliò dopo un sonno di mille anni. Huneefa, nel suo angolo, russava pesantemente, ma Mahbub era sparito.

            "Spero che lei non si sia spaventato", disse una voce melliflua al suo fianco. "Ho sovrinteso all'intera operazione, che è stata estremamente interessante dal punto di vista etnologico. È stato un dawut di alta classe".

            "Uh!", fece Kim riconoscendo Hurree babu che gli rivolgeva un sorriso propiziatorio.

            "E ho avuto anche l'onore di portarle da parte di Lurgan il suo attuale abbigliamento. Io non ho l'abitudine ufficialmente di trasportare simili fronzoli per i subordinati, ma", ridacchiò, "il suo caso è segnalato come eccezionale sui registri. Sperò che il signor Lurgan terrà conto di questa mia azione".

            Kim sbadigliò e si stiracchiò. Era piacevole potersi di nuovo muovere e girare in abiti ampi.

            "Cosa è questa roba?". Osservò con curiosità la stoffa pesante impregnata degli aromi del nord.

            "Oh! Questo è l'umile abito di un chela dedito al servizio lamaistico di un lama. Perfetto in ogni particolare", disse Hurree babu, trotterellando sul balcone per andarsi a sciacquare i denti da un orciolo. "Sono dell'opinione che non sia esattamente la stessa precisa religione del suo vecchio gentiluomo, ma piuttosto una sua sub-variante. La Asiatic Quarterly Review mi ha respinto delle note che ho inviato al riguardo. Ma è da notare come il vecchio gentiluomo in questione sia del tutto privo di religiosità. Non lo si può etichettare facilmente".

            "Lo conosce?"

            Hurree babu sollevò la mano per indicare che era impegnato nei rituali d'obbligo che accompagnano la pulizia dei denti e analoghe operazioni fra i bengalesi beneducati. Poi recitò in inglese una preghiera Arya-Somaj di natura teistica, e si riempì la bocca di pan e di betel.

            "Ooh, sì. L'ho incontrato diverse volte a Benares, e anche a Buddh Gaya, per interrogarlo su questioni religiose e sulla venerazione dei diavoli. È un perfetto agnostico... come me".

            Huneefa si mosse nel sonno, e Hurree babu sobbalzò nervosamente verso l'incensiere di rame, nero e sbiadito nella luce del mattino. Strofinò un dito sulla fuliggine che si era accumulata, e lo passò in diagonale sulla sua faccia.

            "Chi è morto in casa tua?", chiese Kim nella lingua locale.

            "Nessuno... ma quella fattucchiera... potrebbe avere il malocchio", rispose il babu.

            "E ora cosa fai?"

            "Ti metto sulla strada di Benares, se vai laggiù, e ti dico quello che Noi dobbiamo sapere".

            "Vado. A che ora parte il tr-reno?". Si alzò in piedi, si guardò attorno nella camera desolata e verso il volto cereo di Huneefa mentre il sole basso avanzava sul pavimento. "Hai i soldi per pagare quella strega?"

            "No. Lei ti ha fatto un incantesimo contro tutti i diavoli e tutti i pericoli... in nome dei suoi diavoli. È Mahbub che ha voluto farlo". Poi, in inglese: "È molto all'antica, io penso, a indulgere in queste superstizione. Si sa, questi sono tutti ventriloqui. Parlano con la pancia, eh?".

            Kim schioccò meccanicamente le dita per allontanare qualsiasi male (anche se Mahbub, ne era certo, non ne meditava nessuno) che avrebbe potuto insinuarsi nel corso del cerimoniale di Huneefa; e Hurree ridacchiò di nuovo. Ma attraversando la stanza, fece attenzione a non calpestare l'ombra irregolare e tozza di Huneefa sulle tavole del pavimento. Le streghe - quando sono invasate - possono afferrare i talloni dell'anima di un uomo che faccia una cosa del genere.

            "Ora deve ascoltarmi bene", disse il babu quando furono di nuovo all'aria fresca. "Queste cerimonie cui abbiamo assistito includono anche una scorta di amuleti utilissimi per quelli del nostro servizio. Se si tasta il collo, troverà un piccolo amuleto d'argento, molto dozzinale. Quello è nostro. Ha capito?"

            "Oh sì, hawa-dilli(un rincuorante)", disse Kim tastandosi il collo.

            "Hunnefa li fa per due rupie e sette anna con... oh, ogni sorta di esorcismo. Sono comunissimi, salvo che in parte sono smaltati di nero, e contengono una carta piena di nomi di santi locali e roba del genere. Questo è il lavoro di Huneefa, vede? Huneefa li fa solamente per noi, ma nel caso non fosse così quando li prendiamo, ci mettiamo dentro, prima di consegnargli, un pezzetto di turchese. È il signor Lurgan che ci dà le pietre. Non ci sono altre fonti di rifornimento; sono io che ho inventato tutto questo. Chiaro, è una cosa rigorosamente ufficiosa ma è comoda per i subordinati. Il colonnello Creighton non lo sa. Lui è europeo. Il turchese è avvolto nella carta... Sì, quella è la strada per la stazione... Ora supponiamo che lei vada con il lama, o con me, spero, un giorno o l'altro, o con Mahbub. Supponga che le capiti di trovarsi alle strette. Io sono una persona paurosa - molto paurosa - ma le dico che sono stato alle strette più volte di quanti capelli abbia sulla testa. Lei dirà, "Io sono Figlio della Magia". Così".

            "Non capisco bene. Non dovremmo parlare inglese qui".

            "Nessun problema. Io sono solo un babu che si dà delle arie parlando inglese con lei. Tutti noi babu parliamo inglese per darci delle arie", disse Hurree drappeggiandosi la stoffa sulla spalla con fare spigliato. "Come le stavo dicendo,"figlio della Magia" significa che potrebbe essere un membro della Sat Bhai, i Sette Fratelli, che è una società indiana e tantrica. Tutti pensano che sia estinta, ma io ho scritto un lavoro per dimostrare che è ancora operante. Come capirà, è tutta una mia invenzione. Be-enissimo. Sat Bhai ha molti membri, e forse prima che... bene-benissimo-ora-ti-tagliamo-la-gola, le daranno una possibilità di sopravivere. E questo è utile comunque. E per di più questi sciocchi indigeni, se non sono troppo eccitati, si fermano sempre a pensare prima di uccidere un uomo che dice di appartenere a una determinata organizzazione. Vede? Allora, quando è alle strette, lei dirà, "Io sono Figlio della Magia", e avrà - forse - una seconda possibilità. Questo si usa solo in casi estremi, o per avviare trattative con un estraneo. Mi segue? Be-enissimo. Ma adesso immagini che io, o un altro del servizio, venga da lei vestito in modo del tutto diverso. Lei non mi riconoscerebbe, se non fossi io a volerlo, ci scommetto. Un giorno glielo dimostrerò. Io vengo da lei come mercante ladakhi, o qualsiasi cosa, e le dico, "Vuoi comprare pietre preziose?". Lei mi risponde,"Ti sembro un uomo che compra pietre preziose?". E io dico,"Anche un uomo mo-olto povero può comprare un turchese o un tarkeean"".

 

            "Ma quello è kichree, curry di verdure", disse Kim.

            "Naturalmente. Lei dice, "Fammi vedere il tarkeean". E io rispondo, "Lo ha cotto una donna, e forse non va bene per la tua casta". E lei,"Non c'è casta che tenga, quando gli uomini vanno in... cerca di tarkeean". Si ferma un attimo fra le parole,"in... cerca". Qui sta tutto il segreto. La piccola pausa fra le parole".

            Kim ripeté la frase di prova.

            "Va benissimo. Allora se c'è tempo io le mostrerò il mio turchese, e lei saprà chi sono io, e allora ci scambieremo informazioni e documenti e via dicendo. E così sarà con chiunque di noi. A volte parliamo di turchesi e a volte di tarkeean, ma sempre con quella piccola pausa fra le parole. È facili-issimo. Primo, "Figlio della Magia", se si trova alle strette. Forse la può aiutare, forse no. Poi, quello che le ho detto del tarkeean, se vuole trattare questioni ufficiali con un estraneo. Naturalmente, per il momento, lei non ha questioni ufficiali. Lei è - ah! ah! - soprannumerario in prova. Esemplare assolutamente unico. Se fosse asiatico di nascita potrebbe essere immediatamente assunto; ma questi sei mesi di permesso servono per de-anglicizzarla, capisce? Il lama l'aspetta, perché l'ho informalmente informato che lei ha dato tutti gli esami, e presto avrà la nomina del Governo. Oho! Lei ha una sorta di indennità, capisce: per cui se le viene chiesto di aiutare i Figli della Magia, badi di non tirarsi indietro. E ora, caro amico, le dico arrivederci e spero che - ah! - riuscirà ad arrivare presti-issimo in vetta".

            Hurree babu fece uno o due passi indietro in mezzo alla folla all'ingresso della stazione di Lucknow e... sparì. Kim respirò profondamente e si tastò per tutto il corpo. Sentiva sul petto, sotto la tunica scura, la pistola nichelata; l'amuleto era appeso al collo; la bisaccia per la questua, il rosario e il pugnale magico (il signor Lurgan non aveva dimenticato proprio niente) erano tutti a portata di mano, con le medicine, la scatola dei colori e la bussola, e in un consunto borsellino ricamato con disegni a punte d'istrice era riposto un mese di paga. Un re non sarebbe stato più ricco. Comprò qualche dolce avvolto in una foglia da un venditore indù, e mangiò al colmo della gioia finché un poliziotto non gli ordinò di spostarsi dai gradini.

 

CAPITOLO XI

 

 

 

Se all'uomo poco adatto al suo mestiere

dai spade da lanciare e poi da riafferrare,

monete tintinnanti che deve riacchiappare,

uomini cui far male che deve poi curare,

serpenti da incantare e poi da lusingare...

dalle sue lame sarà ferito,

dalle sue serpi disubbidito,

dai gesti goffi verrà tradito,

da tutti infine verrà canzonato...

Non è così pel giocoliere nato.

Un pizzico di polvere o un fiore appassito,

un frutto caduto o un bastone imprestato,

ci vuole poco per la sua maestria,

per incantare e destare allegria!

                        Ma un uomo che..., op.l5

 

            Seguì una subitanea e naturale reazione.

            "Ora sono solo, tutto solo", pensò. "In tutta l'India non c'è nessuno solo come me! Se muoio oggi, chi porterà la notizia... e a chi? Se resto vivo e Dio è buono, ci sarà una taglia sulla mia testa perché io sono Figlio della Magia... io, Kim".

            Pochissimi bianchi, ma molti asiatici, sono capaci di sprofondare in una sorta di vertigine ripetendo più volte il loro nome e lasciando vagare la mente in una speculazione sulla propria identità personale. Quando una persona invecchia, questo potere di solito si perde, ma finché dura, si può impossessare di un uomo in qualsiasi momento.

            "Chi è Kim... Kim... Kim?".

            Era accoccata in un angolo della rimbombante sala d'aspetto, lontano da ogni altro pensiero, le mani intrecciate in grembo e le pupille contratte come punte di spillo. Sentiva che gli sarebbe bastato un minuto, un mezzo secondo per giungere alla soluzione di quel terribile enigma, ma come accade sempre in questi casi, la sua mente piombò da quelle altitudini con il tonfo di un uccello ferito, e passandosi la mano sugli occhi, scosse tristemente il capo.

            In quel momento un bairagi (un santone indù) dalla lunga chioma, che aveva appena comprato un biglietto, si fermò davanti a lui e lo scrutò intensamente.

            "Anch'io l'ho perso", disse malinconico. "È uno dei Cancelli per la Via, ma mi resta chiuso da molti anni".

            "Di cosa parli?", disse Kim confuso.

            "Tu vagavi dentro di te nel tentativo di capire cosa sia la tua anima. Sei stato colto alla sprovvista, lo so. E chi dovrebbe saperlo, se non io? Dove vai?"

            "A Kashi (Benares)".

            "Non ci sono dèi laggiù. Lo so per esperienza. Ora vado a Prayag (Allahabad) per la quinta volta... cerco la strada per l'Illuminazione. Di che fede sei?"

            "Anche io sono un cercatore", disse Kim usando una delle parole preferite del lama. "Anche se", per un attimo dimenticò il suo abbigliamento del nord, "anche se solo Allah sa quello che cerco".

            Il vecchio fece scivolare il bastone da bairagi sotto l'ascella e si sedette su un lembo rossastro di pelle di leopardo mentre Kim si alzava all'annuncio del treno per Benares.

            "Cammina con fiducia, fratellino", disse l'uomo. "La strada è lunga, per giungere ai piedi dell'Uno; ma laggiù noi tutti dobbiamo andare".

            Kim non si sentì troppo solo dopo queste parole, e prima di avere fatto venti miglia nello scompartimento stracolmo, aveva già rallegrato i suoi compagni con una sfilza di aneddoti mirabolanti circa le virtù magiche sue e del suo maestro.

            Benares lo colpì come una città particolarmente sudicia, anche se fu piacevole scoprire quanto venisse rispettato il suo abito. Almeno un terzo della popolazione prega di continuo uno o l'altro gruppo dei molti milioni di divinità, e così venera qualsiasi sant'uomo. Kim venne guidato al Tempio dei Tirthankara, a un miglio circa dalla città, vicino a Sarnath, da un agricoltore del Punjab incontrato casualmente, un kamboh proveniente dalle parti di Jullundur che si era rivolto inutilmente a tutti gli dèi del proprio villaggio per curare il suo bambino, e provava adesso Benares come ultima risorsa.

            "Vieni dal nord?", chiese, mentre si faceva largo a spintoni nella calca per le strade strette e maleodoranti, simile al toro preferito della sua fattoria.

            "Sì, conosco il Punjab. Mia madre era una pahareen ma mio padre veniva da Amritzar, vicino a Jandiala", disse Kim esercitandosi la lingua per le esigenze della Strada.

            "Jandiala...Jullundur? Oh! Ma allora si può dire che siamo quasi vicini". Annuì teneramente rivolto al piccolo che gli singhiozzava in braccio. "Di chi sei al servizio?"

            "Di un uomo molto santo al Tempio dei Tirthankara".

            "Sono tutti molto santi... e molto avidi", disse il jat colmo di amarezza. "Ho camminato fra tanti pilastri e ho battuto i templi fino ad avere i piedi gonfi, ma il bambino non è migliorato affatto. E anche la madre è malata... Zitto, piccolo. Gli abbiamo cambiato il nome quando gli è venuta la febbre. Lo abbiamo vestito da bambina. Non c'è nulla che non abbiamo fatto tranne... Io l'ho detto a sua madre, quando mi ha spedito qui a Benares... doveva venire con me... io l'avevo detto che sarebbe stato meglio il tempio di Sakhi Sarwar Sultan, per noi. La Sua generosità la conosciamo, ma questi dèi del sud ci sono sconosciuti".

            Il bambino si girò sul cuscino formato dalle grosse braccia muscolose e guardò verso Kim attraverso le palpebre pesanti.

            "Ed è stato tutto inutile?", chiese Kim con naturale interesse.

            "Tutto inutile, tutto inutile", disse il bambino, le labbra riarse dalla febbre.

            "Gli dèi gli hanno dato una mente pronta, almeno", disse orgoglioso il padre. "E pensare che ascoltava, e ha capito tutto. Il tuo tempio è laggiù. Vedi, io sono un pover'uomo, ho avuto a che fare con molti preti, ma mio figlio è mio figlio, e se un dono al tuo maestro lo può guarire... io non so proprio più cosa fare".

            Kim rifletté per un attimo, sprizzando orgoglio da tutti i pori. Tre anni prima avrebbe subito approfittato della situazione e poi avrebbe tirato diritto senza pensarci due volte, ma adesso, il rispetto stesso che il jat gli tributava, dimostrava che era diventato un uomo. E inoltre aveva provato sulla sua pelle una o due volte la febbre, e ne sapeva abbastanza da riconoscere i sintomi della denutrizione.

            "Chiamalo fuori e io mi impegno a dargli la mia migliore coppia di buoi, purché mi guarisca il bambino".

            Kim si fermò davanti al portale intagliato del tempio. Un banchiere oswal di Ajmir, vestito di bianco, appena mondato dai peccati di usura, gli chiese cosa facesse.

            "Sono il chela del lama Teshoo, un sant'uomo del Bhotiyal che alloggia qui. Mi ha detto di venire. Io lo aspetto. Diglielo".

            "Non dimenticare il bambino", gli gridò dietro il jat importuno, e poi ululò nella lingua del Punjab: "O Santo, o discepolo del Santo, o dèi sopra i mondi, contemplate gli afflitti seduti al cancello!". Questo grido è tanto comune a Benares che i passanti non si girarono neanche.

            L'oswal, in pace con il genere umano, portò il messaggio nell'oscurità dietro di lui, e i lievi, innumerevoli minuti orientali scivolarono via; il lama infatti dormiva nella sua cella, e nessun prete l'avrebbe svegliato. Quando il clicchettio del suo rosario ruppe di nuovo il silenzio del cortile interno, dove si levano le calme immagini degli Arhat, un novizio andò a sussurrargli:

            "Il tuo chela è qui", e il vecchio si diresse fuori a lunghi passi, dimenticando di finire una preghiera.

            L'alta figura non era ancora apparsa sulla soglia che il jat corse davanti al lama e, tenendo sollevato il bambino, gridò, "Degnati di guardarlo, o Santo; e se gli dèi vorranno, vivrà... vivrà!".

            Frugò nella cintura e ne estrasse una monetina d'argento.

            "Cosa significa?". Lo sguardo del lama si poso su Kim. Era evidente come il suo urdu fosse migliorato rispetto a qualche anno prima, Sotto Zam-Zammah; ma il padre non consentiva adesso una conversazione privata.

            "È solo un attacco di febbre", disse Kim. "Il bambino è denutrito".

            "Ha sempre nausea, e sua madre non è qui".

            "Se mi è permesso, io lo posso guarire, Santo".

            "Come! Hanno fatto di te un guaritore? Aspetta qui", disse il lama, e si sedette accanto al jat sul gradino più basso del tempio, mentre Kim, guardando di sottecchi, apriva lentamente la scatoletta del betel. A scuola aveva sognato di tornare dal lama vestito da sahib, di trarre in inganno il vecchio prima di rivelarglisi. Tutti sogni da ragazzo. C'era più dramma in questa ricerca concentrata, con il volto aggrottato, fra i tubetti di pastiglie, fermandosi ogni tanto per riflettere o per borbottare un'invocazione. Aveva compresse di chinino e pasticche di concentrato di carne marrone scuro - manzo, con ogni probabilità, ma questo non era un suo problema. Il piccolo non mangiava ma succhiò avidamente la pasticca, e disse che gli piaceva quel gusto salato.

            "Allora prendi queste sei". Kim le consegnò all'uomo. "Rivolgi le tue preghiere agli dèi, e fanne bollire tre nel latte; le altre tre nell'acqua. Dopo che ha bevuto il latte dagli questa", (era mezza pastiglia di chinino), "e avvolgilo con panni caldi. Dagli l'acqua delle altre tre pasticche, e l'altra metà di questa pillola bianca quando si sveglia. Intanto, ecco un'altra medicina marrone che può succhiare mentre tornate a casa".

            "Dèi, che sapienza!", disse il kamboh, afferrando i farmaci.

            Era tutto quello che Kim riusciva a ricordare della cura che gli avevano somministrato per un attacco di malaria autunnale, a parte la tiritera che aveva aggiunto per impressionare il lama.

            "Ora vai! Torna di nuovo domattina".

            "Ma il prezzo... il prezzo", disse il jat, e spinse indietro le sue spalle possenti. "Mio figlio è mio figlio. Ora che starà di nuovo bene, come posso andare da sua madre e dirle che ho ricevuto aiuto lungo la strada e in cambio non ho neanche dato una ciotola di latte cagliato?"

            "Sono tutti uguali, questi jat", disse piano Kim. "Il jat stava sul suo letamaio, e davanti a lui sfilavano gli elefanti del Re. "Ehi, conducente", disse, "a quanto vendi questi asinelli?"".

            Il jat scoppiò a ridere, per poi scusarsi subito col lama. "È così che si dice nel nostro paese, parliamo proprio così. Noi jat siamo fatti a questo modo. Tornerò domani con il bambino, e le benedizioni degli dèi della mia casa, che sono buoni piccoli dèi, scendano su di voi. Non sputarla, principino! Re del mio cuore, non sputarla, e prima di domattina saremo forti, pronti a lottare e ad affrontare il mondo".

            Si allontanò, canticchiando e borbottando. Il lama si voltò verso Kim, e tutto l'affetto di quel vecchio animo trapelò dai suoi occhi strettissimi.

            "Curando i malati si acquisisce merito; ma prima bisogna avere la conoscenza. Hai agito con saggezza, Amico di tutto il Mondo".

            "Sei tu che mi hai reso saggio, o Santo", disse Kim, dimenticando la sua piccola commedia; dimenticando San Saverio; dimenticando il suo sangue bianco; dimenticando perfino il Grande Gioco mentre si inchinava, al modo maomettano, per toccare i piedi del suo maestro nella polvere del tempio di Jain. "A te devo la mia istruzione. Ho mangiato il tuo pane per tre anni. Il periodo è finito. Ho concluso la scuola. Sono venuto a te".

            "Ed ecco la mia ricompensa. Entra! Entra! Va tutto bene?". Passarono nel cortile interno, immerso nell'obliqua luce dorata del sole pomeridiano. "Fermo, che ti possa guardare. Così!". Lo scrutò con occhio critico. "Non sei più un bambino, ma un uomo, maturato in saggezza, che pratica l'arte medica. Ho fatto bene... ho fatto bene quando ti ho consegnato agli uomini armati quella notte nera. Ricordi il primo giorno, sotto Zam-Zammah?"

            "Certo", disse Kim. "E tu ricordi come sono saltato giù dalla carrozza il giorno in cui sono entrato..."

            "Nei Cancelli del Sapere? Certamente. E il giorno che abbiamo mangiato i dolci insieme vicino al fiume, fuori Nucklao. Ah! Tu hai mendicato tante volte per me, ma quel giorno sono stato io a mendicare per te".

            "C'era un buon motivo", osservò Kim. "Ero studente ai Cancelli del Sapere, ed ero vestito da sahib. Non dimenticare, Santo", continuò scherzosamente, "che sono ancora un sahib, e lo devo a te".

            "È vero. E un sahib che gode di alta reputazione. Vieni nella mia cella, chela".

            "Ma come sai della mia reputazione?".

            Il lama sorrise. "In primo luogo da molte lettere di quel prete gentile che abbiamo conosciuto all'accampamento degli uomini armati; ma lui ora è tornato nel suo paese, e mando il denaro a suo fratello". Il colonnello Creighton, che era succeduto nella delega quando padre Victor era tornato in Inghilterra con i Maverick, era poco credibile come fratello del cappellano. "Ma non capisco bene le lettere dei sahib. Devo farmele interpretare. Così ho scelto una strada più sicura. Molte volte, quando tornavo dalla mia Ricerca a questo tempio, che è sempre stato un nido per me, veniva un uomo in cerca dell'Illuminazione, un uomo di Leh che era stato, diceva, un indù, ma si

            era stancato di tutti quegli dèi". Il lama indicò gli Arhat.

            "Un uomo grasso?", disse Kim con gli occhi che gli scintillavano maliziosi.

            "Molto grasso. Ma mi sono reso conto presto che la sua mente è tutta presa da cose futili, come i diavoli e i sortilegi e il modo di prendere il tè nei nostri monasteri e il sistema di iniziazione dei novizi. Un uomo con una domanda sempre pronta, ma era tuo amico, chela. Mi ha detto che ti avviavi ad essere stimato come scriba. E adesso vedo che sei anche medico".

            "Sì, sono questo... uno scriba, quando sono un sahib, ma ora che vengo a te come discepolo, non conta. Ho terminato gli studi prescritti per i sahib".

            "Sei una sorta di novizio, allora?", disse il lama annuendo. "Hai finito la scuola? Non ti voglio con me se non sei ancora pronto".

            "Sono libero. A tempo debito prenderò servizio per il Governo come scriba..."

            "Non come guerriero. Così va bene".

            "Ora però voglio andare in pellegrinaggio... con te. Per questo sono qui. Chi è che fa la questua per te, adesso?", aggiunse in fretta per eludere quel tema scabroso.

            "Molte volte mendico io stesso; ma, come sai, sono qui di rado, tranne quando vado a trovare il mio discepolo. Ho girato a piedi e in treno da una parte all'altra dell'India: un paese grande e meraviglioso! Ma qui, ogni volta che torno, è come se fossi nel mio Bhotiyal".

            Si guardò intorno nella cella piccola e pulita con uno sguardo di approvazione. Come sedile aveva un basso cuscino su cui si era sistemato nella posizione a gambe incrociate del Bodhisat che emerge dalla meditazione; un tavolo nero di teak, alto non più di mezzo metro e apparecchiato con tazzine di rame, stava davanti a lui. In un angolo c'era un minuscolo altare, anch'esso di teak pesantemente intagliato, su cui era posato un piccolo Budda di rame dorato, e davanti al quale si trovavano una lampada, un incensiere e due fioriere di rame.

            "Il Custode delle Immagini nella Casa delle Meraviglie ha acquisito merito regalandomi queste cose un anno fa", disse il lama seguendo lo sguardo di Kim. "Quando si è lontani dalla propria terra, ci sono oggetti che ce ne portano il ricordo; e noi dobbiamo venerare il Signore perché ci ha mostrato la Via. Guarda!", e indicò una curiosa montagnola di riso colorato, sormontata da un bizzarro ornamento di metallo. "Quando ero abate nel mio monastero - prima di accedere a una maggiore conoscenza - facevo questa offerta ogni giorno. È il Sacrificio dell'Universo al Signore. In questo modo noi del Bhotiyal offriamo tutto il mondo alla Legge Eccelsa. E io continuo a farlo, anche se so che l'Eccelso è al di sopra di pressioni e blandizie". Fiutò una presa di tabacco.

            "E fai bene, o Santo", mormorò Kim, sprofondando comodamente sui cuscini, molto felice e piuttosto stanco.

            "E poi", ridacchiò il vecchio, "dipingo immagini della Ruota della Vita. Tre giorni per una pittura. Ero al lavoro - o forse mi ero appisolato - quando mi è stata portata la notizia del tuo arrivo. È bello averti qui: ti mostrerò la mia arte, non per orgoglio, ma perché anche tu devi imparare. I sahib non hanno tutta la sapienza del mondo".

            Estrasse da sotto il tavolo un foglio di giallognola carta cinese dallo strano aroma, i pennelli e un blocchetto di inchiostro indiano. Con linee nitidissime e precise aveva tracciato la Grande Ruota con i suoi sei raggi, il cui centro è formato dalla congiunzione di Maiale, Serpente e Colomba (Ignoranza, Rabbia e Lussuria), e i cui scomparti rappresentano tutti i paradisi e gli inferni, e tutti i casi della vita umana. Dicono che Bodhisat stesso la tracciò per primo con granelli di riso sulla polvere, per insegnare ai Suoi discepoli le cause delle cose. Il susseguirsi delle epoche ha cristallizzato la Ruota in una stupefacente convenzione affollata da centinaia di figurine nella quale ogni linea ha un suo significato. Pochi sanno interpretare la figura-parabola; non più di venti persone in tutto il mondo sono in grado di tracciarla senza l'aiuto di una copia; e coloro capaci al tempo stesso di dipingere e spiegare saranno in tutto tre.

            "Io ho imparato i rudimenti del disegno", disse Kim. "Ma questa è la meraviglia delle meraviglie".

            "Da molti anni la dipingo", disse il lama. "C'era un tempo in cui ne potevo terminare una fra il momento in cui si spegnevano le lampade e quello in cui di nuovo si accendevano. Te ne insegnerò l'arte, dopo la necessaria preparazione; e ti mostrerò il significato della Ruota".

            "Riprendiamo la Strada, allora?"

            "La Strada e la nostra Ricerca. Aspettavo solo te. Mi è stato rivelato in centinaia di sogni - in particolare uno che è venuto la notte seguita al giorno in cui per la prima volta si sono chiusi i Cancelli della Conoscenza - che senza di te non avrei mai trovato il mio Fiume. Più volte, come sai, ho scacciato questo pensiero, nel timore che si trattasse di un'illusione. Per questo non ti ho voluto prendere con me quel giorno a Lucknow, quando abbiamo mangiato i dolci. Non ti ho voluto prendere fino a quando il tempo non fosse stato maturo e propizio. Dalle Montagne al Mare, dal Mare alle Montagne sono andato, ma invano. Allora ho ricordato il Jâtaka".

            E raccontò a Kim la storia dell'elefante incatenato, come l'aveva raccontata spesso ai preti di Jain.

            "Non sono necessarie altre prove", concluse serenamente. "Tu mi sei stato mandato come aiuto. Senza questo aiuto, la Ricerca non approda a nulla. Andremo quindi di nuovo insieme, e la nostra Ricerca sarà sicura".

            "Dove andremo?"

            "Cosa importa, Amico di tutto il Mondo? La Ricerca, l'ho detto, è sicura. Se ce ne fosse bisogno, il Fiume potrebbe sgorgare da terra davanti a noi. Io ho acquisito merito quando ti ho mandato ai Cancelli della Conoscenza e ti ho dato quel gioiello che è la Sapienza. Ora tu sei tornato, ho visto, come seguace di Sakyamuni, il Guaritore, che ha numerosi altari nel Bhotiyal. Basta così. Siamo insieme, e tutto è come era... Amico di tutto il Mondo, Amico delle Stelle, mio chela!".

            Poi parlarono di argomenti profani; ma era sorprendente come il lama non domandasse mai particolari sulla vita a San Saverio, e non mostrasse alcuna curiosità circa gli usi e i costumi dei sahib. La sua mente si muoveva tutta nel passato, e riviveva passo dopo passo quel loro meraviglioso primo viaggio, fregandosi le mani e ridacchiando, finché venne colto dal desiderio di ritirarsi nel sonno improvviso della vecchiaia.

            Kim osservò l'ultimo pulviscolo dorato svanire nel cortile, e giocherellò con il pugnale magico e il rosario. I clamori di Benares, la più vecchia di tutte le città della terra che vegli giorno e notte al cospetto divino, si frangevano contro le mura del tempio come il ruggito del mare contro una diga. Di tanto in tanto, un prete jainista attraversava il cortile con qualche piccola offerta per le immagini, e spazzava il cammino davanti a sé per paura di togliere la vita a qualche essere. Una lampada brillò, e si udì una preghiera. Kim osservò le stelle che si levavano una dopo l'altra nell'oscurità immobile e vischiosa, finché si addormentò ai piedi dell'altare. Quella notte sognò in indostano, senza neanche una parola inglese...

            "Santo, ricordati del bambino cui ieri abbiamo dato la medicina", disse quando, circa alle tre del mattino, il lama, appena risvegliato dai suoi sogni, espresse la volontà di partire per il loro pellegrinaggio. "Il jat sarà qui quando farà chiaro".

            "Ho ricevuto una bella risposta. Nella fretta avrei commesso un torto". Si sedette sui cuscini e tornò al suo rosario. "I vecchi sono proprio come i bambini", disse malinconico. "Desiderano qualcosa ed ecco, bisogna farla subito, altrimenti protestano e piagnucolano! Tante volte, quand'ero sulla Strada, sono stato lì lì per battere i piedi per l'intralcio di un carro di buoi, o per una semplice nuvola di polvere. Non era così quando ero un uomo... tanti anni fa. Ma è pur sempre una cosa sbagliata..."

            "Tu però sei davvero molto vecchio, o Santo".

            "Quello che è stato è stato. Dopo che una Causa viene mandata nel mondo, chi, vecchio o giovane, malato o sano, consapevole o ignaro, chi può ritirarne l'effetto? Forse la Ruota si ferma se a spingerla è un bambino... o un ubriaco? Chela, questo è un mondo grande e terribile".

            "A me pare buono", sbadigliò Kim. "Cosa c'è da mangiare? Non mangio da ieri".

            "Avevo dimenticato le tue esigenze. Là c'è del buon tè tibetano e riso freddo".

            "Non andremo lontano con quella roba". Kim provava tutto il desiderio di un europeo per la carne, che è vietata in un tempio jainista. Ma invece di uscire subito con la ciotola della questua, placò i morsi della fame con pezzi di riso freddo finché il sole non si fu levato. L'alba portò l'agricoltore, loquace ma balbettante di gratitudine.

            "Nella notte la febbre è calata ed è venuto il sudore", gridò. "Sentite qui... come è fresca e liscia la pelle! Ha gustato le pasticche salate, e ha bevuto avidamente il latte". Tolse un fazzoletto dal volto del bambino, che sorrise assonnato verso Kim.

            Un piccolo crocchio di preti di Jain, silenziosi ma attentissimi, si era raccolto accanto alla porta del tempio. Sapevano, e Kim sapeva che sapevano, che il vecchio lama aveva incontrato il suo discepolo. Da persone cortesi, non si erano intromessi la sera prima con parole o con gesti, o con la loro presenza. Ora Kim, al sorgere del sole, volle ripagarli.

            "Ringrazia le divinità Jain, fratello", disse non sapendo come si chiamavano quegli dèi. "La febbre è proprio passata".

            "Guardate! Osservate!". Sullo sfondo il lama rivolse un sorriso radioso ai suoi ospiti di quei tre anni. "Si è mai visto un chela simile? È un seguace di Nostro Signore il Guaritore".

            In effetti, i jainisti riconoscono ufficialmente tutti gli dèi del credo indù, e anche il Lingam e il Serpente. Portano il filo dei bramini, adempiono a ogni dettame della legge delle caste indù. Ma poiché conoscevano e amavano il lama, poiché il lama era vecchio, cercava la Via, era loro ospite, e poiché trascorreva lunghe notti in colloquio con il sacerdote-capo, un libero pensatore metafisico, capace di spaccare un capello in quattro, assentirono mormorando.

            "Ricordati", Kim si chinò sul bambino, "è una malattia che può tornare".

            "Non succederà, se tu fai la magia giusta", disse il padre.

            "Ma noi fra poco andiamo via".

            "È vero", disse il lama rivolto a tutti i sacerdoti. "Partiamo insieme per la Ricerca di cui ho spesso parlato. Ho aspettato che il mio chela fosse maturo. Guardatelo! Andiamo a nord. Non tornerò mai più in questo luogo del mio riposo, o uomini di buona volontà".

            "Ma io non sono un mendicante". Il coltivatore balzò in piedi, tenendo stretto il bambino.

            "Stai fermo. Non disturbare il Santo", gridò un prete.

            "Vai", bisbigliò Kim. "Ci vediamo sotto il grande ponte della ferrovia, e in nome di tutti gli dèi del nostro Punjab, porta da mangiare... curry, legumi, torte fritte, e dolci. Soprattutto dolci. Svelto!".

            Il pallore della fame donava molto a Kim, alto e snello nei suoi abiti ampi e scuri, una mano sul rosario e l'altra in un atteggiamento benedicente copiato fedelmente dal lama. Un osservatore inglese avrebbe potuto notare che assomigliava al giovane santo di qualche vetrata, mentre in realtà era solo un adolescente che si sentiva quasi svenire perché non aveva mangiato niente.

            Gli addii furono lunghi e solenni, tre volte conclusi e tre volte ripresi. Il Cercatore - colui che aveva invitato il lama in questo rifugio dal lontano Tibet, un asceta dal volto d'argento e dalla testa calva - non vi prese parte ma restò a meditare come sempre, solo fra le immagini. Ma gli altri furono molto umani: insistettero perché il vecchio prendesse qualche piccolo regalo utile... una scatola per il betel, un bell'astuccio nuovo di ferro per la penna, una scorta di cibo... lo misero in guardia contro i pericoli del mondo esterno, e profetizzarono un esito felice alla Ricerca. Intanto Kim, più solo che mai, era accovacciato sui gradini, e imprecava fra sé nella lingua di San Saverio.

            "Ma è colpa mia", concluse. "Con Mahbub, mangiavo il pane di Mahbub, o di Lurgan sahib. A San Saverio, facevo tre pasti al giorno. Qui mi tocca badare a me stesso. E poi, non sono in buona forma. Oh che voglia avrei di un buon piatto di carne!... È finita, Santo?".

            Il lama, le mani sollevate, intonò un canto finale in cinese fiorito. "Devo appoggiarmi alla tua spalla", disse quando la porta del tempio si chiuse. "È l'età che ci rende rigidi, credo".

            Il peso di un uomo alto un metro e ottanta non è lieve da sostenere attraverso miglia di strade affollate, e Kim, caricò anche di fagotti e pacchetti per il viaggio, fu contento di giungere all'ombra del ponte della ferrovia.

            "Qui si mangia", disse risoluto mentre il kamboh, con un abito azzurro e il volto sorridente, apparve all'orizzonte, un cestino ad un braccio e il bambino sull'altro.

            "Forza, Santi Uomini!", gridò quando era ancora a una cinquantina di metri di distanza. (Si trovavano su un punto asciutto sotto la prima arcata del ponte, fuori dalla vista di eventuali preti famelici). "Riso e buon curry, tartine belle calde e aromatizzate di hing (ferula), giuncata e zucchero. Re dei miei campi" disse rivolto al bambino, "facciamo vedere a questi santi uomini che noi jat di Jullundur sappiamo come si ripaga un servizio... Avevo sentito che i seguaci della regola jain non mangiano niente che non abbiano cucinato con le loro mani, ma in effetti", e distolse educatamente lo sguardo verso l'ampio fiume, "dove non cade l'occhio non ci sono caste".

            "E noi", disse Kim voltandosi e riempiendo un piatto di foglie per il lama, "siamo al di sopra di tutte le caste".

            Si abbuffarono di quegli ottimi cibi in silenzio. E finché non ebbe leccato l'ultimo pezzettino di zucchero rimasto appiccicato al suo mignolo, Kim non si accorse che anche il kamboh si stava preparando a partire.

            "Se le nostre strade coincidono", disse semplicemente, "io vengo con te. Non si trova spesso uno che fa miracoli, e il bambino è ancora debole. Io, comunque, non sono un fuscello". Afferrò il suo lahti - un bastone di bambù lungo un metro e mezzo e adorno di fasce di metallo lucidato - e lo roteò in aria.

            "Si dice che i jat sono litigiosi, ma non è vero. Se non ci disturbano, siamo come i nostri bufali".

            "D'accordo", disse Kim. "Un buon bastone è una buona ragione".

            Il lama contemplava placido il fiume a monte, dove in una lunga prospettiva scura infinite colonne di fumo si alzano dai ghat fumanti accanto al corso d'acqua. Di tanto in tanto, a dispetto di tutte le ordinanze municipali, un cadavere mezzo bruciato passava galleggiando, trascinato dalla corrente.

            "Non fosse per te", disse il kamboh, stringendo il piccolo al petto peloso, "anch'io forse sarei andato lassù... con lui. I preti ci dicono che Benares è santa - e su questo non ci sono dubbi - e che è desiderabile morire qui. Ma io non conosco i loro dèi, e questi vogliono sempre soldi; e quando uno ha fatto un rito, una testa rasata giura che non serve a niente se non se ne fa subito un altro. E lavati di qui! E lavati di là! Versa, bevi, bàgnati, e spargi fiori... ma ricordati sempre di pagare i preti. No, datemi il Punjab, e la terra del doab di Jullundur che per me e la terra migliore".

            "Ho già detto molte volte - al tempio, credo - che il Fiume, se ce ne sarà bisogno, sgorgherà ai nostri piedi. Quindi andiamo a nord", disse il lama alzandosi. "Ricordo un posto piacevole, adorno d'alberi di frutta, dove si può meditare camminando... e l'aria è più fresca lassù. Viene dai monti e dalla neve dei monti".

            "E come si chiama questo posto?", disse Kim.

            "Come potrei saperlo? Non ti ricordi... ah, no, questo è successo dopo che l'esercito è spuntato dalla terra e ti ha portato via. Stavo là in meditazione in una stanza di fronte alla colombaia - tranne quando lei parlava di continuo".

            "Oh! La donna di Kulu. È dalle parti di Saharunpore", rise Kim.

            "Come è mosso dallo spirito, il tuo maestro? Va a piedi per scontare i suoi peccati?", domandò cauto il jat. "Ce n'è di strada, fino a Delhi".

            "No", disse Kim. "Farò l'elemosina per un tikkut del tr-reno". In India nessuno confessa di possedere denaro.

            "Allora, in nome degli dèi, prendiamo il carro di fuoco. Mio figlio starà meglio fra le braccia della madre. Il Governo ci ha caricato di tasse, ma una cosa buona ce l'ha data, il tr-reno che fa ritrovare gli amici e riunisce gli ansiosi. È una cosa meravigliosa, il tr-reno".

            Un paio d'ore più tardi si ammassarono tutti su un vagone, e dormirono nelle ore calde della giornata. Il kamboh assillò Kim con mille domande sui viaggi e le opere del lama, e ricevette qualche risposta curiosa. Kim era contento di trovarsi dov'era, di osservare il piatto paesaggio del nordovest e di parlare con la massa mutevole dei suoi compagni di viaggio. Anche oggi, i biglietti e l'obliterazione dei biglietti rappresentano un'oscura oppressione per i contadini indiani. Non capiscono perché, dopo avere pagato per avere un magico pezzo di carta, degli sconosciuti debbano venire a pinzare via un bel tocco di magia. Le discussioni fra i viaggiatori e i controllori eurasiatici sono quindi lunghe e furibonde. A due o tre Kim prese parte, con solenni consigli tesi a ingarbugliare le acque e a fare sfoggio di sapienza agli occhi del lama e del kamboh ammirato. Ma, a Somna Road, il destino gli mandò una questione su cui riflettere. Nello scompartimento si slanciò, quando il treno era gia in movimento, un ometto magro e meschino, un mahratta, a quanto Kim poté giudicare dalle pieghe dello stretto turbante. Aveva la faccia tagliata, la giacchetta di mussolina era malamente stracciata, e una gamba era fasciata. Raccontò loro che un carretto si era rovesciato e lo aveva quasi ucciso: stava andando ora a Delhi, dove viveva suo figlio. Kim lo scrutò attentamente. Se, come asseriva, il colpo lo avesse fatto rotolare più volte per terra, sulla pelle ci sarebbero state delle escoriazioni. Ma tutte le sue ferite sembravano tagli netti, e una semplice caduta da un carro non poteva sprofondare un uomo in quel terrore. Mentre, con dita tremanti, si annodava il tessuto lacero intorno al collo, scoprì un amuleto del tipo che viene definito un rincuorante. Ora, gli amuleti sono piuttosto comuni, ma di solito non vengono attaccati a un filo piatto di rame, e sono ancora più rari quelli che hanno lo smalto nero sull'argento. A parte il lama e il kamboh, non c'era nessuno nello scompartimento che, per fortuna, era di vecchio tipo, chiuso alle estremità. Kim finse di grattarsi il petto e così facendo sollevò il suo amuleto. Il volto del mahratta si trasformò a quella vista, e l'uomo mise il proprio amuleto bene in mostra.

            "Sì", proseguì parlando con il kamboh, "avevo fretta, e quel carretto, guidato da un bastardo, ha ficcato la ruota in un fossato, e oltre al male che mi sono fatto, è andato perso un piatto intero di tarkeean. Non sono stato un Figlio della Magia (un uomo fortunato) quel giorno".

            "È stata una bella perdita", disse il kamboh dimostrando minore interesse. L'esperienza di Benares lo aveva reso sospettoso.

            "Chi l'aveva cucinato?", disse Kim.

            "Una donna". Il mahratta sollevò gli occhi.

            "Ma tutte le donne sanno cucinare il tarkeean", disse il kambon. "E un buon curry, direi".

            "Oh sì, e un buon curry", disse il mahratta.

            "E costa poco", disse Kim. "Ma quanto alla casta?"

            "Oh, non c'è casta che tenga quando un uomo va in cerca di... tarkeean", rispose il mahratta, con la cadenza prescritta. "Al servizio di chi sei?"

            "Al servizio di questo sant'uomo". Kim indicò il lama felice e assonnato, che si svegliò con un sussulto alle parole affettuose.

            "Ah sì, è stato mandato dal Cielo per aiutarmi. Viene chiamato Amico di tutto il Mondo. Lo chiamano anche Amico delle Stelle. Ora è medico, perché ha raggiunto la maturità. Grande è la sua sapienza".

            "E sono Figlio della Magia", disse Kim in un soffio, mentre il kamboh si affrettava a preparare una pipa per paura che il lama chiedesse l'elemosina.

            "E chi è quello lì?", chiese il mahratta, guardandosi intorno nervosamente.

            "Uno il cui figlio io... noi abbiamo curato, e che ci deve quindi molto... Siediti accanto alla finestra, uomo di Jullundur. Qui c'è un malato".

            "Uff! Non ho nessuna voglia di mischiarmi con fannulloni incontrati per caso. Non ho le orecchie lunghe, io. Non sono una donna, da voler carpire i segreti degli altri". Il jat si spostò pesantemente nell'angolo opposto dello scompartimento.

            "Ma sei un guaritore? Mi trovo in un pozzo di disgrazie", gridò il mahratta, raccogliendo al volo l'imbeccata.

            "Quell'uomo è tutto ferito e contuso. Devo guarirlo", ribatté Kim. "Nessuno ha interferito fra il tuo bambino e me".

            "Mi hai tappato la bocca", disse docilmente il kamboh. "Ti devo la vita di mio figlio. Tu compi miracoli... lo so".

            "Fammi vedere le tue ferite". Kim si chinò sul collo del mahratta, con il cuore in gola; perché questo era il Grande Gioco al massimo livello. "E ora, fratello, raccontami alla svelta la tua storia, mentre io recito un incantesimo".

            "Vengo dal sud, dove mi ha portato il mio lavoro. Uno di noi è stato trucidato lungo una strada. L'hai saputo?". Kim scosse la testa. Naturalmente non sapeva niente del predecessore di E.23, ammazzato al sud nel suo travestimento di mercante arabo. "Avevo trovato una certa lettera che ero stato mandato a cercare, e sono venuto via. Sono scappato dalla città e sono andato subito a Mhow. Ero così sicuro che nessuno lo sapesse, che non ho cambiato aspetto. A Mhow una donna mi ha accusato per un furto in una gioielleria nella città che avevo lasciato. Allora mi sono reso conto che la voce su di me si era sparsa. Sono scappato da Mhow di notte, corrompendo i poliziotti che avevano già ricevuto denaro sottobanco per consegnarmi senza tante storie ai miei nemici nel sud. Poi sono rimasto nella vecchia città di Chitor una settimana, come penitente in un tempio, ma non sono riuscito a sbarazzarsi della lettera che era l'oggetto del mio incarico. Così l'ho seppellita sotto la Pietra della Regina, a Chitor, in quel posto che conosciamo tutti".

            Kim non lo conosceva, ma per nulla al mondo lo avrebbe interrotto.

            "A Chitor, bada, ero nel territorio dei Re indigeni; Kotah, a est, è già fuori dalla legge della Regina, e più a est ci sono Jeypur e Gwalior. Da quelle parti non amano le spie, e non c'è giustizia. Ero braccato come uno sciacallo; ma sono riuscito a passare attraverso le loro maglie e sono andato a Bandakui, dove sono venuto a sapere che ero stato imputato di omicidio nella città da cui me n'ero andato... dell'omicidio di un ragazzo. Avevano cadavere e testimoni gia pronti per me".

            "Ma il Governo non poteva coprirti?"

            "Noi del Gioco siamo scoperti. Se moriamo, moriamo. I nostri nomi vengono cancellati dal libro. È tutto. A Bandakui, dove vive uno di noi, ho pensato di confondere le tracce cambiando aspetto, e così sono diventato mahratta. Poi sono venuto ad Agra, e volevo tornare a Chitor a recuperare la lettera, tanto ero sicuro di essermeli scrollati di dosso. Per questo non ho mandato un tar (telegramma) a nessuno dicendo dove stava la lettera. Volevo il merito di tutta la faccenda".

            Kim annuì. Capiva bene quel sentimento.

            "Ma ad Agra, camminando per la strada, un uomo ha gridato che gli dovevo dei soldi, e portando molti testimoni, mi voleva trascinare in tribunale lì per lì. Oh, sono furbi nel sud! Mi ha riconosciuto come il suo agente per il cotone. Che possa bruciare all'Inferno per questo!"

            "Ma era vero?"

            "Sciocco! Ero l'uomo che cercavano per la questione della lettera! Sono corso al quartiere dei macellai e sono scappato fuori dalla parte delle Case degli Ebrei, che temendo una rivolta mi hanno buttato fuori. Sono arrivato a piedi fino a Somna Road - avevo solo i soldi per il tikkut fino a Delhi - e là, mentre ero in un fosso con la febbre, è saltato fuori un tale dai cespugli e mi ha picchiato e mi ha ferito e mi ha perquisito da capo a piedi. E questo a due passi dalla ferrovia!"

            "Perché non ti ha ucciso all'istante?"

            "Non sono tanto sciocchi. Se mi prendono a Delhi su richiesta dei giudici, per un'accusa provata di omicidio, vengo consegnato allo stato che lo ha richiesto. Torno sotto scorta... e poi muoio lentamente, come esempio per gli altri. Il sud non è il mio paese. Sto girando in tondo... come una capra guercia. Non mangio da due giorni. Sono segnato", si toccò la sudicia benda sulla gamba, "per cui a Delhi mi riconosceranno subito".

            "Almeno qui sei al sicuro".

            "Passa un anno nel Grande Gioco e poi vieni a dirmelo di nuovo. Avranno già mandato telegrammi a Delhi su di me, descrivendo ogni segno e ogni straccio che porto. Venti, o magari cento se ce n'è bisogno, mi avranno visto ammazzare il ragazzo. E tu non puoi far nulla!".

            Kim conosceva abbastanza bene i metodi indigeni di accusa da non dubitare che il caso era da considerarsi chiuso... cadavere compreso. Il mahratta di tanto in tanto si torceva le dita dalla sofferenza. Il kamboh dal suo angolo lanciava occhiate torve; il lama era tutto preso dal suo rosario; e Kim, palpando alla maniera dei medici il collo dell'uomo, concepiva il suo piano fra un'invocazione e l'altra.

            "Hai un sortilegio per cambiarmi aspetto? Altrimenti sono morto. Sarebbero bastati cinque... dieci minuti, se non fossi stato messo così alle strette, e avrei potuto..."

            "Allora, uomo dei miracoli, lo hai già guarito?", disse il kamboh invidioso. "Gliene hai recitate, di cantilene".

            "No. Per quello che vedo non c'è una cura per le sue ferite, a meno che non resti tre giorni seduto, sotto la veste di bairagi". Questa è una penitenza comune, spesso imposta a un grasso commerciante dal suo maestro spirituale.

            "Un prete cerca sempre di fare nuovi preti", fu la replica. Come la maggior parte delle persone rozzamente superstiziose, il kamboh non riusciva a trattenersi dal deridere la sua chiesa.

            "Tuo figlio farà il prete, allora? È ora che prenda il chinino".

            "Noi jat siamo tutti bufali", disse il kamboh, di nuovo rabbonendosi.

            Kim strofinò una ditata amara sulle labbrucce fiduciose del piccolo. "Non ho chiesto nulla", disse severo al padre, "tranne un po' di cibo. È questo che mi rimproveri? Ora devo curare un altro uomo. Ho il tuo permesso... principe?".

            Subito le grosse zampe dell'uomo si alzarono in segno di supplica. "No... no. Non ti prendere gioco di me in questo modo".

            "Mi fa piacere guarire quest'uomo. E tu avrai merito aiutandomi. Come è la cenere nella tua pipa? Bianca. Questo è di buon auspicio. C'è della cuccuma cruda fra le tue cose da mangiare?"

            "Io... io..."

            "Apri il tuo fagotto!".

            Era il solito campionario assortito: pezzetti di stoffa, medicamenti da ciarlatano, oggettini da fiera, un pacchetto di atta (farina indigena grigiastra, macinata grossa), trecce di tabacco del sud, vistose cannucce da pipa, e un pacchetto di spezie per il curry, il tutto avvolto in un panno imbottito. Kim frugò con l'aria di un sapiente stregone, mormorando un'invocazione maomettana.

            "Questa è sapienza che ho imparato fra i sahib", mormorò al lama; e qui, se si pensa al suo addestramento da Lurgan, diceva la pura verità. "C'è un grande male nel destino di quest'uomo, a quanto mostrano le stelle, un male che... che lo tormenta. Devo toglierglielo?"

            "Amico delle Stelle, tu hai sempre agito bene. Comportati come desideri. È un'altra guarigione?"

            "Svelto! Svelto!", ansimò il maharatta. "Il treno si può fermare da un minuto all'altro".

            "Una guarigione contro l'ombra della morte", disse Kim, mescolando la farina del kamboh con la mistura di brace e di cenere di tabacco nel fornello di terracotta della pipa. E.23, senza una parola, si tolse il turbante e scosse i lunghi capelli neri.

            "Quello è il mio pasto... prete", grugnì il jat.

            "Un bufalo nel tempio! Hai osato addirittura allungare lo sguardo?", disse Kim. "Devo compiere misteri davanti agli stolti; ma abbi cura dei tuoi occhi. Sono già coperti da un velo? Io ti salvo il bambino, e tu in cambio... svergognato!". L'uomo si ritrasse indietro sotto la durissima occhiata di Kim. "Ti devo maledire, oppure...". Raccolse la stoffa che elogiava il pacco del cibo e la lanciò sulla testa china. "Provati ancora solo a pensare di guardare, e... e neppure io ti potrò più salvare. Seduto! E zitto!"

            "Sono cieco... e muto. Ti prego, non mi maledire! Vie...vieni piccolo; giocheremo a nascondino. Per amor mio, non guardare fuori dalla stoffa".

            "Vedo qualche speranza", disse E.23. "Qual è il tuo piano?"

            "Questo viene dopo", disse Kim, strappando la leggera camicia dell'uomo. E.23 esitava, con tutto il disagio degli uomini del nordovest per doversi scoprire il corpo.

            "Cos'è la casta di fronte alla gola tagliata?", disse Kim lacerando il tessuto fino alla vita. "Dobbiamo fare di te un saddhu giallo dappertutto. Spogliati, spogliati in fretta, e scuotiti i capelli sugli occhi mentre io ti cospargo di cenere. E ora, un segno di casta sulla fronte". Estrasse dal petto la piccola scatola di colori della Ricerca e un pezzo di lacca cremisi.

            "Sei solo un principiante?", disse E.23 soffrendo letteralmente le pene dell'inferno per amore della vita, mentre sgusciava fuori dai suoi indumenti e restava nudo tranne una fascia ai lombi, mentre Kim gli spruzzava un segno di casta nobile sulla fronte imbrattata di cenere.

            "Sono entrato nel Gioco da due giorni, fratello", rispose Kim. "Passati meglio la cenere sul petto".

            "Hai conosciuto... un medico di perle malate?". Sciolse il lungo tessuto del turbante, che prima era arrotolato stretto e con movimenti abilissimi, lo riarrotolò sopra e sotto i fianchi alla maniera di un intricato cinto saddhu.

            "Ah! Hai riconosciuto il suo tocco, allora? È stato mio maestro per un po'. Ora dobbiamo colorare le gambe. La cenere cura le ferite. Ripassare ancora".

            "Un tempo era orgoglioso di me, ma tu sei quasi meglio. Gli dèi sono buoni con noi! Dammi quella".

            Si trattava di una scatoletta di latta piena di pillole d'oppio che si trovava fra le cianfrusaglie del fagotto del jat. E.23 ne ingoiò una mezza manciata. "Vanno bene contro la fame, la paura, e il freddo. E arrossano anche gli occhi", spiegò. "Ora potrò farmi animo per giocare al Gioco. Ci mancano solo le pinze dei saddhu. Cosa ne facciamo dei vecchi vestiti?".

            Kim li arrotolò stretti, e li ficcò nelle ampie falde della sua tunica. Con un pane di ocra gialla imbrattò gambe e petto, disegnando larghe strisce contro il fondo della mistura di farina, cenere e cuccuma.

            "C'è abbastanza sangue su quei vestiti da farti impiccare, fratello".

            "Forse; ma non c'è bisogno di buttarsi dalla finestra... È finita". La sua voce riecheggiò di una felicità quasi infantile per il Gioco. "Voltati e guarda, jat!"

            "Gli dèi ci proteggano", disse il kamboh incappucciato, riemergendo come un bufalo fra le canne. "Ma... dove è andato il mahratta? Cosa hai fatto?".

            Kim era stato addestrato da Lurgan sahib; ed E.23, in virtù del mestiere, non era un cattivo attore. Al posto del commerciante tremulo e impaurito, era seduto nell'angolo un saddhu quasi nudo, imbrattato di cenere, segnato d'ocra, con i capelli polverosi e gli occhi gonfi - l'oppio fa un rapido effetto sullo stomaco vuoto - luminosi di insolenza e di lussuria sfrenata, le gambe incrociate sotto il corpo, il rosario marrone di Kim intorno al collo, e un metro scarso di consunto chinz a fiori sulle spalle. Il bambino affondò il volto fra le braccia del padre attonito.

            "Guarda su, principino! Viaggiamo con degli stregoni, ma non ci faranno male. Oh, non piangere... Che senso ha guarire un bambino un giorno e farlo morire di spavento il giorno dopo?"

            "Il bambino sarà fortunato per tutta la vita. Ha assistito a una grande guarigione. Quando ero piccolo, facevo uomini e cavalli con la creta".

            "Anch'io li faccio. Poi, Sír Banás viene di notte e li fa diventare vivi dietro il letamaio della cucina", cinguettò il bambino.

            "E così tu non hai paura di niente, eh, principino?"

            "Avevo paura perché aveva paura mio padre. Sentivo le sue braccia tremare".

            "Oh, pulcino", disse Kim e perfino il jat tutto avvilito scoppiò a ridere. "Io ho operato una guarigione su questo povero commerciante. Deve rinunciare ai suoi guadagni e ai suoi libri contabili, e restare seduto lungo una strada per tre giorni e tre notti per sgominare la malvagità dei suoi nemici. Le Stelle sono contro di lui".

            "Meno usurai girano, e meglio è; ma, saddhu o no, deve pagare per la mia stoffa, che si è messo sulle spalle".

            "Ah, è così, eh? Ma quello che hai sulle ginocchia è tuo figlio... scampato al rogo funebre non più di due giorni fa. Ho fatto questo incantesimo in tua presenza perché era molto urgente. Gli ho mutato animo e aspetto. Tuttavia, se per caso, uomo di Jullundur, dovessi mai ricordare quello che hai visto, quando sei seduto con i vecchi sotto l'albero del villaggio, o in casa tua, o in compagnia del tuo prete quando viene a benedire il bestiame, la peste si diffonderà fra i tuoi bufali, e un incendio si appiccherà al tuo fienile, e i ratti entreranno nel granaio, e la maledizione divina calerà sui tuoi campi rendendoli sterili prima che tu li percorra e dopo che li avrai arati". Questa tiritera faceva parte di una vecchia maledizione orecchiata da un fachiro accanto alla Porta di Taksali nei giorni dell'innocenza di Kim.

            "Basta, Santo! Per pietà, basta!", gridò il jat. "Non maledire la mia casa. Non ho visto niente! Non ho sentito niente! Sono il tuo schiavo!", e fece il gesto di aggrapparsi ai piedi nudi di Kim, battendo ritmicamente sul pavimento del vagone.

            "Ma dal momento che ti è stato concesso di aiutarmi con un pizzico di farina e un po' d'oppio e simili sciocchezze che io ho onorato utilizzandole per le mie arti, gli dèi ti ricambieranno con la loro benedizione", e su questa si profuse, con immenso sollievo dell'uomo. Si trattava di una formula che aveva imparato da Lurgan sahib.

            Il lama fissava stupito la scena dietro le sue lenti, poiché prima non aveva levato lo sguardo, durante il travestimento.

            "Amico delle Stelle", disse infine, "tu hai acquisito grande sapienza. Fai attenzione che da questa non scaturisca l'orgoglio. Nessun uomo che abbia la Legge davanti agli occhi parla affrettatamente di cose che ha visto o provato".

            "No... no... no davvero", gridò l'agricoltore per paura che al maestro venisse in mente di rincarare la dose dell'allievo. E, i muscoli rilassati, si abbandonava al piacere dell'oppio che e cibo, tabacco e medicina per l'asiatico esausto.

            Così, in un silenzio carico di soggezione e di grandi equivoci, il treno scivolò dentro Delhi mentre si accendevano i fanali.