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Kim/6

 

 

CAPITOLO XII

 

 

 

Chi ha sognato il mare...

la vista dell'acqua salata infinita?

Il frangente sospinto dal vento

che si inarca e si blocca, si schianta e si spezza?

L'onda rigonfia che annuncia la tempesta...

grigia ed oscura, enorme e crescente?

La calma piatta sul filo dell'orizzonte...

o l'uragano che soffia con il suo occhio folle?

Il suo mare che è sempre diverso,

il suo mare che è sempre lo stesso,

il mare che il suo essere appaga?

Così, e non altrimenti... così, e non altrimenti,

i montanari sognano le loro montagne!

 

            "Mi sono ripreso", disse E.23, approfittando del tumulto sul marciapiede. "La fame e la paura sconvolgono gli uomini, altrimenti avrei pensato anch'io a questa scappatoia. Avevo ragione. Sono venuti a cercarli. Mi hai salvato la pelle!".

            Un gruppo di poliziotti del Punjab con i loro pantaloni gialli, guidati da un giovanotto inglese accaldato e sudato, raggruppavano la folla intorno ai vagoni. Dietro di loro, poco appariscente come un gatto, camminava lento un individuo grassoccio che pareva il portaborse di un notaio.

            "Vedi quel giovane sahib che legge un foglio? Ha la mia descrizione", disse E.23. "Stanno procedendo vagone per vagone, come pescatori che draghino uno stagno".

            Quando la processione raggiunse il loro scompartimento, E.23 stava contando i grani del rosario con un monotono scatto del polso, mentre Kim lo canzonava per essersi drogato al punto da aver perso le molle cerchiate per il fuoco che rappresentano il segno distintivo di un saddhu. Il lama, sprofondato nella meditazione, fissava dritto davanti a sé; è l'agricoltore, guardandosi intorno furtivamente, raccoglieva la sua roba.

            "Niente qui a parte un mucchio di santoni", disse forte l'inglese e passò oltre in mezzo a un mormorio inquieto; perché la polizia indigena significa estorsione in ogni luogo dell'India.

            "Il problema, adesso", sussurrò E.23, "sta nel mandare un telegramma circa il posto dove ho nascosto la lettera che dovevo cercare. Non posso andare all'ufficio dei tar conciato in questa maniera".

            "Non ti basta che ti abbia salvato il collo?"

            "No, se il lavoro non è terminato. Non te lo ha mai detto il guaritore di perle? Viene un altro sahib! Ah!".

            Questa volta era un uomo piuttosto alto, olivastro, un sovrintendente distrettuale di polizia - cintura elmetto, speroni lucidati e tutto il resto - che camminava impettito e si attorcigliava i baffetti scuri.

            "Come sono sciocchi questi sahib della polizia!", disse Kim allegramente.

            E.23 sbirciò da sotto le palpebre. "Ben detto", mormorò mutando tono. "Vado a bere un po' d'acqua. Tienimi il posto".

            Andò praticamente a sbattere contro l'inglese, e venne preso a male parole in cattivo urdu.

            "Tum mut? Sei ubriaco? Non hai il diritto di dimenare come se la stazione di Delhi ti appartenesse, amico mio".

            E.23, senza muovere un muscolo del volto, gli rispose con un fiume di sconci improperi, che naturalmente mandarono Kim in visibilio. Gli ricordavano i tamburini e gli spazzini della caserma di Umballa, ai brutti tempi del suo primo impatto con la scuola.

 

            "Mio caro deficiente", disse l'inglese con voce strascicata.

            "Nickle-jao! Tornatene nel tuo scompartimento".

            Passo passo, inchinandosi deferente, e abbassando la voce, il giallo saddhu si arrampicò di nuovo sul treno, maledicendo l'S.D.P. fino alle più lontane generazioni in nome... e qui Kim quasi fece un salto... della Pietra della Regina, della lettera sotto la Pietra della Regina, e di un assortimento di divinità dai nomi nuovi di zecca.

            "Non so cosa stai dicendo", l'inglese avvampò per l'ira, "ma il tuo comportamento e di una maledetta insolenza. Esci di lì!".

            E.23, fingendo di non capire, estrasse maestoso il suo biglietto, che l'inglese gli strappò rabbiosamente di mano.

            "Oh zoolum ! Che oppressione!", grugnì il jat dal suo angolo. "È tutto per un piccolo scherzo". Anche lui aveva riso alla libertà di linguaggio del saddhu. "I tuoi incantesimi non funzionano oggi, Santo!".

            Il saddhu seguì il poliziotto, adulandolo e supplicandolo. La massa dei passeggeri, indaffarata con bambini e fagotti, non aveva notato l'incidente. Kim scivolò fuori dietro di lui; gli era balenato per la testa che aveva già sentito questo sahib sciocco e iracondo attribuire sonanti appellativi a una vecchia signora nei pressi di Umballa circa tre anni prima.

            "Tutto bene", sussurrò il saddhu, pigiato nella calca vociante, schiamazzante, confusa con un levriero persiano in mezzo alle gambe e una gabbia di falchi strepitanti, custodita da un falconiere rajput, contro le reni. "È andato adesso a trasmettere la notizia del nascondiglio della lettera. Mi avevano detto che era a Peshawar. Avrei dovuto sapere che è come il coccodrillo, sempre al guado opposto. Mi ha salvato da questa brutta situazione, ma la vita la devo a te".

            "Anche lui è uno di Noi?". Kim sgusciò sotto la sudicia ascella di un cammelliere Mewar e diede uno spintone a un nugolo di rumorose matrone sikh.

            "Addirittura il più grande. Siamo stati fortunati tutti e due! Gli riferirò quello che hai fatto. Sotto la sua protezione sono al sicuro".

            Si aprì un varco fuori dalla folla che assediava i vagoni, e si accovacciò accanto a una panchina vicino all'ufficio del telegrafo.

            "Ritorna, o ti prenderanno il posto! Non avere paura per questa missione, fratello... o per la mia vita. Tu mi hai ridato fiato, e Strickland sahib mi ha messo in salvo. Potremo ancora lavorare insieme al Gioco. Addio!".

            Kim si affrettò verso il suo vagone: sollevato, sconcertato, ma anche lievemente irritato perché non possedeva la chiave dei segreti che lo circondavano.

            "Sono solo un principiante del Gioco, è evidente. Io non sarei riuscito a cavarmela così in fretta come il saddhu. Lui sapeva che il punto più buio è sotto il lampione. A me non sarebbe venuto in mente di dare la mia informazione fingendo di imprecare... e come è stato bravo il sahib! Comunque, gli ho salvato la vita... Dove è andato il kamboh, Sant'Uomo?", bisbigliò mentre riprendeva posto nello scompartimento che nel frattempo si era riempito.

            "Lo ha preso una gran paura", rispose il lama con un tocco di tenera malizia. "Ti ha visto trasformare in un batter d'occhio il mahratta in un saddhu, come protezione contro il malocchio. Questo lo ha sconvolto. Poi ha visto il saddhu cadere nelle mani della polis, e tutto per effetto delle tue arti. Allora si è preso il suo bambino ed è scappato: ha detto che sei stato capace di cambiare un tranquillo commerciante in un tipo impudente che non teme di venire a parole con i sahib, e ha avuto paura di una sorte simile. Dov'è il saddhu?"

            "Con la polis", disse Kim... "Però avevo salvato il suo bambino".

            Il lama sbuffò piano.

            "Ah, chela, lo vedi come ti sei fatto trascinare! Hai curato il bambino del kamboh solo per acquisire merito. Ma poi hai fatto un incantesimo al mahratta con gesti orgogliosi - ti osservavo, sai - e con occhiate di sottecchi per stupire un uomo molto vecchio e un contadino stolto: ecco la causa delle sciagure e dei sospetti".

            Kim si controllò con uno sforzo superiore alla sua età. Come a tutti i giovani non gli piaceva ingoiare rospi o essere giudicato a torto, ma si rendeva conto di essere in un vicolo cieco. Il treno scivolò via da Delhi nella notte.

            "È vero", mormorò. "Se ti ho offeso, ho commesso un torto".

            "Non è solo questo, chela. Tu hai scatenato un'Azione sul mondo, e come un sasso scagliato in uno stagno, le sue conseguenze si estendono fino a un punto che non puoi prevedere".

            Questa ignoranza era un bene sia per la vanità di Kim, sia per la pace spirituale del lama, se pensiamo che in quel momento veniva consegnato a Simla un telegramma in codice con cui si annunciava l'arrivo di E.23 a Delhi e, cosa ben più importante, l'ubicazione di una lettera che aveva avuto l'incarico di... sottrarre. Fra parentesi, un poliziotto troppo zelante aveva arrestato, con l'accusa di omicidio compiuto in un lontano stato del sud, un mediatore di cotone terribilmente indignato, che stava esponendo le proprie ragioni a un certo signor Strickland alla stazione ferroviaria di Delhi, mentre E.23 si addentrava per viuzze poco frequentate nel cuore segreto della città. Due ore dopo, diversi telegrammi avevano raggiunto il furibondo ministro di uno stato del sud per riferirli che si erano perse tutte le tracce di un mahratta ferito; e nel momento in cui il placido treno faceva sosta nella città di Saharunpore, l'ultima onda prodotta dal sasso che Kim aveva contribuito a scagliare lambì i gradini di una moschea nella lontana Roum e turbò un uomo in preghiera.

            Il lama pregò senza intoppi sotto un pergolato di bouganvillea umida di rugiada, accanto al marciapiede della ferrovia, rallegrato dal sole luminoso e dalla presenza del suo discepolo.

            "Ci lasceremo queste cose dietro di noi", disse indicando la locomotiva dorata e le rotaie lucenti. "I sussulti del tr-reno - certo, un'invenzione meravigliosa - mi hanno ridotto a uno straccio. D'ora in poi a farci muovere sarà l'aria pura".

            "Andiamo alla casa della donna di Kulu". Kim si mosse allegramente sotto il carico dei vari fagotti. La mattina presto, dalle parti di Saharunpore, l'aria è pulita e profumata. Ripensò ad altre mattine, trascorse a San Saverio, e la sensazione di totale appagamento ne fu ancora accresciuta.

            "E da dove viene tutta questa fretta? Gli uomini saggi non vanno in giro come galline al sole. Abbiamo già percorso centinaia e centinaia di casse e finora non sono stato solo con te più di qualche istante. Come puoi ricevere l'insegnamento se siamo di continuo sbatacchiati dalla folla? Come faccio a meditare sulla Via se mi sommerge un fiume di chiacchiere?"

            "La sua lingua non si accorcia con gli anni, eh?", sorrise il discepolo.

            "E neppure le sue richieste di incantesimi. Ricordo una volta che parlavo della Ruota della Vita", e il lama si frugò sul petto per estrarre l'ultima copia, "e lei voleva solo sapere qualcosa sui diavoli che insidiano i bambini. Avrà modo di acquisire merito aspettandosi... fra qualche giorno... in seguito... senza fretta. Adesso andremo a nostro piacimento, dedicandosi alla Catena delle Cose. La Ricerca è sicura".

            E così si misero a girare a loro agio fra i grandi frutteti fioriti - attraverso Aminabad, Sahaigunge, Akrola sul Guado, e la piccola Phulesa - con la linea dei monti Sewalik sempre a nord, e di nuovo le nevi dietro di loro. Dopo un sonno lungo e dolce sotto le stelle veniva il tranquillo, dignitoso passaggio attraverso un paese al risveglio; la ciotola della questua veniva protesa in silenzio, ma gli occhi attenti, a dispetto della Legge scrutavano da orizzonte a orizzonte. Poi, con passo lieve sulla polvere soffice, Kim tornava dal suo maestro all'ombra di un mango o all'esile riparo di un bianco siris del Doon, per mangiare e bere in pace. A mezzogiorno, dopo avere conversato e passeggiato brevemente, dormivano, pronti a incontrare il mondo riposati quando l'aria si faceva più fresca. La sera li sorprendeva mentre si avventuravano in territori nuovi - qualche villaggio avvistato tre ore prima attraverso la terra fertile e scelto dopo averne a lungo discusso sul cammino.

            Là raccontavano la loro storia - ogni sera diversa, per quanto riguardava Kim - e venivano accolti dal prete o dal capo del villaggio secondo le cortesi abitudini orientali.

            Quando le ombre si accorciavano, e il lama si appoggiava più pesantemente a Kim, c'era sempre la Ruota della Vita da estrarre, da stendere su pietre ben pulite, e da esporre con una lunga canna ciclo dopo ciclo. Qui in alto siedono gli dèi, sogni di sogni. Ecco il nostro paradiso e il mondo dei semidei, cavalieri che combattono fra i monti. Ecco le torture inflitte alle bestie, anime che salgono o scendono lungo la scala e con le quali quindi, non si deve interferire. Ecco gli Inferni, gelidi o ardenti e le dimore delle anime in pena. Che il chela mediti dunque sui disagi che derivano dall'aver troppo mangiato, lo stomaco gonfio e l'intestino che brucia... Ubbidiente, a testa china, il dito scuro pronto a seguire la canna, il chela studiava, ma quando giungevano al Mondo Umano, inutilmente indaffarato, che sta proprio sopra gli Inferni, la sua mente si distraeva; lungo la strada infatti scorreva la Ruota stessa, intenta a mangiare, bere contrattare, sposarsi, litigare, la Ruota in carne ed ossa. Spesso da questi quadri viventi il lama traeva materia per la sua lezione, ordinando a Kim - che non se lo faceva ripetere due volte - di notare come la carne possa assumere diecimila forme, desiderabili o ripugnanti secondo il giudizio degli uomini, ma in realtà, in un caso o nell'altro, di nessun conto, e come lo stupido spirito, schiavo del Maiale, della Colomba e del Serpente - bramoso di una noce di betel, o di una coppia di buoi, o di donne, o del favore dei re - sia costretto a seguire il corpo attraverso tutti i Cieli e tutti gli Inferni, secondo una rigida sequenza. A volte una donna o un povero, osservando quel rituale - non si potrebbe descriverlo altrimenti - quando il grande foglio ingiallito veniva dispiegato, gettavano un fiore o una manciata di monete lungo i bordi. Bastava a questi umili di avere incontrato un sant'uomo che forse così li avrebbe ricordati nelle sue preghiere.

            "Curali se sono malati", disse il lama quando l'istinto cavalleresco di Kim si risvegliò. "Guariscili se hanno la febbre, ma a nessun costo opera incantesimi. Ricordati quello che e successo al mahratta".

            "Allora qualsiasi Azione è un male?", replicò Kim, steso sotto un grosso albero alla biforcazione della strada di Doon, osservando le minuscole formiche che gli correvano sul dorso della mano.

            "Astenersi dalle azioni è un bene... tranne quando si può acquisire merito".

            "Ai Cancelli della Conoscenza ci hanno insegnato che astenersi dalle azioni non si addice a un sahib. E io sono un sahib".

            "Amico di tutto il Mondo", il lama guardò Kim dritto negli occhi, "io sono un vecchio, e mi piacciono le rappresentazioni come ai bambini. Per quelli che seguono la Via non c'è bianco né nero, Hind o Bhotiyal. Siamo tutte anime che cercano di salvarsi. Non importa quale sapienza tu abbia imparato fra i sahib; quando arriveremo al mio Fiume, sarai liberato da ogni illusione... al mio fianco. Ah! le mie vecchie ossa soffrono per non avere ancora trovato quel Fiume, come soffrivano sul terreno; ma il mio spirito è superiore alle ossa, e attende. La Ricerca è sicura!".

            "Tu mi hai chiuso la bocca. Ma posso fare una domanda?".

            Il lama chinò il capo maestoso.

            "Ho mangiato il tuo pane per tre anni, come ben sai. Santo, da dove veniva...?"

            "C'è molta ricchezza, secondo i criteri degli uomini, nel Bhotiyal", il lama rispose pieno di dignità. "Nel luogo da dove vengo ho l'illusione dell'onore. Chiedo quello di cui ho bisogno. I conti non mi riguardano. Se ne occuperà il mio monastero. Ah! Gli alti sedili neri del monastero, e i novizi tutti in ordine!".

            E raccontò storie, disegnando con un dito nella polvere, di grandi riti sfarzosi nelle cattedrali protette dalle valanghe; di processioni e danze del diavolo; di monaci e suore trasformati in porci; di città sante sospese a cinquemila metri; di intrighi fra un monastero e l'altro; di voci fra le montagne, e di quel misterioso miraggio che danza sulla nuda neve. Parlò anche di Lhasa e del Dalai Lama che aveva visto e adorato.

            Ogni giorno, lungo, perfetto, si levava innalzando dietro Kim una barriera che lo separava dalla sua razza e dalla sua madrelingua. Si ritrovò di nuovo a pensare e a sognare nella lingua indigena, e a seguire meccanicamente le pratiche rituali del lama per quanto riguardava il mangiare, il bere, e via dicendo. Il vecchio riandava sempre più spesso con la mente al suo monastero mentre i suoi occhi si volgevano verso le nevi eterne. Il pensiero del Fiume non lo turbava. Ogni tanto, in effetti, fissava a lungo una zolla di terra o un fuscello, nell'attesa, diceva, che la terra si spaccasse e offrisse loro la sua benedizione; ma era soddisfatto di essere con il suo discepolo, nella pace del vento temperato che scende dal Doon. Questa non era Ceylon, o Buddh Gaya, o Bombay, e non erano neanche certe rovine incolte dove era capitato due anni prima. Parlava di quei luoghi da studioso privo di vanità, da Cercatore intento al suo umile cammino, da vecchio, saggio e prudente, capace di illuminare la sua cultura con un'acuta introspezione. Pezzo dopo pezzo, in modo sconnesso, prendendo sempre spunto da cose viste o sentite sulla strada, parlò dei suoi vagabondaggi avanti e indietro per l'India; finché Kim, che gli aveva voluto bene senza ragione, ora gli volle bene per cinquanta buone ragioni. E così andavano in perfetta concordia, astenendosi, come richiede la Regola, da cattive parole e da avidi desideri, non eccedendo nel cibo, non dormendo su alti materassi, non indossando abiti sfarzosi. Il loro stomaco diceva loro quando era l'ora dei pasti, e subito qualcuno pensava a loro, come si usa dire. Erano signori dei villaggi di Aminabad, Sahaigunge, Akrola del Guado, e della piccola Phulesa, dove Kim diede alla donna senz'anima la sua benedizione.

            Ma le notizie viaggiano svelte in India, e troppo presto si fece strada attraverso le coltivazioni, portando una cesta di frutta con una scatola di uva di Kabul e di arance dorate, un servitore dalle basette bianche, un Oorya asciutto e allampanato, che li pregava di concedere l'onore della loro presenza alla sua padrona, molto afflitta perché il lama l'aveva trascurata così a lungo.

            "Ora ricordo", il lama parlava come per lui si fosse trattato di una proposta del tutto nuova. "È una donna virtuosa, ma parla smodatamente".

            Kim era seduto sul bordo di una mangiatoia e stava raccontando una storia ai figli del fabbro del paese.

            "Si limiterà a chiedere un altro bambino per sua figlia. Non mi sono dimenticato di lei", disse. "Consentiamole di acquisire merito. Mandale a dire che arriveremo presto".

            In due giorni coprirono undici miglia attraverso i campi, e all'arrivo furono colmati di tutte le attenzioni, la vecchia signora, infatti, conservava una grande tradizione di ospitalità, alla quale costringeva anche il genero che era tenuto in pugno delle donne di casa e comprava dall'usuraio la propria tranquillità. L'età non aveva indebolito la lingua o la memoria della vecchia, e da una finestra discretamente socchiusa al piano di sopra, a portata d'orecchio di almeno dodici servi, rivolse a Kim complimenti che avrebbero gettato un ascoltatore europeo nella costernazione più nera.

            "Ma sei sempre quel piccolo mendicante sfacciato che eri al parao", strillò. "Non mi sono dimenticata di te. Lavati e mangia. Il padre del figlio di mia figlia è andato via per qualche giorno. E così noi povere donne siamo zitte e inutili".

            E a riprova di questo, arringò doviziosamente tutta la servitù finché non vennero portati cibo e bevande; e la sera - la sera odorosa di fumo, che tinse i campi di rame brunito e di turchese - si compiacque di ordinare che il suo palanchino venisse sistemato nella confusione del cortile, alla luce fumosa delle torce; e lì, dietro tende non del tutto tirate, si mise a chiacchierare.

            "Se il Santo fosse venuto da solo, lo avrei ricevuto diversamente; ma con questo mascalzone, come si può essere troppo prudenti?"

            "Maharanee", disse Kim scegliendo come sempre il titolo più alto, "è colpa mia se addirittura un sahib - un sahib della polis - ha definito la maharani, il cui volto aveva...".

            "Shht! Questo è successo durante il pellegrinaggio. Quando sei in viaggio... lo conosci il proverbio".

            "Ha definito la maharanee una Ladra di Cuori e una Fonte di Delizia?"

            "E ancora te lo ricordi? È vero. Lo ha detto. Era quando la mia bellezza era in fiore". E ridacchiò soddisfatta come un pappagallo che succhia una zolletta di zucchero. "E ora raccontati dei tuoi andirivieni, per quello che le nostre caste orecchie possono sentire. Quante ragazzette pendono dalle tue ciglia? E le mogli di chi? Venite da Benares? Anch'io volevo andarci quest'anno, ma mia figlia... abbiamo solo due maschi. Pfui! E l'effetto di queste pianure. Da noi a Kulu gli uomini sono come elefanti. Ma io volevo chiedere al Sant'Uomo - fatti da parte, briccone - un incantesimo contro certe terribili coliche d'aria che nella stagione dei manghi colpiscono il bambino più grande di mia figlia. Due anni fa mi aveva dato un sortilegio potente".

            "Oh, Santo!", disse Kim scoppiando a ridere di fronte alla faccia mesta del lama.

            "È vero. Gliene ho dato uno contro le coliche".

            "Per i denti, i denti", lo corresse rapida la vecchia.

            "Curali se sono malati", Kim lo imitò sghignazzando, "ma evita assolutamente gli incantesimi. Ricordati quello che è successo al maharatta".

            "Questo è accaduto due piogge indietro; mi aveva logorato importunandomi di continuo". Il lama gemette come il Giudice Ingiusto aveva fatto prima di lui. "Succede così - prendi nota, chela - che anche coloro che seguono la Via vengono fuorviati da donne oziose. Mi ha parlato per tre giorni di seguito, quando il bambino stava male".

            "Oh bella! E con chi avrei dovuto parlare? La madre del bambino non sapeva cosa fare e il padre - era successo nelle notti con il tempo freddo - "Prega gli dèi", mi ha detto, proprio così, si è girato dall'altra parte e si è rimesso a russare!"

            "Le ho dato l'incantesimo. Cos'altro poteva fare un vecchio?"

            ""Astenersi dalle azioni è un bene, tranne quando si tratta di acquisire merito"".

            "Oh, chela, se mi abbandoni, io resto solo del tutto".

            "Beh, per fortuna i denti da latte gli sono spuntati bene", disse la vecchia. "Ma i preti sono tutti uguali".

            Kim tossicchiò, con fare severo. Essendo giovane, non approvava la sua irriverenza. "Importunare i saggi al momento sbagliato significa invitare le sventure".

            "Sopra la stalla c'è un mynah parlante", il rimbombo giunse insieme al ben noto schiocco del dito ingioiellato, "che ha assunto lo stesso tono del prete di famiglia. Forse io ho dimenticato di fare onore agli ospiti, ma se lo aveste visto piegarsi in due dai dolori alla pancia, che pareva una bisaccia mezza gonfia, e gridare, "Ho male qui!", mi perdonereste. Ho una mezza intenzione di prendere le medicine dell'hakim. Le vende a poco e di certo lo hanno fatto ingrassare come il toro di Shiva. Lui non li nega i rimedi, anche se avevo paura per il piccolo perché i flaconi hanno un colore infausto".

            Il lama, approfittando di questo monologo, si era ritirato nell'oscurità verso la stanza già pronta.

            "Credo che tu lo abbia fatto arrabbiare", disse Kim.

            "No, no di certo. È solo stanco e, da nonna, me n'ero dimenticata. (Le nonne soltanto dovrebbero occuparsi dei bambini. Le madri servono solo per partorirli). Domani, quando vedrà come è cresciuto il bambino di mia figlia, scriverà il sortilegio. E così anche lui potrà dare il suo giudizio sui farmaci del nuovo hakim".

            "Chi è l'hakim, maharanee?"

            "Un vagabondo come te, ma serissimo, un bengalese di Dacca, un maestro della medicina. Mi ha liberato dall'oppressione dopo i pasti con una pillolina che ha fatto effetto come un diavolo scatenato. Va in giro adesso, a smerciare preparati di grande valore. Ha perfino delle carte, stampate in angresi, che raccontano tutto quello che ha fatto per uomini indeboliti e donne sterili. È qui da quattro giorni, ma sentendo che stavate per arrivare (gli hakim e i preti sono cane e gatto in tutto il mondo), a quanto pare si è ritirato".

            Mentre riprendeva fiato dopo questa tirata, il vecchio servo, che se ne stava seduto indisturbato ai margini della luce della torcia, borbottò, "Questa casa è la greppia, per così dire, di tutti i ciarlatani e... dei preti. Basta che il bambino mangi meno manghi e... ma chi discute con una nonna?". Alzò la voce rispettoso: "Sahiba, l'hakim è andato a dormire dopo mangiato. È alloggiato dietro la colombaia".

            Kim si sentì fremere come un segugio pronto alla caccia. Affrontare e umiliare un bengalese di Calcutta, un loquace mediconzolo di Dacca, sarebbe stato un bel divertimento. Non era decoroso che il lama, e incidentalmente anche lui stesso, fossero soppiantati da un tipo simile. Conosceva quei bizzarri annunci in un inglese bastardo pubblicati sull'ultima pagina dei giornali locali. I ragazzi di San Saverio, a volte, li portavano dentro di nascosto per farsi due risate con i compagni; perché il linguaggio dei pazienti riconoscenti che raccontano i propri sintomi è quanto mai semplice e trasparente. L'oorya, desideroso di aizzare un parassita contro l'altro, scantonò verso la colombaia.

            "Sì", fece Kim con misurato disprezzo. "La loro merce è un pochino di acqua colorata e una grande sfacciataggine. Le loro vittime sono i re decaduti e i grassi bengalesi. Profittano sui bambini... non ancora nati".

            La vecchia ridacchiò. "Non essere invidioso. Gli incantesimi sono meglio, eh? Io non l'ho mai negato. Bada che il tuo Santo mi scriva un bel sortilegio per domattina".

            "Solo gli ignoranti negano", una voce forte, rumorosa, rimbombò nel buio, mentre una figura si accovacciava lì accanto "solo gli ignoranti negano il valore degli incantesimi. Solo gli ignoranti negano il valore della medicina".

            "Un ratto trovò un pezzo di curcuma e disse, "Aprirò una farmacia"", ribatté Kim.

            La battaglia era stata ingaggiata, e sentirono che la vecchia si irrigidiva nell'ascolto.

            "Il figlio del prete conosce i nomi della sua bambinaia e di tre divinità, e dice: "Ascoltatemi, o vi maledirò in nome di tre milioni di dèi"". Decisamente, questo invisibile personaggio aveva due o tre frecce al suo arco. Proseguì: "Sono solo un insegnante dell'alfabeto. Ho imparato tutta la mia sapienza dai sahib".

            "I sahib non invecchiano mai. Ballano e giocano come bambini quando sono già nonni. Una razza forte", strillò la voce dal palanchino.

            "Anche io ho le nostre droghe, che allentano gli umori della testa degli uomini furiosi e arrabbiati. Sinà ben composti quando la luna sta nella Casa giusta; ho terre gialle ... arplan dalla Cina che ringiovaniscono un uomo e sorprendono i membri della sua famiglia; zafferano del Kashmir e il miglior salep di Kabul. Molti uomini sono morti..."

            "Questo non stento a crederlo", disse Kim.

            "...prima di conoscere la forza dei miei rimedi. Io non do ai miei malati solo l'inchiostro con cui è scritto un incantesimo, ma medicine forti ed efficaci che scendono e lottano con il male".

            "E con che forza", sospirò la vecchia.

            La voce si lanciò in una storia interminabile di disgrazie e fallimenti, infarcita di abbondanti istanze al Governo. "Non fosse per il mio fato, che è più forte di tutto, ora potrei avere un impiego nel governo. Possiedo il diploma di una grande scuola di Calcutta... dove, chissà, il figlio di questa casata andrà un giorno".

            "Ci andrà di certo. Se il marmocchio del nostro vicino può ottenere nel giro di pochi anni un F.A." (First Arts - e usò la parola inglese che aveva sentito così spesso), "quali traguardi raggiungeranno mai certi ragazzini intelligenti di mia conoscenza, nella ricca Calcutta".

            "Mai in vita mia", disse la voce, "ho visto un bambino simile! Nato in un'ora propizia e, non fosse per quella colica che - ahimè! potrebbe trasformarsi in bile nera, e portarlo via rapida come un falco - destinato a una lunga vita, un destino invidiabile".

            "Hai mai!", fece la vecchia signora. "Lodare i bambini porta male, altrimenti potrei ascoltare questi discorsi. Ma il retro della casa non è sorvegliato, e anche in quest'aria dolce gli uomini credono di essere uomini e le donne, sappiamo... Anche il padre del bambino è via, e io alla mia età mi trovo a fare da chowkedar (custode). Su! Su! Prendete il palanchino. Lasciamo che l'hakim e il giovane prete decidano fra loro se valgono di più i sortilegi o la medicina. Ohi! Scioperati, portate il tabacco per gli ospiti e io... andrò a fare un giro della tenuta!".

            Il palanchino si allontanò oscillando, seguito da torce isolate e da un'orda di cani. Venti villaggi conoscevano la Sahib - le sue debolezze, la sua lingua e la sua grande generosità. Venti villaggi la imbrogliavano, secondo usanze immemorabili, ma sotto la sua giurisdizione nessuno avrebbe rubato o rapinato, per nessuna ricompensa al mondo. Ciò nonostante, lei faceva grande ostentazione delle sue formali ispezioni, il tumulto delle quali si poteva sentire fino a metà strada verso Mussoorie.

            Kim si rilassò, come deve fare un indovino quando ne incontra un altro. L'hakim, ancora accovacciata, spinse con un lieve colpo del piede il narghilè, e Kim aspirò l'aromatico tabacco. Gli astanti si aspettavano un solenne dibattito professionale, e forse qualche consiglio medico gratuito.

            "Discutere di medicina davanti all'ignorante è come insegnare al pavone a cantare", disse l'hakim.

            "La vera cortesia", gli fece eco Kim, "è spesso il disinteresse".

            Queste naturalmente erano schermaglie amichevoli, tese a far colpo.

            "Ehi! Ho una piaga sulla gamba", gridò uno sguattero. "Datemi un'occhiata!".

            "Via di qui! Andatevene!", disse l'hakim. "È un'usanza del posto, questa di disturbare gli ospiti d'onore? Parete tanti bufali ammassati".

            "Se la sahiba lo sapesse...", cominciò Kim.

            "Ohi! Ohi! Andiamo via! Questa è proprietà esclusiva della padrona. Quando le coliche del suo giovane Shaitan saranno curate, forse anche a noi sarà consentito..."

            "La padrona ha sfamato tua moglie quando eri in carcere per aver rotto la testa all'usuraio. Chi osa parlare contro di lei?". Arrabbiato, il vecchio servitore si tirò i baffi bianchi alla luce della giovane luna. "Io sono responsabile del buon nome di questa casa. Via!", e fece allontanare davanti a sé i suoi sottoposti.

            Disse l'hakim modulando appena le parole con le labbra, "Come va, signor O'Hara? Sono molto contento di rivederla".

            La mano di Kim strinse la canna della pipa. Ovunque in piena strada, non si sarebbe forse stupito; ma qui, in questo angolo tranquillo, non si aspettava di vedere Hurree babu. E gli seccava anche di essersi lasciato mettere nel sacco.

            "Ah! Ah! Glielo avevo detto a Lucknow... resurgam, riapparito e non sarò riconosciuto. Non ci avrebbe scommesso, eh?".

            Masticava tranquillamente semi di cardamomo, ma aveva il respiro affannoso.

            "Come mai si trova qui, babuji?"

            "Eh! Questo è il problema, come ha detto Shakespeare. Vengo a congratularmi con lei per la sua effi-cientissima prestazione a Delhi. Oh! Le dico che siamo tutti fieri di lei. Una cosa molto ben fatta, pulita. Il nostro comune amico è un mio amico di vecchia data. È stato mo-olto alle strette altre volte. E ora potrà continuare. Lui ha raccontato tutto a me e io ho raccontato tutto al signor Lurgan, che è soddisfatto perché lei ha superato così brillantemente la prova. Tutto il Servizio è soddisfatto".

            Per la prima volta in vita sua, Kim esultò per il puro orgoglio (e tuttavia può diventare un abisso mortale) di una lode del servizio, la lode inebriante che viene da un pari grado apprezzato dagli altri colleghi. Non c'è nulla sulla terra che regga al confronto. Ma, gridava l'orientale dentro di lui, i babu non fanno lunghi viaggi solo per riferire complimenti.

            "Racconta la tua storia, babu", disse con tono autorevole.

            "Oh, non c'è niente. Solo mi trovavo a Simla quando è arrivato il dispaccio circa quello che il nostro comune amico diceva di avere nascosto, e il vecchio Creighton... ". Diede un'occhiata per vedere come Kim avrebbe preso questa sua audacia.

            "Il Colonnello sahib", lo corresse l'allievo di San Saverio.

            "Naturalmente. Ha visto che ero con le mani in mano, e sono dovuto andare a Chitor a recuperare quella schifosa lettera. A me non piace il sud... troppe ore in treno; ma ho avuto una buona indennità di viaggio. Ah! Ah! Ho incontrato il nostro comune amico a Delhi sulla strada del ritorno. Se ne sta bello tranquillo, e dice che il travestimento da saddhu gli va a pennello. Beh, li vengo a sapere che lei ha agito così bene e in fretta, sull'estro del momento. Come ho detto al nostro comune amico, lei ha tolto una patata bollente, per Giove! È stato splendido. Ed eccomi qua a dirglielo di persona".

            "Mmmm!".

            Le rane erano indaffarate nei fossati e la luna scivolava verso il tramonto. Qualche servo di buon umore era uscito per immergersi nella notte e suonare un tamburo. La frase successiva di Kim fu nella lingua locale.

            "Come hai fatto a seguirci?"

            "Oh, quello è stato uno scherzo. Vengo a sapere dal nostro comune amico che state andando a Saharunpore. Così arrivo anch'io. I lama rossi non passano inosservati. Mi compro la mia scatola di farmaci, e fra parentesi, sono davvero un ottimo medico. Vado ad Akrola sul Guado, e mi dicono tutto di voi. Parlo con questo e quello. Tutti sanno cosa fate. Vengo a sapere quando l'ospitale signora ha mandato il dooli. Hanno un ottimo ricordo delle visite del vecchio lama da queste parti. So che le anziane signore non riescono a tenere le mani lontane dalle medicine. Per cui, io faccio il medico e... mi segue? Credo di essere stato bravo. Parola mia, signor O'Hara, sanno di lei e del lama nel raggio di cinquanta miglia... la gente comune. Ed eccomi qui. Le dispiace?"

            "Babuji", disse Kim fissando il grasso volto sogghignante, "io sono un sahib".

            "Mio caro signor O'Hara..."

            "E spero di giocare al Grande Gioco".

            "Attualmente lei mi è subordinato, dipartimentalmente parlando".

            "E allora perché continuare questi discorsi da scimmie? Non si segue una persona fin da Simla, e con un travestimento, solo per complimentarsi con lei. Non sono un bambino. Parliamo hindi e veniamo al nocciolo della questione. Tu sei qui... e non dici una parola vera su dieci. Perché sei qui? Dammi una risposta sincera".

            "Gli europei sono così sconcertanti, signor O'Hara. Eppure, alla sua età, dovrebbe saperne molto di più".

            "Ma io voglio sapere", disse ridendo Kim. "Se è il Gioco, posso dare una mano. Ma come posso farlo, se lei continua a bukh (straparlare)?".

            Hurree babu afferrò la sua pipa, e aspirò fino a farla di nuovo gorgogliare.

            "Ora parlerò nella nostra lingua. Lei non batta ciglio, signor O'Hara... Riguarda il pedigree di uno stallone bianco".

            "Ancora? Ma se è tutto finito tanto tempo fa".

            "Quando tutti saranno morti, il Grande Gioco finirà. Ora ascoltami fino alla fine. C'erano Cinque Re che stavano preparando un attacco di sorpresa tre anni fa, quando tu hai ricevuto il pedigree dello stallone da Mahbub Ali. Su di loro, grazie a quella notizia, e prima che fossero pronti, è piombato il nostro esercito".

            "Già, ottomila uomini con l'artiglieria. Ricordo quella sera".

            "Ma la guerra non è stata spinta fino in fondo. Questo è il comportamento abituale del Governo. Le truppe sono state richiamate perché il Governo riteneva che i Cinque Re fossero stati intimoriti a sufficienza; e ci vogliono tanti soldi per dare da mangiare agli uomini fra i passi di montagna. Hilás e Bunár, rajah dotati di cannoni, hanno promesso per un certo prezzo di proteggere i passi da qualsiasi arrivo da nord. Tutti e due hanno protestato timore e amicizia". Passò con una risatina all'inglese. "Naturalmente le sto dicendo queste cose in modo del tutto ufficioso, per darle un quadro della situazione politica signor O'Hara. Ufficialmente, non mi è consentito criticare nessuna azione dei superiori. Ora riprendiamo. Questa promessa è piaciuta al Governo, ansioso di evitare spese, e per una certa somma di rupie al mese, è stato stipulato un contratto in base al quale Hilás e Bunár avrebbero protetto i passi non appena le truppe del Governo fossero state ritirate. A quel tempo - è stato dopo che ci siamo conosciuti - io, che vendevo te a Leh, sono stato nominato contabile nell'esercito. Quando le truppe sono state ritirate io sono rimasto indietro per pagare i coolies che costruivano nuove strade sulle montagne. Anche questi lavori facevano parte dell'accordo fra Bunár, Hilás e il Governo".

            "Bene, e allora?"

            "Le dirò, faceva un freddo bestiale lassù, dopo l'estate", disse Hurree babu con tono confidenziale. "Temevo che questi uomini di Bunár mi tagliassero la gola ogni sera per prendersi la cassa con le paghe. Le mie guardie indigene sepoy, come ridevano di me! Per Giove! Avevo una paura! Ma non importa. Continuo a raccontarle... Diverse volte invio messaggi dicendo che questi due Re sono venduti al nord; e Mahbub Ali, che era ancora più a nord, lo conferma ampiamente. Non hanno fatto niente. A me intanto si sono gelati i piedi, e mi è caduto un dito. Ho segnalato che le strade per cui io pagavo denaro sonante agli operai venivano costruite per essere battute da forestieri e da nemici".

            "Per chi?"

            "Per i russi. La questione era apertamente oggetto di scherzi fra i coolies. Allora sono stato chiamato giù per riferire a voce quello che sapevo. Anche Mahbub è sceso a sud. E senti un po' come è finita! Dai valichi, quest'anno, dopo che la neve si è sciolta", rabbrividì al solo pensiero, "vengono due stranieri col pretesto di dar la caccia alle capre selvatiche. Hanno i fucili, ma portano anche bussole, livelli e strumenti di misurazione".

            "Oho! Le cose si fanno più chiare".

            "Vengono accolti da Hilás e Bunár. Fanno grandi promesse; sono i portavoce dello zar e portano regali. Su e giù per le valli vanno e dicono, "Questo è il posto giusto per un contrafforte; qui potete costruire un fortino. Qui la strada regge l'attacco di un esercito", quella stessa strada per cui io pagavo ogni mese fior di rupie. Il Governo lo sa, ma non fa niente. I tre altri re, che non sono stati pagati per proteggere i passi, denunciano, tramite un messaggero, la malafede di Bunár e Hilás. Quando ormai il danno è compiuto, pensa... quando questi due stranieri con livelli e bussole hanno fatto credere ai Cinque Re che un grande esercito prendeva d'assalto i valichi domani o il giorno dopo - i montanari sono tutti sciocchi - giunge l'ordine a me, Hurree babu: "Vai a nord a vedere cosa fanno quei due stranieri". Io dico a Creighton sahib, "Questo non è un processo, da andare in giro a raccogliere prove"". Ripassò bruscamente all'inglese, ""Per Giove", gli ho detto, "ma perché diavolo non ordina ufficiosamente a qualche tipo coraggioso di avvelenarli, per esempio? Questo è, se mi consente l'osservazione un biasimevole lassismo da parte vostra". E il colonnello Creighton mi ha riso in faccia! Questo è il vostro tremendo orgoglio inglese. Ritenete impossibile che qualcuno osi cospirare! Che siano tutte fesserie!".

            Kim fumava lentamente, rimuginando la questione, per quanto aveva capito, con la sua mente pronta.

            "Allora stai andando dietro a questi stranieri?"

            "No, vado loro incontro. Quei due sono diretti a Simla per mandare corna e teste in modo che vengano preparate a Calcutta. Sono solo gentiluomini che praticano la caccia e il Governo concede loro speciali facilitazione. Naturalmente, ci comportiamo sempre in questo modo. È il nostro orgoglio britannico".

            "E allora cosa dobbiamo temere?"

            "Per Giove, non sono neri. Con i neri posso far tutto, naturalmente. Sono russi, gente priva di scrupoli. Io... io non voglio avere a che fare con loro senza un testimone".

            "Ti uccideranno?"

            "Ooh, quello è niente. Credo abbastanza nelle idee di Herbert Spencer da affrontare una quisquilia come la morte, che è nel destino di tutti, sai. Ma loro... loro potrebbero picchiarsi".

            "Perché?".

            Hurree babu schioccò le dita irritato. "Naturalmente io mi aggregherò al loro campo in forza soprannumeraria, forse come Interprete, o come persona mentalmente deficiente e affamata, o qualcosa del genere. E poi prenderò quello che posso. È facile per me recitare la parte del Signor Dottore per una vecchia signora. So-olo, so-solo, lei vede, signor O'Hara, sfortunatamente io sono asiatico, il che rappresenta un serio impedimento sotto certi punti di vista. E ino-oltre sono un bengalese, una persona molto paurosa".

            "Dio creò il Coniglio e il Bengalese. Che vergogna c'è?", disse Kim citando il proverbio.

            "È stato un processo di Evoluzione derivante, credo, dalle Necessità Primarie, ma il fatto resta, in tutto il suo cui bono. Oh io sono tremendamente pauroso... ricordo una volta che mi volevano tagliare la testa sulla strada verso Lhassa. (No, non sono mai arrivato fino a Lhassa.) Mi sono seduto e sono scoppiato a piangere, signor O'Hara, aspettandomi torture cinesi. Io non credo che questi due signori mi tortureranno, ma vorrei dotarmi per una simile eventualità di un'assistenza europea in caso di emergenza". Tossì e sputò i semi di cardamomo. "È una richiesta puramente ufficiosi, a cui lei può rispondere, "No, babu". Ma se non ha impegni pressanti con il suo vecchio amico - forse lo può convincere a cambiare strada, forse io posso solleticare la sua fantasia - vorrei tenermi in contatto di servizio con lei finché non avrò raggiunto quegli individui. Ho un'alta opinione di lei da quando ha incontrato il mio amico a Delhi. E inoltre includerò il suo nome nel mio rapporto ufficiale quando la questione sarà definitivamente sistemata. Sarà una bella piuma sul suo copricapo. Questo è il motivo per cui in realtà sono venuto".

            "Uff! La fine della storia è vera, credo; ma l'inizio?"

            "Sui Cinque Re? C'è molta verità in quella storia. Molta più di quanto lei creda", disse Hurree tutto serio. "Verrà, eh? Io andrò da qui dritto verso il Doon. È mo-olto verdeggiante, con prati smaltati. Andrò a Mussoorie, la cara vecchia Mussoorie Pahar, come dicono dame e gentiluomini. Poi, attraverso Rampur, a Chini. Possono arrivare solo per quella strada. Non mi piace aspettare al freddo, ma dovremo aspettarli. Voglio andare con loro a Simla. Vede, uno dei due russi è francese, e io so il francese piuttosto bene. Ho degli amici a Chandernagore". 

            "A lui farebbe di certo piacere rivedere le montagne", disse Kim pensoso. "Negli ultimi dieci giorni non ha praticamente parlato d'altro. Se andiamo insieme..."

            "Oh! Possiamo anche ignorare, lungo la strada, se il suo lama preferisce così. Io sarò solo quattro o cinque miglia davanti a voi. Haere non corre. Fa quasi rima, eh? Ah, ah! Lei può venire dopo. Abbiamo tutto il tempo che vogliamo, quelli staranno complottando ed esplorando e preparando le loro mappe, naturalmente. Io partirò domani e lei il giorno successivo, se le va bene. Eh? Ci pensi su fino a domattina. Per Giove, già ora è quasi mattina". Fece uno sbadiglio poderoso, e senza neanche una parvenza di saluto, si diresse pesantemente verso il suo alloggio. Ma Kim dormì poco, e i suoi pensieri si sbrigliavano in indostano: "Dicono bene, che il Gioco è grande! Ho fatto per quattro giorni lo sguattero a Quetta, servendo la moglie dell'uomo a cui ho rubato il libro. E quello faceva parte del Grande Gioco! Da sud - Dio sa da quanto lontano! - è arrivato il mahratta, che giocava al Grande Gioco temendo per la sua stessa vita. E adesso io andrò su su a nord sempre per giocare il Grande Gioco. È proprio vero che corre come una spola per tutta l'India. E se ci sono dentro anch'io, e mi piace tanto", sorrise nell'oscurità, "lo devo al lama. Anche a Mahbub Ali... anche a Creighton sahib, ma soprattutto al Santo. Ha proprio ragione, questo è un mondo grande e sorprendente... e io sono Kim... Kim... Kim... una persona... sola... in mezzo al resto. Ma voglio proprio vedere questi stranieri con i loro strumenti di misurazione..."

            "Come sono finite le chiacchiere di ieri sera?", chiese il lama dopo le sue orazioni.

            "È comparso un venditore ambulante di medicine, un parassita della Sahib. L'ho annientato con argomentazioni e con preghiere, dimostrando che i nostri incantesimi valgono molto di più dei suoi intrugli colorati".

            "Ahimè, i miei incantesimi. Quella donna virtuosa è ancora convinta di volerne uno?"

            "Assolutamente".

            "Allora bisogna scriverlo subito, o mi assorderà con i suoi schiamazzi". Frugò dentro il portapenne.

            "Sulle pianure", disse Kim, "c'è sempre tanta gente. Sulle montagne, a quanto so, ce n'è meno".

            "Oh! Le montagne, e la neve sulle montagne". Il lama strappò un minuscolo pezzo di carta adatto per un amuleto. "Ma cosa ne sai tu delle montagne?"

            "Sono molto vicine". Kim spalancò la porta e guardò il lungo profilo calmo dell'Himalaya, inondato dalla luce dorata del mattino. "Tranne che, come sahib, non ci ho mai messo piede".

            Il lama annusò il vento, pieno di desiderio.

            "Se andiamo a nord", Kim rivolse la domanda al sole nascente, "non potremmo evitare l'afa del primo pomeriggio passando almeno per le montagne più basse?... È pronto l'incantesimo, Santo?"

            "Ho scritto i nomi di sette stupidi diavoletti, nessuno dei quali vale un granello di polvere negli occhi. In questo modo le donne sciocche ci trascinano lontano dalla Via!".

            Hurree babu uscì da dietro la colombaia, lavandosi i denti con un ostentato rituale. Con il suo corpo massiccio, le gambe solide, il collo taurino, e la voce profonda, non aveva proprio l'aspetto di un uomo pauroso". Kim bisbigliò con un sussurro quasi impercettibile che le cose si stavano mettendo bene, e quando la toilette mattutina fu terminata, Hurree babu venne a rendere omaggio, con linguaggio fiorito, al lama. Mangiarono, come è ovvio, separatamente; e dopo la vecchia signora, più o meno velata dietro una finestra, tornò al vitale problema delle coliche da mango verde del nipote. Le conoscenze del lama si limitavano naturalmente solo alla medicina simpatica". Credeva che il letame di un cavallo nero, mescolato allo zolfo, e chiuso in una pelle di serpente, fosse un ottimo rimedio per il colera; ma il simbolismo lo interessava molto più della scienza.

            Hurree babu si inchinò a queste opinioni con la più squisita educazione, per cui il lama lo definì un cortese scienziato. Hurree babu replicò di non essere, nei misteri, se non un inesperto dilettante; ma per lo meno - e ne ringraziava gli dèi - sapeva di trovarsi in presenza di un maestro. Per quanto lo riguardava aveva studiato dai sahib, che non badano a spese, nelle aule imponenti di Calcutta; ma, come era il primo a riconoscere, esisteva una sapienza oltre la sapienza terrena - l'alta e solitaria pratica della meditazione. Kim osservava invidioso. L'Hurree babu che conosceva - untuoso, prolisso e nervoso - era sparito; e sparito era anche lo sfacciato ciarlatano della sera prima. Al loro posto c'era - rifinito, educato, attento - un uomo istruito, reso prudente dalle esperienze e dalle avversità, pronto ad assorbire conoscenza dalle labbra del lama. La vecchia signora confidò a Kim che queste alte vette erano al di là della sua portata. A lei piacevano gli incantesimi scritti con tanto inchiostro da sciogliere nell'acqua e da ingoiare, facendola finita lì. Altrimenti a cosa servivano mai gli dèi? A lei piacevano gli uomini e le donne, e parlava di loro... dei reucci che aveva conosciuto in passato; della sua bellezza, quando era giovane delle depredazioni dei leopardi e delle eccentricità dell'amore all'asiatica; delle tasse onerose, degli affitti esorbitanti, delle cerimonie funebri, di suo genero (per mezzo di trasparenti allusioni), dell'educazione dei giovani e dell'indecenza dei vecchi. E Kim, interessato alla vita di questo mondo quanto lei che era quasi sul punto di lasciarlo, si accoccolò all'orlo delle sue vesti, assaporando ogni parola mentre il lama demoliva, una dopo l'altra, tutte le teorie circa la cura del corpo avanzate da Hurree babu.

            A mezzogiorno il babu si mise in spalla la valigetta dei farmaci rifinita in ottone, prese le scarpe da cerimonia di vernice in una mano, uno sgargiante ombrello bianco e azzurro nell'altra, e si mise in strada verso nord diretto al Doon, dove, disse, la sua presenza era stata richiesta da qualche piccolo sovrano della zona.

            "Noi partiremo con il fresco della sera", disse il lama. "Quel dottore, ferrato in medicina e in cortesia, afferma che gli abitanti delle colline sono devoti, generosi, e molto bisognosi di un maestro. Nel giro di breve tempo, così dice l'hakim, giungeremo all'aria fresca e al profumo dei pini".

            "Andate alle montagne. E per la strada di Kulu? Oh, tre volte fortunati!", strillò la vecchia signora. "Non fossi così presa dalle cure della tenuta, prenderei il palanchino... ma sarebbe uno scandalo, la mia reputazione ne uscirebbe a pezzi. Ohi! Ohi! Conosco quella strada... ogni passo conosco. Troverete generosità ovunque, non viene mai negata a chi ha un aspetto decente. Darò ordini per le vostre provviste. Forse un servo vi può accompagnare per la prima parte del viaggio? No... Allora per lo meno lasciate che vi cucini qualcosa di buono".

            "Che donna, la Sahib!", disse l'oorya con la barba bianca, quando si levò un tumulto dalle cucine. "Non ha mai dimenticato un amico, non ha mai ignorato un nemico in tutta la sua vita. E la sua cucina... Ah!", e si strofinò il ventre piatto.

            C'erano torte, c'erano dolci, c'era selvaggina fredda stufata in piccoli pezzi con riso e prugne... c'era di che caricare Kim come un mulo.

            "Sono vecchia e inutile", disse la vecchia signora. "Nessuno adesso mi vuole bene, e nessuno mi rispetta, ma sono pochi quelli che possono stare alla pari con me quando chiedo aiuto agli dèi e mi metto davanti alle pentole. Venite di nuovo a trovarmi, uomini di buona volontà. Venite ancora, Santo e discepolo. La vostra stanza è sempre preparata, l'accoglienza è pronta... Bada che le donne non diano la caccia al tuo chela troppo scopertamente. Conosco le donne di Kulu. Fai attenzione, chela, che lui non scappi via quando sentiva il profumo delle sue montagne... Ehi! Non rovesciare il sacco del riso... Benedici la mia casa, Santo, e perdona alla tua serva le sue stupidità".

            Si asciugò gli occhi arrossati con un angolo del velo, e deglutì rumorosamente.

            "Le donne parlano", disse infine il lama, "ma quella è una malattia femminile. Le ho dato un incantesimo. Lei è sulla Ruota ed è tutta dedita alle apparenze di questa vita, ma nonostante questo, chela, è una donna virtuosa, gentile, ospitale, e ha un cuore integro e solerte. Chi può dire che non acquisirà merito?"

            "Non certo io, Santo", disse Kim, risistemandosi l'abbondante presta sulle spalle. "Nella mia mente, in fondo in fondo, ho cercato di immaginarmi un'altra donna tanto libera dalla Ruota, senza pretese e senza ostentazioni, una suora, per così dire".

            "E allora, spiritello?". Poco mancò che il lama scoppiasse a ridere.

            "Non riesco a immaginarcela".

            "Neanch'io. Ma ci sono milioni e milioni di vite davanti a lei. E in ognuna, forse, prendeva un po' di saggezza".

            "E lungo quella strada dimenticherà come si fanno gli stufati con lo zafferano?"

            "La tua mente è rivolta verso cose indegne. Ma lei è una donna capace. Mi sento ristorato. E quando raggiungeremo le montagne più basse mi sentirò ancora più forte. L'hakim aveva ragione stamattina, quando mi ha detto che un alito di vento delle nevi soffia via vent'anni dalla vita di un uomo. Saliremo sulle montagne, quelle alte, fino a sentire l'acqua ghiacciata e gli alberi, almeno per un po'. L'hakim  ha detto che possiamo tornare in ogni momento alle pianure, perché ci limitiamo a costeggiare i posti più belli. L'hakim  è molto dotto, ma non è affatto orgoglioso. Gli ho parlato, mentre tu chiacchieravi con la Sahib, di una certa pesantezza che mi sento al collo di notte, e ha detto che è un effetto del caldo eccessivo, e che si può curare con l'aria fresca. E in effetti, mi meraviglio di non aver pensato io stesso a un rimedio tanto semplice".

            "Gli hai parlato della tua Ricerca?", disse Kim provando un pizzico di gelosia. Preferiva convincere il lama con i suoi discorsi, piuttosto che con gli stratagemmi di Hurree babu.

            "Certo. Gli ho raccontato del mio sogno, e del modo con cui ho acquisito merito facendoti diventare sapiente".

            "Non gli hai detto che ero un sahib?"

            "E che bisogno c'era? Ti ho già detto molte volte che noi siamo solo anime che cercano di salvarsi. Lui ha detto, e anche qui a ragione, che il Fiume della Guarigione sgorgherà proprio come ho sognato... forse addirittura ai miei piedi. Vedi, ora che ho trovato la Via che mi libererà dalla Ruota, dovrei darmi la pena di trovare una via fra i campi della terra... che sono illusione? Sarebbe insensato. Io ho i miei sogni, che si ripetono notte dopo notte; ho il Jâtaka; e ho te, Amico di tutto il Mondo. Era scritto nel tuo oroscopo che un Toro Rosso su un campo verde - non l'ho dimenticato - ti avrebbe dato onore. E chi, se non io, ha visto realizzarsi la profezia? In effetti, io ne sono stato lo strumento. Tu troverai il mio Fiume, e sarai a tua volta lo strumento. La Ricerca è sicura!".

            Puntò il suo volto giallo avorio, sereno e pacato, verso le montagne che lo chiamavano da lontano, la sua ombra proiettata lontano davanti a lui, sulla polvere.

 

CAPITOLO XIII

 

 

 

Chi ha sognato il mare, i suoi flutti immensi e sprezzanti?

Il sussulto fremente che scaglia il bompresso a trafigger le stelle...

Le nuvole calme dell'aliseo e in basso il ruggente zaffiro smerlato...

Le inattese folate di scogliere nascoste e il tuono che investe le vele?

Il suo mare nei prodigi diverso, il suo mare nei prodigi lo stesso,

Il mare che il suo essere appaga?

Così, e non altrimenti... così, e non altrimenti, i montanari sognano le loro montagne!

 

            "Chi va alle montagne va da sua madre".

            Avevano valicato i Sewalik e il semitropicale Doon, si erano lasciati alle spalle Mussoorie, e si dirigevano a nord lungo le strette strade di montagna. Giorno dopo giorno si addentravano sempre più fra le muraglie di pietra, e giorno dopo giorno Kim osservava il lama recuperare vigore. Fra le terrazze del Doon si era appoggiato alla spalla del ragazzo, pronto ad approfittare delle soste lungo il cammino. Sotto la grande rampa che porta a Mussoorie, aveva raccolto le forze come un vecchio cacciatore che torni su un terreno a lui noto, e quando avrebbe dovuto accasciarsi esausto, si era drappeggiato il suo lungo mantello, aveva aspirato a pieni polmoni l'aria cristallina e aveva affrontato la salita come solo un montanaro sa fare. Kim, nato e cresciuto nelle pianure, sudava e ansimava stupito. "Questa è la mia terra", disse il lama, "ma a confronto di Such-zen, è più piatta di una risaia". E con una falcata regolare e poderosa, proseguì la salita. Ma era sulle discese lungo i ripidi pendii, mille metri in tre ore, che si distaccava nettamente da Kim, cui doleva la schiena per lo sforzo di tenerla eretta, e che aveva un alluce tagliato dalla fettuccia del sandalo di paglia. All'ombra chiazzata delle grandi foreste di deodare, fra le querce coperte di festoni di felci, fra betulle e lecci, rododendri e pini, allo scoperto sull'erba scivolosa e riarsa che copre i fianchi nudi delle montagne, e poi di nuovo nella frescura dei boschi, finché le querce lasciarono il posto ai bambù e alle palme di valle, il lama procedette instancabile.

            Guardandosi indietro nel crepuscolo verso le immani giogaie e la striscia sfumata e sottile della strada che avevano percorso, progettava, con la generosità di prospettive del montanaro, nuove tappe per l'indomani; oppure, sostando in cima a un passo altissimo affacciato su Spiti e Kulu, tendeva le mani pieno di desiderio verso le nevi eterne all'orizzonte.

            All'alba le nevi lampeggiavano rosse contro l'azzurro intenso mentre su Kedarnath e Badrinath, sovrani di quella terra selvaggia, cadevano i primi raggi del sole; per tutto il giorno parevano una distesa di argento fuso sotto il sole, e la sera sfoggiavano di nuovo i loro gioielli. All'inizio sui due viaggiatori soffiarono brezze miti, gradevoli per chi arranca su qualche gigantesca dorsale; ma nel giro di pochi giorni, quando ebbero superato i tremila metri, i venti si fecero pungenti; e Kim gentilmente consentì che i montanari di un villaggio acquisissero merito facendogli dono di un ruvido mantello pesante. Il lama era lievemente sorpreso che qualcuno non apprezzasse quei venti sferzanti che gli avevano tolto parecchi anni dalle spalle.

            "Ma questi sono solo i monti più bassi, chela. Non farà freddo finché non saremo arrivati alle vere montagne".

            "L'aria e l'acqua sono buone, e la gente è piuttosto devota, ma il cibo è pessimo", grugnì Kim; "e stiamo camminando come matti... o come inglesi. E di notte si gela".

            "Un pochino, forse, ma solo quel tanto da permettere poi alle vecchie ossa di godersi il sole. Non dobbiamo sempre godere di letti soffici e di cibo copioso"

            "Almeno potremmo tenerci sulla strada".

            Kim aveva tutta la passione dell'uomo di pianura per il sentiero ben tracciato, largo un paio di metri, che serpeggiava fra le montagne; ma il lama, da buon tibetano, non poteva trattenersi dal cercare scorciatoie passando per gli speroni di roccia e i margini delle chine ghiaiose. Come spiegava al suo zoppicante discepolo, un uomo cresciuto fra i monti sa prevedere il percorso di una strada di montagna, e le nuvole basse, che possono rappresentare un ostacolo per il forestiero che cerchi di accorciare la strada, non costituiscono il benché minimo problema per una persona avveduta. Così, dopo lunghe ore di quello che nei paesi civili sarebbe considerato serio alpinismo, si ritrovavano ad ansimare su una sella, a rasentare una frana, e infine a calare attraverso la foresta sulla strada con una pendenza di quarantacinque gradi. Lungo il loro cammino incontravano villaggi di montanari - capanne di fango e terra, o talvolta di travi di legno rozzamente intagliate con l'accetta che si addossavano come nidi d'uccello al pendio, ammassate su minuscoli ripiani a metà di un precipizio di mille metri, strette fra pareti di roccia che incanalavano ogni raffica di vento; oppure, a causa dei pascoli estivi, acquattate su un passo che d'inverno sarebbe stato sepolto dalla neve. E la gente - gente olivastra, sporca, avvolta in mantelli pesanti, con le corte gambe nude e i volti simili a quelli degli eschimesi - usciva a frotte, in adorazione. Le pianure, cortesi ed educate, avevano trattato il lama come un santo fra i santi. Ma le montagne lo veneravano come un uomo in confidenza con tutti i diavoli. Il loro era un buddismo ormai quasi dimenticato cui si era sovrapposto un culto della natura fantastico come i loro paesaggi, elaborato come la disposizione in terrazze dei loro campi minuscoli; ma riconoscevano il grande cappello, il rosario ticchettante, e i rari testi cinesi come segno di grande autorità; e rispettavano l'uomo sotto il cappello.

            "Ti abbiamo visto scendere sotto i Seni neri di Eua", disse un betah che una sera diede loro formaggio, latte acido e pane duro come la pietra. "Non passiamo spesso di là, tranne quando d'estate le vacche che devono figliare ci si perdono. C'è un vento improvviso fra quelle pietre che può gettare per terra un uomo nel giorno più calmo. Ma gente come voi, perché dovrebbe aver paura del Diavolo di Eua?".

            Allora Kim, indolenzito in ogni sua fibra, con le vertigini a furia di guardare in basso, le dita dei piedi doloranti per essersi disperatamente appigliate a minuscole fessure, provava la gioia della giornata di cammino, la gioia che può provare un ragazzo di San Saverio nel ricevere le lodi degli amici dopo aver vinto i quattrocento metri piani. Le montagne gli prosciugavano il ghi e lo zucchero dal corpo; l'aria asciutta, inspirata ansimando su valichi crudeli, gli rafforzava e sviluppava il torace; e i dislivelli continui gli regalavano nuovi muscoli sui polpacci e sulle cosce.

            Meditavano spesso sulla Ruota della Vita, soprattutto adesso che, come diceva il lama, erano liberi dalle tentazioni visibili. Ad eccezione dell'aquila grigia, di un occasionale orso in lontananza che scavava sul fianco di una montagna, della visione di un furioso leopardo chiazzato che all'alba, in una vallata tranquilla, divorava una capra, e ogni tanto di un uccello dalle piume colorate, erano soli con il vento e l'erba che cantava nel vento. Le donne delle capanne fumose, sui cui tetti passavano scendendo dalle montagne, erano brutte e sporche, mogli di molti mariti, e afflitte dal gozzo. Gli uomini, quando non erano contadini, erano taglialegna, tutti miti, e di un'incredibile semplicista. E affinché lama e chela non fossero privi di una conversazione appropriata, il Destino mandò lungo la loro strada, a volte un po' più avanti, a volte un po' più indietro, il cortese medico di Dacca che si procurava da mangiare con gli unguenti buoni per il gozzo e con i consigli per riportar la pace fra mogli e mariti. Sembrava conoscere quelle montagne bene come ne conosceva i dialetti, e diede al lama informazioni sulla configurazione del terreno verso il Ladakh e il Tibet. Disse che potevano tornare sulla pianura quando volevano. Ma intanto, per chi amava le montagne, proseguire lungo quella strada poteva riservare sorprese gradevoli. Questo non fu detto in una sola volta, ma in incontri serali sulle aie lastricate quando, curati i pazienti, il dottore fumava e il lama fiutava tabacco, mentre Kim osservava le mucche minuscole brucare sui tetti, o si slanciava con lo spirito oltre i baratri blu fra una giogaia e l'altra. E c'erano conversazioni riservate nei boschi bui dove il dottore cercava le sue erbe, e Kim, in qualità di medico novellino, lo doveva accompagnare.

            "Vede, signor O'Hara, io non so proprio cosa diavolo farò quando incontrerò i nostri amici cacciatori; ma se lei gentilmente continuerà a tener d'occhio il mio ombrello, che è un ottimo punto di riferimento nelle ricerche catastali, mi sentirò molto meglio".

            Kim guardò oltre la giungla di vette. "Questo non è il mio paese, hakim. È più facile, credo, trovare un pidocchio su una pelle d'orso".

            "Oh, questo è il mio punto di forza. Hurree non corre. Erano a Leh non molti giorni fa. Dicevano che erano venuti giù dal Karakorum con teste e corna e tutto. Io ho paura so-olamente che abbiano mandato le lettere e il materiale compromettente da Leh verso il territorio russo. Naturalmente ora si dirigeranno il più possibile a est, proprio per mostrare che non sono andati negli Stati Occidentali. Lei non conosce le montagne?". Con un ramoscello fece uno scarabocchio per terra. "Guardi! Loro dovrebbero essere venuti da Srinagar o da Abbottabad. Quella per loro è la strada più corta, lungo il fiume, passando per Bunji e Astor. Ma hanno combinato pasticci a ovest. E quindi", tracciò un solco da sinistra a destra, "si spingono verso est fino a Leh (quanto fa freddo lassù), e lungo l'Indo a Hanlé (è una strada che conosco), e poi giù, vede, fino a Bushar e alla valle di Chini. Ci sono arrivato per eliminazione, e anche interrogando queste persone che curo così bene. È un bel po' che i nostri amici sono in giro a far colpo con il loro spettacolino. Così li conoscono tutti. Vedrà che li acchiapperà da qualche parte nella valle di Chini. Ma per favore tenga d'occhio l'ombrello".

            L'ombrello ondeggiava come una campanula scossa dal vento, giù per le vallate e sui fianchi delle montagne, e a tempo debito il lama e Kim, che si orizzontava con la bussola, lo raggiungevano mentre vendeva polveri e pomate nel tardo pomeriggio. "Siamo venuti di là!". Il lama puntava il dito con noncuranza alle sue spalle verso i crinali, e l'ombrello si effondeva in complimenti.

            Attraversarono un valico nevoso alla luce fredda della luna e il lama, prendendo dolcemente in giro Kim, si immerse fino alle ginocchia continuando a camminare, simile ai cammelli battriani, di quella razza allevata nella neve, con il pelo ispido, che si vede al serraglio del Kashmir. Sprofondarono su strati di neve leggera e di argilla innovata, dove trovarono rifugio da una bufera in un accampamento di tibetani che correvano a valle con le loro pecorine, ognuna delle quali trasportava un sacco di borace. Sbucarono poi su spalle erbose ancora spruzzate di neve e, passando per una foresta, di nuovo ai prati. Ma con tutto quel cammino, Kedarnath e Badrinath restavano impassibili; e solo dopo giorni e giorni di marcia, dall'alto di un'insignificante collinetta di tremila metri, Kim vide che uno sperone dei due grandi signori aveva - sia pure di poco - cambiato profilo.

            Finalmente entrarono in un mondo dentro un altro mondo una vallata lunghissima dove le alte montagne erano formate semplicemente dai detriti che si erano staccati dai fianchi delle vette maggiori. Qui un giorno di marcia non li portava più lontano, pareva, del passo impacciato di chi si muove in un incubo. Aggirarono a fatica per ore uno sperone e, meraviglia, era solo una protuberanza su uno dei contrafforti della catena principale! Un prato rotondeggiante si rivelò, quando lo raggiunsero, un vasto altopiano che si spingeva lontano nella vallata. Tre giorni dopo, era una piega sfocata nella terra, verso sud.

            "Qui di certo vivono gli dèi", disse Kim, colpito dal silenzio e dalla velocità impressionante con cui le nuvole venivano sospinte e disperse dopo la pioggia. "Non è un posto per uomini, questo!".

            "Tanto tanto tempo fa", disse il lama come parlasse fra sé, "fu chiesto al Signore se il mondo fosse eterno. E a questo l'Eccelso non diede risposta... Quando ero a Ceylon, un saggio Cercatore mi ha confermato questa storia presa dal vangelo scritto in pali. Certo, dato che noi conosciamo la via verso la Verità, la domanda era inutile, ma... guarda e impara cos'è l'illusione chela! Queste sono le vere montagne! Sono come le mie montagne di Such-zen. Non ci sono mai state altre montagne come queste!".

            Sopra di loro, ancora immensamente sopra di loro, la terra torreggiava lontana verso la linea delle nevi eterne, dove da est a ovest, per centinaia di miglia, lungo una retta precisa come quella di un righello, si fermavano le ultime coraggiose betulle. Ancora sopra, in scarpate e in blocchi disordinati, le rocce lottavano per emergere da quella bianca oppressione. E più in alto, immutabili dall'inizio del mondo, ma mutevoli a ogni capriccio del sole e delle nuvole, si stendevano le nevi eterne, sul cui volto Kim e il lama intravedevano chiazze e macchioline dove danzavano la tempesta e il turbinio del wullie-wa. Proprio sotto di loro, la foresta scivolava via in un tappeto verdazzurro per miglia e miglia; sotto la foresta c'era un villaggio con i suoi campi a terrazze e i suoi ripidi pascoli disseminati qua e là; sotto il villaggio sapevano, sebbene per qualche istante un temporale infuriasse con il suo brontolio, che un declivio di quattro o cinquecento metri si affacciava sulla valle fertile dove confluiscono i corsi d'acqua che alimentano il giovane Sutluj.

            Come sempre, il lama conduceva Kim per tratturi e scorciatoie, lontano dalla strada principale che Hurree babu, quell'"uomo pauroso", aveva percorso in gran fretta tre giorni prima attraverso una tormenta alla quale nove inglesi su dieci avrebbero dato partita vinta. Hurree non amava le armi - il semplice scatto di un grilletto lo faceva impallidire - ma, per dirla con le sue parole, era "un segugio piuttosto efficiente" e con un modesto binocolo aveva perlustrato l'immensa vallata, con qualche buon risultato. Inoltre, la bianca stoffa consunta delle tende spicca molto contro il verde. Hurree babu aveva visto tutto quello che voleva vedere, quando si sedette sull'aia di Ziglaur, venti miglia a volo d'uccello e quaranta per strada: aveva visto, cioè, due puntini che un giorno erano proprio sotto la linea delle nevi e il giorno dopo si erano spostati in basso a una decina di centimetri di distanza sul fianco della montagna. Una volta riposate e rimesse al lavoro, le sue grasse gambe nude potevano coprire distanze sorprendenti, e fu per questo che mentre Kim e il lama se ne stavano in una capanna piena di spifferi a Ziglaur in attesa che la tempesta passasse, un bengalese untuoso, zuppo, ma sempre sorridente, che inframmezzava un ottimo inglese con le frasi più volgari, si stava ingraziando due forestieri fradici e piuttosto reumatizzati. Era arrivato, dopo aver congetturato i piani più disparati, al termine di un temporale che aveva spaccato in due un pino ai margini del loro accampamento. Questo fatto aveva convinto una o due dozzine di portatori terrorizzati che il giorno non era propizio per proseguire la marcia, per cui avevano gettato a terra il carico ed erano svaniti. Questi coolies erano sudditi di un rajah di montagna che appaltava i loro servizi, come è costume, per il suo personale guadagno; e in aggiunta a queste personali sciagure, i forestieri li avevano già minacciati con i fucili. La maggior parte di loro conosceva fucili e sahib da molto tempo; erano guide e shikarri nelle valli del nord, esperti nella caccia agli orsi e alle capre selvatiche; ma non erano mai stati trattati così in vita lo-ro. Così la foresta li accolse nel suo grembo e, nonostante schiamazzi e bestemmie, si rifiutarono di riprendere il lavoro. Non ci fu quindi bisogno di fingere pazzia o altro. Il babu aveva escogitato un nuovo sistema per assicurarsi una buona accoglienza. Strizzò gli abiti bagnati, infilo le scarpe di vernice, aprì l'ombrello bianco e azzurro e, con un'andatura affettata e il cuore che gli batteva contro le tonsille, fece la sua apparizione nelle vesti di "agente per Sua Altezza Reale il rajah di Rampur. Cosa posso fare per lor signori, prego?".

            I lor signori furono contentissimi. Uno era evidentemente francese, l'altro russo, ma parlavano un inglese non molto inferiore a quello del babu. Lo pregarono di prestar loro i suoi gentili uffici. I loro servi indigeni si erano ammalati a Leh. Avevano però proseguito in fretta da soli perché erano ansiosi di portare il bottino della caccia a Simla, prima che le pelli fossero mangiate dalle tarme.

            Avevano una lettera generica di presentazione (a questa il babu si inchinò profondamente, all'orientale) a tutti i funzionari del Governo. No, non avevano incontrato altre comitive di cacciatori en route. Erano autosufficienti. Avevano molte provviste. Desideravano solo procedere il più presto possibile. A questo punto il babu abbordò un montanaro acquattato fra gli alberi, e dopo tre minuti di conversazione e qualche moneta d'argento (non si può fare i taccagni al servizio dello stato, anche se il cuore del babu sanguinava per questo spreco), gli undici coolies e i tre uomini della scorta ricomparsero. Per lo meno il babu sarebbe stato testimone delle loro angherie.

            "Il mio regale padrone sarà alquanto infastidito, ma questa è solo gente rozza e ignorante. Se le vostre eccellenze vorranno gentilmente sorvolare su questo sgradevole episodio, io ne sarò molto contento. Fra poco la pioggia cesserà e allora si potrà andare. Siete andati a caccia, eh? E con che successo!".

            Passò svelto da un kilta all'altro, con la scusa di sistemare tutti quei cestini a forma di cono. Di norma l'inglese non ha rapporti di confidenza con l'asiatico, ma non colpirebbe sul polso un babu servizievole che per sbaglio ha rovesciato un kilta coperto di tela cerata rossa. Né d'altra parte insisterebbe con un babu per farlo bere, se anche fosse in termini di amicizia, o lo inviterebbe a mangiare. I forestieri fecero tutte queste cose, e rivolsero molte domande, per lo più sulle donne, a cui Hurree fornì risposte allegre e spontanee. Gli diedero un bicchiere di un liquido biancastro simile al gin, e poi un altro; e in breve tempo tutta la serietà del babu sparì. Rivelò intenti sediziosi, e parlò in termini molto sconvenienti di un Governo che gli aveva imposto un'istruzione da bianco e gli negava uno stipendio da bianco. Blaterò storie di oppressione e di ingiustizia finché le lacrime gli rigarono le guance per l'infelicità della sua terra.

            Poi si allontanò barcollando e cantando canzoni d'amore del Bengala del sud, e stramazzò a terra su un tronco bagnato. Mai forestieri si imbatterono in un così infelice prodotto del Governo inglese in India.

            "Sono tutti della stessa risma", disse un cacciatore all'altro in francese. "Quando saremo nell'India vera e propria lo vedrai. Mi piacerebbe far visita al suo rajah. Potremmo portargli le buone nuove. Forse ha sentito parlare di noi e ci vuole dimostrare la sua amicizia".

            "Non abbiamo tempo. Dobbiamo arrivare a Simla il più presto possibile", ribatté il suo compagno. "Per quello che mi riguarda, vorrei che i nostri rapporti fossero stati mandati da Hilás, o magari da Leh".

            "La posta inglese è migliore e più sicura. Ricordati che abbiamo tutte le facilitazioni e - in nome di Dio! - sono stati loro a darcene! Non è un segno di incredibile stupidità?"

            "È orgoglio... orgoglio che merita e riceverà punizione".

            "Sì. Combattere contro un altro continentale al nostro gioco vale qualcosa. Ci sono dei rischi, ma questa gente... bah! è troppo facile".

            "Orgoglio, tutto orgoglio, mio caro".

            "Ora, a cosa diavolo serve che Chandernagore sia così vicina a Calcutta e tutto", disse fra sé Hurree russando a bocca aperta sul muschio fradicio, "se non riesco a capire il loro francese. Parlano così in fretta! Sarebbe stato molto meglio tagliare la gola a queste due canaglie".

            Quando si presentò di nuovo era tormentato dal mal di testa, aveva un atteggiamento pentito e mostrava una gran paura di essersi comportato male quando era ubriaco. Era devoto al Governo britannico... era la fonte di ogni prosperità e onore, e il suo padrone a Rampur la pensava esattamente allo stesso modo. A queste parole i due cominciarono a ridere di lui e a citare sue frasi, finché piano piano, fra sorriseti supplichevoli, smorfie untuose e sguardi astuti, le difese del babu furono distrutte e venne costretto a dire... la verità. Lurgan, quando in seguito gli venne raccontata la vicenda, si rattristò molto di non aver potuto essere al posto dei coolies ottusi e distratti che, con la testa coperta da stuoini di paglia e le pozzanghere che si formavano ai loro piedi, aspettavano solo che il tempo migliorasse. Tutti i sahib di loro conoscenza - uomini dai ruvidi vestiti che tornavano allegramente anno dopo anno in quelle amate gole avevano servi e cuochi e attendenti, per lo più montanari. Questi sahib viaggiavano senza nessun seguito. Quindi erano sahib poveri, e oltre tutto ignoranti: nessun sahib con la testa sul collo seguirebbe i consigli di un bengalese. Ma il bengalese, apparso dal nulla, aveva dato loro dei soldi e sapeva qualche parola del dialetto locale. Abituati a continui maltrattamenti da gente del loro colore, sospettavano una trappola, ed erano pronti a scappare se si fosse presentata l'occasione.

            Poi, nell'aria ripulita di fresco, fumante del delizioso aroma della terra, il babu li guidò giù lungo i pendii; camminando davanti ai coolies con superbia; camminando dietro i forestieri con umiltà. I suoi pensieri erano molti e svariati. Il più insignificante avrebbe interessato i suoi compagni oltre ogni dire. Ma era una guida piacevole, sempre pronta a sottolineare le bellezze dei possedimenti del suo regale padrone. Popolò quei monti di qualsiasi bestia volessero trucidare - emitraghi, stambecchi, mufloni, e orsi con buona pace del profeta Eliselo. Discorreva di botanica e di etnologia con inoppugnabile imprecisione, e la sua riserva di leggende locali - ricordate che serviva fedelmente lo stato da quindici anni - era inesauribile.

            "Decisamente quel tipo è un originale", disse il più alto dei due stranieri. "È come l'incubo di una guida austriaca".

            "È l'immagine dell'India in transizione, il mostruoso ibrido fra est e ovest", replicò il russo. "Siamo noi che possiamo trattare con gli orientali".

            "Ha perso il suo paese e non ne ha ancora un altro. Ma ha un odio totale per i suoi conquistatori. Senti. Ieri sera mi ha detto...".

            Sotto il suo ombrello a strisce Hurree babu stava soffrendo le pene dell'inferno per cercare di seguire quel rapido francese, e per tenere tutti e due gli occhi su un kilta pieno di carte e documenti - un kilta eccezionalmente grande con una doppia copertura di tela cerata rossa. Non voleva rubare niente. Voleva solo sapere cosa rubare e, fra parentesi, capire come svignarsela dopo avere rubato. Ringraziava tutti gli dèi dell'Indostan, oltre a Herbert Spencer, che fosse rimasto qualcosa di valore da rubare.

            Il secondo giorno la strada saliva ripida verso uno sperone erboso sopra la foresta; e fu qui, verso il tramonto, che si imbatterono in un anziano lama - ma loro lo definirono un bonzo - seduto a gambe incrociate davanti a una misteriosa carta tenuta ferma da alcune pietre che egli stava spiegando a un giovane, evidentemente un neofita, di singolare - sebbene trascurata - bellezza. L'ombrello a strisce era stato avvistati a una mezza giornata di cammino, e Kim aveva suggerito una pausa in modo che li potesse raggiungere.

            "Ah!", fece Hurree babu, intraprendente come il Gatto con gli Stivali. "Si tratta di un eminente sant'uomo locale. Probabilmente un suddito del mio regale padrone".

            "Cosa fa? È un personaggio molto curioso".

            "Sta esponendo una sacra pittura, tutta lavorata a mano".

            I due uomini rimasero fermi a testa scoperta, immersi nella luce radente del tramonto che illuminava l'erba dorata. I coolies scontrosi, contenti della pausa, si fermarono e scaricarono i bagagli.

            "Guarda!", disse il francese. "È come il quadro della nascita di una religione... il primo maestro e il primo discepolo. È buddista?"

            "Di qualche tipo spurio", rispose l'altro. "Non ci sono veri buddisti fra le montagne. Ma guarda le pieghe del suo abito. Guarda i suoi occhi... come sono insolenti! Perché quest'uomo ci fa sentire come se fossimo un popolo tanto giovane?". Colui che parlava colpì con foga un lungo stelo d'erba. "Non abbiamo ancora lasciato il nostro segno da nessuna parte. Da nessuna parte! È questo, capisci, che mi tormenta". Guardo accigliato verso il volto tranquillo e la calma monumentale dell'atteggiamento del lama.

 

            "Abbi pazienza. Lasceremo il nostro marchio insieme, noi e voi giovani popoli. Nel frattempo, disegna il suo ritratto".

            Il babu avanzava altezzoso, la schiena per nulla in accordo con le sue parole deferenti, o con il suo ammiccò verso Kim.

            "Santo, questi sono sahib. Le mie medicine ne hanno curato uno per un disturbo intestinale, e ora vado a Simla per seguire la sua convalescenza. Intanto, desiderano vedere la tua pittura..."

            "Curare i malati è sempre una buona cosa. Questa è la Ruota della Vita", disse il lama, "la stessa che ti ho mostrato nella capanna a Ziglaur mentre scendeva la pioggia".

            "E vorrebbero che tu la commentassi".

            Gli occhi del lama si illuminarono alla prospettiva di nuovi ascoltatori. "Esporre la Via Eccelsa è sempre bene. Hanno qualche conoscenza di hindi, come il Custode delle Immagini?"

            "Un pochino, forse".

            Allora, con il candore di un bambino concentrato in un nuovo gioco, il lama con uno scatto all'indietro del capo cominciò a voce spiegata l'invocazione del Dottore di Teologia prima di svelare la vera dottrina. Gli stranieri erano appoggiati ai loro bastoni da montagna e ascoltavano. Kim, accovacciata umilmente, osservava la luce rossa del sole sui loro volti e le ombre che si univano e si separavano. Portavano calzature di foggia non inglese e curiose cinture con tasche che gli ricordarono confusamente le illustrazioni di un libro della biblioteca di San Saverio: Le avventure di un giovane naturalista in Messico era il titolo. Sì, assomigliavano allo stupefacente signor Sumichrast di quella storia, e per nulla alle "persone prive di scrupoli" della descrizione di Hurree babu. I coolies, terrei e silenziosi erano accucciati in posa reverente a una ventina di metri di distanza, e il babu, con la falda del suo abito leggero che sbatteva nella brezza serale come una banderuola, era fermo in piedi con l'aria di un padrone di casa soddisfatto.

            "Sono loro", bisbigliò Hurree, mentre il rituale procedeva e i due bianchi seguivano il fuscello d'erba passare dall'Inferno al Paradiso e viceversa. "Tutti i loro libri sono nel grosso kilta con il coperchio rosso - libri e rapporti e mappe - e ho visto anche la lettera di un re, scritta da Hilás o da Bunár. La controllano con molta cura. Non hanno mandato niente da Hilás o da Leh. Questo è certo".

            "Chi c'è con loro?"

            "Solo i coolies beegar Non hanno servi. Stanno così attenti che si preparano da soli da mangiare".

            "Ma io cosa dovrei fare?"

            "Aspetta e guarda. Solo, se capita l'occasione, saprai dove cercare i documenti".

            "Sarebbe meglio se qui ci fosse Mahbub Ali e non un bengalesi", disse Kim sprezzante.

            "Ci sono tanti modi di vedere l'innamorata, oltre a buttar giù il muro".

            "Osservate qui l'Inferno destinato all'avarizia e all'ingordigia. Costeggiato da un lato dal Desiderio e dall'altro dal Disgusto". Il lama si era accalorato parlando, e uno dei due forestieri ne schizzava un ritratto nella luce calante.

            "Adesso basta", disse brusco l'uomo. "Non riesco a capire quello che dice, ma voglio quel suo disegno. È un artista migliore di me. Chiedigli se lo vende".

            "Dice: "Nossignore"", replicò il babu. Il lama, naturalmente, non avrebbe dato la sua carta a un viandante incontrato per caso, più di quanto un arcivescovo avrebbe dato in pegno i calici sacri della sua cattedrale. Tutto il Tibet è pieno di riproduzioni a buon mercato della Ruota, ma il lama era un artista, oltre ad essere un facoltoso abate nel suo monastero.

            "Forse fra tre giorni, o fra quattro, o fra dieci, se mi rendo conto che il sahib è un Cercatore ed è preparato, posso disegnargliene un'altra io stesso. Ma questa serve per l'iniziazione di un novizio. Darglielo, hakim".

            "Lui la vuole adesso, per soldi".

            Il lama scosse lentamente la testa, e cominciò a ripiegare la Ruota. Il russo, da parte sua, vedeva solo un vecchio piuttosto sporco che tirava sul prezzo di un lurido foglio di carta. Tirò fuori una manciata di rupie, e afferrò quasi per scherzo la carta, che nella stretta del lama si lacerò. Un sommesso mormorio di orrore si levò fra i coolies, alcuni dei quali erano saputi, secondo il loro punto di vista, buoni buddisti. Il lama balzò in piedi all'insulto; la sua mano corse al pesante portapenne di ferro che rappresenta la sola arma del sacerdote, mentre il babu saltellava per l'angoscia.

            "Ora vede... vede perché volevo testimoni. Sono persone prive di scrupoli. Oh Signo-ore! Signo-ore! Non doveva colpire il sant'uomo!"

            "Chela! Quest'uomo ha profanato la Parola scritta!".

            Era troppo tardi. Prima che Kim lo potesse respingere, il russo colpì il vecchio in pieno volto. L'attimo seguente, stava rotolando giù per la montagna con Kim attaccato alla gola. Il colpo aveva risvegliato tutti gli oscuri diavoli irlandesi che dormivano nel sangue del ragazzo, e l'improvviso crollo del suo nemico aveva fatto il resto. Il lama cadde in ginocchio, semistordito; i coolies con i loro carichi fuggirono su per la montagna con la velocità con cui un uomo di pianura corre su un terreno piatto. Avevano assistito a un indicibile sacrilegio, e sentivano di dover scappare prima che gli dèi e i diavoli delle montagne si vendicassero. Il francese corse verso il lama, la pistola in pugno, con una vaga idea di usarlo come ostaggio per il suo compagno. Una pioggia di pietre taglienti - i montanari sono tiratori infallibili - lo fece desistere, e un coolie di Ao-chung trascinò di corsa il lama nel fuggifuggi generale. Tutto avvenne con la stessa rapidità delle tenebre improvvise in montagna.

            "Hanno preso i bagagli e tutti i fucili", urlò il francese, sparando alla cieca nel crepuscolo.

            "Tutto bene, Signo-ore! Tutto bene! Non sparate! Vado in soccorso dell'altro gentiluomo", e Hurree, precipitandosi con tutto il suo peso giù per il pendio, si buttò a corpo morto su Kim, felice e stupefatto, che stava sbattendo la testa del suo avversario ormai senza fiato contro una pietra.

            "Torna dai coolies", gli sussurrò il babu nell'orecchio. "Hanno i bagagli. Le carte sono nel kilta con il coperchio rosso, ma guarda anche negli altri. Prendi le loro carte, e soprattutto la murasla (lettera del Re). Presto! Sta arrivando l'altro!".

            Kim si slanciò su per la montagna. Una pallottola risuonò contro una roccia accanto a lui, e il ragazzo si acquattò.

            "Se spara", gridò il babu, "verranno giù e ci annienteranno. Ho salvato l'altro gentiluomo, signo-ore. Quello che lei fa e mo-olto pericoloso".

            "Per Giove!", i pensieri di Kim correvano all'impazzata in inglese. "Siamo proprio alle strette qui, ma a me pare che sia legittima difesa". Cercò a tastoni sul petto il regalo di Mahbub, e con qualche incertezza - a parte qualche colpo di allenamento nel deserto di Bikaner, non aveva mai usato la piccola arma - premette il grilletto.

            "Cosa le dicevo, signo-ore!". Il babu sembrava in lacrime.

            "Venga quaggiù e mi aiuti ad assistere il gentiluomo. Qui ci troviamo tutti in una gran brutta situazione, glielo dico io".

            Gli spari cessarono. Si sentì un rumore di passi che incespicavano, e Kim corse su veloce nelle tenebre, imprecando come un turco... o come un inglese allevato in India.

            "Ti hanno ferito, chela?", lo chiamò il lama dall'alto.

            "No, e tu?". Si tuffò in mezzo a un ciuffo di minuscoli abeti.

            "Illeso. Vieni via. Andiamo con questa gente a Shamlegh sotto la neve".

            "Ma prima dobbiamo fare giustizia", gridò una voce. "Abbiamo i fucili dei sahib... tutti e quattro. Scendiamo".

            "Ha colpito il Santo... Lo abbiamo visto! Il nostro bestiame diventerà sterile, le nostre mogli smetteranno di figliare! Le nevi ci seppelliranno mentre torniamo a casa... E dopo tutte le loro angherie!".

            Il piccolo bosco di abeti si riempì di coolies vocianti, presi dal panico, e in questo loro terrore capaci di tutto. L'uomo di Ao-chung fece scattare la sicura del fucile con impazienza pronto a scendere per il pendio.

            "Aspettami qui per un po', Sant'Uomo; non possono andare lontano; aspetta finché io non torno"

            "Ecco la persona che ha subito un torto", disse il lama, la mano sulla fronte.

            "Appunto per questo", fu la replica.

            "Se questa persona tollera, le tue mani sono pulite. E anzi acquisisci merito con la tua ubbidienza".

            "Aspetta, e andremo tutti insieme a Shamlegh", insisté l'uomo.

            Per un attimo, giusto il tempo che ci vuole per infilare una cartuccia nel caricatore il lama esitò. Poi si alzò in piedi, e posò un dito sulla spalla dell'uomo.

            "Mi hai sentito? Io dico che non ci sarà spargimento di sangue, io che ero abate di Such-zen. O forse desideri rinascere sotto forma di ratto, o di serpe sotto le grondaie, o magari di un verme nascosto nel ventre del più immondo animale? Desideri forse...".

            L'uomo di Ao-chung cadde in ginocchio, perché quella voce rimbombava come un gong tibetano.

            "Ahi! Ahi!", gridavano gli uomini di Spiti. "Non ci maledire... non lo maledire. È stato solo il suo zelo, o Santo!... Posa quel fucile, sciocco!"

            "Da rabbia nasce rabbia! Da male nasce male! Non ci sarà spargimento di sangue. Lasciamo che quelli che picchiano i sacerdoti siano prigionieri dei loro stessi atti. Giusta e sicura è la Ruota, che non si smuove neanche di un capello! Molte volte rinasceranno, e sempre nel tormento". La sua testa ricadde, e si appoggiò alla spalla di Kim.

            "Sono stato molto vicino a commettere un grande male chela", sussurrò nel profondo silenzio sotto i pini. "Sono stato tentato di lasciar partire quel colpo; ed effettivamente, in Tibet avrebbero trovato una morte lenta e dolorosa... Mi ha colpito in piena faccia... sulla carne...". Scivolò a terra, boccheggiando, mentre Kim poteva sentire il cuore affaticato battere con sussulti irregolari.

            "Lo hanno colpito a morte?", disse l'uomo di Ao-chung, mentre gli altri assistevano silenziosi alla scena.

            Kim si inginocchiò accanto al lama con una paura mortale.

            "No", gridò veemente, "è solo una debolezza passeggera". Allora si ricordò che era un bianco, e che aveva a disposizione le attrezzature dell'accampamento dei bianchi. "Aprite i kilta! Forse i sahib hanno una medicina".

            "Oh! So io quello che ci vuole, allora", disse l'uomo di Ao-chung con una risata. "Non per nulla sono stato per cinque anni lo shikarri di Yankling sahib! La conosco, quella medicina, e l'ho provata. Tieni!".

            Estrasse dal petto una bottiglia di whisky da poco - quello che vendono agli esploratori a Leh - e abilmente ne versò un po' fra i denti del lama.

            "Ho fatto così quando Yankling sahib si è storto il piede, oltre Astor. Ah! Ho già guardato nelle loro ceste... ma faremo un'equa divisione a Shamlegh. Dagliene ancora un po'. È una buona medicina. Senti! Il suo cuore va meglio adesso. Appoggiagli la testa per terra e strofinare un po' anche sul petto. Se avesse aspettato tranquillo mentre io mi occupavo dei sahib, questo non sarebbe successo. Ma forse i sahib possono venire a darci la caccia qui. Allora, non ci sarebbe niente di male, a colpirli con i loro fucili, eh?"

            "Uno ha già avuto la sua dose, credo", disse Kim fra i denti.

            "Gli ho dato un calcio all'inguine mentre rotolavamo giù. L'avessi ucciso!"

            "È facile essere coraggiosi quando non si vive a Rampur", disse un uomo la cui capanna distava poche miglia dal traballante palazzo del rajah. "Se ci facciamo un cattivo nome fra i sahib, nessuno ci impiegherà più come shikarri".

            "Oh, ma questi non sono sahib angresi; non è gente allegra come Fostum sahib o Yankling sahib. Non sanno parlare angresi come i sahib".

            A questo punto il lama tossicchiò e si sedette, cercando atterrito il rosario.

            "Non ci sarà spargimento di sangue", mormorò. "Giusta è la Ruota! Da male nasce male..."

            "No, Santo. Siamo tutti qui". L'uomo di Ao-chung gli accarezzò timidamente il piede. "A meno che tu non lo ordini, nessuno verrà ucciso. Riposa un po'. Faremo un piccolo accampamento, e più tardi, quando si alza la luna, andremo a Shamlegh-sotto-la-neve".

            "Dopo un colpo", disse sentenzioso uno degli saputi; "è meglio dormire".

            "Sento una sorta di pesantezza, e una fitta alla nuca. Lascia che posi la mia testa sul tuo grembo, chela. Sono solo un vecchio, ma non libero dalle passioni... Dobbiamo pensare alla Causa delle Cose".

            "Dategli una coperta. Non possiamo arrischiarsi ad accendere un fuoco se non vogliamo che i sahib ci vedano".

            "Meglio andare subito a Shamlegh. A Shamlegh nessuno ci seguirà".

            A parlare era stato l'uomo nervoso di Rampur.

            "Ho fatto lo shikarri per Fostum sahib e per Yankling sahib. In questo momento mi dovrei trovare con Yankling sahib, non fosse per questa maledetta beegar (la corvée). Due uomini staranno di guardia in basso con i fucili nel caso i sahib facciano qualche altra sciocchezza. Io non lascio solo questo Santo".

            Si sedettero un po' discosti dal lama, e dopo essere rimasti in ascolto qualche minuto, si passarono in giro una pipa ad acqua il cui recipiente era un vecchio flacone di lucido per scarpe Day and Martin. Il bagliore della brace ardente che passava di mano in mano illuminava gli occhi stretti, ammiccanti, gli alti zigomi cinesi, e i colli taurini che parevano fondersi nelle pieghe scure dei mantelli pesanti avvolti intorno alle spalle. Parevano gli elfi di una miniera magica, gli gnomi delle montagne riuniti in conclave. E mentre parlavano, le voci delle acque innovate intorno a loro tacevano una dopo l'altra, a mano a mano che il gelo notturno ne soffocava e bloccava i rivoli.

            "Come si è eretto contro di noi!", disse uno saputi con tono di ammirazione. "Ricordo un vecchio stambecco, sulla via per il Ladakh, che Dupont sahib aveva mancato con un colpo a bruciapelo, sette stagioni fa, e che stava eretto proprio come lui. Dupont sahib era un buon shikarri".

            "Non bravo come Yankling sahib". L'uomo di Ao-chung prese una sorsata dalla bottiglia di whisky e la fece passare.

            "Ora ascoltate... a meno che un altro non pensi di saperne di più".

            La sfida non fu raccolta.

            "Andiamo a Shamlegh quando si alza la luna. Là ci dividiamo equamente fra di noi il bagaglio. Io mi accontento del piccolo fucile nuovo e di tutte le sue cartucce".

            "Gli orsi sono cattivi solo dalle tue parti?", disse uno dei compagni dando un tiro alla pipa.

            "No, ma le pelli di capriolo muschiato valgono sei rupie ciascuna adesso, e le tue donne possono avere la tela delle tende e anche qualche pezzo dell'attrezzatura di cucina. Ce ne occuperemo a Shamlegh prima dell'alba. Poi ognuno se ne andrà per la sua strada, ricordando che non abbiamo mai visto né abbiamo servito per questi sahib, perché in effetti possono dire che abbiamo rubato i loro bagagli".

            "Questo andrà bene per te, ma cosa dirà poi il nostro rajah?"

            "E chi glielo andrà a dire? Quei sahib che non sanno neanche parlare, o il babu che ci ha pagato per ragioni sue? Sarà lui a guidare un esercito contro di noi? Che prove rimarranno? Quello di cui non abbiamo bisogno, lo butteremo nel baratro di Shamlegh, dove nessuno ha mai messo piede".

            "E chi c'è a Shamlegh quest'estate?". Il villaggio era solo un luogo di pascolo con tre o quattro capanne.

            "La Donna di Shamlegh. A lei i sahib non piacciono, come sapete bene. Gli altri saranno contenti di qualche piccolo regalo; e qui ce n'è abbastanza per tutti". Diede un corpetto ai grassi fianchi della cesta più vicina.

            "Ma... ma..."

            "Ho detto che quelli non erano veri sahib. Pelli e teste le hanno comprate al bazar di Leh. Io conosco i marchi. Ve li ho mostrati mentre andavamo".

            "È vero. Sono tutte pelli e teste comprate. Certe avevano perfino le tarme".

            Era un'argomentazione efficace, e l'uomo di Ao-chung conosceva i suoi compagni.

            "Se poi dovesse succedere il peggio, racconterò la cosa a Yankling sahib, che è un tipo sveglio, e riderà. Non facciamo niente di male a nessun sahib che conosciamo. Quella è gente che picchia i sacerdoti. Ci hanno spaventato. Siamo scappati! Chissà dove ci sono caduti i bagagli? Credete che Yankling sahib permetteva alla polizia della pianura di salire fin quassù a disturbare la selvaggina? Da Simla a Chini ce n'è, di strada, e ancora di più da Shamlegh alla discarica di Shamlegh".

            "D'accordo, ma io porto il kilta grosso. Il cesto con la copertura rossa che i sahib preparano da soli tutte le mattine".

            "Allora, siamo d'accordo", disse furbamente l'uomo di Shamlegh, "che questi sono sahib di poco conto. Si è mai sentito che Fostum sahib o Yankling sahib, o addirittura il piccolo Peel sahib che la notte sta alzato per cacciare il serow... dico, si è mai sentito che questi sahib vengano in montagna senza un cuoco di pianura, e un portatore... e tutta quella gente al seguito, ben pagata, prepotente e che ci tratta male? Che fastidio ci possono dare quei due? E cosa ci importa del kilta?"

            "Niente, ma è pieno della Parola Scritta... libri e carte su cui scrivevano, e strumenti strani, come di preghiera".

            "La discarica di Shamlegh inghiottirà tutto".

            "È vero! Ma se poi in questo modo insultiamo gli dèi? A me non piace trattare in questo modo la Parola Scritta. E i loro idoli di ottone non li capisco proprio. Quello non è bottino per noi semplici montanari".

            "Il vecchio dorme ancora. Shht! Chiederemo al suo chela". L'uomo di Ao-chung si ravvivò, tutto tronfio per il suo ruolo di capo.

            "Abbiamo qui", bisbigliò, "un kilta di cui non conosciamo la natura".

            "Ma io sì", disse prudente Kim. Il lama riprendeva fiato, nel suo sonno leggero e regolare, e Kim rifletteva alle ultime parole di Hurree. Come partecipante al Grande Gioco era pronto a rendere onore al babu. "È un kilta con una copertura rossa, ed è pieno di cose straordinarie che non devono essere maneggiate da gente inesperta".

            "L'avevo detto, l'avevo detto", esclamò l'uomo che portava quel carico. "Pensi che ci potrà tradire?"

            "No, se lo date a me. Toglierò la sua magia. Altrimenti potrà fare molto male".

            "Un prete vuole sempre la sua parte". Il whisky aveva un effetto demoralizzante sull'uomo di Ao-chung.

            "A me non importa", rispose Kim, con l'astuzia dei suoi connazionali. "Partitevi la roba fra di voi, e poi guardate cosa succede!"

            "Io no di certo. Stavo solo scherzando. Dai tu l'ordine. Per noi ce n'è d'avanzo. Andremo a Shamlegh all'alba".

            Continuarono a fare e a disfare i loro ingenui piani per un'altra ora, mentre Kim rabbrividiva di freddo e d'orgoglio. L'umorismo della situazione solleticava in lui l'irlandese e l'orientale. Ecco che gli emissari della temibile Potenza del Nord, molto probabilmente grandi nel loro paese come Mahbub o il colonnello Creighton, erano stati di colpo sgominati e ridotti all'impotenza. Uno di loro, lui lo sapeva meglio degli altri, avrebbe zoppicato per un pezzo. Quei due avevano promesso mari e monti ai re. Ma questa notte si trovavano da qualche parte sotto di lui, senza documenti, senza cibo, senza tende, senza armi... e, a parte Hurree babu, senza guide. E questo crollo del loro Grande Gioco (Kim si chiedeva a chi avrebbero dovuto fare rapporto), questa terrorizzata fuga notturna, non erano accaduti grazie alle astuzie di Hurree o agli espedienti di Kim, ma in modo semplice, pulito e inevitabile come la cattura degli amici fachiri di Mahbub da parte del giovane poliziotto zelante di Umballa.

            "Sono laggiù... senza niente; e, accidenti, fa freddo! E io sono qui con tutte le loro cose. Oh, come saranno furibondi! Mi dispiace per Hurree babu".

            Kim avrebbe potuto risparmiarsi la sua compassione, perché sebbene in quel momento il bengalese soffrisse acutamente nella carne, il suo spirito era esaltato e orgoglioso. Un miglio a valle lungo la montagna, sul bordo della pineta, due uomini semicongelati, uno dei quali era assalito a intervalli da tremendi conati di vomito, stavano alternando reciproche recriminazioni agli insulti più pungenti nei confronti del babu, che pareva morto di terrore. I due richiesero un piano di azione. Hurree rispose che dovevano ritenersi fortunati di essere ancora vivi; che i coolies, se in quel momento non stavano tendendo loro qualche agguato, erano fuggiti definitivamente; che il rajah, suo padrone, era a novanta miglia di distanza e comunque, ben lungi dal concedere loro un prestito e una scorta per il viaggio a Simla, li avrebbe di certo cacciati in prigione, se fosse venuto a sapere che avevano colpito un sacerdote. Si soffermò a lungo su questo delitto e sulle sue conseguenze finché i due lo pregarono di cambiare discorso. La loro unica speranza, disse, era di fuggire senza farsi notare da un villaggio all'altro, finché non avessero raggiunto la civiltà; e sciogliendosi in lacrime per la centesima volta, si rivolse alle stelle chiedendosi perché i sahib "avevano picchiato l'uomo santo".

            Dieci passi sarebbero bastati per portare Hurree nelle tenebre fruscianti, fuori dalla loro portata, verso un tetto e un pasto nel villaggio più vicino, dove i dottori dalla parlantina sciolta erano rari. Ma preferiva sopportare il freddo, i morsi della fame, le male parole, e qualche percossa ogni tanto, in compagnia dei suoi onorevoli datori di lavoro. Rannicchiato contro un tronco d'albero, singhiozzava mestamente.

            "E ci pensi", disse con tono vibrato l'uomo che non era ferito, "allo spettacolo che offriremo vagando per queste montagne fra gli indigeni?".

            Hurree babu non aveva pensato praticamente ad altro da qualche ora, ma l'osservazione non era rivolta a lui.

            "Altro che vagare! Mi reggo a stento in piedi", si lamentò la vittima di Kim.

            "Forse il Sant'Uomo sarà misericordioso nella sua carità, signo-ore, altrimenti..."

            "Io mi riprometto lo speciale piacere di scaricare la mia pistola contro quel giovane bonzo la prima volta che lo vedo", fu la poco cristiana risposta.

            "Pistole! Vendetta! Bonzi!". Hurree si rannicchiò ancor di più. Le ostilità si stavano riaccendendo. "E pensa a quello che abbiamo perso... I bagagli! I bagagli!". Il babu sentiva l'uomo che stava parlando ballare letteralmente sull'erba. "Tutto quello che avevamo! Tutto quello che eravamo riusciti a procurarci! I nostri sforzi! Otto mesi di lavoro! Ma sai cosa significa? "Decisamente solo noi possiamo trattare con gli orientali!" Oh, proprio bene sapete trattare!".

            Ricominciarono in diverse lingue, e Hurree sorrise. Kim aveva i kilta, e dentro i kilta c'erano otto mesi di buona diplomazia. Non c'era modo di comunicare con il ragazzo, ma ci si poteva fidare di lui. Per il resto, poteva allestire un viaggio attraverso i monti in modo che Hilás, e Bunár, e quattrocento miglia di strade di montagna, potessero raccontare quella storia per una generazione. Gli uomini che non sanno controllare i loro coolies sono poco rispettati sulle montagne, e il montanaro ha un acuto senso del ridicolo.

            "L'avessi preparata io stesso, rifletté Hurree, "non avrei potuto fare di meglio; e per Giove, ora che ci penso, sono stato io a organizzare tutto. Come sono stato svelto! Mentre scendevo giù di corsa, ci ho pensato! L'offesa è stata accidentale, ma solo io avrei potuto prepararla... ah... anche se l'occasione era ottima. Figurarsi l'effetto morale su questa gente ignorante! Niente trattati, niente carte, nessun documento scritto... e me a far loro da interprete. Come rideremo con il Colonnello! Mi piacerebbe avere anche quelle carte; ma non è possibile occupare due luoghi diversi allo stesso tempo. Questo è assiomatico".