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Lazarillo de Tormes
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Anonimo
PROLOGO
Ritengo giusto, io, che cose di tanta importanza, e magari mai viste nè udite, giungano alla conoscenza di molti e non rimangano sepolte nella tomba dell'oblio, poiché può darsi che qualcuno, leggendole, trovi qualcosa di suo gusto, e che dilettino chi non approfondisca troppo. A questo proposito Plinio dice che "non c'è libro, per cattivo che sia, che non abbia in sè qualcosa di buono"; soprattutto se si considera che non tutti i gusti sono uguali, e ciò che a uno non piace può sembrare prelibato a qualcun altro; così vediamo che cose disprezzate da alcuni non lo sono affatto da altri. Da ciò deriva che nulla dovrebbe essere buttato via o lasciato andare in rovina, a meno che non fosse assolutamente detestabile, ma anzi dovrebbe essere comunicato a tutti, specialmente qualora non fosse di alcun pericolo e, al contrario, se ne potesse trarre un qualche frutto. Se non fosse così, infatti, ben pochi scriverebbero solamente per uno, perché non lo si fa senza fatica, e quelli che lo fanno vogliono essere compensati, non con denaro, ma con la speranza che le loro opere siano conosciute e lette e, se lo meritano, lodate. E a questo proposito Tullio dice: "La gloria dà vita alle arti".
Chi mai pensa che il soldato in testa all'assalto delle mura sia quello che maggiormente odia la vita? No, certo, è la brama di elogi che lo spinge ad esporsi al rischio; ed è questo ciò che succede nelle arti e nelle lettere. Predica assai bene il giovane teologo, ed è uomo che desidera molto il giovamento delle anime; ma chiedete al molto reverendo se si dispiace quando gli dicono: "Oh, reverendo, che magnifica predica!". Aveva corso malissimo alla giostra l'eccellente signor Tizio, e ha regalato una sua camicia al giullare che lo elogiava per aver dato così bene di lancia: che avrebbe mai fatto se fosse stata la verit…?
E tutto funziona nello stesso modo; così, pur confessando di non essere più bravo dei miei concittadini, non mi dispiacerà che queste mie bagattelle, che scrivo con stile tanto grossolano, vengano a conoscenza di tutti coloro che possano trovarci un qualche motivo di piacere o di divertimento, vedendo come un uomo possa vivere pur tra tante disgrazie, pericoli e avversit….
Supplico Vostra Signoria di accettare l'umile omaggio dalla mano di chi ne offrirebbe uno assai più ricco se le sue possibilità fossero pari al suo desiderio. E poiché Vostra Signoria scrive che le si scriva ed esponga il caso con tutti i dettagli, mi è sembrato corretto trattarlo non dalla met…, ma dall'inizio, affinché si abbia un'idea esauriente della mia persona; e anche perché coloro che hanno ricevuto in eredità nobili natali vedano quanta poca considerazione sia loro dovuta, perché la Fortuna è stata parziale con loro, e quanto più abbiano fatto coloro che, avendola avversa, remando con forza e destrezza, sono arrivati felicemente in porto.
.CAPITOLO PRIMO
Lazaro racconta la propria vita e di chi era figlio
Sappia allora la Signoria Vostra, prima di qualunque altra cosa, che mi chiamano Lazaro de Tormes, figlio di Tomè Gonz…lez e di Antona Pèrez, originari di Tejares, nei pressi di Salamanca. La mia nascita avvenne dentro il fiume Tormes, e per questo motivo presi il soprannome. E avvenne in questo modo: mio padre, che Dio lo perdoni, lavorava come mugnaio in un mulino che sta sulla riva di quel fiume e nel quale macinò per oltre quindici anni. E trovandosi una sera mia madre nel mulino, incinta di me, le vennero le doglie e mi partorì lì; quindi posso dire di essere nato proprio nel fiume.
Quando ero un bambino di otto anni, imputarono a mio padre certi mal fatti salassi nei sacchi di quelli che venivano lì a macinare, e per questo fu imprigionato, e confessò e non negò, e incorse nella persecuzione della giustizia. Spero in Dio che sta nella gloria, perché il Vangelo li chiama beati. In quel tempo si raccolse un'armata contro i mori e, tra gli altri, ci andò anche mio padre, che all'epoca era confinato per il fattaccio che ho detto, come mulattiere di un cavaliere che vi partecipò. E insieme al suo signore, da servo fedele, concluse la sua vita.
Mia madre, ormai vedova, vedendosi senza marito e senza protezione, e pensando che a frequentare gente per bene si diventa uno di loro, andò a vivere in città e affittò una casuccia. Si mise a cucinare per certi studenti, e lavava i panni a certi mozzi di stalla del Commendatore della Magdalena, così che cominciò a visitare le scuderie.
In questo modo finì per conoscere un uomo bruno, uno di quelli che badavano alle bestie. Lui a volte veniva a casa nostra e se ne andava il mattino dopo. Altre volte si presentava alla porta di giorno, con la scusa di comperare delle uova, e si infilava in casa. All'inizio, quando cominciarono questi traffici, mi sentivo molto infelice e avevo paura di lui, vedendo il colore della sua pelle e il brutto aspetto che aveva. Ma quando mi accorsi che con la sua presenza miglioravano i pasti mi andai affezionando a lui, perché portava sempre pane e pezzi di carne, e in inverno legna con cui ci scaldavamo.
Di modo che, continuando ospitalità e visite, mia madre finì per darmi un negretto molto carino, che facevo saltare sulle ginocchia e di cui mi prendevo cura. E mi ricordo di una volta che il mio nero patrigno stava giocherellando con il ragazzino: siccome il piccolo vedeva mia madre e me bianchi e lui no, fuggì via da lui impaurito, verso mia madre, e, puntandogli il dito contro, diceva: "Madre, babau!". Lui, ridendo, rispose: "Figlio di puttana!".
Io, benchè fossi ancora un bambino, notai quella parola del mio fratellino e dissi tra me e me: "Quanti ce ne devono essere al mondo che fuggono dagli altri perché non vedono se stessi!".
Volle la nostra sfortuna che la relazione con Zaide, era questo il suo nome, giungesse alle orecchie dell'amministratore, e, fatta una verifica, si scoprì che rubava la metà dell'orzo che gli davano per le bestie, e crusca, legna, striglie, grembiuli, e che dichiarava perdute le coperte e le gualdrappe dei cavalli; e quando non c'era altro toglieva i ferri alle bestie, e con tutte queste cose aiutava mia madre ad allevare il mio fratellino. Non meravigliamoci di un chierico o di un frate perché l'uno ruba ai poveri e l'altro al convento per le sue devote o per se stesso, quando l'amore spingeva a tanto un povero schiavo.
Venne riconosciuto colpevole di tutto ciò che ho detto e d'altro ancora; perché mi interrogarono, minacciandomi, e io, piccolo com'ero, per la paura risposi rivelando tutto quello che sapevo: perfino di certi ferri di cavallo che avevo venduto a un maniscalco per ordine di mia madre.
Quel poveretto del mio patrigno lo frustarono e gli versarono grasso fuso sulle ferite, e mia madre fu condannata dal tribunale, oltre al solito centinaio di frustate, a non metter più piede nella casa del Commendatore che ho detto e a non accogliere più nella sua il povero Zaide.
Per non tirare il manico dietro la scure, la meschina si fece coraggio e scontò la sentenza. E, per evitare pericoli e sfuggire alle malelingue, andò a servizio presso quelli che allora vivevano nella locanda della Solana; e lì, patendo mille sventure, continuò ad allevare il mio fratellino finché fu in grado di camminare, e me sino a quando fui un ragazzetto sveglio, che andava a prendere vino e candele per gli ospiti e quant'altro gli ordinassero.
A quel tempo venne ad alloggiare nella locanda un cieco che, sembrandogli che io fossi adatto all'addestramento, mi chiese a mia madre. Lei, dopo avergli detto che ero figlio di un buon uomo, morto per il trionfo della fede nella spedizione di Gerba, che confidava in Dio che non sarei risultato peggiore di mio padre e che, dal momento che ero orfano, lo pregava di trattarmi bene e di prendersi cura di me, mi affidò a lui. Egli rispose che lo avrebbe certamente fatto e che mi accoglieva non come servitore ma come un figlio. E così entrai al suo servizio, per guidare il mio nuovo e vecchio padrone.
Dopo essere rimasti a Salamanca per alcuni giorni, sembrandogli che il guadagno non fosse soddisfacente, decise di andarsene da lì. Quando venne l'ora di partire io andai a trovare mia madre e, tutti e due in lacrime, mi diede la sua benedizione e disse: "Figlio, so bene che non ti rivedrò più. Sforzati di essere buono, e Dio ti guidi. Ti ho allevato e ti ho posto al servizio di un buon padrone; abbi cura di te stesso".
Dopo di che me ne andai dal mio padrone che mi stava aspettando.
Uscimmo da Salamanca e giungemmo al ponte al cui ingresso c'è un animale di pietra che ha quasi la forma di un toro; il cieco mi ordinò di avvicinarmi all'animale e, una volta che fui lì, mi disse:
"Lazaro, avvicina l'orecchio a questo toro e vi udrai dentro un gran rumore".
Io mi avvicinai ingenuamente, credendo che fosse vero. Ma appena sentì che avevo la testa sulla pietra, allungò pesantemente la mano e mi fece dare una gran zuccata contro quel toro del demonio, tanto che il dolore per la cornata mi durò più di tre giorni, e mi disse:
"Sciocco, impara, chè il servo del cieco deve saperne una più del diavolo".
E rise molto della burla.
In quell'istante mi sembrò di destarmi dall'ingenuità in cui, da bambino com'ero, avevo fino ad allora dormito. Dissi tra me e me: "Dice bene costui, e farò meglio a tenere gli occhi aperti e a stare sull'avviso, perché sono solo e devo pensare a cavarmela".
Iniziammo il cammino e in pochissimi giorni mi insegnò il gergo della categoria. E vedendomi di buon ingegno si rallegrava molto e diceva:
"Io non posso darti nè oro nè argento, ma consigli per imparare a vivere posso dartene molti".
E fu così, perché, dopo Dio, fu lui a darmi la vita e, pur essendo cieco, mi illuminò e mi addestrò nel mestiere di vivere.
Mi fa piacere raccontare a Vostra Signoria queste cose della mia infanzia, per dimostrare quanta virtù vi sia nel sapersi innalzare partendo dal basso, e quanto vizio nel lasciarsi cadere essendo in alto.
Tornando dunque al mio buon cieco e riprendendo le sue avventure, sappia Vostra Signoria che, da quando creò il mondo, mai Dio ne fece uno più astuto e sagace. E nel suo mestiere era un'aquila: cento e passa orazioni sapeva a memoria. Un tono grave, pausato ma sonoro, che faceva rimbombare la chiesa dove pregava. Un volto umile e devoto che, quando pregava, atteggiava a grande virtù, senza fare gesti o smorfie con la bocca e con gli occhi come altri sono soliti fare.
Oltre a questo, aveva altre mille forme e maniere per scroccare soldi. Diceva di conoscere preghiere per molti e diversi fini: per donne che non partorivano; per quelle che dovevano partorire; per quelle malmaritate, affinché i loro mariti le amassero. Faceva pronostici per quelle incinte, se sarebbe stato maschio o femmina.
Parlando di medicina, poi, diceva che Galeno non sapeva neanche la metà di lui su denti, svenimenti e disturbi femminili. Infine, non ce n'era uno che gli rivelasse di soffrire di una qualche malattia che immediatamente non gli dicesse: "Fate questo, fate quest'altro, raccogliete la tale erba, prendete la tale radice".
In questo modo tutti quanti lo seguivano, specialmente le donne, che credevano a tutto ciò che diceva loro. Da esse traeva grandi profitti con le arti che ho detto, e guadagnava più lui in un mese che cento ciechi in un anno.
Ma voglio che la Signoria Vostra sappia anche che, nonostante tutto ciò che guadagnava e possedeva, mai ho visto un uomo così taccagno e meschino: non mi dava neanche la metà del necessario, tanto che mi faceva morire di fame. Dico sul serio; se non avessi saputo cavarmela con la mia astuzia e con le mie destrezze sarei morto di fame cento volte. Ma, nonostante tutta la sua astuzia e cautela, lo imbrogliavo in tal modo che sempre, o almeno il più delle volte, mi toccava la parte maggiore e migliore. Per questo gli facevo degli scherzi diabolici, di cui ne racconterò alcuni, anche se non tutti mi riuscirono senza danni per me.
Conservava il pane e tutte le altre cose in un fardello di panno, che si chiudeva all'imboccatura per mezzo di un anello di ferro con lucchetto e relativa chiave; e nel mettere e togliere le sue cose era di una tale circospezione e di tanta parsimonia che non c'era al mondo chi potesse sottrargli una briciola.
Così io prendevo quella miseria che mi dava e in meno di due bocconi la liquidavo. Ma dopo che aveva chiuso il lucchetto e si era distratto, pensando che mi stessi occupando d'altro, da una parte della cucitura che scucivo e ricucivo in un angolo della sacca, salassavo l'avaro fardello, cavandone non qualche briciola ma bei pezzi di pane, pancetta e salsiccia. E in questo modo cercavo di trovare il momento giusto non per tappare una falla, ma per far fronte alla diabolica marea di fame in cui il maledetto cieco mi affogava.
Tutto ciò che riuscivo a rubare e a sgraffignare lo convertivo in mezze -blancas- e, siccome non poteva vedere, quando gli ordinavano una preghiera in cambio di una -blanca-, non appena facevano cenno di donargliela io l'avevo già messa in bocca e preparata la mezza. Per quanto velocemente allungasse la mano il compenso era già stato ridotto dal mio cambio alla metà del giusto prezzo. Si lamentava con me il dannato cieco, perché riconosceva le monete al tatto e si accorgeva subito che non era una -blanca- intera, dicendo:
"Che diavolo succede, che da quando stai con me non mi danno altro che mezze -blancas-, mentre prima quasi sempre mi pagavano una -blanca- intera e perfino un -maravedì-? Deve dipendere da te questa scalogna".
Ma anche lui accorciava la preghiera, e non arrivava neppure alla metà , perché mi aveva ordinato di tirargli un lembo del mantello non appena se ne fosse andato quello che aveva pagato per recitarla, e io lo facevo. Immediatamente ricominciava a vociare, come son soliti fare, dicendo:
"Volete far dire questa o quella preghiera?".
Quando mangiavamo usava posare accanto a sè un piccolo boccale di vino e io, con la massima velocità , lo afferravo, gli davo un paio di baci silenziosi e lo rimettevo al suo posto. Ma non mi andò bene a lungo, perché dalla quantità dei sorsi si accorse del calo e, da quel momento, per mantenere il vino al sicuro, non lasciò più il boccale senza protezione, e anzi lo teneva stretto per il manico.
Ma non c'era calamita che attirasse tanto a sè il ferro quanto io a me il vino con una lunga paglia di segale che m'ero procurato per la bisogna: la infilavo nel collo del boccale e succhiavo il vino, lasciando lui all'asciutto. Ma credo che quello sciagurato, furbo com'era, dovette sentirmi, e da allora in poi cambiò abitudine: piazzava il boccale tra le gambe e lo tappava con la mano, e così beveva sicuro.
Io, che mi ero abituato al vino, morivo dalla voglia e, vedendo che il trucco della paglia non serviva più a nulla, decisi di fare un minuscolo forellino, quasi un ruscelletto, sul fondo del boccale e di turarlo poi accuratamente con un sottilissimo strato di cera. Poi, all'ora di mangiare, fingendo di aver freddo, mi infilavo tra le gambe del perfido cieco per scaldarmi alla povera fiammella che avevamo e, al suo calore, scioltasi rapidamente la poca cera, cominciava il ruscelletto a distillarmi dentro la bocca che io mettevo in modo tale che accidenti a me se ne perdevo una sola goccia. Quando quel poveraccio andava a bere non trovava niente.
Si stupiva, imprecava, mandava al diavolo vino e boccale senza capire come fosse possibile.
"Zio, non direte che ve lo bevo io", dicevo. "Non gli togliete mai la mano di sopra".
Ma tanto rigirò e palpò il boccale che scoprì il buchetto e si accorse così dell'imbroglio; però se ne stette zitto e fece finta di nulla.
Il giorno dopo, mi sedetti come sempre per spillare dal mio boccale, senza pensare che il maledetto cieco si era accorto di tutto e che mi aveva preparato un bel tranello. Mentre stavo ricevendo quei dolci sorsi, con la faccia rivolta verso il cielo e gli occhi semichiusi per meglio gustare quel nettare delizioso, il cieco, fuori di sè, sentì che aveva finalmente modo di vendicarsi di me e, mettendoci tutta la sua forza, alzò con entrambe le mani quel dolce e amaro boccale e me lo scaraventò sulla bocca, con tutta la violenza che poté, come ho detto, di modo che il povero Lazaro, che non s'aspettava niente del genere e anzi, come le altre volte, si sentiva tranquillo e beato, sul serio mi parve che il cielo mi fosse precipitato sulla testa con tutte le stelle e i pianeti.
Fu tale la bottarella che mi stordì e svenni, e così tremenda che i frammenti del boccale mi si conficcarono nella faccia squarciandomela in vari punti, e mi spaccò i denti, senza i quali sono rimasto fino al giorno d'oggi.
Da quel momento ho sempre odiato quel cieco della malora e, benchè mostrasse di volermi bene e mi curasse amorevolmente, si vedeva bene quanto si fosse divertito con quel crudele castigo.
Mi lavò col vino le ferite che mi ero fatto con le schegge del boccale e, sorridendo, andava dicendo:
"Che te ne pare, Lazaro? La stessa cosa che ti ha ferito ora ti risana e ti fa guarire".
E altre piacevolezze che a me non piacevano affatto.
Non appena mi fui mezzo ripreso da tutte quelle botte e dai lividi, considerando che con pochi altri colpi del genere quel cieco crudele si sarebbe definitivamente liberato di me, decisi di essere io a liberarmi di lui; non lo feci subito, però, ma aspettai di poterlo fare con maggior comodo e sicurezza. E anche se avessi voluto rappacificare il mio cuore e perdonargli la gran botta, non lo permettevano i maltrattamenti che il dannato cieco da allora in poi mi riservò, picchiandomi senza alcun motivo, dandomi sberle in testa e strappandomi i capelli.
Se poi qualcuno gli chiedeva perché mi trattava tanto male, subito raccontava la storia del boccale dicendo:
"Pensate forse che questo mio ragazzo sia un ingenuo? E allora state a sentire e ditemi se il diavolo in persona sarebbe stato capace d'una impresa del genere".
Facendosi il segno della croce quelli che lo ascoltavano dicevano:
"Ma non mi dite, chi avrebbe mai immaginato tanta cattiveria in un bambino così piccolo!".
Loro si sganasciavano dalle risate per il trucco e gli dicevano:
"Castigatelo, castigatelo che Dio ve ne renderà merito".
E lui, infatti, proprio questo faceva.
Così io lo conducevo sempre per i sentieri peggiori, e apposta, per procurargli tutto il danno possibile: e se c'erano pietre, su quelle; se fango, dov'era più profondo. E anche se io non ne uscivo indenne, sarei stato felice di cavarmi un occhio pur di cavarne due a chi non ne aveva alcuno. Da parte sua lui mi punzecchiava continuamente la nuca con la punta del bastone, e a causa sua ce l'avevo sempre piena di bozzi e tutta pelata. E benchè io giurassi di non farlo con malizia, ma perché non trovavo un cammino migliore, non serviva a niente e non mi credeva, tali erano l'astuzia e la grandissima intelligenza di quel maledetto.
E affinché la Signoria Vostra veda fino a che punto arrivava l'ingegno di questo furbissimo cieco, racconterò uno dei molti casi che mi capitarono con lui e nel quale mi sembra che mostrò assai bene tutta la sua sagacia. Il motivo per cui partimmo da Salamanca fu di venire a Toledo, perché diceva che la gente è più ricca, anche se non molto generosa con le elemosine. Ma lui confidava in questo proverbio: "Sempre dà di più l'avaro che chi è senza danaro". E facemmo il cammino passando per i posti migliori. Dove trovava buona accoglienza e buon guadagno ci fermavamo; dove no, dopo due o tre giorni toglievamo le tende.
Accadde che, giunti in un posto che chiamano Almorox nella stagione in cui raccoglievano l'uva, un vendemmiatore gliene diede un grappolo in elemosina. Ma siccome di solito i cesti sono trattati con pochi riguardi, e anche perché in quella stagione l'uva è molto matura, il grappolo gli si sgranava tra le mani; a metterlo nel fardello sarebbe diventato mosto, come pure tutto ciò che avesse toccato. Decise quindi di fare un banchetto, un po' perché non lo poteva conservare, un po' per farmi contento, chè quel giorno mi aveva riempito di ginocchiate e di ceffoni. Ci sedemmo su un muretto e disse:
"Ora voglio mostrarti tutta la mia generosità : mangeremo insieme questo grappolo d'uva e tu ne avrai tanto quanto me. Ce lo divideremo in questo modo: piluccheremo una volta per uno, a patto che tu mi prometta di non prendere più di un acino alla volta. Io farò lo stesso finché non avremo finito e così non ci saranno imbrogli".
Concluso dunque il patto, cominciammo; ma già alla seconda tornata quell'imbroglione ci ripensò e cominciò a prendere gli acini due alla volta, pensando che io stessi facendo la stessa cosa. Come vidi che rompeva i patti non mi accontentai di ripagarlo di ugual moneta, ma volli superarlo e me li mangiavo a due a due o anche a tre a tre, tutti quelli che potevo. Finito il grappolo, rimase un po' con il raspo in mano e, scuotendo la testa, disse:
"Lazaro, mi hai imbrogliato. Giurerei su Dio che hai mangiato l'uva a tre a tre".
"Non è vero", dissi io; "ma perché sospettate una cosa del genere?".
Rispose il furbissimo cieco:
"Sai da cosa ho capito che l'hai mangiata a tre a tre? Dal fatto che io l'ho mangiata a due a due e tu non hai protestato".
Risi tra me e me e, benchè fossi solo un ragazzetto, ammirai molto lo straordinario acume del cieco.
Ma, per non essere prolisso, tralascio di raccontare molte cose, tanto divertenti quanto degne di nota, che mi successero con quel mio primo padrone; voglio solo dire l'ultima e, con essa, terminare.
Ci trovavamo a Escalona, città del duca suo padrone, in una locanda, e mi diede da arrostire un pezzo di salsiccia. Dopo che si fu mangiato certe fette di pane su cui era colato tutto il grasso della salsiccia, tirò fuori dalla borsa un -maravedì- e mi ordinò di andare a prendere il vino alla taverna. Il demonio mi mise davanti agli occhi l'occasione che, come si suol dire, fa l'uomo ladro, e fu che accanto al fuoco c'era una rapa piccola, bislunga e fradicia: non era certo perché finisse in pentola che l'avevano lasciata lì.
E siccome in quel momento, a parte lui e me, non c'era nessuno, mi assalì una fame tremenda, perché avevo sentito il saporito odore della salsiccia, e sapevo che solo di quello avrei goduto. Non badando quindi a ciò che poteva succedermi, accantonata qualunque paura per soddisfare la gran voglia, mentre il cieco prendeva i soldi dalla borsa presi in fretta e furia la salsiccia dallo spiedo e ci infilzai la rapa che ho detto. E il mio padrone, dandomi i soldi per il vino, riprese ad attizzare il fuoco, cercando di arrostire ciò che per i propri demeriti era scampato alla cottura.
Io andai a prendere il vino, col quale mi sbrigai a far fuori la salsiccia, e quando tornai trovai quel povero cieco che teneva stretta tra due fette di pane la rapa, di cui non s'era ancora accorto non avendola palpata con la mano. Quando addentò il pane, pensando di mordere anche un pezzo di salsiccia, rimase schifato con quello schifo di rapa. Storse la bocca e disse:
"Cos'è questo, Lazarillo?".
"Misero me!", dissi io. "Di che volete accusarmi? Non sono forse appena tornato dal vinaio? Sicuramente qui c'era qualcuno che v'ha fatto questo scherzo!".
"No, no", disse. "Non ho mai mollato lo spiedo, non è possibile".
Io presi a giurare e a spergiurare che non avevo niente a che fare con quello scambio; ma mi servì a ben poco, perché nulla si poteva nascondere all'astuzia di quel cieco diabolico. Si alzò, mi prese la testa e mi si accostò per annusarmi. E siccome mi dovette sentire l'alito, da quel bravo segugio che era, per meglio accertare la verità , furibondo, mi afferrò con le mani e mi aprì la bocca fino a spalancarla, ficcandoci dentro il naso senza alcuna precauzione. Ed era lungo e affilato e, in quella occasione poi, per la gran rabbia, gli era cresciuto di un palmo, così che con la punta mi arrivò fino al gorgozzule.
E un po' per questo, un po' per la grande paura che avevo / ma anche perché tutto era successo così rapidamente che la maledetta salsiccia non s'era ancora ben sistemata nello stomaco -, e soprattutto per la mancanza di riguardo di quel mostruosissimo naso che mi stava quasi soffocando, tutte queste cose insomma si combinarono tra loro e fecero sì che crimine e ingordigia si rendessero manifesti e che il maltolto tornasse al suo padrone. Di modo che, prima che il dannato cieco mi togliesse la proboscide di bocca, il mio stomaco ebbe un tale soprassalto che gli scaricò il bottino addosso, così che il suo naso e quella miserabile mal masticata salsiccia uscirono insieme dalla mia bocca.
Oh buon Dio, come avrei voluto trovarmi nel più buio sepolcro, che morto già lo ero! Fu tale la furia di quel perverso cieco che, se la gente non fosse accorsa per il trambusto, penso che non m'avrebbe lasciato vivo. Mi tolsero dalle sue mani, lasciandogliele piene dei pochi capelli che m'erano rimasti in testa, con la faccia piena di graffi e il collo e la gola spellati e sanguinanti. E le stava proprio bene alla gola, perché dalla sua ingordigia mi venivano tanti guai!
Il malvagio cieco raccontava le mie malefatte a tutti quelli che arrivavano, ripetendo in continuazione la storia del boccale poi ancora quell'altra del grappolo d'uva e ora quest'ultima. Era tanto rumorosa l'ilarità generale che tutta la gente che passava entrava a vedere la festa. E con tanta grazia e brio raccontava il cieco le mie imprese che, benchè fossi tutto pesto e in lacrime, mi sembrava di fargli un torto a non ridere anch'io.
E mentre accadeva tutto questo mi venne in mente che avevo fatto una gran vigliaccata, per la quale mi maledicevo: di non averlo lasciato senza naso cioè, dal momento che avevo avuto tanto tempo per farlo che metà del lavoro era bell'e svolto. Sarebbe stato sufficiente stringere i denti e mi sarebbe rimasto in casa, e, visto che era di quel malvagio, magari il mio stomaco l'avrebbe ritenuto meglio di quanto aveva fatto con la salsiccia e, non comparendo nè l'uno nè l'altra, avrei potuto evitare l'inchiesta. Dio, magari l'avessi fatto, chè tanto la mia sorte non sarebbe cambiata.
La locandiera e quanti si trovavano lì ci fecero fare la pace, e mi lavarono la faccia e la gola con il vino che gli avevo portato perché lo bevesse, e quel miserabile cieco ne approfittava per fare sfoggio d'arguzia dicendo:
"Non c'è dubbio che in un anno questo ragazzo mi costa in lavande più vino di quanto io ne beva in due. Quanto meno, Lazaro, sei più in debito col vino che con tuo padre, perché lui ti ha generato una volta sola, mentre il vino ti ha riportato al mondo mille".
E subito raccontava quante volte mi aveva spaccato e scorticato la faccia per poi rabberciarmela col vino.
"Io ti dico", fece, "che se c'è un uomo al mondo che farà fortuna col vino quello sei tu".
E con queste facezie quelli che mi stavano lavando ridevano a crepapelle, benchè io bestemmiassi. Ma il pronostico del cieco non risultò bugiardo, e da allora in poi mi sono ricordato spesso di quell'uomo, che senza dubbio doveva avere il dono della profezia. Mi dispiace di tutto quello che gli ho combinato, anche se me l'ha fatto pagar caro, considerando che ciò che mi predisse quel giorno era destinato a capitarmi realmente, come Vostra Signoria udrà più avanti.
tutto questo e i pessimi scherzi che il cieco mi faceva, decisi senz'altro di lasciarlo. Lo avevo già pensato ed ero determinato, ma con quest'ultimo tiro non ebbi più dubbi. Il giorno dopo uscimmo per il villaggio a chiedere l'elemosina; la notte prima aveva piovuto molto e anche quel giorno pioveva. Lui andava pregando sotto certi portici che c'erano in quel paese, così non ci bagnavamo, ma siccome stava cadendo la notte e la pioggia non cessava, mi disse:
"Lazaro, questa pioggia è molto insistente, e più si fa scuro più ne vien giù. Rifugiamoci nella locanda per tempo".
Per arrivarci dovevamo oltrepassare un ruscello che s'era gonfiato con tutta quell'acqua.
Io gli dissi:
"Zio, il ruscello è molto largo ma, se volete, so dove possiamo attraversarlo più rapidamente e senza bagnarci, perché in quel punto si restringe parecchio e potremo passare a piedi asciutti con un salto".
Il consiglio gli sembrò buono e disse:
"Sei accorto, per questo ti voglio bene. Portami dove il ruscello si restringe, che adesso siamo in inverno e l'acqua non fa bene, e ancor meno stare con i piedi bagnati".
Vedendo che la faccenda stava andando secondo i miei piani, lo trassi da sotto i portici e lo piazzai giusto di fronte a un pilastro, una colonna di pietra che si trovava nella piazza e sulla quale, come pure su altre, poggiavano le logge di quelle case, e gli faccio:
"Zio, è proprio qui il punto più stretto del ruscello".
Pioveva a catinelle e il maledetto si bagnava, e così, con la fretta che avevamo di toglierci dall'acqua che ci cascava addosso, ma, soprattutto, perché Dio, per concedermi la vendetta su di lui, gli accecò l'intelletto, si fidò di me e disse:
"Mettimi nel punto esatto poi salta tu il ruscello".
Io lo deposito proprio di fronte al pilastro, quindi do un salto e mi metto dietro la colonna, come uno che aspetti la carica di un toro e gli dico:
"Forza! Saltate più lungo che potete e arriverete da questa parte del ruscello".
Avevo appena finito di dirlo che il povero cieco, dopo aver fatto un passo indietro per prendere la rincorsa e darsi maggiore impulso, si lancia come un caprone e si avventa con tutta la sua forza picchiando con la testa contro la colonna, che rimbombò così forte come se fosse stata investita da una gran zucca, e ricadde immediatamente all'indietro mezzo morto e con la testa fracassata.
"Come?", gli dissi io. "Avete annusato la salsiccia e il pilastro no? Annusate, annusate!".
abbandonatolo nelle mani di un mucchio di gente adunatasi per soccorrerlo, presi di gran corsa la porta del villaggio e prima che cadesse la notte mi ritrovai a Torrijos. Non seppi mai più quel che Dio fece di lui nè mi curai di saperlo.
.CAPITOLO SECONDO
Come Lazaro andò a servizio presso un prete e delle cose che gli capitarono con lui
Il giorno successivo, poiché lì non mi sembrava di essere al sicuro, me ne andai in un posto che chiamano Maqueda, dove i miei peccati mi fecero imbattere in un prete che, quando mi avvicinai per chiedere l'elemosina, mi domandò se sapevo servire messa. Gli risposi di sì, come in effetti era, perché, malgrado mi avesse tanto maltrattato, quel poveraccio del cieco mi aveva insegnato mille cose buone, tra le quali questa. Alla fine il prete mi prese al suo servizio.
Fu come cadere dalla padella nella brace, perché il cieco, pur essendo l'avarizia in persona, come ho detto, paragonato a questo qui aveva la generosità di un Alessandro Magno. Non dirò altro, se non che tutta la taccagneria del mondo era racchiusa in costui, e non so se l'aveva dalla nascita o se l'aveva ricevuta insieme all'abito talare.
Aveva una vecchia cassapanca che teneva chiusa con un lucchetto la cui chiave portava legata con un nastro alla tonaca. E appena il pane delle offerte arrivava dalla chiesa lo metteva lui personalmente nella cassapanca che immediatamente richiudeva a chiave. E in tutta la casa non c'era assolutamente niente da mangiare, nessuna di quelle cose che si trovano in genere in altre case, come un po' di pancetta appesa alla cappa del camino, una fetta di formaggio su uno scaffale o dentro la credenza, un qualche cestello con i pezzi di pane che avanzano a tavola; perché credo che, anche se non avessi potuto approfittarne, la loro sola vista mi avrebbe consolato.
C'era solo una resta di cipolle sotto chiave, in uno stanzino sotto il tetto. Di queste la mia razione era una cipolla ogni quattro giorni, e se quando gli chiedevo la chiave per andare a prenderla c'era qualche estraneo, infilava la mano nella tasca interna e, con grande parsimonia, la slegava e me la dava, dicendo:
"Prendi e riportamela immediatamente, e non farti dominare dalla gola come al solito".
Neanche la chiave avesse aperto la porta di tutte le confetture di Valenza, quando, come ho detto, nello stanzino in questione non c'era altro che le stramaledette cipolle appese a un chiodo. Senza contare, poi, che ne teneva così bene il conto che se per mia disgrazia mi fossi azzardato ad andare oltre la mia razione me l'avrebbe fatta pagare cara. Insomma, morivo di fame!
Ma se con me mostrava così scarsa carità , con se stesso ne aveva ben di più. Tra pranzo e cena cinque -blancas- di carne erano la spesa giornaliera. è vero che divideva il brodo con me, ma per quanto riguarda la carne neanche a parlarne. Mi dava solo un po' di pane che non era neanche la metà di quanto mi serviva.
Da quelle parti il sabato si usa mangiare testa di montone, e mi mandava a comprarne una che costava tre -maravedìs-. Io la cucinavo e lui si mangiava gli occhi e il cervello e la carne attorno alle mascelle, e a me lasciava le ossa tutte rosicchiate. E me le metteva nel piatto dicendo:
"Prendi, mangia, strafogati, chè il mondo è tuo e vivi come un papa".
"Crepa, porco!", dicevo io piano tra me e me.
Nel giro delle prime tre settimane che rimasi con lui mi ridussi a una tale spossatezza che non riuscivo più a reggermi sulle gambe dalla fame. Capii chiaramente che se Dio e le mie arti non m'avessero soccorso sarei finito nella fossa. E non c'era verso di ricorrere a qualche trucco, perché non c'era niente su cui mettere le mani. E se anche ci fosse stato non avrei potuto accecarlo come era il caso di colui che Dio abbia in gloria, se è che tirò le cuoia con quella zuccata. Perché lui, per quanto furbo, non poteva vedermi dal momento che gli mancava quel prezioso senso, ma quest'altro non ce n'era uno che avesse una vista più acuta della sua.
Quand'era il momento dell'offertorio non cadeva -blanca- nel cestello che lui non registrasse: un occhio lo teneva sulla gente e l'altro sulle mie mani. Gli ballavano gli occhi nelle orbite come se fossero stati d'argento vivo; teneva il conto di tutte le -blancas- che davano e, finite le offerte, mi toglieva immediatamente il cestello e lo posava sull'altare.
Non sono stato capace di fregargli una sola -blanca- in tutto il tempo che ho vissuto / ma sarebbe meglio dire che sono morto / con lui. Mai gli ho portato una -blanca- di vino dall'osteria, perché quel poco che gli davano all'offertorio lo riponeva nell'arca e lo ripartiva in modo da farlo durare tutta la settimana.
E per nascondere la sua gran tirchieria mi diceva:
"Bada, ragazzo, i sacerdoti devono essere molto morigerati nel bere e nel mangiare, per questo io non mi abbuffo come fanno altri".
Ma quell'avaraccio mentiva sapendo di mentire, perché quando andavamo a pregare per le confraternite o alle veglie funebri, cioè a spese altrui, mangiava come un lupo e beveva come una spugna.
E visto che parliamo di veglie funebri, Dio mi perdoni, perché non sono mai stato nemico del genere umano se non allora. E questo perché in quelle occasioni mangiavamo bene e mi rimpinzavano. Speravo, anzi pregavo Dio che ogni giorno ne ammazzasse uno, e quando portavamo i sacramenti agli infermi, specialmente l'estrema unzione, al momento della preghiera comune diretta dal prete, io non ero certo l'ultimo nell'orazione, e con tutto il cuore e con piena convinzione chiedevo al Padreterno non che fosse fatta la sua volontà , come si suol dire, ma che se lo portasse all'altro mondo.
E quando qualcuno riusciva a farcela, Dio mi perdoni, lo mandavo mille volte al diavolo, e mille benedizioni da parte mia si portava dietro quello che schiattava. Durante tutto il tempo che rimasi con il prete, sei mesi all'incirca, solo venti persone morirono, e queste penso proprio di averle fatte fuori io, o, per meglio dire, che morirono dietro mia richiesta. Perché penso che il Signore, vedendo il mio continuo morir di fame, si compiacque di accoppare loro per lasciare in vita me. Non trovavo rimedio ai miei guai, perché se il giorno in cui seppellivamo io vivevo, in quelli in cui non ci scappava il morto, essendomi abituato all'abbondanza, soffrivo ancora di più una volta tornato alla mia fame quotidiana. E così non trovavo conforto che nella morte, che a volte invocavo anche per me, esattamente come per gli altri, senza mai trovarla sebbene me la portassi sempre dentro.
Pensavo spesso di lasciare quel padrone taccagno, ma esitavo per due ragioni: la prima che non osavo affidarmi alle mie gambe, per paura dell'estrema debolezza in cui mi teneva la fame; la seconda era che meditavo e mi dicevo:
"Io ho avuto due padroni; il primo mi faceva morire di fame e quando l'ho lasciato sono andato a imbattermi in quest'altro, che a forza di fame finirà per seppellirmi. Se mollo questo e ne trovo uno ancora peggiore che sarà di me se non crepare del tutto?".
Con queste considerazioni non osavo muovermi, perché ero certo che avrei conosciuto tutti i toni più bassi della scala. E se fossi sceso di un'altra nota nessuno al mondo avrebbe più sentito suonare il nome di Lazaro.
Mi trovavo dunque in questa afflizione / e piaccia al Signore scamparne ogni buon cristiano -, senza sapermi determinare a niente e andando di male in peggio, quando un giorno che quel disgraziato, avaro e miserabile del mio padrone si trovava fuori casa si presentò per caso alla porta un calderaio, che in realtà doveva essere un angelo inviatomi da Dio sotto quei panni. Mi chiese se avevo qualcosa da far riparare.
"Dovreste riparare me, e non sarebbe lavoro da poco se ci riusciste", dissi sottovoce senza che potesse udirmi.
Ma siccome non era quello il momento per le facezie, illuminato dallo Spirito Santo, gli dissi:
"Zio, ho perduto una chiave di questa arca e ho paura che il padrone mi frusti. Per carità , guardate se tra quelle che avete ce n'è una che le si adatti, chè vi compenserò".
L'angelico calderaio cominciò a provare una dopo l'altra le chiavi che portava infilzate insieme, mentre io l'aiutavo con le mie magre preghiere. Quando ormai non ci speravo più, vedo dentro la cassapanca tutta la grazia di Dio, come si suol dire, sotto forma di pagnotte. La spalancai e dissi al calderaio:
"Non ho soldi da darvi in cambio della chiave, ma prendete voi stesso da qui dentro la vostra ricompensa".
Prese uno di quei pani votivi, quello che gli sembrò migliore e, dopo avermi dato la chiave, se ne andò molto soddisfatto, lasciando me più soddisfatto ancora.
Tuttavia, per il momento non toccai nulla, affinché la mancanza non fosse avvertita, ma anche perché, vedendomi padrone di tanta ricchezza, mi sembrò che la fame non avrebbe più osato toccarmi. Quel miserabile del mio padrone tornò e Dio volle che non si accorgesse dell'obolo che il mio angelo s'era portato via. Il giorno dopo, appena uscì di casa, apro il mio paradiso panesco, acchiappo tra mani e denti una pagnotta e in meno di due credo la rendo invisibile, non dimenticando di richiudere la cassapanca. E comincio a spazzare per terra tutto contento, sicuro che con quel conforto avrei potuto rallegrare da allora in poi la mia triste vita.
In questo modo rimasi soddisfatto quel giorno e quello successivo, ma la mia sorte non volle che quel sollievo durasse a lungo, e già il terzo giorno mi venne un accidente quando malauguratamente vidi colui che mi uccideva di fame chino sulla nostra cassapanca che girava e rigirava le pagnotte contandole e ricontandole. Io facevo finta di niente, ma nelle mie segrete orazioni e devozioni e preghiere dicevo:
"San Giovanni, accecalo una buona volta!".
Dopo essersi attardato un bel po' a fare i conti, enumerando i giorni sulle punte delle dita, disse:
"Se non ritenessi questa cassa così sicura direi che m'hanno rubato dei pani da qui dentro. Ma da oggi in poi, non fosse che per eliminare ogni sospetto, li terrò sotto stretto controllo. Ne restano nove e un pezzo".
"Nove cancheri ti mandi il Padreterno!", dissi io tra me e me. Mi sembrò che con quelle parole mi attraversasse il cuore come con una grossa saetta e lo stomaco, che si vedeva sottomesso alla dieta usuale, cominciò a rivoltarmisi dalla fame. Uscì di casa. Io, per consolarmi, apro l'arca e, quando vedo il pane, comincio ad adorarlo senza osare riceverlo. Li contai, per vedere se magari quel miserabile si fosse sbagliato, ma mi accorsi che i suoi conti erano stati più giusti di quanto mi sarebbe piaciuto. Tutto ciò che potei fare fu di dargli mille baci e di tagliare una sottilissima fettina dalla pagnotta già tagliata; con questa trascorsi quel giorno, meno felice che in quello precedente.
Ma siccome la fame cresceva, soprattutto perché in quei due o tre giorni il mio stomaco si era abituato, come ho detto, a una maggiore quantità di pane, morivo d'una brutta morte, tanto che ogni volta che mi trovavo solo non facevo altro che aprire e chiudere la cassapanca per contemplare la faccia stessa di Dio, come dicono i bambini. Ma proprio quel Dio che soccorre gli afflitti, vedendomi in così grande pericolo, mi fece venire in mente un piccolo trucco e, soppesatolo tra me e me, dissi:
"Questo cassone è vecchio, grande e rotto in più punti, anche se i buchi sono piccoli. Si potrebbe pensare che ci si infilino dei topi e rosicchino questo pane. Prenderlo intero non sarebbe saggio perché si accorgerebbe della mancanza chi tanto mi fa mancare. Così, invece, è credibile".
E comincio a sbriciolare il pane su certe tovaglie da quattro soldi che stavano lì accanto; scegliendo a caso tra le pagnotte finii per sbriciolarne qua e là tre o quattro, poi mangiai come se fossero stati confetti e rimasi abbastanza contento. Quando il mio padrone tornò per mangiare e aprì l'arca vide quel disastro e non ebbe dubbi che fossero stati i topi a combinare il guaio, perché la finzione era perfetta, e sembrava proprio che i topi fossero passati di lì. Controllò tutta la cassa da cima a fondo e vi notò certi buchi dai quali sospettava che fossero entrati. Mi chiamò e disse:
"Lazaro! Guarda, guarda che gran sventura è capitata questa notte al nostro pane!".
Io mi finsi molto stupito e gli chiesi cosa poteva essere stato.
"E cosa vuoi che sia stato!", disse lui. "Topi, che non risparmiano niente!".
Ci mettemmo a tavola e Dio volle che anche lì mi andasse bene e mi toccò più pane della miseria che era solito darmi. Perché con un coltello raschiò tutto quello che pensava fosse stato toccato dai topi dicendo:
"Mangia, mangia, chè il topo è un animale pulito".
E così quel giorno, con l'aggiunta del lavoro delle mie mani, o meglio delle mie unghie, finimmo di mangiare, anche se a me sembrava di non aver neppure cominciato.
Ma subito ebbi un altro brutto colpo quando lo vidi andare per la casa togliendo chiodi dalle pareti e cercare tavolette con cui inchiodò e turò tutti i buchi della vecchia cassa.
"Oh Dio mio", pensai allora, "a quante miserie e disastri e disgrazie sono sottoposti gli uomini e quanto poco durano i piaceri in questa nostra vita travagliata! Eccomi qua che pensavo di rimediare e soccorrere la mia sventura con questo povero, triste rimedio e mi sentivo così felice e contento. Ma non lo ha voluto la mia sfortuna, che ha pungolato questo taccagno del mio padrone rendendolo ancora più accorto di quanto non fosse per conto suo (e già gli avari lo sono quasi sempre), e ora, chiudendo i buchi della cassa, ha chiuso la porta della mia speranza e aperto quella del mio dolore".
Così mi lamentavo, mentre il mio sollecito falegname, con tutti quei chiodi e tavolette, metteva fine alla sua opera dicendo:
"E ora, signori topi ladroni, vi conviene cambiar aria, perché in questa casa avrete poco da rodere".
Non appena uscì di casa vado a vedere la sua opera e trovo che nella vecchia e malandata cassa non aveva lasciato neppure un buchetto per cui potesse entrare un moscerino. Apro con la mia ormai inutile chiave, senza alcuna speranza di poterne trarre un qualche profitto, e vedo le due o tre pagnotte cominciate, quelle che il mio padrone credeva fossero state rose dai topi, e ne taglio via una miseria, toccandole appena, come avrebbe fatto un abile spadaccino.
Il bisogno è un grande maestro e io, che ne avevo sempre tanto, passavo giorni e notti a pensare in che modo potevo mantenermi in vita. E credo che nella ricerca di questi poveri sotterfugi mi illuminasse la fame, perché dicono che ravviva l'ingegno, mentre con la sazietà succede il contrario; e questo era certamente il mio caso.
Così, una notte che me ne stavo sveglio con questo pensiero fisso, meditando su come avrei potuto sfruttare il cassone a mio favore, mi accorsi che il mio padrone dormiva, come dimostravano il suo russare e certi sbuffi rauchi che lasciava uscire nel sonno. Mi alzai pian pianino e, poiché durante il giorno avevo pensato al da farsi e avevo lasciato un coltello che stava sempre in giro in un posto sicuro, me ne andai alla maledetta cassa e la assalii con il coltello, usandolo come un trapano, lì dove avevo notato che aveva minori difese. L'antichissima cassapanca, che era vecchia di tanti anni e quindi senza forza nè cuore, ma anzi tutta fradicia e tarlata, mi si arrese subito e consentì un bel buco nel suo costato a mio favore. Fatto questo, apro in gran silenzio l'arca ferita e, a tentoni, col pane che trovo già tagliato faccio la stessa cosa che ho detto prima. E così, abbastanza consolato, dopo aver richiuso tornai al mio pagliericcio su cui riposai e dormii un poco. Questa era una cosa che mi riusciva difficile e ne davo la colpa al fatto di non mangiare, e proprio così doveva essere, perché a quel tempo non dovevano certo essere le preoccupazioni del re di Francia a togliermi il sonno.
Il giorno dopo il mio signor padrone notò il danno che grazie al buco avevo fatto, tanto al pane che alla cassa, e cominciò a mandare i topi all'inferno dicendo:
"Che razza di storia è questa? E pensare che in questa casa non s'erano mai sentiti topi prima d'ora!".
E senza dubbio diceva il vero, perché se in tutto il regno doveva esserci una casa a buon titolo libera dalla loro presenza era certamente quella, perché non ci sono topi dove non c'è niente da mangiare. Ricomincia a cercare chiodi per tutta la casa e sulle pareti e pezzi di legno per tappare i buchi. Ma, giunta la notte con la sua quiete, subito io ero in piedi coi miei arnesi, e quanti buchi lui tappava di giorno tanti io ne stappavo di notte.
Le cose andarono in modo tale e con tanto impegno reciproco che senza dubbio da lì nacque il detto "Dove una porta si chiude se ne apre un'altra". Insomma, pareva che avessimo preso la tela di Penelope a cottimo, perché quanto lui tesseva di giorno tanto io disfacevo di notte. Così in pochi giorni e notti riducemmo la povera dispensa in tali condizioni che chi dovesse definirla in modo corretto dovrebbe chiamarla "vecchia carcassa d'altri tempi" piuttosto che "cassapanca", considerando le inchiodature e le toppe che aveva su di sè.
Quando il prete vide che i suoi interventi non servivano a nulla disse:
"Questa cassa è ridotta così male e il suo legno è così vecchio e fradicio che non c'è topo da cui possa difendersi. Ed è ridotta in tali condizioni che se continuiamo a metterci le mani sopra ci lascerà del tutto. E il peggio è che, anche se fornisce poca protezione, ne sentiremo la mancanza quando non ci sarà più e dovrò spendere tre o quattro -reales-. Il miglior rimedio che trovo, visto che quelli fin qui provati non servono, è di metterci dentro una trappola contro questi maledettissimi topi".
Si fece dunque prestare una trappola per topi che mise dentro la cassa, con la molla sempre armata con croste di formaggio che chiedeva ai vicini. E questo era un singolare aiuto per me perché, anche se non avevo bisogno di grandi contorni per mangiare di gusto, tuttavia ero ancora più contento con le croste di formaggio che prendevo dalla trappola, senza per questo tralasciare di rosicchiarmi il pane.
Lui, trovando il pane rosicchiato e il formaggio sparito mentre il topo che se li pappava non si lasciava prendere, imprecava, chiedeva ai vicini come poteva essere che il topo mangiasse il formaggio tirandolo fuori dalla trappola senza rimanerci dentro, mentre la molla la trovava scattata. I vicini decisero tutti insieme che non era un topo a combinare tanti guai, perché sicuramente prima o poi ci sarebbe cascato. Uno di loro gli disse:
"Io mi ricordo che in casa vostra una volta c'era una serpe, e deve essere senz'altro lei. E si capisce: siccome è così lunga ha modo di prendere l'esca, e anche se il grilletto le casca sopra, non prendendola tutta, ne vien fuori".
Ciò che disse trovò tutti d'accordo e preoccupò molto il mio padrone, che da allora in poi non dormì più così tranquillamente, e bastava il rumore di un tarlo nella notte perché subito pensasse che la biscia gli stava rodendo l'arca. Si alzava immediatamente e con un randello che teneva accanto al letto fin da quando gli avevano raccontato quella storia si metteva a dare grandi fendenti pensando di spaventare la serpe. Con tutto il chiasso che faceva svegliava i vicini e non lasciava dormire neppure me. Veniva al mio pagliericcio e lo scompigliava tutto, e me con esso, nel dubbio che la biscia venisse da me e si avvolgesse nella paglia o dentro la mia camicia, perché gli avevano detto che questi animali di notte, per cercare calore, se ne andavano nelle culle dove c'erano i bambini e arrivavano perfino a morderli e a ridurli in pericolo di vita.
Il più delle volte io mi fingevo addormentato, e il mattino dopo mi diceva:
"Ragazzo, non hai sentito niente stanotte? Eppure ho dato la caccia al serpente e penso perfino che si infilerà nel tuo letto, perché sono molto freddolosi e cercano il calore".
"Piaccia a Dio che non mi morda", dicevo io, "chè mi fanno molta paura".
In questo modo era tanto agitato e così insonne che la biscia o, per meglio dire, il biscio non osava rosicchiare di notte e neppure avvicinarsi all'arca. Però l'assalivo di giorno, quando era in chiesa o in giro per la città . E lui, vedendo questi guasti e la poca difesa che gli poteva opporre, passava la notte andando in giro come un folletto.
Io avevo paura che con tutte quelle ricerche finisse per trovare la chiave che tenevo sotto il pagliericcio, e mi sembrò che la cosa più sicura fosse di tenerla in bocca durante la notte. Perché, da quando vivevo col cieco l'avevo così trasformata in una borsa che m'era capitato di tenerci dentro fino a dodici o quindici -maravedìs-, tutto in mezze -blancas-, senza che mi impedissero di mangiare. Infatti, in nessun altro modo avrei potuto possedere una -blanca- senza che il maledetto cieco la trovasse, visto che non la smetteva mai di frugare ogni cucitura o rammendo.
Quindi, come ho detto, tutte le notti mi mettevo la chiave in bocca e dormivo senza il timore che quello stregone del mio padrone la trovasse; ma quando una disgrazia deve arrivare ogni prudenza è inutile. Volle il mio destino, o meglio vollero i miei peccati, che una notte, mentre dormivo, la chiave mi si mise in tale maniera dentro la bocca, che dovevo tenere aperta, che l'aria o fiato che emettevo nel sonno usciva attraverso la parte vuota della chiave, la canna cioè, e fischiavo, come volle la mia triste sorte, così forte che il mio spaventatissimo padrone lo udì e credette senza dubbio che fosse il sibilo della serpe, e di certo così doveva sembrare.
Si alzò di soppiatto, col suo randello in mano, e a tentoni, seguendo il sibilo della biscia, arrivò fino a me in gran silenzio per non farsi udire dalla serpe. E quando si trovò vicino pensò che se ne fosse venuta dentro il pagliericcio su cui dormivo per scaldarsi al mio calore. Certo di averla proprio sotto di sè e di darle una tale legnata da ucciderla, alzò ben bene il randello e con tutta la sua forza mi scaricò sul cranio una botta tale che mi lasciò senza sensi e con la testa tutta rotta.
In seguito mi raccontò che quando si accorse d'avermi colpito, perché io mi lamentavo molto per la gran bastonata, mi si avvicinò, urlando e chiamandomi per nome, cercando di farmi rinvenire. Ma quando mi toccò si accorse del sangue che mi usciva in gran quantità e si rese conto di quanto m'avesse fatto male; corse a cercare un lume e, tornato con esso, mi trovò che mi lamentavo con la chiave, che non avevo mai lasciato andare, ancora in bocca, mezza dentro e mezza fuori, proprio come dovevo tenerla nel fischiarci dentro.
L'ammazzaserpi, meravigliato di cosa dovesse essere quella chiave, me la tirò del tutto fuori dalla bocca e, osservatala, la riconobbe perché aveva i denti del tutto uguali alla sua. Andò lesto a provarla ed ebbe così la prova del mio crimine.
Deve essersi detto il crudele cacciatore:
"Ecco qua il topo e la serpe che mi facevano la guerra mangiandosi i miei beni".
Di ciò che successe nei tre giorni successivi non dirò nulla, perché li passai nel ventre della balena, ma questo che ho raccontato l'ho sentito dire al mio padrone quando ripresi i sensi, perché lui lo riferiva con tutti i particolari a chiunque andasse a trovarlo.
Dopo tre giorni tornai in me e mi trovai sdraiato sul pagliericcio, con la testa tutta coperta di impiastri, olii e unguenti e, stupito, dissi:
"Cos'è successo?".
E quel prete crudele rispose:
"In fede mia li ho acchiappati i topi e le serpi che mi stavano rovinando".
Mi guardai e mi vidi tanto malridotto che subito sospettai quello che era successo.
In quel momento entrò una vecchia fattucchiera con altri vicini; cominciano a togliermi gli stracci dalla testa e a medicarmi la bastonata. Si rallegrarono molto di avermi trovato rinvenuto e dissero:
" che ha ripreso i sensi piacerà a Dio che sia cosa da niente".
Lì presero di nuovo a raccontare le mie disgrazie e a riderci su, e io, povero me, a piangerci. Comunque mi diedero da mangiare, chè ero mezzo morto per la fame, e a malapena poterono saziarmi a metà . E così, a poco a poco, dopo quindici giorni mi alzai ormai fuori pericolo / ma non fuori dalla fame / e mezzo sano.
Il giorno dopo essermi alzato il mio signor padrone mi prese per la mano, mi spinse fuori dalla porta e, una volta in strada, mi disse:
"Lazaro, da oggi non appartieni più a me ma a te stesso. Cercati un padrone e va con Dio, chè non voglio accanto a me un servitore così diligente. Non c'è dubbio che devi essere stato il ragazzo di un cieco".
E facendosi il segno della croce, come se fossi stato un indemoniato, se ne torna in casa e chiude la porta.
.CAPITOLO TERZO
Come Lazaro si sistemò con uno scudiero e ciò che gli capitò con lui
Stando così le cose fui costretto a farmi coraggio, e a poco a poco, con l'aiuto di certa brava gente, mi ritrovai in questa insigne città di Toledo dove, grazie a Dio, dopo quindici giorni mi si richiuse la ferita. Finché stetti male mi davano sempre qualche elemosina, ma quando guarii mi dicevano tutti:
"Sei un fannullone e un vagabondo. Cercati un padrone da servire".
"E dove mai ce ne sarà uno", dicevo io tra me e me, "se Dio non lo crea ora dal nulla così come ha creato il mondo?".
Mentre me ne andavo così di porta in porta, con ben poco profitto perché ormai la carità se n'era andata in cielo, volle Dio che mi imbattessi in uno scudiero che passeggiava per la strada, decentemente vestito, ben pettinato, con passo e portamento dignitosi. Lui guardò me, io lui e mi disse:
"Ragazzo, cerchi padrone?".
Io gli dissi:
"Sì, signore".
"Allora vienimi dietro", mi rispose, "chè Dio t'ha fatto la grazia di incontrarmi. Devi aver detto qualche buona orazione oggi".
Lo seguii ringraziando Dio per quello che gli avevo sentito dire e anche perché, a giudicare dall'aspetto, mi sembrava che fosse proprio la persona che faceva al caso mio.
Era di mattina quando incontrai questo mio terzo padrone e lo seguii per gran parte della città . Passavamo per i mercati dove vendevano pane e altre cibarie e io pensavo, speravo anzi, che mi caricasse della roba che vendevano, perché era l'ora giusta per provvedersi del necessario; ma lui tirava dritto a passo svelto senza curarsi di quelle cose.
"Forse qui non vede niente che lo soddisfi", pensavo, "e vorrà fare la spesa da qualche altra parte".
E così camminammo finché dettero le undici. Allora entrò nella cattedrale, e io dietro, e lo vidi sentir messa e gli altri uffici divini molto devotamente finché tutto fu finito e la gente se ne andò. Allora uscimmo anche noi dalla chiesa.
A passo spedito ci incamminammo per una strada. Io ero al settimo cielo nel vedere che non ci eravamo preoccupati di cercare da mangiare. Consideravo che di sicuro il mio nuovo padrone era uomo che si approvvigionava all'ingrosso e che il pranzo doveva essere già in tavola, e proprio come io lo desideravo; anzi come ne avevo assoluto bisogno.
A quel punto l'orologio suonò l'una del pomeriggio e arrivammo ad una casa davanti alla quale il mio padrone si fermò, e io con lui. Scostando maestosamente un lembo del mantello sulla spalla sinistra estrasse una chiave dalla manica, aprì la porta ed entrammo. La casa aveva un ingresso talmente oscuro e lugubre da incutere timore a chiunque c'entrasse, anche se all'interno c'era un piccolo -patio- e stanze decenti.
Come entrammo si tolse il mantello e, dopo avermi chiesto se avevo le mani pulite, lo scuotemmo e ripiegammo, poi soffiò con cura su un sedile di pietra che stava lì in casa e ce lo posò sopra. Fatto questo, vi si sedette accanto e mi chiese dettagliatamente da dove venivo e come ero giunto in quella città .
Io gli fornii un resoconto più lungo di quanto avrei voluto, perché l'ora mi sembrava più conveniente per apparecchiare la tavola e versare la zuppa che per perdere il tempo in chiacchiere. Tuttavia lo soddisfeci circa la mia persona con le migliori bugie che seppi inventare, descrivendo le mie virtù e tacendo il resto, chè non mi sembrava opportuno parlarne. Dopo di che rimase per un po' immobile e io vidi subito che era un brutto segno, perché ormai erano quasi le due e non scorgevo in lui più entusiasmo per il pranzo di quanto ne potesse avere un morto.
Consideravo poi quel mantenere la porta chiusa a chiave e il fatto di non sentire nella casa, nè al pianterreno nè a quello di sopra, passi di persona viva. Tutto ciò che avevo notato erano pareti, ma non si vedeva un sedile o un seggiolino, nè una panca o un tavolo, e neppure una certa cassa, come quella di una volta. Insomma, sembrava una casa stregata. Mentre ce ne stavamo così mi chiese:
"Tu, ragazzo, hai mangiato?".
"No, signore", dissi io; "chè non avevano dato ancora le otto quando ho incontrato Vostra Signoria".
"Beh, anche se era così presto io avevo già fatto colazione, e ti faccio sapere che quando mangio qualcosa di mattina resto così fino a sera. Quindi arrangiati come puoi, chè poi ceneremo".
Vostra Signoria può ben credere che quando udii ciò poco mancò che cadessi a terra svenuto, e non tanto per la fame, quanto perché era ormai chiaro che la sorte mi era definitivamente contraria. Mi vennero in mente tutte insieme le mie passate sventure e piansi di nuovo tutte le mie disgrazie. Mi tornarono in quel momento alla memoria i dubbi che mi venivano quando pensavo di lasciare il prete, quando dicevo che, per quanto fosse taccagno e pidocchioso, avrei potuto avere la sfortuna di imbattermi in uno ancora peggiore. Infine, lì piansi il mio doloroso passato e la mia prossima e ormai vicina morte.
Tuttavia, facendo finta di niente e come meglio seppi dissi:
"Signore, sono giovane e davvero non mi preoccupo troppo del cibo, Dio sia lodato. E di una cosa posso vantarmi, di essere più di bocca buona di qualunque altro ragazzo, e per questo sono stato lodato dai padroni che ho avuto fino ad oggi".
"Grande virtù è questa", disse lui, "e per ciò ti vorrò ancora più bene. Perché abbuffarsi è proprio dei porci, e mangiare moderatamente degli uomini dabbene".
"E bene t'ho capito!", dissi tra me e me. "Che gli venga un accidente a tutte le qualità curative e salutari che questi padroni che mi cerco trovano nella fame!".
Mi misi accanto alla porta e tirai fuori dalla camicia certi pezzi di pane che mi erano rimasti di quelli avuti in elemosina. Quando lo vide mi disse:
"Vieni qui, ragazzo. Che mangi?".
Mi avvicinai e gli mostrai il pane. Dei tre pezzi che c'erano me ne prese uno, il migliore e più grande, e mi disse:
"Perbacco, sembra buono questo pane".
"Altrochè!", dissi io; "allora, signore, è buono?".
"Sì, davvero", disse lui. "Dove l'hai preso? Sarà stato impastato da mani pulite?".
"Questo non lo so", gli dissi, "ma il suo sapore non mi fa schifo".
"Sia fatta la volontà di Dio", disse il mio povero padrone.
portatosi il suo pezzo di pane alla bocca, cominciò a dargli morsi non meno feroci di quelli che io davo al mio.
"Per Dio!", fece. "Questo pane è buonissimo!".