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Ventimila leghe sotto i mari

 

    

      Jules Verne.

 

 

      PARTE PRIMA.

      1. Uno scoglio sfuggente.

 

      Il 1866 fu un anno particolare, caratterizzato da uno strano

      misterioso avvenimento che certamente nessuno avrà dimenticato.  A

      parte le dicerie che mettevano in agitazione le popolazioni della

      costa  ed  eccitavano l'opinione pubblica nelle zone continentali,

      la gente di mare  ne  era  particolarmente  scossa.  Commercianti,

      armatori,   comandanti  di  navi,   piloti  europei  e  americani,

      ufficiali delle marine militari di tutti  i  paesi  e,  infine,  i

      governi  dei  diversi  Stati dei due continenti,  si preoccuparono

      profondamente del fenomeno.

      Da qualche tempo parecchie navi,  incrociando  in  alto  mare,  si

      erano imbattute in una "massa enorme",  qualcosa di oblungo, fatto

      a fuso,  a volte fosforescente e molto più grande e più veloce  di

      una balena.

      Le  varie  relazioni  nei  giornali  di  bordo  concordavano quasi

      esattamente riguardo alla struttura dell'oggetto  o  del  bizzarro

      essere  che  fosse,  sulla sua straordinaria agilità di movimenti,

      sulla sua velocità,  e sulla particolare vitalità di cui  appariva

      dotato.  Se  si  trattava  di un cetaceo,  era assai più grande di

      quelli che la scienza aveva fino ad  allora  classificato:  i  più

      famosi  naturalisti non avrebbero mai potuto ammettere l'esistenza

      di un simile mostro,  se non nel caso che l'avessero visto  con  i

      loro propri occhi.

      Calcolando  una  media delle diverse osservazioni,  respingendo le

      caute valutazioni che attribuivano alla "cosa"  una  lunghezza  di

      sessanta  metri  e  anche  quelle  evidentemente  esagerate che la

      descrivevano larga trecento e lunga quasi un chilometro, si poteva

      affermare che quel mastodontico essere superava  di  parecchio  le

      dimensioni  stabilite  dagli  ittiologi,   sempre  che  il  mostro

      esistesse veramente.

      Ma indubbiamente esisteva: il fenomeno di per    stesso  non  si

      poteva più confutare e, poiché la mente umana di solito è attratta

      da tutto ciò che è straordinario,  è facile comprendere l'emozione

      prodotta in tutto il mondo da quella  soprannaturale  apparizione.

      Nelle  nazioni  tradizionalmente  più severe,  come l'Inghilterra,

      l'America, la Germania, il caso suscitò viva preoccupazione, ma in

      molti altri paesi venne preso alla leggera e  messo  in  ridicolo.

      Nei  grandi  centri  il  mostro divenne l'argomento di moda: se ne

      scherzava nei caffè-concerto,  i giornali ne facevano  oggetto  di

      burle  nella  rubrica  umoristica,  nei  teatri se ne cantavano le

      straordinarie qualità. I giornali, a corto di notizie, riportarono

      a galla vecchie storie di mostri.

      Allora nelle società e nelle  pubblicazioni  scientifiche  scoppiò

      una  polemica interminabile tra quelli che credevano al fenomeno e

      gli increduli.  La questione accese gli spiriti,  i giornalisti di

      parte  scientifica  in  lotta  con  gli  umoristi  versarono fiumi

      d'inchiostro.  La battaglia continuò  per  sei  mesi  con  alterna

      fortuna ed esito incerto. Ma a poco a poco l'umorismo sconfisse la

      scienza  e  la  faccenda  del  mostro  si  concluse  tra le risate

      universali.

      Così nei primi mesi  dell'anno  1867  l'argomento  sembrava  ormai

      dimenticato,  quando  accaddero altri strani fatti che vennero ben

      presto a conoscenza del pubblico. Allora il fenomeno apparve sotto

      una luce nuova: non si trattava più di un problema scientifico  da

      risolvere,  bensì di un pericolo serio e reale dal quale bisognava

      difendersi. La questione assumeva così un aspetto ben diverso e il

      mostro  ridiventò  isola,  roccia,  scoglio.  Uno  strano  scoglio

      sfuggente che non si poteva né misurare né raggiungere.

      Il  5 marzo 1867 la "Moravian" della "Montreal Ocean Company",  in

      navigazione notturna urtò con la fiancata contro uno  scoglio  che

      non  era  indicato  in  nessuna  carta  nautica.  Data la violenza

      dell'urto la nave,  che sotto la spinta combinata del vento e  dei

      suoi quattrocento cavalli vapore procedeva a tredici nodi all'ora,

      sarebbe  certo  colata  a  picco  con  i  suoi duecentotrentasette

      passeggeri se lo scafo non  avesse  dimostrato  una  resistenza  a

      tutta  prova.  Il  fatto era accaduto verso le cinque del mattino,

      quando cominciavano ad apparire le prime luci.  Gli  ufficiali  di

      guardia  si  erano precipitati a esaminare l'oceano con scrupolosa

      attenzione, ma non avevano visto nulla,  se non un forte risucchio

      a circa seicento metri di distanza,  come se in quel punto l'acqua

      fosse fortemente agitata.  Immediatamente era  stato  eseguito  il

      rilevamento  e  la  "Moravian" aveva continuato la sua rotta senza

      apparenti danni.  Aveva urtato contro una roccia sommersa o contro

      qualche grosso relitto?  Impossibile dirlo.  Rientrata in porto si

      riscontrò che una parte della  chiglia  era  stata  strappata.  Il

      fatto,   per  quanto  molto  grave,  sarebbe  forse  stato  presto

      dimenticato come molti altri di quel genere se qualche tempo  dopo

      non  ne fosse accaduto uno analogo nelle medesime condizioni.  Ma,

      sia a causa della nazionalità della nave vittima  dell'infortunio,

      sia per la reputazione della compagnia armatrice,  la "Cunard", la

      cosa ebbe una risonanza enorme.

      Era il 13 aprile, con mare calmo e brezza leggera.  La "Scotia" si

      trovava  a  15  gradi  e 12 primi di longitudine e a 45 gradi e 37

      primi di latitudine,  navigando alla  velocità  di  tredici  nodi,

      sotto la spinta dei suoi mille cavalli vapore.

      Alle  sedici  e  diciassette,  mentre i passeggeri erano riuniti a

      prendere il tè nel salone principale,  fu  sentito  un  colpo  non

      molto  forte  contro la chiglia della nave.  La "Scotia" non aveva

      urtato,  ma era stata urtata e da qualcosa che era più tagliente o

      più  perforante  che contundente.  La collisione era sembrata così

      leggera che nessuno a bordo si sarebbe allarmato se i  marinai  di

      sottocoperta non fossero risaliti sul ponte gridando:

      - Affondiamo! Affondiamo!

      Il  panico si diffuse tra i passeggeri,  ma il comandante Anderson

      riuscì a rassicurarli, spiegando che la "Scotia",  protetta da ben

      sette   compartimenti   stagni,   poteva  affrontare  senza  gravi

      conseguenze un'eventuale falla. Quindi si recò personalmente nella

      stiva dove accertò che  già  il  quinto  compartimento  era  stato

      invaso  dall'acqua;   la  rapidità  con  cui  era  stato  inondato

      dimostrava che la falla era rilevante.  Fortunatamente le  caldaie

      non si trovavano in quel settore.

      Il comandante diede immediatamente l'ordine di fermare le macchine

      e mandò un marinaio ad accertare l'entità del danno. Si seppe così

      che nella carena esisteva una falla larga circa due metri. Una via

      d'acqua  di  tale  ampiezza  non poteva certo venire tappata con i

      mezzi di bordo e la "Scotia" fu  costretta  a  proseguire  il  suo

      viaggio con le ruote semisommerse.

      Pur  trovandosi a sole trecento miglia da Capo Clear,  attraccò al

      molo della Compagnia a Liverpool con un  ritardo  di  tre  giorni.

      Sbarcati i passeggeri,  gli ingegneri esaminarono la nave. Ciò che

      videro  li  sorprese:  due  metri  e  mezzo  sotto  la  linea   di

      galleggiamento,  si  apriva  una  fessura  a  forma  di  triangolo

      isoscele i cui bordi si presentavano tagliati nettamente, tanto da

      sembrare  opera  di  uno  strumento  meccanico.  Bisognava  quindi

      dedurre  che  l'oggetto  perforante  fosse  fatto  di  un  metallo

      speciale e che,  dopo esser stato lanciato con incredibile  forza,

      al  punto  di  squarciare  una  lamiera  di  quattro centimetri di

      spessore,  si fosse ritirato da sé con un  movimento  all'indietro

      assolutamente  inspiegabile,  tanto  rapidamente che la manovra di

      retromarcia non aveva lasciato alcun segno sui bordi della falla.

      Quest'ultimo strepitoso episodio appassionò  di  nuovo  l'opinione

      pubblica. Da quel momento tutti gli infortuni navali non provocati

      da  una  causa ben chiara vennero attribuiti al "mostro" e su quel

      fantastico essere si scaricarono  le  responsabilità  di  tutti  i

      naufragi il cui numero,  purtroppo,  era in aumento. Sulle tremila

      navi che  ogni  anno  vanno  perdute,  duecento  scompaiono  senza

      lasciare  traccia,  e il mostro fu accusato di averle trascinate a

      picco,  oltre che di aver reso pericolose le linee di  navigazione

      tra  i  vari  continenti.  E  nuovamente  la  stampa  si  scatenò,

      chiedendo fermamente che i mari fossero una buona  volta  liberati

      dal misterioso cetaceo.

      2. Il pro e il contro.

 

      Nel  periodo  in  cui  questi  avvenimenti accadevano,  ero appena

      rientrato da un'esplorazione scientifica nelle terre selvagge  del

      Nebraska, negli Stati Uniti. Era stato il governo di Parigi che mi

      aveva  aggregato  a  quella  spedizione,   nella  mia  qualità  di

      professore aggiunto al Museo di Storia Naturale. Dopo aver passato

      sei mesi nel Nebraska ero arrivato a New York  verso  la  fine  di

      marzo carico di preziosi reperti e,  poiché la mia partenza per la

      Francia era  stata  fissata  per  i  primi  di  maggio,  impiegavo

      l'attesa  classificando  le  mie  raccolte  minerali,  botaniche e

      zoologiche. Fu allora che si verificò l'incidente della "Scotia".

      Ero al corrente della questione che era sulla  bocca  di  tutti  e

      appassionava  il  mondo  intero.  Avevo  letto  e  riletto tutti i

      giornali americani ed europei che avevano dibattuto la  questione,

      senza  riuscire  a  farmi  un'opinione  precisa.  Quel  mistero mi

      incuriosiva e, trovandomi nell'impossibilità di formarmi un chiaro

      giudizio non parteggiavo per  nessuno.  Del  resto  che  ci  fosse

      qualcosa di vero non poteva più essere messo in dubbio.

      Al  mio  arrivo  a  New York,  le discussioni erano incandescenti;

      l'ipotesi di un'isola vagante,  di uno scoglio inafferrabile,  che

      era  stata  sostenuta da alcuni incompetenti,  era stata scartata.

      Era evidente che, a meno che quello scoglio non racchiudesse in sé

      un motore,  non  gli  sarebbe  stato  possibile  spostarsi  a  una

      velocità così prodigiosa.

      Contemporaneamente,  e per lo stesso motivo, fu respinta l'ipotesi

      che si trattasse di un enorme relitto.

      Perciò restavano all'interrogativo due  sole  risposte  possibili,

      risposte  che  crearono  due  partiti  ben  distinti  con  seguaci

      accaniti: si fronteggiavano, da una parte,  coloro che sostenevano

      si  trattasse di un mostro eccezionale e,  dall'altra,  quelli che

      asserivano che fosse un battello sottomarino fornito di una  forza

      motrice di grande potenza.

      Ma quest'ultima ipotesi,  in sé e per sé accettabile, non poté più

      essere sostenuta in seguito alle ricerche intraprese in  tutto  il

      mondo. Non era possibile che un privato cittadino avesse a propria

      disposizione  un simile ordigno meccanico: dove e quando l'avrebbe

      fatto  costruire  e  come  avrebbe  potuto  tenere   segreta   una

      costruzione di quel tipo?

      Solo  un  governo  poteva  possedere  una  macchina con una simile

      capacità di distruzione e,  in tempi disastrosi in cui  l'uomo  si

      ingegna  a  moltiplicare  la potenza delle proprie forze belliche,

      non era impossibile che una  nazione,  all'insaputa  delle  altre,

      fosse  riuscita  a  realizzare  quel formidabile ordigno.  Dopo le

      mitragliatrici,  le torpedini,  dopo le  torpedini  altri  ordigni

      segreti  e  così  di  seguito  in  un'allucinante  progressione di

      invenzioni volte a distruggere il mondo intero. Ma anche l'ipotesi

      di una nuova macchina da guerra cadde di fronte alle dichiarazioni

      dei governi della cui buona fede non si poteva  dubitare,  essendo

      la cosa di 'interesse comune,  dato che ne soffrivano i commerci e

      le comunicazioni transoceanici. Inoltre,  come si poteva ammettere

      che la costruzione di un simile battello sottomarino fosse passata

      inosservata?  Se  in  casi  come  questo  conservare  il segreto è

      difficilissimo per un privato, è assolutamente impossibile per uno

      Stato,  i  cui  movimenti  sono  accuratamente  sorvegliati  dalle

      potenze straniere.

      Perciò,  dopo tutte le indagini fatte in Inghilterra,  in Francia,

      in Russia, in Germania, in Italia, in Spagna, in America e perfino

      in Turchia,  l'ipotesi  di  una  nave  da  guerra  sottomarina  fu

      definitivamente  scartata.  E  così  ritornò a galla l'ipotesi del

      mostro,  nonostante le  continue  punzecchiature  con  cui  veniva

      colpita  da  parte  della  stampa,  e,  imboccata  questa via,  fu

      lasciata briglia sciolta alla fantasia e si arrivò  alle  immagini

      più assurde di un'ittiologia mitica

      Appena  ero  arrivato  a  New  York,   molte  persone  mi  avevano

      consultato in proposito,  dato che tempo prima avevo pubblicato in

      Francia  uno  studio in due volumi intitolato: "Misteri dei grandi

      abissi  marini".   Il  lavoro,   che  incontrò  il  favore   degli

      specialisti, faceva di me un luminare di questa parte molto oscura

      della  storia  naturale.  Quando  mi  fu  chiesta la mia opinione,

      tentai,   pur  non  potendo  negare  la  realtà  dei   fatti,   di

      rinchiudermi  in  un  prudente silenzio,  ma,  dopo non molto,  in

      seguito a incessanti pressioni, "l'esimio professor Pierre Aronnax

      del Museo  di  Parigi"  fu  obbligato  dal  "New  York  Herald"  a

      esprimere un'ipotesi qualsiasi.

      Visto che non potevo rimanere zitto, parlai chiaramente, trattando

      il problema sotto tutti i suoi aspetti, politici e scientifici, in

      un nutrito articolo che apparve in un numero di aprile,  di cui do

      qui un estratto.

 

      "Dopo aver esaminato,  una per una,  le diverse  ipotesi  fin  qui

      formulate e avendo potuto respingere ogni altra supposizione,  non

      mi resta che ammettere l'esistenza di un  animale  marino  di  una

      potenza e di una grandezza fuori del comune.

      Le  grandi  profondità  degli  oceani ci sono sconosciute: nessuna

      sonda ha mai potuto raggiungerle.  Che succede  in  questi  abissi

      remoti?   Quali   esseri   abitano   e  hanno  la  possibilità  di

      sopravvivere  a  venticinque  o  a  trenta  chilometri  sotto   la

      superficie del mare? Si può a malapena procedere per ipotesi.

      Ciononostante, la soluzione del problema che mi è stato sottoposto

      può  assumere la forma di un dilemma: o conosciamo tutte le specie

      di esseri  viventi  che  popolano  il  nostro  pianeta  o  non  le

      conosciamo.

      Se  non  le conoscessimo tutte,  se in ittiologia la natura avesse

      ancora dei segreti per noi,  niente sarebbe  più  accettabile  che

      ammettere  l'esistenza di pesci o di cetacei di specie o di genere

      nuovi,  costituiti essenzialmente di esseri che vivono sul  fondo,

      in quegli abissi marini irraggiungibili da qualsiasi sonda,  e che

      per un fattore qualsiasi, anche,  se si vuole,  per una fantasia o

      per   un  capriccio,   a  lunghi  intervalli  risalgono  verso  la

      superficie degli oceani.

      Se,  invece,  noi conosciamo tutte  le  specie  viventi,  si  deve

      necessariamente  ricercare  l'animale  in questione fra gli esseri

      marini già catalogati e, in tal caso,  io propenderei ad ammettere

      l'esistenza di un narvalo gigante.

      Il narvalo normale,  o cetaceo artico, raggiunge abbastanza spesso

      la lunghezza di venti  metri.  Quintuplicate,  decuplicate  questa

      dimensione,  fornite  il  cetaceo  di  cui  parliamo  di una forza

      proporzionata  alla  sua  misura,  accrescetene  adeguatamente  le

      capacità  offensive  e  otterrete  proprio l'animale in questione:

      avrà le dimensioni rilevate dagli ufficiali  della  "Shannon",  il

      corno  necessario per perforare la "Scotia" e la potenza richiesta

      per squarciare la chiglia di qualsiasi piroscafo.

      Come si sa,  il narvalo è dotato di una specie di spada  d'avorio,

      di  un'alabarda,  come  preferiscono chiamarla alcuni naturalisti,

      che sarebbe semplicemente il suo dente  principale  e  che  ha  la

      durezza  dell'acciaio.  Alcuni  di questi denti sono stati trovati

      nei corpi delle balene,  che i  narvali  attaccano  con  successo,

      altri  sono  stati  estratti,  non  senza fatica,  dal fasciame di

      vascelli che ne erano stati trapassati da parte a parte,  come  un

      barile da un trapano. Il museo della facoltà di medicina di Parigi

      possiede  uno  di  questi  denti:  è lungo due metri e venticinque

      centimetri e, alla base, è largo quarantotto centimetri.

      Ipotizzate allora quest'arma dieci volte  più  forte  e  l'animale

      dieci volte più robusto, lanciatelo a una velocità di venti miglia

      all'ora, moltiplicate la sua massa per la sua velocità e otterrete

      una forza d'urto capace di produrre i danni in questione.

      Perciò, fintanto che non si avranno maggiori informazioni, opterei

      per  un  narvalo  di  dimensioni colossali,  munito non più di una

      semplice alabarda, ma di uno sperone vero e proprio,  come le navi

      rompighiaccio, di cui avrebbe anche la massa e la forza di spinta.

      Ecco  come spiegherei questo fenomeno che sembra inesplicabile,  a

      meno che, a dispetto di quanto si è visto e intravisto,  sentito e

      riferito,  ci sia sfuggito qualche particolare importante, ciò che

      non è da escludere.

 

      Quest'ultima frase era una vigliaccheria  da  parte  mia:  l'avevo

      scritta  per  cautelare  la  mia dignità di studioso e non porgere

      troppo il fianco al sarcasmo degli americani  che,  quando  ci  si

      mettono,  sanno far risaltare il lato ridicolo di ogni cosa. Così,

      ammettendo  la  possibilità  del  dubbio,  mi  ero  riservato  una

      scappatoia.

      Il  mio  articolo  causò  vivaci commenti,  riscotendo vasta eco e

      raccogliendo anche un certo numero di sostenitori.

      Le discussioni si allargarono sulla natura del  fenomeno,  ma  già

      nessuno contestava più l'esistenza di un essere prodigioso.

      Mentre alcuni videro il problema sotto il punto di vista puramente

      scientifico,  altri,  più  pratici,  soprattutto  in  America e in

      Inghilterra,   posero  l'accento  sul  come  liberare  i  mari  da

      quell'essere  pericoloso per poter ridare un tranquillo ritmo alle

      comunicazioni transoceaniche. Specialmente i giornali di carattere

      industriale e commerciale trattarono  la  questione  sotto  questo

      aspetto:  tutte le testate legate alle compagnie di assicurazione,

      che minacciavano di  elevare  il  tasso  dei  loro  premi,  furono

      unanimi su questo punto.

      Gli  Stati  Uniti,  dove  il  potere della stampa è assai elevato,

      furono i primi a scendere in campo e a  New  York  si  cominciò  a

      preparare  una  spedizione  per  dare  la  caccia al narvalo.  Una

      fregata fra le più moderne,  l'"Abraham Lincoln",  fu  armata  per

      prendere  il  mare  al  più  presto e gli arsenali si spalancarono

      davanti al comandante Farragut, che ebbe mano libera per preparare

      la nave nel modo più idoneo.

      Ma,  come capita sempre nella vita,  proprio dal momento in cui fu

      presa la decisione di dare la caccia al mostro,  questo scomparve:

      per due mesi filati non se ne sentì più parlare e nessuna nave  lo

      incontrò più. Sembrava quasi che il cetaceo fosse a conoscenza del

      progetto  tramato  a  suo danno.  Se n'era tanto parlato,  perfino

      attraverso il cavo transatlantico,  che i burloni si divertivano a

      raccontare  come l'intelligente mostro avesse intercettato qualche

      dispaccio da cui ora traeva vantaggio.

      Perciò, la fregata attrezzata per una lunga campagna,  con a bordo

      tutti i più moderni congegni per la caccia alle balene,  dondolava

      in porto, non sapendo dove dirigersi. L'impazienza cresceva di ora

      in ora,  le speranze cadevano.  Ma ecco che il 3 luglio arrivò  la

      notizia  che  un  vapore  della linea San Francisco-Sciangai aveva

      avvistato il cetaceo  nella  parte  settentrionale  del  Pacifico,

      circa tre settimane prima.

      La  notizia  provocò  uno  scoppio  di  frenetica  attività  e  al

      comandante Farragut furono concesse solamente ventiquattro ore per

      salpare.  I viveri erano imbarcati,  le stive erano  stracolme  di

      carbone,  l'equipaggio era al completo. Non c'era che da accendere

      le caldaie, portarle all'ebollizione e salpare.  Non sarebbe stata

      ammessa neppure qualche ora di ritardo.  Ma il comandante Farragut

      non chiedeva di meglio che partire.

      Tre ore prima che l'"Abraham Lincoln" si staccasse dal  molo  dove

      era ormeggiata a Brooklyn, mi arrivò telegraficamente un dispaccio

      così redatto:

 

      "Signor Aronnax.

      professore al Museum di Parigi.

      Albergo Fifth Avenue.

      New York.

 

      Signore,

      desiderate  unirvi  alla  spedizione  dell'"Abraham  Lincoln",  il

      governo degli Stati Uniti sarà lieto che la  Francia  sia  da  voi

      rappresentata  in  questa  impresa.  Il comandante Farragut ha una

      cabina a vostra disposizione. Molto cordialmente, il vostro

      J.B. HOBSON.

      Segretario della Marina.

 

      3. Come il signore desidera.

 

      Un attimo prima che arrivasse il dispaccio del signor J.B. Hobson,

      a tutto avrei potuto pensare fuorché ad inseguire il narvalo,  tre

      secondi  dopo  averlo letto,  compresi che l'unico scopo della mia

      vita era di partire alla caccia del mostro per liberare  il  mondo

      dalla sua inquietante presenza.

      E   pensare  che  ero  appena  tornato  da  un  viaggio  faticoso,

      pericoloso e che avevo una grande  necessità  di  riposo.  Il  mio

      unico  desiderio  sarebbe stato di rivedere la mia patria,  i miei

      amici,  il mio appartamentino al Giardino Botanico e le mie care e

      preziose   collezioni.   Ma  niente,   in  quel  momento,   poteva

      trattenermi.  Dimenticai  tutto:  fatiche,   amici  e  collezioni,

      accettando,   senza   riflettere  oltre,   l'offerta  del  governo

      americano.

      D'altra parte, pensai, tutte le strade portano a Roma.  Chissà che

      il  narvalo  non possa essere così gentile da condurmi in Francia.

      Quel degno animale si lascerà catturare nei mari europei  soltanto

      per farmi un favore personale e io potrò portare non meno di mezzo

      metro della sua alabarda d'avorio al Museo di storia naturale.

      Ma,  intanto,  bisognava  che  andassi  a  cercare  quel benedetto

      cetaceo  nel  Pacifico  settentrionale,  vale  a  dire  che,   per

      ritornare in Francia, avrei dovuto prendere la strada opposta.

      - Conseil! - gridai con impazienza.

      Conseil  era  il  mio  domestico,  un  giovanotto  fedele  che  mi

      accompagnava in tutti i miei viaggi. Era un tranquillo fiammingo a

      cui volevo bene e che ricambiava tutto il mio affetto.  Per natura

      flemmatico,  pignolo per principio,  zelante per abitudine, non si

      stupiva mai delle sorprese della vita ed  era  abile  in  tutti  i

      lavori che gli spettavano.  E,  a dispetto del suo nome,  non dava

      mai    consigli    suggerimenti,  nemmeno  quando  gli  veniva

      richiesto.  Conseil era con me da dieci anni e mi aveva seguito in

      ogni luogo in cui la scienza mi aveva condotto.  Mai una volta  si

      era lamentato per la lunghezza o la fatica del viaggio,  mai aveva

      avuto esitazioni a preparare  la  propria  valigia  per  un  paese

      qualsiasi,  Cina o Congo,  per quanto lontano fosse: andava da una

      parte o dall'altra senza  chiedere  nessuna  spiegazione.  Inoltre

      aveva  una  costituzione robusta che sfidava ogni malattia;  tutto

      muscoli,  ma senza nervi,  nemmeno una traccia di nervi,  in senso

      astratto, si capisce. Era un uomo di trent'anni e la sua età stava

      a  quella del suo padrone nella proporzione di tre a quattro.  Una

      maniera come un'altra per dire che io ho dieci anni di più.

      Conseil, però,  aveva un difetto: formalista irriducibile,  non mi

      si rivolgeva mai senza chiamarmi "Signore" in maniera che in certe

      occasioni era perfino irritante.

      - Conseil! - tornai a gridare, cominciando in maniera frettolosa a

      fare i preparativi per la partenza.

      E'  vero  che  ero sicuro della devozione del domestico che non si

      era mai chiesto se gli convenisse o no seguirmi nei  miei  viaggi,

      ma   questa  volta  si  trattava  di  una  spedizione  che  poteva

      prolungarsi all'infinito,  di un'impresa rischiosa alla caccia  di

      un  essere  che  era in grado di colare a picco una fregata con la

      chiglia di quercia. C'era di che riflettere,  anche per l'uomo più

      impassibile del mondo. Che cosa mi avrebbe risposto Conseil?

      - Conseil! - urlai per la terza volta. E Conseil apparve.

      - Il signore ha chiamato? - domandò entrando.

      - Sì, amico mio. Preparati e preparami: partiamo tra due ore.

      - Come il signore desidera - rispose Conseil impassibile.

      -  Non  c'è  un  minuto  da perdere.  Metti nel baule tutti i miei

      utensili, abiti, camicie e calzature,  senza contarli,  ma mettine

      più che puoi. Sbrigati!

      - E la raccolta del signore? - osservò Conseil.

      - Ce ne occuperemo dopo.

      - E gli esemplari rari?

      - Me li conserveranno in albergo.

      - E il "babirussa" vivo del signore?

      -  Sarà  nutrito  anche  in  nostra assenza.  Darò l'ordine che ci

      spediscano in Francia tutte le nostre carabattole.

      - Non torniamo a Parigi, allora? - domandò Conseil.

      - Sì, certo - risposi evasivamente. - Ma facendo una digressione.

      - Come il signore desidera.

      - Oh,  non sarà gran cosa.  Un percorso un po' meno diretto,  ecco

      tutto.

      - Benissimo, signore - rispose Conseil tranquillamente.

      - Si tratta di un mostro,  lo sai,  del famoso narvalo - dissi. Ne

      libereremo i mari.  L'autore di un'opera in due  volumi,  "Misteri

      dei  grandi  abissi  marini",  non  può  rispondere  negativamente

      all'invito di salpare con il comandante Farragut.  E' una missione

      gloriosa,  ma anche pericolosa. Non si sa come andrà a finire: non

      si può immaginare come reagisca quel tipo di bestia. Ma ci andremo

      lo stesso. Abbiamo un comandante che sa il fatto suo.

      - Quello che farà il  signore  lo  farò  anch'io  -  si  limitò  a

      rispondere Conseil.

      - Pensaci bene.  E poiché non voglio nasconderti nulla, ti avverto

      che questo è uno di quei viaggi da cui non sempre si ritorna.

      - Come gradirà il signore.

      Un quarto d'ora dopo i bagagli  erano  pronti.  Conseil  li  aveva

      preparati  in  un  battibaleno  e  io  ero  sicuro  che  non aveva

      dimenticato niente, poiché teneva in ordine camicie e abiti con la

      cura meticolosa con cui classificava uccelli o mammiferi.

      L'ascensore dell'albergo ci scaricò nel vestibolo  al  pianoterra.

      Regolai  il  conto,  diedi  ordine  di  spedire a Parigi tutti gli

      involti degli animali impagliati e di piante  disseccate,  lasciai

      una  somma  per  il  mantenimento del "babirussa" e,  tallonato da

      Conseil, saltai sulla prima vettura che trovai.

      Una  corsa  veloce  e  arrivammo  alla  passerella   dell'"Abraham

      Lincoln", dai cui comignoli scaturivano torrenti di fumo nero.

      Un marinaio di coperta mi condusse sul cassero,  dove mi trovai di

      fronte a un ufficiale dall'aspetto simpatico, che mi tese la mano.

      - Il professor Pierre Aronnax?

      - In persona - risposi. - Il comandante Farragut?

      - Sono io.  Siate il benvenuto,  professore.  La vostra cabina  vi

      aspetta.

      Lo lasciai intento alle manovre per la partenza e mi feci condurre

      nell'alloggio  destinatomi che era situato a poppa e si apriva sul

      quadrato ufficiali.

      - Qui staremo benissimo dissi soddisfatto a Conseil.

      - Bene quanto un paguro bernardo nel guscio di una conchiglia - fu

      la risposta di Conseil.

      Di fronte a tanta condiscendenza,  non  mi  restava  che  lasciare

      Conseil  a  disfare i bagagli e risalire sul ponte per osservare i

      preparativi per la partenza.

      Proprio in quel momento, il comandante Farragut faceva mollare gli

      ultimi ormeggi che trattenevano l'"Abraham  Lincoln"  al  molo  di

      Brooklyn.  Se fossi arrivato con un ritardo di un quarto d'ora,  e

      forse anche meno,  la fregata sarebbe partita senza di me e  avrei

      perduto   l'opportunità   di   partecipare   a  quella  spedizione

      eccezionale e quasi inverosimile  il  cui  resoconto,  benché  sia

      veritiero troverà senz'altro parecchi increduli.

      Il  comandante  Farragut  non  voleva  perdere  nemmeno un'ora per

      raggiungere i mari nei quali era stata segnalata la  presenza  del

      narvalo. Chiamò il direttore di macchina.

      - Siamo già in pressione?

      - Sissignore.

      - Avanti! - comandò.

      L'ordine fu trasmesso in sala macchine,  i fuochisti azionarono la

      ruota della messa in moto,  il vapore fischiò,  precipitandosi nei

      cassetti di distribuzione che si erano aperti.  Gemettero i lunghi

      pistoni  orizzontali  e  spinsero   le   bielle   dell'albero   di

      trasmissione.  Le  pale  dell'elica  batterono  i  flutti  con una

      velocità sempre crescente e l'"Abraham Lincoln" cominciò a fendere

      maestosamente le acque in mezzo a un centinaio di ferry-boat e  di

      bettoline carichi di spettatori che le facevano corona.

      I  moli  di Brooklyn e di tutta la parte di New York che costeggia

      la  sponda  est  erano  stipati  di  curiosi.  Tre  possenti  urrà

      risuonarono  in  cadenza  successiva,  scanditi da cinquecentomila

      voci.  Migliaia di fazzoletti sventolavano al di sopra  di  quella

      massa  compatta,  salutando l'"Abraham Lincoln" fino al suo arrivo

      nelle acque dell'Hudson,  alla punta di quella penisola che  forma

      la città di New York.

      Allora  la  fregata,  seguendo  la  stupenda  costa del New Jersey

      costellata di ville,  passò sotto i forti che  la  salutarono  con

      salve di artiglieria.  La fregata rispose issando e ammainando per

      tre volte la bandiera americana.

 

 

      4. Ned Land.

 

      Il comandante Farragut era un ottimo marinaio,  degno  della  nave

      che comandava e di cui era l'anima.  Nessun dubbio lo sfiorava per

      ciò che riguardava l'esistenza del cetaceo e non permetteva che  a

      bordo  si  discutesse  sull'argomento.  Ne  era convinto così come

      certe contadine credono nell'esistenza delle  streghe,  per  fede,

      cioè,  non per ragionamento.  Il mostro esisteva ed egli l'avrebbe

      ucciso per liberarne i mari: l'aveva giurato.  Si sentiva come una

      specie di cavaliere che va a battersi con un terribile drago. O il

      comandante  Farragut  avrebbe  ammazzato  il  narvalo o il narvalo

      avrebbe ammazzato il comandante Farragut: non c'era altra scelta.

      Gli ufficiali di bordo erano tutti dell'opinione  del  comandante.

      Era  uno  spasso  sentirli  parlare,  discutere,  calcolare  quali

      fossero le  possibilità  di  incontrare  il  mostro,  le  migliori

      condizioni per avvistarlo nella vasta distesa dell'oceano.  Più di

      uno  si  sottoponeva  volontariamente  a  un  turno   di   guardia

      straordinario sulle crocette dell'albero di maestra,  mansione che

      avrebbero stramaledetto in qualsiasi altra occasione.  Fino a  che

      il sole percorreva il suo arco sull'orizzonte,  tutta l'alberatura

      formicolava di marinai ai quali sembrava che le tavole  del  ponte

      bruciassero sotto i piedi.  Eppure l'"Abraham Lincoln" non fendeva

      ancora con la prora le insidiose acque del Pacifico.

      L'equipaggio non chiedeva di meglio  che  incontrare  il  narvalo,

      arpionarlo,  issarlo a bordo e farlo a pezzi.  Tutti scrutavano il

      mare con  attenzione  scrupolosa,  tanto  più  che  il  comandante

      Farragut  aveva  accennato  a  un  paio  di  migliaia  di  dollari

      riservati  a  chiunque,  ufficiale,   marinaio  o  mozzo,   avesse

      avvistato  l'animale.  Naturalmente  anch'io  tenevo gli occhi ben

      aperti e non permettevo a nessuno di sostituirmi  durante  i  miei

      turni  di  vedetta.   Unico  tra  tutti  Conseil,  con  la  solita

      indifferenza,   sembrava  trascurare  il  problema  che  tanto  ci

      appassionava, stonando nell'eccitata atmosfera di bordo.

      Il comandante Farragut aveva provveduto veramente ad attrezzare la

      nave  di  tutti  gli strumenti adatti alla cattura del cetaceo.  A

      bordo c'erano arnesi di ogni  genere:  dall'arpione  a  mano  alle

      frecce uncinate,  ai proiettili esplosivi delle spingarde.  A prua

      faceva bella mostra di sé un cannone.

      Era di fabbricazione americana e  poteva  lanciare  un  proiettile

      conico  di  quattro  chili  fino  a sedici chilometri di distanza.

      Sull'"Abraham  Lincoln"  non  mancavano  certo  le  armi  per   la

      distruzione del mostro. Ma c'era ancora di meglio: Ned Land, il re

      dei fiocinieri.

      Ned  Land  era  un  canadese  di eccezionale bravura che non aveva

      rivali nel suo pericoloso mestiere. Prontezza di riflessi e sangue

      freddo,  audacia e astuzia erano le qualità che lo distinguevano e

      soltanto   una   balena   enormemente   scaltra  o  un  capodoglio

      straordinariamente  abile  avrebbero  potuto  sfuggire  alla   sua

      fiocina.  Ned  Land  era  sulla quarantina,  alto oltre un metro e

      novanta,  solidamente costruito;  era poco  comunicativo,  qualche

      volta violento e facile alla collera quando veniva contrariato.

      Il comandante Farragut aveva avuto buon fiuto nell'ingaggiarlo nel

      proprio  equipaggio: per la sua mira e la sua forza valeva da solo

      il  resto  della  ciurma.   Non  saprei  descriverlo  meglio   che

      paragonandolo  a  un  incrocio  fra  un  telescopio  e  un cannone

      costantemente carico.

      Chi dice canadese dice francese.  E per quanto  poco  comunicativo

      fosse,  devo  riconoscere  che Ned Land mi dimostrò immediatamente

      una certa simpatia.  Sono certo  che  era  la  mia  nazionalità  a

      distinguermi  ai  suoi  occhi.  Per lui era una buona occasione di

      parlare e per me di ascoltare la lingua  che  è  ancora  usata  in

      alcune province canadesi. La sua famiglia era originaria di Quebec

      e  costituiva  già una stirpe di coraggiosi pescatori all'epoca in

      cui la città apparteneva alla Francia.

      A poco a poco,  Ned Land prese un certo gusto a  parlare  e  a  me

      piaceva ascoltare il racconto delle sue avventure nei mari polari.

      Mi narrava le sue spedizioni di caccia e le sue lotte in una forma

      semplice e poetica.

      Mi  soffermo  su  questo  coraggioso compagno così come lo conosco

      ora, poiché siamo diventati veramente amici,  uniti da quel legame

      indistruttibile che nasce e si rafforza nei momenti più difficili.

      Caro Ned! Vorrei vivere ancora cent'anni per potermi ricordare più

      a lungo di te!

      Ma  qual  era  l'opinione  di  Ned Land in merito al mostro?  Devo

      confessare che egli non ci credeva affatto e che  era  il  solo  a

      bordo  ad  avere  un'opinione  diversa dalla convinzione generale,

      tanto che evitava perfino di trattare l'argomento.

      Nella splendida serata del 30 luglio, più di tre settimane dopo la

      nostra partenza,  la fregata si trovava all'altezza di Capo Blanc,

      a trenta miglia dalle coste della Patagonia. Avevamo sorpassato il

      Tropico   del   Capricorno  e  ci  avvicinavamo  allo  Stretto  di

      Magellano:  entro  una  settimana  l'"Abraham   Lincoln"   sarebbe

      penetrata nel Pacifico.

      Seduti  sul  cassero  io  e Ned Land parlavamo del più e del meno,

      quando il discorso cadde sui misteri  racchiusi  nelle  profondità

      dell'oceano e che mai occhio umano aveva potuto sondare.  Di lì al

      narvalo gigante il passo fu breve e  io  accennai  alcune  ipotesi

      sulle  possibilità  di  successo  o  di  insuccesso  della  nostra

      spedizione.  Poi,  notando che Ned mi lasciava parlare senza  fare

      commenti, lo stuzzicai direttamente.

      -  Perché,  Ned,  avete  l'aria  di  non credere all'esistenza del

      cetaceo che stiamo cercando? - gli chiesi. - Avete qualche ragione

      particolare per dubitarne?

      Il fiociniere mi fissò per alcuni istanti  prima  di  rispondermi,

      poi,  con un gesto che gli era consueto, si batté la fronte con la

      mano socchiudendo gli occhi e rispose:

      - Può darsi, signor Aronnax.

      - Non vi  capisco  proprio  -  dissi.  -  Siete  un  baleniere  di

      professione,  perciò abituato ai grandi mammiferi marini. Dovrebbe

      riuscirvi facile immaginare  questo  cetaceo  enorme  e  accettare

      l'ipotesi  che  esista.  Secondo  me  dovreste  essere  l'ultimo a

      mettere in dubbio l'esistenza di un narvalo gigante.

      - Ecco dove vi  sbagliate,  professore  -  ribatté  Ned.-  Che  il

      profano  possa  attribuire  poteri straordinari alle comete si può

      capire,  ma non è ammissibile che  vi  credano  l'astronomo  e  il

      geologo.  Ciò vale anche per i balenieri. Ho cacciato una quantità

      di cetacei,  ne ho arpionati e uccisi  un  gran  numero,  ma,  per

      quanto  grossi  e  combattivi  fossero,  né le loro code né i loro

      denti avrebbero potuto sfondare o intaccare le lastre di ferro  di

      un piroscafo.

      -  Eppure  sapete  che  alcuni bastimenti sono stati trapassati da

      parte a parte dal narvalo.

      - Navi di legno, chissà, potrebbe anche essere. Però io non ho mai

      visto niente di simile e  fino  a  prova  contraria  nego  che  le

      balene,  i capodogli o altri cetacei possano causare danni di tale

      portata.

      - Sentite Ned...

      - No, professore, no. Tutto quello che volete eccetto questo.  Non

      potrebbe essere un polpo gigantesco?

      -  E' ancora meno verosimile.  Il polpo non è che un mollusco e il

      nome stesso di questa specie sta a indicare  la  poca  consistenza

      della  loro  carne.  Quand'anche  fosse  lungo duecento metri,  il

      polpo,  che non appartiene alla famiglia dei  vertebrati,  sarebbe

      del  tutto  inoffensivo contro navi quali la "Scotia" o l'"Abraham

      Lincoln".  Per forza di cose bisogna  rigettare  nel  mondo  delle

      leggende  le  prodezze  delle  piovre  o di altri mostri di questo

      genere.

      - Allora,  signor naturalista -  riprese  Ned  Land  con  un  tono

      abbastanza  malizioso  - persistete a credere nell'esistenza di un

      enorme cetaceo?

      - Sì,  Ned,  e lo ripeto con una convinzione che si appoggia sulla

      logica  dei  fatti.  Credo  nell'esistenza  di un mammifero con un

      organismo possente, appartenente alla famiglia dei vertebrati come

      le balene, i capodogli e i delfini,  e munito di un dente corneo e

      con una capacità di perforazione assolutamente formidabile.

      -  Sarà  -  disse  il  ramponiere  scotendo  la  testa,  per nulla

      persuaso.

      - Tenete presente -  ripresi  -  che  se  un  animale  con  simili

      caratteristiche  esiste,  se  abita  nelle  profondità marine,  se

      scende nelle cavità dell'oceano che  si  sprofondano  a  parecchie

      miglia  dalla superficie dell'acqua,  per forza di cose deve avere

      un organismo la cui solidità sorpassi ogni immaginazione.

      - Perché?

      - Perché è necessaria una forza  incalcolabile  per  vivere  nelle

      profondità dell'acqua e resistere alla sua pressione.

      - Davvero?- fece Ned ammiccando.

      -  Davvero,  caro  il  mio  ramponiere.  A provarlo bastano alcune

      cifre.

      - Oh,  le cifre!  - ribatté Ned sprezzante.  - Si fa quel  che  si

      vuole con le cifre.

      -  Sì,  negli  affari,  ma  non  in matematica.  Supponiamo che la

      pressione di un'atmosfera sia rappresentata dalla pressione di una

      colonna d'acqua alta circa dieci metri,  anche  se  in  realtà  la

      colonna  di  acqua  dovrebbe  essere minore,  trattandosi di acqua

      marina che ha una densità superiore a quella dolce.  Quando voi vi

      tuffate,  quante  volte  mettete sopra di voi dieci metri d'acqua,

      tante il vostro corpo sopporta una pressione uguale  a  quella  di

      una atmosfera,  più di un chilogrammo per ogni centimetro quadrato

      della sua superficie.  A quasi cento metri questa pressione  è  di

      dieci atmosfere e di cento atmosfere a circa mille metri. Sapreste

      dirmi quanti centimetri quadrati misura la vostra pelle?

      - Non ne ho la minima idea, professore.

      - Circa diciassettemila.

      - Accidenti!

      -  E  poiché  la  pressione  atmosferica supera il chilogrammo per

      centimetro quadrato,  i vostri diciassettemila centimetri quadrati

      sopportano una pressione di oltre diciassettemila chilogrammi.

      - E io neanche me ne accorgo.

      -  Non potreste accorgervene.  E se non venite schiacciato da tale

      pressione è  perché  l'aria  penetra  nel  vostro  corpo  con  una

      pressione uguale. Ma in acqua è un altro paio di maniche.

      -  Ora  capisco  -  disse  Ned che si era fatto più attento.  - E'

      perché l'acqua mi circonda e non penetra dentro di me.

      - Proprio così. Pensate dunque quale pressione dovreste sopportare

      se scendeste a una profondità di mille metri: quasi un  milione  e

      ottocentomila chilogrammi. Insomma, sareste schiacciato come se vi

      trovaste sotto un torchio idraulico.

      - Eh, caspita!

      - Ora,  amico mio,  un vertebrato lungo molte centinaia di metri e

      grosso in proporzione,  e quindi con una superficie di milioni  di

      centimetri quadrati,  scendendo in profondità dovrà sopportare una

      pressione calcolabile solo  in  miliardi  di  chilogrammi.  Potete

      quindi  immaginare quale debba essere la mole della sua ossatura e

      la potenza del suo organismo.

      - Dovrebbe essere rivestito  di  lamine  d'acciaio  spesse  trenta

      centimetri come le navi corazzate - disse il canadese.

      - Esattamente, Ned, e potete ben immaginare che razza di danni può

      produrre  una  simile  massa  lanciata con la velocità di un treno

      contro la chiglia di una nave.

      - Certo...  sì,  può essere - rispose il canadese,  un po'  scosso

      dalle cifre.

      - Ma non siete ancora convinto?

      -  Solo  di un dato,  signor naturalista: che per vivere sul fondo

      marino un animale dovrebbe possedere la  forza  straordinaria  che

      voi dite.

      - Ma se non esistesse,  ramponiere cocciuto,  come si spiegherebbe

      il fatto capitato alla "Scotia"?

      - Potrebbe anche essere...

      - Be'?

      - Una frottola, ecco - concluse il testardo canadese.