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Ventimila leghe sotto i mari
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Jules Verne.
PARTE PRIMA.
1. Uno scoglio sfuggente.
Il 1866 fu un anno particolare, caratterizzato da uno strano
misterioso avvenimento che certamente nessuno avrà dimenticato. A
parte le dicerie che mettevano in agitazione le popolazioni della
costa ed eccitavano l'opinione pubblica nelle zone continentali,
la gente di mare ne era particolarmente scossa. Commercianti,
armatori, comandanti di navi, piloti europei e americani,
ufficiali delle marine militari di tutti i paesi e, infine, i
governi dei diversi Stati dei due continenti, si preoccuparono
profondamente del fenomeno.
Da qualche tempo parecchie navi, incrociando in alto mare, si
erano imbattute in una "massa enorme", qualcosa di oblungo, fatto
a fuso, a volte fosforescente e molto più grande e più veloce di
una balena.
Le varie relazioni nei giornali di bordo concordavano quasi
esattamente riguardo alla struttura dell'oggetto o del bizzarro
essere che fosse, sulla sua straordinaria agilità di movimenti,
sulla sua velocità, e sulla particolare vitalità di cui appariva
dotato. Se si trattava di un cetaceo, era assai più grande di
quelli che la scienza aveva fino ad allora classificato: i più
famosi naturalisti non avrebbero mai potuto ammettere l'esistenza
di un simile mostro, se non nel caso che l'avessero visto con i
loro propri occhi.
Calcolando una media delle diverse osservazioni, respingendo le
caute valutazioni che attribuivano alla "cosa" una lunghezza di
sessanta metri e anche quelle evidentemente esagerate che la
descrivevano larga trecento e lunga quasi un chilometro, si poteva
affermare che quel mastodontico essere superava di parecchio le
dimensioni stabilite dagli ittiologi, sempre che il mostro
esistesse veramente.
Ma indubbiamente esisteva: il fenomeno di per sé stesso non si
poteva più confutare e, poiché la mente umana di solito è attratta
da tutto ciò che è straordinario, è facile comprendere l'emozione
prodotta in tutto il mondo da quella soprannaturale apparizione.
Nelle nazioni tradizionalmente più severe, come l'Inghilterra,
l'America, la Germania, il caso suscitò viva preoccupazione, ma in
molti altri paesi venne preso alla leggera e messo in ridicolo.
Nei grandi centri il mostro divenne l'argomento di moda: se ne
scherzava nei caffè-concerto, i giornali ne facevano oggetto di
burle nella rubrica umoristica, nei teatri se ne cantavano le
straordinarie qualità. I giornali, a corto di notizie, riportarono
a galla vecchie storie di mostri.
Allora nelle società e nelle pubblicazioni scientifiche scoppiò
una polemica interminabile tra quelli che credevano al fenomeno e
gli increduli. La questione accese gli spiriti, i giornalisti di
parte scientifica in lotta con gli umoristi versarono fiumi
d'inchiostro. La battaglia continuò per sei mesi con alterna
fortuna ed esito incerto. Ma a poco a poco l'umorismo sconfisse la
scienza e la faccenda del mostro si concluse tra le risate
universali.
Così nei primi mesi dell'anno 1867 l'argomento sembrava ormai
dimenticato, quando accaddero altri strani fatti che vennero ben
presto a conoscenza del pubblico. Allora il fenomeno apparve sotto
una luce nuova: non si trattava più di un problema scientifico da
risolvere, bensì di un pericolo serio e reale dal quale bisognava
difendersi. La questione assumeva così un aspetto ben diverso e il
mostro ridiventò isola, roccia, scoglio. Uno strano scoglio
sfuggente che non si poteva né misurare né raggiungere.
Il 5 marzo 1867 la "Moravian" della "Montreal Ocean Company", in
navigazione notturna urtò con la fiancata contro uno scoglio che
non era indicato in nessuna carta nautica. Data la violenza
dell'urto la nave, che sotto la spinta combinata del vento e dei
suoi quattrocento cavalli vapore procedeva a tredici nodi all'ora,
sarebbe certo colata a picco con i suoi duecentotrentasette
passeggeri se lo scafo non avesse dimostrato una resistenza a
tutta prova. Il fatto era accaduto verso le cinque del mattino,
quando cominciavano ad apparire le prime luci. Gli ufficiali di
guardia si erano precipitati a esaminare l'oceano con scrupolosa
attenzione, ma non avevano visto nulla, se non un forte risucchio
a circa seicento metri di distanza, come se in quel punto l'acqua
fosse fortemente agitata. Immediatamente era stato eseguito il
rilevamento e la "Moravian" aveva continuato la sua rotta senza
apparenti danni. Aveva urtato contro una roccia sommersa o contro
qualche grosso relitto? Impossibile dirlo. Rientrata in porto si
riscontrò che una parte della chiglia era stata strappata. Il
fatto, per quanto molto grave, sarebbe forse stato presto
dimenticato come molti altri di quel genere se qualche tempo dopo
non ne fosse accaduto uno analogo nelle medesime condizioni. Ma,
sia a causa della nazionalità della nave vittima dell'infortunio,
sia per la reputazione della compagnia armatrice, la "Cunard", la
cosa ebbe una risonanza enorme.
Era il 13 aprile, con mare calmo e brezza leggera. La "Scotia" si
trovava a 15 gradi e 12 primi di longitudine e a 45 gradi e 37
primi di latitudine, navigando alla velocità di tredici nodi,
sotto la spinta dei suoi mille cavalli vapore.
Alle sedici e diciassette, mentre i passeggeri erano riuniti a
prendere il tè nel salone principale, fu sentito un colpo non
molto forte contro la chiglia della nave. La "Scotia" non aveva
urtato, ma era stata urtata e da qualcosa che era più tagliente o
più perforante che contundente. La collisione era sembrata così
leggera che nessuno a bordo si sarebbe allarmato se i marinai di
sottocoperta non fossero risaliti sul ponte gridando:
- Affondiamo! Affondiamo!
Il panico si diffuse tra i passeggeri, ma il comandante Anderson
riuscì a rassicurarli, spiegando che la "Scotia", protetta da ben
sette compartimenti stagni, poteva affrontare senza gravi
conseguenze un'eventuale falla. Quindi si recò personalmente nella
stiva dove accertò che già il quinto compartimento era stato
invaso dall'acqua; la rapidità con cui era stato inondato
dimostrava che la falla era rilevante. Fortunatamente le caldaie
non si trovavano in quel settore.
Il comandante diede immediatamente l'ordine di fermare le macchine
e mandò un marinaio ad accertare l'entità del danno. Si seppe così
che nella carena esisteva una falla larga circa due metri. Una via
d'acqua di tale ampiezza non poteva certo venire tappata con i
mezzi di bordo e la "Scotia" fu costretta a proseguire il suo
viaggio con le ruote semisommerse.
Pur trovandosi a sole trecento miglia da Capo Clear, attraccò al
molo della Compagnia a Liverpool con un ritardo di tre giorni.
Sbarcati i passeggeri, gli ingegneri esaminarono la nave. Ciò che
videro li sorprese: due metri e mezzo sotto la linea di
galleggiamento, si apriva una fessura a forma di triangolo
isoscele i cui bordi si presentavano tagliati nettamente, tanto da
sembrare opera di uno strumento meccanico. Bisognava quindi
dedurre che l'oggetto perforante fosse fatto di un metallo
speciale e che, dopo esser stato lanciato con incredibile forza,
al punto di squarciare una lamiera di quattro centimetri di
spessore, si fosse ritirato da sé con un movimento all'indietro
assolutamente inspiegabile, tanto rapidamente che la manovra di
retromarcia non aveva lasciato alcun segno sui bordi della falla.
Quest'ultimo strepitoso episodio appassionò di nuovo l'opinione
pubblica. Da quel momento tutti gli infortuni navali non provocati
da una causa ben chiara vennero attribuiti al "mostro" e su quel
fantastico essere si scaricarono le responsabilità di tutti i
naufragi il cui numero, purtroppo, era in aumento. Sulle tremila
navi che ogni anno vanno perdute, duecento scompaiono senza
lasciare traccia, e il mostro fu accusato di averle trascinate a
picco, oltre che di aver reso pericolose le linee di navigazione
tra i vari continenti. E nuovamente la stampa si scatenò,
chiedendo fermamente che i mari fossero una buona volta liberati
dal misterioso cetaceo.
2. Il pro e il contro.
Nel periodo in cui questi avvenimenti accadevano, ero appena
rientrato da un'esplorazione scientifica nelle terre selvagge del
Nebraska, negli Stati Uniti. Era stato il governo di Parigi che mi
aveva aggregato a quella spedizione, nella mia qualità di
professore aggiunto al Museo di Storia Naturale. Dopo aver passato
sei mesi nel Nebraska ero arrivato a New York verso la fine di
marzo carico di preziosi reperti e, poiché la mia partenza per la
Francia era stata fissata per i primi di maggio, impiegavo
l'attesa classificando le mie raccolte minerali, botaniche e
zoologiche. Fu allora che si verificò l'incidente della "Scotia".
Ero al corrente della questione che era sulla bocca di tutti e
appassionava il mondo intero. Avevo letto e riletto tutti i
giornali americani ed europei che avevano dibattuto la questione,
senza riuscire a farmi un'opinione precisa. Quel mistero mi
incuriosiva e, trovandomi nell'impossibilità di formarmi un chiaro
giudizio non parteggiavo per nessuno. Del resto che ci fosse
qualcosa di vero non poteva più essere messo in dubbio.
Al mio arrivo a New York, le discussioni erano incandescenti;
l'ipotesi di un'isola vagante, di uno scoglio inafferrabile, che
era stata sostenuta da alcuni incompetenti, era stata scartata.
Era evidente che, a meno che quello scoglio non racchiudesse in sé
un motore, non gli sarebbe stato possibile spostarsi a una
velocità così prodigiosa.
Contemporaneamente, e per lo stesso motivo, fu respinta l'ipotesi
che si trattasse di un enorme relitto.
Perciò restavano all'interrogativo due sole risposte possibili,
risposte che crearono due partiti ben distinti con seguaci
accaniti: si fronteggiavano, da una parte, coloro che sostenevano
si trattasse di un mostro eccezionale e, dall'altra, quelli che
asserivano che fosse un battello sottomarino fornito di una forza
motrice di grande potenza.
Ma quest'ultima ipotesi, in sé e per sé accettabile, non poté più
essere sostenuta in seguito alle ricerche intraprese in tutto il
mondo. Non era possibile che un privato cittadino avesse a propria
disposizione un simile ordigno meccanico: dove e quando l'avrebbe
fatto costruire e come avrebbe potuto tenere segreta una
costruzione di quel tipo?
Solo un governo poteva possedere una macchina con una simile
capacità di distruzione e, in tempi disastrosi in cui l'uomo si
ingegna a moltiplicare la potenza delle proprie forze belliche,
non era impossibile che una nazione, all'insaputa delle altre,
fosse riuscita a realizzare quel formidabile ordigno. Dopo le
mitragliatrici, le torpedini, dopo le torpedini altri ordigni
segreti e così di seguito in un'allucinante progressione di
invenzioni volte a distruggere il mondo intero. Ma anche l'ipotesi
di una nuova macchina da guerra cadde di fronte alle dichiarazioni
dei governi della cui buona fede non si poteva dubitare, essendo
la cosa di 'interesse comune, dato che ne soffrivano i commerci e
le comunicazioni transoceanici. Inoltre, come si poteva ammettere
che la costruzione di un simile battello sottomarino fosse passata
inosservata? Se in casi come questo conservare il segreto è
difficilissimo per un privato, è assolutamente impossibile per uno
Stato, i cui movimenti sono accuratamente sorvegliati dalle
potenze straniere.
Perciò, dopo tutte le indagini fatte in Inghilterra, in Francia,
in Russia, in Germania, in Italia, in Spagna, in America e perfino
in Turchia, l'ipotesi di una nave da guerra sottomarina fu
definitivamente scartata. E così ritornò a galla l'ipotesi del
mostro, nonostante le continue punzecchiature con cui veniva
colpita da parte della stampa, e, imboccata questa via, fu
lasciata briglia sciolta alla fantasia e si arrivò alle immagini
più assurde di un'ittiologia mitica
Appena ero arrivato a New York, molte persone mi avevano
consultato in proposito, dato che tempo prima avevo pubblicato in
Francia uno studio in due volumi intitolato: "Misteri dei grandi
abissi marini". Il lavoro, che incontrò il favore degli
specialisti, faceva di me un luminare di questa parte molto oscura
della storia naturale. Quando mi fu chiesta la mia opinione,
tentai, pur non potendo negare la realtà dei fatti, di
rinchiudermi in un prudente silenzio, ma, dopo non molto, in
seguito a incessanti pressioni, "l'esimio professor Pierre Aronnax
del Museo di Parigi" fu obbligato dal "New York Herald" a
esprimere un'ipotesi qualsiasi.
Visto che non potevo rimanere zitto, parlai chiaramente, trattando
il problema sotto tutti i suoi aspetti, politici e scientifici, in
un nutrito articolo che apparve in un numero di aprile, di cui do
qui un estratto.
"Dopo aver esaminato, una per una, le diverse ipotesi fin qui
formulate e avendo potuto respingere ogni altra supposizione, non
mi resta che ammettere l'esistenza di un animale marino di una
potenza e di una grandezza fuori del comune.
Le grandi profondità degli oceani ci sono sconosciute: nessuna
sonda ha mai potuto raggiungerle. Che succede in questi abissi
remoti? Quali esseri abitano e hanno la possibilità di
sopravvivere a venticinque o a trenta chilometri sotto la
superficie del mare? Si può a malapena procedere per ipotesi.
Ciononostante, la soluzione del problema che mi è stato sottoposto
può assumere la forma di un dilemma: o conosciamo tutte le specie
di esseri viventi che popolano il nostro pianeta o non le
conosciamo.
Se non le conoscessimo tutte, se in ittiologia la natura avesse
ancora dei segreti per noi, niente sarebbe più accettabile che
ammettere l'esistenza di pesci o di cetacei di specie o di genere
nuovi, costituiti essenzialmente di esseri che vivono sul fondo,
in quegli abissi marini irraggiungibili da qualsiasi sonda, e che
per un fattore qualsiasi, anche, se si vuole, per una fantasia o
per un capriccio, a lunghi intervalli risalgono verso la
superficie degli oceani.
Se, invece, noi conosciamo tutte le specie viventi, si deve
necessariamente ricercare l'animale in questione fra gli esseri
marini già catalogati e, in tal caso, io propenderei ad ammettere
l'esistenza di un narvalo gigante.
Il narvalo normale, o cetaceo artico, raggiunge abbastanza spesso
la lunghezza di venti metri. Quintuplicate, decuplicate questa
dimensione, fornite il cetaceo di cui parliamo di una forza
proporzionata alla sua misura, accrescetene adeguatamente le
capacità offensive e otterrete proprio l'animale in questione:
avrà le dimensioni rilevate dagli ufficiali della "Shannon", il
corno necessario per perforare la "Scotia" e la potenza richiesta
per squarciare la chiglia di qualsiasi piroscafo.
Come si sa, il narvalo è dotato di una specie di spada d'avorio,
di un'alabarda, come preferiscono chiamarla alcuni naturalisti,
che sarebbe semplicemente il suo dente principale e che ha la
durezza dell'acciaio. Alcuni di questi denti sono stati trovati
nei corpi delle balene, che i narvali attaccano con successo,
altri sono stati estratti, non senza fatica, dal fasciame di
vascelli che ne erano stati trapassati da parte a parte, come un
barile da un trapano. Il museo della facoltà di medicina di Parigi
possiede uno di questi denti: è lungo due metri e venticinque
centimetri e, alla base, è largo quarantotto centimetri.
Ipotizzate allora quest'arma dieci volte più forte e l'animale
dieci volte più robusto, lanciatelo a una velocità di venti miglia
all'ora, moltiplicate la sua massa per la sua velocità e otterrete
una forza d'urto capace di produrre i danni in questione.
Perciò, fintanto che non si avranno maggiori informazioni, opterei
per un narvalo di dimensioni colossali, munito non più di una
semplice alabarda, ma di uno sperone vero e proprio, come le navi
rompighiaccio, di cui avrebbe anche la massa e la forza di spinta.
Ecco come spiegherei questo fenomeno che sembra inesplicabile, a
meno che, a dispetto di quanto si è visto e intravisto, sentito e
riferito, ci sia sfuggito qualche particolare importante, ciò che
non è da escludere.
Quest'ultima frase era una vigliaccheria da parte mia: l'avevo
scritta per cautelare la mia dignità di studioso e non porgere
troppo il fianco al sarcasmo degli americani che, quando ci si
mettono, sanno far risaltare il lato ridicolo di ogni cosa. Così,
ammettendo la possibilità del dubbio, mi ero riservato una
scappatoia.
Il mio articolo causò vivaci commenti, riscotendo vasta eco e
raccogliendo anche un certo numero di sostenitori.
Le discussioni si allargarono sulla natura del fenomeno, ma già
nessuno contestava più l'esistenza di un essere prodigioso.
Mentre alcuni videro il problema sotto il punto di vista puramente
scientifico, altri, più pratici, soprattutto in America e in
Inghilterra, posero l'accento sul come liberare i mari da
quell'essere pericoloso per poter ridare un tranquillo ritmo alle
comunicazioni transoceaniche. Specialmente i giornali di carattere
industriale e commerciale trattarono la questione sotto questo
aspetto: tutte le testate legate alle compagnie di assicurazione,
che minacciavano di elevare il tasso dei loro premi, furono
unanimi su questo punto.
Gli Stati Uniti, dove il potere della stampa è assai elevato,
furono i primi a scendere in campo e a New York si cominciò a
preparare una spedizione per dare la caccia al narvalo. Una
fregata fra le più moderne, l'"Abraham Lincoln", fu armata per
prendere il mare al più presto e gli arsenali si spalancarono
davanti al comandante Farragut, che ebbe mano libera per preparare
la nave nel modo più idoneo.
Ma, come capita sempre nella vita, proprio dal momento in cui fu
presa la decisione di dare la caccia al mostro, questo scomparve:
per due mesi filati non se ne sentì più parlare e nessuna nave lo
incontrò più. Sembrava quasi che il cetaceo fosse a conoscenza del
progetto tramato a suo danno. Se n'era tanto parlato, perfino
attraverso il cavo transatlantico, che i burloni si divertivano a
raccontare come l'intelligente mostro avesse intercettato qualche
dispaccio da cui ora traeva vantaggio.
Perciò, la fregata attrezzata per una lunga campagna, con a bordo
tutti i più moderni congegni per la caccia alle balene, dondolava
in porto, non sapendo dove dirigersi. L'impazienza cresceva di ora
in ora, le speranze cadevano. Ma ecco che il 3 luglio arrivò la
notizia che un vapore della linea San Francisco-Sciangai aveva
avvistato il cetaceo nella parte settentrionale del Pacifico,
circa tre settimane prima.
La notizia provocò uno scoppio di frenetica attività e al
comandante Farragut furono concesse solamente ventiquattro ore per
salpare. I viveri erano imbarcati, le stive erano stracolme di
carbone, l'equipaggio era al completo. Non c'era che da accendere
le caldaie, portarle all'ebollizione e salpare. Non sarebbe stata
ammessa neppure qualche ora di ritardo. Ma il comandante Farragut
non chiedeva di meglio che partire.
Tre ore prima che l'"Abraham Lincoln" si staccasse dal molo dove
era ormeggiata a Brooklyn, mi arrivò telegraficamente un dispaccio
così redatto:
"Signor Aronnax.
professore al Museum di Parigi.
Albergo Fifth
Avenue.
New York.
Signore,
desiderate unirvi alla spedizione dell'"Abraham Lincoln", il
governo degli Stati Uniti sarà lieto che la Francia sia da voi
rappresentata in questa impresa. Il comandante Farragut ha una
cabina a vostra disposizione. Molto cordialmente, il vostro
J.B. HOBSON.
Segretario della Marina.
3. Come il signore desidera.
Un attimo prima che arrivasse il dispaccio del signor J.B. Hobson,
a tutto avrei potuto pensare fuorché ad inseguire il narvalo, tre
secondi dopo averlo letto, compresi che l'unico scopo della mia
vita era di partire alla caccia del mostro per liberare il mondo
dalla sua inquietante presenza.
E pensare che ero appena tornato da un viaggio faticoso,
pericoloso e che avevo una grande necessità di riposo. Il mio
unico desiderio sarebbe stato di rivedere la mia patria, i miei
amici, il mio appartamentino al Giardino Botanico e le mie care e
preziose collezioni. Ma niente, in quel momento, poteva
trattenermi. Dimenticai tutto: fatiche, amici e collezioni,
accettando, senza riflettere oltre, l'offerta del governo
americano.
D'altra parte, pensai, tutte le strade portano a Roma. Chissà che
il narvalo non possa essere così gentile da condurmi in Francia.
Quel degno animale si lascerà catturare nei mari europei soltanto
per farmi un favore personale e io potrò portare non meno di mezzo
metro della sua alabarda d'avorio al Museo di storia naturale.
Ma, intanto, bisognava che andassi a cercare quel benedetto
cetaceo nel Pacifico settentrionale, vale a dire che, per
ritornare in Francia, avrei dovuto prendere la strada opposta.
- Conseil! - gridai con impazienza.
Conseil era il mio domestico, un giovanotto fedele che mi
accompagnava in tutti i miei viaggi. Era un tranquillo fiammingo a
cui volevo bene e che ricambiava tutto il mio affetto. Per natura
flemmatico, pignolo per principio, zelante per abitudine, non si
stupiva mai delle sorprese della vita ed era abile in tutti i
lavori che gli spettavano. E, a dispetto del suo nome, non dava
mai né consigli né suggerimenti, nemmeno quando gli veniva
richiesto. Conseil era con me da dieci anni e mi aveva seguito in
ogni luogo in cui la scienza mi aveva condotto. Mai una volta si
era lamentato per la lunghezza o la fatica del viaggio, mai aveva
avuto esitazioni a preparare la propria valigia per un paese
qualsiasi, Cina o Congo, per quanto lontano fosse: andava da una
parte o dall'altra senza chiedere nessuna spiegazione. Inoltre
aveva una costituzione robusta che sfidava ogni malattia; tutto
muscoli, ma senza nervi, nemmeno una traccia di nervi, in senso
astratto, si capisce. Era un uomo di trent'anni e la sua età stava
a quella del suo padrone nella proporzione di tre a quattro. Una
maniera come un'altra per dire che io ho dieci anni di più.
Conseil, però, aveva un difetto: formalista irriducibile, non mi
si rivolgeva mai senza chiamarmi "Signore" in maniera che in certe
occasioni era perfino irritante.
- Conseil! - tornai a gridare, cominciando in maniera frettolosa a
fare i preparativi per la partenza.
E' vero che ero sicuro della devozione del domestico che non si
era mai chiesto se gli convenisse o no seguirmi nei miei viaggi,
ma questa volta si trattava di una spedizione che poteva
prolungarsi all'infinito, di un'impresa rischiosa alla caccia di
un essere che era in grado di colare a picco una fregata con la
chiglia di quercia. C'era di che riflettere, anche per l'uomo più
impassibile del mondo. Che cosa mi avrebbe risposto Conseil?
- Conseil! - urlai per la terza volta. E Conseil apparve.
- Il signore ha chiamato? - domandò entrando.
- Sì, amico mio. Preparati e preparami: partiamo tra due ore.
- Come il signore desidera - rispose Conseil impassibile.
- Non c'è un minuto da perdere. Metti nel baule tutti i miei
utensili, abiti, camicie e calzature, senza contarli, ma mettine
più che puoi. Sbrigati!
- E la raccolta del signore? - osservò Conseil.
- Ce ne occuperemo dopo.
- E gli esemplari rari?
- Me li conserveranno in albergo.
- E il "babirussa" vivo del signore?
- Sarà nutrito anche in nostra assenza. Darò l'ordine che ci
spediscano in Francia tutte le nostre carabattole.
- Non torniamo a Parigi, allora? - domandò Conseil.
- Sì, certo - risposi evasivamente. - Ma facendo una digressione.
- Come il signore desidera.
- Oh, non sarà gran cosa. Un percorso un po' meno diretto, ecco
tutto.
- Benissimo, signore - rispose Conseil tranquillamente.
- Si tratta di un mostro, lo sai, del famoso narvalo - dissi. Ne
libereremo i mari. L'autore di un'opera in due volumi, "Misteri
dei grandi abissi marini", non può rispondere negativamente
all'invito di salpare con il comandante Farragut. E' una missione
gloriosa, ma anche pericolosa. Non si sa come andrà a finire: non
si può immaginare come reagisca quel tipo di bestia. Ma ci andremo
lo stesso. Abbiamo un comandante che sa il fatto suo.
- Quello che farà il signore lo farò anch'io - si limitò a
rispondere Conseil.
- Pensaci bene. E poiché non voglio nasconderti nulla, ti avverto
che questo è uno di quei viaggi da cui non sempre si ritorna.
- Come gradirà il signore.
Un quarto d'ora dopo i bagagli erano pronti. Conseil li aveva
preparati in un battibaleno e io ero sicuro che non aveva
dimenticato niente, poiché teneva in ordine camicie e abiti con la
cura meticolosa con cui classificava uccelli o mammiferi.
L'ascensore dell'albergo ci scaricò nel vestibolo al pianoterra.
Regolai il conto, diedi ordine di spedire a Parigi tutti gli
involti degli animali impagliati e di piante disseccate, lasciai
una somma per il mantenimento del "babirussa" e, tallonato da
Conseil, saltai sulla prima vettura che trovai.
Una corsa veloce e arrivammo alla passerella dell'"Abraham
Lincoln", dai cui comignoli scaturivano torrenti di fumo nero.
Un marinaio di coperta mi condusse sul cassero, dove mi trovai di
fronte a un ufficiale dall'aspetto simpatico, che mi tese la mano.
- Il professor Pierre Aronnax?
- In persona - risposi. - Il comandante Farragut?
- Sono io. Siate il benvenuto, professore. La vostra cabina vi
aspetta.
Lo lasciai intento alle manovre per la partenza e mi feci condurre
nell'alloggio destinatomi che era situato a poppa e si apriva sul
quadrato ufficiali.
- Qui staremo benissimo dissi soddisfatto a Conseil.
- Bene quanto un paguro bernardo nel guscio di una conchiglia - fu
la risposta di Conseil.
Di fronte a tanta condiscendenza, non mi restava che lasciare
Conseil a disfare i bagagli e risalire sul ponte per osservare i
preparativi per la partenza.
Proprio in quel momento, il comandante Farragut faceva mollare gli
ultimi ormeggi che trattenevano l'"Abraham Lincoln" al molo di
Brooklyn. Se fossi arrivato con un ritardo di un quarto d'ora, e
forse anche meno, la fregata sarebbe partita senza di me e avrei
perduto l'opportunità di partecipare a quella spedizione
eccezionale e quasi inverosimile il cui resoconto, benché sia
veritiero troverà senz'altro parecchi increduli.
Il comandante Farragut non voleva perdere nemmeno un'ora per
raggiungere i mari nei quali era stata segnalata la presenza del
narvalo. Chiamò il direttore di macchina.
- Siamo già in pressione?
- Sissignore.
- Avanti! - comandò.
L'ordine fu trasmesso in sala macchine, i fuochisti azionarono la
ruota della messa in moto, il vapore fischiò, precipitandosi nei
cassetti di distribuzione che si erano aperti. Gemettero i lunghi
pistoni orizzontali e spinsero le bielle dell'albero di
trasmissione. Le pale dell'elica batterono i flutti con una
velocità sempre crescente e l'"Abraham Lincoln" cominciò a fendere
maestosamente le acque in mezzo a un centinaio di ferry-boat e di
bettoline carichi di spettatori che le facevano corona.
I moli di Brooklyn e di tutta la parte di New York che costeggia
la sponda est erano stipati di curiosi. Tre possenti urrà
risuonarono in cadenza successiva, scanditi da cinquecentomila
voci. Migliaia di fazzoletti sventolavano al di sopra di quella
massa compatta, salutando l'"Abraham Lincoln" fino al suo arrivo
nelle acque dell'Hudson, alla punta di quella penisola che forma
la città di New York.
Allora la fregata, seguendo la stupenda costa del New Jersey
costellata di ville, passò sotto i forti che la salutarono con
salve di artiglieria. La fregata rispose issando e ammainando per
tre volte la bandiera americana.
4. Ned Land.
Il comandante Farragut era un ottimo marinaio, degno della nave
che comandava e di cui era l'anima. Nessun dubbio lo sfiorava per
ciò che riguardava l'esistenza del cetaceo e non permetteva che a
bordo si discutesse sull'argomento. Ne era convinto così come
certe contadine credono nell'esistenza delle streghe, per fede,
cioè, non per ragionamento. Il mostro esisteva ed egli l'avrebbe
ucciso per liberarne i mari: l'aveva giurato. Si sentiva come una
specie di cavaliere che va a battersi con un terribile drago. O il
comandante Farragut avrebbe ammazzato il narvalo o il narvalo
avrebbe ammazzato il comandante Farragut: non c'era altra scelta.
Gli ufficiali di bordo erano tutti dell'opinione del comandante.
Era uno spasso sentirli parlare, discutere, calcolare quali
fossero le possibilità di incontrare il mostro, le migliori
condizioni per avvistarlo nella vasta distesa dell'oceano. Più di
uno si sottoponeva volontariamente a un turno di guardia
straordinario sulle crocette dell'albero di maestra, mansione che
avrebbero stramaledetto in qualsiasi altra occasione. Fino a che
il sole percorreva il suo arco sull'orizzonte, tutta l'alberatura
formicolava di marinai ai quali sembrava che le tavole del ponte
bruciassero sotto i piedi. Eppure l'"Abraham Lincoln" non fendeva
ancora con la prora le insidiose acque del Pacifico.
L'equipaggio non chiedeva di meglio che incontrare il narvalo,
arpionarlo, issarlo a bordo e farlo a pezzi. Tutti scrutavano il
mare con attenzione scrupolosa, tanto più che il comandante
Farragut aveva accennato a un paio di migliaia di dollari
riservati a chiunque, ufficiale, marinaio o mozzo, avesse
avvistato l'animale. Naturalmente anch'io tenevo gli occhi ben
aperti e non permettevo a nessuno di sostituirmi durante i miei
turni di vedetta. Unico tra tutti Conseil, con la solita
indifferenza, sembrava trascurare il problema che tanto ci
appassionava, stonando nell'eccitata atmosfera di bordo.
Il comandante Farragut aveva provveduto veramente ad attrezzare la
nave di tutti gli strumenti adatti alla cattura del cetaceo. A
bordo c'erano arnesi di ogni genere: dall'arpione a mano alle
frecce uncinate, ai proiettili esplosivi delle spingarde. A prua
faceva bella mostra di sé un cannone.
Era di fabbricazione americana e poteva lanciare un proiettile
conico di quattro chili fino a sedici chilometri di distanza.
Sull'"Abraham Lincoln" non mancavano certo le armi per la
distruzione del mostro. Ma c'era ancora di meglio: Ned Land, il re
dei fiocinieri.
Ned Land era un canadese di eccezionale bravura che non aveva
rivali nel suo pericoloso mestiere. Prontezza di riflessi e sangue
freddo, audacia e astuzia erano le qualità che lo distinguevano e
soltanto una balena enormemente scaltra o un capodoglio
straordinariamente abile avrebbero potuto sfuggire alla sua
fiocina. Ned Land era sulla quarantina, alto oltre un metro e
novanta, solidamente costruito; era poco comunicativo, qualche
volta violento e facile alla collera quando veniva contrariato.
Il comandante Farragut aveva avuto buon fiuto nell'ingaggiarlo nel
proprio equipaggio: per la sua mira e la sua forza valeva da solo
il resto della ciurma. Non saprei descriverlo meglio che
paragonandolo a un incrocio fra un telescopio e un cannone
costantemente carico.
Chi dice canadese dice francese. E per quanto poco comunicativo
fosse, devo riconoscere che Ned Land mi dimostrò immediatamente
una certa simpatia. Sono certo che era la mia nazionalità a
distinguermi ai suoi occhi. Per lui era una buona occasione di
parlare e per me di ascoltare la lingua che è ancora usata in
alcune province canadesi. La sua famiglia era originaria di Quebec
e costituiva già una stirpe di coraggiosi pescatori all'epoca in
cui la città apparteneva alla Francia.
A poco a poco, Ned Land prese un certo gusto a parlare e a me
piaceva ascoltare il racconto delle sue avventure nei mari polari.
Mi narrava le sue spedizioni di caccia e le sue lotte in una forma
semplice e poetica.
Mi soffermo su questo coraggioso compagno così come lo conosco
ora, poiché siamo diventati veramente amici, uniti da quel legame
indistruttibile che nasce e si rafforza nei momenti più difficili.
Caro Ned! Vorrei vivere ancora cent'anni per potermi ricordare più
a lungo di te!
Ma qual era l'opinione di Ned Land in merito al mostro? Devo
confessare che egli non ci credeva affatto e che era il solo a
bordo ad avere un'opinione diversa dalla convinzione generale,
tanto che evitava perfino di trattare l'argomento.
Nella splendida serata del 30 luglio, più di tre settimane dopo la
nostra partenza, la fregata si trovava all'altezza di Capo Blanc,
a trenta miglia dalle coste della Patagonia. Avevamo sorpassato il
Tropico del Capricorno e ci avvicinavamo allo Stretto di
Magellano: entro una settimana l'"Abraham Lincoln" sarebbe
penetrata nel Pacifico.
Seduti sul cassero io e Ned Land parlavamo del più e del meno,
quando il discorso cadde sui misteri racchiusi nelle profondità
dell'oceano e che mai occhio umano aveva potuto sondare. Di lì al
narvalo gigante il passo fu breve e io accennai alcune ipotesi
sulle possibilità di successo o di insuccesso della nostra
spedizione. Poi, notando che Ned mi lasciava parlare senza fare
commenti, lo stuzzicai direttamente.
- Perché, Ned, avete l'aria di non credere all'esistenza del
cetaceo che stiamo cercando? - gli chiesi. - Avete qualche ragione
particolare per dubitarne?
Il fiociniere mi fissò per alcuni istanti prima di rispondermi,
poi, con un gesto che gli era consueto, si batté la fronte con la
mano socchiudendo gli occhi e rispose:
- Può darsi, signor Aronnax.
- Non vi capisco proprio - dissi. - Siete un baleniere di
professione, perciò abituato ai grandi mammiferi marini. Dovrebbe
riuscirvi facile immaginare questo cetaceo enorme e accettare
l'ipotesi che esista. Secondo me dovreste essere l'ultimo a
mettere in dubbio l'esistenza di un narvalo gigante.
- Ecco dove vi sbagliate, professore - ribatté Ned.- Che il
profano possa attribuire poteri straordinari alle comete si può
capire, ma non è ammissibile che vi credano l'astronomo e il
geologo. Ciò vale anche per i balenieri. Ho cacciato una quantità
di cetacei, ne ho arpionati e uccisi un gran numero, ma, per
quanto grossi e combattivi fossero, né le loro code né i loro
denti avrebbero potuto sfondare o intaccare le lastre di ferro di
un piroscafo.
- Eppure sapete che alcuni bastimenti sono stati trapassati da
parte a parte dal narvalo.
- Navi di legno, chissà, potrebbe anche essere. Però io non ho mai
visto niente di simile e fino a prova contraria nego che le
balene, i capodogli o altri cetacei possano causare danni di tale
portata.
- Sentite Ned...
- No, professore, no. Tutto quello che volete eccetto questo. Non
potrebbe essere un polpo gigantesco?
- E' ancora meno verosimile. Il polpo non è che un mollusco e il
nome stesso di questa specie sta a indicare la poca consistenza
della loro carne. Quand'anche fosse lungo duecento metri, il
polpo, che non appartiene alla famiglia dei vertebrati, sarebbe
del tutto inoffensivo contro navi quali la "Scotia" o l'"Abraham
Lincoln". Per forza di cose bisogna rigettare nel mondo delle
leggende le prodezze delle piovre o di altri mostri di questo
genere.
- Allora, signor naturalista - riprese Ned Land con un tono
abbastanza malizioso - persistete a credere nell'esistenza di un
enorme cetaceo?
- Sì, Ned, e lo ripeto con una convinzione che si appoggia sulla
logica dei fatti. Credo nell'esistenza di un mammifero con un
organismo possente, appartenente alla famiglia dei vertebrati come
le balene, i capodogli e i delfini, e munito di un dente corneo e
con una capacità di perforazione assolutamente formidabile.
- Sarà - disse il ramponiere scotendo la testa, per nulla
persuaso.
- Tenete presente - ripresi - che se un animale con simili
caratteristiche esiste, se abita nelle profondità marine, se
scende nelle cavità dell'oceano che si sprofondano a parecchie
miglia dalla superficie dell'acqua, per forza di cose deve avere
un organismo la cui solidità sorpassi ogni immaginazione.
- Perché?
- Perché è necessaria una forza incalcolabile per vivere nelle
profondità dell'acqua e resistere alla sua pressione.
- Davvero?- fece Ned ammiccando.
- Davvero, caro il mio ramponiere. A provarlo bastano alcune
cifre.
- Oh, le cifre! - ribatté Ned sprezzante. - Si fa quel che si
vuole con le cifre.
- Sì, negli affari, ma non in matematica. Supponiamo che la
pressione di un'atmosfera sia rappresentata dalla pressione di una
colonna d'acqua alta circa dieci metri, anche se in realtà la
colonna di acqua dovrebbe essere minore, trattandosi di acqua
marina che ha una densità superiore a quella dolce. Quando voi vi
tuffate, quante volte mettete sopra di voi dieci metri d'acqua,
tante il vostro corpo sopporta una pressione uguale a quella di
una atmosfera, più di un chilogrammo per ogni centimetro quadrato
della sua superficie. A quasi cento metri questa pressione è di
dieci atmosfere e di cento atmosfere a circa mille metri. Sapreste
dirmi quanti centimetri quadrati misura la vostra pelle?
- Non ne ho la minima idea, professore.
- Circa diciassettemila.
- Accidenti!
- E poiché la pressione atmosferica supera il chilogrammo per
centimetro quadrato, i vostri diciassettemila centimetri quadrati
sopportano una pressione di oltre diciassettemila chilogrammi.
- E io neanche me ne accorgo.
- Non potreste accorgervene. E se non venite schiacciato da tale
pressione è perché l'aria penetra nel vostro corpo con una
pressione uguale. Ma in acqua è un altro paio di maniche.
- Ora capisco - disse Ned che si era fatto più attento. - E'
perché l'acqua mi circonda e non penetra dentro di me.
- Proprio così. Pensate dunque quale pressione dovreste sopportare
se scendeste a una profondità di mille metri: quasi un milione e
ottocentomila chilogrammi. Insomma, sareste schiacciato come se vi
trovaste sotto un torchio idraulico.
- Eh, caspita!
- Ora, amico mio, un vertebrato lungo molte centinaia di metri e
grosso in proporzione, e quindi con una superficie di milioni di
centimetri quadrati, scendendo in profondità dovrà sopportare una
pressione calcolabile solo in miliardi di chilogrammi. Potete
quindi immaginare quale debba essere la mole della sua ossatura e
la potenza del suo organismo.
- Dovrebbe essere rivestito di lamine d'acciaio spesse trenta
centimetri come le navi corazzate - disse il canadese.
- Esattamente, Ned, e potete ben immaginare che razza di danni può
produrre una simile massa lanciata con la velocità di un treno
contro la chiglia di una nave.
- Certo... sì, può essere - rispose il canadese, un po' scosso
dalle cifre.
- Ma non siete ancora convinto?
- Solo di un dato, signor naturalista: che per vivere sul fondo
marino un animale dovrebbe possedere la forza straordinaria che
voi dite.
- Ma se non esistesse, ramponiere cocciuto, come si spiegherebbe
il fatto capitato alla "Scotia"?
- Potrebbe anche essere...
- Be'?
- Una frottola, ecco - concluse il testardo canadese.