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La legione perduta

 

RUDYARD KIPLING.

PREMIO NOBEL 1907.

 

LA LEGIONE PERDUTA

 

TRASCRIZIONE ELETTRONICA DI EZIO GALIANO.

 

 

 

Quando scoppiò la grande Insurrezione indiana, e poco prima dell'assedio di

Delhi, un reggimento di cavalieri irregolari indigeni si trovava di stanza a

Peshawar, presso la frontiera afghana. Fu colto esso pure da quello che John

Lawrence chiamò allora: la mania prevalente, e avrebbe voluto far causa comune

coi ribelli, ma non gli fu concesso.

S'era appena buttato verso mezzogiorno, quando dai superstiti d'un corpo

inglese, venne respinto verso i monti afghani, dove tribù da poco sottomesse gli

saltarono addosso come lupi ad una mandra di caprioli. Per impadronirsi delle

armi e degli equipaggiamenti, lo inseguirono di monte in monte, di burrone in

burrone, su e giù per dossi e letti sassosi di fiumi, finché scomparve come

acqua fra le sabbie, quel reggimento ribelle, privo di tutti i suoi ufficiali.

L'unica traccia che ancora rimane della sua esistenza è un elenco nominativo,

scritto in bel rotondo, da un ufficiale che s'È firmato: Aiutante maggiore

dell'ex reggimento di cavalleria irregolare N... Il foglio è sudicio e

ingiallito, ma sul rovescio si legge ancora scritto a matita da John Lawrence in

persona: Si raccomanda di non confiscare gli averi dei due ufficiali indigeni

che rimasero fedeli. J. L. Di seicentocinquanta sciabole due sole mantennero il

giuramento, e John Lawrence, nell'amarezza di quei primi mesi di ribellione,

trovò tempo e modo di segnalare l'eccezione.

Questo avvenne più di trentanni fa, e gli afghani della frontiera che

parteciparono al massacro, oggi sono vecchi. Talvolta una barba bianca narra

quello che ancora ne ricorda. Passavano il confine pieni di superbia, racconta,

e ci eccitavano a ribellarci, ad uccidere gli inglesi, ed a scendere al sacco di

Delhi. Ma noi, che da poco eravamo stati sottomessi dagli stessi inglesi,

sapevamo che erano troppo audaci e che il governo avrebbe facilmente avuto

ragione di quei cani di pianura. Quindi accogliemmo bene il reggimento, ma lo

tenemmo a bada con belle parole finché si seppe che le giubbe rosse si

avvicinavano furibonde. Il reggimento si sbandò fra i nostri monti, per sfuggire

alle loro ire, e noi lo inseguimmo senza farci scorgere, finché fummo sicuri che

non avrebbe ritrovato la via del ritorno. Allora gli saltammo addosso, perch‚

volevamo le uniformi, e le briglie, ed i fucili, e gli stivali. Soprattutto gli

stivali. Fu un gran massacro, fatto lentamente.

Qui il vecchio si frega il naso, e scotendo i lunghi ricci serpentini si lecca

le labbra pelose, ridendo e mostrando le poche zanne gialle rimaste.

Sì, li abbiamo ammazzati perché volevamo armi e vestiti, e perché li sapevamo

già condannati da Dio per il loro terribile delitto di tradimento contro il sale

che avevano mangiato. Cavalcavano su e giù per le vallate, inciampando e

barcollando sulle selle, e chiedendo grazia con alte grida. Li spingemmo innanzi

lentamente come bestiame finché li raccogliemmo nella vallata bassa di Sheor

Kot. Molti erano morti di sete; molti ancora restavano, incapaci di difendersi;

per cui li buttammo giù di sella col le mani, e li lasciammo finire dai nostri

figli, che non sapevano quasi maneggiare la spada. Per parte mia ho avuto tante

selle e tanti fucili... erano fucili buoni, e anche ora rubiamo quelli del

governo, perché vogliamo solo canne rigate. Sì, quel reggimento lo abbiamo

cancellato dalla faccia della terra, e quasi non ne resta nemmeno la memoria.

Eppure si dice...

Qui ad un tratto il racconto si interrompeva, e non c'era modo di sapere che si

dicesse oltre frontiera. Gli afghani sono sempre stati un po’ misteriosi, più

pronti a fare una birbonata che a raccontarla. Stavano quieti per mesi e mesi,

poi, all'improvviso, aggredivano di notte un posto di polizia, sgozzavano un

paio di guardie, saccheggiavano un piccolo villaggio, rapivano tre o quattro

donne e tornavano in su' al bagliore delle capanne ardenti, cacciandosi innanzi

le mucche e le capre rubate.

Il governo indiano in quei casi per poco non si metteva a piangere. Anzitutto

diceva: Per carità state buoni buoni, e vi perdono. La tribù autrice dell'ultima

rapina metteva il pollice al naso come un sol uomo, ed inviava una risposta

degna del gesto. Allora il governo diceva: Non sarebbe meglio che pagaste una

piccola multa per quei pochi morti della notte scorsa? La tribù nicchiava e

mentiva e insolentiva, e intanto alcuni giovinotti, per mostrare in che conto

tenevano l'autorità, attaccavano un altro corpo di guardia, oppure un piccolo

posto di frontiera, e se andava bene ammazzavano davvero un ufficiale inglese.

Allora diceva il governo: Badate che se non fate giudizio finisce male. Se la

tribù era ben informata delle cose dell'India, rispondeva con scuse o con

impertinenze, a seconda che stimava il governo in grado di occuparsi delle sue

gesta o in tutt'altre faccende affaccendato. Certe tribù sapevano appuntino

quanti morti si potevano permettere; altre invece si montavano, perdevano la

testa, e sfidavano apertamente il governo. Questo allora con sospiri e lacrime,

e senza perder d'occhio il contribuente britannico che si ostina a considerare

quei piccoli episodi come brutali guerre di annessione, riuniva una costosa

brigata da campagna e qualche cannone, per ricacciare quella tribù, dalle

vallate ricche di grano, ai monti, dove non c'era niente da mangiare.

La tribù usciva tutta quanta in assetto di guerra e se la godeva un mondo,

sapendo che le donne sarebbero state rispettate, ed i feriti curati e non

mutilati, e che finite le provviste avrebbe sempre potuto arrendersi, e trattare

da pari a pari col comando inglese. Poi seguitavano per anni a pagare soldo a

soldo la taglia imposta, raccontando ai figli che avevano ammazzato migliaia di

giubbe rosse. L'unico inconveniente di quella guerriglia allegra, era la manìa

delle giubbe rosse di far saltare con mine le torri e i ripari fortificati;

divertimento che le tribù si ostinavano a trovare assolutamente di cattivo

gusto.

Primo fra i capi di quelle piccole tribù che sapevano al centesimo quanto

costava mandare contro a loro i soldati bianchi, era una specie di bandito

prete, che chiameremo il Mullah I GullaKutta. Mullah (o mollah) è titolo

onorario turco indicante purità di vita o esercizio di funzioni ecclesiastiche,

usato anche fra i musulmani quale denominazione di sacerdote.

Ma egli praticava l'assassinio sulla frontiera con passione da artista;

ammazzava ogni tanto un corriere per puro passatempo, o bombardava di fucilate

un fortino giusto quando sapeva che i nostri soldati avevano bisogno di dormire.

A tempo perso girava fra le tribù vicine eccitandole alle stesse diavolerie; e

nel suo villaggio, posto in una vallata che aveva nome Bersund, teneva una

specie di ricovero per i suoi compari; tutti i birbanti come si deve di quel

tratto di frontiera vi si davano appunta mento, considerandolo un soggiorno

sicuro e piacevole. Vi si accedeva solo per una stretta gola che in un attimo si

trasformava in un trabocchetto; era circondato da monti ritenuti inaccessibili a

chi non vi era nato, ed il mullah I GullaKutta, vi risiedeva in pompa magna

nella sua colonia di capanne in pietra e terra, ed in ogni capanna vi erano

tuniche di panno rosso, ed altri indumenti rubati a soldati morti. Il governo

aveva una gran voglia di pigliarlo, ed una volta anzi lo aveva formalmente

invitato a venirsi a costituire per essere impiccato, dato che a parecchi

omicidi aveva partecipato personalmente. Ecco la sua risposta: Sono a venti

miglia dal confine, a volo d'uccello: venitemi a prendere.

Un giorno verremo, ribatté il governo, e impiccato sarete.

Il mullah mise la cosa a tacere. Sapeva benissimo che la pazienza del governo

era lunga come un giorno d'estate; ma sapeva meno bene che il suo braccio poteva

essere lungo come una notte d'inverno. Mesi e mesi dopo, mentre la frontiera e

l'India tutta riposavano in pace, il governo si scosse dal sonno e si ricordò

del mullah GullaKutta di Bersund e dei suoi tredici compari. Attaccarlo, sia

pure con un solo reggimento, sarebbe stato un grave errore politico, ch‚ i

giornali avrebbero subito parlato di guerra. Ci voleva rapidità e silenzio, e

soprattutto niente sangue.

Dovete sapere che sulla frontiera nordovest dell'India stanno scaglionati forse

trentamila fra fanti e cavalieri, destinati a sorvegliare, senza parere, le

turbolenti tribù limitrofe. Vanno su e giù, su e giù senza posa, fra un desolato

posto avanzato e l'altro, sono pronti all'istante a qualsiasi impresa e sempre

più o meno coinvolti in qualche difficoltà lungo la linea; fanno una vita dura

come i loro muscoli, ed i giornali non ne parlano mai. Fra quelle truppe scelse

il governo li uomini che gli occorrevano.

Una sera, in uno di quei posti avanzati in cui le sentinelle notturne a cavallo

tirano nel dare il primo chi va là, fra i monti dove il grano oscilla in lunghe

onde verdastre sotto la luna fredda, gli ufficiali che stavano giocando al

bigliardo nella capanna di mota che a loro serviva da mensa e da casinò, ebbero

ordine di preparare una manovra notturna.

Brontolando, andarono a svegliare i loro soldati, un centinaio di inglesi,

mettiamo duecento gurka (truppe indiane fedelissime) e forse un altro centinaio

di cavalieri indigeni, della più splendida cavalleria del mondo. Quando furono

sul campo di manovra, fu dato loro a bassa voce l'ordine di recarsi

immediatamente a Bersund per la via dei monti. Gli inglesi dovevano appostarsi

sui fianchi delle alture dominanti la valle, ed i gurka occupare la gola e il

trabocchetto; alla cavalleria spettava di raggiungere, con lunga marcia obliqua,

le cime dei monti che dominavano la testata della valle, per piombare,

occorrendo, alle spalle del mullah. Ordine severissimo di non combattere e di

non far rumore; dovevano essere di ritorno al mattino, con le cartucce intatte,

e col mullah ed i tredici compari ben legati in mezzo a loro. Se tutto andava

bene, nessuno ne avrebbe saputo nulla e nessuno se ne sarebbe occupato; se

l'impresa falliva, ne sarebbe nata senza dubbio una guerriglia di frontiera, in

cui quel volgare bandito del mullah GullaKutta avrebbe fatto la figura di un

duce nazionalista alla riscossa contro un invasore prepotente.

Seguì un silenzio, rotto solo dal secco aprire e chiudersi delle bussole e degli

orologi, mentre i capi delle colonne combinavano itinerari e appuntamenti.

Cinque minuti dopo il campo era deserto; le giacche verdi dei gurka ed i

mantelli degli inglesi si erano dileguati nella oscurità, mentre la cavalleria

partiva al galoppo, avvolta da una pioggerella accecante.

Quello che fecero i gurka e gli inglesi lo vedremo poi. Il compito più arduo era

per i cavalieri, che avevano una meta lontana e dovevano evitare ogni abitato.

Ma molti di loro erano nativi della regione e desiderosi di battersi coi loro

simili, e alcuni ufficiali avevano già fatto fra quei monti escursioni che non

erano di servizio.

Varcarono la frontiera, galoppando su per il letto di un torrente attraversarono

una gola rocciosa, e si arrischiarono a valicare un colle col favor della notte;

girarono un'altra collina, lasciando orme profonde dei ferri nella terra arata,

risalirono un secondo torrente, valicarono un altro sperone, pregando in cuor

loro che nessuno udisse l'ansare dei cavalli, e proseguirono nel buio e sotto la

pioggia finché si accorsero che, avendo oltrepassata la testata della valle di

Bersund, era bene convergere da quella parte.

La salita del monte che dominava Bersund era ripida, e prima di cominciarla si

fermarono per riposare in un comodo ripiano; voglio dire che i soldati avrebbero

voluto fermarsi, ma i cavalli, riscaldati com'erano, non obbedivano più. Vi

furono parecchie bestemmie, non meno vivaci perché soffocate, e si udivano le

selle cigolare nel buio mentre i cavalli si impennavano.

Il tenente di coda dell'ultimo plotone si volse e disse a bassa voce: Carter,

cosa diavolo ci fa alla retroguardia? Presto, venga avanti coi nostri.

Nessuno rispose; poi si udì la voce di un soldato: Carter sahib è davanti, non è

lì, non c’è nessuno dietro a noi.

Qualcuno c'è, replicò il tenente;  c'è lo squadrone che marcia in giro tondo.

Il maggiore, che procedeva in testa alla colonna, tornò alla coda bestemmiando

contro il tenente Halley, quello che aveva parlato.

Stia attento alla retroguardia, perdio! Qualcuno dei suoi ladri d'inferno s'è

perso, e ora si trova alla coda e lei è un cretino della più bell'acqua.

Devo far l'appello, signor maggiore?  disse il tenente, seccato perch‚

cominciava a far freddo.

L'appello? Li mandi all'inferno col frustino, replicò il maggiore, li semina

dappertutto, non sente quanti ce ne sono ancora dietro di lei?

Pareva anche a me,  disse calmo il tenente, ma i miei sono tutti qui. Sarà

meglio chiederlo a Carter.

Carter sahib manda saluti, e vorrebbe sapere perché il reggimento s'è fermato,

disse un soldato a Halley.

Ma dov’è Carter, in nome di Dio? chiese il maggiore.

Alla testa, coi suoi, gli fu risposto.

Ma dunque giriamo in tondo, o siamo al centro di uno squadrone stregato?

esclamò il maggiore.

La colonna sera fermata in silenzio; i cavalli non si muovevano, ma nella

pioggia che cadeva sottile si udivano distintamente le zampe di altri cavalli

che calpestavano il terreno sassoso. E disse Halley: Siamo seguiti.

Non hanno cavalli da queste parti, replicò il maggiore, e poi ci avrebbero

tirato addosso da un pezzo. Saranno cavallini da paesani.

I nostri cavalli avrebbero già nitrito e rovinato la sorpresa; ci seguono almeno

da mezzora, disse Halley.

Eppure non si sente odore di cavalli, disse il maggiore bagnandosi un dito e

fregandoselo sul naso mentre fiutava in direzione del vento.

Brutto principio, e il tenente si scoteva l'acqua dal mantello; che si fa,

signor maggiore?

Si va avanti, ma sarà una bella notte,  fu la risposta.

La colonna fece lentamente qualche passo; poi vi fu una bestemmia, ed uno

spruzzo di scintille sotto ai ferri scivolanti sui sassi, un uomo ed un cavallo

caddero con un fracasso d'armatura che avrebbe destato un morto.

E fatta, la frittata, disse Halley, tutta la montagna desta, e tutta da risalire

sotto il fuoco di fucileria. E questo perché ci fanno fare un lavoro da uccelli

notturni.

Il soldato si rialzò tremando, e voleva dire che il suo cavallo aveva inciampato

in uno di quei tumuli di pietre accatastate che segnano la sepoltura di un

milite. Ma non occorrevano spiegazioni, il cavallone australiano del maggiore fu

il secondo a cadere, e la colonna si fermò in quello che pareva un cimitero di

piccoli tumuli alti circa due piedi.

Le manovre successive non figurano nel rapporto ufficiale; i cavalieri dissero

poi che pareva una quadriglia senza prove e senza musica; alfine i cavalli,

rompendo le file e cercandosi ognuno la propria via, uscirono fuori dai tumuli,

e lo squadrone si riformò ai piedi della salita. Poi, a detta di Halley, vi fu

una nuova scena simile alla prima; il maggiore e Carter continuavano ad

insistere che mancavano degli uomini, e che molti ancora si andavano aggirando

fra i tumuli. Halley rifece l'appello dei suoi, e si rassegnò ad aspettare. Da

lui ebbi qualche ragguaglio un po’' di tempo dopo la fine della storia.

Poco sapevo, e niente mi curavo di quello che avveniva. Il fracasso della prima

caduta avrebbe dovuto dar l'allarme a tutta la montagna, e avrei giurato che un

reggimento intero ci inseguiva, con un chiasso da destare tutto l'Afghanistan.

Ero pronto a tutto, e non è successo niente. Ma la cosa più misteriosa era il

silenzio sulla montagna. Sapevamo che il mullah aveva le sue sentinelle avanzate

sul versante che stavamo risalendo, e tutto il tempo che ci volle al maggiore

per calmarsi a furia di bestemmie soffocate, si stette in attesa delle prime

fucilate.

Non udendo nulla, pensammo che la pioggia avesse attutito lo scalpitio dei

cavalli, e ringraziammo la provvidenza. Il maggiore finì col persuadersi che fra

i tumuli non c'era rimasto nessuno, e che non era inseguito da un grosso corpo

di cavalleria; ma gli uomini erano di pessimo umore, i cavalli sudati ed

eccitati, e tutti attendevano ansiosamente la luce del giorno.

Ricominciarono la salita, guidando i cavalli prudentemente a mano. Prima che

avessero superato le balze inferiori, e non erano ancor tesi i pettorali,

s'addensò dietro un grosso temporale, soffocando ogni rumore che non fosse di

cannonata. I primi lampi rivelarono la costa nuda che salivano, le cime che si

profilavano azzurrine contro il cielo nero, la pioggia scrosciante, e, a pochi

metri a sinistra, una torre di guardia afghana di pietra, a due piani, in cui si

entrava dalla finestra superiore per mezzo di una scala a pioli. La scala era

collocata; alla finestra c'era un uomo col fucile, e nel silenzio che seguì il

primo tuono, una voce dalla torre gridò: Chi va là?

I soldati non si mossero, ma ognuno, fermo accanto al cavallo, strinse la

carabina. La voce ripeté : Chi va là?  e poi, più forte: Fratelli, date

l'allarme!

Ciascuno di quei soldati sarebbe morto nei suoi stivaloni prima d’arrendersi, ma

sta il fatto che la risposta al secondo appello fu un lungo gemito: M¡aJ car.

Marf aro. Fateci grazia! e veniva dalla colonna che saliva.

La truppa rimase un momento come paralizzata; poi quei forti cavalieri si

chiesero l'un l’altro a bassa voce: Mir Khan, era la tua voce? Abdullah, hai tu

parlato?

Halley, accanto al suo cavallo, stava in attesa; finché non erano schioppettate

si contentava. Un altro lampo illuminò i cavalli ansanti, gli uomini cogli occhi

sbarrati, e la torre di guardia, ma alla finestra non v'era nessuno, e la rozza

imposta di lamiera a difesa contro i proiettili era chiusa.

Avanti, ragazzi, disse il maggiore, bisogna arrivare in cima ad ogni costo.

La colonna proseguì faticosamente; i cavalli dimenavano le code, gli uomini li

sostenevano con le briglie, le scintille sprizzavano dalle pietre, rotolanti a

valle. Halley mi disse che non aveva mai udito tanto fracasso da uno squadrone;

pareva che ogni cavallo avesse otto zampe e un altro cavallo dietro. Ma nessun

rumore venne dalla torre e la colonna esausta raggiunse alfine l'altura

dominante la conca tenebrosa di Bersund. Allentate le selle ed i morsi, i

soldati si buttarono distesi fra le pietre; ormai, checché fosse avvenuto, erano

sicuri da qualsiasi attacco.

Cessarono il tuono e la pioggia e li avvolse l'oscurità densa che precede l'alba

invernale. Non v'era altro rumore che quello dell'acqua scrosciante nei burroni.

D'un tratto si udì l'imposta della torre aprirsi di colpo e la voce della

vedetta chiamare: O Hafiz Ullah!

Gli echi ripeterono: Lah! lah! lah!

Da un'altra torre nascosta dietro la collina venne la risposta: Che vuoi,

Shabbaz Khan?

Questi gridò, con la voce acuta del montanaro: Hai veduto?

E la replica: Ho veduto! Iddio ci liberi dagli spiriti del male!

Una pausa, e l'altro riprese: Hafiz Ullah, sono solo, vieni da me?

Sono solo anch'io, Shabbaz Khan, e non oso lasciare il mio posto.

Menti, è perché hai paura. Una pausa più lunga, e poi: Ho paura. Taci, ve ne

sono ancora qui sotto. Prega, e dormi.

I soldati ascoltavano stupiti; non capivano che vi potesse essere sotto le

torri, fuorché terra e sassi. E Shabbaz Khan riprese: Sono qui sotto, li vedo.

Per amor di Dio vieni da me, Hafiz Ullah! Mio padre ne ha uccisi dieci. Vieni da

me.

Hafiz Ullah rispose ad alta voce: Il mio era innocente. Ascoltatemi, Uomini

della Notte, n‚ mio padre n‚ alcuno dei miei presero parte a quel delitto. Sul

tuo capo il tuo castigo, Shabbaz Khan!

Se qualcuno li facesse tacere quei due uccellacci! mormorò Halley sotto la sua

roccia fra brividi di freddo. S'era appena girato per asciugare un'altra parte

di s‚, quando un afghano barbuto, capelluto e puzzolente che risaliva di corsa

il monte, gli cadde fra le braccia. Halley gli fu addosso e gli cacciò in gola

quanto pot‚ dell'elsa della sua sciabola dicendogli allegramente: Se urli,

t'ammazzo.

L'uomo era per terra, paralizzato dal terrore, tremante e fremente. Anche quando

Halley gli tolse l'elsa dalla bocca non riuscì a parlare, ma afferrandogli un

braccio, e tastandolo dal polso al gomito, mormorò rauco: rissala!

(reggimento). Il rissala morto! Non è laggiù?

No, il rissala è quassù ben vivo,  replicò Halley staccando una briglia e

legandogli le mani;  ma come mai voi due delle torri foste tanto stupidi da

lasciarci passare?

La valle è piena di morti, disse l'afghano, meglio cadere nelle mani degli

inglesi che dei morti. Girano, girano laggiù, li ho visti alla luce dei lampi.

Riavutosi un poco, disse a bassa voce, perché sentiva sullo stomaco la pistola

di Halley: Che ci fate qui? non siamo in guerra e il mullah mi ammazzerà perché

non vi ho visti passare.

Non temere, replicò Halley, siamo venuti ad ammazzare lui, se Dio vuole, gli son

troppo cresciuti i denti. A te non faremo nulla, salvo che la luce non ci mostri

che sei votato alla forca per altri delitti. Ma che andavi dicendo del

reggimento morto? lo non uccido che al mio paese, disse quello, tutto rianimato;

il reggimento morto è laggiù. I tuoi soldati vi sono passati in mezzo salendo...

quattrocento cavalieri, morti, che inciampano fra le loro tombe, fra quei

mucchietti di sassi, tutti morti, e ammazzati da noi.

Ah sì? disse Halley. Ora capisco perché io ingiuriavo Carter e il maggiore

ingiuriava me. Quattrocento spade, dici? Non mi sorprende che la colonna ci

sembrasse ingrossata, Kurruk Shah, mormorò ad un ufficiale indigeno disteso a

pochi passi da lui, ne hai sentito parlare tu di un reggimento morto, fra questi

monti?

Sicuro, replicò Kurruk Shah con un sorriso feroce, altrimenti perché avrei

chiesto grazia io, se da ventisette anni servo la Regina ed ho ammazzato tanti

cani di montagna, quando i lampi illuminarono le torri di vedetta? Quando ero

giovane ho veduto la strega nella valle di Sheor Kot, laggiù ai nostri piedi, e

so la storia che se ne racconta. Ma che possono gli spettri degli infedeli

contro di noi che abbiamo la fede? Lega più strette le mani di quel cane, sahib,

un afghano è come una anguilla.

Parlare di un reggimento morto è gran sciocchezza, Kurruk, replicò Halley,

torcendo i polsi del prigioniero; i morti sono morti. Stai fermo, porco, disse

all'afghano che si divincolava.

I morti sono morti, e per questo girano di notte, disse Kurruk Shah

tranquillamente; che bisogno c’è di parlarne? Siamo uomini, abbiamo occhi ed

orecchie; puoi vederli e sentirli, laggiù per la china.

A lungo Halley tese l'udito e lo sguardo. La vallata era piena di rumori

soffocati, come ogni vallata di notte; ma se udì o vide cose soprannaturali,

egli solo lo sa, e non ne parla. Alfine, poco prima dell'alba, un razzo verde

salì dal fondo della valle di Bersund all'entrata della gola, annunziando che i

gurka avevano raggiunto le loro posizioni. Due razzi rossi della fanteria

risposero a dritta ed a sinistra, e la cavalleria accese un razzo bianco.

Di inverno gli afghani si levano tardi, e solo a giorno fatto i seguaci del

mullah cominciarono ad uscire dalle loro capanne, fregandosi gli occhi. Videro

soldati vestiti di rosso e verde e color caffè che, appoggiati alle loro armi,

formavano sull'orlo della conca di Bersund un cordone fitto che neppure un lupo

avrebbe potuto attraversare. E più si fregarono gli occhi quando un giovanotto

roseo, che non era nemmeno in divisa perché rappresentava l'autorità civile,

scese il pendio con due militi, picchiò alla porta del mullah, e con tutta calma

gli ingiunse di uscire per farsi legare e portar via. Lo stesso giovanotto entrò

in altre capanne, designando via via col suo bastoncino altri banditi che

vennero solidamente ammanettati mentre guardavano desolati le alture occupate da

soldati assolutamente indifferenti alla loro sorte. Solo il mullah tentò di

resistere, vomitando bestemmie e minacce, finché il soldato che gli legava le

mani lo rimbeccò: Finiscila, zuccone! Perché non sei venuto quando te lo avevano

mandato a dire, invece di farci perdere la notte? Ora vali meno di uno spazzino

di caserma, vecchio birbone! Avanti, march!

Un'ora dopo i soldati erano partiti col mullah e i suoi tredici compari, ed i

paesani contemplavano attoniti e pentiti una pila di carabine spezzate e di

spade contorte, chiedendosi come mai avevano tanto sbagliato i calcoli sulla

longanimità del governo indiano.

Fu insomma una spedizione proprio carina, ben preparata e bene eseguita, e chi

vi prese parte ne ebbe ufficiosa approvazione. A me però sembra che non poco

merito ne spettasse ad un reggimento che non fu portato all'ordine del giorno, e

di cui perfino il ricordo corre il rischio di venire cancellato.

 

FINE.