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Kim/7

 

 

CAPITOLO XIV

 

 

 

Il mio fratello si inginocchia (così dice Kabir)

Davanti a pietra e a ottone da pagano,

Ma nella voce di mio fratello sento

Le mie stesse angosce senza risposta.

Il suo Dio glielo assegna il Destino

La sua preghiera è quella di tutti, e la mia.

                                                           Kabir

 

            Al sorgere della luna i coolies si misero prudentemente in cammino. Il lama, rinvigorito dal sonno e dall'alcol, aveva bisogno, per seguirli, solo di appoggiarsi alla spalla di Kim, e camminava silenzioso, a passi rapidi. Si tennero sull'erba spruzzata di argilla per un'ora, aggirarono il fianco di una parete di roccia immortale, e si arrampicarono in una nuova regione completamente chiusa alla vista dalla valle di Chini. Un immenso terreno da pascolo a forma di ventaglio si inerpicava verso le nevi eterne. Alla base c'era non più di mezzo acro di terreno in piano, su cui sorgevano alcune capanne di terra e legno. Dietro di loro - le case infatti, secondo l'uso dei villaggi di montagna, erano appollaiate sul bordo del nulla - il terreno cadeva a strapiombo per sei o settecento metri verso il baratro di Shamlegh, dove nessun uomo finora ha messo piede.

            I coolies non cercarono neppure di spartirsi il bottino finché non ebbero visto il lama alloggiato nella migliore stanza del luogo, con Kim che gli massaggiava i piedi alla maniera maomettana.

            "Vi manderemo da mangiare", disse l'uomo di Ao-chung, "e il kilta con la copertura rossa. Entro l'alba tutte le prove saranno sparite... in un modo o nell'altro. Se qualcosa nel kilta non serve, guardate qui!".

            Indicò la finestra, che si apriva su uno spazio invaso dalla luce della luna riflessa dalla neve, e gettò fuori una bottiglia vuota di whisky.

            "Inutile aspettare il tonfo. Questa è la fine del mondo", disse, e uscì. Il lama osservava fuori, le mani sul davanzale, gli occhi che scintillavano come gialli opali. Dall'enorme baratro davanti a lui le vette bianche si levavano quasi anelando alla luce della luna. Il resto era come l'oscurità dello spazio interstellare.

            "Queste", disse lentamente, "sono davvero le mie montagne. Qui dovrebbe dimorare un uomo, abbarbicato in cima al mondo, lontano dalle gioie terrene, concentrato su grandi questioni".

            "Sì, se ha un chela che gli prepara il tè, e gli ripiega una coperta sotto il capo, e caccia via le mucche gravide".

            Una lampada fumosa bruciava in una nicchia, ma i raggi della luna piena erano più forti; in quelle luci confuse, curvo fra tazze e bisacce, Kim si muoveva come un alto fantasma.

            "Ah! Anche adesso che il sangue non mi ribolle più, la testa continua a battermi come un tamburo, e sento una morsa intorno al collo".

            "Non c'è nulla di strano. Il colpo è stato forte. Magari quello che te l'ha dato potesse..."

            "Non fosse stato per le mie passioni non sarebbe successo niente di male".

            "Quale male? Tu hai salvato i sahib da una morte che meritavano cento volte".

            "Non hai appreso bene la tua lezione, chela". Il lama si stese per riposarsi su una coperta ripiegata, mentre Kim continuava le sue faccende serali. "È stata solo un'ombra che ha

            colpito un'altra ombra. Era un male - come si stancano le mie gambe in questi giorni! - che in me ha incontrato altro male... rabbia, furia, sete di vendetta. Tutto questo ha provocato un subbuglio nel mio sangue, ha sconvolto il mio stomaco e mi ha stordito le orecchie". Si interruppe per bere cerimoniosamente il tè bollente, che Kim gli porgeva in una tazza calda. "Fossi stato calmo, quel colpo malaugurato avrebbe provocato solo un male fisico - un graffio, una contusione - che è solo illusione. Ma la mia mente non era distaccata, perché ha subito provato un enorme desiderio di lasciare che gli saputi uccidessero. Nel combattere quel desiderio, il mio animo si è lacerato e ha provato dolore, più che se avesse ricevuto mille colpi. Solo quando ho ripetuto le Benedizioni

            (voleva dire le Beatitudini Buddiste) ho recuperato la calma. Ma il male penetrato in me in quell'attimo di smarrimento continua ad agire. Giusta è la Ruota, che non si smuove di un capello! Impara la lezione, chela!"

            "È troppo elevata per me", mormorò Kim. "Sono ancora sconvolto. Sono contento di avere fatto del male a quell'uomo".

            "Me ne sono reso conto mentre dormivo appoggiato alle tue ginocchia, giù nel bosco. In sogno mi ha turbato il male nella tua anima che riusciva a farsi strada nella mia. Ma d'altra parte", sciolse il rosario, "ho acquisito merito salvando due vite, le vite di quelli che mi hanno fatto un torto. Ora devo vedere dentro la Causa delle Cose. La barca della mia anima ondeggia".

            "Dormi, e prendi forza. È la cosa migliore".

            "Mediterà; ce n'è un bisogno più grande di quanto tu non sappia".

            Fino all'alba, ora dopo ora, a mano a mano che la luna impallidiva sulle alte vette, e quella che era stata un'oscurità impenetrabile sui fianchi delle montagne lontane si rivelava una foresta di un verde tenero, il lama fissò il muro. Di tanto in tanto gemeva. Fuori dalla porta sbarrata, dove le mucche spodestate venivano a cercare la loro vecchia stalla, Shamlegh e i coolies si abbandonarono alla spartizione del bottino e alle gozzoviglie.

            L'uomo di Ao-chung li guidava, e una volta che ebbero aperto il cibo in scatola, ed ebbero scoperto che era buono, non osarono guardarsi indietro. La discarica di Shamlegh ricevette i rifiuti.

            Quando Kim, dopo una notte di incubi, si affacciò sulla porta per lavarsi i denti nell'aria fresca del mattino, una donna dalla pelle chiara, con un copricapo tempestato di turchesi, lo tirò da parte.

            "Gli altri sono andati via. Ti hanno lasciato il kilta secondo la promessa. A me non piacciono i sahib, ma tu ci farai un incantesimo in cambio. Noi non vogliamo che la nostra piccola Shamlegh si faccia una brutta fama per via di questo... incidente. Io sono la Donna di Shamlegh". Lo guardò con occhi luminosi e audaci, a differenza dei soliti sguardi furtivi delle montanare.

            "Certo. Ma bisogna farlo in segreto".

            La donna sollevò il pesante kilta come un giocattolo e lo buttò dentro la sua capanna.

            "Esci e chiudi bene la porta! Che nessuno cerchi di entrare finché non ho finito".

            "Ma dopo... potremo parlare?".

            Kim rovesciò il kilta sul pavimento - una cascata di strumenti topografici, libri, diari, lettere, mappe e corrispondenza nativa dallo strano aroma. In fondo, c'era una borsa ricamata che custodiva un documento sigillato, dorato e miniato, come quelli che si scambiano i re. Kim trattenne il respiro dalla gioia, e valutò la situazione dal punto di vista di un sahib.

            "I libri non li voglio. Per di più sono logaritmi, per le rilevazioni, immagino". Li mise da parte. "Le lettere io non le capisco, ma il colonnello Creighton ci riuscirà. Bisogna tenerle tutte. Le mappe... le disegnano meglio di me... naturalmente. Tutte le lettere indigene... certo, e in particolare la murasla!". Annusò la borsa ricamata. "Questa deve essere di Hilás o di Bunár, e Hurree babu ha detto la verità. Per Giove! È un buon bottino! Vorrei che Hurree lo sapesse... Il resto deve volare dalla finestra". Accarezzò una superba bussola prismatica e l'estremità lucente di un teodolite. Ma dopo tutto non sta bene che un sahib rubi, e gli oggetti avrebbero potuto rappresentare prove imbarazzanti, in seguito. Estrasse ogni frammento di manoscritto, tutte le mappe, e le lettere indigene. Insieme formavano un pacco piatto e morbido. I tre libri con la rilegatura rinforzata in metallo e chiusi con un lucchetto, li mise da parte.

            "Le lettere e la murasla li porterò sotto il mantello, dentro la cintura, e i libri manoscritti li metterò nella bisaccia del cibo. Sarà molto pesante. No. Non mi pare che ci sia altro. Se c'è, i coolies l'hanno buttato giù nel khud, e quindi va bene così. E ora ve ne andate anche voi". Riempì di nuovo il kilta con tutto quello che non aveva intenzione di conservare, e lo tenne sospeso oltre il davanzale della finestra. Trecento metri sotto di lui c'era un banco di nebbia, lungo, fermo, arrotondato, non ancora sfiorato dal sole del mattino. Trecento metri oltre, c'era una pineta secolare. Poteva vedere le punte verdi degli alberi, simili a uno strato di muschio quando un refolo di vento assottigliava la nuvola.

            "No! Non credo che nessuno vi verrà dietro!".

            Il cestino vorticante vomitò il suo contenuto cadendo. Il teodolite urtò contro una sporgenza della roccia ed esplose come una granata; i libri, i calamai, le scatole dei colori, le bussole, i righelli parvero per qualche istante uno sciame di api. Poi svanirono; e per quanto Kim si spenzolasse fuori dalla finestra aguzzando le sue giovani orecchie, neanche un suono si levò dal baratro.

            "Non sarebbero bastate cinquecento... mille rupie per comprarli", pensò malinconicamente. "È stato proprio uno spreco, ma ho tutte le altre cose... tutto quello che avevano fatto, spero. Ora come diavolo posso dirlo a Hurree babu, e cosa diavolo farò? E il mio vecchio sta male. Devo avvolgere le lettere con la tela cerata. Questo devo farlo subito... altrimenti si impregneranno di sudore... E sono solo!". Le fasciò in un bel pacchetto, schiacciando bene agli angoli la tela cerata rigida e appiccicosa, perché la sua vita errabonda lo aveva reso metodico come un cacciatore per le esigenze della strada. Poi, con cura raddoppiata, ripose i libri in fondo alla borsa del cibo.

            La donna tamburellò alla porta.

            "Ma non hai fatto nessun incantesimo", disse guardandosi intorno.

            "Non ce n'è bisogno". Kim aveva completamente trascurato la necessità di fare un po' di scena. La donna rise irriverente alla sua confusione.

            "Non ce ne sarà... per te. Tu puoi fare un incantesimo solo strizzando un occhio. Ma pensa a noialtri poveracci quando voi ve ne sarete andati! La notte scorsa erano tutti troppo ubriachi per dare ascolto a una donna. Tu non sei ubriaco?"

            "Io sono un prete". Kim si era ripreso, e dato che la donna era tutt'altro che bella, ritenne più opportuno attenersi al suo ruolo.

            "Io gliel'ho detto, che i sahib si arrabbieranno e faranno un'inchiesta e un rapporto al rajah. C'è anche il babu con loro. Questi impiegati hanno la lingua lunga".

            "Ti preoccupi solo per questo?". Il piano balenò nei dettagli nella mente di Kim, e il giovane rivolse alla donna un sorriso smagliante.

            "Non solo", disse la donna tendendo una mano scura e indurita, tutta coperta di turchesi incastonati nell'argento.

            "A quello posso porre rimedio in un attimo", continuò rapido Kim. "Il babu è quello stesso hakim (hai sentito parlare di lui?) che girava sulle montagne dalle parti di Ziglaur. Io lo conosco".

            "Ma dirà tutto in cambio di una ricompensa. I sahib non sanno distinguere un montanaro dall'altro, ma i babu hanno occhi per gli uomini... e per le donne".

            "Portagli un messaggio da parte mia".

            "Non c'è niente che non farei per te".

            Kim accettò il complimento con calma, come si conviene agli uomini in queste terre dove sono le donne a condurre le schermaglie amorose; strappò un foglio da un taccuino, e con una matita copiativa scrisse in rozzo shikast, la scrittura che i monelli usano per imbrattare i muri, "Ho tutto quello che hanno scritto: i disegni della regione e molte lettere. Soprattutto la murasla. Dimmi cosa fare. Sono a Shamlegh-sotto-la-neve. Il vecchio sta male".

            "Portagli questo. Gli cucirà la bocca. Non può essere andato lontano".

            "No davvero. Sono ancora nella foresta oltre lo sperone. I nostri bambini sono andati a spiarli quando si è fatto chiaro, e ci hanno gridato le notizie sui loro movimenti".

            Kim trattenne il suo stupore; ma dal bordo del pascolo si librava fluttuando un trillo. Era stato trasmesso a un bambino che badava al bestiame dal fratellino o dalla sorellina di vedetta oltre il pendio che sovrastava la valle di Chini.

            "Anche i miei mariti sono fuori a raccogliere legna". Estrasse una manciata di noci dal seno, ne spezzò una in due parti uguali e cominciò a mangiare. Kim ostentò la più completa ignoranza.

            "Non conosci il significato della noce... prete?", disse la donna con fare civettuolo, e gli tese i due mezzi gusci.

            "Buona idea". Inserì rapido il pezzetto di carta fra di loro. "Hai un po' di cera per chiudere dentro la lettera?".

            La donna sospirò forte, e Kim si addolcì.

            "Non ci sarà pagamento finché non sarà stato reso il servizio. Porta questo al babu, e digli che gli viene mandato dal Figlio della Magia".

            "Davvero! Davvero! Da un mago... che è come un sahib".

            "No, il Figlio della Magia: e chiedigli se c'è risposta".

            "Ma se diventa offensivo? Io... io ho paura".

            Kim rise. "È molto stanco, e ha molta fame, ne sono sicuro. Le montagne sono fredde compagne di letto. Senti", fu lì lì per dire "mamma", ma poi optò per "sorella", "tu sei una donna intelligente e capace. Ormai tutti i paesi sanno cosa è capitato ai sahib, no?"

            "È vero. La notizia è arrivata a Ziglaur prima di mezzanotte, e domani dovrebbe essere a Kotgarh. La gente è arrabbiata e ha paura".

            "Non c'è bisogno. Ordina di dar da mangiare ai sahib e di lasciarli andare in pace. Dobbiamo farli allontanare senza chiasso dalle nostre valli. Un conto è rubare, un conto uccidere. Il babu capirà, e non ci saranno strascichi. Fai in fretta. Devo occuparmi del mio maestro quando si sveglia".

            "D'accordo. Dopo il servizio - hai detto così? - viene la ricompensa. Io sono la Donna di Shamlegh, e discendo da un rajah. Non sono una femmina qualsiasi, portatrice di figli. Shamlegh è tua: zoccoli, corna, pelli, latte e burro. Prendere o lasciare".

            Si diresse risoluta su per il pendio, le collane d'argento che le tintinnavano sull'ampio petto, verso il sole del mattino che illuminava la montagna cinquecento metri sopra di loro. Questa volta Kim pensò nella lingua indigena mentre sigillava con la cera i bordi della tela cerata dei pacchi.

            "Ma come fa un uomo a seguire la Via o il Grande Gioco se è di continuo infastidito dalle donne? Prima c'era quella ragazza ad Akrola del Guado; e la moglie dello sguattero dietro la colombaia, senza contare le altre... e ora viene questa! Quando ero un bambino andava bene, ma ora sono un uomo e loro non mi considerano un uomo. Le noci, pensa un po'! Ah! Ah! In pianura sono le mandorle!".

            Uscì per andare a fare la questua nel paese, non con la ciotola, che andava bene per la pianura, ma alla maniera di un principe. La popolazione estiva di Shamlegh consiste di tre famiglie soltanto, quattro donne e otto o nove uomini. Erano tutti pieni di cibo in scatola, e di svariate bevande, dall'armoniato di chinino alla vodka, perché avevano preso parte a pieno titolo alla spartizione notturna del bottino. Da parecchio ormai le belle tende continentali erano state tagliate e distribuite, e in giro si vedevano lucenti pentole d'alluminio.

            Ma consideravano la presenza del lama come una salva-guardia perfetta contro qualsiasi evenienza, e per nulla pentiti offrirono a Kim quanto avevano di meglio, facendogli perfino bere il chang, la birra d'orzo che viene dal Ladakh. Poi si crogiolarono al sole, seduti con le gambe che penzolavano su abissi infiniti, chiacchierando, bevendo e fumando. Giudicavano l'India e il suo Governo esclusivamente sull'esperienza dei sahib di passaggio che avevano ingaggiato loro o i loro amici come shikarri. Kim ascoltò storie di colpi mancati su stambecchi, serow o mufloni da parte di sahib che da vent'anni riposavano nella tomba, ogni particolare esposto in controluce, come i ramoscelli sugli alberi illuminati dal lampo. Gli raccontarono dei loro piccoli disturbi e, cosa ben più importante, dei disturbi delle loro bestie, minuscole e intrepide sui picchi; dei viaggi fino a Kotgarh, dove vivono i missionari forestieri, e addirittura fino alla favolosa Simla, dove le strade sono lastricate d'argento, e chiunque - udite, udite - può prendere servizio per i sahib, che vanno in giro su carrozzelle a due ruote e spendono soldi a palate. Infine, solenne e distante, camminando a fatica, il lama si unì a quelle chiacchiere sulla soglia di casa, e gli venne fatto ampio spazio. L'aria sottile lo ristorò, e rimase seduto sul bordo del precipizio con gli anziani del villaggio, lanciando ciottoli nel vuoto, quando la conversazione languiva. A trenta miglia di distanza a volo d'uccello, si levava la catena successiva, bordata e solcata e punteggiata da piccoli tratti di boscaglia... foreste, ognuna un giorno intero di cammino. Dietro il villaggio, la stessa montagna di Shamlegh precludeva qualsiasi visuale verso sud. Era come stare seduti in un nido di rondini sotto la grondaia del tetto del mondo.

            Di tanto in tanto il lama tendeva la mano e con brevi indicazioni sommesse mostrava la strada verso Spiti e verso nord, oltre il Parungla.

            "Laggiù, dove le montagne sono più fitte, c'è De-ch'en'", (intendeva Han-lé), "il grande monastero. Lo ha costruito s'Tagstan-ras-ch'en, e su di lui circola una storia". E subito prese a raccontare una complicata e fantastica narrazione di stregoneria e miracoli che tenne l'intera Shamlegh con il fiato sospeso. Girandosi un po' verso ovest, si informò dove fossero le montagne di Kulu, e cercò Kailung sotto i ghiacciai. "Da quella parte sono arrivato tanto tempo fa. Sono venuto passando da Leh, oltre il Baralachi".

            "Sì, sì, conosciamo i posti", dissero quei grandi viaggiatori di Shamlegh.

            "E ho dormito due notti con i preti di Kailung. Quelle montagne mi sono molto care! Ombre benedette più di tutte le ombre! Là i miei occhi si sono aperti al mondo, là i miei occhi vennero aperti sul mondo; là ho ricevuto l'Illuminazione, e là mi sono preparato per la Ricerca. Vengo dalle montagne, dalle montagne alte e dai venti impetuosi. Oh, giusta è la Ruota!". E come un morente benedice i suoi cari, benedisse uno per uno i grandi ghiacciai, le rocce nude, le morene ammassate e gli scisti franati, gli aridi altopiani, gli invisibili laghi salati, i boschi secolari, e le fertili valli irrigate, e Kim si stupì per la sua foga.

            "Sì... sì. Non c'è niente come le nostre montagne", diceva la gente di Shamlegh, meravigliandosi di come un uomo possa vivere in quelle terribili pianure arroventate dove i buoi sono grandi come elefanti e non sanno arare su un pendio; dove i villaggi si susseguono uno dopo l'altro, avevano sentito, per centinaia di miglia; dove la gente va in giro a rubare in bande, e quello che i rapinatori risparmiano, è la polizia a portarselo via senza tanti complimenti.

            Così la tranquilla mattinata trascorse, e al suo termine la messaggera di Kim calò dal ripido pascolo, per nulla affaticata.

            "Ho mandato un messaggio all'hakim", spiegò Kim mentre la donna si inchinava.

            "Si è unito agli idolatri. No, ora ricordo che ne ha guarito uno. Ha acquisito merito, anche se l'uomo che era stato curato ha usato la sua forza per brutti fini. Giusta è la Ruota! E l'hakim?"

            "Avevo paura che tu ti fossi fatto male e... e sapevo che lui è molto bravo". Kim prese il guscio di noce sigillato con la cera e lesse in inglese sul retro del suo biglietto: "Ho ricevuto la sua missiva. Ora non posso allontanarmi dalla attuale compagnia che porterò fino a Simla. Dopodiché spero di raggiungerla. Inopportuno seguire i gentiluomini furiosi Ritorni per la stessa strada da cui è venuto, e la raggiungerò. Molto soddisfatto per la corrispondenza dovuta alla mia previdenza". Dice, Santo, che presto scapperà dagli idolatri, e ritornerà da noi. Lo aspettiamo per un po' qui a Shamlegh, allora?".

            Il lama rivolse una lunga occhiata affettuosa alle montagne e scosse il capo.

            "Non può essere, chela. Lo desidero fin nelle ossa, ma è vietato. Ho visto la Causa delle Cose".

            "Ma perché, se le montagne ti hanno ridato vigore giorno dopo giorno? Ricorda come eravamo deboli e affaticati, là sotto il Doon".

            "Sono diventato forte per compiere del male e dimenticare. Un attaccabrighe, un gradasso, ecco quello che sono stato su queste montagne". Kim si morse le labbra per non sorridere. "Giusta e perfetta è la Ruota, che non si smuove di un capello. Quando ero un uomo giovane, tanto tempo fa, sono andato in pellegrinaggio a Guru Ch'Wan fra i pioppi," (indicò in direzione del Bhutan), "dove tengono il Cavallo Sacro".

            "Zitti, fate silenzio!", la voce corse per tutta Shamlegh. "Parla di Jam-lin-nin-k'or, il Cavallo che può Compiere il Giro del Mondo in un Giorno".

            "Sto parlando solo al mio chela ", disse il lama in tono di gentile rimprovero, e tutti si dispersero come la brina sulle grondaie esposte al sole del mattino. "A quel tempo non cercavo la verità, ma le parole della dottrina. Tutta illusione! Ho bevuto la birra e ho mangiato il pane di Guru Ch'Wan. Il giorno dopo uno ha detto, "Andiamo a combattere contro Sangor Gutok, giù lungo la valle per scoprire" (nota come il Desiderio è legato alla Rabbia!) "quale abate detterà legge nella valle, e prendere i proventi delle preghiere che si stampano a Sangor Gutok". Sono andato con loro, e abbiamo combattuto per un giorno intero".

            "Ma come, Santo?"

            "Con i nostri lunghi portapenne, come avrei potuto mostrare... Stavo dicendo, abbiamo combattuto sotto i pioppi, i due abati e tutti i monaci, e uno mi ha tagliato la fronte fino all'osso. Guarda!". Tirò indietro il berretto e mostrò una cicatrice argentea, tutta raggrinzita. "Giusta e perfetta è la Ruota! Ieri la cicatrice prudeva, e a cinquant'anni di distanza mi sono ricordato come mi era stata procurata e il volto di chi me l'aveva procurata; e ho un po' indugiato in questa illusione. È seguito quello che hai visto... scontro e stupidità. Giusta è la Ruota! Il colpo dell'idolatra è caduto proprio sulla cicatrice. Il mio animo ne è stato scosso: il mio spirito si è ottenebrato, e la barca della mia anima ha cominciato a beccheggiare sulle acque dell'illusione. Solo quando siamo arrivati a Shamlegh, sono riuscito a meditare sulla Causa delle Cose, o a rintracciare le lunghe radici del Male. Per tutta la notte mi sono sforzato di cercarle".

            "Ma, Santo, tu sei innocente di qualsiasi male. Che io possa morire!".

            Kim era sinceramente desolato per la pena del vecchio, e le parole di Mahbub Ali gli sfuggirono dalle labbra senza che neppure se ne rendesse conto.

            "All'alba", proseguì più solennemente il lama, il rosario che ticchettava scandendo le frasi lente, "è giunta l'illuminazione. È questa... io sono un vecchio... nato e cresciuto fra le montagne, ma non devo più riposarmi in mezzo a queste mie montagne. Per tre anni ho viaggiato su e giù per l'Hind, ma... come resistere alla Terra Madre? Il mio stupido corpo anelava alle montagne e alle nevi delle montagne, quando ero laggiù. Ho detto, ed è vero, che la mia Ricerca è sicura. Così, alla casa della donna di Kulu, mi sono diretto verso le montagne, in questa mia presunzione. L'hakim non ne ha colpa. Lui, seguendo il Desiderio, aveva previsto che le montagne mi avrebbero dato forza. Ma mi hanno dato vigore per compiere del male, per dimenticare la mia Ricerca. Ho provato gusto per la vita, per la gioia della vita. Ho desiderato grandi alture da scalare. Addirittura le ho cercate. Ho misurato la forza del mio corpo contro le alte vette, e questo è male. Ti ho preso in giro quando non avevi più fiato sotto Jamnotri. Ti ho deriso quando non volevi affrontare la neve sui passi".

            "Ma che male c'è? Avevo davvero paura. Era giusto. Io non sono un montanaro, e ti volevo bene per questa tua forza ritrovata".

            "Più di una volta, ricordo", appoggiò malinconicamente la guancia alla mano, "ho cercato le tue lodi e quelle dell'hakim solo per il vigore delle mie gambe. Ogni male si è aggiunto a un altro male, finché la coppa è stata colma. Giusta è la Ruota! Tutto l'Hind per tre anni mi ha reso ogni onore. Dalla Fonte di Saggezza alla Casa delle Meraviglie fino", sorrise, "a un ragazzino che giocava accanto a un grande cannone... il mondo mi spianava la strada. E perché?"

            "Perché ti volevamo bene. Tu hai la febbre per il colpo che hai preso. Anch'io mi sento ancora stanco e scosso".

            "No! Era perché mi trovavo sulla Via, intonato come i sinem (i cembali) con l'obiettivo della Legge. Da questo ordine mi sono allontanato. Il ritmo era rotto: è seguito il castigo. Su queste mie montagne, al confine con la mia terra, nel luogo del mio desiderio sbagliato, viene lo schiaffo... qui!". (Si toccò la fronte.) "Come un novizio viene picchiato quando sbaglia nella disposizione delle coppe, così anch'io sono stato picchiato, io che ero l'abate di Such-zen. Neanche una parola, bada bene, solo uno schiaffo, chela".

            "Ma i sahib non ti conoscevano, Santo".

            "Eravamo ben assortiti. Ignoranza e Passione hanno incontrato lungo la strada Ignoranza e Passione, e hanno generato Rabbia. Quel colpo è stato un segnale per me, che non sono meglio di uno yak smarrito, mi ha indicato che il mio luogo non è qui. Chi sa leggere la Causa di un attimo è già sulla buona strada verso la Liberazione! "Torna sul cammino", dice il Colpo. "Le montagne non sono per te. Tu non puoi scegliere la Liberazione e restare avvinto alle gioie della vita".

            "Ah, non avessimo mai incontrato quello stramaledetto russo!"

            "Neanche il nostro Signore può far tornare indietro la Ruota. E per il merito che avevo acquisito mi viene concesso ancora un altro segno". Mise la mano sul petto, ed estrasse la Ruota della Vita. "Guarda! Ho riflettuto anche su questo dopo avere meditato. Solo per un lembo non più largo della mia unghia è rimasta unita dopo la lacerazione dell'idolatra".

            "Vedo".

            "Tale è quindi la durata della mia vita in questo corpo. Ho servito la Ruota per tutti i miei giorni. Ora la Ruota serve me. Non fosse per il merito che ho acquisito nel guidarti lungo la Via, mi sarebbe stata aggiunta un'altra vita prima di trovare il Fiume. È chiaro, chela?".

            Kim osservò la grande carta brutalmente deturpata. Da sinistra a destra in diagonale correva la lacerazione, dall'Undicesima Casa dove il Desiderio partorisce il Bambino (così come lo disegnano i tibetani), attraverso i mondi umano e animale, fino alla Quinta Casa, la vuota Casa dei Sensi. La logica era inoppugnabile.

            "Prima che il nostro Signore conquistasse l'illuminazione", il lama ripiegò riverente la carta, "venne indotto in tentazione. Anch'io sono stato indotto in tentazione, ma ora è finita. La Freccia è caduta sulle pianure, non sulle montagne. Cosa facciamo qui allora?"

            "Aspetteremo almeno l'hakim?"

            "Io so quanto ho da vivere in questo corpo. Cosa può fare un hakim?"

            "Ma tu stai male, sei ancora scosso. Non puoi camminare".

            "Come posso star male se cerco la Liberazione?". Si alzò, malfermo sulle gambe.

            "Allora devo andare a prendere qualcosa da mangiare al paese. Oh, la fatica della Strada!". Kim sentì che anche lui avrebbe avuto bisogno di riposo.

            "Questo è legittimo. Mangiamo e andiamo. La Freccia è caduta sulle pianure... ma io ho ceduto al Desiderio. Preparati, chela".

            Kim si avvicinò alla donna con l'acconciatura di turchesi che pigramente gettava sassi giù per il pendio. Lei gli sorrise con calore.

            "L'ho trovato, il babu, che pareva un bufalo smarrito in un campo di grano; tossicchiava e starnutiva per il freddo. Aveva tanta fame che si è dimenticato tutta la sua dignità e mi ha rivolto parole dolci. I sahib non hanno niente". Mostrò il palmo vuoto. "Uno dei due sta molto male di stomaco. Sei stato tu?".

            Kim annuì, con gli occhi che gli brillavano.

            "Prima ho parlato con il bengalese, e poi con la gente di un paese lì vicino. Daranno da mangiare ai sahib per quanto ne hanno bisogno, e non chiederanno soldi. Il bottino è già stato distribuito. Quel babu racconta bugie ai sahib. Perché non li lascia?"

 

            "Per la sua gentilezza di cuore".

            "Il cuore di un bengalese non è mai stato più grande di una noce muffita. Ma non importa... A proposito di noci, dopo il servizio viene la ricompensa. Ti ho detto che questo paese è tuo".

            "Non so cosa dirti", esordì Kim. "Proprio ora che dentro di me speravo", ma non c'è bisogno di ripetere tutti i complimenti d'obbligo in queste occasioni. Kim sospirò profondamente... "Ma il mio maestro, guidato da una visione..."

            "Uh! Cosa possono vedere due occhi stanchi se non una ciotola piena?"

            "... vuole lasciare questo paese per le pianure".

            "Chiedigli di restare".

            Kim scosse la testa. "Conosco il mio Santo, e la sua rabbia se viene ostacolato", replicò con forza. "Le sue maledizioni scuotono le montagne".

            "Peccato che non gli abbiano risparmiato una testa rotta! Ho sentito che tu hai dimostrato il coraggio di una tigre quando hai percosso il sahib. Lascialo sognare ancora un po'. Rimani!"

            "Montanara", disse Kim con una severità che non riusciva a indurire i lineamenti del suo giovane volto ovale, "sono questioni troppo elevate per te".

            "Che gli dèi siano misericordiosi con noi! Da quando in qua uomini e donne non sono più uomini e donne?"

            "Un prete è un prete. Dice che partirà allo scadere di quest'ora. Io sono il suo chela, e vado con lui. Abbiamo bisogno di cibo per la Strada. Lui è un ospite onorato in tutti i villaggi, ma", e gli sfuggì la smorfia di un ragazzino, "qui la roba da mangiare è buona. Dammi qualcosa".

            "E se non ti do niente? Io sono la donna del paese".

            "Allora io ti maledirò... un pochino... non molto, ma abbastanza perché tu te ne ricordi". Non poté fare a meno di sorridere.

            "Tu mi hai già dato la tua maledizione con le tue ciglia ricurve e il tuo mento all'insù. Maledizioni? Cosa mi importa delle semplici parole?". Si strinse le mani sul petto... "Ma io non voglio che tu vada via arrabbiato, che pensi male di me, che maneggio letame di vacca e paglia a Shamlegh, ma che sono pur sempre una donna agiata".

            "Io non penso niente", disse Kim, "se non che mi dispiace partire perché sono molto stanco, e che abbiamo bisogno di cibo. Ecco la borsa".

            La donna l'afferrò furibonda. "Sono stata sciocca", disse.

            "Chi è la tua donna nelle pianure? È bionda o nera? Un tempo io ero bionda. Ridi? Una volta, tanto tempo fa, se mi credi, un sahib ha posato il suo occhio con favore su di me. Una volta, tanto tempo fa, ho portato abiti europei alla Missione laggiù". Indicò verso Kotgarh. "Una volta, tanto tempo fa, ero cherlistiana e parlavo inglese, come lo parlano i sahib. Sì. Il mio sahib ha detto che sarebbe tornato e mi avrebbe sposato, sì, sposato. È andato via, io l'avevo curato quando era malato, ma non è mai tornato. Allora ho visto che gli dèi dei cherlistiani dicevano bugie, e sono tornata dalla mia gente... Da allora non ho mai più messo gli occhi su un sahib. (Non ridere di me. Lo sfogo è finito, pretino.) La tua faccia e la tua andatura e il tuo modo di parlare mi hanno fatto venire in mente il mio sahib, anche se tu sei solo un mendicante vagabondo a cui do l'elemosina. Mi vuoi maledire? Ma tu non mi puoi maledire o benedire!". Si mise le mani sui fianchi e scoppiò in una risata amara. "I tuoi dèi sono bugie; le tue azioni sono bugie; le tue parole sono bugie. Non ci sono dèi sotto nessun cielo. Io lo so. Ma per un attimo ho pensato che il mio sahib fosse tornato, e lui era il mio dio. Sì, una volta ho suonato su un pianno alla Missione di Kotgarh. E ora faccio l'elemosina ai preti che sono pagani". Concluse la sua tirata con quella parola inglese, e allacciò l'imboccatura della borsa stracolma.

            "Ti sto aspettando, chela", disse il lama, appoggiato allo stipite della porta.

            La donna squadrò l'alta figura. "Lui camminare? Ma neanche pochi passi, riuscirà a fare. Dove possono andare quelle vecchie ossa?".

            A questa osservazione Kim, già perplesso per il crollo fisico del lama e pensando al peso della borsa, perse la pazienza.

            "Cosa importa a te fin dove arriva, iettatrice che non sei altro?"

            "A me non importa, ma a te un po' sì, prete con la faccia da sahib. Lo porterai sulle spalle?"

            "Io vado alla pianura. Nessuno deve ostacolare il mio ritorno. Ho lottato con la mia anima fino a perdere ogni forza. Lo stupido corpo è spossato, e siamo ancora lontani dalla pianura".

            "Osserva!", disse lei semplicemente, e si spostò di lato perché Kim vedesse meglio la debolezza estrema del lama. "Maledicemmo. Forse questo gli ridarà forza. Fai un incantesimo! Rivolgiti al tuo grande Dio. Tu sei un prete". Distolse lo sguardo.

            Il lama si era accucciato mollemente, ancora aggrappandosi allo stipite. Non si può colpire un vecchio, e pensare che si riprenda come un ragazzo nel giro di una notte. La debolezza lo prostrava, ma gli occhi fissi su Kim erano vivi e imploranti.

            "Va tutto bene", disse Kim. "È quest'aria sottile che lo indebolisce. Fra un po' andiamo! È il mal di montagna. Anch'io ho qualche disturbo allo stomaco", e si inginocchiò e confortò il vecchio con le povere parole che gli salivano alle labbra. Allora la donna si voltò, più eretta che mai.

            "I tuoi dèi sono inutili, eh? Prova i miei. Io sono la Donna di Shamlegh". Lanciò un brusco richiamo, e da una stalla uscirono i due mariti e altri tre uomini con un dooli, la rozza lettiga indigena delle montagne, che viene usata per trasportare i malati e per le visite di stato. "Questi animali", non si degnò neanche di guardarli, "sono tuoi per tutto il tempo che ne avrai bisogno".

            "Ma noi non vogliamo andare dalla parte di Simla. Non vogliamo avvicinarci ai sahib", gridò il primo marito.

            "Loro non scapperanno come hanno fatto gli altri, e non ruberanno il vostro bagaglio. Due di loro, lo so per certo, sono deboli. Voi mettetevi dietro la lettiga, Sonoo e Taree". I due ubbidirono prontamente. "Ora abbassate il dooli; e fate salire questo sant'uomo. Io baderò al villaggio e alle vostre mogli virtuose fino al vostro ritorno".

            "Quando sarà?"

            "Chiedetelo ai preti. Ora non disturbatemi. Posate la borsa con il cibo in fondo, così il peso è più equilibrato".

            "Oh, Santo, le tue montagne sono più generose delle nostre pianure!", gridò Kim sollevato, mentre il lama barcollava verso la lettiga. "Questo è un letto da re, un mezzo comodo e onorevole. E noi lo dobbiamo a..."

            "Una iettatrice. Ho bisogno delle tue benedizioni quanto delle tue maledizioni. L'ordine l'ho dato io, non tu. Tiratelo su e portatolo via! Tu, vieni qui! Hai dei soldi per la strada?".

            Portò Kim alla sua capanna, e si chinò su una vecchia cassaforte inglese che teneva sotto il letto.

            "Non ho bisogno di niente", disse Kim, irritato quando avrebbe dovuto essere riconoscente. "Sono già stato caricato fin troppo di favori".

            La donna sollevò lo sguardo con uno strano sorriso e gli posò la mano sulla spalla. "Almeno ringraziami. Sono brutta, sono una montanara, ma a quanto tu stesso dici ho acquisito merito. Ti devo mostrare in che modo i sahib dicono grazie?", e i suoi occhi duri si addolcirono.

            "Io sono solo un prete vagabondo", disse Kim con gli occhi che si illuminavano a loro volta. "Tu non hai bisogno né delle mie benedizioni né delle mie maledizioni".

            "No. Ma solo per un attimo - potrai raggiungere il dooli in due salti - posso mostrarti cosa faresti se tu fossi un sahib?"

            "E se invece provassi a indovinarlo io?", disse Kim e mettendole un braccio intorno alla vita, le diede un bacio sulla guancia, aggiungendo in inglese, "Graz-zie mille, cara".

            Il bacio è praticamente sconosciuto fra gli asiatici, e forse per questa ragione la donna si appoggio all'indietro con gli occhi spalancati e un'espressione impaurita.

            "La prossima volta", continuò Kim, "non essere tanto sicura dei tuoi preti pagani. Ora ti saluto". Le tese la mano al modo inglese. Lei la prese meccanicamente. "Arrivederci, cara".

            "Arrivederci, e... e...", a una a una le ritornavano in mente le parole inglesi, "tornerai ancora? Arrivederci, e... Dio ti benedica".

            Mezz'ora dopo, mentre la lettiga scricchiolante sussultava giù lungo il sentiero di montagna che da Shamlegh porta a sudest, Kim vide una minuscola figura sulla porta della capanna, che sventolava uno straccio bianco.

            "Quella donna ha acquisito merito più di ogni altra", disse il lama, "perché ha aiutato un uomo lungo il cammino verso la Liberazione, e quindi è quasi come se lei stessa l'avesse trovata".

            "Mmm", fece pensoso Kim, riflettendo su quanto era accaduto, "può essere che anch'io abbia acquisito merito... Per lo meno non mi ha trattato come un bambino". Si diede un colpetto al petto, sulla tunica, dove era nascosto il pacchetto di documenti e carte, risistemò la preziosa borsa del cibo ai piedi del lama, posò la mano sul bordo della lettiga, e si adatto al passo lento dei mariti che camminando emettevano rumori simili a grugniti.

            "Anche loro acquisiscono merito", disse il lama dopo tre miglia.

            "E per di più, verranno pagati in argento sonante", disse Kim. Glielo aveva dato la Donna di Shamlegh, ed era più che giusto, a suo modo di vedere, che quegli uomini se lo riguadagnassero.

 

CAPITOLO XV

 

 

 

Non farei largo a un imperatore,

non lascerei passare un re.

Non mi inchinerei alle tre corone

ma questa è una cosa diversa!

Non combatterò coi Poteri dell'Aria,

sentinelle, lasciatelo passare!

Abbassate il ponte levatoio! Di noi tutti è signore

colui che sogna, e il suo sogno si avvera!

                                               L'assedio delle fate

 

            Duecento miglia a nord di Chini, sull'azzurra terra argillosa del Ladakh, Yankling sahib, quel tipo così gioviale, spia furibondo con il binocolo oltre le creste qualche segno della sua guida preferita, un uomo di Ao-chung. Ma quel rinnegato, con un nuovo fucile Männlicher e duecento cartucce è da tutt'altra parte, sta cacciando cervi muschiati per il mercato e Yankling sahib verrà a sapere solo la prossima stagione quanto è stato malato.

            Su per le valli di Bushahr corre un bengalese, un tempo grasso e piacente e ora asciutto ed emaciato, e le aquile dell'Himalaya, con la loro vista acutissima, deviano il loro volo, quando appare il suo grande ombrello nuovo bianco e azzurro. Ha ricevuto i ringraziamenti di due distinti forestieri, che ha guidato con una certa abilità alla galleria di Mashobra che porta alla grande e allegra capitale dell'India. Non è stata colpa sua se, disorientato da nebbie fitte e umide, li ha condotti oltre la stazione del telegrafo e la colonia europea di Kotgarh. E non è stata colpa sua, ma degli dèi, da lui evocati in modo così persuasivo, se li ha fatti entrare nei confini del Nahan dove il rajah di quello stato li ha scambiati per disertori inglesi. Hurree babu si è diffuso sulla grandezza e la gloria, nel loro paese, dei suoi compagni, finché il sonnolento reuccio ha sorriso. Il babu ha spiegato queste cose a chiunque lo chiedesse, molte volte, a voce spiegata, con abbondanza di parole; ha chiesto il cibo per loro, ha trovato alloggio per la notte, si è dimostrato un abile cerusico per una ferita all'inguine (di quelle ferite che ci si può procurare rotolando giù per un pendio roccioso nell'oscurità) e un compagno indispensabile in ogni evenienza. La ragione della sua amicizia gli ha fatto onore. Come milioni di altri schiavi, ha da tempo imparato a considerare la Russia come il grande liberatore del nord. Uomo pauroso, ha temuto di non riuscire a salvare i suoi illustri datori di lavoro dalla rabbia dei contadini scatenati. A lui stesso sarebbe piaciuto picchiare un santone, ma... È stato profondamente grato e sinceramente contento di avere fatto "quel poco che gli era possibile" nel portare la loro avventura verso un lieto fine, eccezion fatta per la perdita dei bagagli. Ha dimenticato le percosse, addirittura negato che ci fossero state percosse quella prima notte indecorosa sotto i pini. Non ha chiesto remunerazione o rimborso; solo, se lo ritenevano degno, poteva avere un attestato? Gli sarebbe stato utile in seguito se altri, loro amici, fossero scesi dai Passi. Ha anche pregato i due gentiluomini di ricordarlo nei loro successivi trionfi, perché "reputava modestamente" di aver reso, lui, proprio lui, Mohendro Lal Dutt, laureato all'università di Calcutta, "qualche servizio allo stato".

            I due stranieri gli hanno dato un attestato in cui si lodano la sua cortesia, la sua sollecitudine, e la sua infallibile abilità di guida. Lo ha infilato nella tasca della cintura e ha singhiozzato per la commozione; hanno incontrato insieme tanti pericoli. A mezzogiorno li ha accompagnati attraverso l'affollato Simla Mall alla Alliance Bank of Simla dove desideravano farsi riconoscere. Poi è svanito come una nuvola all'alba sullo Jakko.

            Guardatelo ora, troppo rinsecchito per sudare, troppo frettoloso per vantare le lodi dei farmaci nella sua valigetta rinforzata di metallo, che si arrampica su per il pendio di Shamlegh, un uomo retto ormai giunto alla perfezione. Osservatela adesso, accantonata tutta la sua essenza di babu, fumare a mezzogiorno su un lettino, mentre una donna con un copricapo tempestato di turchesi indica verso sudest, oltre il nudo pendio. Le lettighe, dice, non viaggiano svelte come una persona da sola, ma i suoi uomini dovrebbero essere ormai giunti alla pianura. Il sant'uomo non è voluto rimanere, sebbene Lispeth abbia insistito. Il babu si lamenta rumorosamente, si cinge i lombi possenti, e si rimette in cammino. Preferisce non viaggiare dopo il crepuscolo; ma le sue marce diurne - nessuno purtroppo le registra - stupirebbero quelli che prendono in giro la sua razza. I gentili paesani, ricordando l'ambulante di Dacca passato due mesi prima, gli danno ospitalità contro i cattivi spiriti del bosco. Lui sogna divinità bengalesi, libri di testo universitari, e la Royal Society a Londra, in Inghilterra. L'alba seguente, il suo ombrello azzurro e bianco, dondolando, procede lungo la strada.

            Sul bordo del Doon, Mussoorie ormai da un pezzo alle spalle e la pianura distesa in un pulviscolo dorato davanti a loro, è ferma una consunta lettiga nella quale - tutte le montagne lo sanno - riposa un lama malato che cerca un Fiume per la sua guarigione. I villaggi si sono contesi l'onore di ospitarlo, perché non solo il lama li ha benedetti, ma hanno anche ricevuto dal suo discepolo denaro sonante, un buon terzo della paga dei sahib. Al ritmo di dodici miglia al giorno ha viaggiato quel dooli, come mostrano le estremità dei bastoni, sporche e logore, e per strade che pochi sahib percorrono. Oltre il passo Nilang in una bufera che insinuava il nevischio in ogni piega dell'ampio abito del lama impassibile; fra i corni neri di Raieng dove hanno sentito il sibilo delle capre selvatiche attraverso le nuvole; accampandosi e rimanendo bloccati sugli scisti sottostanti; con la lettiga trattenuta fra la spalla e la mascella serrata quando hanno aggirato le terribili curve della Strada Tagliata sotto Bhagirati; ondeggiando e scricchiolando a una cosetta regolare sulla discesa verso la Valle delle Acque; schiacciati contro le umide stratificazioni di quell'angusta vallata; e poi su, su, di nuovo allo scoperto contro i venti rombanti di Kedarnath; fra soste a mezzogiorno nella penombra scura degli ospitali querceti; passando di villaggio in villaggio al gelo dell'alba, quando anche i più devoti possono essere perdonati per le loro imprecazioni nei confronti dei santi impazienti; o alla luce della torcia, quando i meno paurosi pensano ai fantasmi... il dooli ha finalmente raggiunto la sua ultima tappa. I piccoli montanari sudano nel calore diverso dei bassi Sewalik, e si raccolgono intorno ai preti per riceverne le benedizioni e la paga.

            "Avete acquisito merito", dice il lama, "un merito più grande di quanto vi rendiate conto. E ora tornerete alle montagne", sospira.

            "Certo. Alle montagne il più in fretta possibile". Il portatore si strofina la spalla, beve un sorso d'acqua, la risputa, e si sistema il suo sandalo di paglia. Kim, il volto teso e tirato, li paga con piccolissime monete d'argento prese dalla cintura, solleva la borsa del cibo, ripone sul petto un pacchetto fasciato con la tela cerata - si tratta di scritti sacri - e aiuta il lama ad alzarsi. La pace è di nuovo apparsa negli occhi del vecchio, e non teme che le montagne si sgretolino e lo schiaccino come è successo quella notte terribile, quando sono rimasti bloccati dal fiume in piena.

            Gli uomini sollevano il dooli e scompaiono oscillando fra i ciuffi di piante stentate.

            Il lama alza una mano verso il bastione dell'Himalaya.

            "Non è caduta presso di voi, benedette fra tutte le montagne, la Freccia del Nostro Signore! E mai più respirerò la vostra aria!"

            "Ma tu sei dieci volte più forte in questa buona aria", dice Kim perché il suo animo esausto sogna la pianura gentile e ben coltivata. "Qui, o da queste parti, è caduta la Freccia, sì. Andremo piano piano, potremmo fare un kos al giorno perché la Ricerca è sicura. Ma la borsa è pesante".

            "Sì, la nostra Ricerca è sicura. Sono scampato a una grande tentazione".

            Non facevano mai più di un paio di miglia al giorno, adesso, e sulle spalle di Kim gravava tutto il peso, il fardello di un vecchio, il fardello della pesante borsa del cibo con i libri chiusi con il lucchetto, il peso degli scritti sul petto, e tutti i dettagli della routine quotidiana. Chiedeva l'elemosina all'alba, sistemava le coperte per la meditazione del mattino, sosteneva in grembo il capo stanco del vecchio nella calura del pomeriggio, scacciando le mosche con il ventaglio finché il polso gli doleva, di nuovo faceva la questua la sera, e massaggiava i piedi del lama che lo ricompensava con la promessa della Liberazione... oggi, domani, o al più tardi il giorno successivo.

            "Non si è mai visto un chela simile. A volte mi chiedo se Ananda accudì più fedelmente Nostro Signore. E tu sei un sahib? Quando ero un uomo, tanto tempo fa, l'avevo dimenticato. Ora il mio sguardo si posa spesso su di te, e ogni volta ricordo che sei un sahib. È strano".

            "Tu mi hai detto che non c'è il bianco o il nero. Perché mi tormenti con questi discorsi, Santo? Lascia che ti massaggi l'altro piede. Mi infastidisce, quello che dici. Io non sono un sahib, sono il tuo chela, e mi sento la testa pesante sulle spalle".

            "Pazienta ancora un po'! Stiamo raggiungendo la Liberazione insieme. Poi tu ed io, sull'altra sponda del Fiume, guarderemo indietro alle nostre vite, come sulle montagne ripensavamo al percorso della nostra giornata che si snodava dietro di noi. Forse una volta ero un Sahib.

            "Non c'è mai stato un sahib come te, sono pronto a giurarlo".

            "Io sono certo che il Custode delle Immagini nella Casa delle Meraviglie è stato un abate molto saggio in una vita passata. Ma anche i suoi occhiali non aiutano i miei occhi a vedere. Calano ombre quando vorrei guardare fisso. Non importa, conosciamo i trucchi di questa povera stupida carcassa, un'ombra che si muta in un'altra ombra. Io sono legato dall'illusione del Tempo e dello Spazio. Quanta strada abbiamo fatto oggi con il corpo?"

            "Forse un mezzo kos". Tre quarti di miglio, ed era una marcia spossante.

            "Mezzo kos. Ah! Io ne ho fatti diecimila migliaia con lo spirito. Come siamo coperti, avviluppati e fasciati da queste cose insensate". Guardò la propria mano magra venata d'azzurro, che trovava così pesanti i grani del rosario. "Chela, non provi mai il desiderio di lasciarmi?".

            Kim pensò al pacchetto di tela cerata e ai libri nella borsa del cibo. Bastava che qualcuno debitamente autorizzato li ritirasse, e il Grande Gioco sarebbe continuato per conto suo, per quanto ne importava a lui. Era stanco, la testa gli bruciava, e una tosse che gli saliva dallo stomaco lo tormentava.

            "No", disse quasi seccamente. "Non sono un cane o un serpente, da mordere quando ho imparato ad amare".

            "Sei troppo tenero con me".

            "Neanche questo è vero. In una cosa mi sono mosso senza consultarti. Ho mandato un messaggio alla vecchia di Kulu tramite la donna che stamattina ci ha dato il latte di capra, dicendo che eri un po' debole e che avevi bisogno di una lettiga. Mi darei degli schiaffi per non averlo fatto quando siamo entrati nel Doon. Rimaniamo qui finché non arriva la lettiga".

            "Sono d'accordo. È una donna con un cuore d'oro, come dici tu, ma parla tanto... insomma, parla".

            "Non ti stancherà. Ho proceduto anche a questo. Santo, il mio cuore è molto pesante per le mie numerose mancanze nei tuoi confronti". Un sussulto isterico lo soffocò alla gola.

            "Ti ho portato troppo lontano; non sempre ti ho trovato cibo buono; non ho pensato al caldo; ho parlato con tanta gente lungo la strada e ti ho lasciato solo... ho... ho... Hai mai! Ma io ti voglio bene... e ora è troppo tardi... Ero un bambino... Oh, perché non ero un uomo!". Sopraffatto dalla tensione, dalla spossatezza e dal peso superiore ai suoi anni, Kim scoppiò in lacrime e singhiozzò ai piedi del lama.

            "Ma cosa sono queste scene?", disse il vecchio gentilmente. "Tu non ti sei mai scostato di un capello dalla Via dell'Ubbidienza. Mi hai trascurato? Ma, piccolo mio, ho vissuto sulla tua forza come un vecchio albero trova vigore nella calce di un muro nuovo. Giorno dopo giorno, da quando siamo scesi da Shamlegh, ti ho rubato la forza. Per questo, non per i tuoi peccati, ti sei indebolito. È il Corpo - lo sciocco, stupido Corpo - che sta parlando adesso. Rassicurati! Impara almeno a conoscere i diavoli che combatti. Nascono dalla terra sono figli dell'illusione. Andremo dalla donna di Kulu. Lei acquisirà merito aspettandosi, e soprattutto badando a me. E tu sarai libero finché le tue forze ritorneranno. Avevo dimenticato lo stupido Corpo. Se ci sono colpe, sono io che le porto. Ma siamo troppo vicini ai Cancelli della Liberazione, per fare il computo delle colpe. Io ti potrei lodare, ma che bisogno c'è? Fra poco, fra pochissimo, saremo al di là di tutti i bisogni".

            E così consolò e confortò Kim con saggi detti e con solenni citazioni su quella bestia poco conosciuta che è il nostro Corpo, il quale, pur non essendo altro che un'allucinazione, insiste a spacciarsi per Spirito, fino ad oscurare la Via, e a moltiplicare all'infinito inutili mali.

            "Ohi! Ohi! Parliamo della donna di Kulu. Credi che ci chiedeva un altro talismano per i suoi nipoti? Quand'ero giovane, tanto tempo fa, ero afflitto da questi fumi, e da altri ancora, e sono andato da un abate, un uomo molto santo e un cercatore di verità, anche se allora non lo sapevo. Siediti e ascolta, piccolo del mio cuore! Gli raccontai la mia storia. E lui mi disse, "Chela, sappi questo. Ci sono tante bugie al mondo, e non pochi bugiardi, ma nessuno è bugiardo come il nostro corpo, eccezion fatta per le sensazioni dei nostri Corpi. Allora mi sentii riconfortato, e quell'uomo, in segno di favore, mi concesse di prendere il tè in sua presenza. Concedimi ora di prendere il tè, perché ho una gran sete".

            Con una risata che coprì le lacrime, Kim baciò i piedi del lama e si mise a preparare il tè.

            "Tu ti appoggi su di me nel corpo, o Santo, ma io mi appoggio su di te per altre cose. Lo sai?"

            "Forse l'ho indovinato", e gli occhi del lama scintillarono. "Ma dobbiamo cambiare questa situazione".

            Così, quando, tra cigolii e stridori e un'aria di sussiego, apparve dondolando nientemeno che il palanchino preferito della Sahib che aveva viaggiato per venti miglia sotto la guida di quello stesso servo oorya, vecchio e brizzolato, e quando ebbero raggiunto l'ordine disordinato della lunga casa bianca e irregolare dietro Saharunpore, il lama prese le sue misure. La Sahib disse allegramente da una finestra del piano di sopra, dopo i complimenti di rito: "A cosa serve il consiglio di una vecchia a un vecchio? Te l'avevo detto, te l'avevo detto, Santo, di tenere d'occhio il tuo chela. Ma cosa ha fatto? Non rispondermi. Lo so. È corso dietro alle donne. Guarda i suoi occhi, spenti e infossati, e quelle rughe traditrici che gli scendono dal naso! Lo hanno prosciugato! Vergogna! È un prete, per di più!".

            Kim alzò lo sguardo, troppo stanco per sorridere, scotendo la testa in segno di diniego.

            "Non scherzare", disse il lama. "Quel tempo è finito. Siamo qui per questioni importanti. Sulle montagne sono stato colpito da un male dell'animo e lui da un male del corpo. Da allora ho vissuto sulla sua forza, l'ho risucchiato".

            "Due bambini, uno giovane e uno vecchio", sbottò la donna, ma si astenne dal fare altre battute. "Speriamo che l'ospitalità di questo posto ti possa ridar forza. Aspetta un po' e poi scendono a chiacchierare delle care montagne".

            A sera - il genero era tornato, e quindi lei non aveva bisogno di fare il giro d'ispezione della fattoria - il lama le spiegò a bassa voce il succo del problema. I due vecchi crollavano la testa gravemente all'unisono. Kim era approdato barcollando in una stanza con un lottino e si era assopito in un sonno senza sogni. Il lama gli aveva proibito di sistemargli le coperte o di andare a prendere da mangiare.

            "Lo so... lo so. E chi, se non io?", ridacchiò la donna. "Noi che scendiamo verso i roghi funebri ci afferriamo alle mani di quelli che salgono dal Fiume della Vita con le brocche piene... sì, colme fino all'orlo. Sono stata cattiva con quel ragazzo. Ti ha ceduto la sua forza? È proprio vero che i vecchi divorano i giovani giorno dopo giorno. Ora, si capisce, lo dobbiamo rimettere in sesto".

            "Tante volte tu hai acquisito merito..."

            "Il mio merito: e cosa sarebbe? Un vecchio sacco d'ossa che prepara il curry per uomini che neanche chiedono, "Chi l'ha cucinato?". Ora, se questo merito potessi metterlo da parte per mio nipote..."

            "Quello che aveva il mal di pancia?"

            "Chi avrebbe mai pensato che il Santo si potesse ricordare di quello! Lo devo dire a sua madre. È un onore eccezionale! "Quello che aveva il mal di pancia"... subito se n'è ricordato il Santo. Lei ne sarà orgogliosa".

            "Il mio chela è per me come un figlio per chi non ha ricevuto l'Illuminazione".

            "Parla di nipote, piuttosto. Le madri non hanno la saggezza della nostra età. Se un bambino piange, dicono che sta crollando il cielo. Ora, una nonna è abbastanza lontana dal dolore di partorire e dal piacere di dare il seno, da capire se un pianto è segno di pura malvagità o se è un po' d'aria nel ventre. E dato che tu hai parlato di questo, forse, quando il Santo è stato qui l'ultima volta, l'ho offeso con le mie richieste di incantesimi".

            "Sorella", disse il lama usando l'appellativo che a volte un monaco buddista utilizza parlando con una suora, "se gli incantesimi ti danno conforto..."

            "Sono meglio di diecimila dottori".

            "Dico, se ti danno conforto, io che sono stato abate di Such-zen, posso fartene quanti ne vuoi. Io non ho mai visto il tuo volto..."

            "Questo, perfino le scimmie che vengono a rubare le nespole lo considererebbero un vantaggio. Eh! Eh!".

            "Ma come ha detto quello che dorme laggiù", e il lama accennò col capo verso la porta chiusa della stanza degli ospiti, dall'altra parte del cortile, "tu hai un cuore d'oro... E lui nello spirito è davvero mio "nipote"".

            "Bene! Io sono la mucca del Santo". Questo era induismo puro, ma il lama non se ne curava. "Sono vecchia. Ho portato figli nel mio ventre. Oh, come sapevo piacere un tempo agli uomini! Ma ora li so curare". Il lama sentì i suoi braccialetti che tintinnavano mentre si scopriva le braccia preparandosi ad agire. "Adesso del ragazzo mi occuperò io, e gli somministrerò le medicine, e lo rimpinzerà, finché starà di nuovo bene. Ah! Ah! Noi vecchi le sappiamo ancora, due o tre cose".

            Perciò quando Kim, dolorante in ogni parte del corpo, aprì gli occhi, e volle andare alle cucine per portare da mangiare al suo maestro, incontrò intorno a sé una fiera resistenza, e una vecchia figura velata alla porta, affiancata da un servitore brizzolato, gli disse con precisione tutte le cose che non doveva assolutamente fare.

            "Tu devi avere... tu non avrai niente. Cosa? Una cassa con un lucchetto per tenere i libri sacri? Oh, questa è un'altra faccenda. Dio ne scampi, che io mi intrometta fra un prete e le sue preghiere! Ti porteranno la cassa, e tu terrai la Chiave".

            Spinsero sotto il letto il cofano, dove Kim aveva riposto con un gemito di sollievo la pistola di Mahbub, il pacchetto di lettere avvolto nella tela cerata, i libri e i diari chiusi col lucchetto. Per qualche assurda ragione il loro peso sulle sue spalle era nulla, in confronto al loro peso sulla sua povera mente. Di notte per questo il collo gli doleva.

            "La tua è una malattia rara fra la gioventù di questi tempi perché i giovani hanno smesso di occuparsi dei loro vecchi. Il rimedio è il sonno, e certi farmaci", disse la Sahib; e Kim fu contento di arrendersi al vuoto che in parte lo minacciava e in parte lo tranquillizzava.

            La donna distillò bevande, in un misterioso equivalente asiatico del laboratorio... pozioni che avevano un odore pestilenziale e un sapore ancora peggiore. Incombeva su Kim finché non le aveva trangugiate per intero, e si informava poi in modo esauriente sui loro effetti. Mise un veto sul cortile, e lo rafforzò con la presenza di un uomo armato. È vero che aveva settanta e passa anni, che la sua spada nel fodero non andava oltre l'elsa; ma rappresentava l'autorità della Sahib, e i carri di merci, i servi chiacchieroni, i vitelli, i cani, le galline, e tutti gli altri facevano un ampio giro per evitare quella zona. Ma soprattutto, quando il corpo di Kim fu ripulito, individuò nella massa di parenti poveri che affollavano il retro della casa - i cani di famiglia, li chiamiamo - la vedova di un cugino, esperta in quello che gli europei, che non ne sanno niente, chiamano massaggio. E le due donne, dopo averlo disteso da est a ovest, in modo che le misteriose correnti della terra che percorrono l'argilla dei nostri corpi potessero essere d'aiuto e non di intralcio, lo sezionarono per un lungo pomeriggio, osso dopo osso, muscolo dopo muscolo, legamento dopo legamento e, infine, nervo dopo nervo. Ridotto a una massa di carne incosciente, mezzo ipnotizzato dal movimento degli instabili chudder che velavano loro il volto, di continuo smossi e riaggiustati, Kim sprofondò per diecimila miglia nel sonno, trentasei ore di seguito, un sonno che lo pervase, come la pioggia dopo la siccità.

            Poi gli diede da mangiare, e la casa vorticò alle sue grida. Fece uccidere polli, richiese determinati ortaggi, e il giardiniere, lento e tranquillo, vecchio quasi quanto lei, sudò non poco per trovarli; prese spezie, e latte, e cipolle, pesciolini dai ruscelli vicini... e poi, presto, limette per le granite, quaglie del pozzo, e poi fegatini di pollo su uno spiedo, con fettine di zenzero fra l'uno e l'altro.

            "A questo mondo ne ho viste tante", disse la Sahib, controllando i vassoi stracolmi, "e ci sono due tipi di donne quelle che prendono la forza di un uomo e quelle che gliela ridanno. Una volta ero del primo tipo, e ora sono del secondo. No, non giocare a fare il prete con me. Il mio era solo uno scherzo. Se non va bene adesso, serviva quando sarai di nuovo sulla strada. Cugina", rivolta alla parente povera, mai stanca di magnificare la generosità della sua benefattrice, "sta rifiorendo come la pelle di un cavallo appena strigliato. È un po' come se levigassimo gioielli da lanciare a una ballerina, eh?".

            Kim si sedette e sorrise. La terribile debolezza gli era scivolata via di dosso come una scarpa vecchia. La lingua gli prudeva dalla voglia di parlare di nuovo a ruota libera, quando solo una settimana prima una sola parola l'avrebbe inaridita come cenere. Il dolore al collo (doveva averlo preso dal lama) si era dileguato insieme alle terribili fitte della dengue e al cattivo sapore in bocca. Le due vecchie, un pochino, ma non troppo ormai, attente al loro velo, ridacchiavano allegre come le galline che entravano a becchettare dalla porta aperta.

            "Dov'è il mio Santo?", chiese.

            "Sentitelo! Il tuo Santo sta bene", sbottò indispettita, "anche se non per merito suo. Conoscessi un incantesimo per renderlo saggio, venderei i miei gioielli per averlo. Rifiutare delle buone cose da mangiare che avevo preparato io stessa, e girovagare per due giorni fra i campi a stomaco vuoto, e infine fare un capitombolo dentro un ruscello... questa la chiami santità? E poi, quando mi ha quasi spezzato dall'angoscia quel poco di cuore che mi hai lasciato tu, viene a dirmi che ha acquisito merito. Oh, gli uomini sono proprio tutti uguali! No, non era questo, è venuto a dirmi che è libero da ogni peccato. Potevo dirglielo anch'io, senza bisogno che si infradiciasse tutto. Ora sta bene - è passata una settimana - ma Dio mi scampi da questa santità! Un bambino di tre anni avrebbe fatto di meglio. Non ti agitare per il tuo Santo. Non ti leva gli occhi di dosso, quando non attraversa i nostri ruscelli a guado".

            "Non ricordo di averlo visto. Ricordo che i giorni e le notti passavano come cancelli bianchi e neri che si aprivano e si chiudevano. Non ero malato: ero solo stanco".

            "Un letargo che dovrebbe venire qualche decina d'anni più tardi. Ma è tutto finito, adesso".

            "Maharanee", esordì Kim, ma notando lo sguardo negli occhi della donna, optò per l'appellativo del semplice affetto, "madre, devo la vita a te. Come posso ringraziare? Diecimila benedizioni sulla tua casa e..."

            "La casa ne può fare a meno". (È impossibile riferire qui con esattezza le parole della donna). "Ringrazia gli dèi da prete, se vuoi, ma a me di' grazie come un figlio. Cielo! Ti ho cambiato, sollevato, massaggiato, ti ho stirato le dieci dita dei piedi per esser presa a colpi di formule? Da qualche parte una madre ti deve aver partorito perché le spezzassi il cuore. Come la chiamavi... figlio?"

            "Non ho avuto madre, madre mia", disse Kim. "È morta, mi hanno detto, quando ero piccolo".

            "Hai mai! Allora nessuno può dire che l'ho privata del suo diritto se... quando riprenderai la strada e questa casa sarà solo una delle mille che avrai usato come rifugio e poi dimenticato, dopo una facile benedizione. Non importa. Non ho bisogno di benedizioni, ma... ma...". Batté il piede per terra rivolgendosi alla parente povera: "Porta i vassoi in cucina. Cosa ci sta a fare il cibo stantio in questa stanza, disgraziata?"

            "Io... anch'io a suo tempo ho avuto un figlio, ma è morto", disse fra le lacrime l'altra figura china dietro il suo chudder.

            "Lo sai che è morto! Aspettavo solo il tuo ordine per portare via il vassoio".

            "Sono io la disgraziata", gridò pentita la vecchia. "Noi che scendiamo ai chattri (i grandi ombrelli sui roghi funebri dove i sacerdoti svolgono le incombenze finali) ci afferriamo a quelli che portano i chatti (le brocche d'acqua, cioè i giovani ancora pieni dell'orgoglio della vita, ma il gioco di parole è inelegante). Quando alla festa non si può più ballare, bisogna pur sempre guardare dalla finestra, e far la nonna prende tutto il tempo di una donna. Il tuo maestro ora mi dà tutti gli incantesimi che voglio per il figlio più grande di mia figlia per la ragione - se ho capito bene - che è libero da tutti i peccati. L'hakim è caduto molto in basso di questi tempi. Va in giro ad avvelenare i miei servi in mancanza dei loro superiori".

            "Quale hakim, madre mia?"

            "Quello stesso uomo di Dacca che mi aveva dato la pillola che mi aveva fatto a pezzi. È comparso come un cammello smarrito una settimana fa, giurando che tu e lui eravate stati come fratelli di sangue su dalle parti di Kulu, e fingendo una grande ansia per la tua salute. Era molto magro e affamato, per cui ho dato ordine di rimpinzarsi... lui e la sua ansia".

            "Vorrei vederlo, se è ancora qui".

            "Mangia cinque volte al giorno, e incide col bisturi i foruncoli dei miei contadini per salvarsi dall'apoplessia. È così ansioso per la tua salute che si apposta alla porta della cucina e si conforta con gli avanzi. Resterà. Non riusciremo a sbarazzarci di lui".

            "Mandalo qui, madre", per un istante uno scintillio ricomparse negli occhi di Kim, "e ci proverò io".

            "Te lo manderò, ma cacciarlo sarebbe una brutta azione. Se non altro, ha avuto l'intelligenza di ripescare il Santo dal ruscello; e in questo modo, anche se il Santo non lo dice, ha acquisito merito".

            "È un hakim molto saggio. Mandamelo, madre".

            "Un prete che loda un altro prete? Che miracolo! Se è un tuo amico (al vostro ultimo incontro avevate avuto un battibecco) lo trascinerà fin qui con le funi per i cavalli e... e dopo gli preparerà un pranzo di casta, figlio mio... Alzati e guarda il mondo! Stare a letto genera settanta diavoli... figlio mio! figlio mio!".

            Uscì trotterellando per scatenare un putiferio fuori dalle cucine, e quasi sulla sua scia si catapultò nella stanza il babu, drappeggiato come un imperatore romano, con una mascella come quella di Tito, a testa scoperta, calzato di nuove scarpe di vernice, rotondo al massimo grado, trasudante gioia e convenevoli.

            "Per Giove, signor O'Hara, come sono felice di vederla. Adesso chiuderò gentilmente la porta. È un peccato che lei stia male. Sta molto male?"

            "Le carte... le carte del kilta. Le mappe e la murasla!". Tese la chiave impaziente, perché adesso il suo più grande bisogno era sbarazzarsi del bottino.

            "Lei ha proprio ragione. Questo è l'atteggiamento giusto, dipartimentalmente parlando. Ha preso tutto?"

            "Tutto quello che era scritto a mano dentro il kilta, l'ho preso. Il resto l'ho buttato giù dalla montagna". Kim sentì lo scricchiolio della chiave nella serratura, lo strappo prolungato della tela cerata che cedeva lentamente, e un rumore di carte sfogliate in fretta. L'aveva infastidito oltre ogni misura la consapevolezza che fossero rimaste lì, sotto di lui, nei giorni inerti della malattia... un fardello incomunicabile. Per questo provò un fremito in tutto il corpo quando Hurree, con un saltello elefantesco, venne di nuovo a stringergli la mano.

            "Ottimo! Proprio ottimo! Signor O'Hara! Lei li ha... ah! ah!... spolpati ben bene, non ha lasciato neanche un ossicino. Mi hanno detto che erano otto mesi di lavoro andati in fumo! Per Giove, quante botte mi hanno dato!... Guardi, qui c'è una lettera di Hilás!". Intonò uno o due versi di persiano di corte, che è la lingua della diplomazia, autorizzata e non. "Il caro signor Rajah sahib ha messo il piede in fallo. Ora dovrà spiegare ufficialmente perché diavolo scrive lettere d'amore allo zar. E ci sono mappe molto abili... e tre o quattro primi ministri della zona coinvolti da queste lettere. Oddio, signo-ore! Il Governo britannico cambierà la successione a Hilás e Bunár, e nominerà nuovi eredi al trono. "Altissimo tradimento"... ma lei non capisce? Eh?"

            "Hai preso ogni cosa?", disse Kim. Era tutto quello che gli importava.

            "Ci può davvero scommettere". Ripose il suo tesoro fra gli abiti, come sono capaci di fare solo gli orientali. "E ora saranno recapitati al Servizio. La vecchia signora pensa che ormai io sia diventato un elemento stabile qui, ma invece me ne andrò via con questa roba subito... immediatamente. Il signor Lurgan ne sarà orgoglioso. Lei è ufficialmente subordinato a me, ma io includerò il suo nome nel mio rapporto verbale. Peccato che non ci sia consentito scrivere i rapporti. Noi bengalesi eccelliamo in quest'arte". Ributtò la chiave a Kim e gli mostrò la scatola vuota.

            "Bene. Molto bene. Ero stanchissimo. Anche il Santo è stato male. Ed è caduto in un..."

            "Oh, sììì. Io sono un suo buon amico, le dirò. Si comportava in un modo molto strano quando sono arrivato qui sulle vostre tracce, e ho pensato che forse avesse i documenti. L'ho seguito nelle sue meditazioni, e anche per discutere di argomenti etnologici. Vede, oggi come oggi io sono una persona mo-olto modesta, in confronto a tutti i suoi incantesimi. Ma per Giove, O'Hara, quest'uomo è affetto da convulsioni, glielo dico io. Catalettico, se non addirittura epilettico. L'ho trovato in questo stato sotto un albero, in articulo mortem, ed è saltato su ed è entrato in un ruscello, e sarebbe quasi annegato se non fosse stato per me. L'ho tirato fuori io".

            "Perché non c'ero!", disse Kim. "Poteva morire".

            "Sì, poteva morire, ma ora si è asciugato, e asserisce di avere ricevuto la trasfigurazione". Il babu si diede un colpetto alla fronte con l'aria di chi la sa lunga. "Ho preso appunti sulle sue affermazioni per la Royal Society... in posse. Ora lei si deve rimettere alla svelta, e venire su a Simla, e io racconterò tutta la mia storia da Lurgan. È stato meraviglioso. Avevano il fondo dei pantaloni proprio stracciato, e il vecchio Nahan Rajah ha pensato che fossero soldati europei che avevano disertato".

            "Oh, i russi? E quanto tempo siete rimasti insieme?"

            "Uno era francese. Oh, giorni e giorni e giorni! Ora sulle montagne credono che i russi siano tutti straccioni. Per Giove! Sono stato io che ho procurato a quei due ogni minima cosa. E alla gente comune ho raccontato... oh, tante di quelle storie e di quegli aneddoti! Le dirò tutto dal vecchio Lurgan quando verrà su. Passeremo una notte... ah... non chiuderemo occhio! È una penna sul copricapo di tutti e due! Sì, e mi hanno dato anche un attestato. Questo è lo scherzo più sublime. Li avesse visti alla Alliance Bank che si presentavano! E grazie a Dio Onnipotente lei ha preso così abilmente le loro carte! Ora lei non ride mo-olto, ma riderà quando starà bene. Adesso vado dritto al treno e parto. Lei avrà tutti i meriti per la sua parte nel Gioco. Quando verrà? Siamo molto fieri di lei, anche se ci ha fatto prendere dei grossi spaventi. E soprattutto a Mahbub".

            "Ah, Mahbub. Dov'è?"

            "Vende cavalli da queste parti, naturalmente".

            "Qui! Perché? Parla lentamente. Ho ancora la testa pesante".

            Il babu abbassò timidamente lo sguardo. "Beh, vede, io sono un uomo pauroso, e non mi piacciono le responsabilità. Lei stava male, vede, e io non sapevo dove diavolo erano quelle carte e, se c'erano, quante erano. Così quando sono arrivato qui, ho mandato un telegramma privato a Mahbub - era a Meerut per le corse - per dirgli come stavano le cose. Lui si presenta con i suoi uomini e fa comunella con il lama, e poi mi dice che sono sciocco, e si comporta in modo molto sgarbato..."

            "Ma come mai... come mai?"

            "È quello che mi chiedo anche io. Io ho solo suggerito che, se qualcuno avesse sottratto le carte, non mi sarebbe dispiaciuto che un brav'uomo forte e coraggioso le rubasse a sua volta. Vede, erano documenti di vitale importanza, e Mahbub Ali non sapeva dove lei si trovava".

            "Mahbub Ali doveva venire a rubare in casa della Sahib? Ma tu sei pazzo, babu", disse Kim indignato.

            "Io volevo quelle carte. Supponiamo che quella donna le avesse rubate? Era un suggerimento pratico, direi. Lei disapprova, eh?".

            Un proverbio indigeno, irriferibile, dimostrò quanto fosse profonda la disapprovazione di Kim.

            "Bene", Hurree scosse le spalle, "ognuno la pensa come vuole. Anche Mahbub era arrabbiato. Ha venduto i suoi cavalli qui intorno, e dice che la vecchia signora è davvero una vecchia signora, e che non sarebbe capace di un comportamento così incivile. A me non importa. Ho le carte, e il sostegno morale di Mahbub mi ha fatto molto piacere. Gliel'ho detto, che sono un uomo pauroso ma, in un modo o nell'altro, più sono pauroso e più mi trovo alle strette. Così sono contento che lei sia venuto con me a Chini e sono contento che Mahbub fosse da queste parti. La vecchia signora a volte è molto sgarbata con me e le mie pillole miracolose".

            "Allah sia misericordioso", disse Kim appoggiato sul gomito, tutto divertito. "Che strana bestia è un babu! E quell'uomo se n'è andato in giro solo, se l'ha fatto, con due forestieri derubati e furibondi!"

            "Oh, quello è stato uno scherzo, dopo che mi avevano picchiato; ma se avessi perso le carte, allora sì che sarebbe stata brutta. Anche Mahbub è stato lì lì per picchiarsi, ed è andato in giro a confabulare tutto il tempo con il lama. D'ora in poi mi limiterò solo a fare ricerche etnologiche. E ora la saluto, caro signor O'Hara. Se faccio in fretta, posso prendere il treno delle 16.25 per Umballa. Ci faremo delle risate quando racconteremo tutta la storia su dal signor Lurgan. Io presenterò un rapporto ufficiale ancora migliore. Arrivederci, mio caro amico, e quando la prossima volta è eccitato per qualche motivo non usi, la prego, termini maomettani con un abbigliamento tibetano".

            Gli strinse due volte la mano... un babu dalla testa ai piedi e aprì la porta. Quando il raggio di sole gli colpì il volto ancora trionfante, ritornò ad essere l'umile ciarlatano di Dacca.

            "Li ha derubati", pensava Kim, dimenticando la sua parte nel Gioco. "Li ha ingannati. Ha detto loro bugie come un vero bengalese. E loro gli hanno dato un chit (un attestato). Si è preso gioco di loro a rischio della vita... io non sarei mai sceso da loro dopo le revolverate... e poi dice che è un uomo pauroso. Ed è un uomo pauroso. Devo tornare nel mondo".

            All'inizio le gambe gli si piegarono come cannucce di pipa di cattiva qualità, e l'assalto dei raggi del sole all'aria aperta lo abbagliò. Si accovacciò accanto al muro bianco, La mente che vagava fra gli episodi del lungo viaggio in dooli; la debolezza del lama e, ora che non doveva più parlare, un'autocommiserazione di cui, come tutti i malati, aveva una copiosa riserva. Il suo cervello indebolito si ritraeva da tutto quanto accadeva all'esterno, come un cavallo brado, quando viene spronato, recalcitra allo sperone. Era già molto, moltissimo, che il bottino del kilta fosse lontano... non più fra le sue mani... non più fra la sua roba. Cercò di pensare al lama, di capire perché si fosse buttato in un ruscello, ma la grandezza del mondo, visto attraverso i cancelli d'ingresso, spezzò il filo dei suoi pensieri. Allora si mise a guardare gli alberi e i campi vasti, con le capanne dai tetti di paglia nascoste fra le coltivazioni... a guardare con occhi straniti, incapaci di misurare la taglia e la proporzione e l'uso delle cose... restò immobile, a fissarsi intorno per mezz'ora. Per tutto quel tempo sentì, anche se non sarebbe stato capace di dirlo a parole, che la sua anima non era collegata a quanto lo circondava... una piccola ruota staccata da qualsiasi ingranaggio, proprio come la rotella inutile di un povero macinino per lo zucchero Beheea buttato in un angolo. Il vento soffiava su di lui, i pappagalli gracchiavano rivolti a lui, i rumori della casa abitata alle sue spalle - litigi, ordini, rimproveri - gli rimbalzavano sulle orecchie insensibili.

            "Io sono Kim. Io sono Kim. E cosa è Kim?". La sua anima ripeté più e più volte.

            Non voleva piangere, non aveva mai avuto così poca voglia di piangere in vita sua, ma d'un tratto facili, stupide lacrime gli gocciolarono giù per il naso, e con uno scatto quasi udibile sentì che le ruote del suo essere erano di nuovo collegate con il mondo esterno. Le cose che gli scorrevano prive di significato sulla pupilla un attimo prima riassumevano la giusta proporzione. Le strade erano fatte per camminarci sopra, le case per viverci dentro, il bestiame per essere guidato, i campi per essere arati, e gli uomini e le donne per essere conosciuti. Erano tutti veri e reali, solidamente piantati per terra, perfettamente comprensibili, argilla della sua argilla, niente di più e niente di meno. Si scosse come un cane che abbia una pulce nell'orecchio, e uscì fuori dal cancello. Disse la sahiba, alla quale occhi vigili avevano riferito i suoi movimenti, "Lasciamolo andare. Io ho fatto la mia parte. Ora Madre Terra deve fare il resto. Quando il Santo torna dalla meditazione, diteglielo".

            Su una collinetta a un mezzo miglio di distanza c'era un carretto vuoto, con un giovane baniano alle sue spalle: era, per così dire, una sorta di punto panoramico su alcune terrazze arate da poco; e le palpebre di Kim, in quell'aria fina, si fecero pesanti a mano a mano che si avvicinava al poggio. Sul suolo c'era un bel terriccio pulito: nessuna traccia di quell'erba novella che, appena nata, e già quasi pronta a morire, ma il promettente terriccio, che nasconde il seme di ogni vita. Lo sentiva fra le dita dei piedi, l'accarezzava con le palme delle mani, e rilassandosi lentamente, con un sospiro di felicità, si coricò per terra all'ombra del carretto con i suoi perni di legno. E la Madre Terra fu fedele come la Sahib. Respirò attraverso di lui per restituirgli quell'equilibrio che aveva perso stando steso tanto a lungo in un letto lontano dalle sue correnti positive. La testa di Kim era posata inerme sul suo petto, e le mani aperte del ragazzo si arrendevano alla sua forza. L'albero dalle molte radici che lo sovrastava, e anche il legno morto manufatto accanto a lui, sapevano quello che stava cercando, meglio di quanto lo sapesse lui. Ora dopo ora, Kim rimase là, in uno stato di incoscienza più profondo del sonno.

            Verso sera, quando la polvere delle mucche che tornavano alle stalle fece fumare tutti gli orizzonti, il lama e Mahbub Ali arrivarono a piedi, camminando piano, perché a casa avevano saputo dove era andato Kim.

            "Allah! Che imperdonabile sciocchezza, in aperta campagna", borbottò il mercante di cavalli, "potrebbe essere colpito cento volte... ma questo non è il Confine".

            "E non si è mai visto un chela simile", disse il lama ripetendo frasi già dette mille volte. "Prudente, gentile, saggio, di buon carattere, un cuore allegro sulla strada, sempre attento, preparato, sincero, cortese. Grande è la sua ricompensa!"

            "Conosco il ragazzo... come ti ho già detto".

            "Ed era tutte queste cose?"

            "Alcune sì, ma non ho ancora trovato l'incantesimo di un Cappello Rosso per renderlo sincero. Di certo è stato curato bene".

            "La sahiba ha un cuore d'oro", disse serio il lama. "Lo tratta come fosse suo figlio".

            "Mmm! Mezza India sembra comportarsi così. A me bastava solo sapere che al ragazzo non fosse successo niente di male e fosse libero di muoversi. Come sai, lui e io eravamo vecchi amici ai tempi del vostro primo pellegrinaggio insieme".

            "Siamo legati da un patto". Il lama si sedette. "Siamo giunti alla fine del pellegrinaggio".

            "Non è merito tuo, se quel pellegrinaggio non si è interrotto per sempre una settimana fa. Ho sentito quello che ti diceva la Sahib quando ti abbiamo messo sul letto". Mahbub rise, e si tirò la barba tinta di fresco.

            "Stavo meditando su altre questioni in quel momento. È stato l'hakim di Dacca che ha interrotto le mie meditazioni".

            "Altrimenti", ma questo lo disse in pashtu per cortesia, "tu avresti finito le tue meditazioni dalla parte soffocante dell'inferno, dato che sei un infedele e un idolatra, con tutto il tuo candore da bambino. Ma ora, Cappello Rosso, cosa bisogna fare?"

 

            "Questa sera stessa", le parole furono scandite lentamente, vibranti di trionfo, "questa sera stessa lui sarà libero come lo sono io da qualsiasi macchia di peccato, sicuro come lo sono io quando abbandonerà questo corpo della Liberazione dalla Ruota delle Cose. Io ho un segno", posò la mano sulla carta stracciata che teneva sul petto, "che la mia ora è breve; ma così facendo lo avrò protetto per sempre. Ricordati, io ho raggiunto la Conoscenza, come ti ho detto solo tre sere fa".

            "Deve essere vero, come ha detto il prete di Tirah quando ho rapito la moglie di suo cugino, che io sono un sufi (un libero pensatore); perché eccomi qui seduto", borbottò fra sé e sé Mahbub, "a sorbirmi delle blasfemie impensabili... Ricordo quello che mi hai detto. E allora, a questo punto lui va nel Jannatu l'Adn (il Giardino dell'Eden). Ma come? Lo accoltellerai o lo farai annegare in quel fiume portentoso da cui ti ha tirato fuori il babu?"

            "Io non sono stato tirato fuori da nessun fiume", disse semplicemente il lama. "Tu hai dimenticato quello che è successo. L'ho trovato grazie alla Conoscenza".

            "Ah, sì, è vero", balbettò Mahbub, incerto fra una grande indignazione e una sfrenata allegria. "Avevo dimenticato come sono andate le cose con esattezza. Tu lo hai trovato consapevolmente".

            "E dire che io potrei togliere una vita e... non un peccato ma pura follia. Il mio chela mi ha aiutato a trovare il Fiume. È suo diritto essere lavato da ogni peccato... insieme a me".

            "Eh, sì, ha bisogno di essere lavato. Ma dopo, vecchio... dopo?"

            "Cosa importa sotto ogni cielo? Lui è sicuro del Nibban... illuminato... come me".

            "Ben detto. Avevo paura che potesse montare sul Cavallo di Maometto e volar via".

            "No, deve procedere come maestro".

            "Ah, adesso capisco! Quello è il passo giusto per un puledro. Certo, che deve procedere come maestro. Per esempio, è richiesto piuttosto urgentemente come scriba dallo stato".

            "A questo scopo è stato addestrato. Io ho acquisito merito avendo dato le offerte per lui. Una buona azione non muore. Lui mi ha aiutato nella mia Ricerca. Io ho aiutato lui nella sua. Giusta è la Ruota, mercante di cavalli del nord. Che sia insegnante, che sia scriba - cosa importa? Alla fine avrà raggiunto la Libertà, il resto è illusione".

            "Cosa importa? Io devo averlo con me oltre Balkh fra sei mesi! Io vengo fin qui con dieci cavalli zoppi e tre uomini robusti - grazie a quel cervello di gallina del babu - per rapire un ragazzo malato dalla casa di una vecchiarda. E mi tocca starmene a guardare mentre un giovane sahib viene elevato in un paradiso, Allah sa quale, da idolatra grazie al vecchio Cappello Rosso. E poi mi considerano un buon giocatore del Gioco! Ma il pazzo vuole molto bene al ragazzo; e anch'io devo essere piuttosto matto".

 

            "Cosa preghi?", disse il lama mentre il rozzo pashtu ruminava nella barba rossa.

            "Non importa; ma ora che ho capito che il ragazzo, sicuro del paradiso, può pur sempre entrare al servizio del Governo, mi sento più tranquillo. Ora devo tornare ai miei cavalli. Si fa scuro. Non lo svegliare. Non ho nessuna voglia di sentirlo chiamarti maestro".

            "Ma lui è il mio discepolo. Cosa, sennò?"

            "Me lo ha detto". Mahbub soffocò il suo breve attacco di malinconia e si alzo ridendo. "Io non appartengo per nulla alla tua fede, Cappello Rosso... se una questione cosi irrilevante ti può toccare".

            "Non è nulla", disse il lama.

            "Pensavo che fosse così. Perciò non ti smuoverà, ora che sei senza peccati, lavato di fresco e per tre quarti bagnato fino al midollo, se ti dico che sei un uomo buono... un uomo molto buono. Sono quattro o cinque sere che parliamo insieme ormai, e con tutto che sono solo uno che baratta cavalli, riesco ancora a vedere la santità oltre la punta del mio naso, come si usa dire. Sì, e capisco anche come il nostro Amico di tutto il Mondo abbia riposto la sua fiducia in te, all'inizio. Trattalo bene, e consentigli di tornare al mondo da maestro, quando gli avrai... bagnato le gambe, se questa è la medicina giusta per il puledro".

            "Perché anche tu non segui la Via, e così accompagni il ragazzo?".

            Mahbub rimase impietrito per la stupefacente insolenza della proposta, che oltre il Confine sarebbe stata punita a suon di percosse. Poi il suo spirito concreto colse l'umorismo della situazione.

            "Piano, piano, un passo alla volta, come il cavallo castrato e zoppo superò gli ostacoli di Umballa. Forse in seguito arriverò al paradiso, mi sto movendo in quella direzione, faccio grandi progressi, e lo devo alla tua innocenza. Hai mai mentito?"

            "E che bisogno ci sarebbe?"

            "Oh Allah, sentitelo! "Che bisogno ci sarebbe" in questo tuo mondo? Hai mai fatto male a un uomo?"

            "Una volta... con un astuccio... prima di diventare saggio".

            "È così? Penso ancora meglio di te. I tuoi insegnamenti sono buoni. Tu hai distolto un tale che conosco dal cammino della violenza". Scoppiò in una grande risata. "Era venuto qui pronto a commettere un dacoity (una rapina con l'uso della violenza). Sì, a infrangere, derubare, uccidere, e portar via quello che voleva".

            "Che enorme sciocchezza!"

            "Sì, e anche una gran vergogna. Così questo tale ha pensato dopo avere visto te, e alcuni altri, maschi e femmine. Per cui ha abbandonato l'idea e ora vuole dare una lezione a un babu grosso e grasso".

            "Non capisco".

            "Allah ne scampi! Alcuni uomini sono forti nella conoscenza, Cappello Rosso. Ma la tua forza è ancora più grande. Tienila stretta... ma credo che lo farai. Se il ragazzo non è un buon servitore, strappargli le orecchie".

            Con uno strattone alla sua larga cintura di Bokhara, il pathan si allontanò orgoglioso nell'imbrunire, e il lama scese dalle sue nuvole fino a guardare l'ampia schiena di Mahbub.

            "Quella persona manca di cortesia, ed è schiava dell'ombra delle apparenze. Ma ha parlato bene del mio chela, che ora potrà accedere alla sua ricompensa. Prima però farò la mia preghiera!... Sveglia, fortunato fra tutti i nati di donna. Sveglia! È stato trovato!".

            Kim risalì dalle profondità in cui era immerso, e il lama assistette al piacere dei suoi sbadigli, debitamente schioccando le dita per allontanare gli spiriti maligni.

            "Ho dormito cent'anni. Dove...? Oh, Santo, è molto che tu sei qui? Ero uscito per venirti a cercare ma", e rise ancora assonnato, "mi sono addormentato lungo la strada. Ora sto bene. Hai mangiato? Andiamo a casa. Sono tanti giorni che non mi prendo cura di te. La Sahib ti ha dato da mangiare bene? Chi ti ha massaggiato le gambe? E i tuoi malesseri, alla pancia e al collo, e quel pulsare alle orecchie?"

            "Spariti... tutti spariti. Non sai?"

            "Non so niente, se non che non ti vedo da un secolo. Sapere cosa?"

            "Strano che la notizia non ti sia arrivata, quando tutti i miei pensieri erano rivolti a te".

            "Non riesco a vederti bene in faccia, ma la tua voce è come un gong. Con la sua cucina la Sahib ha fatto di te un giovanotto?".

            Sbirciò verso la figura seduta a gambe incrociate, che si stagliava scurissima contro il fiotto di luce gialla. Così è seduto il Bodhisat di pietra che sovrasta il cancelletto automatico del museo di Lahore.

            Il lama mantenne il silenzio. A parte il clicchettio del rosario e il debole rumore dei passi di Mahbub che si allontanava, il morbido silenzio fumoso della sera indiana li elogiava completamente.

            "Ascoltami! Ti porto una notizia".

            "Ma ora...".

            La lunga mano gialla scattò, imponendo il silenzio. Kim ubbidiente raccolse i piedi sotto la falda della sua tunica.

            "Ascoltami! Ti porto una notizia! La Ricerca è finita. Ora giunge la Ricompensa... Dunque. Quando ci trovavamo sulle montagne, ho vissuto sulla tua forza, finché il giovane ramo si è incurvato e poco è mancato che non si spezzasse. Quando siamo scesi dalle montagne, ero turbato per te e per altre questioni che covavo nel cuore. La barca della mia anima non aveva una direzione, non riuscivo a penetrare la Causa delle Cose: perciò ti ho consegnato per intero alla donna virtuosa. Io non ho toccato cibo. Non ho bevuto acqua. Pure, non riuscivo a vedere il Cammino. Insistevano che mangiassi e gridavano davanti alla mia porta chiusa. Così mi sono trasferito nel cavo di un albero. Non ho toccato cibo. Non ho bevuto acqua. Sono rimasto seduto in meditazione due giorni e due notti, astraendo la mia mente; inspirando ed espirando nella maniera richiesta... La seconda notte - tanto grande è stata la mia ricompensa - l'Anima saggia si è staccata dallo stupido Corpo e si è liberata. Non avevo mai raggiunto prima questo risultato, sebbene fossi già stato sulla soglia. Rifletti, perché è un miracolo!"

            "Un miracolo davvero. Due giorni e due notti senza mangiare! Ma dov'era la Sahib?", si chiese Kim sottovoce.

            "Sì, la mia Anima si è liberata e, volteggiando come un'aquila, ha visto per certo che non c'era nessun lama Teshoo o nessun'altra anima. Come una goccia si protende verso l'acqua, così la mia anima si protendeva verso la Grande Anima che è oltre ogni cosa. A quel punto, nell'estasi della contemplazione, ho visto tutto l'Hind, da Ceylon sul mare alle Montagne, alle mie Rocce Dipinte di Such-zen; ho visto ogni accampamento e ogni villaggio, fino al più piccolo, dove ci siamo fermati a riposare. Li ho visti in un unico tempo e in un unico luogo, poiché erano dentro l'Anima. E da questo ho capito che l'Anima aveva superato l'illusione dello Spazio e del Tempo e delle Cose. E da questo ho capito che ero libero. Ti ho visto steso sul tuo letto, e ti ho visto cadere lungo la

            montagna sotto l'idolatra... in un solo tempo, in un solo luogo, nella mia Anima che, come ho detto, era entrata in contatto con la Grande Anima. Così ho visto lo stupido corpo del lama Teshoo steso a terra, e l'hakim di Dacca inginocchiato accanto a lui, che gli gridava nell'orecchio. Poi la mia Anima è rimasta sola, e non ho visto niente, perché ero ogni cosa, poiché avevo raggiunto la Grande Anima. E ho meditato migliaia e migliaia di anni, privo di passioni, perfettamente consapevole delle cause di tutte le Cose. Poi una voce ha gridato, "Cosa succederà al ragazzo se tu muori?", e dentro di me sono stato scosso dalla pietà per te; e ho detto, "Tornerò dal mio chela, perché non perda il Cammino". A questo punto la mia Anima, che è l'anima del lama Teshoo, si è separata dalla Grande Anima con una fatica e un rimpianto e un dolore e uno strazio che non si possono dire. Come l'uovo dal pesce, come il pesce dall'acqua, come l'acqua dalla nuvola, come la nuvola dall'aria spessa; così è scaturita, così è balzata, così è fuoriuscita, così è esalata l'anima del lama Teshoo dalla Grande Anima. Allora una voce ha gridato, "Il Fiume! Presta la tua attenzione al Fiume!", e io ho guardato dall'alto tutto il mondo, che era come lo avevo visto prima - unico nel tempo, unico nello spazio - e ho visto semplicemente il Fiume della Freccia ai miei piedi. A questo punto la mia Anima è stata bloccata da qualche male da cui non ero ancora stato del tutto lavato, che mi bloccava le braccia e mi si avvinghiava intorno alla vita; ma l'ho staccato da me, e mi sono slanciato come un'aquila nel mio volo verso il luogo stesso del Fiume. Ho allontanato da me un mondo dopo l'altro per amor tuo. Ho visto il Fiume sotto di me - il Fiume della Freccia - e, scendendo, le sue acque si sono chiuse su di me; ed ecco, ero di nuovo nel corpo del lama Teshoo, ma libero dai peccati e l'hakim di Dacca mi sosteneva la testa fra le acque del Fiume. È qui! È dietro il boschetto di manghi qui... proprio qui!"

            "Allah Karim! Per fortuna che il babu era qui! Eri molto bagnato?"

            "Che importanza aveva per me? Ricordo che l'hakim era preoccupato per il corpo del lama Teshoo. Lo ha tirato fuori con le sue braccia dall'acqua benedetta, e dopo è venuto il tuo mercante di cavalli del nord con una barella e degli uomini, e hanno messo il corpo sulla barella e lo hanno trasportato alla casa della Sahib".

            "Cosa ha detto la Sahib?"

            "Stavo meditando in quel corpo, e non ho sentito. La Ricerca quindi è finita. Per il merito che ho acquisito, il Fiume della Freccia è qui. È sgorgato ai nostri piedi, come ho detto. L'ho trovato. Figlio della mia Anima, ho strappato la mia Anima dalla Soglia della Libertà per liberarti da ogni peccato, come io sono libero, e senza peccato. Giusta è la Ruota! Sicura è la nostra liberazione. Vieni!".

            Incrociò le mani sul grembo e sorrise, come sorride un uomo che ha conquistato la Salvezza per sé e il suo amato.

 

Fine