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Michele Strogoff
|
Jules Verne.
(Da Mosca a Irkutsk).
PARTE PRIMA.
1. UNA FESTA AL PALAZZO NUOVO.
- Maestà, un altro dispaccio.
- Da dove?
- Da Tomsk.
- E, oltre questa città, la linea è interrotta?
- E' interrotta fin da ieri.
- Generale, fa' spedire
ogni ora un telegramma a Tomsk,
e tienimi
informato.
- Sì, Maestà - rispose il
generale Kissoff.
Queste parole venivano scambiate alle due del mattino, mentre la
festa
da ballo al Palazzo Nuovo era al colmo della sua magnificenza.
Durante la serata, le
fanfare dei reggimenti di Preobrazenskij
e di
Pavlovskij si erano
succedute nell'esecuzione di polche,
mazurche,
danze scozzesi e valzer, tutti
pezzi scelti
tra i
migliori del
repertorio. Le coppie
dei ballerini si
moltiplicavano all'infinito
attraverso le splendide sale del palazzo,
che si ergeva a pochi passi
dalla "vecchia
casa di
pietra" dove in
altri tempi s'erano svolti
tanti drammi terribili, la
cui eco si
ridestava quella
notte per
richiamare lontani motivi di quadriglie.
Del resto,
il gran maresciallo di
corte era ben secondato nelle sue
delicate mansioni. Gli stessi granduchi e i loro aiutanti di campo,
i
ciambellani di servizio,
gli ufficiali
di palazzo
presiedevano
all'organizzazione delle
danze. Le
granduchesse, ingioiellate di
diamanti, le dame di
corte, nei loro costumi di
gala, davano il loro
valido esempio alle mogli degli
alti funzionari
militari e
civili
dell'antica "città dalle
bianche pietre".
Così appena risuonò
il
segnale della "polacca",
quando gli invitati
d'ogni rango
presero
parte a
questo genere
di passeggio cadenzato, che
in simili feste
assume tutta l'importanza d'una danza
nazionale, l'alternarsi
degli
abiti da
sera guarniti
di merletti
e delle uniformi
fregiate di
decorazioni offrì uno spettacolo
indescrivibile, sotto la
luce di
cento lampadari moltiplicati per dieci dal riflesso degli specchi.
Fu un vero splendore.
Del resto,
il salone
grande, il più
sontuoso di tutte le sale del
Palazzo Nuovo, offriva a questo corteo
di gentiluomini
e di
dame
splendidamente vestite, una
cornice degna della loro magnificenza. Il
ricco soffitto, con i suoi stucchi dorati e bruniti dalla patina
del
tempo, era
costellato di
punti luminosi. I
broccati delle tende e
delle portiere, drappeggiati in pieghe solenni,
s'imporporavano di
toni caldi, interrotti bruscamente agli angoli della pesante
stoffa.
Attraverso i vetri delle ampie finestre arcuate a tutto sesto, la
luce
che inondava le sale, filtrando
leggermente appannata, si
diffondeva
all'esterno come il riflesso d'un
incendio e
formava un
violento
contrasto con
la notte che, da
più ore, avvolgeva lo
scintillante
palazzo. E il
contrasto attirava l'attenzione di coloro che non erano
attratti dalle
danze. Quando
si fermavano nei vani delle finestre,
potevano scorgere alcuni campanili sfumati nell'ombra, che
profilavano
qua e là i loro massicci contorni.
Sotto i
balconi scolpiti,
essi
vedevano passeggiare
in silenzio numerose sentinelle,
con il fucile
sulla spalla e il loro
casco puntuto,
che pareva
ornato da
un
pennacchio di fuoco sotto il bagliore spiovente dall'alto.
Si poteva
udire anche il passo delle
pattuglie, che
scandiva il
tempo sul
selciato di
pietra, forse
con maggior
precisione del
piede dei
ballerini sui lucidi pavimenti delle sale.
A intervalli regolari, il
grido delle sentinelle si ripeteva di posto in posto,
e talvolta, uno
squillo di
tromba, fondendosi
con gli
accordi dell'orchestra,
introduceva le sue chiare note nell'armonia generale.
Ancora più
in basso, di
fronte alla
facciata, masse
scure si
profilavano sotto i grandi coni di luce proiettati dalle finestre
del
Palazzo Nuovo.
Erano battelli che scendevano il corso del fiume,
le
cui acque, scintillanti alla luce tremula dei fanali, lambivano
le
prime fondamenta delle terrazze.
Il principale personaggio del ballo, quello che offriva il
ricevimento
e al
quale il
generale Kissoff
aveva attribuito
un appellativo
riservato ai sovrani, indossava una semplice uniforme di ufficiale
dei
Cacciatori della Guardia. Non era ostentazione la sua,
ma l'abitudine
d'un uomo poco
sensibile alle ricercatezze dell'apparato esterno.
Il
suo vestire contrastava quindi
con gli
sfarzosi costumi
che si
avvicendavano attorno a
lui, e
in quella stessa
divisa egli si
presentava quasi sempre in pubblico,
fra la sua scorta di Georgiani,
di Cosacchi, di Lesghi, quei
meravigliosi squadroni, splendidamente
vestiti delle brillanti uniformi del Caucaso.
Questo personaggio, di
alta statura,
tratto affabile,
fisionomia
calma, fronte
tuttavia pensosa, passava
da un gruppo all'altro, ma
parlava poco, e sembrava persino prestare scarsa attenzione tanto
alle
manifestazioni festose dei giovani invitati,
quanto ai discorsi
più
seri degli
alti funzionari o dei
membri del corpo diplomatico, che
rappresentavano presso di lui i principali stati d Europa.
Due o tre
di questi
perspicaci uomini politici - fisionomisti di professione
- avevano certo
creduto di scoprire sul volto del loro ospite qualche
sintomo d'inquietudine, la
cui causa sfuggiva, ma
nessuno di loro si
sarebbe permesso
d'interrogarlo su
questo argomento. In ogni
caso,
l'intenzione dell'ufficiale dei Cacciatori della
Guardia era, senza
dubbio, che
le sue segrete
preoccupazioni non turbassero in nessun
modo la festa. D'altronde egli era uno di quei rari sovrani ai
quali
quasi tutto
un mondo si è
abituato a ubbidire, anche
col pensiero;
perciò il piacere del ballo non rallentò un solo istante.
Intanto, il generale
Kissoff aspettava che l'ufficiale a cui
aveva
portato il
dispaccio proveniente
da Tomsk
gli desse l'ordine di
ritirarsi, ma quello restava in silenzio.
Aveva preso il telegramma,
l'aveva letto,
e la fronte gli si oscurò ancora di più.
La sua mano
corse involontariamente all'elsa della spada,
risalì poi verso
gli
occhi e
li coprì per un
momento. Si sarebbe detto che
il bagliore
delle luci lo ferisse e che
cercasse l'ombra
per meglio
guardare
dentro di sé.
- E
così - riprese dopo
aver condotto il generale Kissoff nel vano
d'una finestra - da ieri siamo
senza comunicazione col granduca mio
fratello?
- Senza comunicazioni, Maestà,
e si teme che tra poco i dispacci non
potranno più attraversare la frontiera siberiana.
- Ma le truppe delle province
dell'Amur e
del Jakutsk, come
pure
quelle della
Transbajkalia, hanno
ricevuto l'ordine
di marciare
immediatamente su Irkutsk?
- L'ordine è stato dato con l'ultimo
telegramma che
abbiamo potuto
trasmettere al di là del lago Bajkal.
- Quanto ai governatori, del
Jeniseisk, dell'Omsk, del Semipalatinsk,
del Tobolsk, siamo sempre
in comunicazione
con essi
dall'inizio
dell'invasione?
- Sì,
Maestà, i nostri
dispacci arrivano fino a loro, e
abbiamo la
certezza, fino a questo momento,
che i Tartari non hanno oltrepassato
l'Irtisc e l'Ob.
- E del traditore Ivan Ogareff, non si fa nessuna notizia?
- Nessuna
- rispose il generale
Kissoff. -
Il capo della polizia
non saprebbe dire se ha passato o no la frontiera.
- I suoi connotati siano immediatamente trasmessi a Niznij-Novgorod,
a
Perm, a Ekaterinburg, a Kassimov, a Tijmen, a Isim, a Omsk,
a Elamsk,
a Kolivan,
a Tomsk,
a tutte le stazioni
telegrafiche con le quali
siamo ancora in contatto.
- Gli ordini di Vostra Maestà saranno eseguiti all'istante
- rispose
il generale Kissoff.
- E silenzio su tutto questo!
Con un segno di rispettoso assenso
e un inchino, il
generale si
confuse dapprima nella
folla, e lasciò quindi le
sale, senza che la
sua partenza fosse notata.
L'ufficiale, invece, stette
per qualche momento pensoso,
e quando
ritornò in
mezzo ai gruppi di
ufficiali e di uomini politici che si
erano formati in parecchi punti delle sale,
il suo viso aveva ripreso
tutta la calma che per un momento aveva perduta.
Tuttavia, il
grave fatto che aveva
dato motivo al rapido scambio di
parole, non era tanto ignorato quanto l'ufficiale dei Cacciatori
della
Guardia e il generale Kissoff potevano
credere. Non
se ne parlava
ufficialmente, è vero, e neppure ufficiosamente, poiché le lingue non
erano state sciolte "su ordine"; ma alcuni alti
personaggi erano stati
informati più
o meno esattamente
di quanto
accadeva oltre
la
frontiera. Ad ogni modo, quanto essi non sapevano forse che in
maniera
incerta, e di cui non
parlavano in conversazione, neppure tra membri
del corpo diplomatico, era
noto a due invitati, privi
di qualsiasi
uniforme, di
qualsiasi decorazione
che attirasse l'attenzione su di
loro in quel
ricevimento al
Palazzo Nuovo;
essi ne
discutevano
sottovoce e parevano in possesso di informazioni abbastanza precise
al
riguardo.
In che modo, per quali vie, grazie a quali abilità, quei due semplici
mortali sapevano
quello che
tanti personaggi,
anche tra
i più
ragguardevoli, appena sospettavano? Sarebbe
stato impossibile dirlo.
Erano forniti del dono di prescienza o di previsione?
Possedevano un
senso supplementare,
che permetteva loro di
vedere al di là di quel
limitato orizzonte, oltre il quale non va lo sguardo umano? Avevano
un
particolare fiuto per
scovare le
notizie più
segrete? Grazie
all'abitudine, divenuta in
essi una
seconda natura,
di vivere
dell'informazione e per l'informazione,
la loro natura si era dunque
trasformata? Si sarebbe stati tentati ad ammetterlo.
Uno dei due era inglese, l'altro
francese; tutti e due alti e magri,
questi bruno come i meridionali della Provenza,
quello biondo come un
gentiluomo del Lancashire.
L'Anglo-Normanno, compassato, freddo,
flemmatico, economo di gesti e di parole,
sembrava parlare o gestire
soltanto sotto
l'impulso d'una molla operante a intervalli regolari.
Il Gallo-Romano, al contrario, vivace,
petulante, si
esprimeva nello
stesso tempo con le labbra, con
gli occhi, con le mani; aveva
venti
maniere per
manifestare il
proprio pensiero,
mentre il
suo
interlocutore sembrava averne una sola immutabilmente stereotipata
nel
suo cervello.
Le loro dissomiglianze
fisiche avrebbero subito dato nell'occhio a un
osservatore superficiale; ma
un fisionomista,
osservando quei
due
stranieri più
da vicino, avrebbe
chiaramente definito il contrasto
fisiologico che li caratterizzava,
dicendo che se
il francese era
"tutto occhi", l'inglese era "tutto orecchi".
Infatti, l'apparato
ottico dell'uomo
si era straordinariamente
perfezionato con l'uso. La
sensibilità della sua retina doveva essere
altrettanto istantanea quanto
quella dei
prestigiatori, i
quali
riconoscono una carta unicamente da un rapido movimento di
taglio, o
dalla disposizione
d'un particolare che
passa inosservato per tutti
gli altri. Il francese possedeva dunque al massimo grado
quella che
chiamiamo la "memoria visiva".
L'inglese, invece, pareva
strutturato apposta
per ascoltare o per
sentire. Quando il suo
apparato uditivo era stato colpito dal
suono
d'una voce, non la dimenticava più e dopo dieci, venti anni,
l'avrebbe
riconosciuta tra mille. Le
sue orecchie non avevano certo la facoltà
di orientarsi, come quelle degli animali dotati di grandi
padiglioni
uditivi; ma, poiché i competenti hanno costatato che le orecchie
umane
sono immobili solo "pressappoco",
si sarebbe autorizzati ad affermare
che quelle
del suddetto
inglese, drizzandosi,
torcendosi,
inclinandosi, cercavano di percepire i suoni in una maniera
abbastanza
evidente per l'anatomista.
Dobbiamo anche
far notare che la perfezione della vista e dell'udito
in quei due uomini serviva meravigliosamente al loro mestiere,
perché
l'inglese era un
corrispondente del "Daily Telegraph",
e il francese
un corrispondente del... Di che giornale o di quali giornali, egli
non
lo diceva, e quando glielo domandavano,
rispondeva scherzosamente che
era in
corrispondenza con
la "cugina
Maddalena". In fondo,
quel
francese, sotto la sua
apparente leggerezza, era
molto perspicace e
molto fine.
Parlando sempre
un po' a vanvera,
forse per meglio
nascondere il suo desiderio di sapere,
non si tradiva
mai. La
sua
stessa loquacità gli serviva per tacere,
e forse egli era più chiuso,
più discreto del suo collega del "Daily Telegraph".
Se tutti e due assistevano a questo
ricevimento al
Palazzo Nuovo,
nella notte tra il 15 e il 16 luglio, lo dovevano alla loro
qualità di
giornalisti e allo scopo di assicurare la maggior edificazione ai
loro
lettori.
Inutile dire
che quei
due uomini
svolgevano con passione il loro
compito in questo mondo elegante;
che a loro piaceva lanciarsi come
folletti sulla
pista delle
notizie più
impensate; che
non si
spaventavano né si scoraggiavano di nulla,
pur di
riuscire; che
possedevano l'imperturbabile sangue
freddo e la vera
bravura delle
persone del mestiere. Veri
"jockeis" della "steeple-chase",
della caccia
all'informazione, essi
scavalcavano le
siepi,
traversavano i fiumi, saltavano
le staccionate con
l'incomparabile
ardore di
quei corsieri
puro sangue, che
vogliono arrivare "primi
assoluti" o morire!
Del resto, i loro giornali non lesinavano il denaro,
che è
il più
sicuro, rapido e
perfetto mezzo d'informazione finora conosciuto.
E'
doveroso aggiungere anche, a
loro onore, che né
l'uno né
l'altro
origliava o
spiava dal
buco della serratura
sulla vita privata di
chicchessia, e che operavano soltanto quando erano in gioco interessi
politici o
sociali. In breve,
facevano quello che da molti anni si
chiama "il grande 'reportage' politico e militare".
Ma, seguendoli più da vicino, si vedrà ch'essi avevano,
nella maggior
parte dei
casi, una
maniera speciale
d'interpretare i fatti
e
soprattutto le loro conseguenze,
avendo ciascuno la "propria maniera"
di vedere e di valutare. Ma, per il solo fatto che avevano buon
gioco,
buon denaro, e non si lasciavano sfuggire nessuna occasione,
sarebbe
stata una vera cattiveria biasimarli.
Il corrispondente francese si chiamava Alcide Jolivet,
quello inglese
Harry Blount.
Si erano incontrati
per la prima volta durante questo
ricevimento al Palazzo Nuovo,
del quale dovevano scrivere la
cronaca
per il
loro giornale. La
differenza di carattere, congiunta
ad una
certa gelosia di mestiere, doveva
renderli assai poco simpatici l'uno
all'altro. Tuttavia non si evitarono, anzi cercarono d'investigarsi a
vicenda sulle notizie del giorno.
Dopo tutto, erano due
cacciatori,
che andavano a caccia
sullo stesso territorio, nelle stesse riserve.
Ciò che sfuggiva
a uno
poteva vantaggiosamente
arrivare a
tiro
dell'altro, e il
loro comune interesse voleva che si mantenessero a
contatto per vedersi e per udirsi.
Quella sera, erano tutti e due in agguato.
C'era infatti
qualcosa
nell'aria.
«Si trattasse anche
solo di un passaggio di anatre - pensava Alcide
Jolivet -
vale la pena sprecare una cartuccia!».
I due corrispondenti furono
quindi portati
a discutere
tra loro
durante il ballo, pochi
minuti dopo l'uscita del generale Kissoff,
e
lo fecero con un po' di tattica vicendevole.
- Questa festicciola, signore,
è veramente incantevole!
- disse
amabilmente Alcide Jolivet,
che ritenne
di dover
aprire la
conversazione con quella frase squisitamente francese.
- Ho già telegrafato: splendida!
- rispose freddamente
Harry Blount,
adoperando quella
parola, particolarmente
adatta per
esprimere
l'ammirazione generica d'un cittadino del Regno Unito.
- Tuttavia
- aggiunse
Alcide Jolivet
- ho creduto di dover
contemporaneamente far notare a mia cugina...
- Vostra cugina?... -
ripeté Harry Blount, interrompendo il collega.
- Sì...
- riprese Alcide
Jolivet -
mia cugina Maddalena... E' con
lei che sono in corrispondenza!
Le piace d'essere informata presto
e
bene, a
mia cugina!... Ho
dunque creduto di doverle far notare che,
durante questo ballo, una
specie di nube mi è sembrata
oscurare la
fronte del sovrano.
- A me è apparso raggiante -
rispose Harry Blount, che
voleva forse
dissimulare il suo pensiero su quell'argomento.
- E naturalmente, l'avete
fatto «raggiare» sulle colonne del
"Daily
Telegraph".
- Precisamente.
- Ricordate,
signor Blount
- disse Alcide Jolivet
- quello che
avvenne a Zakret nel 1812?
- Me ne ricordo come se ci fossi
stato, signore
- rispose
il
corrispondente inglese.
- Allora -
continuò Alcide Jolivet -
sapete che nel bel mezzo d'un
ricevimento dato in suo onore, fu annunciato all'imperatore
Alessandro
che Napoleone aveva
passato il Niemen con l'avanguardia francese (3).
Tuttavia, l'imperatore non abbandonò la festa e, nonostante la
gravità
estrema d'una notizia che gli
poteva costare
l'impero, non
lasciò
trasparire nessuna inquietudine...
- Non
più di quanta ne abbia dimostrata il nostro ospite,
quando il
generale Kissoff gli ha annunciato che la linea telegrafica era
stata
interrotta tra la frontiera e il governatorato di Irkutsk.
- Ah! voi lo conoscete, questo particolare?
- Lo conosco.
- Da
parte mia mi sarebbe difficile ignorarlo,
poiché il mio ultimo
telegramma è arrivato fino a Udinsk
- fece osservare
Alcide Jolivet
con una certa soddisfazione.
- E
il mio soltanto fino a Krasnojarsk
- rispose Harry Blount
con
tono non meno soddisfatto.
- Allora sapete pure che sono stati inviati degli ordini
alle truppe
di Nicolaievsk?
- Sì,
signore, e
proprio mentre
si telegrafava
ai Cosacchi del
governatorato di Tobolsk di concentrarsi.
- Verissimo, signor Blount, questi ordini mi erano egualmente noti,
e
potete credermi se vi dico che la mia amabile cugina ne saprà
qualcosa
entro domani!
- Precisamente come lo sapranno anche i lettori del "Daily
Telegraph",
signor Jolivet.
- Sicuro! Quando si vede tutto quello che avviene!...
- E quando si ascolta tutto quello che si dice!...
- Una interessante campagna da seguire, la nostra, signor Blount.
- Allora,
è possibile
che ci ritroveremo su
un terreno forse meno
sicuro del pavimento di questa sala!
- Meno sicuro è vero, ma...
- Anche meno sdrucciolevole -
finì Alcide Jolivet,
trattenendo il
collega che, indietreggiando, aveva perso l'equilibrio.
A questo
punto i
due corrispondenti si
separarono, tutto sommato
abbastanza contenti di sapere che l'uno non aveva distanziato
l'altro.
Infatti erano pari.
In quel momento le porte delle sale contigue al salone
grande furono
aperte. Apparvero
parecchie tavole
meravigliosamente imbandite
e
cariche a profusione di porcellane
preziose e
di vasellame d'oro.
Sulla tavola centrale,
riservata ai principi, alle
principesse e ai
membri del
corpo diplomatico, scintillava un
trionfo da
tavola
d'inestimabile valore, proveniente
dalle fabbriche
di Londra,
e
intorno a quel capolavoro dell'oreficeria splendevano,
sotto la luce
dei lampadari,
i mille pezzi del più meraviglioso servizio che fosse
mai uscito dall'artigianato di Sèvres
Gli invitati al Palazzo Nuovo cominciarono a dirigersi verso
le sale
per il pranzo.
Proprio allora,
il generale Kissoff, ch'era
rientrato, si avvicinò
premuroso all'ufficiale dei Cacciatori della Guardia.
- Ebbene? -
gli domandò questi, con la stessa premura di prima.
- I telegrammi, Sire, non vanno più in là di Tomsk.
- Subito un corriere!
L'ufficiale lasciò la sala grande ed entrò in un'ampia stanza
attigua.
Era uno studio, ammobiliato con molta semplicità in vecchia
quercia, e
situato all'angolo del Palazzo Nuovo.
Alle pareti erano appesi alcuni
quadri, tra cui varie tele firmate da Horace Vernet.
L'ufficiale aprì con
gesto rapido
la finestra, come se
gli fosse
venuto a mancare l'ossigeno ai polmoni,
e uscì a respirare sull'ampio
balcone l'aria pura, rinfrescata da una bella notte di luglio.
Sotto i suoi occhi, bagnata
dai raggi lunari, si stendeva ad arco una
cinta fortificata, entro
la quale s'innalzavano due cattedrali,
tre
palazzi e un arsenale.
Fuori della cinta si profilavano tre distinte
città, Kitaj Gorod, Beloj Gorod e Zemljanoj Gorod,
immensi quartieri,
l'uno europeo, l'altro tartaro, il terzo cinese, dominati da torri,
da
campanili, da minareti,
dalle moli
di trecento chiese con le loro
cupole verdi, sormontate da croci d'argento.
Un piccolo fiume,
dal
corso sinuoso,
riverberava qua
e là i raggi
della luna. Tutto
quell'insieme formava un
curioso mosaico
di edifici
variamente
colorati, incasellato entro una vasta cornice di dieci leghe.
Quel fiume
era la
Moscova, quella
città era Mosca, quella cinta
fortificata era il Cremlino,
e l'ufficiale
dei Cacciatori
della
Guardia, che se
ne stava con le braccia conserte e la fronte pensosa
ad ascoltare distrattamente i suoni profusi dal
Palazzo Nuovo
sulla
vecchia città moscovita, era lo zar.
NOTE.
2. RUSSI E TARTARI.
Perché lo
zar aveva lasciato
così d'improvviso le sale del Palazzo
Nuovo, proprio nel
momento in cui il ricevimento da lui offerto
alle
autorità civili e militari e alle personalità illustri di Mosca
era al
colmo dello splendore? La risposta è che gravi cose accadevano in
quei
giorni oltre
le frontiere
dell'Ural. Non
c'era più dubbio;
una
terribile invasione minacciava di
sottrarre all'autonomia
russa le
province siberiane.
La Russia
asiatica, o
Siberia, ha
una superficie
di
cinquecentosettantamila leghe quadrate e conta circa
due milioni
di
abitanti (1). Si estende dai monti Urali, che la dividono dalla
Russia
europea, fino alle
coste dell'oceano Pacifico. A sud essa confina col
Turkestan e l'impero cinese, che
la delimitano seguendo una frontiera
piuttosto indeterminata; a
nord, confina con l'oceano
glaciale, dal
mare di Kara fino allo stretto di Bering.
E' divisa nei governatorati
o province di Tobolsk, di Jeniseisk, di Irkutsk, di Omsk e di
Jakutsk;
comprende due distretti, Ochotsk
e Camciatca, e possiede due regioni,
al presente sottomesse alla dominazione moscovita, quella dei
Kirghisi
e quella dei Ciukci.
Quell'immensa distesa di steppe,
compresa fra più di centodieci gradi
di longitudine,
è nello stesso tempo
un luogo di deportazione per i
criminali ed una terra d'esilio per
coloro che
qualche "ukas" (2)
imperiale abbia condannato all'espulsione.
Due governatori generali rappresentano l'autorità suprema dello
zar in
questo vasto territorio. Uno risiede a Irkutsk, capitale della
Siberia
orientale; l'altro a Tobolsk, capitale
della Siberia occidentale. Il
fiume Ciuna, affluente del Jenisej, divide le due Siberie.
Nessuna ferrovia attraversa ancora
quelle immense
pianure, alcune
delle quali sono sommamente fertili. Nessuna strada ferrata collega
le
ricche miniere che, per
vaste estensioni, rendono il
suolo siberiano
più ricco sotto che sopra la sua superficie. Vi si viaggia
d'estate in
"tarantàs" o in "telega", d'inverno in slitta.
Una sola linea di comunicazione,
quella elettrica, congiunge le due
frontiere est e ovest
della Siberia, per mezzo d'un
filo telegrafico
lungo oltre ottomila verste (8536 chilometri) (3).
Uscendo dall'Ural
passa per Ekaterinburg, Kassimov, Tjumen, Isim, Omsk, Elamsk,
Kolivan,
Tomsk, Krasnojarsk Niznij, Udinsk, Irkutsk, Verkne, Nercink,
Strelink,
Albasin, Blagovscensk,
Rad, Orlomskaija,
Aleksandrovskoje,
Nikolayevsk, e costa sei rubli e diciannove kopeki per ogni parola
da un capo all'altro della
linea. Da
Irkutsk una
diramazione si
allaccia a Kiatka sulla frontiera mongola,
e di là, per trenta kopeki
a parola, la posta reca i dispacci a Pechino in quattordici giorni.
Questa linea,
tesa da
Ekaterinburg a
Nikolayevsk, era stata
interrotta, prima oltre
Tomsk, e,
alcune ore
dopo, fra Tomsk e
Kolivan.
Per questo lo zar, alla
seconda comunicazione fattagli dal
generale
Kissoff, aveva risposto con questa sola frase: "Subito un
corriere!".
Lo zar
se ne stava
da pochi istanti
immobile sul balcone del suo
studio, quando gli
uscieri ne aprirono di nuovo la
porta. Il capo
supremo della polizia, apparve sulla soglia.
- Entra,
generale -
disse lo zar con voce secca -
e dimmi tutto
quello che sai di Ivan Ogareff.
- E' un uomo estremamente pericoloso, Maestà
- rispose il capo della
polizia.
- Aveva il grado di colonnello?
- Sì, Maestà.
- Era un ufficiale intelligente?
- Molto intelligente, ma
intrattabile e d'una ambizione
sconfinata,
che non
indietreggiava davanti
a niente. Si è
coinvolto presto in
complotti segreti, e
da allora Sua Altezza il granduca l'ha degradato
e poi esiliato in Siberia.
- In quale periodo?
- Due anni or sono.
Graziato dopo sei mesi di esilio,
col favore di
Vostra Maestà, è rientrato in Russia.
- E dopo d'allora, non è più tornato in Siberia?
- Sì, Maestà,
vi è tornato, ma
questa volta
volontariamente -
rispose il capo supremo della polizia.
E aggiunse, abbassando un po' la voce:
- Vi fu un tempo, Maestà,
che, quando uno andava
in Siberia, non ne
tornava più!
- Ebbene, finché io sarò vivo,
la Siberia è e resterà un paese da cui
si ritorna!
Lo zar
aveva il
diritto di
pronunciare queste
parole con vera
fierezza, perché aveva spesso dimostrato, con la sua clemenza,
che la
giustizia russa sapeva perdonare.
Il capo
supremo della polizia non rispose,
ma era evidente che egli
non era un fautore delle mezze misure.
Secondo lui,
ogni uomo
che
aveva passato i monti
Urali sotto la scorta dei gendarmi, non
doveva
più rivalicarli. Invece non era così sotto il nuovo regno,
e il capo
supremo della
polizia lo
deplorava sinceramente!
Come! non
più
condanne a vita per nessun altro crimine
se non quello
di diritto
comune! Come! Gli
esiliati politici tornavano da Tobolsk, da Jakutsk,
da Irkutsk! In verità, il
capo supremo della polizia, abituato
alle
decisioni autocratiche degli "ukas" che una volta non
perdonavano mai,
non poteva
ammettere questa
maniera di
perdonare! Ma
tacque,
aspettando che lo zar lo interrogasse ancora.
E le domande non
si
fecero aspettare.
- Ivan Ogareff - chiese lo zar
- non è rientrato una
seconda volta
in Russia, dopo quel viaggio nelle province siberiane, e con uno
scopo
che è rimasto sconosciuto?
- Vi e rientrato.
- E, dopo il suo ritorno, la polizia ne ha perduto le tracce?
- No,
Maestà, poiché
un condannato
diventa veramente
pericoloso
proprio dal giorno in cui è stato graziato!
Lo zar corrugò un istante la
fronte. Forse
il capo
supremo della
polizia poté temere d'essere andato troppo oltre, benché
l'ostinazione
delle sue
idee fosse
almeno pari alla illimitata devozione ch'egli
nutriva per il suo sovrano;
ma lo zar ignorando
quei rimproveri
indiretti che riguardavano la sua politica interna,
continuò con fare
conciso la serie delle sue domande.
- E ultimamente, dov'era Ivan Ogareff?
- Nel governatorato di Perm.
- In quale città?
- Proprio a Perm.
- Che vi faceva?
- Sembrava disoccupato, e la sua condotta non destava alcun
sospetto.
- Non era sotto la sorveglianza della polizia imperiale?
- No, Maestà.
- Quando ha lasciato Perm?
- Durante il mese di marzo.
- Per andar dove?
- Non si sa.
- E da allora si sa cosa ha fatto?
- No.
- Ebbene, lo so io!
- continuò lo zar. -
Mi sono
pervenute
informazioni anonime, che
non sono
passate per
gli uffici della
polizia, e, alla luce dei fatti che accadono ora oltre frontiera,
ho
ragione di credere che siano esatte!
- Intendete
dire, Maestà
- esclamò il capo
della polizia - che
nell'invasione tartara c'è la mano di Ivan Ogareff?
- Sì, generale, e ora ti dirò quello che non sai.
Ivan Ogareff, dopo
aver lasciato
il governatorato di Perm, ha
passato gli Urali. Si è
introdotto in Siberia, nelle
steppe kirghise, e là ha
tentato, non
senza successo, di sollevare quelle popolazioni nomadi. Poi è disceso
più a sud, fino al Turkestan libero.
Là, nei khanati di
Buchara, di
Lokand, di
Kundus, ha
trovato dei capi disposti a lanciare le loro
orde tartare nelle province siberiane
e a
provocare una
invasione
generale dell'impero
russo in Asia.
Il movimento è stato preparato
segretamente, ma è scoppiato come un fulmine,
ed ora le vie e i mezzi
di comunicazione
tra la
Siberia occidentale e la Siberia orientale
sono tutti tagliati! Di più, Ivan Ogareff, assetato di vendetta,
vuol
attentare alla vita di mio fratello!
Lo zar s'era animato parlando e andava su e giù a passi concitati.
Il
capo supremo della polizia non rispose,
ma diceva tra
sé che,
nel
tempo in
cui gli zar
di Russia non graziavano mai un esiliato,
i
progetti di Ivan Ogareff non avrebbero potuto realizzarsi.
Stette in silenzio ancora per qualche istante.
Poi avvicinandosi allo
zar, che si era lasciato cadere su una poltrona:
- Vostra
Maestà -
disse -
ha certo dato degli ordini perché
l'invasione sia respinta al più presto?
- Sì -
rispose lo zar. -
L'ultimo telegramma che ha potuto
venir
trasmetto a
Niznij Udinsk
ha dovuto mettere in
moto le truppe dei
governatorati di Jenisejsk,
di Irkutsk, di Jakutsk
e quelle
delle
province dell'Amure
e del
lago Bajkal.
Contemporaneamente, i
reggimenti di Perm, e
di Niznij Novgorod e i Cosacchi della frontiera
si dirigono a marce
forzate verso i monti Urali; ma disgraziatamente
occorreranno parecchie settimane prima che possano trovarsi di
fronte
alle colonne tartare.
- E il fratello di Vostra Maestà,
Sua Altezza il granduca, isolato in
questo momento
nel governatorato di Irkutsk,
non è
più in
comunicazione diretta con Mosca?
- No.
- Ma deve certo sapere, dagli ultimi dispacci, quali sono le
decisioni
prese da
Vostra Maestà,
e quali
soccorsi deve
attendersi dai
governatorati più vicini a quello di Irkutsk.
- Lo sa -
rispose lo zar, -
ma quello
che ignora
è che
Ivan
Ogareff, insieme
alla parte
di ribelle,
deve recitare quella
di
traditore, e che ha in lui un accanito nemico personale.
Ivan Ogareff
deve al
granduca la
sua prima disgrazia
e, cosa più grave, mio
fratello non conosce quell'uomo.
Il progetto di Ivan Ogareff è dunque
di andare a Irkutsk, e là, sotto falso nome, offrire i suoi
servigi al
granduca. Poi,
dopo averne guadagnato
la fiducia, quando i Tartari
avranno assediato Irkutsk, egli
consegnerà loro la città, e
con essa
mio fratello, la cui vita è così direttamente minacciata. Ecco quello
che so dalle mie informazioni;
ecco quello che non sa
il granduca;
ecco quanto egli deve sapere!
- Ebbene, Maestà, un corriere intelligente, coraggioso...
- Lo aspetto.
- Un
corriere che
faccia molto
presto -
aggiunse il capo della
polizia -
perché, mi sia
permesso aggiungere, Maestà,
non c'è un
altro territorio così adatto alle ribellioni come quello
siberiano!
- Intendi dire, generale, che gli esiliati farebbero causa comune con
gli invasori? - esclamò
lo zar, che a quella
insinuazione del capo
supremo della polizia non seppe dominarsi.
- Vostra
Maestà mi
scusi!... -
rispose interdetto il capo della
polizia, perché era
proprio quella l'idea suggeritagli dal suo
animo
inquieto e diffidente.
- Io credo che negli esiliati ci sia più patriottismo!
- riprese lo
zar.
- Ma oltre agli esiliati politici, vi sono in Siberia altri
condannati
- osservò il capo
della polizia.
- I criminali! Oh! generale, quelli te li lascio!
Sono il rifiuto del
genere umano. Non appartengono a nessun paese.
Ma la sollevazione, o
meglio l'invasione, non è fatta contro l'imperatore, è fatta
contro la
Russia, contro questo
paese, che gli esiliati non
hanno perduto
la
speranza di
rivedere... e che
rivedranno!... No,
mai un russo farà
lega con un tartaro per indebolire,
fosse pure per un'ora sola,
la
potenza moscovita!
Lo zar
aveva ragione di
credere al patriottismo di coloro che erano
stati momentaneamente allontanati per ragioni politiche.
La clemenza,
che costituiva
il fondamento
della sua
giustizia quando
poteva
dirigerne lui stesso gli effetti,
e le considerevoli mitigazioni
che
aveva adottate
nell'applicazione degli
"ukas", una
volta così
terribili, lo rendevano sicuro di non ingannarsi. Ma, nonostante
il
contributo di questo importante elemento favorevole contro
l'invasione
tartara, le
circostanze restavano
tuttavia gravi, perché
c'era da
temere che gran parte delle
popolazioni kirghise
passassero agli
invasori.
I Kirghisi si dividono in tre orde,
la grande, la piccola e la media,
e contano circa quattrocentomila "tende", cioè due
milioni di persone.
Sono divisi in tribù, alcune
delle quali sono
indipendenti, altre
riconoscono la sovranità
della Russia
o dei khanati di Khiva, di
Koland e di Buchara, ossia
dei più
terribili capi
del Turkestan.
L'orda media,
la più
ricca, è
anche la
più numerosa, e i
suoi
accampamenti occupano lo spazio compreso tra i fiumi Sara-Su,
l'Irtis
e l'Isim superiore, e
i laghi Hadisang e Aksakal. L'orda
grande, che
occupa le contrade situate ad est della
media, si estende
fino ai
governatorati di Omsk
e di
Tobolsk. Se dunque
queste popolazioni
kirghise si ribellavano, ciò
significava l'invasione
della Russia
asiatica e, anzitutto, la perdita della Siberia, a est del Jenisej.
E' vero che i Kirghisi, molto
primitivi nell'arte della guerra, sono
piuttosto predoni notturni
e aggressori
di carovane
che soldati
regolari. Infatti,
ha detto Levscin che
«un fronte organizzato e un
buon reggimento di fanteria resiste a
una massa
di Kirghisi
dieci
volte più
numerosa, e un solo
cannone può sbaragliarne una quantità
spaventosa».
E' vero, ma bisogna
che il buon reggimento di
fanteria giunga
nel
paese in
rivolta, e
che i cannoni lascino
i parchi delle province
russe, che sono
lontane due o tre mila verste.
Ora tranne la via
diretta che unisce Ekaterinburg a Irkutsk, le steppe, spesso
paludose,
non sono
facilmente transitabili, e certamente
trascorrerebbero
parecchie settimane prima che le truppe russe possano essere in
grado
di respingere le orde tartare.
Omsk è
il centro dell'organizzazione
militare della
Siberia
occidentale, destinata a tenere sottomesse le
popolazioni kirghise.
Ora, i confini siberiani sono stati più d'una volta violati dai
nomadi
non del tutto
sottomessi, e il ministero
della guerra aveva tutta la
ragione di pensare che Omsk era già minacciata
molto da
vicino. La
linea dei
presidi militari,
cioè quelle
postazioni di
Cosacchi
scaglionati da Omsk fino a Semipalatinsk,
doveva essere stata forzata
in parecchi
punti. E
c'era da
temere che
i "gran sultani" che
governavano i distretti kirghisi avessero accettato
volontariamente, o
subìto involontariamente, la
dominazione dei tartari, musulmani
come
loro, e
che all'odio provocato
dalla sottomissione alla Russia si
fosse aggiunto
l'odio dovuto
all'antagonismo tra
le religioni
ortodossa e musulmana.
Infatti, da molto tempo i tartari del Turkestan, e specialmente
quelli
dei khanati di Buchara, di Kokand, di Kundus, cercavano con la
forza o
con la
persuasione di
sottrarre le orde
kirghise alla dominazione
moscovita.
Ma chi sono questi Tartari? I Tartari appartengono più
particolarmente
a due razze distinte, la razza caucasica e la razza mongola.
La razza caucasica, scrisse
Abel de Rémusat, «considerata
in Europa
come il
tipo della
bellezza della
nostra specie, perché da essa
discendono tutti i popoli di questa parte del mondo»,
riunisce sotto
una stessa denominazione i Turchi e gli indigeni di ceppo persiano.
La razza mongola pura comprende i Mongoli, i Manciù e i Tibetani.
I Tartari,
che minacciavano allora l'impero russo, erano
di razza
caucasica e occupavano più particolarmente il Turkestan.
Questo vasto
paese è diviso in vari staterelli, ognuno governato da un khan; di
qui
la denominazione di khanati. I
principali sono quelli di Buchara, di
Khiva, di Kokand, di Kundus, eccetera.
In quel periodo, il khanato più importante e più pericoloso era
quello
di Buchara. La Russia aveva già dovuto lottare parecchie volte contro
i suoi capi, che per interesse personale e per imporre un loro giogo,
avevano sostenuto l'indipendenza dei Kirghisi
contro la
dominazione
moscovita. E il capo attuale, Feofar
Khan, seguiva le orme dei
suoi
predecessori.
Il khanato
di Buchara
s'estende, da
nord a
sud, entro
il
trentasettesimo e il quarantunesimo parallelo, e da est a ovest,
entro
il sessantunesimo
e il sessantaseesimo grado di longitudine,
su una
superficie di circa diecimila leghe quadrate.
Questo Stato ha una popolazione di due milioni e mezzo di abitanti,
un
esercito di sessantamila uomini,
che vengono portati
al triplo
in
tempo di guerra, e trentamila cavalieri. E' un paese ricco per
varietà
di fauna,
di flora,
di minerali,
e s'è
molto ingrandito
con
l'annessione dei territori di Balkh,
di Okoij
e di
Meijmanek. Ha
diciannove città considerevoli.
Buchara cinta da mura di oltre otto
miglia inglesi e fortificate da torri,
gloriosa città resa celebre da
Avicenna (5) e da
altri sapienti del decimo secolo, è considerata il
centro della cultura musulmana ed
è collocata
tra le
più celebri
dell'Asia centrale; Samarcanda,
che possiede la tomba di Tamerlano e
il famoso palazzo dov'è custodita la pietra azzurra,
sulla quale ogni
nuovo khan deve recarsi a sedere prima di salire al trono, è
difesa da
una fortezza munitissima; Karsi,
con tre cerchie di mura, situata in
un'oasi attorniata da paludi popolate da tartarughe e da lucertole,
è
quasi inaccessibile;
Ciargini è
difesa da una popolazione di circa
ventimila anime; e infine, Katta-Kurgan,
Nurata, Gisàh,
Paijkand,
Karakul, Khusar,
e altre,
costituiscono una
linea di
fortezze
difficili a sottomettere. Il
khanato di
Buchara, protetto
dalle
montagne, isolato dalle
steppe, è
dunque uno
stato veramente
pericoloso, e la Russia sarà costretta a impegnare contro di esso
un
ingente quantitativo di forze militari.
L'ambizioso e feroce
Feofar governava
allora quella
parte della
Tartaria. Sostenuto dagli altri khan, specialmente da quelli di
Kokand
e di Kundus, guerrieri e predoni feroci,
sempre disposti a lanciarsi
in imprese care all'istinto tartaro,
aiutato dai capi che comandavano
tutte le orde dell'Asia centrale,
s'era messo
a capo
della nuova
invasione, di cui Ivan Ogareff era l'anima.
Questo traditore, spinto
in egual
misura da
un'ambizione insensata
e dall'odio,
aveva
organizzato l'avanzata in modo da tagliare la grande strada
siberiana.
Veramente pazzo, se
pensava di poter
abbattere l'impero moscovita!
Dietro suo consiglio, l'emiro
- com'è chiamato il
khan di Buchara -
aveva spinto le sue orde oltre la frontiera
russa. Aveva
invaso il
governatorato di Semipalatinsk, e
i Cosacchi, poco numerosi in
quel
punto, avevano dovuto indietreggiare davanti a lui.
S'era anzi spinto
oltre il
lago Balhash,
sobillando al suo
passaggio le popolazioni
kirghise. Predando,
devastando, arruolando
coloro che
si
sottomettevano, facendo prigionieri coloro che resistevano, passava
da
una città
all'altra, portandosi
dietro un seguito alla maniera dei
sovrani orientali: una piccola corte privata,
cioè le sue mogli e
i
suoi schiavi.
Tutto ciò
con l'audacia e
l'impudenza di un moderno
Gengis Khan.
Dov'era egli in questo momento? Fin dove erano arrivati i suoi
soldati
quando la notizia dell'invasione giunse a Mosca?
In quale punto della
Siberia le truppe russe avevano dovuto indietreggiare?
Nessuno poteva
saperlo. Le
comunicazioni erano interrotte. Tra
Kolivan e Tomsk, la
linea telegrafica
era stata tagliata dalle avanguardie dell'esercito
tartaro? O
forse l'emiro
era arrivato
fino alle
province del
Jenisejsk? Tutta la Siberia occidentale era sollevata?
La rivolta si
estendeva già fino alle
lontane regioni
dell'est? Nessuno
poteva
dirlo. L'unico
messaggero che
non teme
né il freddo né il caldo,
quello che né rigori
dell'inverno né la
calura dell'estate
può
arrestare, quello che vola con la rapidità del fulmine
- la corrente
elettrica - non
poteva più propagarsi attraverso la steppa,
e così
era ormai impossibile avvertire il granduca,
chiuso in Irkutsk,
del
pericolo che lo minacciava per il tradimento di Ivan Ogareff.
Solo un
corriere avrebbe
potuto sostituire
la linea telegrafica
interrotta. Quest'uomo avrebbe bisogno d'un certo tempo per
percorrere
le cinquemiladuecento verste (5523 chilometri) che separavano Mosca
da
Irkutsk. Egli dovrebbe
avere a sua disposizione, per
attraversare le
file dei ribelli e degli invasori, un coraggio e un'intelligenza
quasi
sovrumani. Ma, con cervello e cuore si va lontano...
- Troverò questo cervello e questo cuore?
- si chiedeva lo zar.
NOTE.
3. MICHELE STROGOFF.
La porta dello studio imperiale
s'aprì, e
l'usciere annunciò
il
generale Kissoff.
- E il corriere? - chiese subito
lo zar.
- E' qui fuori, Maestà -
rispose il generale Kissoff.
- Hai trovato l'uomo adatto?
- Oso risponderne a Vostra Maestà.
- Era di servizio a palazzo?
- Sì, Maestà.
- Lo conosci?
- Personalmente,
e più
volte ha
compiuto con successo
difficili
missioni.
- All'estero?
- Anche in Siberia.
- Di dov'è?
- Di Omsk. E' siberiano.
- Ha i nervi saldi, intelligenza, coraggio?
- Sì, Maestà,
ha tutto quanto occorre per riuscire dove altri
forse
fallirebbero.
- La sua età?
- Trent'anni.
- E' un tipo vigoroso?
- Maestà, può
sopportare il freddo, la fame, la sete, la fatica, fino
all'estremo limite.
- Ha dunque una costituzione di ferro?
- Sì, Maestà.
- E un cuore?...
- Un cuore d'oro.
- Il suo nome?
- Michele Strogoff.
- E' pronto a partire?
- Aspetta nella sala della Guardia gli ordini di Vostra Maestà.
- Venga -
disse lo zar.
Pochi istanti dopo, il
corriere Michele Strogoff entrava nello studio
dello zar.
Michele Strogoff
era alto,
vigoroso, largo di
spalle e robusto di
torace. La testa
possente presentava i
bei caratteri della
razza
caucasica. Le membra, ben
proporzionate, erano come altrettante leve
di un congegno meccanico per la migliore esecuzione di forti
imprese.
Quel giovane bello e robusto, aitante, ben piantato, non sarebbe
stato
facile da smuovere contro la sua volontà,
perché, quando aveva posato
i piedi a terra, pareva che vi si
radicassero. La sua
testa ben
modellata, dalla fronte
spaziosa, era
ornata da una
capigliatura
crespa e folta, che sfuggiva in ciocche dal colbacco moscovita,
quando
lo portava. Il suo volto, ordinariamente
pallido, si modificava solo
per il
battito accelerato
del cuore,
sotto l'impulso
di una
circolazione più rapida che lo tingeva del colorito arterioso.
I suoi
occhi erano
d'un azzurro
cupo, con
lo sguardo diritto,
franco,
inalterabile, e brillavano sotto un'arcata i cui muscoli sopraciliari
un po' contratti, dimostravano
grande coraggio, quel
"coraggio senza
collera degli eroi", secondo
l'espressione dei
fisiologi. Il
naso
pronunciato, dalle narici
larghe, sovrastava una
bocca simmetrica,
dalle labbra un poco sporgenti, proprie di un essere generoso e
buono.
Michele Strogoff aveva il temperamento dell'uomo
deciso, che
prende
rapidamente la sua
risoluzione, che non
si rode
le unghie
nell'incertezza, che non si gratta l'orecchio
nel dubbio,
che non
tentenna nell'indecisione.
Sobrio di
gesti come di parole, sapeva
restare immobile come un soldato davanti al suo superiore;
ma quando
camminava, il suo
incedere dimostrava
una grande scioltezza, una
notevole precisione di movimenti;
il che era segno contemporaneamente
della fiducia
e della
volontà pronta del
suo spirito. Era uno di
quegli uomini che sembravano
costantemente in
atto di
"acciuffar
l'occasione per i capelli": immagine un po' forzata, ma che lo
dipinge
con precisione.
Michele Strogoff
vestiva un'elegante uniforme militare che somigliava
a quella degli ufficiali dei
Cacciatori a
cavallo in
tenuta di
campagna, con stivali,
speroni, calzoni
aderenti, casacca orlata di
pelliccia e guarnita di cordoni gialli su fondo bruno. Sul largo
petto
brillava una croce e parecchie medaglie.
Michele Strogoff apparteneva al corpo speciale dei corrieri dello
zar,
e in quel gruppo di uomini scelti aveva il grado di capitano.
Una cosa
traspariva con evidenza dal suo comportamento,
dalla sua fisionomia,
da tutta
la sua
persona, e
lo stesso
zar la
riscontrò senza
incertezze: che egli era «un esecutore di
ordini». Possedeva dunque
una delle qualità più raccomandabili in Russia, secondo
l'osservazione
del celebre
romanziere Turgenev:
la qualità che porta
ai più alti
gradi nell'impero moscovita.
In verità, se c'era un uomo che potesse portare a termine quel
viaggio
da Mosca a Irkutsk, attraverso una zona occupata,
superare ostacoli e
sfidare pericoli d'ogni sorta, quell'uomo era Michele Strogoff.
Circostanza favorevolissima alla
buona riuscita dei
suoi progetti,
Michele Strogoff
conosceva a
perfezione il
paese che
doveva
attraversare e ne capiva i diversi idiomi non soltanto per averlo già
percorso, ma perché era di origine siberiana.
Suo padre, il vecchio Piotr Strogoff, morto dieci anni prima,
abitava
nella città di Omsk, situata
nel governatorato omonimo, e
sua madre,
Marfa Strogoff, vi risiedeva
tuttora. Là,
in mezzo alle
steppe
selvagge delle
province di Omsk e di Tobolsk,
il valente cacciatore
siberiano aveva educato suo figlio Michele «alla vita
dura», secondo
l'espressione popolare. Piotr
Strogoff era
un vero cacciatore di
professione. D'estate come d'inverno,
col caldo torrido o col freddo
che talvolta
oltrepassava i
cinquanta gradi
sotto zero,
egli
percorreva la pianura gelata,
i macchioni di larici e
betulle, le
foreste di
abeti, tendendo
trappole, facendo la posta alla piccola
selvaggina col fucile e a quella grossa con la forca o
col coltello.
La selvaggina
grossa era
né più né meno
che l'orso siberiano,
pericoloso e feroce animale, la
cui statura uguaglia quella dei suoi
congeneri dei
mari glaciali.
Piotr Strogoff
aveva ucciso più di
trentanove orsi, vale a dire che sotto i suoi
colpi era
caduto il
quarantesimo, e, prestando
fede alle leggende di caccia russe, molti
cacciatori sono stati fortunati
fino al
trentanovesimo orso, per
soccombere poi davanti al quarantesimo.
Piotr Strogoff
aveva dunque superato
il numero fatale, senza avere
ricevuto un graffio. Da
quel momento, suo figlio Michele, che
aveva
allora undici
anni, non
mancò mai
di accompagnarlo alla
caccia,
portando la "ragatina",
cioè la forca, per venire in aiuto
di suo
padre, armato del solo
coltello. A quattordici anni, Michele Strogoff
aveva ucciso da solo il suo primo orso
che non è poco; -
ma dopo
averlo scuoiato, aveva trascinato la pelle del gigantesco animale
fino
alla casa paterna, distante parecchie verste, rivelando un vigore
poco
comune in un ragazzo.
Quella vita
gli fece bene,
e giunto all'età adulta, si
sentiva in
grado di sopportare tutto: il freddo, il caldo, la fame,
la sete, la
fatica. Come
il Jakut delle contrade settentrionali,
era un uomo di
ferro. Poteva stare ventiquattro ore senza mangiare, dieci notti
senza
dormire, e
costruirsi un
ricovero in
piena steppa,
dove altri
sarebbero morti
assiderati all'addiaccio. Dotato di un eccezionale
senso dell'orientamento, guidato
da un istinto degno di un
Delaware
(1) in
mezzo alla
immensa distesa
bianca, se
la nebbia velava
completamente l'orizzonte, e
anche quando si trovava in paesi di alte
latitudini, dove la
notte polare si
prolunga per molti giorni egli
sapeva ritrovare la sua strada,
dove altri non avrebbero saputo
che
direzione prendere. Tutti i segreti di suo padre gli erano noti.
Aveva
imparato a
orientarsi su indizi appena percettibili,
come la caduta
degli aghi di ghiaccio, la
disposizione dei minimi ramoscelli
degli
alberi, i
chiarori emananti dagli estremi limiti dell'orizzonte,
le
orme sull'erba della foresta, i vaghi suoni che attraversavano
l'aria,
le lontane
detonazioni, il
passaggio di
uccelli nell'atmosfera
brumosa, mille particolari che sono mille punti di riferimento per
chi
li sa riconoscere. Inoltre,
temprato sulle nevi, aveva una salute di
ferro, come aveva
detto il generale Kissoff, e,
cosa non meno vera,
aveva un cuore d'oro.
L'unico grande affetto
di Michele Strogoff era sua madre, la
vecchia
Marfa, che non aveva
mai voluto lasciare l'antica
abitazione degli
Strogoff a
Omsk, sulle
sponde del
fiume Irtis,
ove il vecchio
cacciatore e lei erano vissuti tanti anni insieme. Quando il figlio
la
lasciò, aveva il
cuore grosso, ma le promise
di tornare a rivederla
tutte le volte che avesse potuto: promessa che fu sempre mantenuta
con
devozione quasi religiosa.
Era stato deciso che, a vent'anni, Michele Strogoff sarebbe entrato
al
servizio personale dell'imperatore,
nel corpo dei corrieri dello zar.
Il giovane
siberiano, ardito,
intelligente, zelante,
di buona
condotta, ebbe dapprima l'occasione di distinguersi specialmente in
un
viaggio nel
Caucaso, in
un paese
difficile, agitato
da qualche
irrequieto successore di Shamil; poi, più tardi,
in un'importante
missione che lo portò fino a Petropavlovsk, nel Camciatca,
all'estremo
confine della Russia
asiatica. Durante quei lunghi
viaggi, dimostrò
meravigliose qualità di autocontrollo, di prudenza e di coraggio,
che
gli valsero
l'approvazione e la protezione dei
capi, sicché fece
rapidamente carriera
Tutte le licenze che gli spettavano di diritto,
dopo quelle missioni
in terre lontane, egli
non mancò mai di dedicarle alla vecchia madre,
anche se si trovava lontano da lei
migliaia di
verste e
l'inverno
rendeva le strade impraticabili.
Ultimamente, però, Michele Strogoff
era stato
incaricato di
una importante
missione nella
Russia
meridionale e non rivedeva la vecchia Marfa da tre anni.
Era la prima
volta che gli succedeva, e
gli parevano
tre secoli!
Ora, la
sua
licenza regolare
gli sarebbe stata accordata fra qualche giorno,
ed
egli aveva già fatto i suoi preparativi per la
partenza verso
Omsk,
quando avvennero
i fatti
che sappiamo. Michele
Strogoff fu dunque
introdotto alla presenza dello zar,
ignorando completamente che cosa
volesse da lui l'imperatore.
Lo zar
lo guardò per
qualche momento senza parlare e l'osservò con
occhio penetrante,
mentre Michele
Strogoff restava
assolutamente
immobile.
Poi, evidentemente soddisfatto di quell'esame, lo zar si avvicinò
allo
scrittoio e facendo cenno al capo della polizia di sedersi,
gli dettò
sottovoce una lettera di poche righe.
Scritta la lettera,
lo zar la rilesse con grande attenzione
poi la
firmò, facendo
precedere al suo nome
le parole: "Byt po semu", che
vogliono dire: "Così sia",
e che sono la formula di rito degli zar di
Russia.
La lettera venne poi introdotta in una busta,
che fu sigillata con lo
stemma imperiale. Lo
zar, alzandosi,
disse a Michele
Strogoff di
avvicinarsi. Michele Strogoff avanzò di qualche passo e restò di
nuovo
immobile, pronto a rispondere.
Lo zar
lo guardò ancora
una volta in faccia, con
gli occhi negli
occhi. Poi domandò con voce rotta:
- Il tuo nome?
- Michele Strogoff, Maestà.
- Il tuo grado?
- Capitano al corpo dei corriere dello zar.
- Conosci la Siberia?
- Sono siberiano.
- Dove sei nato?
- A Omsk.
- Hai parenti a Omsk?
- Sì, Maestà.
- Quali?
- La mia vecchia madre.
Lo zar interruppe un istante la serie delle domande. Poi, mostrando
la
lettera che teneva in mano, riprese:
- Ecco una lettera che io ti incarico, Michele Strogoff, di
consegnare
nelle mani del granduca e di nessun altro.
- La consegnerò, Maestà.
- Il granduca è a Irkutsk.
- Andrò a Irkutsk.
- Ma dovrai attraversare un territorio
messo sossopra
dai ribelli,
invaso dai
Tartari, che
avranno interesse
a intercettare questa
lettera.
- L'attraverserò.
- Dovrai diffidare soprattutto d'un traditore, Ivan Ogareff, che
forse
incontrerai sulla tua strada.
- Diffiderò di lui, Maestà.
- Passerai per Omsk?
- E' la mia strada, Maestà.
- Se vai da tua madre, rischi di essere riconosciuto. Non è
necessario
che tu veda tua madre.
Michele Strogoff ebbe un attimo di esitazione, poi disse:
- Non la vedrò, Maestà.
- Giurami che per nessuna ragione rivelerai né chi sei né dove
vai!
- Lo giuro.
- Michele Strogoff -
disse lo zar, porgendo
il plico
al giovane
corriere -
prendi dunque questa lettera, dalla quale dipende la vita
di tutta la Siberia e forse la vita del granduca mio fratello.
- Questa lettera, Maestà, sarà consegnata a Sua Altezza il
granduca.
- Sicché tu passerai ad ogni costo?
- Passerò o mi uccideranno.
- Ho bisogno che tu viva!
- Vivrò e passerò -
rispose Michele Strogoff.
Lo zar
parve soddisfatto
della sicurezza
semplice e calma con cui
Michele Strogoff gli aveva risposto.
- Va' dunque, Michele Strogoff
- disse egli,
- va' in nome di Dio,
per la Russia, per mio fratello e per me!
Michele Strogoff
salutò militarmente, uscì subito
dallo studio
dell'imperatore e, pochi momenti dopo, dal Palazzo Nuovo.
- Credo, generale, che tu abbia avuto la mano felice
- disse lo zar.
- Lo
credo anch'io,
Maestà -
rispose il generale Kissoff -
e
Vostra Maestà può essere sicura che Michele Strogoff farà tutto
quanto
può fare un uomo.
- E' veramente un uomo, -
concluse lo zar.