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Michele Strogoff

 

 

    Jules Verne.

    (Da Mosca a Irkutsk).

 

 

 

 

 

 

 

    PARTE PRIMA.

 

 

    1. UNA FESTA AL PALAZZO NUOVO.

 

    - Maestà, un altro dispaccio.

    - Da dove?

    - Da Tomsk.

    - E, oltre questa città, la linea è interrotta?

    - E' interrotta fin da ieri.

    - Generale,  fa'  spedire  ogni ora un telegramma a Tomsk,  e tienimi

    informato.

    - Sì, Maestà  -  rispose il generale Kissoff.

    Queste parole venivano scambiate alle due del mattino, mentre la festa

    da ballo al Palazzo Nuovo era al colmo della sua magnificenza.

    Durante la serata,  le fanfare dei reggimenti di Preobrazenskij  e  di

    Pavlovskij  si  erano  succedute nell'esecuzione di polche,  mazurche,

    danze scozzesi e  valzer,  tutti  pezzi  scelti  tra  i  migliori  del

    repertorio.  Le  coppie  dei  ballerini si moltiplicavano all'infinito

    attraverso le splendide sale del palazzo,  che si ergeva a pochi passi

    dalla  "vecchia  casa  di  pietra"  dove in altri tempi s'erano svolti

    tanti drammi terribili,  la cui eco  si  ridestava  quella  notte  per

    richiamare lontani motivi di quadriglie.

    Del  resto,  il  gran maresciallo di corte era ben secondato nelle sue

    delicate mansioni. Gli stessi granduchi e i loro aiutanti di campo,  i

    ciambellani  di  servizio,   gli  ufficiali  di  palazzo  presiedevano

    all'organizzazione  delle  danze.  Le  granduchesse,  ingioiellate  di

    diamanti,  le dame di corte,  nei loro costumi di gala, davano il loro

    valido esempio alle mogli degli  alti  funzionari  militari  e  civili

    dell'antica  "città  dalle  bianche  pietre".  Così  appena risuonò il

    segnale della "polacca",  quando gli  invitati  d'ogni  rango  presero

    parte  a  questo  genere  di passeggio cadenzato,  che in simili feste

    assume tutta l'importanza d'una danza  nazionale,  l'alternarsi  degli

    abiti  da  sera  guarniti  di  merletti  e  delle uniformi fregiate di

    decorazioni offrì uno spettacolo  indescrivibile,  sotto  la  luce  di

    cento lampadari moltiplicati per dieci dal riflesso degli specchi.

    Fu un vero splendore.

    Del  resto,  il  salone  grande,  il più sontuoso di tutte le sale del

    Palazzo Nuovo,  offriva a questo corteo  di  gentiluomini  e  di  dame

    splendidamente vestite,  una cornice degna della loro magnificenza. Il

    ricco soffitto,  con i suoi stucchi dorati e bruniti dalla patina  del

    tempo,  era  costellato  di  punti luminosi.  I broccati delle tende e

    delle portiere,  drappeggiati in pieghe  solenni,  s'imporporavano  di

    toni caldi, interrotti bruscamente agli angoli della pesante stoffa.

    Attraverso i vetri delle ampie finestre arcuate a tutto sesto, la luce

    che inondava le sale,  filtrando leggermente appannata,  si diffondeva

    all'esterno come il riflesso  d'un  incendio  e  formava  un  violento

    contrasto  con  la  notte che,  da più ore,  avvolgeva lo scintillante

    palazzo.  E il contrasto attirava l'attenzione di coloro che non erano

    attratti  dalle  danze.  Quando  si fermavano nei vani delle finestre,

    potevano scorgere alcuni campanili sfumati nell'ombra, che profilavano

    qua e là i loro massicci contorni.  Sotto  i  balconi  scolpiti,  essi

    vedevano  passeggiare  in silenzio numerose sentinelle,  con il fucile

    sulla spalla e  il  loro  casco  puntuto,  che  pareva  ornato  da  un

    pennacchio  di fuoco sotto il bagliore spiovente dall'alto.  Si poteva

    udire anche il passo  delle  pattuglie,  che  scandiva  il  tempo  sul

    selciato  di  pietra,  forse  con  maggior  precisione  del  piede dei

    ballerini sui lucidi pavimenti delle sale.  A intervalli regolari,  il

    grido delle sentinelle si ripeteva di posto in posto,  e talvolta, uno

    squillo  di  tromba,   fondendosi  con  gli  accordi   dell'orchestra,

    introduceva le sue chiare note nell'armonia generale.

    Ancora  più  in  basso,  di  fronte  alla  facciata,  masse  scure  si

    profilavano sotto i grandi coni di luce proiettati dalle finestre  del

    Palazzo  Nuovo.  Erano battelli che scendevano il corso del fiume,  le

    cui acque,  scintillanti alla luce tremula dei  fanali,  lambivano  le

    prime fondamenta delle terrazze.

    Il principale personaggio del ballo, quello che offriva il ricevimento

    e  al  quale  il  generale  Kissoff  aveva  attribuito  un appellativo

    riservato ai sovrani, indossava una semplice uniforme di ufficiale dei

    Cacciatori della Guardia. Non era ostentazione la sua,  ma l'abitudine

    d'un  uomo poco sensibile alle ricercatezze dell'apparato esterno.  Il

    suo vestire  contrastava  quindi  con  gli  sfarzosi  costumi  che  si

    avvicendavano  attorno  a  lui,  e  in  quella  stessa  divisa egli si

    presentava quasi sempre in pubblico,  fra la sua scorta di  Georgiani,

    di Cosacchi,  di Lesghi,  quei meravigliosi squadroni,  splendidamente

    vestiti delle brillanti uniformi del Caucaso.

    Questo personaggio,  di  alta  statura,  tratto  affabile,  fisionomia

    calma,  fronte  tuttavia pensosa,  passava da un gruppo all'altro,  ma

    parlava poco, e sembrava persino prestare scarsa attenzione tanto alle

    manifestazioni festose dei giovani invitati,  quanto ai  discorsi  più

    seri  degli  alti  funzionari o dei membri del corpo diplomatico,  che

    rappresentavano presso di lui i principali stati d Europa.  Due o  tre

    di  questi  perspicaci uomini politici  -  fisionomisti di professione

    -  avevano certo creduto di scoprire sul volto del loro ospite qualche

    sintomo d'inquietudine,  la cui causa sfuggiva,  ma nessuno di loro si

    sarebbe  permesso  d'interrogarlo  su questo argomento.  In ogni caso,

    l'intenzione dell'ufficiale dei Cacciatori della  Guardia  era,  senza

    dubbio,  che  le  sue  segrete preoccupazioni non turbassero in nessun

    modo la festa.  D'altronde egli era uno di quei rari sovrani ai  quali

    quasi  tutto  un  mondo si è abituato a ubbidire,  anche col pensiero;

    perciò il piacere del ballo non rallentò un solo istante.

    Intanto,  il generale Kissoff aspettava che l'ufficiale  a  cui  aveva

    portato  il  dispaccio  proveniente  da  Tomsk  gli  desse l'ordine di

    ritirarsi,  ma quello restava in silenzio.  Aveva preso il telegramma,

    l'aveva  letto,  e la fronte gli si oscurò ancora di più.  La sua mano

    corse involontariamente all'elsa della spada,  risalì  poi  verso  gli

    occhi  e  li  coprì  per un momento.  Si sarebbe detto che il bagliore

    delle luci lo ferisse e  che  cercasse  l'ombra  per  meglio  guardare

    dentro di sé.

    -  E  così  -  riprese dopo aver condotto il generale Kissoff nel vano

    d'una finestra  -  da ieri siamo senza comunicazione col granduca  mio

    fratello?

    - Senza comunicazioni,  Maestà,  e si teme che tra poco i dispacci non

    potranno più attraversare la frontiera siberiana.

    - Ma le truppe delle province  dell'Amur  e  del  Jakutsk,  come  pure

    quelle  della  Transbajkalia,  hanno  ricevuto  l'ordine  di  marciare

    immediatamente su Irkutsk?

    - L'ordine è stato dato con l'ultimo  telegramma  che  abbiamo  potuto

    trasmettere al di là del lago Bajkal.

    - Quanto ai governatori,  del Jeniseisk, dell'Omsk, del Semipalatinsk,

    del Tobolsk,  siamo  sempre  in  comunicazione  con  essi  dall'inizio

    dell'invasione?

    -  Sì,  Maestà,  i nostri dispacci arrivano fino a loro,  e abbiamo la

    certezza, fino a questo momento,  che i Tartari non hanno oltrepassato

    l'Irtisc e l'Ob.

    - E del traditore Ivan Ogareff, non si fa nessuna notizia?

    -  Nessuna  -  rispose il generale Kissoff.   -  Il capo della polizia

    non saprebbe dire se ha passato o no la frontiera.

    - I suoi connotati siano immediatamente trasmessi a Niznij-Novgorod, a

    Perm, a Ekaterinburg, a Kassimov, a Tijmen, a Isim, a Omsk,  a Elamsk,

    a  Kolivan,  a  Tomsk,  a  tutte le stazioni telegrafiche con le quali

    siamo ancora in contatto.

    - Gli ordini di Vostra Maestà saranno eseguiti all'istante  -  rispose

    il generale Kissoff.

    - E silenzio su tutto questo!

    Con un segno di rispettoso  assenso  e  un  inchino,  il  generale  si

    confuse  dapprima nella folla,  e lasciò quindi le sale,  senza che la

    sua partenza fosse notata.

    L'ufficiale,  invece,  stette per qualche momento  pensoso,  e  quando

    ritornò  in  mezzo  ai gruppi di ufficiali e di uomini politici che si

    erano formati in parecchi punti delle sale,  il suo viso aveva ripreso

    tutta la calma che per un momento aveva perduta.

    Tuttavia,  il  grave  fatto che aveva dato motivo al rapido scambio di

    parole, non era tanto ignorato quanto l'ufficiale dei Cacciatori della

    Guardia e il generale Kissoff potevano  credere.  Non  se  ne  parlava

    ufficialmente,  è vero, e neppure ufficiosamente, poiché le lingue non

    erano state sciolte "su ordine"; ma alcuni alti personaggi erano stati

    informati  più  o  meno  esattamente  di  quanto  accadeva  oltre   la

    frontiera. Ad ogni modo, quanto essi non sapevano forse che in maniera

    incerta,  e di cui non parlavano in conversazione,  neppure tra membri

    del corpo diplomatico,  era noto a due invitati,  privi  di  qualsiasi

    uniforme,  di  qualsiasi  decorazione che attirasse l'attenzione su di

    loro in  quel  ricevimento  al  Palazzo  Nuovo;  essi  ne  discutevano

    sottovoce e parevano in possesso di informazioni abbastanza precise al

    riguardo.

    In che modo,  per quali vie, grazie a quali abilità, quei due semplici

    mortali  sapevano  quello  che  tanti  personaggi,  anche  tra  i  più

    ragguardevoli,  appena sospettavano?  Sarebbe stato impossibile dirlo.

    Erano forniti del dono di prescienza o di previsione?  Possedevano  un

    senso  supplementare,  che  permetteva loro di vedere al di là di quel

    limitato orizzonte, oltre il quale non va lo sguardo umano? Avevano un

    particolare  fiuto  per  scovare  le  notizie  più   segrete?   Grazie

    all'abitudine,   divenuta  in  essi  una  seconda  natura,  di  vivere

    dell'informazione e per l'informazione,  la loro natura si era  dunque

    trasformata? Si sarebbe stati tentati ad ammetterlo.

    Uno dei due era inglese,  l'altro francese;  tutti e due alti e magri,

    questi bruno come i meridionali della Provenza,  quello biondo come un

    gentiluomo  del  Lancashire.   L'Anglo-Normanno,  compassato,  freddo,

    flemmatico,  economo di gesti e di parole,  sembrava parlare o gestire

    soltanto  sotto  l'impulso d'una molla operante a intervalli regolari.

    Il Gallo-Romano, al contrario, vivace,  petulante,  si esprimeva nello

    stesso tempo con le labbra,  con gli occhi,  con le mani;  aveva venti

    maniere  per  manifestare  il  proprio   pensiero,   mentre   il   suo

    interlocutore sembrava averne una sola immutabilmente stereotipata nel

    suo cervello.

    Le  loro dissomiglianze fisiche avrebbero subito dato nell'occhio a un

    osservatore superficiale;  ma un  fisionomista,  osservando  quei  due

    stranieri  più  da  vicino,  avrebbe chiaramente definito il contrasto

    fisiologico che li caratterizzava,  dicendo che  se  il  francese  era

    "tutto occhi", l'inglese era "tutto orecchi".

    Infatti,   l'apparato   ottico  dell'uomo  si  era  straordinariamente

    perfezionato con l'uso.  La sensibilità della sua retina doveva essere

    altrettanto  istantanea  quanto  quella  dei  prestigiatori,  i  quali

    riconoscono una carta unicamente da un rapido movimento di  taglio,  o

    dalla  disposizione  d'un  particolare che passa inosservato per tutti

    gli altri.  Il francese possedeva dunque al massimo grado  quella  che

    chiamiamo la "memoria visiva".

    L'inglese,  invece,  pareva  strutturato  apposta  per ascoltare o per

    sentire.  Quando il suo apparato uditivo era stato colpito  dal  suono

    d'una voce, non la dimenticava più e dopo dieci, venti anni, l'avrebbe

    riconosciuta  tra mille.  Le sue orecchie non avevano certo la facoltà

    di orientarsi,  come quelle degli animali dotati di grandi  padiglioni

    uditivi; ma, poiché i competenti hanno costatato che le orecchie umane

    sono immobili solo "pressappoco",  si sarebbe autorizzati ad affermare

    che   quelle   del   suddetto   inglese,   drizzandosi,    torcendosi,

    inclinandosi, cercavano di percepire i suoni in una maniera abbastanza

    evidente per l'anatomista.

    Dobbiamo  anche  far notare che la perfezione della vista e dell'udito

    in quei due uomini serviva meravigliosamente al loro mestiere,  perché

    l'inglese  era un corrispondente del "Daily Telegraph",  e il francese

    un corrispondente del... Di che giornale o di quali giornali, egli non

    lo diceva, e quando glielo domandavano,  rispondeva scherzosamente che

    era  in  corrispondenza  con  la  "cugina Maddalena".  In fondo,  quel

    francese,  sotto la sua apparente leggerezza,  era molto perspicace  e

    molto  fine.  Parlando  sempre  un  po'  a  vanvera,  forse per meglio

    nascondere il suo desiderio di sapere,  non si  tradiva  mai.  La  sua

    stessa loquacità gli serviva per tacere,  e forse egli era più chiuso,

    più discreto del suo collega del "Daily Telegraph".

    Se tutti e due assistevano a  questo  ricevimento  al  Palazzo  Nuovo,

    nella notte tra il 15 e il 16 luglio, lo dovevano alla loro qualità di

    giornalisti e allo scopo di assicurare la maggior edificazione ai loro

    lettori.

    Inutile  dire  che  quei  due  uomini  svolgevano con passione il loro

    compito in questo mondo elegante;  che a loro piaceva  lanciarsi  come

    folletti  sulla  pista  delle  notizie  più  impensate;   che  non  si

    spaventavano né si  scoraggiavano  di  nulla,  pur  di  riuscire;  che

    possedevano  l'imperturbabile  sangue  freddo  e la vera bravura delle

    persone del mestiere.  Veri "jockeis" della  "steeple-chase",

    della   caccia   all'informazione,   essi   scavalcavano   le   siepi,

    traversavano i fiumi,  saltavano le  staccionate  con  l'incomparabile

    ardore  di  quei  corsieri  puro sangue,  che vogliono arrivare "primi

    assoluti" o morire!

    Del resto,  i loro giornali non lesinavano il denaro,  che  è  il  più

    sicuro,  rapido e perfetto mezzo d'informazione finora conosciuto.  E'

    doveroso aggiungere anche,  a loro onore,  che    l'uno    l'altro

    origliava  o  spiava  dal  buco  della serratura sulla vita privata di

    chicchessia,  e che operavano soltanto quando erano in gioco interessi

    politici  o  sociali.  In breve,  facevano quello che da molti anni si

    chiama "il grande 'reportage' politico e militare".

    Ma, seguendoli più da vicino, si vedrà ch'essi avevano,  nella maggior

    parte  dei  casi,  una  maniera  speciale  d'interpretare  i  fatti  e

    soprattutto le loro conseguenze,  avendo ciascuno la "propria maniera"

    di vedere e di valutare. Ma, per il solo fatto che avevano buon gioco,

    buon denaro,  e non si lasciavano sfuggire nessuna occasione,  sarebbe

    stata una vera cattiveria biasimarli.

    Il corrispondente francese si chiamava Alcide Jolivet,  quello inglese

    Harry  Blount.  Si  erano incontrati per la prima volta durante questo

    ricevimento al Palazzo Nuovo,  del quale dovevano scrivere la  cronaca

    per  il  loro giornale.  La differenza di carattere,  congiunta ad una

    certa gelosia di mestiere,  doveva renderli assai poco simpatici l'uno

    all'altro.  Tuttavia non si evitarono, anzi cercarono d'investigarsi a

    vicenda sulle notizie del giorno.  Dopo tutto,  erano due  cacciatori,

    che  andavano a caccia sullo stesso territorio,  nelle stesse riserve.

    Ciò che  sfuggiva  a  uno  poteva  vantaggiosamente  arrivare  a  tiro

    dell'altro,  e  il  loro comune interesse voleva che si mantenessero a

    contatto per vedersi e per udirsi.

    Quella sera,  erano tutti e due in  agguato.  C'era  infatti  qualcosa

    nell'aria.

    «Si  trattasse anche solo di un passaggio di anatre  -  pensava Alcide

    Jolivet  -  vale la pena sprecare una cartuccia!».

    I due corrispondenti  furono  quindi  portati  a  discutere  tra  loro

    durante il ballo,  pochi minuti dopo l'uscita del generale Kissoff,  e

    lo fecero con un po' di tattica vicendevole.

    - Questa festicciola,  signore,  è veramente incantevole!   -    disse

    amabilmente   Alcide   Jolivet,   che   ritenne  di  dover  aprire  la

    conversazione con quella frase squisitamente francese.

    - Ho già telegrafato: splendida!  -  rispose freddamente Harry Blount,

    adoperando  quella  parola,   particolarmente  adatta  per   esprimere

    l'ammirazione generica d'un cittadino del Regno Unito.

    -  Tuttavia    -    aggiunse  Alcide  Jolivet   -  ho creduto di dover

    contemporaneamente far notare a mia cugina...

    - Vostra cugina?...  -  ripeté Harry Blount, interrompendo il collega.

    -  Sì...  -  riprese Alcide Jolivet  -  mia cugina Maddalena... E' con

    lei che sono in corrispondenza!  Le piace d'essere informata presto  e

    bene,  a  mia cugina!...  Ho dunque creduto di doverle far notare che,

    durante questo ballo,  una specie di nube mi è  sembrata  oscurare  la

    fronte del sovrano.

    - A me è apparso raggiante  -  rispose Harry Blount,  che voleva forse

    dissimulare il suo pensiero su quell'argomento.

    - E naturalmente,  l'avete fatto «raggiare» sulle colonne  del  "Daily

    Telegraph".

    - Precisamente.

    -  Ricordate,  signor  Blount   -  disse Alcide Jolivet  -  quello che

    avvenne a Zakret nel 1812?

    - Me ne ricordo come se ci  fossi  stato,  signore    -    rispose  il

    corrispondente inglese.

    - Allora  -  continuò Alcide Jolivet  -  sapete che nel bel mezzo d'un

    ricevimento dato in suo onore, fu annunciato all'imperatore Alessandro

    che  Napoleone aveva passato il Niemen con l'avanguardia francese (3).

    Tuttavia, l'imperatore non abbandonò la festa e, nonostante la gravità

    estrema d'una notizia che gli  poteva  costare  l'impero,  non  lasciò

    trasparire nessuna inquietudine...

    -  Non  più di quanta ne abbia dimostrata il nostro ospite,  quando il

    generale Kissoff gli ha annunciato che la linea telegrafica era  stata

    interrotta tra la frontiera e il governatorato di Irkutsk.

    - Ah! voi lo conoscete, questo particolare?

    - Lo conosco.

    -  Da  parte mia mi sarebbe difficile ignorarlo,  poiché il mio ultimo

    telegramma è arrivato fino a Udinsk  -  fece osservare Alcide  Jolivet

    con una certa soddisfazione.

    -  E  il  mio soltanto fino a Krasnojarsk  -  rispose Harry Blount con

    tono non meno soddisfatto.

    - Allora sapete pure che sono stati inviati degli ordini  alle  truppe

    di Nicolaievsk?

    -  Sì,  signore,  e  proprio  mentre  si  telegrafava  ai Cosacchi del

    governatorato di Tobolsk di concentrarsi.

    - Verissimo, signor Blount, questi ordini mi erano egualmente noti,  e

    potete credermi se vi dico che la mia amabile cugina ne saprà qualcosa

    entro domani!

    - Precisamente come lo sapranno anche i lettori del "Daily Telegraph",

    signor Jolivet.

    - Sicuro! Quando si vede tutto quello che avviene!...

    - E quando si ascolta tutto quello che si dice!...

    - Una interessante campagna da seguire, la nostra, signor Blount.

    -  Allora,  è  possibile  che  ci ritroveremo su un terreno forse meno

    sicuro del pavimento di questa sala!

    - Meno sicuro è vero, ma...

    - Anche meno sdrucciolevole  -  finì Alcide  Jolivet,  trattenendo  il

    collega che, indietreggiando, aveva perso l'equilibrio.

    A  questo  punto  i  due  corrispondenti si separarono,  tutto sommato

    abbastanza contenti di sapere che l'uno non aveva distanziato l'altro.

    Infatti erano pari.

    In quel momento le porte delle sale contigue al salone  grande  furono

    aperte.  Apparvero  parecchie  tavole  meravigliosamente  imbandite  e

    cariche a profusione di porcellane  preziose  e  di  vasellame  d'oro.

    Sulla  tavola centrale,  riservata ai principi,  alle principesse e ai

    membri  del  corpo  diplomatico,  scintillava  un  trionfo  da  tavola

    d'inestimabile  valore,  proveniente  dalle  fabbriche  di  Londra,  e

    intorno a quel capolavoro dell'oreficeria splendevano,  sotto la  luce

    dei  lampadari,  i mille pezzi del più meraviglioso servizio che fosse

    mai uscito dall'artigianato di Sèvres

    Gli invitati al Palazzo Nuovo cominciarono a dirigersi verso  le  sale

    per il pranzo.

    Proprio  allora,  il generale Kissoff,  ch'era rientrato,  si avvicinò

    premuroso all'ufficiale dei Cacciatori della Guardia.

    - Ebbene?  -  gli domandò questi, con la stessa premura di prima.

    - I telegrammi, Sire, non vanno più in là di Tomsk.

    - Subito un corriere!

    L'ufficiale lasciò la sala grande ed entrò in un'ampia stanza attigua.

    Era uno studio, ammobiliato con molta semplicità in vecchia quercia, e

    situato all'angolo del Palazzo Nuovo.  Alle pareti erano appesi alcuni

    quadri, tra cui varie tele firmate da Horace Vernet.

    L'ufficiale  aprì  con  gesto  rapido  la finestra,  come se gli fosse

    venuto a mancare l'ossigeno ai polmoni,  e uscì a respirare sull'ampio

    balcone l'aria pura, rinfrescata da una bella notte di luglio.

    Sotto i suoi occhi,  bagnata dai raggi lunari, si stendeva ad arco una

    cinta fortificata,  entro la quale s'innalzavano due  cattedrali,  tre

    palazzi  e un arsenale.  Fuori della cinta si profilavano tre distinte

    città, Kitaj Gorod, Beloj Gorod e Zemljanoj Gorod,  immensi quartieri,

    l'uno europeo, l'altro tartaro, il terzo cinese, dominati da torri, da

    campanili,  da  minareti,  dalle  moli  di trecento chiese con le loro

    cupole verdi,  sormontate da croci d'argento.  Un piccolo  fiume,  dal

    corso  sinuoso,  riverberava  qua  e    i  raggi  della luna.  Tutto

    quell'insieme  formava  un  curioso  mosaico  di  edifici   variamente

    colorati, incasellato entro una vasta cornice di dieci leghe.

    Quel  fiume  era  la  Moscova,  quella  città era Mosca,  quella cinta

    fortificata era  il  Cremlino,  e  l'ufficiale  dei  Cacciatori  della

    Guardia,  che  se ne stava con le braccia conserte e la fronte pensosa

    ad ascoltare distrattamente i suoni profusi dal  Palazzo  Nuovo  sulla

    vecchia città moscovita, era lo zar.

 

 

    NOTE.

 

   

 

 

 

    2. RUSSI E TARTARI.

 

    Perché  lo  zar  aveva  lasciato così d'improvviso le sale del Palazzo

    Nuovo,  proprio nel momento in cui il ricevimento da lui offerto  alle

    autorità civili e militari e alle personalità illustri di Mosca era al

    colmo dello splendore? La risposta è che gravi cose accadevano in quei

    giorni  oltre  le  frontiere  dell'Ural.  Non  c'era  più dubbio;  una

    terribile invasione minacciava di  sottrarre  all'autonomia  russa  le

    province siberiane.

    La    Russia   asiatica,    o   Siberia,    ha   una   superficie   di

    cinquecentosettantamila leghe quadrate e conta circa  due  milioni  di

    abitanti (1). Si estende dai monti Urali, che la dividono dalla Russia

    europea,  fino alle coste dell'oceano Pacifico. A sud essa confina col

    Turkestan e l'impero cinese,  che la delimitano seguendo una frontiera

    piuttosto indeterminata;  a nord,  confina con l'oceano glaciale,  dal

    mare di Kara fino allo stretto di Bering.  E' divisa nei governatorati

    o province di Tobolsk, di Jeniseisk, di Irkutsk, di Omsk e di Jakutsk;

    comprende due distretti,  Ochotsk e Camciatca, e possiede due regioni,

    al presente sottomesse alla dominazione moscovita, quella dei Kirghisi

    e quella dei Ciukci.

    Quell'immensa distesa di steppe,  compresa fra più di centodieci gradi

    di  longitudine,  è  nello stesso tempo un luogo di deportazione per i

    criminali ed una terra d'esilio per  coloro  che  qualche  "ukas"  (2)

    imperiale abbia condannato all'espulsione.

    Due governatori generali rappresentano l'autorità suprema dello zar in

    questo vasto territorio. Uno risiede a Irkutsk, capitale della Siberia

    orientale;  l'altro a Tobolsk,  capitale della Siberia occidentale. Il

    fiume Ciuna, affluente del Jenisej, divide le due Siberie.

    Nessuna ferrovia attraversa  ancora  quelle  immense  pianure,  alcune

    delle quali sono sommamente fertili. Nessuna strada ferrata collega le

    ricche miniere che,  per vaste estensioni,  rendono il suolo siberiano

    più ricco sotto che sopra la sua superficie. Vi si viaggia d'estate in

    "tarantàs" o in "telega", d'inverno in slitta.

    Una sola linea di comunicazione,  quella elettrica,  congiunge le  due

    frontiere  est e ovest della Siberia,  per mezzo d'un filo telegrafico

    lungo oltre ottomila verste (8536 chilometri) (3).  Uscendo  dall'Ural

    passa per Ekaterinburg, Kassimov, Tjumen, Isim, Omsk, Elamsk, Kolivan,

    Tomsk, Krasnojarsk Niznij, Udinsk, Irkutsk, Verkne, Nercink, Strelink,

    Albasin,    Blagovscensk,    Rad,    Orlomskaija,    Aleksandrovskoje,

    Nikolayevsk, e costa sei rubli e diciannove kopeki per ogni parola

    da un capo all'altro  della  linea.  Da  Irkutsk  una  diramazione  si

    allaccia a Kiatka sulla frontiera mongola,  e di là, per trenta kopeki

    a parola, la posta reca i dispacci a Pechino in quattordici giorni.

    Questa  linea,   tesa  da  Ekaterinburg  a  Nikolayevsk,   era   stata

    interrotta,  prima  oltre  Tomsk,  e,  alcune  ore  dopo,  fra Tomsk e

    Kolivan.

    Per questo lo zar,  alla seconda comunicazione fattagli  dal  generale

    Kissoff, aveva risposto con questa sola frase: "Subito un corriere!".

    Lo  zar  se  ne  stava  da  pochi istanti immobile sul balcone del suo

    studio,  quando gli uscieri ne aprirono di nuovo  la  porta.  Il  capo

    supremo della polizia, apparve sulla soglia.

    -  Entra,  generale   -  disse lo zar con voce secca  -  e dimmi tutto

    quello che sai di Ivan Ogareff.

    - E' un uomo estremamente pericoloso, Maestà  -  rispose il capo della

    polizia.

    - Aveva il grado di colonnello?

    - Sì, Maestà.

    - Era un ufficiale intelligente?

    - Molto intelligente,  ma intrattabile e d'una  ambizione  sconfinata,

    che  non  indietreggiava  davanti  a niente.  Si è coinvolto presto in

    complotti segreti,  e da allora Sua Altezza il granduca l'ha degradato

    e poi esiliato in Siberia.

    - In quale periodo?

    -  Due anni or sono.  Graziato dopo sei mesi di esilio,  col favore di

    Vostra Maestà, è rientrato in Russia.

    - E dopo d'allora, non è più tornato in Siberia?

    - Sì,  Maestà,  vi è tornato,  ma  questa  volta  volontariamente    -

    rispose il capo supremo della polizia.

    E aggiunse, abbassando un po' la voce:

    - Vi fu un tempo,  Maestà,  che,  quando uno andava in Siberia, non ne

    tornava più!

    - Ebbene, finché io sarò vivo,  la Siberia è e resterà un paese da cui

    si ritorna!

    Lo  zar  aveva  il  diritto  di  pronunciare  queste  parole  con vera

    fierezza, perché aveva spesso dimostrato, con la sua clemenza,  che la

    giustizia russa sapeva perdonare.

    Il  capo  supremo della polizia non rispose,  ma era evidente che egli

    non era un fautore delle mezze misure.  Secondo  lui,  ogni  uomo  che

    aveva  passato i monti Urali sotto la scorta dei gendarmi,  non doveva

    più rivalicarli.  Invece non era così sotto il nuovo regno,  e il capo

    supremo  della  polizia  lo  deplorava  sinceramente!  Come!  non  più

    condanne a vita per nessun altro crimine  se  non  quello  di  diritto

    comune!  Come! Gli esiliati politici tornavano da Tobolsk, da Jakutsk,

    da Irkutsk!  In verità,  il capo supremo della polizia,  abituato alle

    decisioni autocratiche degli "ukas" che una volta non perdonavano mai,

    non   poteva  ammettere  questa  maniera  di  perdonare!   Ma  tacque,

    aspettando che lo zar lo interrogasse ancora.   E le  domande  non  si

    fecero aspettare.

    - Ivan Ogareff  -  chiese lo zar  -  non è rientrato una seconda volta

    in Russia, dopo quel viaggio nelle province siberiane, e con uno scopo

    che è rimasto sconosciuto?

    - Vi e rientrato.

    - E, dopo il suo ritorno, la polizia ne ha perduto le tracce?

    -  No,  Maestà,  poiché  un  condannato  diventa  veramente pericoloso

    proprio dal giorno in cui è stato graziato!

    Lo zar corrugò un istante la  fronte.  Forse  il  capo  supremo  della

    polizia poté temere d'essere andato troppo oltre, benché l'ostinazione

    delle  sue  idee  fosse  almeno pari alla illimitata devozione ch'egli

    nutriva per il suo  sovrano;  ma  lo  zar  ignorando  quei  rimproveri

    indiretti che riguardavano la sua politica interna,  continuò con fare

    conciso la serie delle sue domande.

    - E ultimamente, dov'era Ivan Ogareff?

    - Nel governatorato di Perm.

    - In quale città?

    - Proprio a Perm.

    - Che vi faceva?

    - Sembrava disoccupato, e la sua condotta non destava alcun sospetto.

    - Non era sotto la sorveglianza della polizia imperiale?

    - No, Maestà.

    - Quando ha lasciato Perm?

    - Durante il mese di marzo.

    - Per andar dove?

    - Non si sa.

    - E da allora si sa cosa ha fatto?

    - No.

    - Ebbene,  lo so io!   -  continuò lo zar.    -    Mi  sono  pervenute

    informazioni  anonime,  che  non  sono  passate  per  gli uffici della

    polizia, e,  alla luce dei fatti che accadono ora oltre frontiera,  ho

    ragione di credere che siano esatte!

    -  Intendete  dire,  Maestà   -  esclamò il capo della polizia  -  che

    nell'invasione tartara c'è la mano di Ivan Ogareff?

    - Sì, generale, e ora ti dirò quello che non sai.  Ivan Ogareff,  dopo

    aver  lasciato  il governatorato di Perm,  ha passato gli Urali.  Si è

    introdotto in Siberia,  nelle steppe kirghise,  e là ha  tentato,  non

    senza successo,  di sollevare quelle popolazioni nomadi. Poi è disceso

    più a sud, fino al Turkestan libero.  Là,  nei khanati di Buchara,  di

    Lokand,  di  Kundus,  ha  trovato dei capi disposti a lanciare le loro

    orde tartare nelle province siberiane  e  a  provocare  una  invasione

    generale  dell'impero  russo  in Asia.  Il movimento è stato preparato

    segretamente, ma è scoppiato come un fulmine,  ed ora le vie e i mezzi

    di  comunicazione  tra  la  Siberia occidentale e la Siberia orientale

    sono tutti tagliati! Di più, Ivan Ogareff, assetato di vendetta,  vuol

    attentare alla vita di mio fratello!

    Lo zar s'era animato parlando e andava su e giù a passi concitati.  Il

    capo supremo della polizia non rispose,  ma diceva  tra    che,  nel

    tempo  in  cui  gli  zar  di Russia non graziavano mai un esiliato,  i

    progetti di Ivan Ogareff non avrebbero potuto realizzarsi.

    Stette in silenzio ancora per qualche istante.  Poi avvicinandosi allo

    zar, che si era lasciato cadere su una poltrona:

    -  Vostra  Maestà    -    disse   -  ha certo dato degli ordini perché

    l'invasione sia respinta al più presto?

    - Sì  -  rispose lo zar.   -  L'ultimo telegramma che ha potuto  venir

    trasmetto  a  Niznij  Udinsk  ha  dovuto mettere in moto le truppe dei

    governatorati di Jenisejsk,  di Irkutsk,  di Jakutsk  e  quelle  delle

    province   dell'Amure  e  del  lago  Bajkal.   Contemporaneamente,   i

    reggimenti di Perm,  e di Niznij Novgorod e i Cosacchi della frontiera

    si  dirigono a marce forzate verso i monti Urali;  ma disgraziatamente

    occorreranno parecchie settimane prima che possano trovarsi di  fronte

    alle colonne tartare.

    - E il fratello di Vostra Maestà,  Sua Altezza il granduca, isolato in

    questo  momento  nel  governatorato  di  Irkutsk,   non   è   più   in

    comunicazione diretta con Mosca?

    - No.

    - Ma deve certo sapere, dagli ultimi dispacci, quali sono le decisioni

    prese  da  Vostra  Maestà,   e  quali  soccorsi  deve  attendersi  dai

    governatorati più vicini a quello di Irkutsk.

    - Lo sa  -  rispose lo zar,   -  ma  quello  che  ignora  è  che  Ivan

    Ogareff,  insieme  alla  parte  di  ribelle,  deve  recitare quella di

    traditore, e che ha in lui un accanito nemico personale.  Ivan Ogareff

    deve  al  granduca  la  sua  prima  disgrazia e,  cosa più grave,  mio

    fratello non conosce quell'uomo.  Il progetto di Ivan Ogareff è dunque

    di andare a Irkutsk, e là, sotto falso nome, offrire i suoi servigi al

    granduca.  Poi,  dopo  averne guadagnato la fiducia,  quando i Tartari

    avranno assediato Irkutsk,  egli consegnerà loro la città,  e con essa

    mio fratello,  la cui vita è così direttamente minacciata. Ecco quello

    che so dalle mie informazioni;  ecco quello che non  sa  il  granduca;

    ecco quanto egli deve sapere!

    - Ebbene, Maestà, un corriere intelligente, coraggioso...

    - Lo aspetto.

    -  Un  corriere  che  faccia  molto  presto  -  aggiunse il capo della

    polizia  -  perché,  mi sia permesso aggiungere,  Maestà,  non c'è  un

    altro territorio così adatto alle ribellioni come quello siberiano!

    - Intendi dire,  generale, che gli esiliati farebbero causa comune con

    gli invasori?   -  esclamò lo zar,  che a quella insinuazione del capo

    supremo della polizia non seppe dominarsi.

    -  Vostra  Maestà  mi  scusi!...   -  rispose interdetto il capo della

    polizia,  perché era proprio quella l'idea suggeritagli dal suo  animo

    inquieto e diffidente.

    - Io credo che negli esiliati ci sia più patriottismo!   -  riprese lo

    zar.

    - Ma oltre agli esiliati politici, vi sono in Siberia altri condannati

    -  osservò il capo della polizia.

    - I criminali! Oh! generale, quelli te li lascio!  Sono il rifiuto del

    genere umano.  Non appartengono a nessun paese.  Ma la sollevazione, o

    meglio l'invasione, non è fatta contro l'imperatore, è fatta contro la

    Russia,  contro questo paese,  che gli esiliati non hanno  perduto  la

    speranza  di rivedere...  e che rivedranno!...  No,  mai un russo farà

    lega con un tartaro per indebolire,  fosse pure per  un'ora  sola,  la

    potenza moscovita!

    Lo  zar  aveva  ragione di credere al patriottismo di coloro che erano

    stati momentaneamente allontanati per ragioni politiche.  La clemenza,

    che  costituiva  il  fondamento  della  sua  giustizia  quando  poteva

    dirigerne lui stesso gli effetti,  e le considerevoli mitigazioni  che

    aveva   adottate  nell'applicazione  degli  "ukas",   una  volta  così

    terribili,  lo rendevano sicuro di non ingannarsi.  Ma,  nonostante il

    contributo di questo importante elemento favorevole contro l'invasione

    tartara,  le  circostanze  restavano  tuttavia gravi,  perché c'era da

    temere che gran  parte  delle  popolazioni  kirghise  passassero  agli

    invasori.

    I Kirghisi si dividono in tre orde,  la grande, la piccola e la media,

    e contano circa quattrocentomila "tende", cioè due milioni di persone.

    Sono divisi in tribù,  alcune delle  quali  sono  indipendenti,  altre

    riconoscono  la  sovranità  della  Russia  o dei khanati di Khiva,  di

    Koland e di Buchara,  ossia dei  più  terribili  capi  del  Turkestan.

    L'orda  media,  la  più  ricca,  è  anche  la  più numerosa,  e i suoi

    accampamenti occupano lo spazio compreso tra i fiumi Sara-Su,  l'Irtis

    e l'Isim superiore,  e i laghi Hadisang e Aksakal.  L'orda grande, che

    occupa le contrade situate ad est della  media,  si  estende  fino  ai

    governatorati  di  Omsk  e  di  Tobolsk.  Se dunque queste popolazioni

    kirghise si ribellavano,  ciò  significava  l'invasione  della  Russia

    asiatica e, anzitutto, la perdita della Siberia, a est del Jenisej.

    E' vero che i Kirghisi,  molto primitivi nell'arte della guerra,  sono

    piuttosto predoni  notturni  e  aggressori  di  carovane  che  soldati

    regolari.  Infatti,  ha  detto Levscin che «un fronte organizzato e un

    buon reggimento di fanteria resiste a  una  massa  di  Kirghisi  dieci

    volte  più  numerosa,  e un solo cannone può sbaragliarne una quantità

    spaventosa».

    E' vero,  ma bisogna che il buon reggimento  di  fanteria  giunga  nel

    paese  in  rivolta,  e  che  i cannoni lascino i parchi delle province

    russe,  che sono lontane due o tre mila  verste.  Ora  tranne  la  via

    diretta che unisce Ekaterinburg a Irkutsk, le steppe, spesso paludose,

    non  sono  facilmente  transitabili,   e  certamente  trascorrerebbero

    parecchie settimane prima che le truppe russe possano essere in  grado

    di respingere le orde tartare.

    Omsk   è   il   centro   dell'organizzazione  militare  della  Siberia

    occidentale,  destinata a tenere sottomesse le  popolazioni  kirghise.

    Ora, i confini siberiani sono stati più d'una volta violati dai nomadi

    non  del tutto sottomessi,  e il ministero della guerra aveva tutta la

    ragione di pensare che Omsk era già minacciata  molto  da  vicino.  La

    linea  dei  presidi  militari,  cioè  quelle  postazioni  di  Cosacchi

    scaglionati da Omsk fino a Semipalatinsk,  doveva essere stata forzata

    in  parecchi  punti.  E  c'era  da  temere  che  i  "gran sultani" che

    governavano i distretti kirghisi avessero accettato volontariamente, o

    subìto involontariamente,  la dominazione dei tartari,  musulmani come

    loro,  e  che  all'odio  provocato  dalla sottomissione alla Russia si

    fosse  aggiunto  l'odio  dovuto  all'antagonismo  tra   le   religioni

    ortodossa e musulmana.

    Infatti, da molto tempo i tartari del Turkestan, e specialmente quelli

    dei khanati di Buchara, di Kokand, di Kundus, cercavano con la forza o

    con  la  persuasione  di  sottrarre  le orde kirghise alla dominazione

    moscovita.

    Ma chi sono questi Tartari? I Tartari appartengono più particolarmente

    a due razze distinte, la razza caucasica e la razza mongola.

    La razza caucasica,  scrisse Abel de Rémusat,  «considerata in  Europa

    come  il  tipo  della  bellezza  della  nostra specie,  perché da essa

    discendono tutti i popoli di questa parte del mondo»,  riunisce  sotto

    una stessa denominazione i Turchi e gli indigeni di ceppo persiano.

    La razza mongola pura comprende i Mongoli, i Manciù e i Tibetani.

    I  Tartari,  che  minacciavano  allora l'impero russo,  erano di razza

    caucasica e occupavano più particolarmente il Turkestan.  Questo vasto

    paese è diviso in vari staterelli, ognuno governato da un khan; di qui

    la denominazione di khanati.  I principali sono quelli di Buchara,  di

    Khiva, di Kokand, di Kundus, eccetera.

    In quel periodo, il khanato più importante e più pericoloso era quello

    di Buchara.  La Russia aveva già dovuto lottare parecchie volte contro

    i suoi capi,  che per interesse personale e per imporre un loro giogo,

    avevano sostenuto l'indipendenza dei Kirghisi  contro  la  dominazione

    moscovita.  E il capo attuale,  Feofar Khan,  seguiva le orme dei suoi

    predecessori.

    Il  khanato  di  Buchara  s'estende,   da  nord  a   sud,   entro   il

    trentasettesimo e il quarantunesimo parallelo, e da est a ovest, entro

    il  sessantunesimo  e il sessantaseesimo grado di longitudine,  su una

    superficie di circa diecimila leghe quadrate.

    Questo Stato ha una popolazione di due milioni e mezzo di abitanti, un

    esercito di sessantamila uomini,  che vengono  portati  al  triplo  in

    tempo di guerra, e trentamila cavalieri. E' un paese ricco per varietà

    di  fauna,   di  flora,  di  minerali,  e  s'è  molto  ingrandito  con

    l'annessione dei territori di Balkh,  di  Okoij  e  di  Meijmanek.  Ha

    diciannove  città  considerevoli.  Buchara cinta da mura di oltre otto

    miglia inglesi e fortificate da torri,  gloriosa città resa celebre da

    Avicenna  (5) e da altri sapienti del decimo secolo,  è considerata il

    centro della cultura musulmana ed  è  collocata  tra  le  più  celebri

    dell'Asia centrale;  Samarcanda,  che possiede la tomba di Tamerlano e

    il famoso palazzo dov'è custodita la pietra azzurra,  sulla quale ogni

    nuovo khan deve recarsi a sedere prima di salire al trono, è difesa da

    una fortezza munitissima;  Karsi,  con tre cerchie di mura, situata in

    un'oasi attorniata da paludi popolate da tartarughe e da lucertole,  è

    quasi  inaccessibile;  Ciargini  è  difesa da una popolazione di circa

    ventimila anime;  e infine,  Katta-Kurgan,  Nurata,  Gisàh,  Paijkand,

    Karakul,   Khusar,  e  altre,  costituiscono  una  linea  di  fortezze

    difficili a  sottomettere.  Il  khanato  di  Buchara,  protetto  dalle

    montagne,   isolato  dalle  steppe,   è  dunque  uno  stato  veramente

    pericoloso,  e la Russia sarà costretta a impegnare contro di esso  un

    ingente quantitativo di forze militari.

    L'ambizioso  e  feroce  Feofar  governava  allora  quella  parte della

    Tartaria. Sostenuto dagli altri khan, specialmente da quelli di Kokand

    e di Kundus,  guerrieri e predoni feroci,  sempre disposti a lanciarsi

    in imprese care all'istinto tartaro,  aiutato dai capi che comandavano

    tutte le orde dell'Asia centrale,  s'era  messo  a  capo  della  nuova

    invasione,  di cui Ivan Ogareff era l'anima.  Questo traditore, spinto

    in  egual  misura  da  un'ambizione  insensata  e   dall'odio,   aveva

    organizzato l'avanzata in modo da tagliare la grande strada siberiana.

    Veramente  pazzo,  se  pensava  di poter abbattere l'impero moscovita!

    Dietro suo consiglio, l'emiro  -  com'è chiamato il khan di Buchara  -

    aveva spinto le sue orde oltre la frontiera  russa.  Aveva  invaso  il

    governatorato  di Semipalatinsk,  e i Cosacchi,  poco numerosi in quel

    punto, avevano dovuto indietreggiare davanti a lui.  S'era anzi spinto

    oltre  il  lago  Balhash,  sobillando  al suo passaggio le popolazioni

    kirghise.   Predando,    devastando,    arruolando   coloro   che   si

    sottomettevano, facendo prigionieri coloro che resistevano, passava da

    una  città  all'altra,  portandosi  dietro un seguito alla maniera dei

    sovrani orientali: una piccola corte privata,  cioè le sue mogli  e  i

    suoi  schiavi.  Tutto  ciò  con  l'audacia e l'impudenza di un moderno

    Gengis Khan.

    Dov'era egli in questo momento? Fin dove erano arrivati i suoi soldati

    quando la notizia dell'invasione giunse a Mosca?  In quale punto della

    Siberia le truppe russe avevano dovuto indietreggiare?  Nessuno poteva

    saperlo.  Le comunicazioni erano interrotte.  Tra Kolivan e Tomsk,  la

    linea  telegrafica  era stata tagliata dalle avanguardie dell'esercito

    tartaro?   O  forse  l'emiro  era  arrivato  fino  alle  province  del

    Jenisejsk?  Tutta la Siberia occidentale era sollevata?  La rivolta si

    estendeva già fino  alle  lontane  regioni  dell'est?  Nessuno  poteva

    dirlo.  L'unico  messaggero  che  non  teme  né il freddo né il caldo,

    quello che    rigori  dell'inverno    la  calura  dell'estate  può

    arrestare, quello che vola con la rapidità del fulmine  -  la corrente

    elettrica   -  non poteva più propagarsi attraverso la steppa,  e così

    era ormai impossibile avvertire il granduca,  chiuso in  Irkutsk,  del

    pericolo che lo minacciava per il tradimento di Ivan Ogareff.

    Solo  un  corriere  avrebbe  potuto  sostituire  la  linea telegrafica

    interrotta. Quest'uomo avrebbe bisogno d'un certo tempo per percorrere

    le cinquemiladuecento verste (5523 chilometri) che separavano Mosca da

    Irkutsk.  Egli dovrebbe avere a sua disposizione,  per attraversare le

    file dei ribelli e degli invasori, un coraggio e un'intelligenza quasi

    sovrumani. Ma, con cervello e cuore si va lontano...

    - Troverò questo cervello e questo cuore?  -  si chiedeva lo zar.

 

 

    NOTE.

 

   

 

 

    3. MICHELE STROGOFF.

 

    La porta dello  studio  imperiale  s'aprì,  e  l'usciere  annunciò  il

    generale Kissoff.

    - E il corriere?  -  chiese subito lo zar.

    - E' qui fuori, Maestà  -  rispose il generale Kissoff.

    - Hai trovato l'uomo adatto?

    - Oso risponderne a Vostra Maestà.

    - Era di servizio a palazzo?

    - Sì, Maestà.

    - Lo conosci?

    -  Personalmente,  e  più  volte  ha  compiuto  con successo difficili

    missioni.

    - All'estero?

    - Anche in Siberia.

    - Di dov'è?

    - Di Omsk. E' siberiano.

    - Ha i nervi saldi, intelligenza, coraggio?

    - Sì,  Maestà,  ha tutto quanto occorre per riuscire dove altri  forse

    fallirebbero.

    - La sua età?

    - Trent'anni.

    - E' un tipo vigoroso?

    - Maestà,  può sopportare il freddo, la fame, la sete, la fatica, fino

    all'estremo limite.

    - Ha dunque una costituzione di ferro?

    - Sì, Maestà.

    - E un cuore?...

    - Un cuore d'oro.

    - Il suo nome?

    - Michele Strogoff.

    - E' pronto a partire?

    - Aspetta nella sala della Guardia gli ordini di Vostra Maestà.

    - Venga  -  disse lo zar.

    Pochi istanti dopo,  il corriere Michele Strogoff entrava nello studio

    dello zar.

    Michele  Strogoff  era  alto,  vigoroso,  largo di spalle e robusto di

    torace.  La testa possente presentava  i  bei  caratteri  della  razza

    caucasica.  Le membra,  ben proporzionate, erano come altrettante leve

    di un congegno meccanico per la migliore esecuzione di forti  imprese.

    Quel giovane bello e robusto, aitante, ben piantato, non sarebbe stato

    facile da smuovere contro la sua volontà,  perché, quando aveva posato

    i piedi a terra,  pareva che vi  si  radicassero.  La  sua  testa  ben

    modellata,  dalla  fronte  spaziosa,  era  ornata  da una capigliatura

    crespa e folta, che sfuggiva in ciocche dal colbacco moscovita, quando

    lo portava. Il suo volto,  ordinariamente pallido,  si modificava solo

    per   il  battito  accelerato  del  cuore,   sotto  l'impulso  di  una

    circolazione più rapida che lo tingeva del colorito arterioso.  I suoi

    occhi  erano  d'un  azzurro  cupo,  con  lo  sguardo diritto,  franco,

    inalterabile,  e brillavano sotto un'arcata i cui muscoli sopraciliari

    un po' contratti,  dimostravano grande coraggio,  quel "coraggio senza

    collera degli eroi",  secondo l'espressione  dei  fisiologi.  Il  naso

    pronunciato,  dalle  narici  larghe,  sovrastava una bocca simmetrica,

    dalle labbra un poco sporgenti, proprie di un essere generoso e buono.

    Michele Strogoff aveva il temperamento dell'uomo  deciso,  che  prende

    rapidamente   la   sua   risoluzione,   che  non  si  rode  le  unghie

    nell'incertezza,  che non si gratta l'orecchio  nel  dubbio,  che  non

    tentenna  nell'indecisione.  Sobrio  di  gesti come di parole,  sapeva

    restare immobile come un soldato davanti al suo superiore;  ma  quando

    camminava,  il  suo  incedere  dimostrava  una grande scioltezza,  una

    notevole precisione di movimenti;  il che era segno contemporaneamente

    della  fiducia  e  della  volontà  pronta del suo spirito.  Era uno di

    quegli uomini che  sembravano  costantemente  in  atto  di  "acciuffar

    l'occasione per i capelli": immagine un po' forzata, ma che lo dipinge

    con precisione.

    Michele  Strogoff vestiva un'elegante uniforme militare che somigliava

    a quella degli  ufficiali  dei  Cacciatori  a  cavallo  in  tenuta  di

    campagna,  con stivali,  speroni,  calzoni aderenti, casacca orlata di

    pelliccia e guarnita di cordoni gialli su fondo bruno. Sul largo petto

    brillava una croce e parecchie medaglie.

    Michele Strogoff apparteneva al corpo speciale dei corrieri dello zar,

    e in quel gruppo di uomini scelti aveva il grado di capitano. Una cosa

    traspariva con evidenza dal suo comportamento,  dalla sua  fisionomia,

    da  tutta  la  sua  persona,  e  lo  stesso  zar  la  riscontrò  senza

    incertezze: che egli era «un esecutore di  ordini».  Possedeva  dunque

    una delle qualità più raccomandabili in Russia, secondo l'osservazione

    del  celebre  romanziere  Turgenev:  la  qualità che porta ai più alti

    gradi nell'impero moscovita.

    In verità, se c'era un uomo che potesse portare a termine quel viaggio

    da Mosca a Irkutsk, attraverso una zona occupata,  superare ostacoli e

    sfidare pericoli d'ogni sorta, quell'uomo era Michele Strogoff.

    Circostanza  favorevolissima  alla  buona  riuscita dei suoi progetti,

    Michele  Strogoff  conosceva  a  perfezione  il   paese   che   doveva

    attraversare  e ne capiva i diversi idiomi non soltanto per averlo già

    percorso, ma perché era di origine siberiana.

    Suo padre, il vecchio Piotr Strogoff, morto dieci anni prima,  abitava

    nella città di Omsk,  situata nel governatorato omonimo,  e sua madre,

    Marfa Strogoff,  vi  risiedeva  tuttora.  Là,  in  mezzo  alle  steppe

    selvagge  delle  province di Omsk e di Tobolsk,  il valente cacciatore

    siberiano aveva educato suo figlio Michele «alla vita  dura»,  secondo

    l'espressione  popolare.  Piotr  Strogoff  era  un  vero cacciatore di

    professione.  D'estate come d'inverno,  col caldo torrido o col freddo

    che   talvolta  oltrepassava  i  cinquanta  gradi  sotto  zero,   egli

    percorreva la pianura gelata,  i macchioni di  larici  e  betulle,  le

    foreste  di  abeti,  tendendo trappole,  facendo la posta alla piccola

    selvaggina col fucile e a quella grossa con la forca o  col  coltello.

    La  selvaggina  grossa  era    più    meno  che  l'orso siberiano,

    pericoloso e feroce animale,  la cui statura uguaglia quella dei  suoi

    congeneri  dei  mari  glaciali.  Piotr  Strogoff  aveva  ucciso più di

    trentanove orsi,  vale a dire che sotto i suoi  colpi  era  caduto  il

    quarantesimo,  e,  prestando fede alle leggende di caccia russe, molti

    cacciatori sono stati  fortunati  fino  al  trentanovesimo  orso,  per

    soccombere poi davanti al quarantesimo.

    Piotr  Strogoff  aveva  dunque superato il numero fatale,  senza avere

    ricevuto un graffio.  Da quel momento,  suo figlio Michele,  che aveva

    allora  undici  anni,  non  mancò  mai  di  accompagnarlo alla caccia,

    portando la "ragatina",  cioè la forca,  per venire in  aiuto  di  suo

    padre,  armato del solo coltello. A quattordici anni, Michele Strogoff

    aveva ucciso da solo il suo primo orso  che non è poco;   -   ma  dopo

    averlo scuoiato, aveva trascinato la pelle del gigantesco animale fino

    alla casa paterna, distante parecchie verste, rivelando un vigore poco

    comune in un ragazzo.

    Quella  vita  gli  fece bene,  e giunto all'età adulta,  si sentiva in

    grado di sopportare tutto: il freddo, il caldo, la fame,  la sete,  la

    fatica.  Come  il Jakut delle contrade settentrionali,  era un uomo di

    ferro. Poteva stare ventiquattro ore senza mangiare, dieci notti senza

    dormire,  e  costruirsi  un  ricovero  in  piena  steppa,  dove  altri

    sarebbero  morti  assiderati  all'addiaccio.  Dotato di un eccezionale

    senso dell'orientamento,  guidato da un istinto degno di  un  Delaware

    (1)  in  mezzo  alla  immensa  distesa  bianca,  se  la  nebbia velava

    completamente l'orizzonte,  e anche quando si trovava in paesi di alte

    latitudini,  dove  la  notte  polare si prolunga per molti giorni egli

    sapeva ritrovare la sua strada,  dove altri non avrebbero  saputo  che

    direzione prendere. Tutti i segreti di suo padre gli erano noti. Aveva

    imparato  a  orientarsi su indizi appena percettibili,  come la caduta

    degli aghi di ghiaccio,  la disposizione dei minimi  ramoscelli  degli

    alberi,  i  chiarori emananti dagli estremi limiti dell'orizzonte,  le

    orme sull'erba della foresta, i vaghi suoni che attraversavano l'aria,

    le  lontane  detonazioni,   il  passaggio  di  uccelli  nell'atmosfera

    brumosa, mille particolari che sono mille punti di riferimento per chi

    li sa riconoscere.  Inoltre,  temprato sulle nevi, aveva una salute di

    ferro,  come aveva detto il generale Kissoff,  e,  cosa non meno vera,

    aveva un cuore d'oro.

    L'unico  grande affetto di Michele Strogoff era sua madre,  la vecchia

    Marfa,  che non aveva mai voluto lasciare  l'antica  abitazione  degli

    Strogoff  a  Omsk,  sulle  sponde  del  fiume  Irtis,  ove  il vecchio

    cacciatore e lei erano vissuti tanti anni insieme. Quando il figlio la

    lasciò,  aveva il cuore grosso,  ma le promise di tornare a  rivederla

    tutte le volte che avesse potuto: promessa che fu sempre mantenuta con

    devozione quasi religiosa.

    Era stato deciso che, a vent'anni, Michele Strogoff sarebbe entrato al

    servizio personale dell'imperatore,  nel corpo dei corrieri dello zar.

    Il  giovane  siberiano,  ardito,  intelligente,   zelante,   di  buona

    condotta, ebbe dapprima l'occasione di distinguersi specialmente in un

    viaggio  nel  Caucaso,  in  un  paese  difficile,  agitato  da qualche

    irrequieto successore di Shamil; poi, più tardi,  in un'importante

    missione che lo portò fino a Petropavlovsk, nel Camciatca, all'estremo

    confine  della Russia asiatica.  Durante quei lunghi viaggi,  dimostrò

    meravigliose qualità di autocontrollo, di prudenza e di coraggio,  che

    gli  valsero  l'approvazione  e  la  protezione dei capi,  sicché fece

    rapidamente carriera

    Tutte le licenze che gli spettavano di diritto,  dopo quelle  missioni

    in terre lontane,  egli non mancò mai di dedicarle alla vecchia madre,

    anche se si trovava lontano da lei  migliaia  di  verste  e  l'inverno

    rendeva le strade impraticabili.  Ultimamente,  però, Michele Strogoff

    era  stato  incaricato  di  una  importante  missione   nella   Russia

    meridionale e non rivedeva la vecchia Marfa da tre anni.  Era la prima

    volta che gli succedeva,  e gli  parevano  tre  secoli!  Ora,  la  sua

    licenza  regolare  gli sarebbe stata accordata fra qualche giorno,  ed

    egli aveva già fatto i suoi preparativi per la  partenza  verso  Omsk,

    quando  avvennero  i  fatti  che sappiamo.  Michele Strogoff fu dunque

    introdotto alla presenza dello zar,  ignorando completamente che  cosa

    volesse da lui l'imperatore.

    Lo  zar  lo  guardò  per qualche momento senza parlare e l'osservò con

    occhio  penetrante,  mentre  Michele  Strogoff  restava  assolutamente

    immobile.

    Poi, evidentemente soddisfatto di quell'esame, lo zar si avvicinò allo

    scrittoio e facendo cenno al capo della polizia di sedersi,  gli dettò

    sottovoce una lettera di poche righe.

    Scritta la lettera,  lo zar la rilesse con grande  attenzione  poi  la

    firmò,  facendo  precedere  al suo nome le parole: "Byt po semu",  che

    vogliono dire: "Così sia",  e che sono la formula di rito degli zar di

    Russia.

    La lettera venne poi introdotta in una busta,  che fu sigillata con lo

    stemma imperiale.  Lo zar,  alzandosi,  disse a  Michele  Strogoff  di

    avvicinarsi. Michele Strogoff avanzò di qualche passo e restò di nuovo

    immobile, pronto a rispondere.

    Lo  zar  lo  guardò  ancora  una volta in faccia,  con gli occhi negli

    occhi. Poi domandò con voce rotta:

    - Il tuo nome?

    - Michele Strogoff, Maestà.

    - Il tuo grado?

    - Capitano al corpo dei corriere dello zar.

    - Conosci la Siberia?

    - Sono siberiano.

    - Dove sei nato?

    - A Omsk.

    - Hai parenti a Omsk?

    - Sì, Maestà.

    - Quali?

    - La mia vecchia madre.

    Lo zar interruppe un istante la serie delle domande. Poi, mostrando la

    lettera che teneva in mano, riprese:

    - Ecco una lettera che io ti incarico, Michele Strogoff, di consegnare

    nelle mani del granduca e di nessun altro.

    - La consegnerò, Maestà.

    - Il granduca è a Irkutsk.

    - Andrò a Irkutsk.

    - Ma dovrai attraversare un territorio  messo  sossopra  dai  ribelli,

    invaso  dai  Tartari,  che  avranno  interesse  a  intercettare questa

    lettera.

    - L'attraverserò.

    - Dovrai diffidare soprattutto d'un traditore, Ivan Ogareff, che forse

    incontrerai sulla tua strada.

    - Diffiderò di lui, Maestà.

    - Passerai per Omsk?

    - E' la mia strada, Maestà.

    - Se vai da tua madre, rischi di essere riconosciuto. Non è necessario

    che tu veda tua madre.

    Michele Strogoff ebbe un attimo di esitazione, poi disse:

    - Non la vedrò, Maestà.

    - Giurami che per nessuna ragione rivelerai né chi sei né dove vai!

    - Lo giuro.

    - Michele Strogoff  -  disse lo zar,  porgendo  il  plico  al  giovane

    corriere  -  prendi dunque questa lettera, dalla quale dipende la vita

    di tutta la Siberia e forse la vita del granduca mio fratello.

    - Questa lettera, Maestà, sarà consegnata a Sua Altezza il granduca.

    - Sicché tu passerai ad ogni costo?

    - Passerò o mi uccideranno.

    - Ho bisogno che tu viva!

    - Vivrò e passerò  -  rispose Michele Strogoff.

    Lo  zar  parve  soddisfatto  della  sicurezza semplice e calma con cui

    Michele Strogoff gli aveva risposto.

    - Va' dunque, Michele Strogoff  -  disse egli,  -  va' in nome di Dio,

    per la Russia, per mio fratello e per me!

    Michele  Strogoff  salutò  militarmente,   uscì  subito  dallo  studio

    dell'imperatore e, pochi momenti dopo, dal Palazzo Nuovo.

    - Credo, generale, che tu abbia avuto la mano felice  -  disse lo zar.

    -  Lo  credo  anch'io,  Maestà    -  rispose il generale Kissoff  -  e

    Vostra Maestà può essere sicura che Michele Strogoff farà tutto quanto

    può fare un uomo.

    - E' veramente un uomo,  -  concluse lo zar.