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Michele Strogoff/8

 

 

    4. L'ENTRATA TRIONFALE.

 

    Tomsk,  fondata  nel 1604 quasi al centro delle province siberiane,  è

    una delle più importanti città della Russia asiatica. Tobolsk, situata

    sopra il sessantesimo parallelo,  e Irkutsk,  costruita al di    del

    centesimo meridiano, hanno visto Tomsk ingrandire a loro spese.

    E  tuttavia  Tomsk,  come  abbiamo detto,  non è la capitale di questa

    importante provincia.  Infatti,  il governatore generale di  tutta  la

    provincia  e  tutti  gli  uffici  sono  a  Omsk.  Ma  Tomsk  è  la più

    considerevole città di questo territorio,  che  confina  con  i  monti

    Altai,  cioè  con  la  frontiera  cinese del paese dei Khalkas.  Dalle

    pendici di questi monti scendono interrottamente fino alla vallata del

    Tom vene di platino, d'oro,  d'argento,  di rame,  di piombo aurifero.

    Essendo  un  paese  ricco,  lo è anche la città,  situata al centro di

    ricchi  giacimenti.   Così,   il  lusso  delle  sue  case,   dei  suoi

    arredamenti,  delle  sue  carrozze,  può  gareggiare  con quello delle

    grandi capitali europee.  E' una città di milionari,  arricchitisi con

    il piccone e la pala, e se non ha l'onore di offrire stabile residenza

    al  rappresentante dello zar,  si consola annoverando nei primi ranghi

    dei suoi cittadini più ragguardevoli il capo  dei  commercianti  della

    città, principale concessionario delle miniere del governo imperiale.

    In passato Tomsk era considerata ai confini del mondo.  Andare a Tomsk

    significava fare un immenso viaggio.  Ora,  non  è  che  una  semplice

    passeggiata,  quando  la  strada  non  è battuta dagli invasori.  Anzi

    presto sarà  costruita  la  ferrovia  che  deve  collegarla  con  Perm

    attraverso la catena dell'Ural (1).

    Tomsk  è  una  bella città?  Bisogna riconoscere che i viaggiatori non

    sono d'accordo su questo punto. La signora de Bourboulon,  che vi si è

    fermata  alcuni giorni durante il suo viaggio da Shanghai a Mosca,  ce

    la presenta  come  una  località  poco  pittoresca.  Stando  alla  sua

    descrizione, non è che una città insignificante, con le case di pietre

    e  mattoni,  le  strade molto strette e assai differenti da quelle che

    tagliano con ordine le grandi città siberiane,  con quartieri sporchi,

    specialmente dove abitano ammassati i Tartari, e nella quale pullulano

    quei tranquilli ubriaconi,  «la cui ubriachezza è apatica, come presso

    tutti i popoli del nord!».

    Il viaggiatore Henry Russel Killough, invece, è assolutamente positivo

    nella sua ammirazione per Tomsk.  Ciò dipende forse dal fatto che egli

    l'ha vista d'inverno, coperta dal suo manto di neve, mentre la signora

    de   Bourboulon   l'ha  vista  durante  l'estate?   E'  possibile,   e

    confermerebbe quella opinione secondo la quale certi paesi freddi  non

    possono essere apprezzati che nella stagione fredda,  come certi paesi

    caldi nella stagione calda.

    Comunque sia,  il signor Russel Killough dice positivamente che  Tomsk

    non  è  soltanto la più bella città della Siberia,  ma addirittura una

    delle più belle città del  mondo,  avendo  le  case  con  colonnati  e

    peristili,  marciapiedi di legno,  strade larghe e regolari,  quindici

    magnifiche chiese che si riflettono nelle acque del Tom,  più largo di

    qualsiasi fiume della Francia.

    La  verità  sta  nel  mezzo  tra  le due opinioni.  Tomsk;  con i suoi

    venticinquemila abitanti,  è pittorescamente  adagiata  su  una  lunga

    collina le cui pendici sono molto ripide.

    Ma  la  più  bella  città  del  mondo diventa la più sporca,  quando è

    occupata dagli invasori. Chi l'avrebbe ammirata a quell'epoca?  Difesa

    da  alcuni  battaglioni  di  Cosacchi  a  piedi,  che  vi risiedono in

    permanenza,  non aveva resistito all'assalto delle colonne dell'emiro.

    Una parte degli abitanti,  che sono di origine tartara,  avevano fatto

    un'accoglienza tutt'altro che cattiva a quelle orde  di  Tartari  come

    loro,  e  in  quel  momento Tomsk appariva affatto né più russa né più

    siberiana che se fosse stata trasportata  al  centro  dei  khanati  di

    Kokand o di Buchara.

    L'emiro  si  preparava  a  ricevere  a Tomsk le sue truppe vittoriose.

    Doveva essere offerta in loro onore  una  festa  con  canti,  danze  e

    fantasie, e seguita dalle inevitabili orge.

    Il  teatro  scelto per questa cerimonia,  organizzata secondo il gusto

    asiatico,  era un vasto poggio situato su una parte della collina  che

    domina  il corso del Tom da un centinaio di piedi.  Tutto l'orizzonte,

    con una lunga prospettiva di case eleganti e di  chiese  dalle  cupole

    panciute,  con le numerose insenature del fiume, con gli entroterra di

    foreste immerse nella nebbia calda,  era chiuso  da  una  meravigliosa

    cornice  di  verde,  formata  da  alcune  macchie  di  pini e di cedri

    secolari.

    Su larghe  terrazze  alla  destra  del  poggio,  era  stato  innalzato

    provvisoriamente una specie di splendido palcoscenico,  rappresentante

    un palazzo d'una architettura bizzarra,  indubbiamente  una  copia  di

    quei monumenti di Buchara,  semimoreschi e semitartari. Al di sopra di

    questo palazzo,  sulla punta dei minareti che lo  dominavano  da  ogni

    parte,  tra  i  fronzuti  rami  degli  alberi  da  cui  il  poggio era

    ombreggiato,  volavano centinaia di  cicogne  ammaestrate,  venute  da

    Buchara con l'esercito tartaro.

    Le terrazze erano stata riservate alla corte dell'emiro,  ai khan suoi

    alleati, ai grandi dignitari dei khanati e agli "harem" di ciascuno di

    quei sovrani del Turkestan.

    Le sultane, per la maggior parte, non sono altro che schiave comperate

    sui mercati della Transcaucasia e della Persia. Alcune avevano il viso

    scoperto,  altre portavano un velo che  le  nascondeva  agli  sguardi.

    Tutte erano vestite con un lusso esagerato. Le eleganti vestaglie, con

    le  maniche  rialzate  all'indietro  che  si  riunivano  alla moda del

    sellino europeo,  lasciavano scoperte  le  loro  braccia,  cariche  di

    braccialetti  riuniti da catene di pietre preziose,  e le loro piccole

    mani, dalla unghie tinte di succo di "henné" (2),  Al minimo movimento

    di  queste  vestaglie,  le une in drappo di seta,  paragonabili per la

    loro finezza alla tela di ragno, le altre fatte d'un morbido "alagià",

    un tessuto di cotone a trama fitta,  si produceva quel  fruscio  tanto

    gradito  alle  orecchie  degli  Orientali.  Sotto  questa  prima veste

    brillavano gonne di broccato,  le quali coprivano i pantaloni di  seta

    rimboccati  un  poco sopra i fini stivaletti,  graziosamente svasati e

    bordati di perle.  Alcune di quelle donne  che  non  avevano  il  viso

    velato,  destavano  l'ammirazione  con le loro lunghe trecce sfuggenti

    dai turbanti multicolori, gli occhi splendidi,  i denti magnifici,  il

    colorito  abbagliante,  messo  ancor  più  in  risalto  dal nero delle

    sopracciglia  congiunte  da  un  leggero  tratto  di  collirio,  e  la

    sfumatura delle loro palpebre, scurite da un tocco di piombaggine.

    Ai piedi delle terrazze, letteralmente coperte dagli stendardi e dagli

    orifiammi,  vegliavano le guardie personali dell'emiro,  con al fianco

    la sciabola a doppio taglio, il pugnale alla cintura,  con in pugno la

    lancia  lunga dieci piedi.  Alcuni di questi Tartari portavano bastoni

    bianchi, altri enormi alabarde,  ornate da fiocchi di fili d'argento e

    d'oro.

    Tutt'intorno,  fino  al  retroterra  di quel vasto poggio,  sul pendio

    della scarpata di cui il Tom bagna  la  base,  si  ammassa  una  folla

    cosmopolita,  composta  di  tutti  i tipi indigeni dell'Asia centrale.

    C'erano gli Usbeki con i loro berretti neri di  pelle  di  pecora,  la

    barba  rossa,  gli  occhi grigi,  il loro "arkaluk",  specie di tunica

    drappeggiata alla moda tartara. Là si pigiavano i Turcomanni,  vestiti

    del costume nazionale, larghi pantaloni a colori vistosi con tuniche e

    mantelli tessuti di pelo di cammello, berretti rossi conici o svasati,

    alti stivali di cuoio di Russia, la sciabola e il coltello appesi alla

    cintola  con  una  correggia;  là,  accanto ai loro padroni c'erano le

    donne turcomanne,  dai capelli prolungati da  cordoncini  di  pelo  di

    capra,  la camicetta aperta sul giuba a righe blu,  porpora verde,  le

    gambe fasciate da bende colorate che s'incrociavano fino  alle  scarpe

    di  cuoio.  Là ancora  -  come se tutte le popolazioni della frontiera

    russo-cinese si fossero date convegno rispondendo alla voce dell'emiro

    -  si vedevano i Manciù, rasati sulla fronte e sulle tempie, capelli a

    trecce, abiti lunghi, cintura stretta su una camicia di seta, berretti

    ovali di raso color ciliegia con  bordo  nero  e  frange  rosse;  poi,

    assieme a loro, i meravigliosi esemplari di donne della Manciuria, con

    un  cappello civettuolo di fiori artificiali fissati da spille d'oro e

    da farfalle delicatamente posate  sui  loro  capelli  neri.  Infine  i

    Mongoli,  gli abitanti di Buchara, i Persiani, i Cinesi del Turkestan,

    completavano quella folla convenuta alla festa tartara.

    Solo i Siberiani mancavano a questo ricevimento degli invasori. Coloro

    che non avevano potuto fuggire, stavano rinchiusi nelle loro case, con

    il timore  di  qualche  saccheggio,  che  Feofar  Khan  avrebbe  forse

    ordinato per completare degnamente quella cerimonia trionfale.

    L'emiro  fece  il  suo  ingresso  sulla  piazza soltanto alle quattro,

    preceduto da squilli di tromba,  da colpi di tam-tam,  da scariche  di

    artiglieria e di fucileria.

    Feofar  montava  il  suo cavallo favorito,  che portava sulla testa un

    pennacchio di diamanti. L'emiro indossava il suo costume di guerra. Ai

    suoi fianchi marciavano i  khan  di  Kokand  e  di  Kundus,  i  grandi

    dignitari dei khanati, e lo accompagnava un numeroso stato maggiore.

    In  quello  stesso  momento comparve sulla terrazza la prima moglie di

    Feofar,  la regina,  se tale titolo può attribuirsi alle sultane dello

    Stato  di  Buchara.  Ma,  regina  o schiava,  questa donna,  d'origine

    persiana,   era  stupendamente  bella.   Contrariamente   al   costume

    maomettano,  e senza dubbio per un capriccio dell'emiro, essa aveva il

    viso  scoperto.  La  sua  capigliatura,   divisa  in  quattro  trecce,

    accarezzava  le sue spalle d'una splendida bianchezza,  appena coperte

    da un velo di seta  laminato  d'oro,  che  si  annodava  dietro  a  un

    berretto costellato di gemme di grandissimo valore.  Sotto la gonnella

    di seta blu, a larghe falde più scure, scendeva lo "zir-giameh in velo

    di seta", e sopra la cintura si arricciava il "pirahn",  una camicetta

    dello  stesso tessuto,  che si apriva in una graziosa scollatura.  Ma,

    dalla testa fino ai piedi, calzati di pantofole persiane,  era tale la

    profusione  di  gioielli,  "tomans"  d'oro  infilati a fili d'argento,

    corone  di  turchesi,   "firuseh"   tratte   dalle   celebri   miniere

    dell'Elbrus,  collane di cornalina,  di agata, di smeraldi, di opali e

    di zaffiri,  che il suo corsetto e la sua gonna sembravano tessuti  di

    pietre  preziose.  Quanto  alle migliaia di diamanti che scintillavano

    attorno al suo collo, alle braccia, alle mani, alla cintura, ai piedi,

    parecchi milioni di rubli non sarebbero bastati a pagarne il prezzo, e

    dall'intensità dei loro riflessi si sarebbe creduto che,  al centro di

    ognuno  di  essi,  qualche  corrente accendesse un arco voltaico fatto

    d'un raggio di sole.

    L'emiro e i khan scesero dai loro cavalli,  così pure i dignitari  del

    seguito.  Tutti  presero  posto sotto una magnifica tenda,  elevata al

    centro della terrazza.  Davanti alla  tenda,  come  sempre,  c'era  il

    "Corano" aperto sulla tavola sacra.

    Il luogotenente di Feofar non si fece attendere,  e prima delle cinque

    le squillanti trombe annunciarono il suo arrivo.

    Ivan Ogareff  -  lo sfregiato,  come già lo chiamavano  -    arrivò  a

    cavallo  davanti  alla  tenda  dell'emiro,   indossando  questa  volta

    l'uniforme di ufficiale tartaro.  Era accompagnato da  una  parte  dei

    soldati dell'accampamento di Zabediero, che si disposero ai lati della

    piazza,  in  mezzo  al  quale  restò  soltanto  lo spazio riservato ai

    divertimenti. Il traditore aveva la faccia segnata obliquamente da una

    larga cicatrice.

    Ivan Ogareff presentò all'emiro i suoi più alti  ufficiali,  e  Feofar

    Khan,  senza  perdere  la  freddezza che costituiva il fondo della sua

    dignità,  li accolse in maniera  che  fossero  soddisfatti  della  sua

    accoglienza.

    Così  almeno  interpretarono  questa accoglienza Harry Blount e Alcide

    Jolivet,  i due inseparabili colleghi,  associati ora  per  la  caccia

    delle  notizie.  Dopo  aver  lasciato  Zabediero,  essi erano arrivati

    rapidamente a Tomsk.  Il loro  piano  ben  preciso  era  di  non  fare

    compagnia ai Tartari,  ma di raggiungere piuttosto qualche corpo russo

    e, se era possibile, andare con questo fino a Irkutsk.  Quanto avevano

    visto dell'invasione,  di quegli incendi, di quei saccheggi, di quelle

    uccisioni,  li aveva profondamente scossi,  sicché avevano  fretta  di

    trovarsi tra le file dell'esercito siberiano.

    Alcide Jolivet,  tuttavia,  aveva fatto comprendere al suo collega che

    non  poteva  partire  da  Tomsk   senza   prendere   qualche   schizzo

    dell'entrata  trionfale  delle  truppe tartare  -  non fosse altro che

    per soddisfare la curiosità di sua cugina  -   e  Harry  Blount  s'era

    deciso  a  rimanere  per  alcune  ore;  ma,  la  sera stessa,  ambedue

    avrebbero ripreso la strada di Irkutsk e, bene equipaggiati, speravano

    di precedere gli esploratori dell'emiro.

    Alcide Jolivet e Harry Blount s'erano dunque mescolati  alla  folla  e

    guardavano,  in  maniera da non perdere nessun particolare d'una festa

    che avrebbe fornito loro cento  buone  righe  di  cronaca.  Ammirarono

    dunque  Feofar  Khan  nella  sua  magnificenza,  le sue mogli,  i suoi

    ufficiali, le sue guardie,  e tutta quella pompa orientale,  di cui le

    cerimonie  d'Europa  non  possono dare la minima idea.  Ma torsero gli

    occhi con disprezzo quando Ivan Ogareff si presentò davanti all'emiro,

    e attesero con una certa impazienza l'inizio della festa.

    - Vedete,  caro Blount,   -  disse Alcide Jolivet  -  noi siamo venuti

    troppo  presto,  come  dei  veri signori che vogliono spendere bene il

    loro denaro!  Tutto  questo  non  significa  altro  che  l'alzata  del

    sipario;  sarebbe  stato  più  interessante  arrivare  soltanto per il

    balletto.

    - Quale balletto?  -  domandò Harry Blount.

    - Il balletto d'obbligo, perdiana! Ma credo che si levi il sipario.

    Alcide Jolivet parlava come se fosse stato  all'Opera,  e  cavando  il

    binocolo dall'astuccio, si preparò a osservare da intenditore "i primi

    personaggi della compagnia di Feofar".

    Ma i divertimenti erano preceduti da una scena penosa.

    Infatti  il  trionfo  del  vincitore  non poteva essere completo senza

    l'umiliazione  pubblica  dei  vinti.  Perciò  parecchie  centinaia  di

    prigionieri  furono  condotti  sotto  la  frusta  dei  soldati.  Erano

    destinati a sfilare davanti a Feofar Khan e ai suoi alleati,  prima di

    essere stipati con i loro compagni nelle prigioni della città.

    Tra  questi  prigionieri  figurava  in  prima  fila  Michele Strogoff.

    Conforme  agli  ordini  di  Ivan  Ogareff,  egli  era  particolarmente

    vigilato da un plotone di soldati. C'erano anche sua madre e Nadia.

    La  vecchia siberiana,  sempre energica quando si trattava soltanto di

    se stessa,  aveva ora il viso d'un pallore mortale.  Ella si attendeva

    qualche scena terribile.  Non senza ragione,  infatti,  suo figlio era

    condotto davanti all'emiro.  Perciò tremava  per  lui.  Ivan  Ogareff,

    colpito  pubblicamente  da quel "knut" che era stato levato su di lei,

    non era un uomo che perdona,  e la sua vendetta  sarebbe  stata  senza

    confronti.  Michele Strogoff era certamente condannato a uno di quegli

    spaventosi supplizi che sono familiari ai barbari dell'Asia  centrale.

    Se  Ivan  Ogareff  lo  aveva  risparmiato  quando  i  soldati si erano

    lanciati su di lui, era perché conosceva bene ciò che sarebbe accaduto

    quando l'avesse consegnato alla giustizia dell'emiro.

    Del resto,  né la madre né il  figlio  avevano  potuto  rivolgersi  la

    parola  dopo  la  scena  funesta  dell'accampamento  di Zabediero.  Li

    avevano rigorosamente separati l'uno dall'altra.  Questo aggravava  le

    loro sventure,  perché sarebbe stata per loro una consolazione restare

    uniti per qualche tempo durante quei pochi giorni di prigionia!  Marfa

    Strogoff  avrebbe  voluto  domandare  perdono a suo figlio di tutto il

    male che gli aveva causato involontariamente,  perché si  accusava  di

    non  aver potuto dominare i suoi sentimenti materni!  Se avesse saputo

    trattenersi a Omsk,  nella casa della posta,  quando si era trovata di

    fronte   a   lui,   Michele  Strogoff  sarebbe  passato  senza  essere

    riconosciuto, e quante disgrazie sarebbero state evitate!

    Dal canto suo,  Michele Strogoff pensava che se sua madre era  là,  se

    Ivan Ogareff l'aveva condotta alla sua presenza,  era perché soffrisse

    dello stesso supplizio del figlio, forse anche perché tanto alla madre

    quanto al figlio fosse riservata una morte spaventosa!

    Quanto a Nadia,  ella si domandava che cosa fare per salvare  l'uno  e

    l'altra,  come venire in aiuto al figlio e alla madre.  Non sapeva che

    cosa pensare,  ma sentiva vagamente che doveva soprattutto evitare  di

    richiamar  l'attenzione  sopra  di sé,  che doveva dissimulare,  farsi

    piccola!  Forse allora avrebbe potuto rodere le maglie della rete  che

    imprigionavano  il  leone.   In  ogni  caso,   se  le  fosse  capitata

    l'occasione di agire, avrebbe agito, anche a costo di sacrificarsi per

    il figlio di Marfa Strogoff.

    Frattanto la maggior  parte  dei  prigionieri  erano  sfilati  davanti

    all'emiro e,  passando,  ognuno di loro aveva dovuto prostrarsi con la

    fronte nella polvere,  in segno di schiavitù.  La schiavitù cominciava

    con l'umiliazione! Se quegli sventurati erano troppo lenti a curvarsi,

    la rude mano delle guardie li gettava violentemente a terra.

    Alcide  Jolivet  e  il  suo  collega  non potevano assistere a un tale

    spettacolo senza provare un vero sdegno.

    - Troppo indegno! Andiamo via!  -  disse Alcide Jolivet.

    - No!  -  rispose Harry Blount  -  Bisogna vedere tutto.

    - Vedere tutto!...  Ah!    -   esclamò  d'improvviso  Alcide  Jolivet,

    afferrando il braccio del suo compagno.

    - Cosa c'è?  -  gli domandò questi.

    - Guardate, Blount! E' lei!

    - Lei?

    -  La  sorella  del  nostro  compagno di viaggio!  Sola e prigioniera!

    Bisogna salvarla...

    - Dominatevi  -   rispose freddamente Harry Blount.    -    Il  nostro

    intervento  in  favore  di quella fanciulla potrebbe essere più nocivo

    che utile.

    Alcide Jolivet, pronto a lanciarsi, si trattenne, e Nadia non lo vide,

    avendo gli occhi mezzo velati dai suoi capelli; passò dunque anch'ella

    davanti all'emiro, senza richiamare la sua attenzione.

    Dopo Nadia era  arrivata  anche  Marfa  Strogoff  e,  siccome  non  fu

    abbastanza pronta a prostrarsi nella polvere, le guardie la sospinsero

    brutalmente.

    Marfa Strogoff cadde.

    Suo  figlio  ebbe  uno  scatto  terribile,  che  i  soldati di guardia

    riuscirono appena a reprimere.

    Ma la vecchia Marfa si alzò e stava per essere  condotta  via,  quando

    intervenne Ivan Ogareff, dicendo:

    - Questa donna rimanga!

    Intanto  Nadia fu ricacciata tra la folla dei prigionieri.  Lo sguardo

    di Ivan Ogareff non s'era fermato su di lei.

    Michele Strogoff fu allora condotto davanti all'emiro,  e là rimase in

    piedi, senza abbassare gli occhi.

    - Fronte a terra!  -  gridò Ivan Ogareff.

    - No!  -  rispose Michele Strogoff.

    Due  guardie  vollero  costringerlo  a  prostrarsi,  ma  toccò  a loro

    stendersi al suolo, spinte dalla mano del robusto giovane.

    Ivan Ogareff avanzò verso Michele Strogoff.

    - Tu morrai!  -  disse.

    - Morirò  -  rispose con fierezza Michele Strogoff,   -    ma  la  tua

    faccia di traditore, Ivan, porterà per sempre il marchio infamante del

    "knut"!

    Ivan Ogareff, a questa risposta, impallidì paurosamente.

    -  Chi  è  questo  prigioniero?   -  domandò l'emiro,  con quella voce

    ch'era tanto più minacciosa quanto più era calma.

    - Una spia russa  -  rispose Ivan Ogareff.

    Tacciando Michele Strogoff  da  spia,  egli  sapeva  che  la  sentenza

    pronunciata contro di lui sarebbe stata terribile.

    Michele Strogoff s'era lanciato su Ivan Ogareff.

    I soldati lo immobilizzarono.

    L'emiro  fece  allora  un  gesto,  davanti  al quale tutta la folla si

    curvò. Poi indicò con la mano il "Corano", che gli fu portato. Aprì il

    libro sacro e posò il dito su una pagina.

    Il destino,  o piuttosto,  nella credenza  di  quegli  orientali,  Dio

    stesso avrebbe deciso la sorte di Michele Strogoff. I popoli dell'Asia

    centrale  danno  il  nome  di  "fal"  a  questa  pratica.  Dopo  avere

    interpretato il versetto  additato  dal  giudice,  essi  applicano  la

    sentenza, qualunque sia.

    L'emiro teneva il dito fermo sulla pagina del "Corano".  Il capo degli

    ulemi, avvicinandosi,  lesse a voce alta un versetto che terminava con

    queste parole:

    «Egli non vedrà mai più le cose della terra»

    -  Spia russa,   -  disse Feofar Khan  -  tu sei venuto per vedere ciò

    che avviene nell'accampamento tartaro! Guarda dunque con i tuoi occhi,

    guarda bene!

 

 

    NOTE.

 

    Nota 1.  E' la  famosa  «transiberiana»,  che  risultò  la  più  lunga

    ferrovia del mondo (9334 chilometri).

    Nota  2.  Materia  colorante  in  rosso,  che  si ricava da una pianta

    originaria dall'Arabia;  il  nome  italiano,  usato  dai  classici,  è

    "alcanna" (Nota del Traduttore).

 

 

 

 

    5. «GUARDA CON I TUOI OCCHI, GUARDA BENE!»

 

    Michele  Strogoff,  con  le  mani  legate,  fu tenuto davanti al trono

    dell'emiro, ai piedi della terrazza.

    Sua madre,  vinta alla fine da tante torture fisiche e morali,  si era

    accasciata, non osava più guardare, non osava più ascoltare.

    «Guarda  con  i  tuoi  occhi!  guarda  bene!»  aveva detto Feofar Khan

    tendendo la mano minacciosa verso Michele Strogoff.

    Senza dubbio Ivan Ogareff, conoscendo i costumi tartari,  aveva capito

    la  gravità  di  quelle  parole,  perché  le sue labbra s'erano per un

    istante socchiuse in un sorriso crudele.  Poi era  andato  a  mettersi

    accanto a Feofar Khan.

    Risuonò subito uno squillo di tromba. Era il segnale dei divertimenti.

    -  Ecco  il balletto  -  disse Alcide Jolivet a Harry Blount,   -  ma,

    contrariamente a tutti gli usi, questi barbari dànno il balletto prima

    del dramma!

    Michele Strogoff aveva ricevuto l'ordine di guardare. E guardò.

    Uno stuolo di danzatrici fece allora irruzione sulla  piazza.  Diversi

    strumenti tartari,  il "dutar", mandolino dal manico lungo in legno di

    gelso,  a due corde di seta ritorta in accordo di quarta;  il "kobis",

    specie di violoncello aperto dalla parte anteriore, munito di crine di

    cavallo  fatto vibrare per mezzo di un archetto;  la "cibisga",  lungo

    flauto di canna,  e  trombe,  tamburelli,  tam-tam,  uniti  alla  voce

    gutturale  dei cantanti,  formavano un'armonia esotica.  A ciò occorre

    aggiungere gli accordi d'una orchestra aerea,  formata da una  dozzina

    di cervi volanti,  che,  con le loro corde tese al centro, risuonavano

    come arpe eolie pizzicate dalla brezza.

    Subito cominciarono le danze.

    Le danzatrici erano tutte di origine persiana.  Non erano  schiave  ed

    esercitavano  la  loro  professione in libertà.  In altri tempi,  esse

    figuravano ufficialmente nelle cerimonie alla  corte  di  Teheran;  ma

    dopo l'avvento della famiglia regnante,  erano state pressoché bandite

    dal regno e avevano  dovuto  cercare  fortuna  altrove.  Vestivano  il

    costume  nazionale  ed erano ornate di gioielli a profusione.  Piccoli

    triangoli d'oro e lunghi pendagli ciondolavano dai  loro  orecchi;  al

    collo portavano cerchi d'argento niellato;  alle braccia e alle gambe,

    braccialetti formati da un doppio serto di gemme;  all'estremità delle

    loro  lunghe  trecce  tinnivano pendenti,  riccamente inframmezzati di

    perle,  di turchesi e di conaline.  La cintura che le  stringeva  alla

    vita  era chiusa da un fermaglio di brillanti,  che rassomigliava alla

    piastra della gran croce europea.

    Queste danzatrici eseguirono con molta grazia diverse danze,  a  volte

    singolarmente,  a  volte a gruppi.  Avevano il viso scoperto,  ma ogni

    tanto si tiravano sul volto un velo leggero,  e sembrava che una  nube

    di  tulle  passasse  su quegli occhi splendidi,  come una nebbia su un

    cielo stellato.  Alcune di queste persiane portavano a modo di sciarpa

    una cintura di cuoio ornata di perle, dalla quale pendeva una borsetta

    di  forma triangolare,  con la punta in basso,  ch'esse aprirono ad un

    certo  momento.  Da  queste  borsette,  tessute  in  filigrana  d'oro,

    estrassero lunghi e stretti nastri di seta scarlatta,  sui quali erano

    scritti dei versetti del "Corano".  Questi nastri,  ch'esse tesero tra

    di  loro,  formarono  una  galleria sotto la quale le altre danzatrici

    s'insinuarono senza rompere il  passo,  e,  passando  davanti  a  ogni

    versetto,  secondo  il  precetto che conteneva,  si prostravano fino a

    terra o si sollevavano in un leggero salto,  quasi a  significare  che

    prendevano posto tra gli uri del cielo di Maometto.

    Ma,  ciò  che  era  degno  di nota e che colpì Alcide Jolivet,  fu che

    queste persiane si  mostrarono  piuttosto  indolenti  anziché  focose.

    Mancava  loro  la  «furia»  e,  tanto  per il genere delle loro danze,

    quanto per la loro esecuzione,  assomigliavano piuttosto alle baiadere

    calme e composte dell'India che alle almee passionali dell'Egitto.

    Finito questo primo numero, si udì una voce profonda che diceva

    - Guarda con i tuoi occhi, guarda bene!

    L'uomo che ripeteva le parole dell'emiro,  un tartaro di alta statura,

    era l'esecutore dei sovrani voleri di Feofar Khan.  Aveva preso  posto

    dietro  a  Michele  Strogoff e teneva in mano una sciabola dalla larga

    lama ricurva,  una di quelle lame damascate  e  temprate  dai  celebri

    armaioli di Karsi o di Hissar.

    Accanto a lui,  le guardie avevano portato un treppiede con un braciere

    dove ardevano senza fumo dei carboni accesi.  Il leggero vapore che li

    coronava,  era  dovuto  alla  combustione  di  una sostanza resinosa e

    aromatica, mista d'incenso e benzoino, che vi veniva sparsa sopra.

    Intanto,  alle Persiane era immediatamente seguito un altro gruppo  di

    danzatrici,  di  razza  molto diversa,  che Michele Strogoff riconobbe

    subito.

    Bisogna supporre che anche i due giornalisti le riconoscessero, perché

    Harry Blount disse al suo collega:

    - Sono le zigane di Niznij Novgorod!

    - Proprio loro  -  esclamò Alcide Jolivet.   -  Immagino che a  quelle

    spie gli occhi fruttino più denaro delle gambe!

    Considerandole come agenti al servizio dell'emiro,  Alcide Jolivet, lo

    sappiamo, non si sbagliava.

    Sangarre si distingueva tra tutte quelle zigane per la  solennità  del

    suo costume esotico e pittoresco, che dava risalto alla sua bellezza.

    Sangarre  non  ballò,  ma  si  pose  come  una  mima in mezzo alle sue

    danzatrici,  le cui movenze di fantasia avevano qualcosa che risentiva

    di  tutti i paesi maggiormente frequentati dalla loro razza in Europa,

    dalla Boemia all'Egitto, dall'Italia alla Spagna. Esse si animavano al

    suono dei dischetti che tintinnavano sulle loro braccia,  e al  rullìo

    dei  "dairés",  specie  di  tamburelli  baschi,  di  cui  le loro dita

    sfioravano la pelle stridente.

    Sangarre,  tenendo uno di quei "dairés" che fremeva tra le  sue  mani,

    incitava quella compagnia di autentiche coribanti.

    Avanzò allora uno zigano,  dell'età di circa quindici anni.  Teneva in

    mano un "dutar", di cui faceva vibrare le due corde col semplice tocco

    delle unghie.  Egli cantò.  Durante le strofe di quella  canzone  d'un

    ritmo  molto  strano,  una  danzatrice  venne  a porsi accanto a lui e

    rimase immobile  ascoltando;  ma  ogni  volta  che  il  ritornello  si

    ripeteva  sulle labbra del giovane cantante,  essa riprendeva la danza

    interrotta,  accompagnandolo con il suo "dairé" e stordendolo  con  il

    crepitare delle nacchere.

    Poi,  terminato l'ultimo ritornello, le danzatrici avvolsero lo zigano

    nei mille vortici delle loro danze.

    A questo punto,  cadde una pioggia d'oro dalle mani dell'emiro  e  dei

    suoi  alleati,  dalle mani dei loro ufficiali d'ogni grado,  e così al

    tintinnio delle monetine che colpivano i monili delle  danzatrici,  si

    mescolavano ancora gli ultimi sussurri dei "dutar" e dei tamburelli.

    -  Prodighi come ladri!   -  disse Alcide Jolivet all'orecchio del suo

    compagno.

    Era infatti il denaro rubato che scorreva a manciate  perché,  assieme

    ai  "tomans"  e  agli  zecchini tartari,  piovevano anche i ducati e i

    rubli moscoviti.

    Poi d'improvviso si fece silenzio, e la voce dell'aguzzino, che teneva

    la mano appoggiata sulla spalla di  Michele  Strogoff,  ripeté  quelle

    parole, la cui ripetizione le rendeva sempre più sinistre:

    - Guarda con i tuoi occhi, guarda bene!

    Ma  questa volta Alcide Jolivet osservò che l'esecutore non teneva più

    la sciabola sguainata in mano.

    Intanto il sole s'abbassava all'orizzonte. Una semioscurità cominciò a

    invadere lo sfondo della campagna.  Le macchie di cedri e di  pini  si

    facevano  via  via  più  scure,   e  le  acque  del  Tom,  smorte,  si

    confondevano in lontananza con le prime nebbie serali.  La  notte  non

    avrebbe tardato ad avvolgere il poggio che dominava la città.

    Ma, in quell'istante alcune centinaia di schiavi, recanti torce accese

    invasero  la  piazza.   Precedute  da  Sangarre,   zigane  e  persiane

    riapparvero davanti al trono dell'emiro e si esibirono,  quasi in  una

    gara,   nelle  loro  danze  di  genere  così  diverso.  Gli  strumenti

    dell'orchestra tartara,  si scatenarono in  un  ritmo  più  selvaggio,

    accompagnato  dalle  grida  gutturali  dei  cantori.  I cervi volanti,

    ch'erano stati ritirati a terra,  ripresero il loro  volo,  innalzando

    tutta una costellazione di lanterne multicolori, e sotto la brezza più

    fresca  le  loro  arpe vibravano con più intensità,  in mezzo a quella

    illuminazione aerea.

    Poi  uno  squadrone  di  Tartari,  in  tenuta  di  guerra,  vennero  a

    mescolarsi alle danze,  la cui furia andò crescendo, e allora cominciò

    una fantasia pedestre, che produsse il più strano effetto.

    I  soldati,   armati  di  sciabole  sguainate  e  di  lunghe  pistole,

    eseguivano  certe  acrobazie,   facendo  contemporaneamente  risuonare

    nell'aria  detonazioni  clamorose,   con  ininterrotte   scariche   di

    fucileria,  che  si  distinguevano  nettamente  sopra  il  rullare dei

    tamburelli, il ronzio dei "dairés", lo stridore dei "dutar".  Le armi,

    caricate  a  salve con polvere colorata alla maniera cinese,  grazie a

    qualche ingrediente metallico,  lanciavano lunghi razzi rossi,  verdi,

    azzurri,  sicché pareva che tutti quei gruppi si agitassero in mezzo a

    un  fuoco  d'artificio.  Sotto  certi  aspetti,   questo  divertimento

    ricordava la cibistica degli antichi, specie di danza militare, in cui

    il  corifeo  si muoveva in mezzo alle punte delle spade e dei pugnali,

    ed è possibile che la tradizione sia rimasta tra  i  popoli  dell'Asia

    centrale; ma la cibistica tartara era resa ancora più bizzarra da quei

    fuochi colorati che s'incrociavano sopra le danzatrici, i cui lustrini

    assumevano l'aspetto di mille fiammelle.  Era come un caleidoscopio di

    scintille,   le  cui  combinazioni  variavano  all'infinito  ad   ogni

    movimento delle ballerine.

    Per  quanto  assuefatto  dovesse  essere  un giornalista parigino agli

    effetti scenici escogitati dalla regìa  moderna,  Alcide  Jolivet  non

    poté  trattenere  un  leggero scuotere di testa,  che tra il boulevard

    Montmartre e la  Madeleine  avrebbe  voluto  dire:  "Mica  male!  mica

    male!".

    Poi,  d'improvviso,  come ad un segnale, tutti i fuochi della fantasia

    si  estinsero,  le  danze  cessarono,  i  ballerini  scomparvero.   La

    cerimonia era terminata,  e soltanto le torce rischiaravano il poggio,

    fino a pochi istanti prima così pieno di luci.

    A un cenno dell'emiro,  Michele Strogoff fu  condotto  in  mezzo  alla

    piazza.

    -  Blount,    -   disse Alcide Jolivet al suo compagno  -  ci tenete a

    vedere tutto fino alla fine?

    - Per nulla al mondo  -  rispose Harry Blount.

    - I vostri lettori del "Daily Telegraph" non sono ghiotti, spero,  dei

    particolari di un'esecuzione alla maniera tartara?

    - Non più di vostra cugina.

    -  Povero  ragazzo!    -   aggiunse Alcide Jolivet,  guardando Michele

    Strogoff.   -  Quel valoroso soldato avrebbe meritato  di  cadere  sul

    campo di battaglia!

    - Possiamo fare qualcosa per salvarlo?  -  chiese Harry Blount.

    - Non possiamo fare nulla.

    I due giornalisti ricordavano la condotta generosa di Michele Strogoff

    verso  di  loro;  capivano  ora  attraverso quali prove,  ligio al suo

    dovere,  era dovuto passare,  e in  mezzo  a  quei  Tartari,  che  non

    conoscono il senso della pietà, non potevano fare nulla per lui!

    Poco   desiderosi   di  assistere  al  supplizio  riservato  a  quello

    sventurato, rientrarono in città.

    Un'ora più tardi, essi correvano sulla strada di Irkutsk,  e tentavano

    in  mezzo  ai Russi quella che Alcide Jolivet chiamava in anticipo "la

    campagna della rivincita".

    Per tutto questo tempo,  Michele Strogoff era rimasto sempre in piedi,

    e  osservava  l'emiro  e  Ivan  Ogareff,  con  superiorità l'uno,  con

    disprezzo l'altro.  Sapeva di morire,  e tuttavia  si  sarebbe  invano

    cercato in lui un segno di debolezza.

    Gli spettatori,  rimasti ai margini della piazza, e così pure lo stato

    maggiore  di  Feofar  Khan,   per  cui  questo  finale   rappresentava

    un'attrattiva  in  più,  aspettavano  che l'esecuzione fosse compiuta.

    Poi,  soddisfatta la curiosità,  tutta quest'orda selvaggia si sarebbe

    abbandonata all'ubriachezza.

    L'emiro  fece  un gesto.  Michele Strogoff,  spinto dalle guardie,  si

    avvicinò alla terrazza,  e  allora,  nella  lingua  tartara  che  egli

    comprendeva, Feofar gli disse:

    - Tu sei venuto per vedere,  spia dei Russi. Tu hai visto per l'ultima

    volta. Tra poco i tuoi occhi saranno per sempre chiusi alla luce!

    Michele Strogoff non  era  condannato  alla  morte,  ma  alla  cecità.

    Perdere  la  vista,  pena forse più terribile che perdere la vita!  Lo

    sventurato era condannato ad essere accecato.

    Tuttavia,   sentendo  la  condanna  pronunziata  dall'emiro,   Michele

    Strogoff  non  diede segni di debolezza.  Rimase impassibile,  con gli

    occhi spalancati,  come se avesse voluto concentrare tutta la sua vita

    in un'ultima immagine.  Supplicare quegli uomini feroci era inutile, e

    del resto sarebbe stato indegno di lui.  Non ci pensava neppure.  Ogni

    suo  pensiero  era  concentrato  sulla  sua missione irrimediabilmente

    fallita, sulla madre,  su Nadia,  che non avrebbe mai più riviste!  Ma

    non lasciò trasparire nulla dell'emozione che provava.

    Poi  un  irresistibile  sentimento  di  vendetta  invase  tutto il suo

    essere. Rivolse i suoi occhi su Ivan Ogareff.

    - Ivan,  -  gli disse con voce minacciosa  -  Ivan traditore, l'ultima

    minaccia dei miei occhi sarà per te!

    Ivan Ogareff scrollò le spalle.

    Ma Michele Strogoff si sbagliava. I suoi occhi non si sarebbero spenti

    per sempre guardando Ivan Ogareff.

    Marfa Strogoff stava in piedi davanti a lui.

    - Madre mia!  -  gridò.  -  Sì! sì! a te il mio sguardo estremo, e non

    a quel miserabile! Rimani qui, davanti a me! Che io veda ancora il tuo

    volto amato! Che i miei occhi si chiudano guardandoti!...

    La vecchia siberiana, senza pronunciare una parola, si fece avanti...

    - Scacciate quella donna!  -  disse Ivan Ogareff.

    Due soldati respinsero Marfa Strogoff. Ella indietreggiò, ma rimase in

    piedi, a qualche passo da suo figlio.

    Comparve l'aguzzino.  Questa volta teneva  la  sciabola  sguainata  in

    mano,  e quella sciabola era incandescente,  perché era stata ritirata

    allora dal braciere dove ardevano i carboni profumati.

    Michele Strogoff sarebbe stato accecato secondo  il  costume  tartaro,

    con una lama incandescente, passata davanti agli occhi!

    Michele Strogoff non tentò di opporre resistenza. Per i suoi occhi non

    esisteva  più nulla all'infuori di sua madre,  ch'egli divorava con lo

    sguardo! Tutta la sua vita era in quell'ultima immagine!

    Marfa Strogoff,  con gli occhi smisuratamente spalancati,  le  braccia

    tese verso di lui, lo guardava!...

    La lama incandescente passò davanti agli occhi di Michele Strogoff.

    Risuonò un grido disperato. La vecchia Marfa cadde svenuta al suolo!

    Michele Strogoff era cieco.

    Eseguiti  gli  ordini,  l'emiro  si ritirò con tutta la sua corte.  In

    breve non rimase sulla piazza che Ivan Ogareff  e  i  portatori  delle

    torce.

    Forse   quel   miserabile   voleva  insultare  ancora  la  vittima  e,

    sostituendosi al carnefice, dargli il colpo di grazia?

    Ivan Ogareff si avvicinò lentamente a Michele Strogoff,  il  quale  lo

    sentì arrivare e si eresse sulla persona.

    Ivan Ogareff cavò di tasca la lettera imperiale, l'aprì, e per un atto

    di  suprema  ironia,  la  tenne  sospesa davanti agli occhi spenti del

    corriere dello zar, dicendo:

    - Leggi,  ora,  Michele Strogoff,  leggi,  e vai a ripetere a  Irkutsk

    quanto avrai letto! Ora, il vero corriere dello zar è Ivan Ogareff!

    Dette  queste  parole,  il  traditore si nascose la lettera sul petto.

    Poi, senza più voltarsi,  lasciò la piazza,  e i portatori di torce lo

    seguirono.

    Michele  Strogoff  rimase  solo,  a  pochi  passi  da sua madre ancora

    esanime, forse morta.

    Si sentivano  da  lontano  le  grida,  i  canti,  tutto  il  frastuono

    dell'orgia.  Tomsk,  illuminata,  splendeva  come  una città in festa.

    Michele Strogoff rimase in ascolto.  Nella piazza deserta  regnava  il

    silenzio.

    Si  diresse  tastoni  verso  il  luogo  dove sua madre era caduta.  La

    ritrovò aiutandosi con le mani, si curvò sopra di essa, accostò il suo

    viso a quello di lei, ascoltò i battiti del suo cuore.  Poi sembrò che

    parlasse sottovoce.

    La vecchia Marfa vive ancora? Sentì le parole che le disse il figlio?

    Ma ella non fece il minimo movimento.

    Michele  Strogoff la baciò sulla fronte e sui capelli bianchi.  Poi si

    rialzò e, tastando con il piede, portando avanti le mani per guidarsi,

    camminò lentamente verso l'estremità della piazza.

    D'improvviso comparve Nadia.

    Ella avanzò diritta verso il suo compagno.  Con un pugnale che  teneva

    in mano, tagliò le corde che legavano le braccia di Michele Strogoff.

    Costui,  cieco,  non sapeva chi lo sciogliesse, perché Nadia non aveva

    detto una sola parola.

    Ma slegato, ella disse:

    - Fratello!

    - Nadia!  -  mormorò Michele Strogoff,  -  Nadia.

    - Vieni! fratello  -  rispose Nadia.  -  I miei occhi saranno d'ora in

    poi i tuoi occhi; io ti guiderò a Irkutsk!

 

 

    6. UN AMICO DELLA GRANDE STRADA.

 

    Mezz'ora dopo, Michele Strogoff e Nadia avevano lasciato Tomsk.

    Un buon numero di prigionieri, quella notte, sfuggirono dalle mani dei

    Tartari,  perché ufficiali e soldati,  tutti  più  o  meno  abbrutiti,

    avevano inconsciamente rallentato la sorveglianza rigorosa che avevano

    mantenuto fino allora,  sia all'accampamento di Zabediero, sia durante

    la marcia del  convoglio.  Nadia,  condotta  dapprima  con  gli  altri

    prigionieri,  aveva quindi potuto ritornare sul poggio, nel momento in

    cui Michele Strogoff era stato condotto davanti all'emiro

    Là,  confusa tra la folla,  aveva visto tutto.  Non un  grido  le  era

    sfuggito  quando  la lama incandescente era passata davanti agli occhi

    del suo compagno.  Aveva avuto la forza di assistere immobile e  muta.

    Una  provvidenziale ispirazione le disse che doveva tenersi pronta,  e

    anche libera per guidare il figlio di Marfa Strogoff alla meta ch'egli

    aveva giurato di raggiungere.  Il suo cuore per un  momento  cessò  di

    battere,  quando la vecchia siberiana cadde svenuta, ma un pensiero le

    restituì tutta la sua energia.

    «Sarò il cane del cieco!» si disse.

    Partito Ivan Ogareff,  Nadia s'era tenuta nascosta  nell'ombra.  Aveva

    atteso   che   la  folla  sgombrasse  il  poggio.   Michele  Strogoff,

    abbandonato come un essere miserevole dal quale non c'è più  nulla  da

    temere,  era solo. Lo vide trascinarsi fino alla madre, curvarsi su di

    lei, baciarla in fronte, poi levarsi, allontanarsi a tentoni...

    Qualche istante dopo, lei e lui,  la mano nella mano,  avevano disceso

    il ripido pendio e,  seguita la sponda del Tom fino all'estremo limite

    della città, uscivano facilmente per una breccia della cinta.

    La strada di Irkutsk era l'unica che s'inoltrasse verso est. Non c'era

    pericolo di sbagliarsi. Nadia condusse lesta Michele Strogoff.  Era da

    prevedersi che l'indomani,  dopo alcune ore di orgia,  gli esploratori

    dell'emiro, gettandosi di nuovo attraverso la steppa, tagliassero ogni

    comunicazione. Era quindi necessario precederli,  raggiungere prima di

    loro  Krasnojarsk,  distante  cinquecento  verste  (533 chilometri) da

    Tomsk,  per essere in grado di seguire finché era possibile la  grande

    strada. Avventurarsi fuori della strada tracciata, significava correre

    verso l'incerto, l'ignoto, significava la morte sicura.

    Come  riuscirà Nadia a sopportare le fatiche di quella notte tra il 16

    e 17 agosto?  Come troverà la forza fisica necessaria a percorrere una

    tappa  così  lunga?  Come  potranno i suoi piedi,  sanguinanti per una

    marcia forzata,  sostenerla fino a Krasnojarsk?  è  quasi  impossibile

    immaginarlo.  Ma  non  è meno vero che l'indomani mattina,  dodici ore

    dopo  la  partenza  da  Tomsk,   Michele  Strogoff  e   la   fanciulla

    raggiungevano  il  borgo di Semilovskoije,  dopo una fuga di cinquanta

    verste.

    Michele Strogoff non aveva detto una sola parola.  Non era  Nadia  che

    reggeva  la  sua  mano,  ma fu lui a reggere quella della sua compagna

    durante tutta la notte;  ma,  grazie a  questa  mano  che  lo  guidava

    unicamente  con i suoi fremiti,  egli aveva camminato con il suo passo

    ordinario.

    Semilovskoije era quasi completamente abbandonata.  Gli abitanti,  per

    timore  dei  Tartari,  erano  fuggiti  nella  provincia del Jeniseisk.

    Appena due o tre case erano ancora  abitate.  Tutto  quanto  la  città

    aveva di utile o di prezioso era stato portato via su carrette.

    Tuttavia Nadia aveva bisogno di fare una sosta di alcune ore.  Ambedue

    avevano bisogno di cibo e di riposo.

    La fanciulla condusse dunque il suo compagno verso  l'estremità  della

    borgata.  Là c'era una casa disabitata,  con la porta aperta.  Essi vi

    entrarono.  Una rozza panca di legno si trovava in mezzo alla  stanza,

    vicino  all'alta  stufa,  com'è uso in tutte le case siberiane.  Vi si

    sedettero.

    Nadia osservò allora il volto del suo compagno cieco, come non l'aveva

    mai osservato  fino  allora.  Nello  sguardo  di  lei  c'era  più  che

    riconoscenza,  più  che la semplice pietà.  Se Michele Strogoff avesse

    potuto vederla,  avrebbe letto nei suoi  limpidi  occhi  l'espressione

    desolata d'una dedizione e d'una tenerezza infinita.

    Le palpebre del cieco,  bruciate dalla lama incandescente, ricoprivano

    a metà i suoi  occhi,  completamente  disseccati.  La  sclerotica  era

    leggermente raggrinzita e come indurita, la pupilla straordinariamente

    dilatata;  l'iride appariva d'un azzurro più scuro di prima; le ciglia

    e le sopracciglia erano in parte bruciate; ma, almeno in apparenza, lo

    sguardo  tanto  penetrante  del  giovane  non   sembrava   minimamente

    alterato. Se non ci vedeva più, se la sua cecità era totale, era segno

    che  la  sensibilità  della  retina  e  del  nervo  ottico erano stati

    radicalmente distrutti dall'ardente calore dell'acciaio.

    A questo punto, Michele Strogoff tese le mani.

    - Sei qui, Nadia?  -  domandò.

    - Sì  -  rispose la fanciulla  -  sono vicina a te,  e non ti  lascerò

    mai più, Michele.

    Michele  Strogoff  trasalì  al  sentire per la prima volta il suo nome

    pronunciato da Nadia.  Comprese che la sua compagna  sapeva  tutto  di

    lui: chi era e quali vincoli lo legavano alla vecchia Marfa.

    - Nadia,  -  disse egli  -  bisogna che ci separiamo!

    - Separarci? Perché, Michele?

    -  Non  voglio  ostacolare  il  tuo  viaggio!  Tuo  padre ti attende a

    Irkutsk! Bisogna che tu raggiunga tuo padre!

    - Mio padre mi maledirebbe, Michele,  se ti abbandonassi,  dopo quanto

    hai fatto per me!

    - Nadia!  Nadia!   -  rispose Michele Strogoff, stringendo la mano che

    la fanciulla aveva posto sulla sua,  -  tu devi pensare soltanto a tuo

    padre!

    - Michele,   -  disse Nadia  -  tu ora hai più bisogno di me di quanto

    ne abbia mio padre! Vuoi dunque rinunciare ad andare a Irkutsk?

    -  Mai!    -  gridò Michele Strogoff con un tono che dimostrava di non

    aver perduto nulla della sua energia.

    - Però, tu non hai più quella lettera!...

    - La lettera che Ivan Ogareff mi ha tolta!...  Ebbene!  saprò farne  a

    meno,  Nadia!  Mi  hanno trattato come una spia!  Agirò come una spia!

    Andrò a Irkutsk a dire tutto ciò  che  ho  visto,  tutto  ciò  che  ho

    sentito  e,  lo  giuro  sul  nome  di  Dio  vivente!,  il traditore mi

    ritroverà un giorno a faccia a faccia!  Ma bisogna che arrivi prima di

    lui a Irkutsk.

    - E tu parli di separarci, Michele?

    - Nadia, quei miserabili mi hanno tolto tutto!

    -  Mi  restano alcuni rubli,  e i miei occhi!  Io posso vedere per te,

    Michele, e condurti là dove tu non puoi più andare da solo!

    - E come viaggeremo?

    - A piedi.

    - E come vivremo?

    - Mendicando.

    - Partiamo, Nadia!

    - Vieni, Michele!

    I due giovani non si chiamavano più fratello e sorella.  Nella  comune

    sventura,  si sentivano ancora più strettamente uniti l'uno all'altra.

    Uscirono dalla casa,  dopo un'ora di  riposo.  Nadia,  percorrendo  le

    strade   della   borgata,   si   era   procurata   qualche   pezzo  di

    ""ciornekhleb",  specie di pane fatto con orzo,  e un poco di idromele

    chiamato  in  Russia  "meod".  Tutto  questo non le era costato niente

    perché aveva  cominciato  il  mestiere  di  mendicante.  Quel  pane  e

    quell'idromele  avevano,  bene  o  male,  placato la fame e la sete di

    Michele Strogoff.  Nadia gli aveva riservato la parte maggiore di quel

    cibo insufficiente.  Egli mangiava i pezzi di pane che la sua compagna

    gli offriva l'uno dopo l'altro. Beveva alla borraccia che ella porgeva

    alle sue labbra.

    - Mangi, Nadia?  -  le domandò più volte.

    - Sì, Michele  -  rispose sempre la fanciulla, che si accontentava dei

    resti del suo compagno.

    Michele e Nadia partirono da Semilovskoije e ripresero quella dolorosa

    strada  per  Irkutsk.   La  fanciulla  resisteva  energicamente   alla

    stanchezza.  Se  Michele  Strogoff  l'avesse vista,  forse non avrebbe

    avuto il coraggio di proseguire. Ma Nadia non si lamentava,  e Michele

    Strogoff,  non sentendo un solo sospiro,  camminava con una fretta che

    non  riusciva  a  dominare.   E  perché?   Poteva  dunque  sperare  di

    distanziare i Tartari? Egli era a piedi, senza denaro, era cieco, e se

    Nadia,  unica sua guida, gli veniva a mancare, non gli sarebbe rimasto

    altro da fare che sedersi sul ciglio  della  strada  e  attendervi  la

    morte!  Ma se alla fine,  a forza di volontà,  arrivava a Krasnojarsk,

    forse tutto non era  perduto,  poiché  il  governatore,  al  quale  si

    sarebbe  fatto conoscere,  non avrebbe esitato a fornirgli i mezzi per

    raggiungere Irkutsk.

    Dunque Michele Strogoff camminava,  parlava  poco,  assorto  nei  suoi

    pensieri.  Teneva  la  mano  di  Nadia.  Ambedue comunicavano fra loro

    incessantemente.  Sembrava loro di non aver più bisogno  della  parola

    per scambiarsi i propri pensieri. Ogni tanto Michele Strogoff diceva:

    - Parlami, Nadia.

    -  A  che  serve,  Michele?  Noi  pensiamo insieme!   -  rispondeva la

    fanciulla,  e parlava in modo che la sua voce  non  rivelasse  nessuna

    stanchezza.

    Ma  talvolta,  come  se  il  suo  cuore  avesse  cessato un istante di

    battere,  le sue gambe si piegavano,  il suo passo rallentava,  il suo

    braccio  si  tendeva,  restava  indietro.  Michele  Strogoff allora si

    fermava,  fissava i suoi occhi sulla povera ragazza,  come  se  avesse

    cercato  di scrutarla attraverso quell'immagine che portava in sé.  Il

    suo cuore si gonfiava; poi,  sostenendo energicamente la sua compagna,

    riprendeva la marcia.

    Tuttavia,  in  mezzo a tutti quegli affanni senza tregua,  quel giorno

    doveva presentarsi una circostanza fortunata,  che doveva  risparmiare

    molte fatiche a tutti e due.

    Erano  partiti  da  Semilovskoije  da  due  ore circa,  quando Michele

    Strogoff si fermò.

    - La strada è deserta?  -  domandò.

    - Assolutamente deserta  -  rispose Nadia.

    - Non senti qualche rumore dietro di noi?

    - Infatti.

    - Se sono i Tartari, bisogna nascondersi. Osserva bene.

    - Aspetta,  Michele!   -  rispose Nadia ripercorrendo la  strada  fino

    alla curva che avevano fatta pochi passi più indietro.

    Michele Strogoff rimase solo un istante, tendendo l'orecchio.

    Nadia ritornò quasi subito e disse:

    - C'è una carretta. E' condotta da un giovane.

    - E' solo?

    - Solo.

    Michele  Strogoff  esitò un istante.  Doveva nascondersi?  Doveva,  al

    contrario,  tentare l'occasione di chiedere posto in quel veicolo,  se

    non  per  sé,  almeno  per  lei?  Egli si sarebbe solo accontentato di

    appoggiarsi con una mano alla carretta,  l'avrebbe  spinta  se  ce  ne

    fosse  stato  bisogno,  perché le sue forze non gli venivano meno,  ma

    sentiva che Nadia,  trascinatasi a piedi dopo  il  passaggio  dell'Ob,

    cioè da più di otto giorni, era all'estremo delle forze.

    Aspettò.

    La  carretta  arrivò  quasi  subito  alla svolta della strada.  Era un

    veicolo molto malandato, capace di ospitare soltanto tre persone,  uno

    di quei veicoli che nel paese sono chiamati "kibitka".

    D'ordinario,  la  "kibitka"  è tirata da tre cavalli,  ma a questa era

    attaccato un solo animale dal pelo lungo e dalla coda  abbondante,  al

    quale il sangue mongolo assicurava vigore e coraggio.

    Il conducente era un giovane, con un cane accanto a sé.

    Nadia  riconobbe che quel giovane era russo.  Aveva un aspetto dolce e

    flemmatico,  che ispirava fiducia.  Del resto,  pareva non  avesse  la

    minima fretta.  Avanzava con andatura tranquilla,  per non stancare il

    suo cavallo e, al vederlo,  non si sarebbe pensato che percorresse una

    strada  che  poteva  da  un  momento all'altro venirgli interrotta dai

    Tartari.

    Nadia, tenendo Michele Strogoff per la mano, s'era messa sul ciglio

    La "kibitka" si fermò e il conducente guardò sorridendo la fanciulla.

    - Ehi, dove andate a piedi?  -  le domandò spalancando gli occhi.

    Al suono di questa voce,  Michele Strogoff pensò di averla già sentita

    da  qualche  parte.  E,  senza  dubbio,  quella  voce  bastò  a fargli

    riconoscere il conducente della "kibitka",  perché la  sua  fronte  si

    spianò subito.

    -  Ebbene,   dove  andate?     -    ripeté  il  giovane,  rivolgendosi

    particolarmente a Michele Strogoff.

    - Andiamo a Irkutsk  -  rispose questi.

    - Oh!  piccolo padre,  tu dunque non sai che ci sono ancora  verste  e

    verste prima di arrivare a Irkutsk?

    - Lo so.

    - E vai a piedi?

    - A piedi.

    - Tu, va bene! ma la signorina?...

    -  E' mia sorella  -  disse Michele Strogoff,  che ritenne prudente di

    chiamare Nadia ancora con quel nome.

    - Sì,  tua sorella,  piccolo padre!  Ma,  credi a me,  non  potrà  mai

    arrivare a Irkutsk!

    -  Amico,   -  rispose Michele Strogoff avvicinandosi  -  i Tartari ci

    hanno derubati,  e io non ho un copeco da  offrirti;  ma  se  tu  vuoi

    prendere mia sorella sulla "kibitka",  io ti seguirò a piedi,  correrò

    se è necessario, non ti farò ritardare neppure di un'ora...

    - Fratello...  -  gridò Nadia  -  non voglio...  non voglio!  Signore,

    mio fratello è cieco!

    - Cieco!  -  rispose il giovane con voce commossa.

    - I Tartari gli hanno bruciato gli occhi!  -  aggiunse Nadia, tendendo

    le mani come per implorare pietà.

    - Bruciato gli occhi! Oh! povero piccolo padre! Io vado a Krasnojarsk.

    Ebbene.  Perché non montate ambedue nella mia "kibitka"?  Stringendoci

    un poco ci staremo tutti  e  tre.  Del  resto,  il  mio  cane  non  si

    rifiuterà d'andare a piedi. Soltanto, io non vado veloce, per riguardo

    al mio cavallo.

    - Amico, come ti chiami?  -  domandò Michele Strogoff.

    - Mi chiamo Nicola Pigassof.

    -  E'  un  nome  che  non  dimenticherò  mai  più  -  aggiunse Michele

    Strogoff.

    - Ebbene, monta,  piccolo padre.  Tua sorella sederà accanto a te,  in

    fondo  alla  carretta,  io  davanti  per guidare.  C'è della scorza di

    betulla e paglia d'orzo sul fondo.  E' come un nido.  Andiamo,  Serko,

    lasciaci il posto.

    Il cane scese senza farsi pregare.  Era una bestia di razza siberiana,

    dal pelo grigio,  di media grandezza,  con una bella  e  grossa  testa

    carezzevole, e che sembrava molto affezionato al suo padrone.

    Michele  Strogoff  e  Nadia,   in  un  istante,  presero  posto  nella

    "kibitka". Michele Strogoff aveva teso le mani come per cercare quelle

    di Nicola Pigassof.

    - Vuoi stringermi la mano!   -  disse Nicola.    -    Eccola,  piccolo

    padre!  Stringila  quanto  vuoi!  La  "kibitka" si rimise in moto.  Il

    cavallo,  che Nicola non frustava,  andava a  passo  d'ambio  (1).  Se

    Michele  Strogoff  non  guadagnava  così  velocità,   venivano  almeno

    risparmiate nuove fatiche a Nadia.

    La fanciulla  era  talmente  spossata,  che,  sentendosi  cullata  dal

    movimento  monotono della "kibitka",  cadde ben presto in un sonno che

    rassomigliava piuttosto alla prostrazione.  Michele Strogoff e  Nicola

    la  sistemarono  meglio  che poterono sulle foglie di betulla.  Sempre

    compassionevole, Michele Strogoff era ora commosso,  e se i suoi occhi

    non versarono lacrime di compassione, fu perché il ferro incandescente

    aveva loro disseccato anche l'ultima stilla!

    - E' una ragazza delicata  -  disse Nicola.

    - Sì  -  rispose Michele Strogoff.

    - Deve essere forte,  piccolo padre, e anche coraggiosa, ma in fondo è

    debole, questa piccola! Venite da lontano?

    - Da molto lontano.

    - Poveri giovani!  Tu avrai certamente sentito molto male,  quando  ti

    hanno bruciato gli occhi!

    -  Molto  male   -  rispose Michele Strogoff,  fissando Nicola come se

    avesse potuto vederlo.

    - Hai pianto?

    - Sì.

    - Anch'io avrei pianto. Pensare che non si potrà più vedere le persone

    amate! Ma, in fondo, loro ci vedono. E' forse una consolazione!

    - Sì, forse! Ma dimmi, amico  -  domandò Michele Strogoff,   -  tu non

    mi hai mai visto in qualche parte?

    - Te, piccolo padre? No, mai.

    - Eppure il suono della tua voce non mi è nuovo.

    - Ma guarda!  -  rispose Nicola sorridendo.  -  Conosce il suono della

    mia voce!  Forse mi domandi questo per sapere da dove vengo? Oh! te lo

    dico subito. Vengo da Kolivan.

    - Da Kolivan?   -  disse Michele Strogoff.   -  Ma  allora  io  ti  ho

    incontrato là. Eri all'ufficio telegrafico?

    -  E' possibile  -  rispose Nicola.   -  Io stavo là.  Ero l'impiegato

    addetto alle trasmissioni.

    - E sei rimasto al tuo posto fino all'ultimo momento?

    - Eh! è proprio in quei momenti che bisogna restare!

    - Era il giorno in cui un inglese e un francese, con tanto di rubli in

    mano,  si disputavano il posto davanti al tuo sportello,  e  l'inglese

    telegrafò i primi versetti della Bibbia?

    - E' possibile, piccolo padre, ma io non me ne ricordo!

    - Come! non te ne ricordi?

    - Io non leggo mai i dispacci che trasmetto. Poiché il mio dovere è di

    dimenticarli, la cosa migliore è di ignorarli.

    Questa risposta dipingeva Nicola Pigassof.

    Frattanto la "kibitka" procedeva pian piano.  Michele Strogoff avrebbe

    preferito che fosse più rapida.  Ma Nicola  e  il  suo  cavallo  erano

    abituati  a  un'andatura  che    l'uno    l'altro avrebbero potuto

    modificare.  Il cavallo camminava tre  ore  e  riposava  un'ora:  così

    giorno  e  notte.   Durante  le  fermate,   il  cavallo  pascolava,  i

    viaggiatori della "kibitka" mangiavano in compagnia del fedele  Serko.

    La  "kibitka"  era rifornita per almeno venti persone,  e Nicola aveva

    messo generosamente le sue provviste a disposizione  dei  due  ospiti,

    ch'egli credeva fratello e sorella.

    Dopo  una giornata di riposo,  Nadia riacquistò in parte le sue forze.

    Nicola si preoccupava che stesse più comoda possibile.  Il viaggio  si

    compiva  in  condizioni  sopportabili,  lentamente  senza  dubbio,  ma

    regolarmente.  Capitava talvolta che,  di notte,  Nicola,  sempre alla

    guida,   si   addormentasse   e   russasse  con  una  convinzione  che

    testimoniava la calma della sua  coscienza.  Forse  in  quei  momenti,

    guardando  bene,  si sarebbe vista la mano di Michele Strogoff cercare

    le redini del cavallo e fargli prendere un'andatura  più  rapida,  con

    grande meraviglia di Serko, il quale però non diceva niente. Poi, quel

    trotto  riprendeva  immediatamente il passo d'ambio,  appena Nicola si

    risvegliava,  ma la  "kibitka"  in  questa  maniera  aveva  guadagnato

    qualche versta sulla sua velocità regolamentare.

    Attraversarono  così  il  fiume  Isimsk,  le  borgate  di  Isimskoije,

    Berikilskoije,  Kuskoije,  il  fiume  Mariinsk,  la  borgata  omonima,

    Bogostovlskoije,  e infine la Ciula,  piccolo corso d'acqua che divide

    la Siberia occidentale dalla Siberia orientale.  La strada  correva  a

    volte  attraverso  immense lande,  che offrivano agli sguardi un ampio

    orizzonte,  altre volte sotto una fitta  e  interminabile  foresta  di

    abeti, della quale sembrava di non arrivare mai alla fine.

    Tutto era deserto. Le borgate erano quasi completamente abbandonate. I

    contadini  erano  fuggiti  oltre  lo Jenisej,  pensando che quel largo

    fiume avrebbe forse arrestato i Tartari.

    Il 22 agosto,  la "kibitka" raggiunse la borgata di Acinsk.  Mancavano

    ancora centoventi verste per arrivare a Krasnojarsk.  Nessun incidente

    notevole era capitato durante il viaggio.  Nicola,  Michele Strogoff e

    Nadia  erano  assieme da sei giorni,  e nessuno aveva cambiato: Nicola

    sprofondato nella sua calma imperturbabile,  gli altri  due  inquieti,

    pensando  al  momento  in  cui  avrebbero  dovuto  separarsi  dal loro

    compagno.

    Michele Strogoff, lo si può ben dire, vedeva con gli occhi di Nicola e

    della fanciulla il paese percorso. Una volta l'uno, una volta l'altra,

    gli descrivevano i luoghi veduti dalla "kibitka".  Egli sapeva se  era

    una foresta o una pianura,  se c'era qualche capanna nella steppa,  se

    qualche siberiano compariva all'orizzonte. Nicola non si esauriva mai.

    Gli piaceva chiacchierare, e, qualunque fossero i suoi punti di vista,

    gli altri lo ascoltavano volentieri.

    Un giorno Michele Strogoff gli domandò che tempo faceva.

    - Abbastanza bello,  piccolo padre  -  gli rispose,   -  ma  sono  gli

    ultimi giorni dell'estate.  L'autunno è breve in Siberia, e ben presto

    subiremo i primi freddi dell'inverno.  Forse i Tartari  penseranno  di

    accantonarsi durante la cattiva stagione?

    Michele Strogoff scosse il capo con aria di dubbio.

    -  Non  lo credi,  piccolo padre?   -  aggiunse Nicola.   -  Pensi che

    marceranno su Irkutsk?

    - Lo temo  -  rispose Michele Strogoff.

    - Sì... hai ragione.  C'è con loro un uomo malvagio che non li lascerà

    raffreddare sulla strada. Hai sentito parlare di Ivan Ogareff?

    - Sì.

    - Lo sai che non è bene tradire il proprio paese?

    -  Certo,  non  è  bene...    -  rispose Michele Strogoff,  che voleva

    restare indifferente.

    - Piccolo padre,   -  riprese Nicola  -   mi  pare  che  tu  sia  poco

    indignato  quando  ti si parla di Ivan Ogareff!  Ogni cuore russo deve

    fremere, quando si pronuncia quel nome!

    - Credimi,  amico,  io lo odio più di quanto tu  potrai  mai  odiarlo-

    disse Michele Strogoff.

    - Non è possibile  -  aggiunse Nicola,  -  no, non è possibile. Quando

    penso  a Ivan Ogareff,  al male che ha fatto alla nostra santa Russia,

    mi prende la collera, e se l'avessi nelle mani...

    - Se l'avessi, amico?...

    - L'ammazzerei, credo.

    - Io invece ne sono certo  -  concluse pacatamente Michele Strogoff.