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Le novelle della nonna
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Le novelle della nonna
Fiabe fantastiche
di Emma Perodi
INDICE
--------------------------------
PARTE PRIMA
Lo scettro del re Salomone e la corona della regina Saba
La storia del turbante
L'ombra del Sire di Narbona
Il frate con la gamba di legno
Il morto risuscitato
La calza della Befana
Il Diavolo che si fece frate
Adamo il falsario
Il Romito dell'Alpe di Catenaia
Il teschio di Amalziabene
PARTE SECONDA
La Stella consolatrice
Il Diavolo alla festa
La corona della Madonna
La matrigna di Lavella
La fidanzata dello scheletro
La mula della badessa Sofia
La morte di messer Cione
La gobba del Buffone
La sorte di Biancospina
Il nascondiglio del Diavolo
L'anello della bella Caterina
Monna Bice e i tre figli storpi
PARTE TERZA
Messer Gentile e il cavallo balzano
La campana d'oro fino
La pastorella del Pian del Prete
Il barbagianni del Diavolo
Il ragazzo con due teste
Il fortunato Ubaldo
I Nani di Castagnaio
L'Incantatrice
Il grembiule di madonna Chiara
Il gatto del Vicario
L'Albergo Rosso
PARTE QUARTA ED ULTIMA
La criniera del leone
L'impiccato vivo
Il naso del Podestà
Il coltello del traditore
Il talismano del conte Gherardo
Lo stemma sanguinoso
Il berretto della saggezza
Il lupo mannaro
Lo sposo d'Oretta
Il Diavolo e il Romito
Il Cero umano
Il velo della Madonna
La sorte della famiglia Marcucci
PARTE PRIMA
Lo scettro del re Salomone e la corona della regina Saba
Tutte le campane di Poppi e della valle suonavano a festa in quella notte
chiamando i fedeli alla messa di Natale, e pareva che a quell'invito
rispondessero le campane di Soci, di Bibbiena, di Maggiona e di tutti i paesi e
i castelli eretti sui monti brulli, che s'inalzavano fino all'Eremo di Camaldoli
e al Picco della Verna, tanto era lo scampanìo che si udiva da ogni lato.
In una casa di Farneta, piccolo borgo sulla via di Camaldoli, la famiglia del
contadino Marcucci era tutta riunita sotto l'ampia cappa del camino basso, che
sporgeva fin quasi a metà della stanza. Il camino, nel quale crepitava un bel
ceppo di faggio, era grande davvero, altrimenti non avrebbe potuto contener
tanta gente, perché i Marcucci erano un subisso!
Il vecchio capoccia era morto, la moglie gli sopravviveva, e intorno a lei erano
aggruppati i cinque figliuoli maschi, i quali avevano tutti moglie, meno
l'ultimo, Cecco, che era tornato da poco dal reggimento, e aveva sempre addosso
la tunica d'artiglieria. I quattro fratelli maggiori si ritrovavano di già la
bella caterva di quindici figliuoli, fra grandi e piccini, così che fra la
vecchia Regina, le nuore, i figliuoli e quei quindici nipoti, facevano
venticinque persone. È vero che il podere era grande, ma se i ragazzi maggiori
non si fossero ingegnati ad accompagnare col trapelo le carrozze che andavano a
Camaldoli, facendo in su e in giù l'erta via tre o quattro volte il giorno, la
famiglia Marcucci non avrebbe attecchito il desinare con la cena.
Quella sera la vecchia Regina stava seduta sopra una panca molto vicina al fuoco
crepitante, e le sue mani operose, che intrecciavano di consueto i fili di
paglia per farne cappelli, restavano inerti in grembo. I più piccoli fra i
nipotini le sedevano accanto guardando un grandissimo paiuolo appeso sopra il
fuoco, nel quale bollivano le castagne. Lo scampanìo continuava, e tutti quei
bambini, che solevano andare a letto come i polli per alzarsi a giorno, non
chiedevano di coricarsi, né le mamme davano loro il solito imperioso comando:
«A letto!» poiché in quella notte era consuetudine dei Marcucci che i giovani
andassero alla messa notturna alla abbazia di San Fedele, sul monte dove s'erge
gigante il castello di Poppi, con la sua immensa torre che si vede quasi da ogni
punto del Casentino, e i piccini rimanessero a casa a far compagnia alla nonna,
la quale li teneva desti narrando loro fiabe meravigliose, che ella aveva udito
a sua volta dalla propria nonna e dalle vecchie del vicinato.
Il maggiore dei figli della Regina, l'austero Maso, che faceva da capoccia dopo
la morte del padre, li comandava tutti a bacchetta; egli si alzò e, aprendo la
porta della cucina che guardava sulla aia, disse, rivolto alla moglie e alle
altre donne:
- La nottata è brutta e la neve è tutta ghiacciata, che vogliamo fare?
Mentre Maso teneva ancora l'uscio aperto strologando le nubi, che correvano da
tramontana, un soffio di vento gelato penetrò nella cascina e fece rabbrividire
grandi e piccini.
Ma la Carola era stata pronta a dire:
- E da quando in qua il freddo e la neve ci mettono paura? Alla messa di Natale
ci siamo sempre andati e ci andremo anche stanotte, se Dio vuole.
La Carola, come moglie del capoccia, godeva in famiglia di una certa autorità;
così le altre donne annuirono con la testa, e mentre ella si alzava per vedere
se le ballotte eran cotte nel paiuolo, le cognate salirono al piano superiore a
prendere lo scialle, il rosario e i cappotti di panno pesante foderati di
flanella verde dei rispettivi mariti.
Quando esse riscesero, la Carola aveva già posato il paiuolo in tavola, dopo
averne scolato l'acqua, e con una mestola di legno distribuiva ai bambini le
castagne. Anche le cognate se ne empirono le tasche dei grembiulini di rigatino,
e quando Maso disse: «Dunque, vogliamo andare?» tutti si strinsero bene sotto
il mento il fazzoletto di lana a colori vivaci, e su quello si misero lo scialle
di flanellone.
- E tu non vieni? - domandò Maso a Cecco vedendo che s'era seduto di nuovo
sulla panca nel canto del fuoco.
- Sentirò tre messe domani, per ora resto qui; è tanto che non ho più fatto
il Natale a casa, e mi struggo di sentir raccontare dalla mamma la novella dello
scettro di re Salomone e la corona della regina Saba.
Cecco non diceva tutto il suo pensiero. Tornato a casa dopo tre anni passati al
reggimento, parte ad Alessandria, parte a Palermo, aveva trovata la sua
vecchietta molto deperita, e il timore di perderla da un momento all'altro lo
aveva assalito tanto da inchiodarlo a fianco della mamma in tutte le ore che non
lavorava. E anche quando era nel campo, pensava sempre:
«La troverò viva quando torno a casa?».
Quel pensiero angoscioso e continuo gl'impediva d'imbrancarsi con gli amici e di
andarsene a veglia nei casolari vicini, dove il bell'artigliere sarebbe stato
festosamente accolto dalle ragazze, curiose di sentir parlare della vita di
città e delle avventure militari.
Maso aprì l'uscio e s'incamminò alla testa della comitiva, composta delle
cognate, dei fratelli e dei tre ragazzi maggiori, ormai giovinotti anch'essi.
Appena tutta quella gente fu uscita, Cecco andò a sedersi accanto alla Regina,
e mettendole una mano sulla spalla, le disse scherzando:
- Badate, mamma, la novella la so quasi a mente, e se non la raccontate bene, vi
tolgo la parola e la narro io! Vi rammentate quante volte sono stato a occhi
spalancati, con le gomita sulle ginocchia, a sentirla?
- Quelli erano bei tempi! - sospirò la vecchia. - Allora era vivo il babbo tuo,
tutte le figliuole erano in casa e io non ero così grinzosa.
- Nonna, la novella! - dissero i piccini, che erano tutti ansiosi di udire per
la centesima volta il meraviglioso racconto, che aveva sempre la virtù di
commuoverli.
La vecchietta finì di sbucciare una castagna, e dopo che l'ebbe data alla
minore delle nipotine, prese a dire con la voce dolce e il purissimo accento,
proprio degli abitanti delle montagne toscane:
- Dovete sapere che al tempo dei tempi arrivò un giorno a Montecornioli un
vecchio con la barba bianca, i capelli lunghi che gli scendevano fin quasi alla
cintola, vestito di una cappamagna di seta e con un turbante in testa. Questo
vecchio cavalcava una mula bianca e dietro a lui veniva un carro tutto coperto
trascinato da un paio di bovi, e guidato da un altro vecchio, pure con la barba
lunga e i capelli lunghi, ma vestito più miseramente. Attorno al carro
cavalcavano cinque uomini armati di lancia, e tenevano a distanza chiunque si
volesse accostare.
Né l'uomo dalla cappamagna, né il carro, né i soldati erano stati veduti
passare per il Casentino. Essi erano arrivati a Montecornioli senza valicare
l'Appennino, senza battere le strade maestre. La gente li aveva veduti soltanto
sul Pian del Prete, quando salivano la vetta di Montecornioli. Poi erano spariti
col carro dentro un vano, che mette a una grande caverna. Soltanto l'uomo dalla
cappamagna era rimasto a guardia di quel vano, e la mattina, quando i
montecorniolesi si alzarono, rimasero a bocc'aperta nel vedere che, proprio in
quel punto, dove prima non crescevano nemmeno le cicerbite e i cardi, era sorta,
come per incanto, una casetta con le finestre chiuse e la porta sbarrata.
La mia parola sarebbe insufficiente se volessi dirvi la meraviglia che destò in
tutti la comparsa in paese di quella comitiva, e poi il veder sorgere quella
casetta dalla sera alla mattina. Prima accorsero a Montecornioli, per sincerarsi
del fatto, gli abitanti di Poppi e di Bibbiena; poi quelli di Certamondo, di
Romena, di Pratovecchio, di Stia; e finalmente vennero anche da lontano. Ma
guarda e riguarda, non vedevano nulla, e la casa rimaneva chiusa come se dentro
non ci stesse nessuno. Però i più curiosi, mettendo l'orecchio contro il buco
della chiave, sentivano un rimuginìo di monete e certe parole che nessuno
capiva.
Venne l'inverno, e la casa, che era bassa, rimase quasi nascosta nella neve.
Quel mistero dei sette uomini seppelliti in quella caverna, metteva in moto
tutti i cervelli e faceva dimenare tutte le lingue. Ci fu un montecorniolese
più curioso dei suoi paesani, un certo Turno, che, senza dire nulla a nessuno,
si mise in testa di scoprir quel mistero, e, aspettata una notte che non ci
fosse luna, s'infilò un coltellaccio alla cintura, prese un'asta più lunga di
lui, e si avviò alla casetta. Era buio come in gola al lupo e il vento mugolava
nelle insenature dei monti e spazzava giù una neve fine fine e gelata, che
tagliava la faccia a Turno; ed era giusto che fosse freddo, perché era appunto
la notte del Natale.
I rami degli alberi, sfrondati, battevano fra loro facendo un rumore di ossa
cozzate insieme, e, un po' il buio, un po' quel mugolìo del vento, e più di
tutto quel rumore, gelarono il sangue a Turno; ma la curiosità fu più forte
della paura ed egli si accostò alla casetta misteriosa. Quando fu lì,
avvicinò l'occhio al buco della serratura, ma non vide nulla; allora vi pose
l'orecchio, e sentì un tintinnìo d'oro e di argento e un parlare strano, che
egli non capiva. Stette così un pezzo, incerto se doveva bussare o no, ma
finalmente, vedendo il fumaiolo del camino, dal quale non usciva punto fumo,
salì sul tetto per tentar di penetrar con l'occhio nella stanza. La neve alta
attutiva i suoi passi, e siccome il tetto era basso, con poca fatica vi salì;
ma capì subito che non era riuscito a nulla, perché dal fumaiolo si vedeva il
focolare spento e basta.
Turno però, che aveva le scarpe grosse e il cervello fine, pensò: «È tardi,
e prima o poi questi uomini misteriosi andranno a letto. Anche a contare i
quattrini finiranno per stancarsi, e allora io, che sono secco come un fuscello,
mi calo giù per la cappa del camino e mi levo da dosso questa curiosità, che
non mi dà pace».
Infatti si accoccolò come meglio poté da un lato del fumaiolo, a riparo dalla
neve e dal vento, e aspettò. Ma aveva un bell'aspettare! Quelli di giù, conta
che ti conto, non finivan mai di maneggiar monete e di ciarlare.
A un tratto cessò il rumore, i lumi furono spenti giù nella stanza, e tacquero
tutti i discorsi. In quello stesso momento, al castello di Soci scoccò la
mezzanotte.
«Ho capito, - pensò Turno, - sono stregoni, e a quest'ora se ne vanno in giro;
tanto meglio, così vedrò senz'essere disturbato; aspettiamo.»
Ma non ebbe molto da attendere perché di lì a poco fu colpito da un gran
chiarore e si vide passar davanti agli occhi una figura tutta bianca e lucente,
e dopo questa una seconda, una terza, e poi tante e tante. Avevano i capelli
biondi e inanellati, due ali bianchissime attaccate alle spalle, e portavano in
mano una cesta coperta. Appena sbucavan fuori dal fumaiolo, si dirigevano verso
un casolare o un villaggio. Le più volavano alto alto e poi sparivano fra le
macchie di faggi o d'abeti verso l'Eremo di Camaldoli, nei punti dove sono le
case dei carbonai o dei mulattieri.
- Sono angioli!... - diceva fra sé Turno. - E io che li avevo creduti stregoni!
E quando ne ebbe veduti uscire un centinaio, e che gli parve che non ne
dovessero venir più su per la cappa del camino, Turno si legò una corda alla
cintola, fermò quella fune intorno al fumaiolo e si calò giù. La cucina era
grande e, a giudicarne dalla sua vastità, doveva essere l'unica stanza della
casa; ma sulle due lunghe tavole e sulle panche non c'erano né monete né
altro. Dirimpetto all'uscio che metteva sulla campagna, v'era una specie di
vôlta chiusa da un sasso. Turno staccò un lumicino di ferro dal muro, e dopo
aver girata la pietra, entrò in un corridoio buio. Egli camminò per un pezzo,
sempre in discesa, e finalmente sboccò in una caverna bellissima che pareva una
sala.
La vôlta era tutta tempestata di ghiaccioli di cristallo di forma curiosa, e
nel mezzo c'era una grandissima colonna, tanto grande che quattro uomini non
l'avrebbero abbracciata. Quando si fu fermato costì a guardare, Turno riprese
la via, e scendi scendi, a un tratto fu colpito da una grandissima luce. Quel
chiarore veniva da una sala, molto più bella della prima, che si trovava in
fondo alla discesa, proprio nelle viscere del monte. Codesta sala era illuminata
a giorno, e nel mezzo c'era una cassa d'oro col coperchio di cristallo, e
intorno tante casse più piccole. Sulla parete di fondo v'era poi una specie di
trono, tutto d'oro, e su quello dormiva il vecchio dalla cappamagna di seta.
Turno tremò tutto nel vederlo e non osò accostarsi a lui. Si avvicinò
peraltro alle casse d'oro col coperchio di cristallo, e rimase a bocca aperta a
guardarle. In quella di mezzo, che era la più grande, v'era uno scettro d'oro
tutto tempestato di perle grosse come nocciole. Sul fondo d'ebano nel quale era
posato lo scettro, stava scritto in pietre preziose: «Salomone». In un'altra
cassetta c'era una corona d'oro tutta ornata di brillanti, e su quella stava
scritto: «Regina Saba». Nelle altre poi vi erano alla rinfusa braccialetti,
collane, pugnali, spilloni, il tutto lavorato stupendamente e tutto scintillante
di gemme lucenti come tanti soli.
Turno, a veder tutta quella grazia di Dio, rimase di sasso, e il diavolo in quel
momento lo tentò. Con una sola di quelle collane si sarebbe potuto comprare un
podere, fabbricarsi una casa e cessare la vita di stenti che aveva fatto dacché
era nato. Alzò gli occhi e vide che il vecchio dalla cappamagna dormiva come un
ghiro, e il diavolo lo tentava sempre, facendogli pensare che nessuno si sarebbe
accorto della mancanza di un gioiello. «Per chi possiede tanti tesori, un
oggetto più o meno, non fa nulla», gli suggeriva lo spirito del male.
Turno alzò il coperchio di una di quelle cassette, ficcò la mano dentro e la
rilevò piena di gioie, che si nascose subito in seno; poi, tutto guardingo e
tremante, riprese il lumicino che aveva posato in terra, e rifece la via
percorsa prima per uscire dalla caverna.
Giunto che fu alla seconda sala, grondava di sudore e le gambe gli si erano
fatte pese come di piombo. Ogni momento si fermava, stava in ascolto perché gli
pareva udir dietro a sé rumore di passi e voci. La salita che doveva fare lo
sgomentava, e se non fosse stato il timore di trovare il vecchio desto, sarebbe
tornato addietro per rimettere al posto i gioielli rubati, tanto se li sentiva
pesare sul petto come ciottoli di torrente.
In quella seconda sala si gettò un momento a sedere, ma subito si rialzò
perché aveva sentito nitrire un cavallo a poca distanza, e si die' a salire di
corsa per il lungo corridoio. Egli giunse tutto trafelato in cucina, e senza
concedersi un momento di riposo, si attaccò alla fune e in un momento fu sul
tetto.
Appena Turno fu all'aria aperta vide venire volando da tutti i punti cardinali
gli angioli bianchi e luminosi, che gli erano passati a poca distanza quando era
nascosto dietro il fumaiolo. Tutta l'aria era imbiancata dalla luce che
mandavano i loro corpi, e da ogni lato si sentiva cantare: «Osanna!
Osanna!...» mentre le campane delle chiese sonavano il mattutino. Turno,
impaurito da quella vista e da quei canti, senza pensar nemmeno a levar la
corda, spiccò un salto dal tetto, e invece di correre in direzione del paese,
si nascose in una buca in mezzo alla neve e costì rimase intirizzito fino a
giorno, come un ladro che ha paura di essere scoperto. Soltanto all'alba tornò
a casa, e quando la madre gli domandò dov'era stato tutta la notte, rispose
arrossendo:
- Sono stato alla messa.
E invece di aiutare la sua vecchia mamma nelle faccende di casa, salì in
camera, nascose la roba rubata sotto un mattone dell'impiantito, e si coricò.
Ma il sonno, che era il suo compagno fedele dopo le fatiche, quella mattina non
andò a chiudergli le palpebre, e, dopo essersi rivoltato per diverse ore da una
parte e dall'altra, dovette alzarsi.
Appena scese in cucina e si affacciò sulla porta di casa, vide passare due
contadini tutti lieti, che parlavano fra di loro gesticolando. Essi eran tanto
infatuati a parlare, che neppur si accòrsero di Turno.
- Sai, - diceva il più vecchio, - è proprio un miracolo. Stanotte alla
mezzanotte s'è veduto sopra la casa mia un gran chiarore e poi s'è sentito un
fruscìo d'ali sul tetto. Camillo, il mio bambino maggiore, che dorme in cucina,
s'è destato e ha veduto scendere un angiolo dalla cappa del camino.
Quell'angiolo si è chinato sul letto, lo ha baciato in fronte e gli ha detto:
«Eccoti i doni che ti manda il Bambin Gesù perché sei stato buono. Ogni anno,
se continuerai a essere onesto e timorato di Dio, verrò a visitarti». Poi
l'angiolo è sparito cantando: «Osanna!» e Camillo racconta che tutta la
stanza era piena di un odor acutissimo di gigli e di rose. Sul letto il ragazzo
ha trovato inoltre un sacchetto di monete d'oro, vestiti caldi per ripararsi dal
tramontano, e ghiottonerie di ogni specie. Io vengo a Montecornioli a raccontare
il fatto al curato e a fargli vedere le monete.
- In casa mia è avvenuto lo stesso, - disse l'altro contadino, - i regali sono
toccati soltanto alla mia Maria, perché i maschi son tre forche, e l'angiolo,
che lo sapeva, lo ha detto alla bambina mentre l'ha baciata.
Turno, tutto commosso, aveva seguito i due uomini fin davanti alla chiesa e li
vide imbrancarsi con tanti altri, i quali aspettavano che il curato avesse detto
l'<I>Ite missa est</I> per interrogarlo al pari dei due contadini.
Ora capiva dov'erano volati gli angeli! ora si spiegava perché aveva sentito
contare tante monete! E quello che egli aveva rubato era dunque il tesoro dei
bimbi buoni, dei bimbi poveri!
Ebbe vergogna del suo furto e gli pareva che tutti dovessero leggergli in fronte
la sua mala azione. In quel giorno non poté entrare in chiesa, non lo poté
davvero! Le gambe non ce lo volevano portare; si mise a fuggire, e corri corri
giunse in un bosco di castagni, dove rimase come un bandito fino a notte. Quando
tornò a casa, trovò la mamma che piangeva davanti alla tavola apparecchiata.
La povera vecchia, non vedendolo tornare a mezzogiorno, s'era messa a smaniare e
non aveva potuto ingollare neanche un boccone del pranzetto preparato per quel
giorno di grande solennità. E ora che lo rivedeva e le pareva così stralunato,
non si poteva consolare, perché era sicura che qualche cosa di grosso gli fosse
accaduto. Ma a tutte le domande che gli rivolgeva, Turno rispondeva sempre che
non aveva nulla, che si era imbrancato con i compagni e per questo aveva fatto
tardi.
Madre e figlio mangiarono di malavoglia e, per la prima volta, andarono a letto
senza neppure dirsi: «Felice notte», tanto Turno, arrabbiato con se stesso, se
la ripigliava con la povera vecchia; e tanto lei era convinta, convintissima,
che il figlio suo avesse commesso una cattiva azione.
Né la vecchia afflitta, né Turno perseguitato dal rimorso, dormirono; anzi, il
giovane a una cert'ora si levò, perché gli pareva di soffocare, alzò il
mattone, si mise di nuovo in seno i gioielli rubati, e s'avviò verso la casetta
all'imboccatura della caverna. Voleva vedere se gli riusciva di riscendere in
cucina e rimettere al posto quelle gioie, perché gli pesavano sul petto come
macigni, ed era pentito, arcipentito della sua birbanteria.
Ma appena fu salito sul tetto della casetta, dovette di nuovo nascondersi,
perché sentì giù nella cucina un gran tramestìo, e un momento dopo vide gli
angioli comparire a uno a uno, e poi, quando furono tutti usciti dalla cappa del
camino, prendere il volo come un branco di uccelli che vadano dal monte alla
palude.
Turno si accòrse che i volti degli angeli erano seri e accigliati. Volavano
velocemente, e dalle loro bocche non usciva nessun suono melodioso. A un tratto
uno di essi si voltò e fece, sul paese che abbandonavano, un gesto di
maledizione. Turno si gettò di sotto impaurito e cadde sulla neve. In quello
stesso momento udì un rumore tremendo, e la casetta crollò e scomparve giù
nel le profondità della terra, per incanto com'era sorta. I montecorniolesi
videro in quella notte, sull'apertura della grotta, due diavoli col piede di
capro, che tramandavano un così acuto odore di zolfo, da soffocare quanti si
accostavano. Quei due diavoli avevano in mano spade fiammeggianti.
I montecorniolesi non solo, ma anche gli abitanti delle valli più basse e dei
casolari di montagna s'impaurirono di questo succedersi d'incantesimi, e nessuno
osava più passare, neppur di pieno giorno, davanti alla bocca della caverna. Di
notte poi non se ne parla, perché stavano tutti rintanati in casa, e dopo la
prima notte nessuno volle più esporsi a vedere quei brutti ceffi di diavoli con
le spade di fuoco.
La notizia di questo fatto giunse fino al beato Romualdo, abate di Camaldoli, il
quale scese con una lunga processione di frati del suo Eremo, portando in mano
la croce, e si recò a benedire la bocca della caverna di Montecornioli. Il
santo abate però disse che sotto quel fatto ci doveva essere un mistero, quando
gli fu assicurato da un suo frate che dopo poche notti che la caverna era stata
benedetta, erano ricomparsi i demoni a farvi la guardia.
L'abate Romualdo ordinò preci e digiuni a tutti gli abitanti del paese di
Montecornioli, per impetrare da Dio la liberazione da quel tremendo flagello; ma
neppur questi valsero, e i demoni continuavano a mostrarsi.
In quel frattempo Turno era ridotto al lumicino. Nella notte stessa dalla
scomparsa degli angioli e della casa, egli, sentendosi opprimere da quelle gemme
rubate ai poveri, invece di portarsele a casa e nasconderle sotto il mattone del
pavimento, aveva scavato una buca in cantina e ve le aveva rimpiattate, e poi
era andato a letto. Ma non aveva potuto dormire in tutta la notte, e nell'uscire
la mattina per andare nel bosco a segar le legna, come faceva ogni giorno, aveva
sentito tutta la gente sgomenta dall'apparizione dei demoni e dalla scomparsa
degli angeli, che avevano recato nella notte di Natale tanti doni ai bimbi
buoni, ai bimbi poveri di tutta la contrada. Quelle lamentazioni che udiva gli
arrivavano al cuore, perché sapeva che senza la sua curiosità e il suo furto,
gli angeli avrebbero continuato a beneficare i poverelli del paese. Egli si
sentiva un gran malessere dentro e le braccia cionche come se non potesse fare
nessun lavoro. Tutto il giorno vagò per il bosco evitando d'imbattersi negli
altri boscaiuoli, e non si avviò a casa altro che a ora tarda. Ma prima di
oltrepassare gli ultimi alberi, sentì uno sbatter d'ali sulla sua testa, e a un
tratto vide un pipistrello, grosso come un'aquila, con gli occhi e la lingua di
fuoco.
Il pipistrello rimase ad ali aperte davanti a lui, e gli disse:
- Turno, tu hai reso al Diavolo un gran servigio, scacciando gli angioli dalla
caverna. Devi sapere che essi vi avevano nascosto il tesoro della regina Saba e
del re Salomone, salvato da Gerusalemme dopo la distruzione di quella città. Si
erano ridotti qui dopo lunghe peregrinazioni e ad essi lo aveva confidato il
<I>Nazzareno</I>. Se occhio umano riusciva a mirarlo, essi ne
perdevano la custodia, e il tesoro passava nelle mani del nostro signore,
Belzebù. Egli ora ti vuole ricompensare e ti permette di penetrare nella
caverna e di sceglier magari lo scettro di Salomone e la corona di Saba.
- Non voglio nulla! - diceva Turno tremando. - Non voglio nulla; è roba del
Diavolo! - e si fece il segno della croce.
Il pipistrello con gli occhi di fuoco cadde in terra come fulminato, e dove era
caduto si aprì una buca fonda fonda, che ancora si chiama «Buca del Diavolo»
e chi ci precipita non riesce a tornar più su.
Turno, dopo questo fatto, tornò a casa come immelensito. La sua mamma non gli
poté cavar di bocca neppur una parola assennata, perché vaneggiava come un
matto. La sera gli venne la febbre, una febbre da cavalli, e nessuno sapeva da
che derivasse. Così rimase un mese, fra la morte e la vita. Sua madre chiamò i
medici a curarlo, ma essi non ci capivano nulla in quella malattia; chiamò le
donne che sanno togliere il mal d'occhio, ma neppure quelle riuscirono a
guarirlo; finalmente chiamò il curato a benedirlo, e allora Turno si sentì a
un tratto sollevato, cessò di gridare e volle confessarsi. Dopo la confessione
si comunicò, e appena si sentì in forze, scese in cantina, prese le gioie che
vi aveva nascoste e se ne andò col bordone da pellegrino e col capo coperto di
cenere, prima alla Verna, dove rimase in preghiera tre giorni, poi all'Eremo di
Camaldoli, e finalmente alla Madonna di San Fedele a Poppi. Dinanzi a quella
immagine egli depositò le gemme prese nel tesoro della caverna, e la collana e
il diadema che nei giorni di festa ornano il collo e la testa della Madonna,
sono ancora formate delle stesse perle e delle stesse gemme donate da Turno. Il
quale, finché visse sua madre menò un'esistenza laboriosa, alternando il
lavoro con le preghiere; ma alla morte della madre vendé la casetta,
distribuendone il prezzo ai poveri, e poi andò a farsi frate a Camaldoli e per
le sue virtù fu tenuto in concetto di santità.
I montecorniolesi non hanno più veduto i diavoli con le spade fiammeggianti a
guardia della caverna, ma nessuno ha osato mai di scavare il monte per
impossessarsi delle ricchezze. Due ladri soltanto una volta vennero da lontano
per rubare quello che sta nascosto nella caverna, ma sull'imboccatura furono
tutti e due colpiti da una saetta, che li incenerì.
Ma neppure i bimbi buoni, i bimbi poveri dei casolari sparsi sulla montagna
hanno avuto più i ricchi doni, e questo fa supporre che in paese gli angeli non
siano più tornati.
La Regina tacque, e Cecco, il bell'artigliere, esclamò:
Mamma, la memoria vi regge, ma una cosa sola avete dimenticato di raccontare a
questi bimbi, che vi stanno a sentire a bocca aperta.
- Che cosa? - domandò la Regina.
La storia del turbante!
- Non l'ho dimenticata; gliela serbo a domani sera, e per ogni festa del Natale
ne ho un'altra.
- Dunque, mamma, ne sapete tre solamente, perché tre son le feste di Ceppo? -
esclamò l'Annina, una bimba vispa, che già aiutava in casa come una donnina.
- No, no; intendo dire che ne ho in serbo anche per la sera di Capo d'anno, per
quella di Befana e per le domeniche di gennaio.
- Siete una gran nonna! - disse, mettendo la testa in grembo alla vecchia, un
maschietto di capello rosso, con una testina sempre arruffata e certi occhietti
furbi, nei quali si leggeva tutto quel che gli passava nella mente. - Peraltro
la novella di stasera non mi capacita.
- Perché? - domandò Cecco alzando Gigino e mettendoselo a cavalluccio sulle
ginocchia.
- Perché gli angioli non se la dovevano prendere con i bambini se Turno era
sceso nella caverna. Mi pare che paghi il giusto per il peccatore, e a noi, a
noi che ci si sforza di non far birichinate in tutto l'anno, quando vien la
vigilia di Natale, non ci tocca nulla.
- Son novelle! - sentenziò l'Annina, - e si raccontano così per divertire. Se
ci credessi, io non porterei mai le pecore a pascere dalla parte di
Montecornioli: avrei paura.
- Però Gigino ha ragione, è un'ingiustizia! - dissero a mezza voce altri due
piccinucci, che erano sempre del parere del Rossino.
In quel momento si sentì alzare il saliscendi dell'uscio e le mamme tornarono
con lo scialle tutto tempestato di sottilissimi cristalli di ghiaccio. Esse
vuotarono sulla tavola una fazzolettata di brigidini e di confetti, sui quali i
bimbi si gettarono avidamente.
- Eccoli i nostri angioli! - esclamò l'Annina.
- Ecco il mio angiolo! - disse Cecco abbracciando la sua vecchina.
Dopo poco, grandi e piccini, tutti riposavano al podere dei Marcucci, e i bei
sogni rallegravano la mente dei bimbi dormenti.
La storia del turbante
La sera dopo, sparecchiata la tavola che aveva servito al lauto pranzo di
Natale, gli uomini di casa Marcucci non misero neppure il naso fuori dell'uscio
per strologare il tempo, poiché non ce n'era bisogno. Il vento mugolava
furiosamente nella cappa del camino, facendo ogni tanto turbinare la cenere e le
faville, e la neve batteva tanto forte contro i vetri delle due finestrine della
cucina, da spaccarli. Erano le cinque appena, ma già era buio pesto nella
grande stanza affumicata, e, senza la fiamma del focolare e la lucerna a sei
becchi posata sulla tavola, nessuno avrebbe veduto neppure chi gli sedeva
accanto.
Gli uomini avevano acceso la pipa e stavano a scaldarsi nel canto del fuoco; le
donne erano sedute in qua e in là senza far nulla, e la vecchia Regina
snocciolava i chicchi del rosario. Quando ebbe terminato di pregare, l'Annina le
disse:
- Nonna, o che non vi rammentate più quello che ci prometteste la notte
passata?
- La storia del turbante, la vogliamo, sapete! - esclamarono in coro gli altri
bambini.
- Aspettate, - rispose la nonna. - Quando i vostri babbi saranno usciti, ve la
racconterò.
- Avete paura di noi? - disse Maso. - E da quando in qua non ci credete degni di
sentire le novelle? Raccontate pure, e così ci aiuterete ad ammazzare il tempo.
- Raccontate, mamma, - proseguì Cecco mettendosele accanto. - Io sto a sentirvi
a bocca aperta.
- Come noi! - esclamarono i bimbi.
- Dunque, - incominciò ella, - dovete sapere che nella notte di Natale,
quando Turno fu uscito dalla caverna dopo aver commesso il furto, avvenne una
scena tremenda nella bellissima sala sotterranea di Montecornioli. Gli angeli,
tornando, trovarono il vecchio guardiano del tesoro addormentato, ma bastò che
volgessero uno sguardo sulle cassette d'oro col coperchio di cristallo per
accorgersi che mancavano dei gioielli.
Svegliarono allora il vecchio dalla cappamagna e gli domandarono:
- Chi hai introdotto qui?
- Nessuno, - rispose egli. - Del resto, come avrei fatto ad aprire la porta se
è chiusa a cento chiavi e ognuno di voi ne ha una?
- Allora sei tu che hai ceduto alla tentazione e ti sei impossessato di una
parte del tesoro che ti avevamo confidato?
- Per l'anima mia, sono innocente! - esclamava il vecchio.
- Se ho avuta una colpa, è quella di aver ceduto alla stanchezza; per questo
punitemi, ma non per altro.
Gli angeli non gli credevano, benché da secoli quel vecchio fosse preposto alla
custodia del tesoro. Dovete sapere che per gli angioli era un grande scorno il
non aver saputo vegliare su quel tesoro. Iddio glielo aveva affidato, ma nella
Sua somma giustizia aveva detto che se non avessero saputo serbarlo per
sollevare la miseria dei poveri, glielo avrebbe ritolto e sarebbe passato nelle
mani dei diavoli. E gli angeli avevano sperato di far molto bene in quel paese e
conquistare alla gloria del paradiso tante anime di madri, di padri e di
bambini; anime intenerite dalla gratitudine per il bambino Gesù, che pensava
agli afflitti e ai miseri. Il dolore di dover abbandonare il paese era così
grande in loro, che li rendeva ingiusti verso il povero vecchio.
- Mostraci dove hai nascosto le gioie, - disse uno degli angeli alzando sul capo
del guardiano la grande spada di fuoco.
L'infelice rispose con un singhiozzo, e gli angioli, credendo che quello gli
fosse strappato dal rimorso della cattiva azione, lo condannarono a esser
cacciato dalla caverna ed eseguirono subito la sentenza. Infatti andarono nella
stalla a prendere la mula e trascinarono il povero vecchio fino alla porta della
casetta; costì ognuno degli angioli cavò la propria chiave, e quando tutti e
cento ebbero schiuso detta porta, cacciarono il vecchio nell'aperta campagna, in
mezzo alla neve. Egli rimase sbalordito, come fulminato da quel fatto, senza
volontà e senza forza.
- Dunque anche gli angioli che siedono vicino al trono di Dio possono essere
ingiusti! - esclamò. - Chi mi farà giustizia?
- Io, - rispose una voce aspra e roca.
La notte era sì buia che l'uomo dalla cappamagna e dal turbante non potea
scorgere da chi partiva la voce, ma appena quest'«io» fu proferito, la mula
bianca, che era accanto al padrone, si diede a correre a precipizio giù per la
scesa, e il rumore dei ferri sulla neve gelata si perdé soltanto nella valle.
Il vecchio domandò:
- Sei amico o nemico?
- Amico, s'intende. Non c'è che un amico che possa consolare in un momento di
dolore, - rispose l'altro. - Ma allontaniamoci di qui, perché il luogo non è
adattato per parlare.
- Ahimè! - disse il vecchio, - io sono così affranto che non posso fare un
passo.
Allora egli si sentì sollevare da due braccia poderose, e trasportare per un
buon tratto nella notte buia, in direzione del monte che s'inalza dietro a
Montecornioli. Giunti che furono nel fitto del bosco, il vecchio sentì di nuovo
il terreno sotto i piedi, e di lì a poco scorse un lumicino a breve distanza,
che si vedeva dall'uscio aperto di una capanna di carbonari. Allora solamente si
avvide che chi lo aveva sollevato da terra e portato fin lì, era un uomo tutto
villoso, con un viso arcigno da metter paura, e due corna che gli uscivano da un
berretto di pelo. Il vecchio tremò tutto e disse fra sé:
- Son perduto; costui è il Diavolo in persona!
Ed era il Diavolo davvero, quello stesso che aveva tentato Turno, che aveva
raccolto il guardiano del tesoro del re Salomone e della regina Saba, non certo
per compassione del vecchio, ma per rubare un'anima al Paradiso, e che girava e
rigirava intorno alla caverna, sapendo che quel tesoro sarebbe caduto nelle sue
mani.
- Vecchio venerando, - disse il Diavolo quando furono entrati nella capanna,
salutando rispettosamente l'uomo dalla cappamagna e dal turbante, - tu mi hai
reso un segnalato servigio addormentandoti mentre dovevi vegliare, ed io intendo
ricompensarti. Vuoi esser ricco?
- Non ho mai ambito alle ricchezze; ne ho vedute tante e tante che non mi
tentano più.
- Sei un saggio, - rispose il Diavolo, - e mi congratulo teco. - Vuoi vivere
lunghissimamente, non anni, ma secoli?
- Sono già tanto vecchio, ho veduti tanti paesi e tanti uomini che non desidero
di rimanere molto a questo mondo.
- Vuoi la gioventù, la bella gioventù, la forza, la letizia dell'animo?
- Neppure.
- Tu non vuoi nulla dunque? - disse il Diavolo stupito.
- Da te non voglio nulla.
- Bada, vecchio, ti pentirai di avere ricusato le mie offerte.
- Non ti temo, - disse il vecchio in tono di sfida, e fece atto di alzar la mano
destra alla fronte, per farsi il segno della croce.
Ma per quanto provasse e riprovasse, non riusciva ad alzar la mano, che rimaneva
cionca come il braccio e pareva inchiodata alla cappamagna.
Il Diavolo fece un ghigno e, sedutosi davanti al fuoco, disse:
- Vedi se ora sei in mio potere! Credevi di cacciarmi con quel segno dinanzi al
quale io devo fuggire, come i soldati vinti fuggono dinanzi alla insegna
spiegata dal vincitore; e io ti ho impedito la mano. Tu non vuoi esser mio
alleato, e fra noi sarà guerra.
Il vecchio dalla cappamagna e dal turbante non si degnò di pregare il Diavolo,
ma rimase muto e accigliato nel mezzo della stanza, pregando il Signore di
liberarlo dalle granfie del nemico. La morte non lo spaventava, lo sgomentava
bensì l'eterna dannazione, e desiderava di morire santamente com'era vissuto.
Il Diavolo pareva che non si curasse più del vecchio. Batté col piede di capro
sul pavimento, e comparve una gatta nera, che si diede a preparare da mangiare,
trafficando in cucina come avrebbe fatto una massaia. Però quando udì cantare
il gallo, mentre incominciava ad albeggiare, la gatta piantò baracca e
burattini e sparì, senza metter neppure in tavola le pietanze che aveva cotte.
Il Diavolo le prese da sé sul focolare e mangiò con grande appetito; ma quando
il cielo si fece biancastro, sparì anche lui.
Il vecchio respirò dalla contentezza, e appena vide giorno chiaro, cercò di
uscire da quella casa di Satana; ma le gambe non lo reggevano e ricadde a sedere
sopra lo sgabello sul quale stava prima.
- Ecco un altro tiro di quel grande nemico! - esclamò, - prima mi ha storpiato
il braccio destro, e poi la gamba; ma san Luca, mio protettore, e Voi, mio
Angelo custode, volete proprio abbandonare la mia anima al Diavolo?
Appena ebbe invocato quei due nomi, sentì che il turbante, che gli cingeva il
capo ed era formato di finissima tela bianca, si alzava in aria. Dopo averlo
veduto volteggiare per la stanza, come farebbe una rondine che sbadatamente
penetra in una casa e vola di qua e di là per cercar di uscire, il turbante
prese la direzione della cappa del camino, e il vento lo spinse in modo da farlo
uscire dal fumaiolo, e quindi lo sollevò a grande altezza, facendolo volare in
aria.
Era quella una mattinata serena, e la neve, caduta in abbondanza, faceva sperare
ai cacciatori buona preda.
Per questo il conte Guido, preceduto dai falconieri e seguito dai paggi, era
sceso dal suo castello di Poppi, e lo stesso aveva fatto il conte di Lierna. Fra
questi due signori, benché fossero della stessa famiglia, era nato da molti
anni un odio tremendo per una ingiustizia che il conte Odeporico di Lierna
credeva gli fosse stata fatta dal suo potente cugino di Poppi.
Le due comitive s'incontrarono sul ponte a Poppi, mentre traversavano l'Arno, e
i due nemici, che si avanzavano uno contro all'altro, si riconobbero da lontano,
perché il conte Odeporico, dopo l'affronto sofferto, vestiva tutto di nero, e
il conte Guido portava il giustacuore celeste, ricamatogli dalla sua donna. Ma
né l'uno né l'altro si fissarono per molto tempo, perché nello stesso punto
videro volare al disopra del ponte un uccello sconosciuto in quelle parti, un
uccello tutto bianco e del quale non si scorgeva né testa né ali. I due conti
scappucciarono il falco, che tenevano in pugno, e i due uccelli rapaci si
volsero entrambi verso lo strano volatile, che campeggiava nell'aria. Ma appena
lo ebbero raggiunto e stavano per ghermirlo, caddero fulminati ai piedi dei loro
padroni. Allora, tanto il conte Guido quanto il conte Odeporico armarono l'arco
e scoccarono i dardi contro l'uccello bianco. I due strali lo colpirono nel
momento istesso, poiché i Conti erano abili tiratori, e il volatile cadde nel
mezzo del ponte. Entrambi i feritori si slanciarono per ghermirlo.
- Io l'ho ferito il primo! - gridò da lungi il conte di Poppi, - e la preda
spetta a me.
- Fu il mio strale che lo colpì avanti, - disse il signor di Lierna, - ed io lo
esigo.
Queste parole erano scambiate dai due contendenti a una certa distanza, e
nessuno di loro si era peranco accorto che razza di selvaggina avessero ucciso.
- Ti proibisco di toccarlo, - diceva il conte Guido. - Qui sono sulle mie terre
ed è predone chiunque osa cacciare senza il mio permesso.
Il conte Odeporico, che nutriva già tanto risentimento contro il cugino, offeso
maggiormente da queste parole, senza più badare all'oggetto della contesa,
spronò il cavallo e giunto in faccia al signore di Poppi, sguainò la spada e
gli disse:
- Mettiti in guardia e rispondimi ora di tutte le villanie che mi hai fatte, - e
appena ebbe pronunziate queste parole si gettò come un fulmine sul signore di
Poppi.
L'altro pure aveva cavato la spada, e le due armi s'incrociarono e mandarono
fiamme; ma per quanto i due Conti menassero colpi da orbi, nessuno riusciva a
ferire l'avversario, anzi, ogni volta che si toccavano, rompevasi un pezzetto di
spada, così che essi si trovarono alla fine con la sola impugnatura in mano.
- Qui c'è un incantesimo! - esclamò il conte Guido, - e io vi propongo di
cessare il duello e di vedere prima che razza di preda abbiamo uccisa.
Il signor di Lierna a sentir parlar di incantesimo si fece pallido in viso e
voltato il cavallo corse a spron battuto a rinchiudersi nel suo forte castello
sul monte, e per maggior precauzione ordinò che fosse alzato il ponte levatoio
e si armassero le saracinesche.
Il signor di Poppi, rimasto padrone del campo, si avanzò, e, sceso da cavallo,
raccolse la preda abbandonata dal suo competitore; ma nel vedere che i due
strali avevano colpito un fagotto di cenci bianchi, die' in una sonora risata;
poi, ripensando che quel fagotto di cenci era stato cagione della morte del suo
bel falco, così sapientemente ammaestrato, ordinò a uno de' suoi paggi di
raccoglierlo e di bruciarlo nel cortile del castello di Poppi, tanto più che
egli pure credeva agli incantesimi e temeva che da quei cenci gli venisse
qualche grande malore.
Il fiero conte Guido rifece dunque l'erta salita che conduceva alla sua dimora,
e, giuntovi, ordinò si preparasse un rogo sul quale fece porre il turbante.
Appiccato il fuoco alle legna, queste incominciarono a friggere, si fecero nere
come se fossero state verdi, mentre da esse si sprigionava una bava bianca e
molto fumo, ma nessuna fiamma viva. Le legna furono cambiate tre volte, ma ogni
volta si spensero, senza bruciare il turbante. Il signor di Poppi si faceva
sempre più cupo e accigliato. Ormai non dubitava più che quel turbante fosse
incantato e possedesse una virtù nascosta.
- Gettatelo nei vortici dell'Arno, - ordinò ai suoi uomini.
Ma appena ebbe espresso questo comando, il turbante volò in aria e andò a
posarsi sopra uno dei merli ghibellini dell'altissima torre che si ergeva nel
centro del castello, e vi rimase come inchiodato.
Ora torniamo un passo addietro e andiamo a vedere che cosa era successo al
vecchio dalla cappamagna, rinchiuso nella capanna del Diavolo. Egli non cessava
d'invocare i suoi santi protettori, ma nessuno veniva in suo soccorso, perché
la casa apparteneva al Diavolo, e in casa del nemico i santi non potevano
operare miracoli. Il povero vecchio vedeva con raccapriccio calare il sole,
poiché temeva che allo scoccar della mezzanotte il Diavolo sarebbe tornato a
molestarlo. Ma passò la notte senza che nessuno si presentasse, perché
Satanasso, nelle poche ore che poteva scender sulla terra, aveva altre faccende
da sbrigare e doveva cacciar gli angeli bianchi dalla grotta di Montecornioli, e
insediarvi i suoi angeli neri. Ma intanto la fame, e più il freddo, scemavano
le forze del vecchio, e il Diavolo, abbandonandolo in quel modo a tutte le
intemperie, aveva calcolato che alla fine il vecchio, sentendosi morire, lo
avrebbe invocato, e così quell'anima sarebbe stata conquistata all'inferno. Ma
il vecchio tenne saldo, e, finché ebbe fiato, invocò tutti i santi del
Paradiso e per ultimo san Francesco, che aveva ricevute da Gesù le stimate sul
fiero monte della Verna. Il gran Santo, che non aveva temuto il Diavolo
sull'orlo del precipizio e si era abbrancato con fede al masso, il quale,
fattosi molle come cera, gli aveva permesso di piantarvi le mani, non lo temé
neppure in questa occasione, ed impietosito della sorte del vecchio, scese in
terra sotto le spoglie di un fraticello cercatore del suo ordine, e salì il
monte di Poppi. Giunto colassù, vedendo tutto il popolo radunato in piazza a
mirare quel turbante posato sul merlo della torre, e udendo narrare le
meraviglie avvenute a Montecornioli in quei due giorni, si diresse verso il
castello e chiese del conte Guido.
- Signore, - gli disse quando fu ammesso alla sua presenza, - odo che tu sei
stato turbato da avventure soprannaturali; vuoi permettere a me, umil
fraticello, di usare contro queste maraviglie il segno della salute?
- Fa' ciò che ti aggrada, buon frate, - rispose il conte, - e se tu riesci a
liberarmi da quel fagotto di cenci che s'è posato sul merlo della mia torre, io
farò larghe elemosine alla Verna.
San Francesco andò sotto la torre, e alzando le palme, in cui erano i segni
gloriosi della passione di Gesù, disse:
- San Luca ti ha mandato qual messaggio di dolore; io ti comando d'indicarmi la
via che conduce al tuo padrone, per liberarlo dall'eterno nemico.
Appena il Santo ebbe pronunziate queste parole, il turbante scese dinanzi a lui
e incominciò a volare lentamente nell'aria come un augello. I due dardi
conficcati nel turbante dal signor di Poppi e dal signor di Lierna, gli facevano
da ali. Il Santo si pose in cammino dietro al turbante e il conte Guido,
meravigliato del miracolo, seguì il fraticello e traversò il paese, scese
all'Arno e poi andò su per i monti boschivi fino alla capanna del Diavolo.
Il conte Guido non era stato solo a tener dietro a san Francesco. I suoi
famigli, i suoi vassalli e la gente che incontravano per via, ingrossava il
corteo.
San Francesco pregava a voce alta, e tutti quelli che lo seguivano rispondevano
a quella prece. Le fiere uscivano dai boschi e si prostravano dinanzi al Santo;
dalle cime dei monti scendevano gli uccelli a stormi e formavano uno stuolo, che
precedeva la processione gorgheggiando come se la terra fosse stata coperta di
erbe novelle e di fiori, invece che di neve gelata.
Il turbante si fermò a poca distanza dalla capanna, e così fecero gli uccelli,
le belve, il conte Guido e tutti i suoi terrazzani. Il fraticello si avanzò
solo, e con la sua dolcissima voce, disse:
- Che in nome del Signore, morto in croce per il suo popolo, tu sia liberato!
Subito dalla capanna uscì il vecchio che aveva miracolosamente riacquistato
l'uso delle gambe e del braccio destro, e si prostrò dinanzi al Santo piangendo
di gioia. In quel momento la capanna incominciò a crepitare ed arse come un
fascio di paglia.
Mentre il popolo, che era caduto in ginocchio come il conte Guido, pregava, una
nuvoletta bianca scese dal cielo, avvolse il fraticello e lo sollevò nell'aria.
Il vecchio dalla cappamagna riprese il suo turbante e se lo mise in testa
piangendo di gioia, e alzando le palme verso la nuvola bianca, che si perdeva
nel cielo, esclamò:
- Gloria a san Francesco!
- Gloria! - risposero i terrazzani in coro.
Il conte Guido allora si accostò al vecchio e gli rivolse la parola nella
lingua d'Oriente, che egli aveva appresa da un monaco di quel paese, e lo
invitò ad esser suo ospite, assicurandolo che gli avrebbe fatto un onore
abitando il suo castello, poiché un uomo per il quale san Francesco scendeva
dal Cielo, era una benedizione per una casa.
Il vecchio accettò l'invito, e la lunga processione si rimise in cammino
cantando le lodi del poverello d'Assisi, del gran Santo che proteggeva il
Casentino.
Nel castello di Poppi, il vecchio fu accolto con ogni riguardo dalla contessa,
che era figlia di un altro Guido da Romena, signore di un forte castello verso
Pratovecchio. La Contessa era giovine e molto bella e di un carattere così
compassionevole che non poteva veder uccidere una mosca. Costei viveva in
continue angustie a fianco del marito, uomo battagliero, che era sempre in
guerra con i signori di Chiusi e Caprese, e con i castellani di altri luoghi
forti sul versante dell'Appennino di Romagna.
Ella non sapeva farsi intendere dal vecchio, perché non parlava la sua lingua,
ma ponendogli sotto gli occhi il libro delle preghiere, che era scritto in
latino, e accennandogli alcune parole, gli fece capire che sperava che egli
riuscisse a distogliere il Conte dal guerreggiare di continuo ed a volger la
mente del Signore, alle opere pacifiche dei campi e alle opere di carità, che
meritano il Paradiso.
Il vecchio promise il suo aiuto alla nobile dama e incominciò subito ad
ammansire il Conte; ma questi, che già aveva dimenticato le sue promesse,
noiato dalle prediche del vecchio, gli disse che nessuno aveva mai osato
riprenderlo, e che, se continuava, gli avrebbe dato un bordone da pellegrino e
lo avrebbe mandato con Dio.
Al pio vecchio quelle parole arrivarono prima all'osso che alla pelle, e preso
il bastone, come soleva per andare all'abbazia di San Fedele, scese al piano;
quindi, mirando sempre il gran sasso della Verna, pian piano come glielo
concedevano le sue gambe, alquanto intorpidite dall'età, salì a Bibbiena.
Costì, fermatosi a pernottare in un convento, a giorno riprese l'aspra via. Ma
il crudo inverno era stato cacciato dalla ridente primavera, e i boschi erano
tutti coperti di erba fresca e di fiori odorosi.
Il vecchio giunse senza intoppo alla Verna, e siccome fin lassù erasi propagata
la fama del miracolo operato da san Francesco in favore del vecchio di
Gerusalemme, come lo chiamava il popolo dei dintorni, così i frati lo accolsero
festosamente e lo trattarono con ogni specie di riguardi.
Ora avvenne che il conte di Lierna, che serbava sempre rancore al conte di
Poppi, aveva riunito nel suo forte castello quanti uomini armati aveva potuto, e
le sue fucine avean lavorato giorno e notte per preparare aste, lance, dardi ed
altre armi. Quando credé di essere abbastanza forte per circondare d'assedio
Poppi, fece alzare di nottetempo il ponte levatoio del castello, e, traversato
l'Arno, salì quatto quatto con i suoi al forte dominio del conte Guido, e in
quella notte stessa si diede a batter le mura e a lanciar dei sassi
nell'abitato.
I terrazzani si destarono sgomenti e corsero ad avvertire il conte Guido, il
quale già era sveglio e armato, e disponeva i suoi uomini alla difesa. La
Contessa pure era balzata dal letto, e, circondata dai figli, andava in cerca
del marito; raggiuntolo, lo chiamò da parte e gli disse:
- Signor mio, prima ancora che io fossi scossa dal sonno da questo trambusto, ho
avuto una visione che debbo narrarti.
- Non è tempo questo di ascoltare le parole di una femmina, - rispose il Conte
con disprezzo, - ritirati nelle tue camere e lasciami fare.
- Signor mio ascoltami, - insisté la Contessa. - Io ho veduto in sogno il
poverello d'Assisi, il quale, mostrandomi le palme trafitte, mi ha detto: «Che
ne ha fatto il tuo Signore del pio vecchio che gli avevo affidato? Sappi che
egli era una benedizione per la vostra casa, e se il conte Guido non lo
riconduce a Poppi, tutte le sventure si abbatteranno sulla sua famiglia, sulla
sua casa, su tutti voi. Il conte Guido aveva promesso larghe elemosine alla
Verna, e non ha mantenuto la parola. Io sono impotente a stornar da lui l'ira
celeste».
- Quando avremo battuto quel ribaldo conte di Lierna, penseremo ai tuoi sogni, -
rispose il Conte, e spinse la moglie e i figli dentro una stanza, di cui tolse
la chiave.
La Contessa piangeva come una vite tagliata, ma nessuno l'udiva, perché ogni
persona era intenta alla difesa del castello. L'infelice rimase in quella stanza
fino a sera, ma in quel giorno il conte Guido vide cadere il fiore dei suoi
soldati, e quando la moglie a notte lo rivide, egli non era più il baldo
cavaliere della mattina, tutto infiammato dal desiderio della pugna.
- Signor mio, - ella disse, - io non posso esserti di aiuto alcuno nella difesa
del nostro castello. Lascia che, passando per il cammino sotterraneo, che è
scavato nei fianchi del monte, io esca nell'aperta campagna e mi riduca alla
Verna a portar le elemosine da te promesse al convento, e a supplicare il
vecchio di Gerusalemme di tornar fra noi.
- Va', e che Dio t'accompagni!
Quella notte stessa la Contessa spogliò i ricchi guarnelli di seta, trapunti di
oro, tolse le gemme che le ornavano il collo e i polsi e, indossata una gonnella
di mezza lana e un busto di panno, scese nei sotterranei del castello senza
nessuna scorta, varcò l'Arno e s'inerpicò sul monte.
Ella aveva le bisacce ben guarnite di gigliati d'oro, ma sotto quelle umili
vesti nessuno supponeva si nascondesse la nobile signora, che vedevano di tanto
in tanto cavalcare da Romena a Poppi e fino ad Arezzo, sulla giumenta bianca,
riccamente bardata, e con numerosa scorta di cavalieri, paggi, valletti ed
armigeri.
Senza esser molestata da alcuno, giunse la pia donna al convento, e dopo aver
deposta sull'altare della Cappella degli Angeli la sua ricca elemosina, fece
chiamare il vecchio di Gerusalemme e lo pregò umilmente di seguirla, facendogli
capire coi cenni più che con le parole, il pericolo che minacciava la propria
casa.
Il vecchio accondiscese alle preci di lei e, indossato il saio dei Francescani
per non dar nell'occhio alla gente, scese insieme con lei al piano, e per il
cammino sotterraneo giunse al castello. Bisogna sapere che il vecchio non aveva
lasciato alla Verna la sua cappamagna né il turbante, perché gli rincresceva
molto di separarsi da quei ricordi della sua patria. Egli aveva nascosto l'una e
l'altro in una bisaccia, come usano portare i frati che vanno alla cerca.
Appena che la Contessa e il vecchio giunsero al castello di Poppi, appresero che
la giornata era stata ancor più funesta agli assediati che quella precedente,
perché molti altri soldati del conte Guido erano caduti, e il signore stesso
era stato colpito da un dardo alla spalla sinistra.
Pallido e affranto, questi stava nella sala d'armi del castello. Allorché vide
la sua donna e il vecchio, li chiamò accanto a sé e li ringraziò con grande
effusione.
- Che cosa mi consigli di fare, saggio vecchio? - domandò quindi allo
straniero.
- Eccoti il mio turbante, - rispose questi. - Sai come il conte di Lierna
fuggisse quando lo vide sul ponte che è a valico dell'Arno. Ordina che questo
turbante sia posto a una delle finestre del castello. Quando il conte Odeporico
lo vedrà, toglierà l'assedio.
- Che tu possa dire il vero! - esclamò il conte Guido.
E quella notte stessa fece issare un'asta alla finestra centrale del castello, e
in cima a quella ordinò fosse infilato il turbante.
Allorché le tenebre furono diradate dal sole nascente e il conte di Lierna vide
quel turbante in cima all'asta, disse: «Povero me; qui si combatte con armi
disuguali; io col ferro, e il mio nemico con gl'incantesimi!», e come aveva
predetto il vecchio di Gerusalemme, Odeporico riunì le sue genti, e tolse
l'assedio in un battibaleno.
Da quel giorno nessuno osò più molestare il conte di Poppi, che si diceva in
possesso di un talismano, e la Contessa visse tranquilla finché la morte non la
colse. Il vecchio di Gerusalemme l'aveva preceduta nella tomba, e il conte Guido
gli aveva fatto erigere un mausoleo nella cappella del castello. Il turbante poi
era stato rinchiuso in una cassa d'argento di lavoro pregevolissimo, e i conti
Guidi lo conservarono nel tesoro di famiglia finché il conte Francesco fu
battuto da Neri Capponi, capitano de' fiorentini, il quale lo portò a Firenze
con le altre robe.
- E qui la storia del turbante è finita, - disse la Regina, e se mi sono
scordata di qualche cosa, Cecco ve l'aggiunga.
- Di nulla, mamma; voi la raccontate ora come vent'anni fa.
- Come trentacinque! - ribatté Maso, - e io provo piacere a sentirvi ora, come
quando ero alto quanto un soldo di cacio.
- Anche noi ce l'abbiamo il nostro turbante, il nostro talismano, - disse Cecco
battendo una palma sull'altra, - e non saranno di certo i fiorentini che ce lo
porteranno via!
- E qual è? - domandò la vispa Annina.
- È la nostra vecchietta, la nostra mamma, che Iddio ce la conservi! Ora bevete
un buon bicchieretto di vino, perché dovete aver la gola secca. - E preso il
fiasco ne mescé prima alla Regina e poi agli altri. Quando tutti i bicchieri
furono colmi, Maso per il primo alzò il suo e disse:
- Alla salute del nostro talismano!
I fratelli, i bimbi e le nuore fecero coro al capoccia, e dopo essersi
trattenuti un altro po' a ragionare del più e del meno, i Marcucci se ne
andarono a letto e tutti i lumi si spensero al podere di Farneta, sul quale
vegliava la concordia e la pace, meglio che il turbante del vecchio di
Gerusalemme sul castello del conte Guido di Poppi.
L'ombra del Sire di Narbona
La terza festa di Natale la neve era cessata e il vento erasi calmato come
per incanto. Nonostante, anche in quel giorno, dopo desinare nessuno uscì dal
podere dei Marcucci, perché gli uomini stessi rammentavano di aver provato
grandissimo diletto a udir dalla bocca della Regina quelle novelle con cui ella
aveva allietata la loro infanzia, e che avevano il vago presentimento di sentir
raccontare per l'ultima volta. La vecchia massaia, dopo la morte del marito, col
quale aveva diviso in pace gioie e dolori per quarant'anni, era ridotta uno
spettro e aveva, come si suol dire, un piede nella fossa. I figli, che non
l'avevano lasciata mai, non s'erano accorti del suo deperimento, avendola sempre
sott'occhio; ma lo avevano notato dacché Cecco era tornato a casa, e non aveva
fatto altro che domandare se la mamma era stata ammalata. Allora anch'essi
avevano aperto gli occhi, e il timore di perderla presto s'era insinuato
nell'animo di que' figli affezionati.
- Nonna, la novella; è festa anche stasera! - disse l'Annina, più impaziente
degli altri di udire i racconti meravigliosi.
- Che sia festa, è vero; ma appunto perché è festa lasciate riposar la nonna,
- osservò la Carola, che aveva sempre per la suocera un mondo di riguardi.
- Non mi stanco affatto; - replicò la buona vecchia, - e poi anche se il
narrare mi costasse un po' di fatica, che male ci sarebbe? Un giorno tutti
questi piccini, ripensando alle nostre veglie di Natale, si ricorderanno di me e
mi diranno un <I>De profundis<I>!
- Che razza d'idee vi vengono, stasera, mamma! - esclamò Cecco. - Sapete che io
non voglio sentir parlare di malinconie; s'ha da stare allegri!
Quelle parole della vecchia avevano fatto correre un brivido nelle vene ai
figliuoli e alle nuore, e nessuno avrebbe più fiatato per un pezzo, se i bimbi
non avessero proseguito ad insistere col dire:
- Nonna, dunque, ce la raccontate la novella?
- Sì, piccini, stasera vi racconterò quella dell'ombra del Sire di Narbona, -
e subito incominciò:
- Tanti e tanti anni fa, quando il conte Guido Novello era signore di Poppi e
di molte altre castella del Casentino, avvenne giù nel piano di Campaldino e
Certamondo una grande battaglia fra i fiorentini e gli aretini, comandati dal
vescovo Guglielmo degli Ubertini d'Arezzo, che teneva in mano più volentieri la
spada che il pastorale, e i vassalli del conte Guido Novello. Tutto il Casentino
era in armi, perché i nemici venuti da Firenze erano in tal numero, fra fanti e
cavalieri, che duraron giorni e giorni a passar dalla Consuma. Comandava i
cavalieri di Firenze, che avevano il giglio rosso negli stendardi, un francese
che si chiamava Amerigo di Narbona, un signore biondo e bello come un cherubino.
Fra i fiorentini c'era anche quel Dante, che fece il viaggio, Dio ci liberi,
nell'inferno, e lo raccontò poi in poesia.
Il giorno 11 di giugno (era un sabato e ricorreva la festa di san Barnaba), i
due eserciti vennero a battaglia, e tanto di qua che di là morì un subisso di
gente; ma la vittoria rimase ai fiorentini, e san Barnaba stesso volò a Firenze
ad annunziarla ai Signori del Comune, che dopo aver vegliato tutta la notte,
sentiron bussar all'uscio della camera dove dormivano, e udirono una voce che
diceva: «Levatevi, che gli aretini sono sconfitti!». Infatti era vero, e la
sera ne ebbero la conferma; fu in seguito a questo fatto che venne eretta la
chiesa di San Barnaba.
Ma torniamo a noi. Nella battaglia, dei nostri era morto il vescovo d'Arezzo,
riconosciuto nella mischia per la sua chierica; fu ucciso poi Bonconte di
Montefeltro, padre della contessa Manentessa, sposa del conte Selvatico di
Pratovecchio, e tanti altri. Il conte Guido Novello riuscì a salvarsi, perché
si die' alla fuga con i suoi cavalieri. Dalla parte dei fiorentini era rimasto
morto Amerigo di Narbona, capitano dei cavalieri, e molti altri. Non si sa come
nessuno pensasse dopo la battaglia a ricercare il cadavere di un capitano di
tanti soldati, ma il fatto si è che il suo corpo rimase senza sepoltura, e i
fiorentini si dettero prima pensiero di portare a Firenze lo scudo, l'elmo e la
spada del vescovo Ubertini, che di metter in terra santa il loro capitano.
- Io a Firenze non ci son mai stata, - osservò la Regina, - e ormai non ci andrò più; ma se qualcuno ci va, guardi se in San Giovanni ci son più quelle cose prese in guerra... Basta, ora torniamo a noi.
I fiorentini, dunque, se ne tornarono a casa loro, e sul pian di Campaldino,
invece di covoni di grano falciati, vi rimasero monti di cadaveri, sui quali i
corvi facevan baldoria, e la gente di qui aveva tanta paura ad accostarsi a quel
campo di morti, che tutti quelli che dovevano andare a Firenze o ad Arezzo,
facevano piuttosto un giro lungo che passar per la via maestra.
Signore di Pratovecchio era un certo Guido Selvatico, il quale assicurava di non
sapere di che colore fosse la paura. Di notte e di giorno se ne andava solo a
cavallo per i boschi, passando per i luoghi più pericolosi, e ridendosi di
tutte le cose che incutevano timore ad ognuno.
Una sera, mentre Manentessa, sua consorte, stava in mezzo alle donne in un
angolo della sala d'armi del castello, e il Conte vantava le sue prodezze in un
crocchio di cavalieri, un di essi prese a dire:
- Io scommetto, conte Selvatico, che non ti basta il cuore di cavalcare di notte
sul pian di Campaldino!
- Se non lo facessi, - rispose il Conte, - sarei un vile. Questa stessa notte io
lo percorrerò ben dieci volte da un capo all'altro.
- Ma qual garanzia ci darai tu di aver compiuto l'impresa? Io non so chi di noi
verrebbe a vederti cavalcare, poiché tutti, dal più al meno, abbiamo orrore di
quel campo.
- Non occorre che nessuno si esponga a incontrar le ombre dei combattenti
insepolti, - disse il conte Selvatico. - Salite sulla torre del mio castello e
tenete l'occhio rivolto a Campaldino. Io stringerò nella sinistra una torcia
accesa, e voi potrete contare le mie dieci corse a traverso il campo. Ma quale
sarà il premio per questa prodezza?
- Ognuno sa che io possiedo, - replicò il cavaliere che aveva parlato prima, -
una forbitissima armatura tolta al francese Amerigo di Narbona. Quando ti avrò
veduto percorrere dieci volte il campo, quell'armatura sarà tua.
- Cavalieri, voi avete udito qual guiderdone mi aspetta; - esclamò il conte
Selvatico, - fra un'ora, o io sarò in possesso della ricca armatura, o non mi
vedrete mai più!
Vòltosi allora a uno dei suoi famigli, ordinò che gli fosse sellato un cavallo
molto veloce nella corsa.
Manentessa, che teneva gli occhi sul ricamo e aveva gli orecchi tesi per
ascoltare i discorsi del marito, udendo la terribile scommessa, si alzò, ed
accostatasi al Conte, gli disse in tono supplichevole:
- Signor mio, desisti dal tuo pensiero. Rammenta che quel campo è coperto
ancora delle ossa di tanti cristiani che non ebbero pietosa sepoltura, e che
forse fra quegli scheletri vi è ancora lo scheletro del padre mio, che niuno ha
potuto rinvenire.
- Torna ai tuoi lavori, madonna, - replicò il conte Selvatico, - e lascia a me
la cura del mio onore, che è affidato in buone mani; ho promesso e debbo
mantenere... Messeri, - aggiunse poi rivolto agli amici, - salite sulla torre e
tenete gli occhi bene aperti. Vi convincerete fra poco che il conte Selvatico
non ha paura né dei vivi né dei morti.
Di lì a un momento si udì lo scalpiccìo di un cavallo nel cortile del
palazzo, e nella sala, rimasta quasi vuota, Manentessa cadde in ginocchio e
disse alle sue donne:
- Preghiamo!
Il conte Selvatico galoppò fino al piano di Campaldino; ivi giunto accese la
torcia di resina, e spinse il cavallo nel campo bagnato dal sangue di tanti
combattenti.
Ma aveva fatto poco cammino quando udì un grido ripercosso da mille bocche, e
da quei monti di ossami, che spiccavano nella notte buia, vide alzarsi a
centinaia gli scheletri dei guerrieri insepolti, e tender tutti le mani per
afferrare chi la coda, chi la criniera, chi le briglie del suo cavallo.
Selvatico ficcò gli sproni nel corpo dell'animale e raddoppiò la corsa; ma per
quanto facesse per evitare di essere abbrancato da quelle mani scheletrite, ogni
tanto sentiva sfiorarsi il volto, la nuca o le spalle, e rabbrividiva tutto.
Il Conte correva come un pazzo, e il cavallo, nel suo impeto, rovesciava gli
scheletri, li calpestava, e le imprecazioni dei morti giungevano al suo
orecchio. Egli non dieci, ma bensì venti volte percorse il pian di Campaldino,
e avrebbe continuato ancora se, proprio sul limitare di esso, quando stava per
voltare, non gli si fosse parata davanti un'ombra ravvolta in un bianco
lenzuolo. Il cavallo, vedendola, fece uno scarto; il cavaliere rimase saldo in
sella, ma se gli avessero aperto le vene, non ne sarebbe uscito il sangue.
- Conte Selvatico, - disse l'ombra, - qual barbaro diletto ti prendi turbando i
morti, che già hanno la sventura di non essere coperti da un palmo di terra
benedetta? Avevi nome di buon cristiano, ma ti dimostri più inumano degli
stessi pagani, che non lasciano i morti, amici o nemici che sieno, esposti alla
voracità delle belve e degli uccelli di rapina.
- Chi sei che mi parli con tanta alterigia? - domandò il Conte con voce
tremante.
- Io non sono più, - rispose l'ombra, - io fui Amerigo di Narbona, servo del re
Carlo, e capitano dei cavalieri fiorentini, i quali, in ricompensa del sangue
versato per loro, non mi hanno dato neppur sepoltura.
- E che vuoi da me, signor di Narbona?
- Poca cosa, conte Selvatico; un pezzetto di terra che celi le mie ossa.
- E dove sono esse? - domandò il Conte.
- Vedi quel fosso che traversa quasi a metà il piano fatale? Tu devi alzare un
alto mucchio di cadaveri, e sotto a tutti vi è il mio. Le piogge autunnali lo
han travolto colà; tu lo riconoscerai all'alta statura e più ancora a un
anello d'argento con l'immagine della Santa Vergine, che mia madre mi aveva
fatto ribadire al polso destro.
- Io cercherò il tuo cadavere, messer Amerigo di Narbona, quanto è vero che
son cavaliere, - disse il Conte.
E, spronato il cavallo, fuggì atterrito da quella corsa sfrenata sul pian di
Campaldino, e più di tutto dalla comparsa dell'ombra. Ora sapeva anch'egli che
cos'era la paura, ma sarebbe morto prima di confessarlo!
Nel cortile del castello lo attendevano gli ospiti e gli amici e vedendolo
giungere lo accolsero con grida di gioia.
- Messer il Conte, l'armatura del Sire di Narbona è tua, - disse il cavaliere
che aveva fatto la scommessa, - io ho visto scintillare la tua face ben venti
volte sul campo di battaglia. Tu sei un prode cavaliero!
- E che vedesti? - chiese un altro.
- Nulla, messeri, soltanto le ossa bianche, e...
Il conte Selvatico parlava a stento e tremava come una vetta, ma non voleva che
nessuno si accorgesse del suo turbamento.
Lasciati gli amici, ascese nella vasta sala d'armi, dove la Contessa pregava
ancora in mezzo alle sue dame.
- Signor mio, qual sventura ti ha colpito? - domandò Manentessa al cui occhio
non sfuggiva quello che il Conte si studiava di nascondere.
- Nessuna, madonna; ho vinto la prova e il mio onore è salvo.
La Contessa non osò chieder di più, ma si ridusse tutta pensosa nelle sue
stanze; ella non aveva mai veduto il suo signore così pallido e stralunato.
Il conte Selvatico penetrò nella sua camera preceduto dai servi, che recavano i
doppieri; ma appena ebbe posto il piede sulla soglia, vi rimase inchiodato,
perché aveva veduto un'armatura completa di acciaio sul cui elmo, dalla visiera
calata, era lavorato a rilievo lo stemma di Amerigo di Narbona.
Era l'armatura che aveva vinto e che l'amico aveva fatto portare nella sua
camera.
Il conte Selvatico avrebbe voluto dar ordine che quell'armatura fosse recata
altrove, ma avendo timore che quel fatto venisse notato e potesse far nascere il
sospetto che egli avesse paura, lasciò l'armatura dov'era.
Essendo oltremodo stanco, non passò molto che egli si addormentò; ma appena
ebbe chiusi gli occhi gli parve di vedere vicino al suo letto l'ombra avvolta
nel bianco lenzuolo, e mandando un grido si destò.
L'ombra era infatti ritta davanti a lui.
- Che vuoi? Lasciami in pace e vai con Dio, - disse il Conte.
- Mi sono accorto, - rispose il fantasma, - che tu mi avevi fatto quella
promessa sotto il dominio della paura...
- Paura io! - esclamò il conte Selvatico alzandosi a sedere sul letto e
cercando la spada, che teneva appesa a portata di mano.
- Sì, mi sono accorto che in quel momento avresti promesso tutto quello che ti
chiedevo, ma, in quanto a mantenere, non ci pensavi neppure, e ho creduto bene
di mettermi accanto a te per rammentarti la promessa. Dipende da te liberarti
presto della mia presenza.
Il Conte chiuse gli occhi per non veder l'ombra, ma sentiva che quella non si
moveva dal suo letto ed egli non poteva dormire. Si levò col sole, ma già
l'ombra era sparita; quella armatura, peraltro, gli rammentava di continuo la
promessa fatta. Era una vera persecuzione. Il dì seguente il conte Selvatico
montò a cavallo e solo si diresse al pian di Campaldino. Ivi giunto, legò
l'animale a un albero, rivolse il passo al fossato indicatogli dal Sire di
Narbona e si diede a rimuovere tutti i cadaveri, che formavano un mucchio di
ossami, per liberare quello che cercava. Sudava freddo, il povero signore, e i
contadini che lo vedevano, dalle colline vicine, occupato in quel
raccapricciante lavoro, posavano il piede sulla vanga e dicevano a bassa voce:
- Il Conte cerca i tesori sotto i cadaveri!... Guarda, guarda!
Dopo molto lavorare il Conte mise allo scoperto uno scheletro intatto, si chinò
ad esaminarlo e, vedendo che aveva un cerchio d'argento al polso, come gli aveva
indicato l'ombra, fece per alzarlo e deporlo sulla proda del fosso. Ma in quel
momento le membra si disgregarono e lo scheletro andò in più pezzi, i quali si
mescolarono alle ossa ammucchiate a poca distanza.
Il Conte rabbrividì, ma continuò nonostante a ricercare fra quegli ossami le
membra del Sire di Narbona, e quando credé di averle riunite, le ammucchiò da
un lato e, scavata una fossa, ve le depose. Quindi, con due rami d'albero formò
una croce rozza e la piantò sulla terra smossa, da poco.
«Domani condurrò un prete a benedirlo; intanto il lavoro più penoso è
fatto», pensava il signor di Pratovecchio.
Ma la sera, appena fu a letto ed ebbe chiusi gli occhi, si accòrse che l'ombra
gli era accanto.
- Che vuoi da me? - disse il Conte seccato.
- Conte Selvatico, il mio corpo è in parte esposto ancora all'intemperie; tu
non lo hai sepolto tutto e mi hai imposto la compagnia di una gamba e di un
braccio di ghibellini.
- Che posso farci! Il tuo corpo, Sire di Narbona, s'è disgregato, ed io non
saprei riconoscere quello che ti spetta da quel che non è tuo.
- È impossibile che io tolleri la compagnia che mi hai imposto, e fino a tanto
che tu non avrai riunito le mie sparse membra, io passerò tutte le notti in
quell'armatura che mi vestì in guerra, e ad ogni ora ti rammenterò la tua
promessa.
Infatti, ogni volta che l'orologio della torre del castello faceva udire i
tocchi delle ore, dall'armatura partiva una voce cavernosa, che diceva:
- Conte Selvatico, se è vero che sei cavaliere, devi cercare le mie ossa!
Quell'avvertimento, ripetuto a brevi intervalli, impediva al signor di
Pratovecchio di prender sonno. Stanco di quella seconda notte passata a occhi
aperti, all'alba egli era già in sella, e i contadini, che lo vedevano da
lontano razzolare nel pian di Campaldino fra i mucchi d'ossa biancastre,
ripetevano con maggior insistenza:
- Il conte Selvatico è ammattito!
Egli, infatti, aveva quasi perduto il senno, nel brancicare tutte quelle rovine
umane e misurare gambe e braccia con quelle che già aveva sepolte nella fossa,
di sulla quale era stato costretto a toglier la terra per poi ricoprirla.
Stanco, spossato, il conte Selvatico cavalcò fino a Pratovecchio, e la
Contessa, nel vederlo così abbattuto e coperto di sudore, ebbe paura che fosse
stato colpito da qualche malore e fece avvertire messer Cosimo, il medico
sapiente che soleva curarlo.
Il vecchio, dopo aver tastato il polso al Conte, gli ordinò di porsi a letto,
di sudare e di prendere certi decotti di erbe da lui preparati, che soleva
amministrare contro le febbri maligne.
Manentessa non si staccò più dal letto del suo signore, assistendolo
amorevolmente; ma appena giunse la notte, ella udì la voce cavernosa che
partiva dall'armatura, ripetere, allo scoccar di ogni ora:
- Conte Selvatico, il mio corpo è ancora in parte insepolto e tu mi hai imposto
l'incresciosa compagnia della testa e della mano di un ghibellino ribaldo!
Il suono di quella voce faceva dare in ismanie l'infermo, il quale, piangendo,
descriveva le angosce patite sul piano di Campaldino e si raccomandava al Sire
di Narbona perché lo liberasse da quella persecuzione.
- Abbi pietà dello stato mio ed io m'impietosirò delle tue sofferenze, -
rispondeva l'ombra implacabile.
La malattia del signor di Pratovecchio durò due settimane, e in quel tempo la
Contessa apprese dalla bocca di lui, assalito dal delirio, tutto ciò che gli
era accaduto. La gentil dama non sapeva a chi ricorrere per aver consiglio.
C'era peraltro, su a Camaldoli, un frate che non poteva alzarsi mai dal suo
strapunto, e perfino in chiesa lo portavano a braccia su quello. Egli non apriva
mai gli occhi, ma in compenso parlava senza chetarsi un minuto solo. Si diceva
che fra' Celestino avesse continue visioni, e comunicasse direttamente coi
santi, onde a lui ricorreva tutto il contado e anche persone di alto lignaggio.
A lui pensò di andar Manentessa, e fattasi preparare una mula e buona scorta,
cavalcò un dì fino all'Eremo. La contessa di Pratovecchio fece come i monaci
le avevan detto di fare, e, appoggiate le palme su quelle del frate, gli
domandò:
- Sapresti tu suggerirmi un rimedio per liberare il signor mio dalla
persecuzione del Sire di Narbona? Egli fu ucciso a Campaldino e il suo cadavere
rimase insepolto; il conte Selvatico lo ha cercato e gli ha dato sepoltura; ma
siccome le membra erano disgregate fra di loro, egli ha fatto una confusione, e
nella fossa di Amerigo di Narbona vi sono membra che al suo corpo non
appartennero. L'ombra si è posta accanto al marito mio e non gli concede tregua
né dì né notte se non rinviene tutte le ossa sue, che ancora rimangono
esposte alla pioggia e al sereno. E il Conte, per questa persecuzione
dell'ombra, si è ammalato e non ha requie.
- Se vuoi salvare il tuo signore, - rispose di lì a poco il fraticello, - devi
prendere il cero pasquale che è nella cappella del tuo castello, e recarti con
quello, a mezzanotte, sul pian di Campaldino, nel luogo ov'è la tomba di
Amerigo. Quella tomba tu la riscaverai con le tue mani e colerai, sulle ossa che
vi son dentro, della cera. Se la cera si raffredda, puoi esser certa che le ossa
appartengono al pio cavaliere, devoto della Santa Vergine; se invece si liquefà,
è segno che sono le ossa di qualche dannato. Lo stesso farai con le ossa che
giacciono insepolte là intorno; e quando avrai ricomposto tutto lo scheletro,
il Conte riacquisterà salute. Amen.
Manentessa lasciò larghi donativi all'Eremo e cavalcò fino a Pratovecchio, ove
trovò il marito in uno stato tale da farne supporre prossima la fine. La
coraggiosa donna cercò di calmarlo, e quando fu vicina la mezzanotte, vincendo
la ripugnanza e la paura, uscì sola da una porticina del suo castello, col cero
in mano, pregando, e si diresse verso il campo di battaglia. Dalla croce rozza
piantatavi da Selvatico ella riconobbe la fossa del Sire francese, e con le sue
dita delicate si die' a scavarla. Appena le ossa furono allo scoperto, fece la
prova della cera e si accòrse infatti che la testa e la mano sinistra non
appartenevano allo scheletro di Amerigo. Allora ella, tremante e smarrita, si
diede a versar la cera sulle ossa sparse, e, dopo lungo cercare e dopo lunghe
prove, ricompose lo scheletro; poi, fatta una croce delle braccia del morto,
disse:
- Ombra vagante, riposa in pace e non turbare più il sonno del signor mio!
Durante le ricerche e le prove, la contessa di Pratovecchio aveva consumato
tutto il cero pasquale, ed ella doveva tornare al suo palazzo al buio. Era una
notte burrascosa, e fitte nuvole correvano da mezzogiorno a tramontana; il vento
scrosciava fra il fogliame dei pioppi, che contornavano il campo cosparso di
ossami. Manentessa si raccomandava l'anima a Dio e raddoppiava il passo per
giungere presto al capezzale dell'infermo marito; ma prima che ella ponesse il
piede sulla via maestra, si vide circondata da uno stuolo di ombre, tutte
avvolte nei bianchi lenzuoli, le quali alzando verso di lei le palme, spoglie di
carne, supplicavano:
- Donna pietosa, com'hai dato sepoltura alle ossa di Amerigo, dalla pure a noi e
salvaci da questo errare continuo in terra! Manentessa, salvaci!
Ella si fece più volte il segno della croce, ma quelle non essendo ombre di
dannati, non sparivano, e lo stuolo si faceva sempre più numeroso. Pareva che
uscissero dalle viscere della terra, dal fondo dei fossi, dall'erba, dalle
siepi, e la donna si sentiva afferrare per le braccia, di modo che il passo le
era quasi impedito.
- Lasciatemi, anime sante, - diceva ella, - il mio signore mi attende e io debbo
andare a consolarlo!
- Una promessa, facci una promessa! - gridavano le ombre con le voci fioche.
- Ebbene, vi prometto di dar sepoltura a quanti scheletri io troverò.
- Bada, Manentessa, di rammentarti di queste parole, - dissero le ombre.
E lasciato libero il passo alla dama, tornarono a vagare nell'ampia pianura.
Più morta che viva ella tornò al suo castello, ma appena fu penetrata nella
camera dell'infermo marito, si sentì il cuore sollevato. Il conte Selvatico
riposava col capo abbandonato sui guanciali, e nessuna visione incresciosa ne
turbava il sonno. Allorché egli aperse gli occhi, la mattina seguente, domandò
alla moglie:
- Come mai, madonna, l'ombra del Sire francese mi ha dato tregua?
- Gli è, signor mio, - replicò Manentessa, - che il suo corpo riposa in pace,
ed io per amor tuo feci atto di cui non mi credevo capace.
E costì ella raccontò al conte Selvatico come aveva fatto a rinvenire le ossa
del Sire di Narbona. Peraltro ella non palesò al marito l'incontro con le altre
ombre, e la promessa che le avevano strappata ma che non poteva mantenere,
perché non c'erano più ceri pasquali nella cappella del castello.
Furono fatte grandi feste per la guarigione del signore di Pratovecchio, ma
intanto che Selvatico riacquistava la forza e la baldanza, la Contessa si faceva
bianca come un giglio e si struggeva ogni giorno più. Questo dipendeva dalle
angosce che pativa ogni notte, quant'era lunga, poiché appena ella si riduceva
nella sua camera, lo stuolo delle ombre incontrate sul limitare del pian di
Campaldino, le si faceva d'attorno, e con minacce e con preghiere le rammentava
la promessa.
- Non vi sono più ceri pasquali e non posso tentare la prova, - rispondeva.
- Non importa, sotterraci, sotterraci! - gridavano le ombre.
E la trascinavano a forza fuori della sua camera e del suo castello fino al pian
di Campaldino, dove la costringevano a prender la terra e a coprirne i monti
d'ossami. Quel lavoro durava più ore di seguito, e all'alba la povera
perseguitata si riduceva mezza morta nel suo palazzo, dove celava a tutti le
angosce della notte.
Una febbre continua la limava, ma le ombre implacabili ogni notte la
costringevano al duro lavoro, e in breve i mucchi d'ossami non furono più
esposti al sole e al sereno, ed ella ebbe un po' di tregua. Ma allora
ricominciarono le tribolazioni del signore di Pratovecchio.
Una notte, mentre egli dormiva placidamente, sentì la voce del Sire di Narbona,
la voce tremenda che lo aveva così a lungo turbato, che diceva:
- Le mie ossa sono di nuovo sopra la terra; io non ti lascerò requie finché
non le avrai riunite tutte in un sepolcreto. I predoni scavarono la fossa e
rubarono il cerchio d'argento che portavo al polso destro; ricuperalo.
Il conte Selvatico aprì gli occhi e vide a fianco del letto la solita ombra.
Allora, rivoltosi a lei, così disse:
- All'alba monterò a cavallo con i miei uomini e batterò i boschi per
iscoprire i predoni e ricuperare il tuo anello. Ma facciamo un patto; lasciami
otto giorni di tregua.
- Accetto, - disse l'ombra, - fra otto giorni soltanto mi rivedrai, - e sparì.
Il Conte si armò di tutto punto e partì infatti all'alba per i boschi di
Prataglia, dove sapeva si annidavano i predoni, che facevano scorrerìe nel
contado. Era seguìto da un forte drappello di gente, parte a piedi parte a
cavallo. La Contessa lo accompagnava con le sue preghiere, ma era afflitta,
molto afflitta di vederlo partire per una spedizione così pericolosa.
Dopo lungo cavalcare per monti e per boschi, giunse il signor di Pratovecchio a
un casolare basso e affumicato. In sulla porta vi erano alcuni uomini che, al
vederlo, si barricarono nella capanna, e dalle finestrine incominciarono a
scoccar dardi contro di lui e contro i suoi.
- Arrendetevi! - gridò il Conte, che intanto aveva fatto circondar la capanna
da ogni lato.
Gli altri risposero con una pioggia di sassi.
- Appiccate il fuoco! - ordinò il Conte.
In un momento furono radunate molte fascine ai quattro angoli del casolare, e le
fiamme in breve ne lambivano le mura.
I predoni, vedendo che non restava loro più scampo, salirono dal camino sul
tetto, e continuarono a lanciare dardi e tegole. Il conte di Pratovecchio
abbatté la porta con l'asta, e quindi, precipitatosi in mezzo alle fiamme, si
diede a cercare. Vi erano ammassate in quella stamberga spade, misericordie,
elmetti, contesti d'oro, cinture di prezioso metallo, ma il Conte non si curava
di tutti quei tesori. Cercava il cerchio d'argento del Sire di Narbona, che
trovò ancora infilato all'osso attorno al quale era stato ribadito, e appena
l'ebbe intascato uscì da quella voragine. Di lì a poco il tetto crollò con
gran rumore, e i predoni caddero nelle fiamme trovandovi la morte. Allorché
l'incendio fu spento, gli uomini del conte Selvatico rinvennero fra le ceneri
gran copia di argento e di oro fusi, e molte pietre preziose. Essi caricarono
tutto sopra una mula e cavalcarono verso Pratovecchio.
Due giorni dopo il Conte e la Contessa si recarono in processione al pian di
Campaldino, e quivi riuniti in una cassa di quercia i resti mortali del Sire di
Narbona li deposero nella cappella della chiesa di San Giovanni Evangelista. Con
l'oro e l'argento tolto ai predoni essi fecero scolpire a Firenze, da Giotto
istesso, un mausoleo di marmo con l'effigie del Sire di Narbona, vestito della
armatura e posto a giacere sulla cassa.
Da quel tempo l'ombra del cavaliere non funestò più i sonni del conte di
Pratovecchio, ma è certo che la pia Manentessa non riuscì con le sue mani a
coprir di terra le ossa di tutti i morti di Campaldino, perché ancora si dice
che chi viene a passar di notte in prossimità del campo, vede delle ombre
avvolte in lenzuoli bianchi.
Per anni e anni l'aratro non è mai passato su quei campi, che bevvero il sangue
de' guelfi di Firenze e de' ghibellini di Casentino, ma ora che il piano è di
nuovo coltivato, ogni tanto si trovano mucchi d'ossa bianche, sulle quali la
contessa di Pratovecchio aveva sparso la terra. E qui la novella è finita.
- Voi, babbo, - domandò l'Annina, rivolta a Maso, - voi che passate dal pian
di Campaldino anche di notte, per andare alla fiera di Pratovecchio o di Stia,
l'avete viste le ombre?
- Io no; ho visto bensì qualche volta delle ombre nere sul terreno, ma eran le
ombre dei pioppi.
L'Annina tempestò di domande tutti gli zii a uno a uno, ma da tutti ebbe la
medesima risposta. Ombre non ne avevan vedute. Cecco poi l'assicurò che i morti
non tornano.
- Ma io non ci passerei davvero, di notte, da Campaldino, - disse l'Annina, dopo
che Cecco si fu sgolato a dimostrarle che le ombre non si vedevano.
- Domani sera, - disse la Regina, - vi racconterò una novella più allegra.
- Come si chiama? - domandarono i bimbi.
- La Novella del frate zoppo; - rispose ella, - ora andate a letto e dormite in
pace, come in pace riposa il Sire di Narbona.
Il frate con la gamba di legno
La terza festa di Natale i Marcucci erano ancora seduti davanti alla tavola
apparecchiata, e gli uomini centellinavano il vino ciarlando di caccia, quando
incominciò a entrare nella cucina, prima un gruppo di bambini, poi un altro,
tanto che la grande stanza affumicata e bassa fu piena di estranei.
- Che vuol dire tutto questo concorso? domandò la Carola che ne aveva assai dei
bambini di casa.
Uno rispondeva:
- Ci ha invitato l'Annina.
Un altro soggiungeva, quasi scusandosi:
- Gigino ci ha detto che la Regina racconta certe novelle da restare a bocca
aperta!...
Un terzo aveva avuto un invito da un altro ragazzo di casa, e così venne in
chiaro che i bambini Marcucci in quei giorni non avevano fatto altro che
magnificare con i loro compagni del vicinato le novelle della nonna.
- Lo vedete, mamma: la fama ha le ali, - disse Cecco, - e le vostre novelle
fanno sui nipoti lo stesso effetto che producevano su di noi. Vi rammentate,
quando ero piccino, anch'io per Natale v'empivo la casa di monelli come me, e
allora voi, mentre raccontavate, ci preparavate una bella pattona; stasera non
c'è nessuno che si senta di rimuginarla?
- Che s'ha a far davvero? - domandò la Carola al capoccia.
- Io ci sto a mangiarla, - rispose Maso, - e gli altri non diranno di no,
specialmente tutta questa marmaglia che ha per la pattona una tendenza speciale.
La Carola andò alla madia a stacciare la farina di castagne, mentre le altre
donne sparecchiavano e rigovernavano i piatti.
- Ragazzi, - disse Cecco a tutta la comitiva piccina, - la mamma ora fa un
sonnellino, e voi intanto andate a fare il chiasso sull'aia; quando si desterà
vi chiamerò.
Le donne trafficavano, e la vecchia, alla quale per diritto spettava il riposo,
si era seduta nel canto del fuoco e aveva cavato di tasca il rosario; ma, dopo
che ebbe snocciolate due poste, la testa incominciò a inchinarsi ora da una
parte, ora dall'altra, e le mani che stringevano la corona rimasero inerti in
grembo.
Cecco le stava accanto fumando la pipa e la guardava con amore, mentre ella
placidamente dormiva; ma il sonno dei vecchi dà alla loro fisonomia una
espressione di profondo abbattimento, come se stessero per morire, e Cecco, che
non toglieva gli occhi dal volto di sua madre, scrollò il capo come per dire:
«Ce n'è per poco!».
Dopo un breve sonno la Regina aprì gli occhi e gli sorrise, mostrandogli le
gengive sdentate, e, colpita dal turbamento di quel figliuolo, che era il suo
cucco, gli domandò, mentre nessuno li ascoltava:
- Te ne accorgi, Cecco, che il giorno della separazione è vicino? Mi dispiaceva
di morire senza che tu mi chiudessi gli occhi; ma ora son tranquilla.
Cecco non rispose, e per dare ai pensieri della madre un altro corso, andò
sull'uscio e si mise a gridare:
- Ragazzi, la mamma ha fatto il pisolino; venite a sentir la novella del frate
con la gamba di legno!
La gaia masnada entrò di corsa in cucina e ci fu un po' di baruffa prima che
tutti i bambini si fossero seduti, perché quelli Marcucci volevano di riffa o
di raffa aver accanto questo o quello degli invitati, e spesso erano in due o
tre ad esigere la stessa vicinanza. Intanto la Carola aveva attaccato il paiuolo
all'uncino; le altre avevano acceso la lucerna, e in quello stanzone nero e
triste era penetrata la vita e la luce.
La vecchia Regina, vedendo attorno a sé tutto quell'uditorio, sorrise e prese a
narrare:
- C'era una volta un villan di Signa, per nome Lapo, che si arrolò fra i
fanti della Signoria fiorentina. Era costui un uomo rozzo, ma faceto quanto mai,
e avrebbe riso anche sulla forca. In quei tempi non facevano altro che battersi,
e non vi crediate che le città stessero in pace come oggi. La guerra avveniva
frequente fra le città vicine, e poi anche fra cittadini e cittadini, così che
era sempre un carnaio. Firenze poi, per prepotenza, bisogna lasciarla stare.
Oggi pigliava un paese, domani un altro, e così un boccon dopo l'altro si
mangiò tutto il Casentino, e più ancora. Lapo non stava davvero con le mani
alla cintola e si divertiva un mondo a menar bòtte da orbi. Egli si sarebbe
divertito così per un pezzo, se appunto nel pian di Campaldino non avesse
riportato alla gamba sinistra una ferita che lo fece cadere in terra. Per buona
sorte sua, il punto ove egli cadde venne presto abbandonato, perché fiorentini
e aretini accorsero in massa: quelli ad assalire il vescovo Ubertini; questi a
difenderlo; in caso diverso, Lapo sarebbe stato schiacciato da' cavalli e dai
pedoni, e il suo corpo sarebbe diventato una frittata. Ma se da un lato fu bene
per lui di restar solo in quel punto, senz'altra compagnia che i morti, da un
altro lato fu male perché nessuno lo udiva gemere e niuno poteva soccorrerlo.
Dalla ferita gli usciva il sangue, non a gocce, ma a bocca di barile, e Lapo,
che si sentiva mancare il fiato, si raccomandava alla Madonna e a tutti i santi
del Paradiso. Intanto annottava, ed egli, vedendo che nessuno veniva a
soccorrerlo, cessò di pregare e incominciò a dire:
- Ma non c'è neppur un cane che abbia pietà di me!
Queste parole furon da lui ripetute tre volte; alla terza giunse di corsa un can
da pastori, scodinzolò, e poi, accucciatosi accanto al ferito, si diede a
leccargli la ferita.
- Saremo amici, e, se campo, ti prometto che non soffrirai mai fame e non
annuserai mai bastone, - disse Lapo, che sentiva rallentare il fiotto del sangue
sotto quella continua medicatura.
Il soldato passò così buona parte della notte, ma si sentiva ardere dalla sete
e provava allo stomaco un certo stringimento, che gli rammentava di non aver
mangiato da più ore.
- Mi hai salvato dalla morte, - disse Lapo, - ma dovrò forse crepar di sete o
di fame?
Non aveva finito di parlare che il cane si alzò e, scodinzolando, batté la
coda sulla mano destra del soldato, il quale, afferratala come se fosse un
canapo, si mise l'altra mano sotto la gamba ferita e si lasciò trascinare
attraverso il campo pieno di soldati e di cavalli morti, in cui i predoni si
aggiravano a frotte per ispogliare i cadaveri.
Il cane tirava, e Lapo si strascicava dietro a lui, lasciandosi condurre come
fanno i ciechi dalle loro guide.
Giunti che furono in prossimità di un fosso, nel quale scorreva acqua chiara e
abbondante, il cane si fermò, e il ferito poté chinarsi sulla sponda e
attinger acqua per dissetarsi. Il cane bevve pure e poi batté di nuovo la coda
nella palma della mano destra di Lapo, e questi, afferratala, riprese la via col
suo curioso compagno; ma non andaron molto oltre perché il cane si fermò
accanto a un carro che pareva abbandonato e sotto al quale giaceva morta una
mula.
Lapo non ne poteva più e non avea più forza d'alzare un dito, perciò si
lasciò cadere supino e disse:
- Corri pure, cane mio, ma io non mi muovo più! Se è destinato che muoia qui,
tu mi farai da becchino.
Il cane pareva che intendesse non soltanto quel che Lapo diceva, ma anche quello
che pensava, perché fatto un lancio entrò nel carro abbandonato e si diede ad
annusare, frugando da un lato e dall'altro. Dopo aver armeggiato un pezzo, fece
un altro lancio e depose a portata di mano del ferito una fiaschetta,
scodinzolando dall'allegria. Quella fiaschetta conteneva del vino generoso, e
dopo che Lapo ne ebbe bevuto alquanto si sentì ristorato.
Il cane era tornato sul carro, e ogni volta che ne usciva portava accanto al
soldato pane, formaggio, salame e ogni grazia di Dio, senza addentare nulla per
satollarsi.
- Sei una vera provvidenza, - diceva Lapo, - e se guarisco ti voglio fare un
collare d'argento.
Il sonno chiuse ben presto le palpebre di Lapo di Signa, e il cane,
accucciatoglisi accanto, tenne a distanza da lui i predoni, che, vedendolo
inetto a difendersi, gli avrebbero tolto anche le calze, che allora era uso
portare affibbiate alla cintola.
Però Lapo non dormì di un sonno tranquillo. Gli pareva di essere in un bosco
foltissimo e di vedersi sulla testa un uccello smisurato e nero come la pece,
che faceva larghi giri per carpirlo. Vide in questo mentre un altro uccello,
tutto bianco, piombare dal cielo, dare una beccata nel cervello all'altro e
farlo cader morto. Lapo si destò spaventato, mentre albeggiava, e disse:
- Si vuole che i sogni che si fanno verso la mattina, sien veri. Cerchiamo di
spiegare questo. L'uccello nero non può esser altri che il Diavolo, che mi vuol
portare all'inferno; e quello bianco che mi salva, qualche santo; ma son tanti i
santi che ho pregati di aiutarmi, che non so davvero chi si sia rammentato di
me. Sia forse san Rocco che m'abbia mandato il suo cane?
Appena egli ebbe nominato quel santo, il cane fece un lancio di gioia e si diede
ad abbaiare festosamente come soglion fare i cani quando odono mentovare il
padrone.
Intanto s'era fatto giorno, e Lapo incominciava a perdersi di animo vedendo
intorno a sé tutta quella caterva di morti e sentendo i lamenti di quei feriti
che nessuno soccorreva. Prima si mise le mani agli orecchi, poi chiuse gli
occhi, ma se per disavvedutezza gli veniva fatto di lasciare entrare il suono
nel timpano o di alzar le palpebre, di nuovo lo colpivano quelle voci dolorose o
quello spettacolo che gli metteva i brividi addosso.
- Bisogna che cerchi di sloggiare di qui; - disse Lapo, - ma con questa gamba
così rovinata, come farò mai!
Il cane gli leccò le mani, come se volesse dirgli di aspettare un momento e poi
corse via.
- La morte è brutta quando la viene fra i piedi, - diceva Lapo che aveva l'uso
di dire a voce alta tutti i pensieri che gli passavano per la mente. - Finché
si vede da lontano, ci si scherza; ma ora gli è un'altra faccenda. Se non c'è
qualcuno che mi soccorra, son bell'e fritto, perché di peccatucci non ne ho
pochi sulla coscienza, e il Diavolo mi porterà all'inferno dritto dritto!
Povero Lapo, ieri tanto arzillo e oggi mogio mogio! Si dice che dopo la burrasca
viene il sereno, ma per me non verrà più e non rivedrò neppure la mi' Signa!
Così lamentandosi sulla propria sorte egli s'era intenerito, e ora piangeva a
calde lacrime.
- San Rocco benedetto, - aggiunse col viso nero e polveroso tutto solcato di
lacrime, - se siete proprio voi che mi avete mandato quel cane, non mi
abbandonate così. Se mi aiutate, non vi posso promettere né una tavola
d'altare, né qualche voto di argento o d'oro; ma vi prometto di far, per
devozione, un pellegrinaggio alla Verna, magari con una gamba sola, perché
quell'altra ormai è ita, e vi prometto anche di mordermi le dita tutte le volte
che una di quelle maledette bestemmie mi corra alle labbra.
Intanto che si lamentava a quel modo, impetrando l'aiuto di san Rocco, ecco che
la gamba gl'incomincia a dolere terribilmente e, riscaldata dal sole ardente di
giugno, gli scottava come un tizzo di fuoco.
- San Rocco è sordo come tutti gli altri santi, - disse Lapo, - e son bell'e
fritto!
Frattanto egli stava per coricarsi sulla nuda terra, spossato e scoraggiato,
quando vide tornare di corsa il cane e non fece a tempo a difendere la gamba
ferita, che già quello aveva addentato la calza che gliela copriva, e la
stracciava furiosamente con le zanne.
Lapo, anche in quel momento, espresse a voce alta i suoi pensieri:
- Morte, come sei brutta; se mi vuoi davvero, pigliami subito, e non mi fare
sbrandellare così da un cane da pastore!
Ma il cane, appena ebbe strappato la calza, andò a tuffare il muso in un rivo e
ne bagnò la ferita. E tante volte tornò all'acqua, finché non ebbe tolto
dalla piaga tutto il sangue che v'era rimasto aggrumato; poi raccolse di terra
certe erbe che aveva recato in bocca giungendo, e le stese sulla gamba.
- Che cane! - esclamò Lapo sentendosi sollevato dal dolore dopo quella
medicatura. - Io scommetto, sapiente animale, che tu hai imparato a curar le
piaghe stando al servizio di san Rocco?
Il ferito s'aspettava una risposta, perché ormai da quella bestia nulla più lo
meravigliava; ma il cane non fece altro che scodinzolare, poscia fuggì, e Lapo
rimase di nuovo solo, ma per poco, ché di lì a un momento l'animale tornò
strascinando un lenzuolo. Rise il soldato a quella vista, e non capì lì per
lì per qual ragione glielo recasse; ma quando osservò che il cane, tirandolo
con i denti e reggendolo con le zampe, come se volesse spolpare un osso, lo
stracciava in tante strisce, fece un lancio di meraviglia e gridò:
- Evviva il cane cerusico ed il suo santo protettore! - e buttò all'aria l'elmo
in segno di gioia.
Raccolse infatti le sottili bende, con quelle si fasciò la ferita, e dopo
essersi ristorato con le vivande che il cane avea prese nel carro, disse
all'animale:
- Vogliamo andarcene da questo campo di morte prima che cali la sera? Se te lo
devo dire, la vicinanza di questi ceffi di morti e i lamenti dei feriti non mi
vanno a genio. Aiutami, e io ti vorrò più bene che a tutte le creature della
terra e dell'aria.
Il cane non si fece ripetere due volte l'invito, e, alzatosi sulle gambe di
dietro, infilò una delle zampe davanti sotto l'ascella di Lapo, il quale,
appoggiandosi sopra un troncone di asta raccolto in terra e camminando a piè
zoppo, poté allontanarsi da Campaldino e cercar rifugio in una casa di
contadini verso Soci, dove per compassione lo misero in un fienile.
Lapo, appena coricato su quel letto di fieno, dormì come un ghiro senza pensare
a nulla, e così, ben nutrito dal cane e ben riposato, non stette molto a
rimettersi in salute; ma la prima volta che si provò a posare il piede in
terra, s'accòrse che la gamba non la poteva più raddrizzare e che doveva
camminare a piè zoppo.
- Sono un uomo rovinato, sono un uomo perduto! - diceva. - Era meglio, cane mio,
che tu mi avessi lasciato morire dove ero, piuttosto che farmi tanta assistenza
per poi avere questo bel risultato! Lapo senza una gamba è un uomo morto!
Il cane gli leccava le mani e guaiva.
- Lo capisci anche tu, - continuava Lapo, - che per me non v'è più salvezza?
Che cosa vuoi che faccia a questo mondo con una gamba di meno?
E senza rammentarsi la promessa fatta a san Rocco, snocciolò una filastrocca di
bestemmie degne di un turco.
Il cane corse a rintanare il muso fra il fieno, e Lapo, accorgendosi di aver
mancato di parola al suo santo protettore, si morse le dita a sangue.
La sera di quel giorno, Lapo, appoggiandosi sul troncone d'asta, scese dal
fienile e, ringraziati i contadini, stava per andarsene tutto sconsolato, quando
il vecchio capoccia gli disse:
- Ma come farai a tornartene a casa tua con una gamba sola?
- Non ci penso neppure a tornare a casa! Signa è lontana, e poi così mutilato
non avrei faccia di presentarmi a nessuno.
- E che vuoi fare allora?
- Quel che vorrà san Rocco; è lui che m'ha tenuto in vita e che m'ha mandato
questo cane; mi figuro che per qualche cosa egli abbia voluto che non crepassi.
- Aspetta, - rispose il capoccia, - ho visto una volta uno storpiato come te che
si serviva di un certo armeggio per poter camminare; guardiamo se mi riesce di
fartene uno.
E preso dalla legnaia un ceppo di lecciolo, lo misurò al ginocchio dello
storpio per vedere se era largo abbastanza per potervelo appoggiare; poi, lo
assottigliò da un lato con l'accetta, vi fece con lo scalpello una specie di
buco dal lato opposto, e, fasciato quell'armeggio con alcune cinghie di cuoio
che tolse da una sua bisaccia, lo affibbiò alla gamba inferma.
- Cammina, - ordinò il contadino a Lapo.
Lo storpiato non se lo fece dir due volte e incominciò a battere in terra,
gridando:
- Ora il mio passo è accompagnato dalla musica: bim, bum; bim, bum!
Nella sua allegria di potersi movere, Lapo aveva dimenticato la promessa fatta a
san Rocco, e appena fu sulla strada maestra, invece di domandare al primo che
incontrava quale via avrebbe dovuto seguire per giungere al gran sasso della
Verna, domandò dove poteva trovare un'osteria, e, saputolo, si diresse a quella
volta. Sotto una pergola v'erano alcuni soldati della sua compagnia che bevevano
e giuocavano ai tarocchi. Appena lo videro gli corsero incontro dicendogli che
lo avevan creduto morto, e domandandogli come aveva fatto a scampar dalla
ferita. Lapo si mise a raccontare per filo e per segno quello che gli era
occorso, ma quando chiamò il cane per mostrare agli amici il suo salvatore,
chiama che ti chiamo, il cane non c'era più. Lo storpio non ci fece caso,
perché era assuefatto a vederlo sparire ogni momento, e una volta imbrancato
con gli antichi compagni bevve e giuocò tutto quanto aveva in tasca, finché,
disperato di trovarsi senza un soldo, bestemmiò tutti i santi del Paradiso,
compreso san Rocco, per non far parzialità.
L'oste, sapendo che era al verde, non volle dargli da dormire, e Lapo dovette
passare la notte allo scoperto. Ma trovandosi così abbandonato, gli venne il
pentimento per quello che aveva fatto, e pianse e si raccomandò come un
bambino, non solo a san Rocco, ma anche agli altri santi, che non gli levassero
la loro protezione. Peraltro il cane non ricomparve, ed egli rimase tutta la
notte con le spalle appoggiate ad un albero a pensare alla sua sorte.
La mattina dopo, all'albeggiare, appoggiandosi sul troncone dell'asta e
zoppicando, si avviò sulla via maestra chiedendo l'elemosina a quanti
incontrava; ma tutti gli rispondevano:
- Ben ti sta del tuo malanno, can d'un fiorentino!
- Ma che si son dati l'intesa, che tutti mi rispondono a un modo? - esclamò
Lapo, che sempre parlava a voce alta con se stesso. - Forse mi riconoscono a
questo giglio che mi feci rapportare sul giustacore; ma se arrivo alla Verna
voglio vestire il saio, e allora il giglio non mi farà più inviso a nessuno.
E senza sgomentarsi per l'erta via, passa sotto Bibbiena e si inerpica
sull'aspro monte.
Quella salita si fa male con due gambe; figuriamoci quel che sia il farla con
una gamba sola ed a stomaco vuoto! Lapo doveva fermarsi ogni momento, e quando
si sedeva sopra un sasso, si lamentava più della notte dopo la battaglia,
quando era in mezzo ai morti e ai feriti.
Mentre era colà in preda alla disperazione, vide salire per l'erta un frate
cercatore, che guidava un asino carico di bisacce.
- Frate benedetto, - gli disse con voce piagnucolosa, - ho promesso al mio santo
protettore, a san Rocco, di compiere il pellegrinaggio della Verna; ma con una
gamba sola mi è assai disagevole il far la salita; mi faresti portar dal tuo
asino?
- Non vedi, - rispose il Frate, - che egli già s'inginocchia sotto il peso?
- Ma di quello lo libererò io, - replicò Lapo, - e lo caricherò sulle mie
spalle.
Il Frate, che era un semplicione e al convento non lo impiegavano altro che alla
cerca, non s'accòrse che l'asino avrebbe portato lo stesso il carico, ed aiutò
Lapo a salire sul ciuco. Ma questi, a forza di frusta mosse due passi e poi fece
una genuflessione come se si fosse veduto davanti san Francesco in carne e ossa,
che aveva virtù di comandare agli uccelli, ai pesci e persino ai lupi.
- Il tuo asino è stanco, - disse Lapo cui era tornato l'umor faceto. - Fa' una
cosa: caricati sulle spalle queste bisacce e tu guadagnerai il Paradiso, perché
avrai sudato per portare al convento l'elemosina per i poveri.
Il Frate, assuefatto all'ubbidienza, si mise le bisacce sul groppone e arrivò
al convento, rosso e trafelato, mentre Lapo vi giunse comodamente.
Lassù, come avviene a tutti i pellegrini, egli fu refocillato e ospitato.
- Ora che ci sono e che ho compiuta la penitenza, - disse Lapo, - è bravo chi
mi manda via. Per fare il soldato non son più buono, ma per vestire il saio,
sì.
Per molti giorni Lapo rimase alla Verna, e gli pareva d'essere in Paradiso in
mezzo a quella frescura, fra quella gente che gli diceva buone parole.
Dipingeva allora una cappelletta detta degli Angeli, un certo frate Bigio
fiorentino, il quale, attaccato discorso con lo zoppo, si fece narrare come era
rimasto impedito nella gamba nonché tutte le avventure capitategli dopo, e
financo il sogno. Lapo non aveva la lingua punto legata, sicché frate Bigio,
dopo esserlo stato a sentire una mezz'ora, sapeva vita, morte e miracoli di lui,
ed essendo persuaso che il sogno e l'aiuto miracoloso del cane significassero
che lo storpiato aveva in Cielo qualche santo protettore, volle acquistarlo al
convento, affinché la protezione si estendesse anche su questo. Così con bei
modi prese a dimostrargli come il mestiere del soldato portava gli uomini alla
eterna perdizione, perché oltre i vizî che in quella vita randagia
s'incontrano e l'uso del mal parlare, avviene sovente che sieno colpiti
improvvisamente dalla morte, senza che abbiano tempo di raccomandar neppure
l'anima a Dio.
- Frate Bigio, lo so anch'io, - rispondeva Lapo, - e anche prima di esser
ferito, avrei voluto campare altrimenti; ma non sono atto a far nulla.
- Vedremo, vedremo, - replicava il Frate. - Ti contenteresti, per esempio,
d'indossar l'abito e andare in giro per la cerca?
- Magari mi contenterei; ma come volete che me ne vada per le salite e per le
scese con questa gamba unica?
- C'è il somaro che ne ha quattro e che ti potrebbe portare.
- Allora dico di sì subito, e se mi fate presto toglier da dosso quest'abito e
questo elmetto, che mi rivelano per fiorentino in questo paese dove i fiorentini
sono discacciati come se fossero diavoli, io vi prometto, frate Bigio, che dirò
per voi tutti i giorni la coroncina a san Rocco, mio protettore.
- Io te ne sarò grato, e avrò caro che tu resti fra noi, poiché ciò che
m'hai narrato è così strano che io voglio raffigurarti, mentre ricevi la
visione di san Rocco in qualcuno degli affreschi di cui vado ornando il
refettorio. Perciò conserva codesti abiti anche quando avrai vestito il saio,
affinché io possa farteli riprendere al momento in cui mi occorrerà di
ritrarti.
Lapo non tardò ad ascriversi all'Ordine, ma senza aspirar però né a dir messa
né a confessare, poiché non conosceva l'a dalla zeta e anche il <I>pater
noster</I> lo seminava di una ventina di strambotti.
Appena ebbe vestito il saio se ne andò alla cerca, e nessuno degli altri
cercatori riportava al convento tanti donativi quanti egli ne recava.
- Come fai? - gli domandavano gli altri frati.
- San Rocco mi aiuta, - rispondeva egli.
Ma non era, davvero, mercé l'aiuto di san Rocco, che Lapo mangiava e beveva a
crepapelle e poi riportava tanta roba su alla Verna. Tutta quella grazia di Dio
la doveva alle sue ladre fatiche, perché è d'uopo sapere che sebbene egli
avesse vestito l'abito di san Francesco, era più ribaldo che mai.
Ecco che cosa aveva fatto. Prima di tutto aveva pregato frate Bigio che gli
facesse un quadretto da appendersi nella chiesa del convento, nel quale egli
fosse raffigurato mentre san Rocco gli mandava il cane a leccargli la ferita; e,
non contento di questo, aveva ottenuto dal buon Frate che da un lato della
tavola dipingesse il sogno, poi la sua conversione, e che sotto al quadro
scrivesse il racconto di quel periodo della sua vita. Poi, dallo stesso Frate si
fece fare un buon numero di abitini di tela da portarsi al collo, con l'immagine
di san Rocco e il cane.
Naturalmente ogni giorno una gran quantità di gente saliva per devozione alla
Verna, vedeva il quadro di frate Bigio, era informato del miracolo, e quando
quella gente tornava a casa, spargeva in tutto il contado la notizia. Così,
quando fra' Lapo si presentava a chieder la carità con la gamba di legno e il
saio, tutti lo pregavano d'intercedere per loro san Rocco, e non lesinavano nel
dare al Frate ogni ben di Dio. Lapo ringraziava umilmente, e ai donatori più
generosi lasciava l'abitino.
A pregare per gli oblatori non ci pensava neppure, anzi, se aveva alzato il
gomito più del consueto, snocciolava a voce alta per la via una litania di
bestemmie da far venir la pelle d'oca.
Così durò il Frate alcun tempo, e più grande si faceva nel contado la sua
nomea di sant'uomo, e più prendeva baldanza. Né si limitava a regalare
soltanto gli abitini, ma se era richiesto da qualche malato per ottenere da san
Rocco la guarigione, portava delle erbe che diceva gli erano state additate dal
Santo come salutari, e pronunziava parole che non appartenevano a nessuna
lingua.
E di questi inganni fra' Lapo non provava nessun rimorso. Egli non si dava cura
altro che di mangiare e bere.
Una sera, mentre tornava sull'imbrunire al convento, egli diceva fra sé:
- Con queste erbe e con questi esorcismi ho trovato un tesoro. Oltre il grano,
il vino e i polli, mi dànno anche elemosine in denari. Quando ne avrò
raggruzzolati abbastanza, butto il saio in un burrone e mi metto la via fra le
gambe per tornare a Signa. E allora, Lapo mio, che baldorie!
Mentre così diceva, era giunto a un bosco molto folto, e il somaro s'impuntò
senza voler fare un passo avanti. Lapo gli dette un paio di frustate, ma l'asino
tenne duro. Allora a un tratto uscì dal bosco il solito can da pastori, che un
tempo aveva soccorso Lapo, e con un morso gli staccò tre dita della mano
destra; poi fuggì di nuovo a rintanarsi fra gli alberi.
Fra il dolore e la paura, Lapo credé di morire, e non trovava neppur la forza
di spronare il somaro per uscire da quel luogo cupo e solitario. Prima che il
somaro si rimettesse in moto, tal quale come nel sogno, Lapo vide scendere dalla
vetta altissima di un poggio un'aquila con le ali spiegate, che si mise a fare
cerchi sulla testa di lui.
- È finita! San Rocco pietoso aiutatemi, mi pento, salvatemi!
E si buttò di sotto dal somaro.
Alla invocazione di san Rocco il cane era tornato accanto a Lapo e lo aveva
afferrato per la gamba sana, mentre l'aquila s'era attaccata con gli artigli a
quella di legno e tirava anch'essa. Tira tira, le cinghie cederono, e l'aquila
scappò via scorbacchiata con quell'armeggio fra le zampe; anche il cane lasciò
la presa, e, come aveva stagnato a Lapo il sangue della gamba sul campo di
battaglia, così questa volta gli stagnò quello che gli usciva dalle dita
mozzate.
Come Dio volle fra' Lapo risalì sul ciuco e si diresse al convento.
- Torno in un bello stato, - disse al frate portinaio, - mi mancano tre dita e
la gamba.
- Foste forse assalito dai predoni? - domandò l'altro.
- Così m'hanno ridotto il Cielo e l'Inferno, - rispose fra' Lapo. - Fratello,
qui non si scherza, bisogna prepararsi a morire!
- Noi ci prepariamo ogni giorno e ad ogni ora al gran passo. Per questo la morte
non ci coglie mai alla sprovvista.
- Così potessi dir io! - esclamò Lapo tutto afflitto, - ma sono ancora un gran
peccatore.
- Fate pubblica confessione.
- La farò domattina.
Infatti la mattina dopo, Lapo si fece portare nella chiesina degli Angeli,
perché non poteva più camminare senza l'armeggio di legno; ma quando a voce
alta si mise a narrare tutti i suoi inganni, i frati incominciarono a gridare:
- È maledetto! È maledetto!
E lo fecero portare fuori del recinto della Verna.
- Ieri l'Inferno e il Paradiso si disputavano l'anima mia; oggi non mi vuole né
Cristo né il Diavolo. Aspettiamo per veder quello che succede, - disse Lapo.
E tanto per consolarsi, trasse fuori dalla scarsella i quattrini accumulati con
frode e con inganni e si diede a contarli; ma eccoti che mentre contava gli vola
in grembo una gazza, piglia i fiorini nel becco e fugge.
- Ora son bell'e spacciato! - disse, - mi pigli anche il Diavolo non me ne
importa più nulla!
E difatti, nel colmo della notte scese il Diavolo, e, afferratolo, se lo portò
all'Inferno.
I ragazzi capirono che la novella era finita e ringraziarono la vecchia, la
quale trattenne i piccoli invitati, dicendo loro:
- O che la pattona non la volete?
- Orsù, servitevi! - disse la Carola.
Nessuno si fece pregare. E ne mangiarono anche i grandi, specialmente Cecco, che
al reggimento non l'aveva mai neppur veduta.
- Ora andate a casa, - diss'egli agli amici dei nipoti, - e se la novella e la
pattona vi son piaciute, tornate la vigilia di Capo d'anno.
- Verremo! - risposero i bambini uscendo tutt'allegri.
Il morto risuscitato
- E stanotte incomincia l'anno nuovo! - disse Maso. - Ragazzi, bisogna metter
giudizio, perché più si cammina nella vita, e maggiore è il dovere che
abbiamo di spenderla utilmente. Se ce la siamo sciupata nell'ozio, in vecchiaia
si provano dei rimorsi, e allora si farebbe come quell'uomo, che, si racconta,
sciupava il pane, e fu condannato a raccattar le briciole in Purgatorio,
facendosi lume col dito mignolo acceso. Ma il male è che neppure con quella
fiammella si può correr dietro al tempo perduto, e quand'è ito, non c'è
rimedio. Sapete chi non ha rimorsi per aver sciupato il tempo?
- Chi? - domandarono i bimbi Marcucci alzando la testa da quel gruppo allegro,
che essi, insieme con i compagni del vicinato, formavano in un cantuccio della
cucina.
- Non lo indovinate? - domandò Maso, - la vostra nonna! Stasera, che ella
compie sessant'anni, tutti spesi per il bene della famiglia, s'ha da farle un
po' di festa. Io farò il suo elogio.
- Zitto, che lo voglio far io, - disse Cecco. - Tu sei più vecchio e non ti
puoi rammentare come me ne rammento io, tutto quello che essa ha fatto per noi
quando si era piccini.
- Come! - ribatté Maso, - me ne ricordo benissimo; e io che sono il maggiore ho
visto quello che tu non hai potuto vedere, perché eri ancora nella mente di
Dio.
A quest'argomento Cecco non seppe che rispondere, e lasciò la parola al
fratello maggiore, a colui che faceva da capo di casa, ed esercitava una grande
autorità sugli altri, come usava nelle famiglie antiche.
- Sentite dunque. La nostra vecchietta, che Dio ce la conservi per cent'anni
ancora, era la più bella ragazza del contado quando nostro padre se la condusse
sposa in questa casa.
- Che te ne rammenti, tu, se ero bella o brutta? - disse ridendo la Regina
rivolta al figlio.
- Altro se me ne rammento! Non dico di quando veniste sposa, s'intende, ma so
che quando ero piccino e mi menavate, la domenica, alla messa al ponte a Poppi,
tutti i contadini che eran sul sagrato della chiesa si scansavano, e
sorridendovi vi dicevano: «Felice giorno, Regina bella!».
- Pareva che allora tu non capissi nulla! - osservò la Regina sorridendo.
- Il fatto sta che rivedo quegli aggruppamenti di persone, che vi facevano
largo, e rivedo voi col vestito di seta turchina, che v'aveva fatto la marchesa
Corsi quando andaste per balia, col vezzo di corallo al collo, e i pendenti di
perle agli orecchi, e vi rivedo bella com'erano le mie sorelle quando andarono a
marito. E vi rivedo anche sempre affaccendata, con noi piccini intorno alla
sottana, ora a pulir la casa, ora a fare il pane, ora a lavare il bucato nel
vivaio, ora a tessere, ora a cucire. Io non rammento mai di avervi sorpresa con
le mani in mano, e non ci avete mai fatto mancar nulla, perché col ricavo della
tessitura e dei polli, ci avete sempre vestiti e calzati, mentre nostro padre ci
dava da mangiare. Se volessi dire tutta la riconoscenza che vi porto, durerei a
parlare fino domani; ma i ragazzi aspettan la novella e non voglio che la
desiderino troppo.
- Evviva la mamma operosa! - urlò Cecco.
- Evviva! - ripeterono tutti, grandi e piccini.
Regina s'era messa le mani agli orecchi e piangeva di gioia sentendosi così
amata dalla sua cara famiglia, e siccome le grida non finivano, Maso, con voce
di comando, gridò:
- Zitti, la mamma comincia la novella.
Si fece un gran silenzio nella cucina; quelli che stavano lontani si
avvicinarono al focolare, e la vecchia prese a dire:
- Molti, ma molti anni fa, alla Corte di Poppi c'era un emigrato di Ravenna,
che aveva nome ser Grifo. Quest'uomo, di nobile famiglia, era stato cacciato
dalla sua città per una contesa avuta con un signore, molto potente in allora,
e dopo essere andato ramingo per un certo tempo, fu ricoverato dai conti Guidi,
che lo conoscevano da molti anni.
Ser Grifo non era un uomo amante di guerre, né di giostre. Era lungo, secco,
giallo, preferiva i libri alla spada. Si dice che da quei libri avesse appreso
la scienza e l'arte di scrivere in versi. Il Conte lo stimava poco, poiché egli
non si compiaceva che in guerreggiamenti, giostre, e cacce; ma la contessa
Margherita, che menava vita ritirata nel suo grandissimo palazzo, si dilettava
molto udendo narrare la storia dei Reali di Francia e specialmente quella di
Berta dal gran piè, da questo poeta, che metteva spesso in versi le laudi della
sua bellezza e cortesia. Per questo ella lo proteggeva, e tutte le volte che il
Conte e gli amici di lui lo sbeffeggiavano, Margherita, con gentil modo,
prendeva a difenderlo. Soffriva assai ser Grifo sentendosi dar la baia dalla
nobile compagnia; ma quando udiva la dolce voce della castellana alzarsi per
difenderlo, al dolore subentrava la gioia, e questa gioia egli la esprimeva in
dolcissimi versi.
Una sera il Conte era a cena, dopo aver bevuto più del consueto, e gli stavano
accanto i suoi parenti di Romena e di Porciano. La Contessa non era uscita dalla
camera, perché da più giorni era assai ammalata. Uno dei convitati domandò al
Conte come mai quella sera ser Grifo non assistesse alla cena.
- Il pover'uomo, - rispose il Conte, - non ha cavato la testa di sotto le coltri
da ieri sera in poi.
- Come mai? - chiesero gli altri.
- Dovete sapere, - disse il castellano, - che egli ha un cuore da femminuccia, e
tutto lo impaurisce. Iersera dopo cena ci separammo; io mi ritirai nelle stanze
attigue a questa sala; egli salì alla camera dietro alla cappella, dove dorme.
Recava in mano una lanterna, ma pare che il vento gliela spengesse. Il fatto
sta, che appena fu giunto in cima alla scala ebbe le traveggole, poiché narra
che la cariatide di pietra, la quale rappresenta il conte Guido, di Simon da
Battifolle, nostro glorioso antenato, si staccò dalla parete e stese le braccia
per afferrarlo.
- Ser Grifo è allucinato! - esclamò il conte di Porciano.
- Ser Grifo è pazzo! - disse il conte di Romena. - Cugino, perché non gli
facciamo una burla?
- Egli la meriterebbe davvero, - rispose il conte di Poppi.
- Ma se si ostina a stare a letto è difficile.
- Perché? - domandò il conte Oberto di Romena. - Anzi, io saprei il modo di
fargliela bellissima anche questa notte istessa. Nella sala d'armi si conserva
l'armatura del conte Guido, quale fu scolpita nella pietra. Che uno di noi la
indossi e vada in camera di quel pusillanime, e con modo aspro finga di volerlo
cacciare dal letto e dal palazzo, come indegno di abitarvi per la sua viltà.
Vedrete che quel messere avrà una paura da dannato, e per più giorni non
saprà trovare una rima.
- La burla mi pare atroce, - disse il conte Bandino di Porciano. - Ser Grifo è
capace di morir di paura.
- Non credere, - rispose il conte di Poppi. - Quel viso di pergamena ha la pelle
dura, e nonostante che esali tutto il giorno l'anima in quei versacci, pure essa
è fortemente attaccata al corpo e non se ne dipartirà per così poco. Vesti
tu, Oberto, che sei il più alto di tutti, l'armatura, e noi assisteremo alla
scena dalla cappella, fra l'ombra del nostro glorioso antenato e il misero poeta
di Ravenna. Le ombre si dice che appariscano alla mezzanotte, e a quell'ora in
punto, quando l'ultimo tocco sarà scoccato dalla torre, ti presenterai in
camera sua.
Il conte di Poppi alzò dalla tavola un doppiere di ferro nel quale erano
infilzati diversi ceri, e precedé i cugini nella sala d'armi. Il conte Oberto
rivestì l'armatura, che pareva fatta per lui, e quindi si avviò su per la
scala. Il suo piede calzato di ferro faceva un rumore sinistro battendo sulla
pietra degli scalini, e chi lo avesse incontrato in quel momento, avrebbe
supposto davvero che la statua del conte Guido si fosse staccata dalla parete a
cui era, ed è ancora, addossata, per passeggiare di nottetempo nel palagio che
fu suo.
I tre parenti si fermarono nella cappellina, che era vagamente adorna d'immagini
di santi, e rimasero cheti attendendo la mezzanotte. Quando fu suonata, Oberto
prese in mano il doppiere, scosse l'armatura per far rumore e quindi aprì
l'uscio della camera dove stava ser Grifo. Il conte Bandino e il signor di Poppi
s'erano nascosti nella cappella aspettando ansiosi come sarebbe andata a finire
quella scena. Un urlo disperato uscì dal petto del misero poeta. Il conte
Oberto si avanzava nella stanza battendo i piedi sul pavimento, e quando fu
accanto al letto posò la mano coperta di ferro sul collo di ser Grifo; poi,
contraffacendo la voce, disse lentamente:
- Anima vile, che cosa fai in queste mura, dove non abitarono altro che prodi?
- Anima santa, lasciami in pace; io sono un povero esule a cui la pietà del tuo
discendente mi accorda un letto e un posto alla sua tavola.
- Io non ti voglio nel mio palazzo, strimpellatore di liuto e improvvisatore di
cattivi versi con i quali tu offendi la nobile dama Margherita, che credi di
esaltare.
- Dove debbo andarmene? Abbi pietà di un povero poeta!
- Tu non m'ispiri pietà alcuna. Domani mettiti il liuto a tracolla e va altrove
a cercar fortuna. Ti giuro che se domani tu non sei molte miglia lontano dai
domini dei Guidi, io torno e ti precipito nel trabocchetto, che ben sai dove
sia, e quanti felloni pari tuoi abbia inghiottiti!
- Pietà! - supplicava ser Grifo con un fil di voce.
Il conte Oberto, camuffato della armatura del suo antenato, fece un gesto di
sdegno e disse:
- Ho parlato. A buon intenditor poche parole!
E facendo lo stesso rumore di ferro, uscì dalla stanza col doppiere in mano e
richiuse l'uscio.
Il conte Bandino e il conte di Poppi avevan udito tutto ed esclamarono:
- Tu hai fatto benissimo la parte dell'ombra!
- Lo credo, e se domani quel viso di zucca non è lontano molte miglia, vuol
dire che si prepara a partire per un viaggio più lungo, per non tornar più.
- Misericordia, lo scherzo è forse andato tropp'oltre! - disse il conte di
Poppi, che era di animo meno crudele degli altri. - E se male incoglie a questo
poeta, madonna Margherita se ne affliggerà, poiché ella ha compassione di lui.
- Ringrazia Iddio e san Fedele che in un modo o in un altro te ne ho liberato, -
rispose il conte Oberto.
I tre signori scesero, e, dopo aver deposta l'armatura nella sala d'armi,
ciascuno andò a coricarsi nella propria camera.
La mattina dopo il conte di Poppi dormì lungamente, e quando il suo servo
entrò in camera per aiutarlo a vestirsi, gli narrò che il cappellano, il quale
dormiva in una stanza poco distante da quella di ser Grifo, udendolo gridare
nella notte era accorso, e lo aveva trovato in terra, con gli occhi fuori della
testa, pronunziando parole sconnesse e facendo atto di volere fuggire. Il prete,
credendolo insatanassato, aveva preso nella cappella la croce e l'acqua santa e
con questa l'aveva asperso, pronunciando le preci contro lo spirito maligno; ma
tutto era stato inutile. Ser Grifo urlava più che mai e si trascinava bocconi
sul pavimento come una bestia. Fino a giorno il cappellano era rimasto presso il
poeta senza riuscire a calmarlo, e allora aveva chiamato in aiuto il cerusico,
che, visitato il malato, aveva scrollato la testa, assicurando che non aveva
febbre né alcun male palese e si trattava di qualche cattiva influenza.
Il conte di Poppi, udendo questa narrazione rimase perplesso e domandò al
servo:
- E ora come sta ser Grifo?
- Al solito; ma il cerusico lo ha lasciato perché le donne della nostra padrona
lo hanno chiamato per visitarla.
- E tu mi serbavi per ultimo questa notizia, villano che non sei altro! Che
m'importa di ser Grifo quando madonna Margherita è ammalata!
E terminando di vestirsi in un battibaleno, il conte di Poppi andò a visitare
l'inferma.
I due cugini, che non erano angustiati come il loro parente, vollero veder con i
propri occhi in che stato fosse ser Grifo. Essi salirono nella camera di lui e
seppero mostrarsi afflitti del male che lo aveva còlto. Il poveretto smaniava
come una bestia e non li riconobbe. Egli batteva la testa contro le pareti, e
due uomini robusti non riuscivano a impedirgli di farsi danno.
- Voglio andarmene! - urlava. - Se il conte Guido mi trova qui alla mezzanotte,
mi precipita nel trabocchetto. Lasciatemi!
Ma i due servi, credendolo impazzato, invece di cedere alle sue preghiere, lo
reggevano nel letto, e pregarono i signori di scendere e mandar loro altri due
compagni, per tentare se fra tutti potevano legarlo.
- L'abbiamo conciato bene! - disse Bandino mentre scendevano la bellissima
scala. - Io credo che quel poetastro sia bell'e spacciato.
- Meglio per lui, - rispose Oberto. - La tomba credo sia preferibile a una vita
come la sua. Anche a Dante pareva che il pane altrui sapesse di sale, e quello
era un poeta; figurati come deve parer amaro a questo inettissimo verseggiatore!
I due signori non pensavano più a ser Grifo dopo quella breve visita. La
malattia della contessa Margherita e le smanie del loro cugino li occupavano ben
altrimenti; e il palazzo era tutto sottosopra per il pericolo che correva la
castellana, la quale era stata colta da una febbre calda, e il suo bel volto, di
consueto bianco e vermiglio, era acceso come un tizzo, mentre la sua bocca
sorridente non pareva dir altro, che:
- Signore mio, aiutatemi!
Il marito, cui rivolgeva continuamente questa supplica, non sapeva che cosa
farle, e il cerusico meno di lui. Intanto la febbre bruciava la contessa ogni
giorno più.
In questo frattempo ser Grifo era stato avvolto in un lenzuolo, messo in una
cassa e portato, senza che nessuno lo piangesse, nel sotterraneo dove solevano
seppellire i signori, perché sapevano che era di sangue nobile. Il povero poeta
aveva passata tutta una giornata a gridare ed a sbatacchiarsi volendo fuggire.
Sull'imbrunire le smanie erano cresciute, e quando aveva sentito scoccare il
primo colpo della mezzanotte, s'era chetato a un tratto, chiudendo gli occhi.
- È morto, - avevan detto quelli che gli erano intorno; e chiamato in fretta il
prete lo avevan fatto benedire.
Il giorno dopo, senza avvertire neppure il signore, lo avevano messo nel
sotterraneo.
Intanto al palazzo giungevano tutti i parenti della contessa Margherita. Chi da
Stia, chi da Pratovecchio, chi da una parte e chi dall'altra, e tutti portavano
seco i loro cerusichi, perché i messi che avevan recato loro la notizia della
malattia, avevano aggiunto che messer Biagio, il cerusico di casa, non ne capiva
nulla. Ognuno di questi cerusichi suggeriva un rimedio, ma la febbre non cedeva,
e la notte del terzo giorno la contessa spirò.
Il marito pareva più nel mondo di là che di qua, tanto era il dolore di
vedersi separato da una così bella, virtuosa e cara compagna, e dimenticò
tutto, meno che di renderle tutti gli onori che spettano a gentildonna.
Egli ordinò che la bellissima salma fosse rivestita del ricco abito d'argento e
di seta celeste che indossava il dì delle nozze: che i biondi e lunghi capelli
fossero racchiusi in una reticella d'oro e perle orientali; che ai piedi le
fossero messe scarpe di raso ricamate; che al collo, ai polsi, alla vita e sulla
fronte le brillassero le gemme di cui soleva adornarsi nei dì dei torneamenti e
delle feste solenni. Quando il bel corpo fu adorno in questo modo, egli stesso
pose fra le mani di Margherita un bellissimo crocifisso di smalto e la fece
portare dai paggi nella sala di arme dov'era inalzato un catafalco di drappo
nero e d'oro circondato di faci ardenti. Gli armigeri, vestiti di maglia,
stavano a guardia del catafalco; i monaci salmodiavano e l'immensa sala era
piena di dame, di cavalieri, di famigli e di terrazzani.
Il Conte seguiva la salma della sua sposa, tutto vestito a lutto e con un volto
così stravolto da far pietà. Appena giunse in sala egli si gettò in ginocchio
e vi rimase sino a sera.
Tutto il contado correva a vedere la bellissima signora; e la gente che usciva
di sala aveva pietà della giovane, morta nel fior degli anni, ma più ancora ne
provava per quel fiero signore singhiozzante accanto al cadavere della sua
Margherita. Infatti il Conte pareva ridotto un mucchio d'ossi, senza energia,
senza volontà.
Per due giorni la castellana rimase esposta nella grande sala, e il Conte pregò
sempre accanto a lei; pregò e pianse. In quei due giorni il signor di Poppi,
col pensiero sempre rivolto alla sua carissima, non si accòrse che ser Grifo
mancava, ma quando giunse l'ora di chiudere Margherita in una cassa per
trasportarla nell'avello di famiglia, il Conte disse:
- Chiamatemi ser Grifo; da lui voglio sia vergata una pergamena da porsi in una
custodia d'oro, affinché i lontani nepoti sappiano che questo è il cadavere
della più bella, più cortese e più virtuosa fra le donne.
- Signore, ser Grifo non può venire, - rispose uno dei servi.
- È vero! - avevo dimenticato che fosse ammalato! - esclamò il Conte. - E come
sta al presente?
- Non possiamo sapere come stia, perché ci ha lasciati, - replicò il servo.
- E quando è partito?
- Son quattro dì, signore, che lo racchiudemmo nella cassa la quale ponemmo poi
nell'avello dei conti Guidi in San Fedele.
- Morto! - esclamò il Conte.
- Sì, morto; ma non sappiamo se arrabbiato o insatanassato. Egli non ha
ricevuto neppure i sacramenti, ed è spirato a mezzanotte precisa.
Il Conte ebbe un brivido, ma non aggiunse parola. Ora la notizia di quella morte
lo colpiva doppiamente, facendogli nascere nell'anima il rimorso che il povero
ser Grifo fosse morto in seguito a quell'atroce burla; e poi, quell'uomo secco,
giallo e di animo semplice al pari di un bambino di nascita, non era forse una
delle persone che Margherita apprezzava, e non aveva forse più volte
raccomandato di trattarlo umanamente per riguardo alla sventura che lo aveva
colpito al pari di tanti e tanti nobili, che gli odi di parte condannavano ad
andare raminghi per il mondo?
Il conte di Poppi cacciò questi pensieri per dedicar soltanto la mente alla sua
dilettissima, e non potendo valersi più dell'opera di ser Grifo, chiamò un suo
cancelliere dal quale fece scrivere la pergamena. Poi, dopo avervi apposto il
suo sigillo, la racchiuse con le sue mani in una custodia finamente lavorata da
un abilissimo orafo fiorentino.
Terminati tutti questi preparativi, si formò il corteo, che dal palazzo doveva
recare la salma della Contessa all'abbazia di San Fedele, traversando il paese.
La cassa della bellissima donna, che pareva dolcemente addormentata, era stata
lasciata dischiusa, e il volto era coperto soltanto da un sottil velo, come le
signore solean portare in testa. Precedevano il corteo i monaci dell'abbazia,
vestiti di bianco secondo la legge di san Romualdo, loro fondatore; venivano
dopo i preti, gli araldi, gli uomini d'arme, e, attorno alla salma, i paggi e il
lungo stuolo dei parenti, e per ultimo i terrazzani, che piangevano ripensando
alla bontà e cortesia dell'estinta.
Il corteo era lunghissimo e lo accompagnava il suono delle campane di tutte le
chiese della rocca e dei castelli vicini.
Quando giunse in chiesa, la cassa fu deposta nel centro della navata e i frati
salmodiarono per un bel pezzo, mentre il conte di Poppi, seduto solo sotto il
baldacchino di drappo, guardava ora il volto della sua donna illuminato dalle
faci, ora il posto vuoto accanto a sé dov'era solito vederla.
Terminata la cerimonia, la cassa venne assicurata a una fune, fu tolta la grande
lapide marmorea che ne chiudeva la bocca, e dopo che il Conte ebbe lungamente
baciato la sua donna, la bella salma fu calata giù, nello scuro avello, che
accoglieva le ossa di tanti e tanti della famiglia Guidi.
Appena un rumore sordo annunziò che la cassa aveva toccato il suolo, un
becchino scese per una scaletta di pietra a fine di sciogliere le funi e
collocare il coperchio alla cassa, ma non era giunto ancora in fondo che gettava
un grido d'angoscia. Credendo che gli fosse venuto male o che si fosse ferito
nel trascinare la cassa, un secondo becchino scese in fretta, ma anche questi si
mise a gridare come se lo ammazzassero, e cadde producendo un tonfo sordo.
Intanto in chiesa tutti s'erano fatti gialli dalla paura, e chi scappava di qua
chi di là, senza poter uscire, perché la porta dell'abbazia era chiusa.
Il conte di Poppi, turbato anch'egli dal suo doloroso raccoglimento, si alzò e
rivolse il passo alla bocca dell'avello. In un momento gli furono accanto Oberto
e Bandino, anzi, il primo prese una delle faci che erano infilate agli angoli
del catafalco e precedé gli altri nel sotterraneo. Ma appena ebbe scesi gli
scalini, gettò egli pure un grido e fece per voltarsi a risalire, ma s'imbatté
nei cugini che gl'impedivano il passo.
- Ma Oberto! - esclamò il signore di Poppi, - pensa chi sei e dove siamo.
- Lasciami risalire! - supplicava l'altro atterrito e sgomentato.
Ma il vedovo Conte, per rispetto al cadavere calato allora nell'avello,
costrinse il suo parente a scendere insieme con lui. Peraltro anche il conte di
Poppi rimase inchiodato in fondo alla scala, perché quel che vide era cosa da
mettere spavento a chiunque.
Ser Grifo, pallido come un morto, con gli occhi infossati nell'occhiaie, l'alta
e magra persona avvolta in un lenzuolo bianco, stava curvo sulla cassa che
accoglieva il cadavere della bella contessa Margherita e piangeva fissandola. In
terra giacevano tramortiti i due becchini.
- È resuscitato! È resuscitato! - diceva Oberto.
Il conte di Poppi considerò il poeta per un momento e disse:
- Anima buona, ritorna nel regno dei morti, ti farò dire delle messe per la tua
salvezza.
Il poeta piangeva sempre, con gli occhi rivolti sulla morta.
- Anima buona, ritorna nel regno della morte, e lascia a me la cura di piangere
sulla salma della mia diletta.
- Parli a me, Conte? - domandò ser Grifo.
Nell'udire quella voce, Oberto, cui il cugino non contendeva più il passo,
risalì in chiesa preceduto da Bandino.
Ser Grifo allora narrò al Conte che, destatosi dopo un lunghissimo assopimento,
s'era trovato in quell'avello oscuro, dove, a tastoni, aveva fatto sforzi
inauditi per sollevare la lapide che lo chiudeva, e quando ormai era ridotto a
rassegnarsi a morir d'inedia, aveva veduto aprire il sotterraneo e calarvi la
cassa.
Il poeta, piangendo, aggiunse:
- Ma allorché ho veduto per chi si dischiudeva quest'avello, ti giuro, nobile
Conte, che avrei preferito rimanesse sempre chiuso e morirvi fra gli strazi
della fame.
Appena il Conte ebbe sciolta la fune che legava la bara della Contessa, la
baciò sulle guance, e, scuotendo fortemente i due becchini, li fece alzare e
risalì la scala dell'avello.
Il conte Oberto e il conte Bandino avevano già narrato che ser Grifo era
risuscitato, e la gente che empiva la chiesa stava in grande trepidazione
attendendo il ritorno del poeta, del Conte e dei becchini. Primo a presentarsi
fu il signor di Poppi, che fu accolto da un mormorìo di soddisfazione; ma
quando comparve ser Grifo, con quel viso di cadavere e avvolto nel lenzuolo
bianco, la gente incominciò a urlare e molte donne caddero prive di sentimento.
Il Conte, per calmare lo spavento dei suoi terrazzani, pose una mano sulla
spalla dell'infelice, che si reggeva a stento, e insieme con lui traversò la
chiesa.
Giunti che furono al palazzo, lo fece ristorare con buone bevande e con cibi, e
da quel giorno lo tenne sempre al suo fianco, ascoltandolo con le lacrime agli
occhi quando esaltava in versi le virtù e la bellezza della sua dilettissima.
Ogni giorno il Conte e il poeta scendevano nell'avello dell'abbazia di San
Fedele, mentre i frati a coro pregavano per l'anima della defunta; e ogni giorno
bagnavano di nuove lacrime quella salma bellissima che la morte non era riuscita
ad offendere.
Il signor di Poppi, dopo la sua vedovanza, aveva cessato di compiacersi della
compagnia dei suoi cugini e spendeva la vita nel sollevare i bisognosi, nelle
preci e nei ricordi di un breve e lieto passato, che rimpiangeva
incessantemente. Ogni volta che usciva, lo accompagnava ser Grifo, che la gente
del contado non chiamava più col suo nome. Da tutti egli era designato con
quello del «Morto risuscitato!».
Egli sopravvisse al Conte, e quando morì davvero, non si trovò chi lo volesse
sotterrare. Perciò lo lasciarono nella camera attigua alla cappella, sul letto
stesso dov'era morto, e allorché la carne fu consunta e non vi rimasero che le
ossa, vi fu un prete che le raccolse in una piccola urna e le depose in terra
santa.
Peraltro v'è chi dice che nel palazzo di Poppi si aggiri ancora nelle notti
burrascose un'ombra avvolta in un lenzuolo bianco, che da tutti è chiamata il
«Morto risuscitato». Io però non l'ho mai veduta e non ho mai conosciuto
nessuno che mi potesse dire di averla mirata con i suoi occhi.
Gli sguardi di tutti i bambini si diressero involontariamente dal lato in cui
sorge il grande palazzo, ma l'oscurità impediva che attraverso le finestre se
ne scorgesse l'alta torre.
- La novella è terminata, - disse Cecco, - e spero che vi sarà piaciuta tanto
da invogliarvi di udirne un'altra la vigilia della Befana.
- Davvero! - risposero in coro i bambini.
- Quella sera, - disse la Regina, - vi racconterò appunto la storia della calza
della Befana. Sono molti anni che non l'ho più narrata, e in questi giorni ci
penserò per non dimenticarmi neppure una parola.
- E quando torneremo a casa troveremo le calze che avremo appese al camino,
tutte piene, - disse uno dei bambini invitati.
- Di che? Di cenere e carbone, oppure di zuccherini? - domandò Cecco. - Quando
ero piccino sapevo sempre quel che mi avrebbe portato la Befana.
- Come si fa a indovinarlo? - domandò l'Annina allo zio.
- Non è difficile. La sera, prima di addormentarsi, si ripensa a quel che
abbiamo fatto nell'anno, e se non ci rammentiamo impertinenze grosse, cattiverie
con i fratelli, rispostacce alla mamma, possiamo star sicuri che la calza sarà
piena di bei regali; se invece la memoria ci dice che fummo oziosi, cattivi,
impertinenti, quella benedetta calza non conterrà altro che fuliggine, cenere e
carbone. Fate questo discorsetto con voi stessi, e vedrete che l'arte
dell'indovino la imparerete subito.
Era tardi, e i bimbi si separarono, dopo aver ringraziato la Regina. Cecco
ricondusse la mamma in camera, e quando furono soli le buttò le braccia al
collo e ambedue si baciarono forte forte.
- Così potessi baciarti sempre, figlio mio! - disse la buona vecchia. - Ma
almeno Iddio mi ha concesso la grazia che tu ritornassi prima che io lasci il
mondo per sempre, e lo ringrazierò di questo favore finché le mie labbra
potranno parlare.
Cecco era commosso e per distrarla le disse:
- Ora pensate a rammentarvi bene la novella della calza della Befana, perché
voglio che vi facciate onore, avete capito?
E con un nuovo bacio si separò dalla madre.
La calza della Befana
La sera della vigilia di Befana, i bambini del vicinato giunsero più tardi a
veglia al podere dei Marcucci; alcuni allegri, altri con una faccia lunga come
se qualcuno li avesse ben ben rimproverati.
- Dunque, l'avete fatto l'esame di coscienza? - domandò Cecco ai bambini. -
Siete sicuri di quello che vi metterà la Befana nella calza?
I più allegri risposero di sì; gli altri stettero mogi mogi e chinarono gli
occhi a terra.
- Ho capito, - disse Cecco, - chi ha l'animo pieno di speranza, ride; chi ha la
coscienza nera, tace. Io spero che anche a questi ultimi la novella della nostra
cara vecchina farà passare le paturne. E i nostri ragazzi dove sono?
- Se vai su, - rispose la Carola, - li trovi tutti affaccendati a spiegar le
calze per cercar le più lunghe. Essi aspettano che sia terminata la veglia per
attaccarle al camino, ma vogliono che le calze sien grandi per contenere più
roba.
Infatti dopo poco si udì uno scalpiccìo per le scale, e i ragazzi Marcucci
entrarono tutti in cucina con la loro calza in mano. Chi aveva preso quelle
della mamma, chi quelle della nonna. Certi piccinucci le avevano scelte tanto
lunghe, che le pestavano.
- La Befana bisogna che venga carica se vuol contentarvi tutti, - disse la
Carola facendo l'occhietto alla Regina e alle cognate. - Non siete punto
discreti; ognuno doveva prendere una calza propria. Io credo che quella buona
vecchia non potrà empirvele tutte.
I bambini si strinsero nelle spalle e, seduti accanto ai loro amici dei poderi
vicini, si misero le calze sulle ginocchia e le rivoltavano da tutte le parti.
Allorché la nonna se li vide tutti dintorno incominciò:
- Dovete sapere che al tempo dei tempi abitava sopra una vetta chiamata Monte
Fattucchio, una vecchia lunga lunga, con certe braccia che parevano pertiche e
una testa di capelli bianchi tutti arruffati. Nessuno aveva mai conosciuto da
giovane codesta donna, eppure in paese vi erano de' vecchi di novanta e anche di
cent'anni, che si rammentavano di tutto quel che era accaduto da un mezzo secolo
in poi; ma la Befana l'avevan sempre vista vecchia, sempre vestita allo stesso
modo, sempre a lavorare una calza rossa, che non finiva mai. Come campasse
nessun lo sapeva, e neppure di che famiglia ella fosse. Non aveva parenti, e in
casa non teneva altro che un gattone nero e una gallina spennacchiata. Tutti i
giorni dell'anno, col solleone o con la neve, partiva di casa all'alba e andava
nel bosco a far legna; la sera tornava col fastello della legna in testa e con
la calza in mano. Se le donne di Monte Fattucchio le domandavano:
- Dite, Befana, che ne fate di codeste legna che vi caricate sulle spalle tutti
i giorni, indistintamente?
Lei rispondeva:
- Ne faccio tizzi e cenere.
Non vi so dire quanti si fossero scervellati per spiegare quella risposta, ma
nessuno aveva mai colpito nel giusto, e la vecchia continuava a raccattar legna.
Il bello è che, se avesse serbato tutte le fascine che prendeva di qua e di
là, la sua catapecchia dovrebbe esserne stata piena; invece, chi per curiosità
spiava dal buco della chiave o dai vetri della cucina, vedeva la stanza nuda
nuda, e, di giorno, il fuoco sempre spento. La sera, invece, e tutta la notte
usciva dalla finestra un gran chiarore, e il camino fumava come un forno; ma
nessuno ci faceva caso, perché d'aria non si campa e la pattona e la zuppa
doveva farsela anche la Befana se voleva star ritta. Peraltro quel chiarore non
poteva far supporre che ella bruciasse tutte le legna che portava a casa, e
c'era in paese chi le faceva i conti addosso e assicurava che lì sotto ci
doveva essere qualche mistero. Già, quella vecchia nessuno la vedeva di buon
occhio, perché in chiesa non ci metteva mai piede e a confessarsi non vi era
mai stata.
Ogni anno la Befana spariva verso Natale, e non si vedeva ricomparire altro che
dopo la festa dell'Epifania. Se qualche donna curiosa le domandava dov'era stata
in quei giorni, ella rispondeva:
- Sono andata a far le feste con la mia sorella.
Ma come si chiamasse questa sorella e dove abitasse, non l'aveva mai detto a
nessuno.
Un anno capitò a Monte Fattucchio un uomo del paese, che mancava di lì da
molto tempo. Da ragazzo era andato a lavorare a Firenze, e siccome era
abilissimo falegname, avea ammucchiati quattrini facendo soffitti per le stanze
dei ricchi. Costui si chiamava maestro Bertino, ed era il più brutto uomo che
vi fosse al mondo; ma siccome tutti lo sapevano danaroso, eran più quelli a
Monte Fattucchio che gli usavan gentilezze sperando di essere beneficati, che
quelli che fingevan di non riconoscerlo, e moltissimi vantavano con lui
parentela, sicché egli si ritrovava ad avere più cugini e cugine che capelli
in capo.
Una sera, mentre egli era in casa di un tal Bernardo, la moglie di questi, che
tornava da aver visitata una sua sorella in un podere vicino, disse:
- Volete saper la novella? La Befana se ne va.
- Che è sempre viva? - domandò maestro Bertino.
- Io credo, - rispose la donna, che aveva nome Lena, - che quella Strega abbia
fatto un patto col Diavolo. Oggi l'ho incontrata con la solita calza rossa in
mano e il fastello di legna sul groppone, e le ho domandato se quest'anno faceva
le feste a Monte Fattucchio. Essa mi ha detto che se ne va dalla sorella, e io,
che volevo saper dove stesse questa sorella, non sono riuscita a cavarglielo
dalla bocca. Mi ha detto che doveva camminar tanto, quasi fino ad Arezzo, ma io
scommetterei che la vecchia piglia un'altra direzione.
- Se sapeste, Lena, - disse Bertino, - quanta curiosità ho sempre avuto di
scoprire vita, morte e miracoli di quella vecchia! Quand'ero piccino non passava
giorno che non andassi a ronzare intorno a casa sua, e una sera che trovai la
porta socchiusa, entrai e mi nascosi sotto il letto. Ma non dubitate che dovetti
scappare presto! Un maledetto gatto nero mi s'avventò agli occhi e, come
vedete, porto ancora il segno di quelle carezze.
Continuarono così per un bel pezzo a parlar della vecchia, e dopo che Bertino
ebbe cenato dal compar Bernardo, se ne andò; ma invece di avvicinarsi alla
casetta della sua famiglia, abitata dai fratelli, uscì dal paese e si diresse
verso la casetta della Befana.
Dal finestrino si vedeva un gran chiarore, perché nel focolare ardevano le
fascine ammonticchiate e i ciocchi di querciolo.
Bertino, senz'esser veduto, mise gli occhi al finestrino, e vide la vecchia che
spargeva a manciate il becchime in cucina, e udì che mentre faceva questo,
diceva:
- Gallina mia, ti preparo il mangiare per otto giorni. Se io penso a te, tu
pensa a me, e fammi trovare tante uova belle quando torno.
Poi la vecchia si diede a preparare uno zibaldone, e frattanto diceva al gatto,
accovacciato sul focolare:
- Neppure tu patirai in questi giorni, perché ti preparo da mangiare per un
mese; ma pensa in questo tempo di non impoltronirti e di farmi trovare molti
polli dei pollai del vicinato. Quando torno faremo un festino.
Bertino non perdeva né una parola né un gesto della vecchia, e aspettava,
perché era sicuro che dopo tutti quei preparativi ella si sarebbe messa in
cammino. Difatti, quando ebbe vuotato lo zibaldone in un catino, prese da una
cassa tante ma tante calze rosse; quindi scese in cantina e tornò su con un
corbello pieno di cenere e carbone, con cui riempì le calze. Ma eran tante e
tante, che la vecchia dovette far più viaggi prima di empirle tutte. Quando
ebbe terminato questo lavoro, legò ogni calza in cima con uno spago, acciocché
non ne uscisse nulla, e, preso uno sciallone, si mise ad aspettare. Di lì a
poco si udì il rumore di un baroccio, e Bertino si nascose dietro il pozzo per
non essere veduto. Il baroccio si fermò davanti all'uscio della vecchia. Lo
tirava una mula, e la donna che lo guidava era più brutta della Befana. Questa
aprì l'uscio, e, scambiate poche parole con la vecchia che era giunta,
incominciò a portare tutte le calze che aveva riempite di cenere e di carboni.
Ne portava delle grembiulate piene, e appena le aveva caricate, tornava a
prenderne delle altre.
- Ora capisco quel che fa delle legna che raccatta! - diceva Bertino tra sé, -
ma che voglia farsi di tutte quelle calze, non lo capisco davvero! Basta
vedremo.
Così pensava Bertino, che ormai aveva stabilito di seguir le due vecchie. Il
baroccio era carico, le strade cattive, la mula zoppa e certo non sarebbe andata
di trotto. Lui poteva sempre camminare quanto quella bestia, che pareva avesse
cent'anni per gamba.
La Befana, terminato che ebbe di caricar le calze sul carro, accarezzò la
gallina, lisciò il gatto, poi spense il lume e, dato due giri di chiave alla
serratura di casa, salì sul carro, adagiandosi su un mucchio di fieno.
L'altra vecchia frustò la mula, il baroccio si allontanò sulla strada buia e
Bertino gli tenne dietro.
Così camminarono per più ore, sempre sulla strada mulattiera, con un vento
gelato che tagliava la faccia, su per i monti e giù per le scese, finché
furono poco distanti dalla Badia a Prataglia.
- Guarda un po' dove mi menan queste due Streghe! - diceva Bertino; ma
nonostante che la via gli paresse lunga e disagiosa, non pensò punto a
tornarsene a Monte Fattucchio, perché la curiosità di vedere quel che facevano
le vecchie era più forte del disagio.
Invece di entrare in paese, la vecchia che guidava diresse la mula su per una
viottola. Pareva che l'animale conoscesse la via, perché si fermò accanto a un
abete più alto degli altri e col piede sinistro batté tre volte il terreno.
- Eccomi! - disse una voce che pareva venisse di sotterra.
Infatti eran passati pochi minuti che si vedeva girare, come avrebbe fatto un
uscio sui cardini, una parte del tronco dell'abete, e comparire una vecchia che
pareva la nonna di quella che guidava, e la bisnonna della Befana.
Camminava tutta curva appoggiandosi sopra un bastoncino, aveva una bazza che le
toccava quasi la pancia, e una gobba più grossa di un cocomero di Rassina, e
voi sapete se son grossi! Bertino la vedeva bene, perché la vecchia aveva in
mano una lanterna.
Appena ella ebbe scòrto le visitatrici, fece loro un mondo di salamelecchi.
- Poverette! - diceva, - viaggiar con questo freddo! Ma non dubitate che vi ho
preparato un fuoco e una cena che vi ristoreranno. Scendete, scendete, sorelle
mie!
- Carine! - diceva Bertino fra sé. - Scommetto che le Furie dell'Inferno sono
meno brutte! Guarda come si baciano, con quelle boccacce sdentate!
Ma intanto che lui stava a rispettosa distanza a canzonarle, le tre vecchie
spinsero la mula col baroccio sotto una capanna di frasche, la chiusero e
scomparvero tutte e tre nel tronco dell'abete.
- E ora felicissima notte! - disse Bertino. - Quelle tre Streghe ciarleranno,
mangeranno, si riscalderanno, e io eccomi qui a gelare!
E gelava davvero, perché dal Monte Acuto soffiava un vento tremendo.
- Non sarà mai detto che io passi la notte al sereno e domani mi trovino morto
in questo bosco! - esclamò Bertino. - Quelle tre Streghe, po' poi, non mi
mangeranno; i denti è un bel pezzo che li hanno sputati nella pappa!
E, senza riflettere, bussò con un piede sul terreno in prossimità dell'abete,
come aveva veduto fare alla mula.
- Eccomi! - disse la solita voce; e poco dopo una parte del tronco dell'abete
girò sui cardini come se fosse stato un uscio, e si affacciò la vecchia che
pareva la bisnonna della Befana.
- Che vuoi? - disse alzando la lanterna per meglio vederlo in faccia.
- Io non ho chiamato; sono un viaggiatore che vado in Romagna, e, sentendomi
gelare dal freddo, battevo i piedi per isgranchirmeli. Giacché vi vedo, però,
vi chiedo per carità che mi facciate scaldare a una buona fiammata.
La vecchia stette un momento soprappensiero, e poi disse:
- Ti concederò l'ospitalità, se mi farai una promessa.
- Purché non si tratti dell'anima mia, ve ne faccio cento.
- È una cosa semplice, - replicò la vecchia. - Tu entrerai in casa mia,
purché tu mi prometta d'infilarti la calza rossa della mia sorella.
- Se si tratta di una calza, mi pare che non ci sia nulla di male.
- Allora vieni, - disse la vecchia.
E lo spinse avanti a sé, giù per una scala a chiocciola.
Le pareti di quella scala erano tutte tappezzate di pipistrelli morti, con le
ali spiegate, ma eran così grandi che Bertino da principio li aveva presi per
aquile.
Dopo la scala veniva un corridoio con le pareti tappezzate di corvi morti, e poi
una sala piena di gatti vivi, neri come la pece, che miagolarono vedendo la
vecchia.
- Vedo, nonna, che ci avete numerosa compagnia.
- Sono i miei amori, - rispose la vecchia.
E andò oltre in uno stanzone dove vi erano per lo meno venti vecchie, tutte
sedute davanti al fuoco, con la calza in mano come la Befana, con la differenza
però che, quella cui ella lavorava, era rossa, e le altre erano bianche.
- Ecco un viaggiatore che ha bisogno di riscaldarsi, - disse la vecchia che
accompagnava Bertino e che era la padrona di casa. - Naturalmente gli ho fatto
promettere che si sarebbe messo la calza rossa della Befana!
- Benvenuto! Benvenuto! - gridarono tutte le vecchie ridendo e mostrando le
gengive sdentate.
E tutte gli si misero d'intorno facendo a gara a servirlo. Chi gli levava il
mantello, chi gli toglieva il cappello, chi lo spingeva nel canto del fuoco,
mentre la vecchiona che gli aveva aperto, apparecchiava per lui ogni sorta di
vivande.
Intanto la Befana, che pareva la Regina di tutto quel sinedrio di vecchie, si
spicciava a intrecciare la punta della calza.
Bertino, appena si fu riscaldato, andò a sedersi a tavola, e tutte le vecchie
si affrettarono a portargli il pane, a tagliargli gli uccelli arrosto, che la
padrona di casa aveva sfilati dallo spiedo, a mescergli il vino, a servirlo,
insomma, come se fosse il loro padrone.
- Buona questa minestra! - disse Bertino leccandosi i baffi.
- È fatta col brodo di quelle belle bestioline che si chiamano rospi, - rispose
la padrona di casa.
Bertino si sentì rabbrividire e respinse la scodella. Una vecchia gliela tolse
davanti e gli presentò un piatto su cui c'era un bel fritto. Bertino, che aveva
una fame da lupi, ne mangiò e disse che non aveva mai gustato un fritto più
appetitoso.
- Lo credo, - rispose la vecchiona. - È fatto di coscine di gatti di latte e di
cervello di lupo. Le prime son tenere come il burro, il secondo ha un raro
sapore.
«Che razza d'ingredienti!» pensò Bertino, e respinse il piatto.
Allora una delle vecchie fu pronta a mettergli davanti certi uccelli grassi e
belli come piccioni.
«Qui non ci saranno intrugli! - pensò Bertino. - Questi uccelli sono starne,
grasse pinate e cotte a puntino!»
E con la fame che aveva, mangiò con grande appetito un intiero uccello.
- Eccellenti queste starne! - disse.
E già stava per mettersene un'altra nel piatto, quando la vecchia gli disse:
- Ma che starne! Sono corvi di questi dintorni. Devi sapere che d'inverno, per
questa strada che mena in Romagna, periscono molti viandanti, perciò i corvi
non si pascono d'altro che di carne umana, e sono perciò gustosissimi.
Bertino si sentì rivoltar lo stomaco e, alzatosi di scatto, già imboccava
l'uscio per scappare, quando tutte le vecchie gli furono addosso per
trattenerlo. La più accanita, la più furente era la Befana.
- Birbante, ora che ti sei scaldato e hai la pancia piena, non vuoi mantenere la
promessa; ma dalle mie mani non sfuggirai.
E intanto, con quelle dita che parevano artigli di belva, gli stringeva il collo
tanto da soffocarlo.
- Pietà! misericordia! - balbettava Bertino facendosi bianco in viso come un
cencio lavato.
La Befana schiuse le dita, ma a scappare non c'era più da pensarci, perché le
altre vecchie avevano sbarrato la porta.
- Sono nelle vostre mani, - disse Bertino.
E guardava ora una ora l'altra delle vecchie per vedere se sopra uno di quei
visi grinzosi leggeva un po' di compassione. Ma purtroppo si somigliavan tutte e
gongolavano nel vederlo soffrire.
Mentre Bertino volgeva supplichevolmente gli occhi intorno, due di quelle
Streghe lo legarono alla seggiola con una fune lunga lunga, che pendeva da un
gancio del soffitto, e salirono sulla tavola per fare un nodo così alto che
egli non giungesse a scioglierlo. Poi, due di esse lo presero per la gamba
destra, mentre la Befana gli infilava nella sinistra la calza rossa pronunziando
certe parole che Bertino non capì.
Pare che il vedere quella calza rossa infilata nella gamba di Bertino,
procurasse alle vecchie una grande contentezza; il fatto si è che tutte si
raddrizzarono, dettero calci alla tavola e alle sedie per levarle di mezzo, e,
facendo una catena delle braccia, si misero a ballare intorno al disgraziato,
cantando e ridendo.
Alla fine smisero, e la Befana, accostatasi a Bertino, tagliò la corda che lo
legava alla sedia e gli disse:
- Ora, Bertino, vattene pure.
Le altre scoppiarono in una risata beffarda, e Bertino non si mosse, ma
incominciò a capire che quelle Streghe dovevano avergli fatto qualche
incantesimo, perché con tutto il desiderio che aveva di scappare, non riusciva
a muovere un passo.
- Vedi, carino, come ti ho ridotto obbediente! - gli disse la Befana dandogli
uno scappellotto. - Dacché ti sei infilato quella calza rossa, che non ti
potrai togliere altro che con la volontà mia, tu hai preso la mia livrea e
bisogna tu mi ubbidisca come un cane ubbidisce al padrone. Anzi, i cani debbono
udire la voce o veder il gesto per seguire il comando; tu, invece, non hai
bisogno che io parli: quando penso a una cosa, sei costretto ad eseguirla.
Guarda!
Si vede che la Befana gli ordinava in quel momento col pensiero che egli
mangiasse il rimanente dell'arrosto di corvi ingrassati a carne umana, perché
Bertino andò a cercare nella madia e mangiò tutto l'arrosto che vi era
riposto, facendo certe bocche che suscitarono le risa di quelle brutte Streghe.
- Lo vedi se devi ubbidirmi per forza? Ora è inutile ogni ribellione: tu sei
mio per sempre! - sentenziò la Befana.
- Suo per sempre! - dissero le vecchie, non più ridendo, ma con una voce da
metter paura.
In quella stanza sotterranea non penetrava mai il giorno, e Bertino, così
spaventato com'era, pensava di essere già nelle tenebre dell'inferno e che
quella di ubbidire in tutto e per tutto la Befana fosse la sua eterna punizione.
Come si pentiva di aver ceduto alla curiosità seguendo la vecchia, e come
rimpiangeva le fatiche durate per raggranellare un capitale sufficiente a campar
di rendita in vecchiaia! Ora gli toccava a servire una vecchiaccia che metteva
paura a vederla!
Le Streghe non dormivano mai. O mangiavano, o ballavano o costringevano Bertino
a raccontar loro storielle da farle ridere. Figuriamoci con che cuore egli lo
facesse!
Così passò un certo tempo. Un giorno la Befana disse a tavola, mentre Bertino
la serviva di tutto punto:
- Domani è il sei gennaio, il giorno della mia festa, e stanotte tu devi
lavorare assai. Io sono vecchia e mi annoia di andare in giro. Salirai a cavallo
al bastone della granata e porterai i regali a tutti i bambini più impertinenti
del Casentino.
Bertino si sentì gelare e impallidì. Per ischivare il freddo aveva venduto la
sua libertà, e ora doveva viaggiare per aria, di notte, a cavallo a un bastone!
La Befana lo guardò ridendo.
- Questa è la mia volontà; - gli disse, - pensaci, e ora mettiti bene in mente
le istruzioni che ti darò.
E qui gli fece una filastrocca di nomi di paesi e di case di contadini. Pover a
lui se sbagliava! Doveva ovunque calarsi dalla cappa del camino, prendere la
calza che i bimbi avevano appesa, e attaccarvi quella rossa già piena di cenere
e di carbone. E sarebbe stato costretto a sbrigarsi, perché all'alba doveva
esser di ritorno.
La Befana aveva dato questi ordini a Bertino non in presenza delle altre
vecchie, ma in una camera grande e tutta tappezzata di scaffali come lo studio
di un notaro. Bertino guardava quella filza di carte e la Befana gli disse:
- Capisco che sei curioso di sapere quel che contengono; ebbene, ti appago
subito. Qui ci sono registrate tutte le impertinenze dei ragazzi durante tutto
l'anno. Le mie compagne recano questi rapporti qui una volta ogni dodici mesi.
Io giungo, li spoglio, faccio la mia lista, e porto cenere e carbone. Più la
lista dei bambini cattivi è lunga, e più son contenta, perché quelli di Monte
Fattucchio mi tormentano tutti i giorni dell'anno.
La vecchia rideva dicendo questo, e Bertino pensava che se la vecchia lo avesse
riconosciuto, si sarebbe rammentata che egli, da piccolo, era stato uno dei suoi
più accaniti tormentatori.
Quando Bertino tornò in cucina, trovò imbandito un vero festino. In cima alla
lunga tavola era stato preparato una specie di trono, e sulla mensa fumavano
vassoi pieni di pasticci, arrosti, dolci e ogni sorta di cibi squisiti.
All'apparire della Befana, da tutte quelle bocche sdentate uscì un: Evviva!
fragoroso, e poi avidamente si diedero a far ripulisti di tutto. Bertino vedeva
sparire le pietanze in un battibaleno mentre i piatti delle vecchie si empivano
di ossi che esse sputavano o di bocconi troppo duri.
L'infelice doveva servirle tutte a bacchetta, e se non stava attento non si
sentiva dire altro che:
- Bertino sbrigati! Bertino non sei buono a nulla! Bertino, che maniera è
questa di farmi così aspettare?
Se Bertino avesse potuto prendere un frustone e con quello accarezzarle tutte!
Ben presto in tavola non ci rimase più nulla, e allora la Befana, voltandosi al
suo servo con aria canzonatoria, gli disse:
- Ora, Bertino mio, va' tu a mangiare; devi rinforzarti lo stomaco per
sopportare la fatica di stanotte!
- Non c'è più nulla! - osò rispondere Bertino.
- Non c'è più nulla? - ripeterono in coro le vecchie. - Ti abbiamo serbato
tutti gli ossi nei piatti, e sono ossi squisiti di corvi ingrassati a carne
umana!
Nonostante che quel cibo gli facesse schifo, non solo perché si trattava di
ossi di corvo, ma perché erano stati biascicati da quelle bocche bavose, pure
egli dovette sgranocchiare quegli ossi come un cane affamato, perché la sua
padrona voleva così.
Mentre mangiava, sentì battere tre colpi sulla vòlta della cucina, e la
vecchiaccia che aveva aperto a lui, prese il bastone e la lanterna ed andò ad
aprire. Dopo poco essa ricomparve a cavallo a un bastone di granata e fece su
quello tre giri per la stanza. Le altre vecchie pure vollero inforcare quel
cavallo di legno e facevano le matte risate quando il bastone, passando veloce
come il vento, batteva nelle gambe a Bertino.
- Ora basta! - urlò a un certo punto la Befana. - Bertino, è tempo di partire;
ma prima dammi un bacio.
E con la bocca bavosa gli sbaciucchiò tutto il viso.
- Qua un bacio! Qua un bacio! - dicevano le altre vecchie.
Ed egli dovette abbracciarle tutte, compresa la vecchiona che gli aveva
strappato la promessa, e che era la più ributtante e bavosa.
Questa lo accompagnò all'aperto e gli dette la chiave della capanna di frasche,
dove aveva rimesso il baroccio carico di calze. Bertino aprì, il bastone della
granata andò a metterglisi fra le gambe, e subito la mula e il baroccio si
alzarono per aria come aveva fatto il bastone, e la strana comitiva volò nella
notte buia.
Il cavallo di legno era ubbidientissimo, perché bastava che Bertino gli
dicesse: «Va' nel tal posto!» perché subito ve lo conducesse.
Allora la mula trascinava il baroccio in terra, vicino alla casa indicata;
Bertino prendeva una calza rossa, o più, secondo il numero dei bambini che
erano cattivi in quella famiglia, e scendeva per la cappa del camino in cucina,
staccava la calza vuota, vi metteva invece quella piena, risaliva, e via.
Aveva fatto più di cinquanta discese e non ne poteva più, quando capitò in
una casa dove in cucina vegliavano ancora attorno al focolare. Appena Bertino si
accòrse che c'era gente, volle arrampicarsi e fuggire, ma un contadino,
credendolo un ladro, era stato pronto a chiapparlo per la gamba sinistra e
tirava a più non posso. Bertino, che s'era attaccato con le mani a una pietra
sporgente, faceva sforzi per risalire, e il contadino per farlo riscendere.
Stavano così a tira tira, quando il contadino ebbe l'idea di attaccarsi
all'orlo della calza e gliela sfilzò. La calza rossa cadde sul fuoco e fece una
fiammata come se fosse stata di paglia.
Appena la calza fu bruciata, Bertino tirò un gran respiro e gli parve di tornar
libero. Nulla ora lo costringeva più a seguitare il viaggio per aria, e,
lasciatosi cadere mezzo abbrostolito sulla pietra del focolare, raccontò in
poche parole ai contadini chi era e chi non era, e quel che pretendeva da lui la
Befana.
Intanto, sul tetto, il baston della granata s'impazientiva e batteva sui tegoli
a più non posso; la mula raspava il terreno e i cani di casa abbaiavano.
- Non vengo, andate via senza di me, - diceva Bertino.
E il bastone a batter più forte e la mula a raspare.
- Sapete un po' quel che s'ha da fare? - disse il contadino che aveva tirato
Bertino per la zampa. - S'ha da bruciare il bastone della granata, o per meglio
dire il cavallo della Strega.
Detto fatto. Ecco, appoggia una scala al tetto, piglia il bastone e lo tira giù
per la cappa sul fuoco. In due minuti, del bastone della scopa non c'era rimasto
altro che un mucchietto di cenere.
Allora riscese e, afferrata la mula per il morso, la trascinò fino a un
precipizio e ve la buttò dentro insieme col barroccio con le calze e tutto.
La mattina dopo, Bertino, alla testa di una comitiva di contadini armati di
bastoni, si diresse verso la Badia a Prataglia e, riconosciuto l'abete che
nascondeva la scala delle Streghe, invece di bussare, abbatté la porta e
seguito dai contadini scese nella cucina. Le Streghe erano a desinare e ridevano
pensando che fosse accaduto qualche guaio a Bertino che ritardava. I contadini
le presero, le legarono a due a due, e poi le spinsero fuori del loro antro a
bastonate, e, condottele alla Badia, le consegnarono ai soldati. Il processo fu
breve e tutte furon condannate, come streghe, ad essere arse vive. Il giorno
dopo fu alzato un altissimo rogo in piazza, e su quello furono arrostite.
Bertino allora ritornò a Monte Fattucchio, dove già lo piangevan per morto, e
raccontò tutto alla Lena e a compar Bernardo, i quali empirono il paese delle
avventure occorse al loro amico.
In tutto il contado non ci fu chi volesse andare alla casa della vecchia, anzi,
nessuno vi passò più davanti per molti anni, e un giorno quella catapecchia
crollò.
Ma dopo la morte delle Streghe, nessun bambino ha più trovato appesa la calza
rossa piena di cenere, carbone e fuliggine.
E qui la novella è terminata.
Era tardi, e i ragazzi avevano fretta di andare a letto per destarsi di
buon'ora a vedere quel che la Befana aveva messo loro nella calza; ma coloro che
al principio della serata eran mogi mogi, avevan riacquistato la parlantina
perché non temevano di esser puniti col brutto donativo.
Quando i ragazzi del vicinato ebbero ringraziato la Regina per la novella, se ne
andarono, e i bimbi Marcucci si aggrupparono ciascuno attorno alla propria
mamma, raccomandandole di metter loro molti dolci nella calza.
- Come ci credono alla Befana! - esclamò Cecco. - La Befana buona, voi lo
sapete, è la mamma; quella della fuliggine, della cenere e del carbone, è
morta arrostita; dunque dormite tranquilli!
I bimbi salirono di corsa la scala che metteva nelle camere, e non sognarono la
Befana che serve di spauracchio ai monelli, ma sognarono bensì la Befana buona,
la mamma o la nonna che si studia di far piacere ai bambini, e dona ai buoni,
per ricompensarli, e chiude un occhio con quelli impertinenti, con la speranza
che si emendino.
Il Diavolo che si fece frate
La vigilia dell'Epifania era capitata di giovedì, e i bimbi Marcucci, che
capivano di avere la domenica successiva una novella della nonna, andarono a
invitare i loro amici del vicinato. Si capisce bene che nessuno degli invitati
mancò; anzi, essi avevano già tanto parlato in famiglia delle novelle
precedenti, narrate dalla Regina, che la domenica l'uditorio fu numerosissimo, e
ai bimbi si unirono le sorelle maggiori e anche qualche mamma.
- Regina, non vi si dà incomodo? - domandarono entrando le donne.
- Anzi, mi fate piacere, - rispondeva la vecchia. - Io racconto come so, e non
mi piglio soggezione di nessuno. Però se la novella vi riesce uggiosa,
andatevene pure, anche a metà, che io non me n'ho per male.
Ma se la Regina non si pigliava soggezione della gente, non era così di Cecco,
il quale parlava molto finché era in famiglia o in mezzo ai bambini, ma
diventava muto e impacciato come uno scolaretto, appena si accorgeva che c'erano
delle persone grandi che lo ascoltavano, e specialmente una certa Vezzosa, una
bella ragazza di un podere poco distante. Cecco s'era messo in testa che Vezzosa
lo canzonasse, e in presenza di lei non c'era caso che aprisse bocca.
Così la Regina, sentendo che tutti tacevano, aspettando la novella, prese a
dire:
- Al tempo dei tempi, quando il nostro Signor Gesù Cristo scendeva ancora in
terra per aiutare i bisognosi, avvenne che, tornando un giorno da una piaggia
vicina alla Verna dov'era stato a piantar certe querce per una povera vecchia,
affinché crescessero subito e facessero ghiande per i maiali di lei, che non
avevano da mangiare, egli s'imbattesse, sopra una via costeggiata da siepi, in
un uomo che cavalcava un asino e aveva un sacco davanti a sé. Quell'uomo aveva
un fior di papavero in bocca e cantava una canzonaccia, come sogliono cantare
quelli che non hanno timor di Dio. Gesù Cristo, credendo che costui non fosse
altri che un contadino che portasse il grano a macinare al mulino sull'Archiano,
si tirò da parte, perché egli evitava sempre d'imbattersi con i cattivi, e
costui era un uomo cattivo di certo, altrimenti non avrebbe cantato quella
canzonaccia; ma quando il finto contadino si avvicinò, il Signore riconobbe in
lui il Diavolo in carne ed ossa.
- Che fai in questo paese, spirito maledetto? - domandò il Signore sorpreso di
vederlo nei dintorni del santo luogo, dove san Francesco aveva sparso i tesori
della sua carità.
- La strada maestra è di tutti, - rispose con sfacciataggine il Re
dell'Inferno.
- E di dove vieni? - gli domandò Gesù Cristo.
- Vengo dalla Verna, dove ho compiuto un pellegrinaggio, - rispose il Diavolo in
tono derisorio. - Ho scelto questa stagione per fare un po' di raccolta di
anime; ho tagliato le spighe, le ho battute e ora porto via il loglio, dopo aver
lasciato il gran gentile.
- Dunque il sacco che porti sull'asino è pieno di anime di dannati? - domandò
il Signore.
- Sì, - disse Satana - e non ci sono soltanto anime di osti, di giuocatori, di
soldati e di contadini taccagni, ma anche quelle di monachelle e di fraticelli
della regola di san Francesco.
Gesù scrollò il capo mestamente:
- È dunque inutile che io abbia bevuto il fiele e l'aceto sulla croce per
riscattare il genere umano dal peccato! Vedrò gli uomini ricadere sempre nei
tuoi tranelli. Che diritto hai tu sul popolo mio?
- Quello che la volpe ha sul pollaio, - rispose Satana ridendo.
- Ebbene, stammi a sentire, - riprese Gesù Cristo, - io voglio proporti un
patto. Se tu rinunzi alle anime che tieni chiuse nel sacco, ti lascerò vivere
un giorno intero sulla terra, senza che tu provi nessuna sofferenza.
- Ma conserverò il mio potere? - domandò il Diavolo.
- Sì, - replicò Gesù Cristo, - a patto però, che tu non potrai servirtene
altro che per avvantaggiare gli uomini, e non per tormentarli.
- Prenditi allora questo sacco di anime, Nazzareno! - esclamò Satanasso. - Il
patto è concluso, e tu vedrai che io saprò rispettarlo.
Gesù prese le anime salvate dalla sua misericordia, e domandò al Diavolo sotto
quale aspetto voleva comparire fra gli uomini.
- C'è un fraticello, alla Verna, che scende alla cerca, e che tutti ascoltano
nei palazzi, come nelle case di contadini, perché lo credono un santo. Oggi
fra' Leonardo è ammalato, e non scenderà; così la gente mi prenderà per lui.
- Prendi pure le sembianze del Frate; ma bada bene di non far male a nessuno, e
specialmente di rispettare tre famiglie di Bibbiena, che mi sono care. Queste
famiglie son gli Sbrigoli, i Verri e i Dovizii. Ti tolgo dunque di sul tuo capo
la maledizione per un giorno intiero, e per questo breve periodo di tempo la
croce e l'acqua benedetta non avranno più il potere di metterti in fuga. Va',
povero reprobo, e concediti alcune ore di riposo, prima che torni a pesare su di
te la maledizione eterna.
Quando il Diavolo fu rimasto solo, cambiò subito aspetto e, indossata la tonaca
di saio e rialzatosi il cappuccio sulla testa per nascondere le corna, prese il
viso umile del buon Fraticello, e s'incamminò a piedi a Bibbiena, con le
bisacce vuote in ispalla.
Appena ebbe messo piede in paese, le donne che eran sulla porta di casa, gli si
fecero incontro per baciargli la corda che gli cingeva la vita, e tutte gli
portavano una qualche elemosina per il convento. Il Frate ringraziava e benediva
a destra e a sinistra, come se fosse stato davvero fra' Leonardo, e prima
d'andare nelle tre famiglie designategli da Gesù Cristo, entrò alla Pieve e,
inginocchiatosi sul marmo, finse di pregare. Ma la preghiera del Diavolo è una
maledizione per la povera umanità, e mentre fingeva di parlare con Dio, egli
meditava la rovina di molte persone.
Terminata la lunga visita alla chiesa il falso Frate si alzò e rivolse il passo
verso la casa degli Sbrigoli. Erano questi, due vecchi, marito e moglie, i quali
non avevano mai avuto la consolazione di aver figliuoli. Erano invecchiati nella
miseria e nelle privazioni, senza lagnarsi della loro sorte, sempre timorati di
Dio, e avevano rispettato le leggi divine e quelle umane.
Quando il Frate entrò in casa loro, stavano per mettersi a tavola. Era venerdì
e non avevan davanti altro che un tegame di fagioli e un pan duro di saggina.
Il Frate finse di essere mosso a compassione dalla loro miseria.
- Mangiate sempre di magro, poveretti? - disse.
- No, fra' Leonardo, - rispose la vecchia. - Mangiamo la minestra col brodo per
Natale, per Pasqua e per l'Assunta; e il pan bianco la domenica.
- E non avete desiderato mai cibi più sostanziosi e delicati?
- Magari! Desiderare si può tutti, e i poveri sono tentati dal desiderio cento
volte al giorno. Specialmente quando vediamo i cuochi del Vicario, che vanno a
far la spesa e comprano tanta grazia di Dio, ci vien fatto di desiderare un
pranzo da signori, almeno una volta prima di morire.
- Ebbene, il vostro desiderio sarà appagato, poveretti, - disse il Frate con
voce compassionevole. - Ecco un tagliere di legno di cedro, che la madre del
Signore dette una volta a un gran santo. Chi lo possiede, non deve far altro che
dire di quali pietanze vuol vederlo coperto, perché il tagliere gliele procuri
subito. Siccome è giusto che tutti i poveri che incontro per via, e i nostri
monaci ne approfittino, così non posso prestarvelo altro che fino a stasera, ma
è abbastanza perché assaggiate una volta quei pranzi dei ricchi, che fanno
nascere in voi tanti desiderî.
Il vecchio Sbrigoli e la moglie ringraziarono con grande effusione il Frate, il
quale raccomandò loro prima di andarsene di trar profitto del tagliere, senza
perder tempo.
Appena che il Diavolo fu uscito, i due vecchi, che non avevano mai mangiato a
sazietà, posarono il tagliere sulla tavola e pensarono a quello che dovevano
chiedere.
- Voglio un pasticcio di maccheroni, - disse la vecchia guardando il tagliere
con occhio di cupidigia.
Subito comparve un pasticcio di maccheroni, coperto di una bella pasta color
d'oro, e che mandava un odore che pareva dicesse: «Mangiami!».
I due vecchi gettarono un grido di meraviglia e allungarono nello stesso tempo
il coltello per partirlo. Ma dopo i primi bocconi, il marito disse:
- Mi pare una sciocchezza di cominciare con una cosa dolce; perché non abbiamo
chiesto invece una buona minestra di taglierini nel brodo di cappone!
Domandiamola?
- Chiedi invece un bel prosciutto di maiale, cotto in forno, - disse la moglie.
- O un arrosto di tordi, - aggiunse il marito.
- Con un pan di lepre, - ribatté la donna.
- E un fritto di cervello, - continuò il vecchio.
- Non bisogna dimenticare il pan fine.
- Né il vin di Pomino.
Tutto quello che avevan nominato copriva non solo il tagliere, ma anche la
tavola, e i due poveretti guardavano tutta quella grazia di Dio con certi occhi
e stavano per mettersi a mangiare, quando la moglie esclamò a un tratto:
- Gesù mio! non avevamo pensato che oggi sono le quattro tempora.
Lo Sbrigoli rimase a testa bassa.
- Le quattro tempora! - ripeté, - giorno di magro e di astinenza.
- Non si può mangiar la carne senza far peccato, - osservò la donna.
- Eppure, - disse il marito - se non mangiamo oggi, domani non avremo più il
tagliere miracoloso!
- È vero! la festa andrà a monte.
- E non tornerà più.
- Dio mio, lasciare il pan di lepre!
- E non assaggiare il prosciutto, cotto in forno!
- E non saper se i tordi sono cotti a puntino!
- E neppure il pasticcio di maccheroni!
Il vecchio e la vecchia guardavano tutte quelle pietanze, da cui si sprigionava
un fumo grasso e appetitoso che, entrando loro per le narici faceva da stimolo
all'appetito.
- Sarebbe però un peccato anche quello di non mangiare tanta roba buona, -
osservò il vecchio.
- Senza contare, - aggiunse la vecchia, - che il frate ci ha permesso di
mangiarne.
- Davvero?...
- Oh bella! Se no; che ci avrebbe egli dato a fare il miracoloso tagliere?
- Hai ragione; eppoi il tagliere non fu regalato dalla Madonna a un santo?
- In questo caso non può indurci a peccare; è una cosa sacra.
- Come tutto quello che viene dalla gran madre di Dio, Maria.
- E si può mangiare tutto quello che il tagliere ci fornisce senza scrupolo.
- Mangiamo allora.
- Mangiamo.
Tutti e due incominciarono dalla minestra, quindi attaccarono il prosciutto di
maiale, poscia il pan di lepre, i tordi arrosto e il pasticcio di maccheroni,
senza pensar più alle quattro tempora; la gola li aveva rovinati.
Il Diavolo, che era stato a guardarli dal buco della chiave, si fregò le
granfie convertite in mani di frate, e tutto contento si diresse verso
l'abitazione della famiglia Verri.
In quella casa vi era una vedova insieme con la figlia sua e un cugino di
questa, il quale aveva coltivato la vigna e il campo delle due donne e ora stava
per condurre in moglie la ragazza. In cucina due sarte erano occupate a cucire
il corredo della sposa, e nel resto della casa un falegname accomodava i mobili
della camera nuziale. Il giovane conte Marco Saccone, signore del paese, stava
giù in un piccolo orticello e parlava con il futuro sposo della compra di un
cavallo.
La vedova e la figlia accolsero affabilmente il Frate cercatore, e dopo aver
parlato del tempo cattivo, della malattia che colpiva i polli e che aveva
distrutte tutte le loro galline, nonché della festa della Verna, la madre uscì
per andare in dispensa a prender le elemosine che era solita di fare a fra'
Leonardo.
Il Frate rimase a parlare con la ragazza del suo prossimo matrimonio.
- Ragazza mia, voi state per abbracciare uno stato molto aspro, e, per
sopportarlo, occorre una grande forza, - disse il Diavolo facendo la voce di
predicatore. - Le spose dei gentiluomini, una volta maritate non debbon pensare
ad altro che a indossare ricchi vestiti di seta o di vaio, andare in chiesa,
seguir le cacce ed assistere a conviti; ma la moglie di uno che lavora la terra
deve dire addio a ogni piacere e a ogni riposo; deve coricarsi tardi, perché è
durante la veglia che ella fila, cuce e fa il pane; deve svegliarsi ad ogni
momento per allattare i figli ed esser la prima alzata ad accendere il fuoco.
- È vero, fra' Leonardo, la vita delle maritate povere è molto aspra, - disse
Nicolina sospirando.
- E poi, - continuò il falso Frate, - la meschina rendita dei poveri non è al
coperto dalle sventure, come quella dei ricchi. La grandine rovina la vigna, e
la famiglia non ha di che sfamarsi. Allora è la moglie soprattutto che soffre,
perché intanto che il marito lavora fuori, è lei che sente le offese dei
creditori e le grida dei bambini.
- È vero, fra' Leonardo, quel che dite è verissimo! - ripeté la ragazza
spaventata.
- Senza contare che gli uomini, i quali si affaticano nei lavori manuali, sono
spesso di pessimo umore, - continuò il Diavolo, - e invece di esser cortesi con
le mogli come i signori lo sono con le loro, le trattano come bestie da soma.
- Gesù mio! - esclamò Nicolina, - e Piero che bastona tanto le bestie!
- Vedete dunque che Iddio vi sottopone a una dura prova, - continuò il Diavolo
con fare umile. - Ma voi benedite la croce che vi dà a portare, figlia mia, e
gioite in cuor vostro di non essere una dama nobile, la quale non conoscerebbe
altro che i piaceri e le vanità della esistenza.
- Sì, sì, fra' Leonardo, - disse Nicolina singhiozzando, - gioisco; ma, Dio
mio, a questo che mi dite non ci avevo pensato!
Nicolina prese la cocca del grembiule per asciugarsi le lacrime che le
scendevano sulle gote bianche e rosse.
Il Frate parve che s'intenerisse.
- Statemi a sentire, povera innocente, - disse. - Io voglio aiutarvi in questa
afflizione e assicurarvi l'affetto del vostro futuro sposo. Prendete
quest'anello di ferro, nero come i vostri capelli. Esso apparteneva a un santo
vescovo e possiede la virtù miracolosa di costringere l'uomo cui lo metterete
in dito, di fare la vostra volontà. Anche se l'uomo fosse un conte o un duca,
appena porterà quest'anello lo vedrete divenire vostro schiavo fedele.
La ragazza prese l'anello e ringraziò caldamente il Frate, il quale, dopo aver
posto nella bisaccia l'elemosina della vedova, se ne andò accompagnato fino
all'uscio da Nicolina.
Questa andò nell'orto per cercarvi di Piero, ma esso era uscito dalla porta di
dietro, ed invece incontrò il Conte, che stava per portar via il cavallo
comprato poco prima.
Il conte Marco Saccone era un giovine alto e robusto, col viso acceso, e in
tutto il Casentino passava per il più bel gentiluomo che vi fosse.
Nicolina, vedendolo, si mise a pensare a quel che le aveva detto fra' Leonardo,
e l'anello di ferro che le aveva dato.
Ella paragonava la vita di una donna nobile a quella di una contadina e poi
guardava quell'anello, che, al dir del Frate, aveva la virtù di farla amare da
un conte o da un duca.
«Se provassi su di lui, soltanto per vedere se il Frate ha detto il vero!»
pensava Nicolina, mentre traversava l'orticello per rientrare in casa.
Il Conte la vide e le disse:
- Nicolina bella, dunque si fanno le nozze, e presto avrai un padrone?
- L'ho già, - rispose la ragazza abbassando la testa, volendo dire che lei come
tutti gli abitanti di Bibbiena, erano sottoposti all'ubbidienza della famiglia
Saccone, che era entrata nei diritti dell'arcivescovo Tarlati di Arezzo.
- Se io dunque sono il tuo padrone, Nicolina, a me spetta il primo bacio.
E il Conte l'abbracciò; ma mentre la ragazza tentava di svincolarsi da lui, il
signore vide l'anello di ferro che portava nell'indice, e le domandò da chi
l'aveva avuto. Nicolina rispose che l'aveva trovato sulla proda di un fosso nel
far l'erba.
- Se è così l'anello mi spetta, perché sono il padrone della terra.
E ridendo lo tolse di dito alla ragazza e se lo mise nel mignolo. Ma subito
sentì accendersi il sangue e il cuore da un violento amore per Nicolina, e
guardandola fisso con gli occhi scintillanti, le disse a bassa voce:
- Bisogna che questo anello sia quello della nostra unione, Nicolina. Sali meco
su questo cavallo e ti condurrò in una villa dove c'è tutto quello che puoi
desiderare; avrai vesti di seta, gioielli e paggi.
Nicolina fu così stupefatta da queste parole che non seppe rispondere; allora
il Conte la sollevò da terra, la pose a sedere sulla sella e il cavallo partì
di trotto facendo le faville sui ciottoli della strada.
Il Diavolo, che era nascosto dietro un muricciolo, fece una capriola dalla
contentezza e poi, riprendendo l'aspetto umile del Frate cercatore, si diresse
verso la casa dei Dovizii.
Questi erano tre fratelli, possidenti di terreni. Ognuno aveva la sua parte di
terra, che coltivava a modo suo; ma il patrimonio paterno restava indiviso, e i
fratelli vivevano fra loro d'amore e d'accordo.
Il Frate li trovò riuniti in una stanza terrena occupati a tagliare col
coltello i dentali per l'aratro.
Nel veder fra' Leonardo si alzarono e vollero offrirgli da bere, ma il Diavolo
li ringraziò.
- No, brava gente, son venuto soltanto a prendere l'elemosina per il convento.
- Scusateci, fra' Leonardo, ora siamo da voi. Si preparano i dentali per
l'aratro, ché quelli che abbiamo son consumati, - disse il maggiore de' tre
fratelli.
- Eppure, - continuò il secondo, - furon fatti da poco col legno di querciolo;
ma la nostra terra è dura come il sasso, e si suda molto a lavorarla.
- Figuratevi, - aggiunse il terzo fratello Dovizii, - che in una giornata si
stancano due paia di manzi; a mantenere tante bestie c'è da andare in rovina.
- Capisco che vi lamentiate, figli miei, - rispose il Diavolo, - e voglio
aiutarvi. Questo dentale fu fabbricato da san Giuseppe. Quando vi s'innesta il
vomero, esso lavora tutto il giorno da sé e fa tanti solchi quanti non ne
farebbero quattro aratri tirati dai manzi. Disgraziatamente questo dentale non
può avere altro che un padrone e bisogna che appartenga a uno solo di voialtri.
- Tiriamo a sorte per vedere a chi tocca! - esclamarono i fratelli.
Il Frate acconsentì, e quando i Dovizii ebbero tirato, il dentale toccò al
minore, che aveva nome Ciapo.
Fra' Leonardo glielo diede e andò via avendo ricevuto una larga elemosina, dopo
di aver raccomandato ai due fratelli maggiori di non esser gelosi del minore.
Questi andò a prender l'aratro, lo portò in un campo, che non era stato
lavorato da tre anni, e inserì il vomero nel nuovo dentale.
Subito il vomero si mise in moto, volando sulla terra come un uccello cacciato
dalla tempesta e facendo un solco più profondo per due volte di quello che suol
fare il vomero.
I due fratelli maggiori, che erano andati per vedere, rimasero immobili dalla
sorpresa, ma in quel momento sparì dall'animo loro l'affetto per il fratello e
provarono per lui un'invidia indicibile. Ciapo, invece, si gonfiava d'orgoglio.
- È stato fortunato davvero di vincere il dentale! - sussurrarono essi a bassa
voce, - noi avevamo tanti diritti quanto lui, ma il caso lo ha favorito.
Ciapo udì questi discorsi e si volse irato.
- Non fate come i reprobi, - disse, - che chiamano caso la volontà di Dio. Se
ho ottenuto questo dono prezioso, vuol dire che ero stimato più degno di voi di
riceverlo.
I due fratelli gli risposero per le rime e lo chiamarono vanaglorioso.
Quest'epiteto fece andare in bestia Ciapo.
- Andatevene! Andatevene! - esclamò, - non mi fate uscir dai gangheri, perché
con il mio aratro posso ammassare in breve molte ricchezze, e quando sarò un
signore, se mi salta il ticchio, vi riduco alla miseria.
Questa minaccia fece salire ai due fratelli maggiori tutto il sangue alla testa.
Essi erano ciechi di rabbia e dissero:
- Abbi giudizio, borioso maledetto, perché se tu ci minacci, ti spoglieremo di
ciò che costituisce la tua superbia!
- Se avete il coraggio, fatelo pure, - rispose Ciapo alzando il roncolo che
portava alla cintura e ponendosi a difesa del suo tesoro.
I fratelli, pazzi di furore, vedendogli in mano quel ferro, estrassero i
coltelli e lo crivellarono di ferite, cessando soltanto quando Ciapo cadde morto
davanti a loro.
Una risata maligna echeggiò in quel momento dietro a una siepe. Era il Diavolo
che rideva dalla contentezza e se ne andava felice dell'opera sua.
Prima di giungere in Bibbiena, lasciò le vesti di Frate cercatore, e prendendo
l'aspetto di un mercante di buoi, entrò in una osteria e chiese da cena. La
serva gli portò in tavola un par di rocchi di salsicce, una frittata e un
fiasco di vino.
Mentre il Diavolo mangiava, entrò un uomo tutto commosso, narrando che i vecchi
Sbrigoli erano crepati a tavola dal troppo mangiare e dal troppo bere.
Il Diavolo si strofinò le mani e ordinò alla serva un altro fiasco di vino, ma
di quello vecchio, stravecchio.
Mentre sorseggiava il primo bicchiere entrò nell'osteria un altro uomo,
annunziando che il conte Marco, mentre cavalcava per recarsi a una sua villa,
dopo aver rubato la bella Nicolina Verri, era stato sorpreso dalla piena,
guadando l'Archiano, ed era morto.
- Anche la ragazza? - domandò il Diavolo.
- S'intende, e il cavallo pure, - rispose l'uomo. - Il cadavere del conte Marco
è stato ripescato, ma nessuno ha avuto ancora tanto coraggio da portare la
notizia del disastro al padre suo.
Il Diavolo, dalla contentezza, scese nell'orto e ballò come un burattino.
Quando si fu rimesso a tavola, altri giunsero nell'osteria raccontando che i due
fratelli Dovizii avevano ucciso Ciapo, e poi, dallo spavento del delitto
commesso, si erano dati alla fuga.
Il Diavolo mandò un grido di gioia e chiese che gli portassero un fiasco di vin
santo.
Intanto la gente era sgomenta da quel succedersi di disgrazie e di delitti in
poche ore, e si faceva il segno della croce temendo che fosse prossimo il giorno
del giudizio. Il Diavolo centellinava l'ultimo bicchierino di vin santo quando
Gesù Cristo si presentò sull'uscio.
- Satana, - disse, - la giornata è trascorsa e tu devi tornare alle fiamme
dell'Inferno.
- Son pronto, Nazzareno, - rispose Satanasso asciugandosi la bocca, - ma ti
assicuro che non farò il viaggio solo. Porto meco tutti quelli che ti eran cari
in questo paese.
- Quali arti diaboliche hai tu impiegato per condurre a te quelle anime timorate
di Dio? - domandò Gesù Cristo.
- Un mezzo semplicissimo: li ho beneficati. Tu mi avevi proibito di tormentare
gli Sbrigoli, i Verri e i Dovizii, e io non ho trasgredito la tua volontà;
invece di molestarli, li ho arricchiti. Questo fatto ti servirà d'esempio,
Nazzareno. Tu saprai un'altra volta che per perdere gli uomini vi è un mezzo
ben sicuro; quello di beneficarli. Addio!
E il Diavolo fece un lancio e sparì nell'oscurità della notte.
Mentre Gesù Cristo, afflitto dalla dannazione di quelle anime, riprendeva il
pellegrinaggio, alla luce delle torce vide recare sopra una barella il cadavere
del conte Marco, che riportavano al palazzo. Poi, ammanettati in mezzo ai
soldati, scòrse i due fratelli Dovizii. Il Signore si coprì la faccia e pianse
esclamando:
- Il Diavolo è più potente di me!
- Come raccontate bene, Regina! - esclamò Vezzosa. Vi si starebbe a sentir
degli anni. Me l'avevano detto che non ci era nessuno che narrasse le novelle
come voi, ma non ci credevo. Ora non posso più dire così, ed è un piacere
davvero l'ascoltarvi.
- La mamma, - rispose la Carola, - ci fa parer corte le veglie d'inverno, e se
tu ci fai bene attenzione, ogni novella contiene uno o più ammaestramenti. Io
lo dico sempre, ai miei figliuoli, che son ben felici di avere una nonna come
lei.
Cecco aveva una voglia matta di unire le sue lodi a quelle altrui, ma la
presenza delle donne di fuori lo tratteneva e avrebbe taciuto se la Vezzosa non
l'avesse stuzzicato dicendo:
- Scommetto che di quanti siamo qui, il solo che non piglia gusto alle novelle
della Regina, è Cecco. Lui, assuefatto in città, deve ridere delle nostre
fandonie.
- Io? - rispose Cecco arrossendo.
- Sì, proprio voi; al reggimento disimparate tutte le usanze del paese, e
invece di sentir raccontare volentieri i fatti veri o immaginarî che riguardano
il Casentino, leggete i fattacci che stampano i giornali. Ne ho visti tanti che
sono ritornati da fare il soldato, e tutti avevan cambiato pensiero e
disprezzavano ciò che prima piaceva loro.
- Vi sbagliate, Vezzosa, - rispose Cecco vincendo il ritegno. - Io sono stato
volentieri sotto le armi, perché ho imparato a montare a cavallo, a puntare un
cannone, a sopportare le fatiche delle marce, e, all'occorrenza, sarei buono
anch'io a difendere il nostro paese, che non è il Casentino solo, ma bensì
tutta l'Italia. Ma anche quando ero nelle grandi città, il mio pensiero si
volgeva sempre qui, e non vedevo il momento di tornare a casa per abbracciare la
mia vecchietta e aiutare i fratelli. Io non credo che si possa essere buoni
soldati, se non si comincia dal fissare le proprie affezioni a una casa, a un
pezzetto di terra, e da queste non si estendano a una regione e poi alla grande
patria, che il soldato deve essere pronto a difendere.
- Cecco, voi parlate come un libro e non l'avrei mai creduto; ma già siete
figliuolo della Regina. Godo davvero di sentire che voi siete rimasto un buon
casentinese anche sotto le armi; vuol dire che alla vostra casa e alla vostra
mamma siete affezionato davvero.
Cecco non rispose, ma scambiò con la Regina uno sguardo pieno d'affetto.
- Quand'è mamma che ci racconterete un'altra novella? - domandò la Carola.
- Domenica, se non c'è nulla in contrario.
- Allora, Vezzosa, non mancare domenica prossima; e siccome sarà entrato il
carnevale, dopo la novella farete due salti. Avverti le compagne, e Cecco
suonerà l'organino.
- Cecco ballerà, - disse Vezzosa. - In paese non ce n'è tanti dei ballerini
come lui, ed è meglio che suoni chi non può dimenar le gambe.
Il bell'artigliere non poteva soffrire che quella ragazza si occupasse sempre di
lui, e per levarle ogni speranza disse:
- Su di me non ci contate, io non so ballare.
- Si vedrà! - rispose Vezzosa che non voleva darsi per vinta.
Per dare un'altra piega al discorso, Cecco disse:
- Si può sapere, mamma, quello che ci racconterete domenica?
- Se posso rammentarmene bene, vi racconterò la novella di Adamo il falsario;
me la raccontava sempre la mia nonna; ma sono tanti e tanti anni che può
essermi uscita di mente.
- Oh, ve la rammenterete, nonna! - esclamò l'Annina, - voi non dimenticate mai
nulla, e domenica saprete farvi onore davanti a molta gente! Poi balleremo e voi
ci starete a vedere.
- Io andrò a letto, bimba; alla mia età si ha bisogno di riposo.
- Ora ne avete bisogno davvero, andate a letto, mamma.
La vecchia, aiutata da Cecco, si alzò e andò in camera. Quando il
bell'artigliere fu tornato in cucina, Vezzosa gli si piantò davanti,
dicendogli:
- Siamo tutte donne sole; vi dispiace, Cecco, di accompagnarci?
Egli non poté rifiutarsi e uscì fischiando; ma invece di mettersi accanto alla
Vezzosa, com'ella avrebbe voluto, s'imbrancò con i bambini, e con lei non
scambiò altro che la felice notte sull'uscio di casa.
Adamo il falsario
Quella domenica la Carola e le altre donne s'eran date da fare per preparare
la cucina in modo che i giovani potessero ballarvi senza inciampar nelle panche
e nelle tavole, perché l'Annina avea detto di voler fare quattro salti. Avevano
allineate le tavole al muro coprendole di tovaglie di bucato. Avean preparato
diversi fiaschi di vino, molti bicchieri e quattro schiacciate unte, che
mettevan voglia di mangiarle al solo vederle. Sulla madia poi avevan messo tre
seggiole, perché l'orchestra non si componeva più del solo organetto di Cecco,
ma anche di un suonatore di chitarra e di uno di violino, i quali si erano
offerti sapendo che dai Marcucci si ballava. L'illuminazione, fatta con lucerne
a olio, non avrebbe diradato le tenebre della vasta cucina affumicata, senza il
fuoco del camino.
La Vezzosa quella sera arrivò tutta in fronzoli, e quando si levò lo scialle,
l'Annina non poté trattenere un grido di meraviglia. S'era pettinata alta,
s'era messa un giacchetto chiaro, il vezzo di corallo e una pezzuola di seta
celeste incrociata sul petto, che faceva risaltare i colori vivi delle sue
guance.
Cecco finse di non accorgersi neppure che ella avesse cambiato vestito, e
salutò appena lei e le altre ragazze, rincantucciandosi accanto alla Regina,
dalla quale pareva che non si potesse spiccicar mai. Gli uomini che erano stati
invitati, dovevano arrivare verso le otto, quando la novella fosse sulla fine.
Quella sera l'Annina e le altre ragazzette, che erano impazienti di ballare,
pregarono la nonna di narrar subito la novella e quella incominciò:
- Al tempo dei tempi erano signori di Romena e di Lierna, di Montemignaio, di
Partina e di tanti altri castelli, di cui ora si rammenta solo il nome, tre
fratelli per nome Alessandro, Guido Pace e Aghinolfo. Questi tre signori,
benché avessero molti palazzi e due ville, una a Pratovecchio e l'altra al
Borgo alla Collina, pure stavano tutti a Romena, perché il tenere una casa
aperta, costa meno che il tenerne tre.
I tre fratelli erano così avari da fare schifo. Invece di divertirsi, di
cacciare e di dar conviti, essi stavano sempre rintanati nel loro palazzo di
Romena in vetta al monte, e se qualche povero andava a bussare alla loro porta
per aver la carità, lo cacciavano come un cane e non davano mai un centesimo a
nessuno, neppur a baciare. In casa loro v'eran pochi servi, pochissimi cavalli,
punti cani né falchi, e i signori contavano i bocconi che si mettevano in
bocca.
Chi l'incontrava per via non avrebbe mai creduto che fossero nipoti di Guido
Guerra, che teneva corte bandita come un re, ed era nominato per la sua
generosità in tutto il Casentino e anche altrove. Parevano tre pitocchi, e non
si vergognavano di portar abiti rattoppati e montar brenne, invece che focosi
palafreni.
Alessandro, Guido Pace e Aghinolfo non avevano altra passione che il danaro,
specialmente i fiorini d'oro della Repubblica fiorentina, quelle belle monete
col giglio da un lato e san Giovanbattista dall'altro, che si coniavano alla
zecca della Repubblica ed eran conosciute in tutto il mondo. Più ne potevano
avere, di quei fiorini, e più eran felici, e acciocché non glieli rubassero,
li riponevano in una stanza senza porta, nella quale si scendeva per mezzo di
una botola, che era nella camera dove dormivano tutti e tre; e, se due di loro
uscivano, uno restava sempre in camera a far la guardia al tesoro.
Per aumentare di un solo il numero di quei bei fiorini gigliati, i tre avaroni
riducevano alla fame una povera famiglia senza provarne rimorso. Le domeniche
essi scendevano tutti insieme nella stanza del tesoro e passavan delle ore a
contare e a lustrare i loro fiorini.
Una notte, mentre dormivano, Aghinolfo fece un sogno, e appena si destò, andò
a svegliare Alessandro e Guido Pace e, tutto lieto, disse:
- Sentite che sogno ho fatto. Mi pareva di essere sulla via della Consuma, in
quel punto detto la Casaccia, e me ne venivo giù di notte, a cavallo, sotto un
turbine di neve, quando odo un gemito che pareva venisse di sotterra. Scendo da
cavallo, prendo l'animale per la briglia e mi avvicino a un precipizio, che sta
a sinistra. I gemiti continuano. Io chiamo e domando chi è che si lamenta, e
una voce mi risponde: «Sono un povero vecchio. Chi avrà pietà di me non
conoscerà penuria di fiorini d'oro». In questo punto il sonno mio si è rotto,
ed io ho voluto destarvi per narrarvelo.
- Tu sai, fratello, - rispose Alessandro, - che spesso vedesi in sogno quello
che si crede con piacere; e tu hai sognato i fiorini perché li desideri.
- Io invece credo, - osservò Guido Pace, - che il sogno di Aghinolfo sia vero,
perché se egli ha udito una voce di un vivo, è segno di chiamata, e alle
chiamate occorre rispondere.
- Dunque che cosa mi consigli? - domandò il minore dei fratelli.
- Io ti consiglio di tornare a letto e dormire, - disse Alessandro.
- Io ti consiglio di montare a cavallo e di percorrer la via che tu hai sognata,
- disse Guido Pace.
- Seguirò il tuo parere, perché mi pare il più saggio, - rispose Aghinolfo.
E, vestitosi in fretta, si avvolse in un mantello, scese nella stalla, sellò il
suo cavallo e se ne andò senz'armi e senza scorta verso il luogo dove aveva
sognato di udir la chiamata. La neve turbinava, ma Aghinolfo non temeva le
intemperie, e il desiderio che il sogno si avverasse gl'infiammava il cuore, che
batteva di gioia al pensiero dell'oro, mentre non si commoveva alla vista di
nessuna miseria.
Cavalcò per più ore, l'avaro signore, in mezzo alle tenebre, e già si
avvicinava trepidante alla Casaccia, quando il suo orecchio fu colpito da un
gemito. Era la medesima voce udita in sogno e partiva dallo stesso luogo.
Aghinolfo balzò da cavallo, si avvolse le redini al pugno, e si diresse verso
l'orlo del precipizio. Di lassù si mise a gridare: - Chi sei, che cosa vuoi?
La voce lamentevole, di un uomo sfinito, rispose:
- Sono un povero vecchio; abbi pietà di me e non avrai penuria di fiorini.
Aghinolfo gridò al vecchio:
- Scendo a salvarti e, come ben capisci, arrischio per te la vita; ma tu saprai
mantenere la tua promessa?
- Per Adamo, di cui porto il nome, per Mosè, per tutti i patriarchi gloriosi
del popolo d'Israele, te lo giuro!
Il giovane signore capì che il vecchio era un ebreo; ma il pensiero di salvare
un miscredente non lo trattenne dall'adempier la promessa. Legò il suo cavallo
a un albero e, toltosi il mantello, scese giù sul terreno coperto di neve senza
fermarsi mai, finché non fu giunto accanto al vecchio, il quale era tutto
intirizzito e spossato.
- Vieni, - gli disse.
E dopo aver tolta la cintura che fermava attorno alla vita dell'ebreo il lungo
gabbano foggiato all'orientale, ne dette a reggere un capo al vecchio, prese
l'altro in mano e incominciò a salire il primo, trascinando dietro a sé, per
la ripida salita, il vecchio ebreo. Questi scivolava, inciampava e sarebbe
caduto di nuovo nel precipizio, se Aghinolfo fosse stato meno forte e meno
assuefatto a salir per le montagne.
Quando furono sulla via, il vecchio disse:
- Ora hai salvato me, e ti sono grato; ma non hai compiuto che metà
dell'impresa. Se non fai l'altra metà io non posso mantener la promessa.
- Come sarebbe a dire? - domandò il Conte irato.
- Non ti lasciar vincer dalla collera, - replicò il vecchio pacatamente. - Devi
sapere che io montavo una mula per compiere il viaggio da Firenze a Romena,
poiché mi dirigevo a quel palazzo. La mula è caduta insieme con me nel
precipizio, ed essa porta nelle bisacce tutto ciò che ti ho promesso.
Aghinolfo storse la bocca, perché gli pareva fatica, dopo aver tirato su il
vecchio, di trascinarsi dietro la mula; ma la promessa di aver molti fiorini era
sì lusinghiera, che affrontò senza fiatare anche quel disagio, e, come Iddio
volle, scese.
La neve aveva quasi ricoperto l'animale, così Aghinolfo dovette cercarlo a
tastoni, e non gli ci volle poca fatica a farlo alzare, tanto più che era
carico di roba e si moveva mal volentieri. Nonostante riuscì a ricondur la mula
sulla via, ed albeggiava già quando, l'ebreo sulla mula, e Aghinolfo sul
cavallo, si misero in cammino.
Il vecchio, sbalordito dalla sua caduta, intirizzito dal freddo, non parlava.
Aghinolfo aveva una paura matta che gli morisse per la strada, e ogni tanto si
fermava alle case del contado e faceva ristorare Adamo con bevande e con cibi.
Con molta fatica essi giunsero a Romena alcune ore dopo il mezzogiorno.
Alessandro e Guido Pace, quando videro il fratello in compagnia del vecchio, si
guardarono in faccia, e fu tanta l'allegrezza, che non poterono parlare.
Maestro Adamo fece scaricare, in presenza sua, la mula, poi seguì il servo che
si era caricato in spalla le bisacce; ma appena fu in camera cadde come un
ciocco per terra e pareva morto.
Non si può dire quante cure gli usassero i tre fratelli per fargli riprendere i
sensi. Per lui fecero apprestare brodi sostanziosi, aprirono una botticella di
vino prelibato, bruciarono grande quantità di legna, ma Adamo non dava segno di
riaversi. Era pallido, smunto, e la lunga barba che gli scendeva sul petto
pareva che circondasse il volto di un cadavere.
Così rimase ad occhi chiusi per tre giorni interi, e durante quei giorni i tre
fratelli sentivano svanire sempre più le speranze che avevano fondate sul
vecchio. Aghinolfo però era il più desolato e rammaricavasi di essersi esposto
a tanto disagio e a un così grande pericolo per tirar su da un precipizio un
vecchio, che aveva già un piede nella fossa, se non tutti e due, e una mula
zoppa. Egli guardava con cupidigia le pesanti bisacce che erano accanto al
letto, ma poi lo assaliva il dubbio che invece di esser piene di fiorini,
contenessero soltanto vile moneta di rame.
La sera del terzo giorno Adamo aprì gli occhi, e i tre fratelli, nel vederlo
ritornare alla vita, non poterono trattenere un grido di gioia.
- Ho dormito, - disse il vecchio, - perché ne avevo bisogno. Quel maledetto
Bargello fiorentino mi dava la caccia da più giorni, e m'impediva ogni riposo.
Però gliel'ho fatta in barba, - aggiunse ridendo. - Il caso mi ha portato
appunto in questo palazzo, al quale ero diretto quando precipitai nel burrone, e
di qui, se voi mi porgete aiuto, o signori, io voglio farvi molto ricchi con
grave danno di quella città di Firenze, che io odio.
I tre fratelli s'erano stretti intorno al letto dell'ebreo e lo incitavano a
parlare. Maestro Adamo narrò che, fuggendo da Brescia per sottrarsi alla
persecuzione, si era rifugiato a Firenze con molte ricchezze e vi aveva
esercitato il commercio delle pietre preziose. Un signore della famiglia degli
Acciaiuoli, non potendo pagargli molte gemme acquistate da lui per donare alla
sposa, lo aveva accusato di avergli venduto pietre false. Maestro Adamo era
stato condannato a pagare una somma maggiore del suo avere, e così era stato
rovinato. Allora, per vendicarsi della ingiustizia patita, erasi dato a coniar
fiorini falsi, i quali avrebbero scemato il credito della moneta fiorentina nei
paesi con i quali Firenze faceva i suoi traffichi, e a forza di pazienza era
riuscito a fare dei conii perfetti. Di quei fiorini ne aveva già spacciati
molti, e quando aveva saputo che i sospetti pesavan su di lui e che il Bargello
era sul punto di arrestarlo, aveva fatto fagotto e si era diretto a Romena, dove
i fiorentini, nemici dei Guidi, non lo avrebbero raggiunto.
Quand'ebbe terminato di narrare, aprì le bisacce e fece cadere sul letto una
pioggia di fiorini.
- Belli! belli! - dicevano i tre fratelli mettendo le mani in quei mucchi di oro
per avere il piacere di toccarli.
- Molti sono di quelli coniati alla zecca, ma alcuni sono fabbricati da me, e in
questi l'oro c'entra in piccolissima parte. Cercate di conoscere i buoni dai
falsi, - disse l'ebreo.
I giovani avari soppesavano le monete, se le mettevano sottocchio, le giravano e
le rigiravano e poi dicevano:
- Questa è buona, questa pure, questa ancora.
E le porgevano al vecchio, che rideva di un riso maligno assicurando che fra
quelle giudicate buone ce n'eran delle false.
- Vedete, messeri, - disse a un tratto, - col mio segreto io posso farvi
possessori d'immense ricchezze. In questo palazzo voi avrete certamente un
sotterraneo. In quello costruirò un fornello per le leghe dei metalli; lì
terrò i miei conii, lì lavorerò, e da Romena usciranno a centinaia e a
migliaia i fiorini falsi che spenderò ad Arezzo, a Orvieto, nell'Umbria e in
Romagna, e nelle vostre casse rientreranno soltanto fiorini buoni, perché io li
distinguo a un piccolo segno speciale. Voi mi avete salvato dalla morte, ma io
vi farò più ricchi di tutti quei ribaldi mercanti fiorentini messi insieme.
La gioia dei tre signori era così grande che non potevano esprimerla a parole.
Essi non si saziavano di rimuginare quelle monete, e il suono che producevano
era più dolce al loro orecchio che quello del liuto toccato da mano
appassionata.
Il giorno dopo, maestro Adamo era sano ed arzillo come un giovanetto e, senza
concedersi un momento di riposo, si diede subito a costruire il fornello ed a
preparare la fabbricazione dei fiorini di similoro. Non era passato un mese
dacché era giunto a Romena, che già spacciava ad Arezzo un sacchetto di quelle
monete in cambio di tante gemme, che poi andava a rivendere a Perugia. E in
grazia di questo scambio entrarono nel tesoro dei Guidi di Romena tanti fiorini
di quelli buoni, che essi contavano con gioia, benedicendo l'ora e il momento in
cui maestro Adamo era capitato al palazzo.
Così andarono le cose per un certo tempo. Maestro Adamo fabbricava fiorini, li
spacciava, ed intanto il tesoro dei suoi padroni aumentava ogni dì più. Ormai
la stanza sottostante alla camera de' signori non poteva più contenere tante
ricchezze, e dovettero sfondare un muro e collocarle anche in un'altra stanza.
Però il Diavolo, che aveva insegnato a maestro Adamo a far l'inganno, aiutò
anche un altro a scoprirlo.
Ecco come andaron le cose.
Naturalmente, la presenza di quell'ebreo al castello di Romena era stata
osservata. È vero che i signori del palazzo per spiegare la permanenza in casa
loro di quel miscredente, avevan detto che era un abilissimo medico, e ogni
volta che partiva per ispacciare i fiorini falsi, dicevano che andava sui monti
in cerca di piante, oppur si recava a Arezzo, a Perugia e anche a Roma per curar
personaggi di alto affare.
Peraltro, se questi pretesti eran buoni per la gente che lo vedeva soltanto da
lontano, non erano egualmente buoni per quelli di casa, i quali vedevan bene che
maestro Adamo passava la giornata e talvolta le notti nel sotterraneo. Fra i
pochi servi di casa, c'era un tale addetto alla stalla, che doveva governare la
mula del giudeo e per questo aumento di lavoro non aveva avuto mai neppur un
centesimo.
Costui, che aveva nome Marco, un poco per l'antipatia che gli ispirava
quell'ebreo, che doveva esser riverito e servito più dei padroni stessi, un po'
per non avere avuto mai da lui nessun regalo di danaro o di robe, incominciò a
pedinarlo, e tutte le volte che maestro Adamo entrava o usciva dal sotterraneo,
Marco trovava modo di vederlo e di sapere quel che portava in mano.
Questo Marco, oltre al vedere che maestro Adamo portava talvolta nel sotterraneo
delle verghe di piombo e ne usciva con sacchetti pieni di monete, aveva una
volta sorpreso un discorso fra l'ebreo e il conte Aghinolfo, che gli aveva fatto
nascere il sospetto che il medico non fosse altro che un falsario, perché
Aghinolfo, rivolto al vecchio, gli aveva detto:
- Quanto sarei curioso di conoscere il segno che vi fa distinguere quelli veri
da quelli falsi!
E l'ebreo aveva risposto:
- È un segreto che voi conoscerete soltanto dopo la mia morte.
Bisogna sapere che questo Marco era povero come Giobbe e per sua disgrazia s'era
innamorato di una bella ragazza di una famiglia agiata. I parenti di Telda,
quando gliela aveva chiesta in moglie, avevan detto un «no» tondo tondo, senza
nascondergli che a uno spiantato come lui non avrebbero mai dato una ragazza che
poteva accasarsi bene.
Marco non si sgomentò per quella risposta; ma si persuase che bisognava mettere
assieme un po' di soldi, cosa che non poteva fare finché serviva i signori di
Romena, che eran larghi come una pina verde.
Appena Marco ebbe sorpreso quel discorso fra il conte Aghinolfo e maestro Adamo,
disse:
- Se ho giudizio, arricchisco e sposo Telda.
Pensa e ripensa, stabilì di prendere consiglio da un suo compare, più vecchio
di lui, che godeva fama di astuto.
Marco raccontò a questo tale dall'a alla zeta quel che aveva veduto a Romena
dopo che vi era giunto maestro Adamo, e il compare disse:
- È certo che quegli spilorci dei conti Guidi non terrebbero in casa a ufo un
giudeo, se questo maestro Adamo non procurasse loro molto utile. Senza dubbio
l'ebreo fabbrica le monete nel sotterraneo e poi le spaccia.
- Fin qui c'ero arrivato anch'io; ma volevo sapere da te, - aggiunse Marco, -
quale utile si può ricavare dalla scoperta di questo segreto.
- Un utile grande, poiché la Signoria fiorentina ha sommo interesse di
conoscerlo.
- Ma io non posso andare a Firenze a rivelarlo. I miei padroni
s'insospettirebbero se io fuggissi, e farebbero sparire maestro Adamo; io poi
non potrei più tornare a Romena, e la Telda sposerebbe un altro.
- Hai ragione, - replicò il compare. - A Firenze potrei andar io, ma la
Signoria non si contenterà di sapere che a Romena si fabbricano i fiorini
falsi: essa vorrà bensì aver nelle mani maestro Adamo, e qui non può venirlo
a prendere senza fare una guerra.
- Ma potrebbe farlo arrestare sul territorio della Repubblica! - esclamò Marco.
- E dove?
- Alla Consuma, per esempio, dove maestro Adamo va spesso non so a che fare, -
disse Marco.
- La cosa mi par difficile, ma intanto io andrò a Firenze.
E il compar di Marco una mattina si avviò su per la Consuma con un pane in
tasca e pochi soldi nella scarsella, e dopo tre giorni era a Firenze e informava
la Signoria che a Romena si facevano monete false. Prima, peraltro, di rivelare
il segreto, l'astuto villano s'era fatto dare una buona somma, e gliene fu
promessa un'altra, dieci volte maggiore, se riusciva a dare il falsario nelle
mani della giustizia.
Il compare rifece tutto allegro la via e recò a Marco la buona notizia
spartendo con lui, da buoni amici, il denaro avuto.
- Ora il più difficile è di avvertire in tempo la Signoria quando l'ebreo va
alla Consuma, - disse il compare a Marco. - Tu che sei in casa, se apri bene gli
orecchi e gli occhi, ci riuscirai.
Marco, per non perder l'occasione, si mostrò da quel momento premuroso e
servizievole con maestro Adamo per meglio osservare quello che faceva.
L'ebreo partiva spesso, ma prendeva sempre la via d'Arezzo, e Marco si mordeva
le mani dalla rabbia, perché aveva timore di sentir dire che la sua Telda era
andata sposa a un altro.
Un giorno, però, che era nella stalla, capitò maestro Adamo a veder la sua
mula, e, imbattutosi in Marco, gli domandò se per fare una ventina di miglia
occorreva farla ferrare, perché dopo l'ultimo viaggio non era stata ferrata.
- Secondo che miglia sono, - disse Marco che voleva saper dove andava. - Se deve
camminare in piano non ce n'è bisogno, ma in monte sì.
- In monte, - rispose l'ebreo.
- Allora è meglio farla ferrare.
- Conducila dunque dal manescalco domani, perché doman l'altro voglio partire,
- disse l'ebreo.
Appena questi fu uscito, Marco corse dal compare e gli disse che prendesse un
cavallo, lo ammazzasse magari per via, ma che giungesse la mattina dopo a
Firenze affinché in capo a due giorni i soldati della Signoria fossero alla
Consuma per arrestare maestro Adamo.
Il compare non si fece pregare, e, senza ammazzare il cavallo, in dodici ore
giunse a Firenze e ne ripartì poco dopo con una schiera di uomini armati sotto
gli ordini del Bargello in persona.
Marco intanto era a Romena a struggersi dall'impazienza. Da una parte avrebbe
voluto che maestro Adamo fosse partito subito, dall'altra che avesse aspettato
per timore di perdere la somma che sperava di guadagnare. La mattina del terzo
giorno maestro Adamo scese nella stalla per vedere se la mula era ferrata, la
fece sellare, e poi la caricò di due pesanti bisacce e prese la via della
Consuma.
Marco, nel vederlo partire, era mezzo matto e non capiva più nulla. A momenti
gli pareva di esser più felice dei santi del Paradiso, a momenti più
angustiato dei dannati dell'Inferno; e più le ore passavano e più lui smaniava
per saper qualche cosa.
Ma lasciamolo smaniare a Romena e torniamo al compare con i soldati e il
Bargello. Essi giunsero alla Consuma dopo venti ore di viaggio, perché non
viaggiavano all'impazzata come il compare, e quando vedevano un'osteria si
fermavano, e non ripartivano se non avevano mangiato, bevuto e ciarlato.
Come Dio volle giunsero al valico, e allora il Bargello, che non voleva entrare
sul territorio del Casentino, rimpiattò i suoi uomini in un bosco a poca
distanza dalla via, e mandò il compare a scoprire se l'ebreo si vedeva.
Passarono diverse ore e finalmente il villano tornò dicendo che quattro miglia
più giù, in un luogo detto lo Spino dei Pomponi, aveva veduto in una macchia
maestro Adamo rimpiattato. Il villano aggiunse che l'ebreo doveva aspettare
qualcuno.
Infatti poco dopo, sulla via che da Firenze mena in Casentino, comparve un
giovine a cavallo, che, all'aspetto, pareva un artiere. Il Bargello lo fece
arrestare e lo minacciò di morte se non diceva dove andava. Egli rispose che si
recava dal conte di Poppi a portare certi drappi commessigli per la Contessa.
Infatti egli recava drappi di seta preziosi. Ma nonostante questa risposta, il
Bargello non gli concesse di continuare il viaggio, e, lasciati due uomini a
guardia del giovine, si fece accompagnare dal villano al luogo ove si trovava
maestro Adamo. Questi, appena lo scòrse, si trasse di tasca una boccetta di
veleno e la trangugiò. Il Bargello fece frugar le bisacce, e, trovatele piene
di fiorini falsi, che egli seppe distinguere dai buoni, ordinò che fosse
preparato un rogo e vi fece porre sopra maestro Adamo agonizzante. In poco tempo
le fiamme avvolsero il corpo dell'ebreo, e le sue ceneri andaron disperse ai
quattro venti.
Il Bargello, il compare, il giovine artiere e i soldati tornarono a Firenze, e
la Signoria pagò al villano il prezzo pattuito per la consegna dell'ebreo; ma
Marco non ebbe nulla, poiché il villano, tentato dalla somma ottenuta, pensò
bene di non farsi più vedere a Romena e di comprare un poderetto verso Signa.
Così Marco ebbe il dolore di veder andar la Telda all'altare con un altro, e
provò il rimorso di essere stato cagione della morte di un uomo. Egli si
accusava pubblicamente, e spese nel far dire delle messe, in suffragio
dell'anima dell'ebreo, tutto quel poco che aveva.
Siccome quelli che andavano alla Consuma dicevano di veder sempre allo Spino de'
Pomponi l'ombra di maestro Adamo, così un vescovo, andato a Roma, ottenne
un'indulgenza per tutte le persone che, passando da quel luogo, gettassero
pietre ove fu eretto il rogo; e ancora si vede colà un monte di sassi, che si
chiama: la Macìa dell'uomo morto.
- Io so appena leggere, - aggiunse la Regina, - ma mi rammento di aver sentito
dire che anche il poeta Dante, nell'<I>Inferno</I>, parla di questo
maestro Adamo da Brescia, il quale era condannato a bramare un goccia d'acqua, e
si vedeva scorrer davanti
Li ruscelletti che da' verdi colli
Del Casentin discendon giuso in Arno.
E al poeta il falsario dice:
Ivi è Romena, là dov'io falsai
La lega suggellata del Battista,
Perch'io il corpo suso arso lasciai.
Ma s'io vedessi qui l'anima trista
Di Guido o d'Alessandro o di lor frate,
Per Fonte Branda non darei la vista.
Fonte Branda, avete a sapere, era una fonte non lungi dalla terra di Romena dove l'ebreo aveva falsificato i fiorini per soddisfare la cupidigia dei tre fratelli. E ora la novella è finita, e tu, Cecco, suona l'organetto, e voi ragazzi, ballate:
La vecchia Regina, dopo aver fatto questo gaio invito alla gioventù, si era
alzata per andarsene a letto, ma la Carola era stata pronta a tagliare una fetta
di schiacciata, e Vezzosa a offrirle un bicchier di vino, ringraziandola della
novella.
- Vengo a sentirvi per impararle, - aveva detto, - così quando sarò nonna
anch'io, i nipotini mi staranno ad ascoltare a bocca aperta.
- Ne devon passar degli anni prima di quel tempo, - aveva risposto la Regina, e
s'era fermata a guardare la bella ragazza da vicino, pensando che non avrebbe
sfigurato fra le sue nuore.
Cecco prese la mamma dolcemente per un braccio e l'accompagnò in camera.
- Non ti piacerebbe la Vezzosa? - gli domandò la madre sorridendo.
- Mamma, - rispose Cecco scherzando. - Nessuna ragazza, per bella che sia, mi
piace quanto voi.
- Mattarellone! - disse la vecchia battendogli sulla spalla.
Cecco scese e andò a collocarsi fra i suonatori sulla madia, e per quanto la
Vezzosa e le altre ragazze lo invitassero a ballare, egli rifiutò dicendo che
non voleva fare una brutta figura dal momento che non sapeva muovere le gambe a
tempo.
Quando scese per prendere un bicchier di vino, la Vezzosa gli si accostò e gli
disse:
- Sapete, Cecco, che cosa v'invidio? La vostra mamma. Beato voi che l'avete
ancora; se sapeste qual disgrazia è di vedere al posto di quella che ci ha
fatto tante carezze e ci ha voluto tanto bene, un'altra donna che non ci può
soffrire!
Cecco, che non aveva ascoltato la Vezzosa quando la domenica prima faceva il
chiasso, né quando quella sera lo aveva ripetutamente invitato a ballare, ora
non perdeva una parola di quello che ella gli diceva sulla afflizione costante
di vedersi in casa una matrigna; e quella ragazza, che gli era parsa leggerina e
un poco vanesia, gl'ispirava compassione, e l'avrebbe ascoltata ancora, se le
ballerine e i ballerini non lo avessero costretto a riprendere il suo posto
sulla madia e a sonare tutte le polche e i valzer del suo repertorio.
Erano goffi a vederli ballare quelle danze esotiche, e tale apparivano a Cecco,
il quale fatto un cenno ai suonatori, attaccò un trescone. Allora, smessa la
scimmiottatura cittadina, quei bravi contadini presero a ballare con garbo e con
grazia quel ballo paesano. La Vezzosa poi era così aggraziata nei movimenti,
che Cecco, posato l'organino, fece un salto e, toltala al suo ballerino, ballò
anche lui il trescone.
Quando ebbero terminato, tutti gli dettero la baia, dicendo:
- Guarda, guarda quello che non sapeva ballare!
- Non so ballare infatti né polche né valzer perché quei balli vanno lasciati
a chi ha imparato dai maestri e alla gente meno zotica di noi; ma il trescone lo
facciamo fino da piccini, come giuochiamo alla ruzzola e a palla. Che volete, io
son fatto così, e mi pare che ognuno debba fare il proprio mestiere, e che i
contadini, anche nei balli, debbano far da contadini. Forse sbaglierò, ma anche
negli abiti bisogna mantenere le antiche usanze, e le donne nostre mi paion più
belle vestite di bordatino, con un bel grembiale davanti e lo sciallino
incrociato sul petto, che con tanti fronzoli da cittadine, che non sanno
portare.
Mentre Cecco parlava, la Vezzosa teneva gli occhi bassi e arrossiva sentendo che
quel rimprovero era diretto specialmente a lei.
Verso le dieci il ballonzolo in casa Marcucci era terminato, e nonostante vi
fossero molti uomini, pure Cecco, senza farsi tanto pregare, accompagnò a casa
la Vezzosa e l'ascoltò mentre essa gli parlava dolcemente del dolore di non
aver più la madre.
Il Romito dell'Alpe di Catenaia
Quella domenica la Vezzosa giunse al podere dei Marcucci, prima di ogni
altro, insieme con due sorelline poco minori a lei. Nella casa non erano stati
ancora accesi i lumi; la vecchia Regina diceva il rosario al suo solito posto, e
le nuore erano andate in chiesa, alla benedizione, mentre gli uomini avevano
preso il fucile per tirare a qualche tordo. Le sorelline di Vezzosa furon
trattenute sull'aia da Annina, che dirigeva i giuochi dei fratelli e dei cugini.
Era una serata mite e pareva impossibile che si fosse nel cuore dell'inverno, in
mezzo ai monti, tanto l'aria era temperata.
- Buona sera, - disse Vezzosa sottovoce entrando in cucina.
Nessuno le rispose, perché la vecchia era un po' sorda e, nel dire il rosario,
s'era appisolata; così Vezzosa, non vedendo nessuno, si sedé sotto una
finestra, e, preso un libro che era posato sul davanzale, incominciò a leggere.
Era il volume <I>Le mie prigioni</I>, di Silvio Pellico: un
volumetto logoro, tutto pieno di segni, che dicevano come fosse stato letto e
riletto dal suo primo proprietario.
Vezzosa leggeva bene e sapeva anche scrivere una lettera, perché era stata a
scuola, ma le sue letture erano state scarsissime ed il nome del prigioniero
dello Spielberg le riesciva del tutto nuovo. Però, fin dalle prime pagine, la
lettura di quel libro la commosse tanto da farle dimenticare dov'era e da
impedirle di udire che la stanza andava man mano empiendosi. Si scosse soltanto
quando sentì la voce di Cecco, che le diceva:
- Vezzosa, la mamma fra poco incomincia la novella.
- Scusate, - rispose la ragazza chiudendo il libro. - Scusate, Cecco, se mi son
messa a leggere. Avevo incominciato così per far qualche cosa e non disturbare
la Regina, ma che volete! Son rimasta attaccata a questo racconto come gli
uccelli alla pania.
Cecco, mentre l'ascoltava esprimere così ingenuamente la sua ammirazione per
quel libro che ha fatto piangere tante anime gentili, la guardava fissa.
Allorché ella, accorgendosi di essere osservata, s'interruppe e abbassò gli
occhi, Cecco le disse:
- Ma che cosa avete fatto, Vezzosa? Da domenica non vi riconosco più?
- Nulla, - rispose ella arrossendo, - mi son vestita come si costuma da noi.
E per non sentire quel che le avrebbe detto Cecco, vergognandosi di aver
seguìto il gusto di lui, andò verso il camino e si imbrancò con le altre
donne, che già pigliavan posto per ascoltare la novella. Anche Cecco vi si
avvicinò, e, furtivamente, guardava la Vezzosa, che era vestita semplicemente
di bordatino, col giacchetto di flanella rossa e nera a quadri, la pezzuola
incrociata sul petto, pettinata liscia liscia; gli pareva bella davvero, bella
come deve essere una contadina che non ha ghiribizzi per la testa, e sa che la
sua missione consiste nel lavorare e nel farsi amare dai suoi, più per la sua
bontà che per altro.
Vezzosa sentiva quello sguardo persistente di Cecco, ed era tanto felice che
appena udiva quel che diceva la Regina, la quale già aveva preso a narrare la
Novella del Romito.
- Sono anni e anni, - diceva la vecchia, - che su in vetta all'Alpe di
Catenaia, in quel luogo detto ora l'Eremo di Casella, comparve un giovine
cavaliere, tutto vestito a lutto, con un viso magro e pallido che metteva
compassione a vederlo. Questo cavaliere aveva seco un bel cavallo morello, ma
non era seguìto da nessun servo, come solevano condursene dietro i signori. Era
giunto lassù dalla Valle Tiberina, e invece di cercare un alloggio nel castello
del Cerbone, o a Chitignano, o a Chiusi, s'era fatto con le sue bianche mani una
capanna di frasche in mezzo al prato, e costì si riparava insieme col suo
cavallo, al quale voleva più bene che alle pupille degli occhi. Dopo pochi
giorni che era lassù, aveva spogliati gli abiti signorili e s'era vestito di
saio, alla moda de' contadini; e poi, a poco a poco, portando da sé le pietre
che trovava staccate dai massi, la rena che andava a prendere nel letto della
Rassina, e la calce, s'era costruito una cappellina e dietro a quella una
stanzetta e una stalla.
Il giovane era taciturno, ma non selvatico, e quando scendeva a Chitignano per
comprare il pane e le poche cose che bastavano al suo nutrimento, parlava
affabilmente con la gente del paese, la quale, sapendo che dormiva sulla nuda
terra, con una pietra per guanciale, e che pregava quasi tutto il giorno,
incominciò a chiamarlo il Romito, e a tenerlo in grande venerazione.
Le donne dei vicini paesi, quando avevano qualche bambino ammalato ricorrevano
al Romito, ed egli dava dei semplici, còlti con le sue mani, ma soprattutto le
rimandava consolate, assicurandole che avrebbe pregato per i loro infermi, e
scendeva dall'Eremo per visitarli. Se i bambini guarivano, egli si mostrava
così contento come se fossero stati figli suoi; se morivano, li componeva nella
bara, e aveva tali parole di conforto per le madri, parlava loro di una prossima
riunione in Paradiso con i loro figli, convertiti in angioli bianchi e alati,
che le donne, invece di disperarsi, aprivano l'anima alla speranza di esser
protette da quegli spiriti eletti alla gloria celeste, e il loro dolore era meno
straziante.
- È un santo! - diceva la gente, vedendolo passare calmo e sorridente, e
correva a baciargli il rozzo saio, che pareva un manto reale, tanta era la
dignità con cui egli lo portava.
Se qualcuno lo ringraziava per aver guarito un infermo, il Romito rispondeva:
- Sono io che debbo ringraziare questa buona popolazione che mi ha concesso il
passare il resto dei miei giorni in un luogo ameno, nella solitudine dei monti,
in mezzo ai fiori. Oh! se sapeste come sono calmo dopo tante sventure!
Anche se il Romito non avesse fatto allusione a un passato doloroso, tutti
avrebbero capito che egli aveva molto sofferto e che sotto il rozzo saio si
nascondeva un signore di quelli che sono assuefatti a comandare e a vedersi
ubbiditi e riveriti.
Intanto passavano gli anni, e il Romito, che quando giunse al prato di Casella
era giovane, s'era già fatto tutto canuto. La barba gli scendeva sul petto e i
capelli gli toccavano quasi la cintura. Del resto si manteneva sempre buono e
benefico verso tutti i miseri, ed essendogli morto il cavallo, si recava a piedi
anche nel crudo inverno a molte miglia di distanza per visitare gli infermi.
Certo il Romito non era ricco, ma se vedeva dei vecchi, dei malati e dei
bambini, che avessero bisogno di un'elemosina, li soccorreva di danaro più
largamente di quel che non facesse lo stesso Farinata, signore del castello di
Chitignano e parente di quell'arcivescovo Ubertini, che, come vi ho narrato, fu
ucciso a Campaldino.
Un giorno quando il Romito era già vecchio, una misera vedova salì al prato di
Casella. Essa era poverissima, e domandò per grazia al Romito che volesse
scendere alla sua casa a visitare un suo figliuolo che era il sostegno di lei e
degli altri figli. La donna narrò piangendo che questo giovane si struggeva
come una candela, e nessuno riusciva a guarirlo né a capire che cosa avesse.
- Pregate per vostro figlio; io pure implorerò l'aiuto del Cielo, e domani
verrò da voi, - disse il Romito ponendo in mano una elemosina alla povera
madre.
Pregò infatti il vecchio tutta la notte, prostrato sulle pietre della
cappellina, dinanzi a una croce formata da due rami di faggio, e la sua
preghiera non era fatta con le labbra, ma col cuore.
A giorno, benché la neve cadesse a turbine, il Romito si partì dal prato,
scalzo, col capo scoperto come se andasse in pellegrinaggio alla Verna; e mentre
scendeva il monte, pregava per l'afflitta vedova.
Nel tugurio ov'ella abitava, il santo vecchio fu accolto con profonda
venerazione. La donna gli andò incontro baciandogli il saio, le figlie si
inginocchiarono chiedendogli che le benedisse, e il malato, non potendosi
muovere dalla seggiola su cui stava seduto, stese verso di lui le mani, mentre
dagli occhi gli sgorgavano lacrime abbondanti.
Il Romito si avvicinò al giovane Francesco e lo interrogò dolcemente per
sapere da quando gli era incominciato il male, e che cosa soffriva. Seppe che
s'era cominciato a sentire sfinito dopo una grande scalmana, ma per non
affliggere sua madre aveva nascosto il male e non aveva detto nulla, finché
proprio gli era rimasto un fil di forza. Ora non ne poteva più, e se non fosse
stato peccato invocar la morte, perché la sua famiglia, sparito lui, sarebbe
rimasta senza alcuna risorsa, avrebbe pregato il Signore di richiamarlo a sé,
perché soffriva tanto da considerare la morte come un sollievo.
Il vecchio Romito lo esortò a non perdersi d'animo ed a sperare nella
misericordia divina, e, sempre scalzo, orando, risalì al prato di Casella.
I semplici, che il giorno dopo egli portò al malato, non lo fecero punto
riavere; anzi, lo stomaco, indebolito dal male, neppure poté reggerli, e il
Romito, che aveva tanto sperato in quelli, si scoraggiò, senza però mostrare
né a Francesco né alla madre che dubitava dell'efficacia di quel rimedio.
Ritornato a capo chino alla sua cappelletta, il Romito si prostrò sulla nuda
terra, e così rimase un giorno e una notte senza prender cibo né bevanda,
pregando di continuo per l'afflitta vedova e il suo figliuolo. Dalla porta mal
connessa entrava il vento gelato dell'Alpe di Catenaia, e faceva intirizzire il
vecchio, il quale offriva a Dio tutti quei tormenti in cambio della grazia che
gli chiedeva.
A un certo punto della notte il freddo, lo sfinimento e la stanchezza vinsero il
Romito, il quale cadde in terra addormentato.
Mentre dormiva, gli parve di essere in quella stessa cappelletta inginocchiato,
e di vedere a un tratto aprirsi il tetto e scendere dall'alto un angiolo bianco,
avvolto in un gran chiarore. Quell'angiolo scendeva fino a lui e gli diceva:
- Poiché hai avuto fede, sarai esaudito: il Signore mi manda a te per indicarti
l'acqua che deve sanare il giovane infermo. Seguimi!
Il Romito vide l'angiolo bianco uscire dal piccolo oratorio e gli parve di
seguirlo per la scesa che conduce a Chitignano. Il messaggiero di Dio
oltrepassò la casa della vedova e ristette dinanzi a un monticello che batté
tre volte con la sua bacchetta, e poi, dicendo al vecchio: «Ave», s'innalzò
nella notte buia, circondato di luce, e sparì su, dove brillano le stelle.
Nel destarsi, il Romito rammentava così bene il sogno, che gli pareva di aver
veduto davvero l'angiolo e di averlo seguito fino al di là del paese. Così fu
meravigliato di trovarsi nella cappellina, illuminata da una piccola lampada di
ferro, che il vento faceva oscillare. Ma presto capì che il sogno gli veniva
dal Cielo, e dopo di aver ringraziato, piangendo, il Signore, di quella grazia,
scese senza neppur prendere un poco di cibo, al luogo dove lo aveva condotto
l'angiolo in sogno.
Pareva che il Romito volasse, tanto camminava spedito sulla neve gelata, e
l'ardore che provava lo rendeva insensibile al freddo.
In breve giunse al monticello dove l'angiolo s'era fermato, e rimase
meravigliato vedendo che la neve, che copriva tutta la terra intorno, s'era
liquefatta sul monticello, e che dalla vetta di esso scaturiva una fonte.
Il vecchio cadde in ginocchio e ringraziò Iddio di quella nuova grazia; poi
andò alla casa di quella vedova e, fattosi dare un boccale, lo empì dell'acqua
della nuova fonte e ne fece bevere al malato.
Lo stomaco indebolito di Francesco resse quell'acqua tepida, e il poveretto si
sentì da quella ristorato.
- Sperate, - diceva il Romito, senza parlar del sogno e della fonte che era
scaturita per miracolo dalla terra.
Francesco bevve nella giornata tutto il boccale d'acqua, e la mattina dopo,
quando il Romito andò a portargliene un fiasco, non pareva più lo stesso, e
poté camminare incontro al santo vecchio e chinarsi per baciargli il saio.
A farla breve, in capo a una settimana Francesco era guarito, e la voce del
miracolo si sparse in tutto il paese.
- Ringraziate Iddio, - diceva il vecchio umilmente.
Egli aveva provato la virtù di quell'acqua sopra molti bambini ridotti al
lumicino; sopra ragazze consunte dalla tosse; su vecchi infermi, e tutti
miglioravano e guarivano in capo a un certo tempo. Allora egli, riconoscendo che
Iddio si era servito di lui per dare quella fonte di salute e di guadagno al
povero paese di Chitignano, e sentendo vicina la sua fine, andò un giorno dal
conte Orlando, che era il padrone del castello, e gli espose il miracolo,
pregandolo di far nota la virtù dell'acqua di Chitignano.
Il Conte, e specialmente la contessa Sofia, che era dei Guidi di Romena,
promisero al vecchio tutto ciò che egli desiderava e lo invitarono anzi a
chiedere loro un favore.
- Io non ho bisogno di nulla, signori; - rispose il Romito, - ma chiedo per
altri che ha non bisogno, ma necessità; e, come sono stato esaudito dal
Signore, spero di essere esaudito da voi. La madre del giovane risanato per
virtù dell'acqua miracolosa, è molto povera; io vi supplico di concedere a lei
la proprietà della sorgente, affinché ella, vendendo l'acqua agli infermi,
possa ricavarne un utile.
- La tua domanda è esaudita, - rispose il conte Orlando, - e la sorgente si
chiamerà la Buca del Tesoro. Questo nome che io le impongo significa che
desidero che essa sia un tesoro per la famiglia cui appartiene.
Il Conte fece chiamare il notaio, e venne immediatamente rogato un atto col
quale riconosceva proprietà della vedova Belli e dei discendenti di lei, la
sorgente miracoIosa. Il Conte e la Contessa tennero parola e scrissero lettere
ai loro parenti per informarli che a Chitignano si era trovata un'acqua che
guariva molte malattie, e non dimenticarono di dire da chi e come era stata
trovata. Peraltro, anche se non avessero scritto tante lettere, la notizia si
sarebbe sparsa lo stesso, perché non c'era chitignanese che non parlasse del
miracolo con quanti di Chiusi, di Rassina e anche di più lontano s'incontrava,
e incominciò una processione di malati dal Romito. Gli storpiati, quelli che
avevano piaghe, i malati inguaribili, si facevano portare al prato di Casella,
se non ci potevano andare con le loro gambe; e in tutto il Casentino, e anche
nella Valle Tiberina e in Val di Chiana, non si parlava d'altro che dei miracoli
del Romito e della virtù dell'acqua di Chitignano.
Ormai il bel prato coperto di fiori, nel quale il Romito aveva stabilito la sua
dimora per vivere nella solitudine e rivolgere l'occhio e la mente a Dio, era
ogni giorno pieno di ammalati, di gente che implorava soccorso ai propri mali.
Il vecchio era accasciato dalla fatica di visitare gl'infermi, ma non si lagnava
mai. Sempre sereno, sempre affettuoso, consolava i sofferenti con la parola, se
non poteva consolarli con la guarigione, e pregava sempre per loro.
Intanto la vedova e la sua famiglia non soffrivano più le privazioni. Il conte
Orlando aveva fatto bandire ovunque che chi voleva bere l'acqua della Buca del
Tesoro, dovesse pagare un tanto, e i danari e anche i bei fiorini d'oro
entravano in casa Belli ed eran convertiti in campi e in vigne. Anche la
cappellina del Romito si ornava ogni giorno. Francesco stesso aveva fatto fare
per quella, da un abile pittore, un quadro che rappresentava il sogno del
Romito; altri vi avevano recato voti d'argento, lampade di finissimo lavoro,
vasi e candelabri. Le donne che avevano riacquistata la salute, vi portavano i
loro oggetti preziosi e ne adornavano una immagine di legno della Vergine, che
era stata collocata sopra un altare.
Il Romito lasciava che i doni affluissero alla cappellina, ma egli pregava
sempre prostrato sulla nuda terra, davanti alla rozza croce costruita dalle sue
mani e che egli ornava di fiori alpestri l'estate, e di rami d'abete l'inverno.
Le persone cui aveva resa la salute, vedendolo ogni giorno più macilento e più
curvo, lo supplicavano di accettare qualche dono che gli permettesse di
ripararsi meglio dalle intemperie e di riposare più comodamente; ma egli
rifiutava tutto quello che gli era offerto, e rispondeva sempre:
- La mia vita avrà una durata limitatissima; quello che ambisco è una cosa
tanto elevata che per ottenerla posso ben sottopormi alle privazioni.
E mentre così parlava i suoi occhi fissavano il Cielo, mèta dei desiderî e
delle aspirazioni di quell'anima santa.
Era Pasqua, e la contessa di Chitignano, volendo onorare il vecchio tanto
benemerito del paese, aveva invitato tutti i suoi terrazzani a una processione
all'Eremo di Casella. Il popolo accorse anche da altri paesi all'appello della
Contessa, la quale, salita su di una cavalla bianca e seguìta da paggi e da
scudieri, si avviò alla testa del lunghissimo corteo, che camminava cantando
preghiere. La Contessa portava alla cappella un ricco stendardo trapunto con le
sue mani, e quelli che la seguivano recavano doni, voti e fiori.
Quando la testa della processione sboccò sul viale, si fermò, e la contessa
Sofia dette un grido. Disteso in terra in mezzo alle ginestre, alle margherite,
ai ranuncoli e all'erbe aromatiche del prato, stava il vecchio, col volto scarno
come quello di un cadavere, e gli occhi, che avevano tanto pianto, vòlti verso
il cielo.
La castellana scese e, avvicinatasi al vecchio, gli baciò la mano, che già
pareva di cera, e gli disse:
- Santo vecchio, il popolo di questi luoghi che tu hai tanto beneficato, è
venuto a renderti omaggio e a pregarti di una benedizione. Vedi, eccolo che
giunge.
Il Romito alzò con fatica il capo, e appoggiando il gomito sulla terra, prese a
dire:
- Madonna, è il Signore che vi manda e manda questo popolo, ed è questo un
nuovo segno della Sua grazia, poiché, sentendomi vicino a morte, io lo pregavo
che mi concedesse di fare in pubblico la confessione de' miei peccati. Volete
benignamente ascoltarla, madonna? Io, alleggerito da questo peso, morirò
contento.
- Confessati pure, santo vecchio, - rispose la signora.
E a un cenno di lei tutto il popolo s'inginocchiò sul prato con gli occhi fissi
sul vecchio e gli orecchi aperti per raccogliere il debole suono che gli usciva
di bocca.
Dopo essersi fatto il segno della croce, il Romito prese a dire:
- Non vi rivelerò il nome della mia famiglia, perché non desidero pervenga ai
miei discendenti notizia di me. Da molti e molti anni, io sono morto per essi, e
le maledizioni che potrebbero mandarmi e che ho meritate, forse mi
offenderebbero anche nella tomba.
- Dovete sapere che io nacqui nell'isola di Sicilia, da genitori nobilissimi e
potenti. Mio padre perì, giovane ancora, in guerra, e il fratello primogenito
ed io rimanemmo affidati alle cure di nostra madre. Crescendo e udendo ripetere
che le baronie di mio padre sarebbero tutte passate nelle mani del fratello mio,
io fui preso per costui da una invidia tremenda, accresciuta, forse, da' malvagi
consiglieri, i quali mi dicevano che io, più bello, più ardito, più desto di
mente e più agile di corpo, avrei maggiormente figurato fra i signori della
Corte del Re nostro, e avrei saputo difendere, meglio che Roberto, i feudi
paterni.
Ero ancora un fanciullo, e già l'ambizione e il desiderio di dominio mi
torturavano a segno tale, da far tacere in me ogni affetto per colui che io
consideravo come l'usurpatore dell'eredità che mi spettava.
Intanto Roberto aveva raggiunto la maggiore età, ed aveva avuto dal Re
l'investitura di tutti i feudi della mia famiglia. Ritornato dalla Corte
baldanzoso e superbo, ordinò una giostra per misurarsi con i baroni più prodi
dell'isola. Io ero da lui considerato quanto uno straccio, e, a tavola, a
caccia, ovunque, ero sempre collocato nel posto peggiore. Di questo mi
affliggevo molto, ma non ne facevo parola con nostra madre, la quale,
abbandonato il governo dei feudi a Roberto, passava la vita ritirata nelle sue
stanze, in mezzo alle donne, occupata in lavori d'ago e in preghiere.
- Giunse il giorno malaugurato della giostra, e quei malvagi che mi avevano
sempre incitato contro il fratel mio, presero a dirmi che non dovevo lasciarmi
sfuggire quella occasione e dimostrargli che lo vincevo in prodezza, in valore,
e che più di lui ero degno di portare il titolo di duca.
- Mi guardi il Cielo di accusare loro soli del mio peccato; se non avessero
trovato in me un uditore compiacente, se la perfidia dell'anima mia non fosse
stata loro palese, non avrebbero osato parlarmi in cotal maniera. Stava a me a
non prestare ascolto a quelle parole malvage, e purtroppo non seppi né volli
farlo!
- Da tutte le parti della Sicilia i baroni avevan risposto all'invito del duca
Roberto, e il prato dinanzi al nostro fortissimo castello, che cinge tutta la
cima di un alto e aspro monte, era pieno di cavalieri pronti a scendere nella
lizza, coperti di ricche armature, e montati sopra corsieri impazienti.
- In un palco, eretto sul fondo del prato, stava mia madre, e aveva a fianco la
fidanzata di Roberto, la contessina Costanza, bella e riccamente adorna di
monili gemmati, poiché le nozze si dovevano celebrare il giorno successivo al
torneo.
- Roberto scese in campo, e io, nel vederlo, mi sentii ribollire il sangue,
perché le trombe lo salutarono e i baroni abbassarono la spada in segno
d'omaggio.
- Corse egli contro un barone e lo scavalcò, e mentre si formava di nuovo il
campo, mi presento io con la visiera calata, vestito di un'armatura senza
stemma, e cavalcando un cavallo preso a prestito da un signorotto, che era fra i
più acerbi nemici del duca Roberto. Mi si domanda il mio nome; io altero la
voce e rispondo che non voglio rivelarlo, ma desidero misurarmi col Duca. Questi
accetta l'inusitato invito; corriamo, io lo incalzo, lo assalgo come un
forsennato per aver la soddisfazione di vederlo dinanzi a me per terra, e ci
riesco. Ma che vanto doloroso!
- Roberto, nel cadere, era rimasto con un piede nella staffa, e il cavallo,
spaventato, s'era dato a correre trascinando seco il cavaliere.
- Accorsero i valletti a fermarlo; i baroni circondarono il duca, ma quando gli
ebbero sciolto il cimiero e slacciata la maglia, il suo cuore non batteva più.
Vidi mia madre cadere svenuta, la bella contessina Costanza piangere, ed io,
preso dal rimorso, approfittando di quel momento di confusione, mi diedi a
fuggire giù per il monte spronando il cavallo a corsa precipitosa, e non mi
sarei mai fermato se l'animale, a un certo punto, non avesse rifiutato di andar
oltre. Ormai il rimorso mi perseguitava e non avevo più pace.
- Entrai in una casa di contadini e domandai ricovero per la notte. Mi fu
concesso in una capanna; ma appena mi fui addormentato, così vestito e armato
come ero, sopra un mucchio di fieno accanto al mio cavallo, cui non avevo tolta
la sella, venni destato da un rumore di voci. Aprii gli occhi e vidi intorno a
me molta gente in atto minaccioso, che mi gridava:
- «Ecco l'uccisore di Roberto! Ecco il fratricida!»
- Balzai in sella, mi feci largo con la spada e corsi a precipizio nella
campagna, inseguìto da quelle grida che mi giungevano al cuore come una
maledizione.
- Giunto a Messina, volli imbarcarmi sopra una nave che andava a Reggio, per
fuggire l'isola, sperando di fuggire il rimorso del mio delitto.
- A Messina incontrai quei malvagi che mi avevano incitato nell'odio contro il
fratel mio, i quali ad ogni costo mi volevano ricondurre al nostro castello
dicendomi che io non dovevo soverchiamente affliggermi, poiché non avevo ucciso
mio fratello. Se era morto, lo doveva alla sua imperizia nel maneggiar l'armi e
nello stare in sella, e che non era giusto che, per una fisima, io rinunziassi a
ereditare i titoli e le baronie che mi spettavano.
- Chiusi gli orecchi a quei suggerimenti e volli andarmene ramingo per il mondo
a espiare il mio peccato. M'imbarcai infatti, e, giunto in Calabria, mi diedi a
difendere i deboli contro i forti, gli oppressi contro gli oppressori. Ma non
ero stato un giorno in paese, che, per mia punizione, non venisse scoperto
l'essere mio, e non fossi additato come l'uccisore di mio fratello.
- Così pellegrinai fino a Roma, cibandomi scarsamente, pregando, combattendo
per i miseri. Quivi, in San Giovanni Laterano, feci la confessione generale dei
miei peccati, e il buon vescovo che mi assolse, mi disse di sperare nella
misericordia divina e di far vita da eremita.
- Ripresi quindi il pellegrinaggio cercando un luogo alpestre e solitario,
vicino a un paese dove potessi giovare in qualche modo al prossimo mio, e mi
stabilii su questo prato. Or sono quarant'anni che vi dimoro, ed è quassù che
ho avuto la suprema consolazione di sapere che il mio peccato era perdonato. Me
ne sono accorto vedendo che il Signore si è servito di me per beneficarvi, ed
ha esaudito le mie preghiere.
- Ora sono presso alla morte, e questa confessione spero vi sarà d'esempio a
non cedere alle passioni, e a non dare ascolto ai cattivi suggerimenti.
Il vecchio ricadde estenuato su quel tappeto di erbe aromatiche e di fiori, e il
popolo si affollò intorno a lui, piangente, per baciargli la mano e il saio.
La contessa Sofia fece cenno che l'agonia del Romito non fosse turbata, e
ordinò alla folla di pregare. E mentre tutti rivolgevano a Dio preci per il
morente, l'anima di lui si sprigionava dal corpo e, accompagnata da quel coro
unanime, saliva lentamente al cielo. Allora avvenne un fatto non mai accaduto.
Si alzò una brezza dolcissima e in un momento si videro turbinare nell'aria
migliaia e migliaia di fiori, che andarono a coprire il corpo del santo Romito,
mentre su nel cielo tante e tante voci dolcissime cantavano: Osanna! Quando la
contessa Sofia, a capo della processione, tornò piangendo in paese, vide che
non era più la sola fonte detta Buca del Tesoro che gettava l'acqua salutare,
ma che dal terreno sgorgavano in molti punti delle fonti della stessa acqua. Da
quel tempo in poi Chitignano salì in rinomanza per le sue sorgenti, e
quell'acqua ha sanato più malati che non ci sono stelle in cielo e pesci in
mare.
La Regina tacque e Maso disse:
- Mamma, avete fatto bene a raccontar questa novella. Non si sa mai se
nell'anima di qualcuno dei bambini che vi ha ascoltata non vi sia la pianta
velenosa dell'invidia. Quest'esempio basterà loro ad estirparla, perché quel
Romito, prima di giungere al prato di Casella, deve aver patito quanto Caino.
Noi, se Dio vuole, - aggiunse guardando sorridente i fratelli, - l'invidia non
abbiamo mai saputo che faccia avesse, e ci siam voluti bene davvero.
- E spero che ve ne vorrete anche quando io sarò sottoterra, - disse la Regina.
- Fratelli, non è un miracolo che vi vogliate bene, - saltò su a dire la
Carola. - Ma che non è una cosa rara di veder quattro cognate che van d'accordo
più che sorelle? Scommetto che se giraste mezzo mondo, non ne trovereste altre
quattro come noi! E ora tocca a te, Cecco, a mettere in casa una donna buona, e
che sia del nostro medesimo sentimento. Moglie la devi pigliare, e di gusto tuo;
ma prima di prenderla guarda che sia davvero una donna come si deve.
Cecco sorrise e non disse né si né no; ma siccome quel discorso lo noiava,
rispose alla Carola che ne lasciava a lei la scelta.
Durante questo discorso, Vezzosa s'era tirata da parte e adagio adagio aveva
preso a leggere <I>Le mie prigioni</I>.
Cecco le si avvicinò e le disse:
- Pigliate pure codesto libro, poiché non è di quelli che mettono i grilli in
testa; anzi, è uno di quei libri che tutti dovrebbero leggere.
- Grazie, Cecco, - rispose la ragazza, e lo nascose sotto il grembiale.
Quella sera, nel percorrere il breve tragitto che separava il podere dei
Marcucci da quello del Vezzosi, padre della bella ragazza, i due giovani
parlarono soltanto della bontà d'animo che traspariva dal libro del Pellico fin
dalle prime pagine. Peraltro, Cecco, nel lasciare la Vezzosa, le disse:
- A domenica, non è vero?
- A domenica, - rispos'ella.