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Robinson Crusoe
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Robinson Crusoe
Se mai la storia delle avventure di un uomo qualsiasi di questo mondo è stata degna di pubblicazione e, una volta pubblicata, di essere accolta con favore, colui che l'ha data alle stampe è convinto che questa lo sia.
Gli eventi straordinari della vita di quest'uomo superano a suo avviso, tutto ciò di cui si sia avuta mai notizia, ed è quasi impossibile che la vita di un singolo individuo possa presentare maggior varietà.
La storia è raccontata con accenti sobri e sereni, e con l'intendimento religioso di sfruttare le circostanze così come gli uomini savi se ne servono sempre, cioè per istruire gli altri mediante questo esempio, e per giustificare ed esaltare la saggezza della Provvidenza nelle più svariate congiunture della vita, comunque possano verificarsi.
Chi l'ha data alle stampe è convinto che questa storia sia una cronaca di fatti realmente accaduti, e non vi sia in essa traccia veruna di invenzione. Ad ogni modo, il fatto che si tratti di avvenimenti pregressi non muta il valore del racconto, sia per il diletto del lettore, sia per l'insegnamento che glie ne può venire. Egli pertanto ritiene, senza ulteriori giustificazioni nei confronti del pubblico, di rendergli un grandissimo servigio nel farlo stampare.
Io nacqui nel 1632 nella città di York da una buona famiglia che peraltro non era del luogo. Mio padre infatti era uno straniero, di Brema, e in un primo tempo si era stabilito ad Hull. Poi, grazie al commercio, aveva accumulato un ragguardevole patrimonio, cosicché, abbandonati i propri affari, aveva scelto di vivere a York e vi aveva sposato mia madre, appartenente a un'ottima famiglia locale. Mia madre di cognome si chiamava Robinson, e perciò io ebbi il nome di Robinson Kreutznauer; ma siccome notoriamente gli inglesi inclinano a storpiare le parole ora noi veniamo chiamati, ed anzi ci chiamiamo e firmiamo, Crusoe; ed è così del resto che mi hanno sempre chiamato i miei compagni.
Avevo due fratelli maggiori, uno dei quali era stato tenente colonnello in un reggimento di fanteria inglese di stanza nelle Fiandre, a suo tempo sotto il comando del famoso colonnello Lockhart, e cadde ucciso a Dunkerque combattendo contro gli spagnoli. Quanto all'altro mio fratello ho sempre ignorato quale sia stata la sua sorte, così come i miei genitori non hanno mai saputo quello che accadde a me.
Poiché ero il terzogenito e non ero stato indirizzato a un mestiere purchessia, ben presto il mio cervello prese a fantasticare, a sognare di andare in giro per il mondo. Mio padre, che era molto anziano, aveva provveduto a corredarmi di una congrua istruzione, nei limiti normalmente consentiti dall'educazione familiare e dalle modeste scuole di provincia, e intendeva avviarmi alla carriera legale. Ma a me sarebbe piaciuta una cosa sola: navigare; e questa mia aspirazione mi portava a oppormi con tanto accanimento alla volontà, anzi agli ordini di mio padre, e del pari a tutti gli sforzi di persuasione e alle preghiere di mia madre e dei miei amici, che sembrava esservi alcunché di fatale in questa mia propensione istintiva, la quale tendeva direttamente alla vita miseranda che poi mi sarebbe toccata.
Mio padre, uomo saggio e grave, si provò con serie ed eccellenti argomentazioni a dissuadermi dal proposito che indovinava in me. Una mattina mi convocò in camera sua dov'era confinato a causa della gotta, e con molta veemenza mi esternò la sua disapprovazione. Mi chiese quali ragioni avessi, a parte il desiderio di viaggiare per il mondo, di abbandonare la casa di mio padre e la mia città natale, dove non mancavo di opportune entrature e avevo la possibilità di impinguare il mio patrimonio col lavoro e con la buona volontà, e condurre così una vita agiata e serena. Mi disse che il far fortuna con iniziative avventate e acquistar fama con imprese fuori del comune toccava a uomini disperati o a coloro che aspirano per ambizione a raggiungere posizioni superiori alla propria; che si trattava di cose troppo in alto o troppo in basso per me, e che la mia condizione si poneva a un livello intermedio, cioè al gradino più basso fra quelli elevati, ed egli per lunga esperienza lo aveva considerato la miglior condizione di questo mondo, la più idonea a garantire la felicità dell'uomo, non esposta alle miserie e ai sacrifici, alle fatiche e alle angustie di quello strato dell'umanità che deve adattarsi al lavoro manuale, e al tempo stesso libera dalla schiavitù dell'orgoglio, dello sfarzo, dell'ambizione e dell'invidia cui soggiace la classe più abbiente. E aggiunse che potevo valutare la mia posizione dalla semplice constatazione che tutti invidiavano il mio stato; che non di rado persino i monarchi si erano lamentati delle costrizioni dovute a una nascita che destina a grandi gesta e avevano deplorato di non trovarsi in situazione intermedia, tra i due punti estremi: il più piccolo e il più grande; che anche il saggio, quando pregava l'Altissimo acciocché non gli fosse dato di conoscere né la povertà né la ricchezza, testimoniava che in questo stava la vera felicità.
Come poi ebbi sempre a constatare, egli mi fece osservare che in questa vita le disgrazie sono sempre ripartite fra gli strati più alti e quelli più bassi dell'umanità; mentre per contro la condizione media era quella che annoverava minor numero di disastri e non era esposta a continue, alterne vicende come accade quando si fa parte della più bassa o della più alta condizione. Né d'altra parte vanno soggetti ai malanni, alle inquietudini del corpo e dello spirito come quelli che, per lusso, vizio o sregolatezza, oppure per soverchio affanno, per fatica e privazioni, per povertà e cibo insufficiente perdono la salute quale naturale conseguenza del loro regime di vita; che la pace e l'abbondanza erano le ancelle di una media fortuna; che la temperanza, la moderazione, la tranquillità, la buona salute, le amicizie e tutti gli svaghi e i piaceri desiderabili erano i doni celesti riservati alla condizione media della vita; che in questo modo gli uomini vivono la loro giornata terrena senza scosse, in silenzio e la concludono in serenità, senza il peso degli sforzi manuali o mentali, non costretti a piegarsi a un'esistenza da schiavi per guadagnarsi il pane quotidiano, non afflitti da condizioni malcerte e precarie che sottraggono la pace all'anima e il riposo al corpo; non rosi dall'invidia o dalla segreta ardente febbre dell'ambizione e del successo, ma consumando i propri giorni dolcemente, in condizione di agiatezza, gustandone con giusta moderazione i piaceri senza assaporarne l'amaro, sentendosi felici e imparando dall'esperienza quotidiana ad apprezzare meglio il valore della propria felicità.
Infine mi rivolse la più calda e affettuosa esortazione affinché non facessi il ragazzo e non cercassi avversità dalle quali la natura e la mia condizione sociale mi avevano messo al riparo; mi disse che non avevo motivo alcuno di guadagnarmi il pane, che avrebbe provveduto lui stesso alla mia persona cercando di avviarmi nel modo migliore alla condizione che poc'anzi aveva caldeggiata e se la mia vita non fosse stata facile né felice avrei dovuto accusare solo me stesso o la mia sfortuna, ma non sarebbe stato lui a portarne la responsabilità, perché egli non aveva mancato al suo dovere di padre esortandomi a non prendere una decisione che si sarebbe risolta a mio danno. In una parola, mi disse che, come sarebbe stato pronto a fare del suo meglio se mi fossi trattenuto e sistemato in patria in conformità al suo suggerimento, così non voleva minimamente incoraggiarmi a partire, per non avere responsabilità alcuna nelle mie disgrazie. E per concludere mi fece osservare che un esempio utile mi veniva da mio fratello maggiore, col quale lui aveva fatto leva sugli stessi argomenti di persuasione per dissuaderlo dal partecipare alla guerra nei Paesi Bassi, ma non ci era riuscito proprio perché il suo impeto giovanile era prevalso e lo aveva indotto ad arruolarsi nell'esercito, ed era stato ucciso; e pur protestando che non avrebbe cessato di pregare per me, pure non poteva esimersi dal dirmi che, qualora avessi commesso quel passo insensato, Dio non mi avrebbe accordato la sua benevolenza e avrei avuto innumerevoli occasioni per dolermi di aver disdegnato il suo consiglio, quando ormai non ci sarebbe stato nessuno che mi aiutasse a ravvedermi.
Durante quest'ultima parte del discorso, che si sarebbe rivelata profetica più di quanto mio padre stesso, immagino, non avesse pensato, osservai - dico - che le lacrime gli scorrevano copiose sul volto, specie nel momento in cui accennò a mio fratello che era stato ucciso; e quando disse che non mi sarebbero mancate le occasioni di pentimento, e non ci sarebbe stato nessuno accanto a me per assistermi, si commosse a tal punto che fu costretto a interrompersi perché, mi disse, aveva il cuore così afflitto che non si sentiva di aggiunger altro.
Io fui sinceramente turbato dalle sue parole. E come avrebbe potuto essere altrimenti? Decisi dunque che avrei rinunciato a imbarcarmi e sarei rimasto in patria, in ossequio ai desideri di mio padre. Ma ahimè, in pochi giorni tutto questo si dissolse; e in breve, onde scansare rinnovate insistenze da parte di mio padre, qualche settimana più tardi deliberai di fuggire di casa. Non agii però in modo inconsulto per immediato impulso di quella decisione, ma mi rivolsi a mia madre in un momento in cui mi era parsa meglio disposta del consueto, e le confessai che la mia mente era totalmente dominata dal desiderio di vedere il mondo; che pertanto non mi sarei mai applicato in alcunché con la risolutezza necessaria ad andare fino in fondo e che mio padre avrebbe fatto bene ad accordarmi il suo consentimento piuttosto che indurmi a partire senza di esso; che ormai avevo diciott'anni e quindi era tardi per entrare quale apprendista in una bottega artigiana o per entrare come praticante nello studio di un avvocato; che se lo avessi fatto, senza dubbio avrei sprecato il mio tempo e prima del tempo stipulato avrei lasciato il mio padrone per correre a imbarcarmi; e se lei avesse persuaso mio padre a lasciarmi partire per un solo viaggio oltremare, e se una volta tornato indietro non fossi stato soddisfatto della mia esperienza, mi sarei trattenuto per sempre, promettendo fin d'ora di recuperare il tempo perduto con raddoppiata diligenza.
Queste parole suscitarono in mia madre un accesso di collera. Sapeva benissimo, mi rispose, che era perfettamente inutile parlare a mio padre di un simile argomento; che lui sapeva benissimo quale fosse il mio interesse per dare il suo consenso a una cosa tanto nociva per me, e in verità ella era sorpresa che io potessi pensarci ancora, conoscendo le espressioni trepide e affettuose che egli aveva avuto per me; e che, per farla breve, se proprio volevo rovinarmi del tutto nessuno era in grado di impedirmelo, ma potevo considerarmi certo che non avrei mai strappato il loro consenso. Da parte sua non voleva aver parte alcuna nella mia rovina né darmi modo di constatare che mia madre volesse ciò che mio padre non voleva.
Sebbene mia madre si rifiutasse di parlare della cosa a mio padre, in seguito venni a sapere che aveva riferito tutto il discorso a mio padre, ed egli, dopo aver espresso tutta la sua apprensione le disse con un sospiro: "Se volesse restarsene a casa, quel ragazzo sarebbe felice, ma se invece se ne andrà sarà il più infelice, il più sventurato degli uomini. No, io non posso acconsentire a una cosa simile."
Peraltro non trascorse meno di un anno prima che io scappassi, anche se in tutto quel lasso di tempo ero rimasto sordo ad ogni proposta di dedicarmi stabilmente a un'occupazione e non di rado mi dolevo con mio padre e mia madre per la loro irriducibile opposizione a quella che, come ben sapevano, costituiva per me una vocazione irrinunciabile. Un giorno, però, capitai ad Hull così per caso, senza alcuna intenzione di fuggire. Ma trovandomi colà in compagnia di un amico che stava per imbarcarsi alla volta di Londra sulla nave di suo padre e cercava di persuadermi a seguirli sfruttando la consueta lusinga dei marinai, e cioè che il passaggio non mi sarebbe costato un soldo, non consultai più né mio padre né mia madre, e nemmeno pensai ad informarli di ciò che stavo per fare; ma lasciando che venissero a saperlo per caso, senza invocare la benedizione del Cielo o quella di mio padre, e senza meditare sulle circostanze e sulle conseguenze, in un'ora Dio sa quanto malaugurata del 1° settembre 1651 io m'imbarcai su una nave che salpava per Londra. E mai, io credo, le disgrazie di un giovane cominciarono presto e durarono a lungo quanto le mie. Infatti la nave non era ancor uscita dall'estuario dell'Humber che il vento prese a soffiare e le onde a innalzarsi in modo spaventoso; ed io, che mai mi ero trovato in mare prima di allora, mi sentii terribilmente male nel corpo e angosciato nello spirito. Solo in quel momento fui indotto a meditare seriamente sul passo che avevo compiuto e sulla giustizia celeste che si abbatteva su di me per aver con tanta scelleratezza abbandonato la casa paterna e trascurato il mio dovere; e mi tornarono lucidi alla mente i saggi consigli dei miei genitori, le lacrime di mio padre e le preghiere di mia madre; e la mia coscienza, non ancora induritasi al punto in cui giunse più tardi, mi rimorse per aver tenuto in non cale i moniti ricevuti e aver mancato ai miei doveri verso Dio e verso mio padre.
Frattanto la tempesta aumentava d'intensità e il mare, sul quale non mi ero mai trovato prima di allora, prese a ingrossarsi, sebbene fosse ben poca cosa in confronto a quanto avrei visto in seguito, ed anche a ciò che mi aspettava qualche giorno dopo. Ma bastò a spaventare me, che ero un marinaio alle prime armi e non avevo mai visto niente di simile. Avevo l'impressione che ogni onda dovesse sommergerci, e che, ogni qual volta la nave sprofondava nella conca o nell'avvallamento di un'ondata, non dovessimo riemergerne mai più; e in quest'angoscia dello spirito formulai innumerevoli voti e promesse: se Dio avesse voluto risparmiarmi in quest'unica traversata, e se mai fossi riuscito a rimetter piede sulla terraferma, sarei tornato difilato da mio padre e non sarei più salito a bordo di una nave per tutto l'arco della mia esistenza; che mi sarei attenuto ai suoi consigli e avrei evitato di cacciarmi in guai come questo. Ora capivo quanto fossero assennate le sue riflessioni sulla condizione media della vita, capivo con quanto agio, con quanta tranquillità lui stesso avesse vissuto, senza esporsi alle burrasche sul mare o alle ambasce sulla terra. Decisi dunque che sarei tornato a casa di mio padre, da vero figliuol prodigo.
Queste savie e pacate considerazioni si prolungarono quanto durò la tempesta, o poco più; l'indomani il vento era cessato, il mare era più calmo ed io cominciavo ad abituarmici. Nondimeno per tutta la giornata mi sentii depresso. Avevo ancora un poco di mal di mare. Ma verso sera il cielo si rischiarò, il vento cadde del tutto e ne seguì una serata incantevole. Al tramonto l'orizzonte era perfettamente limpido, e tale apparve anche all'alba del giorno dopo. Non c'era quasi vento; sulla piatta superficie del mare il sole brillava, e mi venne fatto di pensare che quello spettacolo era la cosa più bella che avessi mai veduto.
Durante la notte avevo dormito bene; il mal di mare era passato e mi sentivo di ottimo umore mentre contemplavo meravigliato il mare che il giorno innanzi era stato così agitato e terribile e in breve tempo poteva diventare così calmo e piacevole. E allora, onde impedire che i miei buoni proponimenti perdurassero, il mio amico, quello che mi aveva indotto ad abbandonare casa mia, mi si fece accosto e battendomi una mano sulla spalla mi disse:
"Ebbene, Bob, come ti senti? L'altra sera ti sei spaventato, immagino, quando c'è stato quel colpo di vento, vero?"
"Un colpo di vento?" risposi. "È stata una burrasca spaventosa."
"Suvvia, sciocco! La chiami burrasca, quella? È stata una cosa da nulla. Basta una buona nave e mare aperto per poter manovrare, e noi di uno sbuffo di vento non ci accorgiamo nemmeno! Caro mio, sei un marinaio d'acqua dolce, tu! Vieni, facciamoci una tazza di punch e non pensiamoci più. Vedi che tempo magnifico, ora?"
Per farla corta con questa triste parte della mia storia, facemmo alla solita maniera di tutti i marinai: venne preparato il punch, me ne ubriacai e nel disordine scellerato di quell'unica notte io scordai il mio pentimento, affogai tutte le riflessioni sul mio passato contegno e le buone risoluzioni per il futuro. Insomma, come il mare per il cessare della tempesta era tornato liscio e tranquillo, una volta sedata la paura e l'angoscia di essere inghiottito dal mare riemerse il corso dei miei primitivi desideri, cosicché dimenticai del tutto le promesse e i voti che avevo formulato nell'ora del pericolo. A dire il vero qualche momento di saggia riflessione tentarono a tratti di ritornare a galla, ma io li respinsi e me li scrollai di dosso come si fosse trattato di un intralcio fisico; sicché, datomi al bere e alla compagnia, non tardai a trionfare da quei nuovi accessi, come io li chiamavo, e in cinque o sei giorni riscossi una vittoria completa sulla mia coscienza, una vittoria quale non potrebbe desiderare un giovanotto deciso a non lasciarsene turbare. Ma mi attendeva un'altra prova, e come sempre succede in casi del genere non volle accordarmi la minima scusa. Se infatti non avevo captato il primo avvertimento, quello successivo doveva esser tale che il peggiore, il più recidivo scellerato degli uomini non potesse non ravvisarvi il pericolo e al tempo stesso la via della salvezza.
Al sesto giorno di navigazione penetrammo nella rada di Yarmouth: a causa del vento contrario e della bonaccia, dopo la burrasca avevamo fatto ben poca strada. Qui fummo costretti a gettar l'àncora; e qui, dal momento che il vento continuava ad essere contrario, e cioè a soffiare da sud-ovest, restammo alla fonda per sette o otto giorni durante i quali innumerevoli navi provenienti da Newcastle entrarono nella rada, che è il rifugio consueto ove indugiare in attesa del vento favorevole per imboccare l'estuario del Tamigi e risalire il fiume.
Non ci proponevamo certo di restare ancorati per tanto tempo e avremmo risalito il fiume con la prima marea; ma il vento era troppo impetuoso e dopo quattro o cinque giorni di sosta si mise a soffiare con molta forza. Nondimeno, siccome la rada era reputata sicura come un porto, l'ancoraggio saldo e gli ormeggi molto robusti, i nostri uomini non se ne davano pensiero, non avevano timore di eventuali pericoli e passavano il loro tempo a oziare e a divertirsi, secondo le buone abitudini marinaresche. Ma la mattina dell'ottavo giorno il vento prese a soffiare con raddoppiata energia e tutti gli uomini furono mobilitati per ammainare gli alberi di gabbia e restringere ogni superficie, in modo che la nave non avesse eccessiva difficoltà a restare agli ormeggi. Poi, verso il mezzogiorno, il mare si era molto gonfiato; la nave aveva la prua semisommersa e la nave imbarcò parecchie ondate, tanto che un paio di volte avemmo l'impressione che l'àncora si fosse disinnestata dal fondo. Allora il comandante ordinò di gettare l'àncora di salvezza e così restammo ormeggiati con due àncore a prua e le gomene filate per tutta la lunghezza.
Da questo momento si scatenò una burrasca veramente spaventosa, ed io vidi che la paura e lo sgomento si dipingevano perfino sul volto dei marinai. Anche il capitano, sebbene fosse impegnato con tutte le sue energie a salvare la nave, mentre entrava e usciva dalla sua cabina che era accanto la mia mormorò ripetutamente: "Signore, abbi pietà di noi, siamo perduti, questa è la fine," e altre parole del genere. Durante la concitazione di queste prime manovre, io me ne rimasi come imbambolato, chiuso nella mia cabina a poppa, e davvero non saprei dire in quale stato d'animo mi trovassi. Non potevo certo recitare la parte del pentimento che avevo deliberatamente respinto e contro la quale mi ero corazzato; cosicché finii col pensare che anche questa volta avrei sconfitto il terrore della morte e che tutto si sarebbe risolto in nulla come la prima volta. Ma quando, come ho già riferito, sentii dire dal capitano proprio accanto a me che eravamo tutti perduti, fui preso dal terrore. Mi alzai, uscii dalla cabina e volsi lo sguardo intorno. Non avevo mai visto uno spettacolo così terrificante: ogni tre o quattro minuti montagne d'acqua sorgevano dal mare per poi frangersi contro di noi, e spingendo lo sguardo più lontano intorno a noi non vidi altro che rovina e desolazione. Due navi ormeggiate a breve distanza avevano dovuto mozzare gli alberi all'altezza del ponte per ridurre il peso, e nello stesso momento i nostri uomini gridavano che una nave ormeggiata a circa un miglio da noi era colata a picco. Altre due navi avevano spezzato gli ormeggi ed ora vagavano a caso fuor della rada, senza un albero intatto, esposte ad ogni frangente. Le navi più leggere se la cavavano meglio, perché risentivano meno della violenza del mare; alcune tuttavia andavano alla deriva e sfilarono davanti a noi con la sola vela di bompresso spiegata a difesa dal vento.
Verso sera il secondo e il nostromo chiesero al capitano l'autorizzazione a tagliare l'albero di trinchetto, ma questi si dimostrò riluttante; e solo quando il nostromo gli disse che, se avesse insistito nel rifiuto, la nave sarebbe affondata, il capitano diede il suo permesso. Ma quando l'albero di trinchetto fu abbattuto, l'albero di maestra si trovò allo scoperto; cosicché la nave subiva paurosi contraccolpi e fu necessario tagliare anche quest'ultimo e far piazza pulita sul ponte.
Nessuno stenterà a immaginare in quale stato io mi trovassi in simili frangenti, dal momento che, come marinaio, avevo scarsissima esperienza e pochi giorni prima avevo patito quel terribile spavento. Ma se mi è lecito esprimere a distanza di tanto tempo i sentimenti che provai in quel momento, il mio animo, per il fatto di aver abbandonato le savie conclusioni alle quali ero pervenuto e di esser tornato ai miei sciagurati propositi, ero in preda a un orrore di dieci volte più forte che se fossi stato al cospetto della Morte in persona. Così, in preda com'ero a siffatti pensieri e al terrore della tempesta, ero in uno stato d'animo che nessuna parola potrebbe mai descrivere. Ma il peggio doveva ancora venire; la tempesta proseguì con tale violenza, che gli stessi marinai confessarono di non averne mai vista una peggiore. La nostra nave era molto solida, ma stracarica, e il mare la sballottava senza misericordia, tanto che ad ogni tratto i marinai gridavano che stavamo per andare a picco. Io in un certo senso ero avvantaggiato dal fatto di non sapere che cosa volesse dire "andare a picco", fin quando non mi decisi a domandarlo. Ad ogni modo la violenza della tempesta era tale che ebbi il destro di assistere a una scena inconsueta: il capitano, il nostromo e qualcun altro più assennato del resto dell'equipaggio mettersi a pregare in attesa che da un momento all'altro la nave andasse a fondo. Ad accrescere le nostre angosce, a metà notte uno degli uomini che era sceso sotto coperta per un giro d'ispezione prese ad urlare che si era aperta una falla, e un altro aggiunse che nella stiva c'erano quattro piedi d'acqua. Allora tutte le braccia disponibili furono impegnate alle pompe. Al suono di quell'unica parola ebbi la sensazione che il cuore mi si fermasse e caddi all'indietro oltre la sponda della cuccetta sulla quale ero seduto. Ma i marinai mi rimisero in piedi e mi dissero che, se prima ero un buono a nulla, alle pompe potevo servire come chiunque altro. Così mi scossi, andai alle pompe e mi misi all'opera con la massima energia. Frattanto il capitano, vedendo certe piccole carboniere che, nell'impossibilità di ancorarsi al riparo dell'uragano, erano costrette a filare le gomene e lanciarsi in mare aperto, ordinò di sparare una cannonata per invocare soccorso. Io, che non avevo la più vaga idea del significato di quel colpo, ne fui così spaventato da credere che la nave si fosse fracassata o che fosse accaduto qualche disastro irrimediabile. In una parola, ne fui così sbigottito che mi afflosciai a terra, svenuto. Ma in quel momento c'era ben altro a cui pensare, cosicché nessuno si occupò di me o si preoccupò di quanto mi era accaduto. Semplicemente, un altro uomo si accostò alla pompa, e credendomi morto mi scostò col piede lasciandomi steso al suolo. Trascorse un bel po' di tempo prima che rinvenissi.
Continuammo a pompare, ma siccome il livello dell'acqua nella stiva non cessava di crescere, ben presto fu chiaro che la nave sarebbe affondata, e che sebbene la tempesta cominciasse a diminuire d'intensità, non sarebbe stato possibile tenerla a galla fino a quando fossimo riusciti ad entrare in un porto. Perciò il capitano continuò a sparar cannonate per chiedere soccorso, fin quando un piccolo veliero che era emerso indenne dalla tempesta proprio di fronte a noi si arrischiò a mettere una lancia in mare che accorse in nostro aiuto. La lancia si accostò correndo gravissimo pericolo, ma noi non riuscimmo a scendervi, né essa poté fermarsi rasente il fianco della nostra nave. Alla fine i nostri uomini gettarono da poppa un cavo con un gavitello e filammo il cavo a fuoribordo, fin quando loro, con grande sforzo e a rischio della vita, non riuscirono ad afferrarlo. Così noi li trainammo sotto la poppa e tutti ci calammo nella lancia. Una volta imbarcati, sarebbe stato assurdo tentare di raggiungere la loro nave; così decidemmo di abbandonarci alla corrente, accontentandoci di sospingerla alla bell'e meglio coi remi in direzione della riva. Da parte sua il capitano promise che se la lancia si fosse fracassata contro la sponda avrebbe risarcito i danni al capitano dell'altro bastimento. Così, un poco a forza di remi e un poco andando alla deriva, la lancia si mosse in direzione nord, puntando verso la costa press'a poco all'altezza di Capo Winterton.
Non era forse trascorso un quarto d'ora da quando avevamo abbandonato la nostra nave, quando la vedemmo affondare, e allora compresi perfettamente che cosa avessero inteso i marinai quando avevano parlato di "andare a picco." Confesso che quasi non osavo alzar lo sguardo sul mare quando i marinai dissero che la nave stava affondando, perché dal momento in cui ero sceso nella lancia, o meglio mi ci avevano calato di peso, il cuore era come morto dentro il mio petto, sia per la paura, sia per un sentimento di orrore e per il pensiero angoscioso di quanto ancora mi sarebbe accaduto.
Mentre eravamo in questa situazione e gli uomini si affaticavano ai remi per accostarci alla riva, vedemmo, quando la lancia veniva issata sulla cresta delle onde e la terraferma riappariva ai nostri occhi, una moltitudine di persone che correva lungo la spiaggia, pronta a recarci aiuti non appena l'avessimo raggiunta. Ma ci avvicinavamo con estrema lentezza, fin quando riuscimmo a superare il faro di Winterton in direzione di Cromer, dove la sponda rientra verso occidente, e fummo un poco al riparo dall'impeto del vento. Qui finalmente ci accostammo, e sia pure con molto sforzo riuscimmo a sbarcare tutti sani e salvi. Dopo di che ci avviammo verso Yarmouth dove, a consolazione delle nostre sventure, fummo trattati con molta umanità sia dai magistrati cittadini, che ci accordarono ottimi alloggi, sia da commercianti e armatori privati, i quali ci diedero denaro a sufficienza per raggiungere Londra oppure Hull, a nostro piacimento.
Se avessi avuto il buon senso di tornarmene ad Hull, e di là a casa mia, e mio padre, vivente incarnazione della parabola del nostro Divino Redentore, avrebbe ucciso il vitello grasso in mio onore; poiché infatti, dopo aver appreso che la nave sulla quale mi ero imbarcato aveva fatto naufragio nella rada di Yarmouth, trascorse un bel po' di tempo prima che qualcuno lo informasse che non ero morto annegato.
Ma ormai la mia grama sorte mi sospingeva con moto irresistibile; e sebbene avessi ricevuto più volte i più pressanti appelli della ragione e del più pacato buon senso affinché mi decidessi a tornare a casa, pure non ebbi la forza di farlo. Io non saprei come definire una simile forza, né oserei affermare che un supremo, insondabile disegno c'induca a fare di noi stessi gli strumenti della nostra rovina, anche se questa ci si para dinanzi e noi le andiamo incontro ad occhi aperti. È certo tuttavia che solo un destino sventurato quanto ineluttabile, e al quale io non avevo modo di sfuggire, può avermi indotto a proseguire, ad onta delle più serene riflessioni e delle considerazioni più persuasive che affioravano dal profondo di me, e in contrasto con i due eloquenti moniti del Cielo che avevo ricevuto nel corso della prova testé superata.
Il mio amico, quello stesso che mi aveva irretito ed era il figlio del capitano, ora appariva meno ardito di me. La prima volta che c'incontrammo, il che avvenne solo due o tre giorni dopo il nostro sbarco a Yarmouth perché eravamo stati alloggiati in diverse case della città, mi parve che il suo tono fosse mutato; e scotendo il capo con aria melanconica mi chiese come stavo. Poi disse a suo padre chi ero e gli spiegò che avevo intrapreso quella traversata a titolo di prova, con l'intento di spingermi molto più lontano, al di là dei mari. Al che il padre si rivolse a me in tono molto grave:
"Giovanotto," mi disse, "dovresti rinunciare per sempre all'idea d'imbarcarti, e prendere quanto è accaduto come un segno chiaro e irrefutabile che non sei nato per fare il marinaio."
"E perché mai, signore?" gli risposi, "voi forse d'ora in avanti rinuncerete ad andar per mare?"
"Il mio è un caso diverso," continuò il capitano, "si tratta del mio mestiere e quindi ho il dovere di navigare. Ma siccome tu hai fatto questo viaggio solo per prova, lo vedi quale esempio ti ha offerto il Cielo di ciò che ti aspetterebbe se insistessi nel tuo proposito. E chissà che non sia a causa tua, se abbiamo avuto quello che è capitato, proprio come a Giona sulla nave che lo portava a Tarsis. Ma dimmi, piuttosto: chi sei tu? Perché hai deciso d'imbarcarti?"
In breve gli raccontai la mia storia, ma al termine egli venne preso da un accesso di collera imprevedibile. "Che cos'ho fatto di male," si domandava, "perché un simile sciagurato dovesse salire proprio sulla mia nave? Nemmeno se mi regalassero mille sterline sarei disposto a rimettere piede su una nave insieme con te!"
Io peraltro obiettai che il suo era uno sfogo dei nervi, ancora scossi a causa della perdita del bastimento, e che in verità egli era andato ben oltre i limiti di quanto avesse facoltà di dirmi. Nondimeno più tardi egli mi parlò con la massima serietà, esortandomi a tornare da mio padre e a non sfidare la Divina Provvidenza. Potevo scorgere chiaramente visibile, mi disse, la mano del Cielo levata contro di me.
"Tieni a mente quel che ti dico, giovanotto," concluse, "se non torni sui tuoi passi sta' certo che ovunque tu andassi non t'imbatteresti che in amarezze e in calamità, e fino a quando le parole di tuo padre non fossero adempiute."
Dopo di che ci separammo perché io non persi tempo a rispondergli, e da quel giorno non lo vidi mai più, né seppi dove fosse finito. Quanto a me, avendo un po' di denaro in tasca raggiunsi Londra via terra; e là, come già durante il percorso, esitai a lungo circa la strada da intraprendere nella vita: se tornare a casa o imbarcarmi un'altra volta.
All'idea di tornare a casa si opponeva un sentimento di vergogna, in contraddizione coi sentimenti migliori che si affacciavano alla mia mente. E tosto pensai alle risate dei vicini, alla mia vergogna di rivedere non solo i miei genitori ma chiunque altro. A questo proposito, spesso in seguito avrei avuto agio di osservare quanto sia incongrua e irragionevole l'indole dell'uomo, specie quando è molto giovane, quando è posta davanti ai princìpi della ragione che dovrebbero guidarla per il meglio in circostanze del genere. L'uomo, cioè, non si vergogna di peccare, ma si vergogna di pentirsi; non si vergogna di commettere un'azione per la quale, e giustamente, verrà giudicato uno sprovveduto, ma si vergogna di recedere, comportandosi nell'unico modo idoneo a conferirgli reputazione di saggezza.
Rimasi dunque per un poco in questo stato di perplessità, incerto sulla decisione da prendere e sul genere di vita da seguire. Non desistevo dal provare un'invincibile riluttanza a tornare a casa; ma dal momento che tardavo a decidermi, il ricordo della mia disavventura a poco a poco scemava; e insieme ad esso si dissolveva l'impulso, già di per sé piuttosto fiacco, che mi suggeriva di tornare a casa. Così una volta per tutte, misi da canto questi pensieri e mi diedi a cercare una nave sulla quale imbarcarmi.
Il nefasto influsso che dapprima mi aveva spinto ad allontanarmi dalla casa paterna, che aveva incoraggiato in me l'assurda e sconsiderata illusione di far fortuna, e che l'aveva impressa nella mia mente con tanta ostinazione da rendermi insensibile ad ogni saggio consiglio, sordo alle preghiere e persino alle ingiunzioni di mio padre; quell'influsso, dicevo, qualunque ne fosse la natura mi condusse alla più disgraziata di tutte le imprese. Ed è così che mi ritrovai a bordo di un vascello diretto verso la costa africana, ovvero, come dicevano molto più semplicemente i marinai, m'imbarcai alla volta della Guinea.
Una circostanza che nel corso di queste avventure mi recò gravissimo danno fu di non imbarcarmi in qualità di marinaio. È vero che avrei dovuto lavorare sodo, più di quanto fossi abituato, ma in compenso avrei imparato a svolgere le mansioni di un bravo uomo di mare e col tempo diventare ufficiale in seconda, se non addirittura capitano. Ma giacché stava scritto nel mio destino ch'io facessi sempre la scelta peggiore, non mi smentii nemmeno quella volta. Infatti, siccome ero vestito con proprietà e avevo con me del denaro, volli imbarcarmi in qualità di normale passeggero; così non ebbi alcun incarico a bordo e non imparai a far niente.
A Londra avevo avuto la lieta ventura di imbattermi in un'ottima compagnia di persone, cosa che invero capita di rado a giovani incuranti e scapestrati quale io ero allora, perché in genere il diavolo non rinuncia a esercitare le sue trame a loro danno; ma nel mio caso andò diversamente. Prima di tutto feci conoscenza col capitano di una nave che già una volta era stato sulle coste della Guinea, e siccome quella spedizione gli aveva fruttato notevoli guadagni aveva deciso di ripetere il viaggio. Costui aveva mostrato di apprezzare la mia conversazione, che a quel tempo non era affatto spiacevole, e avendo appreso ch'era mia intenzione vedere il mondo, mi disse che se avessi voluto compier la traversata a bordo della sua nave, non avrei dovuto sborsare un soldo; avrei consumato i pasti con lui e sarei stato, insomma, il suo compagno di viaggio. Inoltre, se avessi voluto portare qualcosa con me, non avrei stentato a venderla con tutti i vantaggi derivanti dal commercio marittimo, e forse ne avrei tratto un certo incoraggiamento.
Aderii pertanto a quella proposta, e fattomi amico sincero di quel capitano, che era persona schietta e leale, m'imbarcai sulla sua nave con un modesto quantitativo di merce che, grazie all'intervento disinteressato del mio amico capitano, non mancò di fruttarmi in misura considerevole. Infatti, seguendo il consiglio del capitano avevo comperato per quaranta sterline di giocattoli e masserizie di vario genere, dopo aver ottenuto la somma necessaria per il tramite di amici e parenti coi quali ero rimasto in rapporto epistolare. Anzi, credo che siano stati loro a fare opera di persuasione presso mio padre, o almeno mia madre, ad accordarmi quel piccolo aiuto, utile alla mia prima impresa.
Fra tutte le mie avventure, questo fu l'unico viaggio che si risolse nel modo migliore, e ne sono debitore all'onestà e all'integrità del mio amico capitano, il quale, per giunta, mi diede una discreta istruzione matematica, mi insegnò a tenere il libro di bordo, a tracciare la rotta di una nave e a stabilirne la posizione: a capire, insomma, poche cose essenziali che ogni buon marinaio ha il dovere di conoscere. E come lui si compiaceva d'istruirmi, così io ero contento d'imparare. In breve, questo viaggio fece di me un marinaio e un mercante, perché tornai in patria con cinque libbre e nove once di polvere d'oro che a Londra mi fruttarono un guadagno di circa trecento sterline: il che valse a riempirmi la testa di quei propositi ambiziosi che avrebbero segnato la mia rovina.
Ciò non toglie che abbia conosciuto qualche disavventura anche nel corso di questo viaggio, a cominciare dal fatto che fui colto da continui accessi di febbre altissima dovuti al clima torrido; gran parte dei nostri traffici si svolgevano infatti lungo la costa, dal quindicesimo grado di latitudine nord fino all'equatore.
Ero ormai avviato a intraprendere il commercio con la Guinea; e siccome per mia grande sfortuna l'amico capitano era morto subito dopo il nostro ritorno in Inghilterra, decisi di mia iniziativa di rifare lo stesso viaggio. Così m'imbarcai sulla medesima nave, comandata questa volta da un tale che era stato ufficiale in seconda col mio amico. E questo fu il viaggio più disgraziato che un uomo abbia mai compiuto in vita sua. In effetti, sebbene avessi portato con me meno di cento sterline delle trecento guadagnate di recente, lasciando le altre duecento in custodia presso la vedova di un mio amico la quale si comportò con me con la massima correttezza, pure durante quella traversata soffersi terribili disavventure, e la prima fu questa: mentre la nostra nave faceva rotta verso le isole Canarie, o meglio si trovava in navigazione fra questo arcipelago e il continente africano, nel grigiore delle prime luci mattutine fu sorpresa da un pirata turco di Salé che prese a darci la caccia a vele spiegate. Anche noi ci affrettammo a spiegare tutte le vele, per quanto potevano reggerle i nostri alberi e consentirlo l'altezza dei pennoni, nel tentativo di sottrarci alla cattura; ma vedendo che il pirata si avvicinava e in poche ore ci avrebbe raggiunti, ci apprestammo al combattimento, sebbene avessimo soltanto dodici cannoni contro i diciotto del corsaro. Verso le tre del pomeriggio ci piombò addosso, ma per un errore di manovra ci colpì in diagonale al cassero anziché investirci a poppa come aveva inteso di fare; cosicché noi dirigemmo da quella parte il fuoco di otto dei nostri cannoni e gli sparammo addosso una bordata, costringendolo a virare e a prendere il largo, non senza aver risposto al nostro fuoco con le stesse armi ed anche con la fucileria di circa duecento uomini che aveva a bordo. Ma i nostri uomini si tenevano al coperto, cosicché non lamentammo alcun ferito. La nave pirata si preparava a rinnovare l'attacco e noi a rispondere; ma la seconda volta ci attaccò sull'altro lato e riuscì a scaricare sul nostro ponte una sessantina di uomini che subito presero a sfasciare il ponte e a recidere le sartìe. Da parte nostra reagimmo all'attacco con fucili, picche d'abbordaggio, armi esplosive e altri ordigni, e per due volte riuscimmo a respingerli liberando il ponte. Ma finiamola con questa triste storia: la nostra nave era malridotta, degli uomini tre erano i morti e otto i feriti. Così fummo costretti ad arrenderci e fummo trascinati in cattività a Salé, una città portuale che appartiene ai Mori.
Il trattamento che mi venne riservato non fu atroce come lì per lì avevo temuto, né venni tradotto all'interno del paese alla corte del sultano come il resto dei nostri uomini; ma venni trattenuto dal comandante della nave corsara a titolo di preda personale, e siccome ero giovane, svelto e in grado di adempiere alle sue necessità, diventai suo schiavo. Questa imprevista metamorfosi della mia condizione, da mercante a miseranda creatura ridotta in schiavitù, mi gettò nella più cupa costernazione: mentalmente riandavo alle parole profetiche di mio padre, quando aveva predetto che sarei stato un infelice e non avrei avuto accanto nessuno disposto a confortarmi; e pensavo che la profezia non avrebbe potuto avverarsi in termini più tragici, che ora la collera divina mi aveva raggiunto ed io ero perduto senza speranza. Ma ahimè, questo era solo un saggio di quanto ancora doveva capitarmi, come si vedrà dal seguito della mia storia.
Dal momento che il mio nuovo proprietario, o padrone, mi aveva portato a casa sua, nutrivo la speranza che mi volesse con sé anche quando avesse deliberato di riprendere la navigazione, nella presunzione che prima o poi sarebbe capitato anche a lui di farsi catturare da qualche nave da guerra spagnola o portoghese, e in tal caso avrei potuto riacquistare la libertà. Ma ben presto le mie illusioni svanirono, perché quando tornò a imbarcarsi il mio padrone mi lasciò a terra con l'incarico di accudire al suo piccolo giardino e di assumermi quelle gravose incombenze di casa che solitamente spettano agli schiavi; e quando rientrò dalla sua spedizione mi ordinò di badare alla custodia della nave, passando le mie notti in cabina.
A partire da questo momento non feci altro che pensare alla fuga e al modo migliore per attuarla, ma non mi riusciva di escogitare un piano che avesse la pur minima probabilità di successo. Non maturava nessuna circostanza favorevole che rendesse verosimile una simile ipotesi. Non c'era nessuno al quale confidare i miei propositi e proporre d'imbarcarsi con me, poiché non c'era nessun altro schiavo, oltre a me, che fosse inglese, irlandese o scozzese. Così per due anni, sebbene indulgessi ai voli della fantasia, non fui mai incoraggiato da una concreta prospettiva di tradurre in atto i miei propositi.
Trascorsi circa due anni, si presentò una curiosa circostanza che fece rinascere in me l'antica idea di mettere in atto qualche tentativo per ritrovare la libertà. Il mio padrone indugiava a terra più a lungo del consueto senza far allestire la nave in vista di un nuovo viaggio perché, sentii dire, era a corto di denaro; così, un paio di volte la settimana, e a volte anche più spesso se il tempo era bello, prendeva la lancia del bastimento e se ne usciva nella rada, a pesca. Sovente portava anche me e un giovane berbero come rematori, e insieme con noi si divertiva moltissimo. Io diedi prova di molta abilità nel catturare il pesce, tanto che a volte mi mandava con un altro moro suo parente e col giovane berbero, a pescare il pesce per la sua tavola.
Ora una volta accadde che, mentre andavamo a pesca con mare calmo e cielo sereno, si sollevò una coltre di nebbia così fitta che, sebbene fossimo a meno di mezza lega dalla riva, la terra scomparve ai nostri occhi; e remando alla cieca, senza sapere in quale direzione, arrancammo per tutta la giornata e per tutta la notte successiva, finché, alla mattina, ci rendemmo conto di esserci portati al largo anziché tornare verso la costa, e che la terra era a non meno di due miglia di distanza. Nondimeno riuscimmo a rientrare senza difficoltà, e sia pure con gran fatica e qualche rischio, perché si era levata una brezza abbastanza vivace e soprattutto avevamo molta fame.
Ma il nostro padrone, messo all'erta dall'incidente, capì che per l'avvenire avrebbe dovuto tener gli occhi aperti. Così, siccome possedeva ancora la lancia della nostra nave inglese da lui catturata, decise di non andare più a pesca senza bussola e senza provviste, e diede ordine al suo carpentiere, che era un altro prigioniero inglese, di costruire al centro della lancia un piccolo alloggio, una specie di cabina, come se ne vedono sulle imbarcazioni da diporto, in modo che a poppa restasse spazio a sufficienza per governare la barca e manovrare le scotte di maestra, e a prua abbastanza spazio per consentire a uno o due uomini di metter mano alle vele. La lancia venne munita di una vela triangolare che noi chiamiamo spalla di montone e la boma era fissata all'albero, sopra il tetto della cabina che era bassa e comoda, ampia quanto bastava ad ospitare lui e uno o due dei suoi schiavi, e arredata con un tavolo per mangiare e qualche armadietto destinato a conservare le bottiglie delle bevande che più gradiva, oltre al pane, al riso e al caffè.
Con questa lancia andavamo spesso a pescare, e siccome io ero molto abile nel catturare il pesce, il mio padrone non usciva mai senza di me. Un giorno invitò a fare una gita su questa barca, per divertimento o per pescare, due o tre Mori che godevano di un certo prestigio in quella città. Così volendo trattarli con particolare riguardo, verso sera aveva fatto imbarcare una scorta di vettovaglie maggiore del solito, e a me aveva ordinato di preparare polvere e pallini per i tre fucili che conservava a bordo della sua nave, perché, oltre a pescare, volevano divertirsi sparando agli uccelli.
Io preparai ogni cosa in conformità ai suoi ordini, e il mattino seguente mi misi in attesa con la lancia ripulita e in perfetto ordine, con l'insegna e le fiamme spiegate al vento. Ma il mio padrone si presentò da solo: mi disse che gli ospiti avevano dovuto rinviare la gita a causa d'impegni imprevisti e mi ordinò di uscire in barca come al solito insieme col ragazzo e con l'uomo, e di pescargli del pesce perché gli ospiti avrebbero comunque cenato a casa sua. Infine mi ingiunse di portare a casa il pesce non appena lo avessi pescato ed io mi accinsi ad eseguire scrupolosamente i suoi ordini.
Fu allora che le antiche speranze di riacquistare la libertà riaffiorarono alla mia mente, perché di colpo mi si presentava l'occasione di avere una piccola imbarcazione al mio comando. Pertanto, non appena il padrone si fu allontanato mi accinsi ad equipaggiarmi non per una partita di pesca, ma per un viaggio vero e proprio; infatti non sapevo, e del resto non indugiai a pensarvi, quale rotta avrei dovuto seguire: tutte le direzioni erano buone, l'unica cosa che contava era andarmene.
Il mio primo stratagemma fu quello di escogitare un pretesto per convincere il Moro che occorreva portare dell'altro cibo a bordo. Non potevamo permetterci, gli dissi, di mangiare il pane del padrone. Lui mi diede ragione e recò a bordo un grande paniere colmo di gallette confezionate all'uso di quei paesi, e tre orci d'acqua dolce. Per parte mia sapevo dove il padrone tenesse la cassa delle bottiglie, la quale, data la sua fattura, proveniva senza dubbio da un bastimento predato agli inglesi, cosicché approfittai del momento in cui il Moro era a terra per caricarla sulla barca, per poi fingere che vi si trovasse fin da prima. Portai a bordo anche un blocco di cera che pesava una cinquantina di libbre, un rotolo di spago o refe, un'accetta, una sega e un martello: tutte cose che in seguito ci furono di grande utilità, soprattutto la cera, con la quale fabbricammo delle candele. Poi tesi al Moro un altro tranello, ed egli vi cadde con la medesima ingenuità di poc'anzi.
"Ismaele," gli dissi (tale era il suo nome, ma laggiù lo chiamavano Maele o Mael o qualcosa di simile), "sulla barca ci sono i fucili del padrone. Non potresti rimediare un po' di polvere e di pallini? Potrebbe darsi che incappassimo in un alcamy (è un uccello simile al nostro chiurlo). So che il padrone tiene il deposito delle munizioni sulla nave."
"Va bene," mi rispose, "vado a prenderne un poco. E infatti tornò con una grande sacca di cuoio che conteneva una libbra e mezzo di polvere, se non di più, e un'altra con cinque o sei libbre di pallini e qualche pallottola, e depose tutto dentro la lancia. Nel frattempo io avevo trovato in cabina della polvere appartenente al mio padrone e ne avevo riempito una delle grosse bottiglie che si trovava nella cassa semivuota, dopo averne travasato il liquido residuo in un'altra. Dopo di che, riforniti a dovere di tutto quanto poteva esserci utile, uscimmo dal porto per andare a pesca.
Dopo aver pescato per un po' senza prender niente, perché quando un pesce abboccava al mio amo, io non alzavo la lenza in modo che l'altro non lo vedesse, gli dissi: "Qui non combiniamo niente, se ce ne restiamo qui che servizio renderemo al nostro padrone? Dobbiamo spingerci più al largo." Senza sospettare di nulla, il Moro acconsentì; siccome si trovava a prua, prese ad alzare le vele, mentre io, che ero al timone, portavo la barca verso il mare aperto allontanandomi di un altro miglio, e poi mi misi in panna come se mi accingessi a pescare; a questo punto cedetti il timone al ragazzo, mi portai a prua dove si trovava il Moro, e chinandomi alle sue spalle come se intendessi raccogliere qualcosa, di sorpresa lo agguantai infilandogli un braccio di tra le gambe e lo scaraventai in mare. Quello riemerse subito perché era un bravissimo nuotatore e stava a galla come un sughero, e si mise a invocare il mio nome supplicandomi di riprenderlo a bordo; giurava che mi avrebbe seguito in capo al mondo, e intanto nuotava con tale foga dietro l'imbarcazione, che ben presto l'avrebbe raggiunta, dato che il vento era scarso. Allora io corsi in cabina, presi uno dei fucili destinati alla caccia, e puntandoglielo addosso gli dissi che io non gli avevo fatto alcun male, e che non glie ne avrei fatto se fosse stato tranquillo. "Ad ogni modo," gli dissi, "tu nuoti abbastanza bene per cavartela fino a riva, e il mare è calmo; è l'unica cosa che ti convenga di fare e da parte mia non ti farò del male. Se invece proverai ad accostarti alla barca, ti tirerò una fucilata in testa perché sono deciso a riconquistare la mia libertà." Al che il Moro si volse e cominciò a nuotare verso la costa; ed io non dubito che l'abbia raggiunta senza fatica perché nuotava come un pesce.
Forse avrebbe potuto tornarmi più utile tenere il Moro con me e buttare a mare il ragazzo, ma non era prudente fidarsi di lui. Così, quando quello si fu allontanato mi rivolsi al ragazzo, che si chiamava Xury, e gli dissi: "Xury, se vorrai essermi fedele, farò di te un grand'uomo. Ma se rifiuterai di giurarlo passandoti una mano sulla faccia (il che significa giurare su Maometto e sulla barba di suo padre) finirai in acqua anche tu." Ma il ragazzo mi rispose con un largo sorriso e si espresse con tanto innocente candore che non potei rifiutare di credergli; ed egli giurò che mi sarebbe stato fedele e che mi avrebbe seguito ovunque, anche in capo al mondo.
Finché fui in vista del Moro che nuotava, continuai a spingere la lancia al largo, stringendo il vento, perché fossero indotti a credere che puntassi in direzione dello Stretto di Gibilterra, com'era logico attendersi da qualunque persona dotata di normale buon senso. Infatti, chi mai avrebbe potuto supporre che noi puntassimo invece verso sud, alla volta di coste veramente barbariche, dove senza dubbio intere tribù di negri ci avrebbero circondato con le loro canoe per massacrarci seduta stante; dove non avremmo potuto prender terra una sola volta senza rischiare di essere sbranati da animali feroci o da esseri umani ancora più spietati delle belve?
Eppure verso sera, quando si fece buio, io cambiai rotta e volsi la prua a sud, deviando appena appena verso est per non allontanarmi troppo dalla costa; e grazie a una brezza sostenuta e costante e al mare sempre liscio procedetti a vele spiegate, tanto che l'indomani alle tre del pomeriggio, quando per la prima volta mi riaccostai alla riva, ero a non meno di centocinquanta miglia da Salé, di gran lunga oltre i domini del sultano del Marocco, ed anzi di qualsivoglia altro monarca di quelle terre, dal momento che non scorgemmo anima viva.
Pure mi era rimasta una tale paura dei Mori, e provavo un'angoscia così profonda all'idea di cadere nelle loro mani, che non volli fermarmi, prender terra o mettermi all'àncora, tanto più che il vento continuava ad essere favorevole, e così per quattro o cinque giorni continuai a navigare a quel modo. Dopo di che il vento girò e prese a soffiare verso sud, ed io ne dedussi che se qualcuna delle navi dei Mori mi stava dando la caccia, anch'essa avrebbe dovuto rinunciarvi; pertanto mi arrischiai ad avvicinarmi alla costa e mi ancorai alla foce di un piccolo fiume: né so di quale fiume si trattasse, in che paese, in che nazione e a quale latitudine. Non vidi e non desideravo di vedere nessuno: l'unica cosa di cui avevo bisogno era l'acqua dolce. Raggiungemmo l'estuario verso sera e decidemmo che all'imbrunire avremmo raggiunto a nuoto la riva per compiere un giro di perlustrazione; ma non appena calarono le tenebre udimmo un coro così terrificante di latrati, ruggiti e ululati di animali feroci, e di chissà quali specie, che il povero ragazzo sembrava in procinto di morire di paura e mi supplicò di non scendere a terra fino a giorno fatto.
"D'accordo, Xury," gli dissi, "non ci andrò, ma forse di giorno c'imbatteremo in uomini non meno pericolosi di questi leoni."
"Allora noi sparare con fucile," rispose Xury con una risata, "noi farli scappare."
Xury aveva imparato a parlare in questo modo conversando con noi schiavi. Ad ogni modo fui lieto di constatare che era di buonumore e per rincuorarlo gli diedi da bere un goccetto attingendo alla cassa di bottiglie del nostro padrone. Dopo tutto il suggerimento di Xury era saggio ed io lo seguii. Gettammo la nostra piccola ancora e restammo fermi per tutta la notte. Dico fermi perché in realtà non chiudemmo occhio! Infatti due o tre ore dopo vedemmo certi enormi animali (non sapevamo che nome dargli) di svariate specie scendere a riva e gettarsi in acqua diguazzando e rivoltolandosi per il piacere di rinfrescarsi, e nel far questo emettevano urla e strida spaventose quali non ne avevo mai udite prima di allora.
Xury era terrorizzato, e in verità lo ero anch'io; ma ci spaventammo ancor più quando sentimmo che uno di questi giganteschi animali si stava dirigendo a nuoto verso la nostra lancia. Non riuscivamo a scorgerlo, ma dall'ansito non era difficile indovinare che si trattava di una creatura inferocita, di proporzioni gigantesche. Xury diceva che era un leone, e per quel poco che ne sapevo poteva darsi che avesse ragione; poi il povero Xury mi supplicò piangendo di levar l'ancora per allontanarci a forza di remi. "No, Xury," gli risposi, "ci conviene mollare il cavo lasciandolo attaccato al gavitello, e spingerci al largo; non possono aver la forza d'inseguirci tanto lontano." Avevo appena finito di profferire queste parole, quando scorsi l'animale (di qualunque specie fosse) a due remi di distanza da noi, e lì per lì ne fui stupefatto; ma subito balzai nella cabina, afferrai il mio fucile e gli sparai; dopo di che la belva si volse senza indugio e prese a nuotare verso la riva.
È impossibile descrivere gli spaventosi clamori, le grida e gli ululati agghiaccianti che si levarono sia dalla riva, sia più in alto dalle regioni interne, al rumore o detonazione della fucilata, cosa che molto probabilmente non avevano mai udita in vita loro. Ciò mi convinse che non era consigliabile sbarcare sulla costa nottetempo, e forse nemmeno durante il giorno, perché cadere nelle mani di selvaggi non era certo meglio che finire sotto gli artigli di tigri o di leoni; o quantomeno i due pericoli ci causavano la medesima ansietà.
Ma comunque stessero le cose, in un posto o nell'altro dovevamo prender terra per rifornirci d'acqua dolce: a bordo non ne avevamo più nemmeno un goccio. Ma dove e quando trovarne? Questo era il punto. Xury disse che se lo avessi lasciato andare a terra con uno degli orci, sarebbe andato in cerca dell'acqua e me l'avrebbe portata. Io gli domandai perché volesse andarci proprio lui, perché non dovessi andare io, invece, e lui restare sulla lancia; e il ragazzo mi diede una risposta così toccante che da quel giorno non potei fare a meno di volergli bene:
"Se uomini selvaggi venire," mi disse, "loro mangiare me e tu scappare via."
"Allora andremo insieme, Xury," replicai, "e se verranno gli uomini selvaggi noi li uccideremo, così non mangeranno nessuno dei due."
Diedi a Xury un pezzo di galletta e un goccio da bere attingendolo alla cassa del padrone di cui ho già parlato; poi portammo la lancia a una congrua distanza da terra e raggiungemmo la riva a guado portando con noi solo gli orci e i fucili.
Preferii non allontanarmi e tener d'occhio la barca, nel timore che sopraggiungessero i selvaggi scendendo il fiume con le loro canoe; ma il ragazzo, avvistato un avvallamento a circa un miglio di distanza all'interno della costa, si spinse in quella direzione, ma tosto lo vidi ritornare di corsa verso di me. Pensai che fosse inseguito da un selvaggio o spaventato da una belva, ma quando gli fui accosto vidi che qualcosa gli pendeva da una spalla: un animale che aveva ucciso con un colpo di fucile, simile a una lepre ma di colore diverso e con le zampe più lunghe. Ad ogni modo ne fummo soddisfatti, la sua carne si rivelò di squisito sapore; ma la lieta notizia che Xury mi portava era che aveva trovato acqua buona da bere e non aveva visto un solo selvaggio.
Più tardi scoprimmo che non era il caso di darci tanta pena per trovare l'acqua dolce, perché un poco più a monte dell'estuario in cui ci trovavamo al riflusso della marea, scoprimmo una polla d'acqua sorgiva che sgorgava appena sopra il livello del fiume; sicché riempimmo gli orci, banchettammo con la lepre che avevamo ucciso e ci preparammo a continuare il nostro viaggio senza aver visto vestigia alcuna di creature umane in quella parte del paese.
Siccome avevo già compiuto un precedente viaggio lungo questo tratto del continente africano, sapevo benissimo che le isole Canarie e del pari le isole del Capo Verde non erano a grande distanza dalla costa. Ma non avevo gli strumenti necessari per effettuare un rilevamento e stabilire a quale latitudine ci trovavamo, e non sapendo né potendo ricordare con esattezza a quale latitudine si trovassero queste isole, non sapevo in che direzione cercarle e in quale momento mi convenisse puntare al largo per individuarle; altrimenti non mi sarebbe stato difficile trovare l'una o l'altra di esse. Nondimeno speravo, continuando a navigare lungo la costa, di pervenire alla zona battuta dalle navi inglesi che vi svolgevano i loro traffici e d'incontrarne una sulla consueta rotta commerciale, che ci avrebbe raccolti e tratti in salvo.
Secondo i miei calcoli più meditati, in questo momento mi trovavo all'altezza del territorio che si estende, incolto e popolato solo da bestie feroci, tra i possedimenti del sultano del Marocco e quelli dei negri; questi ultimi infatti l'hanno abbandonato per trasferirsi più a sud, mossi dal terrore dei Mori, e a loro volta i Mori non hanno ritenuto opportuno impadronirsene a causa della sua sterilità; ma gli uni e gli altri l'hanno abbandonato soprattutto per il gran numero di tigri, leoni, leopardi ed altri animali feroci che lo infestano, cosicché i Mori se ne servono solo per andare a caccia, mobilitando ogni volta un vero e proprio esercito di due o tremila uomini, quasi partissero per una campagna di guerra. E in effetti per un centinaio di miglia davanti a noi sfilò una terra che durante il giorno appariva deserta e selvaggia, mentre di notte non udivamo che ruggiti e ululati di belve.
Una o due volte, di giorno, mi parve di scorgere il picco di Tenerife, che corrisponde alla vetta del monte Tenerife nelle Canarie, e provai fortissima la tentazione di avventurarmi in quella direzione nella speranza di arrivare laggiù; anzi, mi ci provai due volte, ma il vento contrario mi costrinse a ripiegare, anche perché il mare si faceva troppo grosso per una piccola imbarcazione come la mia, cosicché decisi di perseverare nel mio progetto iniziale e mantenni la rotta lungo la costa.
Più volte, dopo quel primo approdo, fui costretto a sbarcare per far provvista d'acqua dolce. Ricordo, in particolare, una volta che ci ancorammo di prima mattina sotto un piccolo promontorio abbastanza elevato sul mare, e siccome la marea si stava alzando, sostammo in attesa di poterci accostare maggiormente; Xury, i cui occhi a quanto sembrava si volgevano intorno più attenti e circospetti dei miei, mi chiamò con voce sommessa e mi disse che avremmo fatto bene ad allontanarci: "Perché," disse, "laggiù essere terribile mostro addormentato sotto la montagna." Io guardai nella direzione che lui m'indicava e realmente vidi un essere mostruoso, poiché si trattava di un enorme, terribile leone coricato sul declivio del promontorio, al riparo di un sovrastante aggetto roccioso che gli faceva ombra.
"Xury," dissi, "scendi a terra e uccidilo."
Xury assunse un'aria spaventata e rispose:
"Io uccidere? Lui mangiare me con una bocca sola!"
Voleva dire in un solo boccone. Comunque io non gli replicai, gli ingiunsi di restar fermo, poi afferrai il fucile più grosso, che aveva quasi il calibro di un moschetto, e lo caricai con una buona dose di polvere e due pallettoni; poi lo deposi e caricai un secondo fucile con due pallottole. Quanto al terzo (poiché ne avevamo tre) lo caricai con pallini più piccoli. Diedi mano al primo fucile e presi la mira come meglio potevo perché volevo colpirlo alla testa, ma il leone stava coricato con una zampa sollevata un poco al di sopra del naso, cosicché i pallettoni gli colpirono la zampa all'altezza del ginocchio spezzandogli l'osso. L'animale balzò in piedi con un ringhio, ma tosto si accasciò sulla zampa rotta, poi tornò a drizzarsi sulle tre zampe sane ed emise il più spaventevole ruggito che abbia udito in vita mia. Rimasi un poco deluso di non averlo raggiunto alla testa, cosicché impugnai senza indugio il secondo fucile, e sebbene il leone cominciasse ad allontanarsi sparai un secondo colpo e questa volta lo colpii alla testa, e con mia grande soddisfazione lo vidi stramazzare e dibattersi agonizzante, emettendo deboli lamenti. Allora Xury riprese coraggio e mi chiese il permesso di andare a riva. "Va' pure," gli dissi; il ragazzo si buttò in acqua, e reggendo con un braccio il fucile più piccolo con l'altro nuotò fino alla sponda; poi, avvicinatosi alla belva, gli appoggiò contro l'orecchio la bocca del fucile e di nuovo gli sparò alla testa, ammazzandolo.
La caccia era stata appassionante, ma quella cacciagione non era cibo per i nostri denti, e mi dolevo non poco di aver sprecato tre cariche di polvere e pallottole per uccidere una bestia che a noi non serviva affatto. Ma Xury disse che qualcosa valeva, cosicché tornò a bordo e mi chiese di dargli l'accetta.
"Che cosa vuoi fare, Xury?" gli domandai.
"Io tagliare sua testa," mi rispose. Ma non riuscì a mozzare la testa del leone e invece gli tagliò una zampa che portò con sé ed era veramente di proporzioni mostruose.
A questo punto mi venne in mente che forse la sua pelle poteva tornarci utile in qualche modo, e decisi di provare a scuoiarlo. Xury ed io ci mettemmo al lavoro, ma Xury si dimostrò molto più abile di me, perché io non sapevo davvero come destreggiarmi. Lavorammo per tutta la giornata, ma alla fine riuscimmo a staccare la pelle e la stendemmo sul tetto della cabina dove in due giorni il sole la seccò perfettamente, e da quel giorno la usai come giaciglio.
Dopo questa sosta per dieci o dodici giorni proseguimmo sempre in direzione sud, cibandoci con estrema parsimonia delle nostre scorte che ormai cominciavano ad assottigliarsi e scendendo a terra solo quando dovevamo provvederci d'acqua dolce. Infatti mi proponevo di arrivare al fiume Gambia o al Senegal, e cioè di portarmi in vicinanza del Capo Verde dove speravo d'imbattermi in qualche nave europea; in caso contrario, davvero non sapevo quale altra rotta scegliere, salvo navigare alla cieca alla ricerca delle isole o perire fra i negri d'Africa. Io però sapevo che tutte le navi provenienti dall'Europa e dirette in Guinea, in Brasile o nelle Indie Orientali toccavano quel capo o quelle isole: in una parola, facevo totale assegnamento su quest'unica alternativa: o incontrare una nave o morire.
Dopo aver proseguito per altri dieci giorni sulla scorta di questa risoluzione, come ho già detto, cominciai a notare che la costa recava segno di vita umana e navigando in prossimità della terraferma scorgemmo in due o tre posti uomini e donne che ci osservavano dalla riva, e notammo altresì che erano di pelle nerissima e completamente nudi. Una volta provai l'impulso di scendere a terra e di avvicinarli, ma Xury, più avveduto di me, mi disse: "No andare, no andare." Nondimeno io mi accostai maggiormente per potergli rivolgere la parola, e allora quelli presero a correre lungo la sponda, seguendomi per un buon tratto. Notai che nessuno di essi era armato, ad eccezione di uno che reggeva un'asta lunga e sottile, e Xury mi disse che era una lancia, e che costoro la sanno scagliare a notevole distanza con mira infallibile; per questo mi tenni abbastanza discosto, e come meglio potevo cercai di spiegarmi coi gesti, soprattutto per chiedere qualcosa da mangiare. Essi allora mi fecero segno di fermare la barca, che sarebbero andati a cercarmi del cibo; al che ammainai le vele e mi misi in panna, mentre due di loro correvano verso l'interno, e in meno di mezz'ora furono di ritorno con due pezzi di carne disseccata e del grano, ma noi non riuscimmo a capire di che cosa si trattasse, perché in quei paesi si nutrono in modo completamente diverso. Ad ogni modo eravamo disposti ad accettare la loro offerta, ma il nuovo problema consisteva nel come andare a prenderla, perché io non mi fidavo a scendere a terra e loro nutrivano nei nostri confronti la stessa diffidenza; ma alla fine quelli ricorsero a un espediente che offriva garanzia per tutti: portarono il cibo sulla spiaggia, lo deposero a terra e poi si allontanarono fermandosi a grande distanza e lasciandoci agio di portare la roba a bordo, dopo di che tornarono ad accostarsi.
Noi li ringraziammo a gesti perché non avevamo modo di compensarli altrimenti; ma proprio in quel momento ci venne offerta un'eccellente occasione di contraccambiare il loro gesto, perché proprio mentre eravamo ancora in sosta lungo la riva piombarono dalla montagna verso il mare due belve di proporzioni gigantesche e di cui l'una (almeno così ci parve) era impegnata a inseguire l'altra: se poi si trattasse di un maschio all'inseguimento della femmina, se stessero giocando o accapigliandosi davvero, noi non eravamo in grado di capirlo, e nemmeno se quello spettacolo fosse frequente o inconsueto; ma sono propenso a credere che delle due ipotesi la seconda fosse più verosimile, prima di tutto perché in genere questi animali famelici si mostrano solo di notte, e in secondo luogo perché notammo che quella gente, soprattutto le donne, era terrorizzata. L'uomo che reggeva la lancia o giavellotto nel vederli rimase imperturbabile, ma tutti gli altri fuggirono; tuttavia i due animali correvano dritto verso l'acqua e non mostravano di voler aggredire i negri, ed anzi si tuffarono in mare nuotando avanti e indietro come se fossero venuti solo per divertirsi. A un certo punto però uno di essi cominciò ad avvicinarsi alla nostra barca più di quanto lì per lì non mi aspettassi, ma io ero pronto ad accoglierlo perché avevo caricato il fucile con la massima prontezza possibile e avevo ordinato a Xury di caricare anche gli altri due. Appena l'animale fu a tiro sparai e lo centrai in pieno alla testa; la belva affondò nell'acqua ma subito ritornò a galla, poi ancora s'immerse e riemerse a ritmo alterno come se stesse lottando con la morte; ed era così infatti. Subito si affannò verso la riva, ma a causa della ferita mortale e dell'acqua ingurgitata morì prima ancora di raggiungere la spiaggia.
È impossibile descrivere lo stupore sbigottito di quelle povere creature all'esplosione e al lampo della mia fucilata; per poco alcuni non morirono di spavento e sopraffatti dal terrore crollarono privi di sensi. Ma non appena si resero conto che la bestia era morta e affondata in mare, ed io li incoraggiavo coi gesti ad avvicinarsi alla riva, si fecero animo, tornarono sulla spiaggia e si diedero a cercare l'animale. Fui io a individuarlo, guidato dalla macchia di sangue che intorbidava l'acqua; e con l'ausilio di una fune che gli passai intorno al corpo e che diedi ai negri da trainare, riuscimmo a issarlo sulla riva, dove constatammo che era un bellissimo leopardo, un curioso esemplare splendidamente maculato, mentre i negri elevavano alte le mani ad esprimere la loro ammirazione per l'oggetto che lo aveva ucciso.
L'altra belva, spaventata dal lampo del fucile e dal frastuono della detonazione, nuotò a riva e si dileguò dritta su per la montagna dalla quale era discesa, e a tanta distanza io non riuscii a discernere di quale animale si trattasse. Ad ogni modo compresi subito che i negri erano vogliosi di mangiare la carne del leopardo ucciso, cosicché preferii che lo considerassero un favore personale da me elargito, e quando lasciai capire che potevano prenderselo, me ne furono molto grati. Subito si misero all'opera, e sebbene non avessero coltelli ma si servissero di un pezzo di legno affilato, lo scuoiarono altrettanto rapidamente, e fors'anche con maggior destrezza di quanto avremmo fatto noi con un coltello; poi mi offrirono un po' di carne, che io rifiutai con l'aria di non volerli privare, ma feci segno che volevo la pelle, ed essi me la diedero senza difficoltà, e mi portarono ancora grossi quantitativi dei loro cibi, ed io li accettai sebbene non capissi che roba fosse; poi sempre aiutandomi coi gesti, spiegai che avevo bisogno d'acqua e gli porsi uno degli orci rovesciandolo, per mostrare che era vuoto e che intendevo riempirlo. Subito gridarono qualcosa ai loro amici, e accorsero due donne con un grande recipiente di argilla, probabilmente cotto al sole; esse lo deposero sulla riva come avevano fatto in precedenza ed io mandai Xury con gli orci, che vennero riempiti tutti e tre. Le donne, come gli uomini, erano completamente nude.
Adesso ero rifornito di radici e di grano, di qualunque specie fosse questo cereale, e avevo una buona scorta d'acqua; cosicché, congedatomi dai nostri amici negri, proseguii per altri undici giorni circa senza aver bisogno di riaccostarmi alla riva, fin quando vidi la terra protendersi per un lungo tratto nel mare a una distanza di quattro o cinque miglia da me; e approfittando della bonaccia mi portai molto al largo per doppiare quel capo. Mentre mi accingevo a superarlo, a un paio di miglia dalla costa distinsi chiaramente un'altra terra sul filo opposto dell'orizzonte, in direzione del mare aperto; e ne conclusi, come infatti doveva essere con ogni probabilità, che quella punta fosse il Capo Verde e le terre che scorgevo in alto mare erano le isole chiamate appunto Isole del Capo Verde.
Ma si trovavano a grande distanza, ed io non sapevo quale partito prendere, perché se per caso fossi stato sorpreso da una raffica di vento avrei rischiato di non raggiungere né l'uno né le altre.
Mentre, soprapensiero, mi dibattevo in questo dilemma, andai a sedermi in cabina affidando a Xury il timone; ed ecco che a un tratto il ragazzo prese a gridare: "Padrone, padrone, una nave con una vela!" e quello scimunito era pazzo di paura, temendo che fosse una nave del suo antico padrone mandata al nostro inseguimento, mentre io sapevo benissimo che ci eravamo allontanati abbastanza per esser fuori dalle loro grinfie. Corsi fuori dalla cabina e non solo vidi subito la nave, ma dalla foggia la riconobbi per una nave portoghese diretta probabilmente alla costa della Guinea per compiervi la tratta degli schiavi negri. Ma osservando la rotta che seguiva, mi convinsi che la sua meta doveva essere un'altra e che non intendeva accostarsi alla terraferma; pertanto puntai al largo col proposito di avvicinarmi e di giungere, se possibile, a portata di voce.
Tuttavia mi resi conto che, anche forzando al massimo le vele, non sarei riuscito a portarmi sulla sua rotta e che sarebbero stati lontani prima che io fossi in grado di fare qualche segnale; ma quando ormai avevo spiegato tutta quanta la velatura e stavo perdendo ogni speranza, quelli mi avvistarono, probabilmente con l'aiuto di un binocolo, e notarono che si trattava di una barca europea, probabile vestigia di una nave che aveva fatto naufragio; così ridussero le vele perché potessi avvicinarmi. La cosa valse a rincuorarmi, e siccome avevo ancora a bordo la bandiera del mio padrone, la sventolai per chiedere soccorso e sparai un colpo di fucile; ed essi colsero le mie due segnalazioni perché più tardi mi dissero di aver visto il fumo, anche se non avevano udito la detonazione. A questi segnali essi furono così generosi da mettersi in panna e dopo circa tre ore riuscii a raggiungerli.
Allora mi domandarono chi fossi rivolgendomi la parola in portoghese, spagnolo e francese, ma io non conoscevo nessuna di queste tre lingue; finché alla fine fui interpellato da un marinaio scozzese che era a bordo, ed io potei rispondergli, spiegare che ero un inglese fuggito da Salé dov'ero tenuto in cattività dai Mori. Mi dissero di salire a bordo e furono così cortesi da accogliere anche le mie masserizie.
Nessuno stenterà a credere ch'io provassi una gioia indicibile nel ritrovarmi salvo dalla situazione perniciosa e disperata in cui ero stato fino a quel momento, e senza esitare offersi al capitano della nave tutto ciò che avevo a ricompensa per la mia salvezza; ma egli con molta generosità mi disse che non intendeva accettare nulla da me, e che i miei beni mi sarebbero stati restituiti al completo non appena fossimo giunti in Brasile, "perché", mi disse, "io vi ho salvato la vita alle stesse condizioni in cui vorrei essere salvato anch'io, e chissà che in avvenire non accada anche a me di essere raccolto nello stesso stato; e poi," aggiunse, "dal momento che vi sbarcherò in Brasile, un paese tanto lontano dal vostro, se vi prendessi ciò che avete laggiù morireste di fame, ed io non farei che togliervi quella vita che ora vi ho ridato. No, no, "Senhor inglese," concluse, "io vi porterò laggiù per spirito di carità, le vostre cose serviranno per il vostro sostentamento e per pagarvi il viaggio di ritorno in patria."
Come si dimostrò caritatevole in questa proposta, così nel mantenerla diede prova della più scrupolosa onestà, perché diede ordine alla ciurma che nessuno toccasse la mia roba; poi la prese personalmente in consegna, e me ne diede un esatto inventario perché potessi disporne a mio piacere, ivi inclusi i tre orci di terracotta.
Quanto alla mia lancia, egli si accorse subito che si trattava di un'imbarcazione d'ottima fattura, cosicché mi disse che ben volontieri l'avrebbe comprata per dotarne la sua nave e mi chiese quanto ne volessi. Io gli risposi che era stato così generoso nei miei confronti che non stava a me indicare un prezzo, ma che lasciavo lui libero di farlo. Al che mi rispose che di suo pugno avrebbe sottoscritto l'impegno per un pagamento di ottanta monete da otto reali in Brasile, e che, se una volta arrivati laggiù qualcuno mi avesse offerto una somma più elevata egli avrebbe rinunciato ad acquistarla. Non solo: mi offrì anche sessanta monete da otto per Xury, lasciandomi molto perplesso non perché non mi sentissi disposto a cederlo al capitano, ma perché mi ripugnava sacrificare la libertà di quel bravo ragazzo che mi aveva aiutato con tanta dedizione a recuperare la mia. D'altro canto, quando gli ebbi spiegato le mie ragioni, il capitano le riconobbe per giuste e mi fece questa controproposta: avrebbe rilasciato al ragazzo una dichiarazione con la quale s'impegnava a riscattarlo entro dieci anni, a patto che si fosse fatto cristiano, e siccome Xury si mostrava disposto a seguire di buon grado il capitano, lo cedetti a quest'ultimo.
La traversata fino al Brasile si svolse ottimamente e dopo circa ventidue giorni raggiungemmo la baia di Todos los Santos, ossia di Ognissanti. Una volta ancora ero sfuggito alla sorte più grama e mi ritrovavo nella necessità di decidere d'ora innanzi quello che avrei fatto di me stesso.
Non sarò mai abbastanza grato al capitano per la generosità del suo trattamento; non volle accettare alcunché a compenso della traversata, mi pagò venti ducati la pelle del leopardo e quaranta quella del leone che avevo nella mia barca, e del pari comperò tutto ciò che desideravo di vendere, tra cui la cassa di bottiglie, uno dei fucili e una parte del blocco di cera, perché il resto lo avevo consumato per fabbricare candele; in conclusione, dalla vendita del mio carico ricavai duecentoventi monete da otto reali e così equipaggiato sbarcai in Brasile.
Poco tempo dopo lo sbarco, grazie ai buoni uffici del capitano trovai modo di farmi assumere da un galantuomo come lui che possedeva un ingenio come essi lo chiamano, vale a dire una piantagione di canna da zucchero con l'annessa raffineria; pertanto vissi qualche tempo insieme a costui e ne trassi l'occasione per imparare il loro metodo di piantare e fabbricare lo zucchero. E vedendo come vivevano bene i proprietari di piantagioni e come si arricchissero in fretta, decisi di fare il piantatore anch'io, sempre che avessi ottenuto il permesso di risiedere nel paese, e nel frattempo avessi trovato un sistema per farmi mandare il denaro che avevo lasciato a Londra. A questo scopo, dopo aver ottenuto una specie di atto di naturalizzazione acquistai tanto terreno incolto quanto potevo comprarne col denaro di cui disponevo ed elaborai un progetto per la mia piantagione e la mia residenza proporzionato al capitale che mi proponevo di far venire dall'Inghilterra.
Avevo un vicino, un portoghese di Lisbona nato però da genitori inglesi, che si chiamava Wells ed era in una situazione molto simile alla mia. Lo chiamo mio vicino perché la sua piantagione confinava con la mia ed eravamo in ottimi rapporti. Le mie sostanze erano esigue quanto le sue, e per un paio d'anni la nostra attività ci servì più che altro per campare. Comunque, a poco a poco le cose andarono meglio e la nostra terra cominciò ad assumere un assetto ordinato, finché il terzo anno riuscimmo a piantare un po' di tabacco e a predisporre un largo appezzamento di terreno destinato ad accogliervi la canna da zucchero l'anno successivo; ma entrambi avevamo bisogno di aiuto, ed ora mi rendevo conto più che mai di quale errore avessi commesso separandomi da Xury.