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I tre moschettieri

 

di Alessandro Dumas.

 

                                 VOLUME PRIMO.

 

 

 

 

                                  Capitolo 1.

 

                   I TRE REGALI DEL SIGNOR D'ARTAGNAN PADRE.

 

      Il  primo  lunedì  del mese d'aprile del 1625,  il borgo di Meung,

      dove nacque l'autore del 'Romanzo della Rosa',  sembrava essere in

      completa rivoluzione,  proprio come se gli Ugonotti fossero giunti

      per farne una seconda Rochelle.  Molti abitanti,  vedendo le donne

      fuggire  dalla  parte  della Gran Via e sentendo i bimbi strillare

      sulle porte, si affrettavano a indossare la corazza e, rafforzando

      il loro  coraggio,  alquanto  dubbio,  con  un  archibugio  o  una

      partigiana,  si  dirigevano  verso  l'osteria  del  Franc-Meunier,

      davanti alla quale si pigiava, ingrossando di minuto in minuto, un

      gruppo di popolo compatto, rumoroso e curioso.

      In quel tempo ci si spaventava con molta facilità e quasi tutti  i

      giorni  una città o l'altra registrava nei propri archivi fatti di

      questo genere.  C'erano i signori che  guerreggiavano;  fra  loro;

      c'era il Re che faceva guerra al Cardinale; c'era lo Spagnuolo che

      faceva guerra al Re.  Poi, oltre queste guerre celate o pubbliche,

      segrete o palesi, c'erano i ladri, i mendicanti,  gli Ugonotti,  i

      lupi e i servi che facevano guerra a tutti. I cittadini s'armavano

      sempre per difendersi dai ladri,  dai lupi,  dai servi; spesso dai

      signori e dagli Ugonotti,  qualche volta  dal  Re;  mai  però  dal

      Cardinale o dagli Spagnuoli. Da questa abitudine ormai inveterata,

      risultò  che il già detto primo lunedì del mese d'aprile del 1625,

      gli abitanti di  Meung,  sentendo  rumore  e  non  vedendo    la

      bandiera  gialla e rossa,  né la livrea del duca di Richelieu,  si

      precipitarono  verso  l'osteria  del  Franc-Meunier  dalla   quale

      proveniva il chiasso. E non appena arrivati, poterono appurarne la

      causa.

      Un  giovane...  tracciamo  con un tratto di penna il suo ritratto:

      figuratevi don Chisciotte a diciott'anni,  ma  un  don  Chisciotte

      senza corazza e senza cosciali,  vestito di una giubba di panno il

      cui  blu  originario  si  era   trasformato   in   una   sfumatura

      indescrivibile di feccia di vino e d'azzurro pallido. Viso ovale e

      bruno  dagli zigomi salienti,  segno indubbio di astuzia;  muscoli

      mascellari enormemente sviluppati,  indizio infallibile dal  quale

      si  riconosce  il  guascone,  anche  senza  berretto,  e il nostro

      giovanotto ne portava uno ornato di una specie  di  piuma;  occhio

      grande e intelligente, naso adunco, ma finemente disegnato, troppo

      grosso per un adolescente e troppo piccolo per un uomo maturo.  Un

      occhio  poco  sperimentato  avrebbe  potuto  scambiare  il  nostro

      giovane  per il figlio di un fittavolo,  senza la lunga spada che,

      appesa a una bandoliera di  cuoio,  batteva  i  polpacci  del  suo

      proprietario  allorché questi era a piedi e il pelo irto della sua

      cavalcatura allorché era a cavallo.

      Perché il nostro amico aveva un cavallo, e questo cavallo era anzi

      così notevole che fu notato: era un cavalluccio del Bearn dell'età

      di dodici o quattordici anni,  col mantello  giallo,  senza  crini

      nella coda,  ma non senza giarda nelle gambe, e che pur camminando

      con la testa più bassa delle ginocchia  (il  che  rendeva  inutile

      l'uso della martingala) faceva ancora le sue otto leghe al giorno.

      Disgraziatamente,  le  qualità  di  questo  cavallo erano così ben

      nascoste sotto il suo pelo strano e la sua andatura bizzarra  che,

      in   un'epoca   nella   quale  tutti  si  intendevano  di  cavalli

      l'apparizione di una simile brenna a Meung dov'era arrivata  circa

      un  quarto  d'ora  prima,   dalla  porta  di  Beaugency,  produsse

      un'impressione sfavorevole che si ripercosse sul suo cavaliere.

      E questa  impressione  era  stata  tanto  più  penosa  al  giovane

      d'Artagnan  (così  si  chiamava  il don Chisciotte di questo nuovo

      Ronzinante),  in quanto comprendeva perfettamente che,  per quanto

      abile  cavaliere  egli  fosse,   la  sua  cavalcatura  lo  rendeva

      ridicolo;  per questo aveva sospirato con malinconia accettando il

      regalo  che  di  essa  gli aveva fatto il signor d'Artagnan padre.

      Egli non si faceva illusioni e  sapeva  perfettamente  che  quella

      bestia non poteva valere più di venti lire; ma è anche vero che le

      parole da cui il dono era stato accompagnato, non avevano prezzo.

      "Figlio  mio"  aveva  detto  il  gentiluomo  guascone in quel puro

      dialetto del Bearn del quale Enrico IV  non  era  mai  riuscito  a

      liberarsi "figlio mio,  questo cavallo è nato nella casa di vostro

      padre saranno tra poco tredici anni,  e da  quell'epoca  è  sempre

      stato  della  famiglia:  questo  solo  deve  rendervelo caro.  Non

      vendetelo mai,  lasciatelo morire di vecchiaia,  tranquillamente e

      onoratamente: e se andrete in guerra con lui, trattatelo bene come

      fosse un vecchio servitore. A corte" continuò il signor d'Artagnan

      padre "se pure avrete l'onore di esservi ammesso,  onore al quale,

      d'altronde,  vi dà diritto  la  vostra  vecchia  nobiltà,  portate

      degnamente il vostro nome di gentiluomo,  nome che è stato portato

      con onore dai vostri antenati da più di cinquecento anni.  Per voi

      e  per  i  vostri  intendo riferirmi ai parenti e agli amici - non

      sopportate offese se non dal Cardinale  e  dal  Re.  E'  solo  col

      proprio coraggio,  mettetevelo ben in mente,  che ai nostri giorni

      un gentiluomo può farsi strada.  Chiunque abbia un solo attimo  di

      paura  lascia forse sfuggire l'esca che,  proprio in quell'attimo,

      la fortuna gli tendeva.  Voi  siete  giovane  e  avete  due  buone

      ragioni  per  essere  coraggioso: la prima che siete guascone,  la

      seconda che siete mio figlio. Non temete le occasioni e cercate le

      avventure. Vi ho fatto insegnare a ben maneggiare la spada,  avete

      un garretto di ferro e un polso d'acciaio; battetevi per qualunque

      ragione; battetevi tanto più ora che i duelli sono vietati, e che,

      appunto  per questo,  ci vuole doppio coraggio a battersi.  Figlio

      mio,  non posso darvi che quindici  scudi,  il  mio  cavallo  e  i

      consigli  che  avete  ascoltati.  Vostra  madre  vi  aggiungerà la

      ricetta di un certo unguento (che ebbe da una zingara)  miracoloso

      per guarire qualunque ferita che non tocchi il cuore. Approfittate

      di tutto ciò e vivete sempre felice e per molti anni."

      "Non  ho  più che una parola da aggiungere,  o per dir meglio,  un

      esempio da porvi sotto gli occhi;  non il mio perché io  non  sono

      mai  stato  a Corte e non ho fatto che le guerre di religione come

      volontario, ma quello del signor di Tréville che nei tempi passati

      era mio vicino,  e che ebbe  l'onore,  allorché  era  bambino,  di

      giocare col nostro buon re Luigi Tredicesimo, che Dio lo conservi!

      Qualche  volta  i  loro  giuochi  degeneravano in battaglie,  e in

      queste battaglie il Re non era sempre il più forte.  Le  bastonate

      che  si  prese  allora  fecero  nascere in lui molta stima e molta

      amicizia per il signor di Tréville.  Più  avanti  negli  anni,  il

      signor  di  Tréville,  durante  il suo primo viaggio a Parigi,  si

      batté contro altri,  per ben cinque volte.  Dalla morte del nostro

      Re  alla  maggiore  età  del  suo giovane erede,  senza contare le

      guerre  e  gli  assedi,  sette  volte;  e,  d'allora  in  poi,  un

      centinaio,  forse.  Così,  nonostante gli editti, gli ordini e gli

      arresti,  eccolo capitano dei moschettieri vale a dire capo di una

      legione  d'eroi  che  il Re tiene in grande considerazione,  e che

      monsignor Cardinale teme, lui che pur non teme alcuno,  come ognun

      sa.  Inoltre  il  signor  di  Tréville  guadagna  diecimila  scudi

      all'anno,  ed è quindi un gran signore.  Egli ha  cominciato  come

      voi,  presentatevi  a  lui  con  questa  lettera e fate ciò che vi

      consiglierà di fare, se vorrete avere una fortuna pari alla sua."

      Quindi il signor d'Artagnan  padre  cinse  al  figlio  la  propria

      spada, lo baciò con effusione sulle due guance e lo benedisse.

      Uscendo  dalla  stanza  paterna,  il giovane trovò la madre che lo

      aspettava con la famosa ricetta di  cui  i  consigli  che  abbiamo

      riferiti  dovevano  rendere necessario un uso frequente.  I saluti

      furono da questa parte più lunghi e più teneri;  non che il signor

      d'Artagnan  non  amasse  il  suo unico figlio,  ma,  essendo uomo,

      avrebbe reputato indegno di lasciar scorgere la propria  emozione,

      mentre la signora d'Artagnan era donna e madre. Ella dunque pianse

      a  lungo  e,  diciamolo  a lode del signor d'Artagnan figlio,  per

      quanti sforzi egli tentasse di fare per restare  impassibile  come

      si  conveniva  a  un  futuro  moschettiere,   la  natura  ebbe  il

      sopravvento,  ed egli versò molte lacrime,  delle quali  riuscì  a

      gran fatica a nascondere una metà.

      Lo  stesso  giorno  il giovane si mise in viaggio,  munito dei tre

      doni paterni che si componevano,  come abbiamo detto,  di quindici

      scudi,  del  cavallo e della lettera per il signor di Tréville;  è

      inutile dire che i consigli erano stati dati per soprappiù.

      Con  questo  vade-mecum,   d'Artagnan  si  trovò  a  essere,   sia

      fisicamente   che  moralmente,   una  copia  esatta  dell'eroe  di

      Cervantes,  al quale lo abbiamo felicemente  paragonato  quando  i

      nostri  doveri di storico ci obbligarono a tracciarne il ritratto.

      Don Chisciotte pigliava i mulini a vento per giganti e  i  montoni

      per eserciti,  d'Artagnan prese ogni sorriso per un insulto e ogni

      sguardo per una provocazione.  E così fu ch'egli  ebbe  sempre  il

      pugno  chiuso  da Tarbes a Meung e che dieci volte al giorno portò

      la mano al pomo della spada;  tuttavia il pugno non  s'abbatté  su

      nessuna mascella e la spada non uscì dal fodero.  Non che la vista

      del malavventurato giallo ronzino non facesse  spuntare  più  d'un

      sorriso  sul  volto  dei  passanti;  ma  siccome  sopra  la  rozza

      tintinnava una spada di misura rispettabile e al disopra di questa

      spada fiammeggiava un occhio più feroce  che  altero,  i  passanti

      reprimevano  la loro ilarità o,  se l'ilarità aveva il sopravvento

      sulla prudenza,  si sforzavano almeno di ridere da una parte sola,

      come  le  maschere  antiche.  D'Artagnan  rimase dunque maestoso e

      intatto nella propria suscettibilità  sino  a  quella  disgraziata

      città di Meung.

      Ma qui,  mentre scendeva da cavallo, alla porta del Franc-Meunier,

      senza che nessuno, oste, servo o palafreniere,  venisse a tenergli

      la staffa, d'Artagnan scorse, affacciato a una finestra semiaperta

      del pianterreno, un gentiluomo d'alta statura e d'aspetto superbo,

      dall'espressione  arcigna,  che  discorreva  con  due  persone che

      sembravano  ascoltarlo  con  grande  deferenza.  Come  al  solito,

      d'Artagnan  credette  d'essere  il  soggetto della conversazione e

      ascoltò.  Questa volta non  s'era  del  tutto  ingannato:  non  si

      parlava  di  lui,  ma del suo cavallo.  Il gentiluomo ne enumerava

      tutte le qualità ai suoi ascoltatori,  e siccome questi sembravano

      avere una grande deferenza per il narratore, scoppiavano in risate

      a ogni istante.  Ora,  dato che un leggero sorriso era sufficiente

      per suscitare l'ira del giovane, è facile immaginare quale effetto

      producesse una così rumorosa ilarità.

      Tuttavia, d'Artagnan volle dapprima farsi un'idea della fisionomia

      dell'impertinente che lo burlava e fissò lo  sguardo  fiero  sullo

      sconosciuto.  Era  un  uomo  dai  quaranta ai quarantacinque anni,

      dagli occhi neri e penetranti, dalla carnagione pallida,  dal naso

      fortemente  accentuato  e  dai  baffi neri perfettamente tagliati.

      Indossava un farsetto e brache violacee con stringhe dello  stesso

      colore,  senza altri ornamenti,  se non le solite spaccature dalle

      quali  passava  la  camicia.  Questo  farsetto  e  queste  brache,

      quantunque  nuovi,  parevano  sgualciti come abiti da viaggio,  da

      tempo rinchiusi in  una  valigia.  D'Artagnan  fece  tutte  queste

      osservazioni  con  la rapidità di un osservatore minuzioso e senza

      dubbio mosso da un sentimento istintivo che  l'avvertiva  di  come

      quello  sconosciuto  dovesse  avere una grande influenza sulla sua

      vita.

      Ora,  nel momento in cui d'Artagnan fissava  il  suo  sguardo  sul

      gentiluomo  dal  farsetto viola,  poiché questo faceva a proposito

      del cavalluccio bearnese una delle sue più dotte  e  più  profonde

      dissertazioni,  i  suoi ascoltatori scoppiarono a ridere,  ed egli

      stesso,  contro la sua abitudine,  lasciò errare,  se così si  può

      dire, un pallido sorriso sul suo volto. Questa volta non c'era più

      dubbio,  d'Artagnan era realmente insultato;  per cui,  pienamente

      persuaso di ciò, si calcò il berretto fin sugli occhi, e, cercando

      di  imitare  qualcuno  degli  atteggiamenti  di  corte  che  aveva

      sorpreso  nei  gentiluomini di passaggio in Guascogna,  avanzò con

      una  mano  sulla  guardia  della  spada  e  l'altra  sul   fianco.

      Disgraziatamente,  di  mano  in  mano  che  avanzava la collera lo

      accecava sempre  più,  talché,  invece  del  discorso  misurato  e

      altiero  che  si  era  preparato  nella mente per formulare la sua

      provocazione, egli non riuscì a trovare che un insulto volgare che

      accompagnò con un gesto furioso.

      "Ehi" esclamò"  signore,  voi  che  vi  nascondete  dietro  quella

      imposta!  sì,  voi,  ditemi  un  po'  di  che  ridete,  e rideremo

      insieme."

      Il gentiluomo  guardò  lentamente  prima  la  cavalcatura  poi  il

      cavaliere,  come  se  gli  fosse  necessario  un  certo  tempo per

      comprendere che era proprio a lui che venivano rivolti così strani

      rimproveri; poi, allorché nessun dubbio fu più possibile, aggrottò

      leggermente le sopracciglia e dopo una pausa abbastanza lunga, con

      un'espressione d'ironia e d'insolenza impossibile  a  descriversi,

      rispose a d'Artagnan:

      "Io non parlo a voi, signore."

      "Ma  vi  parlo  io!"  gridò il giovane esasperato da quel misto di

      insolenza e d'urbanità, di gentilezza e di disprezzo.

      Lo sconosciuto lo  guardò  ancora  per  un  attimo  con  un  lieve

      sorriso,   poi   si   ritirò   dalla  finestra,   uscì  lentamente

      dall'albergo e si piantò a due passi da d'Artagnan,  in faccia  al

      cavallo.  Il  suo contegno tranquillo e l'espressione canzonatoria

      del suo volto avevano raddoppiata l'allegria di  coloro  ai  quali

      stava parlando e che erano rimasti alla finestra.

      D'Artagnan  vedendolo  arrivare fece l'atto di levare la spada dal

      fodero.

      "Decisamente,  questo cavallo  è,  o  meglio  è  stato  nella  sua

      gioventù,   giallo-oro"  riprese  lo  sconosciuto  continuando  le

      osservazioni  cominciate  e  rivolgendosi  agli  ascoltatori   che

      stavano   alla   finestra,    con   l'aria   di   non   accorgersi

      dell'irritazione di d'Artagnan che pur tuttavia si rizzava fra  lui

      e  loro.  "Un  colore  assai  noto  in  botanica,  ma  fino ad ora

      rarissimo nei cavalli."

      "Qualcuno che ride del cavallo,  non oserebbe ridere del padrone!"

      gridò con furia l'emulo di Tréville.

      "Io  non  rido  spesso,  signore" rispose lo sconosciuto "e potete

      vederlo voi stesso dall'espressione del mio viso;  ma tuttavia  ci

      tengo  a  conservare  il  privilegio  di  ridere  quando mi pare e

      piace."

      "E io" ribatté d'Artagnan "non voglio che si rida  quando  ciò  mi

      spiace!"

      "Davvero,  signore?"  continuò  lo sconosciuto più calmo mai.  "E'

      giustissimo!" E girando sui tacchi fece per rientrare nell'albergo

      passando dalla  porta  grande  sotto  la  quale  d'Artagnan  aveva

      notato, arrivando, un cavallo sellato.

      Ma  d'Artagnan non era il tipo da lasciare andare così un uomo che

      aveva avuto l'insolenza di burlarsi di lui.  Sguainò completamente

      la spada e si diede a inseguirlo, gridando:

      "Voltatevi,  voltatevi, signor beffatore, affinché non vi colpisca

      di dietro!"

      "Colpire me!" disse l'altro rigirandosi sui tacchi e guardando  il

      giovane  con una meraviglia pari al disprezzo.  "Evvia,  mio caro,

      voi siete pazzo!"

      Poi sottovoce e come parlando a se stesso:

      "Peccato!" continuò.  "Sarebbe stata una ottima  recluta  per  Sua

      Maestà  che cerca per mare e per terra dei valorosi da far entrare

      nei suoi moschettieri."

      Non aveva ancora finito di parlare,  che d'Artagnan gli allungò un

      così  furioso colpo di punta che,  probabilmente,  se quel signore

      non fosse stato pronto a saltare indietro,  avrebbe scherzato  per

      l'ultima  volta.  Lo  sconosciuto  si  accorse  allora che la cosa

      andava più in là della burla,  sfoderò la  spada,  salutò  il  suo

      avversario gravemente e si mise in guardia.  Ma nello stesso tempo

      i  due  ascoltatori  della  finestra,   insieme  con  l'oste,   si

      lanciarono  su d'Artagnan percotendolo violentemente con bastoni,

      palette e molle da fuoco.  Ciò fece una diversione così  rapida  e

      completa  all'attacco,  che  l'avversario  di  d'Artagnan,  mentre

      questi si volgeva per far fronte  a  quella  gragnuola  di  colpi,

      ringuainò con la stessa precisione la spada, e da attore che stava

      per divenire,  ridivenne spettatore del combattimento, compito che

      assolvette con la sua ordinaria impassibilità,  non senza tuttavia

      borbottare:

      "Maledetti siano i Guasconi! Rimettetelo sul suo cavallo arancione

      e che se ne vada!"

      "Non prima di averti ucciso, vigliacco!" gridò d'Artagnan, tenendo

      testa  il  meglio  che poteva e senza arretrare d'un passo ai suoi

      tre assalitori che lo tempestavano di colpi.

      "Ancora una guasconata" mormorò il  gentiluomo.  "Parola  d'onore,

      questi  Guasconi sono incorreggibili!  Continuate dunque la danza,

      visto che lo vuole assolutamente. Quando sarà stanco,  dirà che ne

      ha abbastanza."

      Ma  lo  sconosciuto  non sapeva con che razza di testardo avesse a

      che  fare;  d'Artagnan  non  era  uomo  da  domandare  grazia.  Il

      combattimento  continuò dunque per qualche secondo ancora;  infine

      d'Artagnan,  stanco morto lasciò cadere la spada che un  colpo  di

      bastone aveva spezzata.  Un altro colpo,  che lo ferì alla fronte,

      lo gettò quasi nello stesso tempo al  suolo  tutto  sanguinante  e

      pressoché svenuto.

      Fu  in  questo  momento che da tutte le parti si accorse sul luogo

      della scena. L'oste, temendo lo scandalo,  sollevò il ferito e con

      l'aiuto  dei  suoi  garzoni  lo  portò  in  cucina  dove gli venne

      apprestata qualche cura.

      Quanto al gentiluomo,  egli si era  rimesso  tranquillamente  alla

      finestra  e  guardava con una certa irritazione tutta quella folla

      che, rimanendo lì, sembrava provocare in lui una viva contrarietà.

      "Ebbene, come va questo arrabbiato?" riprese, voltandosi al rumore

      della porta che si apriva e indirizzandosi all'oste che  veniva  a

      informarsi della sua salute.

      "Vostra Eccellenza è sana e salva?" chiese l'oste.

      "Perfettamente  sano e salvo,  caro oste,  e sono io che vi chiedo

      che cosa ne è stato del nostro giovanotto."

      "Va meglio" disse l'oste "è completamente svenuto."

      "Davvero?" fece il gentiluomo.

      "Ma prima di svenire ha riunito tutte le sue forze per chiamarvi e

      sfidarvi a gran voce."

      "Ma è dunque il diavolo  in  persona  quell'animale!"  esclamò  lo

      sconosciuto.

      "Oh!  no,  Eccellenza,  non  è  il diavolo" riprese l'oste con una

      smorfia  di  disprezzo  "perché  mentre  era  svenuto  lo  abbiamo

      perquisito; egli non ha nel suo involto se non una camicia e nella

      sua  borsa  soltanto dodici scudi,  ciò che non gli ha impedito di

      dire prima di cadere svenuto che se  una  simile  cosa  gli  fosse

      successa  a  Parigi,  voi  ve  ne  sareste  pentito immediatamente

      mentre, così come sono andate le cose, non ve ne pentirete che più

      tardi."

      "Allora" disse freddamente lo sconosciuto "è qualche  principe  in

      incognito."

      "Ve  ne  avverto,   signore"  riprese  l'oste  "perché  stiate  in

      guardia."

      "E nella sua collera non ha nominato nessuno?"

      "Egli batteva sulla tasca del suo farsetto e diceva: 'Vedremo  ciò

      che  penserà  il  signor  di  Tréville dell'insulto fatto a un suo

      protetto'."

      "Il signor di Tréville?" chiese lo sconosciuto  prestando  maggior

      attenzione "si batteva sulla tasca pronunciando il nome del signor

      di  Tréville?...  Vediamo,  caro  oste,  mentre  il giovanotto era

      svenuto, voi avrete certamente guardato anche in quella tasca. Che

      cosa c'era adunque?"

      "Una lettera indirizzata  al  signor  di  Tréville,  capitano  dei

      moschettieri."

      "Davvero!"

      "E' come ho l'onore di dirvi, Eccellenza."

      L'oste,  che  non  era  dotato  di  grande  perspicacia,  non notò

      l'espressione della fisionomia dello sconosciuto a queste  parole.

      Questi  si  staccò  dal  davanzale  della  finestra al quale stava

      appoggiato  col   gomito,   e   aggrottò   le   sopracciglia   con

      inquietudine.

      "Diavolo!"  mormorò  fra  i  denti  "che Tréville mi abbia mandato

      questo Guascone? E' molto giovane! Ma un colpo di spada è un colpo

      di spada, qualunque sia l'età di chi lo dà e si diffida meno di un

      ragazzo che di chiunque altro; alle volte basta un debole ostacolo

      per contrastare un grande progetto."

      E lo sconosciuto sprofondò in una  meditazione  che  durò  qualche

      minuto.

      "Oste"  disse  poi  "non  sareste  capace di sbarazzarmi di questo

      pazzo? In coscienza, non posso ucciderlo,  e pur tuttavia" aggiunse

      con un'espressione freddamente minacciosa "mi dà fastidio. Dov'è?"

      "Nella camera di mia moglie, al primo piano, stanno medicandolo."

      "I  suoi  abiti  e  il  suo sacco sono con lui?  Non si è tolto il

      farsetto?"

      "Al contrario, tutto ciò è da basso,  in cucina.  Ma poiché questo

      giovane pazzo vi dà noia..."

      "Certamente. Egli dà uno scandalo tale nella vostra osteria che le

      persone oneste non possono rimanervi.  Salite, fate il mio conto e

      avvertite il mio servo."

      "Come! Ci lasciate già, signore?"

      "Lo sapevate,  giacché vi avevo dato l'ordine di  sellare  il  mio

      cavallo. Non mi hanno forse obbedito?"

      "Certamente; come vostra Eccellenza ha potuto vedere, il cavallo è

      sotto la porta grande già pronto per la partenza."

      "Bene; allora fate come vi ho detto."

      "Oh, oh!" pensò l'oste "avrebbe forse paura del ragazzo?"

      Ma   un'occhiata  imperiosa  dello  sconosciuto  mise  bruscamente

      termine alle sue riflessioni. Salutò umilmente e uscì.

      "Non bisogna che milady (1) sia vista da questo birbante" continuò

      lo sconosciuto "essa non può tardare a  passare;  è  anzi  già  in

      ritardo.  Decisamente,  è meglio che salga a cavallo e che le vada

      incontro...  Se almeno potessi sapere ciò che contiene la  lettera

      indirizzata a Tréville!"

      E lo sconosciuto sempre borbottando, si diresse verso la cucina.

      Nel  frattempo  l'oste,  che  non  poneva  in  dubbio che fosse la

      presenza del giovanotto la causa  dell'improvvisa  partenza  dello

      sconosciuto,  era  salito  in camera di sua moglie e aveva trovato

      d'Artagnan perfettamente in sé. Allora, facendogli comprendere che

      la polizia avrebbe potuto dargli delle noie per  aver  tentato  di

      attaccar  briga  con  un  gran  signore  (perché  secondo  lui  lo

      sconosciuto non poteva essere che un gran  signore)  lo  persuase,

      nonostante  la  sua  debolezza,  ad  alzarsi  e a continuar la sua

      strada. D'Artagnan, mezzo stordito,  senza farsetto e con la testa

      tutta  avvolta  nelle bende,  si alzò dunque e,  spinto dall'oste,

      cominciò a discendere le scale ma,  arrivato in cucina,  la  prima

      cosa  che scorse fu il suo provocatore che parlava tranquillamente

      allo sportello di una pesante  carrozza  attaccata  a  due  grossi

      cavalli normanni.

      La  sua  interlocutrice,  di cui si vedeva la testa inquadrata dal

      finestrino,  era una donna di venti o ventidue anni.  Noi  abbiamo

      già  detto  con  quale  rapidità d'Artagnan si impadronisse di una

      fisionomia;  gli bastò un'occhiata per vedere  che  la  donna  era

      giovane e bella. Ora, questa bellezza lo colpì tanto più in quanto

      che  era perfettamente sconosciuta nei paesi meridionali nei quali

      egli aveva abitato fino a quel giorno.  Era una bellezza pallida e

      bionda, con lunghi capelli inanellati che ricadevano sulle spalle,

      con  grandi  occhi  languidi  e  azzurri,  con labbra rosee e mani

      d'alabastro. Essa parlava molto vivacemente con lo sconosciuto.

      "Dunque, Sua Eminenza mi ordina..." diceva la dama.

      "Di  tornare  immediatamente  in  Inghilterra,   e  di  avvertirlo

      direttamente se il duca lasciasse Londra."

      "E quanto alle altre istruzioni?" chiese la bella viaggiatrice.

      "Sono  chiuse in questa scatola che non aprirete se non sull'altra

      riva della Manica."

      "Benissimo, e voi che farete?"

      "Tornerò a Parigi."

      "Senza castigare quell'insolente ragazzino?" chiese la dama.

      Lo sconosciuto stava per rispondere: ma nello  stesso  momento  in

      cui apriva la bocca, d'Artagnan, che aveva udito tutto, si slanciò

      sulla soglia della porta.

      "E'  questo  insolente ragazzino che castiga gli altri" esclamò "e

      spero bene che questa volta colui ch'egli deve castigare  non  gli

      sfuggirà come la prima."

      "Non   gli   sfuggirà?"   disse   lo  sconosciuto  aggrottando  le

      sopracciglia.

      "No, immagino che davanti a una signora non oserete fuggire."

      "Pensate" esclamò milady vedendo il  gentiluomo  portare  la  mano

      alla spada "pensate che il minimo ritardo può perdere tutto."

      "Avete  ragione" esclamò il gentiluomo "andate dunque dalla vostra

      parte; io vado dalla mia."

      E,  salutata la dama con un  cenno  della  testa,  balzò  sul  suo

      cavallo  mentre il cocchiere della carrozza frustava vigorosamente

      la  sua   pariglia.   I   due   interlocutori   partirono   quindi

      contemporaneamente  al  galoppo,  allontanandosi ognuno da un lato

      opposto della strada.

      "E ciò che mi dovete?" gridò l'oste,  nel quale l'affetto  per  il

      suo  viaggiatore  si mutava in profondo disprezzo vedendo che egli

      se ne andava senza saldare il conto.

      "Paga, canaglia" ordinò il viaggiatore, sempre galoppando,  al suo

      servo che gettò ai piedi dell'oste due o tre monete d'argento e si

      lanciò dietro al padrone.

      "Ah!  vigliacco,  ah!  miserabile,  ah!  falso  gentiluomo!" gridò

      d'Artagnan inseguendo a sua volta il servo.

      Ma il ferito era ancora troppo debole per  sopportare  una  simile

      scossa.  Non aveva fatto dieci passi che le sue orecchie si misero

      a ronzare,  si sentì girare la testa,  una nube  di  sangue  passò

      davanti ai suoi occhi,  ed egli cadde riverso in mezzo alla strada

      gridando ancora:

      "Vigliacco! Vigliacco! Vigliacco!"

      "E'  veramente  un  vigliacco"  mormorò  l'oste  avvicinandosi   a

      d'Artagnan  e  cercando con questa adulazione di riconciliarsi con

      il povero giovanotto,  come  l'airone  della  favola  con  la  sua

      chiocciola della sera.

      "Sì,  un  gran  vigliacco"  mormorò  d'Artagnan "ma lei è una gran

      bella donna!"

      "Lei chi?" chiese l'oste.

      "Milady" balbettò d'Artagnan.

      E svenne una seconda volta.

      "Pazienza" disse l'oste "ne perdo due ma questo mi  resta  e  sono

      sicuro  di  conservarlo  almeno  per  qualche giorno.  Sono sempre

      undici scudi guadagnati."

      Sappiamo già che undici scudi era proprio la  somma  che  rimaneva

      nella borsa di d'Artagnan.

      L'oste  aveva  contato su undici giorni di malattia a uno scudo al

      giorno;  ma aveva fatto i conti senza il  viaggiatore.  Il  giorno

      dopo,  alle cinque del mattino, d'Artagnan si alzò, scese da sé in

      cucina,  domandò oltre a qualche altro ingrediente,  il  nome  del

      quale non è giunto fino a noi,  vino,  olio,  rosmarino e,  con la

      ricetta di sua madre alla mano,  compose un balsamo col quale unse

      le  sue  numerose ferite rinnovando le bende con le proprie mani e

      rifiutando l'aiuto di qualsiasi medico.  Certamente in  grazia  al

      balsamo  di Boemia e,  forse,  grazie anche all'assenza di medici,

      d'Artagnan la sera stessa  poté  alzarsi  e  il  giorno  dopo  era

      pressoché guarito.

      Ma  al  momento di pagare quel rosmarino,  quell'olio e quel vino,

      sola spesa del giovane che aveva  osservato  una  dieta  assoluta,

      mentre il suo cavallo giallo,  secondo l'oste,  aveva mangiato tre

      volte più di quanto si potesse  ragionevolmente  supporre  tenendo

      conto della sua corporatura,  d'Artagnan non trovò nella sua tasca

      che la vecchia borsa di  velluto  spelato  contenente  gli  undici

      scudi;  ma  la  lettera  indirizzata  al  signor  di  Tréville era

      sparita.

      Il giovanotto cominciò a cercarla con grande pazienza,  voltando e

      rivoltando  almeno  venti  volte  le sue tasche e i suoi taschini,

      frugando e rifrugando nel sacco da viaggio, aprendo e chiudendo la

      sua borsa;  ma allorché  ebbe  la  certezza  che  la  lettera  era

      introvabile,  si  abbandonò  a  un terzo accesso di rabbia che per

      poco non rese  necessario  un  nuovo  impiego  di  vino  e  d'olio

      aromatizzati;  giacché,  vedendo  quella  giovane  e pessima testa

      riscaldarsi e minacciare di rompere tutto nel  locale  se  non  si

      fosse  ritrovata  la  lettera,  l'oste  si  era  già armato di uno

      spiedo,  sua moglie di un manico di scopa e i garzoni degli stessi

      bastoni che avevano servito due giorni prima.

      "La mia lettera di raccomandazione!..." esclamava d'Artagnan.  "La

      mia lettera di raccomandazione!  Sangue di  Dio!  V'infilzo  tutti

      come tanti tordi!"

      Disgraziatamente  una  circostanza si opponeva a che il giovanotto

      mettesse in atto la sua minaccia; ed è che, come abbiamo detto, la

      sua spada si era rotta in due pezzi durante la prima tenzone, cosa

      che egli aveva perfettamente  dimenticata.  Successe  quindi  che,

      allorché  d'Artagnan  volle  effettivamente  sguainarla,  si trovò

      puramente e semplicemente armato di un troncone di spada lungo non

      più di pochi centimetri,  che l'oste aveva con  cura  rimesso  nel

      fodero.  Il  cuoco  si  era abilmente impossessato del resto della

      lama per farne un coltello  da  cucina.  Tuttavia  neppure  questa

      delusione  avrebbe arrestato il nostro focoso giovanotto se l'oste

      non avesse pensato che il reclamo rivoltogli dal  suo  viaggiatore

      era perfettamente giusto.

      "Ma insomma" disse abbassando lo spiedo "dov'è questa lettera?"

      "Dov'è questa lettera?" esclamò d'Artagnan. "Prima di tutto, ve ne

      avverto,  quella  lettera  è indirizzata al signor di Tréville,  e

      bisogna che si ritrovi; e, se non si trova,  saprà ben lui farvela

      ritrovare!"

      Questa  minaccia  finì  d'intimidire  l'oste.  Dopo  il  Re  e  il

      Cardinale, il signor di Tréville era l'uomo il cui nome veniva più

      spesso ripetuto dai militari e anche  dai  borghesi.  C'era  anche

      padre Giuseppe,  è vero, ma il suo nome non era mai pronunziato se

      non sottovoce,  tanto era  il  terrore  che  incuteva  l"'Eminenza

      grigia", come lo chiamavano i familiari del Cardinale.

      Così,  gettato lontano da sé il suo spiedo e ordinato a sua moglie

      e ai suoi servi di fare altrettanto del  manico  di  scopa  e  dei

      bastoni,  l'oste dette per primo il buon esempio,  mettendosi alla

      ricerca della lettera perduta.

      "Ma questa lettera conteneva delle cose preziose?"  chiese  l'oste

      dopo molte inutili ricerche.

      "Perbacco!  lo  credo  bene!"  esclamò  il Guascone che contava su

      questa lettera per far carriera a corte.  "Essa conteneva  la  mia

      fortuna."

      "Erano tratte sulla Spagna?" chiese l'oste inquieto.

      "Erano  tratte  sul  tesoro  particolare  di  Sua  Maestà" rispose

      d'Artagnan che, sperando, come sperava, di entrare al servizio del

      Re grazie a questa raccomandazione,  credeva di poter  fare  senza

      mentire questa affermazione alquanto arrischiata.

      "Diavolo!" fece l'oste assolutamente disperato.

      "Ma  non  importa"  continuò d'Artagnan con la disinvoltura tipica

      della gente del suo paese.  "Non importa,  il danaro è  nulla;  la

      lettera è tutto. Avrei preferito perdere mille pistole!"

      Egli non rischiava gran che anche se avesse detto ventimila, ma un

      certo pudore giovanile lo trattenne.

      Un lampo di luce attraversò a un tratto il cervello dell'oste che,

      non trovando nulla, avrebbe data l'anima al diavolo.

      "La lettera non si è perduta!" esclamò.

      "Oh!" fece d'Artagnan.

      "No, vi è stata rubata."

      "Rubata! e da chi?"

      "Dal gentiluomo di ieri.  Egli è sceso in cucina dov'era il vostro

      giubbetto.  Vi è restato solo.  Scommetterei che è  lui  che  l'ha

      rubata."

      "Credete?"  rispose  d'Artagnan  poco  convinto,  perché egli solo

      conosceva perfettamente l'importanza affatto personale  di  quella

      lettera e sapeva come essa non potesse tentare la cupidigia.  E in

      realtà,  nessuno dei servitori,  nessuno dei viaggiatori  presenti

      avrebbe guadagnato nulla possedendo quel pezzo di carta.

      "Dunque"  rispose  d'Artagnan  "voi  sospettate di quel gentiluomo

      impertinente?"

      "Vi dirò che sono sicuro" continuò l'oste "allorché gli  annunciai

      che  vostra  signoria era il protetto del signor di Tréville e che

      aveva anche una lettera per  quell'illustre  gentiluomo,  egli  mi

      parve  preoccupatissimo,   mi  chiese  dov'era  quella  lettera  e

      immediatamente scese in cucina dove,  com'egli sapeva,  si trovava

      il vostro giubbetto."

      "Allora  il  ladro è certamente lui" rispose d'Artagnan.  "Farò le

      mie lagnanze al signor di Tréville che  ne  parlerà  al  Re."  Poi

      trasse  regalmente  di tasca due scudi,  li dette all'oste che col

      cappello in mano lo accompagnò fino alla porta,  e  salì  sul  suo

      giallo  ronzino  che lo portò senz'altri incidenti fino alla Porta

      di Sant'Antonio a Parigi, dove il suo proprietario lo vendette per

      tre scudi,  il che significa che fu assai ben  pagato,  visto  che

      d'Artagnan lo aveva molto affaticato nell'ultima tappa.  E infatti

      il sensale al quale d'Artagnan lo cedette  per  le  suddette  nove

      lire  non nascose al nostro giovanotto che se lo pagava così caro,

      era semplicemente per l'originalità del suo colore.

      D'Artagnan entrò quindi in Parigi a piedi portando il suo  piccolo

      fagotto  sotto il braccio e camminò finché non trovò una camera da

      prendere in affitto, adatta alla scarsezza dei suoi mezzi.  Questa

      camera  era  una  specie  di  soffitta  situata in via Fossoyeurs,

      vicino al Lussemburgo.

      Appena pagata  la  caparra,  d'Artagnan  prese  possesso  del  suo

      alloggio e passò il resto della giornata a cucire al suo giubbetto

      e  alle  sue  brache certi galloni che sua madre aveva staccato da

      una giubba quasi nuova del signor  d'Artagnan  padre,  e  che  gli

      aveva  consegnato  in  segreto;  poi  andò  sul  lungofiume  della

      Fenaille a far rimettere la lama alla spada e,  infine,  tornò  al

      Louvre  per chiedere al primo moschettiere che incontrò dove fosse

      il palazzo del signor di Tréville,  e seppe che si trovava in  via

      del  Vieux-Colombier,  vale  a  dire  proprio  vicino  alla camera

      ch'egli aveva presa in affitto;  circostanza che gli parve di buon

      augurio per il successo del suo viaggio.

      Dopo  di  che,  contento di come si era comportato a Meung,  senza

      rimorsi per il passato, fiducioso nel presente e pieno di speranze

      per l'avvenire, si coricò e si addormentò del sonno del giusto.

      Questo sonno, ancor tutto provinciale,  lo condusse sino alle nove

      del  mattino,  ora in cui si alzò per andare da quel famoso signor

      di Tréville che era il terzo personaggio del  regno,  stando  alla

      valutazione paterna.

 

                                  Capitolo 2.

 

                     L'ANTICAMERA DEL SIGNOR DI TREVILLE.

 

      Il  signor di Troisville,  come si chiamava ancora la sua famiglia

      in Guascogna,  o il signor di  Tréville,  come  aveva  finito  per

      chiamarsi  egli  stesso a Parigi,  aveva realmente cominciato come

      d'Artagnan, vale a dire senza il becco d'un quattrino, ma con quel

      fondo di audacia, di spirito e di buon senso il quale fa sì che il

      più povero gentiluomo  guascone  riceva  spesso,  sotto  forma  di

      speranze nell'eredità paterna,  più di quanto non riceva in realtà

      il più ricco signore del Périgord o del  Berry.  Il  suo  coraggio

      insolente,  la sua fortuna più insolente ancora in un tempo in cui

      i colpi piovevano come la grandine,  l'avevano issato al sommo  di

      quella  difficile  scala che è il favore della Corte,  della quale

      aveva scalati gli scalini a quattro a quattro.

      Egli era l'amico del Re, che,  come si sa,  onorava grandemente la

      memoria  di  suo  padre  Enrico  Quarto.  Il  padre  del signor di

      Tréville aveva servito Enrico Quarto  così  fedelmente  nelle  sue

      guerre  contro  la Lega,  che in mancanza di denaro contante (cosa

      che mancò tutta la vita al Bearnese, il quale pagò costantemente i

      propri debiti con la sola moneta  che  non  ebbe  mai  bisogno  di

      prendere a prestito,  lo spirito), in mancanza di denaro contante,

      dicevamo, lo aveva autorizzato, dopo la resa di Parigi, a prendere

      per stemma un leone d'oro  passante  in  campo  rosso  con  questo

      motto: 'Fidelis et fortis'.  Era molto per l'onore, ma poco per il

      benessere materiale.  Cosicché,  quando  l'illustre  compagno  del

      grande Enrico morì,  lasciò a suo figlio per sola eredità la spada

      e il motto.  Grazie a questo doppio regalo e al nome senza macchia

      che  lo accompagnava,  il signor di Tréville fu ammesso nella casa

      del giovane principe,  dove servì così bene con la sua spada e  si

      mantenne  così  fedele  al suo motto,  che Luigi Tredicesimo,  una

      delle buone lame del regno,  usava dire che se un suo amico avesse

      dovuto  battersi  egli  avrebbe  dato il consiglio di prendere per

      padrino prima lui, Luigi, poi Tréville,  e forse Tréville prima di

      lui.

      Così  Luigi  Tredicesimo  era  veramente  affezionato  a Tréville,

      affezione da re, affezione egoista, è vero, ma pur sempre affetto.

      Il fatto è che  in  quei  tempi  disgraziati,  ognuno  cercava  di

      circondarsi  di  uomini  della tempra di Tréville.  Molti potevano

      prendere per divisa la parola forte,  che  costituiva  la  seconda

      parte  del  suo  motto,  ma  pochi  gentiluomini  avrebbero potuto

      aspirare all'epiteto  di  fedele,  che  ne  costituiva  la  prima.

      Tréville  apparteneva a questi ultimi: egli era una di quelle rare

      personalità dall'intelligenza obbediente come quella del cane, dal

      coraggio cieco,  dall'occhio rapido e dalla mano pronta;  sembrava

      che  l'occhio  gli  fosse  stato  dato unicamente affinché potesse

      vedere se il re era malcontento di qualcuno  e  la  mano  affinché

      potesse   colpire  questo  spiacevole  qualcuno,   un  Besme,   un

      Maurevers, un Poltrot di Méré, un Vitry. Infine, a Tréville,  sino

      a  quel  momento,   non  era  mancata  che  l'occasione;  ma  egli

      l'aspettava e  si  riprometteva  di  afferrarla  per  i  suoi  tre

      capelli,  se  mai  fosse  passata a portata di mano.  Perciò Luigi

      Tredicesimo fece di Tréville il capitano dei suoi moschettieri,  i

      quali  erano per lui,  dal punto di vista della devozione o meglio

      del fanatismo,  quel che gli 'ordinari'  erano  stati  per  Enrico

      Terzo, ciò che la guardia scozzese era stata per Luigi Undicesimo.

      Dal suo canto, il Cardinale non era rimasto indietro al Re. Quando

      aveva  visto  il  formidabile corpo scelto di cui s'era circondato

      Luigi Tredicesimo, questo secondo, o piuttosto questo primo, Re di

      Francia aveva voluto anch'egli avere la sua guardia. Ebbe dunque i

      suoi moschettieri  come  Luigi  Tredicesimo  aveva  i  suoi  e  si

      vedevano queste due potenze rivali scegliere in tutte le province

      di  Francia  e  anche  negli  Stati stranieri per attrarli al loro

      servizio,  gli uomini più celebri per grandi  fatti  d'armi.  Così

      Richelieu e Luigi Tredicesimo disputavano spesso,  la sera, quando

      facevano la loro partita a  scacchi,  circa  il  valore  dei  loro

      servitori.  Ciascuno vantava il contegno e il coraggio dei suoi e,

      pur condannando a gran voce il duello e le  risse,  li  eccitavano

      sottovoce  perché venissero alle mani e provavano un vero dolore o

      una gioia smodata per la sconfitta o per  la  vittoria  dei  loro.

      Così  almeno  si  dice  nelle  'Memorie'  di  un uomo che si trovò

      presente a qualcuna di  queste  sconfitte  e  a  molte  di  queste

      vittorie.

      Tréville  conosceva  il  lato  debole  del  suo padrone e a questa

      abilità doveva la lunga e costante amicizia di un re  che  non  ha

      lasciato fama di esser stato molto fedele nelle sue amicizie. Egli

      faceva sfilare i suoi moschettieri davanti al cardinale Armando du

      Plessis con un'aria così beffarda che faceva rizzare dalla collera

      i baffi grigi di Sua Eminenza.  Tréville comprendeva perfettamente

      la guerra di quell'epoca, nella quale quando non si viveva a spese

      del nemico,  si viveva a spese  dei  propri  compatrioti;  i  suoi

      soldati formavano una legione di diavoli scatenati, indisciplinati

      con tutti tranne che con lui.

      Rumorosi,  avvinazzati,  scapigliati,  i  Moschettieri  del Re,  o

      piuttosto  quelli  del  signor  di  Tréville,  sciamavano  per  le

      bettole,  per  i passeggi,  nei ritrovi pubblici,  gridando forte,

      arricciandosi i baffi,  facendo tintinnare le loro spade,  urtando

      con   voluttà   le   guardie  di  monsignor  Cardinale  quando  le

      incontravano;  poi sguainavano la spada in mezzo alla strada,  con

      mille  motti  di  spirito;  qualche  volta venivano uccisi,  ma in

      questo caso erano sicuri d'essere pianti e vendicati;  più  spesso

      uccidevano,  e  in tal caso erano certi di non marcire in prigione

      perché il signor di Tréville era pronto a reclamarli.  Cosicché il

      signor di Tréville era lodato su tutti i toni, cantato su tutte le

      gamme da questi uomini che l'adoravano e che, pur essendo gente da

      sacco e da corda,  tremavano davanti a lui come scolaretti davanti

      al loro maestro,  obbedivano a ogni suo  minimo  cenno,  pronti  a

      farsi uccidere pur di cancellare l'ombra di un suo rimprovero.

      Il  signor  di  Tréville  si  era servito di questa leva possente,

      prima per il Re e per gli amici del Re,  poi per se stesso e per i

      suoi  amici.  D'altronde,  in nessuno dei libri di Memorie di quel

      tempo,  che ne ha lasciate tante,  questo degno gentiluomo è stato

      accusato,  sia  pure  dai suoi nemici (ed egli ne aveva tra coloro

      che maneggiavano la penna non meno che tra coloro che maneggiavano

      la spada) in nessun luogo,  dicevamo,  questo degno  gentiluomo  è

      stato   accusato  di  farsi  pagare  la  collaborazione  dei  suoi

      scherani.  Con un raro genio per  l'intrigo,  che  faceva  di  lui

      l'eguale   dei   più  grandi  intriganti,   egli  era  rimasto  un

      onest'uomo.    basta;  a  dispetto  delle  grandi  stoccate  che

      sfibrano  e  dei penosi esercizi che stancano,  egli era diventato

      uno dei più galanti  frequentatori  d'alcove,  uno  dei  più  fini

      damerini,  uno  dei  più lambiccati parlatori della sua epoca;  si

      parlava delle avventure del signor di Tréville come si era parlato

      vent'anni prima di quelle di Bassompierre,  e  non  era  poco.  Il

      capitano dei moschettieri era dunque ammirato,  temuto e amato, il

      che costituisce l'apogeo delle umane fortune.

      Luigi Quattordicesimo assorbì tutti  i  piccoli  astri  della  sua

      corte  nella sua gran luce,  ma suo padre,  'sole pluribus impar',

      lasciò a ciascuno dei suoi favoriti il suo splendore personale,  e

      a ciascuno dei suoi cortigiani il suo valore individuale. Oltre al

      'lever' (2) del Re e a quello del Cardinale, si contavano allora a

      Parigi più di duecento piccoli 'lever',  piuttosto ricercati.  Fra

      questi ultimi, quello di Tréville era uno dei più apprezzati.

      Il cortile del suo palazzo in via del Vieux-Colombier assomigliava

      a un campo di soldati,  e ciò dalle sei del mattino in  estate,  e

      dalle otto in inverno.  Da cinquanta a sessanta moschettieri,  che

      sembravano  darsi  il  cambio  per  offrirsi  sempre   in   numero

      imponente,  vi passeggiavano incessantemente armati di tutto punto

      e pronti a tutto.  Lungo una di  quelle  grandi  scale,  sull'area

      della  quale  la  nostra  civiltà  costruirebbe  una  casa intera,

      salivano e scendevano i parigini che  avevano  qualche  favore  da

      chiedere,   i   gentiluomini   provinciali   che  volevano  essere

      arruolati, i servi adorni di tutti i colori che venivano a portare

      al   signor   di   Tréville   i   messaggi   dei   loro   padroni.

      Nell'anticamera,  su certe lunghe panche circolari, riposavano gli

      eletti,  vale a dire quelli ch'erano stati convocati.  Dal mattino

      alla  sera  si udiva in quella sala un ronzìo continuo,  mentre il

      signor di Tréville  nel  gabinetto  attiguo  riceveva  le  visite,

      ascoltava le lamentele,  dava ordini e,  come il Re al suo balcone

      del Louvre, non aveva che da mettersi alla finestra per passare in

      rivista uomini e armi.

      Il  giorno  in  cui  d'Artagnan  si  presentò,   l'assemblea   era

      imponente,  specialmente  per un provinciale appena arrivato dalla

      sua provincia;  è vero che questo provinciale era guascone e  che,

      soprattutto  in  quell'epoca,  i compatrioti di d'Artagnan avevano

      fama di non lasciarsi facilmente intimidire. Una volta superata la

      porta massiccia costellata di grossi chiodi dalla testa  quadrata,

      si arrivava in mezzo a una folla di soldati che s'incrociavano nel

      cortile,  si  chiamavano,  discutevano  e giocavano fra loro.  Per

      aprirsi un varco fra tutte quelle onde turbolente,  sarebbe  stato

      necessario essere un ufficiale, un gran signore o una bella donna.

      Fu  dunque  in  mezzo a questo chiasso e a questo disordine che il

      nostro giovanotto avanzò col cuore palpitante,  mantenendo la  sua

      lunga  durlindana  parallela alle gambe magre,  e tenendo una mano

      sull'ala del suo feltro,  con quel mezzo sorriso  del  provinciale

      imbarazzato  che vuol parere disinvolto.  Allorché gli riusciva di

      sorpassare un gruppo,  respirava più liberamente,  ma capiva che i

      presenti si voltavano per guardarlo e,  per la prima volta in vita

      sua,  d'Artagnan,  che aveva un'assai buona opinione di se stesso,

      si sentì ridicolo.

      Arrivato  alla  scala,  fu ancor peggio: sui primi scalini c'erano

      quattro moschettieri che si  divertivano  al  seguente  esercizio,

      mentre   dieci   o   dodici  dei  loro  camerati  aspettavano  sul

      pianerottolo che venisse il loro  turno  per  prender  parte  alla

      partita.

      Uno  d'essi,  posto sullo scalino superiore con la spada sguainata

      in mano, impediva, o per lo meno si sforzava di impedire,  che gli

      altri tre salissero.

      Questi  altri  tre  si schermivano contro di lui con le loro spade

      molto agili. D'Artagnan sul principio credette che si trattasse di

      fioretti da scherma ma, ben presto,  da certe graffiature capì che

      le  spade  erano  bene  affilate,  e  il bello era che a ognuna di

      queste graffiature,  non solo gli spettatori,  ma anche gli attori

      ridevano come pazzi.

      Quello   che   era   sullo   scalino   in   quel   momento  teneva

      meravigliosamente in rispetto  i  suoi  avversari.  Si  era  fatto

      circolo  intorno  a  loro;  i  patti erano che,  a ogni colpo,  il

      toccato avrebbe lasciato la partita perdendo il proprio  turno  di

      udienza  a  favore  del  feritore.  In  cinque  minuti  tre furono

      sfiorati,  uno al pugno,  l'altro al mento e l'altro  all'orecchio

      dal  difensore  dello  scalino che,  per conto suo non fu toccato,

      abilità che,  secondo le  convenzioni,  gli  valse  tre  turni  di

      favore.

      Quantunque   il  nostro  giovane  viaggiatore  ci  tenesse  a  non

      meravigliarsi di nulla,  questo strano passatempo lo  colpì;  egli

      aveva  visto  nella  sua  provincia,   questa  terra  nella  quale

      pur tuttavia  le  teste  si  scaldano  tanto  prontamente,  qualche

      preliminare  di  più  ai  duelli,  e la guasconata di quei quattro

      giocatori  gli  parve  maggiore  di  quante  ne   avesse   sentite

      raccontare   sino   allora,   anche  in  Guascogna.   Si  credette

      trasportato in quella famosa terra di giganti in cui andò  di  poi

      Gulliver provandone tanta paura; e pur tuttavia non era ancora alla

      fine: c'erano il pianerottolo e l'anticamera.

      Sul  pianerottolo non ci si batteva più: si raccontavano storie di

      donne,  e  nell'anticamera  storie  di  corte.   Sul  pianerottolo

      d'Artagnan arrossì, in anticamera rabbrividì. La sua immaginazione

      desta  ed errabonda che in Guascogna lo aveva reso temibile fra le

      giovani cameriere e qualche volta anche fra  le  giovani  padrone,

      non aveva mai sognato,  nemmeno nei momenti di delirio, la metà di

      quelle meraviglie amorose e il quarto di quelle prodezze  galanti,

      messe  in risalto dai nomi più noti e dai particolari meno velati.

      Ma se il suo amore per i buoni costumi fu ferito sul pianerottolo,

      il  suo  rispetto  per  il  Cardinale  ebbe  un  ben  duro   colpo

      nell'anticamera. Qui, con grandissima meraviglia di d'Artagnan, si

      udiva  criticare  ad  alta  voce  la  politica  che faceva tremare

      l'Europa,  e la vita privata  del  Cardinale  era  messa  a  nudo,

      quantunque  grandi e potenti signori fossero stati puniti solo per

      aver cercato d'investigarla.  Questo grand'uomo per  il  quale  il

      signor  d'Artagnan  padre aveva avuto tanta riverenza,  serviva da

      zimbello ai moschettieri del  signor  di  Tréville,  che  ridevano

      delle  sue  gambe  storte e del suo dorso curvo;  qualcuno cantava

      delle strofette sulla sua amante,  signora d'Aiguillon,  e su  sua

      nipote, signora di Combalet, mentre gli altri se la prendevano coi

      paggi  e  le  guardie  del  Cardinale;  cose  tutte che parevano a

      d'Artagnan mostruose assurdità.

      Tuttavia,  quando il nome del Re veniva pronunciato all'improvviso

      fra i molti frizzi sul Cardinale, ognuno si guardava d'intorno con

      esitazione  quasi  temendo  che  la  porta  stessa che chiudeva il

      gabinetto del signor di Tréville potesse tradirlo;  ma ben  presto

      un'allusione  riconduceva  la  conversazione  su  Sua Eminenza,  e

      allora il chiasso riprendeva più vivace che mai,  e  le  malignità

      ricominciavano a fiorire.

      "Questa  gente andrà presto alla Bastiglia o sarà impiccata" pensò

      con terrore d'Artagnan "e io senza dubbio avrò lo stesso  castigo,

      poiché  avendo  ascoltati  i  loro  discorsi,  sarò  ritenuto loro

      complice.  Che direbbe  il  mio  signor  padre  che  mi  ha  tanto

      raccomandato  il  rispetto  per  il  Cardinale,  se  mi sapesse in

      compagnia di simili pagani?"

      Così,  come si può facilmente immaginare senza  che  io  lo  dica,

      d'Artagnan  non  osava  intervenire  nella conversazione;  egli si

      accontentava di guardare e  di  ascoltare  attentamente.  tendendo

      avidamente  i  suoi cinque sensi per non perdere nulla della scena

      e, a dispetto della sua fiducia nelle raccomandazioni paterne,  si

      sentiva  spinto  dalla  sua indole e trascinato dai suoi istinti a

      lodare piuttosto che a biasimare le cose inaudite  che  accadevano

      in quel luogo.

      Purtuttavia,  siccome era assolutamente straniero fra la folla dei

      cortigiani del signor di Tréville e siccome era la prima volta che

      lo si vedeva lì, gli fu chiesto che cosa volesse. A questa domanda

      d'Artagnan rispose  pronunciando  molto  modestamente  il  proprio

      nome,  fece  valere  la  sua  qualità  di compatriota,  e pregò il

      domestico ch'era venuto a interrogarlo  di  chiedere  per  lui  al

      signor  di  Tréville  un minuto d'udienza,  domanda che quello gli

      promise con tono protettore di trasmettere a tempo e luogo.

      D'Artagnan,  rimessosi dalla prima sorpresa,  ebbe dunque tempo di

      studiare  un  po'  le  maniere  e  la  fisionomia di coloro che lo

      circondavano.

      Al centro del gruppo più animato stava un moschettiere di  statura

      altissima,  di  volto altiero,  il quale indossava un costume così

      bizzarro da attirare l'attenzione generale.  Egli  non  indossava,

      per  il momento,  la casacca di uniforme che,  del resto,  non era

      assolutamente obbligatoria in quell'epoca di libertà minore ma  di

      più grande indipendenza, bensì un giustacuore azzurro-cielo un po'

      sciupato  e  spelato,  e  su  questo  abito una magnifica tracolla

      ricamata in oro che brillava di  riflessi  lucentissimi  simili  a

      quelli  che  il  sole di mezzogiorno trae dall'acqua del mare.  Un

      lungo mantello di velluto cremisi ricadeva con  grazia  sulle  sue

      spalle  lasciando  scoperta  sul  davanti  soltanto  la  splendida

      bandoliera dalla quale pendeva una gigantesca spada.

      Quel moschettiere aveva appena terminato il suo turno di  guardia,

      si  lamentava  di  essere  raffreddato e tossiva tratto tratto con

      affettazione.  Per questo,  diceva a quelli che gli erano intorno,

      aveva  indossato  il mantello e mentre parlava dall'alto della sua

      statura arricciandosi sdegnosamente i baffi,  gli altri ammiravano

      con  entusiasmo,  e  d'Artagnan  più di chiunque altro,  il bàlteo

      ricamato.

      "Che volete" diceva il moschettiere "stanno venendo di moda; è una

      pazzia,  lo so,  ma lo vuole  la  moda.  D'altronde  bisogna  pure

      impiegare in qualche modo il denaro della propria legittima."

      "Oh,  Porthos!"  esclamò  uno dei presenti.  "Non ci vorrai dare a

      intendere che questa bandoliera è un dono di tuo  padre!  Essa  ti

      sarà  stata  regalata  dalla  dama  velata  con  la  quale  ti  ho

      incontrato domenica scorsa, verso porta Saint-Honoré."

      "No,  sulla mia parola d'onore e sulla mia fede di gentiluomo,  vi

      dico  che  l'ho  comperata  io  stesso  e coi miei denari" rispose

      quello ch'era stato chiamato col nome di Porthos.

      "Sì,  come io ho comperato" disse un  altro  moschettiere  "questa

      borsa  nuova  coi  danari  che la mia amante aveva messi in quella

      vecchia."

      "Ho detto il vero" disse Porthos "e la prova  è  che  l'ho  pagata

      dodici pistole."

      L'ammirazione  raddoppiò,   quantunque  il  dubbio  continuasse  a

      esistere.

      "Non è vero,  Aramis?"  disse  Porthos  rivolgendosi  a  un  altro

      moschettiere

      Quest'altro  moschettiere formava un perfetto contrasto con quello

      che lo interrogava e che lo aveva designato col  nome  di  Aramis:

      era  un  giovanotto di ventidue o ventitré anni appena,  ingenuo e

      semplice, dall'occhio nero e dolce, dalle guance rosee e vellutate

      come una pesca d'autunno;  i suoi baffi fini disegnavano  sul  suo

      labbro  superiore  una  linea  perfettamente diritta;  le sue mani

      sembravano  temere  di  abbassarsi,  per  paura  che  le  vene  si

      gonfiassero;  di  tanto  in  tanto  egli si pizzicava i lobi degli

      orecchi per mantenerli  di  un  incarnato  tenero  e  trasparente.

      Abitualmente  parlava  poco e lentamente,  salutava molto e rideva

      senza rumore mostrando i denti,  che aveva bellissimi e dei  quali

      egli sembrava avere gran cura,  come di tutta la sua persona. Alla

      domanda dell'amico rispose con un cenno di testa affermativo.

      Questa affermazione parve aver  dissipato  ogni  dubbio  circa  la

      provenienza della bandoliera;  si continuò dunque ad ammirarla, ma

      non se ne parlò più;  e per un rapido mutamento  di  pensiero,  la

      conversazione passò a un altro soggetto.

      "Che  pensate  di  quello  che  racconta  lo scudiero di Chalais?"

      domandò un  altro  moschettiere  senza  interpellare  direttamente

      nessuno, ma rivolgendosi a tutti in generale.

      "E che cosa racconta?" chiese Porthos con tono presuntuoso.

      "Racconta  che  ha trovato a Bruxelles Rochefort,  l'anima dannata

      del Cardinale, travestito da cappuccino; quel maledetto Rochefort,

      grazie a questo travestimento si era burlato di quello sciocco del

      signor Laigues."

      "Proprio uno sciocco" disse Porthos "ma la cosa è sicura?"

      "Io la so da Aramis" disse il moschettiere.

      "Veramente?"

      "Eh?  lo sapete benissimo,  Porthos" disse Aramis "ve  l'ho  detto

      anche ieri, non parliamone più dunque."

      "Non parliamone più,  questa è la vostra opinione" rispose Porthos

      "non parliamone più! Diavolo! Come venite presto alla conclusione!

      Come!  Il Cardinale fa spiare un  gentiluomo;  fa  rubare  la  sua

      corrispondenza da un traditore, da un brigante, da un pendaglio da

      forca;  fa  con  l'aiuto  di  questo  spione  e  grazie  a  quella

      corrispondenza,  tagliare il  collo  a  Chalais,  con  lo  stupido

      pretesto che ha voluto uccidere il Re,  e sposare Monsieur (3) con

      la Regina!  Nessuno sapeva una parola di questo enigma,  voi ce ne

      avete parlato ieri con nostra grande soddisfazione, e mentre siamo

      ancora  tutti  storditi  da  questa  notizia,  oggi  ci dite: 'non

      parliamone più!'."

      "E parliamone dunque,  poiché lo desiderate" rispose pazientemente

      Aramis.

      "Quel  Rochefort"  esclamò  Porthos "se io fossi stato lo scudiero

      del  povero  Chalais,  dovrebbe  passare  con  me  un  ben  brutto

      momento."

      "E  voi  passereste  un  bel  triste  quarto d'ora col duca rosso"

      riprese Aramis.

      "Oh il duca rosso!  bravo bravo il duca  rosso!"  rispose  Porthos

      battendo  le  mani  e  approvando  col  capo.  "Il  'duca rosso' è

      delizioso. Diffonderò questa trovata, mio caro, siatene certo.  Ne

      ha  dello  spirito,  questo Aramis!  Che disgrazia che non abbiate

      potuto seguire la vostra vocazione!  Che delizioso  abate  sareste

      stato!"

      "Oh,  non  si  tratta che di un ritardo momentaneo" riprese Aramis

      "verrà il giorno  in  cui  lo  sarò.  Sapete  bene,  Porthos,  che

      continuo a studiare teologia per questo."

      "E farà come dice" riprese Porthos "lo farà, presto o tardi."

      "Presto" disse Aramis.

      "Non aspetta che una cosa per decidersi completamente e riprendere

      la  tonaca  che  è  appesa  dietro  la  sua  uniforme"  riprese un

      moschettiere.

      "E che cosa aspetta?" chiese un altro.

      "Aspetta che  la  Regina  abbia  dato  un  erede  alla  corona  di

      Francia."

      "Non  scherziamo  su questo,  signori" disse Porthos.  "La Regina,

      grazie a Dio, è ancora in età da poterlo fare."

      "Si dice che il signor di Buckingham è in Francia" riprese  Aramis

      con  un  riso  beffardo  che  dava a questa frase così semplice in

      apparenza un significato abbastanza scandaloso.

      "Aramis,  amico mio,  questa volta avete torto" interruppe Porthos

      "la  vostra mania di far dello spirito vi trascina sempre al di là

      dei limiti; se il signor di Tréville vi udisse,  non la passereste

      liscia."

      "Volete forse darmi una lezione,  Porthos!" esclamò Aramis e nello

      sguardo gli passò un lampo.

      "Mio caro, siate o moschettiere o abate,  siate l'uno o l'altro ma

      non  l'uno  e  l'altro  insieme" riprese Porthos.  "Athos vi disse

      l'altro giorno che voi mangiate a tutte le rastrelliere.  Oh!  non

      arrabbiamoci  per questo,  sarebbe inutile;  sapete bene ciò che è

      stato stabilito fra voi,  Athos e me.  Voi  andate  dalla  signora

      d'Aiguillon  e  le  fate  la corte;  andate dalla signora di Bois-

      Tracy,  cugina della signora di Chevreuse,  e si  dice  che  siate

      molto innanzi nelle buone grazie della dama.  Dio mio,  non voglio

      che confessiate la vostra fortuna;  nessuno vi domanda  il  vostro

      segreto; conosco la vostra discrezione. Ma poiché possedete questa

      virtù,  che  diavolo!  fatene  uso nei riguardi di Sua Maestà.  Si

      occupi chi vuole e come vuole del Re e del Cardinale; ma la Regina

      è sacra, e se se ne parla, se ne parli bene."

      "Porthos, siete presuntuoso come Narciso,  ve ne prevengo" rispose

      Aramis.  "Sapete  che  odio  la  morale a eccezione di quando mi è

      fatta da Athos.  In quanto a  voi,  mio  caro,  avete  una  troppo

      magnifica  bandoliera  per esser forte in questa materia.  Io sarò

      abate se mi converrà; nel frattempo sono moschettiere: e in questa

      qualità dico ciò che mi piace,  e in questo momento mi piace  dire

      che mi seccate."

      "Aramis!"

      "Porthos!"

      "Signori! Signori!" si gridava intorno a loro.

      "Il signor di Tréville aspetta il signor d'Artagnan" interruppe il

      cameriere aprendo la porta del gabinetto.

      A  questo annunzio,  durante il quale la porta rimase aperta tutti

      tacquero,  e nel silenzio generale il giovane guascone  attraversò

      l'anticamera in quasi tutta la sua lunghezza ed entrò dal capitano

      dei  moschettieri,  rallegrandosi in cuor suo di sottrarsi così al

      punto giusto alla fine di quella bizzarra lite.