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I tre moschettieri
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di Alessandro Dumas.
VOLUME PRIMO.
Capitolo 1.
I TRE REGALI DEL SIGNOR D'ARTAGNAN PADRE.
Il primo lunedì del mese d'aprile del 1625, il borgo di Meung,
dove nacque l'autore del 'Romanzo della Rosa', sembrava essere in
completa rivoluzione, proprio come se gli Ugonotti fossero giunti
per farne una seconda Rochelle. Molti abitanti, vedendo le donne
fuggire dalla parte della Gran Via e sentendo i bimbi strillare
sulle porte, si affrettavano a indossare la corazza e, rafforzando
il loro coraggio, alquanto dubbio, con un archibugio o una
partigiana, si dirigevano verso l'osteria del Franc-Meunier,
davanti alla quale si pigiava, ingrossando di minuto in minuto, un
gruppo di popolo compatto, rumoroso e curioso.
In quel tempo ci si spaventava con molta facilità e quasi tutti i
giorni una città o l'altra registrava nei propri archivi fatti di
questo genere. C'erano i signori che guerreggiavano; fra loro;
c'era il Re che faceva guerra al Cardinale; c'era lo Spagnuolo che
faceva guerra al Re. Poi, oltre queste guerre celate o pubbliche,
segrete o palesi, c'erano i ladri, i mendicanti, gli Ugonotti, i
lupi e i servi che facevano guerra a tutti. I cittadini s'armavano
sempre per difendersi dai ladri, dai lupi, dai servi; spesso dai
signori e dagli Ugonotti, qualche volta dal Re; mai però dal
Cardinale o dagli Spagnuoli. Da questa abitudine ormai inveterata,
risultò che il già detto primo lunedì del mese d'aprile del 1625,
gli abitanti di Meung, sentendo rumore e non vedendo né la
bandiera gialla e rossa, né la livrea del duca di Richelieu, si
precipitarono verso l'osteria del Franc-Meunier dalla quale
proveniva il chiasso. E non appena arrivati, poterono appurarne la
causa.
Un giovane... tracciamo con un tratto di penna il suo ritratto:
figuratevi don Chisciotte a diciott'anni, ma un don Chisciotte
senza corazza e senza cosciali, vestito di una giubba di panno il
cui blu originario si era trasformato in una sfumatura
indescrivibile di feccia di vino e d'azzurro pallido. Viso ovale e
bruno dagli zigomi salienti, segno indubbio di astuzia; muscoli
mascellari enormemente sviluppati, indizio infallibile dal quale
si riconosce il guascone, anche senza berretto, e il nostro
giovanotto ne portava uno ornato di una specie di piuma; occhio
grande e intelligente, naso adunco, ma finemente disegnato, troppo
grosso per un adolescente e troppo piccolo per un uomo maturo. Un
occhio poco sperimentato avrebbe potuto scambiare il nostro
giovane per il figlio di un fittavolo, senza la lunga spada che,
appesa a una bandoliera di cuoio, batteva i polpacci del suo
proprietario allorché questi era a piedi e il pelo irto della sua
cavalcatura allorché era a cavallo.
Perché il nostro amico aveva un cavallo, e questo cavallo era anzi
così notevole che fu notato: era un cavalluccio del Bearn dell'età
di dodici o quattordici anni, col mantello giallo, senza crini
nella coda, ma non senza giarda nelle gambe, e che pur camminando
con la testa più bassa delle ginocchia (il che rendeva inutile
l'uso della martingala) faceva ancora le sue otto leghe al giorno.
Disgraziatamente, le qualità di questo cavallo erano così ben
nascoste sotto il suo pelo strano e la sua andatura bizzarra che,
in un'epoca nella quale tutti si intendevano di cavalli
l'apparizione di una simile brenna a Meung dov'era arrivata circa
un quarto d'ora prima, dalla porta di Beaugency, produsse
un'impressione sfavorevole che si ripercosse sul suo cavaliere.
E questa impressione era stata tanto più penosa al giovane
d'Artagnan (così si chiamava il don Chisciotte di questo nuovo
Ronzinante), in quanto comprendeva perfettamente che, per quanto
abile cavaliere egli fosse, la sua cavalcatura lo rendeva
ridicolo; per questo aveva sospirato con malinconia accettando il
regalo che di essa gli aveva fatto il signor d'Artagnan padre.
Egli non si faceva illusioni e sapeva perfettamente che quella
bestia non poteva valere più di venti lire; ma è anche vero che le
parole da cui il dono era stato accompagnato, non avevano prezzo.
"Figlio mio" aveva detto il gentiluomo guascone in quel puro
dialetto del Bearn del quale Enrico IV non era mai riuscito a
liberarsi "figlio mio, questo cavallo è nato nella casa di vostro
padre saranno tra poco tredici anni, e da quell'epoca è sempre
stato della famiglia: questo solo deve rendervelo caro. Non
vendetelo mai, lasciatelo morire di vecchiaia, tranquillamente e
onoratamente: e se andrete in guerra con lui, trattatelo bene come
fosse un vecchio servitore. A corte" continuò il signor d'Artagnan
padre "se pure avrete l'onore di esservi ammesso, onore al quale,
d'altronde, vi dà diritto la vostra vecchia nobiltà, portate
degnamente il vostro nome di gentiluomo, nome che è stato portato
con onore dai vostri antenati da più di cinquecento anni. Per voi
e per i vostri intendo riferirmi ai parenti e agli amici - non
sopportate offese se non dal Cardinale e dal Re. E' solo col
proprio coraggio, mettetevelo ben in mente, che ai nostri giorni
un gentiluomo può farsi strada. Chiunque abbia un solo attimo di
paura lascia forse sfuggire l'esca che, proprio in quell'attimo,
la fortuna gli tendeva. Voi siete giovane e avete due buone
ragioni per essere coraggioso: la prima che siete guascone, la
seconda che siete mio figlio. Non temete le occasioni e cercate le
avventure. Vi ho fatto insegnare a ben maneggiare la spada, avete
un garretto di ferro e un polso d'acciaio; battetevi per qualunque
ragione; battetevi tanto più ora che i duelli sono vietati, e che,
appunto per questo, ci vuole doppio coraggio a battersi. Figlio
mio, non posso darvi che quindici scudi, il mio cavallo e i
consigli che avete ascoltati. Vostra madre vi aggiungerà la
ricetta di un certo unguento (che ebbe da una zingara) miracoloso
per guarire qualunque ferita che non tocchi il cuore. Approfittate
di tutto ciò e vivete sempre felice e per molti anni."
"Non ho più che una parola da aggiungere, o per dir meglio, un
esempio da porvi sotto gli occhi; non il mio perché io non sono
mai stato a Corte e non ho fatto che le guerre di religione come
volontario, ma quello del signor di Tréville che nei tempi passati
era mio vicino, e che ebbe l'onore, allorché era bambino, di
giocare col nostro buon re Luigi Tredicesimo, che Dio lo conservi!
Qualche volta i loro giuochi degeneravano in battaglie, e in
queste battaglie il Re non era sempre il più forte. Le bastonate
che si prese allora fecero nascere in lui molta stima e molta
amicizia per il signor di Tréville. Più avanti negli anni, il
signor di Tréville, durante il suo primo viaggio a Parigi, si
batté contro altri, per ben cinque volte. Dalla morte del nostro
Re alla maggiore età del suo giovane erede, senza contare le
guerre e gli assedi, sette volte; e, d'allora in poi, un
centinaio, forse. Così, nonostante gli editti, gli ordini e gli
arresti, eccolo capitano dei moschettieri vale a dire capo di una
legione d'eroi che il Re tiene in grande considerazione, e che
monsignor Cardinale teme, lui che pur non teme alcuno, come ognun
sa. Inoltre il signor di Tréville guadagna diecimila scudi
all'anno, ed è quindi un gran signore. Egli ha cominciato come
voi, presentatevi a lui con questa lettera e fate ciò che vi
consiglierà di fare, se vorrete avere una fortuna pari alla sua."
Quindi il signor d'Artagnan padre cinse al figlio la propria
spada, lo baciò con effusione sulle due guance e lo benedisse.
Uscendo dalla stanza paterna, il giovane trovò la madre che lo
aspettava con la famosa ricetta di cui i consigli che abbiamo
riferiti dovevano rendere necessario un uso frequente. I saluti
furono da questa parte più lunghi e più teneri; non che il signor
d'Artagnan non amasse il suo unico figlio, ma, essendo uomo,
avrebbe reputato indegno di lasciar scorgere la propria emozione,
mentre la signora d'Artagnan era donna e madre. Ella dunque pianse
a lungo e, diciamolo a lode del signor d'Artagnan figlio, per
quanti sforzi egli tentasse di fare per restare impassibile come
si conveniva a un futuro moschettiere, la natura ebbe il
sopravvento, ed egli versò molte lacrime, delle quali riuscì a
gran fatica a nascondere una metà.
Lo stesso giorno il giovane si mise in viaggio, munito dei tre
doni paterni che si componevano, come abbiamo detto, di quindici
scudi, del cavallo e della lettera per il signor di Tréville; è
inutile dire che i consigli erano stati dati per soprappiù.
Con questo vade-mecum, d'Artagnan si trovò a essere, sia
fisicamente che moralmente, una copia esatta dell'eroe di
Cervantes, al quale lo abbiamo felicemente paragonato quando i
nostri doveri di storico ci obbligarono a tracciarne il ritratto.
Don Chisciotte pigliava i mulini a vento per giganti e i montoni
per eserciti, d'Artagnan prese ogni sorriso per un insulto e ogni
sguardo per una provocazione. E così fu ch'egli ebbe sempre il
pugno chiuso da Tarbes a Meung e che dieci volte al giorno portò
la mano al pomo della spada; tuttavia il pugno non s'abbatté su
nessuna mascella e la spada non uscì dal fodero. Non che la vista
del malavventurato giallo ronzino non facesse spuntare più d'un
sorriso sul volto dei passanti; ma siccome sopra la rozza
tintinnava una spada di misura rispettabile e al disopra di questa
spada fiammeggiava un occhio più feroce che altero, i passanti
reprimevano la loro ilarità o, se l'ilarità aveva il sopravvento
sulla prudenza, si sforzavano almeno di ridere da una parte sola,
come le maschere antiche. D'Artagnan rimase dunque maestoso e
intatto nella propria suscettibilità sino a quella disgraziata
città di Meung.
Ma qui, mentre scendeva da cavallo, alla porta del Franc-Meunier,
senza che nessuno, oste, servo o palafreniere, venisse a tenergli
la staffa, d'Artagnan scorse, affacciato a una finestra semiaperta
del pianterreno, un gentiluomo d'alta statura e d'aspetto superbo,
dall'espressione arcigna, che discorreva con due persone che
sembravano ascoltarlo con grande deferenza. Come al solito,
d'Artagnan credette d'essere il soggetto della conversazione e
ascoltò. Questa volta non s'era del tutto ingannato: non si
parlava di lui, ma del suo cavallo. Il gentiluomo ne enumerava
tutte le qualità ai suoi ascoltatori, e siccome questi sembravano
avere una grande deferenza per il narratore, scoppiavano in risate
a ogni istante. Ora, dato che un leggero sorriso era sufficiente
per suscitare l'ira del giovane, è facile immaginare quale effetto
producesse una così rumorosa ilarità.
Tuttavia, d'Artagnan volle dapprima farsi un'idea della fisionomia
dell'impertinente che lo burlava e fissò lo sguardo fiero sullo
sconosciuto. Era un uomo dai quaranta ai quarantacinque anni,
dagli occhi neri e penetranti, dalla carnagione pallida, dal naso
fortemente accentuato e dai baffi neri perfettamente tagliati.
Indossava un farsetto e brache violacee con stringhe dello stesso
colore, senza altri ornamenti, se non le solite spaccature dalle
quali passava la camicia. Questo farsetto e queste brache,
quantunque nuovi, parevano sgualciti come abiti da viaggio, da
tempo rinchiusi in una valigia. D'Artagnan fece tutte queste
osservazioni con la rapidità di un osservatore minuzioso e senza
dubbio mosso da un sentimento istintivo che l'avvertiva di come
quello sconosciuto dovesse avere una grande influenza sulla sua
vita.
Ora, nel momento in cui d'Artagnan fissava il suo sguardo sul
gentiluomo dal farsetto viola, poiché questo faceva a proposito
del cavalluccio bearnese una delle sue più dotte e più profonde
dissertazioni, i suoi ascoltatori scoppiarono a ridere, ed egli
stesso, contro la sua abitudine, lasciò errare, se così si può
dire, un pallido sorriso sul suo volto. Questa volta non c'era più
dubbio, d'Artagnan era realmente insultato; per cui, pienamente
persuaso di ciò, si calcò il berretto fin sugli occhi, e, cercando
di imitare qualcuno degli atteggiamenti di corte che aveva
sorpreso nei gentiluomini di passaggio in Guascogna, avanzò con
una mano sulla guardia della spada e l'altra sul fianco.
Disgraziatamente, di mano in mano che avanzava la collera lo
accecava sempre più, talché, invece del discorso misurato e
altiero che si era preparato nella mente per formulare la sua
provocazione, egli non riuscì a trovare che un insulto volgare che
accompagnò con un gesto furioso.
"Ehi" esclamò" signore, voi che vi nascondete dietro quella
imposta! sì, voi, ditemi un po' di che ridete, e rideremo
insieme."
Il gentiluomo guardò lentamente prima la cavalcatura poi il
cavaliere, come se gli fosse necessario un certo tempo per
comprendere che era proprio a lui che venivano rivolti così strani
rimproveri; poi, allorché nessun dubbio fu più possibile, aggrottò
leggermente le sopracciglia e dopo una pausa abbastanza lunga, con
un'espressione d'ironia e d'insolenza impossibile a descriversi,
rispose a d'Artagnan:
"Io non parlo a voi, signore."
"Ma vi parlo io!" gridò il giovane esasperato da quel misto di
insolenza e d'urbanità, di gentilezza e di disprezzo.
Lo sconosciuto lo guardò ancora per un attimo con un lieve
sorriso, poi si ritirò dalla finestra, uscì lentamente
dall'albergo e si piantò a due passi da d'Artagnan, in faccia al
cavallo. Il suo contegno tranquillo e l'espressione canzonatoria
del suo volto avevano raddoppiata l'allegria di coloro ai quali
stava parlando e che erano rimasti alla finestra.
D'Artagnan vedendolo arrivare fece l'atto di levare la spada dal
fodero.
"Decisamente, questo cavallo è, o meglio è stato nella sua
gioventù, giallo-oro" riprese lo sconosciuto continuando le
osservazioni cominciate e rivolgendosi agli ascoltatori che
stavano alla finestra, con l'aria di non accorgersi
dell'irritazione di d'Artagnan che pur tuttavia si rizzava fra lui
e loro. "Un colore assai noto in botanica, ma fino ad ora
rarissimo nei cavalli."
"Qualcuno che ride del cavallo, non oserebbe ridere del padrone!"
gridò con furia l'emulo di Tréville.
"Io non rido spesso, signore" rispose lo sconosciuto "e potete
vederlo voi stesso dall'espressione del mio viso; ma tuttavia ci
tengo a conservare il privilegio di ridere quando mi pare e
piace."
"E io" ribatté d'Artagnan "non voglio che si rida quando ciò mi
spiace!"
"Davvero, signore?" continuò lo sconosciuto più calmo mai. "E'
giustissimo!" E girando sui tacchi fece per rientrare nell'albergo
passando dalla porta grande sotto la quale d'Artagnan aveva
notato, arrivando, un cavallo sellato.
Ma d'Artagnan non era il tipo da lasciare andare così un uomo che
aveva avuto l'insolenza di burlarsi di lui. Sguainò completamente
la spada e si diede a inseguirlo, gridando:
"Voltatevi, voltatevi, signor beffatore, affinché non vi colpisca
di dietro!"
"Colpire me!" disse l'altro rigirandosi sui tacchi e guardando il
giovane con una meraviglia pari al disprezzo. "Evvia, mio caro,
voi siete pazzo!"
Poi sottovoce e come parlando a se stesso:
"Peccato!" continuò. "Sarebbe stata una ottima recluta per Sua
Maestà che cerca per mare e per terra dei valorosi da far entrare
nei suoi moschettieri."
Non aveva ancora finito di parlare, che d'Artagnan gli allungò un
così furioso colpo di punta che, probabilmente, se quel signore
non fosse stato pronto a saltare indietro, avrebbe scherzato per
l'ultima volta. Lo sconosciuto si accorse allora che la cosa
andava più in là della burla, sfoderò la spada, salutò il suo
avversario gravemente e si mise in guardia. Ma nello stesso tempo
i due ascoltatori della finestra, insieme con l'oste, si
lanciarono su d'Artagnan percotendolo violentemente con bastoni,
palette e molle da fuoco. Ciò fece una diversione così rapida e
completa all'attacco, che l'avversario di d'Artagnan, mentre
questi si volgeva per far fronte a quella gragnuola di colpi,
ringuainò con la stessa precisione la spada, e da attore che stava
per divenire, ridivenne spettatore del combattimento, compito che
assolvette con la sua ordinaria impassibilità, non senza tuttavia
borbottare:
"Maledetti siano i Guasconi! Rimettetelo sul suo cavallo arancione
e che se ne vada!"
"Non prima di averti ucciso, vigliacco!" gridò d'Artagnan, tenendo
testa il meglio che poteva e senza arretrare d'un passo ai suoi
tre assalitori che lo tempestavano di colpi.
"Ancora una guasconata" mormorò il gentiluomo. "Parola d'onore,
questi Guasconi sono incorreggibili! Continuate dunque la danza,
visto che lo vuole assolutamente. Quando sarà stanco, dirà che ne
ha abbastanza."
Ma lo sconosciuto non sapeva con che razza di testardo avesse a
che fare; d'Artagnan non era uomo da domandare grazia. Il
combattimento continuò dunque per qualche secondo ancora; infine
d'Artagnan, stanco morto lasciò cadere la spada che un colpo di
bastone aveva spezzata. Un altro colpo, che lo ferì alla fronte,
lo gettò quasi nello stesso tempo al suolo tutto sanguinante e
pressoché svenuto.
Fu in questo momento che da tutte le parti si accorse sul luogo
della scena. L'oste, temendo lo scandalo, sollevò il ferito e con
l'aiuto dei suoi garzoni lo portò in cucina dove gli venne
apprestata qualche cura.
Quanto al gentiluomo, egli si era rimesso tranquillamente alla
finestra e guardava con una certa irritazione tutta quella folla
che, rimanendo lì, sembrava provocare in lui una viva contrarietà.
"Ebbene, come va questo arrabbiato?" riprese, voltandosi al rumore
della porta che si apriva e indirizzandosi all'oste che veniva a
informarsi della sua salute.
"Vostra Eccellenza è sana e salva?" chiese l'oste.
"Perfettamente sano e salvo, caro oste, e sono io che vi chiedo
che cosa ne è stato del nostro giovanotto."
"Va meglio" disse l'oste "è completamente svenuto."
"Davvero?" fece il gentiluomo.
"Ma prima di svenire ha riunito tutte le sue forze per chiamarvi e
sfidarvi a gran voce."
"Ma è dunque il diavolo in persona quell'animale!" esclamò lo
sconosciuto.
"Oh! no, Eccellenza, non è il diavolo" riprese l'oste con una
smorfia di disprezzo "perché mentre era svenuto lo abbiamo
perquisito; egli non ha nel suo involto se non una camicia e nella
sua borsa soltanto dodici scudi, ciò che non gli ha impedito di
dire prima di cadere svenuto che se una simile cosa gli fosse
successa a Parigi, voi ve ne sareste pentito immediatamente
mentre, così come sono andate le cose, non ve ne pentirete che più
tardi."
"Allora" disse freddamente lo sconosciuto "è qualche principe in
incognito."
"Ve ne avverto, signore" riprese l'oste "perché stiate in
guardia."
"E nella sua collera non ha nominato nessuno?"
"Egli batteva sulla tasca del suo farsetto e diceva: 'Vedremo ciò
che penserà il signor di Tréville dell'insulto fatto a un suo
protetto'."
"Il signor di Tréville?" chiese lo sconosciuto prestando maggior
attenzione "si batteva sulla tasca pronunciando il nome del signor
di Tréville?... Vediamo, caro oste, mentre il giovanotto era
svenuto, voi avrete certamente guardato anche in quella tasca. Che
cosa c'era adunque?"
"Una lettera indirizzata al signor di Tréville, capitano dei
moschettieri."
"Davvero!"
"E' come ho l'onore di dirvi, Eccellenza."
L'oste, che non era dotato di grande perspicacia, non notò
l'espressione della fisionomia dello sconosciuto a queste parole.
Questi si staccò dal davanzale della finestra al quale stava
appoggiato col gomito, e aggrottò le sopracciglia con
inquietudine.
"Diavolo!" mormorò fra i denti "che Tréville mi abbia mandato
questo Guascone? E' molto giovane! Ma un colpo di spada è un colpo
di spada, qualunque sia l'età di chi lo dà e si diffida meno di un
ragazzo che di chiunque altro; alle volte basta un debole ostacolo
per contrastare un grande progetto."
E lo sconosciuto sprofondò in una meditazione che durò qualche
minuto.
"Oste" disse poi "non sareste capace di sbarazzarmi di questo
pazzo? In coscienza, non posso ucciderlo, e pur tuttavia" aggiunse
con un'espressione freddamente minacciosa "mi dà fastidio. Dov'è?"
"Nella camera di mia moglie, al primo piano, stanno medicandolo."
"I suoi abiti e il suo sacco sono con lui? Non si è tolto il
farsetto?"
"Al contrario, tutto ciò è da basso, in cucina. Ma poiché questo
giovane pazzo vi dà noia..."
"Certamente. Egli dà uno scandalo tale nella vostra osteria che le
persone oneste non possono rimanervi. Salite, fate il mio conto e
avvertite il mio servo."
"Come! Ci lasciate già, signore?"
"Lo sapevate, giacché vi avevo dato l'ordine di sellare il mio
cavallo. Non mi hanno forse obbedito?"
"Certamente; come vostra Eccellenza ha potuto vedere, il cavallo è
sotto la porta grande già pronto per la partenza."
"Bene; allora fate come vi ho detto."
"Oh, oh!" pensò l'oste "avrebbe forse paura del ragazzo?"
Ma un'occhiata imperiosa dello sconosciuto mise bruscamente
termine alle sue riflessioni. Salutò umilmente e uscì.
"Non bisogna che milady (1) sia vista da questo birbante" continuò
lo sconosciuto "essa non può tardare a passare; è anzi già in
ritardo. Decisamente, è meglio che salga a cavallo e che le vada
incontro... Se almeno potessi sapere ciò che contiene la lettera
indirizzata a Tréville!"
E lo sconosciuto sempre borbottando, si diresse verso la cucina.
Nel frattempo l'oste, che non poneva in dubbio che fosse la
presenza del giovanotto la causa dell'improvvisa partenza dello
sconosciuto, era salito in camera di sua moglie e aveva trovato
d'Artagnan perfettamente in sé. Allora, facendogli comprendere che
la polizia avrebbe potuto dargli delle noie per aver tentato di
attaccar briga con un gran signore (perché secondo lui lo
sconosciuto non poteva essere che un gran signore) lo persuase,
nonostante la sua debolezza, ad alzarsi e a continuar la sua
strada. D'Artagnan, mezzo stordito, senza farsetto e con la testa
tutta avvolta nelle bende, si alzò dunque e, spinto dall'oste,
cominciò a discendere le scale ma, arrivato in cucina, la prima
cosa che scorse fu il suo provocatore che parlava tranquillamente
allo sportello di una pesante carrozza attaccata a due grossi
cavalli normanni.
La sua interlocutrice, di cui si vedeva la testa inquadrata dal
finestrino, era una donna di venti o ventidue anni. Noi abbiamo
già detto con quale rapidità d'Artagnan si impadronisse di una
fisionomia; gli bastò un'occhiata per vedere che la donna era
giovane e bella. Ora, questa bellezza lo colpì tanto più in quanto
che era perfettamente sconosciuta nei paesi meridionali nei quali
egli aveva abitato fino a quel giorno. Era una bellezza pallida e
bionda, con lunghi capelli inanellati che ricadevano sulle spalle,
con grandi occhi languidi e azzurri, con labbra rosee e mani
d'alabastro. Essa parlava molto vivacemente con lo sconosciuto.
"Dunque, Sua Eminenza mi ordina..." diceva la dama.
"Di tornare immediatamente in Inghilterra, e di avvertirlo
direttamente se il duca lasciasse Londra."
"E quanto alle altre istruzioni?" chiese la bella viaggiatrice.
"Sono chiuse in questa scatola che non aprirete se non sull'altra
riva della Manica."
"Benissimo, e voi che farete?"
"Tornerò a Parigi."
"Senza castigare quell'insolente ragazzino?" chiese la dama.
Lo sconosciuto stava per rispondere: ma nello stesso momento in
cui apriva la bocca, d'Artagnan, che aveva udito tutto, si slanciò
sulla soglia della porta.
"E' questo insolente ragazzino che castiga gli altri" esclamò "e
spero bene che questa volta colui ch'egli deve castigare non gli
sfuggirà come la prima."
"Non gli sfuggirà?" disse lo sconosciuto aggrottando le
sopracciglia.
"No, immagino che davanti a una signora non oserete fuggire."
"Pensate" esclamò milady vedendo il gentiluomo portare la mano
alla spada "pensate che il minimo ritardo può perdere tutto."
"Avete ragione" esclamò il gentiluomo "andate dunque dalla vostra
parte; io vado dalla mia."
E, salutata la dama con un cenno della testa, balzò sul suo
cavallo mentre il cocchiere della carrozza frustava vigorosamente
la sua pariglia. I due interlocutori partirono quindi
contemporaneamente al galoppo, allontanandosi ognuno da un lato
opposto della strada.
"E ciò che mi dovete?" gridò l'oste, nel quale l'affetto per il
suo viaggiatore si mutava in profondo disprezzo vedendo che egli
se ne andava senza saldare il conto.
"Paga, canaglia" ordinò il viaggiatore, sempre galoppando, al suo
servo che gettò ai piedi dell'oste due o tre monete d'argento e si
lanciò dietro al padrone.
"Ah! vigliacco, ah! miserabile, ah! falso gentiluomo!" gridò
d'Artagnan inseguendo a sua volta il servo.
Ma il ferito era ancora troppo debole per sopportare una simile
scossa. Non aveva fatto dieci passi che le sue orecchie si misero
a ronzare, si sentì girare la testa, una nube di sangue passò
davanti ai suoi occhi, ed egli cadde riverso in mezzo alla strada
gridando ancora:
"Vigliacco! Vigliacco! Vigliacco!"
"E' veramente un vigliacco" mormorò l'oste avvicinandosi a
d'Artagnan e cercando con questa adulazione di riconciliarsi con
il povero giovanotto, come l'airone della favola con la sua
chiocciola della sera.
"Sì, un gran vigliacco" mormorò d'Artagnan "ma lei è una gran
bella donna!"
"Lei chi?" chiese l'oste.
"Milady" balbettò d'Artagnan.
E svenne una seconda volta.
"Pazienza" disse l'oste "ne perdo due ma questo mi resta e sono
sicuro di conservarlo almeno per qualche giorno. Sono sempre
undici scudi guadagnati."
Sappiamo già che undici scudi era proprio la somma che rimaneva
nella borsa di d'Artagnan.
L'oste aveva contato su undici giorni di malattia a uno scudo al
giorno; ma aveva fatto i conti senza il viaggiatore. Il giorno
dopo, alle cinque del mattino, d'Artagnan si alzò, scese da sé in
cucina, domandò oltre a qualche altro ingrediente, il nome del
quale non è giunto fino a noi, vino, olio, rosmarino e, con la
ricetta di sua madre alla mano, compose un balsamo col quale unse
le sue numerose ferite rinnovando le bende con le proprie mani e
rifiutando l'aiuto di qualsiasi medico. Certamente in grazia al
balsamo di Boemia e, forse, grazie anche all'assenza di medici,
d'Artagnan la sera stessa poté alzarsi e il giorno dopo era
pressoché guarito.
Ma al momento di pagare quel rosmarino, quell'olio e quel vino,
sola spesa del giovane che aveva osservato una dieta assoluta,
mentre il suo cavallo giallo, secondo l'oste, aveva mangiato tre
volte più di quanto si potesse ragionevolmente supporre tenendo
conto della sua corporatura, d'Artagnan non trovò nella sua tasca
che la vecchia borsa di velluto spelato contenente gli undici
scudi; ma la lettera indirizzata al signor di Tréville era
sparita.
Il giovanotto cominciò a cercarla con grande pazienza, voltando e
rivoltando almeno venti volte le sue tasche e i suoi taschini,
frugando e rifrugando nel sacco da viaggio, aprendo e chiudendo la
sua borsa; ma allorché ebbe la certezza che la lettera era
introvabile, si abbandonò a un terzo accesso di rabbia che per
poco non rese necessario un nuovo impiego di vino e d'olio
aromatizzati; giacché, vedendo quella giovane e pessima testa
riscaldarsi e minacciare di rompere tutto nel locale se non si
fosse ritrovata la lettera, l'oste si era già armato di uno
spiedo, sua moglie di un manico di scopa e i garzoni degli stessi
bastoni che avevano servito due giorni prima.
"La mia lettera di raccomandazione!..." esclamava d'Artagnan. "La
mia lettera di raccomandazione! Sangue di Dio! V'infilzo tutti
come tanti tordi!"
Disgraziatamente una circostanza si opponeva a che il giovanotto
mettesse in atto la sua minaccia; ed è che, come abbiamo detto, la
sua spada si era rotta in due pezzi durante la prima tenzone, cosa
che egli aveva perfettamente dimenticata. Successe quindi che,
allorché d'Artagnan volle effettivamente sguainarla, si trovò
puramente e semplicemente armato di un troncone di spada lungo non
più di pochi centimetri, che l'oste aveva con cura rimesso nel
fodero. Il cuoco si era abilmente impossessato del resto della
lama per farne un coltello da cucina. Tuttavia neppure questa
delusione avrebbe arrestato il nostro focoso giovanotto se l'oste
non avesse pensato che il reclamo rivoltogli dal suo viaggiatore
era perfettamente giusto.
"Ma insomma" disse abbassando lo spiedo "dov'è questa lettera?"
"Dov'è questa lettera?" esclamò d'Artagnan. "Prima di tutto, ve ne
avverto, quella lettera è indirizzata al signor di Tréville, e
bisogna che si ritrovi; e, se non si trova, saprà ben lui farvela
ritrovare!"
Questa minaccia finì d'intimidire l'oste. Dopo il Re e il
Cardinale, il signor di Tréville era l'uomo il cui nome veniva più
spesso ripetuto dai militari e anche dai borghesi. C'era anche
padre Giuseppe, è vero, ma il suo nome non era mai pronunziato se
non sottovoce, tanto era il terrore che incuteva l"'Eminenza
grigia", come lo chiamavano i familiari del Cardinale.
Così, gettato lontano da sé il suo spiedo e ordinato a sua moglie
e ai suoi servi di fare altrettanto del manico di scopa e dei
bastoni, l'oste dette per primo il buon esempio, mettendosi alla
ricerca della lettera perduta.
"Ma questa lettera conteneva delle cose preziose?" chiese l'oste
dopo molte inutili ricerche.
"Perbacco! lo credo bene!" esclamò il Guascone che contava su
questa lettera per far carriera a corte. "Essa conteneva la mia
fortuna."
"Erano tratte sulla Spagna?" chiese l'oste inquieto.
"Erano tratte sul tesoro particolare di Sua Maestà" rispose
d'Artagnan che, sperando, come sperava, di entrare al servizio del
Re grazie a questa raccomandazione, credeva di poter fare senza
mentire questa affermazione alquanto arrischiata.
"Diavolo!" fece l'oste assolutamente disperato.
"Ma non importa" continuò d'Artagnan con la disinvoltura tipica
della gente del suo paese. "Non importa, il danaro è nulla; la
lettera è tutto. Avrei preferito perdere mille pistole!"
Egli non rischiava gran che anche se avesse detto ventimila, ma un
certo pudore giovanile lo trattenne.
Un lampo di luce attraversò a un tratto il cervello dell'oste che,
non trovando nulla, avrebbe data l'anima al diavolo.
"La lettera non si è perduta!" esclamò.
"Oh!" fece d'Artagnan.
"No, vi è stata rubata."
"Rubata! e da chi?"
"Dal gentiluomo di ieri. Egli è sceso in cucina dov'era il vostro
giubbetto. Vi è restato solo. Scommetterei che è lui che l'ha
rubata."
"Credete?" rispose d'Artagnan poco convinto, perché egli solo
conosceva perfettamente l'importanza affatto personale di quella
lettera e sapeva come essa non potesse tentare la cupidigia. E in
realtà, nessuno dei servitori, nessuno dei viaggiatori presenti
avrebbe guadagnato nulla possedendo quel pezzo di carta.
"Dunque" rispose d'Artagnan "voi sospettate di quel gentiluomo
impertinente?"
"Vi dirò che sono sicuro" continuò l'oste "allorché gli annunciai
che vostra signoria era il protetto del signor di Tréville e che
aveva anche una lettera per quell'illustre gentiluomo, egli mi
parve preoccupatissimo, mi chiese dov'era quella lettera e
immediatamente scese in cucina dove, com'egli sapeva, si trovava
il vostro giubbetto."
"Allora il ladro è certamente lui" rispose d'Artagnan. "Farò le
mie lagnanze al signor di Tréville che ne parlerà al Re." Poi
trasse regalmente di tasca due scudi, li dette all'oste che col
cappello in mano lo accompagnò fino alla porta, e salì sul suo
giallo ronzino che lo portò senz'altri incidenti fino alla Porta
di Sant'Antonio a Parigi, dove il suo proprietario lo vendette per
tre scudi, il che significa che fu assai ben pagato, visto che
d'Artagnan lo aveva molto affaticato nell'ultima tappa. E infatti
il sensale al quale d'Artagnan lo cedette per le suddette nove
lire non nascose al nostro giovanotto che se lo pagava così caro,
era semplicemente per l'originalità del suo colore.
D'Artagnan entrò quindi in Parigi a piedi portando il suo piccolo
fagotto sotto il braccio e camminò finché non trovò una camera da
prendere in affitto, adatta alla scarsezza dei suoi mezzi. Questa
camera era una specie di soffitta situata in via Fossoyeurs,
vicino al Lussemburgo.
Appena pagata la caparra, d'Artagnan prese possesso del suo
alloggio e passò il resto della giornata a cucire al suo giubbetto
e alle sue brache certi galloni che sua madre aveva staccato da
una giubba quasi nuova del signor d'Artagnan padre, e che gli
aveva consegnato in segreto; poi andò sul lungofiume della
Fenaille a far rimettere la lama alla spada e, infine, tornò al
Louvre per chiedere al primo moschettiere che incontrò dove fosse
il palazzo del signor di Tréville, e seppe che si trovava in via
del Vieux-Colombier, vale a dire proprio vicino alla camera
ch'egli aveva presa in affitto; circostanza che gli parve di buon
augurio per il successo del suo viaggio.
Dopo di che, contento di come si era comportato a Meung, senza
rimorsi per il passato, fiducioso nel presente e pieno di speranze
per l'avvenire, si coricò e si addormentò del sonno del giusto.
Questo sonno, ancor tutto provinciale, lo condusse sino alle nove
del mattino, ora in cui si alzò per andare da quel famoso signor
di Tréville che era il terzo personaggio del regno, stando alla
valutazione paterna.
Capitolo 2.
L'ANTICAMERA DEL SIGNOR DI TREVILLE.
Il signor di Troisville, come si chiamava ancora la sua famiglia
in Guascogna, o il signor di Tréville, come aveva finito per
chiamarsi egli stesso a Parigi, aveva realmente cominciato come
d'Artagnan, vale a dire senza il becco d'un quattrino, ma con quel
fondo di audacia, di spirito e di buon senso il quale fa sì che il
più povero gentiluomo guascone riceva spesso, sotto forma di
speranze nell'eredità paterna, più di quanto non riceva in realtà
il più ricco signore del Périgord o del Berry. Il suo coraggio
insolente, la sua fortuna più insolente ancora in un tempo in cui
i colpi piovevano come la grandine, l'avevano issato al sommo di
quella difficile scala che è il favore della Corte, della quale
aveva scalati gli scalini a quattro a quattro.
Egli era l'amico del Re, che, come si sa, onorava grandemente la
memoria di suo padre Enrico Quarto. Il padre del signor di
Tréville aveva servito Enrico Quarto così fedelmente nelle sue
guerre contro la Lega, che in mancanza di denaro contante (cosa
che mancò tutta la vita al Bearnese, il quale pagò costantemente i
propri debiti con la sola moneta che non ebbe mai bisogno di
prendere a prestito, lo spirito), in mancanza di denaro contante,
dicevamo, lo aveva autorizzato, dopo la resa di Parigi, a prendere
per stemma un leone d'oro passante in campo rosso con questo
motto: 'Fidelis et fortis'. Era molto per l'onore, ma poco per il
benessere materiale. Cosicché, quando l'illustre compagno del
grande Enrico morì, lasciò a suo figlio per sola eredità la spada
e il motto. Grazie a questo doppio regalo e al nome senza macchia
che lo accompagnava, il signor di Tréville fu ammesso nella casa
del giovane principe, dove servì così bene con la sua spada e si
mantenne così fedele al suo motto, che Luigi Tredicesimo, una
delle buone lame del regno, usava dire che se un suo amico avesse
dovuto battersi egli avrebbe dato il consiglio di prendere per
padrino prima lui, Luigi, poi Tréville, e forse Tréville prima di
lui.
Così Luigi Tredicesimo era veramente affezionato a Tréville,
affezione da re, affezione egoista, è vero, ma pur sempre affetto.
Il fatto è che in quei tempi disgraziati, ognuno cercava di
circondarsi di uomini della tempra di Tréville. Molti potevano
prendere per divisa la parola forte, che costituiva la seconda
parte del suo motto, ma pochi gentiluomini avrebbero potuto
aspirare all'epiteto di fedele, che ne costituiva la prima.
Tréville apparteneva a questi ultimi: egli era una di quelle rare
personalità dall'intelligenza obbediente come quella del cane, dal
coraggio cieco, dall'occhio rapido e dalla mano pronta; sembrava
che l'occhio gli fosse stato dato unicamente affinché potesse
vedere se il re era malcontento di qualcuno e la mano affinché
potesse colpire questo spiacevole qualcuno, un Besme, un
Maurevers, un Poltrot di Méré, un Vitry. Infine, a Tréville, sino
a quel momento, non era mancata che l'occasione; ma egli
l'aspettava e si riprometteva di afferrarla per i suoi tre
capelli, se mai fosse passata a portata di mano. Perciò Luigi
Tredicesimo fece di Tréville il capitano dei suoi moschettieri, i
quali erano per lui, dal punto di vista della devozione o meglio
del fanatismo, quel che gli 'ordinari' erano stati per Enrico
Terzo, ciò che la guardia scozzese era stata per Luigi Undicesimo.
Dal suo canto, il Cardinale non era rimasto indietro al Re. Quando
aveva visto il formidabile corpo scelto di cui s'era circondato
Luigi Tredicesimo, questo secondo, o piuttosto questo primo, Re di
Francia aveva voluto anch'egli avere la sua guardia. Ebbe dunque i
suoi moschettieri come Luigi Tredicesimo aveva i suoi e si
vedevano queste due potenze rivali scegliere in tutte le province
di Francia e anche negli Stati stranieri per attrarli al loro
servizio, gli uomini più celebri per grandi fatti d'armi. Così
Richelieu e Luigi Tredicesimo disputavano spesso, la sera, quando
facevano la loro partita a scacchi, circa il valore dei loro
servitori. Ciascuno vantava il contegno e il coraggio dei suoi e,
pur condannando a gran voce il duello e le risse, li eccitavano
sottovoce perché venissero alle mani e provavano un vero dolore o
una gioia smodata per la sconfitta o per la vittoria dei loro.
Così almeno si dice nelle 'Memorie' di un uomo che si trovò
presente a qualcuna di queste sconfitte e a molte di queste
vittorie.
Tréville conosceva il lato debole del suo padrone e a questa
abilità doveva la lunga e costante amicizia di un re che non ha
lasciato fama di esser stato molto fedele nelle sue amicizie. Egli
faceva sfilare i suoi moschettieri davanti al cardinale Armando du
Plessis con un'aria così beffarda che faceva rizzare dalla collera
i baffi grigi di Sua Eminenza. Tréville comprendeva perfettamente
la guerra di quell'epoca, nella quale quando non si viveva a spese
del nemico, si viveva a spese dei propri compatrioti; i suoi
soldati formavano una legione di diavoli scatenati, indisciplinati
con tutti tranne che con lui.
Rumorosi, avvinazzati, scapigliati, i Moschettieri del Re, o
piuttosto quelli del signor di Tréville, sciamavano per le
bettole, per i passeggi, nei ritrovi pubblici, gridando forte,
arricciandosi i baffi, facendo tintinnare le loro spade, urtando
con voluttà le guardie di monsignor Cardinale quando le
incontravano; poi sguainavano la spada in mezzo alla strada, con
mille motti di spirito; qualche volta venivano uccisi, ma in
questo caso erano sicuri d'essere pianti e vendicati; più spesso
uccidevano, e in tal caso erano certi di non marcire in prigione
perché il signor di Tréville era pronto a reclamarli. Cosicché il
signor di Tréville era lodato su tutti i toni, cantato su tutte le
gamme da questi uomini che l'adoravano e che, pur essendo gente da
sacco e da corda, tremavano davanti a lui come scolaretti davanti
al loro maestro, obbedivano a ogni suo minimo cenno, pronti a
farsi uccidere pur di cancellare l'ombra di un suo rimprovero.
Il signor di Tréville si era servito di questa leva possente,
prima per il Re e per gli amici del Re, poi per se stesso e per i
suoi amici. D'altronde, in nessuno dei libri di Memorie di quel
tempo, che ne ha lasciate tante, questo degno gentiluomo è stato
accusato, sia pure dai suoi nemici (ed egli ne aveva tra coloro
che maneggiavano la penna non meno che tra coloro che maneggiavano
la spada) in nessun luogo, dicevamo, questo degno gentiluomo è
stato accusato di farsi pagare la collaborazione dei suoi
scherani. Con un raro genio per l'intrigo, che faceva di lui
l'eguale dei più grandi intriganti, egli era rimasto un
onest'uomo. Né basta; a dispetto delle grandi stoccate che
sfibrano e dei penosi esercizi che stancano, egli era diventato
uno dei più galanti frequentatori d'alcove, uno dei più fini
damerini, uno dei più lambiccati parlatori della sua epoca; si
parlava delle avventure del signor di Tréville come si era parlato
vent'anni prima di quelle di Bassompierre, e non era poco. Il
capitano dei moschettieri era dunque ammirato, temuto e amato, il
che costituisce l'apogeo delle umane fortune.
Luigi Quattordicesimo assorbì tutti i piccoli astri della sua
corte nella sua gran luce, ma suo padre, 'sole pluribus impar',
lasciò a ciascuno dei suoi favoriti il suo splendore personale, e
a ciascuno dei suoi cortigiani il suo valore individuale. Oltre al
'lever' (2) del Re e a quello del Cardinale, si contavano allora a
Parigi più di duecento piccoli 'lever', piuttosto ricercati. Fra
questi ultimi, quello di Tréville era uno dei più apprezzati.
Il cortile del suo palazzo in via del Vieux-Colombier assomigliava
a un campo di soldati, e ciò dalle sei del mattino in estate, e
dalle otto in inverno. Da cinquanta a sessanta moschettieri, che
sembravano darsi il cambio per offrirsi sempre in numero
imponente, vi passeggiavano incessantemente armati di tutto punto
e pronti a tutto. Lungo una di quelle grandi scale, sull'area
della quale la nostra civiltà costruirebbe una casa intera,
salivano e scendevano i parigini che avevano qualche favore da
chiedere, i gentiluomini provinciali che volevano essere
arruolati, i servi adorni di tutti i colori che venivano a portare
al signor di Tréville i messaggi dei loro padroni.
Nell'anticamera, su certe lunghe panche circolari, riposavano gli
eletti, vale a dire quelli ch'erano stati convocati. Dal mattino
alla sera si udiva in quella sala un ronzìo continuo, mentre il
signor di Tréville nel gabinetto attiguo riceveva le visite,
ascoltava le lamentele, dava ordini e, come il Re al suo balcone
del Louvre, non aveva che da mettersi alla finestra per passare in
rivista uomini e armi.
Il giorno in cui d'Artagnan si presentò, l'assemblea era
imponente, specialmente per un provinciale appena arrivato dalla
sua provincia; è vero che questo provinciale era guascone e che,
soprattutto in quell'epoca, i compatrioti di d'Artagnan avevano
fama di non lasciarsi facilmente intimidire. Una volta superata la
porta massiccia costellata di grossi chiodi dalla testa quadrata,
si arrivava in mezzo a una folla di soldati che s'incrociavano nel
cortile, si chiamavano, discutevano e giocavano fra loro. Per
aprirsi un varco fra tutte quelle onde turbolente, sarebbe stato
necessario essere un ufficiale, un gran signore o una bella donna.
Fu dunque in mezzo a questo chiasso e a questo disordine che il
nostro giovanotto avanzò col cuore palpitante, mantenendo la sua
lunga durlindana parallela alle gambe magre, e tenendo una mano
sull'ala del suo feltro, con quel mezzo sorriso del provinciale
imbarazzato che vuol parere disinvolto. Allorché gli riusciva di
sorpassare un gruppo, respirava più liberamente, ma capiva che i
presenti si voltavano per guardarlo e, per la prima volta in vita
sua, d'Artagnan, che aveva un'assai buona opinione di se stesso,
si sentì ridicolo.
Arrivato alla scala, fu ancor peggio: sui primi scalini c'erano
quattro moschettieri che si divertivano al seguente esercizio,
mentre dieci o dodici dei loro camerati aspettavano sul
pianerottolo che venisse il loro turno per prender parte alla
partita.
Uno d'essi, posto sullo scalino superiore con la spada sguainata
in mano, impediva, o per lo meno si sforzava di impedire, che gli
altri tre salissero.
Questi altri tre si schermivano contro di lui con le loro spade
molto agili. D'Artagnan sul principio credette che si trattasse di
fioretti da scherma ma, ben presto, da certe graffiature capì che
le spade erano bene affilate, e il bello era che a ognuna di
queste graffiature, non solo gli spettatori, ma anche gli attori
ridevano come pazzi.
Quello che era sullo scalino in quel momento teneva
meravigliosamente in rispetto i suoi avversari. Si era fatto
circolo intorno a loro; i patti erano che, a ogni colpo, il
toccato avrebbe lasciato la partita perdendo il proprio turno di
udienza a favore del feritore. In cinque minuti tre furono
sfiorati, uno al pugno, l'altro al mento e l'altro all'orecchio
dal difensore dello scalino che, per conto suo non fu toccato,
abilità che, secondo le convenzioni, gli valse tre turni di
favore.
Quantunque il nostro giovane viaggiatore ci tenesse a non
meravigliarsi di nulla, questo strano passatempo lo colpì; egli
aveva visto nella sua provincia, questa terra nella quale
pur tuttavia le teste si scaldano tanto prontamente, qualche
preliminare di più ai duelli, e la guasconata di quei quattro
giocatori gli parve maggiore di quante ne avesse sentite
raccontare sino allora, anche in Guascogna. Si credette
trasportato in quella famosa terra di giganti in cui andò di poi
Gulliver provandone tanta paura; e pur tuttavia non era ancora alla
fine: c'erano il pianerottolo e l'anticamera.
Sul pianerottolo non ci si batteva più: si raccontavano storie di
donne, e nell'anticamera storie di corte. Sul pianerottolo
d'Artagnan arrossì, in anticamera rabbrividì. La sua immaginazione
desta ed errabonda che in Guascogna lo aveva reso temibile fra le
giovani cameriere e qualche volta anche fra le giovani padrone,
non aveva mai sognato, nemmeno nei momenti di delirio, la metà di
quelle meraviglie amorose e il quarto di quelle prodezze galanti,
messe in risalto dai nomi più noti e dai particolari meno velati.
Ma se il suo amore per i buoni costumi fu ferito sul pianerottolo,
il suo rispetto per il Cardinale ebbe un ben duro colpo
nell'anticamera. Qui, con grandissima meraviglia di d'Artagnan, si
udiva criticare ad alta voce la politica che faceva tremare
l'Europa, e la vita privata del Cardinale era messa a nudo,
quantunque grandi e potenti signori fossero stati puniti solo per
aver cercato d'investigarla. Questo grand'uomo per il quale il
signor d'Artagnan padre aveva avuto tanta riverenza, serviva da
zimbello ai moschettieri del signor di Tréville, che ridevano
delle sue gambe storte e del suo dorso curvo; qualcuno cantava
delle strofette sulla sua amante, signora d'Aiguillon, e su sua
nipote, signora di Combalet, mentre gli altri se la prendevano coi
paggi e le guardie del Cardinale; cose tutte che parevano a
d'Artagnan mostruose assurdità.
Tuttavia, quando il nome del Re veniva pronunciato all'improvviso
fra i molti frizzi sul Cardinale, ognuno si guardava d'intorno con
esitazione quasi temendo che la porta stessa che chiudeva il
gabinetto del signor di Tréville potesse tradirlo; ma ben presto
un'allusione riconduceva la conversazione su Sua Eminenza, e
allora il chiasso riprendeva più vivace che mai, e le malignità
ricominciavano a fiorire.
"Questa gente andrà presto alla Bastiglia o sarà impiccata" pensò
con terrore d'Artagnan "e io senza dubbio avrò lo stesso castigo,
poiché avendo ascoltati i loro discorsi, sarò ritenuto loro
complice. Che direbbe il mio signor padre che mi ha tanto
raccomandato il rispetto per il Cardinale, se mi sapesse in
compagnia di simili pagani?"
Così, come si può facilmente immaginare senza che io lo dica,
d'Artagnan non osava intervenire nella conversazione; egli si
accontentava di guardare e di ascoltare attentamente. tendendo
avidamente i suoi cinque sensi per non perdere nulla della scena
e, a dispetto della sua fiducia nelle raccomandazioni paterne, si
sentiva spinto dalla sua indole e trascinato dai suoi istinti a
lodare piuttosto che a biasimare le cose inaudite che accadevano
in quel luogo.
Purtuttavia, siccome era assolutamente straniero fra la folla dei
cortigiani del signor di Tréville e siccome era la prima volta che
lo si vedeva lì, gli fu chiesto che cosa volesse. A questa domanda
d'Artagnan rispose pronunciando molto modestamente il proprio
nome, fece valere la sua qualità di compatriota, e pregò il
domestico ch'era venuto a interrogarlo di chiedere per lui al
signor di Tréville un minuto d'udienza, domanda che quello gli
promise con tono protettore di trasmettere a tempo e luogo.
D'Artagnan, rimessosi dalla prima sorpresa, ebbe dunque tempo di
studiare un po' le maniere e la fisionomia di coloro che lo
circondavano.
Al centro del gruppo più animato stava un moschettiere di statura
altissima, di volto altiero, il quale indossava un costume così
bizzarro da attirare l'attenzione generale. Egli non indossava,
per il momento, la casacca di uniforme che, del resto, non era
assolutamente obbligatoria in quell'epoca di libertà minore ma di
più grande indipendenza, bensì un giustacuore azzurro-cielo un po'
sciupato e spelato, e su questo abito una magnifica tracolla
ricamata in oro che brillava di riflessi lucentissimi simili a
quelli che il sole di mezzogiorno trae dall'acqua del mare. Un
lungo mantello di velluto cremisi ricadeva con grazia sulle sue
spalle lasciando scoperta sul davanti soltanto la splendida
bandoliera dalla quale pendeva una gigantesca spada.
Quel moschettiere aveva appena terminato il suo turno di guardia,
si lamentava di essere raffreddato e tossiva tratto tratto con
affettazione. Per questo, diceva a quelli che gli erano intorno,
aveva indossato il mantello e mentre parlava dall'alto della sua
statura arricciandosi sdegnosamente i baffi, gli altri ammiravano
con entusiasmo, e d'Artagnan più di chiunque altro, il bàlteo
ricamato.
"Che volete" diceva il moschettiere "stanno venendo di moda; è una
pazzia, lo so, ma lo vuole la moda. D'altronde bisogna pure
impiegare in qualche modo il denaro della propria legittima."
"Oh, Porthos!" esclamò uno dei presenti. "Non ci vorrai dare a
intendere che questa bandoliera è un dono di tuo padre! Essa ti
sarà stata regalata dalla dama velata con la quale ti ho
incontrato domenica scorsa, verso porta Saint-Honoré."
"No, sulla mia parola d'onore e sulla mia fede di gentiluomo, vi
dico che l'ho comperata io stesso e coi miei denari" rispose
quello ch'era stato chiamato col nome di Porthos.
"Sì, come io ho comperato" disse un altro moschettiere "questa
borsa nuova coi danari che la mia amante aveva messi in quella
vecchia."
"Ho detto il vero" disse Porthos "e la prova è che l'ho pagata
dodici pistole."
L'ammirazione raddoppiò, quantunque il dubbio continuasse a
esistere.
"Non è vero, Aramis?" disse Porthos rivolgendosi a un altro
moschettiere
Quest'altro moschettiere formava un perfetto contrasto con quello
che lo interrogava e che lo aveva designato col nome di Aramis:
era un giovanotto di ventidue o ventitré anni appena, ingenuo e
semplice, dall'occhio nero e dolce, dalle guance rosee e vellutate
come una pesca d'autunno; i suoi baffi fini disegnavano sul suo
labbro superiore una linea perfettamente diritta; le sue mani
sembravano temere di abbassarsi, per paura che le vene si
gonfiassero; di tanto in tanto egli si pizzicava i lobi degli
orecchi per mantenerli di un incarnato tenero e trasparente.
Abitualmente parlava poco e lentamente, salutava molto e rideva
senza rumore mostrando i denti, che aveva bellissimi e dei quali
egli sembrava avere gran cura, come di tutta la sua persona. Alla
domanda dell'amico rispose con un cenno di testa affermativo.
Questa affermazione parve aver dissipato ogni dubbio circa la
provenienza della bandoliera; si continuò dunque ad ammirarla, ma
non se ne parlò più; e per un rapido mutamento di pensiero, la
conversazione passò a un altro soggetto.
"Che pensate di quello che racconta lo scudiero di Chalais?"
domandò un altro moschettiere senza interpellare direttamente
nessuno, ma rivolgendosi a tutti in generale.
"E che cosa racconta?" chiese Porthos con tono presuntuoso.
"Racconta che ha trovato a Bruxelles Rochefort, l'anima dannata
del Cardinale, travestito da cappuccino; quel maledetto Rochefort,
grazie a questo travestimento si era burlato di quello sciocco del
signor Laigues."
"Proprio uno sciocco" disse Porthos "ma la cosa è sicura?"
"Io la so da Aramis" disse il moschettiere.
"Veramente?"
"Eh? lo sapete benissimo, Porthos" disse Aramis "ve l'ho detto
anche ieri, non parliamone più dunque."
"Non parliamone più, questa è la vostra opinione" rispose Porthos
"non parliamone più! Diavolo! Come venite presto alla conclusione!
Come! Il Cardinale fa spiare un gentiluomo; fa rubare la sua
corrispondenza da un traditore, da un brigante, da un pendaglio da
forca; fa con l'aiuto di questo spione e grazie a quella
corrispondenza, tagliare il collo a Chalais, con lo stupido
pretesto che ha voluto uccidere il Re, e sposare Monsieur (3) con
la Regina! Nessuno sapeva una parola di questo enigma, voi ce ne
avete parlato ieri con nostra grande soddisfazione, e mentre siamo
ancora tutti storditi da questa notizia, oggi ci dite: 'non
parliamone più!'."
"E parliamone dunque, poiché lo desiderate" rispose pazientemente
Aramis.
"Quel Rochefort" esclamò Porthos "se io fossi stato lo scudiero
del povero Chalais, dovrebbe passare con me un ben brutto
momento."
"E voi passereste un bel triste quarto d'ora col duca rosso"
riprese Aramis.
"Oh il duca rosso! bravo bravo il duca rosso!" rispose Porthos
battendo le mani e approvando col capo. "Il 'duca rosso' è
delizioso. Diffonderò questa trovata, mio caro, siatene certo. Ne
ha dello spirito, questo Aramis! Che disgrazia che non abbiate
potuto seguire la vostra vocazione! Che delizioso abate sareste
stato!"
"Oh, non si tratta che di un ritardo momentaneo" riprese Aramis
"verrà il giorno in cui lo sarò. Sapete bene, Porthos, che
continuo a studiare teologia per questo."
"E farà come dice" riprese Porthos "lo farà, presto o tardi."
"Presto" disse Aramis.
"Non aspetta che una cosa per decidersi completamente e riprendere
la tonaca che è appesa dietro la sua uniforme" riprese un
moschettiere.
"E che cosa aspetta?" chiese un altro.
"Aspetta che la Regina abbia dato un erede alla corona di
Francia."
"Non scherziamo su questo, signori" disse Porthos. "La Regina,
grazie a Dio, è ancora in età da poterlo fare."
"Si dice che il signor di Buckingham è in Francia" riprese Aramis
con un riso beffardo che dava a questa frase così semplice in
apparenza un significato abbastanza scandaloso.
"Aramis, amico mio, questa volta avete torto" interruppe Porthos
"la vostra mania di far dello spirito vi trascina sempre al di là
dei limiti; se il signor di Tréville vi udisse, non la passereste
liscia."
"Volete forse darmi una lezione, Porthos!" esclamò Aramis e nello
sguardo gli passò un lampo.
"Mio caro, siate o moschettiere o abate, siate l'uno o l'altro ma
non l'uno e l'altro insieme" riprese Porthos. "Athos vi disse
l'altro giorno che voi mangiate a tutte le rastrelliere. Oh! non
arrabbiamoci per questo, sarebbe inutile; sapete bene ciò che è
stato stabilito fra voi, Athos e me. Voi andate dalla signora
d'Aiguillon e le fate la corte; andate dalla signora di Bois-
Tracy, cugina della signora di Chevreuse, e si dice che siate
molto innanzi nelle buone grazie della dama. Dio mio, non voglio
che confessiate la vostra fortuna; nessuno vi domanda il vostro
segreto; conosco la vostra discrezione. Ma poiché possedete questa
virtù, che diavolo! fatene uso nei riguardi di Sua Maestà. Si
occupi chi vuole e come vuole del Re e del Cardinale; ma la Regina
è sacra, e se se ne parla, se ne parli bene."
"Porthos, siete presuntuoso come Narciso, ve ne prevengo" rispose
Aramis. "Sapete che odio la morale a eccezione di quando mi è
fatta da Athos. In quanto a voi, mio caro, avete una troppo
magnifica bandoliera per esser forte in questa materia. Io sarò
abate se mi converrà; nel frattempo sono moschettiere: e in questa
qualità dico ciò che mi piace, e in questo momento mi piace dire
che mi seccate."
"Aramis!"
"Porthos!"
"Signori! Signori!" si gridava intorno a loro.
"Il signor di Tréville aspetta il signor d'Artagnan" interruppe il
cameriere aprendo la porta del gabinetto.
A questo annunzio, durante il quale la porta rimase aperta tutti
tacquero, e nel silenzio generale il giovane guascone attraversò
l'anticamera in quasi tutta la sua lunghezza ed entrò dal capitano
dei moschettieri, rallegrandosi in cuor suo di sottrarsi così al
punto giusto alla fine di quella bizzarra lite.
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