| home | menu | biografia | libri | rom | altipiano | carapigna |
| maestri | biblioteca | shoah | ebraica | benzi | scrittori | cerca libro |
|
|
L'ultimo dei Mohicani
|
L'ultimo dei Mohicani
INTRODUZIONE DELL'AUTORE
Si ritiene che la scena di questo
racconto, così come la maggior parte delle notizie necessarie per
comprenderne i riferimenti, siano resi in modo sufficientemente chiaro
nel testo stesso o nelle note d'accompagnamento. Tuttavia i punti oscuri
delle tradizioni indiane sono così tanti, e tale è la confusione
ancora esistente nei nomi indiani, da imporre la necessità di qualche
spiegazione. Pochi uomini rivelano maggiori diversità o, se così si
può dire, maggiori antitesi di carattere, del guerriero oriundo del
Nord America. In guerra egli è audace, spaccone, astuto, spietato,
frugale, altruista; in pace è giusto, generoso, ospitale, vendicativo,
superstizioso, modesto, e generalmente casto. Naturalmente tutti questi
attributi non sono propri a ciascuno di loro, ma sono talmente la parte
predominante delle caratteristiche di questo popolo da costituirne la
peculiarità.
In generale si crede che gli aborigeni del
continente americano abbiano un'origine asiatica. Vi sono particolarità
fisiche e morali che confermano questa teoria, mentre altre tuttavia la
negano.
L'autore ritiene che il colore della loro
pelle sia proprio agli indiani stessi, e, mentre gli zigomi suggeriscono
con forte evidenza una origine tartara, non si può dire lo stesso degli
occhi. Il clima può aver influenzato fortemente i primi, ma è
difficile dire come abbia potuto provocare la sostanziale differenza che
esiste nei secondi. L'immaginazione degli indiani, tanto nella poesia
che nella eloquenza è orientale, raffinata e, forse resa migliore dal
limitato livello di cultura.
L'indiano trae le metafore dalle nuvole,
dalle stagioni, dagli uccelli, dalle bestie e dal mondo vegetale. In
tutto ciò, forse, egli non fa più di quanto non farebbe qualsiasi
altro popolo fornito di energia ed immaginazione il quale sia costretto
a porre dei limiti alla fantasia attraverso l'esperienza. Ma il nord
americano veste le proprie idee di panni diversi da quelli dell'africano
ed è in sé orientale. La sua lingua ha la ricchezza e la pienezza
sentenziosa dei cinesi. Egli esprime una frase con una sola parola e
sintetizza il significato di una intera proposizione in una sillaba; o
addirittura riassume diversi concetti mediante la più semplice
inflessione della voce.
I filologi hanno detto che, se si vuol
essere precisi, non vengono parlate che due o tre lingue tra le numerose
tribù che un tempo occupavano il territorio ora facente parte degli
Stati Uniti. Essi attribuiscono la nota difficoltà che un popolo ha nel
capire l'altro, alle corruzioni e ai dialetti. Lo scrittore ricorda di
essere stato presente ad un'intervista tra due capi delle grandi
praterie ad ovest del Mississippi, e in quell'occasione essi si
servirono di un interprete che parlava le due lingue. I guerrieri
avevano un'aria amichevole e apparentemente parlarono molto, tuttavia,
secondo quanto riferì l'interprete, ciascuno di loro ignorava
completamente quanto l'altro stava dicendo. I due appartenevano a tribù
ostili ed erano arrivati ad un accordo sotto l'influenza del governo
americano; inoltre è degno di nota il fatto che una politica comune li
portasse a scegliere un comune argomento. Ognuno di essi esortava
l'altro a mettersi a disposizione nel caso che gli eventi della guerra
gettassero l'una o l'altra delle parti nelle mani del nemico.
Qualunque sia la verità riguardo alle
origini e allo spirito delle lingue indiane, è certo che ora esse hanno
termini tanto diversi, da presentare la maggior parte degli svantaggi
propri alle lingue sconosciute. Ecco la ragione di tutto l'imbarazzo
sorto nell'apprendere la storia degli indiani, nonché di molte delle
incertezze ancora esistenti circa le loro tradizioni.
Come le nazioni di più alte pretese, gli
indiani d'America forniscono un'immagine della loro tribù o razza molto
diversa da quella data dagli altri popoli. Sono molto inclini a
sopravvalutare la propria perfezione e a sottovalutare quella dei rivali
o nemici: e ciò potrebbe essere una conferma del racconto di Mosè
sulla Creazione.
Inoltre, l'abitudine dei bianchi a
corrompere i nomi ha contribuito in larga parte a rendere più oscure le
tradizioni degli aborigeni. Perciò il termine usato nel titolo di
questo libro ha subito dei cambiamenti: da Mahicanni a Mohicani, poi
Mohegani. L'ultimo di questi era il termine comunemente usato dai
bianchi. Basterebbe ricordare che gli olandesi (i primi ad insediarsi a
New York), inglesi e francesi poi, diedero ciascuno un proprio
appellativo alle diverse tribù che abitavano il paese scenario della
nostra storia; e insieme ricordare che gli stessi indiani attribuivano
nomi diversi non solamente ai loro nemici, ma anche a se stessi, per
comprendere definitivamente la causa di tanta confusione.
In queste pagine, Lenni-Lenape, Lenope,
Delawares, Wapanachki e Mohicani indicano tutti lo stesso popolo o
tribù della stessa razza. I Mengwa, i Maqua, i Mingo e gli Irochesi,
anche se non sono propriamente gli stessi vengono unificati dal
narratore perché sono politicamente confederati ed in opposizione a
quelli nominati prima. Mingo era un termine strano indicante disonore,
così come, ma in minor misura, Mengwa e Maqua.
I Mohicani possedevano il territorio che
fu il primo ad essere occupato dagli europei in questa parte del
continente, di conseguenza essi furono i primi ad essere spodestati.
Il destino apparentemente inesorabile di
tutti questi popoli - i quali scompaiono davanti alla marcia o, per
meglio dire, alle incursioni della civiltà, così come scompare la
verzura delle loro foreste native davanti alla morsa del gelo - essi se
lo rappresentano come se tutto fosse già accaduto. C'è abbastanza
verità storica nella descrizione da giustificare l'uso che ne è stato
fatto.
In realtà, il paese che fa da sfondo al
racconto che segue ha subito piccoli cambiamenti da quando gli eventi
storici cui si allude hanno avuto luogo, così come sono cambiate tutte
le altre zone di uguale estensione che si trovano entro i confini degli
Stati Uniti. Esistono ora stazioni climatiche alla moda e ben
frequentate nei dintorni della fonte ove Occhio di Falco si fermava a
bere, e strade attraversano quelle foreste che egli e i suoi amici erano
costretti a percorrere senza nemmeno un sentiero. A Glenn v'è un grosso
villaggio, e mentre William Henry e persino fortezze di datazione più
recente sono da indicarsi solo come rovine, ora c'è un altro villaggio
sulle rive dell'Horican. Ma, al di là di ciò, le imprese e le energie
di un popolo che ha fatto tanto altrove, non hanno per nulla influito
qui. Tutto quanto era selvaggio al tempo in cui si svolsero gli ultimi
episodi della leggenda resta tuttora pressocché selvaggio, anche i
pellerossa hanno completamente abbandonato questa parte degli stati.
Di tutte le tribù menzionate in queste
pagine esistono ancora i pochi esemplari semicivilizzati degli Oneida
che vivono nelle riserve assegnate loro dallo Stato di New York. Tutte
le altre sono scomparse, sia dalle regioni dei loro padri che, in
generale, dalla faccia della terra.
C'è un punto ancora sul quale desideriamo
spendere una parola prima di chiudere la prefazione.
Occhio di Falco chiama «Horican» il Lac
du Saint Sacrement. Poiché riteniamo si tratti da parte nostra di
una appropriazione del nome, forse è venuto il momento di ammettere la
cosa. Mentre questo libro veniva scritto, un quarto di secolo fa, ci
accorgemmo che il nome francese di questo lago era troppo complicato,
quello americano troppo banale, e quello indiano quasi impronunciabile,
tanto che nessuno di essi poteva essere usato familiarmente in un'opera
di fantasia. Esaminando una vecchia mappa si riuscì ad accertare che
una tribù di indiani, chiamata «Les Horicans», dai francesi, abitava
le vicinanze di questo magnifico specchio d'acqua. Poiché non si poteva
accettare ogni parola pronunciata da Natty Bumppoo come pura verità, ci
siamo presi la libertà di fargli dire «Horican» al posto di «Lago
George». La parola pare avere avuto accoglienza favorevole e, tutto
considerato, è forse lo stesso se la manteniamo invece di risalire fino
alla Casa degli Hannover per dare un nome al nostro specchio d'acqua
più bello.
Fatta questa confessione per scarico di
coscienza, lasciamo che essa eserciti la sua autorità come meglio
ritiene.
I
Il mio orecchio è aperto e il mio cuore
preparato:
Il peggio che puoi rivelarmi è perdita
terrena:
Dimmi: ho perduto il segno?
Shakespeare
Era caratteristica tipica delle guerre
coloniali del Nord America che le fatiche e i pericoli di quelle terre
selvagge dovessero essere affrontati ancor prima d'incontrare il nemico.
Grandi ed impervie foreste delimitavano i possedimenti delle province
nemiche inglesi e francesi. Il duro colonizzatore e il civile europeo
che combatteva al suo fianco, spesso perdevano mesi nella lotta contro
le rapide e le correnti, o nel varcare gli ardui passi delle montagne
alla ricerca di un'opportunità per mostrare il loro coraggio in più
bellicosi cimenti. Ma, nell'emulare la pazienza e l'abnegazione degli
esperti guerrieri del luogo, essi imparavano a superare ogni
difficoltà; e, col tempo, sembrò che non ci fosse recesso di bosco
sufficientemente oscuro, né luogo segreto abbastanza solitario, da
poter evitare le incursioni di coloro che avevano impegnato la vita per
appagare la propria sete di vendetta, o per sostenere la fredda ed
egoistica politica dei lontani monarchi d'Europa.
Forse nessuna regione, in tutta la vasta
estensione delle frontiere intermedie, può fornire un quadro così vivo
della crudeltà e della ferocia della selvaggia guerra di quei tempi,
come il paese che si trova tra il corso superiore dell'Hudson e i laghi
adiacenti.
In quei luoghi le facilitazioni che la
natura offriva alla marcia dei combattenti erano troppo evidenti perché
venissero trascurate. Lo specchio d'acqua di forma allungata del
Champlain si estendeva in profondità dalle frontiere del Canadà fino
ai confini della vicina provincia di New York, formando un passaggio
naturale lungo metà della zona che i francesi erano costretti a tenere
in pugno per combattere i loro nemici. Vicino alla punta sud esso
riceveva l'apporto di un altro lago, le cui acque erano così limpide da
essere state scelte in esclusiva dai missionari Gesuiti per compiervi la
tipica purificazione del battesimo; tanto che ottenero per esso il
titolo di lago «du Saint Sacrement». Gli inglesi, sono meno zelanti,
ritennero di avere conferito sufficiente onore alle sue pure fonti
quando gli attribuirono il nome del loro principe regnante, il secondo
della casa degli Hannover. Ma, insieme, inglesi e francesi defraudarono
gli indifesi possessori di quel paesaggio ricco di boschi, del loro
diritto naturale a perpetuarne l'appellativo di «Horican».
Serpeggiando fra le innumerevoli isole,
incassato fra le montagne, il «lago sacro» si estendeva per una
dozzina di leghe più giù, verso sud. Con l'altopiano, che colà si
frapponeva alle acque, aveva inizio un passaggio via terra che
conduceva, colui che vi si avventurasse, alle rive dell'Hudson, in un
punto in cui, nonostante le solite difficoltà causate dalle rapide, o
cateratte - come erano chiamate allora nella lingua del luogo - il fiume
diventava navigabile fino al mare.
Nel perseguire audaci piani di disturbo,
la incessante intraprendenza dei francesi era diretta persino alle
lontane e difficili gole degli Alleghiani, e si può facilmente
immaginare che il loro proverbiale acume non si sarebbe lasciato
sfuggire i vantaggi naturali della regione appena descritta. Essa
divenne senza dubbio la sanguinosa arena nella quale furono combattute
la maggior parte delle battaglie per il possesso delle colonie. Vennero
eretti forti nei diversi punti che dominavano l'accesso alla strada,
essi venivano espugnati e riespugnati, rasi al suolo e ricostruiti, ogni
volta che la vittoria arrideva ai nemici. Mentre gli agricoltori si
ritiravano dai passaggi pericolosi per rifugiarsi entro i sicuri confini
del nucleo più antico, si vedevano eserciti, più grandi di quelli che
avevano spesso deciso le sorti degli scettri del paese d'origine,
immergersi in queste foreste, da cui tornavano raramente e in bande
scheletriche, stravolti dalle fatiche o scoraggiati dalla sconfitta.
Benché le arti pacifiche fossero sconosciute in questa infausta
regione, le sue foreste erano piene di uomini; tra i suoi recessi e le
sue forre risuonavano musiche marziali e l'eco delle montagne restituiva
le risate o ripeteva il grido sfrenato di molti giovani audaci ed
incauti che vi si gettavano per trovarvi il letargo della lunga notte di
oblio. I fatti che tenteremo di narrare si svolsero in questa atmosfera
di lotta e spargimento di sangue, durante il terzo anno dell'ultima
guerra combattuta tra Francia e Inghilterra per il possedimento di quel
paese che né l'una né l'altra era poi destinata a mantenere.
La stupidità dei capi militari all'estero
e la fatale mancanza di energia delle decisioni all'interno, avevano
fatto sì che la Gran Bretagna fosse costretta a rinunciare a
quell'orgogliosa posizione che le avevano guadagnato il talento e le
imprese dei suoi primi guerrieri e statisti.
Non più temuta dai nemici, coloro che la
servivano stavano rapidamente perdendo la fiducia dovuta al rispetto di
sé. In una decadenza tanto mortificante, i colonizzatori, benché non
responsabili di questa dabbenaggine, e in posizione troppo subordinata
per essere i veri colpevoli di questi errori, ne erano tuttavia i
complici naturali. Essi avevano da poco visto un esercito scelto,
proveniente da quel paese che riverivano come una madre, e che avevano
ciecamente creduto invincibili. Tale esercito, pur avendo a capo un
condottiero distintosi per le sue rare doti militari tra un gran numero
di soldati addestrati, era stato brutalmente costretto alla fuga da un
manipolo di francesi e indiani, e infine salvato dall'annientamento solo
grazie al sangue freddo e alla presenza di spirito di un ragazzo della
Virginia, la cui fama si è da allora diffusa con la forza delle verità
morali, fino agli estremi confini della cristianità. Una vasta
frontiera era rimasta indifesa a causa di questo inatteso disastro, e
mali reali furono preceduti da mille pericoli fantastici ed immaginari.
Gli allarmati colonizzatori, ad ogni irrequieto soffio di vento che
proveniva dalle immense foreste dell'Ovest, ormai credevano vi fossero
mescolati gli urli dei selvaggi. Il carattere terrificante dei loro
impietosi nemici aumentava a dismisura gli orrori naturali della guerra.
Innumerevoli recenti massacri erano ancora vivi nella loro memoria, né
vi era orecchio, in quelle province, tanto sordo da non aver ascoltato
avidamente il racconto di qualche storia spaventosa di assassini a
mezzanotte, nella quale gli indigeni della foresta erano i principali,
barbari protagonisti. Quando il credulo ed eccitato viaggiatore riferiva
dei rischi corsi nelle terre selvagge, il sangue si agghiacciava nelle
vene dei pavidi, e le madri gettavano occhiate ansiose persino ai
bambini che sonnecchiavano al sicuro nelle città più grandi. In breve,
il controllo della ragione cominciò a non avere più effetto a causa
dell'influenza deformante della paura e ciò rese coloro che avrebbero
dovuto ricordare la propria natura umana, schiavi delle più basse
passioni. Persino i cuori più fiduciosi e saldi cominciarono a dubitare
dell'esito della contesa; e di ora in ora aumentava il numero della
categoria abbietta di coloro che credevano di prevedere che i
possedimenti della corona inglese sarebbero stati sottomessi dai nemici
cristiani, o devastati dalle incursioni dei loro spietati alleati.
Perciò, quando al forte che proteggeva la punta sud del passaggio tra
l'Hudson e i laghi, si seppe che Montcalm era stato visto risalire il
Champlain con un esercito «numeroso come le foglie degli alberi», la
notizia fu accolta più con la vile riluttanza della paura che con la
gioia grave che il guerriero dovrebbe sentire davanti al nemico. La
notizia era stata portata sul finire di un giorno di mezza estate, da un
messaggero indiano che recava anche una richiesta urgente da parte di
Munro - comandante di una fortificazione sulle rive del «lago sacro»
di pronti e potenti rinforzi. È già stato detto che queste due
postazioni distavano meno di cinque leghe una dall'altra. Il rudimentale
sentiero che originariamente formava la loro linea di comunicazione, era
stato allargato per il passaggio di carri, in modo che quella stessa
distanza che il figlio della foresta percorreva in due ore, poteva
facilmente essere coperta da un distaccamento di truppe, con necessario
bagaglio, tra il sorgere e il tramontare del sole di un giorno d'estate.
I leali servitori della corona britannica avevano dato ad uno di questi
luoghi fortificati nella foresta, il nome di William Henry, all'altro
quello di Fort Edward, conferendo così a ciascuno il nome di un
principe favorito della casa regnante. Il veterano scozzese sunnominato
teneva il primo con un reggimento di regolari e pochi coloniali; una
forza di gran lunga troppo piccola per tener testa alle formidabili
truppe che Montcalm stava conducendo ai piedi di quei terrapieni. A
difesa del secondo stava il Generale Webb, che comandava gli eserciti
del re nelle province del nord, con un corpo di più di cinquemila
uomini. Unendo i diversi distaccamenti del suo comando, questo ufficiale
avrebbe potuto raddoppiare il numero dei combattenti contro
l'intraprendente francese che si era avventurato tanto lontano dai suoi
rinforzi con un esercito di poco superiore al suo. Ma, suggestionati
dalla loro diminuita fortuna, ufficiali e uomini sembravano più
disposti ad attendere l'avvicinarsi del terribile nemico alle loro
fortificazioni, piuttosto che opporsi all'andamento di quella marcia,
come avevano fatto i francesi a Fort Quesne: intervenendo per impedire
l'avanzata.
Nel campo trincerato che si estendeva
lungo il margine dell'Hudson formando una catena di baluardi esterni al
corpo principale del forte, dopo la prima sorpresa provocata dalla
notizia, si sparse la voce che all'alba sarebbe partito un distaccamento
scelto di cinquecento uomini diretti a William Henry, la postazione
situata all'estremo nord del passaggio via terra. Quella che dapprima
era solo una diceria divenne presto certezza quando, dal quartiere del
comandante in capo fino ai diversi corpi da lui scelti per questo
servizio, giunsero ordini di prepararsi per una imminente partenza. Ora
tutti i dubbi sulle intenzioni di Webb svanirono, seguì un'ora o due
fatta di passi frettolosi e di visi preoccupati. I novellini dell'arte
militare correvano disordinatamente da un punto all'altro, ritardando i
propri preparativi per gli eccessi del loro impetuoso e inconsulto zelo;
mentre i veterani più esperti si preparavano con una determinazione
superiore a ogni apparenza di fretta, anche se l'espressione grave e gli
occhi inquieti bastavano a rivelare che essi non provavano un forte
gusto professionale per quella guerra in terre selvagge, a loro così
nuove e terrificanti. Finalmente il sole tramontò in una luce gloriosa
dietro le lontane colline dell'ovest, e quando l'oscurità stese il suo
velo su quei luoghi solitari, diminuirono i rumori dei preparativi;
l'ultima luce si spense nella capanna di legno di qualche ufficiale, gli
alberi gettarono le loro ombre scure sulle collinette e sul fiume
mormorante, e presto pervase il campo un profondo silenzio, simile a
quello che regnava nella vasta foresta tutt'intorno.
Secondo gli ordini della notte precedente,
il pesante sonno dei soldati fu interrotto dai rulli dei tamburi di
guerra, la cui eco vigorosa fu udita al di là dei boschi nell'aria
umida del mattino, non appena il giorno cominciò a ridisegnare gli
ispidi contorni dei grandi pini circostanti, alla luce incipiente di
quel cielo dell'ovest mite e sereno.
In un batter d'occhio l'intero campo fu in
movimento; anche l'ultimo dei soldati si alzò dal giaciglio per
assistere alla partenza dei compagni e per condividere con loro
l'esaltazione e gli avvenimenti del momento. Il semplice schieramento
della compagnia scelta fu presto completato. Mentre i regolari mercenari
del re, ben addestrati, marciavano con sussiego a destra della fila, i
meno pretenziosi coloni mantenevano una più umile posizione sulla
sinistra, con una docilità che la lunga pratica aveva reso ormai
facile. Gli esploratori partirono; forti scorte precedettero e seguirono
i pesanti veicoli che portavano l'equipaggiamento; e prima che la grigia
luce mattutina venisse addolcita dai raggi del sole, il grosso dei
combattenti operò una conversione disponendosi in colonna, e lasciò il
campo ostentando un comportamento altamente militaresco che servì a
smorzare la segreta apprensione di molti novellini che stavano per
fornire la prima prova di sé con le armi.
Mentre i compagni in ammirazione potevano
ancora vederli, essi mantennero lo stesso fronte compatto e lo stesso
schieramento ordinato, finché le note dei pifferi non si fecero più
deboli nella distanza, e, alla fine, la foresta parve inghiottire quella
massa d'uomini che lentamente l'aveva penetrata. Oramai i rumori più
forti dell'invisibile colonna che si stava allontanando non erano più
portati dalla brezza a coloro che erano rimasti in ascolto, e anche
l'ultimo ritardatario era scomparso al loro seguito. Ma i segni di
un'altra partenza rimanevano ancora davanti ad una capanna di legno,
insolita per dimensioni e comodità, di fronte alla quale delle
sentinelle, note per essere addette alla sorveglianza della persona del
generale inglese, camminavano per la ronda. Quivi erano raccolti una
mezza dozzina circa di cavalli, bardati in modo tale da mostrare che
almeno due di essi erano destinati a portare esseri femminili, di un
rango che è raro incontrare nelle regioni selvagge di quel paese. Un
terzo cavallo portava le gualdrappe e le armi di un'ufficiale dello
stato maggiore; mentre i rimanenti, per l'aspetto modesto dei finimenti
e degli accessori di viaggio dei quali erano gravati, erano
evidentemente pronti ad accogliere altrettanti servi che stavano già in
attesa delle volontà di coloro che servivano. A rispettosa distanza da
questa scena inconsueta, erano raccolti diversi gruppi di curiosi
sfaccendati; alcuni ammiravano le qualità dei focosi destrieri
militari, altri assistevano ai preparativi con la stupida meraviglia di
una curiosità volgare. Vi era un uomo, tuttavia, che, per l'espressione
del volto e i gesti, costituiva una evidente eccezione tra coloro che
componevano quest'ultima classe di spettatori, non essendo né pigro,
né a quanto pareva, troppo ignorante. La figura di questo individuo era
goffa da non dirsi, ma non per questo particolarmente deforme. Le ossa e
le giunture erano del tutto simili a quelle di altri uomini, senza però
possederne le proporzioni. In piedi, la sua statura superava quella dei
suoi simili, ma seduto egli pareva rientrare entro i limiti consueti
della sua razza. La stessa disarmonia delle membra sembrava propagarsi
in tutto il suo essere. La testa era grande, le spalle strette; le
braccia erano lunghe e ciondoloni, mentre le mani erano piccole, se non
delicate. Le gambe e le cosce erano magre, quasi emaciate, ma di una
lunghezza fuori del comune; e le sue ginocchia potevano essere
considerate abnormi, se non fossero state a loro volta superate da basi
più grandi, sulle quali questa falsa superstruttura di confusi ordini
umani poggiava malamente. Gli abiti di costui, assortiti alla rinfusa e
senza giudizio, servivano soltanto a rendere la sua goffaggine ancor
più evidente. Una giacca blu-cielo, con falde corte e larghe e una
bassa mantellina, esponevano il lungo collo sottile e le gambe ancor
più lunghe e magre alle peggiori critiche dei maleintenzionati. La
parte inferiore del suo abbigliamento era di anchina gialla,
strettamente aderente alla figura e legata alla sporgenza delle
ginocchia da grossi nodi di nastro bianco, alquanto sporco per l'uso.
Calze di cotone screziato e scarpe, su una delle quali era applicato uno
sperone placcato, completavano l'abbigliamento all'estremità inferiore
della sua figura, di cui nessuna piega o particolare era dissimulato, al
contrario, risultava messo in mostra in modo studiato, ad opera della
vanità e della semplicità del proprietario. Da sotto la patta di
un'enorme tasca di un sudicio panciotto in seta decorata, pesantemente
ornata di galloni d'argento ossidato, sporgeva un attrezzo, che, per il
fatto di essere visto in una compagnia così marziale, avrebbe potuto
facilmente essere scambiato per qualche molesta e sconosciuta
apparecchiatura bellica. Piccola com'era, questa strana macchina aveva
eccitato la curiosità di gran parte degli europei dell'accampamento,
benché si fossero visti parecchi coloniali maneggiarla non solo senza
paura, ma addirittura con grande dimestichezza. Un largo cappello da
civile piazzato sulle ventitrè, simile a quello portato dai preti negli
ultimi trent'anni, sormontava il tutto, conferendo dignità a quella sua
aria bonaria e noncurante, che sembrava aver bisogno di tutti quegli
artifici per sorreggere la gravità di qualche alta incombenza fuori
dell'ordinario.
Mentre la gente comune si manteneva a
rispettosa distanza dagli alloggiamenti di Webb, l'individuo che abbiamo
descritto camminava con aria maestosa al centro del gruppo dei
domestici, distribuendo liberamente critiche o elogi sulla qualità dei
cavalli, a seconda che essi soddisfacessero o meno i suoi gusti.
«Amici, direi che questa bestia non è
stata allevata qui da noi, ma viene da terre straniere, o piuttosto da
quella isoletta sulle acque blu!» egli diceva con una voce dai toni
morbidi e dolci, e originale come le rare proporzioni della sua figura.
«Posso ben parlare di queste cose senza presunzione, perché sono stato
in tutti e due i porti: quello situato alla foce del Tamigi, ed è
chiamato col nome della capitale della Vecchia Inghilterra, e quello che
si chiama ‹Porto› con l'aggiunta della parola ‹Nuovo›; e ho
veduto piccoli vascelli e brigantini raccogliere le loro greggi come
nell'arca, diretti all'Isola di Giamaica, con l'intento di barattare e
trafficare in quadrupedi; ma mai prima d'ora ho visto una bestia che,
come questa, incarnasse il cavallo delle Scritture: «Esso scalpita
nella valle, e gioisce della sua forza: esso va avanti per incontrare
gli armati. Fra le trombe lancia un grido, ah, ah, e fiuta la battaglia
di lontano tra il tuonare dei capitani e gli strepiti. Si direbbe che la
razza dei cavalli di Israele abbia la sua discendenza fino ai giorni
nostri; non ti pare, amico?»
Non ricevendo risposta a questo strano
appello che, a dire il vero, essendo lanciato con vigore di toni pieni e
sonori, meritava qualche forma di attenzione, colui che si era così
espresso nel linguaggio del Libro sacro, si volse verso la figura
silenziosa alla quale si era involontariamente rivolto, e trovò un
nuovo e più interessante oggetto di ammirazione in colui che incontrò
il suo sguardo. I suoi occhi caddero sulla immobile, dritta e rigida
figura del «corriere indiano» che aveva portato al campo la sgradevole
notizia della notte precedente. Benché in stato di perfetto riposo e
con l'aria di chi disprezza, con tipica indifferenza, l'eccitazione e il
trambusto che lo circondano, mescolata alla quiete del selvaggio, c'era
una tetra ferocia che aveva il potere di fermar l'attenzione di occhi
meno ingenui di quelli che ora lo scrutavano con evidente stupore.
L'indigeno portava il tomahawk e il coltello della sua tribù, e
tuttavia l'aspetto, nell'insieme, non era quello di un guerriero. Al
contrario, c'era un'aria di trascuratezza nella sua persona, come
derivante da una grande e recente fatica, dalla quale egli non aveva
ancora trovato modo di rimettersi. I colori dei fregi di guerra erano
colati, formando sul suo feroce volto un impasto scuro che rendeva quei
lineamenti bruni ancor più selvaggi e repellenti di quanto sarebbero
stati se si fosse tentato di ottenere ad arte l'effetto che il caso
aveva così prodotto. Il solo sguardo, che scintillava come una stella
di fuoco tra nubi minacciose, mostrava la sua originaria barbarie. Per
un istante il suo occhio indagatore e diffidente, incontrò lo sguardo
stupito dell'altro; poi cambiò direzione, un po' furbesco e un po'
sdegnoso e rimase fisso come se volesse penetrare l'aria lontana. È
impossibile dire quale imprevista reazione avrebbe potuto suscitare nel
bianco questa breve e silenziosa comunicazione tra due uomini tanto
singolari, se la viva curiosità non fosse stata ancora una volta
attirata da altri avvenimenti. Un'agitazione generale tra i domestici e
un leggero suono di voci gentili, annunciò l'avvicinarsi di coloro che
mancavano perché la cavalcata si mettesse in movimento. L'ingenuo
ammiratore del destriero, immediatamente indietreggiò verso una
giumenta bassa e sparuta, dalla coda sottile come un frustino, che
andava scegliendo con aria inconsapevole l'erba appassita del campo
vicino; qui, appoggiandosi con un gomito ad una coperta che dissimulava
una parvenza di sella, egli assistette alla partenza, mentre un puledro
stava tranquillamente facendo il pasto mattutino dalla parte opposta
dello stesso animale.
Un giovanotto in divisa di ufficiale
accompagnava ai loro destrieri due donne che, a giudicare dai vestiti,
erano pronte ad affrontare le fatiche di un viaggio nei boschi. Una di
esse, quella dall'aspetto più giovanile, - benché fossero giovani
entrambe - lasciava intravedere le sue radiose sembianze, i capelli
biondo oro e gli occhi di un blu risplendente, quando candidamente
lasciava che l'aria mattutina sollevasse il verde velo che le scendeva
dal cappello di castoro. Il rossore che ancora indugiava nel cielo
dell'ovest dietro i pini non era più luminoso e delicato della
freschezza delle sue guance, né il giorno nascente era più sereno del
vivace sorriso che ella concesse al giovane quanto questi l'aiutò a
salire in sella. L'altra, che era oggetto di uguali attenzioni da parte
del giovane ufficiale, celava il suo fascino allo sguardo della
soldataglia con una cura che più si addiceva ad una esperienza dovuta a
quattro o cinque anni in più. Si poteva osservare, tuttavia, che la sua
persona - benché modellata con le stesse squisite proporzioni, delle
quali non una andava perduta nonostante indossasse un vestito da viaggio
-era più piena e matura di quella della compagna.
Non appena le due donne furono sedute, il
loro accompagnatore saltò con leggerezza in sella, e i tre si
inchinarono a Webb che, dalla soglia del suo alloggiamento, attendeva
cortesemente che si avviassero; poi, girando i cavalli, procedettero con
il seguito a lenta andatura, verso la porta nord dell'accampamento.
Mentre coprivano quel breve tratto non si sentiva alcuna voce fra di
loro, ma una leggera esclamazione sfuggì alla più giovane delle donne,
quando il corriere indiano le scivolò vicino inaspettatamente ed
indicò la via lungo la strada militare che le stava davanti. Benché
questa improvvisa e sorprendente mossa dell'indiano non avesse fatto
emettere nessun suono all'altra, nella sorpresa ella lasciò che il velo
si aprisse, rivelando un'indescrivibile espressione di pietà,
ammirazione ed orrore, mentre i suoi occhi scuri seguivano gli agili
movimenti del selvaggio. Le trecce di questa dama erano di un nero
lucente, come le piume di un corvo. La sua carnagione non era scura, ma
piuttosto carica del colore di un sangue ricco, che sembrava pronto ad
infrangere ogni barriera. E tuttavia, non v'erano né volgarità né
bisogno alcuno di adombrare quel volto squisitamente regolare, dignitoso
e straordinariamente bello. Ella sorrise, come per compatire la propria
momentanea sbadataggine e in quel sorriso scoprì una fila di denti coi
quali il più puro avorio non avrebbe retto il confronto; nel ricomporre
il velo ella piegò il viso e continuò a cavalcare in silenzio, come se
i suoi pensieri fossero lontani da ciò che stava succedendo intorno a
lei.
II
Sola, sola, ahimè, oh sola!
Shakespeare
Mentre una delle gentili creature che
abbiamo così superficialmente presentato al lettore era persa nei suoi
pensieri, l'altra subito si riebbe dallo spavento che l'aveva indotta a
fare quell'esclamazione, e ridendo della propria debolezza, domandò al
giovane che cavalcava al suo fianco:
«Heyward, simili spettri sono frequenti
nei boschi, oppure questa apparizione è uno spettacolo speciale
ordinato appositamente per noi? In questo caso la gratitudine deve
chiuderci la bocca, ma se è vera la prima ipotesi, Cora ed io avremo
grande bisogno di fare appello a quel coraggio ereditario di cui ci
vantiamo, ancor prima d'incontrare il terribile Montcalm.»
«Quell'indiano è un ‹corriere›
dell'esercito e, stando al costume del suo popolo, può essere
considerato un eroe,» rispose l'ufficiale. «Egli si è offerto
volontariamente di guidarci al lago attraverso un sentiero poco
conosciuto che ci farà arrivare prima che non seguendo i lenti
movimenti della colonna, e quindi in modo più piacevole.»
«Non mi piace,» disse la dama con un
brivido che era in parte affettato, ma tuttavia di autentico terrore.
«Voi lo conoscete Duncan, altrimenti non vi sareste affidato tanto
facilmente alla sua guida.»
«Dite piuttosto, Alice, che non gli avrei
affidato voi. Lo conosco bene, altrimenti non avrebbe la mia fiducia,
almeno in questo momento. Si dice che sia canadese, ma ha prestato
servizio con i nostri amici Mohawks che, come sapete, fanno parte delle
sei nazioni alleate. Da quanto ho udito, egli è capitato fra noi per
qualche strano caso con cui ebbe a che fare anche vostro padre e nel
quale il selvaggio fu trattato severamente - ma ho dimenticato questa
storia senza importanza; è sufficiente che egli ora sia nostro amico.»
«Se è stato nemico di mio padre, costui
mi piace ancor meno!» esclamò la ragazza, ora veramente preoccupata.
«Non vorreste parlargli, Maggiore Heyward, in modo che io possa sentir
la sua voce? Per quanto ciò, forse sia sciocco, mi avete spesso sentito
sostenere che ho fiducia nelle inflessioni della voce umana!» «Sarebbe
inutile, e risponderebbe probabilmente con un'esclamazione. Benché sia
in grado di comprenderlo, egli finge, come la maggioranza del suo
popolo, di ignorare l'inglese, e meno che mai acconsentirà a parlare
ora che la guerra richiede fino al massimo grado l'esercizio della sua
dignità. Ma ecco che si ferma, senza dubbio il sentiero segreto deve
essere vicino.»
La supposizione del Maggiore Heyward era
esatta. Quando raggiunsero il punto dove si trovava l'indiano, si
cominciò a vedere uno stretto sentiero cieco che s'inoltrava nel folto
degli alberi: delimitanti la strada militare e sul quale poteva passare
una persona per volta anche se con un po' di disagio.
«Ebbene, ecco la nostra strada» disse il
giovane a bassa voce, «non mostrate diffidenza, o potreste provocare il
pericolo che, a quanto pare, avete fiutato.»
«Cora, cosa ne pensi?» domandò restia
la bionda Alice. «Se viaggiassimo con le truppe, benché potremmo
trovare fastidiosa la loro presenza, non ci sentiremmo forse più al
sicuro?»
«Essendo poco abituata a trattare coi
selvaggi, Alice, vi ingannate su dove sia il pericolo reale,» disse
Heyward. «Se i nemici hanno raggiunto il passaggio via terra, cosa del
tutto improbabile dato che i nostri esploratori sono ancora fuori,
saranno certo dietro la colonna, dove possono trovare cotenne in
abbondanza. La strada del distaccamento è nota, mentre la nostra,
essendo stata fissata un'ora fa, è ancora segreta.»
«Dovremmo diffidare di quell'uomo solo
perché i suoi modi non sono i nostri e la sua pelle è scura?»
replicò Cora freddamente.
Alice non esitò oltre, ma dando al suo
Narraganset un vigoroso colpo di frusta, fu la prima a spingere
violentemente da parte i ramoscelli dei cespugli e a seguire il corriere
nell'oscuro, aggrovigliato sentiero.
Il giovane considerò quella che aveva
parlato per ultima con aperta ammirazione e addirittura lasciò che la
compagna più bionda, ma certamente non più bella, proseguisse
incustodita, mentre egli apriva premurosamente il passaggio a colei che
era stata chiamata Cora. I domestici, evidentemente istruiti in
precedenza, invece di penetrare il folto del bosco, seguirono la
colonna, ed Heyward spiegò che questa misura era stata suggerita
dall'esperienza della guida, allo scopo di ridurre i segni del loro
passaggio nel caso che i selvaggi canadesi avessero di molto preceduto
il loro esercito e stessero in agguato. Per parecchi minuti l'intrigo
del sentiero non permise altro dialogo; dopo di che uscirono dal vasto
lembo di sottobosco che cresceva lungo la linea della strada maestra e
s'inoltrarono sotto le alte, buie volte della foresta. Qui poterono
procedere con meno interruzioni e la guida, nel momento in cui si rese
conto che le donne avevano il controllo delle loro cavalcature, si
portò avanti ad una andatura tra il trotto e il passo, tenendo una
velocità che manteneva i sicuri e singolari animali che esse
cavalcavano ad un ritmo sostenuto ma comodo. Il giovane si era girato a
parlare con Cora dagli occhi neri, quando un lontano scalpiccio di
zoccoli che risuonava sulle radici della strada accidentata gli fece
arrestare il cavallo, e poiché le compagne avevano tirato le redini nel
medesimo istante, l'intera compagnia si fermò per ottenere una
spiegazione all'imprevista interruzione.
Improvvisamente videro un puledro che,
simile a un daino, passava tra gli affusolati tronchi dei pini e, poco
dopo, apparve la goffa figura dell'uomo che abbiamo descritto nel
capitolo precedente che spronava la sua sparuta bestia ad una velocità
che essa poteva a mala pena sostenere senza scoppiare del tutto. Fino a
quel momento questo personaggio era sfuggito all'attenzione dei
viaggiatori. Se è vero che costui aveva il potere di trattenere uno
sguardo distratto quando, in piedi, esibiva tutta la sua statura, a
maggior ragione le sue grazie di cavaliere attiravano l'attenzione.
Nonostante la costante applicazione dell'unico sperone ai fianchi della
giumenta, il meglio che potesse ottenere da essa era un piccolo galoppo
delle zampe posteriori, al quale, nei momenti difficili, collaboravano
quelle anteriori, benché in generale queste si accontentassero di
trotterellare. Forse la rapidità dei passaggi da un'andatura all'altra
creava un'illusione ottica tale da ingigantire le possibilità della
bestia; è certo comunque che Heyward, nonostante la sua vasta
esperienza in fatto di cavalli, non fu in grado di giudicare quali
fossero i movimenti con i quali l'inseguitore dirigeva quel cammino
sinuoso sulle sue tracce, con ardore tanto cocciuto.
La destrezza e i movimenti del cavaliere
non erano meno degni di nota di quelli del cavallo. A ciascun
cambiamento nelle evoluzioni di quest'ultimo, l'uomo sollevava l'alta
persona sulle staffe, e così facendo produceva, per l'eccessivo
allungarsi delle gambe, una crescita e una diminuzione della sua
statura, tali da confondere qualsiasi supposizione che si potesse fare
sulle sue dimensioni. Se a ciò si aggiunge che, a causa
dell'applicazione «ex parte» dello sperone, una metà della giumenta
sembrava muoversi più in fretta dell'altra e che il fianco tormentato
veniva insistentemente fatto segno di sferzate della cespugliosa coda,
si completa l'immagine dell'uomo e del cavallo.
Il cipiglio che aveva aggrottato l'ampia,
maschia, fronte di Heyward, si distese gradualmente, e nel guardare lo
sconosciuto le sue labbra si sollevarono in un leggero sorriso. Alice
non fece nessuno sforzo abbastanza efficace per controllare la propria
ilarità mentre persino gli scuri occhi pensosi di Cora s'illuminarono
di una gaiezza che, si sarebbe detto, fu controllata più dall'abitudine
che dalla natura della proprietaria. «Cercate qualcuno qui?» Domandò
Heyward quando l'altro arrivò abbastanza vicino: «Spero che non siate
messaggero di cattive notizie.»
«Precisamente,» rispose lo sconosciuto
usando il copricapo triangolare di castoro in modo da creare un po' di
movimento nell'aria soffocante dei boschi e lasciando gli astanti
dubbiosi sulla risposta che avrebbe dato alla domanda del giovane;
quando si fu rinfrescato il viso ed ebbe ricuperato il fiato continuò:
«Ho sentito che state andando a William Henry; poiché anch'io viaggio
in quella direzione, mi sono detto che la buona compagnia poteva
convenire ai desideri miei e vostri.»
«Voi sembrate possedere il privilegio del
voto decisivo,» replicò Heyward, «noi siamo in tre, eppure avete
consultato solo voi stesso.» «Precisamente, il primo punto da
stabilire è di conoscere il proprio parere. Una volta sicuri di ciò -
e dove c'entrano delle donne la cosa non è facile - il passo successivo
è di conformarvisi: ho cercato di fare entrambe le cose.»
«Se andate al lago avete sbagliato
strada» disse Heyward altezzoso, «la strada maestra è ad almeno mezzo
miglio dietro a voi.»
«Precisamente,» replicò lo sconosciuto
per nulla scoraggiato da questa fredda accoglienza, «ho sostato ad ‹Edward›
per una settimana, e avrei dovuto essere muto per non domandare la
strada che dovevo prendere; e se fossi muto dovrei smettere di fare il
mio mestiere.» Dopo aver abbozzato un sorriso affettato come se la
modestia gli impedisse di manifestare più apertamente il suo
apprezzamento di un'arguzia completamente incomprensibile agli
ascoltatori, continuò: «Non è prudente per chiunque faccia la mia
professione essere troppo in confidenza con quelli che deve istruire,
per la qual ragione io non seguo le file dell'esercito; oltre a ciò
suppongo che un gentiluomo del vostro stampo ne sappia un bel po' in
fatto di strade; perciò ho deciso di unirmi alla compagnia in modo che
la cavalcata divenga più piacevole e per far parte della comitiva.»
«Una decisione assai arbitraria e
affrettata!» esclamò Heyward indeciso se dare sfogo allo sdegno
crescente o se ridergli in faccia. «Ma voi parlate di istruzioni e di
una professione, siete forse un ausiliario nelle forze coloniali come
istruttore nella nobile scienza di difesa e offesa, oppure siete di
quelli che disegnano linee ed angoli con la pretesa di spiegare la
matematica?»
Lo sconosciuto guardò l'interlocutore per
un momento con stupore; poi, abbandonando ogni segno di
autocompiacimento, con un'espressione di solenne umiltà, rispose:
«Quanto all'offesa spero che non ce ne sia da nessuna delle due parti e
con la difesa non ho nulla a che fare - per buona grazia di Dio non ho
commesso alcun considerevole peccato dall'ultima volta che ho chiesto il
Suo perdono. Non comprendo le vostre allusioni a linee e angoli, e
lascio le spiegazioni a coloro che sono stati prescelti per quel sacro
compito. Io non posso vantarmi di dote più alta che un po' di abilità
nell'arte di fare petizioni e ringraziamenti come si fa nei salmi.»
«Quest'uomo è evidentemente discepolo di
Apollo,» esclamò Alice divertita, «e lo prendo sotto la mia speciale
protezione. Via, liberatevi di quel cipiglio, Heyward, e per amore delle
mie orecchie curiose, permettetegli di viaggiare al nostro seguito.
Inoltre,» mormorò in fretta gettando un'occhiata a Cora che, un po'
discosta, seguiva lentamente i passi della silenziosa e accigliata
guida, «può essere un amico in più aggiunto alla nostra forza in caso
di bisogno.»
«Pensate proprio, Alice, che io mi sarei
fidato a far percorrere a coloro che amo questo passaggio segreto se
avessi supposto che poteva verificarsi una simile eventualità?»
«No, no, non penso questo adesso, ma
questo strano individuo mi diverte e se egli ‹ha musica nell'anima›,
non rifiutiamo sgarbatamente la sua compagnia.»
Ella puntò col frustino verso il sentiero
con fare persuasivo, mentre i loro occhi s'incontravano in uno sguardo
che il giovane non si sforzò di rendere più breve; poi questi si
arrese al gentile ascendente di lei, affondò gli speroni nella
cavalcatura e in pochi balzi fu di nuovo al fianco di Cora.
«Sono felice di incontrarvi, amico,»
disse la fanciulla facendo cenno con la mano allo sconosciuto di
avvicinarsi, mentre incitava il Narraganset a riprendere l'andatura.
«Parenti parziali mi hanno quasi persuasa che io stessa non sono
completamente priva di merito in un duetto, e noi forse possiamo
allietare il cammino indulgendo alla nostra occupazione preferita.
Potrebbe essere di notevole vantaggio per me, ignorante come sono,
ascoltare le opinioni e le esperienze di un maestro in materia.»
«È di sollievo per lo spirito e per il
corpo abbandonarsi alla salmodia nei momenti adatti,» replicò il
maestro di canto, ubbidendo senza esitare all'invito di lei, «e nulla
rasserena la mente più di una così consolante comunione. Ma alla
perfezione della melodia sono necessarie quattro voci insieme. Voi avete
tutta l'aria di possedere una morbida e ricca voce di soprano; quanto a
me posso, con speciali accorgimenti, sostenere la parte di tenore nel
migliore dei modi; ma ci mancano il contralto e il basso!
Quell'ufficiale del re, che ha esitato ad ammettermi alla sua compagnia,
potrebbe, a giudicare dai toni della voce in una comune conversazione,
soddisfare la seconda delle nostre esigenze.»
«Non giudicate troppo precipitosamente da
apparenze spicce e ingannevoli,» disse la dama con un sorriso,
«benché il Maggiore Heyward possa, a volte, assumere toni profondi,
credetemi, gli accenti della sua voce, si confanno meglio ad un tenore
dolce, piuttosto che al basso che avete udito.»
«Egli dunque s'intende di salmodia»
domandò l'ingenuo compagno.
Alice sentì che stava per mettersi a
ridere, tuttavia riuscì a reprimere lo scoppio d'ilarità prima di
rispondere: «So che è piuttosto dedito alle canzoni profane. I casi
della vita militare sono poco adatti ad incoraggiare inclinazioni più
sobrie.»
«La voce, come gli altri attributi è
data all'uomo perché ne faccia buon uso e non uno cattivo. Nessuno può
dire di avermi mai visto trascurare le mie doti! Sono contento che,
benché si possa dire che la mia giovinezza sia stata dedicata, come
quella del reale David, ad apprendere la musica, nemmeno una sillaba di
versi volgari abbia mai profanato le mie labbra.»
«Voi, dunque, vi siete dedicato
esclusivamente al canto sacro!»
«Precisamente. Poiché i salmi di David
superano ogni altro linguaggio, così la salmodia che è stata loro
adattata dai sacerdoti e dai saggi di quella terra, supera ogni vana
poesia. Fortunatamente posso dire di non cantare altro che i pensieri e
i desideri dei re d'Israele; e benché i tempi impongano qualche leggero
cambiamento, le versioni che usiamo nelle colonie della Nuova
Inghilterra superano talmente ogni altra versione, che per ricchezza,
esattezza e semplicità spirituale, si avvicinano quanto più possibile
alla grande opera dello scrittore ispirato. Non mi fermo mai in alcun
luogo, addormentato o sveglio, senza un esemplare di questa opera
mirabile. Si tratta della ventiseiesima edizione, promulgata a Boston,
Anno D. 1744, ed è intitolata: ‹I salmi, gli Inni e i Canti
spirituali del Vecchio e Nuovo Testamento, fedelmente tradotti in metri
inglesi ad Uso, Edificazione e Conforto dei Santi, in Pubblico e in
Privato, specialmente nella nuova Inghilterra›.»
Durante questo elogio del raro frutto dei
poeti del suo paese, lo sconosciuto aveva tratto il libro di tasca e,
inforcando un paio di occhiali cerchiati di ferro, aprì il volume con
una cura e una venerazione che ben si confacevano ai suoi santi
propositi. Poi senza circonlocuzioni né scuse, cominciò con la parola
«Standish» e, portandosi alla bocca la strana macchina già descritta
ne cavò un suono acuto e stridulo, seguito da uno di un'ottava sotto
che proveniva dalla sua voce, e cominciò a cantare le seguenti parole
in toni così pieni, dolci e melodiosi da sfidare la musica, la poesia e
persino gli scomodi movimenti della sua bestia mal guidata:
«Quanto è bello, oh mirate,
E quanto fa bene
Stare all'unisono col fratello.
E così il prediletto balsamo
Scendeva dalla testa alla barba:
Giù per la barba di Aronne che fluiva
Lungo le sue vesti.»
Nel declamare queste abili rime, lo
straniero si accompagnava con un ritmico alzarsi ed abbassarsi della
mano destra e lasciava che le dita indugiassero un momento sulle pagine
del volume, la sollevava poi di nuovo, con un tale ghirigoro dell'arto
che soltanto un iniziato poteva sperare di riuscire ad imitare. Si
sarebbe detto che la lunga pratica avesse reso necessario questo
accompagnamento delle mani, poiché esso non cessò finché le due
sillabe della parola che il poeta aveva scelto a chiusura dei versi, non
furono doverosamente pronunciate.
Tale novità nel silenzio e nella pace
della foresta non poteva non coinvolgere l'udito di coloro che
viaggiavano poco più innanzi. L'indiano bisbigliò a Heyward alcune
parole in un inglese scorretto, e questi, a sua volta interruppe
bruscamente lo sconosciuto, ponendo fine per il momento ai suoi sforzi
musicali.
«Anche se non ci troviamo in pericolo, la
comune prudenza ci dovrebbe insegnare a viaggiare attraverso questi
luoghi solitari nel modo più silenzioso possibile. Voi mi perdonerete
quindi, Alice, se sciupo il vostro divertimento domandando a questo
signore di rimandare il suo canto ad una occasione meno rischiosa.»
«Lo sciupate davvero,» rispose la
fanciulla maliziosa, «poiché non ho mai udito un miscuglio di
esecuzione e linguaggio peggiore di quello che stavo ascoltando, e mi
ero spinta in una dotta ricerca sulle cause di tale incompatibilità tra
suono e senso, quando avete rotto l'incanto di queste mie meditazioni
con quel vostro basso, Duncan!»
«Non so cosa intendiate con ‹mio basso›,»
rispose Heyward piccato, «ma so che la vostra sicurezza e quella di
Cora mi sono molto più care di qualsiasi concerto di Handel.»
Egli tacque, girò la testa con un
movimento brusco verso un folto d'alberi e gettò un'occhiata
circospetta alla guida che procedeva a passo tranquillo e con
indisturbata gravità. Il giovane sorrise tra sé perché gli era parso
di avere scambiato qualche luccicante bacca di bosco per gli occhi
scintillanti di un selvaggio in agguato, ma poi continuò a cavalcare e
riprese la conversazione che era stata interrotta da quel pensiero
vagante.
Il Maggiore Heyward si sbagliò soltanto nel lasciare che il suo giovanile e generoso orgoglio gli facesse allentare la vigile sorveglianza. La cavalcata aveva di poco superato i rami dei cespugli che formavano il sottobosco, che questi furono scostati con cautela, e un viso umano feroce quanto l'arte dei selvaggi e scatenate passioni umane potevano renderlo, scrutò le orme dei viaggiatori che si allontanavano. Un guizzo di gioia attraversò i lineamenti dipinti di scuro dell'abitante della foresta nel seguire le tracce delle vittime designate che, ignare, continuavano a cavalcare. Le lievi, graziose figure delle dame ondeggiavano fra gli alberi ad ogni curva del sentiero, seguite dalla virile figura di Heyward e, alla fine, l'informe persona del maestro cantore sparì dietro gli innumerevoli alberi che si ergevano in file scure nello spazio intermedio.