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Il vecchio e il bambino

 


 

di CLAUDE BERRI

 

Era novembre a Nemours. Avevamo lasciato Parigi perché‚ c'era

una guerra e noi eravamo ebrei. Mio padre era polacco e mia

madre romena. Erano pellicciai. Si amavano, e così nacqui io. Facevo

tutto quello che volevo e mi mettevo sempre nei pasticci. Era meraviglioso.

Mio padre, quando parlava di me, alzava sempre le braccia al cielo,

come per dire che lui non ci poteva fare nulla, e allora mia madre

sorrideva, come se mettendomi al mondo avesse voluto fargli uno

scherzo. Io ero felice, e anche i miei genitori erano felici, nonostante

tutti i guai che combinavo e benché‚ fossimo poveri. Si amavano, mi

amavano, e la nostra casa era sempre piena di amici.

Un giorno mio padre mi parlò con un tono di voce lontano, distante,

che non gli avevo mai sentito prima. Il suo viso era più bello del

solito, gli occhi più dolci. Mi disse che avrei dovuto essere più buono,

perché‚ c'era una guerra e perché‚ eravamo ebrei. Anche mia madre mi

parlò. Mi disse che la guerra era una cosa terribile e che l'essere

ebrei quando c'era una guerra era ancor più  terribile. Dovevo

essere buono, disse, altrimenti lei e papà sarebbero potuti morire.

Non volevo che i miei genitori morissero. Piansi e promisi di essere

buono come un angelo.

Malauguratamente, non ero abituato a essere buono.

A Nemours pioveva. La scuola era finita. Un soldato tedesco bighellonava

davanti alla vetrina di un negozio. Raggomitolati nelle nostre mantelline

col cappuccio, io e il mio amico Tibère stavamo progettando la nostra

scappatella. Per giorni avevamo sognato di avere un carro armato giocattolo

che avevamo visto in un negozio in via Voltaire. Tibère mi guardava le

spalle. Io feci il resto. Ci trovammo al commissariato di polizia quasi

senza accorgercene.

Il carro armato era lì, nel bel mezzo della scrivania del commissario.

Non riuscivamo a capire se il suo sorriso era maligno o gentile.

Eravamo terrorizzati. Ci nascondevamo nelle nostre mantelline. Tibère

piangeva, ma io, per la paura, non riuscivo nemmeno a piangere.

L'orologio suonò le sei, e fu come ricevere un pugno nello stomaco.

Arrivò il padre di Tibère che trascinò via con violenza il figlio.

Rimasi solo. Il commissario giocherellava con il carro armato e guardava

l'orologio.

Decisi che aveva premura, e che forse potevo sperare. Quando mio

padre arrivò gli lanciai uno sguardo disperato. Mostrò i suoi documenti

e il commissario gli disse che ero un discolo.

Pioveva a Nemours. Presi la mano di mio padre. Lui me la strinse

forte e io mi accorsi che tremava. Una pattuglia tedesca ci passò

vicina. I loro passi risuonavano nel silenzio della sera.

Allora vivevamo in una stanza che serviva da camera da letto, cucina

e negozio di pellicce. Di sera, un candelabro con sette candele

diffondeva una luce pallida sulle pareti imbiancate a calce. Non appena

fummo a casa, mio padre cominciò a sculacciarmi e mia madre

si mise a piangere. Soltanto il manichino sembrava capire che ero

addolorato per quello che avevo fatto. Promisi a me stesso che sarei

stato buono e accettai la mia punizione senza dire una parola. Poi mi

tirai su i calzoni.

- Una peste!-  Mio padre alzò le braccia al cielo in quel gesto

d'impotenza che di solito faceva sorridere mia madre. - Per un carro

armato. Per un giocattolo, avremmo potuto esser presi tutti.-  E si

lasciò cadere su una sedia, coprendosi il viso con le mani. Aveva un'aria

così infelice, che avrei voluto consolarlo.

- Calmati e mangia- gli disse mia madre.

- Non ho fame. Ci ha pensato tuo figlio a sistemarmi l'appetito. -

Io avevo fame e divorai la mia minestra. Era salata per le lacrime

che non riuscivo a trattenere.

Ci fu un silenzio che mi fece sentir meglio. Poi mio padre venne

a sedersi vicino a me e con voce dolce mi disse: - Vuoi farci arrestare

tutti? La nostra vita è troppo sicura, secondo te? Non è già abbastanza

dover avere paura del postino, del lattaio? Credi proprio che dobbiamo

anche attirare l'attenzione su di noi rubando? Perché‚ l'hai fatto? Ci

vuoi tutti morti?-  Lo abbracciai. L'idea che potesse morire,

e per colpa mia, mi terrorizzava. Mi prese in braccio. Mia madre

sparecchiò, lasciando il piatto di mio padre, che prima o poi mangiava

sempre.

- Pensi che non facciamo abbastanza sacrifici per te? Non ti ho

forse regalato un camion dei pompieri, e degli indiani; e non ti ho

fatto avere lezioni private di aritmetica e di ortografia? Dovevi

proprio avere anche un carro armato? -

Avevo pianto fino all'ultima lacrima e non riuscivo più a tenere

gli occhi aperti.

Mia madre mi porse il pigiama. Quella sera non dovette cullarmi

per farmi dormire.

Più tardi, fui svegliato da un incubo. Sebbene avessi paura, non

svegliai i miei genitori. Un raggio di luna entrava attraverso la finestra

e faceva un po' di luce nella stanza. Potevo scorgere mio padre e

mia madre che dormivano abbracciati come per infondersi coraggio

a vicenda.

Erano bellissimi. Dissi a me stesso che li amavo, e fu la prima volta

che me ne resi veramente conto perché‚ di solito non ci pensavo

mai, o forse perché‚ ci pensavo sempre. Questo pensiero mi consolò

e non ebbi più paura. Mi avvicinai a loro e li baciai teneramente. Poi

tornai a letto.

Il giorno dopo lasciammo la città. Avevo rubato un carro armato

e il commissario di polizia conosceva la nostra identità. Mio padre

non mi sgridò pi—, e in treno mi comportai bene. Adoravo i treni e

mi piaceva viaggiare: potevo restare per ore col naso incollato al

finestrino a guardare il paesaggio.

Era una giornata magnifica. Non mi rincresceva lasciare Nemours.

Promisi a me stesso che non avrei mai più rubato nei negozi. I miei

genitori mi sorridevano, tutti contenti di vedermi star buono. Il treno

si fermò a una stazione e mio padre mi comprò un sacchettino di caramelle.

Alla fine, quando fui stanco di guardare fuori, mi misi a osservare

la gente. Notai che tutti avevano un'aria triste e pensai che fosse

per via della guerra.

Annottava quando arrivammo a Caluires.

La casa che i miei genitori avevano affittato si affacciava su un

cortile grigio. C'erano dei bambini della mia età, e questo mi rallegrò

molto. Feci subito amicizia con Ren, un ragazzo di dodici

anni, di tre anni maggiore di me. Questo fatto parve preoccupare

un po' mio padre.

Caluires e Ren‚ mi piacevano: Ren‚ diventò mio amico e m'insegnò molte

cose. Giacché‚ ne sapeva tante, gli domandai che cosa pensava degli ebrei.

Non ne sapeva nulla e questo mi deluse. Secondo mio padre, essere ebrei

significava che si doveva essere buoni perché‚ c'era una guerra. Mi

chiedevo se questo non fosse un espediente per obbligarmi a comportarmi

bene. Comunque, i miei genitori erano felici. Ero stato buono per un mese

e non riuscivano a crederci. N‚ ci riuscivo io.

Sebbene non ci piacesse molto, Ren‚ e io stavamo fumando delle sigarette,

fatte con foglie di castagno, nel gabinetto in cortile.

La porta aveva un buco a forma di cuore. Il fumo usciva dal buco.

Improvvisamente, qualcuno bussò alla porta. Tossii. Ren‚ mi mise una

mano sulla bocca.

- C'è qualcuno? - Era la padrona di casa.

Soffocavo. Bussò più forte. - C'è qualcuno? Rispondete, se ci siete.

è lei, signor Langmann?-

Non ricevendo risposta, sbirciò dentro. - Sei tu, Ren‚? Apri! -

Gettammo le sigarette giùnel buco. La porta si aprì e apparve

l'indignata padrona di casa, che giurò di dirlo ai nostri genitori.

Comunque, ero stato buono per un mese.

A casa, mio padre mi spinse da una parte del tavolo, mettendosi

dall'altro lato. - Ma che cosa stavate facendo al gabinetto?-  Non

risposi. - Un disastro, un vero disastro un figlio come te. - Voleva

picchiarmi, ma la mamma lo fermò.

- Lasciami fare; voglio capire che cosa succede nel suo intimo.-

- Guarda te stesso e lo saprai. -

Mio padre ammutolì. Io ripresi coraggio. Disarmato, il babbo rinunziò.

- Guardala! Lo difende ancora! -

La mamma mi domandò: - Che cosa stavate facendo al gabinetto? -

- Giocavamo.-

I1 babbo alzò le braccia al cielo.

La mamma mi chiese affettuosamente: - Di' alla mamma che cosa

stavate facendo -.

Esitai, e poi risposi: - Fumavamo-.

Mio padre si lasciò cadere su una sedia. - Così, adesso fuma. -

Fu tutto quel che disse. Sembrava che avesse rinunciato a reagire.

Gli sedetti sulle ginocchia e gli promisi che sarei stato buono. Sorrise,

tristemente. Mi passò la mano tra i capelli come se non potesse fare

a meno di amarmi, nonostante tutto.

Ai miei compagni di scuola di Caluires piaceva giocare alla guerra. Per

loro la guerra era un gioco. Lì, sul forte tedesco, sventolava

la bandiera con la svastica. Mentre i soldati cambiavano la guardia,

noi aspettavamo il nemico acquattati tra i cespugli lì attorno.

Avevamo scelto quel posto per i nostri giochi perché‚ era più divertente.

Quando compariva il nemico cominciava la guerra, sotto gli

occhi divertiti delle sentinelle tedesche.

Il mio nemico, un ragazzetto grasso e miope, nella zuffa perse gli

occhiali. Gli tirai una piattonata con la sciabola di legno.

- Sporco ebreo! -

L'insulto fu come un'esplosione. Rimasi paralizzato, e non approfittai

del mio vantaggio. Le sue parole mi rimbombavano nelle orecchie.

Non capivo. Per me, lui era il ragazzo con cui giocavo un giorno

alla guerra, un altro a palline. Mi piaceva. "Sporco ebreo." Non

riuscivo nemmeno ad arrabbiarmi, ma piansi mentre camminavo lungo

la strada incassata che portava a casa nostra. Mi dissi che i miei

genitori avevano ragione, che la gente non amava la nostra razza, e

che doveva essere realmente pericoloso essere uno di noi. Specialmente

in tempo di guerra, come diceva papà, e specialmente se uno non

era un bravo ragazzo. Ripresi animo e inghiottii le lacrime. Per la

prima volta nella mia vita, mi sentii ebreo. Ma il mio cervello, che

era quello di un ragazzo di nove anni, non riusciva ancora a capire.

Sapevo solo che dovevo essere buono. E per la prima volta provai

un senso di forza e di verità.

Quella sera non avevo fame. Mio padre mi domandò che cosa era

successo e glielo dissi.

- Ma perché‚ credi che ti dica di tornare direttamente a casa da

scuola? Che bisogno hai di bighellonare?-

- Perché‚ voglio giocare.-

- Quando capirai che meno gente ci vede meglio è? Non sai che

ogni minuto rischiamo di esser presi? Non vuoi bene alla mamma?

Non vuoi bene a papà? -

Scoppiai a piangere.

- Che bisogno hai di giocare fuori? Non è meglio che tu faccia i

compiti? Che tu diventi il primo della classe? -

Alzai gli occhi cercando di trattenere le lacrime. - Non ho il diritto

di giocare come gli altri bambini? - Ero pervaso da una rabbia cocente.

- Dopo la guerra potrai fare ciò che vorrai. Potrai giocare anche fuori. -

Dissi a me stesso che forse dopo la guerra sarei stato troppo grande

per giocare. E se la guerra fosse durata cent'anni, come quella di

cui avevo sentito parlare a scuola? Mia madre cercò di farmi mangiare,

ma io rifiutai. Ne avevo abbastanza di rape. Inoltre ero triste.

- Lo faccio mangiare io.- Mio padre mi si sedette vicino.

- Raccontami di Mickey il Sarto, papà. -

Non c'era dolore che potesse resistere a una storia di Mickey il

Sarto. Per una sua storia ero capace di finire i compiti in anticipo,

di portare l'immondizia in cortile, persino di mangiare le rape. Mickey

il Sarto mi rimise in sesto. Lo adoravo. Faceva parte della mia vita.

Poich‚ erano anni che mi raccontava storie di Mickey il Sarto, mio

padre aveva pressocch‚ esaurito tutte le risorse del personaggio.

Attraverso le avventure di Mickey mi aveva raccontato la storia della

sua infanzia in Polonia, con le slitte e le bianche pianure, della sua

adolescenza a Parigi, dei suoi amici, delle sue lotte, di come aveva

incontrato mia madre e di come si erano innamorati l'uno dell`altra.

Attraverso Mickey il Sarto avevo imparato tutto della lealtà, dell'amore

e della tenerezza. Attraverso le sue avventure avevo imparato

che l'amicizia è una cosa molto seria, che il coraggio è una virtù

necessaria, che riuscire dà gioia e che nessuna conquista è definitiva.

Mickey mi aveva insegnato a notare gli odori della campagna, o un

raggio di sole sul tavolo dove mia madre stava stirando. Ciò che gli

altri imparano dai libri o dalla vita, Mickey il Sarto me lo aveva

insegnato attraverso la magia dell'amore di mio padre.

- Mickey il Sarto aveva un figlio come te, che non voleva mangiare

le rape senza fare storie, e che non dava retta al papà e alla mamma:

un figlio che gli dava un sacco di preoccupazioni. Mickey il Sarto non

sapeva che fare perché‚ si comportasse bene, perché‚ capisse la situazione.

- Mickey il Sarto era ebreo?-

- Naturalmente.-

- E anche suo figlio? -

- Naturalmente. -

Mangiai le rape e ascoltai con attenzione. Mio padre sembrava contento.

Doveva aver fatto affidamento su Mickey il Sarto per farmi capire una

volta per tutte "la situazione", come la chiamava lui.

Quella sera, andando a letto, promisi a me stesso che sarei stato

veramente buono. La guerra non sarebbe durata in eterno. E dopo

avrei potuto giocare. I miei genitori mi diedero il bacio della buona

notte e poi andarono a trovare la loro amica Raymonde, che abitava

a pian terreno.

Fui svegliato dalle sirene, e rimasi paralizzato nel letto. Quasi

subito mia madre si precipitò in camera mia e mi prese in braccio.

Silenziosamente, mi strinsi contro il calore del suo corpo e scendemmo

le scale.

Lontano stavano cadendo le bombe. Un raggio di luna penetrò attraverso

la presa d'aria e illuminò la cantina. Alcune donne pregavano. Altre

piangevano. Alcune erano molto coraggiose. Gli uomini parlavano della

guerra. Io non avevo paura. Avevo lì mio padre e mia madre e c'era

la loro amica Raymonde. Aveva delle rughe sul viso ma era bellissima.

Infine, l'urlo della sirena annunziò la fine dell'allarme e io affondai

il viso nel collo di mia madre finch‚ il rumore cessò. Fuori la notte

era chiara, e tornammo tutti nei nostri appartamenti.

I miei genitori mi dissero che erano preoccupati per me e che

avevano accettato l'offerta della signora Raymonde di portarmi in

campagna a vivere con suo padre: dicevano che era un vecchio simpatico.

Il pensiero di lasciare i miei genitori era insopportabile, e gli ultimi

giorni prima della partenza non andai fuori a giocare. Volevo

sfruttare quanto più possibile il tempo che ancora mi restava. Ma

non mi lamentai. Ero un uomo, ormai. Strinsi i denti, e non permisi

che mi vedessero piangere. I miei genitori dissero che in campagna

sarei stato felice e che alla fine della guerra sarebbero venuti a

riprendermi. Si congratularono per il mio coraggio, e mio padre mi disse

che Mickey il Sarto sarebbe stato fiero di me.

A Caluires pioveva e faceva freddo. Eravamo in gennaio. Ecco il

treno: avevo il cuore pesante. I soldati tedeschi segnavano punti verdi

tra la folla. La gente era triste. Mi dissi che, quando fossi stato

grande, non sarei mai andato in guerra, e che se tutti avessero fatto lo

stesso non ci sarebbero stati più ragazzini in piedi sul marciapiede di

una stazione a dire addio ai loro genitori.

Raymonde era nello scompartimento a sorvegliare i bagagli, e io

sul marciapiede con i miei genitori. Mia madre teneva gli occhi fissi

davanti a s‚, come se avesse timore di guardarmi, timore di perdersi

di coraggio. Alcuni soldati tedeschi passarono proprio accanto a noi.

Mio padre mi prese in braccio: - Sai come ti chiami?-

- Sì, papà: Claude Longet.-

- No, non Longet, Longuet. Capito? Longuet. è facile. -

- Sì, papa.-

- Come si scrive Longuet?-

- L-O-N-G-E...-

- No: LONGUET! Longuet.-

Mio padre mi rimise a terra e mia madre si chinò su di me.

- Stai attento, tesoro. Sulla tua tessera delle razioni c'è scritto

Longuet. Longuet! -

Trattenni le lacrime. Mi chiedevano troppo. Mio padre ricominciò.

- Alla tua età devi saper scrivere il tuo nome!-

- Sì, ma non è il mio nome.-

- Fino alla fine della guerra sarà il tuo nome, capisci? -

La gente si affrettava. Dall'altoparlante una voce disse: - Tutti i

passeggeri del treno per Grenoble... -

La mamma mi prese in braccio e mi strinse tanto forte che mi

fece male.

- Dopo la guerra riavrò il mio nome? -

- Sì, tesoro mio. Dopo la guerra il tuo nome sarà di nuovo Langmann,

per sempre. -

La sua voce suonava strana. Mi mise tra le braccia di mio padre

e guardò di nuovo fisso davanti a s‚. Mio padre s'incamminò verso lo

sportello del vagone. - Ti ricordi la preghiera che ti ha

insegnato Raymonde?-

- Sì, papà.-

Racimolai tutto il coraggio che ancora avevo e mormorai: - Padre

nostro che sei nei Cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo Regno,

così in Cielo come in Terra... - Mi mise sul predellino del vagone.

- Dacci... - Mi fermai. Non potevo continuare.

Mio padre mi guardò con aria supplicante. - Dacci... cosa? -

Mi dissi che avrei avuto tutto il tempo in treno per ripassare la

preghiera e le altre strane cose che Raymonde mi aveva insegnato

sulle chiese. Dissi: - Dammi un bacio-.

Mi baciò. Poi venne Raymonde e mi fece montare sul treno. Stavo

al finestrino dello scompartimento, tenendomi la testa tra le mani.

Mio padre e mia madre erano lì abbracciati. Ora non avevano pi—

che se stessi e sembravano paralizzati dal dolore. Erano bellissimi e

pensai a quanto li amavo. Agitai il braccio verso di loro in segno di

conforto. Fu allora che le lacrime arrivarono, e il treno cominciò a

muoversi. Mio padre si lanciò in avanti. Frugò nelle tasche e corse

porgendomi il suo orologio attraverso il finestrino. Poi smise di correre

e mi salutò da uomo a uomo. Il treno fischiò. I miei genitori scomparvero.

Avvicinai l'orologio all'orecchio e fu come se sentissi il cuore

di mio padre.

Durante il viaggio, Raymonde mi fu di grande conforto. Era come avere

ancora con me un pezzettino dei miei genitori. Mi fece ripetéere

il "Padre Nostro" e m'insegnò che cos'era la messa. Dormii

durante quasi tutto il viaggio, tanto ero stanco.

Ricordo che, mentre salivamo lungo il sentiero che portava alla

casa di suo padre, Raymonde mi fece ripetéere di nuovo le preghiere

e compitare il mio nuovo nome. Avevo imparato bene la mia lezione,

e questo la rassicurò. Un coniglio terrorizzato ci sgusciò tra le gambe.

La campagna odorava di buono e per un momento mi sentii felice.

Il padre di Raymonde era enorme e curvo, sia per l'età sia per l'altezza.

Un superbo paio di baffetti gli copriva le labbra. I suoi occhi

erano sornioni e maliziosi, con nel fondo uno scintillio infantile.

Non era bello, ma mi dissi che era così vecchio che non poteva essere

cattivo. Aveva orecchie grandi e pelose, sporgenti. I1 suo naso

era flaccido, e la mascella appesantita da un doppio mento. Ma erano

le sue braccia che veramente mi affascinavano. Non avevano fine. E

giacché‚ camminando s'incurvava, sembrava quasi che toccassero il

suolo. Mi ricordava l'animale che più di tutti mi era piaciuto al

giardino zoologico: un vecchio gorilla. Forse, fu proprio a causa di quel

gorilla che il vecchio non mi fece paura. Era a questo che stavo

pen  sando quando chiese il mio nome. - Mi chiamo Claude, signore,

Claude Longet. - Lo compitai: - L-O-N-G-U-E-T -.

L'uomo mi guardò con i suoi vecchi occhi. - Si scrive Longuet e si

pronuncia Longet? -

Mi sembrò sospettoso e mi accorsi del mio errore. Sentii un brivido

di paura ma decisi di sostenere il mio punto.

- Sì, signore. - Mi sorrise ed ebbi paura che volesse saperne di pi—.

- Chiamami P‚p‚. -

Più tranquillo, gli ricambiai il sorriso.

M‚m‚ era una vecchia donna con una faccia grinzosa come una

mela appassita. Sembrava l'opposto del vecchio. Lui la dominava,

ma lei lo trattava come un bambino, sebbene fosse abbastanza furba

da non lasciare che lui se ne accorgesse. Capii immediatamente che

sarebbe stata buona con me. Eppure intuii che quel vecchio e la moglie

non erano felici. E pensai ai miei genitori, che come sapevo erano

una sola persona.

Kinou, il vecchio cane, faceva parte della famiglia, e quando andammo

a tavola vidi che c'era un posto apparecchiato per lui, vicino al

vecchio, che gli annodò una bavagliola attorno al collo.

- Kinou non è più tanto giovane, sai. Ha compiuto quindici anni

il mese scorso, il diciassette dicembre. Che festa abbiamo fatto, vero

Kinou? Sette volte quindici. Quando aveva la tua età saliva i gradini

a quattro a quattro. Avresti dovuto vederlo. -

- Perché‚ sette volte quindici? -

Il vecchio agitò la mano stancamente, poi portò il cucchiaio al

muso di Kinou. - Le cose stanno così. Per ogni anno che viviamo

noi, un cane ne vive sette. - Era triste. Pensai che amava il suo cane,

e questo me lo rese più simpatico. Notò l'espressione del mio

viso e credo che capisse.

M‚m‚ portò in tavola un profumatissimo stufato di coniglio. Mi

venne l'acquolina in bocca. Era tanto tempo che non mangiavo del

coniglio. Il vecchio era vegetariano, e invece dello stufato mangiò un

piatto di verdure. Mi lanciò uno sguardo di rimprovero, ma io cominciai

a mangiare avidamente senza prestargli attenzione. Il silenzio

era assoluto. Finalmente il vecchio disse: - Io rispetto la vita. Che

scopo c'è a stare tutto il tempo attorno ai preti se non si ha alcun

rispetto per la vita? -

M‚m‚ e Raymonde si scambiarono sguardi d'intesa. A malincuore

M‚m‚ fece la parte della vittima. - Vedi, tuo padre non è cambiato.

Mi critica sempre. Siamo fortunati ad avere dei conigli nostri, se no

che cosa mangeremmo?-

- Verdura. -

M‚m‚ alzò le spalle. - Rape, scorzonera. è tutto quello che si trova

in città. Cibo da maiali. -

- è colpa mia se c'è una guerra?

Raymonde intervenne:

- Non sarà colpa tua ma neanche del ragazzo, papà. Perciò lascialo

mangiare in pace -.

Osservavo il vecchio, e ascoltavo attentamente ciò che diceva. Sembrava

veramente sconvolto.

- E non riuscite a capire di chi è la colpa. Loro stanno belli sicuri

a Londra o da qualche altra parte. Non sanno che cosa sia il

razionamento. Non ricevono bombe in testa, i veri colpevoli. Sono

loro che le gettano. E in che modo, poi! Quando mirano alla stazione,

distruggono la chiesa. Quando mirano alla chiesa, distruggono la stazione.-

- L'importante è che non cadano su di te - lo interruppe Raymonde.

- Ma ci mancherebbe altro!-  Il vecchio era veramente indignato,

e Raymonde sorrise.

Anche M‚m‚ intervenne: - Chi ti ha detto che mirano alle chiese? -

P‚p‚ la guardò con indulgenza. - Certo non mirano alle sinagoghe! -

Rizzai le orecchie. Raymonde mi guardò affettuosamente. - Papà! -

Il vecchio aggrottò le sopracciglia e divenne sarcastico. - Oh, scusami!

Mi dimenticavo che a te piacciono. Quanti erano gli ebrei nel

trentanove su quaranta milioni di francesi? Il tre per cento. E quanti

ce n'erano al governo? L'ottanta per cento. E ti chiedi chi sia

responsabile del bombardamento delle chiese? -

La sua indignazione era genuina, e io ebbi paura. Ma il sorriso

divertito di Raymonde mi rassicurò. E poi suonò la sveglia.

- è ora-  disse P‚p‚ alzandosi da tavola. Dirigendosi verso la radio,

mi passò le dita fra i capelli con sincero affetto. Sopra la radio

era appesa una fotografia del maresciallo P‚tain. Il vecchio riempì

la pipa mentre l'annunciatore presentava un signore di nome Philippe

Henriot. Aveva una bella voce, ma gli ebrei non gli piacevano.

Andai a letto in una camera del piano di sopra, tutta per me. M‚m‚

ascoltò la mia preghiera, mi diede un bacio, e mi augurò la buona

notte; ma io non mi addormentai subito. Non riuscivo a capire che

cosa succedeva nella testa della gente. Perché‚ a P‚p‚ non piacevano

gli ebrei, sebbene adorasse il suo cane? E quel signor Henriot, che

aveva una così bella voce, che aveva contro di noi? E che differenza

poteva fare per il ragazzino grasso con cui mi ero azzuffato a scuola

se ero ebreo? Soltanto perché‚ delle persone non mi piacevano, non

voleva dire che avessi qualcosa contro di loro. Non tutti possono

piacerti. Chi ti piace, ti piace, e gli altri sono come sono, ed è così

che stanno le cose. Se tutti fossero stati come Mickey il Sarto, le cose

sarebbero state molto più semplici.

Non riuscivo ad addormentarmi e scrissi ai miei genitori.

Carissimi papà e mamma,

P‚p‚ è molto simpatico, ed anche M‚m‚. C'è un canecehe si chiama Kinou

che mangia a tavola con noi. Ho mangiato del coniglio.

Era molto buono. Nella mia camera, sopra il letto, c'è un signore

senza vestiti su una croce e dei fiori sui muri. Non sono troppo

triste e vi voglio bene.

Claude

Ero tristissimo. Sentivo la mancanza dei miei genitori. Mickey il

Sarto non era più lì con me. I1 vento scuoteva i vetri della finestra.

Ero solo e avevo freddo. Abbracciai il cuscino come se fosse stato

una persona. Cercai la faccia dei miei genitori tra i fiori alle pareti.

Tentai di non piangere, lottando contro una sensazione di vuoto.

Continuai a ripetéermi che la guerra un giorno sarebbe finita e che sarei

stato di nuovo felice. Alla fine il sonno mi vinse.

M‚m‚ aprì le imposte, e fui svegliato dalla luce del giorno. - è ora

d'alzarsi, coniglietto! -

Dapprima non capii dov'ero. Poi ricordai. Mi alzai, mi vestii e feci

il mio letto. Mi fu penoso farlo. Mi ricordai del modo in cui mia

madre lisciava le lenzuola bianche con la palma della mano. I gesti

più comuni mi ricordavano i miei genitori. La loro assenza me li

rendeva ancor più cari, e sapevo che sarebbe stato molto duro vivere

senza di loro fino alla fine della guerra. "Come fai il tuo letto, così

ci dormirai" soleva dire mio padre. E quando guardai come avevo fatto

il mio, seppi che quella notte avrei dormito male.

Scesi nella cucina, che dava sul giardino. Stava piovendo, e si sentiva

nell'aria l'odore della terra. M‚m‚ posò sul tavolo una grossa

ciotola di latte e del pane e burro. Decisi che, sebbene il cibo fosse

molto migliore in campagna che non in città, avrei preferito mangiare

rape coi miei genitori. Comunque, mangiai volentieri la colazione.

Quando ebbi finito, M‚m‚ mi porse un vassoio e mi pregò di portarlo

su nella camera di P‚p‚, che prendeva sempre il caffè a letto.

Il vecchio sedeva in pompa magna, appoggiato ai cuscini, al centro

di un grande letto campagnolo. Indossava un camicione, e un berretto

da notte gli pendeva su un orecchio. Kinou gli era accanto. Appeso

sopra il letto c'era un suo ritratto in uniforme da zuavo. Il vecchio

mi salutò con un suono di tromba, che imitò mettendo le mani

una accanto all'altra davanti alla bocca. Era comico, ma non avevo

voglia di ridere.

- Ebbene, Kinou? Niente di nuovo? La notte è stata tranquilla? -

Kinou si stava leccando. Non capivo come si potesse dormire con un

cane, specialmente con uno grosso come Kinou. Appoggiai il vassoio

sul letto. Il vecchio sembrava soddisfatto di s‚. Era facile capire che

era abituato a esser servito. Mi dissi che doveva essere egoista e che

mio padre non avrebbe mai permesso a mia madre di portargli il caffè

a letto. Il vecchio esaminò la sua ciotola di caffè e latte e fece una

smorfia.

- Hum. è un po' nero, oggi. Domani dirai a M‚m‚ di mettere un

po' più di latte. Ricordati. -

Mi annoiava, con le sue pretese. Eppure era divertente. Kinou abbaiò

e il vecchio gli diede un pezzo di pane e burro. Dalla cucina saliva

un odore di soffritto. M‚m‚ era ai suoi fornelli. Ed era ora di scuola.

M‚m‚ disse che non potevo sbagliarmi. Dovevo solo seguire la

strada che passava dietro la casa. Pioveva ancora, la stessa pioggerella

sottile ma costante di Nemours e di Caluires. Bastava già questo

a rendermi triste. E avevo paura di quello che sarebbe successo a

scuola. Mi domandavo se l'insegnante sarebbe stato un maestro o una

maestra e se lui o lei sarebbero stati simpatici. Mi domandavo se me

ne avrebbero voluto per il fatto che ero ebreo. Mi domandavo com'erano

i ragazzi di campagna. Promisi a me stesso che avrei studiato,

che sarei stato il primo in tutto per far piacere ai miei genitori.

Inoltre, se avessi studiato molto, non avrei avuto tempo di esser triste.

La scuola era situata in una piazzetta con un albero di sicomoro

e una fontana. Mi sedetti su un muro un po' lontano dai ragazzi e

dalle ragazze, che mi guardavano parlottando a voce bassa. Arrivò la

maestra. Pensai che assomigliava a un'anguilla nera. I suoi occhi, i

capelli, il vestito, tutto era nero. Papà e io avevamo spesso giocato

al gioco delle somiglianze tra persone e animali. Ne avevo ancora

l'abitudine. Le anguille non mi piacevano molto: ti guizzano tra le

dita e sono viscide. La maestra mi si avvicinò. Persino il suo sorriso

m'innervosiva. Avevo l'impressione che mi avrebbe fatto qualche scherzo

crudele. Mi domandò come mi chiamavo.

- Longuet, signora. - Lo compitai con cura: - L-O-N-G-U-E-T- .

Non avevo sbagliato, ed ero fiero di me. I ragazzi della scuola avevano

preso coraggio ed erano lì, attorno a noi. La maestra fece una

risatina cattiva: - Ma che nome buffo! -

Attorno a me ci fu uno scoppio di risa. Guardai per terra. Era

vero che era un nome buffo. Ma che potevo farci? C'era una guerra

e io ero ebreo. Il mio vero nome era Langmann, un nome grande,

bellissimo, caldo, il nome di mio padre, il nome che lui aveva dato

a mia madre il giorno in cui si erano sposati, il nome che aveva dato

a me il giorno in cui ero nato, il mio nome di prima della guerra.

Avevo voglia di urlarlo.

Quando alzai lo sguardo, incontrai gli occhi di una bambina. Era

bionda, e i suoi occhi azzurri erano trasparenti come l'acqua. Le sue

piccole labbra erano come ciliegie. I1 suo viso era molto pallido. Era

così fragile nelle sue grosse scarpe di legno e nei suoi ruvidi vestiti,

che sentii il desiderio di proteggerla. Mi guardava con tenerezza.

La maestra batt‚ le mani e andammo in classe. Senza pensare, mi

sedetti vicino alla bambina. L'aula aveva lo stesso odore di quelle

dov'ero stato già prima, odore d'inchiostro e di plastilina. La grossa

stufa ronzava, e faceva caldo. Mi sentii meglio, anche perché‚ ero

vicino alla bambina. Le domandai come si chiamasse.

- Dinou.- Mi piacque il suono del nome, e lei dicendomelo sorrise.

Ero felice. Tirai fuori il mio astuccio delle matite, il quaderno

tutto. Ero ansioso di sapere se la lezione sarebbe stata di storia o di

aritmetica, e speravo che fosse di storia perché‚ mi piaceva moltissimo.

La maestra venne verso di me. Il suo sorriso mi rendeva nervoso.

Quando mi fu vicino mi afferrò per i capelli brandendo una

macchinetta tosatrice che aveva estratto dalla tasca del grembiule.

- Vediamo se il parigino ha i pidocchi. -

Non mossi un muscolo. Ero come un uccello di fronte a un serpente.

Poi mi lasciò andare e ricominciai a respirare. - Beh, per oggi

penso che puoi stare così. Non vuoi essere rapato, vero? -

- No, signora.-

Fu allora che mi accorsi che c'erano degli allievi la cui testa era

completamente rapata. A1 vederli mi sentii agghiacciare. Improvvisamente,

una pallina di carta masticata mi colpì il viso. Mi girai. Una delle

teste rapate era felice della sua impresa. La maestra continuò la sua

ispezione.

Un ragazzo mi sfidò: - Parigino, fifone cittadino- .

Un altro continuò: - Parigino, ocone e cretino-.

Credevano di essere spiritosi. La rabbia mi fece passare la tristezza.

La crudeltà stava assumendo un'altra forma. Non stavano tormentandomi

perché‚ ero ebreo, ma perché‚ ero di Parigi. A Parigi, se fossi

stato della campagna, mi avrebbero chiamato zoticone. Dove sei Mickey

il Sarto, mi domandavo, tu che mi hai insegnato ad apprezzare la bellezza

della vita? Quando tornerai a parlarmi degli uomini e dell'amore?

Dinou intuì il mio umore. Mi domandò come mi chiamavo. Era il suo modo

di aiutarmi.

Dopo la scuola andai col vecchio in un bosco a monte della

casa. Aveva smesso di piovere, e il pomeriggio era piuttosto bello.

P‚p‚ arrotolò una sigaretta con una calma che mi fece sentire in pace

con me stesso. Avevamo già riempito una carriola di legna morta, e

c'eravamo seduti su un vecchio tronco per riposarci. Scorgevamo il

villaggio sotto di noi. Il fumo usciva dai camini delle case. Il vecchio

stava sognando a occhi aperti della sua giovent—. E, anche per lui,

la gioventùsignificava guerra. Mi domandai perché‚ ne parlasse con

rimpianto. Indubbiamente, rimpiangeva tutta la sua giovinezza. Scosse

il capo.

- No, ragazzo mio, non sto esagerando. Centottantaquattro - avresti

dovuto vederli - senza contare quelli che si nascondevano nei risvolti

dei miei pantaloni. Anche il Maresciallo aveva i pidocchi, proprio

come noi! - Quando parlava di P‚tain la sua voce era carica

di emozione. Il suo sguardo era lontano come i suoi pensieri.

Accese la sigaretta. - Anche il loro prezioso de Gaulle, del

trentatreesimo fanteria, a Douaumont, dovette scuotere le sue lunghe

brache come tutti gli altri!-

Questo ricordo lo rese allegro. Rise. Mi domandai perché‚ i pidocchi

di P‚tain gli facevano venire le lacrime agli occhi e quelli di

de Gaulle lo facevano ridere. Decisi che doveva amare uno e non l'altro.

Dopo alcuni momenti di silenzio, il vecchio disse: - La cosa buona dei

pidocchi è che non rispettano i gradi-. Da ciò ne dedussi che aveva

il senso della giustizia. Ma il motivo per cui non gli piacessero

gli ebrei restava misterioso. Kinou abbaiò.

- E va bene Kinou. Andiamo. -

Il vecchio aveva parlato a voce bassa, e capii che avrebbe voluto

restare; ma non sapeva rifiutare niente a Kinou. Mi posò una mano

sulla spalla con un gesto affettuoso e mi sorrise. Si alzò e io lo seguii;

Kinou ci faceva strada. La bruma era calata sulla valle, e il villaggio

era scomparso.

Nel mio letto quella sera faceva un bel calduccio, e non ero tanto

triste. Mi sentivo più vicino al vecchio, e poi c'era Dinou. Ero alle

prese con un sentimento che non avevo mai provato prima. Non

aveva nulla a che fare con quello che provavo quando ero coi miei

genitori o quando pensavo a loro. E non aveva niente a che fare col

piacere che sentivo ripensando al mio miglior amico o stando con

lui. Mi ricordava invece quello che provavo quando andavo sulla

giostra e questa acquistava velocità. Mi sembrava come se il mio cuore

perdesse i colpi. Non capivo cosa mi stava succedendo e di nuovo

desiderai che Mickey il Sarto fosse lì con me.

Il giorno dopo, il vecchio e io accompagnammo Raymonde alla

stazione. P‚p‚ le disse che aveva saputo da suo figlio Victor che lei

riceveva gli ebrei in casa sua. Le disse che era una pazzia. Avevamo

perso la guerra e dovevamo accettare il fatto che ogni resistenza era

vana e non poteva che peggiorare la situazione. Dovevamo seguire

l'esempio di P‚tain. La collaborazione coi Tedeschi era l'unica cosa

possibile. Gli ebrei avevano regnato abbastanza a lungo. Dopo aver

ucciso GesùCristo, avevano ucciso la Francia.

Raymonde si arrabbiò terribilmente e disse che invece di fare tante

chiacchiere Victor avrebbe fatto meglio a unirsi alla resistenza. Disse

che era una vergogna non prender posizione, che preferiva persino

i collaborazionisti. Quanto a suo padre, gli consigliava di dimenticarsi

della politica, alla sua età.

Improvvisamente, mi prese in braccio, mi strinse forte e mi disse:

- Starai bene qui con P‚p‚ e M‚m‚-.

Mi rimise a terra, prese in fretta dalle mani del padre il suo canestro

con tre bei conigli e se ne andò. Ero terribilmente scosso. Capii

che si vergognava di suo padre e pensai che dev'esser terribile non

provare rispetto per i propri genitori. Ma il vecchio non capiva.

- Ma che cos'ho detto? Che cos'ho detto?-

Non dissi nulla. Intuivo la sua umiliazione. Capivo che era ancor

più bambino di me, e non avevo paura di lui nonostante le sue idee.

Ogni sera prima di andare a letto, facevamo una passeggiatina

con Kinou. Una sera limpidissima, Kinou manifestò segni di nervosismo.

Girava intorno a un albero ma non riusciva a decidersi. Il

vecchio si accovacciò vicino al cane e lo accarezzò. - Che cosa c'è

piccolo mio? Li senti? Povera bestiola. Le incursioni aeree lo fanno

star male. Puoi esserne certo. Stanotte certamente bombarderanno.-

Io pensavo che Kinou aveva certamente ottime orecchie, perché‚

udii il ronzio quasi impercettibile di un aeroplano. Quando anche il

vecchio lo udì, si fermò di colpo, e mi disse con un certo orgoglio:

- Non te l'avevo detto? Con Kinou non c'è bisogno della sirena-.

E, come se l'ammirazione per il cane avesse cancellato buona parte

dei suoi timori, si mise a camminare con un passo più allegro.

Quando arrivammo a casa, il fuoco scoppiettava nel caminetto.

P‚p‚ si mise le pantofole e mi chiese di portargli la pipa e il tabacco.

Kinou si distese davanti al fuoco, con la testa sulle zampe. M‚m‚

cuciva vicino al lume. Mi sedetti sulla mia piccola panca e presi ad

accarezzare Kinou. Sentivamo il rumore degli aerei. Il vecchio mi aveva

spiegato che i bombardamenti avvenivano a diversi chilometri di

distanza e che non dovevo aver paura. Dopo poco il suono sordo

delle esplosioni ci giunse alle orecchie. Stavo in piedi vicino alla

finestra e pensavo che a pochi chilometri di distanza c'era gente

che moriva.

Il vecchio tirò una boccata dalla pipa. - Se ti lasci sopraffare da

tutti gli orrori di questa guerra, non ce la farai a resistere, piccolo

mio. Non ne vedrai la fine.-

Poi le luci si spensero.

- Buon Dio! Ci mancava solo che se ne andasse la luce! Che notte! -

M‚m‚ accese la lampada a petrolio: in lontananza, la battaglia infuriava.

Nella notte fui svegliato dal suono di voci agitate. Mi precipitai

nella camera del vecchio. P‚p‚ stava accarezzando Kinou, che era

disteso sul letto. - Non piangere Kinou, sono cose che capitano a tutti! -

Capii che Kinou aveva fatto una brutta cosa. Il vecchio lo scusò

con me: - In genere, fa a tempo ad avvertirci -.

Poi, con una violenza che non gli avevo mai vista, balzò fuori del

letto e si precipitò alla finestra, spalancandola. Gli aerei rombavano.

Mostrò loro il pugno, urlando: - Sporchi vigliacchi! è facile esser

lass—! -

Poich‚ il vento era freddo, chiuse la finestra e tornò da Kinou.

- Un bel giorno faranno saltare in aria tutto il mondo con le loro

bombe. - La sua indignazione era sincera, e sentii pena per lui. Tornai

in camera mia e restai a lungo disteso sul letto, a fissare il ritratto

dei miei genitori sul comodino da notte. Non riuscivo a riaddormentarmi.

Attraverso la finestra della camera vedevo il cielo in fiamme,

e pensavo agli uomini e alle donne che stavano morendo sotto quel

fuoco che cadeva dal cielo. Tutto quel trambusto attorno a Kinou

sembrava ridicolo. Mi dissi che gli adulti non erano ragionevoli.

Il giorno dopo era domenica. Il vecchio aveva indossato il vestito

nero. Si era messo anche un cappello nero. La domenica M‚m‚ l'obbligava

a mettersi in ghingheri, e questo a lui non garbava. Borbottava:

- Ebbene, andiamo alla tua messa? -

Poi arrivarono Victor e sua moglie Suzanne, e tutti insieme andammo

in chiesa. Giacché‚ non ero mai stato in una chiesa, ero molto

curioso di vedere tutto quello che Raymonde mi aveva raccontato.

Prima di tutto, odorava di buono. L'odore dell'incenso mi piacque

moltissimo. La gente cantava belle canzoni e tutti erano ben vestiti.

C'erano statue di donne bellissime, e la Vergine Maria, con la sua

corona, assomigliava a Dinou.

Il prete indossava una sottana, ma aveva una faccia buona. Stava

in piedi tra due ragazzini vestiti come bambine. La gente passava il

tempo ad alzarsi e sedersi, e io l'imitai, come Raymonde mi aveva

detto di fare. Kinou andava avanti e indietro per la navata centrale.

Mi sedetti vicino al vecchio, che aveva l'aria annoiata. M‚m‚, comunque,

era al settimo cielo. Giocherellava con una specie di collana

chiamata rosario. Victor, che era robusto e aveva capelli neri

e lucidi, dormiva. Di tanto in tanto, Suzanne gli allungava un pizzicotto.

Cominciavo ad annoiarmi quando sentii che qualcuno mi guardava.

Era Dinou. Indossava un vestito azzurro cielo uguale a quello

della Vergine Maria e il suo sguardo mi fece arrossire. Poi il prete

montò su una specie di balconcino e cominciò a parlare.

- Viviamo in un'epoca di menzogne e di falsi profeti, un'epoca crudele,

vuota d'amore e ricca di odio e disprezzo. Assistiamo a saccheggi,

carneficine, divisioni tra uomo e uomo come se Dio non fosse grande

abbastanza per scegliere il grano dal loglio. Lasciate che

se ne occupi Lui. Il Suo giudizio non è uguale al nostro e quando

Egli ci manda Suo Figlio ne fa il pastore di tutto il gregge. Non

lasciatevi incantare da parole che non dureranno più di un giorno. Per

i cristiani la scelta è molto facile. Devono schierarsi al fianco degli

oppressi.-

Non capivo tutto quello che il prete diceva ma ero d'accordo con

lui. Mi voltai e guardai Dinou. Anche lei sembrava essere d'accordo.

Aspettai che i nostri occhi s'incontrassero prima di voltarmi ad

ascoltare ancora il prete.

- Per esempio, se Cristo scelse di essere ebreo invece che romano,

in un'epoca in cui i Romani occupavano la Giudea, deve aver avuto

le Sue buone ragioni. -

Il prete fece un gesto con la mano come per salutarci e scese dal

suo balconcino. Tutti si alzarono e cominciarono a cantare. Non sembrava

che l'umore del vecchio stesse migliorando. Decisi che era perché‚ il

prete aveva difeso gli ebrei. Fui stupito di apprendere che Ges—

era ebreo. Dopo aver cantato un'ultima canzone, la gente se ne andò.

Dinou uscì davanti a me. Prese per mano un uomo che doveva esser

suo padre e che si calcò il berretto sugli occhi non appena fu uscito

dalla porta.

Victor, il vecchio e io eravamo seduti sulla riva del fiume. L'acqua

era ancora bassa, ma la primavera non era molto lontana. Splendeva

il sole e gli uccelli cantavano. Avevamo la pancia piena. M‚m‚

aveva provato una nuova ricetta per il coniglio e io mi ero rimpinzato.

Gettavo pietre nell'acqua per fare dei cerchi. Victor sonnecchiava

con il cappello calato sugli occhi e il vecchio fumava la pipa.

Era immerso in pensieri profondi che non lo rendevano allegro. Era

evidente che aveva bisogno di parlare con Victor. La perpetua sonnolenza

del figlio lo infastidiva. Dopo essersi trattenuto per un bel

po', il vecchio tolse il cappello dagli occhi del figlio e gli gridò

nell'orecchio: - Questa è l'ultima volta che tua madre mi trascina a

messa! -

Victor sobbalzò e si mise a sedere. Si stirò e sbadigliò. - Lo dici

tutte le settimane. -

Prese il suo cappello dalle mani del vecchio e se lo mise in testa.

Victor non poteva vivere senza cappello: gli dava un aspetto pi—

importante.

P‚p‚ s'irrigidì. Stava scoppiando. Doveva dirlo. - Questa volta è

quella buona! - Si alzò, diede un calcio a un sasso e poi cominciò

a camminare. Victor esitò, fece un sospirone, si alzò e lo seguì. Feci

lo stesso. Il vecchio parlava a voce alta e gesticolava.

- è rosso il suo prete! è lì per dire la messa, non per parlare di

politica dal pulpito! Se vuole impicciarsi della guerra non ha che da

togliersi la tonaca e unirsi alla resistenza! -

Il vecchio tirava boccate furiose dalla pipa, e camminava così in

fretta che Victor faceva fatica a tenergli dietro, ed era costretto a

correre.

- Tutti sappiamo che Cristo era ebreo. Deve proprio continuare

sempre a ricordarcelo? D'altra parte che prova c'è che lo fosse? -

Stava urlando ed era sconvolto. Si fermò. Gli presi la mano.

- Tu hai una tua opinione, no? - gridò a Victor.

Victor era contrario alle idee del padre perché‚ non voleva prender

posizione. - Papà, non dovresti pensare, ti stanca. E d'altra parte

un giorno o l'altro potresti metterti nei guai. La gente comincia a

sapere le tue idee. Faresti bene a mettere un po' di acqua nel tuo vino

prima della liberazione. -

Il vecchio riprese a camminare. Era indignatissimo.

- Mettere acqua nel mio vino? Che cosa ho fatto di male? Non

sono un buon francese? Non ho forse fatto la prima guerra mondiale?

Non ho forse dato due litri di vino...? -

Scoppiai a ridere. Si corresse e continuò:

- ... due litri di sangue per la Francia, io? La Francia ai Francesi,

questa è la mia opinione! - Dopo un lungo silenzio, che nessuno

ruppe, ripeté‚ a bassa voce: - La Francia ai Francesi -.

Anch'io ero francese. Mi sentivo francese. Parlavo francese. D'altra

parte, Mickey il Sarto mi aveva fatto capire che ero ebreo ed

ero francese. Così la conclusione del vecchio non mi scandalizzò.

"La Francia ai Francesi": era giusto. Ma mi domandavo come potesse

arrivare a una conclusione così ovvia dicendo tante sciocchezze

per tutto il resto del tempo.

Il vecchio taceva. Aveva rallentato il passo. Il suo viso era di

nuovo tranquillo. Aveva lottato bene. Era contento di s‚. Kinou fece

i suoi bisogni contro un albero e questo aumentò la sua soddisfazione.

Aveva la coscienza pulita e Kinou l'aveva "fatta". Il giorno

era cominciato male ma stava finendo bene. Calava il crepuscolo. Era

una bella serata. Tornammo a casa.

Quella sera, il vecchio stette ad ascoltare Philippe Henriot, il signore

che aveva una così bella voce e che diceva sempre male degli

ebrei. M‚m‚ faceva la calza. Io facevo i compiti. Quando Philippe

Henriot ebbe finito, il vecchio spense la radio. Si alzò, fece alcuni

passi, esitò e poi mi prese per mano.

Salimmo le scale in silenzio. Mi chiedevo che cosa volesse. Arrivammo

alla soffitta. Non c'ero mai stato. Per entrarvi il vecchio si

chinò perché‚ il soffitto era molto basso. Mi guardai attorno con

meraviglia. C'erano dei grandi bauli che avevo una gran voglia di aprire

per vedere cosa contenevano, una grossa bicicletta tutta arrugginita,

migliaia di strani oggetti di cui mi ripromisi di scoprire il segreto.

Poi, la mia attenzione fu attratta da un suono familiare.

Era il segnale di Radio Londra. I miei genitori l'ascoltavano ogni

sera, e mi ricordai che il radiocronista difendeva spesso gli ebrei. Il

vecchio era seduto vicino alla radio. Aveva un'espressione preoccupata.

Il radiocronista annunziò l'avanzata delle truppe russe e commentò che

il giorno dello sbarco alleato stava avvicinandosi. Il cuore

mi batt‚ forte. Avevo paura che il vecchio si accorgesse della mia

gioia e così mi sedetti sulle sue ginocchia con la schiena rivolta verso

di lui. Pensai ai miei genitori che sicuramente stavano anche loro

ascoltando. Dovevano anch'essi condividere le mie speranze, e certo

stavano pensando a me, così come io stavo pensando a loro. Ero

così eccitato, che non pensai più ai tesori della soffitta. Mi girai e

vidi che il vecchio era molto triste, e pensai che dovevo amarlo molto

perché‚ la sua tristezza mi fece soffrire.

I1 radiocronista continuava a dire: - Le carote sono cotte! Le carote

sono cotte! -

Rabbiosamente, il vecchio spense la radio. Scesi dalle sue ginocchia

ed egli si alzò. - Sciocchezze. Non devi crederci, coniglietto mio!-

Coprì la radio con uno straccio per nasconderla. Scosse la testa e

tornammo da basso.

Quella sera, mentre stavo recitando la mia preghiera, e dicevo

"Santa Maria", pensai a Dinou, che le assomigliava tanto. M‚m‚ dovette

credere che fossi molto devoto. Quando ebbi finito, mi diede

un bacio e uscì dopo aver messo il mio vasino sotto il letto. Avevo

infilato sotto il cuscino l'orologio datomi da mio padre. I1 suo tic-tac

mi rassicurava. La fine della guerra stava avvicinandosi. Ben presto

avrei rivisto i miei genitori. I vecchi erano buoni con me, e c'era

Dinou. Non ero più infelice come i primi giorni e mi dissi che

dovevo esser paziente e che tutto si sarebbe aggiustato.

La mattina dopo, andando a scuola, per la strada incontrai Dinou.

Ero timido e anche lei lo era, perché‚ era la prima volta che ci

trovavamo soli insieme. Non sapevo che dire e le domandai come mai

si chiamava Dinou. Diventò tutta rossa e mi raccontò che quando

era piccola i suoi genitori erano molto preoccupati perché‚ non parlava.

Continuavano a ripetérle: - Dis-nous, dis-nous quelque chose -

(- Dicci, dicci qualcosa-). E il soprannome le era rimasto. La storia

mi fece ridere e le dissi che Dinou era un bellissimo nome. Per la

verità, se il suo nome fosse stato Felicie, per me sarebbe stato lo

stesso un nome bellissimo. Tutto di lei mi sembrava perfetto. Persino

le macchie del suo quaderno mi sembravano belle. Prendemmo una

scorciatoia attraverso il bosco e, improvvisamente, Dinou mi prese

la mano e si fermò davanti a un cespuglio. Un nido con dentro delle

uova di cingallegra era posato tra due rami. Giacché‚ Dinou non era

molto loquace, tutto ciò che disse fu: - Cingallegra-. Sembrava

felicissima di avermi messo a parte del suo segreto. Rimanemmo lì a

lungo a guardare il nido, tenendoci per mano. Quando ci rendemmo

conto dell'ora ci mettemmo a correre, ma arrivammo che le lezioni

erano già cominciate.

Eravamo rossi per la vergogna e per la corsa. Avevamo paura che

la maestra ci sgridasse, ma non lo fece. Anzi, sorrise, non con quel

sorriso maligno che già le avevo visto ma con un sorriso vero, un

po' triste. Mi ricordai di aver sentito il vecchio dire che molto tempo

prima, durante la prima guerra mondiale, era stata innamorata di un

ragazzo del villaggio. Questi era morto a Chemin des Dames e da allora

lei aveva vissuto di ricordi. Forse fu per quello che non ci sgridò.

Andammo al nostro banco e aprimmo i quaderni. Ascoltai attentamente le

avventure di Rolando che, prima di morire al passo di Roncisvalle,

aveva suonato il corno. La maestra narrò la storia con calore, come

se la raccontasse per la prima volta. Mi piacque molto e piacque

anche a Dinou.

Una pallina di carta masticata mi colpì su una guancia e un ragazzo

con la testa rapata mi schernì: - Parigino, fifone cittadino -.

Ero furente, ma mi sentivo più coraggioso del primo giorno, e giurai

a me stesso che gliel'avrei fatta pagare. Pazientai per il resto della

giornata. Per ingannare i miei nemici, quando la scuola finì, filai

subito via con Dinou.

Eravamo sulla strada di casa quando un pezzo di mota mi colpì

alla schiena. Gli stessi tre contadinotti che mi avevano dileggiato

diverse volte in classe stavano seguendoci. Cantavano in coro:

- Parigino, fifone cittadino, parigino, ocone e cretino! -

Vidi rosso e mi gettai contro di loro. Due scapparono, uno restò.

La rabbia mi aveva decuplicato le forze e lo riempii di botte.

Tornai da Dinou, che sembrava molto fiera di me eppure non diceva

nulla. Ero deluso, ma ricordai che non era molto loquace. La

presi per mano e continuammo per la nostra strada. Dopo un po'

ci fermammo. Visto che la fronte mi sanguinava, Dinou mi lavò il

viso a una fontana. L'accompagnai fino alla fattoria dei suoi genitori

e andai a casa. Avevo paura di essere sgridato ma ero piuttosto fiero

di me per quello che avevo fatto. Mio padre diceva sempre che non

mi sarei lasciato sopraffare da nessuno, e aveva ragione. Ero deciso

a far fronte ai rimbrotti del vecchio e di M‚m‚, e sicuro di aver fatto

la cosa giusta.

Contrariamente alle mie aspettative, si arrabbiarono molto coi ragazzi

che mi avevano assalito. Le mani di M‚m‚ tremavano di rabbia mentre

mi fasciava il capo. - Quei mascalzoni, quei mascalzoni ignoranti. -

Il vecchio andava su e giùper la cucina, picchiando col pugno

destro la palma dell'altra mano. Kinou cominciò ad abbaiare. Ero al

settimo cielo.

- Benissimo, ragazzo mio. Bravo. Sei un uomo. - Il vecchio fece

dei movimenti di pugilato davanti al grande specchio appeso sopra

la mensola del caminetto. - Uno, due... Uno, due... Sbam! Alla tua

età anch'io ne ho stesi diversi! -

M‚m‚ finì di fasciarmi e gli disse seccamente: - Belle idee che gli

dai... a un bambino di nove anni-.

Ma non c'era modo di fermare il vecchio. Girò e rigirò per la

stanza, seguito da Kinou che abbaiava sempre più forte.

- Ai miei tempi, quando feci il giro di Francia come apprendista

stagnaro e conciatetti, ero un vero e proprio terrore, no, M‚m‚? -

Capii che si era dimenticato di me e stava ripensando alla sua

giovinezza. Ancora una volta mi accorsi che era un gran bambino e

non sapevo se compatirlo o ridere. Si voltò verso M‚m‚.

- Ti piaceva che fossi forte, eh? -

L'irritazione di M‚m‚ svanì, e lei sorrise al ricordo.

Il vecchio si guardò allo specchio. - Non ero bello, ma ero forte.-

La sua eccitazione era scomparsa. Poi M‚m‚ disse: - Ecco fatto

coniglietto mio. Corri e gioca ma non sporcare la fasciatura -.

Mi avviai lungo il fiume. Era già molto che camminavo quando

mi accorsi che si era fatto buio. Mi resi conto che ero molto lontano

da casa e che non sapevo dov'ero. Ricordai che Mickey il Sarto mi

aveva detto che quando ci si smarrisce bisogna salire in alto, così

da vedere il paesaggio e ritrovare la propria strada.

Presi il sentiero più ripido che riuscii a trovare e camminai al buio.

Avevo un po' paura, e per darmi coraggio mi misi a cantare. Camminavo

con la testa china. Quando alzai gli occhi per vedere dov'ero

vidi due uomini. Erano armati, e i loro fucili luccicavano al chiaro

di luna. Mi fermai, agghiacciato per la paura. Vennero verso di me

e mi domandarono che cosa facevo lì. Dissi loro che mi ero perso.

Mi accompagnarono fino alle prime case del villaggio e mi fecero

giurare di non dire a nessuno che li avevo visti. Sapevo che erano

della resistenza. Prima d'incamminarmi verso casa, li guardai sparire

nella notte. Mi dissi che erano uomini che combattevano, mentre altri

si preoccupavano unicamente dei loro piccoli crucci; e questo mi

diede coraggio.

Quando arrivai a casa, M‚m‚ piangeva come una bambina e il vecchio

era agitato. Ma la loro preoccupazione per me fu un'altra prova

del loro amore, di cui avevo bisogno. Quando ebbi mangiato, il vecchio

mi lasciò fumare la sua pipa. Cominciai a tossire e gliela resi. Il

vecchio scoppiò a ridere e quando riuscii a riprender fiato risi anch'io.

Poi, improvvisamente, P‚p‚ si portò la mano al cuore e si accasciò.

Il riso mi si strozzò in gola e pensai che stesse per morire. Parlava

con difficoltà: - M‚m‚... M‚m‚... la mia medicina-.

Mi precipitai a chiamare M‚m‚ che era già salita in camera sua.

M‚m‚ stava chiudendo le imposte.

- M‚m‚... P‚p‚... La sua medicina... Presto... Presto! -

Non si agitò molto e finì di sistemare le tende. La tirai per la

gonna e mi precipitai da basso. Il vecchio gemeva. Lo guardai ansioso,

non sapendo che fare. M‚m‚ non era ancora arrivata. Urlai:

- M‚m‚, M‚m‚, vieni in fretta! P‚p‚ sta morendo! -

Sempre con calma, M‚m‚ arrivò e andò alla credenza, dove prese

una bottiglia piena di un liquido incolore e un bicchiere. Io scrutavo

la faccia del vecchio, che annuì debolmente. M‚m‚ gli si avvicinò,

riempì il bicchiere e glielo porse. Egli bevve lentamente la medicina,

che gli fece bene. Non gli levavo gli occhi di dosso, e ripresi fiato.

Prese poi la bottiglia dalle mani di M‚m‚, riempì di nuovo il bicchiere

e me lo porse. - Bevi. -

Non capivo, ma ero pronto a far qualsiasi cosa per fargli piacere.

Presi il bicchiere e me lo portai alle labbra senza nascondere la mia

apprensione. Era un liquore. Mi andò di traverso e sputai immediatamente.

Il vecchio si tirò su energicamente e diede in una fragorosa risata.

Kinou si svegliò di soprassalto e cominciò ad abbaiare. Corsi

in cucina e bevvi un grosso sorso d'acqua dal rubinetto. Quando

tornai, il vecchio rideva ancora. Ero così felice che non fosse morto,

che mi misi a ridere con lui. Mi prese in braccio e mi coprì di baci.

M‚m‚ mise a posto la bottiglia nella credenza. Scosse la testa e

sorrise. - Dio mio, che stupido; fare uno scherzo simile a un bambino! -

Quando il vecchio mi rimise giùrideva ancora. - Non è vodka, sai.

Non è la puzzolente acqua bolscevica! -

Per calmarmi mi sedetti nella grande poltrona vicino al caminetto,

a fissare il fuoco.

Quella notte fui svegliato da un attacco aereo. Anche quella volta

il cielo diventò tutto rosso. Anche quella volta della gente sarebbe

morta. Presi in mano l'orologio da taschino di mio padre e me lo

strinsi al cuore. Come sembrava ridicola, adesso, la burla del vecchio.

Pensai alla calma forza dei due uomini della resistenza. Dissi a me

stesso che stavo imparando molte cose e che da grande avrei saputo

distinguere gli uomini veri da tutti gli altri.

Avevo deciso di dire a Dinou che ero ebreo. Sentivo la necessità

di parlarne con qualcuno ed ero certo che lei avrebbe mantenuto il

segreto. Con mia gran meraviglia, mi disse che non sapeva che cosa

significava e mi pregò di spiegarglielo. Rimasi imbarazzato, perché‚

nemmeno io sapevo che cosa significasse. Dinou voleva sapere se era

una malattia. Le dissi di no e questo parve rassicurarla. Non era

chiacchierona, ma curiosa sì. Temevo che mi prendesse in giro per

la mia ignoranza e così le dissi che non sapevo che cosa significasse

ma sapevo che, quando c'era una guerra, si dava la caccia agli ebrei,

e a volte li si uccideva. Mi domandò se gli ebrei erano dei soldati e

le risposi di no. Mi domandò se mi dispiaceva essere un ebreo. Le

assicurai che non mi dispiaceva affatto e lei si tranquillizzò. Le feci

giurare di non dirlo ad anima viva e lei da quel momento cessò

d'interessarsi della cosa. Poi mi prese per mano e mi portò verso il nido

della cingallegra. Mi domandò se esistevano uccelli ebrei. Mi misi a

ridere. Lei alzò le spalle come se non capisse cosa c'era da ridere.

La macchina a metano di Victor si fermò davanti alla casa, come

ogni settimana. Al volante non c'era Victor, ma sua moglie Suzanne.

Lui stava rannicchiato sul sedile vicino a lei. Stanco del lavoro,

cominciava la sua cura di riposo in automobile. Il sonno era il suo

passatempo favorito, oltre alle partite a dama. Mi aveva insegnato a

giocare ed ero diventato il suo avversario favorito, ciò non era per

me un onore trascurabile. Le partite a dama erano avvenimenti importanti.

A Victor non piaceva perdere. Settimana per settimana annotavamo i

risultati delle partite su un taccuino. Era il vecchio a tenere i conti.

Lo faceva con molta serietà, quasi avesse tenuto i registri

della Banca di Francia.

Da principio, per molto tempo fu in testa Victor, ma poi a poco

a poco lo raggiunsi: avreste dovuto vedere la sua faccia! Si alzava e

andava a distendersi senza dire una parola, bench‚ io gli proponessi

la rivincita. M‚m‚ avrebbe voluto che non giocassimo più a dama,

perché‚ diceva che le nostre partite la stancavano molto più del suo

lavoro. Quanto a me, anche se battevo il loro figlio non se la

prendevano. Mi volevano bene.

Quella sera la cerimonia della dama cominciò come il solito. Il

vecchio ascoltava la radio guardandoci giocare. M‚m‚ faceva la calza.

Suzanne, che serviva sempre Victor in tutti i modi possibili, gli

accese una sigaretta. Bisogna dire che Victor aveva avuto la tubercolosi,

eppure era lui a mantenere la famiglia.

Mossi una pedina. Victor la mangiò, ma io ne mangiai quattro delle sue.

Suzanne fece un gesto affettuoso al marito, ma lui la respinse.

Alla radio, una madre in lacrime parlava dell'attacco aereo della

notte precedente. Uno dei suoi figli era morto. Aveva perso la casa.

Il vecchio sospirò. - Quando finirà, e come? -

Mangiai due delle pedine di Victor, poi altre due, e arrivai a dama.

Alla radio, la donna piangeva. Victor era pallido di rabbia.

- Papà, non puoi cambiare stazione? Non sono venuto per sentir

parlare di bombardamenti! La settimana scorsa ho passato due notti

in cantina! -

Mi vergognavo per lui, e sperai di riuscire a dargli una bella batosta.

Il vecchio guardò il figlio con aria di rimprovero. Pensai che

non doveva esser molto fiero di lui e che questo certo lo addolorava.

- Non t'interessa sapere che cosa succede?-

- Certo, ma solo quello che succede a me.-

Victor mangiò una delle mie pedine. Avevo paura che si accorgesse che

avrebbe potuto mangiarne quattro, ma era talmente nervoso, che giocava

ancor peggio del solito. Mangiai tre dei suoi pezzi e di nuovo arrivai

a dama. Victor era pallido. Biascicava nervosamente la sigaretta che

si era spenta. Suzanne prese in mano una scatola di fiammiferi ma

l'aprì all'incontrario e i fiammiferi si sparpagliarono sulla

scacchiera. Da quel meschino che era, Victor si arrabbiò e con la mano

spazzò via tutti i pezzi. - Basta, non gioco pi—. -

P‚p‚ lo guardò con un sorriso ironico. - Come hai fatto nel quaranta.-

Victor ignorò la frecciata e si diresse verso la sua camera, come

faceva sempre in occasioni simili. Tutto questo mi rese infelice. Non

c'era in casa un solo adulto. Ascoltai la donna che piangeva parlando

della sua casa distrutta e del figlio che non avrebbe mai pi—

rivisto. Anche il vecchio stava ad ascoltare. Mi arrampicai sulle sue

ginocchia, abbracciandolo.

Era arrivata la primavera. Una bella mattina, insieme con Dinou,

al posto delle uova trovai degli uccellini. Li osservammo crescere, e

un giorno trovammo il nido vuoto. Le cingallegre erano cresciute ed

erano volate via. Ne fummo un po' rattristati, anche se eravamo felici

per loro. Un giorno venne a trovarci Raymonde. Arrivò in automobile, una

vecchia Citroen a metano, come quella di Victor. Aveva premura e

doveva ripartire il giorno dopo. Nel pomeriggio disse al padre che

mi avrebbe portato a Grenoble perché‚ le avevano detto che c'era un

sarto che vendeva vestiti estivi al mercato nero. Ero contentissimo.

Con un vestito nuovo sarei stato molto elegante la domenica a messa,

e Dinou ne sarebbe stata contenta.

Raymonde guidava in fretta, e ben presto arrivammo alle porte di

Grenoble. Il chiasso della città era assordante e sebbene non ci fossi

più abituato mi piacque. Ero un ragazzo di città, cresciuto a Parigi

nel vivace e pittoresco quartiere di Strasbourg-Saint Denis. Pensai

che la gente aveva l'aria più triste che in campagna, e che era anche

più magra. Parcheggiammo la macchina vicino alla stazione merci e

vidi le rovine delle case bombardate. Un soldato tedesco ci passò

vicino e io strinsi forte la mano di Raymonde. Raymonde mi portò

in un caffè.

Rimasi così stupito, che per un attimo non provai nulla. Poi mi

misi a ridere e piangere, perché‚ ero sopraffatto dalla gioia. Mio

padre mi sorrise, mia madre mi aveva preso una mano e non la lasciava.

Per un po' non dicemmo una parola. Non sapevamo che dire.

Ero felice, erano felici. Poi mi domandarono se ero buono. Dissi di

sì. Era la verità.

Chiesi a mio padre di raccontarmi una storia di Mickey il Sarto.

Mi raccontò che il figlio di Mickey il Sarto, durante la guerra, era

andato a stare in campagna con un vecchio e una vecchia e che

era diventato molto buono, dopo aver causato un sacco di preoccupazioni

ai suoi genitori.

Al tavolino vicino al nostro, due uflficiali tedeschi stavano bevendo

una bibita. Sedevano rigidi e pieni di sussiego e parlavano a

bassa voce.

Bevetti la mia bibita e mi divertii a soffiare nel bicchiere con la

cannuccia. Era una cosa che avevo fatto spesso, e i miei genitori mi

avevano sempre sgridato; ma quella volta non dissero nulla. Chiesi

a Raymonde quando saremmo andati dal sarto a comprare il vestito

ma lei mi rispose che era stata solo una scusa per portarmi via da

P‚p‚ quel pomeriggio. Finii la mia bibita e mi misi a soffiare in aria

nella cannuccia. Non lo feci di proposito, ma quando me ne accorsi

era fatta. La cannuccia si posò sul tavolo davanti ai due ufficiali.

Guardai i miei genitori e dal mio sguardo capirono che avevo commesso

una sciocchezza. Era tanto tempo che non succedeva.

Uno degli ufficiali venne verso di noi. Aveva in mano la cannuccia.

Raymonde si scusò. L'ufficiale mi porse la cannuccia, mi diede

un buffetto e tornò al suo tavolo. L'avevamo scampata bella.

Bastava che vedessi i miei genitori per comportarmi male. Forse

era il mio modo di dimostrar loro il mio affetto. Non mi sgridarono

ma subito dopo ce ne andammo. Era troppo pericoloso.

Raymonde e io li accompagnammo alla stazione. Sul marciapiede

degli ispettori in borghese ci chiesero i documenti. Le nostre carte

d'identità false non attrassero la loro attenzione, ma Raymonde

consigliò ai miei di non tornare pi—. Furono d'accordo; ma prima mi

domandarono se capivo il perché‚. Risposi di sì e che Raymonde aveva

ragione. Non volevo che per venirmi a trovare capitasse loro qualcosa

di male. Mi ringraziarono, e mio padre disse che ero proprio

diventato un uomo. La guerra, che secondo lui sarebbe presto finita,

era servita almeno a questo. Ne fui contento, ma gli dissi che a guerra

finita sarei ridiventato un bambino e gli avrei procurato un sacco di

grattacapi. Sorrise abbracciandomi. Anche mia madre mi abbracciò,

poi mi lasciò andare e salì sul treno.

Prima che il treno partisse, mio padre mi gettò una moneta da

cinque franchi. Non piansi, e nemmeno loro, ma quando il treno scomparve

provai una stretta al cuore. Raymonde mi prese per mano e ci

avviammo verso l'automobile.

Arrivammo a casa che era già notte. Il vecchio mi domandò perché‚

avevo l'aria tanto triste. Gli spiegai che era perché‚ il sarto non

aveva più vestiti.

Le cose erano arrivate al punto che potevo quasi leggergli nel

pensiero. Bastava che lo guardassi per indovinare le sue più recondite

intenzioni. Prevedevo le sue arrabbiature, il suo buon umore e

tutte le burle che intendeva farmi.

Una mattina stavamo raccogliendo erba per i conigli nei prati vicino

a casa. Si trattava di un'operazione piuttosto complicata. I conigli

sono animali delicati. Certe erbe, che sono innocue per altri

animali, per loro sono velenose. Il vecchio mi aveva insegnato a

distinguere queste erbe dalle altre e io stavo molto attento a non

raccoglierle.

Il vecchio parlottava tra s‚ della inutilità di proteggere la vita di

questi animali, dato che finivano sempre nelle casseruole di M‚m‚.

Voleva molto bene ai suoi conigli e la loro morte lo rendeva infelice.

Visto però che tutti i giorni c'era una vittima, cercava di abituarcisi.

Diceva che la gente era matta e mi raccontò la storia di un

uomo condannato a morte che, colpito dall'influenza, era stato curato

perfettamente, così che potesse morire in buona salute.

Lo guardai. Sapevo che aveva in mente di fare qualcosa e che non

si trattava di uno scherzo. Avevamo finito di raccogliere l'erba e

stavamo dirigendoci verso casa.

La conigliera era appoggiata a un muro, e dentro c'erano ammassati

una cinquantina di conigli: grandi, piccoli, medi, bianchi, grigi,

neri... persino uno che era quasi rosso. Il vecchio li conosceva tutti

per nome, sapeva la loro età e contava i giorni che mancavano alla

loro morte. Era diventato vegetariano proprio a causa dell'affetto

che provava per loro.

- Ecco qui, mio piccolo Alfred, mangia. -

Il vecchio aprì lo sportello della conigliera e ci gettò dentro dell'erba.

Alcuni conigli mangiarono senza neppure guardarci, altri ci

voltarono la schiena, ma alcuni - Alfred in particolare - ci guardarono

con aria veramente interessata. Il vecchio mi disse che era davvero

crudele ammazzarli e che era arrabbiato con M‚m‚. Che ragione c'era

di stare ad ascoltare i preti, se poi non si rispettava la

vita? Prese Alfred per le orecchie. Alfred era un coniglietto bianco,

svezzato da poco. Il vecchio me lo porse e io lo presi in braccio.

Sentii il suo cuore battere precipitosamente contro il mio petto. Mi

guardava con quei suoi occhietti rosa, e pensai che il vecchio non

aveva poi tutti i torti. Eppure, non potevo dimenticare che il

coniglio con le prugne, come lo cucinava M‚m‚, era uno dei miei piatti

favoriti. Ero diviso tra la pietà e la ghiottoneria. Gli occhi del

vecchio brillavano e capii che stava per succedere qualcosa.

- Lascialo andare - mi disse.

Dopo una breve esitazione, obbedii. Alfred scappò e scomparve

nel campo che confinava con il giardino. Il vecchio era felice, e batt‚

le mani, incoraggiando Alfred. Anch'io ero contentissimo e mi misi

a batter le mani a mia volta.

I1 vecchio sembrò sollevato per aver fatto quello che, durante

tutta la mattina, aveva avuto in mente di fare, come avevo presentito.

Gettò una bracciata d'erba nella conigliera. - Eccoti, mio Gran Ren‚,

i denti di leone, grandi e teneri, come piacciono a te. -

Il Gran Ren‚ era un bel coniglione, già abbastanza vecchio da

essere ai suoi ultimi giorni di vita. Il vecchio trasse un profondo

sospiro e accarezzò il muso dell'animale con un fuscello.

- Non ingrassare troppo, Ren‚. La padrona ti tiene gli occhi addosso. -

P‚p‚ si voltò verso di me, come per accattivarsi la mia simpatia

per la sorte di Ren‚. Poi negli occhi gli passò un lampo che non

presagiva nulla di buono per me. - Sai, figliolo... se volessi farmi un

piacere, sai che potresti fare? -

Mi prese per mano. Aveva un'espressione misteriosa e suadente

insieme. Avevo un po' di paura, e rimasi in guardia. Se ne accorse

e divenne insinuante. Parlò con voce quasi rotta dal pianto.

- Vuoi farmi un favore? -

Come potevo dire di no? Non era possibile. Trovai che si comportava

in maniera poco leale. Quando si vuol chiedere a qualcuno un

favore, e si sa che questa persona ti vuol bene, non si agisce così.

Quello era un attacco alla mia libertà. Mi obbligava a dire di sì, e

lo dissi.

L'ansia scomparve dalla faccia del vecchio, che però esitava, come

se si vergognasse. Presentii che si sarebbe dimostrato egoista, come

sempre, e non mi sbagliai. Eppure era veramente addolorato.

- Smetti di mangiare i miei conigli, vuoi? -

Finalmente l'aveva detto. Abbassò gli occhi come un bambino colpevole.

Io risposi di sì, senza grande entusiasmo.

Mi fissò con occhi colmi di gratitudine. Capii che per lui era davvero

una cosa assai importante. Guardò di nuovo verso terra come

se avesse avuto paura d'incontrare i miei occhi. - Grazie, ragazzo mio.-

Capiva benissimo di avermi chiesto un favore enorme. Sospirò profondamente

e se ne andò. Lo raggiunsi. Camminammo vicini, in silenzio. Mi dissi

che mi ero messo in un bel pasticcio. - Che cosa mangerò? -

Mi sentivo veramente disorientato. Il vecchio cercò di rassicurarmi.

- Verdura, come me. -

Giacché‚ non ero convinto, aggiunse, con una malafede pari soltanto

alla sua sincerità: - Pensa agli elefanti. Mangiano soltanto erba

e questo non impedisce loro di essere forti come me! -

Come se questa affermazione gli avesse rimesso a posto la coscienza,

mi afferrò e mi sollevò in aria ridendo con la sua risata omerica.

Quando mi rimise per terra, gii domandai se avrei potuto mangiare

il pollo, ma mi rispose che i polli erano esseri viventi come i

conigli. Con riluttanza, mi permise di mangiare le uova. E fu così

che, in tenera età, divenni vegetariano.

Quella sera, il vecchio, Kinou e io eravamo a tavola. M‚m‚

arrivò dalla cucina e appoggiò sul tavolo il tegame. Quando alzò il

coperchéio, si diffuse un odore meraviglioso. Avevo l'acquolina in

bocca. Inghiottii diverse volte. Il vecchio sorrideva, pur tenendomi

d'occhio. Temeva un repentino ripensamento.

- Passami il tuo piatto, coniglietto mio. Che cosa vuoi oggi? Una

coscia? - disse M‚m‚.

Non risposi e non le passai il piatto, bench‚ stesse con la man

tesa. Poi mi decisi. - No. -

- Che c'è? Non ne vuoi? Non hai fame? -

- Sì, ho fame. -

Era vero. Stavo morendo di fame. Lanciai un'occhiataccia al vecchio.

Lui, però, aveva l'aria di aver tanta paura che cambiassi idea,

che mi sentii costretto a rivolgergli un sorriso rassicurante. M‚m‚ era

meravigliata e triste. Credeva che il suo coniglio non fosse buono.

Lo guardava preoccupata. Non sapevo che cosa dire. Il vecchio venne

in mio aiuto, picchiando il pugno sul tavolo.

- Hai sentito che cos'ha detto, no? Ha detto no! Non capisci? Non

puoi obbligarlo! Non vuole il tuo coniglio! -

- Che dici, non vuole il mio coniglio? Un bel coniglio come questo,

con salsa di senape...-  La cosa le sembrava troppo assurda; poi

afferrò il mio piatto con un gesto che non ammetteva replica.

Il vecchio le strappò il piatto di mano e me lo rimise davanti con

tanta violenza da romperlo. Kinou abbaiò, come faceva sempre quando

in casa succedeva qualcosa di inconsueto.

- Salsa di senape o no, ormai basta! Non vuol più mangiare il

tuo coniglio! Non gli ho detto una parola. è stato lui a dirmelo. Non

è un cannibale! Adesso che li conosce, gli vuole bene e non vuol pi—

mangiarli. è questo che mi ha detto. Non è così, figliolo? -

Tanta malafede, unita alla sua rabbia, mi disarmò. Risposi: - Sì -.

M‚m‚ cadde a sedere, ma l'occhiata che mi lanciò, dopo aver guardato

il vecchio, mi persuase che non era affatto convinta. Sospirò, mentre

si serviva la sua porzione di coniglio.