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 La Stella del Sud

 

 
    Jules Verne.
    LA STELLA DEL SUD.
    1. SBALORDITIVI QUESTI FRANCESI!
    - Parlate, signore, vi ascolto.
    -  Signore,  ho  l'onore di chiedervi la mano di Miss Watkins,  vostra
    figlia.
    - La mano di Alice?...
    - Sì,  signore.  La mia domanda  sembra  sorprendervi.  Mi  scuserete,
    tuttavia,  se  ho  qualche  difficoltà  a  comprendere  in che cosa la
    richiesta  vi  sembra  straordinaria.  Ho  ventisei  anni.  Mi  chiamo
    Cipriano Méré.  Sono ingegnere minerario, uscito secondo in classifica
    dal Politecnico.  La mia famiglia è stimata e onorata,  anche se non è
    ricca.   Il   signor  console  di  Francia  a  Città  del  Capo  potrà
    testimoniarne,  appena voi lo desideriate,  e il mio  amico  Pharamond
    Barthès,  l'intrepido cacciatore che voi ben conoscete, come tutti nel
    Griqualand,  potrà  ugualmente  certificarlo.  Sono  qui  in  missione
    scientifica   a  nome  dell'Accademia  delle  Scienze  e  del  Governo
    francese. Ho conseguito, l'anno scorso, il premio Houdart all'Istituto
    di Francia per le mie opere sulla  costituzione  chimica  delle  rocce
    vulcaniche dell'Alvernia. La mia relazione sul bacino diamantifero del
    Vaal,  che  è  quasi terminata,  non potrà essere che bene accolta dal
    mondo degli studiosi.  Di ritorno dalla mia  missione,  sarò  nominato
    professore  aggiunto  alla Scuola Mineraria di Parigi,  e ho già fatto
    prenotare il mio appartamento,  in via dell'Università,  numero 104 al
    terzo piano. Il mio stipendio assommerà, col primo gennaio prossimo, a
    quattromilaottocento  franchi.  Questo  non  rappresenta  il  Perù  ne
    convengo; ma con il ricavato dei miei studi personali,  consultazioni,
    premi    accademici   e   collaborazione   a   riviste   scientifiche,
    quest'entrata sarà quasi raddoppiata. Aggiungo che, essendo modesto il
    mio tenore di vita,  non me ne occorre di più per essere  soddisfatto.
    Signore,  ho  l'onore  di  chiedervi  la mano di Miss Watkins,  vostra
    figlia.
    Dal tono pacato e deciso di questo breve discorso,  era facile  capire
    che  Cipriano  Méré  aveva  l'abitudine,  in  tutte le cose,  d'andare
    diritto allo scopo e di parlare con franchezza.
    La sua fisionomia non smentiva  l'impressione  che  produceva  il  suo
    linguaggio.  Era  quella d'un giovane abitualmente assorbito dalle più
    elevate concezioni scientifiche,  il quale  non  concede  alle  vanità
    mondane che il tempo strettamente necessario.
    I  capelli  castani tagliati a spazzola,  la barba bionda rasa quasi a
    fior di pelle,  la semplicità del suo vestito da viaggio in  traliccio
    grigio,   il  cappello  di  paglia  da  dieci  soldi,   ch'egli  aveva
    educatamente posato su una sedia entrando sebbene il suo interlocutore
    fosse rimasto impertubabilmente a  capo  coperto,  con  la  noncuranza
    abituale  dei  tipi  di razza anglo-sassone,  - tutto in Cipriano Méré
    dimostrava un cuore puro e una coscienza retta.
    Bisogna dire,  inoltre,  che il giovane francese parlava perfettamente
    l'inglese,  come se fosse vissuto a lungo nelle contee più britanniche
    del Regno Unito.
    Mister Watkins l'ascoltava fumando  una  lunga  pipa,  seduto  su  una
    poltrona  di  legno,  con  la gamba sinistra allungata su un panchetto
    impagliato, il gomito sull'angolo d'una tavola grezza, di fronte a una
    caraffa di gin e a un bicchiere riempito  a  metà  di  questa  bevanda
    alcoolica.
    Questo  personaggio vestiva calzoni bianchi,  vestaglia di ruvida tela
    blu,  camicia di flanella giallognola,  senza panciotto  né  cravatta.
    Sotto  l'enorme  cappello  di  feltro,   che  sembrava  inchiodato  in
    permanenza sulla sua testa grigia,  s'arrotondava  un  volto  rosso  e
    gonfio,  che si sarebbe potuto credere iniettato di sciroppo di ribes.
    Questo volto poco attraente,  sul quale era disseminata qua e  là  una
    barba  ispida  color  gramigna,  era  punteggiato da due piccoli occhi
    grigi, che non facevano trasparire precisamente pazienza e bontà.
    Bisogna subito dire,  per scusare  Mister  Watkins,  ch'egli  soffriva
    terribilmente  di  gotta,  cosa  che l'obbligava a tenere il suo piede
    sinistro avvolto in bende, e la gotta - in Africa meridionale non meno
    che negli altri paesi - non è fatta per addolcire il  carattere  delle
    persone, di cui morde le articolazioni.
    La  scena si svolgeva al pianterreno della fattoria di Mister Watkins,
    verso il ventinovesimo grado di latitudine a sud dell'equatore,  e  il
    ventiduesimo grado di longitudine a est del meridiano di Parigi, sulla
    frontiera dello Stato libero di Orange, a sud della colonia britannica
    del  Capo,  al  centro  dell'Africa australe o anglo-olandese.  Questo
    paese,  limitato dalla riva destra del fiume Orange  verso  i  confini
    meridionali  del  grande deserto di Kalahari,  che sulle vecchie carte
    porta il nome di paese dei Griqua (1), è chiamato più giustamente,  da
    una decina d'anni, il «Diamonds Field», il Campo dei Diamanti.
    Il  salotto,  nel quale aveva luogo questo colloquio diplomatico,  era
    notevole tanto per il lusso spropositato di alcuni mobili  quanto  per
    la povertà di certi altri particolari dell'interno.  Il pavimento,  ad
    esempio, era fatto di semplice terra battuta, ma coperto, a tratti, da
    spessi tappeti e da pelli preziose.  Alle pareti,  che non avevano mai
    visto una tappezzeria di qualsiasi colore,  erano appese una magnifica
    pendola di rame cesellato,  armi  costose  di  varia  fabbricazione  e
    miniature  inglesi  inquadrate  in  splendide  cornici.  Un  divano di
    velluto troneggiava a fianco d'una tavola di legno  bianco,  buona  al
    massimo  per  i  servizi  di  cucina.  Poltrone,  venute  direttamente
    dall'Europa,  tendevano invano le loro braccia a  Mister  Watkins,  il
    quale  preferiva ad esse un vecchio scanno,  da lui squadrato un tempo
    con le sue proprie mani.  Nell'insieme,  tuttavia,  la  profusione  di
    oggetti  di  valore  e  soprattutto la mescolanza di pelli di pantere,
    leopardi,  giraffe e tigri,  che erano  gettate  su  tutti  i  mobili,
    conferivano a questa sala un tono di barbara opulenza.
    Era evidente, del resto, dalla conformazione del soffitto, che la casa
    non  aveva  piani superiori ed era costituita da un unico pianterreno.
    Come tutte quelle del paese,  era costruita parte in legno,  parte  in
    argilla, e coperta di lamiere ondulate di zinco, sostenute da un'esile
    travatura.
    Si vedeva,  inoltre,  che questa abitazione era stata appena ultimata.
    Infatti, bastava affacciarsi a una delle finestre per scoprire, da una
    parte e dall'altra, cinque o sei costruzioni abbandonate,  tutte dello
    stesso stile,  ma di età differente e in uno stato di decadenza sempre
    più  spinta.   Erano  altrettante  case  che  Mister   Watkins   aveva
    successivamente costruite,  abitate,  abbandonate, secondo il crescere
    della sua fortuna, e che ne segnavano per così dire le tappe.
    La più lontana era semplicemente costruita con zolle di  prato  e  non
    meritava  niente  di  più  che  il  nome  di  capanna.  La seconda era
    costruita con creta;  la terza con argilla e  tavole;  la  quarta  con
    argilla  e  zinco.  Si vedeva tutta la gamma crescente del gioco della
    sorte industriale che aveva permesso l'ascesa di Mister Watkins.
    Tutte queste costruzioni,  più o meno in rovina,  s'elevavano  su  una
    collinetta,  alla  confluenza del Vaal e del Modder,  i due principali
    affluenti dell'Orange in  questa  regione  dell'Africa  australe.  Nei
    dintorni,  fin dove poteva spingersi la vista,  non si scorgeva, verso
    sudovest e verso nord, altro che la pianura monotona e brulla. Il Veld
    - come si dice il paese - è formato  da  un  suolo  rossastro,  secco,
    arido,  polveroso,  appena  disseminato  qua e là di un'erba rada e di
    qualche cespuglio spinoso.  L'assenza  totale  di  alberi  è  la  nota
    caratteristica di questa triste landa.  Perciò,  tenendo conto che non
    c'è neppure carbone e che le  comunicazioni  col  mare  sono  lente  e
    difficili,  non  ci  si  stupirà  se  manca  il  combustibile  e  si è
    costretti, per gli usi domestici, a bruciare lo sterco degli animali.
    Su questo sfondo monotono, d'un aspetto quasi squallido,  si distingue
    il corso dei due fiumi,  così piatti,  con l'alveo così poco profondo,
    che si stenta a capire come essi non s'allarghino attraverso tutta  la
    pianura.
    Soltanto verso oriente,  l'orizzonte è segnato dalle lontane creste di
    due monti,  il Platberg e il Paardeberg,  ai piedi dei quali una vista
    acuta può distinguere fumo,  polvere,  piccoli punti bianchi, che sono
    case o tende e, tutt'intorno, un formicolio d'esseri animati.
    E' qui,  in questo Veld,  che si trovano i giacimenti di  diamanti  in
    sfruttamento,  il "Du Toit's Pan", il "New Rush" e, forse il più ricco
    di tutti, il "Vandergaart Kopje". Queste varie miniere in superficie e
    quasi a fior di terra,  che vengono comprese sotto il nome generico di
    «drydiggings»,  o miniere a secco, hanno fruttato, dal 1870, un valore
    di circa quattro milioni  di  diamanti  e  pietre  preziose.  Esse  si
    trovano  riunite  entro  una  circonferenza  il  cui  raggio misura al
    massimo due o tre chilometri.  Si vedevano distintamente col  binocolo
    dalle  finestre  della  fattoria  Watkins,  che distava appena quattro
    miglia inglesi (2).
    Ad essere precisi,  fattoria è un termine assolutamente improprio,  se
    si  applica a questa costruzione,  perché era impossibile scorgere nei
    dintorni qualsiasi  specie  di  coltivazione.  Come  tutti  i  pretesi
    fattori di questa regione del Sud Africa, Mister Watkins era piuttosto
    un  capo  pastore,  un  proprietario di mandrie di bufali,  di capre e
    pecore, che un vero conduttore d'una azienda agricola.
    Tuttavia Mister Watkins non aveva ancora risposto alla  domanda  tanto
    educata ma altrettanto precisa rivoltagli da Cipriano Méré.  Dopo aver
    consacrato almeno tre minuti a riflettere, si decise infine a togliere
    la pipa dall'angolo della bocca, ed espresse l'opinione seguente,  che
    non  aveva  evidentemente  un  rapporto  se  non  molto lontano con la
    domanda:
    - Credo che il tempo si guasterà, caro signore! Mai la mia gotta mi ha
    fatto tanto soffrire come questa mattina!
    Il giovane ingegnere inarcò le sopracciglia,  girò un istante la testa
    e  fu  costretto  a  compiere  uno sforzo su se stesso per non lasciar
    trasparire nulla del suo disappunto.
    - Forse sarebbe bene che rinunciaste al gin,  signor Watkins!  rispose
    secco  l'interlocutore,  mostrando  la  caraffa  di arenaria,  che gli
    assidui attacchi del bevitore vuotavano presto del suo contenuto.
    - Rinunciare al gin? "By Jove"! voi scherzate! - esclamò il fattore. -
    Forse che il gin ha mai fatto male ad un uomo  onesto?...  Sì,  lo  so
    cosa volete dire!...  Voi mi state citando la ricetta di quel medico a
    un certo lord sindaco che aveva la gotta!  Come  si  chiamava  dunque,
    quel medico?  Albernethy,  credo!  «Volete star bene?  - diceva al suo
    malato.  -  Vivete  con  la  media  di  uno  "shilling"  al  giorno  e
    guadagnatelo con un lavoro personale!».  Tutto questo è bello e buono!
    Ma, per la vecchia Inghilterra! se per star bene bisogna vivere con la
    media di uno "shilling"  al  giorno,  a  cosa  servirebbe  aver  fatto
    fortuna?... Queste sono scempiaggini indegne d'un uomo di spirito come
    voi,  signor Méré!... Dunque, non parlatemene più, per piacere!... Per
    me, guardate, sarei tanto contento di andarmene subito sotto terra!...
    Mangiar bene, bere meglio, fumare una buona pipa tutte le volte che ne
    ho voglia,  non ho altre soddisfazioni al mondo,  e voi volete che  vi
    rinunci?
    -  Oh!  non  lo voglio affatto!  - rispose con sincerità Cipriano.  Vi
    ricordo soltanto una norma dietetica che  credo  giusta!  Ma  lasciamo
    quest'argomento,  signor Watkins, e ritorniamo all'oggetto particolare
    della mia visita.
    Mister Watkins,  sempre così loquace,  s'era chiuso nel suo mutismo  e
    sbuffava in silenzio piccole boccate di fumo.
    A  questo  punto,  la porta s'aprì ed entrò una fanciulla,  recando un
    vassoio con sopra un bicchiere di bibita.
    Questa personcina,  incantevole sotto  la  cornetta  alla  moda  delle
    fattoresse del Veld,  vestiva semplicemente un abito di tela a piccoli
    fiori.  Aveva circa  diciannove  o  vent'anni,  una  carnagione  molto
    bianca,  una  bella capigliatura bionda e fine,  grandi occhi celesti,
    una fisionomia dolce e gaia;  era insomma il  ritratto  della  salute,
    della grazia, del buon umore.
    -  Buongiorno,  signor  Méré!  - disse in francese,  ma con un leggero
    accento britannico.
    - Buongiorno,  signorina Alice!  - rispose Cipriano  Méré,  che  s'era
    alzato in piedi all'entrare della fanciulla e ora s'inchinava a lei.
    - Vi ho visto arrivare,  signor Méré - rispose Miss Watkins, mostrando
    i denti splendidi in un amabile sorriso - e siccome so che a  voi  non
    piace il pessimo gin di mio padre,  vi porto un'aranciata, augurandomi
    che la troviate fresca!
    - E' molto gentile da parte vostra, signorina!
    - Ah!  a proposito,  voi non immaginereste mai ciò che  Dadà,  il  mio
    struzzo,   ha   ingoiato  questa  mattina!   -  riprese  senza  alcuna
    soggezione. La mia palla d'avorio per rammendare le calze!...  Sì!  la
    palla  d'avorio!...  E' anche bella grossa,  voi la conoscete,  signor
    Méré,  e l'avevo ricevuta direttamente dal biliardo  di  New  Rush!...
    Ebbene!  quell'ingordo  d'un  Dadà l'ha inghiottita come avrebbe fatto
    d'una pillola!  In verità,  quella bestia maligna mi  farà  morire  di
    dispiacere, presto o tardi!
    Raccontando  la  sua  storia,  Miss  Watkins aveva all'angolo dei suoi
    occhi celesti un sottile raggio d'allegria,  che non sembrava indicare
    una  voglia  straordinaria  di  realizzare  questo lugubre pronostico,
    neppure a lunga scadenza.  Ma tutt'a un tratto,  con l'intuizione così
    viva delle donne, fu colpita dal silenzio che conservavano suo padre e
    il giovane ingegnere, e dal loro leggero imbarazzo in sua presenza.
    - Si direbbe, signori, che vi disturbo! - disse. - Lo sapete, se avete
    dei segreti che io non devo sentire,  me ne vado!... Del resto, non ho
    tempo da perdere!  Bisogna che studi la mia sonata prima di  occuparmi
    del  desinare!...   Andiamo!  decisamente,  non  siete  loquaci  oggi,
    signori!... Vi lascio dunque ai vostri tetri complotti!
    E già usciva,  ma ritornò sui  suoi  passi,  e  graziosamente,  benché
    l'argomento fosse dei più seri:
    -  Signor  Méré - disse,  - quando vorrete interrogarmi sull'ossigeno,
    sono completamente a vostra disposizione.  Ho già letto tre  volte  il
    capitolo  di  chimica  che  m'avete dato da studiare,  e questo «corpo
    gassoso, incolore, inodore e insapore» non ha più segreti per me!
    Dopo di che, Miss Watkins fece una bella riverenza e disparve come una
    leggera meteora.
    Un istante dopo,  gli accordi d'un eccellente piano,  risonando  dalla
    stanza  più  lontana  dal  salotto,  annunciarono  che la fanciulla si
    dedicava totalmente ai suoi esercizi musicali.
    - Ebbene,  signor Watkins  -  riprese  Cipriano,  al  quale  l'amabile
    apparizione  avrebbe  ricordato  la domanda,  se fosse stato capace di
    dimenticarla,  - vorreste favorirmi una risposta alla richiesta che ho
    avuto l'onore di rivolgervi?
    Mister   Watkins   cavò   la  pipa  dall'angolo  della  bocca,   sputò
    solennemente a terra,  sollevò bruscamente la testa e,  folgorando  il
    giovane con uno sguardo inquisitore:
    - Forse, per caso, signor Méré, le avete già parlato di questa cosa? -
    gli domandò.
    - Parlato di che?... A chi?
    - Di quanto diceste... A mia figlia...
    -  Per chi mi prendete,  signor Watkins!  - replicò l'ingegnere con un
    ardore che non lasciava alcun dubbio  sulla  sua  sincerità.  Io  sono
    Francese,  signore!... Non lo dimenticate!... E' come dirvi che non mi
    sarei mai permesso di parlare  di  matrimonio  alla  signorina  vostra
    figlia senza il vostro consenso!
    Lo  sguardo  di  Mister  Watkins s'era rabbonito e,  di colpo,  la sua
    lingua parve sciogliersi.
    - Meglio così!... Bravo ragazzo!... Non mi aspettavo meno dalla vostra
    discrezione a riguardo di Alice!  - rispose in tono quasi cordiale.  -
    Ebbene, poiché posso fidarmi di voi, voi mi darete la vostra parola di
    non parlargliene neppure in avvenire!
    - E perché, signore?
    -  Perché questo matrimonio è impossibile,  ed è meglio che lo leviate
    subito dai vostri programmi!  - rispose Mister Watkins.  Signor  Méré,
    voi  siete  un giovane onesto,  un perfetto gentiluomo,  un eccellente
    chimico, un professore distinto e anche di un grande avvenire,  non lo
    metto in dubbio,  ma voi non avrete mia figlia,  per la ragione che io
    ho fatto per lei dei progetti del tutto differenti!
    - Tuttavia, signor Watkins...
    - Non insistete!... Sarebbe inutile!... - replicò il fattore. Potreste
    essere un duca e pari d'Inghilterra,  e potreste ancora non  piacermi!
    Ma  voi  non  siete  neppure un tipo inglese,  e mi dichiarate con una
    perfetta franchezza che non avete nessuna rendita!  Vediamo,  in buona
    fede,  credete  che  io abbia allevato Alice come ho fatto,  dandole i
    migliori maestri di Victoria e di Bloemfontein,  per mandarla,  quando
    avrà  vent'anni,  a vivere a Parigi,  "rue de l'Université",  al terzo
    piano,  con un signore di cui  non  comprendo  neppure  la  lingua?...
    Riflettete  signor Méré,  e mettetevi nei miei panni!...  Supponete di
    essere  il  fattore  John  Watkins,   proprietario  della  miniera  di
    Vandergaart  Kopje,  e  che  io  sia  Cipriano Méré,  giovane studioso
    francese in missione al Capo!... Supponetevi qui,  al centro di questo
    salotto, seduto in questa poltrona sorseggiando il vostro bicchiere di
    gin  e  fumando una pipa di tabacco di Amburgo: ammettereste forse per
    un minuto... uno solo!... quest'idea di darmi vostra figlia in sposa?
    - Certamente, signor Watkins - rispose Cipriano,  e senza esitazione -
    se io credessi di trovare in voi i requisiti che possono assicurare la
    sua felicità!
    - Ebbene!  avreste torto, caro signore, torto marcio! - rispose Mister
    Watkins.  - Agireste come un uomo che non  è  degno  di  possedere  la
    miniera  di  Vandergaart Kopje,  o meglio voi non possedereste affatto
    questa  miniera!  Perché,  infine,  credete  voi  che  mi  sia  caduta
    spalancata  tra  le  braccia?  Credete  che  non  mi  ci sia voluto né
    intelligenza né attività per scovarla e soprattutto per  assicurarmene
    la proprietà?...  Ebbene!  signor Méré,  questa intelligenza di cui ho
    dato prova, in questa circostanza memorabile e decisiva,  io l'applico
    a  tutti  gli  atti  della  mia vita e specialmente a tutto quanto può
    riguardare mia figlia!...  E' per questo che vi  ripeto:  cancellatela
    dai vostri programmi!... Alice non è per voi!
    Su  questa  conclusione  trionfante,  Mister  Watkins  afferrò  il suo
    bicchiere e lo vuotò d'un fiato.
    L'ingegnere, confuso,  non trovò nulla da rispondere.  Vedendo questo,
    l'altro lo investì.
    - Siete sbalorditivi,  voi Francesi! - proseguì. - Siete sempre sicuri
    di voi stessi, parola mia!  Voi arrivate,  come se cadeste dalla luna,
    all'estremo limite del Griqualand (3), in casa d'un galantuomo che non
    aveva  mai sentito parlare di voi fino a tre mesi fa,  e che non vi ha
    visto più di dieci volte  in  questi  novanta  giorni!  Voi  andate  a
    trovarlo  e  gli  dite:  «John  Stapleton  Watkins,  avete  una figlia
    incantevole, d'una educazione perfetta, universalmente conosciuta come
    la perla del paese e,  ciò che non guasta,  vostra unica erede per  la
    proprietà dei più ricco "kopje" di diamanti dei Due Mondi!  Io sono il
    signor Cipriano Méré di Parigi,  ingegnere,  e ho quattromilaottocento
    franchi  di  stipendio!...  Datemi,  per  piacere,  questa  ragazza in
    moglie,  affinché io la porti nel mio paese e  voi  non  sentiate  più
    parlare  di  lei,  se  non  di  tanto  in  tanto,  con  la  posta o il
    telegrafo!...» E voi trovate naturale tutto  questo?...  Io  lo  trovo
    sbalorditivo!
    Cipriano s'era levato in piedi,  pallidissimo. Aveva preso il cappello
    e si preparava ad andarsene.
    - Sì!... sbalorditivo - ripeté il fattore. - Ah!  io non addolcisco la
    pillola!...  Io  sono un Inglese di vecchio stampo,  signore!...  Come
    vedete, io ero stato più povero di voi, molto più povero!...  Ho fatto
    tutti  i mestieri!...  Sono stato mozzo a bordo d'una nave mercantile,
    cacciatore di bufali nel Dakota,  minatore nell'Arizona,  pastore  nel
    Transvaal!...   Ho  conosciuto  il  caldo,  il  freddo,  la  fame,  la
    fatica!... Mi sono guadagnato, per ben vent'anni, col sudore della mia
    fronte,  il tozzo di pane che mi  serviva  per  vivere!...  Quando  ho
    sposato la defunta Mistress Watkins,  la madre di Alice,  figlia di un
    Boero d'origine francese (4) - come voi, per dirla semplicemente,  non
    avevamo, in tutti e due, di che allevare una capra! Ma ho lavorato!...
    Non  mi  sono  perso  di  coraggio!...  Ora  sono ricco e intendo trar
    profitto  dal  mio  lavoro!...  Intendo  soprattutto  conservarmi  mia
    figlia,  per  curare  la  mia  gotta e farmi della musica,  alla sera,
    quando mi annoio!... Se mai dovesse sposarsi,  si sposerà qui,  con un
    ragazzo del paese,  ricco come lei, fattore o minatore come noi, e che
    non  mi  parlerà  di  andarsene  a  vivere  da  morto-di-fame  in   un
    appartamento  al  terzo  piano  di  un  paese dove io non ho mai avuto
    voglia di metter piede in vita mia: si sposerà con James  Hilton,  per
    esempio,  o  con un altro valoroso della sua tempra!...  I pretendenti
    non mancano, ve l'assicuro!... In breve, con un buon Inglese,  che non
    ha  paura d'un bicchiere di gin e che mi tiene compagnia,  quando fumo
    la pipa!
    Cipriano aveva già la mano sulla maniglia della porta,  per uscire  da
    quella stanza dove soffocava.
    - Però senza rancore!  - gli gridò Mister Watkins.  - Io non vi voglio
    male, signor Méré, e sarò sempre felice di vedervi, come affittuario e
    come amico!...  Sentite,  noi attendiamo a proposito alcune persone  a
    cena questa sera!... Volete essere dei nostri?
    -  No,  grazie,  signore!  -  rispose  freddamente  Cipriano.  -  Devo
    terminare la mia corrispondenza per l'ora della posta.
    E se ne andò.
    «Sbalorditivi,  questi  Francesi...  sbalorditivi!»,  ripeteva  Mister
    Watkins,  riaccendendosi  la pipa allo stoppino imbevuto di catrame in
    combustione, che teneva sempre a portata di mano.
    E si versò un gagliardo bicchiere di gin.
    NOTE.
    NOTA 1: Una delle tribù Ottentotte del Capo.  Già nella prima metà del
    secolo  diciottesimo  aveva  subito incroci con i Boeri e con i nomadi
    della zona. Trasferitasi quindi a nord dell'Orange,  sui due altipiani
    da essa denominati Griqualand, ebbe lunghi contatti con le popolazioni
    bantù.  I  Griqua  sono  oggi praticamente scomparsi come unità etnica
    (N.d.A.).
    NOTA 2: Il miglio inglese equivale a 1609 metri.
    NOTA  3:  Nome  col  quale  si  designano  due  territori  dell'Unione
    Sudafricana facenti parte dell'antica provincia del Capo (N.d.A.).
    NOTA  4:  Un  gran  numero  di  Boeri o contadini olandesi dell'Africa
    meridionale discendono dai Francesi,  passati in Olanda e quindi  alla
    colonia  del  Capo,  in seguito alla revoca dell'editto di Nantes (N.d
    A.).













    2. AI CAMPI DI DIAMANTI.
    Ciò che umiliava più profondamente il giovane ingegnere nella risposta
    ricevuta da Mister Watkins è ch'egli non poteva negare  di  scorgervi,
    sotto la forma eccessivamente rude,  un buon fondo di ragione. Anzi si
    stupiva, riflettendovi,  di non aver previsto egli stesso le obiezioni
    che  il  fattore  gli  avrebbe  fatto  e  di essersi esposto a un tale
    categorico rifiuto.
    Ma il fatto è ch'egli non aveva mai pensato, fino a quel momento, alla
    distanza che le differenze di censo,  di origine,  di  educazione,  di
    ambiente,  ponevano tra la fanciulla e lui.  Abituato, già da cinque o
    sei anni,  a considerare i minerali da un  punto  di  vista  puramente
    scientifico,  i  diamanti  non  rappresentavano,  ai  suoi occhi,  che
    semplici campioni di carbone,  atti a figurare al museo  della  Scuola
    mineraria.  Inoltre,  siccome la sua vita in Francia si svolgeva in un
    ambiente sociale molto più elevato di quello dei Watkins,  egli  aveva
    completamente   perso   di  vista  il  valore  commerciale  del  ricco
    giacimento posseduto dal fattore.  Non gli era dunque passato  per  la
    mente,  neppure per un istante, il pensiero che ci fosse disparità tra
    la figlia  del  proprietario  di  Vandergaart  Kopje  e  un  ingegnere
    francese.  Se  anche  questo  problema fosse sorto nel suo spirito,  è
    probabile che,  nelle sue convinzioni di parigino ed  ex  allievo  del
    Politecnico,  egli  si sarebbe creduto piuttosto sul limite di ciò che
    le  convenienze  sociali  chiamano  un  «matrimonio  con  persona   di
    condizione inferiore».
    La  rude ammonizione di Mister Watkins era un doloroso risveglio dalle
    sue illusioni.  Cipriano aveva troppo buon senso per non apprezzare  i
    solidi argomenti, e troppa onestà per irritarsi d'una sentenza ch'egli
    in fondo riconosceva giusta.
    Ma il colpo era non meno doloroso, e ora che gli toccava rinunciare ad
    Alice,  si  accorgeva  improvvisamente quanto ella gli fosse diventata
    cara in meno di tre mesi. Erano,  infatti,  tre mesi che Cipriano Méré
    la conosceva, cioè dal suo arrivo nel Griqualand.
    Come  tutto sembrava già lontano!  Egli si rivedeva,  in una terribile
    giornata di caldo e di polvere,  giungere al  termine  del  suo  lungo
    viaggio da un emisfero all'altro.
    Sbarcato  col  suo  amico  Pharamond  Barthès - un vecchio camerata di
    collegio che  veniva  per  la  terza  volta  a  cacciare  per  diporto
    nell'Africa  australe,  -  Cipriano  s'era separato da lui a Città del
    Capo.  Pharamond Barthès era partito per il  paese  dei  Basuti,  dove
    contava di reclutare il piccolo corpo di guerrieri negri, dai quali si
    sarebbe   fatto   scortare  durante  le  sue  spedizioni  cinegetiche.
    Cipriano,  invece,  aveva preso posto nel pesante carro a  quattordici
    cavalli,  che serve da diligenza sulle strade del Veld,  e s'era messo
    in cammino per il Campo dei Diamanti.
    Cinque o  sei  grandi  casse  -  un  vero  laboratorio  di  chimica  e
    mineralogia,  da  cui non avrebbe mai voluto separarsi costituivano il
    bagaglio del  giovane  studioso.  Ma  la  diligenza  accetta  soltanto
    cinquanta chili di bagaglio per ogni viaggiatore, ed egli fu costretto
    ad  affidare  quelle preziose casse a una carretta trainata da bufali,
    che le avrebbe trasportate in Griqualand con una lentezza veramente da
    Merovingi.
    La diligenza, un grande carro con panche da dodici posti,  riparata da
    un   copertone   di  tela,   era  montata  su  quattro  enormi  ruote,
    continuamente inzuppate dall'acqua di fiumi che traversava a guado.  I
    cavalli,  attaccati a due a due e talvolta rinforzati da un mulo, sono
    condotti con grande maestria da una coppia di cocchieri,  seduti l'uno
    di  fianco  all'altro in serpa;  l'uno tiene le redini,  mentre il suo
    aiutante maneggia una  lunghissima  frusta  di  bambù,  simile  a  una
    gigantesca canna da pesca, di cui si serve non soltanto per incitare i
    cavalli, ma anche per guidarli.
    La strada passa per Beaufort, una ridente cittadina costruita ai piedi
    dei  monti Nieuweveld;  attraversa questa catena,  arriva a Victoria e
    poi a Hopetown (1) - la Città della Speranza,  - sulla riva del  fiume
    Orange,  per  proseguire  oltre,  fino  a  Kimberley  e  ai principali
    giacimenti diamantiferi, che distano appena alcune miglia.
    E' un viaggio massacrante e monotono di otto o nove giorni, attraverso
    lo spoglio Veld.  Il paesaggio presenta quasi sempre il carattere  più
    squallido:  pianure  aride,  pietre sparse come disseminate da morene,
    rocce grigie affioranti al suolo,  un'erba  gialla  e  rada,  cespugli
    stentati. Niente coltivazioni né bellezze naturali. Di tanto in tanto,
    qualche  misera  fattoria,  il  cui proprietario ottenendo dal governo
    coloniale la concessione delle terre,  ha avuto  il  mandato  di  dare
    ospitalità  ai  viaggiatori.  Ma  questa ospitalità è sempre delle più
    elementari.  In questi singolari alberghi non si trovano né letti  per
    le  persone,  né  lettiere per i cavalli.  Appena qualche barattolo di
    conserve alimentari, che hanno fatto più volte il giro del mondo e che
    si pagano a peso d'oro.
    Di conseguenza,  per il loro pasto,  i cavalli vengono lasciati liberi
    nella  pianura,  dove  sono  costretti  a cercarsi i ciuffi d'erba che
    crescono al riparo dei sassi.  Poi,  quando si tratta di ripartire,  è
    una vera impresa per radunarli, e una perdita di tempo considerevole.
    E  quali  scossoni in quella diligenza primitiva,  lungo quelle strade
    ancor più primitive!  I sedili sono  semplicemente  i  coperchi  delle
    casse di legno,  impiegate per il bagaglio minuto, e lo sfortunato che
    vi siede sopra per una interminabile settimana,  compie il  lavoro  di
    maglio. Impossibile leggere, dormire e parlare! In cambio, quasi tutti
    i viaggiatori fumano notte e giorno come ciminiere, bevono come spugne
    e sputano nella stessa proporzione.
    Cipriano  Méré  si  trovava dunque assieme a un campionario abbastanza
    rappresentativo di quella popolazione fluttuante, che accorre da tutti
    i punti del globo verso i  giacimenti  d'oro  e  di  diamanti,  appena
    vengono segnalati.  C'era un corpulento Napoletano dai fianchi larghi,
    con capelli neri disordinati,  una faccia color pergamena,  due  occhi
    poco  rassicuranti,  il quale diceva di chiamarsi Annibale Pantalacci;
    un ebreo portoghese di nome Nathan, conoscitore di diamanti,  il quale
    se  ne stava imperturbabile nel suo angolo e considerava l'umanità con
    filosofia; un minatore del Lancashire,  Thomas Steel,  d'una salute di
    ferro, con barba rossa e torso vigoroso, il quale disertava le miniere
    di  carbone  per tentare la fortuna nel Griqualand;  un Tedesco,  Herz
    Friedel,  il quale parlava come un oracolo e sapeva già tutto  intorno
    allo sfruttamento diamantifero,  senza aver mai visto un solo diamante
    nella sua ganga. C'era uno "Yankee" dalle labbra sottili, il quale non
    parlava che con la sua borraccia di pelle,  e senza dubbio  veniva  ad
    aprire  nelle concessioni una di quelle taverne dove finisce il meglio
    del guadagno  d'un  minatore.  C'era  ancora  un  fattore  delle  rive
    dell'Hart,  un  Boero  dello  Stato  libero  di Orange,  un sensale di
    avorio,  che andava nel paese  dei  Namaqua;  infine  due  coloni  del
    Transvaal  e  un  Cinese  di  nome  Li  -  nome adatto per un Cinese -
    completavano questa compagnia, la più eterogenea,  la più volgare,  la
    più  equivoca,  la più rumorosa,  con la quale un uomo civile si fosse
    mai trovato.
    Dopo essersi goduto per un po' di tempo le loro fisionomie e  il  loro
    comportamento,  Cipriano  ne  fu ben presto nauseato.  Non restava che
    Thomas Steel,  con la sua corporatura possente e il suo largo sorriso,
    e  il  cinese  Li,  con  la  sua andatura composta e felina,  ai quali
    potesse ancora interessarsi.  In particolare le buffonate  di  cattivo
    gusto,  il  comportamento  sfacciato del Napoletano,  gl'ispiravano un
    invincibile sentimento di ripulsione.
    Una delle facezie più ostinate di questo personaggio fu, per due o tre
    giorni, di appendere alla treccia di capelli che il Cinese portava sul
    dorso,  secondo l'usanza della sua nazione,  una  varietà  di  oggetti
    disparati,  manate d'erba,  torsoli di cavolo,  una coda di vacca, una
    scapola di cavallo raccolta nella pianura.
    Li, senza scomporsi,  staccava l'appendice che era stata aggiunta alla
    sua  lunga  treccia,  ma  non  dimostrava  né con una parola né con un
    gesto, nemmeno con uno sguardo,  che lo scherzo aveva passato i limiti
    della  tolleranza.  La  sua  faccia  gialla,  i  suoi  piccoli occhi a
    mandorla conservavano una  calma  inalterabile,  come  se  egli  fosse
    estraneo a ciò che accadeva attorno a lui.  Si sarebbe davvero creduto
    ch'egli non comprendesse una parola di ciò che si diceva in quell'arca
    di Noè viaggiante per il Griqualand.
    Così Annibale Pantalacci non si faceva scrupolo di aggiungere,  in  un
    pessimo  inglese,  commenti  sciocchi alle sue trovate da spiritoso di
    basso rango.
    - Pensate che il suo colore giallo sia contagioso?  - domandava a voce
    alta al suo vicino.
    Oppure:
    -  Se avessi un paio di forbici,  per tagliargli la treccia,  vedreste
    che testa "farebbe"!
    E i viaggiatori a ridere. Ma il Boero impiegava sempre un po' di tempo
    a capire ciò che diceva il Napoletano;  allora scoppiava  d'improvviso
    in  una  fragorosa  risata,  con  un ritardo di due o tre minuti sugli
    altri, raddoppiando l'ilarità della comitiva.
    Alla fine,  Cipriano s'irritò di  questa  insistenza  nel  burlare  il
    povero  Li,  e  disse  a  Pantalacci  che  il suo modo di fare non era
    educato. L'altro avrebbe forse risposto con una insolenza, ma un gesto
    di Thomas Steel  bastò  a  fargli  rinfoderare  con  prudenza  il  suo
    sarcasmo.
    -  No!  -  aggiunse il bravo ragazzo,  dispiaciuto d'aver riso con gli
    altri.  - Non è leale agire così con questo povero  diavolo,  che  non
    comprende neppure quello che dite!
    L'argomento  fu  dunque chiuso.  Ma qualche istante dopo,  Cipriano fu
    sorpreso di vedere lo sguardo acuto e leggermente  ironico  certamente
    uno  sguardo  pieno di riconoscenza - che il Cinese teneva fisso su di
    lui.  Pensò che Li conoscesse l'inglese meglio di quanto non lasciasse
    apparire.
    Ma   alla   fermata,   Cipriano   tentò   inutilmente  di  avviare  la
    conversazione con lui. Il Cinese restò impassibile e muto.  Da allora,
    questo  essere  bizzarro  continuò  a interessare il giovane ingegnere
    come un enigma di cui avrebbe voluto trovare la chiave.  Così Cipriano
    si  trovò  spesso impegnato a penetrare quella faccia gialla e glabra,
    quella bocca tagliata da un colpo di sciabola,  che s'apriva su  denti
    bianchissimi,   quel  piccolo  naso  corto  e  camuso,  quella  fronte
    spaziosa,  quegli occhi obliqui e quasi  sempre  socchiusi,  come  per
    nascondere un raggio di malizia.
    Quanti anni aveva Li? Quindici o sessanta? Era impossibile dirlo. Se i
    suoi  denti,   lo  sguardo,  i  capelli  d'un  nero  serico,  facevano
    propendere per la giovinezza,  le rughe della  fronte,  delle  guance,
    della  bocca,  sembravano  rivelare  un'età  avanzata.  Era  basso  di
    statura, esile, in apparenza agile, ma con dei tratti da anzianotto e,
    per così dire, da «vecchietta».
    Era ricco o povero?  Altra cosa  dubbia.  I  suoi  pantaloni  di  tela
    grigia,  la  blusa  di leggerissima seta gialla,  il cappello di spago
    intrecciato, le scarpe con suole di feltro, che contenevano calze d'un
    candore immacolato, potevano appartenere tanto a un mandarino di prima
    categoria quanto a un uomo del popolo.  Il suo bagaglio  si  componeva
    d'una sola cassetta di legno rosso, con questo indirizzo in inchiostro
    nero: «H.  Li,  from Canton to the Cape»,  che voleva dire: «H. Li, da
    Canton a Città del Capo».
    Del resto,  il Cinese era d'una correttezza impeccabile,  non  fumava,
    non  beveva  che acqua e approfittava di tutte le soste per radersi la
    testa con grandissima cura.
    Cipriano non riuscì a saperne di più e rinunciò ben presto a occuparsi
    di questo problema vivente.
    Intanto i giorni passavano,  le miglia  si  succedevano  alle  miglia.
    Talvolta  i  cavalli  andavano  di  buon trotto.  Altre volte sembrava
    impossibile farli muovere un passo in più. Ma a poco a poco, la strada
    si accorciava e, un bel giorno,  il carro-diligenza arrivò a Hopetown.
    Ancora una tappa,  e fu oltrepassata Kimberley.  Infine, all'orizzonte
    si profilarono delle case di legno.
    Era New Rush.
    Questo accampamento di minatori non differiva molto da ciò  che  sono,
    in  tutti  i paesi aperti alla civilizzazione,  quelle città polverose
    che spuntano dal suolo come per incanto.
    Baracche di tavole,  per la maggior parte molto  piccole  e  simili  a
    capanne  di  cantonieri  su  un  cantiere europeo,  alcune tende,  una
    dozzina di caffè o cantine,  una sala di biliardo,  un Alhambra o sala
    da  ballo,  degli  "stores" o magazzini generali di mercanzie di prima
    necessità: ecco ciò che colpiva anzitutto il visitatore.
    C'è di tutto in questi magazzini: abiti e mobili,  scarpe e vetri  per
    finestre,  libri e selle,  armi e stoffe, scope e munizioni da caccia,
    coperte e sigari,  verdura fresca e medicinali,  aratri  e  sapone  da
    bagno,  spazzole  per  le  unghie  e  latte  concentrato,  padelle per
    friggere e litografie; c'era di tutto, eccetto acquirenti.
    Questo perché la popolazione  dell'accampamento  era  ancora  occupata
    alla miniera, distante tre o quattrocento metri da New Rush.
    Cipriano Méré,  come tutti i nuovi arrivati,  si affrettò a recarvisi,
    mentre si preparava il desinare alla casa  pomposamente  fregiata  del
    nome di "Hotel Continental".
    Erano  circa  le  sei  del  pomeriggio.  Già  il sole all'orizzonte si
    bagnava d'un leggero  vapore  dorato.  L'ingegnere  osservò,  più  del
    solito,  il diametro enorme che l'astro del giorno,  come quello della
    notte,  assume a queste latitudini australi,  senza che  fosse  ancora
    data  una  sufficiente spiegazione del fenomeno.  Il diametro sembrava
    almeno il doppio di quanto si vede in Europa.
    Ma uno spettacolo completamente nuovo attendeva Cipriano  al  "kopje",
    cioè al giacimento di diamanti.
    Quando  incominciarono  i  lavori,  la  miniera formava una collinetta
    schiacciata,  che in quel luogo rigonfiava la pianura,  dovunque  così
    piatta come un mare calmo. Ma ora era un'immensa voragine dalle pareti
    svasate,  una  specie  di  circo a forma ellittica e di circa quaranta
    metri quadri di superficie,  che la forava  su  tutta  l'area.  Questa
    superficie  era  spartita in non meno di tre o quattrocento "claims" o
    concessioni di trentun piedi di lato,  che gli aventi diritto facevano
    scavare a loro arbitrio.
    Il lavoro consisteva semplicemente nello scavare, a forza di piccone e
    di zappa,  e nell'estrarre la terra da quel suolo,  che è generalmente
    costituito da una sabbia  rossastra  mescolata  a  ghiaia.  Una  volta
    trasportata  sul  bordo della miniera,  questa terra viene condotta ai
    banchi di cernita per essere lavata, scelta, setacciata,  e finalmente
    esaminata  con  la  massima  cura,  per  scoprire  se  contiene pietre
    preziose.
    Tutti questi "claims", essendo stati scavati indipendentemente gli uni
    dagli altri, formano naturalmente delle buche di profondità varia. Gli
    uni scendono a cento e più metri sotto il livello del suolo gli  altri
    soltanto a quindici, venti o trenta.
    Per  le esigenze del lavoro e della circolazione,  ogni concessionario
    deve,  secondo i regolamenti ufficiali,  lasciare su un lato della sua
    buca  uno  spazio  largo  sette  piedi  assolutamente intatto.  Questo
    spazio, assieme all'altro uguale lasciato dal vicino, forma una specie
    di carreggiata o argine,  all'altezza del livello primitivo del suolo.
    Su  questa  banchina viene allestita una piattaforma di travi poste di
    traverso,  che sporgono dai due lati  circa  un  metro  e  formano  un
    passaggio sufficientemente largo perché due carrette non si urtino.
    A  danno della solidità di questa via semi-aerea e della sicurezza dei
    minatori,  i concessionari scavano gradualmente il piede della parete,
    a  misura  che  i  lavori si abbassano,  in maniera che l'argine,  che
    strapiomba talvolta per un'altezza doppia di  quella  delle  torri  di
    Notre Dame,  alla fine prende la forma d'una piramide rovesciata,  che
    si posa sul suo vertice.  La conseguenza di questo cattivo procedere è
    facile  a  prevedersi.  Le  pareti  franano  di  frequente,  sia nella
    stagione delle piogge,  sia quando il brusco mutare della  temperatura
    produce   delle   crepe   verticali  nella  terra.   Ma  il  ripetersi
    periodicamente  di  questi  disastri  non  impedisce  agli  imprudenti
    minatori di continuare a scavare il loro "claim" fino a scalzare quasi
    tutta la parete.
    Cipriano  Méré,  avvicinandosi  alla  miniera,  vide dapprima soltanto
    carrette,  cariche o vuote,  che circolavano su questa strada sospesa.
    Ma  quando  giunse  abbastanza vicino al bordo per gettare uno sguardo
    sino in fondo a questa specie di cava,  vide  la  folla  dei  minatori
    d'ogni razza,  colore e costume, che lavoravano con ardore in fondo ai
    "claims".  C'erano Negri e Bianchi,  Europei  e  Africani,  Mongoli  e
    Celti,  la maggior parte quasi nudi,  o vestiti soltanto con pantaloni
    di tela, camicie di flanella, perizoma di cotonato, cappelli di paglia
    spesso ornati con penne di struzzo.
    Tutti questi uomini raccoglievano  terra  in  secchie  di  pelle,  che
    venivano  subito  issate fino al bordo della miniera lungo grossi cavi
    di fil di ferro,  sotto la trazione di corde  fatte  con  corregge  di
    pelle bovina,  arrotolate su cilindri di legno vuoti all'interno.  Qui
    le   secchie   erano   sveltamente   vuotate   nelle   carrette,   poi
    ridiscendevano  subito  in fondo al "claim" per ritornare con un nuovo
    carico.
    I lunghi cavi di  ferro,  tesi  sopra  quei  profondi  parallelepipedi
    formati  dai "claims",  davano ai "dry-diggings" o miniere di diamanti
    all'aperto un aspetto tutto  speciale.  Sembravano  fili  che  tengono
    sospesa una gigantesca ragnatela improvvisamente interrotta.
    Cipriano  s'intrattenne  per  un  po' di tempo a osservare incuriosito
    quel formicaio umano. Poi ritornò a New Rush,  e la campana chiamò ben
    presto i clienti a tavola.  Qui,  egli ebbe durante tutta la serata la
    soddisfazione di sentire  alcuni  parlare  di  lavori  prodigiosi,  di
    minatori  poveri  come  Giobbe  improvvisamente arricchiti con un solo
    diamante, mentre altri,  al contrario,  si lagnavano della «sfortuna»,
    dell'avidità  dei  sensali,  dell'infedeltà  dei  Cafri impiegati alle
    miniere,  i quali rubavano le pietre più belle,  e altre conversazioni
    di  argomento  tecnico.  Non  si  parlava  che  di  diamanti,  carati,
    centinaia di lire sterline.
    Tutto sommato,  quella gente aveva l'aria piuttosto delusa,  e per  un
    "digger"  fortunato,  che  comandava  a  gran  voce  una  bottiglia di
    champagne per bagnare la sua buona fortuna,  si  vedevano  venti  musi
    lunghi, i cui proprietari sconsolati bevevano soltanto birra scadente.
    Ogni  tanto,  una  pietra passava di mano in mano attorno alla tavola,
    per essere soppesata,  esaminata,  stimata e  finalmente  ritornare  a
    sprofondarsi   nella   cintura  del  suo  possessore.   Quel  ciottolo
    grigiastro e opaco, che non brillava più di un pezzo di selce levigato
    da qualche torrente, era il diamante nella sua ganga.
    Al  cadere  della  notte,   i  caffè  si  riempirono,   e  le   stesse
    conversazioni,  le  stesse discussioni che avevano rallegrato la cena,
    continuarono  con  animazione  attorno  ai  bicchieri  di  gin  e   di
    acquavite.
    Cipriano,  invece,  s'era  coricato presto nel letto che gli era stato
    assegnato sotto una tenda vicino all'albergo.  Qui si addormentò quasi
    subito,  cullato  dal  chiasso  d'un ballo all'aperto,  che i minatori
    cafri eseguivano  nelle  vicinanze,  e  dalle  note  squillanti  d'una
    cornetta,  primo  strumento  in  un salone pubblico per i divertimenti
    coreografici dei signori Bianchi.
    NOTE.
    NOTA 1: Cittadina dell'Unione Sudafricana nella  provincia  del  Capo,
    sul fiume Orange, 112 chilometri a sud-ovest di Kimberley. Nel 1867 vi
    fu rinvenuto per la prima volta un giacimento diamantifero (N.d A.).
    NOTA 2: Città dei Griqualand,  presso il confine dello Stato libero di
    Orange, posta nel bacino del Vaal,  a 1223 metri sul livello del mare,
    su un altopiano nudo e desolato,  dal clima piuttosto caldo. Kimberley
    sorse nel 1870, in seguito alla scoperta di giacimenti diamantiferi, e
    trasse il nome dal duca di  Kimberley,  segretario  di  Stato  per  le
    colonie.  che nel 1871 proclamò il protettorato inglese sul Grigualand
    (N.d.A.).








    3. UN PO' DI SCIENZA IMPARTITA IN CLIMA D'AMICIZIA.
    Il giovane ingegnere, bisogna dirlo subito a suo onore, non era venuto
    nel Griqualand per trascorrere il  suo  tempo  in  quell'atmosfera  di
    avidità,  di  fumi  d'alcool e di tabacco.  Era incaricato di eseguire
    rilievi  topografici  e  geologici  su  alcune  zone  del  paese,   di
    raccogliere  campioni  di rocce e di terre diamantifere,  di procedere
    sul posto ad analisi delicate.  Il suo primo pensiero  era  dunque  di
    procurarsi  un'abitazione  tranquilla,  che  potesse accogliere il suo
    laboratorio e che servisse per così dire da punto di riferimento  alle
    sue esplorazioni attraverso tutto il distretto minerario.
    La  collinetta  dominata dalla fattoria Watkins richiamò subito la sua
    attenzione, come luogo che sarebbe stato particolarmente favorevole ai
    suoi lavori.  Abbastanza distante dall'accampamento dei  minatori  per
    non essere troppo disturbato dalla loro chiassosa vicinanza,  Cipriano
    si sarebbe qui trovato a un'ora circa  di  cammino  dai  "kopjes"  più
    distanti,  poiché  il  distretto  diamantifero  non  supera  i  dodici
    chilometri di circonferenza.  Scelse dunque una delle case abbandonate
    da John Watkins,  ne contrattò l'affitto e vi si stabilì: tutto questo
    per l'ingegnere fu questione di mezza giornata.  Il fattore,  da parte
    sua,  si  dimostrò  abbastanza accomodante.  In fondo egli si annoiava
    troppo nella sua solitudine,  e vide con un certo  piacere  stabilirsi
    vicino  a  casa  sua  un giovane,  che senza dubbio gli avrebbe recato
    qualche distrazione.
    Ma se Mister Watkins aveva calcolato di trovare nel suo affittuario un
    compagno di mensa o un socio assiduo per dare l'assalto  alla  caraffa
    del  gin,  faceva  male  i conti.  Appena sistemato,  con tutta la sua
    attrezzatura di storte e fornelli e reagenti, nella casa abbandonata a
    sua discrezione - ancora prima che i più importanti apparecchi del suo
    laboratorio fossero arrivati - Cipriano aveva già iniziato i suoi giri
    nel distretto. Così, alla sera, quando rincasava stanco morto,  con il
    suo  carico  di  frammenti  di  rocce  nella  cassetta  di zinco,  nel
    carniere,  nelle tasche e perfino nel cappello,  aveva più  voglia  di
    buttarsi  sul  letto e dormire che d'andare a sentire le solite ciance
    di Mister Watkins.  Inoltre,  egli fumava poco e  beveva  ancor  meno.
    Tutto  questo  non  contribuiva precisamente a farne l'allegro compare
    che il fattore aveva sperato.
    Nonostante tutto questo,  Cipriano era  tanto  leale  e  retto,  tanto
    semplice  di maniere e di sentimenti,  tanto saggio e modesto,  ch'era
    impossibile praticarlo abitualmente senza affezionarsi a  lui.  Mister
    Watkins  - forse non se ne rendeva conto - provava dunque più rispetto
    per quel giovane ingegnere di quanto non  ne  aveva  mai  provato  per
    nessun'altra  persona.  Se almeno quel ragazzo fosse un buon bevitore!
    Ma che cosa vale un uomo che non si schiarisce  mai  la  gola  con  un
    goccio di gin? Ecco come regolarmente si concludevano i giudizi che il
    fattore formulava sul suo affittuario.
    Quanto  a  Miss  Watkins,  ella aveva subito preso un atteggiamento di
    vero e franco cameratismo col giovane studioso. Trovando in lui quella
    distinzione  di  modi,   quella  superiorità  intellettuale  che   non
    riscontrava  affatto  nel suo ambiente abituale,  ella aveva colto con
    entusiasmo l'occasione inaspettata che le si offriva,  di  completare,
    con nozioni di chimica sperimentale, l'istruzione molto solida e varia
    che s'era già procurata con la lettura di opere scientifiche.
    Il laboratorio del giovane ingegnere,  con i suoi bizzarri apparecchi,
    esercitava su di lei un irresistibile interesse.  C'era soprattutto in
    lei  una  grande  curiosità  di  conoscere  tutto quanto riguardava la
    natura dei diamanti,  quelle pietre preziose che nelle conversazioni e
    nel  commercio  del paese occupavano un posto così importante.  Per la
    verità,  Alice era molto propensa a vedere in quelle gemme nient'altro
    che comuni sassolini.  Cipriano - ella se ne accorgeva bene - aveva su
    questo punto delle  opinioni  precisamente  uguali  alle  sue.  Perciò
    questa  comunanza di sentimenti non fu estranea all'amicizia che s'era
    subito stretta tra loro. Soli nel Griqualand, si potrebbe azzardarsi a
    dirlo,  essi non credevano che lo scopo unico della vita fosse  quello
    di cercare,  tagliare, vendere sassolini, così ardentemente bramati in
    tutti i paesi del mondo.
    - Il diamante - le disse un giorno il giovane ingegnere - non è  altro
    che  carbonio  puro.   E'  un  frammento  di  carbone  cristallizzato,
    nient'altro.  Lo si può bruciare come un volgare tizzone,  ed è  stata
    proprio  questa  proprietà combustibile che ne ha fatto,  per la prima
    volta, supporre la vera natura. Newton, il quale osservava tante cose,
    aveva notato che il diamante tagliato rifrange la  luce  più  di  ogni
    altro corpo trasparente. Ora, siccome egli sapeva che questo carattere
    è proprio della maggior parte delle sostanze combustibili,  dedusse da
    questo fatto,  con la sua arditezza abituale,  la conclusione  che  il
    diamante  «doveva»  essere  combustibile.  E  l'esperienza  gli  diede
    ragione.
    - Ma, signor Méré - domandò la fanciulla, - se il diamante non è altro
    che carbone, perché lo si vende così caro?
    - Perché è molto raro, signorina Alice - rispose Cipriano,  - e perché
    finora non è stato trovato in natura che in piccolissime quantità. Per
    molto  tempo fu ricavato solo dall'India,  dal Brasile e dall'isola di
    Borneo.  E senza dubbio voi  ricorderete  molto  bene,  perché  allora
    avevate  sette o otto anni,  il tempo in cui,  per la prima volta,  fu
    segnalata la presenza di  diamanti  in  questa  provincia  dell'Africa
    australe.
    -  Certo,  me  ne  ricordo!  - disse Miss Watkins.  - Erano tutti come
    impazziti nel Griqualand!  Non si vedeva che gente armata di picconi e
    zappe,  che  andava  esplorando tutte le terre,  deviando il corso dei
    torrenti  per  esaminarne  il  letto,  sognando  e  parlando  solo  di
    diamanti!  Per  quanto  fossi  piccola,  signor Méré,  vi assicuro che
    allora ne fui eccitata!  Ma voi dicevate che il diamante è caro perché
    è raro... E' forse questa l'unica sua qualità?
    -  No,  non  precisamente,  Miss Watkins.  La sua trasparenza,  la sua
    brillantezza,  quando è tagliato in maniera da rifrangere la luce,  la
    difficoltà stessa di questo taglio e infine la sua eccezionale durezza
    ne  fanno  un  corpo  veramente  molto  interessante per lo studioso e
    aggiungerei,  molto utile all'industria.  Voi sapete  che  può  essere
    levigato  soltanto con la sua polvere ed è questa preziosa durezza che
    ha permesso di usarlo, da alcuni anni, nella perforazione delle rocce.
    Senza l'aiuto di questa gemma,  non soltanto sarebbe  molto  difficile
    lavorare il vetro e tante altre materie dure, ma anche la perforazione
    delle gallerie, dei cunicoli delle miniere, dei pozzi artesiani.
    -  Ora capisco - disse Alice,  che si sentiva improvvisamente presa da
    una  specie  di  stima  per  quei  poveri  diamanti  che  aveva  tanto
    disprezzato fino allora.  - Ma,  signor Méré,  il carbone,  di cui voi
    affermate che il diamante è un composto allo  stato  cristallino  -  è
    questa  la definizione giusta,  non è vero?  - il carbone,  che cosa è
    infine?
    - E' un corpo semplice, non metallico, e uno dei più diffusi in natura
    - rispose Cipriano. - Tutti i composti organici,  senza eccezione,  il
    legno,  la carne,  il pane, l'erba, ne contengono in alta proporzione.
    Essi devono il grado  di  parentela  che  si  osserva  tra  loro  alla
    presenza del carbone o «carbonio» tra i loro componenti.
    -  Un  fatto curioso!  - disse Miss Watkins.  - Così quei cespugli che
    vediamo, l'erba di questo pascolo, l'albero che ci dà ombra,  la carne
    del mio struzzo Dadà,  e anch'io,  e voi,  signor Méré, siamo in parte
    fatti di carbone... come i diamanti?  Tutto è dunque carbone in questo
    mondo?
    - Ve l'assicuro,  signorina Alice,  da molto tempo lo si supponeva, ma
    la scienza contemporanea tende di giorno in giorno a determinarlo  con
    maggior chiarezza!  O meglio, tende a ridurre sempre più il numero dei
    corpi semplici elementari,  numero da  lungo  tempo  considerato  come
    definitivo.  I  procedimenti  di osservazione spettroscopica hanno,  a
    questo riguardo, portato di recente una luce nuova sulla chimica. Così
    le  sessantadue  sostanze  classificate  finora  come  corpi  semplici
    elementari  o fondamentali,  potrebbero alla fine risultare una sola e
    unica sostanza atomica  -  forse  l'idrogeno  -  sotto  manifestazioni
    elettriche, dinamiche e calorifiche differenti!
    - Oh! mi fate paura, signor Méré, con tutte queste parole difficili! -
    esclamò  Miss Watkins.  - Parlatemi piuttosto del carbone!  Forse voi,
    signori della chimica,  riuscireste a cristallizzarlo come fate con lo
    zolfo,  di  cui  mi  avete  mostrato  l'altro  giorno  degli aghi così
    splendidi?  Sarebbe certo più comodo che andare a scavare buche  nella
    terra per trovarvi i diamanti!
    -  Si  è  tentato  spesso  di  realizzare  quello che voi dite rispose
    Cipriano - e tentato di produrre il diamante artificiale  mediante  la
    cristallizzazione del carbonio puro. Devo aggiungere che si è riusciti
    entro  certi  limiti.  Despretz,  nel  1853,  e  recentemente un altro
    studioso in Inghilterra,  hanno prodotto polvere di  diamante  facendo
    passare  una  corrente  elettrica  ad  alta tensione in un cilindro di
    carbone nel vuoto,  liberato da tutte le sostanze minerali e preparato
    con zucchero candito. Ma finora il problema non ha avuto una soluzione
    industriale.  Tuttavia,  questo problema è ormai soltanto questione di
    tempo.  Da un giorno all'altro,  e forse nel momento stesso in cui  vi
    parlo,  Miss Watkins, il procedimento di produzione del diamante è già
    scoperto!
    Essi conversavano passeggiando sul terrapieno sabbioso che  circondava
    la fattoria,  oppure alla sera, seduti sotto l'esile veranda guardando
    le stelle che brillano nel cielo australe.
    Poi Alice lasciava il giovane ingegnere per far ritorno alla fattoria,
    se pur non lo conduceva a vedere il suo piccolo branco di struzzi  che
    custodiva  dentro  un  recinto,  ai  piedi  della  collina sulla quale
    s'elevava l'abitazione di John Watkins. Le piccole teste bianche, alte
    su  un  corpo  nero,  le  grosse  gambe  rigide,  i  ciuffi  di  piume
    giallognole  che  adornavano i sommoli delle ali e la coda,  tutto ciò
    era attraente per la fanciulla,  la quale si dilettava,  da un anno  o
    due, ad allevare una piccola famiglia di struzzi.
    D'ordinario,  non si cerca d'addomesticare questi animali, e i fattori
    del  Capo  li  lasciano  vivere  allo  stato   quasi   selvatico.   Si
    accontentano  di  rinchiuderli in vasti serragli,  protetti da un'alta
    cinta di filo di ottone,  uguale a quella che si usa,  in certi paesi,
    lungo le strade ferrate.  Gli struzzi,  inadatti al volo,  non possono
    superare queste  barriere.  Qui  essi  vivono  tutto  l'anno,  in  una
    cattività  che  non  conoscono,  nutrendosi  di  quello  che trovano e
    cercando luoghi riparati per deporvi le loro uova,  protetti da  leggi
    severe contro i ladruncoli.  Ma al tempo della muta,  quando si tratta
    di spogliarli di quelle piume tanto ricercate dalle signore  d'Europa,
    i battitori radunano a poco a poco gli struzzi in una serie di recinti
    sempre  più  piccoli,  dove  sia facile prenderli e svestirli del loro
    abbigliamento.
    Questa industria ha preso da qualche anno, nelle regioni del Capo,  un
    prodigioso  sviluppo,  e  giustamente  ci si meraviglia che sia appena
    conosciuta in Algeria, dove non sarebbe meno redditizia. Ogni struzzo,
    così ridotto in schiavitù, procura al suo proprietario,  senza nessuna
    spesa,  un  introito  annuo  che  varia  tra  i  duecento e i trecento
    franchi. Per capire questo, bisogna sapere che una piuma grande,  se è
    di  prima scelta,  si vende fino a sessanta o ottanta franchi - prezzo
    commerciale corrente - e che le piume medie e piccole hanno sempre  un
    valore abbastanza alto.
    Ma  Miss  Watkins  allevava  una  dozzina  di  questi  grandi  uccelli
    unicamente per suo passatempo personale.  Le piaceva vederli covare le
    proprie enormi uova,  o quando venivano al pastone con i loro pulcini,
    come avrebbero fatto  le  galline  e  i  tacchini.  Cipriano  talvolta
    l'accompagnava  e si divertiva ad accarezzare il più bello del branco,
    un certo struzzo dalla testa nera e dagli  occhi  d'oro:  precisamente
    quel  vezzoso Dadà,  che aveva ingoiato la palla d'avorio di cui Alice
    si serviva abitualmente per rammendare.
    Frattanto,  Cipriano aveva sentito a poco a  poco  nascere  in  sé  un
    sentimento  più  profondo e più tenero verso la fanciulla.  Egli aveva
    pensato che non avrebbe trovato mai,  per condividere la sua  vita  di
    lavoro  e  di  meditazione,   una  compagna  di  cuore  più  semplice,
    d'intelligenza più sveglia,  più  amabile,  più  perfetta  sotto  ogni
    aspetto.  Infatti Miss Watkins, rimasta molto presto orfana di madre e
    perciò obbligata a governare la casa paterna,  era una massaia esperta
    e  allo  stesso  tempo una perfetta donna di società.  Era anzi questa
    unione particolare di distinzione raffinata e di semplicità  attraente
    che  la  rendeva incantevole.  Libera dagli stolti pregiudizi di tante
    ragazze eleganti della vecchia Europa, non disdegnava di introdurre le
    sue bianche mani nella pasta per  fare  il  budino,  di  cucinare,  di
    accertarsi che la biancheria della casa fosse in buono stato. E questo
    non  le impediva di eseguire le sonate di Beethoven altrettanto bene e
    forse meglio di tante altre,  di  parlare  con  proprietà  due  o  tre
    lingue, di dedicarsi alla lettura, di saper apprezzare i capolavori di
    tutte  le  letterature,  e infine di riscuotere successo nelle piccole
    riunioni mondane,  che talvolta venivano organizzate presso le  ricche
    fattoresse del distretto.
    E  le donne brillanti non mancavano in queste riunioni.  Nel Transvaal
    come in America,  in Australia e in tutti i paesi  giovani,  dove  una
    civilizzazione  che  si sviluppa d'improvviso assorbe l'attività degli
    uomini con i lavori materiali,  la cultura  intellettuale  costituisce
    molto  più  che  in  Europa  il monopolio quasi esclusivo delle donne.
    Perciò esse spesso sono molto superiori ai loro mariti e ai loro figli
    in fatto di cultura generale e di raffinatezza artistica.  E' capitato
    a tutti i viaggiatori d'incontrare, non senza meraviglia, nella moglie
    d'un  minatore  australiano  o  d'uno "squatter" (1) del Far West,  un
    talento musicale di prim'ordine,  associato alle più serie  conoscenze
    letterarie  o scientifiche.  La figlia d'un cenciaiolo di Omaha o d'un
    salumiere di Melbourne arrossirebbe al pensiero di essere inferiore in
    istruzione, in maniere raffinate, in «compitezza» d'ogni specie, a una
    principessa della vecchia Europa.  Nello Stato libero di Orange,  dove
    l'educazione delle ragazze è già da molto tempo allo stesso livello di
    quella dei ragazzi, ma dove questi disertano troppo presto i banchi di
    scuola,  questo contrasto tra i due sessi è rilevante più che altrove.
    L'uomo è,  nella casa,  il "breadwinner",  colui che guadagna il pane;
    egli  conserva  in tutta la sua rudezza originale,  che gli deriva dal
    lavoro all'aria aperta,  la solita esistenza di fatiche e di pericoli.
    Al  contrario,  la  donna coltiva come sua proprietà,  oltre ai doveri
    domestici, le arti e le lettere che il marito disdegna e trascura.
    E capita anche talvolta che un fiore di bellezza,  di distinzione e di
    grazia,  sbocci  ai confini del deserto;  era il caso della figlia del
    fattore John Watkins.
    Cipriano aveva pensato a tutto questo  e,  siccome  andava  dritto  al
    fine, non aveva esitato a presentare la sua domanda.
    Ahimè!  i suoi sogni ora crollavano,  e scorgeva,  per la prima volta,
    l'abisso quasi insuperabile che  lo  separava  da  Alice.  Così,  dopo
    questo colloquio deciso, ritornò nella sua abitazione col cuore gonfio
    d'amarezza.  Ma  egli  non  era  l'uomo  che  si abbandonava alla vana
    disperazione;  era risoluto a lottare su questo terreno e,  in  attesa
    degli  eventi,  trovò  ben  presto nel lavoro un sicuro rimedio al suo
    dolore. Dopo essersi seduto davanti al suo piccolo tavolo, l'ingegnere
    terminò, con scrittura rapida e ferma,  la lunga lettera confidenziale
    che aveva cominciata al mattino,  indirizzata al suo venerato maestro,
    il signor  J...  membro  dell'Accademia  delle  Scienze  e  professore
    titolare alla Scuola Mineraria.
    ...  Ciò che non ho creduto di affidare alla mia relazione ufficiale -
    gli diceva,  - perché anche  per  me  ancora  soltanto  un'ipotesi,  è
    l'opinione  che  sarei  tentato  di  farmi,  dopo  le mie osservazioni
    geologiche, sul vero modo di formazione del diamante. Né l'ipotesi che
    lo fa provenire da un'origine vulcanica,  né quella che attribuisce la
    sua   formazione   nei   giacimenti  attuali  all'azione  di  violenti
    smottamenti di terreno, riuscirebbero a soddisfare me più di voi,  mio
    caro maestro,  e non ho bisogno di ricordarvi i motivi che ce la fanno
    scartare. La formazione del diamante sul posto,  mediante l'azione del
    fuoco,  è anch'essa una spiegazione troppo vaga e che non mi persuade.
    Quale sarebbe  la  natura  di  questo  fuoco,  e  perché  non  avrebbe
    modificato i calcari d'ogni specie,  che s'incontrano regolarmente nei
    giacimenti diamantiferi?  Ciò mi sembra semplicemente  ingenuo,  degno
    della teoria dei turbini o degli atomi uncinati.
    La sola spiegazione che mi soddisfi,  se non completamente,  almeno in
    parte,  è quella del trasporto per mezzo delle  acque  degli  elementi
    della  gemma,  e  della formazione posteriore del cristallo sul posto.
    Sono molto colpito dal profilo speciale,  quasi uniforme,  dei diversi
    giacimenti che ho esplorato con la massima cura.  Tutti presentano più
    o meno la forma generale d'una specie di coppa, di capsula,  o meglio,
    tenendo  conto  della  crosta  che  li  ricopre,  d'una  borraccia  da
    cacciatori,  coricata su un fianco.  E' come un serbatoio di trenta  o
    quarantamila  metri  cubi,  nel  quale  si  fosse  rovesciato tutto un
    agglomerato di sabbie,  di fango e  di  terre  alluvionali,  addossato
    sulle  rocce  primitive.  Questo carattere è notevolissimo soprattutto
    nel Vandergaart Kopje uno degli  ultimi  giacimenti  scoperti,  e  che
    appartiene - detto tra parentesi - allo stesso proprietario della casa
    dalla quale vi scrivo.
    Se si versa in una capsula un liquido contenente dei corpi estranei in
    sospensione,  che  cosa  avviene?  Questi corpi estranei si depositano
    particolarmente sul fondo e attorno alle pareti della capsula. Ebbene,
    questo è precisamente quanto avvenne nel "kopje". Infatti,  i diamanti
    si  trovano  soprattutto  in fondo e verso il centro del bacino,  come
    pure alla sua estremità.  Il fatto è tanto evidente,  che  i  "claims"
    intermedi calano rapidamente di valore, mentre le concessioni centrali
    o  vicine ai bordi acquistano immediatamente un valore enorme,  quando
    la forma dei giacimenti è stata determinata.  L'analogia è  dunque  in
    favore  del  trasporto  dei  materiali  mediante  l'azione delle acque
    D'altra parte,  un gran numero di circostanze che  troverete  elencate
    nella  mia  relazione,  tendono a indicare la formazione dei cristalli
    sul posto,  piuttosto che il loro trasporto allo stato  perfetto.  Per
    citarne  solo due o tre,  i diamanti sono quasi sempre in gruppi della
    stessa natura e dello stesso colore e ciò non  capiterebbe  certamente
    se fossero stati trasportati già formati da un torrente.  E' frequente
    trovarne due attaccati assieme,  che si separano a minimo  urto.  Come
    avrebbero  resistito  all'attrito  e  alle  vicende d'un trasporto per
    mezzo delle acque?  Di più,  i grossi diamanti si trovano quasi sempre
    al  riparo  d'una roccia,  il che indurrebbe a pensare che l'influenza
    della roccia - la sua irradiazione calorifica o qualunque altra causa-
    ha facilitato la cristallizzazione. Infine,  è raro,  anzi molto raro,
    incontrare  insieme  grossi e piccoli diamanti.  Tutte le volte che si
    scopre una bella pietra,  questa è  isolata.  E'  come  se  tutti  gli
    elementi  adamantini del nido si fossero in questo caso concentrati in
    un solo cristallo, sotto l'azione di cause particolari.
    Questi motivi e molti altri ancora mi fanno dunque propendere  per  la
    formazione sul posto, dopo che gli elementi della cristallizzazione vi
    sono stati trasportati per mezzo delle acque.
    Ma  da  dove  sono  venute  queste  acque  che trasportavano i detriti
    organici, destinati a trasformarsi in diamanti?  Questo non mi è stato
    possibile  determinarlo,  nonostante  le  ricerche più accurate che ho
    eseguito in diversi terreni.
    La scoperta avrebbe certamente  la  sua  importanza.  Infatti,  se  si
    pervenisse  a rintracciare la strada percorsa dalle acque,  perché non
    si perverrebbe risalendola,  alla sorgente  da  dove  sono  partiti  i
    diamanti,  là  dove  ce  n'è  senza dubbio in maggior quantità che nei
    limitati  giacimenti  attualmente  sfruttati?   Questa   sarebbe   una
    dimostrazione completa della mia teoria, e ne sarei ben felice. Ma non
    sarò  io  a  farla,  perché  sono  ormai  quasi  al  termine della mia
    missione,  e mi è stato impossibile formulare a  questo  riguardo  una
    conclusione  seria.  Sono invece stato più fortunato nelle mie analisi
    di rocce...
    L'ingegnere,  proseguendo  nella  sua  descrizione,   entrava  poi  in
    particolari  tecnici  riguardanti i suoi studi che erano indubbiamente
    di grande interesse per lui e per il suo corrispondente,  ma sui quali
    il  lettore  profano  forse  non  sarebbe dello stesso parere.  Perciò
    sembra prudente non insistervi più a lungo.
    A mezzanotte,  dopo aver terminato  la  sua  lunga  lettera,  Cipriano
    spense  la lampada,  si stese sull'amaca e s'addormentò d'un sonno ben
    meritato.
    Il lavoro aveva soffocato il dispiacere - almeno per qualche  ora-  ma
    una dolce immagine fece capolino più d'una volta nei sogni del giovane
    studioso, e gli sembrò ch'essa gli dicesse di non disperare.
    NOTE.
    NOTA  1:  Chi  occupa  illecitamente  aree  pubbliche;  in Australia è
    l'allevatore di pecore (N.d.A.).
















    4. VANDERGAART KOPJE.
    «Devo assolutamente partire - ripeteva a se stesso  Cipriano  Méré  il
    mattino  dopo,   mentre  si  radeva  la  barba,  -  devo  lasciare  il
    Griqualand!  Dopo quanto mi  son  lasciato  dire  da  quel  brav'uomo,
    rimanere  un  giorno  di  più  sarebbe  debolezza!  Non vuol darmi sua
    figlia?  Forse ha ragione!  In ogni caso,  non sono io quello  che  si
    abbasserà  per  invocare  attenuanti!   Saprò  accettare  da  uomo  la
    sentenza,  per quanto sia dolorosa,  e mi servirà di esperienza per il
    futuro!».
    Senza   altre  esitazioni,   Cipriano  cominciò  a  imballare  i  suoi
    apparecchi nelle casse che aveva conservato per servirsene da tavoli e
    da armadi.  S'era messo all'opera con ardore,  e lavorava febbrilmente
    da un'ora o due,  quando dalla finestra aperta, attraverso l'atmosfera
    mattutina,  una voce  fresca  e  limpida,  librandosi  come  un  canto
    d'allodola dal basso del terrapieno,  giunse fino a lui,  cantando una
    delle più dolci melodie del poeta Moore:
    It is the last rose of summer,
    Left blooming alone.
    All her lovely companions
    Are faded and gone...
    (E' l'ultima rosa dell'estate,  / lasciata a fiorire sola.  / Tutte le
    sue compagne / sono sfiorite e andate...).
    Cipriano  si  affacciò  alla finestra e vide Alice che andava verso il
    recinto degli struzzi,  reggendo il grembiule pieno di un becchime  di
    cui sono ghiotti. Era lei che cantava al sole nascente.
    I will not leave thee, thou lone one!
    To pine on the stem,
    Since the lovely are sleeping,
    Go sleep with them...
    (Io non ti lascerò, o tu solitaria! / a languire sullo stelo. / Poiché
    tutte le belle si sono addormentate / va' e dormi con loro...).
    Il  giovane  ingegnere non s'era mai creduto particolarmente sensibile
    alla poesia,  però questa  volta  si  sentì  profondamente  penetrato.
    Rimase   immobile  presso  la  finestra,   frenando  il  suo  impulso,
    ascoltando e, diciamo meglio, bevendo quelle dolci parole.
    La canzone s'interruppe.  Miss Watkins distribuiva  il  becchime  agli
    struzzi, ed era divertente vederli allungare il collo grosso e beccare
    senza  grazia  sulla  piccola mano che li stuzzicava.  Poi,  finita la
    distribuzione, ella ritornò, sempre cantando:
    It is the last rose of summer,
    Left blooming alone...
    Oh, who would inhabit
    This black world alone?...
    (E' l'ultima rosa dell'estate, / lasciata a fiorire sola... / Oh,  chi
    abiterebbe soletto / questo mondo tenebroso?...).
    Cipriano  stava  ritto in piedi,  inchiodato sul posto,  con gli occhi
    umidi e la favella ammutolita dal fascino.
    La voce si perdeva in lontananza;  Alice ritornava alla fattoria;  era
    appena  a  venti  metri,  quando un rumore di passi frettolosi la fece
    trasalire, ed ella si fermò all'istante.
    Cipriano, per un impulso incontrollato ed irresistibile, era uscito da
    casa, a capo scoperto, e correva appresso a lei.
    - Signorina Alice!...
    - Signor Méré?...
    Erano l'uno di fronte all'altra,  contro  il  sole  che  sorgeva,  sul
    sentiero  che  fiancheggia  la fattoria.  Le loro ombre si disegnavano
    nette contro lo  steccato  di  legno  bianco,  nel  paesaggio  brullo.
    Cipriano,  ora che aveva raggiunto la fanciulla,  sembrava stupito del
    suo gesto e taceva, indeciso.
    - Volete dirmi qualcosa, signor Méré? - domandò lei sorpresa.
    - Vengo a salutarvi, signorina Alice!... Parto oggi stesso!... rispose
    egli con voce assai poco sicura.
    Il leggero incarnato  che  abbelliva  il  colorito  delicato  di  Miss
    Watkins era improvvisamente scomparso.
    -  Partire?...  Volete  partire?...  per  dove?  -  domandò ella molto
    turbata.
    - Per il mio paese...  per la Francia - rispose  Cipriano.  -  I  miei
    lavori qui sono finiti...  La mia missione è al termine...  Non ho più
    nulla da fare nel Griqualand, e devo tornare a Parigi...
    E dicendo questo, con parole interrotte, egli aveva l'espressione d'un
    colpevole che si scusa.
    - Ah!... Sì!...  E' vero!...  Doveva capitare!...  - balbettava Alice,
    non sapendo bene cosa diceva.
    La fanciulla era stordita dallo stupore. Questa notizia la coglieva di
    sorpresa,  come una mazzata.  Subito, grosse lacrime gonfiarono i suoi
    occhi e brillarono sulle ciglia socchiuse.  Tuttavia,  come se  questo
    improvviso  dispiacere  l'avesse  posta  di  fronte alla realtà,  ella
    ritrovò ancora la forza per sorridere.
    - Partire?...  - ripeté.  - Ebbene,  volete dunque  lasciare  così  la
    vostra  allieva  devota,  senza  che  abbia  terminato il suo corso di
    chimica?... Questo mi dispiace, signore!
    Ella cercava di essere disinvolta e di scherzare, ma il tono della sua
    voce smentiva le sue parole.  C'era,  sotto questo fare scherzoso,  un
    rimprovero accorato, che andò diritto al cuore del giovane. Gli diceva
    in parole povere:
    «E allora io?...  Non tenete dunque conto di me?...  Voi mi respingete
    semplicemente nel nulla!... Sareste venuto qui per apparirmi solo, tra
    quei Boeri e  questi  avidi  minatori,  come  un  essere  superiore  e
    privilegiato,  studioso,  fiero,  disinteressato,  eccezionale!...  Mi
    avreste associata ai vostri studi e ai vostri  lavori!...  Mi  avreste
    aperto il vostro cuore e fatto condividere le vostre grandi ambizioni,
    le  vostre  preferenze  letterarie,  i  vostri gusti artistici!...  Mi
    avreste fatto vedere la distanza che corre tra un pensatore come voi e
    i bimani che mi  circondano!...  Avreste  fatto  di  tutto  per  farvi
    ammirare e amare!...
    Vi sareste riuscito!... Poi, verreste a dirmi, di punto in bianco, che
    ve  ne  ritornate a Parigi e ben presto vi dimenticherete di me!...  E
    voi credete che io prenderò con filosofia questa conclusione?».
    Sì, c'era tutto questo nelle parole di Alice,  e i suoi occhi umidi lo
    lasciavano capire così bene, che Cipriano fu sul punto di rispondere a
    questo  rimprovero  inespresso  ma  eloquente.  Ci  mancò poco che non
    gridasse:
    «Devo andarmene!... Ieri ho domandato a vostro padre che mi concedesse
    di  avervi  come  sposa!...   Ha  rifiutato  senza  lasciarmi   alcuna
    speranza!... Capite ora perché parto?».
    Il ricordo della promessa lo trattenne in tempo. S'era impegnato a non
    parlare  mai  alla  figlia  di  John  Watkins del sogno che egli aveva
    formulato,  e si sarebbe giudicato spregevole se non avesse  mantenuto
    la parola.
    Ma,  nello stesso tempo, egli sentiva quanto quel progetto di partenza
    precipitosa,  così improvvisamente decisa  sotto  l'impressione  dello
    smacco,   era  brutale,  quasi  selvaggio.  Gli  sembrava  impossibile
    abbandonare  così,   senza   preparazione,   senza   proroga,   quella
    incantevole  ragazza  che  egli  amava,  e che lo ricambiava - era fin
    troppo evidente - con un affetto tanto sincero e profondo!
    Questa risoluzione, che due ore prima s'era impossessata di lui con il
    carattere della necessità più imperiosa, ora lo faceva inorridire. Non
    osava neppure più pensarvi.
    Tutt'a un tratto egli la rigettò.
    - Se parlo di partire,  signorina Alice - disse,  - non è  per  questa
    mattina...  neppure  per oggi,  penso!...  Ho ancora da prendere degli
    appunti... da completare i preparativi!... In ogni caso,  avrò l'onore
    di  rivedervi  e  di  parlare con voi...  circa il vostro programma di
    studi!
    Detto questo, voltando bruscamente le spalle, Cipriano fuggì,  come un
    pazzo;  ritornò  in  casa,  si  accasciò  sulla  seggiola di legno,  e
    cominciò a riflettere profondamente.
    Il corso dei suoi pensieri era cambiato.
    «Rinunciare a tanta grazia, per mancanza d'un po' di danaro!  pensava.
    -  Abbandonare  il  campo  al  primo  ostacolo!  E m'immagino d'essere
    coraggioso?  Non sarebbe  meglio  sacrificare  qualche  pregiudizio  e
    tentare di rendermi degno di lei?... Tanti fanno fortuna in pochi mesi
    cercando  diamanti!  Perché  non  potrei  fare lo stesso anch'io?  Chi
    m'impedisce di dissotterrare  una  pietra  da  cento  carati,  come  è
    capitato ad altri,  o meglio,  di scoprire un nuovo giacimento?  Io ho
    certamente conoscenze tecniche e pratiche superiori alla maggior parte
    di questi uomini!  Perché la scienza non  darebbe  a  me  ciò  che  il
    lavoro, assistito da un po' di fortuna, ha dato a loro?... Dopo tutto,
    non  rischio  molto  a tentare!...  Anche dal punto di vista della mia
    missione,  può non essermi inutile metter mano al piccone e provare il
    mestiere del minatore!...  E,  se riesco,  se divento ricco con questo
    sistema primitivo, chissà che John Watkins non si lascerà convincere e
    non ritornerà sulla sua prima decisione?  Il premio è tale che vale la
    pena di tentare l'avventura!...».
    Cipriano  cominciò  a camminare avanti e indietro nel suo laboratorio;
    ma,  questa volta,  le sue mani restavano inoperose,  mentre  lavorava
    solo la sua mente.
    Di colpo egli si fermò, prese il cappello e uscì.
    Dopo aver preso il sentiero che scendeva verso la pianura,  si diresse
    di buon passo verso il Vandergaart Kopje.
    Vi arrivò in men di un'ora.
    Nello stesso momento, i minatori rientravano in massa all'accampamento
    per  il  pranzo.  Cipriano,  passando  in  rivista  tutti  quei  volti
    abbronzati,  si  domandava  a  chi  si  sarebbe  rivolto  per avere le
    informazioni che gli erano necessarie,  quando riconobbe in un  gruppo
    la  faccia  leale di Thomas Steel,  il minatore venuto dal Lancashire.
    Aveva avuto l'occasione di incontrarlo già altre due o tre volte, dopo
    ch'erano arrivati insieme nel Griqualand, e di accorgersi che il bravo
    giovane  faceva  progressi  a  vista   d'occhio,   come   dimostravano
    sufficientemente il suo aspetto florido, i suoi abiti nuovi fiammanti,
    e soprattutto la larga cintura che portava ai fianchi.
    Cipriano  si  decise  ad avvicinarlo e a metterlo al corrente dei suoi
    progetti; bastarono poche parole.
    - Affittare un "claim"?  Niente di più facile,  se avete  danaro!  gli
    rispose  il  minatore.  -  Ce  n'è  uno  precisamente  accanto al mio!
    Quattrocento sterline,  ed è vostro!  Con cinque o sei Negri,  che  lo
    sfrutteranno  per  conto  vostro,  siete  sicuro di guadagnarvi almeno
    sette o ottocento franchi di diamanti alla settimana!
    - Ma io non ho quattrocento sterline,  e non posso disporre di  nessun
    Negro! - disse Cipriano.
    -  Ebbene,  acquistate solo una parte di "claim",  un ottavo oppure un
    sedicesimo,  e lavoratelo da solo!  Basterà un migliaio di franchi per
    questo acquisto!
    -  Sarebbe più accessibile alle mie possibilità - rispose l'ingegnere.
    - Ma voi, signor Steel, se non sono troppo curioso,  come avete fatto?
    Siete dunque venuto qui con un capitale?
    -  Son arrivato con le mie braccia e con tre monetine d'oro in tasca -
    rispose l'altro.  - Ma ho avuto fortuna.  Dapprima ho lavorato  su  un
    ottavo,  spartendo con un proprietario che preferiva starsene al caffè
    invece di occuparsi dei suoi affari.  Eravamo d'accordo di spartire  i
    frutti,  e  mi  è  andata bene,  specialmente con una pietra di cinque
    carati che abbiamo venduto  per  duecento  sterline!  Allora  mi  sono
    stufato  di lavorare per quel fannullone e ho comperato un sedicesimo,
    che ho sfruttato da solo.  Siccome non raccoglievo che piccole pietre,
    me  ne sono disfatto dieci giorni fa.  Ho lavorato di nuovo in società
    con un Australiano,  nel suo "claim",  ma  non  abbiamo  ricavato  che
    cinque sterline fra tutti e due nella prima settimana.
    -  Se  trovassi  da acquistare una buona parte di "claim",  non troppo
    caro,  sareste disposto a diventare mio socio per lo  sfruttamento?  -
    domandò l'ingegnere.
    -  Subito - rispose Thomas Steel,  - a una condizione però: che ognuno
    tenga per sé quanto troverà! Non che non mi fidi di voi,  signor Méré!
    Ma  vedete,  da  quando  sono qui,  mi sono accorto che ci perdo quasi
    sempre lavorando a spartire, perché col piccone e la zappa so il fatto
    mio, e faccio due o tre volte più lavoro degli altri!
    - Questo mi sembra giusto - rispose Cipriano.
    -  Ah!   -   esclamò   d'improvviso   il   minatore   del   Lancashire
    interrompendosi.  - Un'idea,  e forse quella buona!... Se prendessimo,
    fra tutti e due, uno dei "claims" di John Watkins?
    - Come, uno dei suoi "claims"? Non è tutto suo il terreno del "kopje"?
    - Certamente,  signor Méré,  ma voi sapete che  il  governo  coloniale
    s'intromette  appena si è scoperto un giacimento di diamanti.  Esso lo
    amministra, lo iscrive al catasto e spezzetta i "claims",  prendendosi
    la  maggior  parte  del  prezzo  di cessione e pagando al proprietario
    nient'altro  che  un  canone  fisso.  A  dire  il  vero,   il  canone,
    trattandosi  di un "kopje" grande come questo,  costituisce ancora una
    rendita molto buona  e,  d'altra  parte,  il  proprietario  ha  sempre
    interesse  per  il riscatto del maggior numero di "claims" che può far
    lavorare. E' precisamente il caso di John Watkins. Egli ne ha molti in
    sfruttamento, oltre la proprietà assoluta di tutta la miniera.  Ma non
    può  sfruttarli bene quanto vorrebbe,  perché la gotta gl'impedisce di
    assistere ai lavori,  e penso che vi farebbe buone condizioni,  se gli
    proponeste di prenderne uno.
    -  Preferirei  che  la contrattazione si facesse tra lui e voi rispose
    Cipriano.
    - Questo non  importa  -  replicò  Thomas  Steel.  -  Possiamo  subito
    toglierci questo peso!
    Tre ore dopo,  la metà del "claim" numero 942, debitamente segnato con
    picchetti e determinato sulla mappa,  era affittato in piena regola ai
    signori  Méré  e Thomas Steel,  dietro pagamento d'un primo acconto di
    novanta sterline, e versamento nelle mani dell'esattore dei diritti di
    licenza.  Inoltre,  era specificamente stipulato nel contratto  che  i
    concessionari   dividerebbero   con  John  Watkins  i  prodotti  dello
    sfruttamento e gli  darebbero  a  titolo  di  "Royalty"  i  tre  primi
    diamanti  superiori  ai  dieci carati,  che da loro venissero trovati.
    Niente assicurava che si presentasse questa  eventualità,  ma  insomma
    era possibile: tutto è possibile.
    Tutto sommato, l'affare era considerato come eccezionalmente buono per
    Cipriano,  e  il  signor Watkins glielo dichiarò con la sua franchezza
    abituale, bevendo con lui, dopo la firma del contratto.
    -  Avete  preso  una  buona  decisione,  caro  ragazzo!  -  gli  disse
    battendogli  la mano sulla spalla.  - C'è della stoffa in voi!  Non mi
    meraviglierei se diventaste uno dei migliori minatori del Griqualand.
    Cipriano credette di vedere in queste parole un  felice  presagio  per
    l'avvenire.
    E Miss Watkins, che era presente al colloquio, aveva un raggio di luce
    così vivo nei suoi occhi celesti!  No. Non si sarebbe creduto che ella
    avesse passato la mattinata versando lacrime.
    Per un tacito accordo, fu evitata,  come era giusto,  ogni spiegazione
    sulla scena del mattino.  Cipriano ormai restava,  era ormai certo,  e
    questo era l'essenziale.
    Il giovane ingegnere partì dunque col  cuore  sollevato,  per  fare  i
    preparativi   di   trasferimento,   portandosi  dietro  soltanto  poco
    vestiario in una valigia leggera,  perché contava di stabilirsi  sotto
    la tenda al Vandergaart Kopje, e di non ritornare alla fattoria se non
    per passarvi i momenti di riposo.






    5. PRIMO SFRUTTAMENTO.
    Fin  dal  mattino  seguente,  i due soci si misero al lavoro.  Il loro
    "claim" era situato al margine del "kopje" e doveva essere  ricco,  se
    la  teoria  di  Cipriano  Méré  era fondata.  Sfortunatamente,  questo
    "claim" era già stato ampiamente  sfruttato  e  si  sprofondava  nelle
    viscere della terra fino ad una profondità di cinquanta e più metri.
    Tuttavia,  sotto  un certo aspetto,  questo era un vantaggio,  perché,
    trovandosi a un livello più basso dei  "claims"  vicini,  beneficiava,
    secondo  la  legge  del paese,  di tutte le terre e per conseguenza di
    tutti i diamanti che vi fossero caduti dalle pareti circostanti.
    Il lavoro era semplice.  I due soci cominciavano a scavare col piccone
    e la zappa,  con molta regolarità,  una certa quantità di terra. Fatto
    questo, uno di loro risaliva sul bordo della miniera e tirava su,  per
    mezzo  del  cavo  di  ferro,  le  secchie  di  terra  che gli venivano
    agganciate dal basso.
    La terra veniva allora trasportata con la  carretta  alla  capanna  di
    Thomas Steel. Qui, dopo averla distesa con grossi bastoni, ripulita da
    ciottoli senza valore, la setacciavano con un crivello dalle maglie di
    quindici  millimetri di lato per separarne le pietre più piccole,  che
    esaminavano attentamente prima di gettarle nello  scarto.  Infine,  la
    terra  veniva  setacciata  con un crivello molto fine,  per levarne la
    polvere, e si trovava così pronta per la cernita.
    La versavano  quindi  su  una  tavola,  davanti  alla  quale  essi  si
    sedevano,  armati  d'una  specie  di  raschietto fatto con un pezzo di
    latta, la esaminavano con la massima cura, una manata dopo l'altra,  e
    la  buttavano  sotto la tavola,  da dove era trasportata all'esterno e
    abbandonata, quando era finito l'esame.
    Tutte queste operazioni avevano  per  scopo  di  identificare,  se  ce
    n'era,  qualche  diamante,  talvolta  grosso  appena  quanto una mezza
    lenticchia. E i due soci si stimavano molto fortunati,  se la giornata
    non  passava  senza  che ne avessero trovato almeno uno.  Ci mettevano
    molto entusiasmo in questo  lavoro,  e  vagliavano  minuziosamente  la
    terra del "claim";  ma, purtroppo, durante i primi giorni, i risultati
    furono pressoché nulli.
    Cipriano,  soprattutto,  sembrava nutrire poche speranze.  Se c'era un
    piccolo  diamante  nella  terra,  era quasi sempre Thomas Steel che lo
    scopriva.  Il primo che ebbe la soddisfazione di scoprire,  non pesava
    un sesto di carato, compresa la ganga.
    Il  carato corrisponde al peso di quattro grani,  cioè press'a poco la
    quinta parte d'un grammo (1).  Un diamante di prima acqua,  cioè molto
    puro,   limpido   e   incolore,   una   volta  tagliato,   vale  circa
    duecentocinquanta franchi,  se pesa un carato.  Ma se i  diamanti  più
    piccoli  hanno un valore proporzionalmente molto basso,  il valore dei
    più grossi cresce a dismisura. Si calcola, in generale,  che il valore
    commerciale  di una pietra di bella acqua è uguale al quadrato del suo
    peso,  espresso in carati,  moltiplicato per il  prezzo  corrente  del
    carato.  Supponendo,  per esempio, che il prezzo del carato sia di 250
    franchi, una pietra di dieci carati, della stessa qualità, varrà cento
    volte di più, cioè 25000 franchi.
    Ma le pietre da dieci carati, e anche da un carato, sono molto rare. E
    precisamente per questo che  sono  così  care.  E,  d'altra  parte,  i
    diamanti del Griqualand sono quasi tutti colorati di giallo,  e questo
    diminuisce notevolmente il loro valore di gioielleria.
    La scoperta d'una pietra del peso di un sesto di carato,  dopo sette o
    otto  giorni  di  lavoro,  era dunque un ben magro compenso a tutte le
    preoccupazioni e le fatiche che era costata.  Sarebbe stato meglio,  a
    questo  prezzo,  coltivare la terra,  pascolare il bestiame e spaccare
    pietre per  il  selciato.  Cipriano  se  lo  ripeteva  dentro  di  sé.
    Tuttavia, la speranza di trovare un bel diamante, che ricompensasse in
    una  sola  volta  il lavoro di parecchie settimane o anche di parecchi
    mesi,  lo sosteneva,  come sosteneva tutti i minatori,  anche se  meno
    coraggiosi.  Thomas Steel,  invece,  lavorava come una macchina, senza
    pensarci, almeno in apparenza, per la forza d'una rapidità acquisita.
    I due soci prendevano il pasto di mezzogiorno ordinariamente  assieme,
    si  accontentavano  di  panini  e  birra  che  compravano allo spaccio
    all'aria aperta, ma cenavano a una delle numerose tavole dell'albergo,
    alle quali partecipava la clientela dell'accampamento. Alla sera, dopo
    essersi separati per andare ognuno  per  conto  proprio  Thomas  Steel
    entrava  in  qualche  sala  di  biliardo,  mentre Cipriano tornava per
    un'ora o due alla fattoria.
    Il giovane ingegnere aveva spesso il dispiacere d'incontrarvi  il  suo
    rivale,  James Hilton,  un giovanotto robusto dai capelli rossi, pelle
    bianca, faccia picchiettata da quelle macchioline chiamate efelidi Che
    questo rivale facesse evidenti e rapidi progressi nei favori  di  John
    Watkins,  bevendo  più  gin  di lui e fumando più di lui il tabacco di
    Amburgo, non c'era dubbio.
    Alice,  questo è vero,  dimostrava la più perfetta  repulsione  per  i
    corteggiamenti  contadineschi  e  la  conversazione  poco  elevata del
    giovane Hilton.  Ma la sua presenza era altrettanto  insopportabile  a
    Cipriano.  Così egli, incapace talvolta di sopportarla e non riuscendo
    a padroneggiarsi, salutava la compagnia e se ne andava
    - Il  "Frenchman"  non  è  contento!  -  diceva  allora  John  Watkins
    strizzando  l'occhio  al  suo  compare.  -  Sembra  che i diamanti non
    corrano da soli sotto la sua zappa!
    E James Hilton rideva nel modo più idiota possibile.
    Il più delle volte, in quel tempo, Cipriano andava a passare la serata
    a casa di un vecchio e simpatico Boero,  che  abitava  proprio  vicino
    all'accampamento e si chiamava Jacobus Wandergaart.
    Era  da  lui  che  prendeva  nome il "kopje",  di cui in passato aveva
    occupato il suolo, all'inizio della concessione. Inoltre, a prestargli
    fede,  egli ne era stato espropriato con una vera ingiustizia a favore
    di John Watkins.  Ora,  completamente rovinato,  viveva in una vecchia
    capanna di terra,  esercitando il mestiere di tagliatore di  diamanti,
    che un tempo aveva esercitato ad Amsterdam, sua città natale.
    Infatti,  capitava  spesso che i minatori,  desiderosi di conoscere il
    peso esatto che avrebbero avuto le loro  pietre  una  volta  tagliate,
    gliele portavano,  sia per sfaldarle, sia per compiervi operazioni più
    delicate. Ma questo lavoro richiedeva mano sicura e vista buona,  e il
    vecchio Jacobus Vandergaart,  eccellente operaio ai suoi tempi,  aveva
    ora molta difficoltà ad eseguire questi lavori.
    Cipriano,  che gli aveva fatto montare  su  un  anello  il  suo  primo
    diamante, gli si era affezionato. Gli piaceva venire a sedersi nel suo
    modesto laboratorio,  per fare quattro chiacchiere o semplicemente per
    tenergli compagnia, mentre lavorava al suo banco di lapidario. Jacobus
    Vandergaart,  dalla barba  bianca,  la  fronte  calva,  coperto  d'una
    papalina  di  velluto  nero,  il  naso  lungo sormontato da un paio di
    occhiali  rotondi,   aveva  l'aria  d'un   perfetto   alchimista   del
    quindicesimo secolo, circondato da arnesi bizzarri e flaconi di acidi.
    In una ciotola di legno, sul banco collocato davanti alla finestra, si
    trovavano  i diamanti grezzi che i minatori avevano affidato a Jacobus
    Vandergaart,  e il cui  valore  era  talvolta  considerevole.  Volendo
    sfaldarne  uno  la  cui  cristallizzazione  non gli sembrava perfetta,
    cominciava con l'accertare, per mezzo di una lente, la direzione delle
    venature che dividono tutti i cristalli in falde  a  facce  parallele;
    poi,  servendosi  d'un diamante già sfaldato,  praticava una incisione
    nel senso voluto,  introduceva una piccola lama  d'acciaio  in  questa
    incisione, e picchiava un colpo secco.
    Il  diamante  risultava  sfaldato  su  una  faccia,  e l'operazione si
    ripeteva allora sulle altre.
    Se al contrario Jacobus Vandergaart voleva «tagliare» la pietra, o più
    precisamente ridurla a una forma determinata,  dapprima  stabiliva  la
    forma  che voleva darle,  disegnandone con il gesso,  sulla ganga,  le
    faccette da ottenere.  Poi applicava successivamente ciascuna faccia a
    contatto  con un secondo diamante,  e sottoponeva i due diamanti a uno
    sfregamento prolungato.  Le due pietre si levigavano a vicenda,  e  le
    faccette si formavano a poco a poco.
    Jacobus  Vandergaart  riusciva  così  a  dare alla gemma una di quelle
    forme che sono fissate dall'uso corrente,  e che  rientrano  tutte  in
    queste  tre  grandi  divisioni:  il «brillante doppio»,  il «brillante
    semplice» e la «rosetta».
    Il brillante doppio si compone di  sessantaquattro  faccette,  di  una
    superficie e d'una base.
    Il brillante semplice ha la figura della metà d'un brillante doppio.
    La rosetta ha la base e la superficie convessa a forma di due cupole a
    faccette.
    Solo  eccezionalmente,  Jacobus  Vandergaart  aveva avuto occasione di
    tagliare  una  «briolette»,  cioè  un  diamante  che,  non  avendo  né
    superficie né base,  presenta la forma d'una piccola pera. In India si
    pratica un foro alle "briolettes" nel senso dell'asse più  lungo,  per
    passarvi un filo.
    I  «ciondoli»,  che il vecchio lapidario aveva più spesso occasione di
    tagliare,  hanno  la  forma  di  mezze  pere  con  superficie  e  base
    sfaccettate sulla parte anteriore.
    Una volta tagliato il diamante,  restava ancora da lucidarlo perché il
    lavoro fosse compiuto.  Questa operazione si effettuava  servendosi  d
    una   mola,   di  circa  ventotto  centimetri  di  diametro,   montata
    orizzontalmente sulla tavola e che girava su un perno azionato da  una
    grande  ruota  e  da  una  manovella,  compiendo due o tremila giri al
    minuto.  Contro questo disco bagnato d'olio e spalmato di  polvere  di
    diamante ottenuta dai tagli precedenti, Jacobus Vandergaart accostava,
    una dopo l'altra,  le faccette della pietra, finché avessero raggiunto
    la perfetta lucentezza.  Chi girava  la  manovella,  era  a  volte  un
    ragazzo  assunto  a  giornata,  quando era necessario,  altre volte un
    amico come Cipriano,  il quale si prestava a rendergli questo servizio
    in cambio di quelli ricevuti.
    Lavorando,  essi parlavano.  E spesso Jacobus Vandergaart,  sollevando
    gli occhiali sulla fronte,  interrompeva improvvisamente il lavoro per
    raccontare qualche storia dei tempi passati.  Infatti,  egli conosceva
    tutto dell'Africa australe, dove abitava da oltre quarant'anni.  E ciò
    che  rendeva  piacevole la sua conversazione,  consisteva precisamente
    nel  fatto  che  essa  rispecchiava  la  tradizione  del  paese,   una
    tradizione ancora recente e viva.
    Anzitutto, il vecchio lapidario era inesauribile in fatto di lamentele
    patriottiche  e  personali.  Gli  Inglesi erano,  a suo parere,  i più
    abominevoli pirati che la terra avesse mai prodotto. Dobbiamo tuttavia
    lasciargli la responsabilità  delle  proprie  opinioni,  anche  se  un
    tantino esagerate, e forse anche perdonargliele.
    -  Nessuna  meraviglia  -  ripeteva  volentieri  -  se gli Stati Uniti
    d'America si sono dichiarati indipendenti,  e se l'India e l'Australia
    lo faranno ben presto!  Nessun popolo sarebbe disposto a tollerare una
    tirannia del genere!... Ah! signor Méré,  se il mondo conoscesse tutte
    le ingiustizie che questi inglesi, così orgogliosi delle loro ghinee e
    della loro potenza navale,  hanno seminato sul globo terrestre, non vi
    sarebbe nessun insulto nel  linguaggio  umano  che  non  venisse  loro
    gettato in faccia!
    Cipriano, senza approvare né disapprovare, ascoltava in silenzio.
    -  Volete  che vi racconti cosa mi hanno combinato proprio a me che vi
    parlo? - riprendeva Jacobus Vandergaart animandosi. State a sentire, e
    mi direte se è possibile avere due opinioni su tutto questo!
    E quando Cipriano lo aveva assicurato che niente gli  farebbe  maggior
    piacere, il brav'uomo tornava a raccontare.
    -  Sono  nato  ad  Amsterdam  nel 1806,  durante un viaggio che i miei
    genitori vi  avevano  compiuto.  Più  tardi,  vi  sono  ritornato  per
    imparare  il  mestiere,  ma  tutta la mia fanciullezza l'ho passata al
    Capo, dove la mia famiglia era emigrata da una cinquantina d'anni. Noi
    eravamo Olandesi e molto fieri di esserlo,  quando  la  Gran  Bretagna
    s'impossessò della colonia,  a titolo provvisorio,  si diceva! Ma John
    Bull (2) non molla ciò che una volta ha preso e, nel 1815, dall'Europa
    riunita in congresso,  fu solennemente dichiarato che eravamo  sudditi
    del Regno Unito!
    «Ma  io  mi  chiedo  perché l'Europa s'immischiava degli affari del le
    provincie africane!
    «Sudditi inglesi!  ma noi non volevamo esserlo,  signor Méré!  Allora,
    pensando  che  l'Africa  era abbastanza grande per offrirci una patria
    che fosse nostra,  completamente nostra,  abbandonammo la colonia  del
    Capo  per  inoltrarci nelle terre ancora inesplorate che limitavano la
    regione verso nord.  Ci chiamavano  «Boeri»,  cioè  contadini,  oppure
    «Voortrekkers», cioè pionieri.
    «Avevamo  appena  dissodato  quei  nuovi territori,  ci eravamo appena
    creata, con grande lavoro, una esistenza indipendente,  che il governo
    britannico li reclamò come sua proprietà, sempre sotto il pretesto che
    noi eravamo sudditi inglesi!
    «Allora cominciò un altro esodo.  Eravamo nel 1838. Di nuovo emigrammo
    in massa.  Dopo aver caricato su carri,  tirati  da  buoi,  le  nostre
    masserizie,  gli arnesi da lavoro e i prodotti, ci inoltrammo ancor di
    più nel deserto.
    «A quell'epoca,  il  territorio  nel  Natal  era  quasi  completamente
    spopolato.  Un conquistatore sanguinario,  chiamato Ciaka, vero Attila
    negro della razza degli Zulù, vi aveva sterminato più di un milione di
    esseri umani,  tra il 1812 e il 1828.  Il suo  successore  Dingaan  vi
    regnava  ancora  col  terrore.  Questo  re  selvaggio  ci  autorizzò a
    stabilirci nel paese,  dove sorgono oggi le città di Durban e di  Port
    Natal.
    «Ma  l'astuto  Dingaan  ci  aveva  dato  questa  autorizzazione con il
    secondo fine di attaccarci,  quando il nostro Stato fosse diventato un
    buon boccone!  Così, ci armammo tutti per la resistenza, e fu soltanto
    a prezzo di sforzi inauditi e, posso dirlo, con prodigi di valore,  in
    più  di  cento  combattimenti,  nei  quali  le nostre donne e i nostri
    ragazzi combattevano al nostro fianco,  che riuscimmo  a  rimanere  in
    possesso  di  quelle  terre,  bagnate  dal  nostro sudore e dal nostro
    sangue.
    «Avevamo  appena  trionfato  definitivamente  sul  despota   negro   e
    distrutto  la  sua potenza,  che il governo del Capo mandò una colonna
    britannica con l'incarico di occupare il territorio del Natal, in nome
    di Sua Maestà la Regina d'Inghilterra!...  Come  vedete,  noi  eravamo
    sempre sudditi inglesi! Questo avveniva nel 1842.
    «Altri emigranti, nostri compatrioti, avevano anch'essi conquistato il
    Transvaal  e  annientato  il  potere del tiranno Moselekatze sul fiume
    Orange.  Anch'essi si videro confiscare,  con un semplice  ordine  del
    giorno, la nuova patria che avevano pagato con tante sofferenze!
    «Tralascio i particolari.  Questa lotta durò venti anni.  Noi andavamo
    sempre più lontano,  e sempre la Gran Bretagna allungava su di noi  la
    sua mano rapace,  come su altrettanti servi della gleba, che restavano
    suoi anche dopo averla abbandonata!
    «Infine,  dopo  molte  pene  e  lotte  sanguinose,   riuscimmo  a  far
    riconoscere  la  nostra indipendenza nello stato libero di Orange.  Un
    proclama regio,  firmato dalla regina Vittoria in data 8 aprile  1854,
    ci  garantiva  il  libero  possesso delle nostre terre e il diritto di
    darci  un  governo  autonomo.   Ci  costituimmo   definitivamente   in
    Repubblica,  e  si può dire che il nostro Stato,  fondato sul rispetto
    scrupoloso  della  legge,   sulla  libera  iniziativa  individuale   e
    sull'istruzione impartita con abbondanza in tutte le classi,  potrebbe
    ancora servire di modello a molte nazioni,  che si credono più  civili
    di un piccolo Stato dell'Africa australe!
    «Il Griqualand ne faceva parte.  Allora io mi stabilii come fattore in
    questa casa dove ci troviamo ora,  con la mia povera moglie  e  i  due
    figli! Fu allora che io piantai il mio "kraal" o parco per il bestiame
    sul  luogo  stesso  della miniera dove voi lavorate!  Dieci anni dopo,
    John Watkins arrivò nel paese e vi costruì la  prima  capanna.  Allora
    non  si sapeva che c'erano i diamanti sotto questa terra e,  per conto
    mio avevo avuto così poche occasioni in trent'anni di praticare il mio
    vecchio mestiere,  che appena mi ricordavo dell'esistenza delle pietre
    preziose!
    «D'un  tratto,  verso  il 1867,  si sparse la voce che le nostre terre
    erano diamantifere.  Un Boero delle rive del  Hart  aveva  trovato  de
    diamanti  perfino negli escrementi dei suoi struzzi,  perfino nei muri
    d'argilla della sua fattoria (3).
    «Subito il governo inglese,  fedele al suo sistema di  appropriazione,
    in  barba  a  tutti  i  trattati  e  a  tutti  i diritti,  dichiarò il
    Grigualand sua proprietà.
    «Invano la nostra Repubblica protestò!...  Invano offrì di  sottoporre
    la   divergenza   all'arbitrato   d'un   capo   di  Stato  europeo!...
    L'Inghilterra rifiutò l'arbitrato e occupò il nostro territorio.
    «Abbiamo  ancora  sperato  che  i  nostri  iniqui  padroni   avrebbero
    rispettato  almeno  i diritti privati!  Per parte mia,  rimasto vedovo
    senza figli in seguito  alla  terribile  epidemia  del  1870,  non  mi
    sentivo  più  il  coraggio  d'andarmi  a  cercare un'altra patria,  di
    rifarmi un nuovo focolare,  il sesto o settimo della mia  lunga  vita!
    Rimasi  dunque  nel  Griqualand.  Quasi  io solo,  nel paese,  restavo
    estraneo a quella  febbre  del  diamante  che  ossessionava  tutti,  e
    continuavo a coltivar il mio orto, come se il giacimento di "Du Toit's
    Pan" non fosse stato scoperto a un tiro di schioppo da casa mia!
    «Ora,  quale non fu un giorno il mio stupore,  quando constatai che il
    muretto  del  mio  "kraal",  costruito  con  pietre  a  secco  secondo
    l'usanza,  era  stato demolito durante la notte e trasportato trecento
    metri più lontano,  in mezzo alla pianura.  Al  posto  del  mio,  John
    Watkins, aiutato da un centinaio di Cafri, ne aveva costruito un altro
    che  si  congiungeva  con il suo e che racchiudeva nella sua proprietà
    una collinetta di terra sabbiosa e rossastra,  fino a quel momento mia
    proprietà incontrastata.
    «Feci  le mie rimostranze all'usurpatore...  Per tutta risposta quello
    mi rise in faccia! Minacciai di denunciarlo... Egli mi sfidò a farlo!
    «Tre giorni dopo,  ebbi la spiegazione dell'enigma.  Quella collinetta
    di  terra,  che  mi  apparteneva,  era  una miniera di diamanti.  John
    Watkins,  dopo essersene accertato,  s'era affrettato ad effettuare il
    trasloco del mio recinto;  poi era corso a Kimberley, a far registrare
    ufficialmente la miniera a nome suo.
    «Richiesi un processo...  Non riuscirete  mai  a  comprendere,  signor
    Méré, quanto costi un processo in un territorio inglese!... Ho perduto
    ad uno ad uno i miei buoi,  i cavalli,  le pecore!...  Ho venduto fino
    all'ultima suppellettile, fino all'ultimo straccio, per saziare quelle
    sanguisughe umane chiamate "solicitors",  "attorneys",  "sherifs" (4),
    uscieri!...  In  breve,  dopo  un anno di andirivieni,  di attese,  di
    speranze sempre deluse,  di ansietà e di rivolte,  la questione  della
    proprietà  fu definitivamente chiusa in appello,  senza possibilità di
    ricorso in cassazione...
    «Ho perduto il processo e, per di più,  ero rovinato.  Una sentenza in
    piena  regola  dichiarava infondate le mie pretese,  respingeva la mia
    istanza e diceva che era  impossibile  al  tribunale  riconoscere  con
    chiarezza il diritto rispettivo delle parti, ma che era necessario per
    il  futuro  determinare  un confine in maniera invariabile.  Così,  la
    linea che divideva le due proprietà fu retrocessa  al  venticinquesimo
    grado  di  longitudine  est  dal  meridiano  di Greenwich.  Il terreno
    situato a occidente di  questo  meridiano  restava  assegnato  a  John
    Watkins,   e   il  terreno  situato  a  oriente  assegnato  a  Jacobus
    Vandergaart.
    «Ciò che sembra aver suggerito ai giudici questa originale  decisione,
    era  che  di  fatto  il venticinquesimo grado di longitudine passa sui
    piani del distretto,  attraverso il territorio che era stato  occupato
    dal mio "kraal".
    «Purtroppo, la miniera era a occidente! Diventò dunque automaticamente
    di John Watkins!
    «Tuttavia,  l'opinione  che  il  paese  ha conservato di questa iniqua
    sentenza,  come per segnarla con marchio indelebile,  è  espressa  nel
    fatto  che  si  continua  a  dare  alla miniera il nome di Vandergaart
    Kopje!
    «Ebbene,  signor Méré,  non ho forse un po' di ragione di dire che gli
    Inglesi  son furfanti?» disse il vecchio Boero a conclusione della sua
    troppo vera storia.
    NOTE.
    NOTA 1: Esattamente grammi 0,2052.
    NOTA 2: John Bull (letteralmente Giovanni Toro) è il  soprannome  dato
    al popolo inglese da quando,  nel 1712 John Arbthnot scrisse contro il
    duca di Marlborough la "History of John Bull",  personificando appunto
    in  John  Bull  il  popolo  inglese.  John Bull ha caratteristiche ben
    definite: grosso e tondo,  rosso di viso  e  di  pelo,  con  un  basso
    cilindro in capo,  lavoratore, gran mangiatore, allegro e nello stesso
    tempo cocciuto, anche troppo conscio di sé e litigioso (N.d.T.).
    NOTA 3: Questo Boero si chiamava Jacobs.  Un certo  Niekirk,  mercante
    olandese che viaggiava da queste parti in compagnia d'un cacciatore di
    struzzi  di nome O'Reilly,  riconobbe nelle mani dei bambini del Boero
    un diamante, col quale si trastullavano,  e ch'egli acquistò per pochi
    soldi  e  vendette  per  dodicimilacinquecento  franchi  a  Sir Philip
    Woodehouse,  governatore  del  Capo.  Questa  pietra,   immediatamente
    tagliata e spedita Parigi, figurò all'esposizione universale del Campo
    di  Marte,  nel  1867.  Da quel tempo è stato annualmente estratto dal
    suolo del Griqualand un valore di quaranta milioni  di  diamanti.  Una
    circostanza  molto curiosa è che i giacimenti diamantiferi,  in questo
    paese,  erano già conosciuti  in  precedenza  e  poi  dimenticati.  Le
    vecchie  carte  del  quindicesimo  secolo  recano  in  questo punto la
    dicitura: «Here Diamonds»: Qui ci sono diamanti (N.d.a.).
    NOTA 4: Avvocati, procuratori, sceriffi.


i aprirono, egli
    lasciò la presa, cadde come un sasso e si sfracellò al suolo.
    La rete,  liberata da quel peso,  compì un  altro  balzo  in  aria,  e
    ricadde qualche miglio più lontano,  mentre i gipeti riguadagnavano le
    alte zone dello spazio.
    Quando Cipriano accorse per recargli aiuto, il suo nemico era morto...
    morto in quelle condizioni orribili!
    Ora  restava  egli  solo  dei  quattro  rivali  che  s'erano  lanciati
    all'inseguimento,  per  raggiungere  lo  stesso  scopo  attraverso  le
    pianure del Transvaal.
    NOTE.
    NOTA 1: Corsa con ostacoli.


    18. LO STRUZZO PARLANTE.
    Cipriano e  Li,  dopo  questa  spaventosa  sciagura,  ebbero  un  solo
    pensiero: fuggire dal luogo dove s'era compiuta.
    Decisero  dunque  di costeggiare la macchia verso il nord,  marciarono
    più di un'ora e arrivarono al letto d'un torrente quasi asciutto  che,
    aprendo  una  breccia  nell'ammasso  di  lentisco  e di fichi d'India,
    permetteva di aggirarlo.
    Qui li attendeva una nuova sorpresa. Quel torrente sfociava in un lago
    abbastanza grande,  sulla sponda del quale  cresceva  una  cornice  di
    vegetazione lussureggiante,  che fino a quel momento l'aveva occultato
    alla loro vista.
    Cipriano avrebbe preferito ritornare sui suoi  passi  costeggiando  la
    sponda  del  lago;  ma la riva era a tratti così scoscesa,  che subito
    egli rinunciò a quel progetto. D'altra parte,  ritornando indietro per
    la  strada  già  percorsa,  egli  avrebbe  perduto  ogni  speranza  di
    ritrovare Matakìt.
    Tuttavia, sulla riva opposta del lago, s'elevavano delle colline,  che
    si  collegavano  per mezzo di una serie di ondulazioni a una catena di
    montagne assai  alte.  Cipriano  pensò  che,  arrivando  sul  crinale,
    avrebbe  avuto  più probabilità di abbracciare un panorama completo e,
    per conseguenza, di fissare un piano.
    Cipriano  e  Li  si  rimisero  dunque  in  marcia  con  l'intento   di
    costeggiare il lago. La mancanza di sentieri rendeva questa operazione
    molto  difficile,  soprattutto perché talvolta essi dovevano tirare le
    due giraffe per la cavezza.  Perciò  impiegarono  più  di  tre  ore  a
    percorrere una distanza di sette o otto chilometri in linea d'aria.
    Quando  finalmente,  aggirando  il lago,  furono arrivati press'a poco
    all'altezza del punto di partenza  sulla  riva  opposta,  scendeva  la
    notte.  Stanchi morti, decisero di far tappa in quel luogo. Ma, con le
    poche provviste di  cui  disponevano,  il  bivacco  non  si  profilava
    affatto confortevole. Allora Li se ne occupò con il suo zelo abituale;
    fatto questo, raggiunse il suo padrone.
    -  Piccolo padre - gli disse,  con quella sua voce carezzevole e nello
    stesso  tempo  incoraggiante,  -  vi  vedo  molto  stanco!  Le  nostre
    provviste  sono quasi esaurite!  Lasciatemi andare in cerca di qualche
    villaggio, dove non mi sarà rifiutato un po' d'aiuto
    - Vuoi lasciarmi, Li? - esclamò impressionato Cipriano.
    - E' necessario,  piccolo padre!  - rispose il Cinese.  - Prenderò una
    giraffa, e andrò verso il nord!... La capitale di Tonaià, di cui ci ha
    parlato  Lopèp,  non  può essere tanto lontana,  e farò in modo che vi
    accolgano bene.  Poi ritorneremo verso il Griqualand,  dove non  avete
    più  nulla da temere da quei tre miserabili,  che sono morti in questa
    spedizione!
    Il giovane ingegnere rifletté sulla proposta del fedele  Cinese.  Egli
    comprendeva,  da  una  parte,  che  se poteva ritrovare il Cafro,  era
    soprattutto in questa regione dove l'aveva intravisto il giorno  prima
    e  che  era  necessario non allontanarsene.  D'altra parte,  bisognava
    rifornirsi di viveri,  ormai insufficienti.  Cipriano  decise  dunque,
    sebbene con gran dispiacere,  di separarsi da Li, e si restò d'accordo
    ch'egli avrebbe aspettato  in  quel  luogo  per  quarantotto  ore.  Il
    Cinese,  a  cavallo  della veloce giraffa,  in quarantotto ore avrebbe
    fatto molta strada attraverso la regione, e sarebbe ritornato al posto
    del bivacco.
    Convenuto questo,  Li non volle perdere un istante.  Quanto al riposo,
    egli  se ne preoccupava ben poco!  Avrebbe saputo non dormire!  Salutò
    dunque il suo padrone, baciandogli la mano, prese la giraffa, Vi saltò
    in groppa e scomparve nella notte.
    Per la prima volta dopo la partenza da Vandergaart Kopje,  Cipriano si
    trovava  solo  in  pieno  deserto.  Si sentiva profondamente triste e,
    quando si fu avvolto  nella  coperta,  si  abbandonò  ai  più  lugubri
    pronostici.  Isolato,  quasi all'estremo dei viveri e delle munizioni,
    come  se  la  sarebbe  passata  in  quel  paese  sconosciuto,  lontano
    centinaia  di  leghe dai paesi civili?  Raggiungere Matakìt era adesso
    una  eventualità  ben  misera!  Non  poteva  forse  trovarsi  a  mezzo
    chilometro  da  lui,  senza  averne  il minimo sospetto?  Decisamente,
    questa spedizione era  disastrosa  e  si  era  svolta  all'insegna  di
    avvenimenti tragici!  Quasi ogni cento miglia percorse, era costata la
    vita di uno dei suoi membri!  Ora ne restava uno solo...  lui!...  Era
    forse destinato a finire anch'egli miseramente come gli altri?
    Tali erano le tristi riflessioni di Cipriano, il quale riuscì tuttavia
    a prender sonno.
    La  frescura  del mattino e il riposo che l'aveva ristorato diedero un
    corso più fiducioso ai suoi pensieri, quando si svegliò. Aspettando il
    ritorno del Cinese,  egli decise di salire in cima  alla  collina,  ai
    piedi della quale s'era fermato. Avrebbe così esplorato con lo sguardo
    una  parte  più  ampia  del  paese  e forse,  servendosi del binocolo,
    avrebbe scorto qualche traccia di Matakìt.  Ma,  per fare questo,  era
    indispensabile  separarsi dalla giraffa,  perché nessun naturalista ha
    mai classificato tale quadrupede nella famiglia degli scalatori.
    Cipriano la sbarazzò  anzitutto  dalla  cavezza,  così  ingegnosamente
    fabbricata da Li;  poi la legò per una gamba a un albero circondato da
    erba folta e  fresca,  lasciandole  la  corda  sufficientemente  lunga
    perché pascolasse a suo agio.  Infatti,  addizionando la lunghezza del
    suo collo a quella della corda,  il  raggio  d'azione  della  graziosa
    bestia risultava davvero molto largo.
    Terminati  questi  preparativi,  Cipriano  si  caricò il fucile su una
    spalla, la coperta sull'altra e,  salutata con un'amichevole manata la
    giraffa, cominciò l'ascensione della montagna.
    Fu  un'ascensione lunga e difficile.  Passò tutto il giorno a superare
    pendii scoscesi, ad aggirare rocce e picchi invalicabili, a riprendere
    da est o da sud un tentativo infruttuoso compiuto da nord o da ovest.
    Al calar della notte,  Cipriano era ancora a mezza  costa,  e  dovette
    rimandare all'indomani il resto dell'ascensione.
    Ripartì all'alba, dopo aver guardato bene ed essersi assicurato che Li
    non  era  ancora  ritornato  all'accampamento,  e  arrivò in cima alla
    montagna verso le undici.
    Qui l'attendeva una crudele delusione. Il cielo s'era coperto di nubi.
    Fitte nebbie fluttuavano sui fianchi inferiori.  Cipriano cercò invano
    di  penetrare quella coltre per scandagliare con lo sguardo le vallate
    vicine.  Tutto il paese scompariva sotto un ammasso di vapori informi,
    che non lasciavano distinguere nulla al di sotto.
    Cipriano s'ostinò, attese, sperando sempre che apparisse una schiarita
    a ridargli i vasti orizzonti che sperava di scrutare: tutto inutile. A
    misura che le ore trascorrevano, le nubi sembravano farsi più fitte, e
    quando  sopraggiunse  la  notte,  il  tempo  si  cambiò decisamente in
    pioggia.
    L'ingegnere  fu  dunque  sorpreso  da  quella   prosaica   congiuntura
    meteorologica precisamente alla sommità di una distesa spoglia,  senza
    un albero, senza una roccia che si prestasse come rifugio. Nient'altro
    che il  suolo  nudo  e  arido,  e  tutt'intorno  la  notte  incombente
    accompagnata  da  una pioggerella fine che,  a poco a poco,  inzuppava
    tutto, coperta, vesti, e penetrava fino alle ossa.
    La situazione si faceva  critica,  e  tuttavia  bisognava  accettarla.
    Discendere in simili condizioni sarebbe stata follia.  Cipriano decise
    quindi di lasciarsi bagnare fino al midollo,  pensando di riasciugarsi
    l'indomani, con un buon sole.
    Passato  il  primo  istante di smarrimento,  Cipriano,  per consolarsi
    della disavventura,  pensò che quella pioggia - dolce  refrigerio  che
    ristorava  l'arsura  dei  giorni  precedenti  -  non  aveva  nulla  di
    sgradevole;  ma la conseguenza  più  fastidiosa  fu  di  obbligarlo  a
    consumare la cena,  se non completamente cruda,  completamente fredda.
    Accendere il fuoco o anche un semplice fiammifero con un tempo simile,
    non c'era da provarci.  Si accontentò dunque di aprire una scatola  di
    carne di manzo e mangiarla così com'era.
    Un'ora  o  due  più tardi,  intorpidito dalla freschezza della pioggia
    l'ingegnere riuscì a prender sonno,  con una grossa pietra per cuscino
    riparato  dalla coperta grondante.  Si risvegliò sul far del giorno in
    preda a una febbre ardente.
    Comprendendo che sarebbe stato perduto, se avesse continuato a restare
    sotto quella doccia - era una pioggia  persistente  e  torrenziale,  -
    Cipriano fece uno sforzo,  si mise in piedi e, appoggiandosi al fucile
    come a un bastone, cominciò a ridiscendere la montagna.
    Come arrivò in basso?  Egli stesso sarebbe stato molto  imbarazzato  a
    raccontarlo. Un po' ruzzolando sulla china bagnata, un po' lasciandosi
    scivolare  lungo  la roccia umida,  tramortito,  trafelato,  accecato,
    scosso dalla febbre, riuscì tuttavia a continuare la strada,  e arrivò
    verso mezzogiorno all'accampamento dove aveva lasciato la giraffa.
    L'animale era partito,  senza dubbio annoiato dalla solitudine e forse
    spinto dalla fame,  perché l'erba era stata completamente  brucata  in
    tutto  il cerchio,  di cui la corda formava il raggio.  Così la bestia
    aveva finito per prendersela con la corda che la teneva e, dopo averla
    rosicchiata aveva ripreso la libertà.
    Cipriano avrebbe sentito più doloroso questo nuovo colpo della fortuna
    avversa,   se  fosse  stato  in  condizioni  normali;   ma   l'estrema
    stanchezza,   la   prostrazione   non  gliene  concedevano  la  forza.
    Arrivando,  non fece altro che gettarsi sullo zaino impermeabile,  che
    per  fortuna  ritrovò,  cambiarsi con indumenti asciutti,  poi cadere,
    schiantato  dalla  fatica,   a  riparo  d'un  baobab  che  ombreggiava
    l'accampamento.
    Allora  cominciò  per  lui  un periodo di stravagante dormiveglia,  di
    febbre, di delirio, dove tutte le nozioni si confondevano, e il tempo,
    lo spazio,  le distanze non avevano più consistenza.  Faceva pioggia o
    sole,  giorno o notte?  Era là da dodici ore o da sessanta? Era ancora
    vivo o era morto? Egli non sapeva.  Sogni belli e incubi spaventosi si
    succedevano  senza tregua sul teatro della sua immaginazione.  Parigi,
    la Scuola Mineraria, il focolare paterno,  la fattoria del Vandergaart
    Kopje,  Miss Watkins,  Annibale Pantalacci,  Hilton, Friedel e legioni
    d'elefanti, Matakìt e voli d'uccelli,  librati in un cielo sconfinato,
    tutti  i ricordi,  tutte le sensazioni,  tutte le antipatie,  tutte le
    tenerezze formavano  un'accozzaglia  nel  suo  cervello  come  in  una
    battaglia  incoerente.   A  queste  creazioni  della  febbre  talvolta
    s'aggiungevano  impressioni  esterne.   Un   momento   particolarmente
    orribile fu quando, in mezzo all'abbaiare di sciacalli, al miagolio di
    gattopardi,  al  ringhiare  di  iene,  il  malato incosciente proseguì
    faticosamente il romanzo del suo delirio e gli  parve  di  sentire  un
    colpo  di  fucile,  seguito  da  silenzio  profondo.  Poi  l'infernale
    concerto riprese con maggior violenza e continuò fino a giorno.
    Senza dubbio, durante questo delirio, Cipriano sarebbe passato,  senza
    averne  coscienza,  dalla  febbre  al riposo eterno,  se l'avvenimento
    dall'apparenza più bizzarra, più stravagante,  non si fosse introdotto
    nel corso naturale delle cose.
    Al mattino aveva smesso di piovere,  e il sole era già abbastanza alto
    sull'orizzonte.  Cipriano aveva aperto gli occhi.  Guardava,  ma senza
    curiosità,  uno struzzo di alta statura che,  avvicinatosi, si fermò a
    due o tre passi da lui.
    «Sarà lo struzzo di Matakìt?»  si  domandò,  seguendo  sempre  un'idea
    fissa.
    Fu il trampoliere in persona che s'incaricò di rispondergli e,  per di
    più, in buon francese.
    - Non mi sbaglio, no!...  Cipriano Méré!...  Mio povero camerata,  che
    diavolo fai da queste parti?
    Uno  struzzo  che  parla  francese,  uno  struzzo che conosceva il suo
    nome... c'era certamente di che sbalordire un'intelligenza ordinaria e
    nervi saldi.  Ebbene,  Cipriano non fu  per  niente  impressionato  da
    questo  fenomeno  inverosimile  e  lo trovò del tutto naturale.  Aveva
    visto ben altro in sogno,  durante la notte precedente!  Ciò gli parve
    come una semplice conseguenza dello sconvolgimento mentale.
    - Non è educato, signor struzzo! - rispose. - Chi vi autorizza a darmi
    del tu?
    Parlava   con   quel   tono   secco,   irregolare,   particolare   dei
    febbricitanti,  che non lascia nessun dubbio sul loro stato,  e di ciò
    lo struzzo parve molto commosso.
    -  Cipriano!...  amico  mio!...  Tu sei malato e completamente solo in
    questo deserto! - gridò lo struzzo cadendo in ginocchio accanto a lui.
    Era questo un fenomeno fisico tanto anormale in uno struzzo quanto  il
    dono  della  parola,  perché la genuflessione è un movimento che gli è
    ordinariamente   impedito   dalla   natura.   Ma   Cipriano,    sempre
    febbricitante,  persisteva  a  non  stupirsi.  Trovò  anzi  del  tutto
    naturale che lo  struzzo  prendesse,  da  sotto  il  sommolo  dell'ala
    sinistra,  una borraccia di cuoio piena d'acqua fresca mista a cognac,
    e gliela avvicinasse alle labbra.
    La sola cosa che cominciò a sorprenderlo fu quando lo  strano  animale
    si  levò  in  piedi per lasciar cadere a terra una specie di involucro
    coperto di marabù, che assomigliava al suo piumaggio naturale,  poi un
    lungo  collo sormontato da una testa d'uccello.  E allora,  spoglio di
    quegli ornamenti presi a prestito,  lo struzzo gli  apparve  sotto  le
    sembianze d un giovanotto aitante,  ben piantato,  vigoroso,  il quale
    non era altri che Pharamond Barthès,  gran cacciatore davanti a Dio  e
    davanti agli uomini.
    - Ma sì!  sono io! - gridò Pharamond. - Non hai dunque riconosciuto la
    mia  voce  fin  dalla   prima   parola?...   Sei   stupito   del   mio
    travestimento?...  E'  uno stratagemma che ho imparato dai Cafri,  per
    poter avvicinarmi agli struzzi veri e attirarli  più  facilmente  alla
    zagaglia!... Ma parliamo di te, mio povero amico!... Come ti trovi qui
    malato   e  abbandonato?...   Ti  ho  scorto  per  una  vera  fortuna,
    gironzolando da queste parti,  e non sapevo neppure che ti trovassi in
    questo paese.
    Cipriano,  non essendo in grado di discutere, diede all'amico soltanto
    indicazioni molto sommarie sul proprio  conto.  Del  resto,  Pharamond
    Barthès,  comprendendo che quanto ora premeva era di fornire al malato
    quell'aiuto che gli era mancato fino allora, cominciò col fare per lui
    quanto di meglio gli era possibile.
    Questo ardimentoso cacciatore  aveva  già  una  lunga  esperienza  del
    deserto,  ed  aveva  appreso  dai Cafri un metodo di trattamento della
    massima efficacia per la febbre malarica, di cui era colpito il povero
    camerata.
    Dunque,  Pharamond Barthès scavò prima di tutto una  specie  di  fossa
    nella  terra e la riempì di legna,  dopo aver praticato un'apertura di
    tiraggio per consentire l'entrata dell'aria  dall'esterno.  Il  legno,
    una  volta  acceso  e consumato,  trasformò la fossa in un vero forno.
    Pharamond Barthès vi coricò  Cipriano,  dopo  averlo  avviluppato  con
    cura,  in  maniera  da  lasciargli  scoperta solo la testa.  Prima che
    trascorressero  dieci  minuti,   già  si   manifestava   un'abbondante
    traspirazione,  che  l'improvvisato  dottore ebbe cura di attivare con
    l'aiuto di cinque o sei tazze d'un decotto, fatto con erbe a lui note.
    Cipriano non tardò  ad  addormentarsi  in  quella  stufa,  d'un  sonno
    benefico.
    Al tramonto, quando riaprì gli occhi, il malato ne provava un sollievo
    così  manifesto  che  domandò  da  mangiare.  L'ingegnoso  amico aveva
    pensato a tutto: gli servì immediatamente un'eccellente cena che aveva
    preparato con i prodotti più prelibati della caccia e alcune radici di
    diverse specie.  Un'ala di  otarda  arrosto,  una  tazza  d'acqua  con
    aggiunto  cognac  completarono il pasto,  che ridonò un po' di forza a
    Cipriano e dissipò gli ultimi fumi  che  gli  annebbiavano  ancora  il
    cervello.
    Circa un'ora dopo la cena del convalescente, Pharamond Barthès, avendo
    a  sua  volta  cenato,  era  seduto accanto al giovane ingegnere e gli
    raccontava come s'era trovato là, solo, in quella strana acconciatura.
    - Tu lo  sai  -  gli  disse  -  che  cosa  sono  capace  di  fare  per
    sperimentare  un nuovo genere di caccia!  In sei mesi ho abbattuto una
    quantità d'elefanti, zebre, giraffe, leoni ed altri capi d'ogni pelo o
    piuma,  senza contare un'aquila cannibale che  costituisce  l'orgoglio
    della  mia  collezione.  Qualche  giorno  fa,  m'è venuta la voglia di
    variare i miei piaceri cinegetici!  Finora viaggiavo soltanto  con  la
    scorta  dei miei Basuti,  una trentina di giovanotti volenterosi,  che
    pago in ragione d'un sacchetto di perle di vetro al  mese,  e  che  si
    butterebbero  nel  fuoco per il loro signore e padrone.  Ma sono stato
    ultimamente ospite di Tonaià,  il grande capo di questo  paese,  e  in
    vista d'ottenere da lui il diritto di caccia sulle sue terre - diritto
    di  cui è geloso quanto un lord scozzese - ho consentito di prestargli
    i miei Basuti, con quattro fucili, per una spedizione ch'egli meditava
    contro  un  suo  vicino.  Questo  armamento  l'ha  reso  semplicemente
    invincibile,  e  così  ha  riportato  sul  suo  nemico  il trionfo più
    strepitoso. Di qui un'amicizia profonda,  suggellata dallo scambio del
    sangue,  cioè  ci  siamo  succhiati  a  vicenda  una scalfittura fatta
    sull'avambraccio! Perciò, fra Tonaià e me,  c'è un patto per la vita e
    per  la  morte!  Certo  ormai  di  non  essere più inquietato in tutta
    l'estensione dei suoi terreni,  l'altro ieri sono partito per cacciare
    il  leone  e  lo  struzzo.  In fatto di leone,  ho avuto il piacere di
    abbatterne uno la notte scorsa,  e sarei sorpreso  se  tu  non  avessi
    sentito  la  gazzarra  che ha preceduto il colpo finale.  Figurati che
    avevo piantato una tenda da  campo  presso  la  carcassa  d'un  bufalo
    ucciso ieri,  nella speranza assai fondata di veder arrivare nel cuore
    della notte il leone dei miei sogni! Infatti,  il felino non è mancato
    all'appuntamento,  attirato  dall'odore di carne fresca ma la sfortuna
    ha voluto che sciacalli e iene avessero avuto la stessa sua  idea!  Di
    qui, un concerto dei più stonati che dovresti aver sentito!
    -  Credo  proprio  d'averlo  sentito!  - rispose Cipriano.  - Ho anche
    pensato che fosse in mio onore!
    - Niente affatto,  caro amico!  - rispose Pharamond Barthès.  - Era in
    onore  d'una  carcassa  di bufalo,  in fondo a questa vallata che vedi
    aprirsi sulla destra.  Arrivata la luce del giorno,  non restavano più
    che  le  ossa dell'enorme ruminante!  Ti farò vedere!  E' un magnifico
    lavoro d'anatomia!...  Vedrai anche il mio leone,  la più bella bestia
    che abbia mai abbattuto da quando sono cacciatore in Africa!  L'ho già
    scuoiato, e la pelliccia sta seccando su un albero!
    - Ma perché  quello  strano  travestimento  che  portavi  stamattina?-
    domandò Cipriano.
    -  E'  un costume da struzzo.  Come ti ho detto,  i Cafri usano spesso
    tale stratagemma per avvicinarsi a  questi  animali,  che  sono  molto
    diffidenti e difficili da prendere se non fai così!... mi dirai che ho
    un'eccellente  carabina a canna lunga!...  E' vero,  ma che vuoi?  M'è
    venuta la fantasia di  cacciare  alla  moda  cafra,  e  questo  mi  ha
    procurato il vantaggio d'incontrarti molto a proposito, non è vero?
    - Davvero,  molto a proposito,  Pharamond!...  Credo che, senza di te,
    non sarei certamente sopravvissuto!  -  rispose  Cipriano,  stringendo
    cordialmente la mano all'amico.
    Adesso era fuori dalla stufa e coricato su un letto morbido di foglie,
    che il compagno gli aveva preparato ai piedi del baobab.
    Il  bravo  giovanotto non si accontentò di questo.  Volle andare nella
    vallata vicina a prendere la sua tenda da campo,  che  portava  sempre
    nelle  spedizioni,  e  un  quarto d'ora dopo l'aveva piantata sopra il
    caro malato.
    - E ora - disse - sentiamo la tua storia,  amico Cipriano,  sempre che
    non ti affatichi troppo a raccontarla!
    Cipriano  si  sentiva  abbastanza in forze per soddisfare la curiosità
    del tutto naturale di  Pharamond  Barthès.  Molto  succintamente,  del
    resto,  gli raccontò ciò che era accaduto nel Griqualand, perché aveva
    lasciato il paese inseguendo Matakìt e il suo  diamante,  quali  erano
    stati  gli  episodi principali della spedizione,  la morte di Annibale
    Pantalacci,  di Friedel e di James Hilton,  la scomparsa di Bardìk,  e
    infine    come   egli   aspettava   Li,    che   doveva   raggiungerlo
    all'accampamento.
    Pharamond  Barthès  ascoltava  con   molta   attenzione.   Interrogato
    particolarmente se avesse incontrato un giovane Cafro, di cui Cipriano
    dava  i  connotati corrispondenti a quelli di Bardìk,  egli rispose di
    no.
    - Ma - aggiunse  -  ho  trovato  un  certo  cavallo  abbandonato,  che
    potrebbe benissimo essere il tuo!
    E  tutto  d'un  fiato,  raccontò  a  Cipriano  in quali circostanze il
    cavallo era caduto nelle sue mani.
    - Precisamente due giorni fa - disse  -  cacciavo  con  tre  dei  miei
    Basuti nelle montagne del sud,  quando vidi improvvisamente sbucare da
    una strada infossata un magnifico  cavallo  grigio,  senza  finimenti,
    eccetto una cavezza e una corda che si trascinava appresso.  L'animale
    sembrava  chiaramente  indeciso  su  ciò  che  doveva  fare;  ma  l'ho
    chiamato,  gli  ho  mostrato  una  manata  di  zucchero,  e  mi  si  è
    avvicinato! Ed eccolo,  il suddetto cavallo prigioniero: una splendida
    bestia, piena di coraggio e di fuoco, «salata» come un prosciutto...
    - E' il mio! E' Templàr - esclamò Cipriano.
    - Ebbene,  amico mio, Tamplàr è tuo - rispose Pharamond Barthès e sarà
    un vero piacere per me di riportartelo! Andiamo,  buona notte,  adesso
    dormi! Domani all'alba, lasceremo questo luogo di delizie!
    Poi,  facendo  seguire  l'esempio  alle  parole,  Pharamond Barthès si
    arrotolò nella coperta e s'addormentò accanto a Cipriano.
    L'indomani,  il Cinese rientrava puntuale all'accampamento con  alcune
    provviste.  Così,  prima  che  Cipriano si fosse svegliato,  Pharamond
    Barthès,  dopo averlo  messo  al  corrente  di  tutto,  l'incaricò  di
    vegliare sul suo padrone mentre egli andava a prendere il cavallo,  la
    cui perdita era stata così sensibile per l'ingegnere.









    19. LA GROTTA MERAVIGLIOSA.
    Era proprio Tamplàr  il  cavallo  che  Cipriano  vide  quella  mattina
    svegliandosi. L'incontro fu quanto di più affettuoso. Si sarebbe detto
    che  il  cavallo  provasse  altrettanto  piacere  quanto ne provava il
    cavaliere ad incontrare il fedele compagno di viaggio.
    Cipriano, dopo la colazione, si sentì abbastanza in forze per mettersi
    in sella e partire immediatamente.  Perciò  Pharamond  Barthès  caricò
    tutti i bagagli in groppa a Tamplàr, prese l'animale per la briglia, e
    si misero in viaggio per la capitale di Tonaià.
    Cammin  facendo,  Cipriano  raccontò  con  maggiori particolari al suo
    amico i principali incidenti della spedizione  dopo  la  partenza  dal
    Griqualand. Quando fu arrivato all'ultima scomparsa di Matakìt, di cui
    descrisse i connotati, Pharamond Barthès si mise a ridere.
    - Ah,  proprio così!  - disse - c'è ancora una novità, e credo proprio
    di poterti fornire notizie del ladro, se non del diamante!
    - Che vuoi dire? - domandò Cipriano sorpreso.
    - Questo - replicò  Pharamond  Barthès  -  che  i  miei  Basuti  hanno
    condotto  prigioniero,  appena  ventiquattro ore fa,  un giovane Cafro
    errante nel paese, e che l'hanno consegnato legato mani e piedi al mio
    amico Tonaià.  Credo proprio che si sarebbe  trovato  a  mal  partito,
    perché Tonaià ha una paura matta delle spie,  e il Cafro, appartenendo
    evidentemente a una tribù nemica della sua,  sarebbe stato accusato di
    spionaggio!  Ma  finora  lo  hanno lasciato in vita!  Per sua fortuna,
    hanno scoperto  che  quel  povero  diavolo  sapeva  qualche  gioco  di
    bussolotti e sapeva competere al rango di stregone...
    - Eh! non ho più dubbi che sia Matakìt! - esclamò Cipriano.
    -   Ebbene,   può  vantarsi  d'averla  scampata  bella  -  rispose  il
    cacciatore.  - Tonaià ha inventato per i suoi nemici tutta una varietà
    di supplizi che non hanno nulla di desiderabile!  Ma,  come ti ripeto,
    puoi star tranquillo per il tuo servo!  E' protetto dalla sua  qualità
    di stregone,  e questa sera stessa lo ritroveremo in buona salute!  E'
    inutile aggiungere che questa notizia aveva particolarmente rallegrato
    Cipriano. Questi ormai aveva sicuramente raggiunto il suo scopo, e non
    dubitava che Matakìt,  se portava ancora con sé il  diamante  di  John
    Watkins, glielo avrebbe restituito.
    I due amici continuarono a discorrere del più e del meno durante tutta
    la  giornata,  attraversando  la pianura che Cipriano aveva percorso a
    dorso della giraffa pochi giorni prima.
    La sera stessa arrivarono in vista della capitale di Tonaià,  per metà
    disposta  ad  anfiteatro su una ondulazione che chiudeva l'orizzonte a
    nord. Era una vera città di dieci o quindicimila abitanti,  con strade
    dritte,  case  ampie  e  quasi  eleganti,  e  aveva  una  parvenza  di
    prosperità  e  benessere.  Il  palazzo  del  re,  circondato  da  alte
    palizzate  e  difeso da guerrieri negri armati di lancia,  occupava da
    solo un quarto della superficie della città.
    Bastava che Pharamond Barthès si facesse vedere,  e tutte le  barriere
    s'abbassavano   davanti  a  lui;   fu  immediatamente  introdotto  con
    Cipriano,  attraverso una serie di vasti cortili,  fino alla  sala  di
    cerimonia  dove  stava «l'invincibile conquistatore» circondato da una
    numerosa assemblea,  alla quale  non  mancavano  gli  ufficiali  e  le
    guardie.
    Tonaià aveva una quarantina d'anni. Era alto e forte. Portava in testa
    una specie di diadema di denti di cinghiale disposti con cura;  il suo
    vestiario si componeva quasi esclusivamente d'una tunica  rossa  senza
    maniche,  e d'un grembiule dello stesso colore, abbondantemente ornato
    di perle  di  vetro.  Portava  alle  braccia  e  alle  gambe  numerosi
    bracciali  di  cuoio.  La  sua  fisionomia  era intelligente e fine ma
    scaltra e dura.
    Fece grandi accoglienze a Pharamond Barthès,  che non vedeva da alcuni
    giorni e, per deferenza, a Cipriano, amico del suo fedele alleato.
    -  Gli  amici  dei nostri amici sono nostri amici - disse come avrebbe
    fatto un semplice borghese del Marais.
    E, apprendendo che il nuovo ospite era sofferente,  Tonaià si affrettò
    a  fargli  assegnare  una  delle  migliori camere del palazzo e fargli
    servire una cena eccellente.
    Per consiglio di Pharamond Barthès,  non parlarono subito di  Matakìt,
    ma  riservarono  l'argomento  per l'indomani.  Infatti il giorno dopo,
    Cipriano, decisamente ristabilito, era in
    grado di ricomparire davanti al re.  Tutta la corte era riunita  nella
    sala  grande  del palazzo.  Tonaià e i due ospiti occupavano il centro
    del circolo.  Subito Pharamond Barthès incominciò  i  negoziati  nella
    lingua del paese, che egli parlava abbastanza correttamente.
    -  I  miei  Basuti  ti  hanno condotto certamente un giovane Cafro che
    avevano fatto prigioniero - disse egli al re. - Ora avviene che questo
    giovane Cafro è il  servo  del  mio  compagno,  il  grande  scienziato
    Cipriano   Méré,   il   quale   domanda   alla   tua   generosità   di
    restituirglielo.  Perciò io,  suo amico e tuo,  oso appoggiare la  sua
    giusta richiesta.
    Fin dalle prime parole, Tonaià aveva creduto bene di dover assumere un
    atteggiamento diplomatico.
    -  Il  grande scienziato bianco è il benvenuto!  - rispose.  - Ma cosa
    offre per il riscatto del mio prigioniero?
    - Un eccellente fucile,  dieci volte dieci cartucce e un sacchetto  di
    perle di vetro - rispose Pharamond Barthès.
    Un   mormorio   di   soddisfazione   corse  nell'uditorio,   vivamente
    impressionato dalla splendida offerta.  Soltanto Tonaià,  sempre molto
    diplomatico, finse di non esserne stupito.
    - Tonaià è un grande principe - rispose egli, ergendosi sullo sgabello
    reale,  -  e  gli  dèi  lo proteggono!  Un mese fa,  gli hanno inviato
    Pharamond Barthès con valorosi  guerrieri  e  fucili  per  aiutarlo  a
    vincere i suoi avversari! Perciò, se Pharamond Barthès lo desidera, il
    servo sarà reso sano e salvo al suo padrone!
    - E dov'è in questo momento? - domandò il cacciatore.
    -  Nella  grotta  sacra,  dov'è  sorvegliato  giorno e notte - rispose
    Tonaià con quell'enfasi di circostanza che conveniva  al  più  potente
    sovrano della regione.
    Pharamond Barthès si affrettò a riassumere queste risposte a Cipriano,
    e  domandò  al  re  il  favore  d'andare  col suo compagno a vedere il
    prigioniero nella suddetta grotta.
    A queste parole, si levò un mormorio di ostilità in tutta l'assemblea.
    La pretesa degli Europei sembrava esorbitante. Mai, per nessun motivo,
    uno  straniero  era  stato  ammesso  nella  grotta   misteriosa.   Una
    tradizione sempre rispettata affermava che, il giorno in cui i Bianchi
    ne  avessero conosciuto il segreto,  l'impero di Tonaià sarebbe caduto
    in polvere.  Ma il re  non  tollerava  che  la  corte  pretendesse  di
    giudicare  le  sue  decisioni.  Così quel mormorio lo indusse,  per un
    capriccio da tiranno,  ad accordare quanto avrebbe molto probabilmente
    rifiutato, senza quella esplosione del sentimento generale
    -  Tonaià  ha fatto lo scambio del sangue con il suo alleato Pharamond
    Barthès - rispose egli in tono  perentorio,  -  e  non  c'è  nulla  da
    nascondergli!  Tu  e  il  tuo  amico  sapete  osservare un giuramento?
    Pharamond Barthès fece un segno affermativo.
    - Ebbene - riprese il re negro - giurate  di  non  prendere  nulla  di
    quanto  vedrete  in  quella grotta!...  Giurate di comportarvi in ogni
    occasione,  quando ne  sarete  usciti,  come  se  non  ne  aveste  mai
    conosciuto l'esistenza!... Giurate di non cercare mai di penetrarvi di
    nuovo,  di non tentare di riconoscerne l'entrata!... Giurate infine di
    non dire mai a nessuno ciò che avrete visto!
    Pharamond Barthès e Cipriano, con la mano tesa,  ripeterono parola per
    parola la formula del giuramento che era loro imposto.
    Tonaià impartì qualche ordine a bassa voce, e subito tutta la corte si
    levò  e  i guerrieri si disposero su due file.  Alcuni servi portarono
    due lembi di tela fine,  che servirono a bendare  gli  occhi  dei  due
    stranieri;  poi  il  re in persona prese posto con loro in fondo a una
    grande portantina di paglia,  che un  paio  di  dozzine  di  Cafri  si
    caricarono sulle spalle, e il corteo si mise in marcia.
    Il viaggio fu assai lungo,  almeno due ore di strada. Giudicando dalla
    natura delle scosse  subite  dalla  portantina,  Pharamond  Barthès  e
    Cipriano  credettero d'indovinare che venivano trasportati in una zona
    montuosa.
    - Poi la frescura e l'eco sonora dei passi della scorta,  ripetuta  da
    pareti molto vicine l'una all'altra, indicarono che erano penetrati in
    un  sotterraneo.  Infine,  volute di fumo resinoso,  il cui profumo li
    avvolse,  fecero comprendere ai due amici  ch'erano  state  accese  le
    torce per far luce al corteo.
    La  marcia durò un altro quarto d'ora;  poi la portantina fu deposta a
    terra.  Tonaià ne fece scendere gli ospiti e ordinò che  fossero  loro
    tolte le bende.
    Abbagliati  come  chi  ritorna  improvvisamente  alla  luce  dopo  una
    sospensione prolungata delle  funzioni  visive,  Pharamond  Barthès  e
    Cipriano  si  credettero dapprima in preda a un'allucinazione estatica
    tanto lo spettacolo che s'offrì ai loro  occhi  era  al  tempo  stesso
    splendido e inaspettato.
    Si trovavano tutti e due al centro d'una grotta immensa.  Il suolo era
    coperto da una sabbia fine, tutta pagliuzze d'oro.  La volta,  dove lo
    sguardo si perdeva nelle profondità insondabili,  era alta come quella
    d'una cattedrale gotica.  Le pareti  di  questa  costruzione  naturale
    sotterranea  erano  ornate  di  stalattiti  d'una  varietà  e  toni di
    ricchezza incalcolabile,  sulle quali il riflesso delle torce  mandava
    bagliori d'arcobaleno,  frammisti a incendi da fornace,  a raggiere da
    aurore boreali. Le innumerevoli cristallizzazioni erano caratterizzate
    dalle colorazioni più  cangianti,  dalle  forme  più  bizzarre,  dalle
    grandezze  più  impensate.  Non erano,  come nella maggior parte delle
    grotte, semplici sovrastrutture di quarzo in gocce, che si riproducono
    con una uniformità assolutamente monotona. Qui la natura, dando libero
    sfogo alla sua fantasia,  sembrava essersi compiaciuta a fondere tutte
    le  combinazioni  di  tinte  e di effetti,  ai quali la vetrificazione
    delle sue ricchezze minerali si presta tanto splendidamente.
    Rocce d'ametista,  pareti di sardonio,  banchi di  rubino,  guglie  di
    smeraldo,  colonnati  di  zaffiro  profondi  e  slanciati come foreste
    d'abeti, "icebergs" di acquamarina,  candelabri di turchese,  laghetti
    di  opale,  affioramenti  di gesso rosa e di lapislazzuli con venature
    d'oro: tutto quanto il regno cristallino offre di più prezioso, di più
    raro, di più limpido,  di più abbagliante,  era servito da materiale a
    questa sorprendente architettura. Inoltre tutte le forme, anche quelle
    del  regno  vegetale,  sembravano  aver prestato il loro contributo in
    quest'opera che supera  ogni  concezione  umana.  Tappeti  di  muschio
    minerale,  vellutati  al  pari  della  più fine erbetta,  arborescenze
    cristalline, cariche di fiori e frutti pietrificati, ricordavano qua e
    là quei giardini fiabeschi  riprodotti  con  tanta  naturalezza  dalle
    miniature giapponesi.  Più lontano, un lago artificiale, formato da un
    diamante di  venti  metri  di  lunghezza,  incastonato  nella  sabbia,
    sembrava  una  pista  preparata  per  le  evoluzioni  dei pattinatori.
    Palazzi aerei di calcedonio, chioschi e guglie di berillo o di topazio
    si alternavano di piano in piano,  fino  al  punto  in  cui  l'occhio,
    stanco per tanto splendore, si smarrisce. Infine, la scomposizione dei
    raggi  luminosi attraverso milioni di prismi,  i fuochi d'artificio di
    scintille che sfavillavano da ogni parte e  si  riversavano  a  fasci,
    costituivano  la  più  stupenda  sinfonia  di luce e colore che occhio
    umano avesse mai contemplato.
    Adesso Cipriano Méré non aveva più dubbi.  Egli era stato  trasportato
    in  uno  di  quei  depositi  misteriosi  di  cui  aveva da molto tempo
    sospettato l'esistenza,  in fondo ai quali la natura avara ha raccolto
    e  cristallizzato  in  massa  quelle  gemme preziose che cede all'uomo
    soltanto come avanzi isolati e frammenti nei giacimenti più  favoriti.
    Tentare  di  mettere  in  dubbio  la realtà di ciò che aveva sotto gli
    occhi,  gli era bastato un istante: passando accanto a un enorme banco
    di  cristallo,  vi  sfregò  sopra  l'anello  che  portava al dito e si
    assicurò che resisteva alla scalfittura.  L'immensa cripta racchiudeva
    davvero diamanti,  rubini,  zaffiri in quantità straordinaria,  il cui
    valore,  al prezzo che gli  uomini  attribuiscono  a  queste  sostanze
    minerali, superava ogni calcolo!
    Soltanto  cifre astronomiche ne avrebbero fornito una approssimazione,
    del resto difficilmente vicina alla realtà. Là infatti, nascosto sotto
    terra,   c'era  un  valore  ignorato  e  improduttivo  di  trilioni  e
    quadrilioni!
    Tonaià  era  cosciente  della  fantastica  ricchezza  che  aveva a sua
    disposizione?  E' poco probabile,  perché lo stesso Pharamond Barthés,
    poco  esperto  in questa materia,  non sembrava sospettare minimamente
    che quei meravigliosi cristalli fossero pietre preziose. Senza dubbio,
    il re negro si credeva semplicemente il padrone e custode d una grotta
    particolarmente  originale,   di  cui  un  oracolo  o  qualche   altra
    superstizione tradizionale gli vietavano di svelare il segreto.
    L'ipotesi  di  Cipriano  fu  subito  confermata dal fatto che una gran
    quantità di ossa umane erano ammucchiate qua e là negli  angoli  della
    caverna.  Era  dunque  il  luogo  di  sepoltura della tribù,  oppure -
    supposizione più raccapricciante e tuttavia verosimile - era servita e
    serviva tuttora a celebrare  orrendi  misteri  nei  quali  si  versava
    sangue umano, forse con intenti di cannibalismo?
    Pharamond  Barthès  propendeva  per quest'ultima opinione,  e lo disse
    sottovoce al suo amico.
    - Tonaià mi ha tuttavia confermato che,  dopo il suo avvento al trono,
    tale cerimonia non ebbe più luogo!  - aggiunse.  - Ma lo confesso,  lo
    spettacolo di queste ossa scuote in modo singolare la mia fiducia.
    Ne indicò un enorme mucchio,  che sembrava formato di  recente,  e  su
    quelle ossa si notavano segni evidenti di cottura.
    Questa  impressione  sarebbe  stata  purtroppo  pienamente  confermata
    qualche istante dopo.
    Il re e i due ospiti erano arrivati  in  fondo  alla  grotta,  davanti
    all'ingresso  di  un  incavo  paragonabile  a  una  di quelle cappelle
    laterali che si aprono sulle navate delle basiliche.  Dietro una grata
    di  legno  e  ferro  che  ne chiudeva l'entrata,  c'era un prigioniero
    rinchiuso in una gabbia di legno,  ampia appena tanto da  permettergli
    di starvi accovacciato,  destinato era fin troppo evidente - ad essere
    ingrassato per un prossimo banchetto.
    Era Matakìt.
    - Voi!... Voi!... piccolo padre!  - gridò lo sventurato Cafro,  appena
    scorse e riconobbe Cipriano.  - Ah!  portatemi via!...  Liberatemi!...
    Preferisco ritornare nel Griqualand, dovessi esser rovinato, piuttosto
    che restare in questa gabbia da polli, aspettando l'orribile supplizio
    che il crudele Tonaià mi riserva prima di divorarmi!
    Queste parole furono dette con voce così supplichevole che Cipriano fu
    profondamente commosso sentendo il povero diavolo.
    - Sta bene, Matakìt!  - gli rispose.  - Posso ottenere la tua libertà,
    ma  tu  non uscirai da questa gabbia se non quando avrai restituito il
    diamante...
    - Il diamante, piccolo padre!  - gridò Matakìt.  - Il diamante!...  Io
    non ce l'ho!...  Non l'ho mai avuto!...  Ve lo giuro... Ve lo giuro...
    Ve lo giuro!
    Lo diceva con un tale accento di verità che Cipriano  comprese  subito
    che  non  c'erano  dubbi  sulla  sua onestà.  Come del resto sappiamo,
    l'ingegnere era sempre stato poco propenso a credere che Matakìt fosse
    l'autore d'un simile furto.
    - Ma allora - gli domandò - se non sei tu che hai rubato il  diamante,
    perché sei fuggito?
    - Perché, piccolo padre? - rispose Matakìt. - Ma perché, quando i miei
    compagni subirono la prova della bacchetta,  fu detto che il ladro non
    potevo essere che io,  che  avevo  agito  con  astuzia  per  sviare  i
    sospetti!  Ora,  nel Griqualand,  quando si tratta d'un Cafro,  voi lo
    sapete  bene,   egli  viene  condannato  e   giustiziato   prima   che
    interrogato!...  Allora  ho  avuto  paura,  e  sono  fuggito  come  un
    colpevole attraverso il Transvaal!
    - Ciò che dice questo povero diavolo mi sembra vero -  fece  osservare
    Pharamond Barthès.
    -  Non ne dubito - rispose Cipriano,  - e forse non ha torto d'essersi
    sottratto alla giustizia del Griqualand! Poi si rivolse a Matakìt.
    - Ebbene,  no - gli disse - non dubito che tu sia innocente del  furto
    di cui sei accusato!  Ma al Vandergaart Kopje forse non ci crederanno,
    quando affermeremo la tua innocenza! Vuoi dunque correre il rischio di
    ritornarvi?
    - Sì!...  Rischierò tutto...  pur di non  restare  più  qui!  -  gridò
    Matakìt, che sembrava in preda al più vivo terrore.
    - Negozieremo quest'affare - rispose Cipriano,  - ed ecco il mio amico
    Pharamond Barthès che se ne occupa.
    E infatti il cacciatore, che non perdeva tempo, stava già contrattando
    animatamente con Tonaià.
    - Parla chiaro!... Cosa vuoi in cambio del prigioniero?  domandò al re
    negro.
    Questi rifletté un istante e infine disse:
    -  Voglio  quattro fucili,  dieci volte dieci cartucce per ogni arma e
    quattro sacchetti di perle di vetro. Non è troppo, vero?
    - E' venti volte troppo,  ma Pharamond Barthès è amico tuo e  farà  di
    tutto per favorirti!
    Tacque a sua volta, un istante, poi riprese:
    -  Ascoltami,  Tonaià.  Tu  avrai  i  quattro fucili,  le quattrocento
    cartucce e i quattro sacchetti di perle. Ma, a tua volta,  ci fornirai
    un attacco di buoi per riportare costoro attraverso il Transvaal,  con
    i viveri necessari e una scorta d'onore.
    - Affare fatto! - rispose Tonaià con tono di completa soddisfazione.
    Poi aggiunse  in  tono  confidenziale,  accostandosi  all'orecchio  di
    Pharamond Barthès:
    -  I  buoi  sono  trovati!..  Sono  i  loro;  i  miei  uomini li hanno
    incontrati mentre ritornavano alla stalla e li hanno condotti  al  mio
    "kraal"!... Era bottino di guerra, non è vero?
    Il  prigioniero  fu  subito  liberato;  e dopo un'ultima occhiata agli
    splendori  della  grotta,   Cipriano,   Pharamond  Barthès,   Matakìt,
    essendosi  lasciati  docilmente  bendare  gli  occhi,  ritornarono  al
    palazzo di Tonaià,  dove fu offerto un gran banchetto per celebrare la
    conclusione del trattato.
    Infine,  fu  convenuto  che  Matakìt  non  sarebbe ritornato subito al
    Vandergaart Kopje, ma sarebbe restato nei dintorni e sarebbe rientrato
    al servizio del giovane ingegnere soltanto quando questi  fosse  stato
    sicuro  di  farlo  senza  pericolo.  Come vedremo,  non era questa una
    precauzione inutile.
    L'indomani, Pharamond Barthès, Cipriano,  Li e Matakìt ripartirono con
    una  buona  scorta per il Griqualand.  Ma ormai non c'era più da farsi
    illusioni! "La Stella del Sud" era irrimediabilmente perduta, e Mister
    Watkins non l'avrebbe mandata a brillare alla Torre di Londra,  tra  i
    più bei gioielli d'Inghilterra!






    20. IL RITORNO.
    John  Watkins  non  era  mai  stato di così cattivo umore come dopo la
    partenza  dei  quattro  pretendenti,   lanciati  all'inseguimento   di
    Matakìt.   Ogni  giorno,   ogni  settimana  che  passava,   sembravano
    aggiungere un ostacolo in più,  diminuendo  le  probabilità  che  egli
    aveva di recuperare il prezioso diamante. E poi gli mancavano i soliti
    commensali, James Hilton, Friedel, Annibale Pantalacci anche Cipriano,
    ch'egli era abituato a vedere assidui frequentatori della sua casa. Si
    rivolgeva dunque alla caraffa di gin e,  bisogna dirlo,  i supplementi
    alcoolici ch'egli si somministrava non  contribuivano  precisamente  a
    raddolcire il suo carattere.
    Inoltre,  alla fattoria,  c'era veramente di che essere inquieti sulla
    sorte dei sopravvissuti della  spedizione.  Infatti  Bardìk,  che  era
    stato  rapito da un gruppo di Cafri - come avevano supposto i compagni
    - era riuscito a fuggire qualche giorno dopo. Ritornato in Griqualand,
    aveva raccontato a Mister Watkins  la  morte  di  James  Hilton  e  di
    Friedel. Era un cattivo presagio per i sopravvissuti della spedizione,
    Cipriano Méré, Annibale Pantalacci e il Cinese.
    Così  Alice  era  molto  triste.  Non  cantava  più,  il piano restava
    invariabilmente  muto.   Forse  neppure  gli  struzzi   riuscivano   a
    distrarla. Lo stesso Dadà non aveva più il dono di farla sorridere con
    la   sua   voracità,   e   ingoiava,   senza   che   nessuno  cercasse
    d'impedirglielo, gli oggetti più disparati.
    Miss Watkins era adesso angustiata da due timori,  che ingigantivano a
    poco  a  poco  nella  sua  immaginazione:  il primo,  che Cipriano non
    facesse più ritorno da quella malaugurata spedizione, il secondo,  che
    Annibale Pantalacci, il più aborrito dei tre pretendenti riportasse la
    "Stella del Sud", reclamando il premio del suo successo. L'idea che le
    fosse  imposto  di diventare la moglie di quel Napoletano,  perverso e
    impostore, le cagionava un disgusto invincibile,  soprattutto dopo che
    ella  aveva  potuto  vedere  da vicino ed apprezzare un uomo veramente
    superiore,  quale Cipriano Méré.  Vi pensava di giorno,  ne sognava di
    notte,  e  intanto  le  sue  fresche gote impallidivano,  i suoi occhi
    celesti si velavano d'una nube sempre più scura.
    Erano ormai tre mesi che ella  aspettava  così,  nel  silenzio  e  nel
    dispiacere.  Quella sera, se ne stava seduta sotto il cerchio luminoso
    della lampada, accanto a suo padre, il quale era assorto in un pesante
    sopore vicino alla caraffa di gin. A testa china sul lavoro di ricamo,
    che aveva cominciato per supplire alla musica trascurata,  ella  aveva
    pensieri tristi.
    Un  colpo  lieve,  battuto alla porta,  interruppe d'improvviso il suo
    fantasticare.
    - Avanti - disse,  piuttosto sorpresa,  e  domandandosi  chi  fosse  a
    quell'ora.
    - Sono io,  Miss Watkins! - rispose una voce che la fece trasalire: la
    voce di Cipriano.
    Era lui che ritornava, pallido, dimagrito,  abbronzato,  con una barba
    lunga come non l'aveva mai visto, le vesti logore per le lunghe marce,
    ma sempre vivace,  sempre cortese, sempre con il sorriso negli occhi e
    sulle labbra.
    Alice s'era alzata mandando un grido di sorpresa e di gioia.  Con  una
    mano tentava di contenere i battiti del suo cuore; poi tese l'altra al
    giovane  ingegnere,  che  la strinse nelle sue.  Proprio allora Mister
    Watkins,  uscendo dal suo torpore,  aprì gli occhi e domandò che c'era
    di nuovo.
    Ci  vollero due o tre buoni minuti perché il fattore si rendesse conto
    della realtà.  Ma,  appena riacquistò un barlume  d'intelligenza,  gli
    sfuggì un grido: il grido del cuore.
    - E il diamante?
    Il diamante, ahimè! non era ritornato.
    Cipriano raccontò allora in breve le varie peripezie della spedizione:
    la morte di Friedel,  quella di Annibale Pantalacci e di James Hilton,
    l'inseguimento di Matakìt e la sua  prigionia  presso  Tonaià;  espose
    inoltre  i  motivi  sui  quali  si  fondava  la completa innocenza del
    giovane Cafro.  Non dimenticò di rendere  omaggio  alla  dedizione  di
    Bardìk e di Li, all'amicizia di Pharamond Barthès; di ricordare quanto
    doveva al valoroso cacciatore e come,  grazie a lui,  aveva potuto far
    ritorno con i due servi da un viaggio ch'era  stato  mortale  per  gli
    altri  compagni.   Ancora  scosso  dall'emozione  che  questo  tragico
    racconto ispirava a lui stesso,  stese volentieri un velo sui torti  e
    le  macchinazioni criminali dei suoi rivali,  non volendo ormai vedere
    in essi se non le vittime d'una impresa tentata in  comune.  Di  tutto
    quanto era capitato, non nascose nulla eccetto quanto aveva giurato di
    tenere segreto, cioè l'esistenza della grotta meravigliosa e delle sue
    ricchezze  minerali,  in  confronto  alle  quali  tutti i diamanti del
    Griqualand non erano che ghiaia senza valore.
    -  Tonaià  ha  mantenuto  scrupolosamente  i  suoi  impegni  -   disse
    terminando.  -  Due giorni dopo il mio arrivo nella sua capitale tutto
    era pronto per il nostro ritorno, le provviste di viveri,  gli animali
    da  tiro  e  la  scorta.  Comandati dal re in persona,  circa trecento
    Negri, carichi di farina e di carni affumicate,  ci hanno accompagnati
    fino  all'accampamento dove avevamo abbandonato il carro,  che abbiamo
    ritrovato in buono stato,  sotto l'ammasso di ramaglia dove  l'avevamo
    nascosto.  Ci  siamo  allora congedati dall'ospite,  dopo avergli dato
    cinque fucili invece dei quattro ch'egli s'aspettava,  la qual cosa lo
    rende  il più potente sovrano di tutta la regione compresa tra i fiumi
    Limpopo e Zambesi!
    - E il viaggio di ritorno a partire  dall'accampamento?...  -  domandò
    Miss Watkins.
    -  Il  viaggio  di  ritorno  è  stato  lento,  sebbene  facile e senza
    incidenti - rispose Cipriano. - La scorta ci ha lasciati soltanto alla
    frontiera del Transvaal,  dove Pharamond Barthès e i  suoi  Basuti  si
    sono separati da noi per andare a Durban. Infine, dopo quaranta giorni
    di marcia attraverso il Veld, eccoci qui, né più né meno avvantaggiati
    che alla partenza!
    -  Ma  perché Matakìt è fuggito?  - domandò Mister Watkins,  che aveva
    ascoltato il racconto con vivo interesse,  senza manifestare  tuttavia
    un'eccessiva  emozione  riguardo  ai  tre uomini che non sarebbero più
    tornati.
    - Matakìt fuggiva perché era malato di paura! - replicò l'ingegnere.
    - Ma non c'è dunque giustizia nel Griqualand?  -  rispose  il  fattore
    scuotendo le spalle.
    - Oh! giustizia troppo spesso sommaria, signor Watkins, e io non posso
    davvero biasimare quel povero diavolo,  accusato a torto, se ha voluto
    sottrarsi alla prima reazione causata dall'inspiegabile scomparsa  del
    diamante!
    - Neppure io! - aggiunse Alice.
    - In ogni caso,  vi ripeto,  egli non era colpevole, e ritengo che ora
    lo lasceranno in pace!
    - Hum!  - fece John Watkins,  che non sembrava convinto della validità
    di questa affermazione.  - Non credete piuttosto che quel furbacchione
    di Matakìt si sia finto terrorizzato per sfuggire  agli  uomini  della
    polizia?
    -  No!...  è  innocente!...  La  mia  convinzione  a questo riguardo è
    assoluta -  disse  Cipriano  un  po'  stizzito,  -  e  credo  d'averla
    acquistata a un prezzo abbastanza caro!
    - Oh! tenetevi pure la vostra opinione! - gridò John Watkins. Io tengo
    la mia!
    Alice  vide  che  la  conversazione  minacciava  di  degenerare in una
    disputa, e s'affrettò a trovare un diversivo.
    - A proposito,  signor Cipriano Méré - disse - sapete che,  durante la
    vostra  assenza,  il  vostro  "claim"  è diventato eccellente e che il
    vostro socio Thomas Steel sta per diventare uno dei più ricchi  tra  i
    ricchi minatori del "kopje"?
    -  Non  lo  sapevo davvero!  - rispose francamente Cipriano.  - La mia
    prima visita è stata per voi, Miss Watkins,  e non so nulla di ciò che
    è capitato durante la mia assenza!
    -  Forse non avete ancora cenato?  - esclamò Alice con l'intuito d'una
    perfetta piccola massaia qual era.
    - Lo confesso!  - rispose Cipriano arrossendo,  quantunque non  ve  ne
    fosse motivo.
    -   Oh!   ma   non   andrete  via  senza  mangiare,   signor  Méré!...
    Convalescente...  dopo un viaggio così massacrante!...  E pensare  che
    sono le undici!
    E senza ascoltare scuse,  corse alla dispensa,  ritornò con un vassoio
    coperto da un tovagliolo bianco,  con piatti di  carni  fredde  e  una
    bella torta di pesche, che aveva fatto lei stessa.
    Dispose  subito le posate davanti a Cipriano tutto confuso.  E siccome
    egli  sembrava  esitare  ad  affondare  il  coltello  in  un   superbo
    "biltong",  specie  di stufato di struzzo,  ella disse guardandolo col
    più incoraggiante sorriso:
    - Devo tagliare io?
    Il   fattore,   stuzzicato   nell'appetito   da   quel   dispiegamento
    gastronomico,  reclamò  subito  anch'egli  un piatto e una porzione di
    "biltong".  Alice ebbe cura di non farlo aspettare e,  unicamente  per
    tenere  compagnia  a  due  signori,  come diceva,  si mise anch'ella a
    sgranocchiare delle mandorle.
    Questa cena improvvisata fu squisita.  Il giovane ingegnere non  s'era
    mai  sentito un appetito così gagliardo.  Ritornò tre volte alla torta
    di pesche, bevve due bicchieri di vino di Costanza, e a coronamento di
    tutto acconsentì di assaggiare il gin di Mister Watkins,  il quale del
    resto non tardò ad addormentarsi profondamente.
    -  E  che  cosa avete fatto in questi tre mesi?  - domandò Cipriano ad
    Alice. - Temo che abbiate trascurato del tutto la chimica!
    - No, signore, vi sbagliate! - rispose Miss Watkins in tono di leggero
    rimprovero. - Al contrario, ho studiato molto e mi sono anche permessa
    d'andare nel vostro laboratorio a fare qualche esperimento. Oh, non ho
    rotto niente, state tranquillo, e ho rimesso tutto in ordine! Mi piace
    davvero molto la chimica e, per essere sincera, non comprendo come voi
    possiate rinunciare a una scienza così bella per fare  il  minatore  o
    l'esploratore del Veld!
    -  Siete  crudele,  Miss Watkins,  lo sapete bene perché ho rinunciato
    alla chimica!
    - Non so proprio niente - rispose Alice arrossendo,  - e trovo  che  è
    molto male! Al vostro posto, ritenterei di produrre diamanti! E' molto
    più nobile che andarli a cercar sotto terra!
    - E' un ordine,  questo,  che mi date? - domandò Cipriano con voce che
    gli tremava.
    - Oh!  no  -  rispose  Miss  Watkins  sorridendo,  -  al  massimo  una
    preghiera!...  Ah!  signor  Méré - riprese ella come per correggere il
    tono  leggero  delle  sue  parole,   -  se  sapeste  come  sono  stata
    preoccupata di sapervi esposto a tutte le fatiche,  a tutti i pericoli
    che avete passato!  Non ne conoscevo i particolari,  ma credo  proprio
    che ne indovinassi tutto l'insieme!  Un uomo come voi, mi dicevo, così
    colto,  così ben preparato a compiere belle  imprese,  a  fare  grandi
    scoperte,  che  si  esponga  a perire miseramente nel deserto,  per un
    morso di serpente,  o sotto  gli  artigli  d'un  leone,  senza  nessun
    profitto  per  la  scienza e per l'umanità?...  Ma è un delitto averlo
    lasciato partire!...  perché,  non è forse quasi un miracolo,  infine,
    che  siate ritornato tra noi?  E se non ci fosse stato il vostro amico
    Pharamond Barthès, che il Cielo lo benedica...
    Non terminò,  ma due grosse lacrime,  che le spuntarono  sugli  occhi,
    completarono il suo pensiero.
    Anche Cipriano era profondamente commosso.
    -  Ecco  due  lacrime che per me sono più preziose di tutti i diamanti
    del mondo! - disse semplicemente.
    Seguì un silenzio,  che la  fanciulla  interruppe  con  il  suo  tatto
    abituale, riavviando la conversazione sugli esperimenti di chimica.
    Era mezzanotte passata, quando Cipriano si decise a tornare casa, dove
    l'attendeva  un  pacchetto  di  lettere  dalla Francia,  accuratamente
    ordinate da Miss Watkins sul tavolo da lavoro.
    Ritornando dopo una lunga assenza,  egli trepidava nell'aprire  queste
    lettere.  Se  gli avessero recato notizie di disgrazie?...  Suo padre,
    sua madre,  sua sorellina  Giovanna?...  Tante  cose  potevano  essere
    capitate in tre mesi!...
    Dopo  aver  constatato  con  una rapida lettura che quelle lettere gli
    recavano soltanto motivi di  soddisfazione  e  di  gioia,  il  giovane
    ingegnere  tirò  un  profondo  sospiro di sollievo.  Tutti i suoi cari
    stavano  bene.   Dal  ministero  gli  indirizzavano  gli   elogi   più
    lusinghieri  a  riguardo  della  sua  bella  teoria  sulle  formazioni
    adamantine.  Era perciò  autorizzato  a  prolungare  di  sei  mesi  il
    soggiorno  nel  Griqualand,  se  giudicava  utile e vantaggioso per la
    scienza.   Tutto  procedeva  dunque  per   il   meglio,   e   Cipriano
    s'addormentò,  quella  sera,  tranquillo  come  non era stato da molto
    tempo.
    La mattina del giorno dopo fece  visita  agli  amici,  specialmente  a
    Thomas Steel, che aveva effettivamente conseguito eccellenti risultati
    nel  "claim" comune.  Il brav'uomo del Lancashire accolse anch'egli il
    socio con la più grande cordialità.  Cipriano  convenne  con  lui  che
    Bardìk  e  Li  avrebbero  ripreso  a  lavorare  come  prima.  Egli  si
    riservava,  se erano fortunati nelle ricerche,  di assicurare loro una
    parte  del  ricavato,  al  fine  di  renderli proprietari d'un piccolo
    capitale.
    Quanto a lui,  era fermamente deciso a non ritentare la fortuna  della
    miniera, che gli era sempre stata sfavorevole e, seguendo il consiglio
    di Alice, stabilì di riprendere ancora una volta le ricerche chimiche.
    La conversazione con la fanciulla non aveva fatto altro che confermare
    le  sue  riflessioni.  Egli  si  era  detto da molto tempo che la vera
    strada per lui non era un lavoro da manovale,  e neppure le spedizioni
    da  avventuriero.  Troppo  leale  e troppo fedele alla parola data per
    pensare un solo istante  di  abusare  della  fiducia  di  Tonaià,  per
    approfittare  della  conoscenza  che  ora  aveva d'una immensa caverna
    piena  di  formazioni  cristalline,  egli  trovò  in  quella  certezza
    sperimentata  una conferma preziosissima della sua teoria sulle gemme,
    che lo incitava ad attingere nuovo ardore di ricerche.
    Cipriano riprese dunque in pieno la sua attività  di  laboratorio,  ma
    non  volle  abbandonare  la  via  per la quale aveva già conseguito un
    successo, e decise di ricominciare le prime investigazioni.
    In questo aveva ragione,  e una ragione delle più serie,  come si  può
    giudicare.
    Infatti  Mister  Watkins,  dopo  aver espresso l'idea di consentire al
    matrimonio di Cipriano con Alice,  non ne aveva più parlato da  quando
    il  diamante artificiale era stato irrimediabilmente perduto.  Ora era
    probabile che,  se il giovane  ingegnere  fosse  riuscito  a  ottenere
    sperimentalmente  un'altra gemma di valore straordinario,  calcolabile
    in cifre di molti milioni,  il fattore  sarebbe  certamente  ritornato
    all'idea d'un tempo.
    Perciò  Cipriano  decise di mettersi all'opera senza indugi,  e non lo
    nascose ai minatori del Vandergaart Kopje,  o almeno  non  lo  nascose
    abbastanza.
    Dopo  essersi  procurato  un nuovo tubo di grande resistenza,  riprese
    dunque i lavori nelle medesime condizioni.
    -  E  tuttavia,   ciò  che  mi  manca   per   ottenere   il   carbonio
    cristallizzato,  cioè  il diamante - diceva ad Alice,  - è un solvente
    appropriato che,  mediante l'evaporazione o il  raffreddamento,  lasci
    cristallizzare  il  carbonio.  Per  l'allumina questo solvente è stato
    trovato nel solfuro di carbonio. Dunque, si tratta di ricercarlo,  per
    analogia,  anche per il carbonio o per corpi simili, come il boro e il
    silicio.
    Frattanto;  pur non essendo in possesso di questo  solvente,  Cipriano
    portava avanti il lavoro. In mancanza di Matakìt, che non s'era ancora
    mostrato  all'accampamento,  era  Bardìk  l'incaricato  a mantenere il
    fuoco acceso giorno e notte.  Egli assolveva quest'incarico  con  zelo
    pari al suo predecessore.
    Nel  frattempo,  prevedendo che dopo questa dilazione di soggiorno nel
    Griqualand,  egli sarebbe stato costretto a  ripartire  per  l'Europa,
    Cipriano  volle  occuparsi  d'un lavoro menzionato nel suo programma e
    che non aveva ancora  potuto  compiere.  Si  trattava  di  determinare
    l'angolazione esatta d'una certa depressione del terreno situata nella
    zona settentrionale della pianura: depressione ch'egli supponeva fosse
    servita  da  canale  di  scolo  per le acque,  all'epoca remota in cui
    s'erano compiute le formazioni adamantine del distretto.
    Dunque,  cinque o sei giorni  dopo  il  ritorno  dal  Transvaal,  egli
    s'occupò  di  questa  determinazione  con la precisione che metteva in
    tutte le cose.  Un'ora più tardi,  già poneva dei segnali e  riportava
    certi  punti di riferimento su una mappa molto particolareggiata,  che
    s'era procurata a Kimberley;  ma,  cosa singolare,  ogni volta le  sue
    cifre  denunciavano  un grave errore o almeno delle discordanze con la
    carta.  Alla fine egli fu costretto  ad  arrendersi  all'evidenza:  la
    carta  era  mal  orientata:  la  longitudine  e  la  latitudine  erano
    sbagliate.
    Per determinare la  longitudine  del  luogo,  a  mezzogiorno  preciso,
    Cipriano   si   era  servito  d'un  eccellente  cronometro,   regolato
    sull'osservatorio  di  Parigi.   Ora,   essendo  perfettamente  sicuro
    dell'infallibilità della sua bussola e del suo sestante, egli constatò
    subito  che  la  carta,  sulla  quale controllava i suoi rilievi,  era
    completamente errata in conseguenza d'un grave errore di orientazione.
    Infatti,  il nord di questa carta,  indicato secondo l'uso inglese con
    una  freccia  in  croce,  si  trovava  di fatto al nord-nord-ovest,  o
    pressappoco.  Per conseguenza,  tutte le indicazioni della carta erano
    inficiate da un errore proporzionale.
    «Vedo  di  che  cosa  si tratta!  - esclamò ad un tratto l'ingegnere.-
    Quegli asini calzati che  hanno  combinato  questo  capolavoro,  hanno
    semplicemente  dimenticato  di  tener conto della variazione magnetica
    dell'ago calamitato!  (1).  E la variazione qui non è meno di 29 gradi
    ovest!...  Ne  deriva  che  tutte  le loro indicazioni di latitudine e
    longitudine,  per essere esatte,  dovrebbero descrivere un arco di  29
    gradi  nella  direzione  da  ovest  ad  est,  attorno  al centro della
    carta!.. Bisogna supporre che l'Inghilterra,  per fare questi rilievi,
    non abbia mandato i suoi geometri più abili!».
    E rideva da solo di questa cantonata.
    «Bene! "Errare humanum est"! - riprese. - Chi non s'è mai sbagliato in
    vita sua,  non fosse altro che una volta sola,  scagli la prima pietra
    su quei bravi agrimensori!».
    Però,  Cipriano non aveva nessuna  ragione  di  tener  segreta  questa
    rettifica,  che  egli  aveva  apportato per l'orientazione dei terreni
    adamantiferi del distretto.  Perciò lo stesso giorno,  ritornando alla
    fattoria, incontrò Jacobus Vandergaart e gliene parlò.
    -  E'  abbastanza  curioso  -  aggiunse  -  che  un così grosso errore
    geodetico, che falsa tutti i piani del distretto, non sia ancora stato
    segnalato!  E' una correzione delle più  importanti,  da  compiere  su
    tutte le carte del paese.
    Il vecchio lapidario ascoltava Cipriano con un interesse speciale.
    - Dite la verità? - esclamò tutto animato.
    - Certo!
    - E sareste pronto ad attestare il fatto presso la corte di giustizia?
    - Davanti a dieci corti, se necessario!
    - E non sarà possibile contestare quanto dite?
    - Assolutamente no,  perché mi basterà enunciare la causa dell'errore.
    Perdiana, è così grossolano!  L'omissione della declinazione magnetica
    nei calcoli di rilevamento!
    Jacobus  Vandergaart si ritirò senza dire nulla,  e Cipriano dimenticò
    presto quella speciale attenzione con cui un profano aveva appreso  il
    fatto  che  un  errore  geodetico  comprometteva  tutti  i  piani  del
    distretto.
    Ma due o tre giorni dopo,  allorché Cipriano  andò  a  far  visita  al
    vecchio lapidario, trovò la porta chiusa.
    Sulla  tabella,  appesa  al  lucchetto,  si  leggevano  queste parole,
    scritte di recente col gesso: «Assente per affari».
    NOTE.
    NOTA 1: Quest'errore di calcolo è un fatto storico (N.d.A.).



    21. GIUSTIZIA VENEZIANA.
    Durante i giorni che  seguirono,  Cipriano  si  occupò  attivamente  a
    dirigere  le  diverse  fasi  del suo nuovo esperimento.  In seguito ad
    alcune modifiche apportate alla costruzione  del  forno  a  riverbero,
    specialmente  con  un  tiraggio  meglio  regolato,  la  formazione del
    diamante - così almeno egli sperava -  si  sarebbe  effettuata  in  un
    tempo assai più breve della prima volta.
    Non  occorre  dire che Miss Watkins s'interessava attivamente a questo
    secondo tentativo,  di cui ella - bisogna ammetterlo  -  era  un  poco
    l'ispiratrice. Perciò accompagnava spesso il giovane ingegnere fino al
    forno,  ch'egli visitava più volte nella giornata, e lì, con gli occhi
    fissi sul capanno di mattoni,  si  divertiva  ad  osservare  il  fuoco
    intenso che ruggiva nell'interno.
    John  Watkins  s'interessava  non  meno  di  sua figlia,  ma per altri
    motivi, a questa fabbrica di diamanti. Gli premeva d'essere nuovamente
    in possesso d'una pietra il cui  prezzo  sarebbe  stato  calcolato  in
    milioni.  Il suo grande timore era che l'esperimento non riuscisse una
    seconda volta,  e che il caso avesse avuto una parte preponderante nel
    successo del primo.
    Ma   se  il  fattore  e  Miss  Watkins  incoraggiavano  l'ingegnere  a
    persistere  nell'esperimento,   a  perfezionare  la   produzione   del
    diamante, i minatori del Griqualand non la pensavano allo stesso modo.
    Quantunque  Annibale  Pantalacci,  James  Hilton,  Herr Friedel non ci
    fossero più, avevano però lasciato dei seguaci che, a questo riguardo,
    la pensavano assolutamente come loro.  Così,  con manovre subdole,  il
    giudeo Nathan eccitava continuamente i proprietari dei "claims" contro
    l'ingegnere. Se questa produzione artificiale si fosse tradotta presto
    in  pratica,  sarebbe  stata  finita  per  il  commercio  dei diamanti
    naturali e delle pietre preziose.  Erano già  stati  prodotti  zaffiri
    bianchi  o  corindoni,  ametiste,  topazi e anche smeraldi;  ma queste
    gemme non erano altro che cristalli  d'allumina,  variamente  colorati
    con  acidi  metallici.  C'era  già molto da preoccuparsi per il valore
    commerciale di queste pietre, che tendevano al ribasso. Dunque,  se il
    diamante  fosse  diventato  di  produzione corrente,  sarebbe stata la
    rovina degli sfruttamenti diamantiferi del Capo e di altri  luoghi  di
    produzione.
    Tutto  ciò  era stato ripetuto,  dopo il primo esperimento del giovane
    ingegnere, e tutto ciò fu ripetuto questa volta,  ma con più acredine,
    con  più  violenza.  Tra  i  minatori si tenevano conciliaboli che non
    presagivano niente di buono per i lavori di Cipriano.  Egli non se  la
    prendeva, essendo fermamente deciso a proseguire nell'esperimento fino
    alla  fine,  qualunque cosa si dicesse o si facesse.  No!  Non avrebbe
    indietreggiato davanti all'opinione pubblica,  né avrebbe coperto  col
    segreto  ciò  che riguardava la sua scoperta,  poiché sarebbe stata di
    utilità per tutti.
    Ma se egli continuava a lavorare, senza esitazioni, senza timori, Miss
    Watkins,  al corrente di tutto ciò che accadeva,  cominciò a trepidare
    per lui.  Si rimproverò d'averlo incitato in quella via. Contare sulla
    polizia del Griqualand per proteggerlo,  significava  contare  su  una
    protezione  poco  efficace.  Un'azione  malvagia  è presto compiuta e,
    prima che la polizia fosse intervenuta, Cipriano avrebbe pagato con la
    vita il torto che i suoi lavori minacciavano di  causare  ai  minatori
    dell'Africa australe.
    Alice  era  dunque  molto  inquieta  e non poté dissimulare la propria
    inquietudine al giovane ingegnere.  Questi la rassicurava  meglio  che
    poteva,  ringraziandola  del  motivo  che la spingeva ad agire.  Nelle
    preoccupazioni che la fanciulla aveva per lui,  egli scorgeva la prova
    d'un  sentimento più intimo,  che del resto non era più un segreto tra
    loro.  Cipriano se ne rallegrava,  ma solo in quanto il suo  tentativo
    provocava in Miss Watkins una effusione più intima... e continuava con
    coraggio il suo lavoro.
    - Ciò che faccio, signorina Alice, è per noi due! - le ripeteva.
    Però Miss Watkins,  ascoltando ciò che si diceva sui "claims",  viveva
    in continua ansia.
    Ed aveva ragione!  S'elevava contro Cipriano un «abbasso!» che non  si
    sarebbe  limitato  sempre  a  recriminazioni  e a minacce,  ma sarebbe
    sfociato in vie di fatto.
    Infatti una sera,  recandosi per la solita visita al  forno,  Cipriano
    trovò il suo impianto saccheggiato.  Durante un'assenza di Bardìk,  un
    gruppo di uomini,  approfittando  dell'oscurità,  aveva  distrutto  in
    pochi minuti quanto rappresentava il lavoro di parecchi giorni. I muri
    erano  stati  demoliti,  i fornelli frantumati,  i fuochi spenti,  gli
    arnesi danneggiati e dispersi.  Non restava più niente  del  materiale
    che  all'ingegnere  era costato tante cure e sacrifici.  Doveva rifare
    tutto - se non voleva cedere davanti alla forza - o doveva abbandonare
    l'impresa.
    «No!  - esclamò - no!  non cederò,  e domani denuncerò quei miserabili
    che  hanno  distrutto  il  mio capitale!  Vedremo se c'è giustizia nel
    Griqualand!»
    E c'era giustizia: ma non quella sulla quale contava l'ingegnere.
    Senza dire niente a nessuno,  senza neppure informare Miss Watkins  di
    quanto  gli era capitato,  per timore di causarle un nuovo dispiacere,
    Cipriano tornò a casa e andò a dormire,  fermamente deciso di sporgere
    denuncia l'indomani,  anche se avesse dovuto rivolgersi al governatore
    del Capo.
    Aveva dormito forse due o tre ore,  allorché il rumore della porta che
    s'apriva lo svegliò di soprassalto.
    Cinque  uomini,  mascherati  di  nero,  armati  di  pistole  e fucili,
    entrarono nella camera.  Erano  muniti  di  quelle  lanterne  a  vetro
    convesso che nei paesi anglosassoni sono chiamate "Bull's eyes" (occhi
    di bue), e si disposero in silenzio attorno a lui.
    Cipriano  non ebbe nemmeno per un istante l'idea di prendere sul serio
    quella manifestazione tragicomica.  Pensò ad uno  scherzo  e  si  mise
    dapprima a ridere,  quantunque, a dire il vero, non ne avesse voglia e
    trovasse lo scherzo di pessimo gusto.
    Ma una mano s'abbatté brutalmente sulla sua spalla, e uno degli uomini
    mascherati,  aprendo un foglio di carta che teneva in mano,  con  voce
    che non aveva nulla di divertente, procedette alla seguente lettura:
    «Cipriano Méré,
    Questo  è per informarvi che il tribunale segreto dell'accampamento di
    Vandergaart,  composto di ventidue membri e agendo  a  nome  del  bene
    comune,  vi  ha  oggi,  alle  ore  ventiquattro  e venticinque minuti,
    condannato all'unanimità alla pena di morte.
    Siete  stato  giudicato  e  ritenuto  responsabile  d'avere,  con  una
    scoperta intempestiva e sleale,  minacciato nei loro interessi e nella
    vita loro e delle  loro  famiglie,  tutti  gli  uomini  che,  sia  nel
    Griqualand sia altrove, hanno per industria la ricerca, il taglio e la
    vendita dei diamanti.
    Il tribunale, con saggia decisione, ha giudicato che una tale scoperta
    debba  essere  distrutta,  e che la morte d'uno solo sia preferibile a
    quella di molte migliaia di creature umane.
    Ha decretato di concedervi  dieci  minuti  per  prepararvi  a  morire,
    lasciandovi  la  libera  scelta  del genere di morte;  tutte le vostre
    carte saranno bruciate,  a eccezione d'una certa dichiarazione aperta,
    che  vi  converrà  scrivere  ai  vostri parenti;  la vostra abitazione
    infine sarà rasa al suolo.
    Così sia fatto a tutti i traditori!».
    Sentendosi così condannare,  Cipriano si accorse che la sua fiducia di
    prima ne era scossa,  e si domandò se quella sinistra commedia, dati i
    costumi selvaggi del paese,  non  fosse  più  seria  di  quanto  aveva
    creduto.
    L'uomo  che lo teneva per le spalle s'incaricò di levargli ogni dubbio
    a questo riguardo.
    - Alzatevi subito!  - gli disse brutalmente.  - Non abbiamo  tempo  da
    perdere!
    - E' un assassinio! - rispose Cipriano saltando risoluto dal letto per
    prendersi i vestiti.
    Era più irritato che spaventato,  e concentrava tutta l'attività della
    sua riflessione su ciò che gli accadeva,  con  la  calma  che  avrebbe
    impiegata  a  studiare  un  problema  di matematica.  Chi erano quegli
    uomini?  Non riusciva a indovinarlo,  neppure dal  timbro  delle  loro
    voci.  Senza  dubbio,  coloro  che egli conosceva personalmente,  e ce
    n'erano fra questi, stavano prudentemente in silenzio.
    - Avete fatto la vostra scelta tra tutti i generi di morte?... riprese
    l'uomo mascherato.
    - Non intendo fare nessuna scelta e protesto contro il crimine  odioso
    di  cui  state  per  rendervi  colpevoli!  - rispose Cipriano con voce
    ferma.
    -  Protestate,   ma  sarete  ugualmente   spacciato!   Avete   qualche
    disposizione da scrivere?
    - Niente che abbia da confidare a degli assassini!
    - Allora, in marcia! - ordinò il capo.
    Due  uomini  si  posero  ai lati del giovane ingegnere,  e si formò il
    corteo per dirigersi verso la porta.
    Ma questo punto,  capitò un fatto del tutto inaspettato.  Un  uomo  si
    precipitò con un balzo in mezzo ai giustizieri di Vandergaart Kopje.
    Era  Matakìt.   Il  giovane  Cafro,   che  si  aggirava  nei  dintorni
    dell'accampamento  il  più  sovente  di  notte,   era  stato   portato
    dall'istinto a seguire quegli uomini mascherati,  al momento in cui si
    dirigevano verso la casa del giovane ingegnere, per forzarne la porta.
    Là aveva sentito tutto ciò che essi avevano detto,  aveva compreso  il
    pericolo  che  minacciava  il  suo  padrone.  Subito,  senza  esitare,
    capitasse qualunque cosa,  s'era  infilato  tra  i  minatori  e  s'era
    gettato in ginocchio ai piedi di Cipriano.
    -  Piccolo  padre,  perché  questi uomini vogliono ucciderti?  gridava
    aggrappandosi al padrone,  a dispetto  degli  sforzi  che  gli  uomini
    mascherati facevano per tirarlo via.
    -  Perché  ho  fatto  un  diamante  artificiale!  -  rispose Cipriano,
    stringendo commosso la mano di Matakìt che  non  voleva  staccarsi  da
    lui.
    -  Oh!  piccolo padre,  quanto sono sfortunato e confuso di ciò che ho
    fatto! - ripeteva piangendo il giovane Cafro.
    - Che vuoi dire? - domandò Cipriano.
    - Sì, confesserò tutto, poiché vogliono farti morire! - gridò Matakìt.
    - Sì!...  io devo essere ucciso...  perché sono io  che  ho  messo  il
    grosso diamante nel fornello!
    - Mandate via quel cialtrone! - ordinò il capo della banda.
    -  Vi  ripeto  che  sono stato io che ho messo il diamante nel tubo di
    ferro! - ripeteva Matakìt dibattendosi. - Sì!...  sono stato io che ho
    ingannato il piccolo padre!... Sono stato io che ho voluto far credere
    che l'esperimento era riuscito!...
    Metteva  tanta  energia  nelle  sue  dichiarazioni,  che  alla fine lo
    ascoltarono.
    - Dici la verità?  - domandò Cipriano,  sorpreso e  interdetto  ad  un
    tempo da ciò che sentiva.
    - Ma sì!... Cento volte sì!... Dico la verità!
    Adesso egli stava seduto per terra,  e tutti l'ascoltavano, perché ciò
    che diceva cambiava del tutto le cose!
    - Il giorno della grande frana - riprese,  - allorché  rimasi  sepolto
    sotto i detriti,  avevo trovato il grosso diamante!... Lo tenevo nella
    mano e pensavo al modo di nasconderlo, quando la parete cadde sopra di
    me per punirmi di questo pensiero  colpevole!...  Quando  ritornai  in
    vita,  ritrovai  la  pietra  nel  letto dove il piccolo padre mi aveva
    fatto trasportare!... Avrei voluto restituirgliela, ma ebbi vergogna a
    confessare che ero  un  ladro,  e  attesi  l'occasione  favorevole!...
    Precisamente  qualche  tempo  dopo,  il piccolo padre tentò di fare un
    diamante e mi incaricò di mantenere acceso il fuoco!... Ma ecco che il
    secondo giorno, mentre ero solo nel laboratorio, l'apparecchio scoppiò
    con un rumore terribile,  e ci mancò poco che io restassi ucciso dalle
    schegge!...   Allora   pensai  che  il  piccolo  padre  avrebbe  avuto
    dispiacere perché l'esperimento non era riuscito!...  Collocai  dunque
    il  diamante nel tubo che si era spaccato,  avvolgendolo in una manata
    di terra,  e mi affrettai a riparare il guasto sopra il forno,  perché
    il  piccolo  padre non si accorgesse di niente!...  Poi aspettai senza
    dire nulla e,  quando il piccolo padre trovò il  diamante,  ne  rimase
    molto felice!
    Un  fragoroso  scoppio  di  risa,  che  i cinque uomini mascherati non
    riuscirono a frenare, accolse le ultime parole di Matakìt.
    Cipriano invece non rideva e si mordeva le labbra stizzito.
    Era impossibile non credere alle parole  del  giovane  Cafro!  La  sua
    storia  era  certamente vera!  Cipriano cercava inutilmente,  nei suoi
    ricordi o nella sua immaginazione,  dei motivi per metterla in  dubbio
    delle ragioni per contraddirla! Invano diceva a se stesso:
    «Un  diamante  naturale,  esposto  a  una  temperatura come quella del
    forno, si sarebbe volatilizzato...»
    Il solo buon  senso  gli  replicava  che,  protetta  da  un  involucro
    d'argilla,  la  gemma  aveva benissimo resistito all'azione del calore
    oppure l'aveva subita solo parzialmente!  Forse era  dovuta  a  questa
    torrefazione   la   sua  tinta  nera!   Forse  s'era  volatilizzata  e
    ricristallizzata nel suo guscio!
    Tutti  questi  pensieri  si  alternavano  nel  cervello  del   giovane
    ingegnere,  e  si  associavano  con  una  rapidità straordinaria.  Era
    attonito!
    - Mi ricordo benissimo d'aver visto la palla di terra nella  mano  del
    Cafro, il giorno della frana - osservò allora uno degli uomini, quando
    l'ilarità si fu un poco calmata.  - Anzi,  la stringeva così forte tra
    le dita contratte, che bisognò rinunciare a levargliela!
    - Eh!  non c'è proprio nessun dubbio!  - rispose un altro -  E'  forse
    possibile  fabbricare  un  diamante?  In  verità,  siamo  ben  stupidi
    d'averlo creduto!... Sarebbe come tentare di fabbricare una stella!
    E tutti risero.
    Cipriano soffriva certamente più della loro  allegria  di  quanto  non
    avesse sofferto della loro brutalità.
    Infine, dopo essersi consultati sottovoce, il capo riprese la parola.
    -  Noi  riteniamo  -  disse  -  che non ci sia più motivo di procedere
    all'esecuzione della sentenza  pronunciata  contro  di  voi,  Cipriano
    Méré!  Siete libero! Ma ricordatevi che questa sentenza pesa sempre su
    di voi! Una parola, un atto per informare la polizia, e sarete colpito
    senza pietà!... Uomo avvisato mezzo salvato!
    Così disse e, seguito dai suoi compagni, si diresse verso la porta.
    La camera restò immersa nell'oscurità.  Cipriano si sarebbe  domandato
    se  non  fosse stato vittima d'un semplice incubo.  Ma i singhiozzi di
    Matakìt, che s'era prostrato a terra e piangeva rumorosamente,  con la
    testa fra le mani,  gli confermarono che tutto quanto era capitato era
    la realtà.
    Era tutto vero!  Egli era sfuggito alla morte,  ma a prezzo della  più
    bruciante  umiliazione!  Lui,  ingegnere minerario,  lui,  allevato al
    Politecnico,  eminente chimico,  già celebre geologo,  s'era  lasciato
    sorprendere  dal  grossolano  trucco d'un miserabile Cafro!  O meglio,
    egli era debitore di questa cantonata senza pari alla sua vanità, alla
    sua ridicola presunzione!  Era accecato fino al punto di  trovare  una
    teoria  per  la  sua formazione cristallina!...  Non poteva essere più
    ridicolo!...  Non appartiene forse soltanto alla Natura,  col concorso
    dei secoli,  di portare a termine opere simili?... E tuttavia, chi non
    si sarebbe ingannato a questa apparenza?  Egli agognava  al  successo,
    aveva  preparato  tutto per conseguirlo e logicamente pensava d'averlo
    ottenuto!...  Le stesse dimensioni anormali del diamante  erano  fatte
    apposta  per  dare  consistenza  a  questa  illusione!...  Un Despretz
    l'avrebbe condivisa!...  Errori simili non capitavano  forse  tutti  i
    giorni?... Non si vedono forse i numismatici più esperti accettare per
    buone medaglie false?
    Cipriano  cercò  di sorridere della sua sorte.  Ma,  d'improvviso,  un
    pensiero l'agghiacciò.
    «E la mia relazione all'Accademia!...  Purché quei furfanti non se  ne
    siano impadroniti!»
    Accese una candela.  No!  Grazie al Cielo,  la relazione c'era ancora!
    Nessuno l'aveva vista!... Non ebbe pace se non dopo averla bruciata.
    Intanto, il dispiacere di Matakìt era così straziante che egli dovette
    decidersi a  calmarlo.  Non  fu  cosa  difficile.  Alle  prime  parole
    benevole  del  piccolo padre,  il povero ragazzo sembrò rinascere alla
    vita.  E,  fattosi promettere che non  l'avrebbe  più  fatto  un'altra
    volta,  Cipriano  l'assicurò  che  non  gli  serbava  rancore e che lo
    perdonava di cuore.
    Matakìt promise in nome di quanto aveva di più sacro,  e dopo  che  il
    padrone ritornò a dormire, fece altrettanto.
    Così terminò quella scena, che aveva rischiato di diventare tragica!
    Ma se era finita per quanto riguardava l'ingegnere,  non sarebbe stata
    la stessa cosa per Matakìt.
    Infatti,  il giorno seguente,  quando si seppe che la "Stella del Sud"
    non era nient'altro che un diamante naturale,  che questo diamante era
    stato trovato dal giovane Cafro,  il quale ne conosceva  perfettamente
    il  valore,  tutti  i  sospetti  contro di lui riapparvero con maggior
    forza. John Watkins lanciò il grido d'allarme. Soltanto Matakìt poteva
    essere il ladro di quell'inestimabile pietra!  Dopo  aver  cercato  di
    appropriarsene  una prima volta - non l'aveva forse confessato?  - era
    evidente che l'aveva poi rubata lui nella sala del banchetto.
    Cipriano ebbe un bel  protestare,  rendersi  garante  dell'onestà  del
    Cafro; non fu ascoltato: la prova più che evidente era che Matakìt, il
    quale  giurava  sulla sua perfetta innocenza,  aveva avuto cento volte
    ragione  di  fuggire  e  cento  volte  torto  d'essere  ritornato  nel
    Griqualand.
    Allora  l'ingegnere,  non volendo desistere,  fece valere un argomento
    che nessuno s'aspettava,  e che,  nel suo  pensiero,  avrebbe  salvato
    Matakìt.
    -Io  credo  alla sua innocenza - disse a John Watkins,  - ma comunque,
    anche se fosse  colpevole,  la  cosa  riguarda  solo  me!  Naturale  o
    artificiale  che  fosse,  il  diamante apparteneva a me,  prima che io
    l'avessi offerto alla signorina Alice...
    -  Ah!   vi  apparteneva?...   -  rispose  Mister  Watkins   in   tono
    particolarmente beffardo.
    - Senza dubbio - rispose Cipriano. - Non è forse stato trovato sul mio
    "claim" da Matakìt, che era al mio servizio?
    -  Niente  di  più  vero  -  rispose  il colono;  - per conseguenza il
    diamante e mio,  ai termini del nostro contratto,  poiché i Primi  tre
    diamanti trovati sulla vostra concessione devono essermi dati a titolo
    di proprietà!
    Al che Cipriano, sbalordito, non seppe rispondere.
    - La mia rivendicazione è giusta? - domandò Mister Watkins.
    - Assolutamente giusta! - rispose Cipriano.
    -  Vi  sarei  dunque molto obbligato di riconoscere questo diritto per
    iscritto,  nel  caso  che  riuscissimo  a  farci  restituire  da  quel
    farabutto il diamante, che ha con tanta impudenza rubato!
    Cipriano prese un foglio di carta bianca e scrisse:
    Riconosco  che  il diamante trovato sul mio "claim" da un Cafro al mio
    servizio è,  ai termini del contratto di concessione,  di proprietà di
    Mister Watkins.
    Cipriano Méré.
    Ecco  una  circostanza,  lo  ammettiamo,  che  faceva svanire tutte le
    speranze  del  giovane  ingegnere.  Infatti,   se  il  diamante  fosse
    riapparso,  apparteneva,  a titolo non di dono ma di proprietà, a John
    Watkins,  e un nuovo abisso,  che  tanti  milioni  avrebbero  colmato,
    riapriva tra Alice e Cipriano.
    Tuttavia,  se  la rivendicazione del colono nuoceva agli interessi dei
    due  giovani,   nuoceva  ancor  più  a  Matakìt!   Ora  egli  appariva
    responsabile di un danno causato a John Watkins!... E John Watkins non
    era  il tipo da rinunciare a un inseguimento,  se si credeva sicuro di
    acciuffare il ladro.
    Così il povero diavolo fu arrestato,  imprigionato,  e  non  passarono
    dodici  ore che egli fu giudicato,  poi,  malgrado tutto ciò che disse
    Cipriano in suo favore,  condannato a morte...  se non si decideva  se
    non riusciva a restituire la "Stella del Sud"
    Ora,  siccome  in  realtà  egli  non la poteva restituire,  poiché non
    l'aveva presa, la sua sorte era chiara,  e Cipriano non sapeva più che
    cosa  fare per salvare lo sventurato,  ch'egli persisteva a non creder
    colpevole.
    22. UNA MINIERA DI NUOVO GENERE.
    Nel frattempo Miss Watkins aveva appreso tutto ciò che  era  capitato:
    tanto   la  scena  degli  uomini  mascherati  quanto  lo  smacco  così
    spiacevole subito dal giovane ingegnere.
    - Ah!  signor Cipriano - gli disse ella,  quando lo sfortunato  l'ebbe
    messa  al  corrente  di tutto,  - la vostra vita non vale forse più di
    tutti i diamanti del mondo?
    - Cara Alice...
    - Non pensiamo più a tutto questo,  e rinunciate agli  esperimenti  di
    questo genere!
    - Me l'ordinate?... - domandò Cipriano.
    -  Sì!  sì!  - rispose la fanciulla.  - Vi ordino di cessare,  come vi
    avevo ordinato d'incominciare...  visto che  volete  davvero  ricevere
    ordini da me!
    - Come vorrei eseguirli tutti!  - rispose Cipriano,  prendendo la mano
    che Miss Watkins gli tendeva.
    Ma quando Cipriano l'ebbe informata della condanna inflitta a Matakìt,
    ella ne fu terrorizzata, soprattutto quando seppe quale parte vi aveva
    preso suo padre.
    Neppure lei credeva alla colpevolezza del giovane  Cafro!  Anche  lei,
    d'accordo  con  Cipriano,  avrebbe  voluto  fare  di tutto per salvare
    quell'infelice! Ma come occuparsene e,  soprattutto,  come interessare
    John Watkins, diventato in questa faccenda l'inesorabile accusatore di
    quello  sventurato,  sul quale egli stesso aveva lanciato l'accusa più
    ingiusta?
    Bisogna aggiungere che il colono non era riuscito a  ottenere  nessuna
    confessione  da Matakìt,  né mostrandogli la forca eretta per lui,  né
    facendogli sperare la sua grazia, se avesse parlato. Dunque, costretto
    a rinunciare a ogni speranza di ritrovare la "Stella  del  Sud",  egli
    era  diventato  d'un  umore  insopportabile.  Non  gli  si  poteva più
    parlare.  Tuttavia la figlia volle tentare un ultimo sforzo presso  di
    lui.
    Il giorno dopo la condanna,  Mister Watkins,  che soffriva un po' meno
    dell'ordinario per la sua gotta,  aveva approfittato di questa  tregua
    per  mettere  ordine  nelle  sue  carte.  Seduto  davanti a una grande
    scrivania d'ebano a ribalta,  incrostata d'intarsio giallo - splendido
    relitto  della dominazione olandese,  arrivato dopo molte peripezie in
    quell'angolo sperduto del Griqualand,  egli passava in rassegna i vari
    titoli di proprietà, contratti, corrispondenza.
    Dietro  a  lui,  Alice,  china  sul  suo lavoro,  ricamava senza molto
    occuparsi dello struzzo Dadà,  che andava e veniva attraverso la  sala
    con  la  sua  imponenza  abituale,  ora  gettando  uno  sguardo  dalla
    finestra, ora seguendo con i suoi grandi occhi quasi umani i movimenti
    di Mister Watkins e della figlia.
    D'improvviso,  un'esclamazione del colono fece alzare la testa a  Miss
    Watkins, preoccupata.
    - Questa bestia è insopportabile!  - gridò il colono.  - Mi ha portato
    via una pergamena!... Dadà!... Qui!... Ridammela subito!
    Queste parole non erano ancora state  del  tutto  articolate,  che  ne
    seguì un torrente d'ingiurie.
    -  Ah!  la  bestiaccia  l'ha  ingoiata!...  Un  documento  di capitale
    importanza!...  L'originale del  decreto  che  ordina  l'inizio  dello
    sfruttamento del mio "kopje"!...  E' intollerabile!...  Ma gliela farò
    sputare, dovessi strangolarlo...
    John Watkins,  rosso  di  collera,  fuori  di  sé,  s'era  alzato  con
    movimento brusco. Correva dietro allo struzzo, che cominciò a fare due
    o tre giri nella sala e finì per lanciarci attraverso la finestra, che
    era al livello del suolo.
    -  Papà - intervenne Alice,  desolata di questo nuovo misfatto del suo
    favorito, - calmatevi, ve ne supplico!  Ascoltatemi!...  Vi prenderete
    un malanno!
    Ma  il  furore  di Mister Watkins era al colmo.  La fuga dello struzzo
    aveva finito per esasperarlo.
    - No!  - diceva con voce adirata;  - è troppo!...  Bisogna finirla!...
    Non  rinuncio  così al più importante dei miei titoli di proprietà!...
    Una pallottola nella testa  castigherà  quel  ladro!...  Avrò  la  mia
    pergamena, lo garantisco.
    Alice lo seguiva in lacrime.
    - Ve ne supplico,  padre mio,  perdonate alla povera bestia diceva.  -
    Dopo tutto, quella carta è così importante?...  Non si può ottenere un
    duplicato?...  Vorreste recarmi il dispiacere di uccidere davanti a me
    il mio povero Dadà per una colpa così leggera?
    Ma John Watkins non voleva sentir ragioni,  e  guardava  da  tutte  le
    parti, cercando la vittima.
    La  scorse  infatti,  nel  momento  in  cui si rifugiava oltre la casa
    occupata da Cipriano Méré. Subito,  imbracciando il fucile,  il colono
    partì alla carica;  ma Dadà, come se avesse indovinato i neri progetti
    tramati contro di lui,  non appena vide  quella  mossa,  s'affrettò  a
    nascondersi dentro la casa.
    - Aspetta!...  Aspetta!... Ti prenderò, maledetta bestia! - gridò John
    Watkins dirigendosi verso di lui.
    Alice,  sempre  più  spaventata,   lo  seguì  per  tentare  ancora  di
    trattenerlo.
    Tutti  e due arrivarono così davanti alla casa del giovane ingegnere e
    vi girarono  attorno.  Lo  struzzo  non  c'era.  Dadà  era  scomparso!
    Tuttavia era impossibile che fosse già sceso dalla collinetta,  perché
    l'avrebbero scorto nei dintorni della fattoria.  Aveva dunque  cercato
    rifugio   nella  casa  attraverso  una  delle  porte  o  finestre  che
    s'aprivano sul lato posteriore.
    Così infatti pensò John Watkins.  Ritornò pertanto sui  suoi  passi  e
    bussò alla porta principale.
    Cipriano stesso venne ad aprire.
    -  Signor  Watkins?...  Miss  Watkins?...  Felice  di  vedervi in casa
    mia!... - disse molto sorpreso da questa visita inaspettata.
    Il colono, ansante,  gli spiegò la cosa in poche parole,  ma con molto
    furore!
    - Ebbene,  cerchiamo il colpevole!  - rispose Cipriano introducendo in
    casa John Watkins e Alice.
    - E vi assicuro che l'affare sarà regolato all'istante!  -  ripeté  il
    fattore, brandendo il fucile come un "tomahawak".
    Nello stesso istante, uno sguardo supplichevole della fanciulla rivelò
    a Cipriano tutto l'orrore che ella provava per l'esecuzione decretata.
    Così egli decise subito che cosa fare,  e fu una cosa semplice: decise
    di non trovare lo struzzo.
    - Li - disse segretamente al Cinese,  il quale entrava  allora  ho  il
    sospetto che lo struzzo si trovi in camera tua!  Va',  e incaricati di
    farlo evadere senza lasciarti scorgere,  mentre io  accompagno  Mister
    Watkins dalla parte opposta!
    Sfortunatamente,  il  piano era sbagliato in radice.  Lo struzzo s'era
    rifugiato  precisamente  nella  prima  stanza,  dove  cominciarono  le
    ricerche. Stava là, facendosi piccolo, con la testa nascosta sotto una
    cassa, ma tanto visibile quanto il sole a mezzogiorno.
    Mister Watkins si gettò sopra di lui.
    - Ah! furfante, è venuta la tua ora! - disse.
    Tuttavia,  per  quanto fosse adirato,  si arrestò un istante davanti a
    quell'enormità: sparare un colpo di fucile a bruciapelo,  in una  casa
    che, almeno provvisoriamente, non era più sua.
    Alice piangendo si era voltata da una parte per non vedere.
    A  questo punto il grande dolore di lei suggerì all'ingegnere una idea
    luminosa.
    - Signor Watkins - disse d'improvviso,  - ci tenete a riavere solo  la
    vostra carta,  non è vero?... Ebbene, è perfettamente inutile uccidere
    Dadà per riaverla! Basta aprirgli lo stomaco,  perché il documento non
    è certamente ancora digerito!  Mi permettete di fare l'operazione?  Ho
    seguito un corso di zoologia al Museum,  e  credo  che  me  la  caverò
    abbastanza bene in questo intervento chirurgico!
    Sia  che  la  prospettiva  di  una vivisezione stimolasse l'istinto di
    vendetta del fattore, sia che la sua collera cominciasse a sbollire, o
    che fosse suo malgrado commosso dal  reale  dispiacere  della  figlia,
    egli si lasciò piegare ed acconsentì ad accettare questa via di mezzo.
    -  Intendo  riavere  il mio documento!  - dichiarò.  - Se non si trova
    nello stomaco, lo si cercherà altrove! Lo voglio ad ogni costo!
    Eseguire l'operazione non era  così  facile  come  si  sarebbe  potuto
    credere  a  prima  vista,  considerando l'atteggiamento rassegnato del
    povero Dadà.  Uno struzzo,  anche di piccola statura,  è  dotato  d'un
    organismo  la  cui  forza è veramente prodigiosa.  Appena sfiorato dal
    bisturi del chirurgo  improvvisato,  era  certo  che  il  paziente  si
    sarebbe risentito,  infuriato, dibattendosi con ferocia. Perciò furono
    chiamati Li e Bardìk per assistere Cipriano in qualità di aiutanti.
    Si decise anzitutto di legare lo struzzo.  Allo scopo furono impiegate
    le corde di cui Li aveva sempre una provvista nella sua stanza. Con un
    groviglio  di  nodi  furono  subito  legati  il  becco  e  le zampe al
    malcapitato  Dadà,   che  fu  ridotto  nell'impossibilità  di  tentare
    qualsiasi resistenza.
    Cipriano non si accontentò di questo. Per riguardo alla sensibilità di
    Miss Watkins,  volle risparmiare ogni sofferenza al suo struzzo, e gli
    avviluppò la testa con una benda imbevuta di cloroformio.
    Fatto questo,  si accinse  a  procedere  all'operazione,  con  un  po'
    d'inquietudine  per  le  possibili conseguenze.  Alice,  emozionata da
    questi preparativi,  pallida come  la  morte,  s'era  rifugiata  nella
    stanza vicina.
    Cipriano  tastò  dapprima  la base del collo dell'animale,  al fine di
    precisare la posizione dello stomaco.  Non era  difficile,  perché  il
    gozzo  formava  nella parte superiore della regione toracica una massa
    considerevole, dura,  resistente,  che le dita sentivano molto bene in
    mezzo alle parti molli circostanti.
    Servendosi  d'un  temperino,  Cipriano incise con precauzione la pelle
    del collo. Essa era abbondante e flaccida come quella d'un tacchino, e
    coperta da una peluria grigia che  si  lasciava  facilmente  scostare.
    L'incisione  non  provocò quasi sangue e fu debitamente detersa con un
    pannolino bagnato.
    Cipriano  individuò  allora  la  posizione  di  due  o   tre   arterie
    importanti,  ed  ebbe  cura  di scostarle con piccoli uncini di fil di
    ferro,  che diede a tenere a  Bardìk.  Poi  aprì  un  tessuto  bianco,
    madreperlaceo,  che racchiudeva una vasta cavità sotto le clavicole, e
    mise subito allo scoperto lo stomaco dello struzzo.
    Si immagini il gozzo d'una gallina,  di volume e spessore e peso quasi
    cento  volte  più grande,  e si avrà un'idea approssimativa di ciò che
    era questo deposito.
    Il gozzo di Dadà aveva l'aspetto d'una  tasca  bruna,  molto  gonfiata
    dagli  alimenti  e corpi estranei che il vorace animale aveva ingoiato
    nella giornata,  o forse anche in tempi anteriori.  E  bastava  vedere
    quest'organo carnoso,  possente,  sano,  per comprendere che non c'era
    nessun pericolo a dare il taglio definitivo.
    Armato del suo coltello da caccia, che Li gli aveva posto in mano dopo
    averlo in precedenza affilato,  Cipriano operò  in  questa  massa  una
    larga incisione.
    Praticata questa apertura, fu facile introdurvi la mano, fino al fondo
    del gozzo.
    Subito  fu  trovato ed estratto il documento tanto rimpianto da Mister
    Watkins.  Era accartocciato a palla,  un po' spiegazzato senza dubbio,
    ma perfettamente intatto.
    -  C'è  ancora dell'altro - disse Cipriano,  il quale aveva immerso la
    mano nella cavità, e ne estrasse, questa volta, una palla d'avorio.
    - La palla da rammendo di Miss Watkins! - esclamò.  - pensare che sono
    più  di  cinque mesi che Dadà l'ha ingoiata!...  Evidentemente non gli
    era potuta passare per l'orificio inferiore!
    Consegnata la palla a Bardìk, riprese a frugare, come avrebbe fatto un
    archeologo sui resti d'un insediamento romano.
    - Un portacandele di rame!  - esclamò  meravigliato;  estraendo  quasi
    subito  l'umile  articolo  domestico,   maciullato,   schiacciato,   e
    appiattito, ossidato, ma tuttavia riconoscibile.
    A questo punto le risate di Li e Bardìk furono così rumorose che Alice
    stessa,  la quale  entrava  allora  nella  stanza,  non  si  trattenne
    dall'associarvisi.
    - Monete!...  Una chiave!...  Un pettine d'osso! - continuava Cipriano
    proseguendo l'inventario.
    D'improvviso impallidì.  Le sue dita avevano incontrato un oggetto  di
    forma eccezionale!...  No!...  Non c'era nessun dubbio sulla natura di
    esso! E tuttavia egli non osava credere a un caso simile!
    Infine ritirò la mano dalla cavità ed estrasse l'oggetto che vi  aveva
    pescato...
    Un grido sfuggì dalla bocca di John Watkins!
    - La "Stella del Sud"!
    Sì!... Il famoso diamante veniva ritrovato intatto, non avendo perduto
    nulla del suo splendore,  e brillava alla luce della finestra come una
    costellazione!
    Ma una cosa singolare colpì all'istante tutti i testimoni della scena:
    la pietra aveva cambiato colore.
    Da nera com'era prima, la "Stella del Sud" era diventata rosa: un rosa
    splendido,  che  ne  aumentava,  se  possibile,  la  limpidezza  e  lo
    splendore.
    -  Pensate  che  ciò  diminuisca  il suo valore?  - domandò emozionato
    Mister Watkins appena riuscì a parlare,  perché la sorpresa e la gioia
    gli avevano dapprima tolto il respiro.
    - Per nessun motivo! - rispose Cipriano. - Al contrario, una curiosità
    in  più,  che  classifica  questa  pietra nella famiglia così rara dei
    «diamanti camaleonte»!...  Decisamente,  sembrerebbe  che  non  faccia
    freddo  nel  gozzo  di  Dadà  poiché  questi  cambiamenti di tinta dei
    diamanti colorati,  frequentemente segnalati alle società di  esperti,
    sono dovuti d'ordinario a una variazione improvvisa di temperatura!
    - Ah!...  grazie al Cielo,  eccoti ritrovata, mia bellissima! ripeteva
    Mister Watkins,  stringendo in  mano  la  pietra  preziosa,  come  per
    assicurarsi che non stava sognando. - Mi hai causato troppo dispiacere
    con la tua fuga, ingrata stella, perché io ti lasci ancora fuggire!
    E se la portava davanti agli occhi, e l'accarezzava con gli sguardi, e
    sembrava se la volesse mangiare, sull'esempio di Dadà!
    Intanto Cipriano,  facendosi portare un ago con del filo grosso, aveva
    ricucito il gozzo dello struzzo; poi, dopo aver chiuso per mezzo d'una
    sutura l'incisione del collo,  lo liberò dai legami  che  lo  tenevano
    immobile.
    Dadà,   molto  prostrato,   teneva  la  testa  bassa  e  non  sembrava
    minimamente disposto ad andarsene.
    - Pensate che guarirà, signor Cipriano? - domandò Alice,  più commossa
    dalle sofferenze del suo favorito che dalla ricomparsa del diamante.
    - Certo che guarirà, Miss Watkins! - rispose Cipriano. - Pensate forse
    che avrei tentato l'operazione,  se non ne fossi stato sicuro?...  No!
    Entro tre giorni non si vedrà più niente, e intanto non passeranno due
    ore che Dadà avrà rifornito la curiosa tasca che abbiamo ora svuotata!
    Rassicurata da questa promessa, Alice rivolse al giovane ingegnere uno
    sguardo di riconoscenza, che lo ripagò di tutto il suo lavoro.
    In  quel  momento  Mister  Watkins,   finalmente  convinto  di  essere
    perfettamente  in  sé  e  di  aver  davvero ritrovato la sua magnifica
    stella, si allontanò dalla finestra.
    - Signor Méré - disse in tono maestoso e solenne,  - mi avete reso  un
    grande servizio, e non so se potrò mai sdebitarmi!
    Il cuore di Cipriano prese a battere violentemente.
    Sdebitarsi!...  eh!  Mister  Watkins aveva un mezzo molto semplice per
    farlo!  Gli era dunque così difficile mantenere la parola e dargli  la
    figlia,  che  aveva promessa a chi gli avesse riportato la "Stella del
    Sud"! E in verità,  non era forse come se l'avesse riportata dal fondo
    del Transvaal?
    Questo  si  diceva  Cipriano  ma era troppo fiero per esprimere il suo
    pensiero a voce alta,  e d'altronde si riteneva quasi certo che questo
    pensiero sarebbe sorto spontaneamente nell'animo del colono.
    Tuttavia  John  Watkins non disse niente di tutto questo e,  dopo aver
    fatto segno alla figlia di seguirlo, lasciò la capanna e rientrò nella
    sua abitazione.
    Non occorre dire che,  qualche istante  dopo,  Matakìt  recuperava  la
    libertà.  Ma ci era mancato poco che il povero diavolo non pagasse con
    la vita l'ingordigia di Dadà, e in verità se l'era vista brutta!
    23. LA STATUA DEL COMMENDATORE.
    Il fortunato John Watkins,  ormai  il  più  ricco  tra  i  coloni  del
    Griqualand,  dopo  aver  offerto un primo banchetto per festeggiare la
    nascita della "Stella del Sud", non poteva fare di meglio che offrirne
    un secondo per  festeggiare  la  sua  resurrezione.  Ma  questa  volta
    sarebbero  state  prese  tutte  le  precauzioni perché quel tesoro non
    scomparisse di nuovo: Dadà non fu invitato alla festa.
    Nel pomeriggio del giorno dopo,  il banchetto era nel  pieno  del  suo
    splendore.
    Fin dal mattino,  John Watkins aveva convocato i vassalli e valvassori
    dei suoi convitati abituali;  aveva ordinato  presso  i  macellai  del
    distretto  tanta  carne  che  sarebbe  bastata a sfamare un plotone di
    fanteria;  aveva ammassato nella sua dispensa  tutte  le  vettovaglie,
    tutte  le  scatole  di conserve,  tutte le bottiglie di vini e liquori
    stranieri che erano state reperite nelle cantine dei dintorni.
    Fin dalle quattro, la tavola era imbandita nella sala grande, tutte le
    bottiglie disposte in bell'ordine sulla credenza,  e i quarti di bue e
    di montone stavano arrostendo.
    Alle sei,  gli invitati arrivarono nei loro migliori paludamenti. Alle
    sette,  il diapason della conversazione aveva già  raggiunto  un  tono
    così  elevato  che  sarebbe  stato  difficile a una tromba dominare il
    frastuono. C'era Mathis Pretorius,  ritornato tranquillo da quando non
    aveva  più  da temere i cattivi scherzi di Annibale Pantalacci;  c'era
    Thomas Steel che scoppiava di forza e di salute,  il  sensale  Nathan,
    coloni, minatori, mercanti, ufficiali di polizia.
    Cipriano,  per  ordine di Alice,  non s'era rifiutato d'intervenire al
    banchetto,   poiché  anche  la  fanciulla  era   stata   costretta   a
    parteciparvi.  Ma erano ambedue molto tristi,  perché - era fin troppo
    evidente - il  cinquanta  volte  milionario  Watkins  non  si  sarebbe
    sognato  di  dare  sua  figlia  a un piccolo ingegnere «che non sapeva
    neppure fabbricare un diamante!». Sì!  il vecchio egoista era arrivato
    al  punto  di  trattare  così il giovane studioso,  al quale doveva in
    realtà la sua nuova fortuna!
    La cena si svolgeva  dunque  in  mezzo  all'entusiasmo  chiassoso  dei
    convitati.
    Davanti  al  fortunato  colono  -  non più dietro le sue spalle questa
    volta - la "Stella del Sud", adagiata su un cuscino di velluto celeste
    sotto la duplice protezione d'una gabbia con sbarre di metallo  e  una
    campana di vetro, scintillava alla luce delle candele.
    Erano  già  stati  fatti dieci "toasts" alla sua bellezza,  limpidezza
    incomparabile, sfavillio senza pari.
    Faceva allora un caldo opprimente.
    Isolata e quasi ripiegata su se stessa,  in  mezzo  al  tumulto,  Miss
    Watkins  sembrava  non sentisse niente.  Guardava Cipriano,  anche lui
    affranto, e le lacrime stavano per spuntarle sugli occhi.
    Tre  forti  colpi,   battuti  alla  porta  della  sala,   interruppero
    d'improvviso   il  rumore  delle  conversazioni  e  il  tintinnio  dei
    bicchieri.
    - Avanti!  - gridò Mister Watkins con la sua voce roca.  Chiunque  voi
    siate, arrivate al momento buono, se avete sete!
    La porta s'aprì.
    La  figura scarna e allampanata di Jacobus Vandergaart si eresse sulla
    soglia.
    Tutti i convitati si guardarono,  molto sorpresi di questa apparizione
    inaspettata.  Si conoscevano perfettamente, in tutto il paese i motivi
    d'inimicizia che dividevano i  due  vicini,  John  Watkins  e  Jacobus
    Vandergaart,  e  un  sordo  mormorio corse attorno alla tavola.  Tutti
    s'aspettavano qualcosa di grave.
    S'era fatto silenzio profondo. Tutti gli occhi erano fissi sul vecchio
    lapidario  dai  capelli  bianchi.  Egli,  in  piedi,  con  le  braccia
    conserte,  il cappello in testa,  vestito della sua lunga marsina nera
    delle grandi solennità, sembrava lo spettro della vendetta.
    Mister Watkins si sentì  afferrato  da  un  vago  terrore  inespresso.
    Impallidiva  sotto  lo  strato  di  vermiglione  prodotto sugli zigomi
    dall'inveterata abitudine all'alcoolismo.
    Tuttavia  il  colono  tentò  di   reagire   contro   quel   sentimento
    inspiegabile, di cui non sapeva rendersi conto.
    - Eh! da quanto tempo, vicino Vandergaart - disse parlando per primo a
    Jacobus,  -  non  mi  onorate della vostra visita!  Qual buon vento vi
    porta in questa casa?
    - Il vento della  giustizia,  vicino  Watkins!  -  rispose  freddo  il
    vegliardo.  -  Vengo  a  dirvi  che il diritto finalmente trionfa e si
    manifesta,  dopo un'eclissi di sette anni!  Vengo ad  annunciarvi  che
    l'ora della riparazione è suonata, che io rientro in possesso dei miei
    averi,  e  che  il "kopje",  che ha sempre portato il mio nome,  è ora
    legalmente  mio,   come  non  ha   mai   cessato   d'esserlo   davanti
    all'equità!...   John  Watkins,   mi  avete  espropriato  di  ciò  che
    m'apparteneva!...  Oggi  la  legge  espropria  voi  e  vi  condanna  a
    restituirmi ciò che mi avete preso!
    Quanto  John  Watkins  s'era sentito prima ghiacciare dall'apparizione
    improvvisa di Jacobus Vandergaart e dal pericolo vago ch'essa sembrava
    annunciare,  altrettanto la sua natura sanguigna e violenta lo portava
    ora ad affrontare un pericolo diretto e ben definito.
    Perciò, dopo essersi riversato sulla spalliera della poltrona, si mise
    a ridere nella maniera più sprezzante.
    -  Il pover'uomo è pazzo!  - disse rivolgendosi ai suoi convitati.- Ho
    sempre pensato che aveva il cranio fesso!... Ma sembra che, da qualche
    tempo, la crepa si sia allargata!
    La tavolata applaudì a questa volgarità. Jacobus Vandergaart non mosse
    ciglio.
    - Riderà bene chi riderà ultimo!  - riprese con voce grave,  estraendo
    di  tasca  una  carta.  -  John  Watkins,  lo  sapete che una sentenza
    contraddittoria e definitiva,  confermata in appello e che nemmeno  la
    regina  potrebbe  modificare,  vi  ha attribuito in questo distretto i
    terreni situati ad occidente del venticinquesimo grado di  longitudine
    est da Greenwich,  e ha assegnato a me quelli che si trovano a oriente
    di questo meridiano?
    - Precisamente,  degno rimbambito!  - gridò John Watkins.  - E  perciò
    fareste molto meglio mettervi a letto,  se siete malato,  che venire a
    scocciare le persone oneste che stanno cenando e che non devono niente
    a nessuno!
    Jacobus Vandergaart aveva spiegato la carta.
    - Ecco una notifica - riprese con voce più serena - una  notifica  del
    Comitato catastale, firmata dal governatore e registrata a Victoria in
    data di avant'ieri, che accerta un errore materiale introdotto fino ad
    oggi in tutte le mappe del Griqualand.  Questo errore,  commesso dieci
    anni fa dai geometri incaricati della  misurazione  del  distretto,  i
    quali   non  hanno  tenuto  conto  della  declinazione  magnetica  nel
    determinare il nord vero,  questo errore dico,  falsa tutte le carte e
    tutti  i  piani  basati  sui  loro  rilevamenti.  In conseguenza della
    rettifica che è stata fatta,  il venticinquesimo grado di longitudine,
    che a noi interessa,  si trova riportato sul nostro parallelo a più di
    tre miglia verso occidente.  Questa  rettifica,  ormai  ufficiale,  mi
    rimette  dunque  in  possesso del "kopje" che vi era toccato in sorte,
    perché,  secondo tutti i giureconsulti e il  "chief  justice"  (1)  in
    persona,  la lettera della sentenza non avrebbe perduto niente del suo
    vigore! Ecco, John Watkins, cosa vengo a dirvi!
    Sia che il fattore non avesse compreso tutta la portata del  discorso,
    sia che preferisse rifiutare sistematicamente di comprendere, cercò di
    rispondere al vecchio lapidario con un'altra risata di scherno.
    Ma  questa volta la risata suonava falsa,  e non ebbe eco attorno alla
    tavola.
    Tutti i testimoni di questa cena, stupiti, tenevano gli occhi fissi su
    Jacobus Vandergaart, e sembravano vivamente colpiti dalla sua serietà,
    dalla sicurezza della sua  parola,  dalla  certezza  incrollabile  che
    traspariva da tutta la sua persona.
    Fu il mediatore Nathan,  per primo,  a farsi interprete del sentimento
    generale.
    - Ciò che dice il signor Vandergaart non ha niente di assurdo a  prima
    vista  -  fece  osservare  rivolgendosi  a  John Watkins.  L'errore di
    longitudine sarà stato possibile,  dopo tutto,  e  non  sarebbe  forse
    meglio, prima di pronunciarsi, aspettare informazioni più complete?
    -  Attendere  informazioni?  - gridò Mister Watkins,  battendo un gran
    pugno sulla tavola.  - Non so che farmene delle informazioni!...  Sono
    in  casa  mia,  qui,  o  no?...  Ho o non ho ottenuto la proprietà del
    "kopje" con una sentenza definitiva, di cui questo vecchio coccodrillo
    riconosce egli  stesso  la  validità?...  Ebbene!  che  m'importa  del
    resto?...  Se  mi si vuole toccare nel possesso pacifico dei miei beni
    farò quanto ho già fatto,  mi rivolgerò ai tribunali,  e  vedremo  chi
    vincerà la causa!
    -  I  tribunali  hanno  già  dato  la  loro sentenza - replicò Jacobus
    Vandergaart con una calma inesorabile.  - Tutto si riduce  ora  a  una
    questione  di  fatto:  il venticinquesimo grado di longitudine passa o
    non passa sulla linea che gli è stata assegnata dai  piani  catastali?
    Ora,  è  sufficientemente  riconosciuto  che  non c'è errore su questo
    punto, e la conclusione inevitabile è che il "kopje" ritorna a me.
    Così dicendo,  Jacobus Vandergaart mostrò il documento  ufficiale  che
    aveva in mano, e che era munito di tutti i timbri e sigilli.
    Il  disagio  di  John Watkins aumentava visibilmente.  Egli si agitava
    sulla poltrona,  tentava di sogghignare,  ma le sue erano  smorfie.  I
    suoi occhi caddero per caso, in quell'istante, sulla "Stella del Sud".
    Tale vista sembrò ridargli la fiducia che cominciava a vacillare.
    -  E  se  ciò  fosse  -  gridò,  - se dovessi rinunciare,  contro ogni
    giustizia,  a questa proprietà,  che mi è stata legalmente assegnata e
    che  godo  in  pace da sette anni,  cosa m'importa dopo tutto?  Non ho
    forse di che consolarmi,  fosse pure questo solo gioiello,  che  posso
    portare nel taschino del panciotto e salvare da ogni sorpresa?
    - Anche questo è un errore, John Watkins - replicò Jacobus Vandergaart
    in  tono  asciutto.  -  La "Stella del Sud" è ora mia proprietà,  allo
    stesso titolo che tutti i prodotti del "kopje" che si trovano in  mano
    vostra,  come  i  mobili  di  questa  casa,  come  il  vino  di queste
    bottiglie, come la carne avanzata nei piatti!...  Tutto è mio,  poiché
    tutto proviene dal furto che mi è stato fatto!... E non vi preoccupate
    - aggiunse, - ho preso le mie precauzioni.
    Jacobus Vandergaart batté le sue mani lunghe e ossute.
    Gli  agenti  di  polizia,  in  uniforme nera,  comparvero subito sulla
    porta,  seguiti dappresso da un ufficiale  dello  sceriffo,  il  quale
    entrò con passo deciso e pose la mano su una sedia.
    -  In  nome della legge - disse - dichiaro il sequestro provvisorio di
    tutti gli oggetti mobili e di qualsiasi cosa di valore che si  trovino
    in questa casa!
    Tutti  s'erano  levati,  a  eccezione  di  John  Watkins.  Il fattore,
    annichilito,  riversato nella sua grande poltrona di  legno,  sembrava
    colpito dalla folgore.
    Alice  gli  si era gettata al collo e cercava di rianimarlo con le più
    affettuose parole.
    Intanto Jacobus Vandergaart non lo perdeva di vista. Egli lo osservava
    più con pietà che con odio,  sempre sorvegliando la "Stella del  Sud",
    che scintillava più radiosa che mai in mezzo a quel naufragio.
    - Rovinato!... Rovinato!...
    Queste  sole  parole  uscivano ora dalle labbra di Mister Watkins.  In
    quel momento Cipriano si levò e, con voce grave, disse:
    - Signor Watkins,  ora che la vostra proprietà  è  minacciata  da  una
    catastrofe irreparabile,  permettetemi di vedere in questo avvenimento
    nient'altro che una possibilità di riavvicinarmi alla signorina vostra
    figlia!... Ho l'onore di chiedervi la mano di Miss Alice Watkins!
    NOTE.
    NOTA 1: Capo della magistratura.




    24. UNA STELLA FILANTE.
    La domanda del giovane ingegnere  produsse  l'effetto  d'un  colpo  di
    scena.  Per  quanto  la  natura  di  quei semiselvaggi fosse dotata di
    scarsa sensibilità,  tutti i convitati di John Watkins scoppiarono  in
    un  applauso  fragoroso.  Tanto  disinteresse da parte di Cipriano era
    riuscito a scuoterli.
    Alice, con gli occhi bassi,  il cuore in tumulto,  forse l'unica a non
    mostrarsi  sorpresa  del  gesto  del giovane,  se ne stava in silenzio
    accanto a suo padre.
    Lo sventurato fattore,  ancora scombussolato dalla  notizia  terribile
    che  l'aveva  colpito,  aveva  sollevato  la  testa.  E  infatti  egli
    conosceva abbastanza Cipriano per sapere  che,  dandogli  sua  figlia,
    egli avrebbe assicurato nello stesso tempo l'avvenire e la felicità di
    Alice,  ma non voleva ancora, neppure con un cenno, manifestare di non
    aver più obiezioni al matrimonio.
    Cipriano, adesso confuso del gesto pubblico al quale l'aveva spinto la
    veemenza del suo amore,  ne  avvertiva  anch'egli  la  singolarità,  e
    cominciava a rimproverarsi di non essersi maggiormente controllato.
    Fu in questo momento d'imbarazzo generale,  facile a comprendersi, che
    Jacobus Vandergaart fece un passo verso il fattore.
    - John Watkins - disse - non vorrò abusare della vittoria,  e non sono
    di  quelli  che  calpestano  sotto  i piedi i nemici abbattuti!  Se ho
    rivendicato il mio diritto,  è perché ogni uomo ha sempre il dovere di
    farlo!  Ma  so per esperienza che il diritto rigoroso confina talvolta
    con l'ingiustizia,  e non vorrei far portare agli innocenti il peso di
    colpe  che non hanno commesso!...  E poi,  io sono solo al mondo e già
    prossimo alla tomba! A che mi servirebbero tante ricchezze,  se non mi
    fosse  permesso  di spartirle con gli altri?...  John Watkins,  se voi
    acconsentite  all'unione  di  questi  due  giovani,  io  li  prego  di
    accettare in dote la "Stella del Sud",  della quale io non saprei cosa
    fare!
    M'impegno inoltre a nominarli miei eredi,  e a  riparare  così,  nella
    misura  che mi è possibile,  il torto involontario che io cagiono alla
    vostra incantevole figlia!
    A  queste  parole,  si  notò  fra  i  presenti  ciò  che  i  resoconti
    parlamentari chiamano un «vivo moto d'interesse e di simpatia».  Tutti
    gli sguardi  si  rivolsero  a  John  Watkins.  I  suoi  occhi  s'erano
    d'improvviso inumiditi, ed egli li copriva con la mano tremante.
    -  Jacobus  Vandergaart!...  -  esclamò  egli  alla fine,  incapace di
    contenere il tumulto di sentimenti che l'agitava.  - Sì!...  voi siete
    un  galantuomo,  e  vi  vendicate con nobiltà del male che vi ho fatto
    rendendo felici questi due ragazzi!
    Né Alice né Cipriano poterono rispondere,  almeno a parole,  ma i loro
    sguardi parlavano chiaro.
    Il  vegliardo  tese  la  mano  al suo avversario,  e Mister Watkins la
    strinse con forza.
    Tutti gli occhi dei presenti erano umidi,  anche quelli  d'un  anziano
    agente  di  polizia,  che  sembrava  tanto secco come una galletta del
    l'Ammiragliato.
    Quanto a John Watkins,  egli era letteralmente  trasfigurato.  La  sua
    fisionomia era adesso tanto cordiale,  tanto dolce quanto era stata in
    precedenza arcigna e  dura.  E  anche  il  volto  austero  di  Jacobus
    Vandergaart   aveva   ripreso  l'espressione  che  gli  era  abituale,
    l'espressione della bontà più serena.
    - Dimentichiamo tutto - esclamò - e beviamo alla  felicità  di  questi
    ragazzi, sempre che il signor ufficiale dello sceriffo ce lo consenta,
    con il vino ch'egli ha sequestrato!
    -  Un  ufficiale  dello sceriffo ha talvolta il dovere di opporsi alla
    vendita di bevande inebrianti - disse il magistrato sorridente,  -  ma
    non s'è mai opposto alla loro consumazione!
    A  queste parole dette con arguzia,  le bottiglie circolarono e la più
    franca cordialità riapparve nella sala da pranzo.
    Jacobus Vandergaart,  seduto alla destra di John Watkins,  faceva  con
    lui progetti per l'avvenire.
    -  Venderemo  tutto  e  seguiremo  i ragazzi in Europa!  - diceva - Ci
    stabiliremo vicino a loro, in campagna, e ce la passeremo ancora bene!
    Alice e Cipriano, seduto l'uno di fianco all'altra, erano impegnati in
    una discussione  a  bassa  voce,  in  francese:  discussione  che  non
    sembrava   meno  importante,   a  giudicare  dall'animazione  dei  due
    contendenti.
    Faceva allora più caldo  che  mai.  Un  calore  pesante  e  deprimente
    inaridiva  le  labbra all'orlo dei bicchieri e trasformava i convitati
    in altrettante macchine elettriche, pronte a mandar scintille.  Invano
    porte e finestre erano rimaste aperte. Non un alito d'aria che facesse
    oscillare la fiamma delle candele.
    Tutti sentivano che una simile pressione atmosferica poteva risolversi
    in una sola maniera: con uno di quegli uragani,  accompagnati da tuoni
    e piogge torrenziali,  che nell'Africa australe  rassomigliano  a  una
    congiura  di  tutti  gli  elementi  della natura.  Quest'uragano tutti
    l'aspettavano, lo speravano come un sollievo.
    D'improvviso,  un lampo tinse di  luce  verdastra  i  volti  e,  quasi
    subito,  scoppi  di tuono,  rumoreggiando sulla pianura,  annunciarono
    l'inizio del concerto.
    Nello stesso istante,  una raffica improvvisa,  irrompendo nella sala,
    spense tutte le luci.  Poi, senza interruzione, le cataratte del cielo
    s'aprirono, il diluvio cominciò.
    - Avete sentito, immediatamente dopo il fulmine,  un rumore secco come
    uno  scoppio?  -  domandò  Thomas  Steel,  mentre  gli  altri  s'erano
    precipitati a chiudere le finestre  e  a  riaccendere  le  candele.  -
    Sembrava lo scoppio d'un globo di vetro!
    Subito  tutti  gli  sguardi  andarono  istintivamente alla "Stella del
    Sud".
    Il diamante era scomparso.
    Tuttavia,  né la gabbia di  ferro  né  la  campana  di  vetro  che  lo
    coprivano  erano  cambiati di posto,  ed era assolutamente impossibile
    che qualcuno li avesse toccati.
    Il fenomeno sembrava avere del prodigioso.
    Cipriano,  che s'era subito avvicinato,  aveva riscontrato sul cuscino
    di velluto, al posto del diamante, la presenza d'una specie di polvere
    grigia.  Si  lasciò  sfuggire  un'esclamazione  di stupore e spiegò in
    poche parole ciò che era capitato.
    - La "Stella del Sud" è scoppiata! - disse.
    Tutti sanno, nel Griqualand, che questa è una malattia particolare dei
    diamanti  del  paese.  Nessuno  ne  parla,  perché  ciò  servirebbe  a
    diminuire  considerevolmente  il  loro pregio;  ma il fatto è che,  in
    seguito a  un'azione  molecolare  ancora  inspiegata,  le  pietre  più
    preziose  scoppiano  talvolta come veri petardi.  In questo caso,  non
    resta nient'altro che un po' di  polvere,  buona  al  massimo  ad  usi
    industriali.
    L'ingegnere  era  evidentemente  più  preoccupato del lato scientifico
    dell'incidente che della perdita enorme che ne derivava per lui.
    - Ciò che è singolare - disse tra lo stupore generale - non è  che  la
    pietra  sia  scoppiata  in  queste  condizioni,  è piuttosto che abbia
    aspettato fino ad oggi per farlo! Ordinariamente, i diamanti scoppiano
    più presto,  almeno entro dieci giorni seguenti al taglio non è  vero,
    signor Vandergaart?
    -  E'  perfettamente esatto,  e questa è la prima volta nella mia vita
    che vedo un diamante scoppiare dopo tre mesi dal taglio!  dichiarò  il
    vegliardo con un sospiro. - Ma forse era destino che
    la  "Stella  del  Sud"  non  sarebbe appartenuta a nessuno!  aggiunse.
    Quando penso che sarebbe bastato, per impedire questo danno, avvolgere
    la pietra in un leggero strato di grasso...
    - Davvero?  - esclamò Cipriano con la soddisfazione d'un uomo  che  ha
    finalmente  la  chiave  d'una  difficoltà.  -  In questo caso tutto si
    spiega!  La fragile stella aveva senza dubbio trovato nello stomaco di
    Dadà  quello strato protettivo,  e questo l'ha salvata fino a ora!  In
    verità, sarebbe stato meglio se fosse scoppiata quattro mesi fa,  e ci
    avesse  risparmiato tutta la strada che abbiamo percorso attraverso il
    Transvaal!
    A questo punto si osservò che John Watkins, evidentemente sulle spine,
    si agitava irrequieto sulla sua poltrona.
    - Come potete trattare con tanta  leggerezza  un  simile  danno  disse
    infine,  rosso per l'indignazione.  - Siete tutti uguali,  parola mia,
    parlando di questi cinquanta milioni andati in fumo,  come se  non  si
    trattasse che d'una semplice sigaretta!
    - Ciò dimostra che siamo filosofi! - rispose Cipriano. - E' proprio il
    caso di esserlo, se non si può farne a meno.
    - Filosofi quanto volete!  - replicò il fattore - ma cinquanta milioni
    son cinquanta milioni e non si trovano tutte le volte  che  si  dà  un
    calcio ad una pietra!...  Ah!  vi assicuro,  Jacobus,  che voi oggi mi
    avete reso un servizio,  senza pensarci.  Credo  proprio  che  anch'io
    sarei scoppiato come una castagna,  se la "Stella del Sud" fosse stata
    ancora mia!
    - Che volete?  - riprese Cipriano guardando  con  tenerezza  il  volto
    fresco di Miss Watkins, seduta accanto a lui. - Ho conquistato stasera
    una  gemma  così  preziosa,  che  la perdita di qualunque diamante non
    riuscirebbe a impressionarmi!
    In questa maniera finì,  con un colpo di scena degno della sua  storia
    così  breve  ed agitata,  la carriera del più grosso diamante tagliato
    che si fosse mai visto al mondo.
    Una tale fine contribuì non poco,  come  si  pensa,  a  confermare  le
    opinioni  superstiziose  che  avevano  circolato  sul  suo  conto  nel
    Griqualand.  Cafri e minatori ritennero  assolutamente  certo  che  le
    grosse pietre portavano senz'altro disgrazia.
    Jacobus Vandergaart, il quale era fiero d'averla tagliata, e Cipriano,
    il  quale  pensava  di  offrirla  al museo della Scuola Mineraria,  ne
    sentivano in fondo più dispiacere di quanto non ne manifestassero  per
    questa  soluzione inaspettata.  Ma,  tutto sommato,  il mondo ha fatto
    ugualmente la sua strada,  e non si può affermare  che  abbia  perduto
    molto in questa faccenda.
    Tuttavia   tutti  quegli  avvenimenti  di  seguito,   quelle  emozioni
    dolorose,  la perdita della proprietà,  seguita  dalla  perdita  della
    "Stella  del Sud",  avevano gravemente scosso John Watkins.  Si mise a
    letto,  soffrì alcuni giorni,  poi morì.  Né le cure  premurose  della
    figlia,  né  quelle  di  Cipriano,  neppure  le  virili esortazioni di
    Jacobus Vandergaart,  che s'era piazzato al suo capezzale e passava il
    tempo sforzandosi d'infondergli coraggio,  poterono neutralizzare quel
    terribile colpo.  Invano l'eccellente uomo lo intratteneva  sui  piani
    per  l'avvenire,  gli parlava del "kopje" come d'una proprietà comune,
    domandandogli  il  suo  parere  sui  provvedimenti   da   prendere   e
    associandolo  sempre  ai  suoi progetti.  Il vecchio fattore era stato
    colpito nel suo orgoglio,  nella  sua  mania  di  proprietà,  nel  suo
    egoismo, in tutte le sue abitudini; egli si sentiva mancare.
    Una  sera  chiamò  a  sé  Alice  e  Cipriano,  unì  le mani dell'uno e
    dell'altra e,  senza dire una parola,  rese l'ultimo respiro.  Non era
    sopravvissuto che quindici giorni alla sua cara stella.
    E,  in  verità,  pareva  che  ci  fosse una stretta connessione tra la
    fortuna di  quell'uomo  e  la  pietra  misteriosa.  Per  lo  meno,  le
    coincidenze  erano  tali  che  spiegavano  in  qualche maniera,  senza
    giustificarle agli occhi della  ragione,  le  idee  superstiziose  che
    circolavano  a  questo  riguardo  nel Griqualand.  La "Stella del Sud"
    aveva davvero «portato sfortuna» al suo possessore,  nel senso che  la
    comparsa  dell'incomparabile gemma sulla scena del mondo aveva segnato
    il declino della prosperità del vecchio fattore.
    Ma ciò che i ciarloni dell'accampamento non vedevano,  era che la vera
    origine  della  sfortuna  stava  negli  stessi errori di John Watkins,
    errori che portavano in germe, come una fatalità, la disillusione e la
    rovina.   Molte  sfortune  in  questo  mondo  sono  così  imputate  un
    insuccesso misterioso,  eppure, se si va in fondo alle cose, hanno per
    unica base gli atti stessi di coloro che le subiscono!  E' vero che ci
    sono  dei  mali  non  meritati: ma ce n'è un numero ben più grande che
    sono rigorosamente logici, e che si deducono, come la conclusione d'un
    sillogismo,  dalle premesse poste dal soggetto.  Se John Watkins fosse
    stato meno attaccato al lucro,  se non avesse attribuito un importanza
    esagerata e spesso criminosa a  quei  piccoli  cristalli  di  carbonio
    chiamati  diamanti,  la scoperta e la scomparsa della "Stella del Sud"
    lo avrebbe lasciato indifferente,  come  Cipriano,  e  la  sua  salute
    fisica  e  morale  non  sarebbe stata condizionata da un incidente del
    genere.  Ma egli aveva posto tutto il suo cuore nei  diamanti:  con  i
    diamanti si era perduto.
    Qualche settimana più tardi,  il matrimonio di Cipriano Méré con Alice
    Watkins veniva celebrato con molta semplicità e  grande  soddisfazione
    di  tutti.  Alice era adesso la moglie di Cipriano...  Che cosa poteva
    desiderare di più in questo mondo?
    Da parte sua,  il giovane ingegnere scopriva di  essere  divenuto  più
    ricco  di  quanto  supponesse e di quanto egli stesso avrebbe creduto.
    Infatti,  in seguito alla scoperta della  "Stella  del  Sud",  il  suo
    "claim"  senza  ch'egli  ci  pensasse,   aveva  acquistato  un  valore
    considerevole.  Durante il suo viaggio nel Transvaal,  Thomas Steel ne
    aveva continuato lo sfruttamento,  ed essendo esso risultato tra i più
    redditizi affluirono le offerte per acquistare la sua parte. Perciò la
    vendette a più di centomila  franchi  in  moneta  contante,  prima  di
    partire per l'Europa.
    Alice  e  Cipriano  non  tardarono dunque a lasciare il Griqualand per
    ritornare in Francia;  ma prima provvidero ad assicurare la  posizione
    di  Li,  Bardìk  e Matakìt: un'opera buona alla quale volle associarsi
    Jacobus Vandergaart.
    Infatti il vecchio lapidario  aveva  venduto  il  suo  "kopie"  a  una
    compagnia diretta dall'ex mediatore Nathan. Dopo aver vantaggiosamente
    portato  a  termine  questa liquidazione,  egli raggiunse in Francia i
    suoi figli di adozione, i quali, grazie al lavoro di Cipriano,  al suo
    merito  riconosciuto,  all'accoglienza  che il mondo degli esperti gli
    fece  al  ritorno,   hanno  la  fortuna   assicurata,   dopo   essersi
    precedentemente assicurati la felicità.
    Quanto a Thomas Steel, ritornato nel Lancashire con un bel gruzzolo di
    circa ventimila sterline,  si è sposato,  va a caccia della volpe come
    un "gentleman" e beve tutte le sere una bottiglia di porto;  ed è solo
    il meglio che possa fare.
    Il  Vandergaart  Kopje non è ancora esaurito e continua a fornire ogni
    anno,  in media,  la quinta parte dei diamanti esportati dal Capo;  ma
    nessun  minatore  ha  mai più avuto né la buona né la cattiva sorte di
    trovare un'altra "Stella del Sud"!