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La Stella del Sud
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Jules Verne.
LA STELLA DEL SUD.
1. SBALORDITIVI QUESTI FRANCESI!
- Parlate, signore, vi ascolto.
- Signore, ho l'onore di chiedervi la mano di Miss Watkins, vostra
figlia.
- La mano di Alice?...
- Sì, signore. La mia domanda sembra sorprendervi. Mi scuserete,
tuttavia, se ho qualche difficoltà a comprendere in che cosa la
richiesta vi sembra straordinaria. Ho ventisei anni. Mi chiamo
Cipriano Méré. Sono ingegnere minerario, uscito secondo in classifica
dal Politecnico. La mia famiglia è stimata e onorata, anche se non è
ricca. Il signor console di Francia a Città del Capo potrà
testimoniarne, appena voi lo desideriate, e il mio amico Pharamond
Barthès, l'intrepido cacciatore che voi ben conoscete, come tutti nel
Griqualand, potrà ugualmente certificarlo. Sono qui in missione
scientifica a nome dell'Accademia delle Scienze e del Governo
francese. Ho conseguito, l'anno scorso, il premio Houdart all'Istituto
di Francia per le mie opere sulla costituzione chimica delle rocce
vulcaniche dell'Alvernia. La mia relazione sul bacino diamantifero del
Vaal, che è quasi terminata, non potrà essere che bene accolta dal
mondo degli studiosi. Di ritorno dalla mia missione, sarò nominato
professore aggiunto alla Scuola Mineraria di Parigi, e ho già fatto
prenotare il mio appartamento, in via dell'Università, numero 104 al
terzo piano. Il mio stipendio assommerà, col primo gennaio prossimo, a
quattromilaottocento franchi. Questo non rappresenta il Perù ne
convengo; ma con il ricavato dei miei studi personali, consultazioni,
premi accademici e collaborazione a riviste scientifiche,
quest'entrata sarà quasi raddoppiata. Aggiungo che, essendo modesto il
mio tenore di vita, non me ne occorre di più per essere soddisfatto.
Signore, ho l'onore di chiedervi la mano di Miss Watkins, vostra
figlia.
Dal tono pacato e deciso di questo breve discorso, era facile capire
che Cipriano Méré aveva l'abitudine, in tutte le cose, d'andare
diritto allo scopo e di parlare con franchezza.
La sua fisionomia non smentiva l'impressione che produceva il suo
linguaggio. Era quella d'un giovane abitualmente assorbito dalle più
elevate concezioni scientifiche, il quale non concede alle vanità
mondane che il tempo strettamente necessario.
I capelli castani tagliati a spazzola, la barba bionda rasa quasi a
fior di pelle, la semplicità del suo vestito da viaggio in traliccio
grigio, il cappello di paglia da dieci soldi, ch'egli aveva
educatamente posato su una sedia entrando sebbene il suo interlocutore
fosse rimasto impertubabilmente a capo coperto, con la noncuranza
abituale dei tipi di razza anglo-sassone, - tutto in Cipriano Méré
dimostrava un cuore puro e una coscienza retta.
Bisogna dire, inoltre, che il giovane francese parlava perfettamente
l'inglese, come se fosse vissuto a lungo nelle contee più britanniche
del Regno Unito.
Mister Watkins l'ascoltava fumando una lunga pipa, seduto su una
poltrona di legno, con la gamba sinistra allungata su un panchetto
impagliato, il gomito sull'angolo d'una tavola grezza, di fronte a una
caraffa di gin e a un bicchiere riempito a metà di questa bevanda
alcoolica.
Questo personaggio vestiva calzoni bianchi, vestaglia di ruvida tela
blu, camicia di flanella giallognola, senza panciotto né cravatta.
Sotto l'enorme cappello di feltro, che sembrava inchiodato in
permanenza sulla sua testa grigia, s'arrotondava un volto rosso e
gonfio, che si sarebbe potuto credere iniettato di sciroppo di ribes.
Questo volto poco attraente, sul quale era disseminata qua e là una
barba ispida color gramigna, era punteggiato da due piccoli occhi
grigi, che non facevano trasparire precisamente pazienza e bontà.
Bisogna subito dire, per scusare Mister Watkins, ch'egli soffriva
terribilmente di gotta, cosa che l'obbligava a tenere il suo piede
sinistro avvolto in bende, e la gotta - in Africa meridionale non meno
che negli altri paesi - non è fatta per addolcire il carattere delle
persone, di cui morde le articolazioni.
La scena si svolgeva al pianterreno della fattoria di Mister Watkins,
verso il ventinovesimo grado di latitudine a sud dell'equatore, e il
ventiduesimo grado di longitudine a est del meridiano di Parigi, sulla
frontiera dello Stato libero di Orange, a sud della colonia britannica
del Capo, al centro dell'Africa australe o anglo-olandese. Questo
paese, limitato dalla riva destra del fiume Orange verso i confini
meridionali del grande deserto di Kalahari, che sulle vecchie carte
porta il nome di paese dei Griqua (1), è chiamato più giustamente, da
una decina d'anni, il «Diamonds Field», il Campo dei Diamanti.
Il salotto, nel quale aveva luogo questo colloquio diplomatico, era
notevole tanto per il lusso spropositato di alcuni mobili quanto per
la povertà di certi altri particolari dell'interno. Il pavimento, ad
esempio, era fatto di semplice terra battuta, ma coperto, a tratti, da
spessi tappeti e da pelli preziose. Alle pareti, che non avevano mai
visto una tappezzeria di qualsiasi colore, erano appese una magnifica
pendola di rame cesellato, armi costose di varia fabbricazione e
miniature inglesi inquadrate in splendide cornici. Un divano di
velluto troneggiava a fianco d'una tavola di legno bianco, buona al
massimo per i servizi di cucina. Poltrone, venute direttamente
dall'Europa, tendevano invano le loro braccia a Mister Watkins, il
quale preferiva ad esse un vecchio scanno, da lui squadrato un tempo
con le sue proprie mani. Nell'insieme, tuttavia, la profusione di
oggetti di valore e soprattutto la mescolanza di pelli di pantere,
leopardi, giraffe e tigri, che erano gettate su tutti i mobili,
conferivano a questa sala un tono di barbara opulenza.
Era evidente, del resto, dalla conformazione del soffitto, che la casa
non aveva piani superiori ed era costituita da un unico pianterreno.
Come tutte quelle del paese, era costruita parte in legno, parte in
argilla, e coperta di lamiere ondulate di zinco, sostenute da un'esile
travatura.
Si vedeva, inoltre, che questa abitazione era stata appena ultimata.
Infatti, bastava affacciarsi a una delle finestre per scoprire, da una
parte e dall'altra, cinque o sei costruzioni abbandonate, tutte dello
stesso stile, ma di età differente e in uno stato di decadenza sempre
più spinta. Erano altrettante case che Mister Watkins aveva
successivamente costruite, abitate, abbandonate, secondo il crescere
della sua fortuna, e che ne segnavano per così dire le tappe.
La più lontana era semplicemente costruita con zolle di prato e non
meritava niente di più che il nome di capanna. La seconda era
costruita con creta; la terza con argilla e tavole; la quarta con
argilla e zinco. Si vedeva tutta la gamma crescente del gioco della
sorte industriale che aveva permesso l'ascesa di Mister Watkins.
Tutte queste costruzioni, più o meno in rovina, s'elevavano su una
collinetta, alla confluenza del Vaal e del Modder, i due principali
affluenti dell'Orange in questa regione dell'Africa australe. Nei
dintorni, fin dove poteva spingersi la vista, non si scorgeva, verso
sudovest e verso nord, altro che la pianura monotona e brulla. Il Veld
- come si dice il paese - è formato da un suolo rossastro, secco,
arido, polveroso, appena disseminato qua e là di un'erba rada e di
qualche cespuglio spinoso. L'assenza totale di alberi è la nota
caratteristica di questa triste landa. Perciò, tenendo conto che non
c'è neppure carbone e che le comunicazioni col mare sono lente e
difficili, non ci si stupirà se manca il combustibile e si è
costretti, per gli usi domestici, a bruciare lo sterco degli animali.
Su questo sfondo monotono, d'un aspetto quasi squallido, si distingue
il corso dei due fiumi, così piatti, con l'alveo così poco profondo,
che si stenta a capire come essi non s'allarghino attraverso tutta la
pianura.
Soltanto verso oriente, l'orizzonte è segnato dalle lontane creste di
due monti, il Platberg e il Paardeberg, ai piedi dei quali una vista
acuta può distinguere fumo, polvere, piccoli punti bianchi, che sono
case o tende e, tutt'intorno, un formicolio d'esseri animati.
E' qui, in questo Veld, che si trovano i giacimenti di diamanti in
sfruttamento, il "Du Toit's Pan", il "New Rush" e, forse il più ricco
di tutti, il "Vandergaart Kopje". Queste varie miniere in superficie e
quasi a fior di terra, che vengono comprese sotto il nome generico di
«drydiggings», o miniere a secco, hanno fruttato, dal 1870, un valore
di circa quattro milioni di diamanti e pietre preziose. Esse si
trovano riunite entro una circonferenza il cui raggio misura al
massimo due o tre chilometri. Si vedevano distintamente col binocolo
dalle finestre della fattoria Watkins, che distava appena quattro
miglia inglesi (2).
Ad essere precisi, fattoria è un termine assolutamente improprio, se
si applica a questa costruzione, perché era impossibile scorgere nei
dintorni qualsiasi specie di coltivazione. Come tutti i pretesi
fattori di questa regione del Sud Africa, Mister Watkins era piuttosto
un capo pastore, un proprietario di mandrie di bufali, di capre e
pecore, che un vero conduttore d'una azienda agricola.
Tuttavia Mister Watkins non aveva ancora risposto alla domanda tanto
educata ma altrettanto precisa rivoltagli da Cipriano Méré. Dopo aver
consacrato almeno tre minuti a riflettere, si decise infine a togliere
la pipa dall'angolo della bocca, ed espresse l'opinione seguente, che
non aveva evidentemente un rapporto se non molto lontano con la
domanda:
- Credo che il tempo si guasterà, caro signore! Mai la mia gotta mi ha
fatto tanto soffrire come questa mattina!
Il giovane ingegnere inarcò le sopracciglia, girò un istante la testa
e fu costretto a compiere uno sforzo su se stesso per non lasciar
trasparire nulla del suo disappunto.
- Forse sarebbe bene che rinunciaste al gin, signor Watkins! rispose
secco l'interlocutore, mostrando la caraffa di arenaria, che gli
assidui attacchi del bevitore vuotavano presto del suo contenuto.
- Rinunciare al gin? "By Jove"! voi scherzate! - esclamò il fattore. -
Forse che il gin ha mai fatto male ad un uomo onesto?... Sì, lo so
cosa volete dire!... Voi mi state citando la ricetta di quel medico a
un certo lord sindaco che aveva la gotta! Come si chiamava dunque,
quel medico? Albernethy, credo! «Volete star bene? - diceva al suo
malato. - Vivete con la media di uno "shilling" al giorno e
guadagnatelo con un lavoro personale!». Tutto questo è bello e buono!
Ma, per la vecchia Inghilterra! se per star bene bisogna vivere con la
media di uno "shilling" al giorno, a cosa servirebbe aver fatto
fortuna?... Queste sono scempiaggini indegne d'un uomo di spirito come
voi, signor Méré!... Dunque, non parlatemene più, per piacere!... Per
me, guardate, sarei tanto contento di andarmene subito sotto terra!...
Mangiar bene, bere meglio, fumare una buona pipa tutte le volte che ne
ho voglia, non ho altre soddisfazioni al mondo, e voi volete che vi
rinunci?
- Oh! non lo voglio affatto! - rispose con sincerità Cipriano. Vi
ricordo soltanto una norma dietetica che credo giusta! Ma lasciamo
quest'argomento, signor Watkins, e ritorniamo all'oggetto particolare
della mia visita.
Mister Watkins, sempre così loquace, s'era chiuso nel suo mutismo e
sbuffava in silenzio piccole boccate di fumo.
A questo punto, la porta s'aprì ed entrò una fanciulla, recando un
vassoio con sopra un bicchiere di bibita.
Questa personcina, incantevole sotto la cornetta alla moda delle
fattoresse del Veld, vestiva semplicemente un abito di tela a piccoli
fiori. Aveva circa diciannove o vent'anni, una carnagione molto
bianca, una bella capigliatura bionda e fine, grandi occhi celesti,
una fisionomia dolce e gaia; era insomma il ritratto della salute,
della grazia, del buon umore.
- Buongiorno, signor Méré! - disse in francese, ma con un leggero
accento britannico.
- Buongiorno, signorina Alice! - rispose Cipriano Méré, che s'era
alzato in piedi all'entrare della fanciulla e ora s'inchinava a lei.
- Vi ho visto arrivare, signor Méré - rispose Miss Watkins, mostrando
i denti splendidi in un amabile sorriso - e siccome so che a voi non
piace il pessimo gin di mio padre, vi porto un'aranciata, augurandomi
che la troviate fresca!
- E' molto gentile da parte vostra, signorina!
- Ah! a proposito, voi non immaginereste mai ciò che Dadà, il mio
struzzo, ha ingoiato questa mattina! - riprese senza alcuna
soggezione. La mia palla d'avorio per rammendare le calze!... Sì! la
palla d'avorio!... E' anche bella grossa, voi la conoscete, signor
Méré, e l'avevo ricevuta direttamente dal biliardo di New Rush!...
Ebbene! quell'ingordo d'un Dadà l'ha inghiottita come avrebbe fatto
d'una pillola! In verità, quella bestia maligna mi farà morire di
dispiacere, presto o tardi!
Raccontando la sua storia, Miss Watkins aveva all'angolo dei suoi
occhi celesti un sottile raggio d'allegria, che non sembrava indicare
una voglia straordinaria di realizzare questo lugubre pronostico,
neppure a lunga scadenza. Ma tutt'a un tratto, con l'intuizione così
viva delle donne, fu colpita dal silenzio che conservavano suo padre e
il giovane ingegnere, e dal loro leggero imbarazzo in sua presenza.
- Si direbbe, signori, che vi disturbo! - disse. - Lo sapete, se avete
dei segreti che io non devo sentire, me ne vado!... Del resto, non ho
tempo da perdere! Bisogna che studi la mia sonata prima di occuparmi
del desinare!... Andiamo! decisamente, non siete loquaci oggi,
signori!... Vi lascio dunque ai vostri tetri complotti!
E già usciva, ma ritornò sui suoi passi, e graziosamente, benché
l'argomento fosse dei più seri:
- Signor Méré - disse, - quando vorrete interrogarmi sull'ossigeno,
sono completamente a vostra disposizione. Ho già letto tre volte il
capitolo di chimica che m'avete dato da studiare, e questo «corpo
gassoso, incolore, inodore e insapore» non ha più segreti per me!
Dopo di che, Miss Watkins fece una bella riverenza e disparve come una
leggera meteora.
Un istante dopo, gli accordi d'un eccellente piano, risonando dalla
stanza più lontana dal salotto, annunciarono che la fanciulla si
dedicava totalmente ai suoi esercizi musicali.
- Ebbene, signor Watkins - riprese Cipriano, al quale l'amabile
apparizione avrebbe ricordato la domanda, se fosse stato capace di
dimenticarla, - vorreste favorirmi una risposta alla richiesta che ho
avuto l'onore di rivolgervi?
Mister Watkins cavò la pipa dall'angolo della bocca, sputò
solennemente a terra, sollevò bruscamente la testa e, folgorando il
giovane con uno sguardo inquisitore:
- Forse, per caso, signor Méré, le avete già parlato di questa cosa? -
gli domandò.
- Parlato di che?... A chi?
- Di quanto diceste... A mia figlia...
- Per chi mi prendete, signor Watkins! - replicò l'ingegnere con un
ardore che non lasciava alcun dubbio sulla sua sincerità. Io sono
Francese, signore!... Non lo dimenticate!... E' come dirvi che non mi
sarei mai permesso di parlare di matrimonio alla signorina vostra
figlia senza il vostro consenso!
Lo sguardo di Mister Watkins s'era rabbonito e, di colpo, la sua
lingua parve sciogliersi.
- Meglio così!... Bravo ragazzo!... Non mi aspettavo meno dalla vostra
discrezione a riguardo di Alice! - rispose in tono quasi cordiale. -
Ebbene, poiché posso fidarmi di voi, voi mi darete la vostra parola di
non parlargliene neppure in avvenire!
- E perché, signore?
- Perché questo matrimonio è impossibile, ed è meglio che lo leviate
subito dai vostri programmi! - rispose Mister Watkins. Signor Méré,
voi siete un giovane onesto, un perfetto gentiluomo, un eccellente
chimico, un professore distinto e anche di un grande avvenire, non lo
metto in dubbio, ma voi non avrete mia figlia, per la ragione che io
ho fatto per lei dei progetti del tutto differenti!
- Tuttavia, signor Watkins...
- Non insistete!... Sarebbe inutile!... - replicò il fattore. Potreste
essere un duca e pari d'Inghilterra, e potreste ancora non piacermi!
Ma voi non siete neppure un tipo inglese, e mi dichiarate con una
perfetta franchezza che non avete nessuna rendita! Vediamo, in buona
fede, credete che io abbia allevato Alice come ho fatto, dandole i
migliori maestri di Victoria e di Bloemfontein, per mandarla, quando
avrà vent'anni, a vivere a Parigi, "rue de l'Université", al terzo
piano, con un signore di cui non comprendo neppure la lingua?...
Riflettete signor Méré, e mettetevi nei miei panni!... Supponete di
essere il fattore John Watkins, proprietario della miniera di
Vandergaart Kopje, e che io sia Cipriano Méré, giovane studioso
francese in missione al Capo!... Supponetevi qui, al centro di questo
salotto, seduto in questa poltrona sorseggiando il vostro bicchiere di
gin e fumando una pipa di tabacco di Amburgo: ammettereste forse per
un minuto... uno solo!... quest'idea di darmi vostra figlia in sposa?
- Certamente, signor Watkins - rispose Cipriano, e senza esitazione -
se io credessi di trovare in voi i requisiti che possono assicurare la
sua felicità!
- Ebbene! avreste torto, caro signore, torto marcio! - rispose Mister
Watkins. - Agireste come un uomo che non è degno di possedere la
miniera di Vandergaart Kopje, o meglio voi non possedereste affatto
questa miniera! Perché, infine, credete voi che mi sia caduta
spalancata tra le braccia? Credete che non mi ci sia voluto né
intelligenza né attività per scovarla e soprattutto per assicurarmene
la proprietà?... Ebbene! signor Méré, questa intelligenza di cui ho
dato prova, in questa circostanza memorabile e decisiva, io l'applico
a tutti gli atti della mia vita e specialmente a tutto quanto può
riguardare mia figlia!... E' per questo che vi ripeto: cancellatela
dai vostri programmi!... Alice non è per voi!
Su questa conclusione trionfante, Mister Watkins afferrò il suo
bicchiere e lo vuotò d'un fiato.
L'ingegnere, confuso, non trovò nulla da rispondere. Vedendo questo,
l'altro lo investì.
- Siete sbalorditivi, voi Francesi! - proseguì. - Siete sempre sicuri
di voi stessi, parola mia! Voi arrivate, come se cadeste dalla luna,
all'estremo limite del Griqualand (3), in casa d'un galantuomo che non
aveva mai sentito parlare di voi fino a tre mesi fa, e che non vi ha
visto più di dieci volte in questi novanta giorni! Voi andate a
trovarlo e gli dite: «John Stapleton Watkins, avete una figlia
incantevole, d'una educazione perfetta, universalmente conosciuta come
la perla del paese e, ciò che non guasta, vostra unica erede per la
proprietà dei più ricco "kopje" di diamanti dei Due Mondi! Io sono il
signor Cipriano Méré di Parigi, ingegnere, e ho quattromilaottocento
franchi di stipendio!... Datemi, per piacere, questa ragazza in
moglie, affinché io la porti nel mio paese e voi non sentiate più
parlare di lei, se non di tanto in tanto, con la posta o il
telegrafo!...» E voi trovate naturale tutto questo?... Io lo trovo
sbalorditivo!
Cipriano s'era levato in piedi, pallidissimo. Aveva preso il cappello
e si preparava ad andarsene.
- Sì!... sbalorditivo - ripeté il fattore. - Ah! io non addolcisco la
pillola!... Io sono un Inglese di vecchio stampo, signore!... Come
vedete, io ero stato più povero di voi, molto più povero!... Ho fatto
tutti i mestieri!... Sono stato mozzo a bordo d'una nave mercantile,
cacciatore di bufali nel Dakota, minatore nell'Arizona, pastore nel
Transvaal!... Ho conosciuto il caldo, il freddo, la fame, la
fatica!... Mi sono guadagnato, per ben vent'anni, col sudore della mia
fronte, il tozzo di pane che mi serviva per vivere!... Quando ho
sposato la defunta Mistress Watkins, la madre di Alice, figlia di un
Boero d'origine francese (4) - come voi, per dirla semplicemente, non
avevamo, in tutti e due, di che allevare una capra! Ma ho lavorato!...
Non mi sono perso di coraggio!... Ora sono ricco e intendo trar
profitto dal mio lavoro!... Intendo soprattutto conservarmi mia
figlia, per curare la mia gotta e farmi della musica, alla sera,
quando mi annoio!... Se mai dovesse sposarsi, si sposerà qui, con un
ragazzo del paese, ricco come lei, fattore o minatore come noi, e che
non mi parlerà di andarsene a vivere da morto-di-fame in un
appartamento al terzo piano di un paese dove io non ho mai avuto
voglia di metter piede in vita mia: si sposerà con James Hilton, per
esempio, o con un altro valoroso della sua tempra!... I pretendenti
non mancano, ve l'assicuro!... In breve, con un buon Inglese, che non
ha paura d'un bicchiere di gin e che mi tiene compagnia, quando fumo
la pipa!
Cipriano aveva già la mano sulla maniglia della porta, per uscire da
quella stanza dove soffocava.
- Però senza rancore! - gli gridò Mister Watkins. - Io non vi voglio
male, signor Méré, e sarò sempre felice di vedervi, come affittuario e
come amico!... Sentite, noi attendiamo a proposito alcune persone a
cena questa sera!... Volete essere dei nostri?
- No, grazie, signore! - rispose freddamente Cipriano. - Devo
terminare la mia corrispondenza per l'ora della posta.
E se ne andò.
«Sbalorditivi, questi Francesi... sbalorditivi!», ripeteva Mister
Watkins, riaccendendosi la pipa allo stoppino imbevuto di catrame in
combustione, che teneva sempre a portata di mano.
E si versò un gagliardo bicchiere di gin.
NOTE.
NOTA 1: Una delle tribù Ottentotte del Capo. Già nella prima metà del
secolo diciottesimo aveva subito incroci con i Boeri e con i nomadi
della zona. Trasferitasi quindi a nord dell'Orange, sui due altipiani
da essa denominati Griqualand, ebbe lunghi contatti con le popolazioni
bantù. I Griqua sono oggi praticamente scomparsi come unità etnica
(N.d.A.).
NOTA 2: Il miglio inglese equivale a 1609 metri.
NOTA 3: Nome col quale si designano due territori dell'Unione
Sudafricana facenti parte dell'antica provincia del Capo (N.d.A.).
NOTA 4: Un gran numero di Boeri o contadini olandesi dell'Africa
meridionale discendono dai Francesi, passati in Olanda e quindi alla
colonia del Capo, in seguito alla revoca dell'editto di Nantes (N.d
A.).
2. AI CAMPI DI DIAMANTI.
Ciò che umiliava più profondamente il giovane ingegnere nella risposta
ricevuta da Mister Watkins è ch'egli non poteva negare di scorgervi,
sotto la forma eccessivamente rude, un buon fondo di ragione. Anzi si
stupiva, riflettendovi, di non aver previsto egli stesso le obiezioni
che il fattore gli avrebbe fatto e di essersi esposto a un tale
categorico rifiuto.
Ma il fatto è ch'egli non aveva mai pensato, fino a quel momento, alla
distanza che le differenze di censo, di origine, di educazione, di
ambiente, ponevano tra la fanciulla e lui. Abituato, già da cinque o
sei anni, a considerare i minerali da un punto di vista puramente
scientifico, i diamanti non rappresentavano, ai suoi occhi, che
semplici campioni di carbone, atti a figurare al museo della Scuola
mineraria. Inoltre, siccome la sua vita in Francia si svolgeva in un
ambiente sociale molto più elevato di quello dei Watkins, egli aveva
completamente perso di vista il valore commerciale del ricco
giacimento posseduto dal fattore. Non gli era dunque passato per la
mente, neppure per un istante, il pensiero che ci fosse disparità tra
la figlia del proprietario di Vandergaart Kopje e un ingegnere
francese. Se anche questo problema fosse sorto nel suo spirito, è
probabile che, nelle sue convinzioni di parigino ed ex allievo del
Politecnico, egli si sarebbe creduto piuttosto sul limite di ciò che
le convenienze sociali chiamano un «matrimonio con persona di
condizione inferiore».
La rude ammonizione di Mister Watkins era un doloroso risveglio dalle
sue illusioni. Cipriano aveva troppo buon senso per non apprezzare i
solidi argomenti, e troppa onestà per irritarsi d'una sentenza ch'egli
in fondo riconosceva giusta.
Ma il colpo era non meno doloroso, e ora che gli toccava rinunciare ad
Alice, si accorgeva improvvisamente quanto ella gli fosse diventata
cara in meno di tre mesi. Erano, infatti, tre mesi che Cipriano Méré
la conosceva, cioè dal suo arrivo nel Griqualand.
Come tutto sembrava già lontano! Egli si rivedeva, in una terribile
giornata di caldo e di polvere, giungere al termine del suo lungo
viaggio da un emisfero all'altro.
Sbarcato col suo amico Pharamond Barthès - un vecchio camerata di
collegio che veniva per la terza volta a cacciare per diporto
nell'Africa australe, - Cipriano s'era separato da lui a Città del
Capo. Pharamond Barthès era partito per il paese dei Basuti, dove
contava di reclutare il piccolo corpo di guerrieri negri, dai quali si
sarebbe fatto scortare durante le sue spedizioni cinegetiche.
Cipriano, invece, aveva preso posto nel pesante carro a quattordici
cavalli, che serve da diligenza sulle strade del Veld, e s'era messo
in cammino per il Campo dei Diamanti.
Cinque o sei grandi casse - un vero laboratorio di chimica e
mineralogia, da cui non avrebbe mai voluto separarsi costituivano il
bagaglio del giovane studioso. Ma la diligenza accetta soltanto
cinquanta chili di bagaglio per ogni viaggiatore, ed egli fu costretto
ad affidare quelle preziose casse a una carretta trainata da bufali,
che le avrebbe trasportate in Griqualand con una lentezza veramente da
Merovingi.
La diligenza, un grande carro con panche da dodici posti, riparata da
un copertone di tela, era montata su quattro enormi ruote,
continuamente inzuppate dall'acqua di fiumi che traversava a guado. I
cavalli, attaccati a due a due e talvolta rinforzati da un mulo, sono
condotti con grande maestria da una coppia di cocchieri, seduti l'uno
di fianco all'altro in serpa; l'uno tiene le redini, mentre il suo
aiutante maneggia una lunghissima frusta di bambù, simile a una
gigantesca canna da pesca, di cui si serve non soltanto per incitare i
cavalli, ma anche per guidarli.
La strada passa per Beaufort, una ridente cittadina costruita ai piedi
dei monti Nieuweveld; attraversa questa catena, arriva a Victoria e
poi a Hopetown (1) - la Città della Speranza, - sulla riva del fiume
Orange, per proseguire oltre, fino a Kimberley e ai principali
giacimenti diamantiferi, che distano appena alcune miglia.
E' un viaggio massacrante e monotono di otto o nove giorni, attraverso
lo spoglio Veld. Il paesaggio presenta quasi sempre il carattere più
squallido: pianure aride, pietre sparse come disseminate da morene,
rocce grigie affioranti al suolo, un'erba gialla e rada, cespugli
stentati. Niente coltivazioni né bellezze naturali. Di tanto in tanto,
qualche misera fattoria, il cui proprietario ottenendo dal governo
coloniale la concessione delle terre, ha avuto il mandato di dare
ospitalità ai viaggiatori. Ma questa ospitalità è sempre delle più
elementari. In questi singolari alberghi non si trovano né letti per
le persone, né lettiere per i cavalli. Appena qualche barattolo di
conserve alimentari, che hanno fatto più volte il giro del mondo e che
si pagano a peso d'oro.
Di conseguenza, per il loro pasto, i cavalli vengono lasciati liberi
nella pianura, dove sono costretti a cercarsi i ciuffi d'erba che
crescono al riparo dei sassi. Poi, quando si tratta di ripartire, è
una vera impresa per radunarli, e una perdita di tempo considerevole.
E quali scossoni in quella diligenza primitiva, lungo quelle strade
ancor più primitive! I sedili sono semplicemente i coperchi delle
casse di legno, impiegate per il bagaglio minuto, e lo sfortunato che
vi siede sopra per una interminabile settimana, compie il lavoro di
maglio. Impossibile leggere, dormire e parlare! In cambio, quasi tutti
i viaggiatori fumano notte e giorno come ciminiere, bevono come spugne
e sputano nella stessa proporzione.
Cipriano Méré si trovava dunque assieme a un campionario abbastanza
rappresentativo di quella popolazione fluttuante, che accorre da tutti
i punti del globo verso i giacimenti d'oro e di diamanti, appena
vengono segnalati. C'era un corpulento Napoletano dai fianchi larghi,
con capelli neri disordinati, una faccia color pergamena, due occhi
poco rassicuranti, il quale diceva di chiamarsi Annibale Pantalacci;
un ebreo portoghese di nome Nathan, conoscitore di diamanti, il quale
se ne stava imperturbabile nel suo angolo e considerava l'umanità con
filosofia; un minatore del Lancashire, Thomas Steel, d'una salute di
ferro, con barba rossa e torso vigoroso, il quale disertava le miniere
di carbone per tentare la fortuna nel Griqualand; un Tedesco, Herz
Friedel, il quale parlava come un oracolo e sapeva già tutto intorno
allo sfruttamento diamantifero, senza aver mai visto un solo diamante
nella sua ganga. C'era uno "Yankee" dalle labbra sottili, il quale non
parlava che con la sua borraccia di pelle, e senza dubbio veniva ad
aprire nelle concessioni una di quelle taverne dove finisce il meglio
del guadagno d'un minatore. C'era ancora un fattore delle rive
dell'Hart, un Boero dello Stato libero di Orange, un sensale di
avorio, che andava nel paese dei Namaqua; infine due coloni del
Transvaal e un Cinese di nome Li - nome adatto per un Cinese -
completavano questa compagnia, la più eterogenea, la più volgare, la
più equivoca, la più rumorosa, con la quale un uomo civile si fosse
mai trovato.
Dopo essersi goduto per un po' di tempo le loro fisionomie e il loro
comportamento, Cipriano ne fu ben presto nauseato. Non restava che
Thomas Steel, con la sua corporatura possente e il suo largo sorriso,
e il cinese Li, con la sua andatura composta e felina, ai quali
potesse ancora interessarsi. In particolare le buffonate di cattivo
gusto, il comportamento sfacciato del Napoletano, gl'ispiravano un
invincibile sentimento di ripulsione.
Una delle facezie più ostinate di questo personaggio fu, per due o tre
giorni, di appendere alla treccia di capelli che il Cinese portava sul
dorso, secondo l'usanza della sua nazione, una varietà di oggetti
disparati, manate d'erba, torsoli di cavolo, una coda di vacca, una
scapola di cavallo raccolta nella pianura.
Li, senza scomporsi, staccava l'appendice che era stata aggiunta alla
sua lunga treccia, ma non dimostrava né con una parola né con un
gesto, nemmeno con uno sguardo, che lo scherzo aveva passato i limiti
della tolleranza. La sua faccia gialla, i suoi piccoli occhi a
mandorla conservavano una calma inalterabile, come se egli fosse
estraneo a ciò che accadeva attorno a lui. Si sarebbe davvero creduto
ch'egli non comprendesse una parola di ciò che si diceva in quell'arca
di Noè viaggiante per il Griqualand.
Così Annibale Pantalacci non si faceva scrupolo di aggiungere, in un
pessimo inglese, commenti sciocchi alle sue trovate da spiritoso di
basso rango.
- Pensate che il suo colore giallo sia contagioso? - domandava a voce
alta al suo vicino.
Oppure:
- Se avessi un paio di forbici, per tagliargli la treccia, vedreste
che testa "farebbe"!
E i viaggiatori a ridere. Ma il Boero impiegava sempre un po' di tempo
a capire ciò che diceva il Napoletano; allora scoppiava d'improvviso
in una fragorosa risata, con un ritardo di due o tre minuti sugli
altri, raddoppiando l'ilarità della comitiva.
Alla fine, Cipriano s'irritò di questa insistenza nel burlare il
povero Li, e disse a Pantalacci che il suo modo di fare non era
educato. L'altro avrebbe forse risposto con una insolenza, ma un gesto
di Thomas Steel bastò a fargli rinfoderare con prudenza il suo
sarcasmo.
- No! - aggiunse il bravo ragazzo, dispiaciuto d'aver riso con gli
altri. - Non è leale agire così con questo povero diavolo, che non
comprende neppure quello che dite!
L'argomento fu dunque chiuso. Ma qualche istante dopo, Cipriano fu
sorpreso di vedere lo sguardo acuto e leggermente ironico certamente
uno sguardo pieno di riconoscenza - che il Cinese teneva fisso su di
lui. Pensò che Li conoscesse l'inglese meglio di quanto non lasciasse
apparire.
Ma alla fermata, Cipriano tentò inutilmente di avviare la
conversazione con lui. Il Cinese restò impassibile e muto. Da allora,
questo essere bizzarro continuò a interessare il giovane ingegnere
come un enigma di cui avrebbe voluto trovare la chiave. Così Cipriano
si trovò spesso impegnato a penetrare quella faccia gialla e glabra,
quella bocca tagliata da un colpo di sciabola, che s'apriva su denti
bianchissimi, quel piccolo naso corto e camuso, quella fronte
spaziosa, quegli occhi obliqui e quasi sempre socchiusi, come per
nascondere un raggio di malizia.
Quanti anni aveva Li? Quindici o sessanta? Era impossibile dirlo. Se i
suoi denti, lo sguardo, i capelli d'un nero serico, facevano
propendere per la giovinezza, le rughe della fronte, delle guance,
della bocca, sembravano rivelare un'età avanzata. Era basso di
statura, esile, in apparenza agile, ma con dei tratti da anzianotto e,
per così dire, da «vecchietta».
Era ricco o povero? Altra cosa dubbia. I suoi pantaloni di tela
grigia, la blusa di leggerissima seta gialla, il cappello di spago
intrecciato, le scarpe con suole di feltro, che contenevano calze d'un
candore immacolato, potevano appartenere tanto a un mandarino di prima
categoria quanto a un uomo del popolo. Il suo bagaglio si componeva
d'una sola cassetta di legno rosso, con questo indirizzo in inchiostro
nero: «H. Li, from Canton to the Cape», che voleva dire: «H. Li, da
Canton a Città del Capo».
Del resto, il Cinese era d'una correttezza impeccabile, non fumava,
non beveva che acqua e approfittava di tutte le soste per radersi la
testa con grandissima cura.
Cipriano non riuscì a saperne di più e rinunciò ben presto a occuparsi
di questo problema vivente.
Intanto i giorni passavano, le miglia si succedevano alle miglia.
Talvolta i cavalli andavano di buon trotto. Altre volte sembrava
impossibile farli muovere un passo in più. Ma a poco a poco, la strada
si accorciava e, un bel giorno, il carro-diligenza arrivò a Hopetown.
Ancora una tappa, e fu oltrepassata Kimberley. Infine, all'orizzonte
si profilarono delle case di legno.
Era New Rush.
Questo accampamento di minatori non differiva molto da ciò che sono,
in tutti i paesi aperti alla civilizzazione, quelle città polverose
che spuntano dal suolo come per incanto.
Baracche di tavole, per la maggior parte molto piccole e simili a
capanne di cantonieri su un cantiere europeo, alcune tende, una
dozzina di caffè o cantine, una sala di biliardo, un Alhambra o sala
da ballo, degli "stores" o magazzini generali di mercanzie di prima
necessità: ecco ciò che colpiva anzitutto il visitatore.
C'è di tutto in questi magazzini: abiti e mobili, scarpe e vetri per
finestre, libri e selle, armi e stoffe, scope e munizioni da caccia,
coperte e sigari, verdura fresca e medicinali, aratri e sapone da
bagno, spazzole per le unghie e latte concentrato, padelle per
friggere e litografie; c'era di tutto, eccetto acquirenti.
Questo perché la popolazione dell'accampamento era ancora occupata
alla miniera, distante tre o quattrocento metri da New Rush.
Cipriano Méré, come tutti i nuovi arrivati, si affrettò a recarvisi,
mentre si preparava il desinare alla casa pomposamente fregiata del
nome di "Hotel Continental".
Erano circa le sei del pomeriggio. Già il sole all'orizzonte si
bagnava d'un leggero vapore dorato. L'ingegnere osservò, più del
solito, il diametro enorme che l'astro del giorno, come quello della
notte, assume a queste latitudini australi, senza che fosse ancora
data una sufficiente spiegazione del fenomeno. Il diametro sembrava
almeno il doppio di quanto si vede in Europa.
Ma uno spettacolo completamente nuovo attendeva Cipriano al "kopje",
cioè al giacimento di diamanti.
Quando incominciarono i lavori, la miniera formava una collinetta
schiacciata, che in quel luogo rigonfiava la pianura, dovunque così
piatta come un mare calmo. Ma ora era un'immensa voragine dalle pareti
svasate, una specie di circo a forma ellittica e di circa quaranta
metri quadri di superficie, che la forava su tutta l'area. Questa
superficie era spartita in non meno di tre o quattrocento "claims" o
concessioni di trentun piedi di lato, che gli aventi diritto facevano
scavare a loro arbitrio.
Il lavoro consisteva semplicemente nello scavare, a forza di piccone e
di zappa, e nell'estrarre la terra da quel suolo, che è generalmente
costituito da una sabbia rossastra mescolata a ghiaia. Una volta
trasportata sul bordo della miniera, questa terra viene condotta ai
banchi di cernita per essere lavata, scelta, setacciata, e finalmente
esaminata con la massima cura, per scoprire se contiene pietre
preziose.
Tutti questi "claims", essendo stati scavati indipendentemente gli uni
dagli altri, formano naturalmente delle buche di profondità varia. Gli
uni scendono a cento e più metri sotto il livello del suolo gli altri
soltanto a quindici, venti o trenta.
Per le esigenze del lavoro e della circolazione, ogni concessionario
deve, secondo i regolamenti ufficiali, lasciare su un lato della sua
buca uno spazio largo sette piedi assolutamente intatto. Questo
spazio, assieme all'altro uguale lasciato dal vicino, forma una specie
di carreggiata o argine, all'altezza del livello primitivo del suolo.
Su questa banchina viene allestita una piattaforma di travi poste di
traverso, che sporgono dai due lati circa un metro e formano un
passaggio sufficientemente largo perché due carrette non si urtino.
A danno della solidità di questa via semi-aerea e della sicurezza dei
minatori, i concessionari scavano gradualmente il piede della parete,
a misura che i lavori si abbassano, in maniera che l'argine, che
strapiomba talvolta per un'altezza doppia di quella delle torri di
Notre Dame, alla fine prende la forma d'una piramide rovesciata, che
si posa sul suo vertice. La conseguenza di questo cattivo procedere è
facile a prevedersi. Le pareti franano di frequente, sia nella
stagione delle piogge, sia quando il brusco mutare della temperatura
produce delle crepe verticali nella terra. Ma il ripetersi
periodicamente di questi disastri non impedisce agli imprudenti
minatori di continuare a scavare il loro "claim" fino a scalzare quasi
tutta la parete.
Cipriano Méré, avvicinandosi alla miniera, vide dapprima soltanto
carrette, cariche o vuote, che circolavano su questa strada sospesa.
Ma quando giunse abbastanza vicino al bordo per gettare uno sguardo
sino in fondo a questa specie di cava, vide la folla dei minatori
d'ogni razza, colore e costume, che lavoravano con ardore in fondo ai
"claims". C'erano Negri e Bianchi, Europei e Africani, Mongoli e
Celti, la maggior parte quasi nudi, o vestiti soltanto con pantaloni
di tela, camicie di flanella, perizoma di cotonato, cappelli di paglia
spesso ornati con penne di struzzo.
Tutti questi uomini raccoglievano terra in secchie di pelle, che
venivano subito issate fino al bordo della miniera lungo grossi cavi
di fil di ferro, sotto la trazione di corde fatte con corregge di
pelle bovina, arrotolate su cilindri di legno vuoti all'interno. Qui
le secchie erano sveltamente vuotate nelle carrette, poi
ridiscendevano subito in fondo al "claim" per ritornare con un nuovo
carico.
I lunghi cavi di ferro, tesi sopra quei profondi parallelepipedi
formati dai "claims", davano ai "dry-diggings" o miniere di diamanti
all'aperto un aspetto tutto speciale. Sembravano fili che tengono
sospesa una gigantesca ragnatela improvvisamente interrotta.
Cipriano s'intrattenne per un po' di tempo a osservare incuriosito
quel formicaio umano. Poi ritornò a New Rush, e la campana chiamò ben
presto i clienti a tavola. Qui, egli ebbe durante tutta la serata la
soddisfazione di sentire alcuni parlare di lavori prodigiosi, di
minatori poveri come Giobbe improvvisamente arricchiti con un solo
diamante, mentre altri, al contrario, si lagnavano della «sfortuna»,
dell'avidità dei sensali, dell'infedeltà dei Cafri impiegati alle
miniere, i quali rubavano le pietre più belle, e altre conversazioni
di argomento tecnico. Non si parlava che di diamanti, carati,
centinaia di lire sterline.
Tutto sommato, quella gente aveva l'aria piuttosto delusa, e per un
"digger" fortunato, che comandava a gran voce una bottiglia di
champagne per bagnare la sua buona fortuna, si vedevano venti musi
lunghi, i cui proprietari sconsolati bevevano soltanto birra scadente.
Ogni tanto, una pietra passava di mano in mano attorno alla tavola,
per essere soppesata, esaminata, stimata e finalmente ritornare a
sprofondarsi nella cintura del suo possessore. Quel ciottolo
grigiastro e opaco, che non brillava più di un pezzo di selce levigato
da qualche torrente, era il diamante nella sua ganga.
Al cadere della notte, i caffè si riempirono, e le stesse
conversazioni, le stesse discussioni che avevano rallegrato la cena,
continuarono con animazione attorno ai bicchieri di gin e di
acquavite.
Cipriano, invece, s'era coricato presto nel letto che gli era stato
assegnato sotto una tenda vicino all'albergo. Qui si addormentò quasi
subito, cullato dal chiasso d'un ballo all'aperto, che i minatori
cafri eseguivano nelle vicinanze, e dalle note squillanti d'una
cornetta, primo strumento in un salone pubblico per i divertimenti
coreografici dei signori Bianchi.
NOTE.
NOTA 1: Cittadina dell'Unione Sudafricana nella provincia del Capo,
sul fiume Orange, 112 chilometri a sud-ovest di Kimberley. Nel 1867 vi
fu rinvenuto per la prima volta un giacimento diamantifero (N.d A.).
NOTA 2: Città dei Griqualand, presso il confine dello Stato libero di
Orange, posta nel bacino del Vaal, a 1223 metri sul livello del mare,
su un altopiano nudo e desolato, dal clima piuttosto caldo. Kimberley
sorse nel 1870, in seguito alla scoperta di giacimenti diamantiferi, e
trasse il nome dal duca di Kimberley, segretario di Stato per le
colonie. che nel 1871 proclamò il protettorato inglese sul Grigualand
(N.d.A.).
3. UN PO' DI SCIENZA IMPARTITA IN CLIMA D'AMICIZIA.
Il giovane ingegnere, bisogna dirlo subito a suo onore, non era venuto
nel Griqualand per trascorrere il suo tempo in quell'atmosfera di
avidità, di fumi d'alcool e di tabacco. Era incaricato di eseguire
rilievi topografici e geologici su alcune zone del paese, di
raccogliere campioni di rocce e di terre diamantifere, di procedere
sul posto ad analisi delicate. Il suo primo pensiero era dunque di
procurarsi un'abitazione tranquilla, che potesse accogliere il suo
laboratorio e che servisse per così dire da punto di riferimento alle
sue esplorazioni attraverso tutto il distretto minerario.
La collinetta dominata dalla fattoria Watkins richiamò subito la sua
attenzione, come luogo che sarebbe stato particolarmente favorevole ai
suoi lavori. Abbastanza distante dall'accampamento dei minatori per
non essere troppo disturbato dalla loro chiassosa vicinanza, Cipriano
si sarebbe qui trovato a un'ora circa di cammino dai "kopjes" più
distanti, poiché il distretto diamantifero non supera i dodici
chilometri di circonferenza. Scelse dunque una delle case abbandonate
da John Watkins, ne contrattò l'affitto e vi si stabilì: tutto questo
per l'ingegnere fu questione di mezza giornata. Il fattore, da parte
sua, si dimostrò abbastanza accomodante. In fondo egli si annoiava
troppo nella sua solitudine, e vide con un certo piacere stabilirsi
vicino a casa sua un giovane, che senza dubbio gli avrebbe recato
qualche distrazione.
Ma se Mister Watkins aveva calcolato di trovare nel suo affittuario un
compagno di mensa o un socio assiduo per dare l'assalto alla caraffa
del gin, faceva male i conti. Appena sistemato, con tutta la sua
attrezzatura di storte e fornelli e reagenti, nella casa abbandonata a
sua discrezione - ancora prima che i più importanti apparecchi del suo
laboratorio fossero arrivati - Cipriano aveva già iniziato i suoi giri
nel distretto. Così, alla sera, quando rincasava stanco morto, con il
suo carico di frammenti di rocce nella cassetta di zinco, nel
carniere, nelle tasche e perfino nel cappello, aveva più voglia di
buttarsi sul letto e dormire che d'andare a sentire le solite ciance
di Mister Watkins. Inoltre, egli fumava poco e beveva ancor meno.
Tutto questo non contribuiva precisamente a farne l'allegro compare
che il fattore aveva sperato.
Nonostante tutto questo, Cipriano era tanto leale e retto, tanto
semplice di maniere e di sentimenti, tanto saggio e modesto, ch'era
impossibile praticarlo abitualmente senza affezionarsi a lui. Mister
Watkins - forse non se ne rendeva conto - provava dunque più rispetto
per quel giovane ingegnere di quanto non ne aveva mai provato per
nessun'altra persona. Se almeno quel ragazzo fosse un buon bevitore!
Ma che cosa vale un uomo che non si schiarisce mai la gola con un
goccio di gin? Ecco come regolarmente si concludevano i giudizi che il
fattore formulava sul suo affittuario.
Quanto a Miss Watkins, ella aveva subito preso un atteggiamento di
vero e franco cameratismo col giovane studioso. Trovando in lui quella
distinzione di modi, quella superiorità intellettuale che non
riscontrava affatto nel suo ambiente abituale, ella aveva colto con
entusiasmo l'occasione inaspettata che le si offriva, di completare,
con nozioni di chimica sperimentale, l'istruzione molto solida e varia
che s'era già procurata con la lettura di opere scientifiche.
Il laboratorio del giovane ingegnere, con i suoi bizzarri apparecchi,
esercitava su di lei un irresistibile interesse. C'era soprattutto in
lei una grande curiosità di conoscere tutto quanto riguardava la
natura dei diamanti, quelle pietre preziose che nelle conversazioni e
nel commercio del paese occupavano un posto così importante. Per la
verità, Alice era molto propensa a vedere in quelle gemme nient'altro
che comuni sassolini. Cipriano - ella se ne accorgeva bene - aveva su
questo punto delle opinioni precisamente uguali alle sue. Perciò
questa comunanza di sentimenti non fu estranea all'amicizia che s'era
subito stretta tra loro. Soli nel Griqualand, si potrebbe azzardarsi a
dirlo, essi non credevano che lo scopo unico della vita fosse quello
di cercare, tagliare, vendere sassolini, così ardentemente bramati in
tutti i paesi del mondo.
- Il diamante - le disse un giorno il giovane ingegnere - non è altro
che carbonio puro. E' un frammento di carbone cristallizzato,
nient'altro. Lo si può bruciare come un volgare tizzone, ed è stata
proprio questa proprietà combustibile che ne ha fatto, per la prima
volta, supporre la vera natura. Newton, il quale osservava tante cose,
aveva notato che il diamante tagliato rifrange la luce più di ogni
altro corpo trasparente. Ora, siccome egli sapeva che questo carattere
è proprio della maggior parte delle sostanze combustibili, dedusse da
questo fatto, con la sua arditezza abituale, la conclusione che il
diamante «doveva» essere combustibile. E l'esperienza gli diede
ragione.
- Ma, signor Méré - domandò la fanciulla, - se il diamante non è altro
che carbone, perché lo si vende così caro?
- Perché è molto raro, signorina Alice - rispose Cipriano, - e perché
finora non è stato trovato in natura che in piccolissime quantità. Per
molto tempo fu ricavato solo dall'India, dal Brasile e dall'isola di
Borneo. E senza dubbio voi ricorderete molto bene, perché allora
avevate sette o otto anni, il tempo in cui, per la prima volta, fu
segnalata la presenza di diamanti in questa provincia dell'Africa
australe.
- Certo, me ne ricordo! - disse Miss Watkins. - Erano tutti come
impazziti nel Griqualand! Non si vedeva che gente armata di picconi e
zappe, che andava esplorando tutte le terre, deviando il corso dei
torrenti per esaminarne il letto, sognando e parlando solo di
diamanti! Per quanto fossi piccola, signor Méré, vi assicuro che
allora ne fui eccitata! Ma voi dicevate che il diamante è caro perché
è raro... E' forse questa l'unica sua qualità?
- No, non precisamente, Miss Watkins. La sua trasparenza, la sua
brillantezza, quando è tagliato in maniera da rifrangere la luce, la
difficoltà stessa di questo taglio e infine la sua eccezionale durezza
ne fanno un corpo veramente molto interessante per lo studioso e
aggiungerei, molto utile all'industria. Voi sapete che può essere
levigato soltanto con la sua polvere ed è questa preziosa durezza che
ha permesso di usarlo, da alcuni anni, nella perforazione delle rocce.
Senza l'aiuto di questa gemma, non soltanto sarebbe molto difficile
lavorare il vetro e tante altre materie dure, ma anche la perforazione
delle gallerie, dei cunicoli delle miniere, dei pozzi artesiani.
- Ora capisco - disse Alice, che si sentiva improvvisamente presa da
una specie di stima per quei poveri diamanti che aveva tanto
disprezzato fino allora. - Ma, signor Méré, il carbone, di cui voi
affermate che il diamante è un composto allo stato cristallino - è
questa la definizione giusta, non è vero? - il carbone, che cosa è
infine?
- E' un corpo semplice, non metallico, e uno dei più diffusi in natura
- rispose Cipriano. - Tutti i composti organici, senza eccezione, il
legno, la carne, il pane, l'erba, ne contengono in alta proporzione.
Essi devono il grado di parentela che si osserva tra loro alla
presenza del carbone o «carbonio» tra i loro componenti.
- Un fatto curioso! - disse Miss Watkins. - Così quei cespugli che
vediamo, l'erba di questo pascolo, l'albero che ci dà ombra, la carne
del mio struzzo Dadà, e anch'io, e voi, signor Méré, siamo in parte
fatti di carbone... come i diamanti? Tutto è dunque carbone in questo
mondo?
- Ve l'assicuro, signorina Alice, da molto tempo lo si supponeva, ma
la scienza contemporanea tende di giorno in giorno a determinarlo con
maggior chiarezza! O meglio, tende a ridurre sempre più il numero dei
corpi semplici elementari, numero da lungo tempo considerato come
definitivo. I procedimenti di osservazione spettroscopica hanno, a
questo riguardo, portato di recente una luce nuova sulla chimica. Così
le sessantadue sostanze classificate finora come corpi semplici
elementari o fondamentali, potrebbero alla fine risultare una sola e
unica sostanza atomica - forse l'idrogeno - sotto manifestazioni
elettriche, dinamiche e calorifiche differenti!
- Oh! mi fate paura, signor Méré, con tutte queste parole difficili! -
esclamò Miss Watkins. - Parlatemi piuttosto del carbone! Forse voi,
signori della chimica, riuscireste a cristallizzarlo come fate con lo
zolfo, di cui mi avete mostrato l'altro giorno degli aghi così
splendidi? Sarebbe certo più comodo che andare a scavare buche nella
terra per trovarvi i diamanti!
- Si è tentato spesso di realizzare quello che voi dite rispose
Cipriano - e tentato di produrre il diamante artificiale mediante la
cristallizzazione del carbonio puro. Devo aggiungere che si è riusciti
entro certi limiti. Despretz, nel 1853, e recentemente un altro
studioso in Inghilterra, hanno prodotto polvere di diamante facendo
passare una corrente elettrica ad alta tensione in un cilindro di
carbone nel vuoto, liberato da tutte le sostanze minerali e preparato
con zucchero candito. Ma finora il problema non ha avuto una soluzione
industriale. Tuttavia, questo problema è ormai soltanto questione di
tempo. Da un giorno all'altro, e forse nel momento stesso in cui vi
parlo, Miss Watkins, il procedimento di produzione del diamante è già
scoperto!
Essi conversavano passeggiando sul terrapieno sabbioso che circondava
la fattoria, oppure alla sera, seduti sotto l'esile veranda guardando
le stelle che brillano nel cielo australe.
Poi Alice lasciava il giovane ingegnere per far ritorno alla fattoria,
se pur non lo conduceva a vedere il suo piccolo branco di struzzi che
custodiva dentro un recinto, ai piedi della collina sulla quale
s'elevava l'abitazione di John Watkins. Le piccole teste bianche, alte
su un corpo nero, le grosse gambe rigide, i ciuffi di piume
giallognole che adornavano i sommoli delle ali e la coda, tutto ciò
era attraente per la fanciulla, la quale si dilettava, da un anno o
due, ad allevare una piccola famiglia di struzzi.
D'ordinario, non si cerca d'addomesticare questi animali, e i fattori
del Capo li lasciano vivere allo stato quasi selvatico. Si
accontentano di rinchiuderli in vasti serragli, protetti da un'alta
cinta di filo di ottone, uguale a quella che si usa, in certi paesi,
lungo le strade ferrate. Gli struzzi, inadatti al volo, non possono
superare queste barriere. Qui essi vivono tutto l'anno, in una
cattività che non conoscono, nutrendosi di quello che trovano e
cercando luoghi riparati per deporvi le loro uova, protetti da leggi
severe contro i ladruncoli. Ma al tempo della muta, quando si tratta
di spogliarli di quelle piume tanto ricercate dalle signore d'Europa,
i battitori radunano a poco a poco gli struzzi in una serie di recinti
sempre più piccoli, dove sia facile prenderli e svestirli del loro
abbigliamento.
Questa industria ha preso da qualche anno, nelle regioni del Capo, un
prodigioso sviluppo, e giustamente ci si meraviglia che sia appena
conosciuta in Algeria, dove non sarebbe meno redditizia. Ogni struzzo,
così ridotto in schiavitù, procura al suo proprietario, senza nessuna
spesa, un introito annuo che varia tra i duecento e i trecento
franchi. Per capire questo, bisogna sapere che una piuma grande, se è
di prima scelta, si vende fino a sessanta o ottanta franchi - prezzo
commerciale corrente - e che le piume medie e piccole hanno sempre un
valore abbastanza alto.
Ma Miss Watkins allevava una dozzina di questi grandi uccelli
unicamente per suo passatempo personale. Le piaceva vederli covare le
proprie enormi uova, o quando venivano al pastone con i loro pulcini,
come avrebbero fatto le galline e i tacchini. Cipriano talvolta
l'accompagnava e si divertiva ad accarezzare il più bello del branco,
un certo struzzo dalla testa nera e dagli occhi d'oro: precisamente
quel vezzoso Dadà, che aveva ingoiato la palla d'avorio di cui Alice
si serviva abitualmente per rammendare.
Frattanto, Cipriano aveva sentito a poco a poco nascere in sé un
sentimento più profondo e più tenero verso la fanciulla. Egli aveva
pensato che non avrebbe trovato mai, per condividere la sua vita di
lavoro e di meditazione, una compagna di cuore più semplice,
d'intelligenza più sveglia, più amabile, più perfetta sotto ogni
aspetto. Infatti Miss Watkins, rimasta molto presto orfana di madre e
perciò obbligata a governare la casa paterna, era una massaia esperta
e allo stesso tempo una perfetta donna di società. Era anzi questa
unione particolare di distinzione raffinata e di semplicità attraente
che la rendeva incantevole. Libera dagli stolti pregiudizi di tante
ragazze eleganti della vecchia Europa, non disdegnava di introdurre le
sue bianche mani nella pasta per fare il budino, di cucinare, di
accertarsi che la biancheria della casa fosse in buono stato. E questo
non le impediva di eseguire le sonate di Beethoven altrettanto bene e
forse meglio di tante altre, di parlare con proprietà due o tre
lingue, di dedicarsi alla lettura, di saper apprezzare i capolavori di
tutte le letterature, e infine di riscuotere successo nelle piccole
riunioni mondane, che talvolta venivano organizzate presso le ricche
fattoresse del distretto.
E le donne brillanti non mancavano in queste riunioni. Nel Transvaal
come in America, in Australia e in tutti i paesi giovani, dove una
civilizzazione che si sviluppa d'improvviso assorbe l'attività degli
uomini con i lavori materiali, la cultura intellettuale costituisce
molto più che in Europa il monopolio quasi esclusivo delle donne.
Perciò esse spesso sono molto superiori ai loro mariti e ai loro figli
in fatto di cultura generale e di raffinatezza artistica. E' capitato
a tutti i viaggiatori d'incontrare, non senza meraviglia, nella moglie
d'un minatore australiano o d'uno "squatter" (1) del Far West, un
talento musicale di prim'ordine, associato alle più serie conoscenze
letterarie o scientifiche. La figlia d'un cenciaiolo di Omaha o d'un
salumiere di Melbourne arrossirebbe al pensiero di essere inferiore in
istruzione, in maniere raffinate, in «compitezza» d'ogni specie, a una
principessa della vecchia Europa. Nello Stato libero di Orange, dove
l'educazione delle ragazze è già da molto tempo allo stesso livello di
quella dei ragazzi, ma dove questi disertano troppo presto i banchi di
scuola, questo contrasto tra i due sessi è rilevante più che altrove.
L'uomo è, nella casa, il "breadwinner", colui che guadagna il pane;
egli conserva in tutta la sua rudezza originale, che gli deriva dal
lavoro all'aria aperta, la solita esistenza di fatiche e di pericoli.
Al contrario, la donna coltiva come sua proprietà, oltre ai doveri
domestici, le arti e le lettere che il marito disdegna e trascura.
E capita anche talvolta che un fiore di bellezza, di distinzione e di
grazia, sbocci ai confini del deserto; era il caso della figlia del
fattore John Watkins.
Cipriano aveva pensato a tutto questo e, siccome andava dritto al
fine, non aveva esitato a presentare la sua domanda.
Ahimè! i suoi sogni ora crollavano, e scorgeva, per la prima volta,
l'abisso quasi insuperabile che lo separava da Alice. Così, dopo
questo colloquio deciso, ritornò nella sua abitazione col cuore gonfio
d'amarezza. Ma egli non era l'uomo che si abbandonava alla vana
disperazione; era risoluto a lottare su questo terreno e, in attesa
degli eventi, trovò ben presto nel lavoro un sicuro rimedio al suo
dolore. Dopo essersi seduto davanti al suo piccolo tavolo, l'ingegnere
terminò, con scrittura rapida e ferma, la lunga lettera confidenziale
che aveva cominciata al mattino, indirizzata al suo venerato maestro,
il signor J... membro dell'Accademia delle Scienze e professore
titolare alla Scuola Mineraria.
... Ciò che non ho creduto di affidare alla mia relazione ufficiale -
gli diceva, - perché anche per me ancora soltanto un'ipotesi, è
l'opinione che sarei tentato di farmi, dopo le mie osservazioni
geologiche, sul vero modo di formazione del diamante. Né l'ipotesi che
lo fa provenire da un'origine vulcanica, né quella che attribuisce la
sua formazione nei giacimenti attuali all'azione di violenti
smottamenti di terreno, riuscirebbero a soddisfare me più di voi, mio
caro maestro, e non ho bisogno di ricordarvi i motivi che ce la fanno
scartare. La formazione del diamante sul posto, mediante l'azione del
fuoco, è anch'essa una spiegazione troppo vaga e che non mi persuade.
Quale sarebbe la natura di questo fuoco, e perché non avrebbe
modificato i calcari d'ogni specie, che s'incontrano regolarmente nei
giacimenti diamantiferi? Ciò mi sembra semplicemente ingenuo, degno
della teoria dei turbini o degli atomi uncinati.
La sola spiegazione che mi soddisfi, se non completamente, almeno in
parte, è quella del trasporto per mezzo delle acque degli elementi
della gemma, e della formazione posteriore del cristallo sul posto.
Sono molto colpito dal profilo speciale, quasi uniforme, dei diversi
giacimenti che ho esplorato con la massima cura. Tutti presentano più
o meno la forma generale d'una specie di coppa, di capsula, o meglio,
tenendo conto della crosta che li ricopre, d'una borraccia da
cacciatori, coricata su un fianco. E' come un serbatoio di trenta o
quarantamila metri cubi, nel quale si fosse rovesciato tutto un
agglomerato di sabbie, di fango e di terre alluvionali, addossato
sulle rocce primitive. Questo carattere è notevolissimo soprattutto
nel Vandergaart Kopje uno degli ultimi giacimenti scoperti, e che
appartiene - detto tra parentesi - allo stesso proprietario della casa
dalla quale vi scrivo.
Se si versa in una capsula un liquido contenente dei corpi estranei in
sospensione, che cosa avviene? Questi corpi estranei si depositano
particolarmente sul fondo e attorno alle pareti della capsula. Ebbene,
questo è precisamente quanto avvenne nel "kopje". Infatti, i diamanti
si trovano soprattutto in fondo e verso il centro del bacino, come
pure alla sua estremità. Il fatto è tanto evidente, che i "claims"
intermedi calano rapidamente di valore, mentre le concessioni centrali
o vicine ai bordi acquistano immediatamente un valore enorme, quando
la forma dei giacimenti è stata determinata. L'analogia è dunque in
favore del trasporto dei materiali mediante l'azione delle acque
D'altra parte, un gran numero di circostanze che troverete elencate
nella mia relazione, tendono a indicare la formazione dei cristalli
sul posto, piuttosto che il loro trasporto allo stato perfetto. Per
citarne solo due o tre, i diamanti sono quasi sempre in gruppi della
stessa natura e dello stesso colore e ciò non capiterebbe certamente
se fossero stati trasportati già formati da un torrente. E' frequente
trovarne due attaccati assieme, che si separano a minimo urto. Come
avrebbero resistito all'attrito e alle vicende d'un trasporto per
mezzo delle acque? Di più, i grossi diamanti si trovano quasi sempre
al riparo d'una roccia, il che indurrebbe a pensare che l'influenza
della roccia - la sua irradiazione calorifica o qualunque altra causa-
ha facilitato la cristallizzazione. Infine, è raro, anzi molto raro,
incontrare insieme grossi e piccoli diamanti. Tutte le volte che si
scopre una bella pietra, questa è isolata. E' come se tutti gli
elementi adamantini del nido si fossero in questo caso concentrati in
un solo cristallo, sotto l'azione di cause particolari.
Questi motivi e molti altri ancora mi fanno dunque propendere per la
formazione sul posto, dopo che gli elementi della cristallizzazione vi
sono stati trasportati per mezzo delle acque.
Ma da dove sono venute queste acque che trasportavano i detriti
organici, destinati a trasformarsi in diamanti? Questo non mi è stato
possibile determinarlo, nonostante le ricerche più accurate che ho
eseguito in diversi terreni.
La scoperta avrebbe certamente la sua importanza. Infatti, se si
pervenisse a rintracciare la strada percorsa dalle acque, perché non
si perverrebbe risalendola, alla sorgente da dove sono partiti i
diamanti, là dove ce n'è senza dubbio in maggior quantità che nei
limitati giacimenti attualmente sfruttati? Questa sarebbe una
dimostrazione completa della mia teoria, e ne sarei ben felice. Ma non
sarò io a farla, perché sono ormai quasi al termine della mia
missione, e mi è stato impossibile formulare a questo riguardo una
conclusione seria. Sono invece stato più fortunato nelle mie analisi
di rocce...
L'ingegnere, proseguendo nella sua descrizione, entrava poi in
particolari tecnici riguardanti i suoi studi che erano indubbiamente
di grande interesse per lui e per il suo corrispondente, ma sui quali
il lettore profano forse non sarebbe dello stesso parere. Perciò
sembra prudente non insistervi più a lungo.
A mezzanotte, dopo aver terminato la sua lunga lettera, Cipriano
spense la lampada, si stese sull'amaca e s'addormentò d'un sonno ben
meritato.
Il lavoro aveva soffocato il dispiacere - almeno per qualche ora- ma
una dolce immagine fece capolino più d'una volta nei sogni del giovane
studioso, e gli sembrò ch'essa gli dicesse di non disperare.
NOTE.
NOTA 1: Chi occupa illecitamente aree pubbliche; in Australia è
l'allevatore di pecore (N.d.A.).
4. VANDERGAART KOPJE.
«Devo assolutamente partire - ripeteva a se stesso Cipriano Méré il
mattino dopo, mentre si radeva la barba, - devo lasciare il
Griqualand! Dopo quanto mi son lasciato dire da quel brav'uomo,
rimanere un giorno di più sarebbe debolezza! Non vuol darmi sua
figlia? Forse ha ragione! In ogni caso, non sono io quello che si
abbasserà per invocare attenuanti! Saprò accettare da uomo la
sentenza, per quanto sia dolorosa, e mi servirà di esperienza per il
futuro!».
Senza altre esitazioni, Cipriano cominciò a imballare i suoi
apparecchi nelle casse che aveva conservato per servirsene da tavoli e
da armadi. S'era messo all'opera con ardore, e lavorava febbrilmente
da un'ora o due, quando dalla finestra aperta, attraverso l'atmosfera
mattutina, una voce fresca e limpida, librandosi come un canto
d'allodola dal basso del terrapieno, giunse fino a lui, cantando una
delle più dolci melodie del poeta Moore:
It is the last rose of summer,
Left blooming alone.
All her lovely companions
Are faded and gone...
(E' l'ultima rosa dell'estate, / lasciata a fiorire sola. / Tutte le
sue compagne / sono sfiorite e andate...).
Cipriano si affacciò alla finestra e vide Alice che andava verso il
recinto degli struzzi, reggendo il grembiule pieno di un becchime di
cui sono ghiotti. Era lei che cantava al sole nascente.
I will not leave thee, thou lone one!
To pine on the stem,
Since the lovely are sleeping,
Go sleep with them...
(Io non ti lascerò, o tu solitaria! / a languire sullo stelo. / Poiché
tutte le belle si sono addormentate / va' e dormi con loro...).
Il giovane ingegnere non s'era mai creduto particolarmente sensibile
alla poesia, però questa volta si sentì profondamente penetrato.
Rimase immobile presso la finestra, frenando il suo impulso,
ascoltando e, diciamo meglio, bevendo quelle dolci parole.
La canzone s'interruppe. Miss Watkins distribuiva il becchime agli
struzzi, ed era divertente vederli allungare il collo grosso e beccare
senza grazia sulla piccola mano che li stuzzicava. Poi, finita la
distribuzione, ella ritornò, sempre cantando:
It is the last rose of summer,
Left blooming alone...
Oh, who would inhabit
This black world alone?...
(E' l'ultima rosa dell'estate, / lasciata a fiorire sola... / Oh, chi
abiterebbe soletto / questo mondo tenebroso?...).
Cipriano stava ritto in piedi, inchiodato sul posto, con gli occhi
umidi e la favella ammutolita dal fascino.
La voce si perdeva in lontananza; Alice ritornava alla fattoria; era
appena a venti metri, quando un rumore di passi frettolosi la fece
trasalire, ed ella si fermò all'istante.
Cipriano, per un impulso incontrollato ed irresistibile, era uscito da
casa, a capo scoperto, e correva appresso a lei.
- Signorina Alice!...
- Signor Méré?...
Erano l'uno di fronte all'altra, contro il sole che sorgeva, sul
sentiero che fiancheggia la fattoria. Le loro ombre si disegnavano
nette contro lo steccato di legno bianco, nel paesaggio brullo.
Cipriano, ora che aveva raggiunto la fanciulla, sembrava stupito del
suo gesto e taceva, indeciso.
- Volete dirmi qualcosa, signor Méré? - domandò lei sorpresa.
- Vengo a salutarvi, signorina Alice!... Parto oggi stesso!... rispose
egli con voce assai poco sicura.
Il leggero incarnato che abbelliva il colorito delicato di Miss
Watkins era improvvisamente scomparso.
- Partire?... Volete partire?... per dove? - domandò ella molto
turbata.
- Per il mio paese... per la Francia - rispose Cipriano. - I miei
lavori qui sono finiti... La mia missione è al termine... Non ho più
nulla da fare nel Griqualand, e devo tornare a Parigi...
E dicendo questo, con parole interrotte, egli aveva l'espressione d'un
colpevole che si scusa.
- Ah!... Sì!... E' vero!... Doveva capitare!... - balbettava Alice,
non sapendo bene cosa diceva.
La fanciulla era stordita dallo stupore. Questa notizia la coglieva di
sorpresa, come una mazzata. Subito, grosse lacrime gonfiarono i suoi
occhi e brillarono sulle ciglia socchiuse. Tuttavia, come se questo
improvviso dispiacere l'avesse posta di fronte alla realtà, ella
ritrovò ancora la forza per sorridere.
- Partire?... - ripeté. - Ebbene, volete dunque lasciare così la
vostra allieva devota, senza che abbia terminato il suo corso di
chimica?... Questo mi dispiace, signore!
Ella cercava di essere disinvolta e di scherzare, ma il tono della sua
voce smentiva le sue parole. C'era, sotto questo fare scherzoso, un
rimprovero accorato, che andò diritto al cuore del giovane. Gli diceva
in parole povere:
«E allora io?... Non tenete dunque conto di me?... Voi mi respingete
semplicemente nel nulla!... Sareste venuto qui per apparirmi solo, tra
quei Boeri e questi avidi minatori, come un essere superiore e
privilegiato, studioso, fiero, disinteressato, eccezionale!... Mi
avreste associata ai vostri studi e ai vostri lavori!... Mi avreste
aperto il vostro cuore e fatto condividere le vostre grandi ambizioni,
le vostre preferenze letterarie, i vostri gusti artistici!... Mi
avreste fatto vedere la distanza che corre tra un pensatore come voi e
i bimani che mi circondano!... Avreste fatto di tutto per farvi
ammirare e amare!...
Vi sareste riuscito!... Poi, verreste a dirmi, di punto in bianco, che
ve ne ritornate a Parigi e ben presto vi dimenticherete di me!... E
voi credete che io prenderò con filosofia questa conclusione?».
Sì, c'era tutto questo nelle parole di Alice, e i suoi occhi umidi lo
lasciavano capire così bene, che Cipriano fu sul punto di rispondere a
questo rimprovero inespresso ma eloquente. Ci mancò poco che non
gridasse:
«Devo andarmene!... Ieri ho domandato a vostro padre che mi concedesse
di avervi come sposa!... Ha rifiutato senza lasciarmi alcuna
speranza!... Capite ora perché parto?».
Il ricordo della promessa lo trattenne in tempo. S'era impegnato a non
parlare mai alla figlia di John Watkins del sogno che egli aveva
formulato, e si sarebbe giudicato spregevole se non avesse mantenuto
la parola.
Ma, nello stesso tempo, egli sentiva quanto quel progetto di partenza
precipitosa, così improvvisamente decisa sotto l'impressione dello
smacco, era brutale, quasi selvaggio. Gli sembrava impossibile
abbandonare così, senza preparazione, senza proroga, quella
incantevole ragazza che egli amava, e che lo ricambiava - era fin
troppo evidente - con un affetto tanto sincero e profondo!
Questa risoluzione, che due ore prima s'era impossessata di lui con il
carattere della necessità più imperiosa, ora lo faceva inorridire. Non
osava neppure più pensarvi.
Tutt'a un tratto egli la rigettò.
- Se parlo di partire, signorina Alice - disse, - non è per questa
mattina... neppure per oggi, penso!... Ho ancora da prendere degli
appunti... da completare i preparativi!... In ogni caso, avrò l'onore
di rivedervi e di parlare con voi... circa il vostro programma di
studi!
Detto questo, voltando bruscamente le spalle, Cipriano fuggì, come un
pazzo; ritornò in casa, si accasciò sulla seggiola di legno, e
cominciò a riflettere profondamente.
Il corso dei suoi pensieri era cambiato.
«Rinunciare a tanta grazia, per mancanza d'un po' di danaro! pensava.
- Abbandonare il campo al primo ostacolo! E m'immagino d'essere
coraggioso? Non sarebbe meglio sacrificare qualche pregiudizio e
tentare di rendermi degno di lei?... Tanti fanno fortuna in pochi mesi
cercando diamanti! Perché non potrei fare lo stesso anch'io? Chi
m'impedisce di dissotterrare una pietra da cento carati, come è
capitato ad altri, o meglio, di scoprire un nuovo giacimento? Io ho
certamente conoscenze tecniche e pratiche superiori alla maggior parte
di questi uomini! Perché la scienza non darebbe a me ciò che il
lavoro, assistito da un po' di fortuna, ha dato a loro?... Dopo tutto,
non rischio molto a tentare!... Anche dal punto di vista della mia
missione, può non essermi inutile metter mano al piccone e provare il
mestiere del minatore!... E, se riesco, se divento ricco con questo
sistema primitivo, chissà che John Watkins non si lascerà convincere e
non ritornerà sulla sua prima decisione? Il premio è tale che vale la
pena di tentare l'avventura!...».
Cipriano cominciò a camminare avanti e indietro nel suo laboratorio;
ma, questa volta, le sue mani restavano inoperose, mentre lavorava
solo la sua mente.
Di colpo egli si fermò, prese il cappello e uscì.
Dopo aver preso il sentiero che scendeva verso la pianura, si diresse
di buon passo verso il Vandergaart Kopje.
Vi arrivò in men di un'ora.
Nello stesso momento, i minatori rientravano in massa all'accampamento
per il pranzo. Cipriano, passando in rivista tutti quei volti
abbronzati, si domandava a chi si sarebbe rivolto per avere le
informazioni che gli erano necessarie, quando riconobbe in un gruppo
la faccia leale di Thomas Steel, il minatore venuto dal Lancashire.
Aveva avuto l'occasione di incontrarlo già altre due o tre volte, dopo
ch'erano arrivati insieme nel Griqualand, e di accorgersi che il bravo
giovane faceva progressi a vista d'occhio, come dimostravano
sufficientemente il suo aspetto florido, i suoi abiti nuovi fiammanti,
e soprattutto la larga cintura che portava ai fianchi.
Cipriano si decise ad avvicinarlo e a metterlo al corrente dei suoi
progetti; bastarono poche parole.
- Affittare un "claim"? Niente di più facile, se avete danaro! gli
rispose il minatore. - Ce n'è uno precisamente accanto al mio!
Quattrocento sterline, ed è vostro! Con cinque o sei Negri, che lo
sfrutteranno per conto vostro, siete sicuro di guadagnarvi almeno
sette o ottocento franchi di diamanti alla settimana!
- Ma io non ho quattrocento sterline, e non posso disporre di nessun
Negro! - disse Cipriano.
- Ebbene, acquistate solo una parte di "claim", un ottavo oppure un
sedicesimo, e lavoratelo da solo! Basterà un migliaio di franchi per
questo acquisto!
- Sarebbe più accessibile alle mie possibilità - rispose l'ingegnere.
- Ma voi, signor Steel, se non sono troppo curioso, come avete fatto?
Siete dunque venuto qui con un capitale?
- Son arrivato con le mie braccia e con tre monetine d'oro in tasca -
rispose l'altro. - Ma ho avuto fortuna. Dapprima ho lavorato su un
ottavo, spartendo con un proprietario che preferiva starsene al caffè
invece di occuparsi dei suoi affari. Eravamo d'accordo di spartire i
frutti, e mi è andata bene, specialmente con una pietra di cinque
carati che abbiamo venduto per duecento sterline! Allora mi sono
stufato di lavorare per quel fannullone e ho comperato un sedicesimo,
che ho sfruttato da solo. Siccome non raccoglievo che piccole pietre,
me ne sono disfatto dieci giorni fa. Ho lavorato di nuovo in società
con un Australiano, nel suo "claim", ma non abbiamo ricavato che
cinque sterline fra tutti e due nella prima settimana.
- Se trovassi da acquistare una buona parte di "claim", non troppo
caro, sareste disposto a diventare mio socio per lo sfruttamento? -
domandò l'ingegnere.
- Subito - rispose Thomas Steel, - a una condizione però: che ognuno
tenga per sé quanto troverà! Non che non mi fidi di voi, signor Méré!
Ma vedete, da quando sono qui, mi sono accorto che ci perdo quasi
sempre lavorando a spartire, perché col piccone e la zappa so il fatto
mio, e faccio due o tre volte più lavoro degli altri!
- Questo mi sembra giusto - rispose Cipriano.
- Ah! - esclamò d'improvviso il minatore del Lancashire
interrompendosi. - Un'idea, e forse quella buona!... Se prendessimo,
fra tutti e due, uno dei "claims" di John Watkins?
- Come, uno dei suoi "claims"? Non è tutto suo il terreno del "kopje"?
- Certamente, signor Méré, ma voi sapete che il governo coloniale
s'intromette appena si è scoperto un giacimento di diamanti. Esso lo
amministra, lo iscrive al catasto e spezzetta i "claims", prendendosi
la maggior parte del prezzo di cessione e pagando al proprietario
nient'altro che un canone fisso. A dire il vero, il canone,
trattandosi di un "kopje" grande come questo, costituisce ancora una
rendita molto buona e, d'altra parte, il proprietario ha sempre
interesse per il riscatto del maggior numero di "claims" che può far
lavorare. E' precisamente il caso di John Watkins. Egli ne ha molti in
sfruttamento, oltre la proprietà assoluta di tutta la miniera. Ma non
può sfruttarli bene quanto vorrebbe, perché la gotta gl'impedisce di
assistere ai lavori, e penso che vi farebbe buone condizioni, se gli
proponeste di prenderne uno.
- Preferirei che la contrattazione si facesse tra lui e voi rispose
Cipriano.
- Questo non importa - replicò Thomas Steel. - Possiamo subito
toglierci questo peso!
Tre ore dopo, la metà del "claim" numero 942, debitamente segnato con
picchetti e determinato sulla mappa, era affittato in piena regola ai
signori Méré e Thomas Steel, dietro pagamento d'un primo acconto di
novanta sterline, e versamento nelle mani dell'esattore dei diritti di
licenza. Inoltre, era specificamente stipulato nel contratto che i
concessionari dividerebbero con John Watkins i prodotti dello
sfruttamento e gli darebbero a titolo di "Royalty" i tre primi
diamanti superiori ai dieci carati, che da loro venissero trovati.
Niente assicurava che si presentasse questa eventualità, ma insomma
era possibile: tutto è possibile.
Tutto sommato, l'affare era considerato come eccezionalmente buono per
Cipriano, e il signor Watkins glielo dichiarò con la sua franchezza
abituale, bevendo con lui, dopo la firma del contratto.
- Avete preso una buona decisione, caro ragazzo! - gli disse
battendogli la mano sulla spalla. - C'è della stoffa in voi! Non mi
meraviglierei se diventaste uno dei migliori minatori del Griqualand.
Cipriano credette di vedere in queste parole un felice presagio per
l'avvenire.
E Miss Watkins, che era presente al colloquio, aveva un raggio di luce
così vivo nei suoi occhi celesti! No. Non si sarebbe creduto che ella
avesse passato la mattinata versando lacrime.
Per un tacito accordo, fu evitata, come era giusto, ogni spiegazione
sulla scena del mattino. Cipriano ormai restava, era ormai certo, e
questo era l'essenziale.
Il giovane ingegnere partì dunque col cuore sollevato, per fare i
preparativi di trasferimento, portandosi dietro soltanto poco
vestiario in una valigia leggera, perché contava di stabilirsi sotto
la tenda al Vandergaart Kopje, e di non ritornare alla fattoria se non
per passarvi i momenti di riposo.
5. PRIMO SFRUTTAMENTO.
Fin dal mattino seguente, i due soci si misero al lavoro. Il loro
"claim" era situato al margine del "kopje" e doveva essere ricco, se
la teoria di Cipriano Méré era fondata. Sfortunatamente, questo
"claim" era già stato ampiamente sfruttato e si sprofondava nelle
viscere della terra fino ad una profondità di cinquanta e più metri.
Tuttavia, sotto un certo aspetto, questo era un vantaggio, perché,
trovandosi a un livello più basso dei "claims" vicini, beneficiava,
secondo la legge del paese, di tutte le terre e per conseguenza di
tutti i diamanti che vi fossero caduti dalle pareti circostanti.
Il lavoro era semplice. I due soci cominciavano a scavare col piccone
e la zappa, con molta regolarità, una certa quantità di terra. Fatto
questo, uno di loro risaliva sul bordo della miniera e tirava su, per
mezzo del cavo di ferro, le secchie di terra che gli venivano
agganciate dal basso.
La terra veniva allora trasportata con la carretta alla capanna di
Thomas Steel. Qui, dopo averla distesa con grossi bastoni, ripulita da
ciottoli senza valore, la setacciavano con un crivello dalle maglie di
quindici millimetri di lato per separarne le pietre più piccole, che
esaminavano attentamente prima di gettarle nello scarto. Infine, la
terra veniva setacciata con un crivello molto fine, per levarne la
polvere, e si trovava così pronta per la cernita.
La versavano quindi su una tavola, davanti alla quale essi si
sedevano, armati d'una specie di raschietto fatto con un pezzo di
latta, la esaminavano con la massima cura, una manata dopo l'altra, e
la buttavano sotto la tavola, da dove era trasportata all'esterno e
abbandonata, quando era finito l'esame.
Tutte queste operazioni avevano per scopo di identificare, se ce
n'era, qualche diamante, talvolta grosso appena quanto una mezza
lenticchia. E i due soci si stimavano molto fortunati, se la giornata
non passava senza che ne avessero trovato almeno uno. Ci mettevano
molto entusiasmo in questo lavoro, e vagliavano minuziosamente la
terra del "claim"; ma, purtroppo, durante i primi giorni, i risultati
furono pressoché nulli.
Cipriano, soprattutto, sembrava nutrire poche speranze. Se c'era un
piccolo diamante nella terra, era quasi sempre Thomas Steel che lo
scopriva. Il primo che ebbe la soddisfazione di scoprire, non pesava
un sesto di carato, compresa la ganga.
Il carato corrisponde al peso di quattro grani, cioè press'a poco la
quinta parte d'un grammo (1). Un diamante di prima acqua, cioè molto
puro, limpido e incolore, una volta tagliato, vale circa
duecentocinquanta franchi, se pesa un carato. Ma se i diamanti più
piccoli hanno un valore proporzionalmente molto basso, il valore dei
più grossi cresce a dismisura. Si calcola, in generale, che il valore
commerciale di una pietra di bella acqua è uguale al quadrato del suo
peso, espresso in carati, moltiplicato per il prezzo corrente del
carato. Supponendo, per esempio, che il prezzo del carato sia di 250
franchi, una pietra di dieci carati, della stessa qualità, varrà cento
volte di più, cioè 25000 franchi.
Ma le pietre da dieci carati, e anche da un carato, sono molto rare. E
precisamente per questo che sono così care. E, d'altra parte, i
diamanti del Griqualand sono quasi tutti colorati di giallo, e questo
diminuisce notevolmente il loro valore di gioielleria.
La scoperta d'una pietra del peso di un sesto di carato, dopo sette o
otto giorni di lavoro, era dunque un ben magro compenso a tutte le
preoccupazioni e le fatiche che era costata. Sarebbe stato meglio, a
questo prezzo, coltivare la terra, pascolare il bestiame e spaccare
pietre per il selciato. Cipriano se lo ripeteva dentro di sé.
Tuttavia, la speranza di trovare un bel diamante, che ricompensasse in
una sola volta il lavoro di parecchie settimane o anche di parecchi
mesi, lo sosteneva, come sosteneva tutti i minatori, anche se meno
coraggiosi. Thomas Steel, invece, lavorava come una macchina, senza
pensarci, almeno in apparenza, per la forza d'una rapidità acquisita.
I due soci prendevano il pasto di mezzogiorno ordinariamente assieme,
si accontentavano di panini e birra che compravano allo spaccio
all'aria aperta, ma cenavano a una delle numerose tavole dell'albergo,
alle quali partecipava la clientela dell'accampamento. Alla sera, dopo
essersi separati per andare ognuno per conto proprio Thomas Steel
entrava in qualche sala di biliardo, mentre Cipriano tornava per
un'ora o due alla fattoria.
Il giovane ingegnere aveva spesso il dispiacere d'incontrarvi il suo
rivale, James Hilton, un giovanotto robusto dai capelli rossi, pelle
bianca, faccia picchiettata da quelle macchioline chiamate efelidi Che
questo rivale facesse evidenti e rapidi progressi nei favori di John
Watkins, bevendo più gin di lui e fumando più di lui il tabacco di
Amburgo, non c'era dubbio.
Alice, questo è vero, dimostrava la più perfetta repulsione per i
corteggiamenti contadineschi e la conversazione poco elevata del
giovane Hilton. Ma la sua presenza era altrettanto insopportabile a
Cipriano. Così egli, incapace talvolta di sopportarla e non riuscendo
a padroneggiarsi, salutava la compagnia e se ne andava
- Il "Frenchman" non è contento! - diceva allora John Watkins
strizzando l'occhio al suo compare. - Sembra che i diamanti non
corrano da soli sotto la sua zappa!
E James Hilton rideva nel modo più idiota possibile.
Il più delle volte, in quel tempo, Cipriano andava a passare la serata
a casa di un vecchio e simpatico Boero, che abitava proprio vicino
all'accampamento e si chiamava Jacobus Wandergaart.
Era da lui che prendeva nome il "kopje", di cui in passato aveva
occupato il suolo, all'inizio della concessione. Inoltre, a prestargli
fede, egli ne era stato espropriato con una vera ingiustizia a favore
di John Watkins. Ora, completamente rovinato, viveva in una vecchia
capanna di terra, esercitando il mestiere di tagliatore di diamanti,
che un tempo aveva esercitato ad Amsterdam, sua città natale.
Infatti, capitava spesso che i minatori, desiderosi di conoscere il
peso esatto che avrebbero avuto le loro pietre una volta tagliate,
gliele portavano, sia per sfaldarle, sia per compiervi operazioni più
delicate. Ma questo lavoro richiedeva mano sicura e vista buona, e il
vecchio Jacobus Vandergaart, eccellente operaio ai suoi tempi, aveva
ora molta difficoltà ad eseguire questi lavori.
Cipriano, che gli aveva fatto montare su un anello il suo primo
diamante, gli si era affezionato. Gli piaceva venire a sedersi nel suo
modesto laboratorio, per fare quattro chiacchiere o semplicemente per
tenergli compagnia, mentre lavorava al suo banco di lapidario. Jacobus
Vandergaart, dalla barba bianca, la fronte calva, coperto d'una
papalina di velluto nero, il naso lungo sormontato da un paio di
occhiali rotondi, aveva l'aria d'un perfetto alchimista del
quindicesimo secolo, circondato da arnesi bizzarri e flaconi di acidi.
In una ciotola di legno, sul banco collocato davanti alla finestra, si
trovavano i diamanti grezzi che i minatori avevano affidato a Jacobus
Vandergaart, e il cui valore era talvolta considerevole. Volendo
sfaldarne uno la cui cristallizzazione non gli sembrava perfetta,
cominciava con l'accertare, per mezzo di una lente, la direzione delle
venature che dividono tutti i cristalli in falde a facce parallele;
poi, servendosi d'un diamante già sfaldato, praticava una incisione
nel senso voluto, introduceva una piccola lama d'acciaio in questa
incisione, e picchiava un colpo secco.
Il diamante risultava sfaldato su una faccia, e l'operazione si
ripeteva allora sulle altre.
Se al contrario Jacobus Vandergaart voleva «tagliare» la pietra, o più
precisamente ridurla a una forma determinata, dapprima stabiliva la
forma che voleva darle, disegnandone con il gesso, sulla ganga, le
faccette da ottenere. Poi applicava successivamente ciascuna faccia a
contatto con un secondo diamante, e sottoponeva i due diamanti a uno
sfregamento prolungato. Le due pietre si levigavano a vicenda, e le
faccette si formavano a poco a poco.
Jacobus Vandergaart riusciva così a dare alla gemma una di quelle
forme che sono fissate dall'uso corrente, e che rientrano tutte in
queste tre grandi divisioni: il «brillante doppio», il «brillante
semplice» e la «rosetta».
Il brillante doppio si compone di sessantaquattro faccette, di una
superficie e d'una base.
Il brillante semplice ha la figura della metà d'un brillante doppio.
La rosetta ha la base e la superficie convessa a forma di due cupole a
faccette.
Solo eccezionalmente, Jacobus Vandergaart aveva avuto occasione di
tagliare una «briolette», cioè un diamante che, non avendo né
superficie né base, presenta la forma d'una piccola pera. In India si
pratica un foro alle "briolettes" nel senso dell'asse più lungo, per
passarvi un filo.
I «ciondoli», che il vecchio lapidario aveva più spesso occasione di
tagliare, hanno la forma di mezze pere con superficie e base
sfaccettate sulla parte anteriore.
Una volta tagliato il diamante, restava ancora da lucidarlo perché il
lavoro fosse compiuto. Questa operazione si effettuava servendosi d
una mola, di circa ventotto centimetri di diametro, montata
orizzontalmente sulla tavola e che girava su un perno azionato da una
grande ruota e da una manovella, compiendo due o tremila giri al
minuto. Contro questo disco bagnato d'olio e spalmato di polvere di
diamante ottenuta dai tagli precedenti, Jacobus Vandergaart accostava,
una dopo l'altra, le faccette della pietra, finché avessero raggiunto
la perfetta lucentezza. Chi girava la manovella, era a volte un
ragazzo assunto a giornata, quando era necessario, altre volte un
amico come Cipriano, il quale si prestava a rendergli questo servizio
in cambio di quelli ricevuti.
Lavorando, essi parlavano. E spesso Jacobus Vandergaart, sollevando
gli occhiali sulla fronte, interrompeva improvvisamente il lavoro per
raccontare qualche storia dei tempi passati. Infatti, egli conosceva
tutto dell'Africa australe, dove abitava da oltre quarant'anni. E ciò
che rendeva piacevole la sua conversazione, consisteva precisamente
nel fatto che essa rispecchiava la tradizione del paese, una
tradizione ancora recente e viva.
Anzitutto, il vecchio lapidario era inesauribile in fatto di lamentele
patriottiche e personali. Gli Inglesi erano, a suo parere, i più
abominevoli pirati che la terra avesse mai prodotto. Dobbiamo tuttavia
lasciargli la responsabilità delle proprie opinioni, anche se un
tantino esagerate, e forse anche perdonargliele.
- Nessuna meraviglia - ripeteva volentieri - se gli Stati Uniti
d'America si sono dichiarati indipendenti, e se l'India e l'Australia
lo faranno ben presto! Nessun popolo sarebbe disposto a tollerare una
tirannia del genere!... Ah! signor Méré, se il mondo conoscesse tutte
le ingiustizie che questi inglesi, così orgogliosi delle loro ghinee e
della loro potenza navale, hanno seminato sul globo terrestre, non vi
sarebbe nessun insulto nel linguaggio umano che non venisse loro
gettato in faccia!
Cipriano, senza approvare né disapprovare, ascoltava in silenzio.
- Volete che vi racconti cosa mi hanno combinato proprio a me che vi
parlo? - riprendeva Jacobus Vandergaart animandosi. State a sentire, e
mi direte se è possibile avere due opinioni su tutto questo!
E quando Cipriano lo aveva assicurato che niente gli farebbe maggior
piacere, il brav'uomo tornava a raccontare.
- Sono nato ad Amsterdam nel 1806, durante un viaggio che i miei
genitori vi avevano compiuto. Più tardi, vi sono ritornato per
imparare il mestiere, ma tutta la mia fanciullezza l'ho passata al
Capo, dove la mia famiglia era emigrata da una cinquantina d'anni. Noi
eravamo Olandesi e molto fieri di esserlo, quando la Gran Bretagna
s'impossessò della colonia, a titolo provvisorio, si diceva! Ma John
Bull (2) non molla ciò che una volta ha preso e, nel 1815, dall'Europa
riunita in congresso, fu solennemente dichiarato che eravamo sudditi
del Regno Unito!
«Ma io mi chiedo perché l'Europa s'immischiava degli affari del le
provincie africane!
«Sudditi inglesi! ma noi non volevamo esserlo, signor Méré! Allora,
pensando che l'Africa era abbastanza grande per offrirci una patria
che fosse nostra, completamente nostra, abbandonammo la colonia del
Capo per inoltrarci nelle terre ancora inesplorate che limitavano la
regione verso nord. Ci chiamavano «Boeri», cioè contadini, oppure
«Voortrekkers», cioè pionieri.
«Avevamo appena dissodato quei nuovi territori, ci eravamo appena
creata, con grande lavoro, una esistenza indipendente, che il governo
britannico li reclamò come sua proprietà, sempre sotto il pretesto che
noi eravamo sudditi inglesi!
«Allora cominciò un altro esodo. Eravamo nel 1838. Di nuovo emigrammo
in massa. Dopo aver caricato su carri, tirati da buoi, le nostre
masserizie, gli arnesi da lavoro e i prodotti, ci inoltrammo ancor di
più nel deserto.
«A quell'epoca, il territorio nel Natal era quasi completamente
spopolato. Un conquistatore sanguinario, chiamato Ciaka, vero Attila
negro della razza degli Zulù, vi aveva sterminato più di un milione di
esseri umani, tra il 1812 e il 1828. Il suo successore Dingaan vi
regnava ancora col terrore. Questo re selvaggio ci autorizzò a
stabilirci nel paese, dove sorgono oggi le città di Durban e di Port
Natal.
«Ma l'astuto Dingaan ci aveva dato questa autorizzazione con il
secondo fine di attaccarci, quando il nostro Stato fosse diventato un
buon boccone! Così, ci armammo tutti per la resistenza, e fu soltanto
a prezzo di sforzi inauditi e, posso dirlo, con prodigi di valore, in
più di cento combattimenti, nei quali le nostre donne e i nostri
ragazzi combattevano al nostro fianco, che riuscimmo a rimanere in
possesso di quelle terre, bagnate dal nostro sudore e dal nostro
sangue.
«Avevamo appena trionfato definitivamente sul despota negro e
distrutto la sua potenza, che il governo del Capo mandò una colonna
britannica con l'incarico di occupare il territorio del Natal, in nome
di Sua Maestà la Regina d'Inghilterra!... Come vedete, noi eravamo
sempre sudditi inglesi! Questo avveniva nel 1842.
«Altri emigranti, nostri compatrioti, avevano anch'essi conquistato il
Transvaal e annientato il potere del tiranno Moselekatze sul fiume
Orange. Anch'essi si videro confiscare, con un semplice ordine del
giorno, la nuova patria che avevano pagato con tante sofferenze!
«Tralascio i particolari. Questa lotta durò venti anni. Noi andavamo
sempre più lontano, e sempre la Gran Bretagna allungava su di noi la
sua mano rapace, come su altrettanti servi della gleba, che restavano
suoi anche dopo averla abbandonata!
«Infine, dopo molte pene e lotte sanguinose, riuscimmo a far
riconoscere la nostra indipendenza nello stato libero di Orange. Un
proclama regio, firmato dalla regina Vittoria in data 8 aprile 1854,
ci garantiva il libero possesso delle nostre terre e il diritto di
darci un governo autonomo. Ci costituimmo definitivamente in
Repubblica, e si può dire che il nostro Stato, fondato sul rispetto
scrupoloso della legge, sulla libera iniziativa individuale e
sull'istruzione impartita con abbondanza in tutte le classi, potrebbe
ancora servire di modello a molte nazioni, che si credono più civili
di un piccolo Stato dell'Africa australe!
«Il Griqualand ne faceva parte. Allora io mi stabilii come fattore in
questa casa dove ci troviamo ora, con la mia povera moglie e i due
figli! Fu allora che io piantai il mio "kraal" o parco per il bestiame
sul luogo stesso della miniera dove voi lavorate! Dieci anni dopo,
John Watkins arrivò nel paese e vi costruì la prima capanna. Allora
non si sapeva che c'erano i diamanti sotto questa terra e, per conto
mio avevo avuto così poche occasioni in trent'anni di praticare il mio
vecchio mestiere, che appena mi ricordavo dell'esistenza delle pietre
preziose!
«D'un tratto, verso il 1867, si sparse la voce che le nostre terre
erano diamantifere. Un Boero delle rive del Hart aveva trovato de
diamanti perfino negli escrementi dei suoi struzzi, perfino nei muri
d'argilla della sua fattoria (3).
«Subito il governo inglese, fedele al suo sistema di appropriazione,
in barba a tutti i trattati e a tutti i diritti, dichiarò il
Grigualand sua proprietà.
«Invano la nostra Repubblica protestò!... Invano offrì di sottoporre
la divergenza all'arbitrato d'un capo di Stato europeo!...
L'Inghilterra rifiutò l'arbitrato e occupò il nostro territorio.
«Abbiamo ancora sperato che i nostri iniqui padroni avrebbero
rispettato almeno i diritti privati! Per parte mia, rimasto vedovo
senza figli in seguito alla terribile epidemia del 1870, non mi
sentivo più il coraggio d'andarmi a cercare un'altra patria, di
rifarmi un nuovo focolare, il sesto o settimo della mia lunga vita!
Rimasi dunque nel Griqualand. Quasi io solo, nel paese, restavo
estraneo a quella febbre del diamante che ossessionava tutti, e
continuavo a coltivar il mio orto, come se il giacimento di "Du Toit's
Pan" non fosse stato scoperto a un tiro di schioppo da casa mia!
«Ora, quale non fu un giorno il mio stupore, quando constatai che il
muretto del mio "kraal", costruito con pietre a secco secondo
l'usanza, era stato demolito durante la notte e trasportato trecento
metri più lontano, in mezzo alla pianura. Al posto del mio, John
Watkins, aiutato da un centinaio di Cafri, ne aveva costruito un altro
che si congiungeva con il suo e che racchiudeva nella sua proprietà
una collinetta di terra sabbiosa e rossastra, fino a quel momento mia
proprietà incontrastata.
«Feci le mie rimostranze all'usurpatore... Per tutta risposta quello
mi rise in faccia! Minacciai di denunciarlo... Egli mi sfidò a farlo!
«Tre giorni dopo, ebbi la spiegazione dell'enigma. Quella collinetta
di terra, che mi apparteneva, era una miniera di diamanti. John
Watkins, dopo essersene accertato, s'era affrettato ad effettuare il
trasloco del mio recinto; poi era corso a Kimberley, a far registrare
ufficialmente la miniera a nome suo.
«Richiesi un processo... Non riuscirete mai a comprendere, signor
Méré, quanto costi un processo in un territorio inglese!... Ho perduto
ad uno ad uno i miei buoi, i cavalli, le pecore!... Ho venduto fino
all'ultima suppellettile, fino all'ultimo straccio, per saziare quelle
sanguisughe umane chiamate "solicitors", "attorneys", "sherifs" (4),
uscieri!... In breve, dopo un anno di andirivieni, di attese, di
speranze sempre deluse, di ansietà e di rivolte, la questione della
proprietà fu definitivamente chiusa in appello, senza possibilità di
ricorso in cassazione...
«Ho perduto il processo e, per di più, ero rovinato. Una sentenza in
piena regola dichiarava infondate le mie pretese, respingeva la mia
istanza e diceva che era impossibile al tribunale riconoscere con
chiarezza il diritto rispettivo delle parti, ma che era necessario per
il futuro determinare un confine in maniera invariabile. Così, la
linea che divideva le due proprietà fu retrocessa al venticinquesimo
grado di longitudine est dal meridiano di Greenwich. Il terreno
situato a occidente di questo meridiano restava assegnato a John
Watkins, e il terreno situato a oriente assegnato a Jacobus
Vandergaart.
«Ciò che sembra aver suggerito ai giudici questa originale decisione,
era che di fatto il venticinquesimo grado di longitudine passa sui
piani del distretto, attraverso il territorio che era stato occupato
dal mio "kraal".
«Purtroppo, la miniera era a occidente! Diventò dunque automaticamente
di John Watkins!
«Tuttavia, l'opinione che il paese ha conservato di questa iniqua
sentenza, come per segnarla con marchio indelebile, è espressa nel
fatto che si continua a dare alla miniera il nome di Vandergaart
Kopje!
«Ebbene, signor Méré, non ho forse un po' di ragione di dire che gli
Inglesi son furfanti?» disse il vecchio Boero a conclusione della sua
troppo vera storia.
NOTE.
NOTA 1: Esattamente grammi 0,2052.
NOTA 2: John Bull (letteralmente Giovanni Toro) è il soprannome dato
al popolo inglese da quando, nel 1712 John Arbthnot scrisse contro il
duca di Marlborough la "History of John Bull", personificando appunto
in John Bull il popolo inglese. John Bull ha caratteristiche ben
definite: grosso e tondo, rosso di viso e di pelo, con un basso
cilindro in capo, lavoratore, gran mangiatore, allegro e nello stesso
tempo cocciuto, anche troppo conscio di sé e litigioso (N.d.T.).
NOTA 3: Questo Boero si chiamava Jacobs. Un certo Niekirk, mercante
olandese che viaggiava da queste parti in compagnia d'un cacciatore di
struzzi di nome O'Reilly, riconobbe nelle mani dei bambini del Boero
un diamante, col quale si trastullavano, e ch'egli acquistò per pochi
soldi e vendette per dodicimilacinquecento franchi a Sir Philip
Woodehouse, governatore del Capo. Questa pietra, immediatamente
tagliata e spedita Parigi, figurò all'esposizione universale del Campo
di Marte, nel 1867. Da quel tempo è stato annualmente estratto dal
suolo del Griqualand un valore di quaranta milioni di diamanti. Una
circostanza molto curiosa è che i giacimenti diamantiferi, in questo
paese, erano già conosciuti in precedenza e poi dimenticati. Le
vecchie carte del quindicesimo secolo recano in questo punto la
dicitura: «Here Diamonds»: Qui ci sono diamanti (N.d.a.).
NOTA 4: Avvocati, procuratori, sceriffi.
i aprirono, egli
lasciò la presa, cadde come un sasso e si sfracellò al suolo.
La rete, liberata da quel peso, compì un altro balzo in aria, e
ricadde qualche miglio più lontano, mentre i gipeti riguadagnavano le
alte zone dello spazio.
Quando Cipriano accorse per recargli aiuto, il suo nemico era morto...
morto in quelle condizioni orribili!
Ora restava egli solo dei quattro rivali che s'erano lanciati
all'inseguimento, per raggiungere lo stesso scopo attraverso le
pianure del Transvaal.
NOTE.
NOTA 1: Corsa con ostacoli.
18. LO STRUZZO PARLANTE.
Cipriano e Li, dopo questa spaventosa sciagura, ebbero un solo
pensiero: fuggire dal luogo dove s'era compiuta.
Decisero dunque di costeggiare la macchia verso il nord, marciarono
più di un'ora e arrivarono al letto d'un torrente quasi asciutto che,
aprendo una breccia nell'ammasso di lentisco e di fichi d'India,
permetteva di aggirarlo.
Qui li attendeva una nuova sorpresa. Quel torrente sfociava in un lago
abbastanza grande, sulla sponda del quale cresceva una cornice di
vegetazione lussureggiante, che fino a quel momento l'aveva occultato
alla loro vista.
Cipriano avrebbe preferito ritornare sui suoi passi costeggiando la
sponda del lago; ma la riva era a tratti così scoscesa, che subito
egli rinunciò a quel progetto. D'altra parte, ritornando indietro per
la strada già percorsa, egli avrebbe perduto ogni speranza di
ritrovare Matakìt.
Tuttavia, sulla riva opposta del lago, s'elevavano delle colline, che
si collegavano per mezzo di una serie di ondulazioni a una catena di
montagne assai alte. Cipriano pensò che, arrivando sul crinale,
avrebbe avuto più probabilità di abbracciare un panorama completo e,
per conseguenza, di fissare un piano.
Cipriano e Li si rimisero dunque in marcia con l'intento di
costeggiare il lago. La mancanza di sentieri rendeva questa operazione
molto difficile, soprattutto perché talvolta essi dovevano tirare le
due giraffe per la cavezza. Perciò impiegarono più di tre ore a
percorrere una distanza di sette o otto chilometri in linea d'aria.
Quando finalmente, aggirando il lago, furono arrivati press'a poco
all'altezza del punto di partenza sulla riva opposta, scendeva la
notte. Stanchi morti, decisero di far tappa in quel luogo. Ma, con le
poche provviste di cui disponevano, il bivacco non si profilava
affatto confortevole. Allora Li se ne occupò con il suo zelo abituale;
fatto questo, raggiunse il suo padrone.
- Piccolo padre - gli disse, con quella sua voce carezzevole e nello
stesso tempo incoraggiante, - vi vedo molto stanco! Le nostre
provviste sono quasi esaurite! Lasciatemi andare in cerca di qualche
villaggio, dove non mi sarà rifiutato un po' d'aiuto
- Vuoi lasciarmi, Li? - esclamò impressionato Cipriano.
- E' necessario, piccolo padre! - rispose il Cinese. - Prenderò una
giraffa, e andrò verso il nord!... La capitale di Tonaià, di cui ci ha
parlato Lopèp, non può essere tanto lontana, e farò in modo che vi
accolgano bene. Poi ritorneremo verso il Griqualand, dove non avete
più nulla da temere da quei tre miserabili, che sono morti in questa
spedizione!
Il giovane ingegnere rifletté sulla proposta del fedele Cinese. Egli
comprendeva, da una parte, che se poteva ritrovare il Cafro, era
soprattutto in questa regione dove l'aveva intravisto il giorno prima
e che era necessario non allontanarsene. D'altra parte, bisognava
rifornirsi di viveri, ormai insufficienti. Cipriano decise dunque,
sebbene con gran dispiacere, di separarsi da Li, e si restò d'accordo
ch'egli avrebbe aspettato in quel luogo per quarantotto ore. Il
Cinese, a cavallo della veloce giraffa, in quarantotto ore avrebbe
fatto molta strada attraverso la regione, e sarebbe ritornato al posto
del bivacco.
Convenuto questo, Li non volle perdere un istante. Quanto al riposo,
egli se ne preoccupava ben poco! Avrebbe saputo non dormire! Salutò
dunque il suo padrone, baciandogli la mano, prese la giraffa, Vi saltò
in groppa e scomparve nella notte.
Per la prima volta dopo la partenza da Vandergaart Kopje, Cipriano si
trovava solo in pieno deserto. Si sentiva profondamente triste e,
quando si fu avvolto nella coperta, si abbandonò ai più lugubri
pronostici. Isolato, quasi all'estremo dei viveri e delle munizioni,
come se la sarebbe passata in quel paese sconosciuto, lontano
centinaia di leghe dai paesi civili? Raggiungere Matakìt era adesso
una eventualità ben misera! Non poteva forse trovarsi a mezzo
chilometro da lui, senza averne il minimo sospetto? Decisamente,
questa spedizione era disastrosa e si era svolta all'insegna di
avvenimenti tragici! Quasi ogni cento miglia percorse, era costata la
vita di uno dei suoi membri! Ora ne restava uno solo... lui!... Era
forse destinato a finire anch'egli miseramente come gli altri?
Tali erano le tristi riflessioni di Cipriano, il quale riuscì tuttavia
a prender sonno.
La frescura del mattino e il riposo che l'aveva ristorato diedero un
corso più fiducioso ai suoi pensieri, quando si svegliò. Aspettando il
ritorno del Cinese, egli decise di salire in cima alla collina, ai
piedi della quale s'era fermato. Avrebbe così esplorato con lo sguardo
una parte più ampia del paese e forse, servendosi del binocolo,
avrebbe scorto qualche traccia di Matakìt. Ma, per fare questo, era
indispensabile separarsi dalla giraffa, perché nessun naturalista ha
mai classificato tale quadrupede nella famiglia degli scalatori.
Cipriano la sbarazzò anzitutto dalla cavezza, così ingegnosamente
fabbricata da Li; poi la legò per una gamba a un albero circondato da
erba folta e fresca, lasciandole la corda sufficientemente lunga
perché pascolasse a suo agio. Infatti, addizionando la lunghezza del
suo collo a quella della corda, il raggio d'azione della graziosa
bestia risultava davvero molto largo.
Terminati questi preparativi, Cipriano si caricò il fucile su una
spalla, la coperta sull'altra e, salutata con un'amichevole manata la
giraffa, cominciò l'ascensione della montagna.
Fu un'ascensione lunga e difficile. Passò tutto il giorno a superare
pendii scoscesi, ad aggirare rocce e picchi invalicabili, a riprendere
da est o da sud un tentativo infruttuoso compiuto da nord o da ovest.
Al calar della notte, Cipriano era ancora a mezza costa, e dovette
rimandare all'indomani il resto dell'ascensione.
Ripartì all'alba, dopo aver guardato bene ed essersi assicurato che Li
non era ancora ritornato all'accampamento, e arrivò in cima alla
montagna verso le undici.
Qui l'attendeva una crudele delusione. Il cielo s'era coperto di nubi.
Fitte nebbie fluttuavano sui fianchi inferiori. Cipriano cercò invano
di penetrare quella coltre per scandagliare con lo sguardo le vallate
vicine. Tutto il paese scompariva sotto un ammasso di vapori informi,
che non lasciavano distinguere nulla al di sotto.
Cipriano s'ostinò, attese, sperando sempre che apparisse una schiarita
a ridargli i vasti orizzonti che sperava di scrutare: tutto inutile. A
misura che le ore trascorrevano, le nubi sembravano farsi più fitte, e
quando sopraggiunse la notte, il tempo si cambiò decisamente in
pioggia.
L'ingegnere fu dunque sorpreso da quella prosaica congiuntura
meteorologica precisamente alla sommità di una distesa spoglia, senza
un albero, senza una roccia che si prestasse come rifugio. Nient'altro
che il suolo nudo e arido, e tutt'intorno la notte incombente
accompagnata da una pioggerella fine che, a poco a poco, inzuppava
tutto, coperta, vesti, e penetrava fino alle ossa.
La situazione si faceva critica, e tuttavia bisognava accettarla.
Discendere in simili condizioni sarebbe stata follia. Cipriano decise
quindi di lasciarsi bagnare fino al midollo, pensando di riasciugarsi
l'indomani, con un buon sole.
Passato il primo istante di smarrimento, Cipriano, per consolarsi
della disavventura, pensò che quella pioggia - dolce refrigerio che
ristorava l'arsura dei giorni precedenti - non aveva nulla di
sgradevole; ma la conseguenza più fastidiosa fu di obbligarlo a
consumare la cena, se non completamente cruda, completamente fredda.
Accendere il fuoco o anche un semplice fiammifero con un tempo simile,
non c'era da provarci. Si accontentò dunque di aprire una scatola di
carne di manzo e mangiarla così com'era.
Un'ora o due più tardi, intorpidito dalla freschezza della pioggia
l'ingegnere riuscì a prender sonno, con una grossa pietra per cuscino
riparato dalla coperta grondante. Si risvegliò sul far del giorno in
preda a una febbre ardente.
Comprendendo che sarebbe stato perduto, se avesse continuato a restare
sotto quella doccia - era una pioggia persistente e torrenziale, -
Cipriano fece uno sforzo, si mise in piedi e, appoggiandosi al fucile
come a un bastone, cominciò a ridiscendere la montagna.
Come arrivò in basso? Egli stesso sarebbe stato molto imbarazzato a
raccontarlo. Un po' ruzzolando sulla china bagnata, un po' lasciandosi
scivolare lungo la roccia umida, tramortito, trafelato, accecato,
scosso dalla febbre, riuscì tuttavia a continuare la strada, e arrivò
verso mezzogiorno all'accampamento dove aveva lasciato la giraffa.
L'animale era partito, senza dubbio annoiato dalla solitudine e forse
spinto dalla fame, perché l'erba era stata completamente brucata in
tutto il cerchio, di cui la corda formava il raggio. Così la bestia
aveva finito per prendersela con la corda che la teneva e, dopo averla
rosicchiata aveva ripreso la libertà.
Cipriano avrebbe sentito più doloroso questo nuovo colpo della fortuna
avversa, se fosse stato in condizioni normali; ma l'estrema
stanchezza, la prostrazione non gliene concedevano la forza.
Arrivando, non fece altro che gettarsi sullo zaino impermeabile, che
per fortuna ritrovò, cambiarsi con indumenti asciutti, poi cadere,
schiantato dalla fatica, a riparo d'un baobab che ombreggiava
l'accampamento.
Allora cominciò per lui un periodo di stravagante dormiveglia, di
febbre, di delirio, dove tutte le nozioni si confondevano, e il tempo,
lo spazio, le distanze non avevano più consistenza. Faceva pioggia o
sole, giorno o notte? Era là da dodici ore o da sessanta? Era ancora
vivo o era morto? Egli non sapeva. Sogni belli e incubi spaventosi si
succedevano senza tregua sul teatro della sua immaginazione. Parigi,
la Scuola Mineraria, il focolare paterno, la fattoria del Vandergaart
Kopje, Miss Watkins, Annibale Pantalacci, Hilton, Friedel e legioni
d'elefanti, Matakìt e voli d'uccelli, librati in un cielo sconfinato,
tutti i ricordi, tutte le sensazioni, tutte le antipatie, tutte le
tenerezze formavano un'accozzaglia nel suo cervello come in una
battaglia incoerente. A queste creazioni della febbre talvolta
s'aggiungevano impressioni esterne. Un momento particolarmente
orribile fu quando, in mezzo all'abbaiare di sciacalli, al miagolio di
gattopardi, al ringhiare di iene, il malato incosciente proseguì
faticosamente il romanzo del suo delirio e gli parve di sentire un
colpo di fucile, seguito da silenzio profondo. Poi l'infernale
concerto riprese con maggior violenza e continuò fino a giorno.
Senza dubbio, durante questo delirio, Cipriano sarebbe passato, senza
averne coscienza, dalla febbre al riposo eterno, se l'avvenimento
dall'apparenza più bizzarra, più stravagante, non si fosse introdotto
nel corso naturale delle cose.
Al mattino aveva smesso di piovere, e il sole era già abbastanza alto
sull'orizzonte. Cipriano aveva aperto gli occhi. Guardava, ma senza
curiosità, uno struzzo di alta statura che, avvicinatosi, si fermò a
due o tre passi da lui.
«Sarà lo struzzo di Matakìt?» si domandò, seguendo sempre un'idea
fissa.
Fu il trampoliere in persona che s'incaricò di rispondergli e, per di
più, in buon francese.
- Non mi sbaglio, no!... Cipriano Méré!... Mio povero camerata, che
diavolo fai da queste parti?
Uno struzzo che parla francese, uno struzzo che conosceva il suo
nome... c'era certamente di che sbalordire un'intelligenza ordinaria e
nervi saldi. Ebbene, Cipriano non fu per niente impressionato da
questo fenomeno inverosimile e lo trovò del tutto naturale. Aveva
visto ben altro in sogno, durante la notte precedente! Ciò gli parve
come una semplice conseguenza dello sconvolgimento mentale.
- Non è educato, signor struzzo! - rispose. - Chi vi autorizza a darmi
del tu?
Parlava con quel tono secco, irregolare, particolare dei
febbricitanti, che non lascia nessun dubbio sul loro stato, e di ciò
lo struzzo parve molto commosso.
- Cipriano!... amico mio!... Tu sei malato e completamente solo in
questo deserto! - gridò lo struzzo cadendo in ginocchio accanto a lui.
Era questo un fenomeno fisico tanto anormale in uno struzzo quanto il
dono della parola, perché la genuflessione è un movimento che gli è
ordinariamente impedito dalla natura. Ma Cipriano, sempre
febbricitante, persisteva a non stupirsi. Trovò anzi del tutto
naturale che lo struzzo prendesse, da sotto il sommolo dell'ala
sinistra, una borraccia di cuoio piena d'acqua fresca mista a cognac,
e gliela avvicinasse alle labbra.
La sola cosa che cominciò a sorprenderlo fu quando lo strano animale
si levò in piedi per lasciar cadere a terra una specie di involucro
coperto di marabù, che assomigliava al suo piumaggio naturale, poi un
lungo collo sormontato da una testa d'uccello. E allora, spoglio di
quegli ornamenti presi a prestito, lo struzzo gli apparve sotto le
sembianze d un giovanotto aitante, ben piantato, vigoroso, il quale
non era altri che Pharamond Barthès, gran cacciatore davanti a Dio e
davanti agli uomini.
- Ma sì! sono io! - gridò Pharamond. - Non hai dunque riconosciuto la
mia voce fin dalla prima parola?... Sei stupito del mio
travestimento?... E' uno stratagemma che ho imparato dai Cafri, per
poter avvicinarmi agli struzzi veri e attirarli più facilmente alla
zagaglia!... Ma parliamo di te, mio povero amico!... Come ti trovi qui
malato e abbandonato?... Ti ho scorto per una vera fortuna,
gironzolando da queste parti, e non sapevo neppure che ti trovassi in
questo paese.
Cipriano, non essendo in grado di discutere, diede all'amico soltanto
indicazioni molto sommarie sul proprio conto. Del resto, Pharamond
Barthès, comprendendo che quanto ora premeva era di fornire al malato
quell'aiuto che gli era mancato fino allora, cominciò col fare per lui
quanto di meglio gli era possibile.
Questo ardimentoso cacciatore aveva già una lunga esperienza del
deserto, ed aveva appreso dai Cafri un metodo di trattamento della
massima efficacia per la febbre malarica, di cui era colpito il povero
camerata.
Dunque, Pharamond Barthès scavò prima di tutto una specie di fossa
nella terra e la riempì di legna, dopo aver praticato un'apertura di
tiraggio per consentire l'entrata dell'aria dall'esterno. Il legno,
una volta acceso e consumato, trasformò la fossa in un vero forno.
Pharamond Barthès vi coricò Cipriano, dopo averlo avviluppato con
cura, in maniera da lasciargli scoperta solo la testa. Prima che
trascorressero dieci minuti, già si manifestava un'abbondante
traspirazione, che l'improvvisato dottore ebbe cura di attivare con
l'aiuto di cinque o sei tazze d'un decotto, fatto con erbe a lui note.
Cipriano non tardò ad addormentarsi in quella stufa, d'un sonno
benefico.
Al tramonto, quando riaprì gli occhi, il malato ne provava un sollievo
così manifesto che domandò da mangiare. L'ingegnoso amico aveva
pensato a tutto: gli servì immediatamente un'eccellente cena che aveva
preparato con i prodotti più prelibati della caccia e alcune radici di
diverse specie. Un'ala di otarda arrosto, una tazza d'acqua con
aggiunto cognac completarono il pasto, che ridonò un po' di forza a
Cipriano e dissipò gli ultimi fumi che gli annebbiavano ancora il
cervello.
Circa un'ora dopo la cena del convalescente, Pharamond Barthès, avendo
a sua volta cenato, era seduto accanto al giovane ingegnere e gli
raccontava come s'era trovato là, solo, in quella strana acconciatura.
- Tu lo sai - gli disse - che cosa sono capace di fare per
sperimentare un nuovo genere di caccia! In sei mesi ho abbattuto una
quantità d'elefanti, zebre, giraffe, leoni ed altri capi d'ogni pelo o
piuma, senza contare un'aquila cannibale che costituisce l'orgoglio
della mia collezione. Qualche giorno fa, m'è venuta la voglia di
variare i miei piaceri cinegetici! Finora viaggiavo soltanto con la
scorta dei miei Basuti, una trentina di giovanotti volenterosi, che
pago in ragione d'un sacchetto di perle di vetro al mese, e che si
butterebbero nel fuoco per il loro signore e padrone. Ma sono stato
ultimamente ospite di Tonaià, il grande capo di questo paese, e in
vista d'ottenere da lui il diritto di caccia sulle sue terre - diritto
di cui è geloso quanto un lord scozzese - ho consentito di prestargli
i miei Basuti, con quattro fucili, per una spedizione ch'egli meditava
contro un suo vicino. Questo armamento l'ha reso semplicemente
invincibile, e così ha riportato sul suo nemico il trionfo più
strepitoso. Di qui un'amicizia profonda, suggellata dallo scambio del
sangue, cioè ci siamo succhiati a vicenda una scalfittura fatta
sull'avambraccio! Perciò, fra Tonaià e me, c'è un patto per la vita e
per la morte! Certo ormai di non essere più inquietato in tutta
l'estensione dei suoi terreni, l'altro ieri sono partito per cacciare
il leone e lo struzzo. In fatto di leone, ho avuto il piacere di
abbatterne uno la notte scorsa, e sarei sorpreso se tu non avessi
sentito la gazzarra che ha preceduto il colpo finale. Figurati che
avevo piantato una tenda da campo presso la carcassa d'un bufalo
ucciso ieri, nella speranza assai fondata di veder arrivare nel cuore
della notte il leone dei miei sogni! Infatti, il felino non è mancato
all'appuntamento, attirato dall'odore di carne fresca ma la sfortuna
ha voluto che sciacalli e iene avessero avuto la stessa sua idea! Di
qui, un concerto dei più stonati che dovresti aver sentito!
- Credo proprio d'averlo sentito! - rispose Cipriano. - Ho anche
pensato che fosse in mio onore!
- Niente affatto, caro amico! - rispose Pharamond Barthès. - Era in
onore d'una carcassa di bufalo, in fondo a questa vallata che vedi
aprirsi sulla destra. Arrivata la luce del giorno, non restavano più
che le ossa dell'enorme ruminante! Ti farò vedere! E' un magnifico
lavoro d'anatomia!... Vedrai anche il mio leone, la più bella bestia
che abbia mai abbattuto da quando sono cacciatore in Africa! L'ho già
scuoiato, e la pelliccia sta seccando su un albero!
- Ma perché quello strano travestimento che portavi stamattina?-
domandò Cipriano.
- E' un costume da struzzo. Come ti ho detto, i Cafri usano spesso
tale stratagemma per avvicinarsi a questi animali, che sono molto
diffidenti e difficili da prendere se non fai così!... mi dirai che ho
un'eccellente carabina a canna lunga!... E' vero, ma che vuoi? M'è
venuta la fantasia di cacciare alla moda cafra, e questo mi ha
procurato il vantaggio d'incontrarti molto a proposito, non è vero?
- Davvero, molto a proposito, Pharamond!... Credo che, senza di te,
non sarei certamente sopravvissuto! - rispose Cipriano, stringendo
cordialmente la mano all'amico.
Adesso era fuori dalla stufa e coricato su un letto morbido di foglie,
che il compagno gli aveva preparato ai piedi del baobab.
Il bravo giovanotto non si accontentò di questo. Volle andare nella
vallata vicina a prendere la sua tenda da campo, che portava sempre
nelle spedizioni, e un quarto d'ora dopo l'aveva piantata sopra il
caro malato.
- E ora - disse - sentiamo la tua storia, amico Cipriano, sempre che
non ti affatichi troppo a raccontarla!
Cipriano si sentiva abbastanza in forze per soddisfare la curiosità
del tutto naturale di Pharamond Barthès. Molto succintamente, del
resto, gli raccontò ciò che era accaduto nel Griqualand, perché aveva
lasciato il paese inseguendo Matakìt e il suo diamante, quali erano
stati gli episodi principali della spedizione, la morte di Annibale
Pantalacci, di Friedel e di James Hilton, la scomparsa di Bardìk, e
infine come egli aspettava Li, che doveva raggiungerlo
all'accampamento.
Pharamond Barthès ascoltava con molta attenzione. Interrogato
particolarmente se avesse incontrato un giovane Cafro, di cui Cipriano
dava i connotati corrispondenti a quelli di Bardìk, egli rispose di
no.
- Ma - aggiunse - ho trovato un certo cavallo abbandonato, che
potrebbe benissimo essere il tuo!
E tutto d'un fiato, raccontò a Cipriano in quali circostanze il
cavallo era caduto nelle sue mani.
- Precisamente due giorni fa - disse - cacciavo con tre dei miei
Basuti nelle montagne del sud, quando vidi improvvisamente sbucare da
una strada infossata un magnifico cavallo grigio, senza finimenti,
eccetto una cavezza e una corda che si trascinava appresso. L'animale
sembrava chiaramente indeciso su ciò che doveva fare; ma l'ho
chiamato, gli ho mostrato una manata di zucchero, e mi si è
avvicinato! Ed eccolo, il suddetto cavallo prigioniero: una splendida
bestia, piena di coraggio e di fuoco, «salata» come un prosciutto...
- E' il mio! E' Templàr - esclamò Cipriano.
- Ebbene, amico mio, Tamplàr è tuo - rispose Pharamond Barthès e sarà
un vero piacere per me di riportartelo! Andiamo, buona notte, adesso
dormi! Domani all'alba, lasceremo questo luogo di delizie!
Poi, facendo seguire l'esempio alle parole, Pharamond Barthès si
arrotolò nella coperta e s'addormentò accanto a Cipriano.
L'indomani, il Cinese rientrava puntuale all'accampamento con alcune
provviste. Così, prima che Cipriano si fosse svegliato, Pharamond
Barthès, dopo averlo messo al corrente di tutto, l'incaricò di
vegliare sul suo padrone mentre egli andava a prendere il cavallo, la
cui perdita era stata così sensibile per l'ingegnere.
19. LA GROTTA MERAVIGLIOSA.
Era proprio Tamplàr il cavallo che Cipriano vide quella mattina
svegliandosi. L'incontro fu quanto di più affettuoso. Si sarebbe detto
che il cavallo provasse altrettanto piacere quanto ne provava il
cavaliere ad incontrare il fedele compagno di viaggio.
Cipriano, dopo la colazione, si sentì abbastanza in forze per mettersi
in sella e partire immediatamente. Perciò Pharamond Barthès caricò
tutti i bagagli in groppa a Tamplàr, prese l'animale per la briglia, e
si misero in viaggio per la capitale di Tonaià.
Cammin facendo, Cipriano raccontò con maggiori particolari al suo
amico i principali incidenti della spedizione dopo la partenza dal
Griqualand. Quando fu arrivato all'ultima scomparsa di Matakìt, di cui
descrisse i connotati, Pharamond Barthès si mise a ridere.
- Ah, proprio così! - disse - c'è ancora una novità, e credo proprio
di poterti fornire notizie del ladro, se non del diamante!
- Che vuoi dire? - domandò Cipriano sorpreso.
- Questo - replicò Pharamond Barthès - che i miei Basuti hanno
condotto prigioniero, appena ventiquattro ore fa, un giovane Cafro
errante nel paese, e che l'hanno consegnato legato mani e piedi al mio
amico Tonaià. Credo proprio che si sarebbe trovato a mal partito,
perché Tonaià ha una paura matta delle spie, e il Cafro, appartenendo
evidentemente a una tribù nemica della sua, sarebbe stato accusato di
spionaggio! Ma finora lo hanno lasciato in vita! Per sua fortuna,
hanno scoperto che quel povero diavolo sapeva qualche gioco di
bussolotti e sapeva competere al rango di stregone...
- Eh! non ho più dubbi che sia Matakìt! - esclamò Cipriano.
- Ebbene, può vantarsi d'averla scampata bella - rispose il
cacciatore. - Tonaià ha inventato per i suoi nemici tutta una varietà
di supplizi che non hanno nulla di desiderabile! Ma, come ti ripeto,
puoi star tranquillo per il tuo servo! E' protetto dalla sua qualità
di stregone, e questa sera stessa lo ritroveremo in buona salute! E'
inutile aggiungere che questa notizia aveva particolarmente rallegrato
Cipriano. Questi ormai aveva sicuramente raggiunto il suo scopo, e non
dubitava che Matakìt, se portava ancora con sé il diamante di John
Watkins, glielo avrebbe restituito.
I due amici continuarono a discorrere del più e del meno durante tutta
la giornata, attraversando la pianura che Cipriano aveva percorso a
dorso della giraffa pochi giorni prima.
La sera stessa arrivarono in vista della capitale di Tonaià, per metà
disposta ad anfiteatro su una ondulazione che chiudeva l'orizzonte a
nord. Era una vera città di dieci o quindicimila abitanti, con strade
dritte, case ampie e quasi eleganti, e aveva una parvenza di
prosperità e benessere. Il palazzo del re, circondato da alte
palizzate e difeso da guerrieri negri armati di lancia, occupava da
solo un quarto della superficie della città.
Bastava che Pharamond Barthès si facesse vedere, e tutte le barriere
s'abbassavano davanti a lui; fu immediatamente introdotto con
Cipriano, attraverso una serie di vasti cortili, fino alla sala di
cerimonia dove stava «l'invincibile conquistatore» circondato da una
numerosa assemblea, alla quale non mancavano gli ufficiali e le
guardie.
Tonaià aveva una quarantina d'anni. Era alto e forte. Portava in testa
una specie di diadema di denti di cinghiale disposti con cura; il suo
vestiario si componeva quasi esclusivamente d'una tunica rossa senza
maniche, e d'un grembiule dello stesso colore, abbondantemente ornato
di perle di vetro. Portava alle braccia e alle gambe numerosi
bracciali di cuoio. La sua fisionomia era intelligente e fine ma
scaltra e dura.
Fece grandi accoglienze a Pharamond Barthès, che non vedeva da alcuni
giorni e, per deferenza, a Cipriano, amico del suo fedele alleato.
- Gli amici dei nostri amici sono nostri amici - disse come avrebbe
fatto un semplice borghese del Marais.
E, apprendendo che il nuovo ospite era sofferente, Tonaià si affrettò
a fargli assegnare una delle migliori camere del palazzo e fargli
servire una cena eccellente.
Per consiglio di Pharamond Barthès, non parlarono subito di Matakìt,
ma riservarono l'argomento per l'indomani. Infatti il giorno dopo,
Cipriano, decisamente ristabilito, era in
grado di ricomparire davanti al re. Tutta la corte era riunita nella
sala grande del palazzo. Tonaià e i due ospiti occupavano il centro
del circolo. Subito Pharamond Barthès incominciò i negoziati nella
lingua del paese, che egli parlava abbastanza correttamente.
- I miei Basuti ti hanno condotto certamente un giovane Cafro che
avevano fatto prigioniero - disse egli al re. - Ora avviene che questo
giovane Cafro è il servo del mio compagno, il grande scienziato
Cipriano Méré, il quale domanda alla tua generosità di
restituirglielo. Perciò io, suo amico e tuo, oso appoggiare la sua
giusta richiesta.
Fin dalle prime parole, Tonaià aveva creduto bene di dover assumere un
atteggiamento diplomatico.
- Il grande scienziato bianco è il benvenuto! - rispose. - Ma cosa
offre per il riscatto del mio prigioniero?
- Un eccellente fucile, dieci volte dieci cartucce e un sacchetto di
perle di vetro - rispose Pharamond Barthès.
Un mormorio di soddisfazione corse nell'uditorio, vivamente
impressionato dalla splendida offerta. Soltanto Tonaià, sempre molto
diplomatico, finse di non esserne stupito.
- Tonaià è un grande principe - rispose egli, ergendosi sullo sgabello
reale, - e gli dèi lo proteggono! Un mese fa, gli hanno inviato
Pharamond Barthès con valorosi guerrieri e fucili per aiutarlo a
vincere i suoi avversari! Perciò, se Pharamond Barthès lo desidera, il
servo sarà reso sano e salvo al suo padrone!
- E dov'è in questo momento? - domandò il cacciatore.
- Nella grotta sacra, dov'è sorvegliato giorno e notte - rispose
Tonaià con quell'enfasi di circostanza che conveniva al più potente
sovrano della regione.
Pharamond Barthès si affrettò a riassumere queste risposte a Cipriano,
e domandò al re il favore d'andare col suo compagno a vedere il
prigioniero nella suddetta grotta.
A queste parole, si levò un mormorio di ostilità in tutta l'assemblea.
La pretesa degli Europei sembrava esorbitante. Mai, per nessun motivo,
uno straniero era stato ammesso nella grotta misteriosa. Una
tradizione sempre rispettata affermava che, il giorno in cui i Bianchi
ne avessero conosciuto il segreto, l'impero di Tonaià sarebbe caduto
in polvere. Ma il re non tollerava che la corte pretendesse di
giudicare le sue decisioni. Così quel mormorio lo indusse, per un
capriccio da tiranno, ad accordare quanto avrebbe molto probabilmente
rifiutato, senza quella esplosione del sentimento generale
- Tonaià ha fatto lo scambio del sangue con il suo alleato Pharamond
Barthès - rispose egli in tono perentorio, - e non c'è nulla da
nascondergli! Tu e il tuo amico sapete osservare un giuramento?
Pharamond Barthès fece un segno affermativo.
- Ebbene - riprese il re negro - giurate di non prendere nulla di
quanto vedrete in quella grotta!... Giurate di comportarvi in ogni
occasione, quando ne sarete usciti, come se non ne aveste mai
conosciuto l'esistenza!... Giurate di non cercare mai di penetrarvi di
nuovo, di non tentare di riconoscerne l'entrata!... Giurate infine di
non dire mai a nessuno ciò che avrete visto!
Pharamond Barthès e Cipriano, con la mano tesa, ripeterono parola per
parola la formula del giuramento che era loro imposto.
Tonaià impartì qualche ordine a bassa voce, e subito tutta la corte si
levò e i guerrieri si disposero su due file. Alcuni servi portarono
due lembi di tela fine, che servirono a bendare gli occhi dei due
stranieri; poi il re in persona prese posto con loro in fondo a una
grande portantina di paglia, che un paio di dozzine di Cafri si
caricarono sulle spalle, e il corteo si mise in marcia.
Il viaggio fu assai lungo, almeno due ore di strada. Giudicando dalla
natura delle scosse subite dalla portantina, Pharamond Barthès e
Cipriano credettero d'indovinare che venivano trasportati in una zona
montuosa.
- Poi la frescura e l'eco sonora dei passi della scorta, ripetuta da
pareti molto vicine l'una all'altra, indicarono che erano penetrati in
un sotterraneo. Infine, volute di fumo resinoso, il cui profumo li
avvolse, fecero comprendere ai due amici ch'erano state accese le
torce per far luce al corteo.
La marcia durò un altro quarto d'ora; poi la portantina fu deposta a
terra. Tonaià ne fece scendere gli ospiti e ordinò che fossero loro
tolte le bende.
Abbagliati come chi ritorna improvvisamente alla luce dopo una
sospensione prolungata delle funzioni visive, Pharamond Barthès e
Cipriano si credettero dapprima in preda a un'allucinazione estatica
tanto lo spettacolo che s'offrì ai loro occhi era al tempo stesso
splendido e inaspettato.
Si trovavano tutti e due al centro d'una grotta immensa. Il suolo era
coperto da una sabbia fine, tutta pagliuzze d'oro. La volta, dove lo
sguardo si perdeva nelle profondità insondabili, era alta come quella
d'una cattedrale gotica. Le pareti di questa costruzione naturale
sotterranea erano ornate di stalattiti d'una varietà e toni di
ricchezza incalcolabile, sulle quali il riflesso delle torce mandava
bagliori d'arcobaleno, frammisti a incendi da fornace, a raggiere da
aurore boreali. Le innumerevoli cristallizzazioni erano caratterizzate
dalle colorazioni più cangianti, dalle forme più bizzarre, dalle
grandezze più impensate. Non erano, come nella maggior parte delle
grotte, semplici sovrastrutture di quarzo in gocce, che si riproducono
con una uniformità assolutamente monotona. Qui la natura, dando libero
sfogo alla sua fantasia, sembrava essersi compiaciuta a fondere tutte
le combinazioni di tinte e di effetti, ai quali la vetrificazione
delle sue ricchezze minerali si presta tanto splendidamente.
Rocce d'ametista, pareti di sardonio, banchi di rubino, guglie di
smeraldo, colonnati di zaffiro profondi e slanciati come foreste
d'abeti, "icebergs" di acquamarina, candelabri di turchese, laghetti
di opale, affioramenti di gesso rosa e di lapislazzuli con venature
d'oro: tutto quanto il regno cristallino offre di più prezioso, di più
raro, di più limpido, di più abbagliante, era servito da materiale a
questa sorprendente architettura. Inoltre tutte le forme, anche quelle
del regno vegetale, sembravano aver prestato il loro contributo in
quest'opera che supera ogni concezione umana. Tappeti di muschio
minerale, vellutati al pari della più fine erbetta, arborescenze
cristalline, cariche di fiori e frutti pietrificati, ricordavano qua e
là quei giardini fiabeschi riprodotti con tanta naturalezza dalle
miniature giapponesi. Più lontano, un lago artificiale, formato da un
diamante di venti metri di lunghezza, incastonato nella sabbia,
sembrava una pista preparata per le evoluzioni dei pattinatori.
Palazzi aerei di calcedonio, chioschi e guglie di berillo o di topazio
si alternavano di piano in piano, fino al punto in cui l'occhio,
stanco per tanto splendore, si smarrisce. Infine, la scomposizione dei
raggi luminosi attraverso milioni di prismi, i fuochi d'artificio di
scintille che sfavillavano da ogni parte e si riversavano a fasci,
costituivano la più stupenda sinfonia di luce e colore che occhio
umano avesse mai contemplato.
Adesso Cipriano Méré non aveva più dubbi. Egli era stato trasportato
in uno di quei depositi misteriosi di cui aveva da molto tempo
sospettato l'esistenza, in fondo ai quali la natura avara ha raccolto
e cristallizzato in massa quelle gemme preziose che cede all'uomo
soltanto come avanzi isolati e frammenti nei giacimenti più favoriti.
Tentare di mettere in dubbio la realtà di ciò che aveva sotto gli
occhi, gli era bastato un istante: passando accanto a un enorme banco
di cristallo, vi sfregò sopra l'anello che portava al dito e si
assicurò che resisteva alla scalfittura. L'immensa cripta racchiudeva
davvero diamanti, rubini, zaffiri in quantità straordinaria, il cui
valore, al prezzo che gli uomini attribuiscono a queste sostanze
minerali, superava ogni calcolo!
Soltanto cifre astronomiche ne avrebbero fornito una approssimazione,
del resto difficilmente vicina alla realtà. Là infatti, nascosto sotto
terra, c'era un valore ignorato e improduttivo di trilioni e
quadrilioni!
Tonaià era cosciente della fantastica ricchezza che aveva a sua
disposizione? E' poco probabile, perché lo stesso Pharamond Barthés,
poco esperto in questa materia, non sembrava sospettare minimamente
che quei meravigliosi cristalli fossero pietre preziose. Senza dubbio,
il re negro si credeva semplicemente il padrone e custode d una grotta
particolarmente originale, di cui un oracolo o qualche altra
superstizione tradizionale gli vietavano di svelare il segreto.
L'ipotesi di Cipriano fu subito confermata dal fatto che una gran
quantità di ossa umane erano ammucchiate qua e là negli angoli della
caverna. Era dunque il luogo di sepoltura della tribù, oppure -
supposizione più raccapricciante e tuttavia verosimile - era servita e
serviva tuttora a celebrare orrendi misteri nei quali si versava
sangue umano, forse con intenti di cannibalismo?
Pharamond Barthès propendeva per quest'ultima opinione, e lo disse
sottovoce al suo amico.
- Tonaià mi ha tuttavia confermato che, dopo il suo avvento al trono,
tale cerimonia non ebbe più luogo! - aggiunse. - Ma lo confesso, lo
spettacolo di queste ossa scuote in modo singolare la mia fiducia.
Ne indicò un enorme mucchio, che sembrava formato di recente, e su
quelle ossa si notavano segni evidenti di cottura.
Questa impressione sarebbe stata purtroppo pienamente confermata
qualche istante dopo.
Il re e i due ospiti erano arrivati in fondo alla grotta, davanti
all'ingresso di un incavo paragonabile a una di quelle cappelle
laterali che si aprono sulle navate delle basiliche. Dietro una grata
di legno e ferro che ne chiudeva l'entrata, c'era un prigioniero
rinchiuso in una gabbia di legno, ampia appena tanto da permettergli
di starvi accovacciato, destinato era fin troppo evidente - ad essere
ingrassato per un prossimo banchetto.
Era Matakìt.
- Voi!... Voi!... piccolo padre! - gridò lo sventurato Cafro, appena
scorse e riconobbe Cipriano. - Ah! portatemi via!... Liberatemi!...
Preferisco ritornare nel Griqualand, dovessi esser rovinato, piuttosto
che restare in questa gabbia da polli, aspettando l'orribile supplizio
che il crudele Tonaià mi riserva prima di divorarmi!
Queste parole furono dette con voce così supplichevole che Cipriano fu
profondamente commosso sentendo il povero diavolo.
- Sta bene, Matakìt! - gli rispose. - Posso ottenere la tua libertà,
ma tu non uscirai da questa gabbia se non quando avrai restituito il
diamante...
- Il diamante, piccolo padre! - gridò Matakìt. - Il diamante!... Io
non ce l'ho!... Non l'ho mai avuto!... Ve lo giuro... Ve lo giuro...
Ve lo giuro!
Lo diceva con un tale accento di verità che Cipriano comprese subito
che non c'erano dubbi sulla sua onestà. Come del resto sappiamo,
l'ingegnere era sempre stato poco propenso a credere che Matakìt fosse
l'autore d'un simile furto.
- Ma allora - gli domandò - se non sei tu che hai rubato il diamante,
perché sei fuggito?
- Perché, piccolo padre? - rispose Matakìt. - Ma perché, quando i miei
compagni subirono la prova della bacchetta, fu detto che il ladro non
potevo essere che io, che avevo agito con astuzia per sviare i
sospetti! Ora, nel Griqualand, quando si tratta d'un Cafro, voi lo
sapete bene, egli viene condannato e giustiziato prima che
interrogato!... Allora ho avuto paura, e sono fuggito come un
colpevole attraverso il Transvaal!
- Ciò che dice questo povero diavolo mi sembra vero - fece osservare
Pharamond Barthès.
- Non ne dubito - rispose Cipriano, - e forse non ha torto d'essersi
sottratto alla giustizia del Griqualand! Poi si rivolse a Matakìt.
- Ebbene, no - gli disse - non dubito che tu sia innocente del furto
di cui sei accusato! Ma al Vandergaart Kopje forse non ci crederanno,
quando affermeremo la tua innocenza! Vuoi dunque correre il rischio di
ritornarvi?
- Sì!... Rischierò tutto... pur di non restare più qui! - gridò
Matakìt, che sembrava in preda al più vivo terrore.
- Negozieremo quest'affare - rispose Cipriano, - ed ecco il mio amico
Pharamond Barthès che se ne occupa.
E infatti il cacciatore, che non perdeva tempo, stava già contrattando
animatamente con Tonaià.
- Parla chiaro!... Cosa vuoi in cambio del prigioniero? domandò al re
negro.
Questi rifletté un istante e infine disse:
- Voglio quattro fucili, dieci volte dieci cartucce per ogni arma e
quattro sacchetti di perle di vetro. Non è troppo, vero?
- E' venti volte troppo, ma Pharamond Barthès è amico tuo e farà di
tutto per favorirti!
Tacque a sua volta, un istante, poi riprese:
- Ascoltami, Tonaià. Tu avrai i quattro fucili, le quattrocento
cartucce e i quattro sacchetti di perle. Ma, a tua volta, ci fornirai
un attacco di buoi per riportare costoro attraverso il Transvaal, con
i viveri necessari e una scorta d'onore.
- Affare fatto! - rispose Tonaià con tono di completa soddisfazione.
Poi aggiunse in tono confidenziale, accostandosi all'orecchio di
Pharamond Barthès:
- I buoi sono trovati!.. Sono i loro; i miei uomini li hanno
incontrati mentre ritornavano alla stalla e li hanno condotti al mio
"kraal"!... Era bottino di guerra, non è vero?
Il prigioniero fu subito liberato; e dopo un'ultima occhiata agli
splendori della grotta, Cipriano, Pharamond Barthès, Matakìt,
essendosi lasciati docilmente bendare gli occhi, ritornarono al
palazzo di Tonaià, dove fu offerto un gran banchetto per celebrare la
conclusione del trattato.
Infine, fu convenuto che Matakìt non sarebbe ritornato subito al
Vandergaart Kopje, ma sarebbe restato nei dintorni e sarebbe rientrato
al servizio del giovane ingegnere soltanto quando questi fosse stato
sicuro di farlo senza pericolo. Come vedremo, non era questa una
precauzione inutile.
L'indomani, Pharamond Barthès, Cipriano, Li e Matakìt ripartirono con
una buona scorta per il Griqualand. Ma ormai non c'era più da farsi
illusioni! "La Stella del Sud" era irrimediabilmente perduta, e Mister
Watkins non l'avrebbe mandata a brillare alla Torre di Londra, tra i
più bei gioielli d'Inghilterra!
20. IL RITORNO.
John Watkins non era mai stato di così cattivo umore come dopo la
partenza dei quattro pretendenti, lanciati all'inseguimento di
Matakìt. Ogni giorno, ogni settimana che passava, sembravano
aggiungere un ostacolo in più, diminuendo le probabilità che egli
aveva di recuperare il prezioso diamante. E poi gli mancavano i soliti
commensali, James Hilton, Friedel, Annibale Pantalacci anche Cipriano,
ch'egli era abituato a vedere assidui frequentatori della sua casa. Si
rivolgeva dunque alla caraffa di gin e, bisogna dirlo, i supplementi
alcoolici ch'egli si somministrava non contribuivano precisamente a
raddolcire il suo carattere.
Inoltre, alla fattoria, c'era veramente di che essere inquieti sulla
sorte dei sopravvissuti della spedizione. Infatti Bardìk, che era
stato rapito da un gruppo di Cafri - come avevano supposto i compagni
- era riuscito a fuggire qualche giorno dopo. Ritornato in Griqualand,
aveva raccontato a Mister Watkins la morte di James Hilton e di
Friedel. Era un cattivo presagio per i sopravvissuti della spedizione,
Cipriano Méré, Annibale Pantalacci e il Cinese.
Così Alice era molto triste. Non cantava più, il piano restava
invariabilmente muto. Forse neppure gli struzzi riuscivano a
distrarla. Lo stesso Dadà non aveva più il dono di farla sorridere con
la sua voracità, e ingoiava, senza che nessuno cercasse
d'impedirglielo, gli oggetti più disparati.
Miss Watkins era adesso angustiata da due timori, che ingigantivano a
poco a poco nella sua immaginazione: il primo, che Cipriano non
facesse più ritorno da quella malaugurata spedizione, il secondo, che
Annibale Pantalacci, il più aborrito dei tre pretendenti riportasse la
"Stella del Sud", reclamando il premio del suo successo. L'idea che le
fosse imposto di diventare la moglie di quel Napoletano, perverso e
impostore, le cagionava un disgusto invincibile, soprattutto dopo che
ella aveva potuto vedere da vicino ed apprezzare un uomo veramente
superiore, quale Cipriano Méré. Vi pensava di giorno, ne sognava di
notte, e intanto le sue fresche gote impallidivano, i suoi occhi
celesti si velavano d'una nube sempre più scura.
Erano ormai tre mesi che ella aspettava così, nel silenzio e nel
dispiacere. Quella sera, se ne stava seduta sotto il cerchio luminoso
della lampada, accanto a suo padre, il quale era assorto in un pesante
sopore vicino alla caraffa di gin. A testa china sul lavoro di ricamo,
che aveva cominciato per supplire alla musica trascurata, ella aveva
pensieri tristi.
Un colpo lieve, battuto alla porta, interruppe d'improvviso il suo
fantasticare.
- Avanti - disse, piuttosto sorpresa, e domandandosi chi fosse a
quell'ora.
- Sono io, Miss Watkins! - rispose una voce che la fece trasalire: la
voce di Cipriano.
Era lui che ritornava, pallido, dimagrito, abbronzato, con una barba
lunga come non l'aveva mai visto, le vesti logore per le lunghe marce,
ma sempre vivace, sempre cortese, sempre con il sorriso negli occhi e
sulle labbra.
Alice s'era alzata mandando un grido di sorpresa e di gioia. Con una
mano tentava di contenere i battiti del suo cuore; poi tese l'altra al
giovane ingegnere, che la strinse nelle sue. Proprio allora Mister
Watkins, uscendo dal suo torpore, aprì gli occhi e domandò che c'era
di nuovo.
Ci vollero due o tre buoni minuti perché il fattore si rendesse conto
della realtà. Ma, appena riacquistò un barlume d'intelligenza, gli
sfuggì un grido: il grido del cuore.
- E il diamante?
Il diamante, ahimè! non era ritornato.
Cipriano raccontò allora in breve le varie peripezie della spedizione:
la morte di Friedel, quella di Annibale Pantalacci e di James Hilton,
l'inseguimento di Matakìt e la sua prigionia presso Tonaià; espose
inoltre i motivi sui quali si fondava la completa innocenza del
giovane Cafro. Non dimenticò di rendere omaggio alla dedizione di
Bardìk e di Li, all'amicizia di Pharamond Barthès; di ricordare quanto
doveva al valoroso cacciatore e come, grazie a lui, aveva potuto far
ritorno con i due servi da un viaggio ch'era stato mortale per gli
altri compagni. Ancora scosso dall'emozione che questo tragico
racconto ispirava a lui stesso, stese volentieri un velo sui torti e
le macchinazioni criminali dei suoi rivali, non volendo ormai vedere
in essi se non le vittime d'una impresa tentata in comune. Di tutto
quanto era capitato, non nascose nulla eccetto quanto aveva giurato di
tenere segreto, cioè l'esistenza della grotta meravigliosa e delle sue
ricchezze minerali, in confronto alle quali tutti i diamanti del
Griqualand non erano che ghiaia senza valore.
- Tonaià ha mantenuto scrupolosamente i suoi impegni - disse
terminando. - Due giorni dopo il mio arrivo nella sua capitale tutto
era pronto per il nostro ritorno, le provviste di viveri, gli animali
da tiro e la scorta. Comandati dal re in persona, circa trecento
Negri, carichi di farina e di carni affumicate, ci hanno accompagnati
fino all'accampamento dove avevamo abbandonato il carro, che abbiamo
ritrovato in buono stato, sotto l'ammasso di ramaglia dove l'avevamo
nascosto. Ci siamo allora congedati dall'ospite, dopo avergli dato
cinque fucili invece dei quattro ch'egli s'aspettava, la qual cosa lo
rende il più potente sovrano di tutta la regione compresa tra i fiumi
Limpopo e Zambesi!
- E il viaggio di ritorno a partire dall'accampamento?... - domandò
Miss Watkins.
- Il viaggio di ritorno è stato lento, sebbene facile e senza
incidenti - rispose Cipriano. - La scorta ci ha lasciati soltanto alla
frontiera del Transvaal, dove Pharamond Barthès e i suoi Basuti si
sono separati da noi per andare a Durban. Infine, dopo quaranta giorni
di marcia attraverso il Veld, eccoci qui, né più né meno avvantaggiati
che alla partenza!
- Ma perché Matakìt è fuggito? - domandò Mister Watkins, che aveva
ascoltato il racconto con vivo interesse, senza manifestare tuttavia
un'eccessiva emozione riguardo ai tre uomini che non sarebbero più
tornati.
- Matakìt fuggiva perché era malato di paura! - replicò l'ingegnere.
- Ma non c'è dunque giustizia nel Griqualand? - rispose il fattore
scuotendo le spalle.
- Oh! giustizia troppo spesso sommaria, signor Watkins, e io non posso
davvero biasimare quel povero diavolo, accusato a torto, se ha voluto
sottrarsi alla prima reazione causata dall'inspiegabile scomparsa del
diamante!
- Neppure io! - aggiunse Alice.
- In ogni caso, vi ripeto, egli non era colpevole, e ritengo che ora
lo lasceranno in pace!
- Hum! - fece John Watkins, che non sembrava convinto della validità
di questa affermazione. - Non credete piuttosto che quel furbacchione
di Matakìt si sia finto terrorizzato per sfuggire agli uomini della
polizia?
- No!... è innocente!... La mia convinzione a questo riguardo è
assoluta - disse Cipriano un po' stizzito, - e credo d'averla
acquistata a un prezzo abbastanza caro!
- Oh! tenetevi pure la vostra opinione! - gridò John Watkins. Io tengo
la mia!
Alice vide che la conversazione minacciava di degenerare in una
disputa, e s'affrettò a trovare un diversivo.
- A proposito, signor Cipriano Méré - disse - sapete che, durante la
vostra assenza, il vostro "claim" è diventato eccellente e che il
vostro socio Thomas Steel sta per diventare uno dei più ricchi tra i
ricchi minatori del "kopje"?
- Non lo sapevo davvero! - rispose francamente Cipriano. - La mia
prima visita è stata per voi, Miss Watkins, e non so nulla di ciò che
è capitato durante la mia assenza!
- Forse non avete ancora cenato? - esclamò Alice con l'intuito d'una
perfetta piccola massaia qual era.
- Lo confesso! - rispose Cipriano arrossendo, quantunque non ve ne
fosse motivo.
- Oh! ma non andrete via senza mangiare, signor Méré!...
Convalescente... dopo un viaggio così massacrante!... E pensare che
sono le undici!
E senza ascoltare scuse, corse alla dispensa, ritornò con un vassoio
coperto da un tovagliolo bianco, con piatti di carni fredde e una
bella torta di pesche, che aveva fatto lei stessa.
Dispose subito le posate davanti a Cipriano tutto confuso. E siccome
egli sembrava esitare ad affondare il coltello in un superbo
"biltong", specie di stufato di struzzo, ella disse guardandolo col
più incoraggiante sorriso:
- Devo tagliare io?
Il fattore, stuzzicato nell'appetito da quel dispiegamento
gastronomico, reclamò subito anch'egli un piatto e una porzione di
"biltong". Alice ebbe cura di non farlo aspettare e, unicamente per
tenere compagnia a due signori, come diceva, si mise anch'ella a
sgranocchiare delle mandorle.
Questa cena improvvisata fu squisita. Il giovane ingegnere non s'era
mai sentito un appetito così gagliardo. Ritornò tre volte alla torta
di pesche, bevve due bicchieri di vino di Costanza, e a coronamento di
tutto acconsentì di assaggiare il gin di Mister Watkins, il quale del
resto non tardò ad addormentarsi profondamente.
- E che cosa avete fatto in questi tre mesi? - domandò Cipriano ad
Alice. - Temo che abbiate trascurato del tutto la chimica!
- No, signore, vi sbagliate! - rispose Miss Watkins in tono di leggero
rimprovero. - Al contrario, ho studiato molto e mi sono anche permessa
d'andare nel vostro laboratorio a fare qualche esperimento. Oh, non ho
rotto niente, state tranquillo, e ho rimesso tutto in ordine! Mi piace
davvero molto la chimica e, per essere sincera, non comprendo come voi
possiate rinunciare a una scienza così bella per fare il minatore o
l'esploratore del Veld!
- Siete crudele, Miss Watkins, lo sapete bene perché ho rinunciato
alla chimica!
- Non so proprio niente - rispose Alice arrossendo, - e trovo che è
molto male! Al vostro posto, ritenterei di produrre diamanti! E' molto
più nobile che andarli a cercar sotto terra!
- E' un ordine, questo, che mi date? - domandò Cipriano con voce che
gli tremava.
- Oh! no - rispose Miss Watkins sorridendo, - al massimo una
preghiera!... Ah! signor Méré - riprese ella come per correggere il
tono leggero delle sue parole, - se sapeste come sono stata
preoccupata di sapervi esposto a tutte le fatiche, a tutti i pericoli
che avete passato! Non ne conoscevo i particolari, ma credo proprio
che ne indovinassi tutto l'insieme! Un uomo come voi, mi dicevo, così
colto, così ben preparato a compiere belle imprese, a fare grandi
scoperte, che si esponga a perire miseramente nel deserto, per un
morso di serpente, o sotto gli artigli d'un leone, senza nessun
profitto per la scienza e per l'umanità?... Ma è un delitto averlo
lasciato partire!... perché, non è forse quasi un miracolo, infine,
che siate ritornato tra noi? E se non ci fosse stato il vostro amico
Pharamond Barthès, che il Cielo lo benedica...
Non terminò, ma due grosse lacrime, che le spuntarono sugli occhi,
completarono il suo pensiero.
Anche Cipriano era profondamente commosso.
- Ecco due lacrime che per me sono più preziose di tutti i diamanti
del mondo! - disse semplicemente.
Seguì un silenzio, che la fanciulla interruppe con il suo tatto
abituale, riavviando la conversazione sugli esperimenti di chimica.
Era mezzanotte passata, quando Cipriano si decise a tornare casa, dove
l'attendeva un pacchetto di lettere dalla Francia, accuratamente
ordinate da Miss Watkins sul tavolo da lavoro.
Ritornando dopo una lunga assenza, egli trepidava nell'aprire queste
lettere. Se gli avessero recato notizie di disgrazie?... Suo padre,
sua madre, sua sorellina Giovanna?... Tante cose potevano essere
capitate in tre mesi!...
Dopo aver constatato con una rapida lettura che quelle lettere gli
recavano soltanto motivi di soddisfazione e di gioia, il giovane
ingegnere tirò un profondo sospiro di sollievo. Tutti i suoi cari
stavano bene. Dal ministero gli indirizzavano gli elogi più
lusinghieri a riguardo della sua bella teoria sulle formazioni
adamantine. Era perciò autorizzato a prolungare di sei mesi il
soggiorno nel Griqualand, se giudicava utile e vantaggioso per la
scienza. Tutto procedeva dunque per il meglio, e Cipriano
s'addormentò, quella sera, tranquillo come non era stato da molto
tempo.
La mattina del giorno dopo fece visita agli amici, specialmente a
Thomas Steel, che aveva effettivamente conseguito eccellenti risultati
nel "claim" comune. Il brav'uomo del Lancashire accolse anch'egli il
socio con la più grande cordialità. Cipriano convenne con lui che
Bardìk e Li avrebbero ripreso a lavorare come prima. Egli si
riservava, se erano fortunati nelle ricerche, di assicurare loro una
parte del ricavato, al fine di renderli proprietari d'un piccolo
capitale.
Quanto a lui, era fermamente deciso a non ritentare la fortuna della
miniera, che gli era sempre stata sfavorevole e, seguendo il consiglio
di Alice, stabilì di riprendere ancora una volta le ricerche chimiche.
La conversazione con la fanciulla non aveva fatto altro che confermare
le sue riflessioni. Egli si era detto da molto tempo che la vera
strada per lui non era un lavoro da manovale, e neppure le spedizioni
da avventuriero. Troppo leale e troppo fedele alla parola data per
pensare un solo istante di abusare della fiducia di Tonaià, per
approfittare della conoscenza che ora aveva d'una immensa caverna
piena di formazioni cristalline, egli trovò in quella certezza
sperimentata una conferma preziosissima della sua teoria sulle gemme,
che lo incitava ad attingere nuovo ardore di ricerche.
Cipriano riprese dunque in pieno la sua attività di laboratorio, ma
non volle abbandonare la via per la quale aveva già conseguito un
successo, e decise di ricominciare le prime investigazioni.
In questo aveva ragione, e una ragione delle più serie, come si può
giudicare.
Infatti Mister Watkins, dopo aver espresso l'idea di consentire al
matrimonio di Cipriano con Alice, non ne aveva più parlato da quando
il diamante artificiale era stato irrimediabilmente perduto. Ora era
probabile che, se il giovane ingegnere fosse riuscito a ottenere
sperimentalmente un'altra gemma di valore straordinario, calcolabile
in cifre di molti milioni, il fattore sarebbe certamente ritornato
all'idea d'un tempo.
Perciò Cipriano decise di mettersi all'opera senza indugi, e non lo
nascose ai minatori del Vandergaart Kopje, o almeno non lo nascose
abbastanza.
Dopo essersi procurato un nuovo tubo di grande resistenza, riprese
dunque i lavori nelle medesime condizioni.
- E tuttavia, ciò che mi manca per ottenere il carbonio
cristallizzato, cioè il diamante - diceva ad Alice, - è un solvente
appropriato che, mediante l'evaporazione o il raffreddamento, lasci
cristallizzare il carbonio. Per l'allumina questo solvente è stato
trovato nel solfuro di carbonio. Dunque, si tratta di ricercarlo, per
analogia, anche per il carbonio o per corpi simili, come il boro e il
silicio.
Frattanto; pur non essendo in possesso di questo solvente, Cipriano
portava avanti il lavoro. In mancanza di Matakìt, che non s'era ancora
mostrato all'accampamento, era Bardìk l'incaricato a mantenere il
fuoco acceso giorno e notte. Egli assolveva quest'incarico con zelo
pari al suo predecessore.
Nel frattempo, prevedendo che dopo questa dilazione di soggiorno nel
Griqualand, egli sarebbe stato costretto a ripartire per l'Europa,
Cipriano volle occuparsi d'un lavoro menzionato nel suo programma e
che non aveva ancora potuto compiere. Si trattava di determinare
l'angolazione esatta d'una certa depressione del terreno situata nella
zona settentrionale della pianura: depressione ch'egli supponeva fosse
servita da canale di scolo per le acque, all'epoca remota in cui
s'erano compiute le formazioni adamantine del distretto.
Dunque, cinque o sei giorni dopo il ritorno dal Transvaal, egli
s'occupò di questa determinazione con la precisione che metteva in
tutte le cose. Un'ora più tardi, già poneva dei segnali e riportava
certi punti di riferimento su una mappa molto particolareggiata, che
s'era procurata a Kimberley; ma, cosa singolare, ogni volta le sue
cifre denunciavano un grave errore o almeno delle discordanze con la
carta. Alla fine egli fu costretto ad arrendersi all'evidenza: la
carta era mal orientata: la longitudine e la latitudine erano
sbagliate.
Per determinare la longitudine del luogo, a mezzogiorno preciso,
Cipriano si era servito d'un eccellente cronometro, regolato
sull'osservatorio di Parigi. Ora, essendo perfettamente sicuro
dell'infallibilità della sua bussola e del suo sestante, egli constatò
subito che la carta, sulla quale controllava i suoi rilievi, era
completamente errata in conseguenza d'un grave errore di orientazione.
Infatti, il nord di questa carta, indicato secondo l'uso inglese con
una freccia in croce, si trovava di fatto al nord-nord-ovest, o
pressappoco. Per conseguenza, tutte le indicazioni della carta erano
inficiate da un errore proporzionale.
«Vedo di che cosa si tratta! - esclamò ad un tratto l'ingegnere.-
Quegli asini calzati che hanno combinato questo capolavoro, hanno
semplicemente dimenticato di tener conto della variazione magnetica
dell'ago calamitato! (1). E la variazione qui non è meno di 29 gradi
ovest!... Ne deriva che tutte le loro indicazioni di latitudine e
longitudine, per essere esatte, dovrebbero descrivere un arco di 29
gradi nella direzione da ovest ad est, attorno al centro della
carta!.. Bisogna supporre che l'Inghilterra, per fare questi rilievi,
non abbia mandato i suoi geometri più abili!».
E rideva da solo di questa cantonata.
«Bene! "Errare humanum est"! - riprese. - Chi non s'è mai sbagliato in
vita sua, non fosse altro che una volta sola, scagli la prima pietra
su quei bravi agrimensori!».
Però, Cipriano non aveva nessuna ragione di tener segreta questa
rettifica, che egli aveva apportato per l'orientazione dei terreni
adamantiferi del distretto. Perciò lo stesso giorno, ritornando alla
fattoria, incontrò Jacobus Vandergaart e gliene parlò.
- E' abbastanza curioso - aggiunse - che un così grosso errore
geodetico, che falsa tutti i piani del distretto, non sia ancora stato
segnalato! E' una correzione delle più importanti, da compiere su
tutte le carte del paese.
Il vecchio lapidario ascoltava Cipriano con un interesse speciale.
- Dite la verità? - esclamò tutto animato.
- Certo!
- E sareste pronto ad attestare il fatto presso la corte di giustizia?
- Davanti a dieci corti, se necessario!
- E non sarà possibile contestare quanto dite?
- Assolutamente no, perché mi basterà enunciare la causa dell'errore.
Perdiana, è così grossolano! L'omissione della declinazione magnetica
nei calcoli di rilevamento!
Jacobus Vandergaart si ritirò senza dire nulla, e Cipriano dimenticò
presto quella speciale attenzione con cui un profano aveva appreso il
fatto che un errore geodetico comprometteva tutti i piani del
distretto.
Ma due o tre giorni dopo, allorché Cipriano andò a far visita al
vecchio lapidario, trovò la porta chiusa.
Sulla tabella, appesa al lucchetto, si leggevano queste parole,
scritte di recente col gesso: «Assente per affari».
NOTE.
NOTA 1: Quest'errore di calcolo è un fatto storico (N.d.A.).
21. GIUSTIZIA VENEZIANA.
Durante i giorni che seguirono, Cipriano si occupò attivamente a
dirigere le diverse fasi del suo nuovo esperimento. In seguito ad
alcune modifiche apportate alla costruzione del forno a riverbero,
specialmente con un tiraggio meglio regolato, la formazione del
diamante - così almeno egli sperava - si sarebbe effettuata in un
tempo assai più breve della prima volta.
Non occorre dire che Miss Watkins s'interessava attivamente a questo
secondo tentativo, di cui ella - bisogna ammetterlo - era un poco
l'ispiratrice. Perciò accompagnava spesso il giovane ingegnere fino al
forno, ch'egli visitava più volte nella giornata, e lì, con gli occhi
fissi sul capanno di mattoni, si divertiva ad osservare il fuoco
intenso che ruggiva nell'interno.
John Watkins s'interessava non meno di sua figlia, ma per altri
motivi, a questa fabbrica di diamanti. Gli premeva d'essere nuovamente
in possesso d'una pietra il cui prezzo sarebbe stato calcolato in
milioni. Il suo grande timore era che l'esperimento non riuscisse una
seconda volta, e che il caso avesse avuto una parte preponderante nel
successo del primo.
Ma se il fattore e Miss Watkins incoraggiavano l'ingegnere a
persistere nell'esperimento, a perfezionare la produzione del
diamante, i minatori del Griqualand non la pensavano allo stesso modo.
Quantunque Annibale Pantalacci, James Hilton, Herr Friedel non ci
fossero più, avevano però lasciato dei seguaci che, a questo riguardo,
la pensavano assolutamente come loro. Così, con manovre subdole, il
giudeo Nathan eccitava continuamente i proprietari dei "claims" contro
l'ingegnere. Se questa produzione artificiale si fosse tradotta presto
in pratica, sarebbe stata finita per il commercio dei diamanti
naturali e delle pietre preziose. Erano già stati prodotti zaffiri
bianchi o corindoni, ametiste, topazi e anche smeraldi; ma queste
gemme non erano altro che cristalli d'allumina, variamente colorati
con acidi metallici. C'era già molto da preoccuparsi per il valore
commerciale di queste pietre, che tendevano al ribasso. Dunque, se il
diamante fosse diventato di produzione corrente, sarebbe stata la
rovina degli sfruttamenti diamantiferi del Capo e di altri luoghi di
produzione.
Tutto ciò era stato ripetuto, dopo il primo esperimento del giovane
ingegnere, e tutto ciò fu ripetuto questa volta, ma con più acredine,
con più violenza. Tra i minatori si tenevano conciliaboli che non
presagivano niente di buono per i lavori di Cipriano. Egli non se la
prendeva, essendo fermamente deciso a proseguire nell'esperimento fino
alla fine, qualunque cosa si dicesse o si facesse. No! Non avrebbe
indietreggiato davanti all'opinione pubblica, né avrebbe coperto col
segreto ciò che riguardava la sua scoperta, poiché sarebbe stata di
utilità per tutti.
Ma se egli continuava a lavorare, senza esitazioni, senza timori, Miss
Watkins, al corrente di tutto ciò che accadeva, cominciò a trepidare
per lui. Si rimproverò d'averlo incitato in quella via. Contare sulla
polizia del Griqualand per proteggerlo, significava contare su una
protezione poco efficace. Un'azione malvagia è presto compiuta e,
prima che la polizia fosse intervenuta, Cipriano avrebbe pagato con la
vita il torto che i suoi lavori minacciavano di causare ai minatori
dell'Africa australe.
Alice era dunque molto inquieta e non poté dissimulare la propria
inquietudine al giovane ingegnere. Questi la rassicurava meglio che
poteva, ringraziandola del motivo che la spingeva ad agire. Nelle
preoccupazioni che la fanciulla aveva per lui, egli scorgeva la prova
d'un sentimento più intimo, che del resto non era più un segreto tra
loro. Cipriano se ne rallegrava, ma solo in quanto il suo tentativo
provocava in Miss Watkins una effusione più intima... e continuava con
coraggio il suo lavoro.
- Ciò che faccio, signorina Alice, è per noi due! - le ripeteva.
Però Miss Watkins, ascoltando ciò che si diceva sui "claims", viveva
in continua ansia.
Ed aveva ragione! S'elevava contro Cipriano un «abbasso!» che non si
sarebbe limitato sempre a recriminazioni e a minacce, ma sarebbe
sfociato in vie di fatto.
Infatti una sera, recandosi per la solita visita al forno, Cipriano
trovò il suo impianto saccheggiato. Durante un'assenza di Bardìk, un
gruppo di uomini, approfittando dell'oscurità, aveva distrutto in
pochi minuti quanto rappresentava il lavoro di parecchi giorni. I muri
erano stati demoliti, i fornelli frantumati, i fuochi spenti, gli
arnesi danneggiati e dispersi. Non restava più niente del materiale
che all'ingegnere era costato tante cure e sacrifici. Doveva rifare
tutto - se non voleva cedere davanti alla forza - o doveva abbandonare
l'impresa.
«No! - esclamò - no! non cederò, e domani denuncerò quei miserabili
che hanno distrutto il mio capitale! Vedremo se c'è giustizia nel
Griqualand!»
E c'era giustizia: ma non quella sulla quale contava l'ingegnere.
Senza dire niente a nessuno, senza neppure informare Miss Watkins di
quanto gli era capitato, per timore di causarle un nuovo dispiacere,
Cipriano tornò a casa e andò a dormire, fermamente deciso di sporgere
denuncia l'indomani, anche se avesse dovuto rivolgersi al governatore
del Capo.
Aveva dormito forse due o tre ore, allorché il rumore della porta che
s'apriva lo svegliò di soprassalto.
Cinque uomini, mascherati di nero, armati di pistole e fucili,
entrarono nella camera. Erano muniti di quelle lanterne a vetro
convesso che nei paesi anglosassoni sono chiamate "Bull's eyes" (occhi
di bue), e si disposero in silenzio attorno a lui.
Cipriano non ebbe nemmeno per un istante l'idea di prendere sul serio
quella manifestazione tragicomica. Pensò ad uno scherzo e si mise
dapprima a ridere, quantunque, a dire il vero, non ne avesse voglia e
trovasse lo scherzo di pessimo gusto.
Ma una mano s'abbatté brutalmente sulla sua spalla, e uno degli uomini
mascherati, aprendo un foglio di carta che teneva in mano, con voce
che non aveva nulla di divertente, procedette alla seguente lettura:
«Cipriano Méré,
Questo è per informarvi che il tribunale segreto dell'accampamento di
Vandergaart, composto di ventidue membri e agendo a nome del bene
comune, vi ha oggi, alle ore ventiquattro e venticinque minuti,
condannato all'unanimità alla pena di morte.
Siete stato giudicato e ritenuto responsabile d'avere, con una
scoperta intempestiva e sleale, minacciato nei loro interessi e nella
vita loro e delle loro famiglie, tutti gli uomini che, sia nel
Griqualand sia altrove, hanno per industria la ricerca, il taglio e la
vendita dei diamanti.
Il tribunale, con saggia decisione, ha giudicato che una tale scoperta
debba essere distrutta, e che la morte d'uno solo sia preferibile a
quella di molte migliaia di creature umane.
Ha decretato di concedervi dieci minuti per prepararvi a morire,
lasciandovi la libera scelta del genere di morte; tutte le vostre
carte saranno bruciate, a eccezione d'una certa dichiarazione aperta,
che vi converrà scrivere ai vostri parenti; la vostra abitazione
infine sarà rasa al suolo.
Così sia fatto a tutti i traditori!».
Sentendosi così condannare, Cipriano si accorse che la sua fiducia di
prima ne era scossa, e si domandò se quella sinistra commedia, dati i
costumi selvaggi del paese, non fosse più seria di quanto aveva
creduto.
L'uomo che lo teneva per le spalle s'incaricò di levargli ogni dubbio
a questo riguardo.
- Alzatevi subito! - gli disse brutalmente. - Non abbiamo tempo da
perdere!
- E' un assassinio! - rispose Cipriano saltando risoluto dal letto per
prendersi i vestiti.
Era più irritato che spaventato, e concentrava tutta l'attività della
sua riflessione su ciò che gli accadeva, con la calma che avrebbe
impiegata a studiare un problema di matematica. Chi erano quegli
uomini? Non riusciva a indovinarlo, neppure dal timbro delle loro
voci. Senza dubbio, coloro che egli conosceva personalmente, e ce
n'erano fra questi, stavano prudentemente in silenzio.
- Avete fatto la vostra scelta tra tutti i generi di morte?... riprese
l'uomo mascherato.
- Non intendo fare nessuna scelta e protesto contro il crimine odioso
di cui state per rendervi colpevoli! - rispose Cipriano con voce
ferma.
- Protestate, ma sarete ugualmente spacciato! Avete qualche
disposizione da scrivere?
- Niente che abbia da confidare a degli assassini!
- Allora, in marcia! - ordinò il capo.
Due uomini si posero ai lati del giovane ingegnere, e si formò il
corteo per dirigersi verso la porta.
Ma questo punto, capitò un fatto del tutto inaspettato. Un uomo si
precipitò con un balzo in mezzo ai giustizieri di Vandergaart Kopje.
Era Matakìt. Il giovane Cafro, che si aggirava nei dintorni
dell'accampamento il più sovente di notte, era stato portato
dall'istinto a seguire quegli uomini mascherati, al momento in cui si
dirigevano verso la casa del giovane ingegnere, per forzarne la porta.
Là aveva sentito tutto ciò che essi avevano detto, aveva compreso il
pericolo che minacciava il suo padrone. Subito, senza esitare,
capitasse qualunque cosa, s'era infilato tra i minatori e s'era
gettato in ginocchio ai piedi di Cipriano.
- Piccolo padre, perché questi uomini vogliono ucciderti? gridava
aggrappandosi al padrone, a dispetto degli sforzi che gli uomini
mascherati facevano per tirarlo via.
- Perché ho fatto un diamante artificiale! - rispose Cipriano,
stringendo commosso la mano di Matakìt che non voleva staccarsi da
lui.
- Oh! piccolo padre, quanto sono sfortunato e confuso di ciò che ho
fatto! - ripeteva piangendo il giovane Cafro.
- Che vuoi dire? - domandò Cipriano.
- Sì, confesserò tutto, poiché vogliono farti morire! - gridò Matakìt.
- Sì!... io devo essere ucciso... perché sono io che ho messo il
grosso diamante nel fornello!
- Mandate via quel cialtrone! - ordinò il capo della banda.
- Vi ripeto che sono stato io che ho messo il diamante nel tubo di
ferro! - ripeteva Matakìt dibattendosi. - Sì!... sono stato io che ho
ingannato il piccolo padre!... Sono stato io che ho voluto far credere
che l'esperimento era riuscito!...
Metteva tanta energia nelle sue dichiarazioni, che alla fine lo
ascoltarono.
- Dici la verità? - domandò Cipriano, sorpreso e interdetto ad un
tempo da ciò che sentiva.
- Ma sì!... Cento volte sì!... Dico la verità!
Adesso egli stava seduto per terra, e tutti l'ascoltavano, perché ciò
che diceva cambiava del tutto le cose!
- Il giorno della grande frana - riprese, - allorché rimasi sepolto
sotto i detriti, avevo trovato il grosso diamante!... Lo tenevo nella
mano e pensavo al modo di nasconderlo, quando la parete cadde sopra di
me per punirmi di questo pensiero colpevole!... Quando ritornai in
vita, ritrovai la pietra nel letto dove il piccolo padre mi aveva
fatto trasportare!... Avrei voluto restituirgliela, ma ebbi vergogna a
confessare che ero un ladro, e attesi l'occasione favorevole!...
Precisamente qualche tempo dopo, il piccolo padre tentò di fare un
diamante e mi incaricò di mantenere acceso il fuoco!... Ma ecco che il
secondo giorno, mentre ero solo nel laboratorio, l'apparecchio scoppiò
con un rumore terribile, e ci mancò poco che io restassi ucciso dalle
schegge!... Allora pensai che il piccolo padre avrebbe avuto
dispiacere perché l'esperimento non era riuscito!... Collocai dunque
il diamante nel tubo che si era spaccato, avvolgendolo in una manata
di terra, e mi affrettai a riparare il guasto sopra il forno, perché
il piccolo padre non si accorgesse di niente!... Poi aspettai senza
dire nulla e, quando il piccolo padre trovò il diamante, ne rimase
molto felice!
Un fragoroso scoppio di risa, che i cinque uomini mascherati non
riuscirono a frenare, accolse le ultime parole di Matakìt.
Cipriano invece non rideva e si mordeva le labbra stizzito.
Era impossibile non credere alle parole del giovane Cafro! La sua
storia era certamente vera! Cipriano cercava inutilmente, nei suoi
ricordi o nella sua immaginazione, dei motivi per metterla in dubbio
delle ragioni per contraddirla! Invano diceva a se stesso:
«Un diamante naturale, esposto a una temperatura come quella del
forno, si sarebbe volatilizzato...»
Il solo buon senso gli replicava che, protetta da un involucro
d'argilla, la gemma aveva benissimo resistito all'azione del calore
oppure l'aveva subita solo parzialmente! Forse era dovuta a questa
torrefazione la sua tinta nera! Forse s'era volatilizzata e
ricristallizzata nel suo guscio!
Tutti questi pensieri si alternavano nel cervello del giovane
ingegnere, e si associavano con una rapidità straordinaria. Era
attonito!
- Mi ricordo benissimo d'aver visto la palla di terra nella mano del
Cafro, il giorno della frana - osservò allora uno degli uomini, quando
l'ilarità si fu un poco calmata. - Anzi, la stringeva così forte tra
le dita contratte, che bisognò rinunciare a levargliela!
- Eh! non c'è proprio nessun dubbio! - rispose un altro - E' forse
possibile fabbricare un diamante? In verità, siamo ben stupidi
d'averlo creduto!... Sarebbe come tentare di fabbricare una stella!
E tutti risero.
Cipriano soffriva certamente più della loro allegria di quanto non
avesse sofferto della loro brutalità.
Infine, dopo essersi consultati sottovoce, il capo riprese la parola.
- Noi riteniamo - disse - che non ci sia più motivo di procedere
all'esecuzione della sentenza pronunciata contro di voi, Cipriano
Méré! Siete libero! Ma ricordatevi che questa sentenza pesa sempre su
di voi! Una parola, un atto per informare la polizia, e sarete colpito
senza pietà!... Uomo avvisato mezzo salvato!
Così disse e, seguito dai suoi compagni, si diresse verso la porta.
La camera restò immersa nell'oscurità. Cipriano si sarebbe domandato
se non fosse stato vittima d'un semplice incubo. Ma i singhiozzi di
Matakìt, che s'era prostrato a terra e piangeva rumorosamente, con la
testa fra le mani, gli confermarono che tutto quanto era capitato era
la realtà.
Era tutto vero! Egli era sfuggito alla morte, ma a prezzo della più
bruciante umiliazione! Lui, ingegnere minerario, lui, allevato al
Politecnico, eminente chimico, già celebre geologo, s'era lasciato
sorprendere dal grossolano trucco d'un miserabile Cafro! O meglio,
egli era debitore di questa cantonata senza pari alla sua vanità, alla
sua ridicola presunzione! Era accecato fino al punto di trovare una
teoria per la sua formazione cristallina!... Non poteva essere più
ridicolo!... Non appartiene forse soltanto alla Natura, col concorso
dei secoli, di portare a termine opere simili?... E tuttavia, chi non
si sarebbe ingannato a questa apparenza? Egli agognava al successo,
aveva preparato tutto per conseguirlo e logicamente pensava d'averlo
ottenuto!... Le stesse dimensioni anormali del diamante erano fatte
apposta per dare consistenza a questa illusione!... Un Despretz
l'avrebbe condivisa!... Errori simili non capitavano forse tutti i
giorni?... Non si vedono forse i numismatici più esperti accettare per
buone medaglie false?
Cipriano cercò di sorridere della sua sorte. Ma, d'improvviso, un
pensiero l'agghiacciò.
«E la mia relazione all'Accademia!... Purché quei furfanti non se ne
siano impadroniti!»
Accese una candela. No! Grazie al Cielo, la relazione c'era ancora!
Nessuno l'aveva vista!... Non ebbe pace se non dopo averla bruciata.
Intanto, il dispiacere di Matakìt era così straziante che egli dovette
decidersi a calmarlo. Non fu cosa difficile. Alle prime parole
benevole del piccolo padre, il povero ragazzo sembrò rinascere alla
vita. E, fattosi promettere che non l'avrebbe più fatto un'altra
volta, Cipriano l'assicurò che non gli serbava rancore e che lo
perdonava di cuore.
Matakìt promise in nome di quanto aveva di più sacro, e dopo che il
padrone ritornò a dormire, fece altrettanto.
Così terminò quella scena, che aveva rischiato di diventare tragica!
Ma se era finita per quanto riguardava l'ingegnere, non sarebbe stata
la stessa cosa per Matakìt.
Infatti, il giorno seguente, quando si seppe che la "Stella del Sud"
non era nient'altro che un diamante naturale, che questo diamante era
stato trovato dal giovane Cafro, il quale ne conosceva perfettamente
il valore, tutti i sospetti contro di lui riapparvero con maggior
forza. John Watkins lanciò il grido d'allarme. Soltanto Matakìt poteva
essere il ladro di quell'inestimabile pietra! Dopo aver cercato di
appropriarsene una prima volta - non l'aveva forse confessato? - era
evidente che l'aveva poi rubata lui nella sala del banchetto.
Cipriano ebbe un bel protestare, rendersi garante dell'onestà del
Cafro; non fu ascoltato: la prova più che evidente era che Matakìt, il
quale giurava sulla sua perfetta innocenza, aveva avuto cento volte
ragione di fuggire e cento volte torto d'essere ritornato nel
Griqualand.
Allora l'ingegnere, non volendo desistere, fece valere un argomento
che nessuno s'aspettava, e che, nel suo pensiero, avrebbe salvato
Matakìt.
-Io credo alla sua innocenza - disse a John Watkins, - ma comunque,
anche se fosse colpevole, la cosa riguarda solo me! Naturale o
artificiale che fosse, il diamante apparteneva a me, prima che io
l'avessi offerto alla signorina Alice...
- Ah! vi apparteneva?... - rispose Mister Watkins in tono
particolarmente beffardo.
- Senza dubbio - rispose Cipriano. - Non è forse stato trovato sul mio
"claim" da Matakìt, che era al mio servizio?
- Niente di più vero - rispose il colono; - per conseguenza il
diamante e mio, ai termini del nostro contratto, poiché i Primi tre
diamanti trovati sulla vostra concessione devono essermi dati a titolo
di proprietà!
Al che Cipriano, sbalordito, non seppe rispondere.
- La mia rivendicazione è giusta? - domandò Mister Watkins.
- Assolutamente giusta! - rispose Cipriano.
- Vi sarei dunque molto obbligato di riconoscere questo diritto per
iscritto, nel caso che riuscissimo a farci restituire da quel
farabutto il diamante, che ha con tanta impudenza rubato!
Cipriano prese un foglio di carta bianca e scrisse:
Riconosco che il diamante trovato sul mio "claim" da un Cafro al mio
servizio è, ai termini del contratto di concessione, di proprietà di
Mister Watkins.
Cipriano Méré.
Ecco una circostanza, lo ammettiamo, che faceva svanire tutte le
speranze del giovane ingegnere. Infatti, se il diamante fosse
riapparso, apparteneva, a titolo non di dono ma di proprietà, a John
Watkins, e un nuovo abisso, che tanti milioni avrebbero colmato,
riapriva tra Alice e Cipriano.
Tuttavia, se la rivendicazione del colono nuoceva agli interessi dei
due giovani, nuoceva ancor più a Matakìt! Ora egli appariva
responsabile di un danno causato a John Watkins!... E John Watkins non
era il tipo da rinunciare a un inseguimento, se si credeva sicuro di
acciuffare il ladro.
Così il povero diavolo fu arrestato, imprigionato, e non passarono
dodici ore che egli fu giudicato, poi, malgrado tutto ciò che disse
Cipriano in suo favore, condannato a morte... se non si decideva se
non riusciva a restituire la "Stella del Sud"
Ora, siccome in realtà egli non la poteva restituire, poiché non
l'aveva presa, la sua sorte era chiara, e Cipriano non sapeva più che
cosa fare per salvare lo sventurato, ch'egli persisteva a non creder
colpevole.
22. UNA MINIERA DI NUOVO GENERE.
Nel frattempo Miss Watkins aveva appreso tutto ciò che era capitato:
tanto la scena degli uomini mascherati quanto lo smacco così
spiacevole subito dal giovane ingegnere.
- Ah! signor Cipriano - gli disse ella, quando lo sfortunato l'ebbe
messa al corrente di tutto, - la vostra vita non vale forse più di
tutti i diamanti del mondo?
- Cara Alice...
- Non pensiamo più a tutto questo, e rinunciate agli esperimenti di
questo genere!
- Me l'ordinate?... - domandò Cipriano.
- Sì! sì! - rispose la fanciulla. - Vi ordino di cessare, come vi
avevo ordinato d'incominciare... visto che volete davvero ricevere
ordini da me!
- Come vorrei eseguirli tutti! - rispose Cipriano, prendendo la mano
che Miss Watkins gli tendeva.
Ma quando Cipriano l'ebbe informata della condanna inflitta a Matakìt,
ella ne fu terrorizzata, soprattutto quando seppe quale parte vi aveva
preso suo padre.
Neppure lei credeva alla colpevolezza del giovane Cafro! Anche lei,
d'accordo con Cipriano, avrebbe voluto fare di tutto per salvare
quell'infelice! Ma come occuparsene e, soprattutto, come interessare
John Watkins, diventato in questa faccenda l'inesorabile accusatore di
quello sventurato, sul quale egli stesso aveva lanciato l'accusa più
ingiusta?
Bisogna aggiungere che il colono non era riuscito a ottenere nessuna
confessione da Matakìt, né mostrandogli la forca eretta per lui, né
facendogli sperare la sua grazia, se avesse parlato. Dunque, costretto
a rinunciare a ogni speranza di ritrovare la "Stella del Sud", egli
era diventato d'un umore insopportabile. Non gli si poteva più
parlare. Tuttavia la figlia volle tentare un ultimo sforzo presso di
lui.
Il giorno dopo la condanna, Mister Watkins, che soffriva un po' meno
dell'ordinario per la sua gotta, aveva approfittato di questa tregua
per mettere ordine nelle sue carte. Seduto davanti a una grande
scrivania d'ebano a ribalta, incrostata d'intarsio giallo - splendido
relitto della dominazione olandese, arrivato dopo molte peripezie in
quell'angolo sperduto del Griqualand, egli passava in rassegna i vari
titoli di proprietà, contratti, corrispondenza.
Dietro a lui, Alice, china sul suo lavoro, ricamava senza molto
occuparsi dello struzzo Dadà, che andava e veniva attraverso la sala
con la sua imponenza abituale, ora gettando uno sguardo dalla
finestra, ora seguendo con i suoi grandi occhi quasi umani i movimenti
di Mister Watkins e della figlia.
D'improvviso, un'esclamazione del colono fece alzare la testa a Miss
Watkins, preoccupata.
- Questa bestia è insopportabile! - gridò il colono. - Mi ha portato
via una pergamena!... Dadà!... Qui!... Ridammela subito!
Queste parole non erano ancora state del tutto articolate, che ne
seguì un torrente d'ingiurie.
- Ah! la bestiaccia l'ha ingoiata!... Un documento di capitale
importanza!... L'originale del decreto che ordina l'inizio dello
sfruttamento del mio "kopje"!... E' intollerabile!... Ma gliela farò
sputare, dovessi strangolarlo...
John Watkins, rosso di collera, fuori di sé, s'era alzato con
movimento brusco. Correva dietro allo struzzo, che cominciò a fare due
o tre giri nella sala e finì per lanciarci attraverso la finestra, che
era al livello del suolo.
- Papà - intervenne Alice, desolata di questo nuovo misfatto del suo
favorito, - calmatevi, ve ne supplico! Ascoltatemi!... Vi prenderete
un malanno!
Ma il furore di Mister Watkins era al colmo. La fuga dello struzzo
aveva finito per esasperarlo.
- No! - diceva con voce adirata; - è troppo!... Bisogna finirla!...
Non rinuncio così al più importante dei miei titoli di proprietà!...
Una pallottola nella testa castigherà quel ladro!... Avrò la mia
pergamena, lo garantisco.
Alice lo seguiva in lacrime.
- Ve ne supplico, padre mio, perdonate alla povera bestia diceva. -
Dopo tutto, quella carta è così importante?... Non si può ottenere un
duplicato?... Vorreste recarmi il dispiacere di uccidere davanti a me
il mio povero Dadà per una colpa così leggera?
Ma John Watkins non voleva sentir ragioni, e guardava da tutte le
parti, cercando la vittima.
La scorse infatti, nel momento in cui si rifugiava oltre la casa
occupata da Cipriano Méré. Subito, imbracciando il fucile, il colono
partì alla carica; ma Dadà, come se avesse indovinato i neri progetti
tramati contro di lui, non appena vide quella mossa, s'affrettò a
nascondersi dentro la casa.
- Aspetta!... Aspetta!... Ti prenderò, maledetta bestia! - gridò John
Watkins dirigendosi verso di lui.
Alice, sempre più spaventata, lo seguì per tentare ancora di
trattenerlo.
Tutti e due arrivarono così davanti alla casa del giovane ingegnere e
vi girarono attorno. Lo struzzo non c'era. Dadà era scomparso!
Tuttavia era impossibile che fosse già sceso dalla collinetta, perché
l'avrebbero scorto nei dintorni della fattoria. Aveva dunque cercato
rifugio nella casa attraverso una delle porte o finestre che
s'aprivano sul lato posteriore.
Così infatti pensò John Watkins. Ritornò pertanto sui suoi passi e
bussò alla porta principale.
Cipriano stesso venne ad aprire.
- Signor Watkins?... Miss Watkins?... Felice di vedervi in casa
mia!... - disse molto sorpreso da questa visita inaspettata.
Il colono, ansante, gli spiegò la cosa in poche parole, ma con molto
furore!
- Ebbene, cerchiamo il colpevole! - rispose Cipriano introducendo in
casa John Watkins e Alice.
- E vi assicuro che l'affare sarà regolato all'istante! - ripeté il
fattore, brandendo il fucile come un "tomahawak".
Nello stesso istante, uno sguardo supplichevole della fanciulla rivelò
a Cipriano tutto l'orrore che ella provava per l'esecuzione decretata.
Così egli decise subito che cosa fare, e fu una cosa semplice: decise
di non trovare lo struzzo.
- Li - disse segretamente al Cinese, il quale entrava allora ho il
sospetto che lo struzzo si trovi in camera tua! Va', e incaricati di
farlo evadere senza lasciarti scorgere, mentre io accompagno Mister
Watkins dalla parte opposta!
Sfortunatamente, il piano era sbagliato in radice. Lo struzzo s'era
rifugiato precisamente nella prima stanza, dove cominciarono le
ricerche. Stava là, facendosi piccolo, con la testa nascosta sotto una
cassa, ma tanto visibile quanto il sole a mezzogiorno.
Mister Watkins si gettò sopra di lui.
- Ah! furfante, è venuta la tua ora! - disse.
Tuttavia, per quanto fosse adirato, si arrestò un istante davanti a
quell'enormità: sparare un colpo di fucile a bruciapelo, in una casa
che, almeno provvisoriamente, non era più sua.
Alice piangendo si era voltata da una parte per non vedere.
A questo punto il grande dolore di lei suggerì all'ingegnere una idea
luminosa.
- Signor Watkins - disse d'improvviso, - ci tenete a riavere solo la
vostra carta, non è vero?... Ebbene, è perfettamente inutile uccidere
Dadà per riaverla! Basta aprirgli lo stomaco, perché il documento non
è certamente ancora digerito! Mi permettete di fare l'operazione? Ho
seguito un corso di zoologia al Museum, e credo che me la caverò
abbastanza bene in questo intervento chirurgico!
Sia che la prospettiva di una vivisezione stimolasse l'istinto di
vendetta del fattore, sia che la sua collera cominciasse a sbollire, o
che fosse suo malgrado commosso dal reale dispiacere della figlia,
egli si lasciò piegare ed acconsentì ad accettare questa via di mezzo.
- Intendo riavere il mio documento! - dichiarò. - Se non si trova
nello stomaco, lo si cercherà altrove! Lo voglio ad ogni costo!
Eseguire l'operazione non era così facile come si sarebbe potuto
credere a prima vista, considerando l'atteggiamento rassegnato del
povero Dadà. Uno struzzo, anche di piccola statura, è dotato d'un
organismo la cui forza è veramente prodigiosa. Appena sfiorato dal
bisturi del chirurgo improvvisato, era certo che il paziente si
sarebbe risentito, infuriato, dibattendosi con ferocia. Perciò furono
chiamati Li e Bardìk per assistere Cipriano in qualità di aiutanti.
Si decise anzitutto di legare lo struzzo. Allo scopo furono impiegate
le corde di cui Li aveva sempre una provvista nella sua stanza. Con un
groviglio di nodi furono subito legati il becco e le zampe al
malcapitato Dadà, che fu ridotto nell'impossibilità di tentare
qualsiasi resistenza.
Cipriano non si accontentò di questo. Per riguardo alla sensibilità di
Miss Watkins, volle risparmiare ogni sofferenza al suo struzzo, e gli
avviluppò la testa con una benda imbevuta di cloroformio.
Fatto questo, si accinse a procedere all'operazione, con un po'
d'inquietudine per le possibili conseguenze. Alice, emozionata da
questi preparativi, pallida come la morte, s'era rifugiata nella
stanza vicina.
Cipriano tastò dapprima la base del collo dell'animale, al fine di
precisare la posizione dello stomaco. Non era difficile, perché il
gozzo formava nella parte superiore della regione toracica una massa
considerevole, dura, resistente, che le dita sentivano molto bene in
mezzo alle parti molli circostanti.
Servendosi d'un temperino, Cipriano incise con precauzione la pelle
del collo. Essa era abbondante e flaccida come quella d'un tacchino, e
coperta da una peluria grigia che si lasciava facilmente scostare.
L'incisione non provocò quasi sangue e fu debitamente detersa con un
pannolino bagnato.
Cipriano individuò allora la posizione di due o tre arterie
importanti, ed ebbe cura di scostarle con piccoli uncini di fil di
ferro, che diede a tenere a Bardìk. Poi aprì un tessuto bianco,
madreperlaceo, che racchiudeva una vasta cavità sotto le clavicole, e
mise subito allo scoperto lo stomaco dello struzzo.
Si immagini il gozzo d'una gallina, di volume e spessore e peso quasi
cento volte più grande, e si avrà un'idea approssimativa di ciò che
era questo deposito.
Il gozzo di Dadà aveva l'aspetto d'una tasca bruna, molto gonfiata
dagli alimenti e corpi estranei che il vorace animale aveva ingoiato
nella giornata, o forse anche in tempi anteriori. E bastava vedere
quest'organo carnoso, possente, sano, per comprendere che non c'era
nessun pericolo a dare il taglio definitivo.
Armato del suo coltello da caccia, che Li gli aveva posto in mano dopo
averlo in precedenza affilato, Cipriano operò in questa massa una
larga incisione.
Praticata questa apertura, fu facile introdurvi la mano, fino al fondo
del gozzo.
Subito fu trovato ed estratto il documento tanto rimpianto da Mister
Watkins. Era accartocciato a palla, un po' spiegazzato senza dubbio,
ma perfettamente intatto.
- C'è ancora dell'altro - disse Cipriano, il quale aveva immerso la
mano nella cavità, e ne estrasse, questa volta, una palla d'avorio.
- La palla da rammendo di Miss Watkins! - esclamò. - pensare che sono
più di cinque mesi che Dadà l'ha ingoiata!... Evidentemente non gli
era potuta passare per l'orificio inferiore!
Consegnata la palla a Bardìk, riprese a frugare, come avrebbe fatto un
archeologo sui resti d'un insediamento romano.
- Un portacandele di rame! - esclamò meravigliato; estraendo quasi
subito l'umile articolo domestico, maciullato, schiacciato, e
appiattito, ossidato, ma tuttavia riconoscibile.
A questo punto le risate di Li e Bardìk furono così rumorose che Alice
stessa, la quale entrava allora nella stanza, non si trattenne
dall'associarvisi.
- Monete!... Una chiave!... Un pettine d'osso! - continuava Cipriano
proseguendo l'inventario.
D'improvviso impallidì. Le sue dita avevano incontrato un oggetto di
forma eccezionale!... No!... Non c'era nessun dubbio sulla natura di
esso! E tuttavia egli non osava credere a un caso simile!
Infine ritirò la mano dalla cavità ed estrasse l'oggetto che vi aveva
pescato...
Un grido sfuggì dalla bocca di John Watkins!
- La "Stella del Sud"!
Sì!... Il famoso diamante veniva ritrovato intatto, non avendo perduto
nulla del suo splendore, e brillava alla luce della finestra come una
costellazione!
Ma una cosa singolare colpì all'istante tutti i testimoni della scena:
la pietra aveva cambiato colore.
Da nera com'era prima, la "Stella del Sud" era diventata rosa: un rosa
splendido, che ne aumentava, se possibile, la limpidezza e lo
splendore.
- Pensate che ciò diminuisca il suo valore? - domandò emozionato
Mister Watkins appena riuscì a parlare, perché la sorpresa e la gioia
gli avevano dapprima tolto il respiro.
- Per nessun motivo! - rispose Cipriano. - Al contrario, una curiosità
in più, che classifica questa pietra nella famiglia così rara dei
«diamanti camaleonte»!... Decisamente, sembrerebbe che non faccia
freddo nel gozzo di Dadà poiché questi cambiamenti di tinta dei
diamanti colorati, frequentemente segnalati alle società di esperti,
sono dovuti d'ordinario a una variazione improvvisa di temperatura!
- Ah!... grazie al Cielo, eccoti ritrovata, mia bellissima! ripeteva
Mister Watkins, stringendo in mano la pietra preziosa, come per
assicurarsi che non stava sognando. - Mi hai causato troppo dispiacere
con la tua fuga, ingrata stella, perché io ti lasci ancora fuggire!
E se la portava davanti agli occhi, e l'accarezzava con gli sguardi, e
sembrava se la volesse mangiare, sull'esempio di Dadà!
Intanto Cipriano, facendosi portare un ago con del filo grosso, aveva
ricucito il gozzo dello struzzo; poi, dopo aver chiuso per mezzo d'una
sutura l'incisione del collo, lo liberò dai legami che lo tenevano
immobile.
Dadà, molto prostrato, teneva la testa bassa e non sembrava
minimamente disposto ad andarsene.
- Pensate che guarirà, signor Cipriano? - domandò Alice, più commossa
dalle sofferenze del suo favorito che dalla ricomparsa del diamante.
- Certo che guarirà, Miss Watkins! - rispose Cipriano. - Pensate forse
che avrei tentato l'operazione, se non ne fossi stato sicuro?... No!
Entro tre giorni non si vedrà più niente, e intanto non passeranno due
ore che Dadà avrà rifornito la curiosa tasca che abbiamo ora svuotata!
Rassicurata da questa promessa, Alice rivolse al giovane ingegnere uno
sguardo di riconoscenza, che lo ripagò di tutto il suo lavoro.
In quel momento Mister Watkins, finalmente convinto di essere
perfettamente in sé e di aver davvero ritrovato la sua magnifica
stella, si allontanò dalla finestra.
- Signor Méré - disse in tono maestoso e solenne, - mi avete reso un
grande servizio, e non so se potrò mai sdebitarmi!
Il cuore di Cipriano prese a battere violentemente.
Sdebitarsi!... eh! Mister Watkins aveva un mezzo molto semplice per
farlo! Gli era dunque così difficile mantenere la parola e dargli la
figlia, che aveva promessa a chi gli avesse riportato la "Stella del
Sud"! E in verità, non era forse come se l'avesse riportata dal fondo
del Transvaal?
Questo si diceva Cipriano ma era troppo fiero per esprimere il suo
pensiero a voce alta, e d'altronde si riteneva quasi certo che questo
pensiero sarebbe sorto spontaneamente nell'animo del colono.
Tuttavia John Watkins non disse niente di tutto questo e, dopo aver
fatto segno alla figlia di seguirlo, lasciò la capanna e rientrò nella
sua abitazione.
Non occorre dire che, qualche istante dopo, Matakìt recuperava la
libertà. Ma ci era mancato poco che il povero diavolo non pagasse con
la vita l'ingordigia di Dadà, e in verità se l'era vista brutta!
23. LA STATUA DEL COMMENDATORE.
Il fortunato John Watkins, ormai il più ricco tra i coloni del
Griqualand, dopo aver offerto un primo banchetto per festeggiare la
nascita della "Stella del Sud", non poteva fare di meglio che offrirne
un secondo per festeggiare la sua resurrezione. Ma questa volta
sarebbero state prese tutte le precauzioni perché quel tesoro non
scomparisse di nuovo: Dadà non fu invitato alla festa.
Nel pomeriggio del giorno dopo, il banchetto era nel pieno del suo
splendore.
Fin dal mattino, John Watkins aveva convocato i vassalli e valvassori
dei suoi convitati abituali; aveva ordinato presso i macellai del
distretto tanta carne che sarebbe bastata a sfamare un plotone di
fanteria; aveva ammassato nella sua dispensa tutte le vettovaglie,
tutte le scatole di conserve, tutte le bottiglie di vini e liquori
stranieri che erano state reperite nelle cantine dei dintorni.
Fin dalle quattro, la tavola era imbandita nella sala grande, tutte le
bottiglie disposte in bell'ordine sulla credenza, e i quarti di bue e
di montone stavano arrostendo.
Alle sei, gli invitati arrivarono nei loro migliori paludamenti. Alle
sette, il diapason della conversazione aveva già raggiunto un tono
così elevato che sarebbe stato difficile a una tromba dominare il
frastuono. C'era Mathis Pretorius, ritornato tranquillo da quando non
aveva più da temere i cattivi scherzi di Annibale Pantalacci; c'era
Thomas Steel che scoppiava di forza e di salute, il sensale Nathan,
coloni, minatori, mercanti, ufficiali di polizia.
Cipriano, per ordine di Alice, non s'era rifiutato d'intervenire al
banchetto, poiché anche la fanciulla era stata costretta a
parteciparvi. Ma erano ambedue molto tristi, perché - era fin troppo
evidente - il cinquanta volte milionario Watkins non si sarebbe
sognato di dare sua figlia a un piccolo ingegnere «che non sapeva
neppure fabbricare un diamante!». Sì! il vecchio egoista era arrivato
al punto di trattare così il giovane studioso, al quale doveva in
realtà la sua nuova fortuna!
La cena si svolgeva dunque in mezzo all'entusiasmo chiassoso dei
convitati.
Davanti al fortunato colono - non più dietro le sue spalle questa
volta - la "Stella del Sud", adagiata su un cuscino di velluto celeste
sotto la duplice protezione d'una gabbia con sbarre di metallo e una
campana di vetro, scintillava alla luce delle candele.
Erano già stati fatti dieci "toasts" alla sua bellezza, limpidezza
incomparabile, sfavillio senza pari.
Faceva allora un caldo opprimente.
Isolata e quasi ripiegata su se stessa, in mezzo al tumulto, Miss
Watkins sembrava non sentisse niente. Guardava Cipriano, anche lui
affranto, e le lacrime stavano per spuntarle sugli occhi.
Tre forti colpi, battuti alla porta della sala, interruppero
d'improvviso il rumore delle conversazioni e il tintinnio dei
bicchieri.
- Avanti! - gridò Mister Watkins con la sua voce roca. Chiunque voi
siate, arrivate al momento buono, se avete sete!
La porta s'aprì.
La figura scarna e allampanata di Jacobus Vandergaart si eresse sulla
soglia.
Tutti i convitati si guardarono, molto sorpresi di questa apparizione
inaspettata. Si conoscevano perfettamente, in tutto il paese i motivi
d'inimicizia che dividevano i due vicini, John Watkins e Jacobus
Vandergaart, e un sordo mormorio corse attorno alla tavola. Tutti
s'aspettavano qualcosa di grave.
S'era fatto silenzio profondo. Tutti gli occhi erano fissi sul vecchio
lapidario dai capelli bianchi. Egli, in piedi, con le braccia
conserte, il cappello in testa, vestito della sua lunga marsina nera
delle grandi solennità, sembrava lo spettro della vendetta.
Mister Watkins si sentì afferrato da un vago terrore inespresso.
Impallidiva sotto lo strato di vermiglione prodotto sugli zigomi
dall'inveterata abitudine all'alcoolismo.
Tuttavia il colono tentò di reagire contro quel sentimento
inspiegabile, di cui non sapeva rendersi conto.
- Eh! da quanto tempo, vicino Vandergaart - disse parlando per primo a
Jacobus, - non mi onorate della vostra visita! Qual buon vento vi
porta in questa casa?
- Il vento della giustizia, vicino Watkins! - rispose freddo il
vegliardo. - Vengo a dirvi che il diritto finalmente trionfa e si
manifesta, dopo un'eclissi di sette anni! Vengo ad annunciarvi che
l'ora della riparazione è suonata, che io rientro in possesso dei miei
averi, e che il "kopje", che ha sempre portato il mio nome, è ora
legalmente mio, come non ha mai cessato d'esserlo davanti
all'equità!... John Watkins, mi avete espropriato di ciò che
m'apparteneva!... Oggi la legge espropria voi e vi condanna a
restituirmi ciò che mi avete preso!
Quanto John Watkins s'era sentito prima ghiacciare dall'apparizione
improvvisa di Jacobus Vandergaart e dal pericolo vago ch'essa sembrava
annunciare, altrettanto la sua natura sanguigna e violenta lo portava
ora ad affrontare un pericolo diretto e ben definito.
Perciò, dopo essersi riversato sulla spalliera della poltrona, si mise
a ridere nella maniera più sprezzante.
- Il pover'uomo è pazzo! - disse rivolgendosi ai suoi convitati.- Ho
sempre pensato che aveva il cranio fesso!... Ma sembra che, da qualche
tempo, la crepa si sia allargata!
La tavolata applaudì a questa volgarità. Jacobus Vandergaart non mosse
ciglio.
- Riderà bene chi riderà ultimo! - riprese con voce grave, estraendo
di tasca una carta. - John Watkins, lo sapete che una sentenza
contraddittoria e definitiva, confermata in appello e che nemmeno la
regina potrebbe modificare, vi ha attribuito in questo distretto i
terreni situati ad occidente del venticinquesimo grado di longitudine
est da Greenwich, e ha assegnato a me quelli che si trovano a oriente
di questo meridiano?
- Precisamente, degno rimbambito! - gridò John Watkins. - E perciò
fareste molto meglio mettervi a letto, se siete malato, che venire a
scocciare le persone oneste che stanno cenando e che non devono niente
a nessuno!
Jacobus Vandergaart aveva spiegato la carta.
- Ecco una notifica - riprese con voce più serena - una notifica del
Comitato catastale, firmata dal governatore e registrata a Victoria in
data di avant'ieri, che accerta un errore materiale introdotto fino ad
oggi in tutte le mappe del Griqualand. Questo errore, commesso dieci
anni fa dai geometri incaricati della misurazione del distretto, i
quali non hanno tenuto conto della declinazione magnetica nel
determinare il nord vero, questo errore dico, falsa tutte le carte e
tutti i piani basati sui loro rilevamenti. In conseguenza della
rettifica che è stata fatta, il venticinquesimo grado di longitudine,
che a noi interessa, si trova riportato sul nostro parallelo a più di
tre miglia verso occidente. Questa rettifica, ormai ufficiale, mi
rimette dunque in possesso del "kopje" che vi era toccato in sorte,
perché, secondo tutti i giureconsulti e il "chief justice" (1) in
persona, la lettera della sentenza non avrebbe perduto niente del suo
vigore! Ecco, John Watkins, cosa vengo a dirvi!
Sia che il fattore non avesse compreso tutta la portata del discorso,
sia che preferisse rifiutare sistematicamente di comprendere, cercò di
rispondere al vecchio lapidario con un'altra risata di scherno.
Ma questa volta la risata suonava falsa, e non ebbe eco attorno alla
tavola.
Tutti i testimoni di questa cena, stupiti, tenevano gli occhi fissi su
Jacobus Vandergaart, e sembravano vivamente colpiti dalla sua serietà,
dalla sicurezza della sua parola, dalla certezza incrollabile che
traspariva da tutta la sua persona.
Fu il mediatore Nathan, per primo, a farsi interprete del sentimento
generale.
- Ciò che dice il signor Vandergaart non ha niente di assurdo a prima
vista - fece osservare rivolgendosi a John Watkins. L'errore di
longitudine sarà stato possibile, dopo tutto, e non sarebbe forse
meglio, prima di pronunciarsi, aspettare informazioni più complete?
- Attendere informazioni? - gridò Mister Watkins, battendo un gran
pugno sulla tavola. - Non so che farmene delle informazioni!... Sono
in casa mia, qui, o no?... Ho o non ho ottenuto la proprietà del
"kopje" con una sentenza definitiva, di cui questo vecchio coccodrillo
riconosce egli stesso la validità?... Ebbene! che m'importa del
resto?... Se mi si vuole toccare nel possesso pacifico dei miei beni
farò quanto ho già fatto, mi rivolgerò ai tribunali, e vedremo chi
vincerà la causa!
- I tribunali hanno già dato la loro sentenza - replicò Jacobus
Vandergaart con una calma inesorabile. - Tutto si riduce ora a una
questione di fatto: il venticinquesimo grado di longitudine passa o
non passa sulla linea che gli è stata assegnata dai piani catastali?
Ora, è sufficientemente riconosciuto che non c'è errore su questo
punto, e la conclusione inevitabile è che il "kopje" ritorna a me.
Così dicendo, Jacobus Vandergaart mostrò il documento ufficiale che
aveva in mano, e che era munito di tutti i timbri e sigilli.
Il disagio di John Watkins aumentava visibilmente. Egli si agitava
sulla poltrona, tentava di sogghignare, ma le sue erano smorfie. I
suoi occhi caddero per caso, in quell'istante, sulla "Stella del Sud".
Tale vista sembrò ridargli la fiducia che cominciava a vacillare.
- E se ciò fosse - gridò, - se dovessi rinunciare, contro ogni
giustizia, a questa proprietà, che mi è stata legalmente assegnata e
che godo in pace da sette anni, cosa m'importa dopo tutto? Non ho
forse di che consolarmi, fosse pure questo solo gioiello, che posso
portare nel taschino del panciotto e salvare da ogni sorpresa?
- Anche questo è un errore, John Watkins - replicò Jacobus Vandergaart
in tono asciutto. - La "Stella del Sud" è ora mia proprietà, allo
stesso titolo che tutti i prodotti del "kopje" che si trovano in mano
vostra, come i mobili di questa casa, come il vino di queste
bottiglie, come la carne avanzata nei piatti!... Tutto è mio, poiché
tutto proviene dal furto che mi è stato fatto!... E non vi preoccupate
- aggiunse, - ho preso le mie precauzioni.
Jacobus Vandergaart batté le sue mani lunghe e ossute.
Gli agenti di polizia, in uniforme nera, comparvero subito sulla
porta, seguiti dappresso da un ufficiale dello sceriffo, il quale
entrò con passo deciso e pose la mano su una sedia.
- In nome della legge - disse - dichiaro il sequestro provvisorio di
tutti gli oggetti mobili e di qualsiasi cosa di valore che si trovino
in questa casa!
Tutti s'erano levati, a eccezione di John Watkins. Il fattore,
annichilito, riversato nella sua grande poltrona di legno, sembrava
colpito dalla folgore.
Alice gli si era gettata al collo e cercava di rianimarlo con le più
affettuose parole.
Intanto Jacobus Vandergaart non lo perdeva di vista. Egli lo osservava
più con pietà che con odio, sempre sorvegliando la "Stella del Sud",
che scintillava più radiosa che mai in mezzo a quel naufragio.
- Rovinato!... Rovinato!...
Queste sole parole uscivano ora dalle labbra di Mister Watkins. In
quel momento Cipriano si levò e, con voce grave, disse:
- Signor Watkins, ora che la vostra proprietà è minacciata da una
catastrofe irreparabile, permettetemi di vedere in questo avvenimento
nient'altro che una possibilità di riavvicinarmi alla signorina vostra
figlia!... Ho l'onore di chiedervi la mano di Miss Alice Watkins!
NOTE.
NOTA 1: Capo della magistratura.
24. UNA STELLA FILANTE.
La domanda del giovane ingegnere produsse l'effetto d'un colpo di
scena. Per quanto la natura di quei semiselvaggi fosse dotata di
scarsa sensibilità, tutti i convitati di John Watkins scoppiarono in
un applauso fragoroso. Tanto disinteresse da parte di Cipriano era
riuscito a scuoterli.
Alice, con gli occhi bassi, il cuore in tumulto, forse l'unica a non
mostrarsi sorpresa del gesto del giovane, se ne stava in silenzio
accanto a suo padre.
Lo sventurato fattore, ancora scombussolato dalla notizia terribile
che l'aveva colpito, aveva sollevato la testa. E infatti egli
conosceva abbastanza Cipriano per sapere che, dandogli sua figlia,
egli avrebbe assicurato nello stesso tempo l'avvenire e la felicità di
Alice, ma non voleva ancora, neppure con un cenno, manifestare di non
aver più obiezioni al matrimonio.
Cipriano, adesso confuso del gesto pubblico al quale l'aveva spinto la
veemenza del suo amore, ne avvertiva anch'egli la singolarità, e
cominciava a rimproverarsi di non essersi maggiormente controllato.
Fu in questo momento d'imbarazzo generale, facile a comprendersi, che
Jacobus Vandergaart fece un passo verso il fattore.
- John Watkins - disse - non vorrò abusare della vittoria, e non sono
di quelli che calpestano sotto i piedi i nemici abbattuti! Se ho
rivendicato il mio diritto, è perché ogni uomo ha sempre il dovere di
farlo! Ma so per esperienza che il diritto rigoroso confina talvolta
con l'ingiustizia, e non vorrei far portare agli innocenti il peso di
colpe che non hanno commesso!... E poi, io sono solo al mondo e già
prossimo alla tomba! A che mi servirebbero tante ricchezze, se non mi
fosse permesso di spartirle con gli altri?... John Watkins, se voi
acconsentite all'unione di questi due giovani, io li prego di
accettare in dote la "Stella del Sud", della quale io non saprei cosa
fare!
M'impegno inoltre a nominarli miei eredi, e a riparare così, nella
misura che mi è possibile, il torto involontario che io cagiono alla
vostra incantevole figlia!
A queste parole, si notò fra i presenti ciò che i resoconti
parlamentari chiamano un «vivo moto d'interesse e di simpatia». Tutti
gli sguardi si rivolsero a John Watkins. I suoi occhi s'erano
d'improvviso inumiditi, ed egli li copriva con la mano tremante.
- Jacobus Vandergaart!... - esclamò egli alla fine, incapace di
contenere il tumulto di sentimenti che l'agitava. - Sì!... voi siete
un galantuomo, e vi vendicate con nobiltà del male che vi ho fatto
rendendo felici questi due ragazzi!
Né Alice né Cipriano poterono rispondere, almeno a parole, ma i loro
sguardi parlavano chiaro.
Il vegliardo tese la mano al suo avversario, e Mister Watkins la
strinse con forza.
Tutti gli occhi dei presenti erano umidi, anche quelli d'un anziano
agente di polizia, che sembrava tanto secco come una galletta del
l'Ammiragliato.
Quanto a John Watkins, egli era letteralmente trasfigurato. La sua
fisionomia era adesso tanto cordiale, tanto dolce quanto era stata in
precedenza arcigna e dura. E anche il volto austero di Jacobus
Vandergaart aveva ripreso l'espressione che gli era abituale,
l'espressione della bontà più serena.
- Dimentichiamo tutto - esclamò - e beviamo alla felicità di questi
ragazzi, sempre che il signor ufficiale dello sceriffo ce lo consenta,
con il vino ch'egli ha sequestrato!
- Un ufficiale dello sceriffo ha talvolta il dovere di opporsi alla
vendita di bevande inebrianti - disse il magistrato sorridente, - ma
non s'è mai opposto alla loro consumazione!
A queste parole dette con arguzia, le bottiglie circolarono e la più
franca cordialità riapparve nella sala da pranzo.
Jacobus Vandergaart, seduto alla destra di John Watkins, faceva con
lui progetti per l'avvenire.
- Venderemo tutto e seguiremo i ragazzi in Europa! - diceva - Ci
stabiliremo vicino a loro, in campagna, e ce la passeremo ancora bene!
Alice e Cipriano, seduto l'uno di fianco all'altra, erano impegnati in
una discussione a bassa voce, in francese: discussione che non
sembrava meno importante, a giudicare dall'animazione dei due
contendenti.
Faceva allora più caldo che mai. Un calore pesante e deprimente
inaridiva le labbra all'orlo dei bicchieri e trasformava i convitati
in altrettante macchine elettriche, pronte a mandar scintille. Invano
porte e finestre erano rimaste aperte. Non un alito d'aria che facesse
oscillare la fiamma delle candele.
Tutti sentivano che una simile pressione atmosferica poteva risolversi
in una sola maniera: con uno di quegli uragani, accompagnati da tuoni
e piogge torrenziali, che nell'Africa australe rassomigliano a una
congiura di tutti gli elementi della natura. Quest'uragano tutti
l'aspettavano, lo speravano come un sollievo.
D'improvviso, un lampo tinse di luce verdastra i volti e, quasi
subito, scoppi di tuono, rumoreggiando sulla pianura, annunciarono
l'inizio del concerto.
Nello stesso istante, una raffica improvvisa, irrompendo nella sala,
spense tutte le luci. Poi, senza interruzione, le cataratte del cielo
s'aprirono, il diluvio cominciò.
- Avete sentito, immediatamente dopo il fulmine, un rumore secco come
uno scoppio? - domandò Thomas Steel, mentre gli altri s'erano
precipitati a chiudere le finestre e a riaccendere le candele. -
Sembrava lo scoppio d'un globo di vetro!
Subito tutti gli sguardi andarono istintivamente alla "Stella del
Sud".
Il diamante era scomparso.
Tuttavia, né la gabbia di ferro né la campana di vetro che lo
coprivano erano cambiati di posto, ed era assolutamente impossibile
che qualcuno li avesse toccati.
Il fenomeno sembrava avere del prodigioso.
Cipriano, che s'era subito avvicinato, aveva riscontrato sul cuscino
di velluto, al posto del diamante, la presenza d'una specie di polvere
grigia. Si lasciò sfuggire un'esclamazione di stupore e spiegò in
poche parole ciò che era capitato.
- La "Stella del Sud" è scoppiata! - disse.
Tutti sanno, nel Griqualand, che questa è una malattia particolare dei
diamanti del paese. Nessuno ne parla, perché ciò servirebbe a
diminuire considerevolmente il loro pregio; ma il fatto è che, in
seguito a un'azione molecolare ancora inspiegata, le pietre più
preziose scoppiano talvolta come veri petardi. In questo caso, non
resta nient'altro che un po' di polvere, buona al massimo ad usi
industriali.
L'ingegnere era evidentemente più preoccupato del lato scientifico
dell'incidente che della perdita enorme che ne derivava per lui.
- Ciò che è singolare - disse tra lo stupore generale - non è che la
pietra sia scoppiata in queste condizioni, è piuttosto che abbia
aspettato fino ad oggi per farlo! Ordinariamente, i diamanti scoppiano
più presto, almeno entro dieci giorni seguenti al taglio non è vero,
signor Vandergaart?
- E' perfettamente esatto, e questa è la prima volta nella mia vita
che vedo un diamante scoppiare dopo tre mesi dal taglio! dichiarò il
vegliardo con un sospiro. - Ma forse era destino che
la "Stella del Sud" non sarebbe appartenuta a nessuno! aggiunse.
Quando penso che sarebbe bastato, per impedire questo danno, avvolgere
la pietra in un leggero strato di grasso...
- Davvero? - esclamò Cipriano con la soddisfazione d'un uomo che ha
finalmente la chiave d'una difficoltà. - In questo caso tutto si
spiega! La fragile stella aveva senza dubbio trovato nello stomaco di
Dadà quello strato protettivo, e questo l'ha salvata fino a ora! In
verità, sarebbe stato meglio se fosse scoppiata quattro mesi fa, e ci
avesse risparmiato tutta la strada che abbiamo percorso attraverso il
Transvaal!
A questo punto si osservò che John Watkins, evidentemente sulle spine,
si agitava irrequieto sulla sua poltrona.
- Come potete trattare con tanta leggerezza un simile danno disse
infine, rosso per l'indignazione. - Siete tutti uguali, parola mia,
parlando di questi cinquanta milioni andati in fumo, come se non si
trattasse che d'una semplice sigaretta!
- Ciò dimostra che siamo filosofi! - rispose Cipriano. - E' proprio il
caso di esserlo, se non si può farne a meno.
- Filosofi quanto volete! - replicò il fattore - ma cinquanta milioni
son cinquanta milioni e non si trovano tutte le volte che si dà un
calcio ad una pietra!... Ah! vi assicuro, Jacobus, che voi oggi mi
avete reso un servizio, senza pensarci. Credo proprio che anch'io
sarei scoppiato come una castagna, se la "Stella del Sud" fosse stata
ancora mia!
- Che volete? - riprese Cipriano guardando con tenerezza il volto
fresco di Miss Watkins, seduta accanto a lui. - Ho conquistato stasera
una gemma così preziosa, che la perdita di qualunque diamante non
riuscirebbe a impressionarmi!
In questa maniera finì, con un colpo di scena degno della sua storia
così breve ed agitata, la carriera del più grosso diamante tagliato
che si fosse mai visto al mondo.
Una tale fine contribuì non poco, come si pensa, a confermare le
opinioni superstiziose che avevano circolato sul suo conto nel
Griqualand. Cafri e minatori ritennero assolutamente certo che le
grosse pietre portavano senz'altro disgrazia.
Jacobus Vandergaart, il quale era fiero d'averla tagliata, e Cipriano,
il quale pensava di offrirla al museo della Scuola Mineraria, ne
sentivano in fondo più dispiacere di quanto non ne manifestassero per
questa soluzione inaspettata. Ma, tutto sommato, il mondo ha fatto
ugualmente la sua strada, e non si può affermare che abbia perduto
molto in questa faccenda.
Tuttavia tutti quegli avvenimenti di seguito, quelle emozioni
dolorose, la perdita della proprietà, seguita dalla perdita della
"Stella del Sud", avevano gravemente scosso John Watkins. Si mise a
letto, soffrì alcuni giorni, poi morì. Né le cure premurose della
figlia, né quelle di Cipriano, neppure le virili esortazioni di
Jacobus Vandergaart, che s'era piazzato al suo capezzale e passava il
tempo sforzandosi d'infondergli coraggio, poterono neutralizzare quel
terribile colpo. Invano l'eccellente uomo lo intratteneva sui piani
per l'avvenire, gli parlava del "kopje" come d'una proprietà comune,
domandandogli il suo parere sui provvedimenti da prendere e
associandolo sempre ai suoi progetti. Il vecchio fattore era stato
colpito nel suo orgoglio, nella sua mania di proprietà, nel suo
egoismo, in tutte le sue abitudini; egli si sentiva mancare.
Una sera chiamò a sé Alice e Cipriano, unì le mani dell'uno e
dell'altra e, senza dire una parola, rese l'ultimo respiro. Non era
sopravvissuto che quindici giorni alla sua cara stella.
E, in verità, pareva che ci fosse una stretta connessione tra la
fortuna di quell'uomo e la pietra misteriosa. Per lo meno, le
coincidenze erano tali che spiegavano in qualche maniera, senza
giustificarle agli occhi della ragione, le idee superstiziose che
circolavano a questo riguardo nel Griqualand. La "Stella del Sud"
aveva davvero «portato sfortuna» al suo possessore, nel senso che la
comparsa dell'incomparabile gemma sulla scena del mondo aveva segnato
il declino della prosperità del vecchio fattore.
Ma ciò che i ciarloni dell'accampamento non vedevano, era che la vera
origine della sfortuna stava negli stessi errori di John Watkins,
errori che portavano in germe, come una fatalità, la disillusione e la
rovina. Molte sfortune in questo mondo sono così imputate un
insuccesso misterioso, eppure, se si va in fondo alle cose, hanno per
unica base gli atti stessi di coloro che le subiscono! E' vero che ci
sono dei mali non meritati: ma ce n'è un numero ben più grande che
sono rigorosamente logici, e che si deducono, come la conclusione d'un
sillogismo, dalle premesse poste dal soggetto. Se John Watkins fosse
stato meno attaccato al lucro, se non avesse attribuito un importanza
esagerata e spesso criminosa a quei piccoli cristalli di carbonio
chiamati diamanti, la scoperta e la scomparsa della "Stella del Sud"
lo avrebbe lasciato indifferente, come Cipriano, e la sua salute
fisica e morale non sarebbe stata condizionata da un incidente del
genere. Ma egli aveva posto tutto il suo cuore nei diamanti: con i
diamanti si era perduto.
Qualche settimana più tardi, il matrimonio di Cipriano Méré con Alice
Watkins veniva celebrato con molta semplicità e grande soddisfazione
di tutti. Alice era adesso la moglie di Cipriano... Che cosa poteva
desiderare di più in questo mondo?
Da parte sua, il giovane ingegnere scopriva di essere divenuto più
ricco di quanto supponesse e di quanto egli stesso avrebbe creduto.
Infatti, in seguito alla scoperta della "Stella del Sud", il suo
"claim" senza ch'egli ci pensasse, aveva acquistato un valore
considerevole. Durante il suo viaggio nel Transvaal, Thomas Steel ne
aveva continuato lo sfruttamento, ed essendo esso risultato tra i più
redditizi affluirono le offerte per acquistare la sua parte. Perciò la
vendette a più di centomila franchi in moneta contante, prima di
partire per l'Europa.
Alice e Cipriano non tardarono dunque a lasciare il Griqualand per
ritornare in Francia; ma prima provvidero ad assicurare la posizione
di Li, Bardìk e Matakìt: un'opera buona alla quale volle associarsi
Jacobus Vandergaart.
Infatti il vecchio lapidario aveva venduto il suo "kopie" a una
compagnia diretta dall'ex mediatore Nathan. Dopo aver vantaggiosamente
portato a termine questa liquidazione, egli raggiunse in Francia i
suoi figli di adozione, i quali, grazie al lavoro di Cipriano, al suo
merito riconosciuto, all'accoglienza che il mondo degli esperti gli
fece al ritorno, hanno la fortuna assicurata, dopo essersi
precedentemente assicurati la felicità.
Quanto a Thomas Steel, ritornato nel Lancashire con un bel gruzzolo di
circa ventimila sterline, si è sposato, va a caccia della volpe come
un "gentleman" e beve tutte le sere una bottiglia di porto; ed è solo
il meglio che possa fare.
Il Vandergaart Kopje non è ancora esaurito e continua a fornire ogni
anno, in media, la quinta parte dei diamanti esportati dal Capo; ma
nessun minatore ha mai più avuto né la buona né la cattiva sorte di
trovare un'altra "Stella del Sud"!