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Alice nel paese delle meraviglie
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ALICE NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE
di Lewis Carroll
NELLA CONIGLIERA
Alice cominciava a sentirsi assai stanca di sedere sul poggetto accanto a sua
sorella, senza far niente: aveva una o due volte data un'occhiata al libro che
la sorella stava leggendo, ma non v'erano nè dialoghi nè figure, - e a che
serve un libro, pensò Alice, - senza dialoghi nè figure?
E si domandava alla meglio, (perchè la canicola l'aveva mezza assonnata e
istupidita), se per il piacere di fare una ghirlanda di margherite mettesse
conto di levarsi a raccogliere i fiori, quand'ecco un coniglio bianco dagli
occhi rosei passarle accanto, quasi sfiorandola.
Non c'era troppo da meravigliarsene, nè Alice pensò che fosse troppo strano
sentir parlare il Coniglio, il quale diceva fra se: «Oimè! oimè! ho fatto
tardi!» (quando in seguito ella se ne ricordò, s'accorse che avrebbe dovuto
meravigliarsene, ma allora le sembrò una cosa naturalissima): ma quando il
Coniglio trasse un orologio dal taschino della sottoveste e lo consultò, e si
mise a scappare, Alice saltò in piedi pensando di non aver mai visto un
coniglio con la sottoveste e il taschino, nè con un orologio da cavar fuori, e,
ardente di curiosità, traversò il campo correndogli appresso e arrivò appena
in tempo per vederlo entrare in una spaziosa conigliera sotto la siepe.
Un istante dopo, Alice scivolava giù correndogli appresso, senza pensare a come
avrebbe fatto poi per uscirne.
La buca della conigliera filava dritta come una galleria, e poi si sprofondava
così improvvisamente che Alice non ebbe un solo istante l'idea di fermarsi: si
sentì cader giù rotoloni in una specie di precipizio che rassomigliava a un
pozzo profondissimo.
Una delle due: o il pozzo era straordinariamente profondo o ella ruzzolava giù
con grande lentezza, perchè ebbe tempo, cadendo, di guardarsi intorno e di
pensar meravigliata alle conseguenze. Aguzzò gli occhi, e cercò di fissare il
fondo, per scoprire qualche cosa; ma in fondo era buio pesto e non si scopriva
nulla. Guardò le pareti del pozzo e s'accorse che erano rivestite di scaffali
di biblioteche; e sparse qua e là di mappe e quadri, sospesi a chiodi. Mentre
continuava a scivolare, afferrò un barattolo con un'etichetta, lesse
l'etichetta: «Marmellata d'Arance» ma, oimè! con sua gran delusione, era
vuoto; non volle lasciar cadere il barattolo per non ammazzare chi si fosse
trovato in fondo, e quando arrivò più giù, lo depose su un altro scaffale.
«Bene, - pensava Alice, - dopo una caduta come questa, se mai mi avviene di
ruzzolare per le scale, mi sembrerà meno che nulla; a casa poi come mi
crederanno coraggiosa! Anche a cader dal tetto non mi farebbe nessun effetto!»
(E probabilmente diceva la verità).
E giù, e giù, e giù! Non finiva mai quella caduta? - Chi sa quante miglia ho
fatte a quest'ora? - esclamò Alice. - Forse sto per toccare il centro della
terra. Già saranno più di quattrocento miglia di profondità. - (Alice aveva
apprese molte cose di questa specie a scuola, ma quello non era il momento
propizio per sfoggiare la sua erudizione, perchè nessuno l'ascoltava; ma ad
ogni modo non era inutile riandarle mentalmente.) - Sì, sarà questa la vera
distanza, o press'a poco,... ma vorrei sapere a qual grado di latitudine o di
longitudine sono arrivata. (Alice veramente, non sapeva che fosse la latitudine
o la longitudine, ma le piaceva molto pronunziare quelle parole altisonanti!)
Passò qualche minuto e poi ricominciò: - Forse traverso la terra! E se dovessi
uscire fra quelli che camminano a capo in giù! Credo che si chiamino gli
Antitodi. - Fu lieta che in quel momento non la sentisse nessuno, perchè quella
parola non le sonava bene... - Domanderei subito come si chiama il loro paese...
Per piacere, signore, è questa la Nova Zelanda? o l'Australia? - e cercò di
fare un inchino mentre parlava (figurarsi, fare un inchino, mentre si casca giù
a rotta di collo! Dite, potreste voi fare un inchino?). - Ma se farò una
domanda simile mi prenderanno per una sciocca. No, non la farò: forse troverò
il nome scritto in qualche parte.
E sempre giù, e sempre giù, e sempre giù! Non avendo nulla da fare, Alice
ricominciò a parlare: - Stanotte Dina mi cercherà. (Dina era la gatta). Spero
che penseranno a darle il latte quando sarà l'ora del tè. Cara la mia Dina!
Vorrei che tu fossi qui con me! In aria non vi son topi, ma ti potresti beccare
un pipistrello: i pipistrelli somigliano ai topi. Ma i gatti, poi, mangiano i
pipistrelli? - E Alice cominciò a sonnecchiare, e fra sonno e veglia continuò
a dire fra i denti: - I gatti, poi, mangiano i pipistrelli? I gatti, poi,
mangiano i pipistrelli? - E a volte: - I pipistrelli mangiano i gatti? - perchè
non potendo rispondere nè all'una nè all'altra domanda, non le importava di
dirla in un modo o nell'altro. Sonnecchiava di già e sognava di andare a
braccetto con Dina dicendole con faccia grave: «Dina, dimmi la verità, hai
mangiato mai un pipistrello?» quando, patapunfete! si trovò a un tratto su un
mucchio di frasche e la caduta cessò.
Non s'era fatta male e saltò in piedi, svelta. Guardo in alto: era buio: ma
davanti vide un lungo corridoio, nel quale camminava il Coniglio bianco
frettolosamente. Non c'era tempo da perdere: Alice, come se avesse le ali, gli
corse dietro, e lo sentì esclamare, svoltando al gomito: - Perdinci! veramente
ho fatto tardi! - Stava per raggiungerlo, ma al gomito del corridoio non vide
più il coniglio; ed essa si trovò in una sala lunga e bassa, illuminata da una
fila di lampade pendenti dalla volta. Intorno intorno alla sala c'erano delle
porte ma tutte chiuse. Alice andò su e giù, picchiando a tutte, cercando di
farsene aprire qualcuna, ma invano, e malinconicamente si mise a passeggiare in
mezzo alla sala, pensando a come venirne fuori.
A un tratto si trovò accanto a un tavolinetto, tutto di solido cristallo, a tre
piedi: sul tavolinetto c'era una chiavetta d'oro. Subito Alice pensò che la
chiavetta appartenesse a una di quelle porte; ma oimè! o le toppe erano troppo
grandi, o la chiavetta era troppo piccola. Il fatto sta che non potè aprirne
alcuna. Fatto un secondo giro nella sala, capitò innanzi a una cortina bassa
non ancora osservata: e dietro v'era un usciolo alto una trentina di centimetri:
provò nella toppa la chiavettina d'oro, e con molta gioia vide che entrava a
puntino!
Aprì l'uscio e guardò in un piccolo corridoio, largo quanto una tana da topi:
s'inginocchiò e scorse di là dal corridoio il più bel giardino del mondo. Oh!
quanto desiderò di uscire da quella sala buia per correre su quei prati di
fulgidi fiori, e lungo le fresche acque delle fontane; ma non c'era modo di
cacciare neppure il capo nella buca. «Se almeno potessi cacciarvi la testa! -
pensava la povera Alice. - Ma a che servirebbe poi, se non posso farci passare
le spalle! Oh, se potessi chiudermi come un telescopio! Come mi piacerebbe! Ma
come si fa?» E quasi andava cercando il modo. Le erano accadute tante cose
straordinarie, che Alice aveva cominciato a credere che poche fossero le cose
impossibili. Ma che serviva star lì piantata innanzi all'uscio? Alice tornò
verso il tavolinetto quasi con la speranza di poter trovare un'altra chiave, o
almeno un libro che indicasse la maniera di contrarsi come fa un cannocchiale:
vi trovò invece un'ampolla, (e certo prima non c'era, - disse Alice), con un
cartello sul quale era stampato a lettere di scatola: «Bevi.»
- È una parola, bevi! - Alice che era una bambina prudente, non volle bere. -
Voglio vedere se c'è scritto: «Veleno» - disse, perchè aveva letto molti
raccontini intorno a fanciulli ch'erano stati arsi, e mangiati vivi da bestie
feroci, e cose simili, e tutto perchè non erano stati prudenti, e non s'erano
ricordati degl'insegnamenti ricevuti in casa e a scuola; come per esempio, di
non maneggiare le molle infocate perchè scottano; di non maneggiare il coltello
perchè taglia e dalla ferita esce il sangue; e non aveva dimenticato
quell'altro avvertimento: «Se tu bevi da una bottiglia che porta la scritta
«Veleno», prima o poi ti sentirai male.»
Ma quell'ampolla non aveva l'iscrizione «Veleno». Quindi Alice si arrischiò a
berne un sorso. Era una bevanda deliziosa (aveva un sapore misto di torta di
ciliegie, di crema, d'ananasso, di gallinaccio arrosto, di torrone, e di
crostini imburrati) e la tracannò d'un fiato.
- Che curiosa impressione! - disse Alice, - mi sembra di contrarmi come un
cannocchiale!
Proprio così. Ella non era più che d'una ventina di centimetri d'altezza, e il
suo grazioso visino s'irradiò tutto pensando che finalmente ella era ridotta
alla giusta statura per passar per quell'uscio, ed uscire in giardino. Prima
attese qualche minuto per vedere se mai diventasse più piccola ancora. È vero
che provò un certo sgomento di quella riduzione: - perchè, chi sa, potrei
rimpicciolire tanto da sparire come una candela, - si disse Alice. - E allora a
chi somiglierei? - E cercò di farsi un'idea dell'apparenza della fiamma d'una
candela spenta, perchè non poteva nemmeno ricordarsi di non aver mai veduto
niente di simile!
Passò qualche momento, e poi vedendo che non le avveniva nient'altro, si
preparò ad uscire in giardino. Ma, povera Alice, quando di fronte alla
porticina si accorse di aver dimenticata la chiavetta d'oro, e quando corse al
tavolo dove l'aveva lasciata, rilevò che non poteva più giungervi: vedeva
chiaramente la chiave attraverso il cristallo, e si sforzò di arrampicarsi ad
una delle gambe del tavolo, e di salirvi, ma era troppo sdrucciolevole. Dopo
essersi chi sa quanto affaticata per vincere quella difficoltà, la poverina si
sedette in terra e pianse.
- Sì, ma che vale abbandonarsi al pianto! - si disse Alice. - Ti consiglio
invece, cara mia, di finirla con quel piagnucolìo!
Di solito ella si dava dei buoni consigli (benchè raramente poi li seguisse), e
a volte poi si rimproverava con tanta severità che ne piangeva. Si rammentò
che una volta stava lì lì per schiaffeggiarsi, per aver rubato dei punti in
una partita di croquet giocata contro sè stessa; perchè quella strana
fanciulla si divertiva a credere di essere in due. «Ma ora è inutile voler
credermi in due - pensò la povera Alice, - mi resta appena tanto da formare
un'unica bambina.»
Ecco che vide sotto il tavolo una cassettina di cristallo. L'aprì e vi trovò
un piccolo pasticcino, sul quale con uva di Corinto era scritto in bei caratteri
«Mangia». - Bene! mangerò, - si disse Alice, - e se mi farà crescere molto,
giungerò ad afferrare la chiavetta, e se mi farà rimpicciolire mi insinuerò
sotto l'uscio: in un modo o nell'altro arriverò nel giardino, e poi sarà quel
che sarà!
Ne mangiò un pezzetto, e, mettendosi la mano in testa, esclamò ansiosa:
«Ecco, ecco!» per avvertire il suo cambiamento; ma restò sorpresa nel vedersi
della stessa statura. Certo avviene sempre così a quanti mangiano pasticcini;
ma Alice s'era tanto abituata ad assistere a cose straordinarie, che le sembrava
stupido che la vita si svolgesse in modo naturale.
E tornò alla carica e in pochi istanti aveva mangiato tutto il pasticcino.
II
LO STAGNO DI LAGRIME
- Stranissimo, e sempre più stranissimo! esclamò Alice (era tanta la sua
meraviglia che non sapeva più parlare correttamente) - mi allungo come un
cannocchiale, come il più grande cannocchiale del mondo! Addio piedi! (perchè
appena si guardò i piedi le sembrò di perderli di vista, tanto s'allontanavano.)
- Oh i miei poveri piedi! chi mai v'infilerà più le calze e vi metterà le
scarpe? Io non potrò più farlo! Sarò tanto lontana che non potrò più
pensare a voi: bisogna che vi adattiate. Eppure bisognerebbe che io li trattassi
bene, - pensò Alice, - se no, non vorranno andare dove voglio andare io!
Vediamo un po'... ogni anno a Natale regalerò loro un bel paio di stivaletti!
E andava nel cervello mulinando come dovesse fare.
«Li manderò per mezzo del procaccia, - ella pensava, - ma sarà curioso mandar
a regalar le scarpe ai propri piedi! E che strano indirizzo!
<I>Al signor Piedestro d'Alice</I>
Tappeto
<I>Accanto al parafuoco</I>
(con i saluti di Alice)
«Poveretta me! quante sciocchezze dico!»
In quel momento la testa le urtò contro la volta della sala: aveva più di due
metri e settanta di altezza! Subito afferrò la chiavettina d'oro e via verso la
porta del giardino.
Povera Alice! Non potè far altro che sedersi in terra, poggiandosi di fianco
per guardare il giardino con la coda dell'occhio; ma entrarvi era più difficile
che mai: si sedè di nuovo dunque e si rimise a piangere.
- Ti dovresti vergognare, - si disse Alice, - figurarsi, una ragazzona come te
(e davvero lo poteva dire allora) mettersi a piangere. Smetti, ti dico! - Pure
continuò a versar lagrime a fiotti, tanto che riuscì a formare uno stagno
intorno a sè di più d'un decimetro di altezza, e largo più di metà della
sala.
Qualche minuto dopo sentì in lontananza come uno scalpiccio; e si asciugò in
fretta gli occhi, per vedere chi fosse. Era il Coniglio bianco di ritorno,
splendidamente vestito, con un paio di guanti bianchi in una mano, e un gran
ventaglio nell'altra: trotterellava frettolosamente e mormorava: «Oh! la
Duchessa, la Duchessa! Monterà certamente in bestia. L'ho fatta tanto
attendere!» Alice era così disperata, che avrebbe chiesto aiuto a chiunque le
fosse capitato: così quando il Coniglio le passò accanto, gli disse con voce
tremula e sommessa: - «Di grazia, signore...» Il Coniglio sussultò, lasciò
cadere a terra i guanti e il ventaglio, e in mezzo a quel buio si mise a correre
di sghembo precipitosamente.
Alice raccolse il ventaglio e i guanti, e perchè la sala sembrava una serra si
rinfrescò facendosi vento e parlando fra sè: - Povera me! Come ogni cosa è
strana oggi! Pure ieri le cose andavano secondo il loro solito. Non mi
meraviglierei se stanotte fossi stata cambiata! Vediamo: non son stata io, io in
persona a levarmi questa mattina? Mi pare di ricordarmi che mi son trovata un
po' diversa. Ma se non sono la stessa dovrò domandarmi: Chi sono dunque? Questo
è il problema. - E ripensò a tutte le bambine che conosceva, della sua stessa
età, per veder se non fosse per caso una di loro.
- Certo non sono Ada, - disse, - perchè i suoi capelli sono ricci e i miei no.
Non sono Isabella, perchè io so tante belle cose e quella poverina è tanto
ignorante! e poi Isabella è Isabella e io sono io. Povera me! in che imbroglio
sono! Proviamo se mi ricordo tutte le cose che sapevo una volta: quattro volte
cinque fanno dodici, e quattro volte sei fanno tredici, e quattro volte sette
fanno... Oimè! Se vado di questo passo non giungerò mai a venti! Del resto la
tavola pitagorica non significa niente: proviamo la geografia: Londra è la
capitale di Parigi, e Parigi è la capitale di Roma, e Roma... no, sbaglio
tutto! Davvero che debbo essere Isabella! Proverò a recitare «La vispa
Teresa»; incrociò le mani sul petto, come se stesse per ripetere una lezione,
e cominciò a recitare quella poesiola, ma la sua voce sonava strana e roca, e
le parole non le uscivano dalle labbra come una volta:
La vispa Teresa
avea su una fetta
di pane sorpresa
gentile cornetta;
e tutta giuliva
a chiunque l'udiva
gridava a distesa:
- L'ho intesa, l'ho intesa! -
- Mi pare che le vere parole della poesia non siano queste, - disse la povera
Alice, e le tornarono i lagrimoni. - Insomma, - continuò a dire, - forse sono
Isabella, dovrò andare ad abitare in quella stamberga, e non aver più
balocchi, e tante lezioni da imparare! Ma se sono Isabella, caschi il mondo,
resterò qui! Inutilmente, cari miei, caccerete il capo dal soffitto per dirmi:
«Carina, vieni su!» Leverò soltanto gli occhi e dirò: «Chi sono io? Ditemi
prima chi sono. Se sarò quella che voi cercate, verrò su; se no, resterò qui
inchiodata finchè non sarò qualche altra.» «Ma oimè! - esclamò Alice con
un torrente di lagrime: - Vorrei che qualcuno s'affacciasse lassù! Son tanto
stanca di esser qui sola!»
E si guardò le mani, e si stupì vedendo che s'era infilato uno dei guanti
lasciati cadere dal Coniglio. - Come mai, - disse, - sono ridiventata piccina?
Si levò, s'avvicinò al tavolo per misurarvisi; e osservò che s'era ridotta a
circa sessanta centimetri di altezza e che andava rapidamente rimpicciolendosi:
indovinò che la cagione di quella nuova trasformazione era il ventaglio che
aveva in mano. Lo buttò subito a terra. Era tempo; se no, si sarebbe
assottigliata tanto che sarebbe interamente scomparsa.
- L'ho scampata bella! - disse Alice tutta sgomenta di quell'improvviso
cambiamento, ma lieta di esistere ancora. - E ora andiamo in giardino! - Si
diresse subito verso l'usciolino; ma ahi! l'usciolino era chiuso, e la
chiavettina d'oro era sul tavolo come prima. «Si va male, - pensò la bambina
disperata, - non sono stata mai così piccina! E dichiaro che tutto questo non
mi piace, non mi piace, non mi piace!»
Mentre diceva così, sdrucciolò e punfete! affondò fino al mento nell'acqua
salsa. Sulle prime credè di essere caduta in mare e: «In tal caso, potrò
tornare a casa in ferrovia» - disse fra sè. (Alice era stata ai bagni e
d'allora immaginava che dovunque s'andasse verso la spiaggia si trovassero
capanni sulla sabbia, ragazzi che scavassero l'arena, e una fila di villini, e
di dietro una stazione di strada ferrata). Ma subito si avvide che era caduta
nello stagno delle lagrime versate da lei quando aveva due e settanta di
altezza.
Peccato ch'io abbia pianto tanto! - disse Alice, nuotando e cercando di giungere
a riva. - Ora sì che sarò punita, naufragando nelle mie stesse lagrime! Sarà
proprio una cosa straordinaria! Ma tutto è straordinario oggi!
E sentendo qualche cosa sguazzare nello stagno, si volse e le parve vedere un
vitello marino o un ippopotamo, ma si ricordò d'essere in quel momento assai
piccina, e s'accorse che l'ippopotamo non era altro che un topo, cascato come
lei nello stagno.
Pensava Alice: «Sarebbe bene, forse, parlare a questo topo. Ogni cosa è strana
quaggiù che non mi stupirei se mi rispondesse. A ogni modo, proviamo.» - E
cominciò: - O topo, sai la via per uscire da questo stagno? O topo, io mi sento
veramente stanca di nuotare qui. - Alice pensava che quello fosse il modo
migliore di parlare a un topo: non aveva parlato a un topo prima, ma ricordava
di aver letto nella grammatica latina di suo fratello: «Un topo - di un topo -
a un topo - un topo. -» Il topo la guardò, la squadrò ben bene co' suoi
occhiettini ma non rispose.
- Forse non capisce la mia lingua, - disse Alice; - forse è un francese, ed è
venuto qui con l'esercito napoleonico: - Con tutte le sue nozioni storiche,
Alice non sapeva esattamente quel che si dicesse. E riprese: «Où est ma chatte?»
che era la prima frase del suo libriccino di francese. Il topo fece un salto
nell'acqua e tremò come una canna al vento.
- Scusami, - soggiunse Alice, avvedendosi di aver scossi i nervi delicati della
bestiola. - Non ho pensato che a te non piacciono i gatti.
- Come mi possono piacere i gatti? - domandò il topo con voce stridula e
sdegnata - Piacerebbero a te i gatti, se fossi in me?
- Forse no, - rispose Alice carezzevolmente, - ma non ti adirare, sai! E pure,
se ti facessi veder Dina, la mia gatta, te ne innamoreresti. È una bestia così
tranquilla e bella. - E nuotando di mala voglia e parlando a volte a sè stessa,
Alice continuava: - E fa così bene le fusa quando si accovaccia accanto al
fuoco, leccandosi le zampe e lavandosi il muso, ed è così soffice e soave
quando l'accarezzo, ed è così svelta ad acchiappare i topi... Oh! scusa! -
esclamò di nuovo Alice, perchè il topo aveva il pelo tutto arruffato e pareva
straordinariamente offeso. - No, non ne parleremo più, se ti dispiace.
- Già, non ne parleremo, - gridò il Topo, che aveva la tremarella fino alla
punta dei baffi. - Come se stessi io a parlar di gatti! La nostra famiglia ha
odiato sempre i gatti; bestie sozze, volgari e basse! non me li nominare più.
- No, no! - rispose volonterosa Alice, e cambiando discorso, aggiunse: - Di', ti
piacciono forse... ti piacciono... i cani? - Il topo non rispose, e Alice
continuò: - vicino a casa mia abita un bellissimo cagnolino, se lo vedessi! Ha
certi begli occhi luccicanti, il pelo cenere, riccio e lungo! Raccoglie gli
oggetti che gli si gettano e siede sulle gambe di dietro per chiedere lo
zucchero, e fa tante altre belle cosettine... non ne ricordo neppure la metà...
appartiene a un fattore, il quale dice che la sua bestiolina vale un tesoro,
perchè gli è molto utile, e uccide tutti i topi... oimè! - esclamò Alice
tutta sconsolata: - Temo di averti offeso di nuovo! - E veramente l'aveva
offeso, perchè il Topo si allontanò, nuotando in furia e agitando le acque
dello stagno.
Alice lo richiamò con tono soave: - Topo caro, vieni qua; ti prometto di non
parlar più di gatti e di cani! - Il Topo si voltò nuotando lentamente: aveva
il muso pallido (d'ira, pensava Alice) e disse con voce tremante: - Approdiamo,
e ti racconterò la mia storia. Comprenderai perchè io detesti tanto i gatti e
i cani.
Era tempo d'uscire, perchè lo stagno si popolava di uccelli e d'altri animali
cadutivisi dentro: un'anitra, un Dronte, un Lori, un Aquilotto, ed altre bestie
curiose. Alice si mise alla loro testa e tutti la seguirono alla riva.
III
CORSA SCOMPIGLIATA
RACCONTO CON LA CODA
L'assemblea che si raccolse sulla riva era molto bizzarra. Figurarsi, gli
uccelli avevano le penne inzuppate, e gli altri animali, col pelo incollato ai
corpi, grondavano tutti acqua tristi e melanconici.
La prima questione, messa sul tappeto, fu naturalmente il mezzo per asciugarsi:
si consultarono tutti, e Alice dopo poco si mise a parlar familiarmente con
loro, come se li conoscesse da un secolo uno per uno. Discusse lungamente col
Lori, ma tosto costui le mostrò un viso accigliato, dicendo perentoriamente: -
Son più vecchio di te, perciò ne so più di te; - ma Alice non volle
convenirne se prima non le avesse detto quanti anni aveva. Il Lori non volle
dirglielo, e la loro conversazione fu troncata.
Il Topo, che sembrava persona d'una certa autorità fra loro, gridò:
- Si seggano, signori, e mi ascoltino! In pochi momenti seccherò tutti! - Tutti
sedettero in giro al Topo. Alice si mise a guardare con una certa ansia,
convinta che se non si fosse rasciugata presto, si sarebbe beccato un catarro
coi fiocchi.
- Ehm! - disse il Topo, con accento autorevole, - siete tutti all'ordine? Questa
domanda è bastantemente secca, mi pare! Silenzio tutti, per piacere! Guglielmo
il Conquistatore, la cui causa era favorita dal papa, fu subito sottomesso dagli
inglesi...
- Uuff! - fece il Lori con un brivido.
- Scusa! - disse il Topo con cipiglio, ma con molta cortesia: - Dicevi qualche
cosa?
- Niente affatto! - rispose in fretta il Lori.
- M'era parso di sì - soggiunse il Topo. - Continuo: Edwin e Morcar, i conti di
Mercia e Northumbria, si dichiararono per lui; e anche, Stigand, il patriottico
arcivescovo di Canterbury, trovò che... - Che cosa? - disse l'anitra.
Trovo che - replicò vivamente il Topo - tu sai che significa «che?»
Significa una cosa, quando trovo qualche cosa? - rispose l'Anitra; - un
ranocchio o un verme. Si tratta di sapere che cosa trovò l'arcivescovo di
Canterbury.
Il Topo non le badò e continuò: - Trovò che era opportuno andare con Edgar
Antheling incontro a Guglielmo per offrirgli la corona. In principio Guglielmo
usò moderazione; ma l'insolenza dei Normanni... Ebbene, cara, come stai ora? -
disse rivolto ad Alice.
- Bagnata come un pulcino, - rispose Alice afflitta, - mi sembra che il tuo
racconto secchi, ma non asciughi affatto.
- In questo caso, - disse il Dronte in tono solenne, levandosi in piedi, -
propongo che l'assemblea si aggiorni per l'adozione di rimedi più energici...
Ma parla italiano! - esclamò l'Aquilotto. - Non capisco neppur la metà di quei
tuoi paroloni, e forse tu stesso non ne capisci un'acca. - L'Aquilotto chinò la
testa per nascondere un sorriso, ma alcuni degli uccelli si misero a
sghignazzare sinceramente.
- Volevo dire, - continuò il Dronte, offeso, - che il miglior modo di
asciugarsi sarebbe di fare una corsa scompigliata.
- Che è la corsa scompigliata? - domandò Alice. Non le premeva molto di
saperlo, ma il Dronte taceva come se qualcheduno dovesse parlare, mentre nessuno
sembrava disposto ad aprire bocca o becco.
- Ecco, - disse il Dronte, - il miglior modo di spiegarla è farla. - (E siccome
vi potrebbe venire in mente di provare questa corsa in qualche giorno d'inverno,
vi dirò come la diresse il Dronte.)
Prima tracciò la linea dello steccato, una specie di circolo, (- che la forma
sia esatta o no, non importa, - disse) e poi tutta la brigata entrò nello
steccato disponendosi in questo o in quel punto. Non si udì: - Uno, due tre...
via! 'ma tutti cominciarono a correre a piacere; e si fermarono quando vollero,
di modo che non si seppe quando la corsa fosse terminata. A ogni modo, dopo che
ebbero corso una mezz'ora o quasi, e si sentirono tutti bene asciugati, il
Dronte esclamò: - La corsa è finita! - e tutti lo circondarono anelanti
domandando: - Ma chi ha vinto?
Per il Dronte non era facile rispondere, perciò sedette e restò a lungo con un
dito appoggiato alla fronte (tale e quale si rappresenta Shakespeare nei
ritratti), mentre gli altri tacevano. Finalmente il Dronte disse: - Tutti hanno
vinto e tutti debbono essere premiati.
-. Ma chi distribuirà i premi? - replicò un coro di voci.
- Lei, s'intende! - disse il Dronte, indicando con un dito Alice. E tutti le si
affollarono intorno; gridando confusamente: - I premi! i premi!
Alice non sapeva che fare, e nella disperazione si cacciò le mani in tasca, e
ne cavò una scatola di confetti (per buona sorte non v'era entrata l'acqua,) e
li distribuì in giro. Ce n'era appunto uno per ciascuno. - Ma dovrebbe esser
premiata anche lei, - disse il Topo.
Naturalmente, - soggiunse gravemente il Dronte; - Che altro hai in tasca? -
chiese ad Alice.
- Un ditale, rispose mestamente la fanciulla.
Dài qui, - replicò il Dronte.
E tutti l'accerchiarono di nuovo, mentre il Dronte con molta gravità le offriva
il ditale, dicendo: - La preghiamo di accettare quest'elegante ditale; - e tutti
applaudirono a quel breve discorso.
Bisognava ora mangiare i confetti; cosa che cagionò un po' di rumore e di
confusione, perchè gli uccelli grandi si lagnavano che non avevano potuto
assaporarli, e i piccoli, avendoli inghiottiti d'un colpo, corsero il rischio di
strozzarsi e si dovè picchiarli sulla schiena. Ma anche questo finì, e
sedettero in circolo pregando il Topo di dire qualche altra cosa.
- Ricordati che mi hai promesso di narrarmi la tua storia, - disse Alice, - e la
ragione per cui tu odii i G. e i C., - soggiunse sommessamente, temendo di
offenderlo di nuovo.
- La mia storia è lunga e triste e con la coda! - rispose il Topo, sospirando.
- Certo è una coda lunga, - disse Alice, guardando con meraviglia la coda del
topo, - ma perchè la chiami trista? - E continuò a pensarci impacciata, mentre
il Topo parlava. Così l'idea che ella si fece di quella storia con la coda fu
press'a poco questa:
Furietta disse
al Topo
che avea
sorpreso
in casa:
Andiamo
in tribunale;
per farti
processare
Non voglio
le tue scuse,
o Topo
scellerato.
Quest'oggi
non ho niente
nel mio villin
da fare. -
Disse a
Furietta
il Topo:
Ma come
andare
in Corte?
Senza giurati
e giudici
Sarebbe
una vendetta!
Sarò giurato
e giudice,
rispose
Furietta,
E passerò
soffiando
la tua
sentenza
a morte.
Tu non stai attenta! - disse il Topo ad Alice severamente. - A che cosa
pensi?
- Scusami, - rispose umilmente Alice: - sei giunto alla quinta vertebra della
coda, non è vero?
- No, do...po, - riprese il Topo irato, scandendo le sillabe.
- C'è un nodo? - esclamò Alice sempre pronta e servizievole, e guardandosi
intorno. - Ti aiuterò a scioglierlo!
- Niente affatto! - rispose il Topo, levandosi e facendo l'atto di andarsene. Tu
m'insulti dicendo tali sciocchezze!
- Ma, no! - disse Alice con umiltà. - Tu t'offendi con facilità!
Per tutta risposta il Topo si mise a borbottare. - Per piacere, ritorna e
finisci il tuo racconto! - gridò Alice; e tutti gli altri s'unirono in coro: -
Via finisci il racconto! - Ma il Topo crollò il capo con un moto d'impazienza,
e affrettò il passo.
- Peccato che non sia rimasto! - disse sospirando il Lori; appena il Topo si fu
dileguato. Un vecchio granchio colse quell'occasione per dire alla sua piccina:
- Amor mio, ti serva di lezione, e bada di non adirarti mai!
- Papà, - disse la piccina sdegnosa, - tu stancheresti anche la pazienza
d'un'ostrica!
- Ah, se Dina fosse qui! - disse Alice parlando ad alta voce, ma senza
rivolgersi particolarmente
a nessuno. - Lo riporterebbe indietro subito!
- Scusa la domanda, chi è Dina? - domando il Lori.
Alice rispose sollecitamente sempre pronta a parlare del suo animale prediletto:
- La mia gatta. Fa prodigi, quando caccia i topi! E se la vedessi correr dietro
gli uccelli! Un uccellino lo fa sparire in un boccone.
Questo discorso produsse una grande impressione nell'assemblea. Alcuni uccelli
spiccarono immediatamente il volo: una vecchia gazza si avviluppò ben bene
dicendo: - è tempo di tornare a casa; l'aria notturna mi fa male alla gola! -
Un canarino chiamò con voce tremula tutti i suoi piccini. - Via, via cari miei!
È tempo di andare a letto! - Ciascuno trovò un pretesto per andarsene, e Alice
rimase sola.
«Non dovevo nominare Dina! - disse malinconicamente tra sè. - Pare che
quaggiù nessuno le voglia bene; ed è la migliore gatta del mondo! Oh, cara
Dina, chi sa se ti rivedrò mai più!» E la povera Alice ricominciò a
piangere, perchè si sentiva soletta e sconsolata. Ma alcuni momenti dopo
avvertì di nuovo uno scalpiccio in lontananza, e guardò fissamente nella
speranza che il Topo, dopo averci ripensato, tornasse per finire il suo
racconto.
IV
LA CASETTINA DEL CONIGLIO
Era il Coniglio bianco che tornava trotterellando bel bello e guardandosi
ansiosamente intorno, come avesse smarrito qualche cosa, e mormorando tra sè:
«Oh la duchessa! la duchessa! Oh zampe care! pelle e baffi miei, siete
accomodati per le feste ora! Ella mi farà ghigliottinare, quant'è vero che le
donnole sono donnole! Ma dove li ho perduti?»
Alice indovinò subito ch'egli andava in traccia del ventaglio e del paio di
guanti bianchi, e, buona e servizievole com'era, si diede un gran da fare per
ritrovarli. Ma invano. Tutto sembrava trasformato dal momento che era caduta
nello stagno; e la gran sala col tavolino di cristallo, e la porticina erano
interamente svanite.
Non appena il Coniglio si accorse di Alice affannata alla ricerca, gridò in
tono d'ira: - Marianna, che fai qui? Corri subito a casa e portami un paio di
guanti e un ventaglio! Presto, presto! -
Alice fu così impaurita da quella voce, che, senz'altro, corse velocemente
verso il luogo indicato, senza dir nulla sull'equivoco del Coniglio.
«Mi ha presa per la sua cameriera, - disse fra sè, mentre continuava a
correre. - E si sorprenderà molto quando saprà chi sono! Ma è meglio
portargli il ventaglio e i guanti, se pure potrò trovarli».
E così dicendo, giunse innanzi a una bella casettina che aveva sull'uscio una
lastra di ottone lucente, con questo nome: <I>G. Coniglio.</I>
Entrò senza picchiare, e in fretta fece tutta la scala, temendo d'incontrare la
vera Marianna, ed essere da lei espulsa di lì prima di trovare il ventaglio e i
guanti.
«Strano, - pensava Alice, - essere mandata da un Coniglio a far dei servizi!
Non mi meraviglierò, se una volta o l'altra, Dina mi manderà a sbrigare delle
commissioni per lei!» E cominciò a fantasticare intorno alle probabili scene:
«Signorina Alice! Venga qui subito, e si prepari per la passeggiata!» «Eccomi
qui, zia! Ma dovrei far la guardia a questo buco fino al ritorno di Dina,
perchè non ne scappi il topo...» «Ma non posso credere, - continuò Alice, -
che si permetterebbe a Dina di rimanere in casa nostra, se cominciasse a
comandare la gente a questo modo.»
In quell'atto era entrata in una graziosa cameretta, con un tavolo nel vano
della finestra. Sul tavolo c'era, come Alice aveva sperato, un ventaglio e due o
tre paia di guanti bianchi e freschi; prese il ventaglio e un paio di guanti, e
si preparò ad uscire, quando accanto allo specchio scorse una boccettina.
Questa volta non v'era alcuna etichetta con la parola «Bevi». Pur nondimeno la
stappò e se la portò alle labbra. «Qualche cosa di straordinario mi accade
tutte le volte che bevo o mangio, - disse fra sè; vediamo dunque che mi farà
questa bottiglia. Spero che mi farà crescere di nuovo, perchè son proprio
stanca di essere così piccina!»
E così avvenne, prima di quando s'aspettasse: non aveva ancor bevuto metà
della boccettina che urtò con la testa contro la volta, di modo che dovette
abbassarsi subito, per non rischiare di rompersi l'osso del collo. Subito depose
la fiala dicendo: - Basta per ora, spero di non crescere di più; ma intanto
come farò ad uscire! Se avessi bevuto un po' meno!
Oimè! troppo tardi! Continuò a crescere, a crescere, e presto dovette
inginocchiarsi, perchè non poteva più star in piedi; e dopo un altro minuto
non c'era più spazio neanche per stare inginocchiata. Dovette sdraiarsi con un
gomito contro l'uscio, e con un braccio intorno al capo. E cresceva ancora. Con
un estremo sforzo, cacciò una mano fuori della finestra, ficcò un piede nel
caminetto, e si disse: Qualunque cosa accada non posso far di più. Che sarà di
me?
Fortunatamente, la virtù della boccettina magica aveva prodotto il suo massimo
effetto, ed Alice non crebbe più: ma avvertiva un certo malessere, e, giacchè
non era probabile uscire da quella gabbia, non c'è da stupire se si giudicò
infelicissima:
«Stavo così bene a casa! - pensò la povera Alice, - senza diventar grande o
piccola e sentirmi comandare dai sorci e dai conigli. Ah; se non fossi discesa
nella conigliera!... e pure... e pure... questo genere di vita è curioso! Ma
che cosa mi è avvenuto? Quando leggevo i racconti delle fate, credevo che
queste cose non accadessero mai, ed ora eccomi un perfetto racconto di fate. Si
dovrebbe scrivere un libro sulle mie avventure, si dovrebbe! Quando sarò grande
lo scriverò io... Ma sono già grande, - soggiunse afflitta, - e qui non c'è
spazio per crescere di più. Ma come, - pensò Alice, - non sarò mai maggiore
di quanto sono adesso? Da una parte, sarebbe un bene non diventare mai vecchia;
ma da un'altra parte dovrei imparare sempre le lezioni, e mi seccherebbe! Ah
sciocca che sei! - rispose Alice a sè stessa. - Come potrei imparare le lezioni
qui? C'è appena posto per me! I libri non c'entrano!»
E continuò così, interrogandosi e rispondendosi, sostenendo una conversazione
tra Alice e Alice; ma dopo pochi minuti sentì una voce di fuori, e si fermò
per ascoltare.
- Marianna! Marianna! - diceva la voce, - portami subito i guanti! - Poi s'udì
uno scalpiccio per la scala. Alice pensò che il Coniglio venisse per
sollecitarla e tremò da scuotere la casa, dimenticando d'esser diventata mille
volte più grande del Coniglio, e che non aveva alcuna ragione di spaventarsi.
Il Coniglio giunse alla porta, e cercò di aprirla. Ma la porta si apriva al di
dentro e il gomito d'Alice era puntellato di dietro; così che ogni sforzo fu
vano. Alice udì che il Coniglio diceva tra sè:
- Andrò dalla parte di dietro, ed entrerò dalla finestra.
«Non ci entrerai!» pensò Alice, e aspettò sinchè le parve che il Coniglio
fosse arrivato sotto la finestra. Allora aprì d'un tratto la mano e fece un
gesto in aria. Non afferrò nulla; ma sentì delle piccole strida e il rumore
d'una caduta, poi un fracasso di vetri rotti e comprese che il poverino
probabilmente era cascato su qualche campana di cocomeri o qualche cosa di
simile.
Poi s'udì una voce adirata, quella del Coniglio: - Pietro! Pietro! - Dove sei?
- E una voce ch'essa non aveva mai sentita: - Sono qui! Stavo scavando le
patate, eccellenza!
Scavando le patate! - fece il Coniglio, pieno d'ira. - Vieni qua! Aiutami ad
uscire di qui...! - Si sentì un secondo fracasso di vetri infranti
- Dimmi, Pietro, che c'è lassù alla finestra?
- Perbacco! è un braccio, eccellenza!
- Un braccio! Zitto, bestia! Esistono braccia così grosse? Riempie tutta la
finestra!
- Certo, eccellenza: eppure è un braccio!
- Bene, ma che c'entra con la mia finestra? Va a levarlo!
Vi fu un lungo silenzio, poi Alice sentì qua e là un bisbiglio, e un dialogo
come questo:
Davvero non me la sento, eccellenza, per nulla affatto! - Fa come ti dico,
vigliacco! - E allora Alice di nuovo aprì la mano e fece un gesto in aria.
Questa volta si udirono due strilli acuti, e un nuovo fracasso di vetri.
«Quante campane di vetro ci sono laggiù! - pensò Alice. Chi sa che faranno
dopo! Magari potessero cacciarmi fuori dalla finestra. Certo non intendo di
rimanere qui!»
Attese un poco senza udire più nulla; finalmente s'udì un cigolìo di ruote di
carri e molte voci che parlavano insieme. Essa potè afferrare queste parole: -
Dov'è l'altra scala?... Ma io non dovevo portarne che una... Guglielmo ha
l'altra. Guglielmo! portala qui. Su, appoggiala a quest'angolo... No, no,
lègale insieme prima. Non vedi che non arrivano neppure a metà!... Oh! vi
arriveranno! Non fare il difficile!... Qua, Guglielmo, afferra questa fune... Ma
reggerà il tetto? Bada a quella tegola che si muove.... Ehi! casca! attenti
alla testa! «Punfete» Chi è stato? Guglielmo, immagino!... Chi andrà giù
per il camino?... Io no!... Vuoi andare tu?... No, neppure io!... Scenderà
Guglielmo!... Ohi! Guglielmo! il padrone dice che devi scendere giù nel camino!
«Magnifico!» - disse Alice fra sè. - Così questo Guglielmo scenderà dal
camino? Pare che quei signori aspettino tutto da Guglielmo! Non vorrei essere
nei suoi panni. Il camino è molto stretto, ma qualche calcio, credo, glielo
potrò assestare.»
E ritirò il piede più che potè lungi dal camino, ed attese sinchè sentì un
animaletto (senza che potesse indovinare a che specie appartenesse) che
raschiava e scendeva adagino adagino per la canna del camino. - È Guglielmo! -
ella disse, e tirò un gran calcio, aspettando il seguito.
La prima cosa che sentì fu un coro di voci che diceva: - Ecco Guglielmo che
vola! - e poi la voce sola del Coniglio: - Pigliatelo voi altri presso la siepe!
- e poi silenzio, e poi di nuovo una gran confusione di voci... - Sostenetegli
il capo... un po' d'acquavite... Non lo strozzate... Com'è andata amico?... Che
cosa ti è accaduto? Racconta!
Finalmente si sentì una vocina esile e stridula (- Guglielmo, - pensò Alice):
- Veramente, non so. Basta, grazie, ora mi sento meglio... ma son troppo agitato
per raccontarvelo... tutto quello che mi ricordo si è qualche cosa come un
babau che m'ha fatto saltare in aria come un razzo!
- Davvero, poveretto! - dissero gli altri.
- Si deve appiccar fuoco alla casa! - esclamò la voce del Coniglio; ma Alice
gridò subito con quanta forza aveva in gola: - Se lo fate, guai! Vi farò
acchiappare da Dina!
Si fece immediatamente un silenzio mortale, e Alice disse fra sè: «Chi sa che
faranno ora! Se avessero tanto di cervello in testa scoperchierebbero la casa.»
Dopo uno o due minuti cominciarono a muoversi di nuovo e sentì il Coniglio
dire: - Basterà una carriola piena per cominciare. -
«Piena di che?» - pensò Alice; ma non restò molto in dubbio, perchè subito
una grandine di sassolini cominciò a tintinnare contro la finestra ed alcuni la
colpirono in faccia. «Bisogna finirla!» - pensò Alice, e strillò: - Non vi
provate più! - Successe di nuovo un silenzio di tomba.
Alice osservò con sorpresa che i sassolini si trasformavano in pasticcini,
toccando il pavimento, e subito un'idea la fece sussultare di gioia: - Se mangio
uno di questi pasticcini, - disse, - certo avverrà un mutamento nella mia
statura. Giacchè non potranno farmi più grande, mi faranno forse più piccola.
E ingoiò un pasticcino, e si rallegrò di veder che cominciava a contrarsi.
Appena si sentì piccina abbastanza per uscir dalla porta, scappò da quella
casa, e incontrò una folla di piccoli animali e d'uccelli che aspettavano
fuori. La povera Lucertola (era Guglielmo) stava nel mezzo, sostenuta da due
Porcellini d'India, che la facevano bere da una bottiglia. Appena comparve
Alice, tutti le si scagliarono contro; ma la fanciulla si mise a correre più
velocemente che le fu possibile, e riparò incolume in un folto bosco.
«La prima cosa che dovrò fare, - pensò Alice, vagando nel bosco, - è di
ricrescere e giungere alla mia statura normale; la seconda, di trovare la via
per entrare in quel bel giardino. Credo che non ci sia altro di meglio da
fare».
Il suo progetto era eccellente, senza dubbio; ma la difficoltà stava nel fatto
ch'ella non sapeva di dove cominciare a metterlo in atto. Mentre aguzzava gli
occhi, guardando fra gli alberi della foresta, un piccolo latrato acuto al di
sopra di lei la fece guardare in su presto presto.
Un enorme cucciolo la squadrava con i suoi occhi tondi ed enormi, e allungando
una zampa cercava di toccarla. - Poverino! - disse Alice in tono carezzevole, e
per ammansirlo si provò a dirgli: - Te', te'! - ma tremava come una canna,
pensando che forse era affamato. In questo caso esso l'avrebbe probabilmente
divorata, nonostante tutte le sue carezze.
Per far la disinvolta, prese un ramoscello e lo presentò al cagnolino; il quale
diede un balzo in aria come una palla con un latrato di gioia, e s'avventò al
ramoscello come per sbranarlo. Allora Alice si mise cautamente dietro un cardo
altissimo per non esser travolta; quando si affacciò dall'altro lato, il
cagnolino s'era avventato nuovamente al ramoscello, ed aveva fatto un
capitombolo nella furia di afferrarlo. Ma ad Alice sembrò che fosse come voler
scherzare con un cavallo da trasporto. Temendo d'esser calpestata dalle zampe
della bestia, si rifugiò di nuovo dietro al cardo: allora il cagnolino
cominciò una serie di cariche contro il ramoscello, andando sempre più in là,
e rimanendo sempre più in qua del necessario, abbaiando raucamente sinchè non
s'acquattò ansante a una certa distanza con la lingua penzoloni, e i grandi
occhi semichiusi.
Alice colse quell'occasione per scappare. Corse tanto da perdere il fiato,
sinchè il latrato del cagnolino si perse in lontananza.
- E pure che bel cucciolo che era! - disse Alice, appoggiandosi a un ranuncolo e
facendosi vento con una delle sue foglie. - Oh, avrei voluto insegnargli dei
giuochi se... se fossi stata d'una statura adatta! Poveretta me! avevo
dimenticato che avevo bisogno di crescere ancora! Vediamo, come debbo fare?
Forse dovrei mangiare o bere qualche cosa; ma che cosa?
Il problema era questo: che cosa? Alice guardò intorno fra i fiori e i fili
d'erba; ma non potè veder nulla che le sembrasse adatto a mangiare o a bere per
l'occasione. C'era però un grosso fungo vicino a lei, press'a poco alto quanto
lei; e dopo che l'ebbe esaminato di sotto, ai lati e di dietro, le parve cosa
naturale di vedere che ci fosse di sopra.
Alzandosi in punta dei piedi, si affacciò all'orlo del fungo, e gli occhi suoi
s'incontrarono con quelli d'un grosso Bruco turchino che se ne stava seduto nel
centro con le braccia conserte, fumando tranquillamente una lunga pipa, e non
facendo la minima attenzione ne a lei, nè ad altro.
V
CONSIGLI DEL BRUCO
Il Bruco e Alice si guardarono a vicenda per qualche tempo in silenzio;
finalmente il Bruco staccò la pipa di bocca, e le parlò con voce languida e
sonnacchiosa:
Chi sei? - disse il Bruco.
Non era un bel principio di conversazione. Alice rispose con qualche timidezza:
- Davvero non te lo saprei dire ora. So dirti chi fossi, quando mi son levata
questa mattina, ma d'allora credo di essere stata cambiata parecchie volte.
- Che cosa mi vai contando? - disse austeramente il Bruco. - Spiegati meglio.
- Temo di non potermi spiegare, - disse Alice, - perchè non sono più quella di
prima, come vedi.
- Io non vedo nulla, - rispose il Bruco.
- Temo di non potermi spiegare più chiaramente, - soggiunse Alice in maniera
assai gentile, - perchè dopo esser stata cambiata di statura tante volte in un
giorno, non capisco più nulla.
- Non è vero! - disse il Bruco.
- Bene, non l'hai sperimentato ancora, - disse Alice, - ma quando ti
trasformerai in crisalide, come ti accadrà un giorno, e poi diventerai
farfalla, certo ti sembrerà un po'strano, - non è vero?
- Niente affatto, - rispose il Bruco.
- Bene, tu la pensi diversamente, - replicò Alice; - ma a me parrebbe molto
strano.
- A te! - disse il Bruco con disprezzo. - Chi sei tu?
E questo li ricondusse di nuovo al principio della conversazione.
Alice si sentiva un po' irritata dalle brusche osservazioni del Bruco e se ne
stette sulle sue, dicendo con gravità: - Perchè non cominci tu a dirmi chi
sei?
- Perchè? - disse il Bruco.
Era un'altra domanda imbarazzante. Alice non seppe trovare una buona ragione. Il
Bruco pareva di cattivo umore e perciò ella fece per andarsene.
- Vieni qui! - la richiamò il Bruco. - Ho qualche cosa d'importante da dirti.
La chiamata prometteva qualche cosa: Alice si fece innanzi.
- Non arrabbiarti! - disse il Bruco.
- E questo è tutto? - rispose Alice, facendo uno sforzo per frenarsi.
- No, - disse il Bruco.
Alice pensò che poteva aspettare, perchè non aveva niente di meglio da fare, e
perchè forse il Bruco avrebbe potuto dirle qualche cosa d'importante. Per
qualche istante il Bruco fumò in silenzio, finalmente sciolse le braccia, si
tolse la pipa di bocca e disse:
- E così, tu credi di essere cambiata?
- Ho paura di sì, signore, - rispose Alice. - Non posso ricordarmi le cose bene
come una volta, e non rimango della stessa statura neppure per lo spazio di
dieci minuti!
- Che cosa non ricordi? - disse il Bruco.
- Ecco, ho tentato di dire «La vispa Teresa» e l'ho detta tutta diversa! -
soggiunse melanconicamente Alice.
- Ripetimi «Sei vecchio, caro babbo», - disse il Bruco.
Alice incrociò le mani sul petto, e cominciò:
«Sei vecchio, caro babbo» - gli disse il ragazzino -
«sulla tua chioma splende - quasi un candore alpino;
eppur costantemente - cammini sulla testa:
ti sembra per un vecchio - buona maniera questa?»
«Quand'ero bambinello» - rispose il vecchio allora -
«temevo di mandare - il cerebro in malora;
ma adesso persuaso - di non averne affatto,
a testa in giù cammino - più agile d'un gatto.»
«Sei vecchio, caro babbo» - gli disse il ragazzino -
e sei capace e vasto - più assai d'un grosso tino:
e pur sfondato hai l'uscio - con una capriola;
«dimmi di quali acrobati - andasti, babbo, a scuola?»
«Quand'ero bambinello.» - rispose il padre saggio,
per rafforzar le membra, - io mi facea il massaggio
sempre con quest'unguento. - Un franco alla boccetta.
«chi comperarlo vuole, - fa bene se s'affretta»
«Sei vecchio, caro babbo,» - gli disse il ragazzino, -
«e tu non puoi mangiare - che pappa nel brodino;
pure hai mangiato un'oca - col becco e tutte l'ossa
Ma dimmi, ove la pigli, - o babbo, tanta possa?»
«Un dì apprendevo legge.» - il padre allor gli disse, -
«ed ebbi con mia moglie continue liti e risse,
e tanta forza impressi - alle ganasce allora,
tanta energia, che, vedi, - mi servon bene ancora.»
«Sei vecchio. caro babbo,» - gli disse il ragazzino
«e certo come un tempo - non hai più l'occhio fino:
pur reggi in equilibrio - un pesciolin sul naso:
or come così desto - ti mostri in questo caso?»
«A tutte le domande - io t'ho risposto già,
«e finalmente basta!» - risposegli il papà:
«se tutto il giorno poi - mi vuoi così seccare.
ti faccio con un calcio - le scale ruzzolare»
- Non l'hai detta fedelmente, - disse il Bruco.
- Temo di no, - rispose timidamente Alice, - certo alcune parole sono diverse.
- L'hai detta male, dalla prima parola all'ultima, - disse il Bruco con accento
risoluto.
Vi fu un silenzio per qualche minuto.
Il Bruco fu il primo a parlare:
- Di che statura vuoi essere? - domandò.
- Oh, non vado tanto pel sottile in fatto di statura, - rispose in fretta Alice;
- soltanto non è piacevole mutar così spesso, sai.
- Io non ne so nulla, - disse il Bruco.
Alice non disse sillaba: non era stata mai tante volte contraddetta, e non ne
poteva proprio più.
- Sei contenta ora? - domandò il Bruco.
- Veramente vorrei essere un pochino più grandetta, se non ti dispiacesse, -
rispose Alice, - una statura di otto centimetri è troppo meschina!
- Otto centimetri fanno una magnifica statura! - disse il Bruco collerico,
rizzandosi come uno stelo, mentre parlava (egli era alto esattamente otto
centimetri).
- Ma io non ci sono abituata! - si scusò Alice in tono lamentoso. E poi pensò
fra sè: «Questa bestiolina s'offende per nulla!»
- Col tempo ti ci abituerai, - disse il Bruco, e rimettendosi la pipa in bocca
ricominciò a fumare.
Questa volta Alice aspettò pazientemente che egli ricominciasse a parlare. Dopo
due o tre minuti, il Bruco si tolse la pipa di bocca, sbadigliò due o tre
volte, e si scosse tutto. Poi discese dal fungo, e se ne andò strisciando
nell'erba, dicendo soltanto queste parole: - Un lato ti farà diventare più
alta e l'altro ti farà diventare più bassa.
«Un lato di che cosa? L'altro lato di che cosa?» pensò Alice fra sè.
- Del fungo, - disse il Bruco, come se Alice lo avesse interrogato ad alta voce;
e subito scomparve.
Alice rimase pensosa un minuto guardando il fungo, cercando di scoprirne i due
lati, ma siccome era perfettamente rotondo, trovò la cosa difficile. A ogni
modo allungò più che le fu possibile le braccia per circondare il fungo, e ne
ruppe due pezzetti dell'orlo a destra e a sinistra.
- Ed ora qual è un lato e qual è l'altro? - si domandò, e si mise ad
addentare, per provarne l'effetto, il pezzettino che aveva a destra; l'istante
dopo si sentì un colpo violento sotto il mento. Aveva battuto sul piede!
Quel mutamento subitaneo la spaventò molto; ma non c'era tempo da perdere,
perchè ella si contraeva rapidamente; così si mise subito ad addentare l'altro
pezzo. Il suo mento era talmente aderente al piede che a mala pena trovò spazio
per aprir la bocca; finalmente riuscì a inghiottire una briccica del pezzettino
di sinistra.
- Ecco, la mia testa è libera finalmente! - esclamò Alice gioiosa; ma la
sua allegrezza si mutò in terrore, quando si accorse che non poteva più
trovare le spalle: tutto ciò che poteva vedere, guardando in basso, era un
collo lungo lungo che sembrava elevarsi come uno stelo in un mare di foglie
verdi, che stavano a una bella distanza al di sotto.
- Che cosa è mai quel campo verde? - disse Alice. - E le mie spalle dove sono?
Oh povera me! perchè non vi veggo più, o mie povere mani? - E andava movendole
mentre parlava, ma non seguiva altro effetto che un piccolo movimento fra le
foglie verdi lontane.
E siccome non sembrava possibile portar le mani alla testa, tentò di piegare la
testa verso le mani, e fu contenta di rilevare che il collo si piegava e si
moveva in ogni senso come il corpo d'un serpente. Era riuscita a curvarlo in
giù in forma d'un grazioso zig-zag, e stava per tuffarlo fra le foglie (le cime
degli alberi sotto i quali s'era smarrita), quando sentì un sibilo acuto, che
glielo fece ritrarre frettolosamente: un grosso Colombo era volato su di lei e
le sbatteva violentemente le ali contro la faccia.
- Serpente! - gridò il Colombo.
- Io non sono un serpente, - disse Alice indignata. - Vattene!
- Serpente, dico! - ripetè il Colombo, ma con tono più dimesso, e soggiunse
singhiozzando: - Ho cercato tutti i rimedi, ma invano.
- Io non comprendo affatto di che parli, - disse Alice.
- Ho provato le radici degli alberi, ho provato i clivi, ho provato le siepi, -
continuò il Colombo senza badarle; - ma i serpenti! Oh, non c'è modo di
accontentarli!
Alice sempre più confusa, pensò che sarebbe stato inutile dir nulla, sin che
il Colombo non avesse finito.
- Come se fosse poco disturbo covar le uova, - disse il Colombo. - Bisogna
vegliarle giorno e notte! Sono tre settimane che non chiudo occhio!
- Mi dispiace di vederti così sconsolato! disse Alice, che cominciava a
comprendere.
- E appunto quando avevo scelto l'albero più alto del bosco, - continuò il
Colombo con un grido disperato, - e mi credevo al sicuro finalmente, ecco che mi
discendono dal cielo! Ih! Brutto serpente!
- Ma io non sono un serpente, ti dico! - rispose Alice. - lo sono una... Io sono
una...
- Bene, chi sei? - chiese il Colombo. - È chiaro che tu cerchi dei raggiri per
ingannarmi!
- Io... io sono una bambina, - rispose Alice, ma con qualche dubbio, perchè si
rammentava i molti mutamenti di quel giorno.
- È una frottola! - disse il Colombo col tono del più amaro disprezzo. - Ho
veduto molte bambine in vita mia, ma con un collo come il tuo, mai. No, no! Tu
sei un serpente, è inutile negarlo. Scommetto che avrai la faccia di dirmi che
non hai assaggiato mai un uovo!
- Ma certo che ho mangiato delle uova, - soggiunse Alice, che era una bambina
molto sincera. - Non son soli i serpenti a mangiare le uova; le mangiano anche
le bambine.
- Non ci credo, - disse il Colombo, - ma se così fosse le bambine sarebbero
un'altra razza di serpenti, ecco tutto.
Questa idea parve così nuova ad Alice che rimase in silenzio per uno o due
minuti; il Colombo colse quell'occasione per aggiungere: - Tu vai a caccia di
uova, questo è certo, e che m'importa, che tu sia una bambina o un serpente?
- Ma importa moltissimo a me, - rispose subito Alice. - A ogni modo non vado in
cerca di uova; e anche se ne cercassi, non ne vorrei delle tue; crude non mi
piacciono.
- Via dunque da me! - disse brontolando il Colombo, e si accovacciò nel nido.
Alice s'appiattò come meglio potè fra gli alberi, perchè il collo le
s'intralciava tra i rami, e spesso doveva fermarsi per distrigarnelo. Dopo
qualche istante, si ricordò che aveva tuttavia nelle mani i due pezzettini di
fungo, e si mise all'opera con molta accortezza addentando ora l'uno ora
l'altro, e così diventava ora più alta ora più bassa, finchè riuscì a
riavere la sua statura giusta.
Era da tanto tempo che non aveva la sua statura giusta, che da prima le parve
strano; ma vi si abituò in pochi minuti, e ricominciò a parlare fra sè
secondo il solito. - Ecco sono a metà del mio piano! Sono pure strani tutti
questi mutamenti! Non so mai che diventerò da un minuto all'altro! Ad ogni
modo, sono tornata alla mia statura normale: ora bisogna pensare ad entrare in
quel bel giardino... Come farò, poi?
E così dicendo, giunse senza avvedersene in un piazzale che aveva nel mezzo una
casettina alta circa un metro e venti. - Chiunque vi abiti, - pensò Alice, -
non posso con questa mia statura fargli una visita; gli farei una gran paura!
E cominciò ad addentare il pezzettino che aveva nella destra, e non osò di
avvicinarsi alla casa, se non quando ebbe la statura d'una ventina di
centimetri.
VI
PORCO E PEPE
Per un po' si mise a guardare la casa, e non sapeva che fare, quando ecco un
valletto in livrea uscire in corsa dalla foresta... (lo prese per un valletto
perchè era in livrea, altrimenti al viso lo avrebbe creduto un pesce), e
picchiare energicamente all'uscio con le nocche delle dita. La porta fu aperta
da un altro valletto in livrea, con una faccia rotonda e degli occhi grossi,
come un ranocchio; ed Alice osservò che entrambi portavano delle parrucche
inanellate e incipriate. Le venne la curiosità di sapere di che si trattasse, e
uscì cautamente dal cantuccio della foresta, e si mise ad origliare.
Il pesce valletto cavò di sotto il braccio un letterone grande quasi quanto
lui, e lo presentò all'altro, dicendo solennemente: «Per la Duchessa. Un
invito della Regina per giocare una partita di croquet.» Il ranocchio valletto
rispose nello stesso tono di voce, ma cambiando l'ordine delle parole: «Dalla
Regina. Un invito per la Duchessa per giocare una partita di croquet.»
Ed entrambi s'inchinarono sino a terra, e le ciocche de' loro capelli si
confusero insieme.
Alice scoppiò in una gran risata, e si rifugiò nel bosco per non farsi
sentire, e quando tornò il pesce valletto se n'era andato, e l'altro s'era
seduto sulla soglia dell'uscio, fissando stupidamente il cielo.
Alice si avvicinò timidamente alla porta e picchiò.
- È inutile picchiare, - disse il valletto, - e questo per due ragioni. La
prima perchè io sto dalla stessa parte della porta dove tu stai, la seconda
perchè di dentro si sta facendo tanto fracasso, che non sentirebbe nessuno. - E
davvero si sentiva un gran fracasso di dentro, un guaire e uno starnutire
continui, e di tempo in tempo un gran scroscio, come se un piatto o una caldaia
andasse in pezzi.
- Per piacere, - domandò Alice, - che ho da fare per entrare?
- Il tuo picchiare avrebbe un significato, - continuò il valletto senza
badarle, - se la porta fosse fra noi due. Per esempio se tu fossi dentro, e
picchiassi, io potrei farti uscire, capisci.
E parlando continuava a guardare il cielo, il che ad Alice pareva un atto da
maleducato. «Ma forse non può farne a meno, - disse fra sè - ha gli occhi
quasi sull'orlo della fronte! Potrebbe però rispondere a qualche domanda...» -
Come fare per entrare? - disse Alice ad alta voce.
- Io me ne starò qui, - osservò il valletto, - fino a domani...
In quell'istante la porta si aprì, e un gran piatto volò verso la testa del
valletto, gli sfiorò il naso e si ruppe in cento pezzi contro un albero più
oltre.
-...forse fino a poidomani, - continuò il valletto come se nulla fosse
accaduto.
- Come debbo fare per entrare? - gridò Alice più forte.
- Devi entrare? - rispose il valletto. - Si tratta di questo principalmente,
sai.
Senza dubbio, ma Alice non voleva sentirlo dire. «È spaventoso, - mormorò fra
sè, - il modo con cui discutono queste bestie. Mi farebbero diventar matta!»
Il valletto colse l'occasione per ripetere l'osservazione con qualche variante:
- io me ne starò seduto qui per giorni e giorni.
- Ma io che debbo fare? - domandò Alice.
- Quel che ti pare e piace, - rispose il valletto, e si mise a fischiare.
- È inutile discutere con lui, - disse Alice disperata: - è un perfetto
imbecille! - Aprì la porta ed entrò.
La porta conduceva di filato a una vasta cucina, da un capo all'altro invasa di
fumo: la Duchessa sedeva in mezzo su uno sgabello a tre piedi, cullando un
bambino in seno; la cuoca era di fronte al fornello, rimestando in un calderone
che pareva pieno di minestra.
«Certo, c'è troppo pepe in quella minestra!» - disse Alice a sè stessa, non
potendo frenare uno starnuto.
Davvero c'era troppo sentor di pepe in aria.
Anche la Duchessa starnutiva qualche volta; e quanto al bambino non faceva altro
che starnutire e strillare senza un istante di riposo. I soli due esseri che non
starnutivano nella cucina, erano la cuoca e un grosso gatto, che se ne stava
accoccolato sul focolare, ghignando con tutta la bocca, da un orecchio
all'altro.
- Per piacere, - domandò Alice un po' timidamente, perchè non era certa che
fosse buona creanza di cominciare lei a parlare, - perchè il suo gatto ghigna
così?
- È un Ghignagatto, - rispose la Duchessa, - ecco perchè. Porco!
Ella pronunciò l'ultima parola con tanta energia, che Alice fece un balzo; ma
subito comprese che quel titolo era dato al bambino, e non già a lei. Così si
riprese e continuò:
- Non sapevo che i gatti ghignassero a quel modo: anzi non sapevo neppure che i
gatti potessero ghignare.
- Tutti possono ghignare, - rispose la Duchessa; - e la maggior parte ghignano.
- Non ne conosco nessuno che sappia farlo, - replicò Alice con molto rispetto,
e contenta finalmente di conversare.
- Tu non sai molto, - disse la Duchessa; - non c'è da dubitarne!
Il tono secco di questa conversazione non piacque ad Alice, che volle cambiar
discorso. Mentre cercava un soggetto, la cuoca tolse il calderone della minestra
dal fuoco, e tosto si mise a gettare tutto ciò che le stava vicino contro la
Duchessa e il bambino... Scagliò prima le molle, la padella, e l'attizzatoio;
poi un nembo di casseruole, di piatti e di tondi. La duchessa non se ne dava per
intesa, nemmeno quand'era colpita; e il bambino guaiva già tanto, che era
impossibile dire se i colpi gli facessero male o no.
- Ma badi a quel che fa! - gridò Alice, saltando qua e là atterrita. - Addio
naso! - continuò a dire, mentre un grosso tegame sfiorava il naso del bimbo e
poco mancò non glielo portasse via.
- Se tutti badassero ai fatti loro, - esclamò la Duchessa con un rauco grido, -
il mondo andrebbe molto più presto di quanto non faccia.
- Non sarebbe un bene, - disse Alice, lieta di poter sfoggiare la sua dottrina.
- Pensi che sarebbe del giorno e della notte! La terra, com'ella sa, ci mette
ventiquattro ore a girare intorno al suo asse...
- A proposito di asce! - gridò la Duchessa, - tagliatele la testa!
Alice guardò ansiosamente la cuoca per vedere se ella intendesse obbedire; ma
la cuoca era occupata a rimestare la minestra, e, non pareva che avesse
ascoltato, perciò andò innanzi dicendo:
- Ventiquattro ore, credo; o dodici? Io...
- Oh non mi seccare, - disse la Duchessa. - Ho sempre odiato i numeri! - E si
rimise a cullare il bimbo, cantando una certa sua ninnananna, e dandogli una
violenta scossa alla fine d'ogni strofa:
Vo col bimbo per la corte,
se starnuta dàgli forte: lui
lo sa che infastidisce
e per picca starnutisce.
<I>Coro
(al quale si unisce la cuoca) </I>
Ahi ahi ahi!!!
Mentre la Duchessa cantava il secondo verso, scoteva il bimbo su e giù con molta violenza, e il poverino strillava tanto che Alice appena potè udire le parole della canzoncina:
Vo col bimbo per le corte,
se starnuta gli dò forte;
lui se vuole può mangiare
tutto il pepe che gli pare.
<I>Coro</I>
Ahi, ahi ahi!!!
- Tieni, lo potrai cullare un poco se ti piace! - disse la Duchessa ad Alice,
buttandole il bimbo in braccio. - Vado a prepararmi per giocare una partita a
croquet con la Regina. - E uscì in fretta dalla stanza. La cuoca le scaraventò
addosso una padella, e per un pelo non la colse.
Alice afferrò il bimbo, ma con qualche difficoltà, perchè era una creatura
stranissima; springava le mani e i piedi in tutti i sensi, «proprio come una
stella di mare» pensò Alice. Il poverino quando Alice lo prese, ronfava come
una macchina a vapore e continuava a contorcersi e a divincolarsi così che, per
qualche istante, ella dubitò di non poterlo neanche reggere.
Appena la fanciulla ebbe trovato la maniera di cullarlo a modo, (e questo
consistè nel ridurlo a una specie di nodo, e nell'afferrarlo al piede sinistro
e all'orecchio destro, per impedirgli di sciogliersi) lo portò all'aria aperta.
- Se non mi porto via questo bambino, - osservò Alice, - è certo che fra
qualche giorno lo ammazzeranno; non sarebbe un assassinio l'abbandonarlo? -
Disse le ultime parole a voce alta, e il poverino si mise a grugnire per
risponderle (non starnutiva più allora). - Non grugnire, - disse Alice, - non
è educazione esprimersi a codesto modo.
Il bambino grugnì di nuovo, e Alice lo guardò ansiosamente in faccia per
vedere che avesse. Aveva un naso troppo all'insù, e non c'era dubbio che
rassomigliava più a un grugno che a un naso vero e proprio; e poi gli occhi gli
stavano diventando così piccoli che non parevano di un bambino: in complesso
quell'aspetto non piaceva ad Alice. «Forse singhiozzava», pensò, e lo guardò
di nuovo negli occhi per vedere se ci fossero lagrime.
Ma non ce n'erano. - Carino mio, se tu ti trasformi in un porcellino, - disse
Alice seriamente, - non voglio aver più nulla a che fare con te. Bada dunque! -
Il poverino si rimise a singhiozzare (o a grugnire, chi sa, era difficile dire)
e si andò innanzi in silenzio per qualche tempo.
Alice, intanto, cominciava a riflettere: «Che cosa ho da fare di questa
creatura quando arrivo a casa?» allorchè quella creatura grugnì di nuovo e
con tanta energia, che ella lo guardò in faccia sgomenta. Questa volta non
c'era dubbio: era un porcellino vero e proprio, ed ella si convinse che era
assurdo portarlo oltre.
Così depose la bestiolina in terra, e si sentì sollevata quando la vide
trottar via tranquillamente verso il bosco. - Se fosse cresciuto, sarebbe stato
un ragazzo troppo brutto; ma diventerà un magnifico porco, credo. - E si
ricordò di certi fanciulli che conosceva, i quali avrebbero potuto essere degli
ottimi porcellini, e stava per dire: - Se si sapesse il vero modo di
trasformarli... - quando sussultò di paura, scorgendo il Ghignagatto, seduto su
un ramo d'albero a pochi passi di distanza.
Il Ghignagatto si mise soltanto a ghignare quando vide Alice.«Sembra di buon
umore, - essa pensò; - ma ha le unghie troppo lunghe, ed ha tanti denti,»
perciò si dispose a trattarlo con molto rispetto.
- Ghignagatto, - cominciò a parlargli con un poco di timidezza, perchè non
sapeva se quel nome gli piacesse; comunque egli fece un ghigno più grande.
«Ecco, ci ha piacere,» pensò Alice e continuò: - Vorresti dirmi per dove
debbo andare?
- Dipende molto dal luogo dove vuoi andare, - rispose il Gatto.
- Poco m'importa dove... - disse Alice.
- Allora importa poco sapere per dove devi andare, - soggiunse il Gatto.
-...purchè giunga in qualche parte, - riprese Alice come per spiegarsi meglio.
- Oh certo vi giungerai! - disse il Gatto, non hai che da camminare.
Alice sentì che quegli aveva ragione e tentò un'altra domanda. - Che razza di
gente c'è in questi dintorni?
- Da questa parte, - rispose il Gatto, facendo un cenno con la zampa destra, -
abita un Cappellaio; e da questa parte, - indicando con l'altra zampa, - abita
una Lepre di Marzo. Visita l'uno o l'altra, sono tutt'e due matti.
- Ma io non voglio andare fra i matti, - osservò Alice.
- Oh non ne puoi fare a meno, - disse il Gatto, - qui siamo tutti matti. Io sono
matto, tu sei matta.
- Come sai che io sia matta? - domandò Alice.
- Tu sei matta, - disse il Gatto, - altrimenti non saresti venuta qui.
Non parve una ragione sufficiente ad Alice, ma pure continuò: - E come sai che
tu sei matto?
- Intanto, - disse il Gatto, - un cane non è matto. Lo ammetti?
- Ammettiamolo, - rispose Alice.
- Bene, - continuò il Gatto, - un cane brontola quando è in collera, e agita
la coda quando è contento. Ora io brontolo quando sono contento ed agito la
coda quando sono triste. Dunque sono matto.
- Io direi far le fusa e non già brontolare, - disse Alice.
- Di' come ti pare, - rispose il Gatto. - Vai oggi dalla Regina a giocare a
croquet?
- Sì, che ci andrei, - disse Alice, - ma non sono stata ancora invitata.
- Mi rivedrai da lei, - disse il Gatto, e scomparve.
Alice non se ne sorprese; si stava abituando a veder cose strane. Mentre
guardava ancora il posto occupato dal Gatto, eccolo ricomparire di nuovo.
- A proposito, che n'è successo del bambino? - disse il Gatto. -.Avevo
dimenticato di domandartelo.
- S'è trasformato in porcellino, - rispose Alice tranquillamente, come se la
ricomparsa del Gatto fosse più che naturale.
- Me l'ero figurato, - disse il Gatto, e svanì di nuovo.
Alice aspettò un poco con la speranza di rivederlo, ma non ricomparve più, ed
ella pochi istanti dopo prese la via dell'abitazione della Lepre di Marzo. «Di
cappellai ne ho veduti tanti, - disse fra sè: - sarà più interessante la
Lepre di Marzo. Ma siccome siamo nel mese di maggio, non sarà poi tanto
matta... almeno sarà meno matta che in marzo». Mentre diceva così guardò in
su, e vide di nuovo il Gatto, seduto sul ramo d'un albero.
- Hai detto porcellino o porcellana? - domandò il Gatto.
- Ho detto porcellino, - rispose Alice; - ma ti prego di non apparire e
scomparire con tanta rapidità: mi fai girare il capo!
- Hai ragione, - disse il Gatto; e questa volta svanì adagio adagio;
cominciando con la fine della coda e finendo col ghigno, il quale rimase per
qualche tempo sul ramo, dopo che tutto s'era dileguato.
- Curioso! ho veduto spesso un gatto senza ghigno; - osservò Alice, - mai un
ghigno senza Gatto. È la cosa più strana che mi sia capitata!
Non s'era allontanata di molto, quando arrivò di fronte alla dimora della Lepre
di Marzo: pensò che fosse proprio quella, perchè i comignoli avevano la forma
di orecchie, e il tetto era coperto di pelo. La casa era così grande che ella
non osò avvicinarsi se non dopo aver sbocconcellato un po' del fungo che aveva
nella sinistra, e esser cresciuta quasi sessanta centimetri di altezza: ma
questo non la rendeva più coraggiosa. Mentre si avvicinava, diceva fra sè: «E
se poi fosse pazza furiosa? Sarebbe meglio che fossi andata dal Cappellaio.»