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Le sottilissime astuzie di Bertoldo

 

 

Proemio

Qui non ti narrerò, benigno lettore, il giudicio di Paris, non il ratto di Elena, non l'incendio di Troia, non il passaggio d'Enea in Italia, non i longhi errori di Ulisse, non le magiche operazioni di Circe, non la distruzione di Cartagine, non l'esercito di Serse, non le prove di Alessandro, non la fortezza di Pirro, non i trionfi di Mario, non le laute mense di Lucullo, non i magni fatti di Scipione, non le vittorie di Cesare, non la fortuna di Ottaviano, poiché di simil fatti le istorie ne danno a chi legge piena contezza; ma bene t'appresento innanzi un villano brutto e mostruoso sì, ma accorto e astuto, e di sottilissimo ingegno; a tale, che paragonando la bruttezza del corpo con la bellezza dell'animo, si può dire ch'ei sia proprio un sacco di grossa tela, foderato di dentro di seta e oro. Quivi udirai astuzie, motti, sentenze, arguzie, proverbi e stratagemme sottilissime e ingegnose da far trasecolare non che stupire. Leggi dunque, che di ciò trarrai grato e dolce trattenimento, essendo l'opera piacevole e di molta dilettazione.


Le sottilissime astuzie di Bertoldo.

Nel tempo che il Re Alboino, Re dei Longobardi si era insignorito quasi di tutta Italia, tenendo il seggio reggale nella bella città di Verona, capitò nella sua corte un villano, chiamato per nome Bertoldo, il qual era uomo difforme e di bruttissimo aspetto; ma dove mancava la formosità della persona, suppliva la vivacità dell'ingegno: onde era molto arguto e pronto nelle risposte, e oltre l'acutezza dell'ingegno, anco era astuto, malizioso e tristo di natura. E la statura sua era tale, come qui si descrive.

Fattezze di Bertoldo.

Prima, era costui picciolo di persona, il suo capo era grosso e tondo come un pallone, la fronte crespa e rugosa, gli occhi rossi come di fuoco, le ciglia lunghe e aspre come setole di porco, l'orecchie asinine, la bocca grande e alquanto storta, con il labro di sotto pendente a guisa di cavallo, la barba folta sotto il mento e cadente come quella del becco, il naso adunco e righignato all'insù, con le nari larghissime; i denti in fuori come il cinghiale, con tre overo quattro gosci sotto la gola, i quali, mentre che esso parlava, parevano tanti pignattoni che bollessero; aveva le gambe caprine, a guisa di satiro, i piedi lunghi e larghi e tutto il corpo peloso; le sue calze erano di grosso bigio, e tutte rappezzate sulle ginocchia, le scarpe alte e ornate di grossi tacconi. Insomma costui era tutto il roverso di Narciso.

Audacia di Bertoldo.

Passò dunque Bertoldo per mezzo a tutti quei signori e baroni, ch'erano innanzi al Re, senza cavarsi il cappello né fare atto alcuno di riverenza e andò di posta a sedere appresso il Re, il quale, come quello che era benigno di natura e che ancora si dilettava di facezie, s'immaginò che costui fosse qualche stravagante umore, essendo che la natura suole spesse volte infondere in simili corpi mostruosi certe doti particolari che a tutti non è così larga donatrice; onde, senza punto alterarsi, lo cominciò piacevolmente ad interrogare, dicendo:

Ragionamento fra il Re e Bertoldo.

Re. Chi sei tu, quando nascesti e di che parte sei?

Bertoldo. Io son uomo, nacqui quando mia madre mi fece e il mio paese è in questo mondo.

Re. Chi sono gli ascendenti e descendenti tuoi?

Bertoldo. I fagiuoli, i quali bollendo al fuoco vanno ascendendo e descendendo su e giù per la pignatta.

Re. Hai tu padre, madre, fratelli e sorelle?

Bertoldo. Ho padre, madre, fratelli e sorelle, ma sono tutti morti.

Re. Come gli hai tu, se sono tutti morti?

Bertoldo. Quando mi partii da casa io gli lasciai che tutti dormivano e per questo io dico a te che tutti sono morti; perché, da uno che dorme ad uno che sia morto io faccio poca differenza, essendo che il sonno si chiama fratello della morte.

Re. Qual è la più veloce cosa che sia?

Bertoldo. Il pensiero.

Re. Qual è il miglior vino che sia?

Bertoldo. Quello che si beve a casa d'altri.

Re. Qual è quel mare che non s'empie mai?

Bertoldo. L'ingordigia dell'uomo avaro.

Re. Qual è la più brutta cosa che sia in un giovane?

Bertoldo. La disubbidienza.

Re. Qual è la più brutta cosa che sia in un vecchio?

Bertoldo. La lascivia.

Re. Qual è la più brutta cosa che sia in un mercante?

Bertoldo. La bugia.

Re. Qual è quella gatta che dinanzi ti lecca e di dietro ti sgraffa?

Bertoldo. La puttana.

Re. Qual è il più gran fuoco che sia in casa?

Bertoldo. La mala lingua del servitore.

Re. Qual è il più gran pazzo che sia?

Bertoldo. Colui che si tiene il più savio.

Re. Quali sono le infermità incurabili?

Bertoldo. La pazzia, il cancaro e i debiti.

Re. Qual è quel figlio ch'abbrugia la lingua a sua madre?

Bertoldo. Lo stuppino della lucerna.

Re. Come faresti a portarmi dell'acqua in un crivello e non la spandere?

Bertoldo. Aspettarei il tempo del ghiaccio, e poi te la porterei.

Re. Quali sono quelle cose che l'uomo le cerca e non le vorria trovare?

Bertoldo. I pedocchi nella camicia, i calcagni rotti e il necessario brutto.

Re. Come faresti a pigliar un lepre senza cane?

Bertoldo. Aspettarei che fosse cotto e poi lo pigliarei.

Re. Tu hai un buon cervello, s'ei si vedesse.

Bertoldo. E tu saresti un bell'umore, se non rangiasti.

Re. Orsù, addimandami ciò che vuoi, ch'io son qui pronto per darti tutto quello che tu mi chiederai.

Bertoldo. Chi non ha del suo non può darne ad altri.

Re. Perché non ti poss'io dare tutto quello che tu brami?

Bertoldo. Io vado cercando felicità, e tu non l'hai; e però non puoi darla a me.

Re. Non son io dunque felice, sedendo sopra questo alto seggio, come io faccio?

Bertoldo. Colui che più in alto siede, sta più in pericolo di cadere al basso e precipitarsi.

Re. Mira quanti signori e baroni mi stanno attorno per ubidirmi e onorarmi.

Bertoldo. Anco i formiconi stanno attorno al sorbo e gli rodono la scorza.

Re. Io splendo in questa corte come propriamente splende il sole fra le minute stelle.

Bertoldo. Tu dici la verità, ma io ne veggio molte oscurate dall'adulazione.

Re. Orsù, vuoi tu diventare uomo di corte?

Bertoldo. Non deve cercar di legarsi colui che si trova in libertà.

Re. Chi t'ha mosso dunque a venir qua?

Bertoldo. Il creder io che un re fosse più grande di statura degli altri uomini dieci o dodeci piedi, e che esso avanzasse sopra tutti come avanzano i campanili sopra tutte le case; ma io veggio che tu sei un uomo ordinario come gli altri, se ben sei re.

Re. Son ordinario di statura sì, ma di potenza e di ricchezza avanzo sopra gli altri, non solo dieci piedi ma cento e mille braccia. Ma chi t'induce a fare questi ragionamenti?

Bertoldo. L'asino del tuo fattore.

Re. Che cosa ha da fare l'asino del mio fattore con la grandezza della mia corte?

Bertoldo. Prima che fosti tu, né manco la tua corte, l'asino aveva raggiato quattro mill'anni innanzi.

Re. Ah, ah, ah! Oh sì che questa è da ridere.

Bertoldo. Le risa abbondano sempre nella bocca de' pazzi.

Re. Tu sei un malizioso villano.

Bertoldo. La mia natura dà così.

Re. Orsù, io ti comando che or ora tu ti debbi partire dalla presenza mia, se non io ti farò cacciare via con tuo danno e vergogna.

Bertoldo. Io anderò, ma avvertisci che le mosche hanno questa natura, che se bene sono cacciate via, ritornano ancora: però se tu mi farai cacciar via, io tornerò di nuovo ad insidiarti.

Re. Or va'; e se non torni a me come fanno le mosche, io ti farò battere via il capo.

Astuzia di Bertoldo.

Partissi dunque Bertoldo, e andatosene a casa e pigliato uno asino vecchio, ch'egli aveva, tutto scorticato sulla schiena e sui fianchi e mezo mangiato dalle mosche, e montatovi sopra, tornò di nuovo alla corte del Re accompagnato da un milione di mosche e di tafani che tutti insieme facevano un nuvolo grande, sì che a pena si vedeva, e gionto avanti al Re, disse:

Bertoldo. Eccomi, o Re, tornato a te.

Re. Non ti diss'io che, se tu non tornavi a me come mosca, ch'io ti farei gettar via il capo dal busto?

Bertoldo. Le mosche non vanno elleno sopra le carogne?

Re. Sì, vanno.

Bertoldo. Or eccomi tornato sopra una carogna scorticata e tutta carica di mosche, come tu vedi, che quasi l'hanno mangiata tutta e me insieme ancora: onde mi tengo aver servato quel tanto che io di far promisi.

Re. Tu sei un grand'uomo. Or va, ch'io ti perdono, e voi menatelo a mangiare.

Bertoldo. Non mangia colui che ancora non ha finito l'opera.

Re. Perché, hai tu forse altro da dire?

Bertoldo. Io non ho ancora incominciato.

Re. Orsù, manda via quella carogna, e tu ritirati alquanto da banda perché io veggio venire in qua due donne che devono forse voler audienza da me; e come io le avrò ispedite, tornaremo di nuovo a ragionare insieme.

Bertoldo. Io mi ritiro, ma guarda a dare la sentenza giusta.

Lite donnesca.

Vennero dunque due donne dinanzi al Re, e una di quelle aveva rubato uno specchio di cristallo all'altra, e quella di chi era lo specchio si chiamava Aurelia, e l'altra che l'aveva rubato si chiamava Lisa, la quale aveva il detto specchio in mano. E Aurelia querelandosi innanzi al re, disse:

Aurelia. Sappi, Signore, che costei ieri sera fu nella camera mia e mi rubbò quello specchio di cristallo ch'ella tiene in mano. Io gliel'ho addimandato più volte, ed essa me lo nega e non me lo vuol restituire, e però io t'addimando giustizia.

Lisa. Questa non è la verità, anzi sono più giorni ch'io lo comprai dei miei danari e non so come costei abbia tanto ardire di chiedere quello che non è suo.

Aurelia. Deh, giustissimo Re, non dar credito alle false parole di costei, perché ella è una ladra publica che non ha conscienza né fede, e sappi tua Maestà che io non mi sarei mossa a chiedere quello che non è mio per tutto l'oro del mondo.

Lisa. O che conscienza grossa! Sa ella mo' bene dare ad intendere di essere lei quella dalla ragione, e chi ti credesse, ah, sorella, ne sapresti trovare delle megliori? Ma noi siamo dinanzi a un giudice che conoscerà la mia innocenza e la tua falsità.

Aurelia. O terra, perché non t'apri a inghiottire questa ribalda che con tanta sfacciataggine nega quello che è mio, e di più si sforza dare ad intendere di esser lei quella dalla ragione e io dal torto? O Cielo, scopri tu la verità di questo fatto.

Sentenza giusta del Re.

Re. Orsù, achettatevi, che or ora io vi consolarò. Pigliate qua voi questo specchio e spezzatelo minutamente e diassene tanti pezzi all'una quanto all'altra e così tutte dua saranno contente. Che ne dite voi?

Lisa. Io sì mi contento, perché così sarà finita la lite fra noi, né gridaremo più insieme.

Aurelia. No, no. Diasi pur più tosto a lei che romperlo, perché io non potrei mai soffrire di vedere che fosse spezzato così bello specchio; e chi sa che un giorno, rimorsa dalla conscienza, ella non me lo renda. Portiselo dunque costei intiero a casa e sia qui finita la nostra tenzone.

Lisa. La sentenza del re mi piace; spezzisi pure, che mai più non avremo da rugare insieme. Su, che si venghi al fatto.

Prudenza del Re.

Re. Orsù, io conosco veramente che lo specchio è di colei che non vuole che si spezzi; perché al pianto, alle lagrime e al supplicare ch'ella fa, quanto al giudicio mio, mostra segno chiarissimo ch'ella n'è patrona e che quest'altra gliel'ha involato. Diasi adunque lo specchio a lei e mandisi via l'altra vergognosamente.

Aurelia. Io ti ringrazio infinitamente, benignissimo Signore, poiché conoscendo con la tua prudenza la malizia di costei, hai dato la sentenza retta, come giusto giudice; onde pregarò sempre il cielo che ti conservi e ti dia tutte le prosperità che desideri.

Re. Va' in pace, e sforzati d'esser da bene. In vero si conosce che lo specchio è di costei perché al lagrimar ch'ella faceva, mostrava chiaro segno ch'ei fosse suo.

Bertoldo ridendo di tal sentenza, dice:

Bertoldo. Questa non è buona cognizione, o Re.

Re. Perché non è buona cognizione?

Bertoldo. Tu credi dunque alle lagrime delle donne?

Re. Perché non vuoi tu ch'io gli creda?

Bertoldo. Or non sai tu che il suo pianto è un inganno? e che ogni cosa ch'esse fanno o dicono è l'istesso, però ch'esse piangono con gli occhi e ridono con il cuore; ti sospirano dinanzi, poi ti burlano di dietro, parlano al contrario di quello ch'esse pensano, e pensano al contrario di quello ch'esse parlano; però il versare delle lagrime loro, lo sbattersi, la mutazione della faccia, tutte sono fraudi, inganni e tradimenti che gli scorrono per la mente per adempire i loro ingordi e insaziabili desiderii.

Lodi date dal Re alle donne.

Re. Tanto hanno in esse bontà le donne, senno e prudenza, quanto alcuna di queste cose da te impostegli a torto; e se a sorte pur una pecca per fragilità è degna di scusa, per esser ella più molle e più facile al cadere in questi difetti che non è l'uomo. Ma dimmi un poco, non si può dire che sia morto colui che sia separato da tal sesso? Prima, la donna ama il suo marito, genera i figliuoli, li alleva, li nodrisce, li costuma e gli mostra tutte le buone creanze. La donna regge la casa, mantien la robba, custodisce la famiglia, sollecita le serve e provede a tutti i disordini che possono avvenire in casa, ama con fedeltà, è dolce da praticare, nobile da conversare, schietta nel contrattare e discreta nel comandare, pronta nell'ubidire, onesta nel ragionare, modesta nel procedere, sobria nel mangiare, parca nel bere, mansueta con quelli di casa e trattabile con quelli di fuora. In somma, la donna apresso l'uomo si può dire ch'ella sia una gemma orientale, legata in oro purissimo; e per una, che caschi in qualche frenesia o umore stravagante, mille all'incontro ne sono onestissime e da bene; e però io tengo che la sentenza da me data sia stata giusta.

Bertoldo. Veramente si vede che tu ami molto le donne, e però hai fatto sì bella spiegata di parole in lode loro. Ma che dirai tu se io ti farò tornare a dietro tutto quello che in suo favore hai detto, prima che tu vadi a dormire doman di sera?

Re. Quando tu farai questo, il quale tengo che sia impossibile che lo facci, io dirò che tu sei il primo uomo del mondo; ma se tu non lo farai io ti farò impiccar subito.

Bertoldo. Orsù, a rivederci domani.

Così, essendo sera, il Re si ritirò nelle sue stanze e Bertoldo, dopo aver cenato, andò a dormire alla stalla per quella notte, andando fantasticando fra sé di trovar strada acciò che il Re cantasse alla roversa di quanto avea detto in lode delle donne; e, avendo pensato una nuova astuzia, si pose a dormire, aspettando il giorno per porla in essecuzione.

Astuzia di Bertoldo.

Venuta la mattina, Bertoldo si levò dalla paglia e andò a trovare quella femina alla quale il Re aveva data la sentenza in favore e gli disse:

Bertoldo. Tu non sai quello che ha determinato il Re?

Aurelia. Io non so nulla se tu non me lo dici.

Bertoldo. Egli ha commesso che lo specchio sia spezzato, com'ei disse, e dato la metà a quell'altra perché ella si è appellata della sentenza; onde il Re, per non udire più querelle, vuole, col dividerlo, sodisfare all'una e all'altra.

Aurelia. Come che il Re ha determinato che il mio specchio sia spezzato, se di già egli ha sentenziato ch'esso mi sia restituito sano e intiero? Oh, che tu mi burli, va' via!

Bertoldo. Io non ti burlo, certo; che gliel'ho udito dire con la sua propria bocca.

Aurelia. Ohimè, che è quello ch'io sento; forsi ei fa questo per dar sodisfazzione a quella maledetta femina. Oh che giuste sentenze, oh che nobili azioni d'un Re, oh povera giustizia, come sei tu bene amministrata, poiché adesso si crede più alla bugia che alla verità. Oh misera me! Pur converrà ch'io ti veggia rotto in mille pezzi, caro il mio specchio, uh, uh!

Bertoldo. Il ciel volesse che non vi fusse di peggio.

Aurelia. E che cosa vi può essere di peggio per me che questo?

Bertoldo. Egli ha ordinato una legge che ogni uomo debba prendere sette mogli. Or mira un poco tu che ruina sarà per le case con tante femine.

Aurelia. Come, ch'ei vuole che ogni uomo pigli sette mogli? Oh questo è ben peggio che s'ei facesse rompere quanti specchi sono nella città. Ma che pazzia è questa che gli è saltata nel capo?

Bertoldo. Io non ti so dire altro, e t'ho detto tutto quello che a lui ho udito dire; a voi donne sta il diffendervi, prima che il male vada più avanti.

Così avendogli cacciato questo pulce nell'orecchio si partì da lei e se ne tornò alla corte aspettando di udire qualche gran novità avanti che fusse notte.

Tumulto di donne della città per questa baia.

Partito Bertoldo, Aurelia credendosi che ciò fusse la verità, subito andò a trovare le sue vicine e gli fece palese quel tanto che da Bertoldo aveva udito; le quali, udendo tal cosa, entrarono in tanta smania e in tanta furia che gettavano fuoco per tutto; e in meno d'un'ora si sparse tal nuova per tutta la città; onde si raccolsero insieme più di due mila femine, le quali, avendo discorso gran pezzo sopra tal fatto, si risolsero alla fine di andar a trovar il Re e quivi alla sua presenza gridar tanto e far tanto romore, che esso, vinto dalla loro importunità, si risolvesse a fare che la legge da lui nuovamente imposta non andasse più avanti. E così, tutte piene di rabbia e colme di sdegno, andarono a corte e ivi gionte cominciarono a fare i più gran strepiti e le maggior grida del mondo, a tale che il Re era quasi stordito, né sapendo la cagione di così gran tumulto, restò tutto confuso e pieno di maraviglia; laonde non potendo più sopportar tanta insolenza, tratto dalla colera e dallo sdegno, fu sforzato di ponere la pazienza da una banda nell'ultimo.

Il Re va in colera con le donne e Bertoldo gode.

E rivolto a quelle con faccia turbata, disse loro: "Che novità è questa ch'io sento? E di dove procede questa sollevazione? Chi vi ha messo in tanta smania? Dove nasce tanto fracasso? Perché fate tanta ruina? Sete voi forse spiritate? Che malanno avete? Ditelo in mal ora, femine del diavolo".

Donne. Che novità è la tua, o Re? Che umore di pazzia ti è saltato nel capo - rispose una delle più audaci e rabbiose - che frenesia ti è tocca a ordinare che ogn'uomo pigli sette mogli? O che nobile considerazione di prudente re! Ma sappi certo che ella non ti anderà fatta.

Re. Che cosa dite voi sciocche? Parlate pianamente, ch'io v'intenda, e vi risponderò.

Donne. Parlar pianamente, eh? Anzi bisognarebbe tirarti giù di quel seggio regale, dove ora siedi, e cavarti ambidue gli occhi.

Re. Che ingiuria, che dispiacere v'ho fatto io? Ditelo alla schietta, e non v'affocate tanto, cagne rabbiose che sete.

Donne. Non te l'abbiamo noi detto un'altra volta?

Re. Io non vi ho bene inteso, però tornatelo a dire.

Donne. Non è il peggior sordo, quanto quello che non vuole udire. Noi ti torniamo a dire che tu hai fatto un grande errore a ordinare per legge che ogn'uomo pigli sette donne per moglie, e che tu dovresti attendere ai negozi tuoi e del tuo regno e non t'impacciare in quello che a te non s'appartiene. Hai tu inteso adesso? Ma ben si vede che non hai punto di cervello e che sei pazzo affatto.

Il Re scaccia le donne e biasma il sesso feminile.

Ah, sesso ingrato e discortese, quando feci io tal legge? Levatevi or ora dalla presenza mia e andate alla malora, seme ribaldo e importuno, che adesso io conosco chiaramente che donna non vuol dinotare altro che danno e femina semina zizanie e discordie, che dalla casa ov'ella si parte si tira dietro ciò che può col rastello, e dove ella entra vi porta la fiamma e il fuoco; ella è una sentina d'inganni e di tradimenti, un baratro infernale nel quale si sentono di continuo i pianti e i lamenti de' miseri mariti; elle sono la ruina de' padri, tormento delle madri, flagello de' fratelli, vergogna de' parenti, consumamento delle case, e in somma elle sono pena e afflizzione di tutto il genere umano. Andate via tutte nella mala perdizione e non mi tornate mai più innanzi, spiriti infernali e bestie malvagie che voi siete. Oh che fracasso, oh che rovina hanno fatto queste pazze scatenate per niente! Ma s'io posso sapere chi sia stato l'autore di questa novità, io son risoluto di riconoscerlo secondo ch'egli merita. Ecco che pur sono andate via queste insolenti, che poco vi è mancato ch'esse non mi abbino cavati gli occhi con le dita.

Partite le donne e quietatosi alquanto il Re, Bertoldo ch'era stato in disparte ad ascoltar il tutto, essendogli riuscito il suo disegno, si fece, ridendo, innanzi al Re e gli disse:

Bertoldo. Che dici, o Re? Non ti diss'io che prima che tu andasti a letto il giorno d'oggi tu leggeresti il libro alla roversa di questo che ieri dicesti in lode delle donne? Or vedi, ch'elle ti hanno chiarito.

Re. O che cervelli diabolici andar a trovare inventiva ch'io abbia ordinato che ogni uomo debba prendere sette mogli, cosa che mai non m'imaginai, né pure me la sognai. O che mal seme, o che crudel razza!

Bertoldo. Tu sai i patti che sono fra te e me.

Re. Tu hai molto ben ragione; però vien, siedi meco su questo seggio regale, poiché tu l'hai meritato.

Bertoldo. Non ponno capire quattro natiche in un istesso seggio.

Re. Io ne farò fare un altro appresso di questo e vi sederai su, e darai audienza come me.

Bertoldo. Né amore, né signoria non vuol compagnia; però governa pur tu, che sei Signore.

Re. Io dubito che tu sia stato l'auttore di questo fracasso.

Bertoldo. Tu l'hai indovinato alla prima e non mi puoi castigare altrimente perch'io mi son ingegnato per adempire quanto avea promesso di fare.

Re. Orsù, poiché questa è stata tua invenzione, io ti perdono; ma come hai tu ordita questa diavoleria?

Bertoldo. Io sono andato a trovar colei alla quale tu concedesti lo specchio e gli ho dato ad intendere che tu volevi di nuovo farlo spezzare e darne la metà alla sua avversaria, e di più che tu avevi ordinato che ogn'uomo pigliasse sette mogli e perciò costei aveva radunato così gran numero di femine insieme e hanno fatto lo schiamazzo che tu hai sentito.

Il Re si pente di aver detto male delle donne, onde torna di nuovo a lodarle.

Re. Tu sei stato un grand'inventore, ma però di malizia, e tu hai quasi causato un gran disordine oggi, e hanno avuto mille raggioni, non che una, a muoversi ad ira contro di me; e non potevo credere che il sesso donnesco fusse così privo di cervello che si movesse a far tanto rumore senza grandissima cagione; e qual maggior occasione di questa gli potevi tu dare a farle irritare verso di me? E a me parimente hai dato occasione di dire contro di loro quello ch'io non vorrei aver detto per tutto l'oro del mondo; e ne son dolente e pentito, e torno a dire che la donna è un fonte di virtù, un fiume di bontà, un giardino di costumi, un monte di benignità, un prato di gentilezza, un campo di cortesia, un specchio di prudenza, una torre di magnanimità, un mare di pudicizia, e un fermo scoglio di costanza e di fermezza. Però chi vuol essere mio amico non dica male delle donne, perch'elle non offendono alcuno, non portano armi, non cercano risse, ma sono tutte mansuete, placide, benigne e quiete, amabili e ornate di tutte le creanze, si ché non incitar più l'ira mia verso di loro perché io ti farò dare condegno castigo.

Bertoldo. Io non toccherò più le corde di questa cittera, ma attenderemo ad altro e saremo amici.

Re. Sì, perché dice il proverbio: sta' discosto all'acqua corrente e da can che mostra il dente.

Bertoldo. Ancora, l'acqua cheta e l'uomo che tace, non mi piace.

La Regina manda a domandar Bertoldo al Re, perché lo vuol vedere.

Mentre ragionavano così famigliarmente il Re e Bertoldo, giunse un messo da parte della Regina, il qual disse al Re come la Regina desiderava di vedere Bertoldo, pregando sua Maestà a mandarglielo; e perché ella aveva inteso che costui si pigliava spasso di burlar le donne, aveva fatto pensiero di farlo bastonare ben bene; onde il Re, udito la dimanda della Regina, volto a Bertoldo, gli disse:

Re. La Regina ha mandato a domandarti. Ecco il messo, il qual è venuto a posta, ch'ella brama di vederti.

Bertoldo. Tanto per male, quanto per bene si portano le ambasciate.

Re. La conscienza sempre rimorde l'uomo tristo.

Bertoldo. Il riso della corte non si confà con quello della villa.

Re. L'innocente passa libero fra le bombarde.

Bertoldo. La donna irata, la fiamma impicciata e la padella forata son di gran danno in casa.

Re. Spesso interviene all'uomo tristo quello ch'ei teme.

Bertoldo. Il gambaro spesse volte salta fuora della padella per salvarsi, e si trova nelle bragie.

Re. Chi semina iniquità raccoglie de' mali.

Bertoldo. Sotto la scuffia bianca spesso vi sta la tigna ascosa.

Re. Chi ha intricato la tela la destriga.

Bertoldo. Mal si può destricare, quando i capi sono avviluppati.

Re. Chi semina le spine non vada senza scarpe.

Bertoldo. Non si può combattere contra più forti di sé.

Re. Non temere che alcuno ti faccia oltraggio.

Bertoldo. Al buon confortatore non duole il capo.

Re. Temi tu forsi che la Regina ti facci dispiacere?

Bertoldo. Donna iraconda, mar senza sponda.

Re. La Regina è tutta piacevole e brama di vederti; però va' via allegramente, e non dubitare.

Bertoldo. In ultimo se ne dirà, e tal ride che piangerà.

Bertoldo è condotto dalla Regina.

Così Bertoldo fu condotto dalla Regina, la quale avendo inteso, come vi dissi, la burla fatta a quelle donne il giorno innanzi, aveva fatto preparare alquanti bastoni e commesso alle sue donne che, serratolo in una camera, gli sbattessero ben bene la polvere di sul mantello; e, subito ch'essa lo vide, mirando quel mostruoso aspetto, tutta sdegnata, disse:

Regina. Mira che ceffo di babuino.

Bertoldo. Il laveggio grida dietro la padella.

Regina. Come t'addimandi tu?

Bertoldo. Io non domando nulla.

Regina. Come ti chiami?

Bertoldo. Chi mi chiama, io gli rispondo.

Regina. Dico come tu t'appelli.

Bertoldo. Io non mi sono mai pelato, ch'io mi ricorda

Mentre che la Regina interrogava Bertoldo, una delle serve portò di nascosto un vaso pieno d'acqua per fargli batter dentro il sedere, ma il villano astuto, accortosi di ciò, stava molto bene avvertito, e subito pensò una nuova astuzia, seguitando pur la Regina il suo parlare.

Astuzia di Bertoldo, perché non gli fusse bagnato il podice.

Regina. Come fai tu tante astuzie, che tu pari un indovino?

Bertoldo. Ogni volta che mi vien adacquato il sedere, io indovino ogni cosa, e so se una donna fa l'amore e se ella ha mai fatto errore con alcuno, e s'ella è casta overo impudica; e in somma io indovino ogni cosa, e se vi fusse chi mi volesse bagnar di dietro io vi saprei dir ogni cosa adesso, adesso.

Bertoldo scampa la furia dell'acqua.

Allora quella serva che aveva portato il secchio con l'acqua per bagnarlo, udendo tal parola, lo portò via pian piano, per sospetto di non essere scoperta di qualche macchia; né ve ne fu alcuna che ardisse di fargli scherzo alcuno, perché tutte avevano, come si suol dire, qualche straccio in bucato. Ma la Regina, che ardeva di sdegno contro di costui, impose che esse pigliassero un bastone per ciascheduna in mano e lo bastonassero ben bene; ond'esse se gli avventarono addosso con maggior impeto che non fecero le furiose Baccanti addosso al misero Orfeo. Onde, vedendosi il povero Bertoldo in così gran pericolo, ricorse di nuovo all'usata astuzia, e rivolto a loro così disse:

Nuova astuzia di Bertoldo per non esser bastonato.

Bertoldo. Quella di voi che ha trattato di avvelenar il Re alla mensa, quella sia la prima a pigliare il legno e percuotermi, ch'io mi contento.

Allora tutte s'incominciarono a guardare l'una con l'altra, dicendo: "Io non ho mai pensato di far questo"; "Né io", rispondeva l'altra, e così di mano in mano risposero tutte e per sino la Regina, a tale ch'esse tornarono i bastoni al suo luogo e il sagacissimo e buon Bertoldo restò illeso da quelle aspre percosse per allora.

La Regina brama che Bertoldo sia bastonato per ogni modo.

La Regina, che tuttavia ardeva di sdegno contra Bertoldo, e volendo per ogni modo ch'ei fosse bastonato, mandò a dire alle sue guardie che nell'uscir fuora lo bastonassero senza remissione alcuna e lo fece accompagnare a quattro dei suoi servi, i quali poi gli portassero la nuova di tutto quello ch'era successo.

Astuzia sottilissima di Bertoldo, per non essere percosso dalle guardie.

Quando Bertoldo vidde che in modo alcuno non la poteva fuggire, ricorse all'usato giudicio e, volto alla Regina disse: "Poi ch'io veggio chiaramente che pur tu vuoi ch'io sia bastonato, fammi questa grazia: ti prego in cortesia, che la domanda è onesta e la puoi fare, in ogni modo a te non importa pur ch'io sia bastonato, di' a questi tuoi che mi vengono accompagnare, che dicano alle guardie che portino rispetto al capo e che elle menino poi il resto alla peggio".

La Regina, non intendendo la metafora, comandò a coloro che dicessero alle guardie che portassero rispetto al capo e che poi menassero il resto alla peggio che sapevano; e così costoro, con Bertoldo innanzi, s'inviarono verso le guardie, le quali aveano di già i legni in mano per servirlo della buona fatta; onde Bertoldo incominciò a caminare innanzi agli altri di buon passo, sì che era discosto da loro un buon tratto di mano. Quando coloro che l'accompagnavano viddero le guardie all'ordine per far il fatto ed essendo omai Bertoldo arrivato da quelle, cominciarono da discosto a gridare che portassero rispetto al capo e che poi menassero il resto alla peggio, che così aveva ordinato la Regina.

I servi sono bastonati in cambio di Bertoldo.

Le guardie, vedendo Bertoldo innanzi agli altri, pensando che esso fusse il capo di tutti, lo lasciarono passare senza fargli offesa alcuna, e quando giunsero i servi gli cominciarono a tempestare di maniera con quei bastoni che gli ruppero le braccia e la testa, e in somma non vi fu membro né osso che non avesse la sua ricercata di bastone. sì tutti pesti e fracassati tornarono alla Regina, la quale, avendo udito che Bertoldo con tale astuzia s'era salvato e aveva fatto bastonare i servi in suo luoco, arse verso di lui di doppio sdegno e giurò di volersene vendicare, ma per allora celò lo sdegno che ella avea, aspettando nuova occasione; facendo in tanto medicare i servi, i quali, come vi dissi, erano stati acconci per le feste, come si suol dire.

Bertoldo torna dal Re, e fa una burla a un parasito.

Venuto l'altro giorno, la sala regale s'incominciò a empire di cavalieri e baroni, secondo il solito, e Bertoldo non mancò di comparire al modo usato; laonde vedutolo il Re, lo chiamò a sé e disse:

Re. E bene, come passò il negozio fra te e la Regina?

Bertoldo. Dall'orlo alla scarpa vi fu poco vantaggio.

Re. Il mare era molto turbato.

Bertoldo. Chi sa ben veleggiare passa ogni golfo sicuramente.

Re. Il cielo minacciava gran tempesta.

Bertoldo. La tempesta s'è scaricata sopra d'altri.

Re. Credi tu che sia tornato sereno?

Bertoldo. Io lasciai il cielo molto turbato.

Insolenza d'un parasito.

Allora un parasito che stava appresso il Re, il quale serviva ancora per far ridere e si chiamava Fagotto per essere egli uomo grosso, picciolo di statura, con il capo calvo, disse al Re: "Di grazia, Signore, fammi grazia ch'io ragioni un poco con questo villano, ch'io lo voglio chiarire". Disse il Re a lui: "Fa' quello che ti pare; ma guarda a non fare come fece Benvenuto, il quale andò per radere e fu raduto". "No, no - rispose Fagotto - io non ho paura di lui", e volto verso Bertoldo con un ceffo stravagante le disse:

Fagotto. Che dici tu barbagianni caduto del nido?

Bertoldo. Con chi parli tu, allocco spennacchiato?

Fagotto. Quante miglia sono dal far della luna ai Bagni di Lucca?

Bertoldo. Quanto fai tu dal caldaron della broda alla stalla?

Fagotto. Per che causa fa la gallina negra l'ova bianche?

Bertoldo. Per che causa il staffile del Re fa venire nere a te le chiappe di Fabriano?

Fagotto. Chi sono più, i Turchi o gli Ebrei?

Bertoldo. Chi sono più, quelli che tu hai nella camicia o nella barba?

Fagotto. Il villano e l'asino nacquero tutti due a un parto istesso?.

Bertoldo. Il gnattone e il porco mangiano tutti due ad un'istessa conca?

Fagotto. Quant'è che tu non hai mangiato rape?

Bertoldo. Quant'è che non t'è stato dato la coperta?

Fagotto. Sei tu un bufalo o una pecora?

Bertoldo. Non mettere in ballo i tuoi parenti.

Fagotto. Sin quando starai tu a lasciar da parte le tue astuzie?

Bertoldo. Quando tu lascierai stare di leccare i piatti di cucina.

Fagotto. Al villano non gli dar bacchetta in mano.

Bertoldo. Al porco e alla rana non gli levare il fango.

Fagotto. Il corvo mai non portò nuova buona.

Bertoldo. Il nibbio e l'avoltore vanno sempre dietro le carogne.

Fagotto. Io sono uomo da bene e ben creato.

Bertoldo. Chi si loda s'imbroda.

Fagotto. Il villano è un mal animale.

Bertoldo. E l'adulatore è un brutto mostro.

Fagotto. Non fu mai villano senza malizia.

Bertoldo. Non fu mai gallo senza cresta, né parassito senza adulazione.

Fagotto. Le tue scarpe hanno aperta la bocca.

Bertoldo. Le ridono di te, che sei una bestia.

Fagotto. Le tue calze sono tutte rappezzate.

Bertoldo. Meglio è avere rappezzato le calze che il mostaccio come hai tu.

Avea costui molti segni sulla faccia che gli erano stati dati per suo benemerito; dove che, sentendosi toccare sul vivo, né sapendo che si rispondere, venne rosso in viso come il fuoco per vergogna, tanto più che tutta la corte cominciò a ridere di questo motto, onde cominciossi ad acchettare; e volontieri si saria partito se quei cavalieri non l'avessero trattenuto.

Ma Bertoldo, che per aver ragionato assai aveva la bocca piena di saliva, né sapendo dove sputare, essendo ornata la sala tutta e le pareti di panni di seta e d'oro, disse al Re: "Dove vuoi tu ch'io sputi?" Disse il Re: "Va, sputa in piazza". Allora Bertoldo voltossi verso Fagotto, qual era tutto calvo, come già vi dissi, gli sputò in mezo della testa, onde costui alterato si querelò innanzi al Re dell'ingiuria fatta. Disse Bertoldo: "Il Re mi ha dato licenza ch'io sputi in piazza; e qual è la più bella piazza quanto la tua testa? Non si dice per proverbio, testa calva, piazza da pedocchi? Ecco dunque ch'io non ho fatto errore alcuno, e che io ho sputato in piazza secondo la commissione del Re".

Tutta la corte diede ragione a Bertoldo, e Fagotto spazzandosi la zucca convenne aver pazienza; e avrebbe voluto esser digiuno di essersi mai impacciato con lui; e tutti n'ebbero gran piacere perché costui faceva professione di bellissimo ingegno e dava delle canzoni a tutti; e ora non ardiva a pena di alzare più gli occhi per vergogna, e fu quasi per andarsi a impiccare per il dispiacere.

E perché era sera, il Re accomiatò tutti i suoi baroni e disse a Bertoldo che tornasse da lui il dì seguente, ma che non fusse né nudo né vestito.

Astuzia galante di Bertoldo nel tornare innanzi al Re nel modo ch'ei gli aveva detto.

Venuta la mattina, Bertoldo comparve alla presenza del Re involto in una rete da pescare, e il Re, vedutolo a quella maniera, gli disse:

Re. Perché sei tu comparso così alla presenza mia?

Bertoldo. Non dicesti tu ch'io tornassi a te questa mane e che io non fosse né nudo né vestito?

Re. Sì, dissi.

Bertoldo. Ed eccomi involto in questa rete, con la quale parte copro delle membra, e parte restano scoperte.

Re. Dove sei stato fino ad ora?

Bertoldo. Dove son stato più non sono, e dove son ora non vi può stare altri che me.

Re. Che cosa fa tuo padre, tua madre, tuo fratello e tua sorella?

Bertoldo. Mio padre d'un danno ne fa due; mia madre fa alla sua vicina quello che non gli farà mai più; mio fratello quanti ne trova, tanti ne ammazza; e mia sorella piange di quello ch'ella ha riso tutto quest'anno.

Re. Dichiarami questo imbroglio.

Bertoldo. Mio padre, nel campo desiderando di chiudere un sentiero, vi pone dei spini; onde quei che solevano passare per detto sentiero, passano or di qua or di là dai detti spini, a tale che d'un solo sentiero, che vi era, ne viene a far due. Mia madre serra gli occhi a una sua vicina che muore, cosa che non gli farà mai più. Mio fratello, stando al sole, ammazza quanti pedocchi trova nella camicia. Mia sorella tutto quest'anno s'è data trastullo con il suo marito, e ora piange nel letto i dolori del parto.

Re. Qual è il più lungo giorno che sia?

Bertoldo. Quello che si sta senza mangiare.

Re. Qual è la più gran pazzia dell'uomo?

Bertoldo. Il riputarsi savio.

Re. Per che causa vien più presto canuta la testa che la barba?

Bertoldo. Perché i capelli son nati prima della barba.

Re. Qual è quel figlio che pela la barba a sua madre?

Bertoldo. Il fuso.

Re. Qual è quell'erba che fin i ciechi la conoscono?

Bertoldo. L'ortica.

Re. Qual è quella femina che balla sempre nell'acqua e mai non si lava i piedi?

Bertoldo. La barca.

Re. Qual è colui che si serra in prigione da sua posta?

Bertoldo. Il bigatto, o cavaliero da seta.

Re. Qual è il più tristo fiore che sia?

Bertoldo. Quello ch'esce della botte quando si finisce il vino.

Re. Qual è la più sfacciata cosa che sia?

Bertoldo. Il vento, che si caccia fin sotto i panni delle donne.

Re. Qual è colei che nessun non la vuole in casa?

Bertoldo. La colpa.

Re. Qual è quel storto che taglia le gambe a tutti i dritti?

Bertoldo. Il ferro, overo falce da mietere il grano.

Re. Qual è la più gramma femina che sia?

Bertoldo. La gramma da fare il pane.

Re. Quanti anni hai tu?

Bertoldo. Chi numera gli anni fa conto con la morte.

Re. Qual è la più bianca cosa che sia?

Bertoldo. Il giorno.

Re. Più del latte?

Bertoldo. Più del latte e della neve ancora.

Re. Se tu non mi fai vedere questo, io ti voglio far battere duramente.

Bertoldo. Oh infelicità e miseria delle corti.

Astuzia ingegnosa di Bertoldo, per non aver delle busse.

Andò dunque Bertoldo e prese un secchio di latte e secretamente lo portò nella camera del Re e serrò tutte le finestre, ed era mezogiorno ed entrando il Re nella camera venne a urtare nel detto secchio di latte e lo roversò tutto, e poco vi mancò ch'ei non cadesse con la faccia per terra; onde tutto irato fece aprire i balconi e, vedendo quel latte sparso per terra ed esso avere urtato in quel secchio, cominciò a gridare, dicendo:

Re. Chi è stato colui che ha posto quel secchio di latte nella camera mia e ha serrato le finestre acciò ch'io v'urti dentro?

Bertoldo. Sono stato quell'io, per provarti che il giorno è più bianco e più chiaro del latte, perché se il latte fosse stato più bianco del giorno egli t'avria fatto lume per la camera e non averesti urtato nel secchio, come hai fatto.

Re. Tu sei un astuto villano e a ogni cesto trovi il suo manico. Ma chi è questo che viene in qua? Costui è un messo della Regina, certo, e ha una lettera in mano. Tirati un poco da banda, ch'io intenda quello che dice costui.

Bertoldo. Io mi ritiro e il Ciel voglia ch'ella non sia trista nuova per me.

Umor fantastico saltato nel capo alle donne della città.

Venne dunque il messo inanzi, e fatto la debita riverenza al Re, gli porse la carta in mano, il cui contenuto era questo, che le matrone di quella città, cioè le più nobili, bramavano, anzi pur dimandavano liberamente al Re di potere esse ancora entrare né consigli e reggimento della città, come erano i loro mariti, e metter fave e balottare, e udire le querele e sentenziare, e in conclusione di fare anch'esse tutto quello che facevano quelli del Senato e primati della città, allegando che ve n'erano state dell'altre che avevano retto imperii e regni con tanta prudenza, e più tal ora che non avevano fatto molti re e imperatori passati, e che molte erano uscite alla campagna armate e avevano diffesi i loro stati e regni valorosamente, e che perciò il Re non doveva rifiutarle ma accettarle e far partecipe ancor loro di quanto addimandavano, perché pur loro pareva strana cosa che gli uomini avessero il dominio d'ogni cosa e che esse fossero tenute per nulla; alludendo nel fine che tanto esse sariano secrete nelle cose d'importanza quanto gli uomini e forse più, e di ciò la Regina faceva molta instanza, raccomandandogli caldamente tal negozio. Letto il Re la lettera, e inteso la pazza domanda di queste femine, non sapeva che risoluzione si dovesse prendere; onde volto a Bertoldo gli narrò tutto il fatto, il quale prese fortemente a ridere, onde il Re alterato alquanto gli disse:

Re. Tu ridi, manigoldo?

Bertoldo. Io rido per certo, e chi non ridesse adesso meritarebbe che gli fussero cavati tutti i denti.

Re. Perché?

Bertoldo. Perché queste donne ti hanno scorto per un babuino e non per Alboino, e per questo elle ti hanno fatto questa pazza domanda.

Re. A loro sta il domandare, a me il servirle.

Bertoldo. Tristo quel cane che si lascia prendere la coda in mano.

Re. Parla, ch'io t'intenda.

Bertoldo. Triste quelle case che le galline cantano e il gallo tace.

Re. Tu sei come il sole di marzo, che commove e non risolve.

Bertoldo. A buono intenditore poche parole bastano.

Re. Cavamela fuori del sacco una volta.

Bertoldo. Chi vuol tener la casa monda, non tenghi polli né colomba.

Re. A proposito, chiodo da carro, vieni alla conclusione.

Bertoldo. Ch'intende, chi non intende, e chi non vuol intendere.

Re. Chi s'impaccia con frasche, la minestra sa di fumo.

Bertoldo. Che cosa vuoi tu da me, insomma?

Re. Io voglio il tuo consiglio in questa occasione.

Bertoldo. La formica chiede del pane alla cicala, adesso.

Re. So che tu hai ingegno e che sei copioso d'invenzioni, e però io voglio dare a te l'assunto di tutto questo negozio.

Bertoldo. Se a me dai l'assonto di questo, non ti dubitare che presto te le caverò da torno; lassa pur far a me, che s'elle ti parlano mai più di questo fatto, io sono un cane.

Re. Orsù, ingègnati di espedirle quanto prima.

Bertoldo. Lassa pur fare a me.

Astuzia di Bertoldo per cavare questo capriccio del capo alle dette femine.

Andò dunque Bertoldo in piazza e comprò un uccelletto, e lo pose in una scatola e portollo al Re dicendo che mandasse quella scatola così serrata alla Regina e che essa la mandasse a quelle donne e che gli commettesse espressamente che non l'aprissero e che la mattina seguente tornassero e che portassero la scatola così serrata che il Re gli farebbe loro la grazia di quanto chiedevano. Il messo prese la scatola e la portò alla Regina, la quale la consegnò alle dette matrone che in camera di lei stavano aspettare la risposta, commettendole espressamente da parte del Re che non dovessero in modo alcuno aprir la detta scatola e che tornassero il dì seguente, ch'elle avriano ottenuto tutto quello ch'esse desideravano dal Re. E così si partirono tutte consolate dalla Regina.

Curiosità di cervelli donneschi.

Partite che furono le dette femine dalla Regina, gli venne gran desiderio di vedere quello ch'era in detta scatola e cominciarono l'una con l'altra a dire: "Vogliamo noi veder quello che si rinchiude qui dentro?" Altre dicevano: "Non facciamo, perché abbiamo espressa commissione di non aprirla, perché forsi v'è dentro qualche cosa importante per il Re". "Che cosa vi può egli essere? - dicevano le più curiose - e poi se noi l'apriamo non sapremo ancora serrarla com'ella sta? Sì, sì, apriamola pure e siaci dentro quello che si voglia".

Risoluzione di donne.

Al fine, dopo molti bisbigli fatti fra di loro, si risolsero di aprirla, né così tosto ebbero levato il coperchio, che l'uccello che v'era dentro spiegò l'ali e si levò in aere e volò via; onde ne restarono tutte confuse e di mala voglia, e tanto più poiché esse non poterono vedere che uccello si fusse quello, perché con tanta velocità se gli levò di vista che non poterono discernere s'egli era o passero o rosignuolo, perché se l'avessero veduto avrebbono forsi fatto instanza di averne uno simile a quello, e la mattina che seguiva avriano portato la scatola come l'avevano avuta e non vi saria stato male alcuno.