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UN CAPITANO DI 15 ANNI

 

  
    Jules Verne.
    UN CAPITANO DI 15 ANNI.
    PARTE PRIMA.
    IL BRIGANTINO-GOLETTA PILGRIM.
    Il  2  febbraio  1873,  il  brigantino-goletta "Pilgrim" navigava a 43
    gradi 57 primi di latitudine sud e a 165 gradi 19 primi di longitudine
    ovest del meridiano di Greenwich.
    Il "Pilgrim",  di quattrocento tonnellate,  costruito a San  Francisco
    per la pesca oceanica nei mari australi, apparteneva al ricco armatore
    californiano James W. Weldon, il quale, già da parecchi anni, ne aveva
    affidato il comando al capitano Hull.
    Il  "Pilgrim"  era  una  delle  più  piccole,  ma  migliori navi della
    flottiglia che James W.  Weldon inviava  ogni  anno,  tanto  oltre  lo
    Stretto  di  Bering  sino ai mari boreali,  quanto nella Tasmania e al
    Capo Horn sino all'Oceano Antartico. Esso navigava in modo eccellente:
    la sua attrezzatura assai maneggevole gli permetteva  di  avventurarsi
    con  pochi  uomini  sino  alle  impenetrabili  banchise  dell'emisfero
    australe.  Il capitano Hull  sapeva  «cavarsela  a  meraviglia»,  come
    dicono i marinai,  in mezzo ai ghiacci che durante l'estate vanno alla
    deriva presso la Nuova Zelanda e il Capo  di  Buona  Speranza,  a  una
    latitudine  molto  più  bassa  di quella che essi raggiungono nei mari
    settentrionali del globo. Vero è che là si tratta di "icebergs" di non
    molto grandi dimensioni,  consumati dagli urti e in parte  fusi  dalle
    acque  calde,  che  vanno a sciogliersi definitivamente nel Pacifico o
    nell'Atlantico.
    Agli ordini del capitano Hull,  ottimo marinaio e uno  dei  più  abili
    fiocinieri  della  flottiglia,  stava un equipaggio composto di cinque
    marinai e di un mozzo,  equipaggio certo insufficiente  per  la  pesca
    alle  balene,  che  richiede  un  personale  piuttosto  numeroso: sono
    necessari,  infatti,  parecchi  uomini,   sia  per  la  manovra  delle
    imbarcazioni d'attacco,  sia per squartare gli animali catturati;  ma,
    seguendo l'esempio di taluni armatori, James W.  Weldon riteneva molto
    più   economico   imbarcare   a   San  Francisco  soltanto  i  marinai
    indispensabili a condurre il bastimento,  poiché la Nuova Zelanda  non
    mancava certamente né di fiocinieri,  né di marinai di ogni paese,  né
    di disertori, né di disoccupati in cerca di un lavoro stagionale e che
    esercitavano il mestiere di pescatori con una certa abilità. Terminato
    il periodo di pesca, essi venivano pagati e licenziati,  e attendevano
    sul luogo che le baleniere tornassero a richiedere i loro servizi.
    Con  questo  sistema  si  otteneva  un  migliore  impiego  dei marinai
    disponibili e un maggiore profitto dal loro lavoro.
    E così  si  era  fatto  sul  "Pilgrim".  Il  brigantino-goletta  aveva
    trascorso  la  stagione  di  pesca  sui  confini  del  Circolo  Polare
    Antartico,  ma non era riuscito a fare il pieno di barili  d'olio,  di
    fanoni  grezzi  e  di fanoni tagliati,  giacché la pesca era diventata
    difficile: i cetacei cominciavano a farsi rari a causa  dell'eccessiva
    caccia che si dava loro.  La balena franca, che porta il nome di «nord
    caper» nell'Oceano Boreale e quello di «salpherboltone» nei  Mari  del
    Sud,  tendeva  a scomparire.  I pescatori avevano dovuto accontentarsi
    della «fin-back» o «jubarte», gigantesco mammifero,  i cui assalti non
    sono privi di pericoli.
    Così aveva deciso di fare, durante l'ultimo viaggio, il capitano Hull,
    che  però  contava,  per  il  prossimo,  di  raggiungere  una più alta
    latitudine e, se occorreva,  di portarsi sino in vista di quelle Terre
    di  Claire  e  Adelia,  la  cui  scoperta,  rivendicata dall'americano
    Wilkes, appartiene ormai, senza alcun dubbio,  all'illustre comandante
    dell'"Astrolabe" e della "Zélée", il francese Dumont d'Urville.
    In  conclusione,  la  stagione  non  aveva  avuto  esito felice per il
    Pilgrim.  All'inizio di  gennaio,  ossia  verso  la  metà  dell'estate
    australe,  e  benché  non fosse ancora giunta per le baleniere l'epoca
    del ritorno,  il capitano Hull era stato costretto  ad  abbandonare  i
    luoghi  di pesca poiché il suo equipaggio avventizio era costituito da
    un complesso di cattivi soggetti che gli avevano dato,  come si  dice,
    «del filo da torcere», e dei quali aveva deciso di liberarsi.
    Il  "Pilgrim"  fece quindi rotta verso nord-ovest,  e il 15 gennaio si
    trovò in vista delle terre della Nuova Zelanda.  Giunse  a  Waitemata,
    porto di Auckland,  situata in fondo al golfo di Hauraki,  sulla costa
    est dell'isola settentrionale,  e qui sbarcò  i  pescatori  che  aveva
    ingaggiati per la stagione.
    L'equipaggio  effettivo,  però,  non era soddisfatto: mancavano almeno
    duecento barili d'olio  al  carico  completo  della  nave.  Una  pesca
    peggiore  non  era stata fatta mai!  Il capitano Hull rientrava dunque
    deluso, come un bravo cacciatore che, per la prima volta, torna con il
    carniere vuoto... o quasi.  Era in gioco il suo vivo amor proprio,  ed
    egli  non  perdonava a quei facinorosi,  la cui insubordinazione aveva
    compromesso il risultato della pesca.
    Invano cercò di reclutare ad  Auckland  un  nuovo  equipaggio:  poiché
    tutti  i  marinai  disponibili  erano  già  stati  imbarcati  su altre
    baleniere,  il capitano  Hull  dovette  rinunziare  alla  speranza  di
    completare il carico del "Pilgrim",  e si disponeva già ad abbandonare
    definitivamente Auckland, allorché gli fu richiesto un passaggio sulla
    sua nave, passaggio che non poté rifiutare.
    La signora Weldon,  moglie dell'armatore del "Pilgrim",  con il figlio
    Jack,  un  bimbo  di  cinque  anni,  e un parente che tutti chiamavano
    «cugino Bénédict», si trovava allora ad Auckland. James W. Weldon, che
    il suo commercio costringeva talvolta a recarsi nella  Nuova  Zelanda,
    li  aveva  condotti  tutti e tre con sé,  contando di riportarli a San
    Francisco,  ma,  al momento in cui  la  famiglia  doveva  partire,  il
    piccolo  Jack  si  era  ammalato  gravemente  e  il padre,  richiamato
    d'urgenza  in  patria  dai  suoi  affari,   era  stato  costretto   ad
    abbandonare Auckland, lasciando in quella città la moglie, il figlio e
    il cugino Bénédict.
    Tre  mesi  erano  trascorsi da allora,  tre lunghi mesi di separazione
    estremamente dolorosa per la signora Weldon;  il fanciullo,  però,  si
    era  fortunatamente  ristabilito  del  tutto,  ed  ella  era  ormai in
    condizioni di mettersi in viaggio, quando le fu segnalato l'arrivo del
    "Pilgrim".
    In quell'epoca,  per ritornare a  San  Francisco,  la  signora  Weldon
    avrebbe  dovuto recarsi sino in Australia per potersi imbarcare su uno
    dei bastimenti della «Compagnia transoceanica del  "Golden  Age"»  che
    fanno  il servizio da Melbourne all'istmo di Panama attraverso Papeete
    e, giunta a Panama, attendervi la partenza della nave americana che fa
    regolare servizio tra l'istmo e la California.  Tutto  ciò  comportava
    ritardi e trasbordi,  sempre spiacevoli per una donna e un bambino. Fu
    proprio allora che il "Pilgrim" fece scalo ad Auckland,  e la  signora
    Weldon  non  esitò a pregare il capitano Hull di prenderla a bordo per
    ricondurla a San Francisco con il figlio,  il cugino Bénédict  e  Nan,
    una vecchia negra che aveva al suo servizio sin da quando era bambina.
    Tremila  leghe  da  percorrere  su  un  veliero!  Ma il bastimento del
    capitano Hull era ben attrezzato e  la  stagione  ancora  tanto  bella
    dalle  due  parti  dell'equatore!  Il  capitano  Hull  acconsentì alla
    richiesta e mise la propria cabina  a  disposizione  della  passeggera
    poiché  voleva  che,  durante  la  traversata  che  poteva  durare dai
    quaranta ai cinquanta giorni,  la signora Weldon si  trovasse  il  più
    possibile a suo agio a bordo della baleniera.
    La  signora  Weldon  aveva senza dubbio molti vantaggi a effettuare la
    traversata  in  simili  condizioni,   salvo  l'inconveniente  che   il
    "Pilgrim" doveva fare scalo nel Cile,  a Valparaiso, per consegnare il
    suo carico,  il che prolungava la durata  del  viaggio.  Dopo  questo,
    però,  non  avrebbe  dovuto far altro che risalire la costa americana,
    spinto dal vento di terra che rendeva la navigazione molto piacevole.
    Del resto, la signora Weldon, donna coraggiosa sulla trentina, che non
    temeva affatto il mare,  che godeva di un'eccellente salute e che  era
    abituata  ai  viaggi  di  lungo corso,  avendo spesso condiviso con il
    marito le fatiche di parecchie traversate,  non si  preoccupava  delle
    possibili avventure a bordo di una nave di medio tonnellaggio; inoltre
    conosceva il capitano Hull come abilissimo uomo di mare,  nel quale il
    signor Weldon aveva piena fiducia.  Il Pilgrim era  una  nave  solida,
    bene attrezzata,  veloce e ritenuta una delle migliori baleniere della
    flottiglia   americana.    L'occasione   si   presentava:    bisognava
    approfittarne, e la signora Weldon ne approfittò.
    Il cugino Bénédict, naturalmente, doveva accompagnarla.
    Questo  cugino  era  una  brava  persona  che però,  nonostante i suoi
    cinquant'anni,  non sarebbe stato prudente lasciare  uscire  da  solo.
    Lungo più che alto,  stretto più che magro,  il viso ossuto,  l'enorme
    cranio ricoperto da una folta chioma, richiamava subito al pensiero la
    figura di uno di quegli  scienziati  dagli  occhiali  d'oro,  buoni  e
    inoffensivi,  destinati  a  rimanere  bambini  per  tutta  la vita e a
    raggiungere una tarda vecchiaia: centenari bambini, insomma!
    Il cugino Bénédict,  come lo si chiamava invariabilmente anche  al  di
    fuori  della  famiglia,  era  in verità uno di quegli uomini che hanno
    l'aria di essere nati cugini di tutti!  Impacciato  dalle  sue  lunghe
    braccia,  egli sarebbe stato incapace di cavarsela da solo anche nelle
    circostanze più semplici della vita.  Non era fastidioso,  no davvero,
    ma  piuttosto  imbarazzante per gli altri e imbarazzato per se stesso.
    Non  aveva  pretese,   si  accontentava  di  tutto  e  si  dimenticava
    addirittura  di  mangiare  e  di bere,  se non gli si portavano cibo e
    bevande; insensibile al freddo e al caldo, pareva appartenere al mondo
    vegetale più che a quello animale.  Immaginate un albero perfettamente
    inutile,   senza  frutti  e  quasi  senza  foglie,  incapace  di  dare
    nutrimento e di offrire ombra,  ma con un grande cuore.  Così  era  il
    cugino  Bénédict...  Volentieri  si sarebbe reso utile al prossimo se,
    come direbbe il signor Prudhomme,  fosse stato  capace  di  farlo!  In
    conclusione,  gli  si  voleva bene proprio per la sua debolezza...  La
    signora Weldon lo considerava un figliuolo... un fratello maggiore del
    piccolo Jack.
    A questo punto,  tuttavia,  occorre aggiungere che il cugino  Bénédict
    non era un ozioso, né un disoccupato: al contrario, era un lavoratore,
    assorbito  completamente  dalla  storia naturale,  sua unica passione.
    Dire «storia naturale» è forse troppo!  Sappiamo che le diverse  parti
    che  compongono  questa  scienza  sono  la zoologia,  la botanica,  la
    mineralogia e la geologia,  e il cugino Bénédict  non  era,  ad  alcun
    livello,  né zoologo,  né botanico,  né mineralogista, né geologo; era
    dunque uno zoologo in tutto il significato della parola, una specie di
    Cuvier del Nuovo Mondo che scomponesse l'animale con  l'analisi  e  lo
    ricomponesse  con  la  sintesi,  uno  di  quei  profondi  conoscitori,
    versatissimi nello studio dei quattro tipi ai quali la scienza moderna
    riconduce tutto il mondo animale: vertebrati, molluschi,  articolati e
    radianti?  Di  questi  quattro tipi l'ingenuo,  ma studioso scienziato
    aveva forse osservato le diverse classi e studiato  ordini,  famiglie,
    tribù, generi, specie, varietà che li distinguono? Assolutamente no!
    Il  cugino  Bénédict  si  era  dedicato allo studio dei vertebrati dei
    mammiferi, degli uccelli, dei rettili e dei pesci?
    Nemmeno per sogno!
    Era  dunque  nello  studio  dei  radianti,  degli  echinodermi,  degli
    acalefi,  dei polipi,  degli spingiari, degli infusori, che egli aveva
    bruciato l'olio della sua lampada?
    Dobbiamo confessare che non erano i radianti!
    E ora, poiché non ci rimane che citare,  in zoologia,  la classe degli
    articolati,  va  da  sé  che  proprio  su  questa  suddivisione si era
    concentrata l'unica passione del cugino Bénédict.
    Proprio così, ma conviene fare ancora una precisazione.
    Gli articolati sono divisi in sei classi: gli  insetti,  i  miriapodi,
    gli  aracnidi,  gli anellidi,  i crostacei e i cirropodi.  Ebbene,  il
    cugino  Bénédict,   scientificamente  parlando,   non  avrebbe  saputo
    distinguere un verme di terra da una sanguisuga, uno scarafaggio da un
    granchio  di  mare,  un  ragno  domestico  da  un falso scorpione,  un
    gamberetto da una ranatra, un millepiedi da una scolopendra...
    Ma, allora, che cos'era il cugino Bénédict?
    Un semplice entomologo, niente di più.
    A questa affermazione qualcuno, senza dubbio, obietterà che, nella sua
    accezione  generale,   l'entomologia  è  quella  parte  della  scienza
    naturale  che  comprende  tutti  gli articolati.  Da un punto di vista
    generale,  è vero ma è invalsa l'abitudine di dare a questa parola  un
    significato   più  ristretto:  la  si  applica  soltanto  allo  studio
    propriamente detto degli insetti,  ossia «tutti gli animali articolati
    il  cui  corpo,  composto  da  anelli  congiunti,  forma  tre segmenti
    distinti,  che possiedono tre paia  di  zampe  e  che  perciò  vengono
    chiamati esapodi».
    Il  cugino Bénédict,  che aveva ristretto i suoi studi agli articolati
    di tale classe, non era quindi che un semplice entomologo.
    Ma andiamoci piano  con  questa  affermazione!  In  questa  classe  di
    insetti  non  si  contano meno di dieci ordini: ortotteri (cavallette,
    grilli  eccetera);  neurotteri  (formicaleoni,   libellule  eccetera);
    imenotteri (api,  vespe,  formiche eccetera);  lepidotteri (farfalle);
    emitteri  (cicale,   gorgolioni  eccetera);   coleotteri  (maggiolini,
    lucciole eccetera);  ditteri (pappataci,  zanzare,  mosche); ripitteri
    (stylops);   parassiti   (acari);   tisanuri   (lemismi,    pesciolini
    d'argento).
    In  taluni  di  questi ordini,  per esempio tra i coleotteri,  si sono
    identificate trentamila specie,  e tra i ditteri sessantamila.  Appare
    quindi  chiaro  che  gli argomenti di studio non mancano,  e anzi sono
    tanti da occupare completamente un uomo.
    La vita del  cugino  Bénédict  era  dunque  interamente  e  unicamente
    dedicata all'entomologia.  A questa scienza egli dedicava tutte le sue
    ore, senza eccezione, persino quelle del sonno, perché immancabilmente
    i suoi sogni erano popolati da esapodi.  Non vi so dire quanti  spilli
    portava  appuntati alle maniche,  al colletto dell'abito,  in fondo al
    cappello, sul panciotto il cugino Bénédict quando ritornava da qualche
    passeggiata scientifica... In special modo,  il suo berretto pareva un
    museo  di storia naturale,  guarnito com'era all'interno e all'esterno
    di insetti infilzati!
    E ora sarà detto tutto su questo tipo originale quando  si  saprà  che
    aveva  accompagnato  il  signor  Weldon  e sua moglie in Nuova Zelanda
    proprio  per  la  sua  passione  entomologica.  Là,  infatti,  la  sua
    collezione  si  era  arricchita  di alcuni soggetti rari,  e si capirà
    quindi quanta fretta egli avesse di ritornare nel  suo  studio  a  San
    Francisco per ordinarli e classificarli.
    E  poiché la signora Weldon ritornava con il figlio in America,  nulla
    era più naturale che il cugino Bénédict la  accompagnasse  durante  la
    traversata sul "Pilgrim".
    Ma  non  era  certo  su  di  lui  che la signora Weldon avrebbe potuto
    contare nel caso si fosse  trovata  in  una  situazione  critica!  Per
    fortuna si trattava di un viaggio che non presentava difficoltà, nella
    bella  stagione  e  a bordo di una nave il cui capitano meritava piena
    fiducia.
    Durante i tre giorni di sosta del "Pilgrim" a  Waitemata,  la  signora
    Weldon  fece in gran fretta i preparativi necessari,  non volendo fare
    ritardare nemmeno di un'ora  la  partenza  del  brigantino-goletta.  I
    domestici  indigeni,  che  erano  stati  assunti  al  suo  servizio ad
    Auckland,  furono licenziati,  e il 22 gennaio la  signora  Weldon  si
    imbarcò  sul  "Pilgrim",  portando  con  sé il figlio Jack,  il cugino
    Bénédict e Nan, la vecchia negra.
    Il cugino Bénédict conservava in una speciale cassetta di latta  tutta
    la  sua collezione di insetti,  tra i quali figurava qualche esemplare
    di stafilino, una specie di coleotteri carnivori,  che hanno gli occhi
    situati  sopra  la  testa e che sino allora erano stati visti soltanto
    nella Nuova Caledonia.  Gli era stato vivamente segnalato il  «katipo»
    dei  Maori,  un  ragno  la  cui  morsicatura  è spesso mortale per gli
    indigeni; ma,  poiché un ragno non appartiene all'ordine degli insetti
    propriamente detti, bensì a quello degli aracnidi, esso non presentava
    alcun interesse agli occhi del cugino Bénédict,  che non aveva affatto
    tenuto in considerazione il temibile ragno.  Il più bel gioiello della
    sua collezione era uno stafilino neozelandese!  E' inutile dire che il
    cugino Bénédict, pagando una notevole somma, aveva fatto assicurare la
    sua piccola cassetta,  che egli considerava ben più preziosa di  tutto
    il  carico  d'olio  e di fanoni che il "Pilgrim" aveva ammassati nella
    stiva.
    Al momento di levar l'ancora,  quando  la  signora  Weldon  e  i  suoi
    compagni di viaggio si trovarono sul ponte del brigantino-goletta,  il
    capitano Hull si avvicinò alla sua passeggera.
    - Signora,  - le disse - resta inteso che,  se vi siete imbarcata  sul
    "Pilgrim", l'avete fatto sotto la vostra responsabilità.
    - Perché mi dite questo, capitano? - domandò la signora Weldon.
    - Perché non ho ricevuto ordini in proposito da vostro marito e perché
    un  brigantino-goletta  non  può  offrire  le  garanzie  di  una buona
    traversata che vi potrebbe offrire  una  nave  destinata  soltanto  al
    trasporto di passeggeri.
    -  Se  mio  marito  fosse qui,  - rispose la signora Weldon - credete,
    signor Hull,  che egli esiterebbe a imbarcarsi sul "Pilgrim"  con  sua
    moglie e suo figlio?
    - No, signora Weldon, non esiterebbe certamente, come non esiterei io!
    - disse il capitano Hull. - Il "Pilgrim" è una buona nave, dopo tutto,
    sebbene  abbia  avuto  una così infelice stagione di pesca,  e io sono
    tranquillo come può esserlo chi comanda una nave da parecchi anni.  Vi
    ho fatto questa osservazione,  signora Weldon,  per mettermi al riparo
    da qualsiasi responsabilità e per dirvi ancora una volta che  a  bordo
    non troverete quelle comodità alle quali siete abituata.
    -  Il fatto che si tratti soltanto di mancanza di comodità,  capitano,
    non basterebbe a trattenermi.  Io non sono una  passeggera  difficile,
    una  di  quelle  che si lagnano continuamente della ristrettezza della
    cabina o della scarsità del vitto...
    Poi la signora Weldon,  dopo avere guardato per qualche istante il suo
    piccolo Jack che teneva per mano, disse:
    - Partiamo, signor Hull!
    Fu dato l'ordine di levar subito l'ancora e di orientare le vele, e il
    "Pilgrim",  manovrando  in  modo  da  uscire  dal golfo per la via più
    breve, volse la prua in direzione della costa americana.
    Ma tre giorni dopo la partenza,  il brigantino-goletta,  ostacolato da
    forti  venti  di  est,  fu  costretto a mettere le mura a sinistra per
    contrastare il vento.  E così,  il 2 febbraio,  il  capitano  Hull  si
    trovava  ancora  a  una latitudine più alta di quanto avrebbe voluto e
    nella condizione di un marinaio che  volesse  doppiare  il  Capo  Horn
    anziché raggiungere per la via più breve il nuovo continente.

    2.
    DICK SAND.
    Il mare era bello,  e il viaggio,  salvo il ritardo causato dal vento,
    si svolgeva in buone condizioni.
    La  signora  Weldon  era  stata  sistemata  il  più   confortevolmente
    possibile;  poiché non esisteva cassero di poppa e quindi mancavano le
    cabine per ospitare i passeggeri,  dovette accontentarsi della  camera
    del  capitano Hull,  situata a babordo,  che costituiva il suo modesto
    alloggio di marinaio,  e il capitano dovette insistere  non  poco  per
    fargliela  accettare.   In  quel  ristretto  ambiente  si  era  dunque
    sistemata la signora Weldon con il figlio e con la vecchia negra, e lì
    prendeva i pasti in compagnia del capitano e del cugino Bénédict,  per
    il quale era stata preparata una specie di cabina a prua.
    Quanto  al  comandante del Pilgrim,  si era sistemato in una cabina di
    manovra dell'equipaggio, cabina che avrebbe dovuto essere occupata dal
    secondo ufficiale,  se a bordo  vi  fosse  stato  un  secondo;  ma  il
    brigantino-goletta,  lo  sappiamo,  navigava in condizioni che avevano
    permesso di fare a meno di un secondo ufficiale.
    Gli uomini del "Pilgrim",  buoni e robusti marinai,  erano molto uniti
    tra di loro per comunione di idee e di abitudini, poiché quella era la
    quarta  stagione  di  pesca  che  avevano  fatta insieme;  erano tutti
    americani dell'ovest,  si conoscevano da  lungo  tempo  e  provenivano
    dallo stesso litorale della California.
    Questa  brava  gente  si  mostrava  molto  premurosa  verso la signora
    Weldon, moglie del loro armatore, per il quale nutrivano una devozione
    senza limiti.  Poiché ricevevano una percentuale  sul  profitto  della
    pesca,  avevano  navigato  sino allora con notevoli guadagni e se ora,
    essendo in pochi,  dovevano faticare di più,  lo  facevano  volentieri
    perché  ogni  loro  lavoro  aumentava  il profitto nel regolamento dei
    conti che avveniva alla fine di ogni stagione. Questa volta, però,  il
    loro guadagno sarebbe stato quasi nullo,  il che li faceva giustamente
    imprecare contro quei farabutti della Nuova Zelanda.
    Un solo uomo,  a bordo,  non era  americano.  Portoghese  di  nascita,
    parlava  l'inglese correntemente,  si chiamava Negoro ed esercitava la
    modesta funzione di cuoco del brigantino-goletta.
    Il cuoco del "Pilgrim" aveva disertato ad Auckland e questo Negoro, al
    momento disoccupato,  si era offerto per  rimpiazzarlo.  Era  un  uomo
    taciturno,  per nulla comunicativo,  che si teneva sempre in disparte,
    ma che esercitava abilmente il suo mestiere. Pareva che,  assumendolo,
    il capitano Hull avesse fatto un buon affare giacché,  dal momento del
    suo imbarco, il cuoco non aveva meritato alcun rimprovero.
    Nonostante questo,  il capitano Hull si rammaricava di non aver potuto
    assumere,  per  mancanza  di  tempo,  maggiori  informazioni  sul  suo
    passato;  non gli andava molto a genio il viso o,  meglio,  lo sguardo
    del cuoco,  e riteneva che, quando si tratta di introdurre un estraneo
    nella  vita  di  bordo,  così  ristretta  e  intima,  non  si  dovesse
    trascurare nulla per assicurarsi dei suoi precedenti.
    Negoro  poteva  avere una quarantina d'anni;  era magro,  nervoso,  di
    statura media,  nerissimo di capelli e un  po'  abbronzato  di  pelle,
    vigoroso  e  robusto.  Aveva qualche istruzione?  Sì,  lo si capiva da
    alcune osservazioni che talora gli sfuggivano  suo  malgrado,  ma  non
    parlava  mai  del  suo passato,  né della sua famiglia;  non si poteva
    indovinare di dove venisse,  né dove fosse vissuto,  né quale avvenire
    sognasse:  non  se  ne  sapeva  nulla.  Dichiarava  soltanto  di voler
    sbarcare a Valparaiso.  Era senza dubbio un uomo  strano  e,  in  ogni
    caso,  non  doveva  essere un marinaio.  Pareva più estraneo a ciò che
    riguarda la marina di quanto lo  sia  un  cuoco  che  abbia  trascorso
    navigando una parte della sua esistenza.  Però non soffriva affatto né
    il rullio,  né il beccheggio della goletta,  come accade a chi non  ha
    mai  navigato,  il  che  è  un vantaggio considerevole per un cuoco di
    bordo.
    Tutto sommato, lo si vedeva poco.  Durante il giorno,  rimaneva per lo
    più  confinato nella sua stretta cucina,  dinanzi al fornello di ghisa
    che ne occupava la maggior parte; scesa la notte e spento il fuoco, si
    ritirava nello stanzino che gli era stato assegnato in fondo al  posto
    dell'equipaggio, si coricava subito e si addormentava.
    Abbiamo  già  detto  che  l'equipaggio  del  "Pilgrim" si componeva di
    cinque marinai e di un mozzo.  Il mozzo,  un ragazzo di quindici anni,
    era  figlio di ignoti,  una povera creatura abbandonata subito dopo la
    nascita,  raccolta e allevata dalla carità pubblica.  Si chiamava Dick
    Sand,  doveva  essere  originario  dello Stato di New York,  e proprio
    della capitale di questo Stato.
    Avevano dato al povero  orfanello  il  nome  di  Dick,  diminutivo  di
    Richard, perché così si chiamava il caritatevole passante che lo aveva
    raccolto  due o tre ore dopo la nascita,  e il cognome Sand in ricordo
    del luogo in cui era stato trovato,  cioè sulla  punta  di  Sandy-Hook
    (1), che forma l'entrata del porto di New York, alla foce dell'Hudson.
    Dick  Sand,  al  massimo della crescita,  non avrebbe oltrepassato una
    statura media, ma era di costituzione robusta.  Non si poteva dubitare
    che  fosse  di  origine  anglosassone: benché bruno di capelli,  aveva
    bellissimi occhi azzurri che brillavano di vivida luce. Il mestiere di
    marinaio lo aveva già  convenientemente  preparato  alle  lotte  della
    vita;  il suo viso spirava intelligenza ed energia, ma non era il viso
    di un temerario,  bensì di un coraggioso.  Spesso vengono  citate  tre
    parole di un verso incompleto di Virgilio:
    "Audaces fortuna juvat"
    ma la citazione non è corretta. Il poeta ha detto:
    "Audentes fortuna iuvat"...
    E' ai coraggiosi,  non ai temerari,  che la fortuna spesso sorride. Il
    temerario può essere irriflessivo; il coraggioso, invece, prima pensa,
    poi agisce. In questo sta la differenza.
    Dick Sand era "audens".  A soli quindici anni sapeva già prendere  una
    decisione  e portare sino in fondo ciò che la sua mente risoluta aveva
    stabilito.  Il suo volto,  vivace e serio allo stesso tempo,  attirava
    l'attenzione. Non abbondava in gesti e in parole, come di solito fanno
    i  ragazzi,  e  ben  presto,  in  un'età  in  cui per lo più non ci si
    preoccupa  dei  problemi  della  vita,   egli  aveva  considerato  con
    obiettiva  freddezza  la  sua  misera  condizione  e  aveva  deciso di
    diventare qualcuno.
    E,  in parte,  vi era riuscito,  poiché era già un uomo all'età in cui
    gli altri non sono che bambini.
    Agile  e destro nello stesso tempo in tutti gli esercizi fisici,  Dick
    Sand era uno di quegli esseri privilegiati che, si dice, sono nati con
    due piedi sinistri e due mani destre,  poiché fanno tutto con la  mano
    buona e partono sempre con il piede giusto.
    La  carità  pubblica,  come  abbiamo detto,  aveva allevato il piccolo
    orfanello e l'aveva sistemato in uno di quegli  ospizi  americani  nei
    quali  si  trova  sempre un posto per un bimbo abbandonato.  A quattro
    anni,  Dick imparava già a leggere e a scrivere in una delle  numerose
    scuole  dello  Stato  di  New  York,   mantenute  generosamente  dalle
    sottoscrizioni di persone caritatevoli,  e a otto anni  il  fanciullo,
    che  sin  da  piccolissimo  aveva sentito la passione per il mare,  fu
    spinto a imbarcarsi come garzone su una nave di  lungo  corso  che  si
    recava  nei  Mari  del  Sud.  E lì imparò a poco a poco il mestiere di
    marinaio,  così come lo dovrebbero imparare,  sin  da  bambini,  tutti
    coloro  che  vogliono dedicarsi a quella vita.  A poco a poco acquistò
    una  certa  istruzione,   per  merito  di  alcuni  ufficiali  che   si
    interessavano  a  quell'ometto,  e  il  garzone  di  bordo non tardò a
    diventare mozzo, in attesa, senza dubbio, di meglio.  Il fanciullo che
    sin da principio comprende come il lavoro sia la legge della vita, che
    sa  di  buon'ora  che  dovrà  guadagnarsi  il pane con il sudore della
    fronte - precetto, questo, della Bibbia,  che è la regola dell'umanità
    -,  è probabilmente destinato a grandi cose,  giacché avrà, un giorno,
    insieme con la volontà, la forza di compierle.
    Accadde che, trovandosi una volta a bordo di una nave mercantile, Dick
    fu notato dal capitano Hull. Questo bravo ufficiale prese sotto la sua
    protezione il ragazzo e lo fece più tardi conoscere  al  suo  armatore
    James  W.  Weldon,  che  si interessò vivamente all'orfanello,  di cui
    completò l'istruzione a  San  Francisco  e  che  fece  allevare  nella
    religione cattolica, che era la religione della sua famiglia.
    Durante  il  corso  dei  suoi  studi,  Dick Sand si appassionò in modo
    speciale alla geografia e ai viaggi,  in attesa di essere in  età  per
    apprendere  quella  parte  della  matematica  che  ha  rapporto con la
    navigazione. Poi non trascurò di aggiungere la pratica alla teoria,  e
    fu come mozzo che si imbarcò per la prima volta sul "Pilgrim". Un buon
    marinaio  deve  conoscere non solo la navigazione,  ma anche la grande
    pesca, che è una buona preparazione alla carriera marittima. Dick Sand
    partiva d'altronde su una nave del suo benefattore, James W. Weldon, e
    comandata dal suo protettore,  il capitano  Hull.  Si  trovava  dunque
    nelle condizioni più favorevoli!
    E'  superfluo  dire  quanto  egli  fosse  affettuosamente  devoto alla
    famiglia  del  suo  protettore...   ma  lasciamo  parlare   i   fatti.
    Immaginiamo perciò la gioia del giovane nell'apprendere che la signora
    Weldon  avrebbe viaggiato a bordo del Pilgrim!  Per parecchi anni,  la
    signora Weldon era stata per lui una madre,  ed egli vedeva in Jack un
    fratellino  minore,   pur  non  dimenticando  mai,  tuttavia,  la  sua
    condizione di dipendente nei confronti del figlio  del  suo  armatore.
    Ma,  e i suoi protettori lo sapevano, il buon seme che avevano gettato
    era caduto in una terra generosa.  Il cuore dell'orfano era gonfio  di
    gratitudine  e,  se  un giorno fosse stato necessario dare la vita per
    coloro che lo avevano istruito e gli avevano insegnato ad  amare  Dio,
    il giovane non avrebbe esitato a darla.  Insomma,  Dick Sand non aveva
    che quindici anni, ma agiva e pensava come se ne avesse trenta.
    La signora Weldon conosceva i meriti del  suo  protetto  e  sapeva  di
    potergli  affidare  il piccolo Jack senza alcuna preoccupazione.  Dick
    adorava il bambino che,  sentendosi amato da quel «fratello maggiore»,
    cercava spesso la sua compagnia.  Durante le lunghe ore di ozio,  così
    frequenti in una traversata quando il mare  è  calmo  e  le  vele  ben
    sistemate  non  hanno  bisogno  di  alcuna manovra,  Dick e Jack erano
    sempre insieme.  Il giovane mozzo mostrava al bambino quelle cose  che
    gli sembravano divertenti nel suo mestiere,  e senza timore la signora
    Weldon vedeva Jack,  in  compagnia  di  Dick  Sand,  slanciarsi  sulle
    sartie,  arrampicarsi  sino  alla  gabbia  dell'albero di trinchetto o
    scendere, veloce come una freccia,  lungo i paterazzi.  Dick precedeva
    Jack o lo seguiva,  sempre pronto a sorreggerlo o a trattenerlo quando
    le braccine del bimbo di cinque anni si mostravano troppo  deboli  per
    quegli  esercizi.  Tutto  ciò  giovava  alla  salute  di Jack,  un po'
    deperita per la recente malattia: le  sue  gote  andavano  riprendendo
    rapidamente  colore  a  bordo  del "Pilgrim",  grazie appunto a quella
    ginnastica quotidiana e alle salubri brezze marine.
    Le cose stavano dunque così: la traversata procedeva bene  e,  se  non
    fosse stato per il vento sfavorevole, né i passeggeri, né l'equipaggio
    avrebbero avuto di che lamentarsi.
    Tuttavia  quel  vento di est che non accennava a diminuire preoccupava
    senza posa il capitano Hull,  che non riusciva a mettere la nave sulla
    buona  strada.  Inoltre  temeva  di  incontrare più avanti,  vicino al
    Tropico  del  Capricorno,   acque  calme  che  gli   sarebbero   state
    sfavorevoli,  senza  parlare della corrente equatoriale che lo avrebbe
    respinto verso ovest.  Era  soprattutto  preoccupato  per  la  signora
    Weldon,  per  i ritardi inevitabili,  di cui tuttavia non era in alcun
    modo responsabile. Cosicché già pensava che,  se gli fosse capitato di
    incontrare  qualche  transatlantico  diretto verso l'America,  avrebbe
    consigliato alla sua passeggera  di  imbarcarsi.  Disgraziatamente  la
    nave  era  trattenuta  in  latitudini troppo elevate per incrociare un
    piroscafo  diretto  a  Panama  e,  d'altra  parte,  a  quell'epoca  le
    comunicazioni  tra l'Australia e il Nuovo Mondo attraverso il Pacifico
    non erano frequenti come oggi.
    Bisognava dunque lasciare che le cose andassero secondo la volontà  di
    Dio,  e  pareva  proprio  che  nulla  dovesse turbare quella monotonia
    quando,  il 2 febbraio,  alla longitudine e alla  latitudine  indicate
    all'inizio di questa storia, avvenne il primo incidente.
    Verso le nove del mattino,  con un tempo bellissimo,  Dick Sand e Jack
    si erano installati sulle crocette del pappafico,  di dove  dominavano
    tutta  la nave e un largo tratto di oceano.  Alle loro spalle la vista
    del mare era interrotta soltanto dall'albero maestro che portava randa
    e controranda,  il che nascondeva ai due amici una parte di mare e  di
    cielo. Davanti a loro vedevano allungarsi sui flutti il bompresso, con
    le  vele  triangolari che si stendevano come tre grandi ali disuguali;
    al di sotto si arrotondava la vela di trinchetto e sulle loro teste la
    piccola  vela  di  gabbia  e  quella  di  pappafico,  la  cui  ralinga
    tremolava,  mossa  dalla brezza.  Il brigantino-goletta correva dunque
    con le mura a babordo e serrava il vento più che poteva.
    Dick Sand spiegava a Jack come il "Pilgrim",  bene  zavorrato  e  bene
    equilibrato  in  tutte  le  sue  parti,   non  poteva  in  alcun  modo
    capovolgersi benché piegasse molto verso tribordo,  quando il  bambino
    lo interruppe:
    - Che cosa c'è laggiù? - domandò.
    - Vedi forse qualcosa,  Jack? - rispose Dick Sand, rizzandosi in piedi
    sulle sbarre.
    - Sì,  là!  - ripeté il piccolo Jack,  indicando un punto del mare tra
    gli  spazi  che  gli  stragli  del  gran  fiocco  e del piccolo fiocco
    lasciavano liberi.
    Dick Sand guardò con attenzione il punto indicato e tosto a voce  alta
    gridò:
    - Un relitto sotto vento! Avanti a dritta!

    3.
    IL RELITTO.
    Al  grido  lanciato  da Dick Sand tutto l'equipaggio fu in piedi.  Gli
    uomini che non erano di guardia salirono  sul  ponte,  e  il  capitano
    Hull, abbandonata la sua cabina, si diresse verso prua.
    La  signora  Weldon,  Nan  e  persino  l'indifferente  cugino Bénédict
    vennero ad appoggiarsi sul parapetto di tribordo per vedere meglio  il
    relitto segnalato dal giovane mozzo.
    Soltanto Negoro non abbandonò lo stanzino che gli serviva da cucina, e
    fu  l'unico  di  tutti  gli uomini dell'equipaggio a non interessarsi,
    come al solito, di quanto accadeva.
    Tutti guardavano con attenzione l'oggetto galleggiante che si  cullava
    tra le onde a tre miglia dal "Pilgrim".
    - Che diamine può essere? - diceva un marinaio.
    - Qualche zattera abbandonata - rispondeva un altro.
    -  Non  è  possibile  che  su quella zattera ci sia qualche sventurato
    naufrago? - osservò la signora Weldon.
    - Lo sapremo - rispose il capitano Hull;  - ma quel relitto non è  una
    zattera, bensì uno scafo rovesciato su un fianco.
    -  E  non  potrebbe  piuttosto essere un animale marino,  un mammifero
    enorme? - osservò il cugino Bénédict.
    - Non credo - rispose Dick Sand.
    - Secondo te, Dick, di che cosa si tratta? - chiese la signora Weldon.
    - Di uno scafo rovesciato, come ha detto il capitano,  signora Weldon.
    Mi pare persino di veder brillare al sole la sua carena di rame.
    - Sì...  in realtà... - rispose il capitano Hull. Poi, rivolgendosi al
    timoniere: - Barra sotto vento,  Bolton.  Lascia portare di un  quarto
    per avvicinarci al relitto...
    - Sissignore - rispose il timoniere.
    - Ma io - riprese il cugino Bénédict - insisto su ciò che ho detto.  E
    senza dubbio un animale!
    - Allora deve trattarsi di un cetaceo di rame,  - rispose il  capitano
    Hull - giacché anch'io lo vedo risplendere al sole.
    -  In ogni caso,  cugino Bénédict,  si tratterebbe di un animale morto
    non fa il minimo movimento!
    - Eh, cugina Weldon - replicò Bénédict intestardito;  - non sarebbe la
    prima  volta  che si incontra una balena addormentata sulla superficie
    del mare!
    - In realtà, può succedere - rispose il capitano Hull. - Ma qui non si
    tratta di una balena, bensì di un bastimento.
    - Vedremo - rispose il cugino Bénédict che, da parte sua, avrebbe dato
    tutti i mammiferi dei mari artici e antartici per un insetto raro.
    - Attento, Bolton, attento!  - gridò di nuovo il capitano Hull.  - Non
    avvicinarti troppo al relitto. Passa a una gomena! Se noi non possiamo
    danneggiarlo  di  più,  quello scafo potrebbe causare qualche avaria a
    noi,  e io non voglio assolutamente urtarlo con il "Pilgrim".  Orza un
    po', Bolton, orza!
    La  rotta  del  "Pilgrim",  che  era già diretta verso il relitto,  fu
    modificata con un leggero colpo di remo.
    Il brigantino-goletta si trovava ancora a un miglio di distanza  dallo
    scafo rovesciato. I marinai lo osservavano con curiosa avidità: chissà
    che  non  racchiudesse un carico prezioso da poter trasportare a bordo
    del "Pilgrim"? E' noto che, in ricuperi di questo genere, un terzo del
    valore del carico è dovuto ai salvatori; in tal modo, se il carico non
    era avariato,  gli uomini dell'equipaggio  avrebbero  fatto,  come  si
    dice,  una  pesca  fortunata,  un  buon indennizzo per la pesca andata
    male...
    Un quarto d'ora più tardi,  il relitto si  trovava  a  meno  di  mezzo
    miglio dal "Pilgrim".
    Era  veramente  una  nave  rovesciata  sul  fianco di tribordo sino al
    parapetto, talmente sbandata che sarebbe stato impossibile stare ritti
    sul  ponte.  Della  sua  alberatura  non  si  vedeva  più  nulla;  dai
    portasartie  pendevano soltanto alcune corde spezzate e qualche catena
    rotta. Un enorme squarcio si apriva a tribordo.
    - Questa nave è stata speronata! - gridò Dick Sand.
    - Non c'è dubbio,  - rispose il capitano Hull - ed è un vero  miracolo
    che non sia immediatamente affondata.  - Se così è successo, - osservò
    la signora Weldon - c'è da sperare che l'equipaggio sia stato raccolto
    da coloro che hanno investito la nave...
    - Speriamolo, signora Weldon - rispose il capitano Hull;  - a meno che
    l'equipaggio,  dopo  la  collisione,  abbia  cercato rifugio sulle sue
    scialuppe,  nel caso che la nave investitrice abbia continuato la  sua
    strada cosa che purtroppo qualche volta avviene!
    - Possibile? Sarebbe una prova di crudeltà disumana, signor Hull!
    -  Certo,   signora,  certo...  ma  gli  esempi  non  mancano!  Quanto
    all'equipaggio,  il fatto di non vedere alcun canotto mi fa  piuttosto
    pensare  che  abbia  abbandonato  la nave e,  a meno che gli uomini di
    bordo non siano  stati  raccolti,  penserei  che  abbiano  tentato  di
    guadagnare la terra...  Ma,  alla distanza in cui siamo dal continente
    americano o dalle  isole  dell'Oceania,  c'è  da  temere  che  non  ce
    l'abbiano fatta!
    -  Forse - aggiunse la signora Weldon - non si saprà mai il segreto di
    questa  catastrofe!   Tuttavia  può  anche  darsi  che  qualche   uomo
    dell'equipaggio sia ancora a bordo...
    -  Non  è probabile,  signora!  - rispose il capitano.  - Ci avrebbero
    visti e ci avrebbero fatto qualche segnale! Ma ora ce ne assicureremo.
    Orza, Bolton, orza! - esclamò il capitano Hull,  indicando con la mano
    la rotta da seguire.
    Il  "Pilgrim" era ormai a circa tre gomene di distanza dal relitto,  e
    non c'era più alcun dubbio che quella nave fosse  stata  completamente
    abbandonata  dal suo equipaggio.  Ma in quel momento Dick Sand fece un
    gesto che chiedeva imperiosamente il silenzio
    - Ascoltate! - esclamò.
    Tutti tesero l'orecchio.
    - Sento una specie di latrato - gridò Dick Sand.
    In  realtà  si  sentivano  provenire,  dall'interno  della  nave,  dei
    latrati. Là dentro c'era senza dubbio un cane vivo, forse imprigionato
    nel   relitto,   giacché   era   possibile   che  i  riquadri  fossero
    ermeticamente chiusi.  Ma poiché il ponte del  bastimento  era  ancora
    visibile, non si poteva scorgere il cane.
    -  Anche  se là dentro non c'è che un cane,  noi lo salveremo,  signor
    Hull - disse la signora Weldon.
    - Sì... sì ! - gridò il piccolo Jack - noi lo salveremo! Voglio dargli
    da mangiare...  esso ci vorrà bene...  Mamma,  vado a  prendergli  uno
    zuccherino!  -  Aspetta,  piccolo  mio - rispose sorridendo la signora
    Weldon.  - Credo che  la  povera  bestia  sarà  affamata  e  preferirà
    certamente una buona zuppa a uno zuccherino!
    - Ebbene,  dategli la mia minestra - gridò il piccolo Jack. - Io posso
    benissimo farne a meno!
    In quel  momento  i  latrati  si  facevano  udire  più  distintamente.
    Trecento  piedi,  al massimo,  separavano le due navi,  ed ecco che un
    grosso cane apparve sull'impavesata di  tribordo  e  vi  si  arrampicò
    abbaiando più disperatamente che mai.
    -  Howik,  -  disse  il  capitano  Hull,  rivolgendosi al nostromo del
    Pilgrim - fermate le macchine e mettete in acqua il piccolo canotto.
    - Tieni duro, cane,  tieni duro!  - gridò il piccolo Jack all'animale,
    che pareva rispondergli con un latrato sommesso.
    La velatura del "Pilgrim" fu rapidamente orientata in modo che la nave
    rimanesse quasi immobile a meno di cento metri dal relitto.
    Il  canotto  fu  calato  in  mare e il capitano Hull,  Dick Sand e due
    marinai vi presero posto.
    Il   cane   continuava   ad   abbaiare,    tentando   di   aggrapparsi
    all'impavesata,  ma  ricadeva  sempre  sul  ponte.  Pareva  che i suoi
    latrati non fossero più rivolti a coloro che si  stavano  avvicinando:
    erano   forse   diretti   a  qualche  marinaio  o  passeggero  rimasto
    imprigionato nella nave?
    «Che ci sia a bordo qualche naufrago riuscito a sopravvivere?»,  pensò
    la signora Weldon.
    Il canotto del "Pilgrim" stava per raggiungere con gli ultimi colpi di
    remo  la  chiglia rovesciata.  Ma improvvisamente il comportamento del
    cane mutò.  A  quei  primi  latrati,  che  invitavano  i  salvatori  a
    raggiungerlo,  seguirono abbaiamenti furiosi.  La più violenta collera
    agitava lo strano animale.
    - Che mai avrà quel cane? - disse il capitano Hull,  mentre il canotto
    girava  attorno  alla  poppa del bastimento per avvicinarsi alla parte
    del ponte sommersa.
    Ciò che non poté allora osservare il capitano Hull,  ciò che non  poté
    neppure  essere osservato da bordo del "Pilgrim",  fu che la furia del
    cane era esplosa proprio nel momento in cui Negoro, abbandonata la sua
    cucina, saliva sul ponte.
    Quel cane conosceva e riconosceva dunque il  cuoco  di  bordo?  Pareva
    impossibile!
    Comunque  sia,  dopo  avere  guardato il cane senza manifestare alcuna
    sorpresa,  Negoro aggrottò per un istante le  sopracciglia  e  rientrò
    sotto coperta.
    Frattanto il canotto aveva raggiunto la poppa del bastimento.  Là, sul
    quadro,  si leggeva un solo nome: "Waldeck",  e niente altro;  neppure
    l'indicazione del porto di provenienza. Ma dalla forma dello scafo, da
    certi particolari che un marinaio afferra al primo colpo d'occhio,  il
    capitano Hull si era reso conto che il bastimento era  di  costruzione
    americana  e  il suo nome,  d'altra parte,  lo confermava.  E ora quel
    relitto era  tutto  ciò  che  rimaneva  di  un  grosso  brigantino  di
    cinquecento tonnellate!
    A  prua  del  "Waldeck"  un'enorme  falla indicava il punto in cui era
    avvenuto l'urto. In seguito al rovesciamento dello scafo,  lo squarcio
    si  trovava  a  cinque  o  sei  piedi  al di sopra dell'acqua,  il che
    spiegava come mai il brigantino non fosse ancora colato a picco.
    Sul ponte,  che  il  capitano  Hull  scorgeva  ora  in  tutta  la  sua
    estensione, non c'era nessuno.
    Il  cane,  abbandonata  l'impavesata,  era  scivolato sino al pannello
    centrale che era aperto  e  abbaiava,  ora  rivolto  all'interno,  ora
    all'esterno.
    - Questa bestia non è sola a bordo! - osservò Dick Sand.
    - Certamente no! - annuì il capitano.
    Il canotto rasentò l'impavesata di babordo, che era per metà sommersa.
    Un'ondata  un  po'  più  forte  delle altre avrebbe senza dubbio fatto
    affondare in pochi istanti il "Waldeck".
    Il ponte del brigantino era stato spazzato da un capo all'altro  dalle
    onde.   Non  rimanevano  che  i  tronconi  dell'albero  di  maestra  e
    dell'albero di trinchetto,  ambedue spezzati  a  due  piedi  sopra  la
    mastra  e che dovevano essere caduti per il colpo,  trascinando con sé
    le sartie e i paterazzi.
    Frattanto, per quanto lontano si spingesse lo sguardo, non si scorgeva
    sulla superficie del mare alcun relitto  che  potesse  appartenere  al
    "Waldeck", il che faceva pensare che il disastro fosse accaduto già da
    parecchi giorni.
    -  Se  qualche disgraziato è potuto sopravvivere all'urto,  - disse il
    capitano Hull - è probabile che la fame e la sete lo  abbiano  ucciso,
    perché  l'acqua deve aver raggiunto la cambusa.  Credo che a bordo non
    ci siano più che cadaveri!
    - No, no! - gridò Dick Sand.  - No!  Il cane non abbaierebbe così.  Là
    dentro ci dev'essere qualcuno ancora vivo...
    In  quel  momento,  l'animale,  rispondendo al richiamo del mozzo,  si
    lasciò scivolare in mare  e  prese  a  nuotare  penosamente  verso  il
    canotto: pareva veramente sfinito!
    Issato  a  bordo,  si precipitò avidamente non già su un pezzo di pane
    che Dick Sand gli porse subito,  ma verso una bacinella che  conteneva
    un po' di acqua dolce.
    - Questa povera bestia muore di sete! - gridò Dick Sand.
    Il canotto cercò allora un punto migliore per abbordare il "Waldeck" e
    a   tale  scopo  si  allontanò  di  qualche  poco.   Il  cane  dovette
    evidentemente credere che i suoi  salvatori  non  volessero  salire  a
    bordo,  giacché afferrò Dick per la giacca, e i suoi lamentosi latrati
    ripresero con maggior forza.
    Tutti lo compresero; il modo di fare e i latrati del cane erano chiari
    come avrebbe potuto esserlo il  linguaggio  di  un  uomo.  Il  canotto
    avanzò  subito  sino  a  babordo,   dove  i  marinai  lo  ormeggiarono
    solidamente, mentre il capitano Hull e Dick Sand, saliti sul ponte, si
    issarono non senza fatica sino al  boccaporto  che  si  apriva  tra  i
    tronconi dei due alberi.
    Attraverso quell'apertura scesero entrambi nella stiva.
    La  stiva  del  "Waldeck",  piena  d'acqua sino a metà,  non conteneva
    alcuna mercanzia.  Il brigantino navigava con la zavorra,  una zavorra
    di sabbia che era volata tutta a babordo e che contribuiva a mantenere
    il naviglio su un fianco. Non vi era quindi nulla da salvare.
    - Qui non c'è nessuno! - disse il capitano Hull.
    -  Nessuno!  -  ripeté  il mozzo,  dopo essersi spinto sino alla parte
    anteriore della stiva.
    Ma il cane, che si trovava sul ponte,  continuava ad abbaiare e pareva
    richiamare con forza l'attenzione del capitano.
    - Risaliamo! - ordinò il capitano a Dick Sand, ed entrambi riapparvero
    sul ponte.
    Il cane,  precipitatosi verso i due uomini, cercò di trascinarli verso
    il casseretto, ed essi lo seguirono.
    Là, nel quadrato, cinque corpi, senza dubbio cadaveri,  erano sdraiati
    sul  pavimento.  Alla  luce  del  giorno,  che  penetrava a fiotti dal
    boccaporto,  il capitano scorse i corpi di cinque  negri.  Dick  Sand,
    andando  da  uno  all'altro  credette  di  sentire  che  gli  infelici
    respiravano ancora.
    - A bordo, subito! - esclamò il capitano.
    I due marinai, che erano rimasti a guardia del canotto,  furono subito
    chiamati e aiutarono a trasportare i naufraghi fuori dal casseretto.
    Non  fu  impresa facile ma,  dopo dieci minuti,  i cinque uomini erano
    distesi nel canotto,  senza che nessuno di loro si rendesse  conto  di
    ciò che si faceva per salvarli. Qualche goccia di cordiale, poi un po'
    di acqua fresca prudentemente distribuita,  sarebbero forse riusciti a
    richiamarli in vita.
    Il "Pilgrim", che era rimasto a un centinaio di metri dal relitto,  fu
    bentosto  raggiunto  dal  canotto.  Dal  gran  pennone  fu  calata una
    draglia, e i cinque negri,  sollevati a uno a uno,  furono deposti sul
    ponte della nave.
    Il cane li aveva accompagnati.
    - Poveri infelici!  - esclamò la signora Weldon,  alla vista di quelle
    creature che non erano se non corpi inerti.
    - Sono vivi, signora Weldon! Li salveremo, sì,  li salveremo!  - gridò
    Dick Sand.
    - Che cosa è dunque accaduto a questi disgraziati? - domandò il cugino
    Bénédict.
    -  Aspettate  che  possano parlare,  - rispose il capitano Hull - e ci
    racconteranno la loro storia. Ma,  prima di tutto,  diamo loro da bere
    un po' d'acqua con l'aggiunta di qualche goccia di rhum.
    Poi, voltandosi indietro, chiamò:
    - Negoro!
    Nell'udire quel nome,  il cane si drizzò come un cane da ferma, con il
    pelo irto e le fauci spalancate.
    Il cuoco non appariva.
    - Negoro! - ripeté il capitano.
    Di nuovo, nell'udire quel nome, il cane diede segni di furore.
    Quando Negoro,  lasciata la cucina,  comparve sul ponte,  il  cane  si
    precipitò contro di lui e tentò di saltargli alla gola.
    Con  un  colpo  di  bastone,  di  cui  si era munito,  Negoro respinse
    l'animale che alcuni marinai riuscirono a trattenere.
    - Conoscete per caso questo cane? - domandò il capitano Hull al
    cuoco.
    - Io? - esclamò Negoro. - Non l'ho mai visto! - Strano! - mormorò Dick
    Sand.

    4.
    I SUPERSTITI DEL WALDECK.
    La tratta degli schiavi viene ancora  esercitata  su  vasta  scala  in
    tutta  l'Africa equinoziale.  Malgrado le crociere inglesi e francesi,
    ogni anno navi cariche di schiavi lasciano le coste dell'Angola e  del
    Mozambico  per  trasportare  i  Negri  in  diversi  punti del mondo e,
    purtroppo, del mondo civile.
    Il capitano Hull non l'ignorava e, sebbene quei paraggi non fossero di
    solito frequentati dai negrieri,  si chiese se  gli  uomini  che  egli
    aveva  salvati non fossero i superstiti di un carico di schiavi che il
    "Waldeck" andava a vendere in qualche mercato del  Pacifico.  In  ogni
    caso, se così stavano le cose, quegli uomini, per avere messo piede su
    una nave americana, ora erano liberi, ed egli non vedeva il momento di
    poter dar loro questa notizia.
    Frattanto erano state prodigate ai naufraghi del "Waldeck" le cure più
    premurose.  La  signora Weldon,  aiutata da Dick Sand e da Nan,  aveva
    fatto bere ai poveretti un po' di quella buona  acqua  fresca  di  cui
    erano  privi  da giorni e che,  unita a un po' di cibo,  bastò per far
    loro riprendere conoscenza.
    Il più anziano dei cinque, un uomo di circa sessant'anni, fu presto in
    condizione di parlare e poté rispondere alle domande  che  gli  furono
    rivolte.
    -  La  nave che vi trasportava è stata forse arrembata?  - fu la prima
    domanda del capitano Hull.
    - Sì - rispose il vecchio.  - Dieci giorni or sono,  la nostra nave  è
    stata  arrembata,  durante  una  notte buia e tempestosa.  Noi stavamo
    dormendo.
    - Ma che è successo agli uomini di equipaggio del "Waldeck"?
    - Essi non c'erano già più,  capitano,  allorché io e i miei  compagni
    siamo saliti sul ponte...
    -  L'equipaggio è forse saltato a bordo della nave investitrice?  - si
    informò il capitano Hull.
    - Può darsi, e dobbiamo sperare che sia avvenuto così.
    -  E  la  nave  che  vi  ha  investiti  non  è  tornata  indietro  per
    soccorrervi?
    - No.
    - E' forse naufragata anch'essa dopo la collisione?
    -  No,  non  è  naufragata,  -  rispose il vecchio scuotendo il capo -
    giacché abbiamo potuto vederla fuggire nella notte.
    Questo  fatto,   confermato  da  tutti  i  superstiti  del  "Waldeck",
    sembrerebbe incredibile, ma purtroppo succede davvero che un capitano,
    dopo  qualche  terribile  collisione  dovuta  alla propria imprudenza,
    prenda la fuga senza preoccuparsi dei disgraziati  che  ha  colpiti  e
    senza  tentare  di portare loro alcun soccorso!  Che molti postiglioni
    facciano altrettanto e lascino ad altri,  sulla  pubblica  strada,  la
    cura  di  rimediare  alla  disgrazia che essi hanno provocata è già un
    fatto deplorevole,  anche se le loro vittime sono  sicure  di  trovare
    soccorso immediato, ma che uomini abbandonino dei loro simili sul mare
    è addirittura incredibile, è una vera e propria vergogna!
    Eppure  il  capitano Hull era al corrente di parecchi esempi di simile
    crudeltà,  e dovette ripetere alla signora Weldon che tali fatti,  per
    quanto  mostruosi  possano  apparire,  non  sono  purtroppo rari.  Poi
    continuò:
    - Di dove proveniva il "Waldeck"?
    - Da Melbourne.
    - Voi non siete dunque schiavi?
    -  Nossignore  -  rispose  con  vivacità  il  vecchio  che  si  drizzò
    fieramente.  -  Noi  siamo  sudditi  dello  Stato della Pennsylvania e
    cittadini della libera America!
    - Amici miei, - rispose il capitano Hull - state tranquilli: non avete
    compromesso la vostra libertà salendo a bordo  del  brigantino-goletta
    americano "Pilgrim".
    In  realtà,  i cinque negri che il "Waldeck" trasportava appartenevano
    allo Stato della Pennsylvania. Il più anziano,  venduto in Africa come
    schiavo  all'età di sei anni e poi trasportato negli Stati Uniti,  era
    libero già da parecchi anni,  in seguito  all'Atto  di  emancipazione;
    quanto  ai suoi compagni,  molto più giovani di lui,  figli di schiavi
    liberati prima della loro nascita,  erano nati liberi,  e nessun  uomo
    bianco  aveva  mai  avuto  su di loro alcun diritto di proprietà.  Non
    parlavano neanche la lingua «negra» senza l'articolo e che usa i verbi
    all'infinito, lingua che, del resto, va scomparendo a poco a poco dopo
    la guerra antischiavista.  Quegli uomini avevano  dunque  lasciato  di
    propria  volontà  gli  Stati Uniti e,  di propria volontà,  vi stavano
    ritornando.
    Come spiegarono al capitano Hull, erano rimasti per tre anni lontani a
    lavorare nella vasta fattoria di un  cittadino  inglese,  situata  nei
    pressi di Melbourne,  nell'Australia meridionale;  poi,  trascorsi tre
    anni,  scaduto il loro contratto e avendo messo da  parte  un  po'  di
    denaro,  avevano  desiderato ritornare in America e si erano imbarcati
    sul "Waldeck", pagando il regolare biglietto di viaggio. Il 5 dicembre
    avevano lasciato Melbourne  e  dopo  sei  giorni,  durante  una  notte
    tempestosa,  il  "Waldeck" era stato investito da un grosso piroscafo.
    In quel momento i cinque  uomini  dormivano.  Pochi  secondi  dopo  la
    collisione,  che  fu  terribile,  si erano precipitati sul ponte.  Gli
    alberi della nave erano già caduti,  e il "Waldeck" si era piegato  su
    un fianco, ma non poteva affondare perché pochissima acqua era entrata
    nella  stiva.  Il  capitano e i marinai del "Waldeck" erano scomparsi,
    alcuni precipitati in mare, altri forse aggrappati agli attrezzi della
    nave investitrice che,  dopo l'urto,  era fuggita  senza  più  tornare
    indietro.
    I   cinque   uomini   erano  rimasti  soli  a  bordo,   su  uno  scafo
    semirovesciato,  a duecento miglia da qualsiasi terra.  Il più vecchio
    del  gruppo si chiamava Tom.  Tanto la sua età quanto il suo carattere
    energico e la sua esperienza,  messi spesso  alla  prova  durante  una
    lunga  vita di fatiche,  facevano di lui il capo indiscusso del gruppo
    che aveva  lavorato  sempre  insieme.  Gli  altri  erano  giovani  dai
    venticinque ai trent'anni,  e si chiamavano Bat, che era il figlio del
    vecchio Tom, Austin, Actéon e Hercule, uomini robusti e vigorosi,  che
    sarebbero  stati  apprezzatissimi  sui  mercati  dell'Africa centrale.
    Sebbene  avessero  terribilmente  sofferto,  erano  senza  dubbio  dei
    superbi campioni della loro razza e portavano il sigillo che la libera
    educazione ricevuta nelle scuole del Nord America aveva loro impresso.
    Dopo la collisione, Tom e i suoi compagni si erano dunque trovati soli
    sul  "Waldeck",  senza  alcuna  possibilità di rialzare quella chiglia
    inerte e neppure di abbandonarla, giacché le due imbarcazioni di bordo
    si erano fracassate per l'urto. Erano quindi costretti ad attendere il
    passaggio di qualche nave su quel rottame che,  spinto dalla corrente,
    andava  a  poco  a  poco alla deriva.  Questo era il motivo per cui il
    "Waldeck" era stato incontrato così fuori dalla sua rotta;  partito da
    Melbourne,  si  sarebbe  dovuto  trovare  a  una latitudine più bassa.
    Durante i dieci giorni trascorsi tra la collisione e il momento in cui
    il
    "Pilgrim" era arrivato in vista del bastimento  naufragato,  i  cinque
    uomini  si erano nutriti con il poco cibo trovato in cucina,  ma erano
    stati impossibilitati a estinguere la  sete  che  li  faceva  soffrire
    perché  la  cambusa era allagata e le botticelle d'acqua ammassate sul
    ponte si erano sfondate nell'urto.  Dopo poco,  Tom e i suoi compagni,
    torturati  dalla sete,  avevano finito con il perder conoscenza,  e il
    "Pilgrim" era giunto proprio in tempo.
    Questo fu il racconto che Tom,  con poche  parole,  fece  al  capitano
    Hull,  racconto  sulla  cui  veridicità  non  c'era  alcun  motivo  di
    dubitare. I compagni confermarono parola per parola ciò che egli aveva
    detto e, del resto, c'erano i fatti che parlavano in favore dei cinque
    sventurati. Un altro essere vivente,  tratto in salvo dal relitto,  se
    avesse avuto il dono della parola, avrebbe detto le stesse cose con la
    stessa franchezza.
    Era  il  cane,  che  la  presenza  di  Negoro  pareva rendere furioso;
    un'antipatia veramente incomprensibile!
    Dingo,  così si chiamava il cane,  apparteneva a una razza di mastini,
    propri  della  Nuova  Olanda.  Il  capitano  del "Waldeck" non l'aveva
    trovato in Australia, ma l'aveva incontrato due anni prima, randagio e
    mezzo morto di fame,  sulla costa occidentale dell'Africa,  presso  la
    foce  del  Congo.  Il  capitano  del  "Waldeck"  aveva  raccolto  quel
    bell'animale,  rimasto sempre poco socievole: esso pareva  rimpiangere
    un  antico  padrone dal quale era stato separato con la violenza e che
    gli sarebbe stato impossibile ritrovare in quella regione deserta.  S.
    V.,  le due lettere incise sul suo collare,  erano tutto ciò che univa
    l'animale a un passato di cui forse sarebbe stato impossibile rivelare
    il mistero.
    Dingo era dunque uno splendido e robusto esemplare  della  varietà  di
    mastini  della  Nuova  Olanda,  più  grossi e più robusti dei cani dei
    Pirenei.   Quando  si  alzava   sulle   zampe   posteriori,   gettando
    all'indietro il capo, raggiungeva l'altezza di un uomo. L'agilità e la
    forza  muscolare che aveva dimostravano chiaramente che si trattava di
    un animale capace di attaccare senza esitazione giaguari e  pantere  e
    di tenere testa,  senza alcun timore,  a un orso. Di pelame folto, con
    la lunga coda bella e diritta come quella del leone,  di  color  fulvo
    scuro  macchiato  di  bianco sul muso,  Dingo,  sotto l'influsso della
    collera,  diventava formidabile,  e si capiva come Negoro fosse  stato
    poco   soddisfatto   dell'accoglienza  riservatagli  da  quel  robusto
    campione della razza canina.
    Tuttavia Dingo,  pur non essendo affatto socievole,  non era  cattivo;
    sembrava  triste  e,  come  aveva osservato il vecchio Tom a bordo del
    "Waldeck", non aveva simpatia per gli uomini di colore. Non tentava di
    fare loro del male, ma li evitava. Che su quella costa africana,  dove
    era  vissuto randagio per parecchio tempo,  fosse stato maltrattato da
    qualche indigeno?  Benché Tom e i suoi compagni fossero brave persone,
    Dingo  non  era  affezionato  a  loro e,  durante i dieci giorni che i
    naufraghi avevano trascorso sul relitto del "Waldeck",  era rimasto in
    disparte, nutrendosi non si sa come e soffrendo anche lui la sete.
    Questi  erano  dunque i superstiti di quel rottame che una sola ondata
    avrebbe potuto affondare, portando con sé nelle profondità dell'oceano
    dei cadaveri,  se l'arrivo insperato del "Pilgrim",  in ritardo per le
    calme  e  i  venti  contrari,  non avesse permesso al capitano Hull di
    compiere un gesto di umanità!  Per completare la sua  opera,  non  gli
    restava  ora  che  far rimpatriare i cinque infelici che nel naufragio
    avevano perso tutti i risparmi di tre anni di  lavoro!  Il  "Pilgrim",
    dopo avere scaricato a Valparaiso,  doveva risalire la costa americana
    sino all'altezza della California.  Là Tom e  i  suoi  compagni,  come
    assicurava  la  sua  generosa moglie,  sarebbero stati bene accolti da
    James W. Weldon,  e provvisti di tutto quanto sarebbe loro occorso per
    raggiungere lo Stato della Pennsylvania.
    Quella brava gente, rassicurata per il proprio avvenire, non poté fare
    altro  che  ringraziare  la  signora Weldon e il capitano Hull.  Senza
    dubbio,  quei cinque uomini dovevano moltissimo ai loro  salvatori  e,
    pur  non  essendo  che dei poveri negri,  non disperavano di potere un
    giorno pagare il loro debito di riconoscenza.





    5.
    S.V.
    Frattanto il "Pilgrim" aveva ripreso il viaggio, cercando di spingersi
    il più possibile verso est.  L'incresciosa,  persistente  mancanza  di
    venti  continuava  a  preoccupare  il capitano Hull,  non certo per il
    ritardo di una o due settimane in una traversata dalla Nuova Zelanda a
    Valparaiso,  ma per  i  disagi  prolungati  che  quel  ritardo  poteva
    procurare alla sua passeggera,  la signora Weldon, la quale, però, non
    si lamentava mai di nulla e prendeva ogni cosa con  filosofia.  Quello
    stesso giorno, 2 febbraio, verso sera, il rottame scomparve alla vista
    dei nostri viaggiatori.
    Il  capitano Hull cercò di alloggiare nel miglior modo possibile Tom e
    i suoi compagni ma,  poiché il posto  dell'equipaggio  del  "Pilgrim",
    sistemato sul ponte in un tuga,  era troppo piccolo per contenerli, fu
    fatto tutto il possibile per alloggiarli sotto il castello  di  poppa.
    Del resto, quella brava gente, avvezza a una dura vita di fatiche, non
    aveva certo pretese e, dato il tempo caldo e sano, quell'accomodamento
    doveva essere loro sufficiente per tutta la traversata.
    La  vita di bordo,  turbata e scossa un momento dalla sua monotonia da
    quell'incidente, riprese il suo corso.
    Tom, Austin, Bat, Actéon e Hercule avrebbero voluto rendersi utili ma,
    con quei venti costanti, le vele, una volta sistemate,  non davano più
    niente da fare. Tuttavia, ogni qualvolta si doveva virare di bordo, il
    vecchio  Tom  e  i  suoi  compagni  si  affrettavano  a  dare una mano
    all'equipaggio,  e  bisogna  confessare  che,  allorché  il  colossale
    Hercule   partecipava   a   qualche   manovra,   era  impossibile  non
    accorgersene! Quel vigoroso negro, alto sei piedi,  piegava da solo un
    paranco!
    Guardare quel gigante era, per il piccolo Jack, una vera gioia! Non ne
    aveva  affatto  paura,  e  quando  Hercule lo faceva saltare nelle sue
    braccia come se fosse stato un bamboccio di sughero,  levava gridolini
    di gioia senza fine.  - Fammi saltare più in alto! - diceva il piccolo
    Jack.
    - Ecco, signorino - rispondeva Hercule.
    - Sono troppo pesante?
    - Non vi sento neppure!
    - E allora, ancora più in alto! In cima al tuo braccio!
    E Hercule,  sorreggendo i piedini del bimbo con la sua larga mano,  lo
    portava  in  giro  come  fanno talvolta i ginnasti del circo.  Jack si
    vedeva alto alto...  il che lo divertiva un mondo;  a volte faceva  di
    tutto  per  «diventare  pesante»,  ma  il  gigante non se ne accorgeva
    neppure.
    Dick Sand e Hercule erano dunque due amici per il  piccolo  Jack,  che
    non tardò ad averne un terzo: Dingo.
    Abbiamo  detto  che  Dingo  era  un  cane  poco  socievole a bordo del
    "Waldeck",  ma ciò forse dipendeva dal fatto  che  l'equipaggio  della
    nave  non  godeva  della  sua simpatia.  A bordo del "Pilgrim" le cose
    andarono in modo ben diverso:  Jack  seppe  probabilmente  toccare  il
    cuore del bell'animale,  che prese ben presto piacere a giocare con il
    bimbo, il quale si divertiva quanto mai!  Si capì subito che Dingo era
    un  cane  che  amava  in modo particolare i bambini,  e Jack,  d'altra
    parte,  non gli faceva del male,  anzi...  Il suo più gran diletto era
    quello  di  trasformare  Dingo  in  un  veloce  corsiero,  ed è lecito
    affermare che un cavallo di quella specie era  assai  superiore  a  un
    quadrupede di cartapesta, anche se fornito di rotelle alle zampe! Jack
    galoppava  dunque  spesso  sulla  groppa  senza  sella del cane che lo
    accontentava volentieri e,  a dire la verità,  il bimbo non gli pesava
    più di quanto può pesare un fantino a un cavallo da corsa.
    Ma quanto zucchero scompariva ogni giorno dalle provviste della
    cambusa!
    Dingo  divenne  in  breve il favorito di tutto l'equipaggio.  Soltanto
    Negoro  continuò  a  evitare  ogni  incontro  con  l'animale,  la  cui
    antipatia per lui si faceva ogni giorno più viva e inesplicabile.
    Tuttavia il piccolo Jack non aveva affatto trascurato per Dingo il suo
    amico di vecchia data,  Dick Sand,  no davvero!  Tutto il tempo che il
    servizio di bordo gli lasciava libero il mozzo lo trascorreva  con  il
    ragazzino,  e la signora Weldon,  è inutile dirlo,  vedeva con piacere
    quella affettuosa intimità.
    Un giorno - era il 6 febbraio - essa  parlava  di  Dick  Sand  con  il
    capitano Hull, il quale faceva i più grandi elogi del giovane mozzo.
    - Questo ragazzo - diceva egli alla signora Weldon - sarà un giorno un
    buon  marinaio,  me ne rendo garante!  Ha l'istinto del marinaio e con
    tale istinto supplisce alle parti teoriche  del  mestiere  che  ancora
    ignora.  Ciò che egli sa è sorprendente, se si pensa al poco tempo che
    ha avuto per imparare...
    - Bisogna aggiungere - rispose la signora Weldon  -  che  è  anche  un
    ottimo ragazzo, di una serietà superiore ai suoi anni e che, da quando
    lo conosciamo, non ha mai meritato un rimprovero!
    - Sì,  è davvero un buon ragazzo, - riprese il capitano Hull - amato e
    rispettato da tutti.
    - So che,  al ritorno da questo viaggio,  mio marito ha intenzione  di
    fargli  seguire  un  corso di idrografia,  in modo che possa più tardi
    diventare capitano.
    - Il signor Weldon ha ragione - rispose il capitano.  - Dick  Sand  un
    giorno farà onore alla marina americana.
    -  Quel  povero  orfanello  ha  iniziato  dolorosamente  la sua vita -
    osservò la signora Weldon. - Ha dovuto subire delle dure prove!
    - Senza dubbio, signora, ma le dure prove non sono state inutili. Egli
    ha capito che in questo mondo doveva contare  soltanto  sulle  proprie
    forze, e ora è sulla buona strada!
    - Sì, sulla strada del dovere!
    - Guardatelo ora,  signora Weldon - riprese il capitano Hull.  - E' al
    timone,  con  gli  occhi  fissi  sulla  vela  di  trinchetto:  nessuna
    distrazione  da  parte  di  questo  giovane  mozzo,  e  quindi nessuna
    sbandata della nave!  Dick Sand ha già  la  sicurezza  di  un  vecchio
    timoniere: buon inizio per un marinaio!  Nel nostro mestiere, signora,
    si deve iniziare da bambini: chi non è mai stato mozzo  non  diventerà
    mai  un  buon  marinaio,  almeno nella marina mercantile.  Bisogna che
    tutto serva da lezione e, in seguito, che tutto sia nello stesso tempo
    istintivo  e  razionale:  la  risoluzione  che  si  deve  prendere  e,
    contemporaneamente, la manovra che si deve eseguire.
    - Tuttavia,  capitano Hull, anche nella marina da guerra non mancano i
    bravi ufficiali! - osservò la signora Weldon.
    - No,  - rispose il capitano Hull - ma i migliori  hanno  quasi  tutti
    iniziato la carriera da ragazzi e,  senza parlare di Nelson e di pochi
    altri,  i peggiori non sono certo quelli che hanno cominciato a fare i
    mozzi.
    In  quel  momento  si vide spuntare dal boccaporto il cugino Bénédict,
    sempre assorto e lontano dalle faccende di questo mondo quanto lo sarà
    il profeta Elia allorché tornerà su questa terra.
    Egli cominciò a passeggiare su e giù per il  ponte  come  un'anima  in
    pena, frugando con lo sguardo gli interstizi dell'impavesata, cercando
    sotto le stie,  passando le mani sulle saldature del ponte, là dove il
    catrame si era scrostato.
    - Ehi,  cugino Bénédict!  - lo interpellò la signora Weldon.  -  State
    sempre bene?
    - Sì,  cugina Weldon...  sto bene,  certo, ma non vedo l'ora di toccar
    terra.
    - Che cosa cercate dunque sotto quella panca,  signor Bénédict?  - gli
    chiese il capitano Hull.
    - Insetti,  signore!  - rispose il cugino Bénédict.  - Che cosa volete
    che cerchi, se non un insetto?
    - Insetti!  In fede mia...  fate come volete,  ma non è certo sul mare
    che potrete arricchire la vostra collezione!
    -  E  perché no,  capitano?  Non è impossibile trovare a bordo qualche
    esemplare di...
    - Cugino Bénédict,  - intervenne la signora Weldon  -  dovete  proprio
    prendervela  con il capitano Hull!  La sua nave è tenuta così bene che
    ritornerete scornato dalle vostre ricerche!
    Il capitano Hull si mise a ridere.
    - La signora Weldon esagera - rispose.  - Tuttavia,  signor  Bénédict,
    credo  proprio  che  perdiate  il  vostro tempo a frugare nelle nostre
    cabine!
    - Eh, lo so! - esclamò il cugino Bénédict, alzando le spalle.  - Ho un
    bel cercare...
    -  Nella  stiva del "Pilgrim",  - riprese il capitano Hull - troverete
    forse qualche scarafaggio, soggetti però poco interessanti...
    - Poco interessanti  definite  questi  ortotteri  notturni,  che  sono
    incorsi nella maledizione di Virgilio e di Orazio? - rispose il cugino
    Bénédict,  raddrizzandosi  quasi  offeso.  -  Poco interessanti questi
    parenti  prossimi  del  «periplaneta  orientalis»  e  del   «kakerlac»
    americano che vivono...
    - Che infestano... - corresse il capitano.
    - Che regnano a bordo... - replicò fieramente il cugino Bénédict.
    - Amabile regalità!
    - Eh, signore, voi non siete entomologo...
    - A mie spese, mai!
    - Suvvia,  cugino Bénédict, - intervenne la signora Weldon, sorridendo
    - non auguratevi di essere divorato per amore della scienza!
    - Io  non  mi  auguro  nulla,  cugina  Weldon,  -  rispose  il  focoso
    entomologo  -  se  non di poter aggiungere alla mia collezione qualche
    raro esemplare che le faccia onore!
    - Non siete dunque  soddisfatto  della  vostra  «caccia»  nella  Nuova
    Zelanda?
    -  Certamente sì,  cugina Weldon.  Sono stato abbastanza fortunato per
    aver trovato uno stafilino che sinora non era stato rinvenuto se non a
    qualche centinaio di miglia di qui, nella Nuova Caledonia.
    In quel momento Dingo,  che giocava con Jack,  si avvicinò saltellando
    al cugino Bénédict.
    - Vattene! Vattene! - esclamò questi, respingendo l'animale.
    - Amate gli scarafaggi e detestate i cani! - esclamò il capitano Hull.
    - Oh, signor Bénédict!
    -  E  per  di  più  un  cane  così buono!  - aggiunse il piccolo Jack,
    prendendo tra le manine la grossa testa di Dingo.
    - Sì, è proprio così!  - rispose il cugino Bénédict.  - Ma che volete?
    Questo  diavolo  di  cane  non  ha  realizzato  le speranze che il suo
    incontro mi aveva fatto concepire!
    - Mio Dio! - esclamò la signora Weldon.  - Speravate dunque di poterlo
    catalogare tra i ditteri o gli imenotteri?
    -  No  - rispose gravemente il cugino Bénédict.  - Ma non è forse vero
    che Dingo, pur essendo di razza neo-zelandese,  è stato raccolto sulla
    costa occidentale dell'Africa?
    - Verissimo!  - rispose la signora Weldon, - e Tom l'ha spesso sentito
    confermare dal capitano del "Waldeck".
    - Ebbene, io avevo pensato... avevo sperato che questo cane mi avrebbe
    portato qualche campione di emittero, proprio della fauna africana.
    - Bontà del cielo! - esclamò la signora Weldon.
    - Oppure - aggiunse il cugino Bénédict - qualche  pulce  penetrante  o
    irritante... di specie nuova.
    - Senti,  Dingo?  - disse il capitano Hull.  - Senti, mio bel cane? Tu
    sei venuto meno ai tuoi doveri!
    - Ho  cercato  attentamente  tra  il  suo  folto  pelame,  -  aggiunse
    l'entomologo  con espressione di vivo rammarico - ma non sono riuscito
    a trovargli addosso neanche un insetto...
    - Che voi avreste immediatamente  e  senza  pietà  ucciso!  Almeno  lo
    spero... - esclamò il capitano Hull.
    - Signore, - rispose in tono secco il cugino Bénédict - sappiate
    che  Franklin si faceva scrupolo di uccidere qualsiasi insetto,  fosse
    pure una zanzara,  le cui punture sono assai più temibili di quelle di
    una  pulce...  e  tuttavia  sarete  d'accordo  nel  dire  che sir John
    Franklin era un valoroso marinaio!
    - Senza dubbio! - rispose il capitano, inchinandosi.
    - -E un giorno,  dopo essere stato dolorosamente punto da un  dittero,
    lo  scacciò soffiandogli sopra e dicendogli,  senza neppure dargli del
    «tu»: «Andatevene! Il mondo è abbastanza grande per voi e per me!».
    - Ah! - fece il capitano Hull.
    - Proprio così, signore!
    - Ebbene, signor Bénédict, - rispose il capitano Hull - un altro aveva
    detto questo e molto prima di sir John Franklin!
    - Un altro?
    - Sì, e quest'altro è lo zio Tobia.
    - Un entomologo? - domandò vivacemente il cugino Bénédict.
    - No! Era lo zio Tobia di Sterne, e questo degno zio ha pronunziato le
    stesse parole aprendo la finestra a una zanzara che lo infastidiva, ma
    alla quale si permise di poter dare del «tu». «Va', povero insetto, il
    mondo è tanto grande da contenere te e me!».
    - Un brav'uomo davvero questo zio Tobia! - rispose il cugino Bénédict.
    - E' morto?
    - Lo credo bene, - rispose seriamente il capitano Hull - giacché non è
    mai esistito.
    E tutti risero guardando il cugino Bénédict.
    Così,  tra queste e altre conversazioni che,  se vi prendeva parte  il
    cugino   Bénédict,   finivano   sempre   con   accenni   entomologici,
    trascorrevano le lunghe ore di una navigazione così  ostacolata:  mare
    sempre  bello,  ma  venti  tanto deboli che obbligavano il brigantino-
    goletta ad avanzare pochissimo,  mentre il capitano  Hull  non  vedeva
    l'ora  di  raggiungere le zone nelle quali i venti dominanti sarebbero
    stati più favorevoli alla navigazione.
    Dobbiamo dire che il cugino Bénédict  aveva  tentato  di  iniziare  il
    giovane  mozzo  ai  misteri  dell'entomologia,  ma  Dick  Sand  si era
    dimostrato refrattario a tali  tentativi  e  allora,  in  mancanza  di
    meglio,  lo  scienziato  si era rivolto ai negri,  i quali ci capivano
    così poco che, quasi subito, Tom, Actéon,  Bat e Austin disertarono le
    lezioni,  e  il professore si trovò con un solo alunno,  Hercule,  che
    pareva  avere  qualche  disposizione  naturale  nel   distinguere   un
    parassita da un tisanuro.
    Il  gigantesco  negro  viveva  dunque  nel  mondo dei coleotteri,  dei
    moscerini,  dei cannonieri,  dei seppellitori,  degli scarabei,  delle
    coccinelle,  degli scarafaggi,  dei maggiolini, dei cervi volanti e di
    altri  innumerevoli  insetti  e  studiava  diligentemente   tutta   la
    collezione  del  cugino  Bénédict,  non  senza che questi tremasse nel
    vedere i suoi fragili esemplari tra le  grosse  dita  di  Hercule  che
    avevano  la  durezza e la forza di una morsa.  Ma il gigantesco alunno
    ascoltava con tanta docilità le  lezioni  del  professore  che  valeva
    davvero la pena di correre qualche rischio...
    Mentre  il  cugino  Bénédict  si occupava di tutto questo,  la signora
    Weldon non permetteva che il piccolo Jack trascorresse  tutto  il  suo
    tempo  in  ozio:  gli  insegnava a leggere e a scrivere e,  per quanto
    riguardava l'aritmetica,  era l'amico Dick Sand che  gli  inculcava  i
    primi elementi.  Poiché, a cinque anni, un bambino generalmente impara
    con giochi pratici più che con lezioni teoriche,  necessariamente  più
    difficili,  Jack  imparava  a  leggere  non  in un sillabario,  ma con
    l'ausilio di cubi di legno sui quali erano impresse lettere in  rosso,
    cubi che egli si divertiva a disporre in modo da formare delle parole.
    Talvolta  la  signora  Weldon componeva con i cubi una parola,  poi li
    mescolava e toccava  a  Jack  il  compito  di  ricomporla  nell'ordine
    dovuto.
    Il bimbo amava moltissimo questo sistema per imparare a leggere e ogni
    giorno  trascorreva  qualche  ora,  talvolta  in cabina,  talvolta sul
    ponte, a formare e a scomporre le lettere del suo alfabeto mobile.
    Un giorno questo gioco diede origine a un fatto così  straordinario  e
    così inatteso, che è necessario descriverlo con qualche particolare.
    Era  la  mattina  del  9 febbraio.  Jack,  semisdraiato sul ponte,  si
    divertiva a comporre una parola che il vecchio Tom  doveva  ricomporre
    dopo  che le lettere fossero state confuse tra di loro.  Tom,  con gli
    occhi coperti da una mano per non barare,  com'è doveroso,  non doveva
    vedere, e non vedeva infatti nulla di quanto faceva il fanciullo.
    Tra le lettere,  circa una cinquantina,  alcune erano maiuscole, altre
    minuscole;  inoltre su alcuni cubi erano impressi dei numeri,  il  che
    permetteva  di  imparare  tanto  a far di conto quanto a formare delle
    parole.
    I cubi erano stati sistemati sul ponte e il piccolo Jack  ne  prendeva
    uno,  ora qui e ora là, per comporre la sua parola: una grande fatica,
    in verità!
    Da alcuni istanti Dingo stava girando attorno al bimbo  quando,  a  un
    tratto,  si  fermò.  Il suo sguardo si fece fisso,  la zampa destra si
    alzò,   la  coda  prese  ad  agitarsi  furiosamente;   poi  di  colpo,
    lanciandosi su uno dei cubi di legno, il cane lo afferrò con i denti e
    andò a deporlo sul ponte a pochi passi da Jack.
    Sul cubo era impressa la lettera maiuscola S.
    - Dingo,  ehi,  che fai, Dingo! - gridò il piccolo che, per un attimo,
    temette che la sua S finisse nella gola di Dingo.
    Ma Dingo era tornato presso i cubi e,  rifacendo tutta  la  mimica  di
    prima,  afferrò  un altro cubo e andò a posarlo accanto al primo.  Sul
    secondo cubo era impressa la lettera V.
    Questa volta Jack lanciò un grido e fece accorrere la signora  Weldon,
    il  capitano  Hull e il giovane mozzo i quali stavano passeggiando sul
    ponte. Il piccolo Jack raccontò loro quanto era accaduto.
    Dingo conosceva le lettere! Dingo sapeva leggere! Proprio così, e Jack
    ne era testimonio!
    Dick Sand volle riprendere i due cubi per riportarli  al  suo  piccolo
    amico,  ma  Dingo  gli  mostrò  i  denti.  Tuttavia  il mozzo riuscì a
    impossessarsi dei due cubi e  a  riporli  con  gli  altri.  Ma  Dingo,
    ripreso  lo  slancio,  afferrò  di  nuovo  i  due  cubi  e li portò in
    disparte, deciso, pareva,  a custodirli a qualsiasi costo con le zampe
    posate  sopra.   Quanto  alle  altre  lettere,   era  chiaro,  non  lo
    interessavano affatto!
    - Ecco una cosa strana! - disse la signora Weldon.
    -  Strana  davvero!   -  rispose  il  capitano  Hull,   che  osservava
    attentamente le due lettere.
    - S. V. - lesse la signora Weldon.
    - S. V. - ripeté il capitano Hull. - Ma sono proprio le lettere incise
    sul collare di Dingo!
    Poi volgendosi di colpo verso il vecchio Tom, gli domandò:
    -  Tom,  non  mi  avete  detto che il cane apparteneva al capitano del
    "Waldeck" soltanto da poco tempo?
    - In realtà, signore, Dingo era a bordo al massimo da due anni.
    - E non avete anche aggiunto  che  il  capitano  del  "Waldeck"  aveva
    trovato e raccolto questo cane sulla costa occidentale dell'Africa?
    -  Sissignore,  nei  pressi della foce del Congo.  L'ho spesso sentito
    dire dal capitano...
    - Quindi,  - concluse il capitano Hull - non si è  mai  saputo  a  chi
    fosse appartenuto quel cane, né donde venisse?
    - Mai,  signore!  Un cane trovato è peggio di un bambino: non ha carte
    di riconoscimento e non può dare alcuna spiegazione...
    Il capitano Hull stava riflettendo profondamente.
    - Queste due lettere risvegliano  forse  in  voi  qualche  ricordo?  -
    domandò  al  capitano  la  signora  Weldon,  dopo  averlo lasciato per
    qualche tempo in preda ai suoi pensieri.
    - Sì, signora Weldon,  un ricordo o,  meglio,  una coincidenza,  senza
    dubbio strana...
    - Quale?
    -  Queste  due  lettere  potrebbero  avere un significato e portarci a
    pensare alla sorte di qualche intrepido esploratore...
    - Che intendete dire?
    - Ecco,  signora.  Nel 1871,  ossia due anni or sono,  un  viaggiatore
    francese  partì  per incarico della "Société de Géographie" di Parigi,
    con l'intento di fare la traversata dell'Africa da  ovest  a  est.  Il
    punto  di  partenza era precisamente la foce del Congo,  e il punto di
    arrivo doveva essere all'incirca il capo Delgado,  alla foce del fiume
    Rovuma,  per  discenderne  il corso.  E questo esploratore francese si
    chiamava Samuel Vernon.
    - Samuel Vernon! - esclamò la signora Weldon.
    - Sì,  signora Weldon,  e i suoi nomi cominciano appunto  con  le  due
    lettere che Dingo ha scelto tra tutte le altre,  e che sono incise sul
    suo collare.
    - Infatti - rispose la signora Weldon. - E quel viaggiatore?
    - Partì, ma dal momento della sua partenza non se ne seppe più nulla -
    rispose il capitano Hull.
    - Più nulla? - domandò il mozzo.
    - No, più nulla! - confermò il capitano.
    - E che cosa concludete?
    - Che Samuel Vernon non è riuscito a raggiungere  la  costa  orientale
    dell'Africa,  o  perché  fatto  prigioniero  dagli  indigeni  o perché
    colpito dalla morte durante il viaggio.
    - E questo cane, allora?
    - Questo cane può  essergli  appartenuto  e,  più  fortunato  del  suo
    padrone,  se la mia ipotesi è giusta, ha potuto ritornare sul litorale
    del Congo, giacché è là,  all'epoca in cui questi fatti sono avvenuti,
    che è stato raccolto dal capitano del "Waldeck".
    -  Ma sapete se quell'esploratore era partito in compagnia di un cane,
    - domandò la signora Weldon - o è solo una vostra supposizione?
    - In realtà,  signora,  è semplicemente una mia supposizione - rispose
    il  capitano  Hull;  -  ma  un  fatto  è certo: Dingo riconosce le due
    lettere S.  V.  che sono  precisamente  le  iniziali  dell'esploratore
    francese.  In  quali  circostanze  questo  animale  abbia  imparato  a
    distinguerle, non possono certo spiegarmelo ma, lo ripeto,  esso senza
    dubbio  le  riconosce  e,  guardate,  le  spinge con la zampa e sembra
    volerci invitare a leggerle con lui.
    In quel momento era impossibile ingannarsi sulle intenzioni di Dingo.
    - Samuel Vernon era dunque solo quando ha  lasciato  il  litorale  del
    Congo? - domandò Dick Sand.
    - Non lo so - rispose il capitano; - è probabile, tuttavia, che avesse
    con sé una scorta di indigeni.
    In quel momento Negoro apparve sul ponte.  Nessuno,  sulle prime, notò
    la sua presenza e quindi nessuno poté osservare lo strano sguardo  che
    egli  lanciò  al  cane quando scorse le due lettere dinanzi alle quali
    l'animale pareva immobile.  Ma Dingo,  scorto  il  cuoco,  cominciò  a
    mostrare i segni del più intenso furore.
    Negoro  rientrò  subito nell'alloggiamento dell'equipaggio,  non senza
    lasciarsi sfuggire un gesto di minaccia all'indirizzo del cane.
    - Qui sotto c'è qualche mistero! - mormorò il capitano Hull,  al quale
    non era sfuggito alcun particolare della breve scena.
    - Ma,  signore,  - prese a dire il mozzo - non è un fatto sorprendente
    che un cane possa riconoscere alcune lettere dell'alfabeto?
    - Oh no!  - gridò il piccolo Jack.  - La mamma mi ha spesso raccontato
    la  storia  di un cane che sapeva leggere,  scrivere e anche giocare a
    domino, proprio come un maestro di scuola!
    - Mio caro piccolo,  - rispose la signora Weldon,  sorridendo  -  quel
    cane,  che si chiamava Munito, non era affatto sapiente come tu credi.
    A quanto mi è stato raccontato,  esso non avrebbe  potuto  distinguere
    l'una dall'altra le lettere che gli servivano a comporre le parole, se
    il suo padrone,  un astuto americano, avendo notato in Munito un udito
    finissimo,  non avesse approfittato  di  questa  scoperta  per  trarre
    effetti redditizi e curiosi.
    - E come faceva, signora Weldon? - domando Dick Sand, interessato come
    Jack alla storia.
    -  Ascoltate.  Quando  Munito doveva «lavorare» in pubblico,  venivano
    disposte su una tavola delle lettere simili a queste;  sulla tavola il
    cane  andava  e  veniva,  in  attesa  che  fosse pronunziata la parola
    richiesta. Condizione essenziale era però che il padrone conoscesse la
    parola.
    - E quando il padrone non c'era?
    - Il cane non poteva far nulla,  - rispose la signora Weldon - ed ecco
    perché: Munito andava avanti e indietro e, giunto davanti alla lettera
    che  doveva  scegliere  per  formare  la parola richiesta,  si fermava
    perché udiva  lo  scricchiolio,  impercettibile  agli  altri,  di  uno
    stuzzicadenti  che  l'americano  teneva  in  tasca.  Questo lievissimo
    rumore era per Munito il segnale: il cane prendeva la lettera  con  la
    bocca e la disponeva nell'ordine voluto.
    - Ed ecco svelato il segreto! - esclamò Dick Sand.
    -  Sì,  il  segreto era questo,  - rispose la signora Weldon - segreto
    molto  semplice,   come  in  ogni  gioco  di  prestigio.   In  assenza
    dell'americano,  Munito non sapeva fare nulla... non sarebbe più stato
    Munito...  Per questo sono molto stupita che Dingo in assenza del  suo
    padrone,  sempre  che  Samuel Vernon sia stato davvero il suo padrone,
    abbia potuto riconoscere quelle lettere.
    - In effetti, - disse il capitano Hull - la cosa è davvero strana. Ma,
    notate bene,  in questo caso non si tratta che  di  due  lettere,  due
    lettere  particolari  e  non di una parola scelta a caso.  Dopo tutto,
    quel cane che suonava alla porta di un convento per impadronirsi di un
    piatto destinato ai passanti poveri, e quell'altro che,  incaricato di
    far girare lo spiedo un giorno sì e uno no, a turno con un suo simile,
    si  rifiutava  di  farlo quando non toccava a lui...  questi due cani,
    dico, andavano più lontano di Dingo nel campo dell'intelligenza, che è
    riservato all'uomo.  D'altra parte,  siamo in  presenza  di  un  fatto
    indiscutibile:  tra tutte le lettere dell'alfabeto Dingo non ha scelto
    che queste due: S.  e V.  Le altre,  a quanto pare,  non  le  conosce.
    Bisogna  dunque  concludere che,  per una causa che ci sfugge,  la sua
    attenzione è stata attratta in particolar modo da queste due lettere.
    - Ah,  capitano Hull,  - rispose il giovane mozzo - se  Dingo  potesse
    parlare! Forse ci direbbe che cosa significano queste due lettere e il
    motivo del suo odio verso il nostro cuoco.
    - Un odio che mette paura!  - osservò il capitano Hull, nel momento in
    cui Dingo,  spalancando la bocca,  metteva  in  mostra  le  sue  zanne
    poderose.

    6.
    UNA BALENA IN VISTA!
    Com'è  naturale,  questo  strano  incidente  fu,  più  di  una  volta,
    l'argomento  delle  conversazioni  che  si  svolgevano  a  poppa   del
    "Pilgrim"  tra la signora Weldon,  il capitano Hull e il giovane mozzo
    che provava, in modo particolare, un senso di istintiva diffidenza nei
    riguardi di Negoro la cui condotta, tuttavia, era irreprensibile.
    Anche a prua se ne parlava,  ma i marinai non ne  traevano  le  stesse
    conseguenze.  Tra l'equipaggio, Dingo era considerato semplicemente un
    cane che sapeva leggere e, forse, anche scrivere meglio di un marinaio
    e che, se non parlava, era probabilmente perché aveva dei buoni motivi
    per tacere.
    - Ma un bel giorno,  - disse il timoniere Bolton - quel cane  verrà  a
    chiederci dove siamo diretti,  se il vento è ovest-nord-ovest... e noi
    dovremo pur rispondergli!
    - Ci sono tanti animali che parlano,  - si intromise un altro marinaio
    -  per esempio gazze e pappagalli.  Perché dunque un cane non potrebbe
    fare altrettanto,  se gliene  venisse  la  voglia?  E'  più  difficile
    parlare con un becco che con una bocca, no?
    - Senza dubbio - rispose il nostromo Howik. - Tuttavia un fatto simile
    non è mai accaduto!
    Quei bravi marinai sarebbero stati ben sorpresi se si fosse loro detto
    che,  invece,  un  fatto  simile  era proprio accaduto: uno scienziato
    danese possedeva un cane che pronunziava distintamente una ventina  di
    parole.  Ma  da  questo  al  fatto  che  l'animale  ne comprendesse il
    significato,  c'era un abisso!  Molto evidentemente quel cane,  la cui
    glottide era conformata in modo tale da poter emettere suoni regolari,
    non  comprendeva affatto il significato delle sue parole più di quanto
    non lo comprendano i pappagalli e le  gazze.  Una  frase,  per  questi
    animali, non è altro che un canto o un grido parlato, preso a prestito
    da una lingua straniera.
    Comunque sia,  Dingo era diventato l'eroe di bordo, cosa di cui non si
    rendeva conto per andarne particolarmente fiero.  Parecchie  volte  il
    capitano  Hull ripeté l'esperimento: gli ponevano davanti i cubetti di
    legno e Dingo, invariabilmente e senza la minima esitazione, sceglieva
    le due lettere S  e  V  tra  tutte  le  altre  che,  era  chiaro,  non
    attiravano la sua attenzione.
    L'esperimento  si  svolse  parecchie  volte  alla  presenza del cugino
    Bénédict, ma questo pareva non interessarlo affatto!
    - Non crediate, amici miei - si degnò un giorno di dire - che soltanto
    i cani abbiano il privilegio di essere intelligenti!  Altri animali lo
    sono  altrettanto,  se  non  altro nel seguire il loro istinto: così i
    topi, che abbandonano la nave destinata a naufragare;  così i castori,
    che, prevedendo la piena dei fiumi, costruiscono le dighe più in alto;
    così i cavalli di Nicomede,  di Scanderberg e di Oppiano, che morirono
    di dolore per la morte dei loro padroni;  così certi  asini,  notevoli
    per  la loro memoria,  e così,  infine,  tanti altri animali che hanno
    dato lustro agli appartenenti al loro regno!  Non si sono forse  visti
    certi  uccelli  così  bene  addestrati  da scrivere,  senza un errore,
    parole dettate dal loro maestro, cacatoa che sanno contare,  quanto il
    più abile calcolatore dell'Ufficio delle longitudini,  il numero delle
    persone presenti in una sala?  Non è  forse  esistito  un  pappagallo,
    pagato   cento  scudi  d'oro,   che  recitava  a  un  cardinale,   suo
    proprietario,  tutto il Simbolo Apostolico senza sbagliare una parola?
    Infine,  non  è  legittimo  l'orgoglio  di  un  entomologo quando vede
    semplici insetti  che  danno  prova  di  un'intelligenza  superiore  e
    confermano  eloquentemente  l'assioma:  "In minimis maximus Deus"?  Le
    formiche,  per esempio,  che possono fare da maestre agli edili  delle
    più grandi città, gli arginoreti acquatici che costruiscono campane da
    palombari  senza  aver  mai  imparato  la  meccanica,   le  pulci  che
    trascinano  carrozze,  fanno  esercitazioni  come  tiratori  scelti  e
    sparano  il  cannone  meglio  degli artiglieri di West-Point (2)?  No,
    questo Dingo non merita tanti elogi e,  se è così abile nel  conoscere
    l'alfabeto,  significa  che  appartiene  a  una  specie di mastini non
    ancora classificata dalla scienza zoologica,  il «canis  alphabeticus»
    della Nuova Zelanda!
    Malgrado queste e altre dissertazioni dell'invidioso entomologo, Dingo
    non   perdette  nulla  nella  stima  pubblica  e  continuò  ad  essere
    considerato un fenomeno dagli uomini del castello di prua.
    E'  tuttavia  probabile  che  Negoro  non  condividesse   l'entusiasmo
    dell'equipaggio  nei  riguardi  dell'animale: forse lo riteneva troppo
    intelligente...  Comunque sia,  il cane  continuava  a  dimostrare  la
    stessa animosità verso il cuoco di bordo e, senza dubbio, esso avrebbe
    passato qualche guaio se non fosse stato,  da un lato,  un cane capace
    di  difendersi,  e  dall'altro,   protetto  dalla  simpatia  di  tutto
    l'equipaggio.  A buon conto, Negoro evitava più che mai di trovarsi in
    presenza di Dingo.  Ma Dick Sand non aveva mancato di  osservare  che,
    dopo  il fatto delle due lettere dell'alfabeto,  l'antipatia reciproca
    dell'uomo  e  del  cane  si  era  inasprita.   E   ciò   era   davvero
    incomprensibile!
    Il 10 febbraio, il vento di nord-est, che sino allora si era alternato
    alle lunghe e spossanti calme,  durante le quali il "Pilgrim" rimaneva
    immobile,  si affievolì sensibilmente,  e il capitano Hull cominciò  a
    sperare  che avvenisse un mutamento nella direzione dei venti.  Chissà
    che il brigantino non potesse finalmente  navigare  con  il  vento  in
    poppa!  Esso era partito da Auckland soltanto diciannove giorni prima,
    il ritardo non era molto e,  con un vento  favorevole,  il  "Pilgrim",
    munito di buone vele, poteva riguadagnare facilmente il tempo perduto.
    Ma bisognava aspettare qualche giorno prima che il vento si stabilisse
    decisamente a ovest.
    Quella  parte  del Pacifico era sempre deserta;  nessuna nave appariva
    mai all'orizzonte,  a  quella  latitudine  veramente  abbandonata  dai
    naviganti!  Le baleniere dei mari australi non si disponevano ancora a
    passare i tropici,  quindi il "Pilgrim",  che particolari  circostanze
    avevano  costretto  a lasciare le zone di pesca prima della fine della
    stagione, non poteva aspettarsi di incrociare qualche bastimento sulla
    sua stessa rotta. Quanto alle navi postali,  l'abbiamo già detto,  non
    seguivano latitudini così alte nella loro traversata tra l'Australia e
    il continente americano.
    Tuttavia,  anche  quando  il  mare è deserto,  bisogna osservarlo sino
    all'estremo   limite   dell'orizzonte.   Per   quanto   agli   spiriti
    superficiali questo spettacolo possa apparire monotono, in realtà, per
    chi sappia comprenderlo, esso è sempre diverso. Anche i suoi mutamenti
    più   lievi  affascinano  la  fantasia  di  chi  comprende  la  poesia
    dell'oceano: un'erba marina che galleggia  dondolandosi,  un  ramo  di
    sargasso  che  con  il  suo  leggero  movimento  lascia una scia sulla
    superficie dell'acqua,  un pezzo di legno di cui si vorrebbe conoscere
    la storia...  non occorre altro!  Davanti a quell'infinito,  nulla può
    più fermare la fantasia: essa  ha  la  strada  aperta!  Ogni  molecola
    d'acqua  che  l'evaporazione  scambia  continuamente  tra mare e cielo
    racchiude,  forse,  il segreto  di  una  catastrofe!  Dobbiamo  quindi
    invidiare  coloro il cui pensiero sa indagare nei misteri dell'oceano,
    invidiare gli spiriti che possono elevarsi dalla sua mobile superficie
    sino alle altezze del cielo!
    La vita,  del resto,  si manifesta sia sopra,  sia  sotto  i  mari.  I
    passeggeri del "Pilgrim" potevano vedere accanirsi,  nell'inseguimento
    di pesciolini, stormi di uccelli che, prima dell'inverno,  sfuggono al
    rigido clima dei poli. E più di una volta Dick Sand, allievo in questo
    campo,  come  in  altri,  di  James W.  Weldon,  diede prova della sua
    straordinaria  abilità  nel  maneggiare  il  fucile  e   la   pistola,
    abbattendo alcuni di questi veloci volatili.
    Erano  ora procellarie bianche,  ora altre con le ali listate di nero,
    talvolta passavano stormi di pinguini,  la cui  andatura  in  terra  è
    quanto mai tozza e ridicola; eppure, come faceva osservare il capitano
    Hull,  i pinguini, servendosi in mare dei loro moncherini come di vere
    pinne,  possono sfidare nel nuoto i pesci più veloci,  al punto che  i
    marinai  li hanno qualche volta confusi con le palamite.  Più in alto,
    giganteschi albatri battevano l'aria  con  le  ali  enormi  che  hanno
    un'apertura  di  dieci  piedi,  e  spesso  venivano  a  posarsi  sulla
    superficie dell'acqua,  frugandola a colpi di becco alla  ricerca  del
    cibo.
    Tutte  queste  scenette  offrivano uno spettacolo sempre diverso,  che
    soltanto gli spiriti chiusi al fascino della natura  potevano  trovare
    noiosi.
    Quel  giorno  la signora Weldon stava passeggiando a poppavia allorché
    uno strano fenomeno attrasse  la  sua  attenzione:  all'improvviso  le
    acque erano diventate rossastre, pareva stessero tingendosi di sangue,
    e  l'inspiegabile  colore si estendeva sino a dove poteva spingersi lo
    sguardo.
    Dick Sand si trovava con il piccolo Jack accanto alla signora Weldon.
    - Guarda, Dick, che strana tinta hanno le acque del Pacifico!  - disse
    al giovane mozzo.  - Sarà forse causato dalla presenza di qualche erba
    marina?
    - No,  signora,  questo colore è prodotto  da  miriadi  e  miriadi  di
    piccoli   crostacei,   che   sono  l'abituale  nutrimento  dei  grossi
    mammiferi, e che i pescatori definiscono,  non senza motivo,  «cibo di
    balena» - rispose Dick.
    - Crostacei!  - esclamò la signora Weldon. - Sono talmente piccoli che
    potrebbero essere definiti insetti di mare. Il cugino Bénédict sarebbe
    forse felice di farne collezione! - E a voce alta chiamò:
    - Cugino Bénédict!
    Questi comparve sul ponte, quasi contemporaneamente al capitano Hull.
    - Cugino Bénédict, - disse la signora Weldon - guardate questo immenso
    banco rossastro che si stende a perdita d'occhio!
    - Toh! - esclamò il capitano Hull. - Ecco il «cibo di balena»!  Signor
    Bénédict,  ecco  una bella occasione per studiare questa strana specie
    di crostacei!
    - Puah! - rispose l'entomologo.
    - Come,  puah!  - esclamò il capitano Hull.  - Non avete il diritto di
    manifestare   una  così  sprezzante  indifferenza!   Questi  crostacei
    costituiscono una delle sei classi degli articolati, se non mi sbaglio
    e, come tali...
    - Puah!  - ripeté ancora una volta il cugino  Bénédict,  scuotendo  il
    capo.
    - Questa poi! Vi trovo piuttosto sprezzante come entomologo!
    - Entomologo,  d'accordo,  ma soprattutto sono un esapodista, capitano
    Hull. Non dimenticatelo!
    - Ammettiamo pure che questi crostacei vi lascino indifferente,  ma vi
    assicuro  che  la  pensereste  diversamente  se foste una balena!  Che
    fortuna, allora! Vedete, signora Weldon, quando noi balenieri, durante
    la stagione della pesca,  giungiamo in vista di  un  banco  di  questi
    crostacei,  abbiamo appena il tempo di preparare i ramponi e le lenze!
    Siamo certi che la preda non è lontana!
    - E' possibile che delle  bestioline  così  piccole  possano  nutrirne
    altre tanto grosse? - esclamò Jack.
    -  Eh,  ragazzino  mio,  -  rispose il capitano Hull - forse che con i
    grani del semolino,  della farina e della polvere  di  fecola  non  si
    fanno eccellenti minestre?  Sì,  e la natura ha voluto che fosse così.
    Quando una balena nuota tra queste acque rossastre,  ha la minestra in
    tavola,  e non le resta che spalancare la sua enorme bocca. Miriadi di
    crostacei vi penetrano, i numerosi peli dei fanoni, di cui l'animale è
    fornito,  si tendono come le reti  di  un  pescatore,  nulla  può  più
    uscirne,  e  la massa dei crostacei si riversa nel vasto stomaco della
    balena, proprio come la minestra nel tuo.
    - E sta' pur sicuro,  caro Jack,  che la  balena  non  perde  tempo  a
    sgusciare a uno a uno questi crostacei come fai tu con i granchiolini!
    - osservò Dick Sand.
    -  E aggiungo che è proprio nel momento in cui quell'enorme golosona è
    occupata in tale faccenda che è più facile avvicinarla senza suscitare
    la sua diffidenza. E' il momento favorevole per arpionarla con qualche
    successo - fece osservare il capitano Hull.
    In quel momento, e come per confermare le parole del capitano, risuonò
    a prua la voce di un marinaio:
    - Balena a sinistra!
    Il capitano, drizzatosi, esclamò:
    - Una balena!
    E, spinto dal suo istinto di pescatore,  si precipitò sul castello del
    "Pilgrim",  seguito subito dalla signora Weldon, da Jack, da Dick Sand
    e persino dal cugino Bénédict.
    Infatti, a quattro miglia sottovento, un certo ribollimento nell'acqua
    indicava che un grosso mammifero marino si agitava  tra  quelle  acque
    rossastre: nessun pescatore di balene poteva ingannarsi.
    Ma  la distanza era ancora troppo considerevole perché fosse possibile
    poter definire a quale specie il mammifero  appartenesse;  le  specie,
    infatti, sono parecchie e molto diverse tra di loro.
    Si  trattava  di una balena franca,  ricercata in modo particolare dai
    pescatori dei  mari  del  nord?  Questi  cetacei,  privi  della  pinna
    dorsale,  ma la cui pelle ricopre uno spesso strato di grasso, possono
    raggiungere una  lunghezza  di  venti  piedi,  sebbene  la  media  non
    oltrepassi  i  sedici,  e  in  tal  caso  uno  solo  di questi cetacei
    giganteschi fornisce sino a duecento barili di olio.
    O si trattava, invece, di un «hump-back», appartenente alla specie dei
    balenotteri,   designazione  che  avrebbe   dovuto   meritare   almeno
    l'attenzione dell'entomologo?  Questa specie possiede pinne dorsali di
    color bianco,  la cui lunghezza è circa la metà di quella  del  corpo,
    che hanno l'aspetto di ali: una balena volante, insomma!
    O non era forse in vista, più verosimilmente, un «fin-back», mammifero
    conosciuto  anche  con  il  nome di «jubarte»,  che è provvisto di una
    pinna dorsale e lungo come una balena franca?
    Il capitano Hull e i suoi marinai non potevano ancora pronunziarsi, ma
    guardavano l'animale con più cupidigia che ammirazione.
    Se è vero che un orologiaio non può trovarsi in un salone davanti a un
    pendolo senza provare l'irrefrenabile  desiderio  di  caricarlo,  come
    dev'essere  più  forte  il  desiderio  di  un  pescatore  di balene di
    impadronirsi di un  tale  mammifero  quando  se  lo  vede  davanti!  I
    cacciatori  di  selvaggina  grossa,  si  dice,  sono  più  ardenti dei
    cacciatori  di  selvaggina  piccola...  Vuol  dire,  dunque,  che  più
    l'animale  è  grosso,  più è intensa la bramosia di conquistarlo!  Che
    cosa devono provare, allora, i cacciatori di elefanti e i pescatori di
    balene?  E bisogna anche non dimenticare il disappunto dell'equipaggio
    del  "Pilgrim"  di dover tornare insoddisfatto in patria con un carico
    incompleto...
    Intanto il capitano Hull cercava di identificare l'animale  avvistato,
    che  non  era ben visibile.  Tuttavia l'occhio esperto di un baleniere
    non poteva sbagliare su alcuni particolari che  si  notano  meglio  da
    lontano che da vicino.
    Infatti,  la  colonna  d'acqua  e  di vapore che la balena manda fuori
    dagli sfiatatoi dovette attirare  l'attenzione  del  capitano  Hull  e
    indicargli la specie cui apparteneva il cetaceo.
    -  Non è una balena franca!  - esclamò.  - Il getto sarebbe più alto e
    più sottile;  se il rumore che il getto  produce  nell'uscire  potesse
    essere  paragonato  al  rombo  lontano di un cannone,  sarei portato a
    credere che si tratti di un «hump-back»,  ma non è così  e,  prestando
    bene l'orecchio,  si può dedurre che il rumore è di tutt'altra natura.
    Che ne pensi, Dick? - domandò il capitano Hull, rivolgendosi al mozzo.
    - Sarei indotto a pensare, capitano,  che si tratti di una «jubarte» -
    rispose Dick. - Guardate con quanta violenza i suoi sfiatatoi lanciano
    in aria la colonna liquida!  Non vi pare inoltre, fatto che mi darebbe
    ragione, che il getto contenga più acqua che vapore? E questa,  se non
    erro, è una particolarità propria della «jubarte».
    - Hai ragione,  Dick,  non c'è più alcun dubbio!  E' una «jubarte» che
    naviga sulla  superficie  di  quelle  acque  rossastre  -  rispose  il
    capitano Hull.
    - Com'è bella! - esclamò Jack.
    - Sì, bimbo mio. E pensare che quel grosso animale sta tranquillamente
    mangiando,  e  non  immagina neppure lontanamente che dei balenieri lo
    stiano osservando!
    - Oserei dire che è una «jubarte» di grandi  dimensioni...  -  osservò
    Dick.
    -  Senza  dubbio  -  rispose il capitano,  che si andava entusiasmando
    sempre di più. - Ritengo che sia lunga almeno settanta piedi.
    - Bene! - esclamò il nostromo. - Sarebbe sufficiente una mezza dozzina
    di balene di quella mole per riempire un bastimento come il nostro!
    - Basterebbe certo! - replicò il capitano Hull, che salì sul bompresso
    per vedere meglio.
    - E con questa - aggiunse - potremo in poche ore imbarcare la metà dei
    duecento barili d'olio che ci mancano!
    - -Sì... sì... è proprio così - mormorava il capitano Hull.
    - -Siamo d'accordo,  - riprese Dick Sand - ma spesso non è  affare  da
    poco attaccare uno di questi grossi cetacei.
    -  Impresa difficile,  difficilissima!  - replicò il capitano Hull.  -
    Questi balenotteri sono dotati di code  formidabili,  alle  quali  non
    bisogna  avvicinarsi  senza  precauzioni.  La  più  solida  piroga non
    resisterebbe a un colpo ben assestato di una di quelle code.  Ma  vale
    la pena di rischiare!
    - Bah! - esclamò uno dei marinai - impadronirsi di una bella «jubarte»
    sarebbe un gran successo!
    - -E vantaggioso anche! - aggiunse un altro.
    - Quindi un vero peccato, direi, non salutare da vicino questa che sta
    passando!
    Era  chiaro  che  quei  bravi  marinai  si eccitavano alla vista della
    balena,  un carico di barili d'olio che navigava dinanzi ai loro occhi
    e  a portata delle loro braccia...  A sentirli parlare,  non c'era più
    che da issare i barili nella stiva del  "Pilgrim"  per  completare  il
    carico!
    Alcuni marinai, arrampicati tra le griselle dell'albero di trinchetto,
    lanciavano grida di entusiasmo.  Il capitano Hull,  che non diceva più
    nulla, si mordicchiava le unghie. Pareva che un'irresistibile calamita
    attirasse il "Pilgrim" e il suo equipaggio!
    - Mamma, mamma,  - gridò allora il piccolo Jack - vorrei proprio avere
    la balena per vedere com'è fatta.
    - Ah, piccolo, tu vuoi avere quella balena? E perché no, amici miei? -
    rispose il capitano Hull,  cedendo infine al suo desiderio segreto.  -
    Ci mancano i pescatori di rinforzo, sì, ma anche da soli...
    - Sì... sì! - esclamarono a una voce i marinai.
    - Non sarà questa la prima volta che farò il lavoro di  fiociniere,  -
    aggiunse il capitano Hull - e voi potrete vedere se sono ancora capace
    di lanciare il rampone!
    - Urrà! Urrà! Urrà! - rispose l'equipaggio.
    7.
    PREPARATIVI.
    E'  facile  comprendere  l'entusiasmo  suscitato  dalla  vista di quel
    prodigioso mammifero tra gli uomini del "Pilgrim"!
    La balena che navigava tra quelle acque rossastre appariva  enorme,  e
    il pensiero di riuscire a catturarla,  completando così il carico, era
    veramente tentatore!  Potevano forse dei pescatori lasciarsi  sfuggire
    una simile occasione?
    La  signora  Weldon,  tuttavia,  ritenne  suo  dovere  informarsi  dal
    capitano se non  fosse  pericoloso  per  lui  e  per  i  suoi  marinai
    attaccare la balena in quelle condizioni.
    - Nessun pericolo,  signora Weldon - rispose il capitano. - Più di una
    volta mi è accaduto di  dare  la  caccia  alla  balena  con  una  sola
    imbarcazione,  e  sono  sempre  riuscito  nell'impresa.  Ve lo ripeto,
    signora, per noi non c'è alcun pericolo e, di conseguenza, neppure per
    voi.
    La signora Weldon, rassicurata, non insistette.
    Il capitano Hull cominciò subito a fare i preparativi necessari per la
    cattura.  Sapeva,   per  esperienza,   che  l'inseguimento  di  questi
    balenotteri non è privo di difficoltà, ed egli voleva superarle.
    Ciò che rendeva più complessa la cattura era il fatto che l'equipaggio
    del   brigantino-goletta   non   poteva  lavorare  che  con  una  sola
    imbarcazione, sebbene il "Pilgrim" fosse dotato di una scialuppa posta
    sul suo cavalletto tra l'albero maestro e  l'albero  di  trinchetto  e
    anche di tre baleniere, di cui due sospese a sinistra e a dritta, e la
    terza a poppa.
    Queste  tre  baleniere,  di  solito,  venivano  usate  simultaneamente
    nell'inseguimento dei cetacei;  ma,  durante la stagione di pesca,  si
    sa,   veniva  imbarcato  sul  "Pilgrim"  un  equipaggio  di  rinforzo,
    ingaggiato nei porti della Nuova Zelanda.
    Nelle condizioni attuali, invece,  il Pilgrim non aveva a disposizione
    che i cinque marinai di bordo,  equipaggio per una sola baleniera,  né
    era possibile ricorrere all'aiuto di Tom e dei suoi  compagni  che  si
    erano subito offerti di collaborare, giacché, per manovrare una piroga
    da  pesca  ci  vogliono  marinai particolarmente esperti.  Un colpo di
    timone o una remata fuori luogo sarebbero bastati a  compromettere  la
    salvezza della baleniera durante l'attacco.
    D'altra  parte,  il capitano Hull non voleva abbandonare la nave senza
    lasciare un  uomo  di  equipaggio  di  sua  piena  fiducia;  occorreva
    prevedere  qualsiasi eventualità,  quindi egli,  obbligato a scegliere
    dei marinai robusti per equipaggiare la baleniera,  doveva  per  forza
    lasciare a Dick Sand il compito di sorvegliare il "Pilgrim".
    -  Dick,  -  gli  disse  -  lascio a te l'incarico di rimanere a bordo
    durante la mia assenza che, spero, sarà breve!
    - Sta bene, signore! - rispose il giovane mozzo.
    Dick Sand avrebbe voluto partecipare alla cattura,  che aveva per  lui
    grande attrattiva,  ma comprese che, da un lato, le braccia di un uomo
    fatto valevano più delle sue per il servizio sulla  baleniera  e  che,
    dall'altro,  lui  solo  poteva sostituire il capitano Hull.  Quindi si
    rassegnò.
    Sulla   baleniera   dovevano   prender   posto   i    cinque    uomini
    dell'equipaggio,  compreso il nostromo Howik, ossia tutto l'equipaggio
    del "Pilgrim";  i quattro marinai sarebbero stati ai remi e  Howik  al
    remo di coda,  che serve a dirigere un'imbarcazione di quel genere. Un
    semplice timone, infatti, non avrebbe un'azione immediata e,  nel caso
    in cui i remi laterali fossero stati messi fuori uso,  quello di coda,
    manovrato a dovere,  poteva mettere la baleniera fuori di portata  dai
    colpi del mostro.
    Restava   il  capitano  Hull  che  si  era  riservato  il  compito  di
    fiociniere, compito che, come aveva detto,  non assolveva per la prima
    volta.   Toccava  a  lui,  dunque,  lanciare  prima  il  rampone,  poi
    sorvegliare lo svolgersi della lunga corda  fissata  all'estremità  di
    quello,  e  infine  finire  l'animale a colpi di lancia quando sarebbe
    ritornato alla superficie dell'oceano.
    I balenieri usano talvolta delle armi da fuoco per  questo  genere  di
    pesca.  Per  mezzo  di una macchina speciale,  simile a un cannoncino,
    situata a bordo della nave o a prua dell'imbarcazione, essi lanciano o
    un rampone che trascina con sé la corda  legata  alla  sua  estremità,
    ovvero  palle  esplosive  che  producono  gravi devastazioni nel corpo
    dell'animale.
    Ma il "Pilgrim" non aveva apparecchi del genere, che sono,  del resto,
    macchinari  assai  costosi  e  difficili  da  manovrare;  e pare che i
    pescatori,  poco favorevoli alle  innovazioni,  preferiscano  le  armi
    primitive  quali  il  rampone  e  le  lance,  di  cui  sono abituati a
    servirsi.  Era dunque con i mezzi ordinari,  attaccando cioè la balena
    ad  arma  bianca,  che  il  capitano  Hull si accingeva a catturare la
    «jubarte» segnalata a cinque miglia dalla sua nave. Anche il tempo era
    favorevole alla spedizione: il mare calmissimo,  propizio alle manovre
    di una baleniera,  un vento che tendeva ad affievolirsi e a permettere
    al "Pilgrim" di rimanere  quasi  del  tutto  immobile  mentre  il  suo
    equipaggio era occupato al largo.
    La  baleniera  di dritta fu dunque subito calata in mare,  e i quattro
    marinai si imbarcarono.  Howik diede loro due grossi  giavellotti  che
    servivano  da  ramponi  e,  inoltre,  due lance dalla punta aguzza.  A
    queste  armi  di  offesa  aggiunse  cinque  rotoli  di  quella   corda
    flessibile  e resistente che i balenieri chiamano «lenza» e che misura
    seicento piedi di lunghezza. Non ne basta una quantità minore,  poiché
    spesso  accade  che queste corde,  attaccate testa a testa,  non siano
    sufficienti, tanto la balena si immerge in profondità.
    Queste erano le armi accuratamente disposte a bordo dell'imbarcazione.
    Howik e i quattro  marinai  non  attendevano  che  l'ordine  di  levar
    l'ancora.
    Un  solo  posto  era  ancora libero sulla baleniera: quello che doveva
    occupare il capitano Hull.
    Va da sé che l'equipaggio del "Pilgrim",  prima di lasciare  la  nave,
    l'aveva messa in panna, ossia aveva orientato i pennoni in modo che le
    vele,  ostacolando  a  vicenda  la  loro  azione,  mantenessero  quasi
    immobile il brigantino-goletta.
    Al momento di imbarcarsi,  il capitano  Hull  gettò  un  ultimo  colpo
    d'occhio  sulla  sua  nave e si assicurò che tutto fosse in ordine: le
    drizze  ben  disposte,  le  vele  convenientemente  orientate.  Poiché
    lasciava  la  nave nelle mani del giovane mozzo durante un'assenza che
    poteva prolungarsi anche per parecchie ore, egli voleva,  e a ragione,
    che,  a meno di casi urgenti,  Dick Sand non dovesse effettuare alcuna
    manovra.
    Al momento di partire, gli fece le ultime raccomandazioni.
    - Dick, ti lascio solo - gli disse. - Bada a tutto e se,  per assurdo,
    fosse  necessario  mettere  in moto la nave,  nel caso che noi fossimo
    trascinati lontano  nell'inseguimento  della  balena,  Tom  e  i  suoi
    compagni potranno senz'altro venirti in aiuto: se spiegherai loro bene
    ciò che dovranno fare, sono certo che ci riusciranno.
    -  Sì,  capitano  Hull - rispose il vecchio Tom.  - Il signor Dick può
    contare su di noi. - Comandateci! Comandateci!  - gridò Bat.  -Abbiamo
    tanto desiderio di renderci utili!
    -  Su che cosa dobbiamo sparare?  - domandò Hercule,  rimboccandosi le
    larghe maniche della giacca.
    - Per adesso su niente - rispose Dick Sand, sorridendo.
    - Ai vostri ordini! - riprese il colosso.
    - Dick,  - aggiunse il capitano Hull - il tempo è bello,  il  vento  è
    caduto  e  non  c'è  alcun  indizio  che voglia riprendere a soffiare.
    Soprattutto,  qualsiasi cosa accada,  non  mettere  in  mare  un'altra
    imbarcazione e non abbandonare la nave!
    - Intesi, capitano!
    -  Se  sarà  per caso necessario che il "Pilgrim" ci raggiunga,  te lo
    segnalerò issando la bandiera su una gaffa.
    - State tranquillo,  capitano,  non perderò di vista  la  baleniera  -
    rispose Dick Sand.
    -  Bene,  ragazzo  mio.  Coraggio  e sangue freddo: eccoti capitano in
    seconda! Fa' onore al tuo grado e pensa che nessuno, alla tua età,  ha
    mai occupato un posto simile!
    Dick Sand non rispose, ma arrossì e sorrise. Il capitano Hull comprese
    il sorriso e il rossore.
    «Che bravo ragazzo! Modesto, sereno e di buon umore: è proprio
    sempre così!», disse fra sé il capitano.
    Tuttavia,  da  queste  insistenti  raccomandazioni,  si  capiva che il
    capitano,  sebbene non vi fosse alcun pericolo,  lasciava a malincuore
    la sua nave anche soltanto per poche ore.  Ma un irresistibile istinto
    di pescatore e,  soprattutto,  l'intenso desiderio  di  completare  il
    carico  d'olio  e  di  non  venir  meno agli impegni presi da James W.
    Weldon a Valparaiso,  lo spingevano  a  tentare  l'avventura.  D'altra
    parte,   quel   mare  così  bello  si  prestava  in  modo  eccezionale
    all'inseguimento di un cetaceo;  né lui né il suo equipaggio sarebbero
    stati capaci di resistere a simile tentazione. La campagna di campagna
    di   pesca   sarebbe   stata   finalmente  completa,   e  quest'ultima
    considerazione occupava il primo posto nel cuore del capitano Hull.
    Egli si diresse verso la scaletta.
    - Buona fortuna! - lo salutò la signora Weldon.
    - Grazie, signora!
    - Vi prego di non fare troppo male a quella povera bestia!  - gridò il
    piccolo Jack.
    - No, bimbo mio! - rispose il capitano.
    - Prendetela con dolcezza, signore!
    - Sì... con i guanti, piccolo Jack!
    -  Talvolta,  -  fece  osservare il cugino Bénédict - si trovano degli
    insetti stranissimi sul dorso di questi enormi mammiferi.
    - Ebbene,  signor Bénédict,  avrete il diritto di «entomologizzare» la
    nostra  «jubarte»  quando sarà lunga distesa sul ponte del "Pilgrim" -
    rispose ridendo il capitano Hull.
    Poi, rivolgendosi a Tom:
    - Tom,  faccio conto su di voi e sui vostri compagni  -  disse  -  per
    aiutarci  poi  a  tagliare  a  pezzi  la balena quando sarà ormeggiata
    presso la nave, cosa che avverrà presto...
    - A vostra disposizione, signore - rispose il vecchio Tom.
    - Bene! - disse il capitano. - Dick,  questi bravi amici ti aiuteranno
    a  preparare i barili vuoti che,  durante la nostra assenza,  dovranno
    essere portati sul ponte: così al nostro ritorno ce la sbrigheremo più
    presto.
    - Sarà fatto, capitano!
    Per chi non lo sapesse, occorre dire che la balena,  una volta uccisa,
    deve  essere rimorchiata sino alla nave e solidamente legata a dritta.
    Allora i marinai,  calzati di speciali stivali uncinati,  salgono  sul
    dorso  dell'enorme  cetaceo  e  lo  tagliano  con  un metodo a strisce
    parallele dalla testa  alla  coda,  strisce  che  vengono  in  seguito
    tagliate  in  parti da un piede e mezzo,  divise a loro volta in pezzi
    che, dopo essere deposti nei barili, vengono calati nella stiva.
    Di solito, la baleniera, terminata la pesca, manovra in modo da toccar
    terra  il  più  presto  possibile   per   terminare   le   operazioni.
    L'equipaggio  scende  a  terra  e  procede alla fusione del lardo che,
    sotto l'azione del calore, dà la sua parte migliore,  cioè l'olio (3).
    Ma  nelle  circostanze  attuali,  il  capitano  Hull non poteva neppur
    pensare a ritornare indietro per compiere  questa  operazione;  faceva
    conto di fondere il lardo a Valparaiso e, del resto, con quel vento di
    ovest  che non poteva tardare a farsi sentire,  sperava di raggiungere
    la costa americana prima di venti giorni,  e questo lasso di tempo non
    poteva compromettere il risultato della pesca.
    Era  giunto  il  momento  di partire.  Prima di mettersi in panna,  il
    "Pilgrim" si  era  un  po'  avvicinato  al  luogo  in  cui  la  balena
    continuava a segnalare la sua presenza con getti di acqua e di vapore.
    Nuotava  sempre  in  mezzo  al  vasto  campo  rossastro  di  crostacei
    spalancando automaticamente la sua ampia bocca e inghiottendo  a  ogni
    sorsata miriadi di animaletti.  Secondo l'equipaggio,  non c'era alcun
    pericolo che essa pensasse di fuggire: era chiaro  che  apparteneva  a
    quel genere di balene che i pescatori definiscono «da combattimento».
    Il capitano Hull scavalcò l'impavesata e,  scesa la scaletta di corsa,
    raggiunse la prua della baleniera.
    La  signora  Weldon,  il  cugino  Bénédict,  Tom  e  i  suoi  compagni
    augurarono per l'ultima volta buona fortuna al capitano.
    Anche Dingo rizzandosi sulle zampe e passando la testa al di sopra del
    guardamano, voleva dire addio all'equipaggio.
    Poi  tutti  tornarono a prua per non perdere nessun particolare di una
    pesca così affascinante.
    La baleniera si staccò e,  sotto  la  spinta  dei  suoi  quattro  remi
    vigorosamente maneggiati, si allontanò a poco a poco dal "Pilgrim".
    -  Bada  a tutto,  Dick,  bada a tutto!  - gridò per l'ultima volta il
    capitano Hull al giovane mozzo.
    - Contate su di me, signore!
    - Un occhio alla  nave  e  un  occhio  alla  baleniera,  ragazzo!  Non
    dimenticarlo!
    - Sarà fatto,  capitano - rispose Dick, e andò a prender posto accanto
    al timone.
    La leggera imbarcazione si trovava già a parecchie centinaia di  piedi
    dal  "Pilgrim".  Il capitano Hull,  ritto a prua,  non riuscendo più a
    farsi sentire, rinnovava con gesti espressivi le sue raccomandazioni.
    Fu in quel momento che Dingo,  sempre  con  le  zampe  appoggiate  sul
    passamano,  mandò  un  latrato  lamentoso  che  avrebbe  impressionato
    sfavorevolmente qualche persona superstiziosa.
    Quel latrato fece trasalire la signora Weldon.
    - Dingo, Dingo! E' così che incoraggi i tuoi amici? - disse rivolta al
    cane. - Suvvia, un bel latrato limpido e allegro!
    Il cane tacque e,  lasciandosi ricadere  sulle  quattro  zampe,  mosse
    lentamente verso la signora Weldon e le leccò affettuosamente la mano.
    - Non muove la coda! - mormorò Tom a bassa voce. - Cattivo segno!
    Ma quasi subito Dingo si drizzò di nuovo ed emise un furioso latrato.
    La signora Weldon si voltò.  Negoro era uscito sul ponte e si dirigeva
    verso la prua,  senza dubbio con l'intenzione di seguire con gli altri
    le manovre della baleniera.
    Dingo   si  slanciò  verso  il  cuoco  in  preda  al  più  violento  e
    inesplicabile furore.  Negoro afferrò una manovella  e  si  preparò  a
    difendersi. Il cane stava per saltargli alla gola.
    - Qui, Dingo, qui! - gridò Dick Sand che, abbandonato per un attimo il
    suo posto di osservazione, corse vero la prua.
    La signora Weldon, intanto, cercava di calmare l'animale.
    Dingo obbedì con riluttanza, continuando a ringhiare sordamente, tornò
    verso il giovane mozzo.
    Negoro non aveva detto una parola,  ma il suo volto era impallidito e,
    lasciata cadere la manovella, il giovane era tornato in cucina.
    - Hercule,  - disse allora Dick Sand  -  vi  incarico  di  sorvegliare
    quell'uomo in modo particolare.
    -  Lo farò - rispose semplicemente Hercule,  mostrando con eloquenza i
    suoi enormi pugni.
    La signora Weldon e Dick Sand volsero allora lo sguardo alla baleniera
    che procedeva rapidamente, spinta dai quattro remi.  Ormai non era più
    che un punto sul mare...

    8.
    LA «JUBARTE».
    Il capitano Hull, esperto baleniere com'era, non doveva lasciare nulla
    al  caso.  La  cattura  di una balena è un'impresa difficile,  nessuna
    precauzione può essere trascurata, e nessuna infatti lo fu.
    Dapprima il capitano Hull manovrò  in  modo  da  accostare  la  balena
    sottovento,  affinché  nessun  rumore  potesse rivelarle l'avvicinarsi
    dell'imbarcazione.
    Howik  diresse  dunque  la  baleniera  seguendo  la  curva   piuttosto
    allungata  del  banco  rossastro,  in  mezzo  al  quale galleggiava la
    «jubarte», in modo da poterla aggirare.  Il nostromo,  preposto a tale
    manovra,  era  un  marinaio  dotato  di  un grande sangue freddo e che
    godeva la massima fiducia del capitano Hull.  Non c'era da temere,  da
    parte sua, né una piccola incertezza, né un momento di distrazione.
    -  Attento,  Howik!  -  disse il capitano Hull.  - Dobbiamo tentare di
    prendere la balena di  sorpresa.  Non  facciamoci  scorgere  prima  di
    essere pronti a lanciare il rampone.
    - D'accordo,  capitano - rispose il nostromo. - Seguirò il contorno di
    queste acque rossastre in modo da tenermi sempre sottovento.
    - Bene! - confermò il capitano. - Attenti,  ragazzi,  il minimo rumore
    possibile con i remi...
    I remi, accuratamente avvolti nella paglia, si muovevano in silenzio.
    L'imbarcazione,  abilmente diretta,  aveva raggiunto l'ampio banco dei
    crostacei.  I remi di dritta affondavano nell'acqua  verde  e  limpida
    mentre quelli di sinistra,  sollevando il liquido rossastro,  parevano
    lasciar cadere gocciole di sangue.
    - Vino e acqua! - osservò un marinaio.
    - Già, ma acqua che non si può bere e vino che non si può mandare giù!
    - rispose il capitano Hull.  - Suvvia,  ragazzi,  non parliamo  più  e
    arranchiamo!
    La  baleniera,  diretta  dal  nostromo,  scivolava  senza rumore sulla
    superficie di quelle acque untuose, come se navigasse su uno strato di
    olio.
    La  «jubarte»  era  immobile  e  pareva  che  non  si  fosse   accorta
    dell'imbarcazione  che  le  stava  descrivendo  un cerchio attorno,  e
    intanto  il  capitano  Hull,  facendo  questo  giro,   si  allontanava
    necessariamente   dal   "Pilgrim"   che,   per  la  distanza,   pareva
    rimpicciolirsi sempre di più.
    E' assai bizzarro l'effetto della rapidità  con  la  quale,  in  mare,
    diminuiscono  gli  oggetti.  Pare  sempre di guardarli con un binocolo
    alla rovescia,  e questa  illusione  ottica  è  dovuta  al  fatto  che
    mancano, su quegli ampi spazi, punti di paragone. Così avveniva per il
    "Pilgrim"  che  rimpiccioliva  a  vista  d'occhio  e  pareva molto più
    lontano di quanto non fosse realmente.
    Mezz'ora dopo averlo lasciato,  il capitano Hull e i suoi compagni  si
    trovavano esattamente sottovento alla balena, in modo che questa era a
    mezza strada tra la nave e l'imbarcazione.
    Era  giunto  il  momento  di  avvicinarsi,  facendo  il  minimo rumore
    possibile;  si poteva accostare l'animale di  fianco  e  gettargli  il
    rampone prima di risvegliare la sua attenzione.
    - Più adagio, ragazzi! - disse il capitano Hull a voce bassa.
    - Mi pare che la nostra preda abbia sentito qualcosa. Soffia con minor
    violenza di quanto non facesse poco fa... - osservò Howik.
    - Silenzio! Silenzio! - raccomandò ancora il capitano Hull.
    Cinque  minuti  dopo,  la  baleniera si trovava a circa duecento metri
    dalla «jubarte».
    Il nostromo,  in piedi a poppa,  manovrò in  modo  da  avvicinarsi  al
    fianco sinistro del mammifero, evitando con la massima cura di passare
    a  portata  della  formidabile  coda che,  con un solo colpo,  avrebbe
    rovesciato l'imbarcazione.
    A prua,  il capitano Hull,  con le gambe  leggermente  divaricate  per
    mantenersi  meglio  in  equilibrio,  teneva  in mano il rampone con il
    quale stava per sferrare il primo colpo. Data la sua abilità si poteva
    essere sicuri che il rampone sarebbe affondato nell'enorme  massa  che
    emergeva dall'acqua.
    Accanto  al  capitano  stava  il  primo  dei  cinque  rotoli di corda,
    solidamente fissato al rampone;  a questo si sarebbero successivamente
    aggiunti  gli altri quattro se la balena si fosse immersa a una grande
    profondità.
    - Ci siamo, ragazzi? - mormorò il capitano Hull.
    - Sì - rispose Howik,  stringendo solidamente il remo  con  le  larghe
    mani.
    - Accosta! Accosta!
    Il  nostromo obbedì all'ordine,  e la baleniera giunse a meno di dieci
    piedi dall'animale.
    Il bestione non si muoveva e pareva che dormisse.  La balena,  che  si
    riesce a sorprendere nel sonno,  offre una presa più facile,  e spesso
    accade  che  il  primo  colpo  che  le  viene  inferto   la   colpisca
    mortalmente.
    «Questa  immobilità  è  molto strana!»,  pensò il capitano Hull.  «Non
    credo che la bricconcella dorma e tuttavia...  c'è qualcosa che non mi
    va!».
    Così  pensava  pure  il  nostromo,  che  cercava di scorgere il fianco
    opposto dell'animale.
    Ma quello non era più il momento di  riflettere,  era  il  momento  di
    attaccare.
    Il capitano Hull,  tenendo solidamente il rampone al centro dell'asta,
    lo bilanciò tre volte per meglio assicurare la precisione  del  colpo,
    mentre mirava al fianco dell'animale. Poi lo lanciò con tutta la forza
    del braccio.
    - Indietro! Indietro! - gridò subito.
    E i marinai,  remando all'unisono,  fecero indietreggiare la baleniera
    con l'intento di metterla prudentemente al riparo dai  colpi  di  coda
    del cetaceo.
    In quel momento,  un grido del nostromo fece comprendere il motivo per
    cui  la  balena  fosse  da  tanto  tempo  immobile  sulla   superficie
    dell'acqua.
    - Un balenottero! - esclamò.
    Infatti la «jubarte»,  dopo essere stata colpita dall'arpione,  si era
    quasi interamente rovesciata sul fianco,  lasciando scoprire  così  un
    balenottero, che essa stava allattando.
    Questa  circostanza,  e il capitano Hull lo sapeva benissimo,  avrebbe
    reso più difficile la cattura del cetaceo.  La madre si sarebbe difesa
    molto  più  furiosamente,  tanto  per  sé quanto per proteggere il suo
    «piccolo»,  sempre che si potesse definire «piccolo»  un  animale  che
    misurava almeno venti piedi.
    Tuttavia,  al contrario di quanto ci si aspettava, la «jubarte» non si
    precipitò immediatamente contro l'imbarcazione  e  non  fu  necessario
    prendere la fuga tagliando il colpo di lenza attaccata al rampone.  Al
    contrario,  la balena,  come avviene del resto nella maggior parte dei
    casi, seguita dal balenottero, dapprima si immerse obliquamente e poi,
    sollevandosi con un enorme balzo,  cominciò a filare tra due acque con
    una estrema rapidità.
    Ma avanti che avesse fatto il suo primo tuffo,  il capitano Hull e  il
    nostromo,  entrambi in piedi,  avevano avuto il tempo di vederla e, di
    conseguenza, di stimarla al giusto valore.
    La «jubarte» era in realtà una balena di enormi dimensioni:  misurava,
    dalla  testa  alla coda,  almeno ottanta piedi;  la sua pelle di color
    bruno giallastro era come chiazzata di macchie di un bruno più  scuro.
    Sarebbe  stato un vero peccato se,  dopo un inizio così fortunato,  si
    fosse dovuto abbandonare una preda così bella.
    L'inseguimento o,  meglio,  il rimorchiamento aveva avuto  inizio.  La
    baleniera,  con i remi alti, correva come una freccia scivolando sulla
    sommità delle onde.  Howik la  dirigeva  imperturbabile,  malgrado  le
    rapide,  spaventose oscillazioni. Il capitano Hull, con l'occhio fisso
    alla preda, continuava il suo eterno ritornello:
    - Attento, Howik, attento!
    E si poteva essere sicuri che l'attenzione vigilante del nostromo  non
    si sarebbe affievolita un istante.
    Tuttavia,  poiché la baleniera non correva così rapida come la balena,
    la lenza si svolgeva a una velocità tale da far temere  che  prendesse
    fuoco,  tanto  era forte l'attrito contro il fasciame della baleniera.
    Perciò il capitano  Hull  aveva  cura  di  tenerla  umida,  riempiendo
    d'acqua la botte, in fondo alla quale la lenza era arrotolata.
    Pareva  che  la  «jubarte» non volesse fermarsi,  né rallentare la sua
    fuga.  La seconda lenza fu dunque attaccata alla prima,  e non tardò a
    essere  trascinata  con  la  stessa rapidità.  Cinque minuti dopo,  si
    dovette  ricorrere  alla  terza  che,  come  le  altre,   fu  sommersa
    nell'acqua.
    La  balena  non si fermava: evidentemente il rampone non era penetrato
    in un punto vitale  e  inoltre  si  poteva  capire,  anche  osservando
    l'obliquità  più  accentuata  della  lenza,  che l'animale,  invece di
    tornare a galla, sprofondava sempre di più.
    - Accidenti!  Accidenti!  - mormorava il capitano Hull.  - Non ho  mai
    visto una cosa simile! Demonio di una «jubarte»!
    Infine si dovette attaccare anche la quinta lenza, ed era già per metà
    consumata allorché parve afflosciarsi.
    - Bene! Bene! - esclamò il capitano Hull. - La lenza è meno tesa: pare
    che la «jubarte» cominci a essere stanca!
    In  quel  momento  il  "Pilgrim"  si  trovava  a  più di cinque miglia
    sottovento della baleniera. Il capitano Hull, alzando la bandiera, gli
    fece segno di avvicinarsi.  E quasi subito poté vedere che Dick  Sand,
    aiutato  da Tom e dai suoi compagni,  cominciava a rimuovere i pennoni
    in modo da orientarsi secondo il vento. Ma, dato che il vento,  debole
    e  instabile,  si  faceva sentire a sbuffi,  senza dubbio il "Pilgrim"
    avrebbe incontrato qualche difficoltà a raggiungere la  baleniera,  se
    pure ci fosse riuscito.
    Intanto,   secondo  le  previsioni,   la  «jubarte»  era  risalita  in
    superficie per riposare,  sempre con il rampone  infisso  nel  fianco.
    Rimase quasi immobile, come se volesse attendere il balenottero che in
    quella corsa furiosa era rimasto distanziato.
    Il  capitano  Hull  ordinò  di  aumentare  la  velocità  dei  remi per
    raggiungerla,  e ben presto la  baleniera  non  fu  più  che  a  breve
    distanza  dalla  preda.  Due  remi  furono  deposti  e  due marinai si
    armarono,  come aveva fatto il capitano,  di  due  lance  destinate  a
    colpire l'animale.
    Howik,  manovrando con abilità, si teneva pronto a voltare rapidamente
    l'imbarcazione, nel caso che la «jubarte» l'assalisse bruscamente.
    - Attenzione!  - gridò il capitano Hull.  - Non  fallite  il  colpo...
    mirate bene, ragazzi! Siamo pronti, Howik?
    - Sono pronto, signore, - rispose il nostromo - ma c'è una cosa che mi
    preoccupa: il fatto che la bestia, dopo essere fuggita così in fretta,
    stia adesso così tranquilla!
    - In realtà, Howik, la faccenda è sospetta.
    - Non fidiamoci!
    - D'accordo, ma andiamo avanti.
    Il  capitano  Hull si eccitava sempre più.  L'imbarcazione si avvicinò
    ancora,  mentre la «jubarte» non  faceva  che  girare  sul  posto.  Il
    piccolo balenottero non le era più vicino, e forse essa lo cercava.
    A un tratto diede un colpo di coda che la allontanò di una trentina di
    piedi.
    Si   preparava   di   nuovo  a  prendere  la  fuga:  bisognava  dunque
    ricominciare   quell'interminabile   inseguimento   sulla   superficie
    dell'acqua?
    -  Attenzione!  -  gridò  a  un  tratto  il capitano.  - La balena sta
    prendendo lo slancio per aggredirci! Al timone, Howik, al timone!
    In realtà la «jubarte» si era girata in modo  da  trovarsi  di  fronte
    alla baleniera;  poi, battendo violentemente l'acqua con le sue enormi
    pinne, si era slanciata in avanti.
    Il nostromo,  che si aspettava il colpo,  fece virare la barca in modo
    che  la  balena passò di fianco all'imbarcazione senza colpirla e,  in
    quel momento,  il capitano Hull e i  due  marinai  le  sferrarono  tre
    vigorosi colpi di lancia cercando di colpire qualche organo vitale.
    La «jubarte» si fermò e, gettando a grande altezza due colonne d'acqua
    mista a sangue, si slanciò di nuovo contro l'imbarcazione con un balzo
    terrificante. Bisognava davvero che quei marinai fossero dei pescatori
    ben decisi per non perdere la testa in un momento simile!
    Howik ancora una volta evitò abilmente l'attacco del mostro, spingendo
    l'imbarcazione di fianco.
    Tre  nuovi  colpi,  sferrati  a proposito,  infersero altre tre ferite
    all'animale che,  passando,  colpì con tale forza l'acqua con  la  sua
    formidabile coda da sollevare un'ondata enorme, come se all'improvviso
    il   mare  si  fosse  scatenato.   Poco  mancò  che  la  baleniera  si
    capovolgesse,  ma l'acqua,  oltrepassando il bordo,  la riempì sino  a
    metà.
    - Il secchio, il secchio! - gridò il capitano Hull.
    I due marinai,  abbandonati i remi, si misero a vuotare rapidamente la
    baleniera,  mentre  il  capitano  tagliava  la  lenza  divenuta  ormai
    inutile.
    La  balena,  resa  pazza  dal  dolore,  non pensava più a fuggire,  ma
    attaccava a sua volta, e la sua agonia minacciava di essere terribile.
    Una terza volta «invertì la rotta», come avrebbe detto un marinaio,  e
    si  precipitò di nuovo sull'imbarcazione.  Ma la baleniera,  piena per
    metà di acqua,  non poteva più manovrare con  la  facilità  di  prima.
    Nella  condizione  in  cui si trovava,  come avrebbe potuto evitare il
    colpo che la minacciava? Se non si riusciva più a governare il timone,
    come si poteva fuggire? E, del resto, per quanto rapida potesse essere
    l'imbarcazione,  la veloce «jubarte» l'avrebbe in ogni modo  raggiunta
    in pochi istanti. Non era il momento di attaccare, ma di difendersi, e
    il capitano Hull non ebbe alcun dubbio.
    Il  terzo  attacco  del  cetaceo  non  poté  essere evitato del tutto:
    passando, esso sfiorò la baleniera con la sua enorme pinna dorsale con
    tale forza che Howik fu rovesciato dal suo banco.
    Le tre lance, disgraziatamente deviate dall'oscillazione, fallirono il
    segno.
    - Howik!  Howik!  - gridò il capitano Hull,  che  faceva  egli  stesso
    fatica a mantenere l'equilibrio.
    - Presente! - rispose il nostromo, rialzandosi.
    Ma  in quell'attimo si accorse che,  nella caduta,  il remo di coda si
    era spezzato in due.
    - Un altro remo! - disse il capitano Hull.
    - Eccolo! - rispose Howik.
    In quel momento,  un ribollimento si produsse sotto la  superficie,  a
    poche  tese  dall'imbarcazione,  e  si  vide  ricomparire  il  piccolo
    balenottero. La «jubarte» lo scorse e si precipitò verso di lui.
    Questa circostanza non poteva che conferire alla  lotta  un  carattere
    più terribile: la «jubarte» si preparava a combattere per due.
    Il capitano Hull guardò dalla parte del "Pilgrim", e la sua mano agitò
    freneticamente l'asta su cui sventolava la bandiera.
    Che  cosa  poteva  fare  Dick  Sand  che non avesse già fatto al primo
    segnale avuto dal capitano? Le vele del "Pilgrim" erano orientate e il
    vento cominciava a gonfiarle,  ma disgraziatamente  il  "Pilgrim"  non
    possedeva  un'elica  per  mezzo della quale poter accelerare la corsa.
    Lanciare in mare un canotto e correre in  soccorso  del  capitano  con
    l'aiuto  dei negri sarebbe stata una considerevole perdita di tempo e,
    d'altra parte,  il mozzo aveva l'ordine di non  abbandonare  la  nave,
    qualsiasi cosa accadesse. Tuttavia egli fece calare il canotto di prua
    in acqua e lo trascinò a rimorchio affinché, in caso di bisogno, vi si
    potessero rifugiare il capitano e i suoi uomini.
    In   quel  momento  la  «jubarte»,   coprendo  con  il  suo  corpo  il
    balenottero,  era tornata alla carica,  e questa volta manovrò in modo
    da affrontare direttamente l'imbarcazione.
    - Attenzione, Howik! - gridò per l'ultima volta il capitano Hull.
    Ma il nostromo era,  per così dire,  disarmato. Invece di una leva, la
    cui lunghezza ne costituiva la forza,  non teneva più in mano  che  un
    remo spezzato. Tentò di virare di bordo, ma fu impossibile.
    I  marinai  compresero  di  essere  perduti  e  si  alzarono  in piedi
    lanciando un grido terribile che, forse, fu udito anche sul "Pilgrim".
    Un formidabile colpo di coda del mostro colpì la baleniera  da  sotto;
    l'imbarcazione,  proiettata  in  aria  con una violenza irresistibile,
    ricadde spezzata in tre monconi tra le  acque  furiosamente  sconvolte
    dai colpi della balena.
    Gli sventurati marinai,  per quanto gravemente feriti, avrebbero forse
    avuto la forza  di  mantenersi  ancora  a  galla,  sia  nuotando,  sia
    afferrandosi  a  qualche  rottame  galleggiante;  così fece appunto il
    capitano Hull che fu visto per un istante  issare  su  un  rottame  il
    corpo del nostromo...  ma la «jubarte», giunta al colmo del furore, si
    voltò,  fece un balzo e,  forse negli  estremi  momenti  di  un'agonia
    spaventosa,  batté con forza formidabile la coda sulle acque sconvolte
    nelle quali nuotavano ancora, dibattendosi, gli infelici marinai.
    Per qualche minuto non si vide più  che  una  tromba  liquida  che  si
    sparpagliava in zampilli da ogni parte.
    Quando,  un quarto d'ora più tardi,  Dick Sand che, seguito dai negri,
    si era precipitato sul canotto, giunse sul teatro della tragedia, ogni
    essere vivente era scomparso.  Non si vedeva più che  qualche  rottame
    della baleniera sulla superficie dell'acqua rossa di sangue...
    9.
    IL CAPITANO SAND.
    La  prima  sensazione che colpì i passeggeri del "Pilgrim" di fronte a
    quella terribile catastrofe fu un misto di pietà  e  di  terrore.  Non
    potevano  pensare ad altro che alla spaventosa morte del capitano Hull
    e dei suoi cinque marinai,  a quella scena  terribile  avvenuta  quasi
    sotto  i  loro occhi,  senza che essi potessero fare nulla per dare un
    aiuto!   Non  erano  neppure  arrivati  in   tempo   per   raccogliere
    l'equipaggio della baleniera,  i disgraziati compagni feriti ma ancora
    vivi,  e per opporre lo scafo del "Pilgrim" ai colpi formidabili della
    «jubarte»!  Il  capitano  Hull  e  i suoi compagni erano scomparsi per
    sempre.
    Quando il brigantino-goletta giunse sul luogo del disastro, la signora
    Weldon cadde in ginocchio con le mani rivolte al cielo, ed esclamò:
    - Preghiamo!
    Accanto a lei si inginocchiò e  pregò,  piangendo,  anche  il  piccolo
    Jack: il bimbo aveva capito.  Dick Sand,  Nan,  Tom e gli altri uomini
    rimasero in piedi,  a  capo  basso,  e  tutti  ripeterono  insieme  la
    preghiera che la signora Weldon rivolse a Dio,  raccomandando alla Sua
    infinita bontà coloro che gli erano appena comparsi dinanzi.
    Poi la signora Weldon, rivolgendosi ai compagni, disse:
    - E ora, amici miei, chiediamo a Dio forza e coraggio per noi stessi!
    Sì,  non potevano fare altro che implorare l'aiuto di Colui che  tutto
    può,  giacché la loro situazione era veramente drammatica! La nave non
    aveva più  né  un  capitano  per  comandarla,  né  un  equipaggio  per
    manovrarla,  e si trovava in mezzo all'immensità dell'Oceano Pacifico,
    a centinaia di miglia da qualsiasi terra, alla mercé dei venti e delle
    onde...
    Quale fatalità  aveva  dunque  condotto  la  balena  sulla  rotta  del
    "Pilgrim"?  Quale  fatalità,  più  crudele  ancora,  aveva  spinto  lo
    sventurato capitano Hull, di solito così saggio,  a correre un rischio
    così grave per completare il suo carico?  E quale tremenda catastrofe,
    tra le più rare negli annali della grossa pesca,  era mai  questa  che
    non aveva permesso di salvare neppure uno dei marinai della baleniera?
    Sì, era stata una fatalità terribile e ora, a bordo del "Pilgrim", non
    c'era più nemmeno un uomo d'equipaggio...  No, in realtà ce n'era uno,
    uno solo: Dick Sand,  ma non era che un mozzo,  un ragazzo di quindici
    anni!
    Capitano,   nostromo,   marinai,   tutto  l'equipaggio,  insomma,  era
    rappresentato da lui!
    A bordo, per di più,  si trovava una passeggera,  una madre con il suo
    bambino,  la  cui  presenza  rendeva  la  situazione ancora più grave.
    C'erano, è vero,  ancora cinque uomini,  bravi,  coraggiosi e pieni di
    zelo,  pronti  senza  dubbio  a  obbedire  a  chi  fosse  in  grado di
    comandarli, ma privi di qualsiasi nozione del mestiere di marinaio!
    Dick Sand, immobile e con le braccia conserte, stava fissando il punto
    in cui era scomparso il capitano Hull, il suo protettore, per il quale
    sentiva un  affetto  filiale.  I  suoi  occhi  percorsero  l'orizzonte
    sperando  di  avvistare  qualche nave alla quale chiedere aiuto e alla
    quale poter affidare almeno la signora Weldon e il suo bambino.
    Per nulla al mondo egli avrebbe abbandonato il "Pilgrim" prima di aver
    tentato ogni mezzo per condurlo in porto.  Se la signora Weldon  e  il
    piccolo Jack fossero stati posti in salvo, egli almeno non avrebbe più
    avuto  alcun  timore per la sorte di quelle due creature alle quali si
    era votato anima e corpo.
    L'oceano era deserto: dopo la scomparsa  della  «jubarte»,  nulla  era
    venuto ad alterarne la superficie. Attorno al "Pilgrim" soltanto cielo
    e acqua,  e il giovane mozzo sapeva molto bene di trovarsi fuori della
    rotta seguita dalle navi  mercantili  e  sapeva  anche  che  le  altre
    baleniere navigavano ancora lontano, nei luoghi di pesca.
    Ma  bisognava a ogni costo affrontare la situazione,  bisognava vedere
    le cose nella loro realtà.  E questo fece Dick Sand,  chiedendo a Dio,
    dal più profondo del cuore, ispirazione e soccorso.
    Che cosa doveva fare?
    In  quel  momento  ricomparve sul ponte Negoro,  che lo aveva lasciato
    subito dopo la catastrofe. Nessuno avrebbe potuto dire che cosa avesse
    provato quell'essere enigmatico di  fronte  a  una  sciagura  di  tale
    portata! Egli vi aveva assistito senza fare un gesto, senza uscire dal
    suo mutismo;  i suoi occhi avevano avidamente seguito la vicenda ma se
    qualcuno avesse potuto osservarlo in un  simile  momento,  si  sarebbe
    almeno  meravigliato di non veder trasalire neppure un muscolo di quel
    volto impassibile. In ogni caso, come se non avesse sentito, non aveva
    risposto al pietoso appello  della  signora  Weldon  che  pregava  per
    l'equipaggio inghiottito dal mare.
    Negoro si avviò verso poppa, proprio là dove Dick Sand stava immobile,
    e si fermò a tre passi da lui.
    - Avete qualcosa da dirmi? - domandò Dick Sand.
    - Devo parlare al capitano Hull o, in sua assenza, al nostromo Howik.
    - Ma lo sapete benissimo che entrambi sono periti! - esclamò il mozzo.
    -  Chi  dunque,  comanda  ora  a  bordo?  -  si informò Negoro in tono
    insolente.
    - Io! - rispose Dick Sand senza esitare.
    - Voi! - esclamò Negoro, e alzò le spalle. - Un capitano di
    quindici anni!
    - Sì, un capitano di quindici anni - rispose Dick Sand,  avvicinandosi
    al cuoco.
    Questi arretrò di un passo.
    -  Non dimenticate - intervenne allora la signora Weldon - che qui non
    c'è più che un capitano...  il capitano Sand,  ed è bene che ognuno si
    renda conto che egli saprà farsi ubbidire!
    Negoro  si inchinò,  mormorò in tono ironico qualche parola che non si
    riuscì a capire e tornò al suo posto.
    Ecco, la risoluzione di Dick Sand era presa.
    Intanto  il  brigantino-goletta,   sotto  l'impulso  del   vento   che
    cominciava  a  rinfrescare,  aveva  già  sorpassato  l'ampia  zona dei
    crostacei.
    Dick Sand ispezionò la condizione delle vele,  poi  i  suoi  occhi  si
    abbassarono sul ponte. Sentì allora una stretta al cuore pensando che,
    se gli si fosse presentata in avvenire una grave responsabilità,  egli
    doveva essere in grado di affrontarla. Diede uno sguardo ai superstiti
    del "Pilgrim" che in quel momento lo stavano fissando e,  leggendo nei
    loro  occhi  quanto  poteva contare su quegli uomini,  in poche parole
    disse loro che essi potevano, a loro volta, contare su di lui.
    Dick Sand aveva fatto, in piena sincerità, il suo esame di coscienza.
    Sebbene egli fosse in grado di modificare la velatura del  brigantino-
    goletta secondo le circostanze, servendosi dell'aiuto materiale di Tom
    e  dei suoi compagni,  non possedeva ancora,  è chiaro,  le conoscenze
    necessarie per stabilire il punto con il  calcolo.  Quattro  o  cinque
    anni  più tardi avrebbe conosciuto a fondo il difficile e bel mestiere
    del marinaio,  avrebbe saputo servirsi del sestante,  lo strumento che
    il  capitano Hull usava ogni giorno e che gli indicava l'altezza degli
    astri;  avrebbe saputo leggere nel cronometro l'ora del  meridiano  di
    Greenwich  e  ne  avrebbe dedotto la longitudine per mezzo dell'angolo
    orario;  il sole sarebbe diventato il suo consigliere di ogni  giorno,
    la  luna  e  i  pianeti  gli  avrebbero  detto:  là,   su  quel  punto
    dell'oceano, sta la tua nave! Quel firmamento,  sul quale le stelle si
    muovono  come  le sfere di un perfetto orologio che nessuna scossa può
    turbare, e la cui esattezza è perfetta, gli avrebbe fatto conoscere le
    ore e le distanze;  per mezzo delle osservazioni astronomiche  avrebbe
    riconosciuto,  come lo aveva riconosciuto ogni giorno il suo capitano,
    il luogo occupato dal "Pilgrim", la rotta seguita e quella da seguire!
    Ma ora,  e per giunta solo in modo approssimativo,  doveva chiedere la
    rotta unicamente al solcometro, alla bussola e alla deriva...
    Nonostante ciò, non si lasciò abbattere.
    La  signora  Weldon  comprese quello che si agitava nel cuore risoluto
    del giovane mozzo.
    - Grazie, Dick - gli disse con voce ferma.  - Il capitano Hull non c'è
    più, e tutti i suoi uomini sono periti con lui! La sorte del "Pilgrim"
    è nelle tue mani e sarai tu,  Dick, a portare in salvo la nave e tutti
    coloro che sono a bordo.
    - Sì,  signora Weldon - rispose Dick Sand;  - tenterò,  con l'aiuto di
    Dio!
    -  Tom e i suoi compagni sono uomini buoni,  sui quali puoi contare in
    modo assoluto.
    - Lo so, ne farò degli ottimi marinai e manovreremo insieme...  Con il
    tempo buono tutto sarà facile...  con il tempo cattivo,  ebbene... con
    il tempo cattivo lotteremo e  salveremo  voi,  signora  Weldon,  e  il
    vostro piccolo Jack,  salveremo tutti!  Sì, sento di poterlo fare! - E
    aggiunse: - Con l'aiuto di Dio!
    - E ora,  Dick,  puoi sapere  qual  è  la  posizione  del  Pilgrim?  -
    s'informò la signora Weldon.
    -  Con  facilità,  signora  -  rispose il mozzo.  - Devo semplicemente
    consultare la carta di bordo sulla quale è stato fatto ieri  il  punto
    dal capitano Hull.
    - E potrai indirizzare il "Pilgrim" sulla rotta giusta?
    -  Certo,  metterò  la  prua  all'est,  verso  il  punto  del litorale
    americano, dove dobbiamo sbarcare.
    - Dick,  tu capisci,  vero,  che la catastrofe che ci ha colpiti può e
    deve  modificare  i  nostri  primitivi progetti?  Non si tratta più di
    condurre il "Pilgrim" a Valparaiso;  la nostra destinazione è  ora  il
    porto più vicino alla costa americana - riprese la signora Weldon.
    - Senza dubbio, signora, non abbiate alcun timore - rispose Dick Sand.
    -  Non possiamo fare a meno di raggiungere la costa americana,  che si
    protende profondamente verso sud - rispose il mozzo.
    - Dove si trova? - domandò la signora Weldon.
    - Là,  in quella direzione - indicò Dick Sand,  mostrando con il  dito
    l'est, dopo aver guardato la bussola.
    -  Ebbene,  Dick,  poco  importa  che  sbarchiamo  a  Valparaiso  o in
    qualsiasi altro punto della costa; l'essenziale è sbarcare.
    - E noi sbarcheremo, signora Weldon,  e sbarcheremo in un luogo sicuro
    - rispose il giovane mozzo con voce ferma.  - Del resto, avvicinandoci
    alla terra, non perdo la speranza di incontrare qualche bastimento che
    faccia il piccolo cabotaggio. Ah, signora Weldon,  il vento comincia a
    spirare verso nord-ovest! Voglia Iddio che continui così: faremo molta
    strada,  e in fretta anche! Fileremo a vele spiegate, dalla brigantina
    al piccolo fiocco!
    Dick Sand aveva parlato con la sicurezza del  marinaio  che  si  sente
    sotto  i  piedi  una  nave  della quale è padrone assoluto a qualsiasi
    andatura.  Stava per prendere il timone  e  chiamare  i  compagni  per
    orientare  convenientemente  le  vele,  quando  la  signora Weldon gli
    ricordò che  doveva,  prima  di  tutto,  conoscere  la  posizione  del
    "Pilgrim".
    Era,  infatti,  la prima cosa da fare. Dick Sand andò nella cabina del
    capitano a prendere la carta sulla quale  era  segnato  il  punto  del
    giorno   prima.   Poté  così  mostrare  alla  signora  Weldon  che  il
    brigantino-goletta si trovava a 43 gradi 35 primi latitudine e  a  164
    gradi 13 primi di longitudine giacché, dopo ventiquattro ore, esso non
    aveva, per così dire, fatto un passo avanti.
    La  signora Weldon si era chinata sulla carta,  guardando attentamente
    la tinta scura, che indicava la terra,  sulla destra dell'oceano.  Era
    la  costa  dell'America  del  Sud,  l'immensa  barriera gettata tra il
    Pacifico e l'Atlantico, dal Capo Horn sino alle sponde della Colombia.
    Guardando quella carta, distesa davanti ai suoi occhi, sulla quale era
    raffigurato l'oceano intero,  le pareva così facile poter rimpatriare!
    E'  questa  un'illusione  che si ripete invariabilmente per chi non ha
    familiarità con le scale alle quali si riferiscono le carte  nautiche.
    E  pareva  davvero  alla signora Weldon che la terra dovesse essere in
    vista, come lo era su quel pezzo di carta!
    Eppure in mezzo a quella pagina, il "Pilgrim",  raffigurato secondo la
    scala   giusta,   sarebbe  stato  più  piccolo  del  più  microscopico
    infusorio!  Quel  punto  matematico,  senza  dimensione  apprezzabile,
    sarebbe  apparso  sperduto,  com'era  in  realtà,  nell'immensità  del
    Pacifico.  Dick Sand non aveva provato  la  stessa  impressione  della
    signora Weldon. Egli sapeva quanto la terra fosse lontana e sapeva che
    centinaia  di miglia non bastavano a misurarne la distanza.  Ma la sua
    decisione era presa: sotto la responsabilità che  gli  incombeva,  era
    diventato uomo.
    Era giunto il momento di agire. Si doveva approfittare della brezza di
    nord-ovest  che  spirava  al  posto  del vento sfavorevole;  e qualche
    nuvola, sparsa allo zenit sotto forma di cirro,  faceva sperare che il
    vento buono sarebbe durato almeno per un certo tempo.
    Dick Sand chiamò Tom e i suoi compagni.
    -  Amici,  la  nostra  nave non ha altro equipaggio se non voi - disse
    loro; - senza il vostro aiuto non posso manovrare.  Non siete marinai,
    lo  so,  ma  avete  braccia  buone.  Mettetele  dunque al servizio del
    "Pilgrim" e vedrete che riusciremo a dirigerlo. C'è di mezzo la nostra
    salvezza, amici: occorre che a bordo tutto proceda bene.
    - Signor Dick,  - rispose Tom - i miei compagni e io  siamo  i  vostri
    marinai.  La  buona  volontà  non  ci mancherà,  e tutto ciò che pochi
    uomini, comandati da voi, possono fare... ebbene, noi lo faremo!
    - Ben detto, vecchio Tom - intervenne la signora Weldon.
    - Sì,  ben detto,  - ripeté Dick Sand - ma occorre prudenza,  e io non
    forzerò  l'andatura  della  nave  per  non  compromettere  l'esito del
    viaggio. Meno velocità e maggior sicurezza: ecco quanto ci ordinano le
    attuali circostanze. Vi insegnerò,  amici,  ciò che ognuno di voi deve
    fare durante la manovra.  Io,  dal canto mio, resterò al timone sino a
    quando sarò così spossato da dover lasciare il mio posto,  ma  basterà
    qualche ora di riposo,  di tanto in tanto, per rimettermi in sesto. E,
    poiché durante queste ore è necessario che  qualcuno  mi  sostituisca,
    insegnerò  a  voi,  Tom,  come  si  dirige il timone con l'aiuto della
    bussola.  Non è difficile,  e con un po' di  attenzione  imparerete  a
    mantenere la prua nella giusta direzione.
    - Quando vorrete, signor Dick - replicò il vecchio Tom.
    - Bene,  - rispose Dick - rimanete accanto a me,  al timone, sino alla
    fine della giornata e,  se la fatica avrà la meglio,  mi  potrete  già
    sostituire per qualche ora.
    - E io non potrò dare un po' di aiuto al mio amico Dick?  - interloquì
    il piccolo Jack.
    - Sì, mio caro bimbo - rispose la signora Weldon, serrando Jack tra le
    braccia;  - ti si insegnerà a dirigere il timone,  e  sono  certa  che
    quando lo manovrerai tu il vento ci sarà favorevole!
    - Certo, mamma, certo! Te lo prometto - rispose il ragazzino, battendo
    le mani.
    -  Sì,  -  disse Dick sorridendo;  - i bravi mozzi sanno conservare il
    vento buono! Lo dicono sempre i vecchi marinai... - Poi,  rivolgendosi
    a Tom e ai suoi compagni, proseguì:
    - Amici miei,  ora dobbiamo bracciare i pennoni. Non dovete fare altro
    se non quello che vi dirò.
    - Ai vostri ordini! - rispose Tom. - Ai vostri ordini, capitano Sand!
    10.
    I QUATTRO GIORNI SUCCESSIVI.
    Dick Sand era dunque il capitano del "Pilgrim"  e,  senza  perdere  un
    istante,  prese  le  misure  necessarie  per  mettere tutte le vele al
    vento.
    I passeggeri non potevano ormai  più  avere  che  una  sola  speranza:
    raggiungere,  se  non  Valparaiso,  un  qualsiasi  porto  della  costa
    americana.  Ciò che a Dick Sand premeva soprattutto era riconoscere la
    direzione  e  la  velocità  del  "Pilgrim"  per fare una media e,  per
    ottenere questo,  bastava riportare ogni giorno sulla carta il cammino
    compiuto,  per  mezzo  del solcometro e della bussola.  A bordo vi era
    appunto un solcometro a quadrante e a elica,  uno strumento che dà con
    grande  esattezza  la velocità per un tempo determinato.  Questo utile
    strumento, di facilissimo uso, poteva rendere grandi servigi,  e anche
    i negri erano in grado di manovrarlo.
    Una sola causa di possibile errore era costituita dalle correnti.  Per
    combatterla,   la  stima  sarebbe   stata   insufficiente;   solo   le
    osservazioni astronomiche avrebbero permesso di rendersene conto.  Ma,
    per ora,  il giovane mozzo non era ancora  in  grado  di  fare  queste
    osservazioni.
    Dick  Sand  aveva  avuto,  per  un  momento,  l'idea  di ricondurre il
    "Pilgrim" nella Nuova Zelanda.  La traversata sarebbe stata meno lunga
    e  certamente  si  sarebbe  deciso in tal senso se il vento,  che sino
    allora  era  stato  contrario,   non  avesse  cominciato  a   soffiare
    favorevolmente. Meglio dunque dirigersi verso l'America.
    In  effetti,  il  vento  aveva  mutato  completamente  direzione e ora
    soffiava da nord-ovest con tendenza  ad  aumentare:  bisognava  dunque
    approfittarne per fare più cammino possibile.
    Dick Sand si preparò allora a dare al "Pilgrim" tutta la velatura.
    In  un  brigantino-goletta,  l'albero di trinchetto porta quattro vele
    quadrate: la trinchettina  sul  piccolo  albero,  la  vela  di  gabbia
    sull'albero di gabbia e,  sull'albero di pappafico,  un pappafico e un
    contropappafico.
    L'albero maestro,  invece,  è meno carico di vele: non porta  che  una
    brigantina e, al di sopra, una vela di freccia.
    Tra  questi  due alberi,  negli stragli che li sorreggono a prua,  può
    ancora essere sistemata una triplice schiera di vele triangolari.
    Infine,  a prua,  sul bompresso e sul  suo  buttafuori,  vi  sono  tre
    fiocchi.
    I  fiocchi,  la  brigantina,  la  freccia,  le  vele  di straglio sono
    facilmente manovrabili: possono essere issate dal ponte, senza che sia
    necessario salire sull'alberatura,  giacché  non  sono  serrate  sopra
    pennoni per mezzo di gaschette che bisogna prima di tutto allentare.
    Al contrario, la manovra delle vele dell'albero di trinchetto richiede
    una  maggior abitudine al mestiere di marinaio.  Infatti è necessario,
    quando si vuole spiegarle, arrampicarsi sulle sartie, sia nella gabbia
    di trinchetto,  sia all'incappellatura del suddetto albero,  e occorre
    fare tutto questo sia per mollarle o ammainarle,  sia per diminuire la
    loro superficie prendendo dei  terzaruoli.  Di  qui  la  necessità  di
    correre  sui  marciapiedi-corde  mobili  tese  sotto  i pennoni -,  di
    manovrare con una mano tenendosi  con  l'altra,  manovra  certo  molto
    pericolosa per chi non ne ha l'abitudine. Le oscillazioni del rollio e
    del  beccheggio,  rafforzate dalla lunghezza dell'albero,  lo sbattere
    delle vele mosse dal vento fanno presto a far cadere un uomo in  mare.
    Questa operazione era dunque pericolosa per Tom e i suoi compagni.
    Fortunatamente  soffiava  un vento moderato,  il mare non aveva ancora
    avuto il tempo di incresparsi, e il rollio e il beccheggio si facevano
    sentire moderatamente.
    Quando Dick Sand,  al segnale del capitano Hull,  si era diretto verso
    il luogo della catastrofe,  il "Pilgrim" non portava che i fiocchi, la
    brigantina,  l'albero di trinchetto e la vela di gabbia.  Per  passare
    dallo  stato di panna al movimento,  il mozzo non aveva dovuto che far
    servire, ossia contrabbracciare, gli attrezzi di trinchetto. In questa
    manovra i negri l'avevano aiutato con molta facilità.
    Si trattava ora di orientare  a  vento  largo  e,  per  completare  la
    velatura,  di alzare il pappafico, il contropappafico, la freccia e le
    vele di strallo.
    - Amici miei,  - si rivolse Dick Sand ai cinque uomini - fate ciò  che
    vi ordino, e tutto andrà bene.
    Dick Sand era rimasto alla ruota del timone.
    - Via! - gridò. - Tom, mollate in fretta quella manovra!
    - Mollare? - ripeté Tom, che non comprendeva quell'espressione.
    -  Sì...  scioglietela!  E  voi,  Bat,  fate  la stessa cosa.  Bene...
    tesate... tesate!
    - Così? - domandò Bat.
    - Sì, così... molto bene! Forza, Hercule, forza... un bel colpo!
    Dire «forza!» a Hercule poteva essere un'imprudenza. Il gigante, senza
    volerlo, diede un tale colpo che stava per mandare tutto in pezzi.
    - No...  non così forte,  amico!  - gridò  Dick  Sand,  sorridendo.  -
    Rischiate di abbattere l'alberatura!
    - Ho tirato appena appena... - rispose Hercule.
    - E allora,  fingete soltanto: vedrete che basterà!  Bene,  mollate...
    mollate... così... Bene! Ora tirate insieme, tirate con forza!
    E tutta l'alberatura dell'albero trinchetto,  i cui bracci di sinistra
    erano  stati mollati,  virò lentamente.  Il vento,  gonfiando le vele,
    impresse alla nave una certa velocità.  Dick Sand fece allora  mollare
    le scotte dei fiocchi, poi chiamò gli uomini a poppa.
    -  Ecco  fatto,  amici,  e  fatto  bene!  Occupiamoci  ora dell'albero
    maestro. Ma mi raccomando, Hercule, non fracassate nulla!
    - Farò il possibile - rispose il colosso, senza volersi compromettere.
    La  seconda  manovra  riuscì  facilissima.   Essendo  stata  allentata
    dolcemente  la  scotta  del  ghisso,  la brigantina prese il vento più
    normalmente e aggiunse la sua potente azione a quella  delle  vele  di
    prua.
    La  freccia  fu  allora  stabilita  sopra la brigantina e,  poiché era
    semplicemente imbrogliata,  non c'era  che  da  pesare  sulla  drizza,
    murare  e  poi  tendere  il più possibile.  Ma Hercule pesò così bene,
    aiutato dal suo amico Actéon,  che,  senza tener conto dell'aiuto  del
    piccolo Jack che si era unito a loro, la drizza si spezzò.
    Tutti  e  tre  caddero  all'indietro,  senza però fortunatamente farsi
    alcun male. Jack era felice!
    -  Non  è  nulla,   non  è  nulla!   -  esclamò  Dick.   -  Aggiustate
    provvisoriamente i due capi e tirate con dolcezza.
    Questo  fu fatto sotto gli occhi di Dick Sand,  senza che egli dovesse
    lasciare il timone.  Il "Pilgrim" procedeva già  rapidamente,  con  la
    prua all'est; non c'era che da mantenere la rotta. Niente più da fare,
    perché  il  vento  era  favorevole  e non molto forte: non si dovevano
    temere sbandate.
    - Bene, amici! - disse Dick Sand. - Prima della fine della traversata,
    sarete dei buoni marinai.
    - Faremo del nostro meglio, capitano Sand - rispose Tom.
    La signora Weldon fece gli elogi a quella  brava  gente,  e  anche  il
    piccolo  Jack  ricevette  la  parte  che  gli spettava,  giacché aveva
    collaborato anch'egli!
    - Credo,  anzi,  signorino Jack,  - disse Hercule,  sorridendo  -  che
    proprio  voi  abbiate  spezzato  la drizza!  Che forza avete in quelle
    piccole  braccia!  Senza  il  vostro  aiuto  non  saremmo  riusciti  a
    combinare nulla di buono...
    E  il piccolo Jack,  orgoglioso di se stesso,  scosse vigorosamente la
    mano al suo amico Hercule.
    La sistemazione della velatura del "Pilgrim" non era ancora  completa.
    Mancavano  infatti  le  vele  alte,   la  cui  azione  non  è  affatto
    trascurabile  in  un'andatura  a  piene   vele.   Il   pappafico,   il
    contropappafico  e  le  vele di strallo avrebbero senza dubbio giovato
    alla navigazione del "Pilgrim", e Dick Sand decise di metterle.
    Questa manovra presentava certo maggiori difficoltà delle  altre,  non
    per le vele di strallo che potevano essere issate, murate e tesate dal
    basso,  ma  per le vele quadrate dell'albero di trinchetto.  Bisognava
    arrampicarsi sino alle barre per mollarle e  Dick  Sand,  non  volendo
    esporre  nessun  uomo  del  suo  equipaggio  improvvisato,  si  occupò
    personalmente della manovra.
    Chiamò Tom e lo mise alla ruota del  timone,  facendogli  vedere  come
    doveva  dirigere  il bastimento;  poi,  dopo aver messo Hercule,  Bat,
    Actéon e Austin alle drizze del contropappafico e  del  pappafico,  si
    slanciò  sull'alberatura.  Arrampicarsi sulle griselle delle sartie di
    trinchetto,   sulle  aste,   sulle  griselle  dell'albero  di  gabbia,
    raggiungere le barre,  non fu che un gioco per il giovane Dick.  In un
    minuto egli era sul marciapiedi del pennone di pappafico e  mollava  i
    cavetti che tenevano stretta la vela.
    Compiuto il suo lavoro, Dick Sand, afferrandosi a uno dei paterazzi di
    tribordo, si lasciò scivolare sino al ponte.
    Là,  dietro sua indicazione, le due vele furono vigorosamente murate e
    le due antenne issate insieme.  Infine,  sistemate le vele di  strallo
    tra  l'albero  maestro  e  l'albero  di  trinchetto,   la  manovra  fu
    terminata.
    Questa volta Hercule non aveva rotto nulla.
    Il  "Pilgrim"  portava  tutte  le  vele   che   componevano   la   sua
    attrezzatura. Senza dubbio, Dick Sand avrebbe potuto ancora aggiungere
    i  coltellacci di trinchetto a babordo,  ma si trattava di una manovra
    difficile,  date le circostanze attuali e,  se fosse stato  necessario
    ritirarle  in  caso  di  tempesta,  non  lo si sarebbe potuto fare con
    sufficiente rapidità. Il giovane capitano vi rinunziò.
    Tom fu  allora  sostituito  al  timone  da  Dick  Sand,  che  venne  a
    riprendere il suo posto.
    Il  vento  soffiava più forte.  Il "Pilgrim",  sbandando leggermente a
    dritta, scivolava rapido sulla superficie del mare, lasciandosi dietro
    una scia molto  piatta,  che  indicava  la  purezza  della  sua  linea
    d'acqua.
    - Siamo sulla buona strada, signora Weldon - disse allora Dick Sand. -
    Che Iddio ci conservi questo buon vento!
    La  signora  Weldon strinse la mano al giovane mozzo.  Poi,  stanca di
    tutte le emozioni di quel giorno,  rientrò nella sua cabina e cadde in
    una sorta di penoso assopimento che non era, però, sonno.
    Il nuovo equipaggio rimase sul ponte del brigantino-goletta, vegliando
    sul  castello  di  prua  e  pronto a eseguire gli ordini di Dick Sand,
    ossia  a  modificare  l'orientamento  delle  vele  a   seconda   delle
    variazioni  del vento;  ma sino a quando esso avesse conservato quella
    forza e quella direzione non ci sarebbe stato assolutamente  nulla  da
    fare.
    E  intanto,  durante  tutto questo tempo,  che era accaduto del cugino
    Bénédict?
    Egli era intento a esaminare con la  lente  un  articolato  che  aveva
    finalmente  scoperto  a  bordo,  un  semplice  ortottero  la cui testa
    scompariva  sotto  il  protorace,  un  insetto  dalle  elitre  piatte,
    l'addome  tondeggiante  e  le  ali molto lunghe,  che apparteneva alla
    famiglia dei blattoidi e alla specie delle blatte americane.
    Era precisamente frugando nella  cucina  di  Negoro  che  l'entomologo
    aveva fatto questa preziosa scoperta,  e proprio nel momento in cui il
    cuoco stava per schiacciare senza pietà l'insetto...  il  che  scatenò
    una collera che Negoro lasciò freddamente sbollire...
    Ma  il  cugino Bénédict era al corrente del mutamento avvenuto a bordo
    dal momento in cui il capitano Hull e i suoi compagni avevano iniziato
    quella funesta caccia alla «jubarte»?  Sì,  senza dubbio:  si  trovava
    anch'egli  sul  ponte  quando il "Pilgrim" arrivò in vista dei rottami
    della baleniera. L'equipaggio era dunque perito sotto i suoi occhi...
    Assicurare che questa catastrofe non l'avesse  commosso,  sarebbe  far
    torto  al  suo  buon cuore;  certamente anch'egli aveva provato quella
    pietà per il prossimo che tutti provano,  e si era preoccupato per  la
    situazione della cugina, anzi era venuto a stringerle la mano, quasi a
    dirle: «Non temere, ci sono qui io! Io resto con voi! ».
    Poi  era  rientrato  nella sua cabina per riflettere,  non c'è dubbio,
    sulle conseguenze di quel disastroso  avvenimento  e  sulle  energiche
    misure che bisognava prendere!
    Ma, cammin facendo, aveva incontrato la blatta di cui abbiamo detto e,
    poiché   la   sua   teoria  -  giustificata  d'altronde  contro  certi
    entomologhi - era di dimostrare che  le  blatte  del  genere  foraspi,
    notevoli  per  i loro colori,  hanno abitudini molto diverse da quelle
    delle  blatte  propriamente  dette,   si  era   messo   allo   studio,
    dimenticando che c'era stato un capitano Hull a comandare il "Pilgrim"
    e  che  questo sventurato era appena perito con il suo equipaggio!  La
    blatta lo assorbiva completamente: la ammirava e  la  teneva  in  gran
    conto, quasi che quell'orribile insetto fosse uno scarabeo d'oro!
    La  vita  a bordo aveva dunque ripreso il suo corso abituale,  sebbene
    ciascuno dovesse restare ancora per lungo tempo sotto il colpo di  una
    catastrofe così terribile e impensata!
    Durante  quel  giorno,  Dick  Sand  si fece in quattro,  come si dice,
    affinché tutto fosse in ordine e per essere pronto a  qualsiasi  anche
    piccola eventualità. I cinque negri gli obbedivano con il massimo zelo
    e l'ordine più perfetto regnava sul "Pilgrim". C'era dunque da sperare
    che tutto si sarebbe svolto senza incidenti.
    Dal  canto  suo,  Negoro  non  fece  più alcun tentativo per sottrarsi
    all'autorità  di  Dick  Sand,  autorità  che  parve  aver  tacitamente
    riconosciuta.  Occupato, come sempre, nella sua stretta cucina, non si
    faceva vedere più di prima.  D'altronde,  alla minima  infrazione,  al
    primo accenno di insubordinazione,  Dick Sand era deciso a mandarlo in
    fondo alla stiva per il resto della  traversata:  a  un  suo  segnale,
    Hercule  avrebbe  afferrato  Negoro  per  la  collottola  e lo avrebbe
    trascinato in fondo alla stiva.  In quel caso Nan,  che  sapeva  anche
    cucinare,  avrebbe  sostituito  il  cuoco  nelle sue funzioni.  Negoro
    doveva sapere  di  non  essere  indispensabile  e,  poiché  si  vedeva
    sorvegliato  da  vicino,  parve  non  voler  più dare alcun motivo per
    essere rimproverato.
    Il vento,  soffiando sino a sera,  non rese necessario alcun mutamento
    nella   velatura   del   "Pilgrim".   La   sua   solida  alberatura  e
    l'attrezzatura di ferro in  buono  stato  gli  avrebbero  permesso  di
    sopportare, a quell'andatura, anche un vento più forte.
    Durante la notte si usa, di solito, diminuire le vele alte, le frecce,
    il pappafico, il contropappafico eccetera, precauzione prudente per il
    caso in cui qualche improvvisa raffica si abbatta sulla nave.  Ma Dick
    Sand ritenne di poter fare a meno  di  tale  precauzione,  giacché  le
    condizioni  atmosferiche  non  erano minacciose e,  d'altra parte,  il
    giovane mozzo, deciso a passare sul ponte quella prima notte,  contava
    di  poter  badare  a  tutto.  In  tal  modo  si  poteva  procedere più
    velocemente,  ed egli non  vedeva  l'ora  di  trovarsi  in  zone  meno
    deserte!
    Abbiamo detto che il solcometro e la bussola erano i soli strumenti di
    cui  Dick  potesse  servirsi  per  conoscere in modo approssimativo il
    cammino percorso dal "Pilgrim". Durante la giornata,  il giovane lesse
    il  solcometro  ogni mezz'ora e annotò le indicazioni che lo strumento
    gli forniva.  Quanto a bussole,  dette  anche  compassi,  a  bordo  ve
    n'erano  due:  una  era  situata  nell'abitacolo,  sotto gli occhi del
    timoniere: il suo quadrante, rischiarato di giorno dalla luce diurna e
    di notte da due lampade laterali, indicava a ogni istante la direzione
    della prua, ossia la rotta seguita dalla nave; l'altra era una bussola
    rovesciata,  fissata all'inferriata della cabina che occupava un tempo
    il capitano Hull. In tal modo, senza dover abbandonare la cabina, egli
    poteva sempre sapere se la direzione data veniva esattamente seguita e
    se  l'uomo  alla  barra,  vuoi  per  incapacità,  vuoi per negligenza,
    facesse fare alla nave straorzate troppo ampie.
    D'altronde non c'è nave di lungo corso che  non  possieda  almeno  due
    bussole, come due cronometri. E' necessario che si possano confrontare
    questi  due  strumenti tra di loro e,  di conseguenza,  controllare le
    loro indicazioni.
    Sotto  questo  punto  di  vista,  il  "Pilgrim"  era  sufficientemente
    provvisto,  e  Dick  Sand  raccomandava ai suoi uomini di avere la più
    grande cura per le due bussole, tanto necessarie.
    Sventuratamente,  nella notte dal 12 al 13 febbraio,  mentre Dick Sand
    era  di  quarto  e teneva la ruota del timone,  accadde un malaugurato
    incidente.  La bussola rovesciata,  che era fermata per mezzo  di  una
    ghiera  di  rame  all'inferriata  della cabina,  si staccò e cadde sul
    pavimento. Nessuno se ne accorse se non il giorno dopo.
    Come mai quella ghiera si era staccata?  Era un fatto  inspiegabile...
    tuttavia  c'era la possibilità che fosse arrugginita e che un colpo di
    beccheggio o di rollio l'avesse staccata dall'inferriata,  giacché  in
    verità quella notte il mare era stato meno calmo; comunque, la bussola
    si era rotta in modo da non poter più essere riparata.
    Dick  Sand  ne  fu  molto  seccato.  Ormai  era  costretto a ricorrere
    unicamente  alla  bussola  dell'abitacolo.  Nessuno,  è  chiaro,   era
    responsabile  dell'incidente  che,  tuttavia,  poteva avere spiacevoli
    conseguenze.  Dick Sand prese dunque tutte le misure necessarie perché
    la seconda bussola fosse al sicuro da qualsiasi guaio.
    Salvo quest'incidente, a bordo del "Pilgrim" tutto procedeva bene.
    La  signora  Weldon,   di  fronte  alla  calma  di  Dick  Sand,  aveva
    riacquistato fiducia anche se,  a dire il vero,  neppure prima si  era
    abbandonata alla disperazione.  Soprattutto ella contava nell'aiuto di
    Dio e,  da  profonda  e  sincera  cattolica,  trovava  conforto  nella
    preghiera.
    Dick  Sand  aveva  sistemato  le  cose  in  modo da rimanere al timone
    durante le ore notturne.  Dormiva cinque o sei  ore,  al  massimo,  di
    giorno,  ma pareva gli fossero sufficienti, giacché non si sentiva mai
    stanco.  Durante queste ore,  Tom e suo figlio Bat lo sostituivano  al
    timone  e,  grazie ai suoi consigli,  stavano diventando a poco a poco
    due abili timonieri.
    Spesso la signora Weldon e Dick Sand discorrevano tra di  loro,  e  il
    giovane accettava volentieri i consigli di quella donna intelligente e
    coraggiosa.  Ogni  giorno  egli  le  indicava  sulla  carta il cammino
    percorso,  che rilevava tenendo conto  unicamente  della  direzione  e
    della velocità della nave.
    -  Vedete,  signora  Weldon,  -  le ripeteva spesso - con questo vento
    favorevole  non  possiamo  fare  a  meno  di  raggiungere   la   costa
    dell'America Meridionale.  Non vorrei giurarlo, ma credo che quando il
    nostro "Pilgrim" giungerà in vista della terra,  non sarà  lontano  da
    Valparaiso!
    La  signora  Weldon  non dubitava che la rotta della nave fosse quella
    giusta, favorita soprattutto, com'era, da quei venti di nord-ovest. Ma
    quanto il "Pilgrim" le pareva ancora lontano  dalla  costa  americana!
    Quanti pericoli prima di toccar terra, anche tenendo conto soltanto di
    quelli  che  potevano  sopravvenire  da un cambiamento dello stato del
    mare e del cielo!
    Jack, spensierato come tutti i bambini della sua età,  aveva ripreso i
    suoi spassi abituali e i giochi con Dingo;  si lamentava, però, che il
    suo amico Dick si occupasse di lui meno di prima,  anche se  la  madre
    aveva cercato di fargli capire che bisognava lasciare il giovane mozzo
    interamente  alle sue occupazioni.  Il piccolo Jack si era arreso alle
    spiegazioni materne e non disturbava più il «capitano Sand».
    Così si svolgeva la vita  a  bordo.  I  cinque  negri  eseguivano  con
    intelligenza  il loro lavoro e ogni giorno diventavano più esperti nel
    mestiere  di  marinaio.   Tom  fu  nominato  da  Dick  Sand   nostromo
    dell'equipaggio,  ed  era  certamente  lui  che  anche i suoi compagni
    avrebbero scelto per occupare quel posto.  Egli  comandava  il  quarto
    durante  il riposo del mozzo,  e aveva con sé suo figlio Bat e Austin,
    mentre Actéon e Hercule formavano l'altro quarto sotto la direzione di
    Dick Sand.  In tal modo,  mentre uno era  al  timone,  gli  altri  tre
    vegliavano a prua.
    Benché  la  zona  fosse deserta e non si dovesse temere lo scontro con
    un'altra nave,  il  giovane  Dick  esigeva  un  rigorosa  sorveglianza
    durante  la  notte.  Non  navigava  mai  senza aver acceso i fanali di
    posizione - verde a dritta e rosso a sinistra  -  e,  nel  comportarsi
    così, agiva saggiamente.
    Tuttavia,  durante  le  notti che Dick Sand trascorreva interamente al
    timone,  una invincibile depressione si impadroniva di lui,  e la  sua
    mano governava allora per puro istinto.  E questo era l'effetto di una
    fatica di cui egli non voleva rendersi conto.
    Durante la  notte  dal  13  al  14  febbraio,  Dick  Sand,  sentendosi
    stanchissimo,   dovette  concedersi  qualche  ora  di  riposo,   e  fu
    sostituito al timone dal vecchio Tom.
    Il cielo era coperto di dense nubi che, verso sera, si erano abbassate
    sotto l'influenza dell'aria fredda.  Era dunque molto buio,  e sarebbe
    stato  impossibile  distinguere  le  alte  vele immerse nelle tenebre.
    Hercule e Actéon erano di guardia a prua.
    A poppa, il fanale dell'abitacolo non lasciava filtrare che una debole
    luce,  la quale rifletteva dolcemente la guarnizione  metallica  della
    ruota  del timone.  I fanali,  proiettando i loro fuochi lateralmente,
    lasciavano il ponte immerso in una profonda oscurità.
    Verso le tre del mattino,  una specie di fenomeno ipnotico si verificò
    sul vecchio Tom, che non ne ebbe coscienza. I suoi occhi, che troppo a
    lungo  erano  rimasti  fissi  su  un  punto  luminoso  dell'abitacolo,
    perdettero improvvisamente il senso della vista,  e  il  buon  vecchio
    cadde in una sonnolenza simile a quella prodotta dall'anestesia.
    Non  soltanto egli non vedeva più,  ma se qualcuno lo avesse toccato o
    pizzicato con forza, probabilmente non se ne sarebbe accorto. Non vide
    quindi un'ombra scivolare sul ponte: era Negoro.
    Giunto a poppa,  il cuoco mise  sotto  l'abitacolo  un  oggetto  molto
    pesante che teneva in mano; poi, dopo aver osservato per un istante il
    quadrante luminoso della bussola, si allontanò senza essere visto.
    Se  il giorno successivo,  Dick Sand avesse notato l'oggetto posato da
    Negoro,  si sarebbe affrettato a ritirarlo,  giacché si trattava di un
    pezzo di ferro, la cui influenza alterava le indicazioni del compasso.
    L'ago  calamitato  era  stato  deviato  e,  invece  di segnare il nord
    magnetico, che differisce un poco dal nord terrestre, segnava il nord-
    est. Si trattava dunque di una deviazione di quattro quarti,  ossia di
    un mezzo angolo retto.
    Tom,  svegliatosi  quasi  subito  da  quell'improvvisa  sonnolenza che
    l'aveva colpito, volse lo sguardo al compasso. Egli credette, e doveva
    crederlo, che il "Pilgrim" non fosse sulla rotta giusta.  Diede quindi
    un  colpo  di timone per mettere la prua della nave a est: così almeno
    credeva...
    Ma,  data la deviazione dell'ago,  che egli non poteva certo supporre,
    in realtà la nave faceva rotta verso sud-est.
    E così,  mentre sotto l'azione di un vento favorevole, si riteneva che
    il "Pilgrim" seguisse la direzione voluta, esso navigava con un errore
    di 45 gradi nella sua rotta!