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UN CAPITANO DI 15 ANNI
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Jules Verne.
UN CAPITANO DI 15 ANNI.
PARTE PRIMA.
IL BRIGANTINO-GOLETTA PILGRIM.
Il 2 febbraio 1873, il brigantino-goletta "Pilgrim" navigava a 43
gradi 57 primi di latitudine sud e a 165 gradi 19 primi di longitudine
ovest del meridiano di Greenwich.
Il "Pilgrim", di quattrocento tonnellate, costruito a San Francisco
per la pesca oceanica nei mari australi, apparteneva al ricco armatore
californiano James W. Weldon, il quale, già da parecchi anni, ne aveva
affidato il comando al capitano Hull.
Il "Pilgrim" era una delle più piccole, ma migliori navi della
flottiglia che James W. Weldon inviava ogni anno, tanto oltre lo
Stretto di Bering sino ai mari boreali, quanto nella Tasmania e al
Capo Horn sino all'Oceano Antartico. Esso navigava in modo eccellente:
la sua attrezzatura assai maneggevole gli permetteva di avventurarsi
con pochi uomini sino alle impenetrabili banchise dell'emisfero
australe. Il capitano Hull sapeva «cavarsela a meraviglia», come
dicono i marinai, in mezzo ai ghiacci che durante l'estate vanno alla
deriva presso la Nuova Zelanda e il Capo di Buona Speranza, a una
latitudine molto più bassa di quella che essi raggiungono nei mari
settentrionali del globo. Vero è che là si tratta di "icebergs" di non
molto grandi dimensioni, consumati dagli urti e in parte fusi dalle
acque calde, che vanno a sciogliersi definitivamente nel Pacifico o
nell'Atlantico.
Agli ordini del capitano Hull, ottimo marinaio e uno dei più abili
fiocinieri della flottiglia, stava un equipaggio composto di cinque
marinai e di un mozzo, equipaggio certo insufficiente per la pesca
alle balene, che richiede un personale piuttosto numeroso: sono
necessari, infatti, parecchi uomini, sia per la manovra delle
imbarcazioni d'attacco, sia per squartare gli animali catturati; ma,
seguendo l'esempio di taluni armatori, James W. Weldon riteneva molto
più economico imbarcare a San Francisco soltanto i marinai
indispensabili a condurre il bastimento, poiché la Nuova Zelanda non
mancava certamente né di fiocinieri, né di marinai di ogni paese, né
di disertori, né di disoccupati in cerca di un lavoro stagionale e che
esercitavano il mestiere di pescatori con una certa abilità. Terminato
il periodo di pesca, essi venivano pagati e licenziati, e attendevano
sul luogo che le baleniere tornassero a richiedere i loro servizi.
Con questo sistema si otteneva un migliore impiego dei marinai
disponibili e un maggiore profitto dal loro lavoro.
E così si era fatto sul "Pilgrim". Il brigantino-goletta aveva
trascorso la stagione di pesca sui confini del Circolo Polare
Antartico, ma non era riuscito a fare il pieno di barili d'olio, di
fanoni grezzi e di fanoni tagliati, giacché la pesca era diventata
difficile: i cetacei cominciavano a farsi rari a causa dell'eccessiva
caccia che si dava loro. La balena franca, che porta il nome di «nord
caper» nell'Oceano Boreale e quello di «salpherboltone» nei Mari del
Sud, tendeva a scomparire. I pescatori avevano dovuto accontentarsi
della «fin-back» o «jubarte», gigantesco mammifero, i cui assalti non
sono privi di pericoli.
Così aveva deciso di fare, durante l'ultimo viaggio, il capitano Hull,
che però contava, per il prossimo, di raggiungere una più alta
latitudine e, se occorreva, di portarsi sino in vista di quelle Terre
di Claire e Adelia, la cui scoperta, rivendicata dall'americano
Wilkes, appartiene ormai, senza alcun dubbio, all'illustre comandante
dell'"Astrolabe" e della "Zélée", il francese Dumont d'Urville.
In conclusione, la stagione non aveva avuto esito felice per il
Pilgrim. All'inizio di gennaio, ossia verso la metà dell'estate
australe, e benché non fosse ancora giunta per le baleniere l'epoca
del ritorno, il capitano Hull era stato costretto ad abbandonare i
luoghi di pesca poiché il suo equipaggio avventizio era costituito da
un complesso di cattivi soggetti che gli avevano dato, come si dice,
«del filo da torcere», e dei quali aveva deciso di liberarsi.
Il "Pilgrim" fece quindi rotta verso nord-ovest, e il 15 gennaio si
trovò in vista delle terre della Nuova Zelanda. Giunse a Waitemata,
porto di Auckland, situata in fondo al golfo di Hauraki, sulla costa
est dell'isola settentrionale, e qui sbarcò i pescatori che aveva
ingaggiati per la stagione.
L'equipaggio effettivo, però, non era soddisfatto: mancavano almeno
duecento barili d'olio al carico completo della nave. Una pesca
peggiore non era stata fatta mai! Il capitano Hull rientrava dunque
deluso, come un bravo cacciatore che, per la prima volta, torna con il
carniere vuoto... o quasi. Era in gioco il suo vivo amor proprio, ed
egli non perdonava a quei facinorosi, la cui insubordinazione aveva
compromesso il risultato della pesca.
Invano cercò di reclutare ad Auckland un nuovo equipaggio: poiché
tutti i marinai disponibili erano già stati imbarcati su altre
baleniere, il capitano Hull dovette rinunziare alla speranza di
completare il carico del "Pilgrim", e si disponeva già ad abbandonare
definitivamente Auckland, allorché gli fu richiesto un passaggio sulla
sua nave, passaggio che non poté rifiutare.
La signora Weldon, moglie dell'armatore del "Pilgrim", con il figlio
Jack, un bimbo di cinque anni, e un parente che tutti chiamavano
«cugino Bénédict», si trovava allora ad Auckland. James W. Weldon, che
il suo commercio costringeva talvolta a recarsi nella Nuova Zelanda,
li aveva condotti tutti e tre con sé, contando di riportarli a San
Francisco, ma, al momento in cui la famiglia doveva partire, il
piccolo Jack si era ammalato gravemente e il padre, richiamato
d'urgenza in patria dai suoi affari, era stato costretto ad
abbandonare Auckland, lasciando in quella città la moglie, il figlio e
il cugino Bénédict.
Tre mesi erano trascorsi da allora, tre lunghi mesi di separazione
estremamente dolorosa per la signora Weldon; il fanciullo, però, si
era fortunatamente ristabilito del tutto, ed ella era ormai in
condizioni di mettersi in viaggio, quando le fu segnalato l'arrivo del
"Pilgrim".
In quell'epoca, per ritornare a San Francisco, la signora Weldon
avrebbe dovuto recarsi sino in Australia per potersi imbarcare su uno
dei bastimenti della «Compagnia transoceanica del "Golden Age"» che
fanno il servizio da Melbourne all'istmo di Panama attraverso Papeete
e, giunta a Panama, attendervi la partenza della nave americana che fa
regolare servizio tra l'istmo e la California. Tutto ciò comportava
ritardi e trasbordi, sempre spiacevoli per una donna e un bambino. Fu
proprio allora che il "Pilgrim" fece scalo ad Auckland, e la signora
Weldon non esitò a pregare il capitano Hull di prenderla a bordo per
ricondurla a San Francisco con il figlio, il cugino Bénédict e Nan,
una vecchia negra che aveva al suo servizio sin da quando era bambina.
Tremila leghe da percorrere su un veliero! Ma il bastimento del
capitano Hull era ben attrezzato e la stagione ancora tanto bella
dalle due parti dell'equatore! Il capitano Hull acconsentì alla
richiesta e mise la propria cabina a disposizione della passeggera
poiché voleva che, durante la traversata che poteva durare dai
quaranta ai cinquanta giorni, la signora Weldon si trovasse il più
possibile a suo agio a bordo della baleniera.
La signora Weldon aveva senza dubbio molti vantaggi a effettuare la
traversata in simili condizioni, salvo l'inconveniente che il
"Pilgrim" doveva fare scalo nel Cile, a Valparaiso, per consegnare il
suo carico, il che prolungava la durata del viaggio. Dopo questo,
però, non avrebbe dovuto far altro che risalire la costa americana,
spinto dal vento di terra che rendeva la navigazione molto piacevole.
Del resto, la signora Weldon, donna coraggiosa sulla trentina, che non
temeva affatto il mare, che godeva di un'eccellente salute e che era
abituata ai viaggi di lungo corso, avendo spesso condiviso con il
marito le fatiche di parecchie traversate, non si preoccupava delle
possibili avventure a bordo di una nave di medio tonnellaggio; inoltre
conosceva il capitano Hull come abilissimo uomo di mare, nel quale il
signor Weldon aveva piena fiducia. Il Pilgrim era una nave solida,
bene attrezzata, veloce e ritenuta una delle migliori baleniere della
flottiglia americana. L'occasione si presentava: bisognava
approfittarne, e la signora Weldon ne approfittò.
Il cugino Bénédict, naturalmente, doveva accompagnarla.
Questo cugino era una brava persona che però, nonostante i suoi
cinquant'anni, non sarebbe stato prudente lasciare uscire da solo.
Lungo più che alto, stretto più che magro, il viso ossuto, l'enorme
cranio ricoperto da una folta chioma, richiamava subito al pensiero la
figura di uno di quegli scienziati dagli occhiali d'oro, buoni e
inoffensivi, destinati a rimanere bambini per tutta la vita e a
raggiungere una tarda vecchiaia: centenari bambini, insomma!
Il cugino Bénédict, come lo si chiamava invariabilmente anche al di
fuori della famiglia, era in verità uno di quegli uomini che hanno
l'aria di essere nati cugini di tutti! Impacciato dalle sue lunghe
braccia, egli sarebbe stato incapace di cavarsela da solo anche nelle
circostanze più semplici della vita. Non era fastidioso, no davvero,
ma piuttosto imbarazzante per gli altri e imbarazzato per se stesso.
Non aveva pretese, si accontentava di tutto e si dimenticava
addirittura di mangiare e di bere, se non gli si portavano cibo e
bevande; insensibile al freddo e al caldo, pareva appartenere al mondo
vegetale più che a quello animale. Immaginate un albero perfettamente
inutile, senza frutti e quasi senza foglie, incapace di dare
nutrimento e di offrire ombra, ma con un grande cuore. Così era il
cugino Bénédict... Volentieri si sarebbe reso utile al prossimo se,
come direbbe il signor Prudhomme, fosse stato capace di farlo! In
conclusione, gli si voleva bene proprio per la sua debolezza... La
signora Weldon lo considerava un figliuolo... un fratello maggiore del
piccolo Jack.
A questo punto, tuttavia, occorre aggiungere che il cugino Bénédict
non era un ozioso, né un disoccupato: al contrario, era un lavoratore,
assorbito completamente dalla storia naturale, sua unica passione.
Dire «storia naturale» è forse troppo! Sappiamo che le diverse parti
che compongono questa scienza sono la zoologia, la botanica, la
mineralogia e la geologia, e il cugino Bénédict non era, ad alcun
livello, né zoologo, né botanico, né mineralogista, né geologo; era
dunque uno zoologo in tutto il significato della parola, una specie di
Cuvier del Nuovo Mondo che scomponesse l'animale con l'analisi e lo
ricomponesse con la sintesi, uno di quei profondi conoscitori,
versatissimi nello studio dei quattro tipi ai quali la scienza moderna
riconduce tutto il mondo animale: vertebrati, molluschi, articolati e
radianti? Di questi quattro tipi l'ingenuo, ma studioso scienziato
aveva forse osservato le diverse classi e studiato ordini, famiglie,
tribù, generi, specie, varietà che li distinguono? Assolutamente no!
Il cugino Bénédict si era dedicato allo studio dei vertebrati dei
mammiferi, degli uccelli, dei rettili e dei pesci?
Nemmeno per sogno!
Era dunque nello studio dei radianti, degli echinodermi, degli
acalefi, dei polipi, degli spingiari, degli infusori, che egli aveva
bruciato l'olio della sua lampada?
Dobbiamo confessare che non erano i radianti!
E ora, poiché non ci rimane che citare, in zoologia, la classe degli
articolati, va da sé che proprio su questa suddivisione si era
concentrata l'unica passione del cugino Bénédict.
Proprio così, ma conviene fare ancora una precisazione.
Gli articolati sono divisi in sei classi: gli insetti, i miriapodi,
gli aracnidi, gli anellidi, i crostacei e i cirropodi. Ebbene, il
cugino Bénédict, scientificamente parlando, non avrebbe saputo
distinguere un verme di terra da una sanguisuga, uno scarafaggio da un
granchio di mare, un ragno domestico da un falso scorpione, un
gamberetto da una ranatra, un millepiedi da una scolopendra...
Ma, allora, che cos'era il cugino Bénédict?
Un semplice entomologo, niente di più.
A questa affermazione qualcuno, senza dubbio, obietterà che, nella sua
accezione generale, l'entomologia è quella parte della scienza
naturale che comprende tutti gli articolati. Da un punto di vista
generale, è vero ma è invalsa l'abitudine di dare a questa parola un
significato più ristretto: la si applica soltanto allo studio
propriamente detto degli insetti, ossia «tutti gli animali articolati
il cui corpo, composto da anelli congiunti, forma tre segmenti
distinti, che possiedono tre paia di zampe e che perciò vengono
chiamati esapodi».
Il cugino Bénédict, che aveva ristretto i suoi studi agli articolati
di tale classe, non era quindi che un semplice entomologo.
Ma andiamoci piano con questa affermazione! In questa classe di
insetti non si contano meno di dieci ordini: ortotteri (cavallette,
grilli eccetera); neurotteri (formicaleoni, libellule eccetera);
imenotteri (api, vespe, formiche eccetera); lepidotteri (farfalle);
emitteri (cicale, gorgolioni eccetera); coleotteri (maggiolini,
lucciole eccetera); ditteri (pappataci, zanzare, mosche); ripitteri
(stylops); parassiti (acari); tisanuri (lemismi, pesciolini
d'argento).
In taluni di questi ordini, per esempio tra i coleotteri, si sono
identificate trentamila specie, e tra i ditteri sessantamila. Appare
quindi chiaro che gli argomenti di studio non mancano, e anzi sono
tanti da occupare completamente un uomo.
La vita del cugino Bénédict era dunque interamente e unicamente
dedicata all'entomologia. A questa scienza egli dedicava tutte le sue
ore, senza eccezione, persino quelle del sonno, perché immancabilmente
i suoi sogni erano popolati da esapodi. Non vi so dire quanti spilli
portava appuntati alle maniche, al colletto dell'abito, in fondo al
cappello, sul panciotto il cugino Bénédict quando ritornava da qualche
passeggiata scientifica... In special modo, il suo berretto pareva un
museo di storia naturale, guarnito com'era all'interno e all'esterno
di insetti infilzati!
E ora sarà detto tutto su questo tipo originale quando si saprà che
aveva accompagnato il signor Weldon e sua moglie in Nuova Zelanda
proprio per la sua passione entomologica. Là, infatti, la sua
collezione si era arricchita di alcuni soggetti rari, e si capirà
quindi quanta fretta egli avesse di ritornare nel suo studio a San
Francisco per ordinarli e classificarli.
E poiché la signora Weldon ritornava con il figlio in America, nulla
era più naturale che il cugino Bénédict la accompagnasse durante la
traversata sul "Pilgrim".
Ma non era certo su di lui che la signora Weldon avrebbe potuto
contare nel caso si fosse trovata in una situazione critica! Per
fortuna si trattava di un viaggio che non presentava difficoltà, nella
bella stagione e a bordo di una nave il cui capitano meritava piena
fiducia.
Durante i tre giorni di sosta del "Pilgrim" a Waitemata, la signora
Weldon fece in gran fretta i preparativi necessari, non volendo fare
ritardare nemmeno di un'ora la partenza del brigantino-goletta. I
domestici indigeni, che erano stati assunti al suo servizio ad
Auckland, furono licenziati, e il 22 gennaio la signora Weldon si
imbarcò sul "Pilgrim", portando con sé il figlio Jack, il cugino
Bénédict e Nan, la vecchia negra.
Il cugino Bénédict conservava in una speciale cassetta di latta tutta
la sua collezione di insetti, tra i quali figurava qualche esemplare
di stafilino, una specie di coleotteri carnivori, che hanno gli occhi
situati sopra la testa e che sino allora erano stati visti soltanto
nella Nuova Caledonia. Gli era stato vivamente segnalato il «katipo»
dei Maori, un ragno la cui morsicatura è spesso mortale per gli
indigeni; ma, poiché un ragno non appartiene all'ordine degli insetti
propriamente detti, bensì a quello degli aracnidi, esso non presentava
alcun interesse agli occhi del cugino Bénédict, che non aveva affatto
tenuto in considerazione il temibile ragno. Il più bel gioiello della
sua collezione era uno stafilino neozelandese! E' inutile dire che il
cugino Bénédict, pagando una notevole somma, aveva fatto assicurare la
sua piccola cassetta, che egli considerava ben più preziosa di tutto
il carico d'olio e di fanoni che il "Pilgrim" aveva ammassati nella
stiva.
Al momento di levar l'ancora, quando la signora Weldon e i suoi
compagni di viaggio si trovarono sul ponte del brigantino-goletta, il
capitano Hull si avvicinò alla sua passeggera.
- Signora, - le disse - resta inteso che, se vi siete imbarcata sul
"Pilgrim", l'avete fatto sotto la vostra responsabilità.
- Perché mi dite questo, capitano? - domandò la signora Weldon.
- Perché non ho ricevuto ordini in proposito da vostro marito e perché
un brigantino-goletta non può offrire le garanzie di una buona
traversata che vi potrebbe offrire una nave destinata soltanto al
trasporto di passeggeri.
- Se mio marito fosse qui, - rispose la signora Weldon - credete,
signor Hull, che egli esiterebbe a imbarcarsi sul "Pilgrim" con sua
moglie e suo figlio?
- No, signora Weldon, non esiterebbe certamente, come non esiterei io!
- disse il capitano Hull. - Il "Pilgrim" è una buona nave, dopo tutto,
sebbene abbia avuto una così infelice stagione di pesca, e io sono
tranquillo come può esserlo chi comanda una nave da parecchi anni. Vi
ho fatto questa osservazione, signora Weldon, per mettermi al riparo
da qualsiasi responsabilità e per dirvi ancora una volta che a bordo
non troverete quelle comodità alle quali siete abituata.
- Il fatto che si tratti soltanto di mancanza di comodità, capitano,
non basterebbe a trattenermi. Io non sono una passeggera difficile,
una di quelle che si lagnano continuamente della ristrettezza della
cabina o della scarsità del vitto...
Poi la signora Weldon, dopo avere guardato per qualche istante il suo
piccolo Jack che teneva per mano, disse:
- Partiamo, signor Hull!
Fu dato l'ordine di levar subito l'ancora e di orientare le vele, e il
"Pilgrim", manovrando in modo da uscire dal golfo per la via più
breve, volse la prua in direzione della costa americana.
Ma tre giorni dopo la partenza, il brigantino-goletta, ostacolato da
forti venti di est, fu costretto a mettere le mura a sinistra per
contrastare il vento. E così, il 2 febbraio, il capitano Hull si
trovava ancora a una latitudine più alta di quanto avrebbe voluto e
nella condizione di un marinaio che volesse doppiare il Capo Horn
anziché raggiungere per la via più breve il nuovo continente.
2.
DICK SAND.
Il mare era bello, e il viaggio, salvo il ritardo causato dal vento,
si svolgeva in buone condizioni.
La signora Weldon era stata sistemata il più confortevolmente
possibile; poiché non esisteva cassero di poppa e quindi mancavano le
cabine per ospitare i passeggeri, dovette accontentarsi della camera
del capitano Hull, situata a babordo, che costituiva il suo modesto
alloggio di marinaio, e il capitano dovette insistere non poco per
fargliela accettare. In quel ristretto ambiente si era dunque
sistemata la signora Weldon con il figlio e con la vecchia negra, e lì
prendeva i pasti in compagnia del capitano e del cugino Bénédict, per
il quale era stata preparata una specie di cabina a prua.
Quanto al comandante del Pilgrim, si era sistemato in una cabina di
manovra dell'equipaggio, cabina che avrebbe dovuto essere occupata dal
secondo ufficiale, se a bordo vi fosse stato un secondo; ma il
brigantino-goletta, lo sappiamo, navigava in condizioni che avevano
permesso di fare a meno di un secondo ufficiale.
Gli uomini del "Pilgrim", buoni e robusti marinai, erano molto uniti
tra di loro per comunione di idee e di abitudini, poiché quella era la
quarta stagione di pesca che avevano fatta insieme; erano tutti
americani dell'ovest, si conoscevano da lungo tempo e provenivano
dallo stesso litorale della California.
Questa brava gente si mostrava molto premurosa verso la signora
Weldon, moglie del loro armatore, per il quale nutrivano una devozione
senza limiti. Poiché ricevevano una percentuale sul profitto della
pesca, avevano navigato sino allora con notevoli guadagni e se ora,
essendo in pochi, dovevano faticare di più, lo facevano volentieri
perché ogni loro lavoro aumentava il profitto nel regolamento dei
conti che avveniva alla fine di ogni stagione. Questa volta, però, il
loro guadagno sarebbe stato quasi nullo, il che li faceva giustamente
imprecare contro quei farabutti della Nuova Zelanda.
Un solo uomo, a bordo, non era americano. Portoghese di nascita,
parlava l'inglese correntemente, si chiamava Negoro ed esercitava la
modesta funzione di cuoco del brigantino-goletta.
Il cuoco del "Pilgrim" aveva disertato ad Auckland e questo Negoro, al
momento disoccupato, si era offerto per rimpiazzarlo. Era un uomo
taciturno, per nulla comunicativo, che si teneva sempre in disparte,
ma che esercitava abilmente il suo mestiere. Pareva che, assumendolo,
il capitano Hull avesse fatto un buon affare giacché, dal momento del
suo imbarco, il cuoco non aveva meritato alcun rimprovero.
Nonostante questo, il capitano Hull si rammaricava di non aver potuto
assumere, per mancanza di tempo, maggiori informazioni sul suo
passato; non gli andava molto a genio il viso o, meglio, lo sguardo
del cuoco, e riteneva che, quando si tratta di introdurre un estraneo
nella vita di bordo, così ristretta e intima, non si dovesse
trascurare nulla per assicurarsi dei suoi precedenti.
Negoro poteva avere una quarantina d'anni; era magro, nervoso, di
statura media, nerissimo di capelli e un po' abbronzato di pelle,
vigoroso e robusto. Aveva qualche istruzione? Sì, lo si capiva da
alcune osservazioni che talora gli sfuggivano suo malgrado, ma non
parlava mai del suo passato, né della sua famiglia; non si poteva
indovinare di dove venisse, né dove fosse vissuto, né quale avvenire
sognasse: non se ne sapeva nulla. Dichiarava soltanto di voler
sbarcare a Valparaiso. Era senza dubbio un uomo strano e, in ogni
caso, non doveva essere un marinaio. Pareva più estraneo a ciò che
riguarda la marina di quanto lo sia un cuoco che abbia trascorso
navigando una parte della sua esistenza. Però non soffriva affatto né
il rullio, né il beccheggio della goletta, come accade a chi non ha
mai navigato, il che è un vantaggio considerevole per un cuoco di
bordo.
Tutto sommato, lo si vedeva poco. Durante il giorno, rimaneva per lo
più confinato nella sua stretta cucina, dinanzi al fornello di ghisa
che ne occupava la maggior parte; scesa la notte e spento il fuoco, si
ritirava nello stanzino che gli era stato assegnato in fondo al posto
dell'equipaggio, si coricava subito e si addormentava.
Abbiamo già detto che l'equipaggio del "Pilgrim" si componeva di
cinque marinai e di un mozzo. Il mozzo, un ragazzo di quindici anni,
era figlio di ignoti, una povera creatura abbandonata subito dopo la
nascita, raccolta e allevata dalla carità pubblica. Si chiamava Dick
Sand, doveva essere originario dello Stato di New York, e proprio
della capitale di questo Stato.
Avevano dato al povero orfanello il nome di Dick, diminutivo di
Richard, perché così si chiamava il caritatevole passante che lo aveva
raccolto due o tre ore dopo la nascita, e il cognome Sand in ricordo
del luogo in cui era stato trovato, cioè sulla punta di Sandy-Hook
(1), che forma l'entrata del porto di New York, alla foce dell'Hudson.
Dick Sand, al massimo della crescita, non avrebbe oltrepassato una
statura media, ma era di costituzione robusta. Non si poteva dubitare
che fosse di origine anglosassone: benché bruno di capelli, aveva
bellissimi occhi azzurri che brillavano di vivida luce. Il mestiere di
marinaio lo aveva già convenientemente preparato alle lotte della
vita; il suo viso spirava intelligenza ed energia, ma non era il viso
di un temerario, bensì di un coraggioso. Spesso vengono citate tre
parole di un verso incompleto di Virgilio:
"Audaces fortuna juvat"
ma la citazione non è corretta. Il poeta ha detto:
"Audentes fortuna iuvat"...
E' ai coraggiosi, non ai temerari, che la fortuna spesso sorride. Il
temerario può essere irriflessivo; il coraggioso, invece, prima pensa,
poi agisce. In questo sta la differenza.
Dick Sand era "audens". A soli quindici anni sapeva già prendere una
decisione e portare sino in fondo ciò che la sua mente risoluta aveva
stabilito. Il suo volto, vivace e serio allo stesso tempo, attirava
l'attenzione. Non abbondava in gesti e in parole, come di solito fanno
i ragazzi, e ben presto, in un'età in cui per lo più non ci si
preoccupa dei problemi della vita, egli aveva considerato con
obiettiva freddezza la sua misera condizione e aveva deciso di
diventare qualcuno.
E, in parte, vi era riuscito, poiché era già un uomo all'età in cui
gli altri non sono che bambini.
Agile e destro nello stesso tempo in tutti gli esercizi fisici, Dick
Sand era uno di quegli esseri privilegiati che, si dice, sono nati con
due piedi sinistri e due mani destre, poiché fanno tutto con la mano
buona e partono sempre con il piede giusto.
La carità pubblica, come abbiamo detto, aveva allevato il piccolo
orfanello e l'aveva sistemato in uno di quegli ospizi americani nei
quali si trova sempre un posto per un bimbo abbandonato. A quattro
anni, Dick imparava già a leggere e a scrivere in una delle numerose
scuole dello Stato di New York, mantenute generosamente dalle
sottoscrizioni di persone caritatevoli, e a otto anni il fanciullo,
che sin da piccolissimo aveva sentito la passione per il mare, fu
spinto a imbarcarsi come garzone su una nave di lungo corso che si
recava nei Mari del Sud. E lì imparò a poco a poco il mestiere di
marinaio, così come lo dovrebbero imparare, sin da bambini, tutti
coloro che vogliono dedicarsi a quella vita. A poco a poco acquistò
una certa istruzione, per merito di alcuni ufficiali che si
interessavano a quell'ometto, e il garzone di bordo non tardò a
diventare mozzo, in attesa, senza dubbio, di meglio. Il fanciullo che
sin da principio comprende come il lavoro sia la legge della vita, che
sa di buon'ora che dovrà guadagnarsi il pane con il sudore della
fronte - precetto, questo, della Bibbia, che è la regola dell'umanità
-, è probabilmente destinato a grandi cose, giacché avrà, un giorno,
insieme con la volontà, la forza di compierle.
Accadde che, trovandosi una volta a bordo di una nave mercantile, Dick
fu notato dal capitano Hull. Questo bravo ufficiale prese sotto la sua
protezione il ragazzo e lo fece più tardi conoscere al suo armatore
James W. Weldon, che si interessò vivamente all'orfanello, di cui
completò l'istruzione a San Francisco e che fece allevare nella
religione cattolica, che era la religione della sua famiglia.
Durante il corso dei suoi studi, Dick Sand si appassionò in modo
speciale alla geografia e ai viaggi, in attesa di essere in età per
apprendere quella parte della matematica che ha rapporto con la
navigazione. Poi non trascurò di aggiungere la pratica alla teoria, e
fu come mozzo che si imbarcò per la prima volta sul "Pilgrim". Un buon
marinaio deve conoscere non solo la navigazione, ma anche la grande
pesca, che è una buona preparazione alla carriera marittima. Dick Sand
partiva d'altronde su una nave del suo benefattore, James W. Weldon, e
comandata dal suo protettore, il capitano Hull. Si trovava dunque
nelle condizioni più favorevoli!
E' superfluo dire quanto egli fosse affettuosamente devoto alla
famiglia del suo protettore... ma lasciamo parlare i fatti.
Immaginiamo perciò la gioia del giovane nell'apprendere che la signora
Weldon avrebbe viaggiato a bordo del Pilgrim! Per parecchi anni, la
signora Weldon era stata per lui una madre, ed egli vedeva in Jack un
fratellino minore, pur non dimenticando mai, tuttavia, la sua
condizione di dipendente nei confronti del figlio del suo armatore.
Ma, e i suoi protettori lo sapevano, il buon seme che avevano gettato
era caduto in una terra generosa. Il cuore dell'orfano era gonfio di
gratitudine e, se un giorno fosse stato necessario dare la vita per
coloro che lo avevano istruito e gli avevano insegnato ad amare Dio,
il giovane non avrebbe esitato a darla. Insomma, Dick Sand non aveva
che quindici anni, ma agiva e pensava come se ne avesse trenta.
La signora Weldon conosceva i meriti del suo protetto e sapeva di
potergli affidare il piccolo Jack senza alcuna preoccupazione. Dick
adorava il bambino che, sentendosi amato da quel «fratello maggiore»,
cercava spesso la sua compagnia. Durante le lunghe ore di ozio, così
frequenti in una traversata quando il mare è calmo e le vele ben
sistemate non hanno bisogno di alcuna manovra, Dick e Jack erano
sempre insieme. Il giovane mozzo mostrava al bambino quelle cose che
gli sembravano divertenti nel suo mestiere, e senza timore la signora
Weldon vedeva Jack, in compagnia di Dick Sand, slanciarsi sulle
sartie, arrampicarsi sino alla gabbia dell'albero di trinchetto o
scendere, veloce come una freccia, lungo i paterazzi. Dick precedeva
Jack o lo seguiva, sempre pronto a sorreggerlo o a trattenerlo quando
le braccine del bimbo di cinque anni si mostravano troppo deboli per
quegli esercizi. Tutto ciò giovava alla salute di Jack, un po'
deperita per la recente malattia: le sue gote andavano riprendendo
rapidamente colore a bordo del "Pilgrim", grazie appunto a quella
ginnastica quotidiana e alle salubri brezze marine.
Le cose stavano dunque così: la traversata procedeva bene e, se non
fosse stato per il vento sfavorevole, né i passeggeri, né l'equipaggio
avrebbero avuto di che lamentarsi.
Tuttavia quel vento di est che non accennava a diminuire preoccupava
senza posa il capitano Hull, che non riusciva a mettere la nave sulla
buona strada. Inoltre temeva di incontrare più avanti, vicino al
Tropico del Capricorno, acque calme che gli sarebbero state
sfavorevoli, senza parlare della corrente equatoriale che lo avrebbe
respinto verso ovest. Era soprattutto preoccupato per la signora
Weldon, per i ritardi inevitabili, di cui tuttavia non era in alcun
modo responsabile. Cosicché già pensava che, se gli fosse capitato di
incontrare qualche transatlantico diretto verso l'America, avrebbe
consigliato alla sua passeggera di imbarcarsi. Disgraziatamente la
nave era trattenuta in latitudini troppo elevate per incrociare un
piroscafo diretto a Panama e, d'altra parte, a quell'epoca le
comunicazioni tra l'Australia e il Nuovo Mondo attraverso il Pacifico
non erano frequenti come oggi.
Bisognava dunque lasciare che le cose andassero secondo la volontà di
Dio, e pareva proprio che nulla dovesse turbare quella monotonia
quando, il 2 febbraio, alla longitudine e alla latitudine indicate
all'inizio di questa storia, avvenne il primo incidente.
Verso le nove del mattino, con un tempo bellissimo, Dick Sand e Jack
si erano installati sulle crocette del pappafico, di dove dominavano
tutta la nave e un largo tratto di oceano. Alle loro spalle la vista
del mare era interrotta soltanto dall'albero maestro che portava randa
e controranda, il che nascondeva ai due amici una parte di mare e di
cielo. Davanti a loro vedevano allungarsi sui flutti il bompresso, con
le vele triangolari che si stendevano come tre grandi ali disuguali;
al di sotto si arrotondava la vela di trinchetto e sulle loro teste la
piccola vela di gabbia e quella di pappafico, la cui ralinga
tremolava, mossa dalla brezza. Il brigantino-goletta correva dunque
con le mura a babordo e serrava il vento più che poteva.
Dick Sand spiegava a Jack come il "Pilgrim", bene zavorrato e bene
equilibrato in tutte le sue parti, non poteva in alcun modo
capovolgersi benché piegasse molto verso tribordo, quando il bambino
lo interruppe:
- Che cosa c'è laggiù? - domandò.
- Vedi forse qualcosa, Jack? - rispose Dick Sand, rizzandosi in piedi
sulle sbarre.
- Sì, là! - ripeté il piccolo Jack, indicando un punto del mare tra
gli spazi che gli stragli del gran fiocco e del piccolo fiocco
lasciavano liberi.
Dick Sand guardò con attenzione il punto indicato e tosto a voce alta
gridò:
- Un relitto sotto vento! Avanti a dritta!
3.
IL RELITTO.
Al grido lanciato da Dick Sand tutto l'equipaggio fu in piedi. Gli
uomini che non erano di guardia salirono sul ponte, e il capitano
Hull, abbandonata la sua cabina, si diresse verso prua.
La signora Weldon, Nan e persino l'indifferente cugino Bénédict
vennero ad appoggiarsi sul parapetto di tribordo per vedere meglio il
relitto segnalato dal giovane mozzo.
Soltanto Negoro non abbandonò lo stanzino che gli serviva da cucina, e
fu l'unico di tutti gli uomini dell'equipaggio a non interessarsi,
come al solito, di quanto accadeva.
Tutti guardavano con attenzione l'oggetto galleggiante che si cullava
tra le onde a tre miglia dal "Pilgrim".
- Che diamine può essere? - diceva un marinaio.
- Qualche zattera abbandonata - rispondeva un altro.
- Non è possibile che su quella zattera ci sia qualche sventurato
naufrago? - osservò la signora Weldon.
- Lo sapremo - rispose il capitano Hull; - ma quel relitto non è una
zattera, bensì uno scafo rovesciato su un fianco.
- E non potrebbe piuttosto essere un animale marino, un mammifero
enorme? - osservò il cugino Bénédict.
- Non credo - rispose Dick Sand.
- Secondo te, Dick, di che cosa si tratta? - chiese la signora Weldon.
- Di uno scafo rovesciato, come ha detto il capitano, signora Weldon.
Mi pare persino di veder brillare al sole la sua carena di rame.
- Sì... in realtà... - rispose il capitano Hull. Poi, rivolgendosi al
timoniere: - Barra sotto vento, Bolton. Lascia portare di un quarto
per avvicinarci al relitto...
- Sissignore - rispose il timoniere.
- Ma io - riprese il cugino Bénédict - insisto su ciò che ho detto. E
senza dubbio un animale!
- Allora deve trattarsi di un cetaceo di rame, - rispose il capitano
Hull - giacché anch'io lo vedo risplendere al sole.
- In ogni caso, cugino Bénédict, si tratterebbe di un animale morto
non fa il minimo movimento!
- Eh, cugina Weldon - replicò Bénédict intestardito; - non sarebbe la
prima volta che si incontra una balena addormentata sulla superficie
del mare!
- In realtà, può succedere - rispose il capitano Hull. - Ma qui non si
tratta di una balena, bensì di un bastimento.
- Vedremo - rispose il cugino Bénédict che, da parte sua, avrebbe dato
tutti i mammiferi dei mari artici e antartici per un insetto raro.
- Attento, Bolton, attento! - gridò di nuovo il capitano Hull. - Non
avvicinarti troppo al relitto. Passa a una gomena! Se noi non possiamo
danneggiarlo di più, quello scafo potrebbe causare qualche avaria a
noi, e io non voglio assolutamente urtarlo con il "Pilgrim". Orza un
po', Bolton, orza!
La rotta del "Pilgrim", che era già diretta verso il relitto, fu
modificata con un leggero colpo di remo.
Il brigantino-goletta si trovava ancora a un miglio di distanza dallo
scafo rovesciato. I marinai lo osservavano con curiosa avidità: chissà
che non racchiudesse un carico prezioso da poter trasportare a bordo
del "Pilgrim"? E' noto che, in ricuperi di questo genere, un terzo del
valore del carico è dovuto ai salvatori; in tal modo, se il carico non
era avariato, gli uomini dell'equipaggio avrebbero fatto, come si
dice, una pesca fortunata, un buon indennizzo per la pesca andata
male...
Un quarto d'ora più tardi, il relitto si trovava a meno di mezzo
miglio dal "Pilgrim".
Era veramente una nave rovesciata sul fianco di tribordo sino al
parapetto, talmente sbandata che sarebbe stato impossibile stare ritti
sul ponte. Della sua alberatura non si vedeva più nulla; dai
portasartie pendevano soltanto alcune corde spezzate e qualche catena
rotta. Un enorme squarcio si apriva a tribordo.
- Questa nave è stata speronata! - gridò Dick Sand.
- Non c'è dubbio, - rispose il capitano Hull - ed è un vero miracolo
che non sia immediatamente affondata. - Se così è successo, - osservò
la signora Weldon - c'è da sperare che l'equipaggio sia stato raccolto
da coloro che hanno investito la nave...
- Speriamolo, signora Weldon - rispose il capitano Hull; - a meno che
l'equipaggio, dopo la collisione, abbia cercato rifugio sulle sue
scialuppe, nel caso che la nave investitrice abbia continuato la sua
strada cosa che purtroppo qualche volta avviene!
- Possibile? Sarebbe una prova di crudeltà disumana, signor Hull!
- Certo, signora, certo... ma gli esempi non mancano! Quanto
all'equipaggio, il fatto di non vedere alcun canotto mi fa piuttosto
pensare che abbia abbandonato la nave e, a meno che gli uomini di
bordo non siano stati raccolti, penserei che abbiano tentato di
guadagnare la terra... Ma, alla distanza in cui siamo dal continente
americano o dalle isole dell'Oceania, c'è da temere che non ce
l'abbiano fatta!
- Forse - aggiunse la signora Weldon - non si saprà mai il segreto di
questa catastrofe! Tuttavia può anche darsi che qualche uomo
dell'equipaggio sia ancora a bordo...
- Non è probabile, signora! - rispose il capitano. - Ci avrebbero
visti e ci avrebbero fatto qualche segnale! Ma ora ce ne assicureremo.
Orza, Bolton, orza! - esclamò il capitano Hull, indicando con la mano
la rotta da seguire.
Il "Pilgrim" era ormai a circa tre gomene di distanza dal relitto, e
non c'era più alcun dubbio che quella nave fosse stata completamente
abbandonata dal suo equipaggio. Ma in quel momento Dick Sand fece un
gesto che chiedeva imperiosamente il silenzio
- Ascoltate! - esclamò.
Tutti tesero l'orecchio.
- Sento una specie di latrato - gridò Dick Sand.
In realtà si sentivano provenire, dall'interno della nave, dei
latrati. Là dentro c'era senza dubbio un cane vivo, forse imprigionato
nel relitto, giacché era possibile che i riquadri fossero
ermeticamente chiusi. Ma poiché il ponte del bastimento era ancora
visibile, non si poteva scorgere il cane.
- Anche se là dentro non c'è che un cane, noi lo salveremo, signor
Hull - disse la signora Weldon.
- Sì... sì ! - gridò il piccolo Jack - noi lo salveremo! Voglio dargli
da mangiare... esso ci vorrà bene... Mamma, vado a prendergli uno
zuccherino! - Aspetta, piccolo mio - rispose sorridendo la signora
Weldon. - Credo che la povera bestia sarà affamata e preferirà
certamente una buona zuppa a uno zuccherino!
- Ebbene, dategli la mia minestra - gridò il piccolo Jack. - Io posso
benissimo farne a meno!
In quel momento i latrati si facevano udire più distintamente.
Trecento piedi, al massimo, separavano le due navi, ed ecco che un
grosso cane apparve sull'impavesata di tribordo e vi si arrampicò
abbaiando più disperatamente che mai.
- Howik, - disse il capitano Hull, rivolgendosi al nostromo del
Pilgrim - fermate le macchine e mettete in acqua il piccolo canotto.
- Tieni duro, cane, tieni duro! - gridò il piccolo Jack all'animale,
che pareva rispondergli con un latrato sommesso.
La velatura del "Pilgrim" fu rapidamente orientata in modo che la nave
rimanesse quasi immobile a meno di cento metri dal relitto.
Il canotto fu calato in mare e il capitano Hull, Dick Sand e due
marinai vi presero posto.
Il cane continuava ad abbaiare, tentando di aggrapparsi
all'impavesata, ma ricadeva sempre sul ponte. Pareva che i suoi
latrati non fossero più rivolti a coloro che si stavano avvicinando:
erano forse diretti a qualche marinaio o passeggero rimasto
imprigionato nella nave?
«Che ci sia a bordo qualche naufrago riuscito a sopravvivere?», pensò
la signora Weldon.
Il canotto del "Pilgrim" stava per raggiungere con gli ultimi colpi di
remo la chiglia rovesciata. Ma improvvisamente il comportamento del
cane mutò. A quei primi latrati, che invitavano i salvatori a
raggiungerlo, seguirono abbaiamenti furiosi. La più violenta collera
agitava lo strano animale.
- Che mai avrà quel cane? - disse il capitano Hull, mentre il canotto
girava attorno alla poppa del bastimento per avvicinarsi alla parte
del ponte sommersa.
Ciò che non poté allora osservare il capitano Hull, ciò che non poté
neppure essere osservato da bordo del "Pilgrim", fu che la furia del
cane era esplosa proprio nel momento in cui Negoro, abbandonata la sua
cucina, saliva sul ponte.
Quel cane conosceva e riconosceva dunque il cuoco di bordo? Pareva
impossibile!
Comunque sia, dopo avere guardato il cane senza manifestare alcuna
sorpresa, Negoro aggrottò per un istante le sopracciglia e rientrò
sotto coperta.
Frattanto il canotto aveva raggiunto la poppa del bastimento. Là, sul
quadro, si leggeva un solo nome: "Waldeck", e niente altro; neppure
l'indicazione del porto di provenienza. Ma dalla forma dello scafo, da
certi particolari che un marinaio afferra al primo colpo d'occhio, il
capitano Hull si era reso conto che il bastimento era di costruzione
americana e il suo nome, d'altra parte, lo confermava. E ora quel
relitto era tutto ciò che rimaneva di un grosso brigantino di
cinquecento tonnellate!
A prua del "Waldeck" un'enorme falla indicava il punto in cui era
avvenuto l'urto. In seguito al rovesciamento dello scafo, lo squarcio
si trovava a cinque o sei piedi al di sopra dell'acqua, il che
spiegava come mai il brigantino non fosse ancora colato a picco.
Sul ponte, che il capitano Hull scorgeva ora in tutta la sua
estensione, non c'era nessuno.
Il cane, abbandonata l'impavesata, era scivolato sino al pannello
centrale che era aperto e abbaiava, ora rivolto all'interno, ora
all'esterno.
- Questa bestia non è sola a bordo! - osservò Dick Sand.
- Certamente no! - annuì il capitano.
Il canotto rasentò l'impavesata di babordo, che era per metà sommersa.
Un'ondata un po' più forte delle altre avrebbe senza dubbio fatto
affondare in pochi istanti il "Waldeck".
Il ponte del brigantino era stato spazzato da un capo all'altro dalle
onde. Non rimanevano che i tronconi dell'albero di maestra e
dell'albero di trinchetto, ambedue spezzati a due piedi sopra la
mastra e che dovevano essere caduti per il colpo, trascinando con sé
le sartie e i paterazzi.
Frattanto, per quanto lontano si spingesse lo sguardo, non si scorgeva
sulla superficie del mare alcun relitto che potesse appartenere al
"Waldeck", il che faceva pensare che il disastro fosse accaduto già da
parecchi giorni.
- Se qualche disgraziato è potuto sopravvivere all'urto, - disse il
capitano Hull - è probabile che la fame e la sete lo abbiano ucciso,
perché l'acqua deve aver raggiunto la cambusa. Credo che a bordo non
ci siano più che cadaveri!
- No, no! - gridò Dick Sand. - No! Il cane non abbaierebbe così. Là
dentro ci dev'essere qualcuno ancora vivo...
In quel momento, l'animale, rispondendo al richiamo del mozzo, si
lasciò scivolare in mare e prese a nuotare penosamente verso il
canotto: pareva veramente sfinito!
Issato a bordo, si precipitò avidamente non già su un pezzo di pane
che Dick Sand gli porse subito, ma verso una bacinella che conteneva
un po' di acqua dolce.
- Questa povera bestia muore di sete! - gridò Dick Sand.
Il canotto cercò allora un punto migliore per abbordare il "Waldeck" e
a tale scopo si allontanò di qualche poco. Il cane dovette
evidentemente credere che i suoi salvatori non volessero salire a
bordo, giacché afferrò Dick per la giacca, e i suoi lamentosi latrati
ripresero con maggior forza.
Tutti lo compresero; il modo di fare e i latrati del cane erano chiari
come avrebbe potuto esserlo il linguaggio di un uomo. Il canotto
avanzò subito sino a babordo, dove i marinai lo ormeggiarono
solidamente, mentre il capitano Hull e Dick Sand, saliti sul ponte, si
issarono non senza fatica sino al boccaporto che si apriva tra i
tronconi dei due alberi.
Attraverso quell'apertura scesero entrambi nella stiva.
La stiva del "Waldeck", piena d'acqua sino a metà, non conteneva
alcuna mercanzia. Il brigantino navigava con la zavorra, una zavorra
di sabbia che era volata tutta a babordo e che contribuiva a mantenere
il naviglio su un fianco. Non vi era quindi nulla da salvare.
- Qui non c'è nessuno! - disse il capitano Hull.
- Nessuno! - ripeté il mozzo, dopo essersi spinto sino alla parte
anteriore della stiva.
Ma il cane, che si trovava sul ponte, continuava ad abbaiare e pareva
richiamare con forza l'attenzione del capitano.
- Risaliamo! - ordinò il capitano a Dick Sand, ed entrambi riapparvero
sul ponte.
Il cane, precipitatosi verso i due uomini, cercò di trascinarli verso
il casseretto, ed essi lo seguirono.
Là, nel quadrato, cinque corpi, senza dubbio cadaveri, erano sdraiati
sul pavimento. Alla luce del giorno, che penetrava a fiotti dal
boccaporto, il capitano scorse i corpi di cinque negri. Dick Sand,
andando da uno all'altro credette di sentire che gli infelici
respiravano ancora.
- A bordo, subito! - esclamò il capitano.
I due marinai, che erano rimasti a guardia del canotto, furono subito
chiamati e aiutarono a trasportare i naufraghi fuori dal casseretto.
Non fu impresa facile ma, dopo dieci minuti, i cinque uomini erano
distesi nel canotto, senza che nessuno di loro si rendesse conto di
ciò che si faceva per salvarli. Qualche goccia di cordiale, poi un po'
di acqua fresca prudentemente distribuita, sarebbero forse riusciti a
richiamarli in vita.
Il "Pilgrim", che era rimasto a un centinaio di metri dal relitto, fu
bentosto raggiunto dal canotto. Dal gran pennone fu calata una
draglia, e i cinque negri, sollevati a uno a uno, furono deposti sul
ponte della nave.
Il cane li aveva accompagnati.
- Poveri infelici! - esclamò la signora Weldon, alla vista di quelle
creature che non erano se non corpi inerti.
- Sono vivi, signora Weldon! Li salveremo, sì, li salveremo! - gridò
Dick Sand.
- Che cosa è dunque accaduto a questi disgraziati? - domandò il cugino
Bénédict.
- Aspettate che possano parlare, - rispose il capitano Hull - e ci
racconteranno la loro storia. Ma, prima di tutto, diamo loro da bere
un po' d'acqua con l'aggiunta di qualche goccia di rhum.
Poi, voltandosi indietro, chiamò:
- Negoro!
Nell'udire quel nome, il cane si drizzò come un cane da ferma, con il
pelo irto e le fauci spalancate.
Il cuoco non appariva.
- Negoro! - ripeté il capitano.
Di nuovo, nell'udire quel nome, il cane diede segni di furore.
Quando Negoro, lasciata la cucina, comparve sul ponte, il cane si
precipitò contro di lui e tentò di saltargli alla gola.
Con un colpo di bastone, di cui si era munito, Negoro respinse
l'animale che alcuni marinai riuscirono a trattenere.
- Conoscete per caso questo cane? - domandò il capitano Hull al
cuoco.
- Io? - esclamò Negoro. - Non l'ho mai visto! - Strano! - mormorò Dick
Sand.
4.
I SUPERSTITI DEL WALDECK.
La tratta degli schiavi viene ancora esercitata su vasta scala in
tutta l'Africa equinoziale. Malgrado le crociere inglesi e francesi,
ogni anno navi cariche di schiavi lasciano le coste dell'Angola e del
Mozambico per trasportare i Negri in diversi punti del mondo e,
purtroppo, del mondo civile.
Il capitano Hull non l'ignorava e, sebbene quei paraggi non fossero di
solito frequentati dai negrieri, si chiese se gli uomini che egli
aveva salvati non fossero i superstiti di un carico di schiavi che il
"Waldeck" andava a vendere in qualche mercato del Pacifico. In ogni
caso, se così stavano le cose, quegli uomini, per avere messo piede su
una nave americana, ora erano liberi, ed egli non vedeva il momento di
poter dar loro questa notizia.
Frattanto erano state prodigate ai naufraghi del "Waldeck" le cure più
premurose. La signora Weldon, aiutata da Dick Sand e da Nan, aveva
fatto bere ai poveretti un po' di quella buona acqua fresca di cui
erano privi da giorni e che, unita a un po' di cibo, bastò per far
loro riprendere conoscenza.
Il più anziano dei cinque, un uomo di circa sessant'anni, fu presto in
condizione di parlare e poté rispondere alle domande che gli furono
rivolte.
- La nave che vi trasportava è stata forse arrembata? - fu la prima
domanda del capitano Hull.
- Sì - rispose il vecchio. - Dieci giorni or sono, la nostra nave è
stata arrembata, durante una notte buia e tempestosa. Noi stavamo
dormendo.
- Ma che è successo agli uomini di equipaggio del "Waldeck"?
- Essi non c'erano già più, capitano, allorché io e i miei compagni
siamo saliti sul ponte...
- L'equipaggio è forse saltato a bordo della nave investitrice? - si
informò il capitano Hull.
- Può darsi, e dobbiamo sperare che sia avvenuto così.
- E la nave che vi ha investiti non è tornata indietro per
soccorrervi?
- No.
- E' forse naufragata anch'essa dopo la collisione?
- No, non è naufragata, - rispose il vecchio scuotendo il capo -
giacché abbiamo potuto vederla fuggire nella notte.
Questo fatto, confermato da tutti i superstiti del "Waldeck",
sembrerebbe incredibile, ma purtroppo succede davvero che un capitano,
dopo qualche terribile collisione dovuta alla propria imprudenza,
prenda la fuga senza preoccuparsi dei disgraziati che ha colpiti e
senza tentare di portare loro alcun soccorso! Che molti postiglioni
facciano altrettanto e lascino ad altri, sulla pubblica strada, la
cura di rimediare alla disgrazia che essi hanno provocata è già un
fatto deplorevole, anche se le loro vittime sono sicure di trovare
soccorso immediato, ma che uomini abbandonino dei loro simili sul mare
è addirittura incredibile, è una vera e propria vergogna!
Eppure il capitano Hull era al corrente di parecchi esempi di simile
crudeltà, e dovette ripetere alla signora Weldon che tali fatti, per
quanto mostruosi possano apparire, non sono purtroppo rari. Poi
continuò:
- Di dove proveniva il "Waldeck"?
- Da Melbourne.
- Voi non siete dunque schiavi?
- Nossignore - rispose con vivacità il vecchio che si drizzò
fieramente. - Noi siamo sudditi dello Stato della Pennsylvania e
cittadini della libera America!
- Amici miei, - rispose il capitano Hull - state tranquilli: non avete
compromesso la vostra libertà salendo a bordo del brigantino-goletta
americano "Pilgrim".
In realtà, i cinque negri che il "Waldeck" trasportava appartenevano
allo Stato della Pennsylvania. Il più anziano, venduto in Africa come
schiavo all'età di sei anni e poi trasportato negli Stati Uniti, era
libero già da parecchi anni, in seguito all'Atto di emancipazione;
quanto ai suoi compagni, molto più giovani di lui, figli di schiavi
liberati prima della loro nascita, erano nati liberi, e nessun uomo
bianco aveva mai avuto su di loro alcun diritto di proprietà. Non
parlavano neanche la lingua «negra» senza l'articolo e che usa i verbi
all'infinito, lingua che, del resto, va scomparendo a poco a poco dopo
la guerra antischiavista. Quegli uomini avevano dunque lasciato di
propria volontà gli Stati Uniti e, di propria volontà, vi stavano
ritornando.
Come spiegarono al capitano Hull, erano rimasti per tre anni lontani a
lavorare nella vasta fattoria di un cittadino inglese, situata nei
pressi di Melbourne, nell'Australia meridionale; poi, trascorsi tre
anni, scaduto il loro contratto e avendo messo da parte un po' di
denaro, avevano desiderato ritornare in America e si erano imbarcati
sul "Waldeck", pagando il regolare biglietto di viaggio. Il 5 dicembre
avevano lasciato Melbourne e dopo sei giorni, durante una notte
tempestosa, il "Waldeck" era stato investito da un grosso piroscafo.
In quel momento i cinque uomini dormivano. Pochi secondi dopo la
collisione, che fu terribile, si erano precipitati sul ponte. Gli
alberi della nave erano già caduti, e il "Waldeck" si era piegato su
un fianco, ma non poteva affondare perché pochissima acqua era entrata
nella stiva. Il capitano e i marinai del "Waldeck" erano scomparsi,
alcuni precipitati in mare, altri forse aggrappati agli attrezzi della
nave investitrice che, dopo l'urto, era fuggita senza più tornare
indietro.
I cinque uomini erano rimasti soli a bordo, su uno scafo
semirovesciato, a duecento miglia da qualsiasi terra. Il più vecchio
del gruppo si chiamava Tom. Tanto la sua età quanto il suo carattere
energico e la sua esperienza, messi spesso alla prova durante una
lunga vita di fatiche, facevano di lui il capo indiscusso del gruppo
che aveva lavorato sempre insieme. Gli altri erano giovani dai
venticinque ai trent'anni, e si chiamavano Bat, che era il figlio del
vecchio Tom, Austin, Actéon e Hercule, uomini robusti e vigorosi, che
sarebbero stati apprezzatissimi sui mercati dell'Africa centrale.
Sebbene avessero terribilmente sofferto, erano senza dubbio dei
superbi campioni della loro razza e portavano il sigillo che la libera
educazione ricevuta nelle scuole del Nord America aveva loro impresso.
Dopo la collisione, Tom e i suoi compagni si erano dunque trovati soli
sul "Waldeck", senza alcuna possibilità di rialzare quella chiglia
inerte e neppure di abbandonarla, giacché le due imbarcazioni di bordo
si erano fracassate per l'urto. Erano quindi costretti ad attendere il
passaggio di qualche nave su quel rottame che, spinto dalla corrente,
andava a poco a poco alla deriva. Questo era il motivo per cui il
"Waldeck" era stato incontrato così fuori dalla sua rotta; partito da
Melbourne, si sarebbe dovuto trovare a una latitudine più bassa.
Durante i dieci giorni trascorsi tra la collisione e il momento in cui
il
"Pilgrim" era arrivato in vista del bastimento naufragato, i cinque
uomini si erano nutriti con il poco cibo trovato in cucina, ma erano
stati impossibilitati a estinguere la sete che li faceva soffrire
perché la cambusa era allagata e le botticelle d'acqua ammassate sul
ponte si erano sfondate nell'urto. Dopo poco, Tom e i suoi compagni,
torturati dalla sete, avevano finito con il perder conoscenza, e il
"Pilgrim" era giunto proprio in tempo.
Questo fu il racconto che Tom, con poche parole, fece al capitano
Hull, racconto sulla cui veridicità non c'era alcun motivo di
dubitare. I compagni confermarono parola per parola ciò che egli aveva
detto e, del resto, c'erano i fatti che parlavano in favore dei cinque
sventurati. Un altro essere vivente, tratto in salvo dal relitto, se
avesse avuto il dono della parola, avrebbe detto le stesse cose con la
stessa franchezza.
Era il cane, che la presenza di Negoro pareva rendere furioso;
un'antipatia veramente incomprensibile!
Dingo, così si chiamava il cane, apparteneva a una razza di mastini,
propri della Nuova Olanda. Il capitano del "Waldeck" non l'aveva
trovato in Australia, ma l'aveva incontrato due anni prima, randagio e
mezzo morto di fame, sulla costa occidentale dell'Africa, presso la
foce del Congo. Il capitano del "Waldeck" aveva raccolto quel
bell'animale, rimasto sempre poco socievole: esso pareva rimpiangere
un antico padrone dal quale era stato separato con la violenza e che
gli sarebbe stato impossibile ritrovare in quella regione deserta. S.
V., le due lettere incise sul suo collare, erano tutto ciò che univa
l'animale a un passato di cui forse sarebbe stato impossibile rivelare
il mistero.
Dingo era dunque uno splendido e robusto esemplare della varietà di
mastini della Nuova Olanda, più grossi e più robusti dei cani dei
Pirenei. Quando si alzava sulle zampe posteriori, gettando
all'indietro il capo, raggiungeva l'altezza di un uomo. L'agilità e la
forza muscolare che aveva dimostravano chiaramente che si trattava di
un animale capace di attaccare senza esitazione giaguari e pantere e
di tenere testa, senza alcun timore, a un orso. Di pelame folto, con
la lunga coda bella e diritta come quella del leone, di color fulvo
scuro macchiato di bianco sul muso, Dingo, sotto l'influsso della
collera, diventava formidabile, e si capiva come Negoro fosse stato
poco soddisfatto dell'accoglienza riservatagli da quel robusto
campione della razza canina.
Tuttavia Dingo, pur non essendo affatto socievole, non era cattivo;
sembrava triste e, come aveva osservato il vecchio Tom a bordo del
"Waldeck", non aveva simpatia per gli uomini di colore. Non tentava di
fare loro del male, ma li evitava. Che su quella costa africana, dove
era vissuto randagio per parecchio tempo, fosse stato maltrattato da
qualche indigeno? Benché Tom e i suoi compagni fossero brave persone,
Dingo non era affezionato a loro e, durante i dieci giorni che i
naufraghi avevano trascorso sul relitto del "Waldeck", era rimasto in
disparte, nutrendosi non si sa come e soffrendo anche lui la sete.
Questi erano dunque i superstiti di quel rottame che una sola ondata
avrebbe potuto affondare, portando con sé nelle profondità dell'oceano
dei cadaveri, se l'arrivo insperato del "Pilgrim", in ritardo per le
calme e i venti contrari, non avesse permesso al capitano Hull di
compiere un gesto di umanità! Per completare la sua opera, non gli
restava ora che far rimpatriare i cinque infelici che nel naufragio
avevano perso tutti i risparmi di tre anni di lavoro! Il "Pilgrim",
dopo avere scaricato a Valparaiso, doveva risalire la costa americana
sino all'altezza della California. Là Tom e i suoi compagni, come
assicurava la sua generosa moglie, sarebbero stati bene accolti da
James W. Weldon, e provvisti di tutto quanto sarebbe loro occorso per
raggiungere lo Stato della Pennsylvania.
Quella brava gente, rassicurata per il proprio avvenire, non poté fare
altro che ringraziare la signora Weldon e il capitano Hull. Senza
dubbio, quei cinque uomini dovevano moltissimo ai loro salvatori e,
pur non essendo che dei poveri negri, non disperavano di potere un
giorno pagare il loro debito di riconoscenza.
5.
S.V.
Frattanto il "Pilgrim" aveva ripreso il viaggio, cercando di spingersi
il più possibile verso est. L'incresciosa, persistente mancanza di
venti continuava a preoccupare il capitano Hull, non certo per il
ritardo di una o due settimane in una traversata dalla Nuova Zelanda a
Valparaiso, ma per i disagi prolungati che quel ritardo poteva
procurare alla sua passeggera, la signora Weldon, la quale, però, non
si lamentava mai di nulla e prendeva ogni cosa con filosofia. Quello
stesso giorno, 2 febbraio, verso sera, il rottame scomparve alla vista
dei nostri viaggiatori.
Il capitano Hull cercò di alloggiare nel miglior modo possibile Tom e
i suoi compagni ma, poiché il posto dell'equipaggio del "Pilgrim",
sistemato sul ponte in un tuga, era troppo piccolo per contenerli, fu
fatto tutto il possibile per alloggiarli sotto il castello di poppa.
Del resto, quella brava gente, avvezza a una dura vita di fatiche, non
aveva certo pretese e, dato il tempo caldo e sano, quell'accomodamento
doveva essere loro sufficiente per tutta la traversata.
La vita di bordo, turbata e scossa un momento dalla sua monotonia da
quell'incidente, riprese il suo corso.
Tom, Austin, Bat, Actéon e Hercule avrebbero voluto rendersi utili ma,
con quei venti costanti, le vele, una volta sistemate, non davano più
niente da fare. Tuttavia, ogni qualvolta si doveva virare di bordo, il
vecchio Tom e i suoi compagni si affrettavano a dare una mano
all'equipaggio, e bisogna confessare che, allorché il colossale
Hercule partecipava a qualche manovra, era impossibile non
accorgersene! Quel vigoroso negro, alto sei piedi, piegava da solo un
paranco!
Guardare quel gigante era, per il piccolo Jack, una vera gioia! Non ne
aveva affatto paura, e quando Hercule lo faceva saltare nelle sue
braccia come se fosse stato un bamboccio di sughero, levava gridolini
di gioia senza fine. - Fammi saltare più in alto! - diceva il piccolo
Jack.
- Ecco, signorino - rispondeva Hercule.
- Sono troppo pesante?
- Non vi sento neppure!
- E allora, ancora più in alto! In cima al tuo braccio!
E Hercule, sorreggendo i piedini del bimbo con la sua larga mano, lo
portava in giro come fanno talvolta i ginnasti del circo. Jack si
vedeva alto alto... il che lo divertiva un mondo; a volte faceva di
tutto per «diventare pesante», ma il gigante non se ne accorgeva
neppure.
Dick Sand e Hercule erano dunque due amici per il piccolo Jack, che
non tardò ad averne un terzo: Dingo.
Abbiamo detto che Dingo era un cane poco socievole a bordo del
"Waldeck", ma ciò forse dipendeva dal fatto che l'equipaggio della
nave non godeva della sua simpatia. A bordo del "Pilgrim" le cose
andarono in modo ben diverso: Jack seppe probabilmente toccare il
cuore del bell'animale, che prese ben presto piacere a giocare con il
bimbo, il quale si divertiva quanto mai! Si capì subito che Dingo era
un cane che amava in modo particolare i bambini, e Jack, d'altra
parte, non gli faceva del male, anzi... Il suo più gran diletto era
quello di trasformare Dingo in un veloce corsiero, ed è lecito
affermare che un cavallo di quella specie era assai superiore a un
quadrupede di cartapesta, anche se fornito di rotelle alle zampe! Jack
galoppava dunque spesso sulla groppa senza sella del cane che lo
accontentava volentieri e, a dire la verità, il bimbo non gli pesava
più di quanto può pesare un fantino a un cavallo da corsa.
Ma quanto zucchero scompariva ogni giorno dalle provviste della
cambusa!
Dingo divenne in breve il favorito di tutto l'equipaggio. Soltanto
Negoro continuò a evitare ogni incontro con l'animale, la cui
antipatia per lui si faceva ogni giorno più viva e inesplicabile.
Tuttavia il piccolo Jack non aveva affatto trascurato per Dingo il suo
amico di vecchia data, Dick Sand, no davvero! Tutto il tempo che il
servizio di bordo gli lasciava libero il mozzo lo trascorreva con il
ragazzino, e la signora Weldon, è inutile dirlo, vedeva con piacere
quella affettuosa intimità.
Un giorno - era il 6 febbraio - essa parlava di Dick Sand con il
capitano Hull, il quale faceva i più grandi elogi del giovane mozzo.
- Questo ragazzo - diceva egli alla signora Weldon - sarà un giorno un
buon marinaio, me ne rendo garante! Ha l'istinto del marinaio e con
tale istinto supplisce alle parti teoriche del mestiere che ancora
ignora. Ciò che egli sa è sorprendente, se si pensa al poco tempo che
ha avuto per imparare...
- Bisogna aggiungere - rispose la signora Weldon - che è anche un
ottimo ragazzo, di una serietà superiore ai suoi anni e che, da quando
lo conosciamo, non ha mai meritato un rimprovero!
- Sì, è davvero un buon ragazzo, - riprese il capitano Hull - amato e
rispettato da tutti.
- So che, al ritorno da questo viaggio, mio marito ha intenzione di
fargli seguire un corso di idrografia, in modo che possa più tardi
diventare capitano.
- Il signor Weldon ha ragione - rispose il capitano. - Dick Sand un
giorno farà onore alla marina americana.
- Quel povero orfanello ha iniziato dolorosamente la sua vita -
osservò la signora Weldon. - Ha dovuto subire delle dure prove!
- Senza dubbio, signora, ma le dure prove non sono state inutili. Egli
ha capito che in questo mondo doveva contare soltanto sulle proprie
forze, e ora è sulla buona strada!
- Sì, sulla strada del dovere!
- Guardatelo ora, signora Weldon - riprese il capitano Hull. - E' al
timone, con gli occhi fissi sulla vela di trinchetto: nessuna
distrazione da parte di questo giovane mozzo, e quindi nessuna
sbandata della nave! Dick Sand ha già la sicurezza di un vecchio
timoniere: buon inizio per un marinaio! Nel nostro mestiere, signora,
si deve iniziare da bambini: chi non è mai stato mozzo non diventerà
mai un buon marinaio, almeno nella marina mercantile. Bisogna che
tutto serva da lezione e, in seguito, che tutto sia nello stesso tempo
istintivo e razionale: la risoluzione che si deve prendere e,
contemporaneamente, la manovra che si deve eseguire.
- Tuttavia, capitano Hull, anche nella marina da guerra non mancano i
bravi ufficiali! - osservò la signora Weldon.
- No, - rispose il capitano Hull - ma i migliori hanno quasi tutti
iniziato la carriera da ragazzi e, senza parlare di Nelson e di pochi
altri, i peggiori non sono certo quelli che hanno cominciato a fare i
mozzi.
In quel momento si vide spuntare dal boccaporto il cugino Bénédict,
sempre assorto e lontano dalle faccende di questo mondo quanto lo sarà
il profeta Elia allorché tornerà su questa terra.
Egli cominciò a passeggiare su e giù per il ponte come un'anima in
pena, frugando con lo sguardo gli interstizi dell'impavesata, cercando
sotto le stie, passando le mani sulle saldature del ponte, là dove il
catrame si era scrostato.
- Ehi, cugino Bénédict! - lo interpellò la signora Weldon. - State
sempre bene?
- Sì, cugina Weldon... sto bene, certo, ma non vedo l'ora di toccar
terra.
- Che cosa cercate dunque sotto quella panca, signor Bénédict? - gli
chiese il capitano Hull.
- Insetti, signore! - rispose il cugino Bénédict. - Che cosa volete
che cerchi, se non un insetto?
- Insetti! In fede mia... fate come volete, ma non è certo sul mare
che potrete arricchire la vostra collezione!
- E perché no, capitano? Non è impossibile trovare a bordo qualche
esemplare di...
- Cugino Bénédict, - intervenne la signora Weldon - dovete proprio
prendervela con il capitano Hull! La sua nave è tenuta così bene che
ritornerete scornato dalle vostre ricerche!
Il capitano Hull si mise a ridere.
- La signora Weldon esagera - rispose. - Tuttavia, signor Bénédict,
credo proprio che perdiate il vostro tempo a frugare nelle nostre
cabine!
- Eh, lo so! - esclamò il cugino Bénédict, alzando le spalle. - Ho un
bel cercare...
- Nella stiva del "Pilgrim", - riprese il capitano Hull - troverete
forse qualche scarafaggio, soggetti però poco interessanti...
- Poco interessanti definite questi ortotteri notturni, che sono
incorsi nella maledizione di Virgilio e di Orazio? - rispose il cugino
Bénédict, raddrizzandosi quasi offeso. - Poco interessanti questi
parenti prossimi del «periplaneta orientalis» e del «kakerlac»
americano che vivono...
- Che infestano... - corresse il capitano.
- Che regnano a bordo... - replicò fieramente il cugino Bénédict.
- Amabile regalità!
- Eh, signore, voi non siete entomologo...
- A mie spese, mai!
- Suvvia, cugino Bénédict, - intervenne la signora Weldon, sorridendo
- non auguratevi di essere divorato per amore della scienza!
- Io non mi auguro nulla, cugina Weldon, - rispose il focoso
entomologo - se non di poter aggiungere alla mia collezione qualche
raro esemplare che le faccia onore!
- Non siete dunque soddisfatto della vostra «caccia» nella Nuova
Zelanda?
- Certamente sì, cugina Weldon. Sono stato abbastanza fortunato per
aver trovato uno stafilino che sinora non era stato rinvenuto se non a
qualche centinaio di miglia di qui, nella Nuova Caledonia.
In quel momento Dingo, che giocava con Jack, si avvicinò saltellando
al cugino Bénédict.
- Vattene! Vattene! - esclamò questi, respingendo l'animale.
- Amate gli scarafaggi e detestate i cani! - esclamò il capitano Hull.
- Oh, signor Bénédict!
- E per di più un cane così buono! - aggiunse il piccolo Jack,
prendendo tra le manine la grossa testa di Dingo.
- Sì, è proprio così! - rispose il cugino Bénédict. - Ma che volete?
Questo diavolo di cane non ha realizzato le speranze che il suo
incontro mi aveva fatto concepire!
- Mio Dio! - esclamò la signora Weldon. - Speravate dunque di poterlo
catalogare tra i ditteri o gli imenotteri?
- No - rispose gravemente il cugino Bénédict. - Ma non è forse vero
che Dingo, pur essendo di razza neo-zelandese, è stato raccolto sulla
costa occidentale dell'Africa?
- Verissimo! - rispose la signora Weldon, - e Tom l'ha spesso sentito
confermare dal capitano del "Waldeck".
- Ebbene, io avevo pensato... avevo sperato che questo cane mi avrebbe
portato qualche campione di emittero, proprio della fauna africana.
- Bontà del cielo! - esclamò la signora Weldon.
- Oppure - aggiunse il cugino Bénédict - qualche pulce penetrante o
irritante... di specie nuova.
- Senti, Dingo? - disse il capitano Hull. - Senti, mio bel cane? Tu
sei venuto meno ai tuoi doveri!
- Ho cercato attentamente tra il suo folto pelame, - aggiunse
l'entomologo con espressione di vivo rammarico - ma non sono riuscito
a trovargli addosso neanche un insetto...
- Che voi avreste immediatamente e senza pietà ucciso! Almeno lo
spero... - esclamò il capitano Hull.
- Signore, - rispose in tono secco il cugino Bénédict - sappiate
che Franklin si faceva scrupolo di uccidere qualsiasi insetto, fosse
pure una zanzara, le cui punture sono assai più temibili di quelle di
una pulce... e tuttavia sarete d'accordo nel dire che sir John
Franklin era un valoroso marinaio!
- Senza dubbio! - rispose il capitano, inchinandosi.
- -E un giorno, dopo essere stato dolorosamente punto da un dittero,
lo scacciò soffiandogli sopra e dicendogli, senza neppure dargli del
«tu»: «Andatevene! Il mondo è abbastanza grande per voi e per me!».
- Ah! - fece il capitano Hull.
- Proprio così, signore!
- Ebbene, signor Bénédict, - rispose il capitano Hull - un altro aveva
detto questo e molto prima di sir John Franklin!
- Un altro?
- Sì, e quest'altro è lo zio Tobia.
- Un entomologo? - domandò vivacemente il cugino Bénédict.
- No! Era lo zio Tobia di Sterne, e questo degno zio ha pronunziato le
stesse parole aprendo la finestra a una zanzara che lo infastidiva, ma
alla quale si permise di poter dare del «tu». «Va', povero insetto, il
mondo è tanto grande da contenere te e me!».
- Un brav'uomo davvero questo zio Tobia! - rispose il cugino Bénédict.
- E' morto?
- Lo credo bene, - rispose seriamente il capitano Hull - giacché non è
mai esistito.
E tutti risero guardando il cugino Bénédict.
Così, tra queste e altre conversazioni che, se vi prendeva parte il
cugino Bénédict, finivano sempre con accenni entomologici,
trascorrevano le lunghe ore di una navigazione così ostacolata: mare
sempre bello, ma venti tanto deboli che obbligavano il brigantino-
goletta ad avanzare pochissimo, mentre il capitano Hull non vedeva
l'ora di raggiungere le zone nelle quali i venti dominanti sarebbero
stati più favorevoli alla navigazione.
Dobbiamo dire che il cugino Bénédict aveva tentato di iniziare il
giovane mozzo ai misteri dell'entomologia, ma Dick Sand si era
dimostrato refrattario a tali tentativi e allora, in mancanza di
meglio, lo scienziato si era rivolto ai negri, i quali ci capivano
così poco che, quasi subito, Tom, Actéon, Bat e Austin disertarono le
lezioni, e il professore si trovò con un solo alunno, Hercule, che
pareva avere qualche disposizione naturale nel distinguere un
parassita da un tisanuro.
Il gigantesco negro viveva dunque nel mondo dei coleotteri, dei
moscerini, dei cannonieri, dei seppellitori, degli scarabei, delle
coccinelle, degli scarafaggi, dei maggiolini, dei cervi volanti e di
altri innumerevoli insetti e studiava diligentemente tutta la
collezione del cugino Bénédict, non senza che questi tremasse nel
vedere i suoi fragili esemplari tra le grosse dita di Hercule che
avevano la durezza e la forza di una morsa. Ma il gigantesco alunno
ascoltava con tanta docilità le lezioni del professore che valeva
davvero la pena di correre qualche rischio...
Mentre il cugino Bénédict si occupava di tutto questo, la signora
Weldon non permetteva che il piccolo Jack trascorresse tutto il suo
tempo in ozio: gli insegnava a leggere e a scrivere e, per quanto
riguardava l'aritmetica, era l'amico Dick Sand che gli inculcava i
primi elementi. Poiché, a cinque anni, un bambino generalmente impara
con giochi pratici più che con lezioni teoriche, necessariamente più
difficili, Jack imparava a leggere non in un sillabario, ma con
l'ausilio di cubi di legno sui quali erano impresse lettere in rosso,
cubi che egli si divertiva a disporre in modo da formare delle parole.
Talvolta la signora Weldon componeva con i cubi una parola, poi li
mescolava e toccava a Jack il compito di ricomporla nell'ordine
dovuto.
Il bimbo amava moltissimo questo sistema per imparare a leggere e ogni
giorno trascorreva qualche ora, talvolta in cabina, talvolta sul
ponte, a formare e a scomporre le lettere del suo alfabeto mobile.
Un giorno questo gioco diede origine a un fatto così straordinario e
così inatteso, che è necessario descriverlo con qualche particolare.
Era la mattina del 9 febbraio. Jack, semisdraiato sul ponte, si
divertiva a comporre una parola che il vecchio Tom doveva ricomporre
dopo che le lettere fossero state confuse tra di loro. Tom, con gli
occhi coperti da una mano per non barare, com'è doveroso, non doveva
vedere, e non vedeva infatti nulla di quanto faceva il fanciullo.
Tra le lettere, circa una cinquantina, alcune erano maiuscole, altre
minuscole; inoltre su alcuni cubi erano impressi dei numeri, il che
permetteva di imparare tanto a far di conto quanto a formare delle
parole.
I cubi erano stati sistemati sul ponte e il piccolo Jack ne prendeva
uno, ora qui e ora là, per comporre la sua parola: una grande fatica,
in verità!
Da alcuni istanti Dingo stava girando attorno al bimbo quando, a un
tratto, si fermò. Il suo sguardo si fece fisso, la zampa destra si
alzò, la coda prese ad agitarsi furiosamente; poi di colpo,
lanciandosi su uno dei cubi di legno, il cane lo afferrò con i denti e
andò a deporlo sul ponte a pochi passi da Jack.
Sul cubo era impressa la lettera maiuscola S.
- Dingo, ehi, che fai, Dingo! - gridò il piccolo che, per un attimo,
temette che la sua S finisse nella gola di Dingo.
Ma Dingo era tornato presso i cubi e, rifacendo tutta la mimica di
prima, afferrò un altro cubo e andò a posarlo accanto al primo. Sul
secondo cubo era impressa la lettera V.
Questa volta Jack lanciò un grido e fece accorrere la signora Weldon,
il capitano Hull e il giovane mozzo i quali stavano passeggiando sul
ponte. Il piccolo Jack raccontò loro quanto era accaduto.
Dingo conosceva le lettere! Dingo sapeva leggere! Proprio così, e Jack
ne era testimonio!
Dick Sand volle riprendere i due cubi per riportarli al suo piccolo
amico, ma Dingo gli mostrò i denti. Tuttavia il mozzo riuscì a
impossessarsi dei due cubi e a riporli con gli altri. Ma Dingo,
ripreso lo slancio, afferrò di nuovo i due cubi e li portò in
disparte, deciso, pareva, a custodirli a qualsiasi costo con le zampe
posate sopra. Quanto alle altre lettere, era chiaro, non lo
interessavano affatto!
- Ecco una cosa strana! - disse la signora Weldon.
- Strana davvero! - rispose il capitano Hull, che osservava
attentamente le due lettere.
- S. V. - lesse la signora Weldon.
- S. V. - ripeté il capitano Hull. - Ma sono proprio le lettere incise
sul collare di Dingo!
Poi volgendosi di colpo verso il vecchio Tom, gli domandò:
- Tom, non mi avete detto che il cane apparteneva al capitano del
"Waldeck" soltanto da poco tempo?
- In realtà, signore, Dingo era a bordo al massimo da due anni.
- E non avete anche aggiunto che il capitano del "Waldeck" aveva
trovato e raccolto questo cane sulla costa occidentale dell'Africa?
- Sissignore, nei pressi della foce del Congo. L'ho spesso sentito
dire dal capitano...
- Quindi, - concluse il capitano Hull - non si è mai saputo a chi
fosse appartenuto quel cane, né donde venisse?
- Mai, signore! Un cane trovato è peggio di un bambino: non ha carte
di riconoscimento e non può dare alcuna spiegazione...
Il capitano Hull stava riflettendo profondamente.
- Queste due lettere risvegliano forse in voi qualche ricordo? -
domandò al capitano la signora Weldon, dopo averlo lasciato per
qualche tempo in preda ai suoi pensieri.
- Sì, signora Weldon, un ricordo o, meglio, una coincidenza, senza
dubbio strana...
- Quale?
- Queste due lettere potrebbero avere un significato e portarci a
pensare alla sorte di qualche intrepido esploratore...
- Che intendete dire?
- Ecco, signora. Nel 1871, ossia due anni or sono, un viaggiatore
francese partì per incarico della "Société de Géographie" di Parigi,
con l'intento di fare la traversata dell'Africa da ovest a est. Il
punto di partenza era precisamente la foce del Congo, e il punto di
arrivo doveva essere all'incirca il capo Delgado, alla foce del fiume
Rovuma, per discenderne il corso. E questo esploratore francese si
chiamava Samuel Vernon.
- Samuel Vernon! - esclamò la signora Weldon.
- Sì, signora Weldon, e i suoi nomi cominciano appunto con le due
lettere che Dingo ha scelto tra tutte le altre, e che sono incise sul
suo collare.
- Infatti - rispose la signora Weldon. - E quel viaggiatore?
- Partì, ma dal momento della sua partenza non se ne seppe più nulla -
rispose il capitano Hull.
- Più nulla? - domandò il mozzo.
- No, più nulla! - confermò il capitano.
- E che cosa concludete?
- Che Samuel Vernon non è riuscito a raggiungere la costa orientale
dell'Africa, o perché fatto prigioniero dagli indigeni o perché
colpito dalla morte durante il viaggio.
- E questo cane, allora?
- Questo cane può essergli appartenuto e, più fortunato del suo
padrone, se la mia ipotesi è giusta, ha potuto ritornare sul litorale
del Congo, giacché è là, all'epoca in cui questi fatti sono avvenuti,
che è stato raccolto dal capitano del "Waldeck".
- Ma sapete se quell'esploratore era partito in compagnia di un cane,
- domandò la signora Weldon - o è solo una vostra supposizione?
- In realtà, signora, è semplicemente una mia supposizione - rispose
il capitano Hull; - ma un fatto è certo: Dingo riconosce le due
lettere S. V. che sono precisamente le iniziali dell'esploratore
francese. In quali circostanze questo animale abbia imparato a
distinguerle, non possono certo spiegarmelo ma, lo ripeto, esso senza
dubbio le riconosce e, guardate, le spinge con la zampa e sembra
volerci invitare a leggerle con lui.
In quel momento era impossibile ingannarsi sulle intenzioni di Dingo.
- Samuel Vernon era dunque solo quando ha lasciato il litorale del
Congo? - domandò Dick Sand.
- Non lo so - rispose il capitano; - è probabile, tuttavia, che avesse
con sé una scorta di indigeni.
In quel momento Negoro apparve sul ponte. Nessuno, sulle prime, notò
la sua presenza e quindi nessuno poté osservare lo strano sguardo che
egli lanciò al cane quando scorse le due lettere dinanzi alle quali
l'animale pareva immobile. Ma Dingo, scorto il cuoco, cominciò a
mostrare i segni del più intenso furore.
Negoro rientrò subito nell'alloggiamento dell'equipaggio, non senza
lasciarsi sfuggire un gesto di minaccia all'indirizzo del cane.
- Qui sotto c'è qualche mistero! - mormorò il capitano Hull, al quale
non era sfuggito alcun particolare della breve scena.
- Ma, signore, - prese a dire il mozzo - non è un fatto sorprendente
che un cane possa riconoscere alcune lettere dell'alfabeto?
- Oh no! - gridò il piccolo Jack. - La mamma mi ha spesso raccontato
la storia di un cane che sapeva leggere, scrivere e anche giocare a
domino, proprio come un maestro di scuola!
- Mio caro piccolo, - rispose la signora Weldon, sorridendo - quel
cane, che si chiamava Munito, non era affatto sapiente come tu credi.
A quanto mi è stato raccontato, esso non avrebbe potuto distinguere
l'una dall'altra le lettere che gli servivano a comporre le parole, se
il suo padrone, un astuto americano, avendo notato in Munito un udito
finissimo, non avesse approfittato di questa scoperta per trarre
effetti redditizi e curiosi.
- E come faceva, signora Weldon? - domando Dick Sand, interessato come
Jack alla storia.
- Ascoltate. Quando Munito doveva «lavorare» in pubblico, venivano
disposte su una tavola delle lettere simili a queste; sulla tavola il
cane andava e veniva, in attesa che fosse pronunziata la parola
richiesta. Condizione essenziale era però che il padrone conoscesse la
parola.
- E quando il padrone non c'era?
- Il cane non poteva far nulla, - rispose la signora Weldon - ed ecco
perché: Munito andava avanti e indietro e, giunto davanti alla lettera
che doveva scegliere per formare la parola richiesta, si fermava
perché udiva lo scricchiolio, impercettibile agli altri, di uno
stuzzicadenti che l'americano teneva in tasca. Questo lievissimo
rumore era per Munito il segnale: il cane prendeva la lettera con la
bocca e la disponeva nell'ordine voluto.
- Ed ecco svelato il segreto! - esclamò Dick Sand.
- Sì, il segreto era questo, - rispose la signora Weldon - segreto
molto semplice, come in ogni gioco di prestigio. In assenza
dell'americano, Munito non sapeva fare nulla... non sarebbe più stato
Munito... Per questo sono molto stupita che Dingo in assenza del suo
padrone, sempre che Samuel Vernon sia stato davvero il suo padrone,
abbia potuto riconoscere quelle lettere.
- In effetti, - disse il capitano Hull - la cosa è davvero strana. Ma,
notate bene, in questo caso non si tratta che di due lettere, due
lettere particolari e non di una parola scelta a caso. Dopo tutto,
quel cane che suonava alla porta di un convento per impadronirsi di un
piatto destinato ai passanti poveri, e quell'altro che, incaricato di
far girare lo spiedo un giorno sì e uno no, a turno con un suo simile,
si rifiutava di farlo quando non toccava a lui... questi due cani,
dico, andavano più lontano di Dingo nel campo dell'intelligenza, che è
riservato all'uomo. D'altra parte, siamo in presenza di un fatto
indiscutibile: tra tutte le lettere dell'alfabeto Dingo non ha scelto
che queste due: S. e V. Le altre, a quanto pare, non le conosce.
Bisogna dunque concludere che, per una causa che ci sfugge, la sua
attenzione è stata attratta in particolar modo da queste due lettere.
- Ah, capitano Hull, - rispose il giovane mozzo - se Dingo potesse
parlare! Forse ci direbbe che cosa significano queste due lettere e il
motivo del suo odio verso il nostro cuoco.
- Un odio che mette paura! - osservò il capitano Hull, nel momento in
cui Dingo, spalancando la bocca, metteva in mostra le sue zanne
poderose.
6.
UNA BALENA IN VISTA!
Com'è naturale, questo strano incidente fu, più di una volta,
l'argomento delle conversazioni che si svolgevano a poppa del
"Pilgrim" tra la signora Weldon, il capitano Hull e il giovane mozzo
che provava, in modo particolare, un senso di istintiva diffidenza nei
riguardi di Negoro la cui condotta, tuttavia, era irreprensibile.
Anche a prua se ne parlava, ma i marinai non ne traevano le stesse
conseguenze. Tra l'equipaggio, Dingo era considerato semplicemente un
cane che sapeva leggere e, forse, anche scrivere meglio di un marinaio
e che, se non parlava, era probabilmente perché aveva dei buoni motivi
per tacere.
- Ma un bel giorno, - disse il timoniere Bolton - quel cane verrà a
chiederci dove siamo diretti, se il vento è ovest-nord-ovest... e noi
dovremo pur rispondergli!
- Ci sono tanti animali che parlano, - si intromise un altro marinaio
- per esempio gazze e pappagalli. Perché dunque un cane non potrebbe
fare altrettanto, se gliene venisse la voglia? E' più difficile
parlare con un becco che con una bocca, no?
- Senza dubbio - rispose il nostromo Howik. - Tuttavia un fatto simile
non è mai accaduto!
Quei bravi marinai sarebbero stati ben sorpresi se si fosse loro detto
che, invece, un fatto simile era proprio accaduto: uno scienziato
danese possedeva un cane che pronunziava distintamente una ventina di
parole. Ma da questo al fatto che l'animale ne comprendesse il
significato, c'era un abisso! Molto evidentemente quel cane, la cui
glottide era conformata in modo tale da poter emettere suoni regolari,
non comprendeva affatto il significato delle sue parole più di quanto
non lo comprendano i pappagalli e le gazze. Una frase, per questi
animali, non è altro che un canto o un grido parlato, preso a prestito
da una lingua straniera.
Comunque sia, Dingo era diventato l'eroe di bordo, cosa di cui non si
rendeva conto per andarne particolarmente fiero. Parecchie volte il
capitano Hull ripeté l'esperimento: gli ponevano davanti i cubetti di
legno e Dingo, invariabilmente e senza la minima esitazione, sceglieva
le due lettere S e V tra tutte le altre che, era chiaro, non
attiravano la sua attenzione.
L'esperimento si svolse parecchie volte alla presenza del cugino
Bénédict, ma questo pareva non interessarlo affatto!
- Non crediate, amici miei - si degnò un giorno di dire - che soltanto
i cani abbiano il privilegio di essere intelligenti! Altri animali lo
sono altrettanto, se non altro nel seguire il loro istinto: così i
topi, che abbandonano la nave destinata a naufragare; così i castori,
che, prevedendo la piena dei fiumi, costruiscono le dighe più in alto;
così i cavalli di Nicomede, di Scanderberg e di Oppiano, che morirono
di dolore per la morte dei loro padroni; così certi asini, notevoli
per la loro memoria, e così, infine, tanti altri animali che hanno
dato lustro agli appartenenti al loro regno! Non si sono forse visti
certi uccelli così bene addestrati da scrivere, senza un errore,
parole dettate dal loro maestro, cacatoa che sanno contare, quanto il
più abile calcolatore dell'Ufficio delle longitudini, il numero delle
persone presenti in una sala? Non è forse esistito un pappagallo,
pagato cento scudi d'oro, che recitava a un cardinale, suo
proprietario, tutto il Simbolo Apostolico senza sbagliare una parola?
Infine, non è legittimo l'orgoglio di un entomologo quando vede
semplici insetti che danno prova di un'intelligenza superiore e
confermano eloquentemente l'assioma: "In minimis maximus Deus"? Le
formiche, per esempio, che possono fare da maestre agli edili delle
più grandi città, gli arginoreti acquatici che costruiscono campane da
palombari senza aver mai imparato la meccanica, le pulci che
trascinano carrozze, fanno esercitazioni come tiratori scelti e
sparano il cannone meglio degli artiglieri di West-Point (2)? No,
questo Dingo non merita tanti elogi e, se è così abile nel conoscere
l'alfabeto, significa che appartiene a una specie di mastini non
ancora classificata dalla scienza zoologica, il «canis alphabeticus»
della Nuova Zelanda!
Malgrado queste e altre dissertazioni dell'invidioso entomologo, Dingo
non perdette nulla nella stima pubblica e continuò ad essere
considerato un fenomeno dagli uomini del castello di prua.
E' tuttavia probabile che Negoro non condividesse l'entusiasmo
dell'equipaggio nei riguardi dell'animale: forse lo riteneva troppo
intelligente... Comunque sia, il cane continuava a dimostrare la
stessa animosità verso il cuoco di bordo e, senza dubbio, esso avrebbe
passato qualche guaio se non fosse stato, da un lato, un cane capace
di difendersi, e dall'altro, protetto dalla simpatia di tutto
l'equipaggio. A buon conto, Negoro evitava più che mai di trovarsi in
presenza di Dingo. Ma Dick Sand non aveva mancato di osservare che,
dopo il fatto delle due lettere dell'alfabeto, l'antipatia reciproca
dell'uomo e del cane si era inasprita. E ciò era davvero
incomprensibile!
Il 10 febbraio, il vento di nord-est, che sino allora si era alternato
alle lunghe e spossanti calme, durante le quali il "Pilgrim" rimaneva
immobile, si affievolì sensibilmente, e il capitano Hull cominciò a
sperare che avvenisse un mutamento nella direzione dei venti. Chissà
che il brigantino non potesse finalmente navigare con il vento in
poppa! Esso era partito da Auckland soltanto diciannove giorni prima,
il ritardo non era molto e, con un vento favorevole, il "Pilgrim",
munito di buone vele, poteva riguadagnare facilmente il tempo perduto.
Ma bisognava aspettare qualche giorno prima che il vento si stabilisse
decisamente a ovest.
Quella parte del Pacifico era sempre deserta; nessuna nave appariva
mai all'orizzonte, a quella latitudine veramente abbandonata dai
naviganti! Le baleniere dei mari australi non si disponevano ancora a
passare i tropici, quindi il "Pilgrim", che particolari circostanze
avevano costretto a lasciare le zone di pesca prima della fine della
stagione, non poteva aspettarsi di incrociare qualche bastimento sulla
sua stessa rotta. Quanto alle navi postali, l'abbiamo già detto, non
seguivano latitudini così alte nella loro traversata tra l'Australia e
il continente americano.
Tuttavia, anche quando il mare è deserto, bisogna osservarlo sino
all'estremo limite dell'orizzonte. Per quanto agli spiriti
superficiali questo spettacolo possa apparire monotono, in realtà, per
chi sappia comprenderlo, esso è sempre diverso. Anche i suoi mutamenti
più lievi affascinano la fantasia di chi comprende la poesia
dell'oceano: un'erba marina che galleggia dondolandosi, un ramo di
sargasso che con il suo leggero movimento lascia una scia sulla
superficie dell'acqua, un pezzo di legno di cui si vorrebbe conoscere
la storia... non occorre altro! Davanti a quell'infinito, nulla può
più fermare la fantasia: essa ha la strada aperta! Ogni molecola
d'acqua che l'evaporazione scambia continuamente tra mare e cielo
racchiude, forse, il segreto di una catastrofe! Dobbiamo quindi
invidiare coloro il cui pensiero sa indagare nei misteri dell'oceano,
invidiare gli spiriti che possono elevarsi dalla sua mobile superficie
sino alle altezze del cielo!
La vita, del resto, si manifesta sia sopra, sia sotto i mari. I
passeggeri del "Pilgrim" potevano vedere accanirsi, nell'inseguimento
di pesciolini, stormi di uccelli che, prima dell'inverno, sfuggono al
rigido clima dei poli. E più di una volta Dick Sand, allievo in questo
campo, come in altri, di James W. Weldon, diede prova della sua
straordinaria abilità nel maneggiare il fucile e la pistola,
abbattendo alcuni di questi veloci volatili.
Erano ora procellarie bianche, ora altre con le ali listate di nero,
talvolta passavano stormi di pinguini, la cui andatura in terra è
quanto mai tozza e ridicola; eppure, come faceva osservare il capitano
Hull, i pinguini, servendosi in mare dei loro moncherini come di vere
pinne, possono sfidare nel nuoto i pesci più veloci, al punto che i
marinai li hanno qualche volta confusi con le palamite. Più in alto,
giganteschi albatri battevano l'aria con le ali enormi che hanno
un'apertura di dieci piedi, e spesso venivano a posarsi sulla
superficie dell'acqua, frugandola a colpi di becco alla ricerca del
cibo.
Tutte queste scenette offrivano uno spettacolo sempre diverso, che
soltanto gli spiriti chiusi al fascino della natura potevano trovare
noiosi.
Quel giorno la signora Weldon stava passeggiando a poppavia allorché
uno strano fenomeno attrasse la sua attenzione: all'improvviso le
acque erano diventate rossastre, pareva stessero tingendosi di sangue,
e l'inspiegabile colore si estendeva sino a dove poteva spingersi lo
sguardo.
Dick Sand si trovava con il piccolo Jack accanto alla signora Weldon.
- Guarda, Dick, che strana tinta hanno le acque del Pacifico! - disse
al giovane mozzo. - Sarà forse causato dalla presenza di qualche erba
marina?
- No, signora, questo colore è prodotto da miriadi e miriadi di
piccoli crostacei, che sono l'abituale nutrimento dei grossi
mammiferi, e che i pescatori definiscono, non senza motivo, «cibo di
balena» - rispose Dick.
- Crostacei! - esclamò la signora Weldon. - Sono talmente piccoli che
potrebbero essere definiti insetti di mare. Il cugino Bénédict sarebbe
forse felice di farne collezione! - E a voce alta chiamò:
- Cugino Bénédict!
Questi comparve sul ponte, quasi contemporaneamente al capitano Hull.
- Cugino Bénédict, - disse la signora Weldon - guardate questo immenso
banco rossastro che si stende a perdita d'occhio!
- Toh! - esclamò il capitano Hull. - Ecco il «cibo di balena»! Signor
Bénédict, ecco una bella occasione per studiare questa strana specie
di crostacei!
- Puah! - rispose l'entomologo.
- Come, puah! - esclamò il capitano Hull. - Non avete il diritto di
manifestare una così sprezzante indifferenza! Questi crostacei
costituiscono una delle sei classi degli articolati, se non mi sbaglio
e, come tali...
- Puah! - ripeté ancora una volta il cugino Bénédict, scuotendo il
capo.
- Questa poi! Vi trovo piuttosto sprezzante come entomologo!
- Entomologo, d'accordo, ma soprattutto sono un esapodista, capitano
Hull. Non dimenticatelo!
- Ammettiamo pure che questi crostacei vi lascino indifferente, ma vi
assicuro che la pensereste diversamente se foste una balena! Che
fortuna, allora! Vedete, signora Weldon, quando noi balenieri, durante
la stagione della pesca, giungiamo in vista di un banco di questi
crostacei, abbiamo appena il tempo di preparare i ramponi e le lenze!
Siamo certi che la preda non è lontana!
- E' possibile che delle bestioline così piccole possano nutrirne
altre tanto grosse? - esclamò Jack.
- Eh, ragazzino mio, - rispose il capitano Hull - forse che con i
grani del semolino, della farina e della polvere di fecola non si
fanno eccellenti minestre? Sì, e la natura ha voluto che fosse così.
Quando una balena nuota tra queste acque rossastre, ha la minestra in
tavola, e non le resta che spalancare la sua enorme bocca. Miriadi di
crostacei vi penetrano, i numerosi peli dei fanoni, di cui l'animale è
fornito, si tendono come le reti di un pescatore, nulla può più
uscirne, e la massa dei crostacei si riversa nel vasto stomaco della
balena, proprio come la minestra nel tuo.
- E sta' pur sicuro, caro Jack, che la balena non perde tempo a
sgusciare a uno a uno questi crostacei come fai tu con i granchiolini!
- osservò Dick Sand.
- E aggiungo che è proprio nel momento in cui quell'enorme golosona è
occupata in tale faccenda che è più facile avvicinarla senza suscitare
la sua diffidenza. E' il momento favorevole per arpionarla con qualche
successo - fece osservare il capitano Hull.
In quel momento, e come per confermare le parole del capitano, risuonò
a prua la voce di un marinaio:
- Balena a sinistra!
Il capitano, drizzatosi, esclamò:
- Una balena!
E, spinto dal suo istinto di pescatore, si precipitò sul castello del
"Pilgrim", seguito subito dalla signora Weldon, da Jack, da Dick Sand
e persino dal cugino Bénédict.
Infatti, a quattro miglia sottovento, un certo ribollimento nell'acqua
indicava che un grosso mammifero marino si agitava tra quelle acque
rossastre: nessun pescatore di balene poteva ingannarsi.
Ma la distanza era ancora troppo considerevole perché fosse possibile
poter definire a quale specie il mammifero appartenesse; le specie,
infatti, sono parecchie e molto diverse tra di loro.
Si trattava di una balena franca, ricercata in modo particolare dai
pescatori dei mari del nord? Questi cetacei, privi della pinna
dorsale, ma la cui pelle ricopre uno spesso strato di grasso, possono
raggiungere una lunghezza di venti piedi, sebbene la media non
oltrepassi i sedici, e in tal caso uno solo di questi cetacei
giganteschi fornisce sino a duecento barili di olio.
O si trattava, invece, di un «hump-back», appartenente alla specie dei
balenotteri, designazione che avrebbe dovuto meritare almeno
l'attenzione dell'entomologo? Questa specie possiede pinne dorsali di
color bianco, la cui lunghezza è circa la metà di quella del corpo,
che hanno l'aspetto di ali: una balena volante, insomma!
O non era forse in vista, più verosimilmente, un «fin-back», mammifero
conosciuto anche con il nome di «jubarte», che è provvisto di una
pinna dorsale e lungo come una balena franca?
Il capitano Hull e i suoi marinai non potevano ancora pronunziarsi, ma
guardavano l'animale con più cupidigia che ammirazione.
Se è vero che un orologiaio non può trovarsi in un salone davanti a un
pendolo senza provare l'irrefrenabile desiderio di caricarlo, come
dev'essere più forte il desiderio di un pescatore di balene di
impadronirsi di un tale mammifero quando se lo vede davanti! I
cacciatori di selvaggina grossa, si dice, sono più ardenti dei
cacciatori di selvaggina piccola... Vuol dire, dunque, che più
l'animale è grosso, più è intensa la bramosia di conquistarlo! Che
cosa devono provare, allora, i cacciatori di elefanti e i pescatori di
balene? E bisogna anche non dimenticare il disappunto dell'equipaggio
del "Pilgrim" di dover tornare insoddisfatto in patria con un carico
incompleto...
Intanto il capitano Hull cercava di identificare l'animale avvistato,
che non era ben visibile. Tuttavia l'occhio esperto di un baleniere
non poteva sbagliare su alcuni particolari che si notano meglio da
lontano che da vicino.
Infatti, la colonna d'acqua e di vapore che la balena manda fuori
dagli sfiatatoi dovette attirare l'attenzione del capitano Hull e
indicargli la specie cui apparteneva il cetaceo.
- Non è una balena franca! - esclamò. - Il getto sarebbe più alto e
più sottile; se il rumore che il getto produce nell'uscire potesse
essere paragonato al rombo lontano di un cannone, sarei portato a
credere che si tratti di un «hump-back», ma non è così e, prestando
bene l'orecchio, si può dedurre che il rumore è di tutt'altra natura.
Che ne pensi, Dick? - domandò il capitano Hull, rivolgendosi al mozzo.
- Sarei indotto a pensare, capitano, che si tratti di una «jubarte» -
rispose Dick. - Guardate con quanta violenza i suoi sfiatatoi lanciano
in aria la colonna liquida! Non vi pare inoltre, fatto che mi darebbe
ragione, che il getto contenga più acqua che vapore? E questa, se non
erro, è una particolarità propria della «jubarte».
- Hai ragione, Dick, non c'è più alcun dubbio! E' una «jubarte» che
naviga sulla superficie di quelle acque rossastre - rispose il
capitano Hull.
- Com'è bella! - esclamò Jack.
- Sì, bimbo mio. E pensare che quel grosso animale sta tranquillamente
mangiando, e non immagina neppure lontanamente che dei balenieri lo
stiano osservando!
- Oserei dire che è una «jubarte» di grandi dimensioni... - osservò
Dick.
- Senza dubbio - rispose il capitano, che si andava entusiasmando
sempre di più. - Ritengo che sia lunga almeno settanta piedi.
- Bene! - esclamò il nostromo. - Sarebbe sufficiente una mezza dozzina
di balene di quella mole per riempire un bastimento come il nostro!
- Basterebbe certo! - replicò il capitano Hull, che salì sul bompresso
per vedere meglio.
- E con questa - aggiunse - potremo in poche ore imbarcare la metà dei
duecento barili d'olio che ci mancano!
- -Sì... sì... è proprio così - mormorava il capitano Hull.
- -Siamo d'accordo, - riprese Dick Sand - ma spesso non è affare da
poco attaccare uno di questi grossi cetacei.
- Impresa difficile, difficilissima! - replicò il capitano Hull. -
Questi balenotteri sono dotati di code formidabili, alle quali non
bisogna avvicinarsi senza precauzioni. La più solida piroga non
resisterebbe a un colpo ben assestato di una di quelle code. Ma vale
la pena di rischiare!
- Bah! - esclamò uno dei marinai - impadronirsi di una bella «jubarte»
sarebbe un gran successo!
- -E vantaggioso anche! - aggiunse un altro.
- Quindi un vero peccato, direi, non salutare da vicino questa che sta
passando!
Era chiaro che quei bravi marinai si eccitavano alla vista della
balena, un carico di barili d'olio che navigava dinanzi ai loro occhi
e a portata delle loro braccia... A sentirli parlare, non c'era più
che da issare i barili nella stiva del "Pilgrim" per completare il
carico!
Alcuni marinai, arrampicati tra le griselle dell'albero di trinchetto,
lanciavano grida di entusiasmo. Il capitano Hull, che non diceva più
nulla, si mordicchiava le unghie. Pareva che un'irresistibile calamita
attirasse il "Pilgrim" e il suo equipaggio!
- Mamma, mamma, - gridò allora il piccolo Jack - vorrei proprio avere
la balena per vedere com'è fatta.
- Ah, piccolo, tu vuoi avere quella balena? E perché no, amici miei? -
rispose il capitano Hull, cedendo infine al suo desiderio segreto. -
Ci mancano i pescatori di rinforzo, sì, ma anche da soli...
- Sì... sì! - esclamarono a una voce i marinai.
- Non sarà questa la prima volta che farò il lavoro di fiociniere, -
aggiunse il capitano Hull - e voi potrete vedere se sono ancora capace
di lanciare il rampone!
- Urrà! Urrà! Urrà! - rispose l'equipaggio.
7.
PREPARATIVI.
E' facile comprendere l'entusiasmo suscitato dalla vista di quel
prodigioso mammifero tra gli uomini del "Pilgrim"!
La balena che navigava tra quelle acque rossastre appariva enorme, e
il pensiero di riuscire a catturarla, completando così il carico, era
veramente tentatore! Potevano forse dei pescatori lasciarsi sfuggire
una simile occasione?
La signora Weldon, tuttavia, ritenne suo dovere informarsi dal
capitano se non fosse pericoloso per lui e per i suoi marinai
attaccare la balena in quelle condizioni.
- Nessun pericolo, signora Weldon - rispose il capitano. - Più di una
volta mi è accaduto di dare la caccia alla balena con una sola
imbarcazione, e sono sempre riuscito nell'impresa. Ve lo ripeto,
signora, per noi non c'è alcun pericolo e, di conseguenza, neppure per
voi.
La signora Weldon, rassicurata, non insistette.
Il capitano Hull cominciò subito a fare i preparativi necessari per la
cattura. Sapeva, per esperienza, che l'inseguimento di questi
balenotteri non è privo di difficoltà, ed egli voleva superarle.
Ciò che rendeva più complessa la cattura era il fatto che l'equipaggio
del brigantino-goletta non poteva lavorare che con una sola
imbarcazione, sebbene il "Pilgrim" fosse dotato di una scialuppa posta
sul suo cavalletto tra l'albero maestro e l'albero di trinchetto e
anche di tre baleniere, di cui due sospese a sinistra e a dritta, e la
terza a poppa.
Queste tre baleniere, di solito, venivano usate simultaneamente
nell'inseguimento dei cetacei; ma, durante la stagione di pesca, si
sa, veniva imbarcato sul "Pilgrim" un equipaggio di rinforzo,
ingaggiato nei porti della Nuova Zelanda.
Nelle condizioni attuali, invece, il Pilgrim non aveva a disposizione
che i cinque marinai di bordo, equipaggio per una sola baleniera, né
era possibile ricorrere all'aiuto di Tom e dei suoi compagni che si
erano subito offerti di collaborare, giacché, per manovrare una piroga
da pesca ci vogliono marinai particolarmente esperti. Un colpo di
timone o una remata fuori luogo sarebbero bastati a compromettere la
salvezza della baleniera durante l'attacco.
D'altra parte, il capitano Hull non voleva abbandonare la nave senza
lasciare un uomo di equipaggio di sua piena fiducia; occorreva
prevedere qualsiasi eventualità, quindi egli, obbligato a scegliere
dei marinai robusti per equipaggiare la baleniera, doveva per forza
lasciare a Dick Sand il compito di sorvegliare il "Pilgrim".
- Dick, - gli disse - lascio a te l'incarico di rimanere a bordo
durante la mia assenza che, spero, sarà breve!
- Sta bene, signore! - rispose il giovane mozzo.
Dick Sand avrebbe voluto partecipare alla cattura, che aveva per lui
grande attrattiva, ma comprese che, da un lato, le braccia di un uomo
fatto valevano più delle sue per il servizio sulla baleniera e che,
dall'altro, lui solo poteva sostituire il capitano Hull. Quindi si
rassegnò.
Sulla baleniera dovevano prender posto i cinque uomini
dell'equipaggio, compreso il nostromo Howik, ossia tutto l'equipaggio
del "Pilgrim"; i quattro marinai sarebbero stati ai remi e Howik al
remo di coda, che serve a dirigere un'imbarcazione di quel genere. Un
semplice timone, infatti, non avrebbe un'azione immediata e, nel caso
in cui i remi laterali fossero stati messi fuori uso, quello di coda,
manovrato a dovere, poteva mettere la baleniera fuori di portata dai
colpi del mostro.
Restava il capitano Hull che si era riservato il compito di
fiociniere, compito che, come aveva detto, non assolveva per la prima
volta. Toccava a lui, dunque, lanciare prima il rampone, poi
sorvegliare lo svolgersi della lunga corda fissata all'estremità di
quello, e infine finire l'animale a colpi di lancia quando sarebbe
ritornato alla superficie dell'oceano.
I balenieri usano talvolta delle armi da fuoco per questo genere di
pesca. Per mezzo di una macchina speciale, simile a un cannoncino,
situata a bordo della nave o a prua dell'imbarcazione, essi lanciano o
un rampone che trascina con sé la corda legata alla sua estremità,
ovvero palle esplosive che producono gravi devastazioni nel corpo
dell'animale.
Ma il "Pilgrim" non aveva apparecchi del genere, che sono, del resto,
macchinari assai costosi e difficili da manovrare; e pare che i
pescatori, poco favorevoli alle innovazioni, preferiscano le armi
primitive quali il rampone e le lance, di cui sono abituati a
servirsi. Era dunque con i mezzi ordinari, attaccando cioè la balena
ad arma bianca, che il capitano Hull si accingeva a catturare la
«jubarte» segnalata a cinque miglia dalla sua nave. Anche il tempo era
favorevole alla spedizione: il mare calmissimo, propizio alle manovre
di una baleniera, un vento che tendeva ad affievolirsi e a permettere
al "Pilgrim" di rimanere quasi del tutto immobile mentre il suo
equipaggio era occupato al largo.
La baleniera di dritta fu dunque subito calata in mare, e i quattro
marinai si imbarcarono. Howik diede loro due grossi giavellotti che
servivano da ramponi e, inoltre, due lance dalla punta aguzza. A
queste armi di offesa aggiunse cinque rotoli di quella corda
flessibile e resistente che i balenieri chiamano «lenza» e che misura
seicento piedi di lunghezza. Non ne basta una quantità minore, poiché
spesso accade che queste corde, attaccate testa a testa, non siano
sufficienti, tanto la balena si immerge in profondità.
Queste erano le armi accuratamente disposte a bordo dell'imbarcazione.
Howik e i quattro marinai non attendevano che l'ordine di levar
l'ancora.
Un solo posto era ancora libero sulla baleniera: quello che doveva
occupare il capitano Hull.
Va da sé che l'equipaggio del "Pilgrim", prima di lasciare la nave,
l'aveva messa in panna, ossia aveva orientato i pennoni in modo che le
vele, ostacolando a vicenda la loro azione, mantenessero quasi
immobile il brigantino-goletta.
Al momento di imbarcarsi, il capitano Hull gettò un ultimo colpo
d'occhio sulla sua nave e si assicurò che tutto fosse in ordine: le
drizze ben disposte, le vele convenientemente orientate. Poiché
lasciava la nave nelle mani del giovane mozzo durante un'assenza che
poteva prolungarsi anche per parecchie ore, egli voleva, e a ragione,
che, a meno di casi urgenti, Dick Sand non dovesse effettuare alcuna
manovra.
Al momento di partire, gli fece le ultime raccomandazioni.
- Dick, ti lascio solo - gli disse. - Bada a tutto e se, per assurdo,
fosse necessario mettere in moto la nave, nel caso che noi fossimo
trascinati lontano nell'inseguimento della balena, Tom e i suoi
compagni potranno senz'altro venirti in aiuto: se spiegherai loro bene
ciò che dovranno fare, sono certo che ci riusciranno.
- Sì, capitano Hull - rispose il vecchio Tom. - Il signor Dick può
contare su di noi. - Comandateci! Comandateci! - gridò Bat. -Abbiamo
tanto desiderio di renderci utili!
- Su che cosa dobbiamo sparare? - domandò Hercule, rimboccandosi le
larghe maniche della giacca.
- Per adesso su niente - rispose Dick Sand, sorridendo.
- Ai vostri ordini! - riprese il colosso.
- Dick, - aggiunse il capitano Hull - il tempo è bello, il vento è
caduto e non c'è alcun indizio che voglia riprendere a soffiare.
Soprattutto, qualsiasi cosa accada, non mettere in mare un'altra
imbarcazione e non abbandonare la nave!
- Intesi, capitano!
- Se sarà per caso necessario che il "Pilgrim" ci raggiunga, te lo
segnalerò issando la bandiera su una gaffa.
- State tranquillo, capitano, non perderò di vista la baleniera -
rispose Dick Sand.
- Bene, ragazzo mio. Coraggio e sangue freddo: eccoti capitano in
seconda! Fa' onore al tuo grado e pensa che nessuno, alla tua età, ha
mai occupato un posto simile!
Dick Sand non rispose, ma arrossì e sorrise. Il capitano Hull comprese
il sorriso e il rossore.
«Che bravo ragazzo! Modesto, sereno e di buon umore: è proprio
sempre così!», disse fra sé il capitano.
Tuttavia, da queste insistenti raccomandazioni, si capiva che il
capitano, sebbene non vi fosse alcun pericolo, lasciava a malincuore
la sua nave anche soltanto per poche ore. Ma un irresistibile istinto
di pescatore e, soprattutto, l'intenso desiderio di completare il
carico d'olio e di non venir meno agli impegni presi da James W.
Weldon a Valparaiso, lo spingevano a tentare l'avventura. D'altra
parte, quel mare così bello si prestava in modo eccezionale
all'inseguimento di un cetaceo; né lui né il suo equipaggio sarebbero
stati capaci di resistere a simile tentazione. La campagna di campagna
di pesca sarebbe stata finalmente completa, e quest'ultima
considerazione occupava il primo posto nel cuore del capitano Hull.
Egli si diresse verso la scaletta.
- Buona fortuna! - lo salutò la signora Weldon.
- Grazie, signora!
- Vi prego di non fare troppo male a quella povera bestia! - gridò il
piccolo Jack.
- No, bimbo mio! - rispose il capitano.
- Prendetela con dolcezza, signore!
- Sì... con i guanti, piccolo Jack!
- Talvolta, - fece osservare il cugino Bénédict - si trovano degli
insetti stranissimi sul dorso di questi enormi mammiferi.
- Ebbene, signor Bénédict, avrete il diritto di «entomologizzare» la
nostra «jubarte» quando sarà lunga distesa sul ponte del "Pilgrim" -
rispose ridendo il capitano Hull.
Poi, rivolgendosi a Tom:
- Tom, faccio conto su di voi e sui vostri compagni - disse - per
aiutarci poi a tagliare a pezzi la balena quando sarà ormeggiata
presso la nave, cosa che avverrà presto...
- A vostra disposizione, signore - rispose il vecchio Tom.
- Bene! - disse il capitano. - Dick, questi bravi amici ti aiuteranno
a preparare i barili vuoti che, durante la nostra assenza, dovranno
essere portati sul ponte: così al nostro ritorno ce la sbrigheremo più
presto.
- Sarà fatto, capitano!
Per chi non lo sapesse, occorre dire che la balena, una volta uccisa,
deve essere rimorchiata sino alla nave e solidamente legata a dritta.
Allora i marinai, calzati di speciali stivali uncinati, salgono sul
dorso dell'enorme cetaceo e lo tagliano con un metodo a strisce
parallele dalla testa alla coda, strisce che vengono in seguito
tagliate in parti da un piede e mezzo, divise a loro volta in pezzi
che, dopo essere deposti nei barili, vengono calati nella stiva.
Di solito, la baleniera, terminata la pesca, manovra in modo da toccar
terra il più presto possibile per terminare le operazioni.
L'equipaggio scende a terra e procede alla fusione del lardo che,
sotto l'azione del calore, dà la sua parte migliore, cioè l'olio (3).
Ma nelle circostanze attuali, il capitano Hull non poteva neppur
pensare a ritornare indietro per compiere questa operazione; faceva
conto di fondere il lardo a Valparaiso e, del resto, con quel vento di
ovest che non poteva tardare a farsi sentire, sperava di raggiungere
la costa americana prima di venti giorni, e questo lasso di tempo non
poteva compromettere il risultato della pesca.
Era giunto il momento di partire. Prima di mettersi in panna, il
"Pilgrim" si era un po' avvicinato al luogo in cui la balena
continuava a segnalare la sua presenza con getti di acqua e di vapore.
Nuotava sempre in mezzo al vasto campo rossastro di crostacei
spalancando automaticamente la sua ampia bocca e inghiottendo a ogni
sorsata miriadi di animaletti. Secondo l'equipaggio, non c'era alcun
pericolo che essa pensasse di fuggire: era chiaro che apparteneva a
quel genere di balene che i pescatori definiscono «da combattimento».
Il capitano Hull scavalcò l'impavesata e, scesa la scaletta di corsa,
raggiunse la prua della baleniera.
La signora Weldon, il cugino Bénédict, Tom e i suoi compagni
augurarono per l'ultima volta buona fortuna al capitano.
Anche Dingo rizzandosi sulle zampe e passando la testa al di sopra del
guardamano, voleva dire addio all'equipaggio.
Poi tutti tornarono a prua per non perdere nessun particolare di una
pesca così affascinante.
La baleniera si staccò e, sotto la spinta dei suoi quattro remi
vigorosamente maneggiati, si allontanò a poco a poco dal "Pilgrim".
- Bada a tutto, Dick, bada a tutto! - gridò per l'ultima volta il
capitano Hull al giovane mozzo.
- Contate su di me, signore!
- Un occhio alla nave e un occhio alla baleniera, ragazzo! Non
dimenticarlo!
- Sarà fatto, capitano - rispose Dick, e andò a prender posto accanto
al timone.
La leggera imbarcazione si trovava già a parecchie centinaia di piedi
dal "Pilgrim". Il capitano Hull, ritto a prua, non riuscendo più a
farsi sentire, rinnovava con gesti espressivi le sue raccomandazioni.
Fu in quel momento che Dingo, sempre con le zampe appoggiate sul
passamano, mandò un latrato lamentoso che avrebbe impressionato
sfavorevolmente qualche persona superstiziosa.
Quel latrato fece trasalire la signora Weldon.
- Dingo, Dingo! E' così che incoraggi i tuoi amici? - disse rivolta al
cane. - Suvvia, un bel latrato limpido e allegro!
Il cane tacque e, lasciandosi ricadere sulle quattro zampe, mosse
lentamente verso la signora Weldon e le leccò affettuosamente la mano.
- Non muove la coda! - mormorò Tom a bassa voce. - Cattivo segno!
Ma quasi subito Dingo si drizzò di nuovo ed emise un furioso latrato.
La signora Weldon si voltò. Negoro era uscito sul ponte e si dirigeva
verso la prua, senza dubbio con l'intenzione di seguire con gli altri
le manovre della baleniera.
Dingo si slanciò verso il cuoco in preda al più violento e
inesplicabile furore. Negoro afferrò una manovella e si preparò a
difendersi. Il cane stava per saltargli alla gola.
- Qui, Dingo, qui! - gridò Dick Sand che, abbandonato per un attimo il
suo posto di osservazione, corse vero la prua.
La signora Weldon, intanto, cercava di calmare l'animale.
Dingo obbedì con riluttanza, continuando a ringhiare sordamente, tornò
verso il giovane mozzo.
Negoro non aveva detto una parola, ma il suo volto era impallidito e,
lasciata cadere la manovella, il giovane era tornato in cucina.
- Hercule, - disse allora Dick Sand - vi incarico di sorvegliare
quell'uomo in modo particolare.
- Lo farò - rispose semplicemente Hercule, mostrando con eloquenza i
suoi enormi pugni.
La signora Weldon e Dick Sand volsero allora lo sguardo alla baleniera
che procedeva rapidamente, spinta dai quattro remi. Ormai non era più
che un punto sul mare...
8.
LA «JUBARTE».
Il capitano Hull, esperto baleniere com'era, non doveva lasciare nulla
al caso. La cattura di una balena è un'impresa difficile, nessuna
precauzione può essere trascurata, e nessuna infatti lo fu.
Dapprima il capitano Hull manovrò in modo da accostare la balena
sottovento, affinché nessun rumore potesse rivelarle l'avvicinarsi
dell'imbarcazione.
Howik diresse dunque la baleniera seguendo la curva piuttosto
allungata del banco rossastro, in mezzo al quale galleggiava la
«jubarte», in modo da poterla aggirare. Il nostromo, preposto a tale
manovra, era un marinaio dotato di un grande sangue freddo e che
godeva la massima fiducia del capitano Hull. Non c'era da temere, da
parte sua, né una piccola incertezza, né un momento di distrazione.
- Attento, Howik! - disse il capitano Hull. - Dobbiamo tentare di
prendere la balena di sorpresa. Non facciamoci scorgere prima di
essere pronti a lanciare il rampone.
- D'accordo, capitano - rispose il nostromo. - Seguirò il contorno di
queste acque rossastre in modo da tenermi sempre sottovento.
- Bene! - confermò il capitano. - Attenti, ragazzi, il minimo rumore
possibile con i remi...
I remi, accuratamente avvolti nella paglia, si muovevano in silenzio.
L'imbarcazione, abilmente diretta, aveva raggiunto l'ampio banco dei
crostacei. I remi di dritta affondavano nell'acqua verde e limpida
mentre quelli di sinistra, sollevando il liquido rossastro, parevano
lasciar cadere gocciole di sangue.
- Vino e acqua! - osservò un marinaio.
- Già, ma acqua che non si può bere e vino che non si può mandare giù!
- rispose il capitano Hull. - Suvvia, ragazzi, non parliamo più e
arranchiamo!
La baleniera, diretta dal nostromo, scivolava senza rumore sulla
superficie di quelle acque untuose, come se navigasse su uno strato di
olio.
La «jubarte» era immobile e pareva che non si fosse accorta
dell'imbarcazione che le stava descrivendo un cerchio attorno, e
intanto il capitano Hull, facendo questo giro, si allontanava
necessariamente dal "Pilgrim" che, per la distanza, pareva
rimpicciolirsi sempre di più.
E' assai bizzarro l'effetto della rapidità con la quale, in mare,
diminuiscono gli oggetti. Pare sempre di guardarli con un binocolo
alla rovescia, e questa illusione ottica è dovuta al fatto che
mancano, su quegli ampi spazi, punti di paragone. Così avveniva per il
"Pilgrim" che rimpiccioliva a vista d'occhio e pareva molto più
lontano di quanto non fosse realmente.
Mezz'ora dopo averlo lasciato, il capitano Hull e i suoi compagni si
trovavano esattamente sottovento alla balena, in modo che questa era a
mezza strada tra la nave e l'imbarcazione.
Era giunto il momento di avvicinarsi, facendo il minimo rumore
possibile; si poteva accostare l'animale di fianco e gettargli il
rampone prima di risvegliare la sua attenzione.
- Più adagio, ragazzi! - disse il capitano Hull a voce bassa.
- Mi pare che la nostra preda abbia sentito qualcosa. Soffia con minor
violenza di quanto non facesse poco fa... - osservò Howik.
- Silenzio! Silenzio! - raccomandò ancora il capitano Hull.
Cinque minuti dopo, la baleniera si trovava a circa duecento metri
dalla «jubarte».
Il nostromo, in piedi a poppa, manovrò in modo da avvicinarsi al
fianco sinistro del mammifero, evitando con la massima cura di passare
a portata della formidabile coda che, con un solo colpo, avrebbe
rovesciato l'imbarcazione.
A prua, il capitano Hull, con le gambe leggermente divaricate per
mantenersi meglio in equilibrio, teneva in mano il rampone con il
quale stava per sferrare il primo colpo. Data la sua abilità si poteva
essere sicuri che il rampone sarebbe affondato nell'enorme massa che
emergeva dall'acqua.
Accanto al capitano stava il primo dei cinque rotoli di corda,
solidamente fissato al rampone; a questo si sarebbero successivamente
aggiunti gli altri quattro se la balena si fosse immersa a una grande
profondità.
- Ci siamo, ragazzi? - mormorò il capitano Hull.
- Sì - rispose Howik, stringendo solidamente il remo con le larghe
mani.
- Accosta! Accosta!
Il nostromo obbedì all'ordine, e la baleniera giunse a meno di dieci
piedi dall'animale.
Il bestione non si muoveva e pareva che dormisse. La balena, che si
riesce a sorprendere nel sonno, offre una presa più facile, e spesso
accade che il primo colpo che le viene inferto la colpisca
mortalmente.
«Questa immobilità è molto strana!», pensò il capitano Hull. «Non
credo che la bricconcella dorma e tuttavia... c'è qualcosa che non mi
va!».
Così pensava pure il nostromo, che cercava di scorgere il fianco
opposto dell'animale.
Ma quello non era più il momento di riflettere, era il momento di
attaccare.
Il capitano Hull, tenendo solidamente il rampone al centro dell'asta,
lo bilanciò tre volte per meglio assicurare la precisione del colpo,
mentre mirava al fianco dell'animale. Poi lo lanciò con tutta la forza
del braccio.
- Indietro! Indietro! - gridò subito.
E i marinai, remando all'unisono, fecero indietreggiare la baleniera
con l'intento di metterla prudentemente al riparo dai colpi di coda
del cetaceo.
In quel momento, un grido del nostromo fece comprendere il motivo per
cui la balena fosse da tanto tempo immobile sulla superficie
dell'acqua.
- Un balenottero! - esclamò.
Infatti la «jubarte», dopo essere stata colpita dall'arpione, si era
quasi interamente rovesciata sul fianco, lasciando scoprire così un
balenottero, che essa stava allattando.
Questa circostanza, e il capitano Hull lo sapeva benissimo, avrebbe
reso più difficile la cattura del cetaceo. La madre si sarebbe difesa
molto più furiosamente, tanto per sé quanto per proteggere il suo
«piccolo», sempre che si potesse definire «piccolo» un animale che
misurava almeno venti piedi.
Tuttavia, al contrario di quanto ci si aspettava, la «jubarte» non si
precipitò immediatamente contro l'imbarcazione e non fu necessario
prendere la fuga tagliando il colpo di lenza attaccata al rampone. Al
contrario, la balena, come avviene del resto nella maggior parte dei
casi, seguita dal balenottero, dapprima si immerse obliquamente e poi,
sollevandosi con un enorme balzo, cominciò a filare tra due acque con
una estrema rapidità.
Ma avanti che avesse fatto il suo primo tuffo, il capitano Hull e il
nostromo, entrambi in piedi, avevano avuto il tempo di vederla e, di
conseguenza, di stimarla al giusto valore.
La «jubarte» era in realtà una balena di enormi dimensioni: misurava,
dalla testa alla coda, almeno ottanta piedi; la sua pelle di color
bruno giallastro era come chiazzata di macchie di un bruno più scuro.
Sarebbe stato un vero peccato se, dopo un inizio così fortunato, si
fosse dovuto abbandonare una preda così bella.
L'inseguimento o, meglio, il rimorchiamento aveva avuto inizio. La
baleniera, con i remi alti, correva come una freccia scivolando sulla
sommità delle onde. Howik la dirigeva imperturbabile, malgrado le
rapide, spaventose oscillazioni. Il capitano Hull, con l'occhio fisso
alla preda, continuava il suo eterno ritornello:
- Attento, Howik, attento!
E si poteva essere sicuri che l'attenzione vigilante del nostromo non
si sarebbe affievolita un istante.
Tuttavia, poiché la baleniera non correva così rapida come la balena,
la lenza si svolgeva a una velocità tale da far temere che prendesse
fuoco, tanto era forte l'attrito contro il fasciame della baleniera.
Perciò il capitano Hull aveva cura di tenerla umida, riempiendo
d'acqua la botte, in fondo alla quale la lenza era arrotolata.
Pareva che la «jubarte» non volesse fermarsi, né rallentare la sua
fuga. La seconda lenza fu dunque attaccata alla prima, e non tardò a
essere trascinata con la stessa rapidità. Cinque minuti dopo, si
dovette ricorrere alla terza che, come le altre, fu sommersa
nell'acqua.
La balena non si fermava: evidentemente il rampone non era penetrato
in un punto vitale e inoltre si poteva capire, anche osservando
l'obliquità più accentuata della lenza, che l'animale, invece di
tornare a galla, sprofondava sempre di più.
- Accidenti! Accidenti! - mormorava il capitano Hull. - Non ho mai
visto una cosa simile! Demonio di una «jubarte»!
Infine si dovette attaccare anche la quinta lenza, ed era già per metà
consumata allorché parve afflosciarsi.
- Bene! Bene! - esclamò il capitano Hull. - La lenza è meno tesa: pare
che la «jubarte» cominci a essere stanca!
In quel momento il "Pilgrim" si trovava a più di cinque miglia
sottovento della baleniera. Il capitano Hull, alzando la bandiera, gli
fece segno di avvicinarsi. E quasi subito poté vedere che Dick Sand,
aiutato da Tom e dai suoi compagni, cominciava a rimuovere i pennoni
in modo da orientarsi secondo il vento. Ma, dato che il vento, debole
e instabile, si faceva sentire a sbuffi, senza dubbio il "Pilgrim"
avrebbe incontrato qualche difficoltà a raggiungere la baleniera, se
pure ci fosse riuscito.
Intanto, secondo le previsioni, la «jubarte» era risalita in
superficie per riposare, sempre con il rampone infisso nel fianco.
Rimase quasi immobile, come se volesse attendere il balenottero che in
quella corsa furiosa era rimasto distanziato.
Il capitano Hull ordinò di aumentare la velocità dei remi per
raggiungerla, e ben presto la baleniera non fu più che a breve
distanza dalla preda. Due remi furono deposti e due marinai si
armarono, come aveva fatto il capitano, di due lance destinate a
colpire l'animale.
Howik, manovrando con abilità, si teneva pronto a voltare rapidamente
l'imbarcazione, nel caso che la «jubarte» l'assalisse bruscamente.
- Attenzione! - gridò il capitano Hull. - Non fallite il colpo...
mirate bene, ragazzi! Siamo pronti, Howik?
- Sono pronto, signore, - rispose il nostromo - ma c'è una cosa che mi
preoccupa: il fatto che la bestia, dopo essere fuggita così in fretta,
stia adesso così tranquilla!
- In realtà, Howik, la faccenda è sospetta.
- Non fidiamoci!
- D'accordo, ma andiamo avanti.
Il capitano Hull si eccitava sempre più. L'imbarcazione si avvicinò
ancora, mentre la «jubarte» non faceva che girare sul posto. Il
piccolo balenottero non le era più vicino, e forse essa lo cercava.
A un tratto diede un colpo di coda che la allontanò di una trentina di
piedi.
Si preparava di nuovo a prendere la fuga: bisognava dunque
ricominciare quell'interminabile inseguimento sulla superficie
dell'acqua?
- Attenzione! - gridò a un tratto il capitano. - La balena sta
prendendo lo slancio per aggredirci! Al timone, Howik, al timone!
In realtà la «jubarte» si era girata in modo da trovarsi di fronte
alla baleniera; poi, battendo violentemente l'acqua con le sue enormi
pinne, si era slanciata in avanti.
Il nostromo, che si aspettava il colpo, fece virare la barca in modo
che la balena passò di fianco all'imbarcazione senza colpirla e, in
quel momento, il capitano Hull e i due marinai le sferrarono tre
vigorosi colpi di lancia cercando di colpire qualche organo vitale.
La «jubarte» si fermò e, gettando a grande altezza due colonne d'acqua
mista a sangue, si slanciò di nuovo contro l'imbarcazione con un balzo
terrificante. Bisognava davvero che quei marinai fossero dei pescatori
ben decisi per non perdere la testa in un momento simile!
Howik ancora una volta evitò abilmente l'attacco del mostro, spingendo
l'imbarcazione di fianco.
Tre nuovi colpi, sferrati a proposito, infersero altre tre ferite
all'animale che, passando, colpì con tale forza l'acqua con la sua
formidabile coda da sollevare un'ondata enorme, come se all'improvviso
il mare si fosse scatenato. Poco mancò che la baleniera si
capovolgesse, ma l'acqua, oltrepassando il bordo, la riempì sino a
metà.
- Il secchio, il secchio! - gridò il capitano Hull.
I due marinai, abbandonati i remi, si misero a vuotare rapidamente la
baleniera, mentre il capitano tagliava la lenza divenuta ormai
inutile.
La balena, resa pazza dal dolore, non pensava più a fuggire, ma
attaccava a sua volta, e la sua agonia minacciava di essere terribile.
Una terza volta «invertì la rotta», come avrebbe detto un marinaio, e
si precipitò di nuovo sull'imbarcazione. Ma la baleniera, piena per
metà di acqua, non poteva più manovrare con la facilità di prima.
Nella condizione in cui si trovava, come avrebbe potuto evitare il
colpo che la minacciava? Se non si riusciva più a governare il timone,
come si poteva fuggire? E, del resto, per quanto rapida potesse essere
l'imbarcazione, la veloce «jubarte» l'avrebbe in ogni modo raggiunta
in pochi istanti. Non era il momento di attaccare, ma di difendersi, e
il capitano Hull non ebbe alcun dubbio.
Il terzo attacco del cetaceo non poté essere evitato del tutto:
passando, esso sfiorò la baleniera con la sua enorme pinna dorsale con
tale forza che Howik fu rovesciato dal suo banco.
Le tre lance, disgraziatamente deviate dall'oscillazione, fallirono il
segno.
- Howik! Howik! - gridò il capitano Hull, che faceva egli stesso
fatica a mantenere l'equilibrio.
- Presente! - rispose il nostromo, rialzandosi.
Ma in quell'attimo si accorse che, nella caduta, il remo di coda si
era spezzato in due.
- Un altro remo! - disse il capitano Hull.
- Eccolo! - rispose Howik.
In quel momento, un ribollimento si produsse sotto la superficie, a
poche tese dall'imbarcazione, e si vide ricomparire il piccolo
balenottero. La «jubarte» lo scorse e si precipitò verso di lui.
Questa circostanza non poteva che conferire alla lotta un carattere
più terribile: la «jubarte» si preparava a combattere per due.
Il capitano Hull guardò dalla parte del "Pilgrim", e la sua mano agitò
freneticamente l'asta su cui sventolava la bandiera.
Che cosa poteva fare Dick Sand che non avesse già fatto al primo
segnale avuto dal capitano? Le vele del "Pilgrim" erano orientate e il
vento cominciava a gonfiarle, ma disgraziatamente il "Pilgrim" non
possedeva un'elica per mezzo della quale poter accelerare la corsa.
Lanciare in mare un canotto e correre in soccorso del capitano con
l'aiuto dei negri sarebbe stata una considerevole perdita di tempo e,
d'altra parte, il mozzo aveva l'ordine di non abbandonare la nave,
qualsiasi cosa accadesse. Tuttavia egli fece calare il canotto di prua
in acqua e lo trascinò a rimorchio affinché, in caso di bisogno, vi si
potessero rifugiare il capitano e i suoi uomini.
In quel momento la «jubarte», coprendo con il suo corpo il
balenottero, era tornata alla carica, e questa volta manovrò in modo
da affrontare direttamente l'imbarcazione.
- Attenzione, Howik! - gridò per l'ultima volta il capitano Hull.
Ma il nostromo era, per così dire, disarmato. Invece di una leva, la
cui lunghezza ne costituiva la forza, non teneva più in mano che un
remo spezzato. Tentò di virare di bordo, ma fu impossibile.
I marinai compresero di essere perduti e si alzarono in piedi
lanciando un grido terribile che, forse, fu udito anche sul "Pilgrim".
Un formidabile colpo di coda del mostro colpì la baleniera da sotto;
l'imbarcazione, proiettata in aria con una violenza irresistibile,
ricadde spezzata in tre monconi tra le acque furiosamente sconvolte
dai colpi della balena.
Gli sventurati marinai, per quanto gravemente feriti, avrebbero forse
avuto la forza di mantenersi ancora a galla, sia nuotando, sia
afferrandosi a qualche rottame galleggiante; così fece appunto il
capitano Hull che fu visto per un istante issare su un rottame il
corpo del nostromo... ma la «jubarte», giunta al colmo del furore, si
voltò, fece un balzo e, forse negli estremi momenti di un'agonia
spaventosa, batté con forza formidabile la coda sulle acque sconvolte
nelle quali nuotavano ancora, dibattendosi, gli infelici marinai.
Per qualche minuto non si vide più che una tromba liquida che si
sparpagliava in zampilli da ogni parte.
Quando, un quarto d'ora più tardi, Dick Sand che, seguito dai negri,
si era precipitato sul canotto, giunse sul teatro della tragedia, ogni
essere vivente era scomparso. Non si vedeva più che qualche rottame
della baleniera sulla superficie dell'acqua rossa di sangue...
9.
IL CAPITANO SAND.
La prima sensazione che colpì i passeggeri del "Pilgrim" di fronte a
quella terribile catastrofe fu un misto di pietà e di terrore. Non
potevano pensare ad altro che alla spaventosa morte del capitano Hull
e dei suoi cinque marinai, a quella scena terribile avvenuta quasi
sotto i loro occhi, senza che essi potessero fare nulla per dare un
aiuto! Non erano neppure arrivati in tempo per raccogliere
l'equipaggio della baleniera, i disgraziati compagni feriti ma ancora
vivi, e per opporre lo scafo del "Pilgrim" ai colpi formidabili della
«jubarte»! Il capitano Hull e i suoi compagni erano scomparsi per
sempre.
Quando il brigantino-goletta giunse sul luogo del disastro, la signora
Weldon cadde in ginocchio con le mani rivolte al cielo, ed esclamò:
- Preghiamo!
Accanto a lei si inginocchiò e pregò, piangendo, anche il piccolo
Jack: il bimbo aveva capito. Dick Sand, Nan, Tom e gli altri uomini
rimasero in piedi, a capo basso, e tutti ripeterono insieme la
preghiera che la signora Weldon rivolse a Dio, raccomandando alla Sua
infinita bontà coloro che gli erano appena comparsi dinanzi.
Poi la signora Weldon, rivolgendosi ai compagni, disse:
- E ora, amici miei, chiediamo a Dio forza e coraggio per noi stessi!
Sì, non potevano fare altro che implorare l'aiuto di Colui che tutto
può, giacché la loro situazione era veramente drammatica! La nave non
aveva più né un capitano per comandarla, né un equipaggio per
manovrarla, e si trovava in mezzo all'immensità dell'Oceano Pacifico,
a centinaia di miglia da qualsiasi terra, alla mercé dei venti e delle
onde...
Quale fatalità aveva dunque condotto la balena sulla rotta del
"Pilgrim"? Quale fatalità, più crudele ancora, aveva spinto lo
sventurato capitano Hull, di solito così saggio, a correre un rischio
così grave per completare il suo carico? E quale tremenda catastrofe,
tra le più rare negli annali della grossa pesca, era mai questa che
non aveva permesso di salvare neppure uno dei marinai della baleniera?
Sì, era stata una fatalità terribile e ora, a bordo del "Pilgrim", non
c'era più nemmeno un uomo d'equipaggio... No, in realtà ce n'era uno,
uno solo: Dick Sand, ma non era che un mozzo, un ragazzo di quindici
anni!
Capitano, nostromo, marinai, tutto l'equipaggio, insomma, era
rappresentato da lui!
A bordo, per di più, si trovava una passeggera, una madre con il suo
bambino, la cui presenza rendeva la situazione ancora più grave.
C'erano, è vero, ancora cinque uomini, bravi, coraggiosi e pieni di
zelo, pronti senza dubbio a obbedire a chi fosse in grado di
comandarli, ma privi di qualsiasi nozione del mestiere di marinaio!
Dick Sand, immobile e con le braccia conserte, stava fissando il punto
in cui era scomparso il capitano Hull, il suo protettore, per il quale
sentiva un affetto filiale. I suoi occhi percorsero l'orizzonte
sperando di avvistare qualche nave alla quale chiedere aiuto e alla
quale poter affidare almeno la signora Weldon e il suo bambino.
Per nulla al mondo egli avrebbe abbandonato il "Pilgrim" prima di aver
tentato ogni mezzo per condurlo in porto. Se la signora Weldon e il
piccolo Jack fossero stati posti in salvo, egli almeno non avrebbe più
avuto alcun timore per la sorte di quelle due creature alle quali si
era votato anima e corpo.
L'oceano era deserto: dopo la scomparsa della «jubarte», nulla era
venuto ad alterarne la superficie. Attorno al "Pilgrim" soltanto cielo
e acqua, e il giovane mozzo sapeva molto bene di trovarsi fuori della
rotta seguita dalle navi mercantili e sapeva anche che le altre
baleniere navigavano ancora lontano, nei luoghi di pesca.
Ma bisognava a ogni costo affrontare la situazione, bisognava vedere
le cose nella loro realtà. E questo fece Dick Sand, chiedendo a Dio,
dal più profondo del cuore, ispirazione e soccorso.
Che cosa doveva fare?
In quel momento ricomparve sul ponte Negoro, che lo aveva lasciato
subito dopo la catastrofe. Nessuno avrebbe potuto dire che cosa avesse
provato quell'essere enigmatico di fronte a una sciagura di tale
portata! Egli vi aveva assistito senza fare un gesto, senza uscire dal
suo mutismo; i suoi occhi avevano avidamente seguito la vicenda ma se
qualcuno avesse potuto osservarlo in un simile momento, si sarebbe
almeno meravigliato di non veder trasalire neppure un muscolo di quel
volto impassibile. In ogni caso, come se non avesse sentito, non aveva
risposto al pietoso appello della signora Weldon che pregava per
l'equipaggio inghiottito dal mare.
Negoro si avviò verso poppa, proprio là dove Dick Sand stava immobile,
e si fermò a tre passi da lui.
- Avete qualcosa da dirmi? - domandò Dick Sand.
- Devo parlare al capitano Hull o, in sua assenza, al nostromo Howik.
- Ma lo sapete benissimo che entrambi sono periti! - esclamò il mozzo.
- Chi dunque, comanda ora a bordo? - si informò Negoro in tono
insolente.
- Io! - rispose Dick Sand senza esitare.
- Voi! - esclamò Negoro, e alzò le spalle. - Un capitano di
quindici anni!
- Sì, un capitano di quindici anni - rispose Dick Sand, avvicinandosi
al cuoco.
Questi arretrò di un passo.
- Non dimenticate - intervenne allora la signora Weldon - che qui non
c'è più che un capitano... il capitano Sand, ed è bene che ognuno si
renda conto che egli saprà farsi ubbidire!
Negoro si inchinò, mormorò in tono ironico qualche parola che non si
riuscì a capire e tornò al suo posto.
Ecco, la risoluzione di Dick Sand era presa.
Intanto il brigantino-goletta, sotto l'impulso del vento che
cominciava a rinfrescare, aveva già sorpassato l'ampia zona dei
crostacei.
Dick Sand ispezionò la condizione delle vele, poi i suoi occhi si
abbassarono sul ponte. Sentì allora una stretta al cuore pensando che,
se gli si fosse presentata in avvenire una grave responsabilità, egli
doveva essere in grado di affrontarla. Diede uno sguardo ai superstiti
del "Pilgrim" che in quel momento lo stavano fissando e, leggendo nei
loro occhi quanto poteva contare su quegli uomini, in poche parole
disse loro che essi potevano, a loro volta, contare su di lui.
Dick Sand aveva fatto, in piena sincerità, il suo esame di coscienza.
Sebbene egli fosse in grado di modificare la velatura del brigantino-
goletta secondo le circostanze, servendosi dell'aiuto materiale di Tom
e dei suoi compagni, non possedeva ancora, è chiaro, le conoscenze
necessarie per stabilire il punto con il calcolo. Quattro o cinque
anni più tardi avrebbe conosciuto a fondo il difficile e bel mestiere
del marinaio, avrebbe saputo servirsi del sestante, lo strumento che
il capitano Hull usava ogni giorno e che gli indicava l'altezza degli
astri; avrebbe saputo leggere nel cronometro l'ora del meridiano di
Greenwich e ne avrebbe dedotto la longitudine per mezzo dell'angolo
orario; il sole sarebbe diventato il suo consigliere di ogni giorno,
la luna e i pianeti gli avrebbero detto: là, su quel punto
dell'oceano, sta la tua nave! Quel firmamento, sul quale le stelle si
muovono come le sfere di un perfetto orologio che nessuna scossa può
turbare, e la cui esattezza è perfetta, gli avrebbe fatto conoscere le
ore e le distanze; per mezzo delle osservazioni astronomiche avrebbe
riconosciuto, come lo aveva riconosciuto ogni giorno il suo capitano,
il luogo occupato dal "Pilgrim", la rotta seguita e quella da seguire!
Ma ora, e per giunta solo in modo approssimativo, doveva chiedere la
rotta unicamente al solcometro, alla bussola e alla deriva...
Nonostante ciò, non si lasciò abbattere.
La signora Weldon comprese quello che si agitava nel cuore risoluto
del giovane mozzo.
- Grazie, Dick - gli disse con voce ferma. - Il capitano Hull non c'è
più, e tutti i suoi uomini sono periti con lui! La sorte del "Pilgrim"
è nelle tue mani e sarai tu, Dick, a portare in salvo la nave e tutti
coloro che sono a bordo.
- Sì, signora Weldon - rispose Dick Sand; - tenterò, con l'aiuto di
Dio!
- Tom e i suoi compagni sono uomini buoni, sui quali puoi contare in
modo assoluto.
- Lo so, ne farò degli ottimi marinai e manovreremo insieme... Con il
tempo buono tutto sarà facile... con il tempo cattivo, ebbene... con
il tempo cattivo lotteremo e salveremo voi, signora Weldon, e il
vostro piccolo Jack, salveremo tutti! Sì, sento di poterlo fare! - E
aggiunse: - Con l'aiuto di Dio!
- E ora, Dick, puoi sapere qual è la posizione del Pilgrim? -
s'informò la signora Weldon.
- Con facilità, signora - rispose il mozzo. - Devo semplicemente
consultare la carta di bordo sulla quale è stato fatto ieri il punto
dal capitano Hull.
- E potrai indirizzare il "Pilgrim" sulla rotta giusta?
- Certo, metterò la prua all'est, verso il punto del litorale
americano, dove dobbiamo sbarcare.
- Dick, tu capisci, vero, che la catastrofe che ci ha colpiti può e
deve modificare i nostri primitivi progetti? Non si tratta più di
condurre il "Pilgrim" a Valparaiso; la nostra destinazione è ora il
porto più vicino alla costa americana - riprese la signora Weldon.
- Senza dubbio, signora, non abbiate alcun timore - rispose Dick Sand.
- Non possiamo fare a meno di raggiungere la costa americana, che si
protende profondamente verso sud - rispose il mozzo.
- Dove si trova? - domandò la signora Weldon.
- Là, in quella direzione - indicò Dick Sand, mostrando con il dito
l'est, dopo aver guardato la bussola.
- Ebbene, Dick, poco importa che sbarchiamo a Valparaiso o in
qualsiasi altro punto della costa; l'essenziale è sbarcare.
- E noi sbarcheremo, signora Weldon, e sbarcheremo in un luogo sicuro
- rispose il giovane mozzo con voce ferma. - Del resto, avvicinandoci
alla terra, non perdo la speranza di incontrare qualche bastimento che
faccia il piccolo cabotaggio. Ah, signora Weldon, il vento comincia a
spirare verso nord-ovest! Voglia Iddio che continui così: faremo molta
strada, e in fretta anche! Fileremo a vele spiegate, dalla brigantina
al piccolo fiocco!
Dick Sand aveva parlato con la sicurezza del marinaio che si sente
sotto i piedi una nave della quale è padrone assoluto a qualsiasi
andatura. Stava per prendere il timone e chiamare i compagni per
orientare convenientemente le vele, quando la signora Weldon gli
ricordò che doveva, prima di tutto, conoscere la posizione del
"Pilgrim".
Era, infatti, la prima cosa da fare. Dick Sand andò nella cabina del
capitano a prendere la carta sulla quale era segnato il punto del
giorno prima. Poté così mostrare alla signora Weldon che il
brigantino-goletta si trovava a 43 gradi 35 primi latitudine e a 164
gradi 13 primi di longitudine giacché, dopo ventiquattro ore, esso non
aveva, per così dire, fatto un passo avanti.
La signora Weldon si era chinata sulla carta, guardando attentamente
la tinta scura, che indicava la terra, sulla destra dell'oceano. Era
la costa dell'America del Sud, l'immensa barriera gettata tra il
Pacifico e l'Atlantico, dal Capo Horn sino alle sponde della Colombia.
Guardando quella carta, distesa davanti ai suoi occhi, sulla quale era
raffigurato l'oceano intero, le pareva così facile poter rimpatriare!
E' questa un'illusione che si ripete invariabilmente per chi non ha
familiarità con le scale alle quali si riferiscono le carte nautiche.
E pareva davvero alla signora Weldon che la terra dovesse essere in
vista, come lo era su quel pezzo di carta!
Eppure in mezzo a quella pagina, il "Pilgrim", raffigurato secondo la
scala giusta, sarebbe stato più piccolo del più microscopico
infusorio! Quel punto matematico, senza dimensione apprezzabile,
sarebbe apparso sperduto, com'era in realtà, nell'immensità del
Pacifico. Dick Sand non aveva provato la stessa impressione della
signora Weldon. Egli sapeva quanto la terra fosse lontana e sapeva che
centinaia di miglia non bastavano a misurarne la distanza. Ma la sua
decisione era presa: sotto la responsabilità che gli incombeva, era
diventato uomo.
Era giunto il momento di agire. Si doveva approfittare della brezza di
nord-ovest che spirava al posto del vento sfavorevole; e qualche
nuvola, sparsa allo zenit sotto forma di cirro, faceva sperare che il
vento buono sarebbe durato almeno per un certo tempo.
Dick Sand chiamò Tom e i suoi compagni.
- Amici, la nostra nave non ha altro equipaggio se non voi - disse
loro; - senza il vostro aiuto non posso manovrare. Non siete marinai,
lo so, ma avete braccia buone. Mettetele dunque al servizio del
"Pilgrim" e vedrete che riusciremo a dirigerlo. C'è di mezzo la nostra
salvezza, amici: occorre che a bordo tutto proceda bene.
- Signor Dick, - rispose Tom - i miei compagni e io siamo i vostri
marinai. La buona volontà non ci mancherà, e tutto ciò che pochi
uomini, comandati da voi, possono fare... ebbene, noi lo faremo!
- Ben detto, vecchio Tom - intervenne la signora Weldon.
- Sì, ben detto, - ripeté Dick Sand - ma occorre prudenza, e io non
forzerò l'andatura della nave per non compromettere l'esito del
viaggio. Meno velocità e maggior sicurezza: ecco quanto ci ordinano le
attuali circostanze. Vi insegnerò, amici, ciò che ognuno di voi deve
fare durante la manovra. Io, dal canto mio, resterò al timone sino a
quando sarò così spossato da dover lasciare il mio posto, ma basterà
qualche ora di riposo, di tanto in tanto, per rimettermi in sesto. E,
poiché durante queste ore è necessario che qualcuno mi sostituisca,
insegnerò a voi, Tom, come si dirige il timone con l'aiuto della
bussola. Non è difficile, e con un po' di attenzione imparerete a
mantenere la prua nella giusta direzione.
- Quando vorrete, signor Dick - replicò il vecchio Tom.
- Bene, - rispose Dick - rimanete accanto a me, al timone, sino alla
fine della giornata e, se la fatica avrà la meglio, mi potrete già
sostituire per qualche ora.
- E io non potrò dare un po' di aiuto al mio amico Dick? - interloquì
il piccolo Jack.
- Sì, mio caro bimbo - rispose la signora Weldon, serrando Jack tra le
braccia; - ti si insegnerà a dirigere il timone, e sono certa che
quando lo manovrerai tu il vento ci sarà favorevole!
- Certo, mamma, certo! Te lo prometto - rispose il ragazzino, battendo
le mani.
- Sì, - disse Dick sorridendo; - i bravi mozzi sanno conservare il
vento buono! Lo dicono sempre i vecchi marinai... - Poi, rivolgendosi
a Tom e ai suoi compagni, proseguì:
- Amici miei, ora dobbiamo bracciare i pennoni. Non dovete fare altro
se non quello che vi dirò.
- Ai vostri ordini! - rispose Tom. - Ai vostri ordini, capitano Sand!
10.
I QUATTRO GIORNI SUCCESSIVI.
Dick Sand era dunque il capitano del "Pilgrim" e, senza perdere un
istante, prese le misure necessarie per mettere tutte le vele al
vento.
I passeggeri non potevano ormai più avere che una sola speranza:
raggiungere, se non Valparaiso, un qualsiasi porto della costa
americana. Ciò che a Dick Sand premeva soprattutto era riconoscere la
direzione e la velocità del "Pilgrim" per fare una media e, per
ottenere questo, bastava riportare ogni giorno sulla carta il cammino
compiuto, per mezzo del solcometro e della bussola. A bordo vi era
appunto un solcometro a quadrante e a elica, uno strumento che dà con
grande esattezza la velocità per un tempo determinato. Questo utile
strumento, di facilissimo uso, poteva rendere grandi servigi, e anche
i negri erano in grado di manovrarlo.
Una sola causa di possibile errore era costituita dalle correnti. Per
combatterla, la stima sarebbe stata insufficiente; solo le
osservazioni astronomiche avrebbero permesso di rendersene conto. Ma,
per ora, il giovane mozzo non era ancora in grado di fare queste
osservazioni.
Dick Sand aveva avuto, per un momento, l'idea di ricondurre il
"Pilgrim" nella Nuova Zelanda. La traversata sarebbe stata meno lunga
e certamente si sarebbe deciso in tal senso se il vento, che sino
allora era stato contrario, non avesse cominciato a soffiare
favorevolmente. Meglio dunque dirigersi verso l'America.
In effetti, il vento aveva mutato completamente direzione e ora
soffiava da nord-ovest con tendenza ad aumentare: bisognava dunque
approfittarne per fare più cammino possibile.
Dick Sand si preparò allora a dare al "Pilgrim" tutta la velatura.
In un brigantino-goletta, l'albero di trinchetto porta quattro vele
quadrate: la trinchettina sul piccolo albero, la vela di gabbia
sull'albero di gabbia e, sull'albero di pappafico, un pappafico e un
contropappafico.
L'albero maestro, invece, è meno carico di vele: non porta che una
brigantina e, al di sopra, una vela di freccia.
Tra questi due alberi, negli stragli che li sorreggono a prua, può
ancora essere sistemata una triplice schiera di vele triangolari.
Infine, a prua, sul bompresso e sul suo buttafuori, vi sono tre
fiocchi.
I fiocchi, la brigantina, la freccia, le vele di straglio sono
facilmente manovrabili: possono essere issate dal ponte, senza che sia
necessario salire sull'alberatura, giacché non sono serrate sopra
pennoni per mezzo di gaschette che bisogna prima di tutto allentare.
Al contrario, la manovra delle vele dell'albero di trinchetto richiede
una maggior abitudine al mestiere di marinaio. Infatti è necessario,
quando si vuole spiegarle, arrampicarsi sulle sartie, sia nella gabbia
di trinchetto, sia all'incappellatura del suddetto albero, e occorre
fare tutto questo sia per mollarle o ammainarle, sia per diminuire la
loro superficie prendendo dei terzaruoli. Di qui la necessità di
correre sui marciapiedi-corde mobili tese sotto i pennoni -, di
manovrare con una mano tenendosi con l'altra, manovra certo molto
pericolosa per chi non ne ha l'abitudine. Le oscillazioni del rollio e
del beccheggio, rafforzate dalla lunghezza dell'albero, lo sbattere
delle vele mosse dal vento fanno presto a far cadere un uomo in mare.
Questa operazione era dunque pericolosa per Tom e i suoi compagni.
Fortunatamente soffiava un vento moderato, il mare non aveva ancora
avuto il tempo di incresparsi, e il rollio e il beccheggio si facevano
sentire moderatamente.
Quando Dick Sand, al segnale del capitano Hull, si era diretto verso
il luogo della catastrofe, il "Pilgrim" non portava che i fiocchi, la
brigantina, l'albero di trinchetto e la vela di gabbia. Per passare
dallo stato di panna al movimento, il mozzo non aveva dovuto che far
servire, ossia contrabbracciare, gli attrezzi di trinchetto. In questa
manovra i negri l'avevano aiutato con molta facilità.
Si trattava ora di orientare a vento largo e, per completare la
velatura, di alzare il pappafico, il contropappafico, la freccia e le
vele di strallo.
- Amici miei, - si rivolse Dick Sand ai cinque uomini - fate ciò che
vi ordino, e tutto andrà bene.
Dick Sand era rimasto alla ruota del timone.
- Via! - gridò. - Tom, mollate in fretta quella manovra!
- Mollare? - ripeté Tom, che non comprendeva quell'espressione.
- Sì... scioglietela! E voi, Bat, fate la stessa cosa. Bene...
tesate... tesate!
- Così? - domandò Bat.
- Sì, così... molto bene! Forza, Hercule, forza... un bel colpo!
Dire «forza!» a Hercule poteva essere un'imprudenza. Il gigante, senza
volerlo, diede un tale colpo che stava per mandare tutto in pezzi.
- No... non così forte, amico! - gridò Dick Sand, sorridendo. -
Rischiate di abbattere l'alberatura!
- Ho tirato appena appena... - rispose Hercule.
- E allora, fingete soltanto: vedrete che basterà! Bene, mollate...
mollate... così... Bene! Ora tirate insieme, tirate con forza!
E tutta l'alberatura dell'albero trinchetto, i cui bracci di sinistra
erano stati mollati, virò lentamente. Il vento, gonfiando le vele,
impresse alla nave una certa velocità. Dick Sand fece allora mollare
le scotte dei fiocchi, poi chiamò gli uomini a poppa.
- Ecco fatto, amici, e fatto bene! Occupiamoci ora dell'albero
maestro. Ma mi raccomando, Hercule, non fracassate nulla!
- Farò il possibile - rispose il colosso, senza volersi compromettere.
La seconda manovra riuscì facilissima. Essendo stata allentata
dolcemente la scotta del ghisso, la brigantina prese il vento più
normalmente e aggiunse la sua potente azione a quella delle vele di
prua.
La freccia fu allora stabilita sopra la brigantina e, poiché era
semplicemente imbrogliata, non c'era che da pesare sulla drizza,
murare e poi tendere il più possibile. Ma Hercule pesò così bene,
aiutato dal suo amico Actéon, che, senza tener conto dell'aiuto del
piccolo Jack che si era unito a loro, la drizza si spezzò.
Tutti e tre caddero all'indietro, senza però fortunatamente farsi
alcun male. Jack era felice!
- Non è nulla, non è nulla! - esclamò Dick. - Aggiustate
provvisoriamente i due capi e tirate con dolcezza.
Questo fu fatto sotto gli occhi di Dick Sand, senza che egli dovesse
lasciare il timone. Il "Pilgrim" procedeva già rapidamente, con la
prua all'est; non c'era che da mantenere la rotta. Niente più da fare,
perché il vento era favorevole e non molto forte: non si dovevano
temere sbandate.
- Bene, amici! - disse Dick Sand. - Prima della fine della traversata,
sarete dei buoni marinai.
- Faremo del nostro meglio, capitano Sand - rispose Tom.
La signora Weldon fece gli elogi a quella brava gente, e anche il
piccolo Jack ricevette la parte che gli spettava, giacché aveva
collaborato anch'egli!
- Credo, anzi, signorino Jack, - disse Hercule, sorridendo - che
proprio voi abbiate spezzato la drizza! Che forza avete in quelle
piccole braccia! Senza il vostro aiuto non saremmo riusciti a
combinare nulla di buono...
E il piccolo Jack, orgoglioso di se stesso, scosse vigorosamente la
mano al suo amico Hercule.
La sistemazione della velatura del "Pilgrim" non era ancora completa.
Mancavano infatti le vele alte, la cui azione non è affatto
trascurabile in un'andatura a piene vele. Il pappafico, il
contropappafico e le vele di strallo avrebbero senza dubbio giovato
alla navigazione del "Pilgrim", e Dick Sand decise di metterle.
Questa manovra presentava certo maggiori difficoltà delle altre, non
per le vele di strallo che potevano essere issate, murate e tesate dal
basso, ma per le vele quadrate dell'albero di trinchetto. Bisognava
arrampicarsi sino alle barre per mollarle e Dick Sand, non volendo
esporre nessun uomo del suo equipaggio improvvisato, si occupò
personalmente della manovra.
Chiamò Tom e lo mise alla ruota del timone, facendogli vedere come
doveva dirigere il bastimento; poi, dopo aver messo Hercule, Bat,
Actéon e Austin alle drizze del contropappafico e del pappafico, si
slanciò sull'alberatura. Arrampicarsi sulle griselle delle sartie di
trinchetto, sulle aste, sulle griselle dell'albero di gabbia,
raggiungere le barre, non fu che un gioco per il giovane Dick. In un
minuto egli era sul marciapiedi del pennone di pappafico e mollava i
cavetti che tenevano stretta la vela.
Compiuto il suo lavoro, Dick Sand, afferrandosi a uno dei paterazzi di
tribordo, si lasciò scivolare sino al ponte.
Là, dietro sua indicazione, le due vele furono vigorosamente murate e
le due antenne issate insieme. Infine, sistemate le vele di strallo
tra l'albero maestro e l'albero di trinchetto, la manovra fu
terminata.
Questa volta Hercule non aveva rotto nulla.
Il "Pilgrim" portava tutte le vele che componevano la sua
attrezzatura. Senza dubbio, Dick Sand avrebbe potuto ancora aggiungere
i coltellacci di trinchetto a babordo, ma si trattava di una manovra
difficile, date le circostanze attuali e, se fosse stato necessario
ritirarle in caso di tempesta, non lo si sarebbe potuto fare con
sufficiente rapidità. Il giovane capitano vi rinunziò.
Tom fu allora sostituito al timone da Dick Sand, che venne a
riprendere il suo posto.
Il vento soffiava più forte. Il "Pilgrim", sbandando leggermente a
dritta, scivolava rapido sulla superficie del mare, lasciandosi dietro
una scia molto piatta, che indicava la purezza della sua linea
d'acqua.
- Siamo sulla buona strada, signora Weldon - disse allora Dick Sand. -
Che Iddio ci conservi questo buon vento!
La signora Weldon strinse la mano al giovane mozzo. Poi, stanca di
tutte le emozioni di quel giorno, rientrò nella sua cabina e cadde in
una sorta di penoso assopimento che non era, però, sonno.
Il nuovo equipaggio rimase sul ponte del brigantino-goletta, vegliando
sul castello di prua e pronto a eseguire gli ordini di Dick Sand,
ossia a modificare l'orientamento delle vele a seconda delle
variazioni del vento; ma sino a quando esso avesse conservato quella
forza e quella direzione non ci sarebbe stato assolutamente nulla da
fare.
E intanto, durante tutto questo tempo, che era accaduto del cugino
Bénédict?
Egli era intento a esaminare con la lente un articolato che aveva
finalmente scoperto a bordo, un semplice ortottero la cui testa
scompariva sotto il protorace, un insetto dalle elitre piatte,
l'addome tondeggiante e le ali molto lunghe, che apparteneva alla
famiglia dei blattoidi e alla specie delle blatte americane.
Era precisamente frugando nella cucina di Negoro che l'entomologo
aveva fatto questa preziosa scoperta, e proprio nel momento in cui il
cuoco stava per schiacciare senza pietà l'insetto... il che scatenò
una collera che Negoro lasciò freddamente sbollire...
Ma il cugino Bénédict era al corrente del mutamento avvenuto a bordo
dal momento in cui il capitano Hull e i suoi compagni avevano iniziato
quella funesta caccia alla «jubarte»? Sì, senza dubbio: si trovava
anch'egli sul ponte quando il "Pilgrim" arrivò in vista dei rottami
della baleniera. L'equipaggio era dunque perito sotto i suoi occhi...
Assicurare che questa catastrofe non l'avesse commosso, sarebbe far
torto al suo buon cuore; certamente anch'egli aveva provato quella
pietà per il prossimo che tutti provano, e si era preoccupato per la
situazione della cugina, anzi era venuto a stringerle la mano, quasi a
dirle: «Non temere, ci sono qui io! Io resto con voi! ».
Poi era rientrato nella sua cabina per riflettere, non c'è dubbio,
sulle conseguenze di quel disastroso avvenimento e sulle energiche
misure che bisognava prendere!
Ma, cammin facendo, aveva incontrato la blatta di cui abbiamo detto e,
poiché la sua teoria - giustificata d'altronde contro certi
entomologhi - era di dimostrare che le blatte del genere foraspi,
notevoli per i loro colori, hanno abitudini molto diverse da quelle
delle blatte propriamente dette, si era messo allo studio,
dimenticando che c'era stato un capitano Hull a comandare il "Pilgrim"
e che questo sventurato era appena perito con il suo equipaggio! La
blatta lo assorbiva completamente: la ammirava e la teneva in gran
conto, quasi che quell'orribile insetto fosse uno scarabeo d'oro!
La vita a bordo aveva dunque ripreso il suo corso abituale, sebbene
ciascuno dovesse restare ancora per lungo tempo sotto il colpo di una
catastrofe così terribile e impensata!
Durante quel giorno, Dick Sand si fece in quattro, come si dice,
affinché tutto fosse in ordine e per essere pronto a qualsiasi anche
piccola eventualità. I cinque negri gli obbedivano con il massimo zelo
e l'ordine più perfetto regnava sul "Pilgrim". C'era dunque da sperare
che tutto si sarebbe svolto senza incidenti.
Dal canto suo, Negoro non fece più alcun tentativo per sottrarsi
all'autorità di Dick Sand, autorità che parve aver tacitamente
riconosciuta. Occupato, come sempre, nella sua stretta cucina, non si
faceva vedere più di prima. D'altronde, alla minima infrazione, al
primo accenno di insubordinazione, Dick Sand era deciso a mandarlo in
fondo alla stiva per il resto della traversata: a un suo segnale,
Hercule avrebbe afferrato Negoro per la collottola e lo avrebbe
trascinato in fondo alla stiva. In quel caso Nan, che sapeva anche
cucinare, avrebbe sostituito il cuoco nelle sue funzioni. Negoro
doveva sapere di non essere indispensabile e, poiché si vedeva
sorvegliato da vicino, parve non voler più dare alcun motivo per
essere rimproverato.
Il vento, soffiando sino a sera, non rese necessario alcun mutamento
nella velatura del "Pilgrim". La sua solida alberatura e
l'attrezzatura di ferro in buono stato gli avrebbero permesso di
sopportare, a quell'andatura, anche un vento più forte.
Durante la notte si usa, di solito, diminuire le vele alte, le frecce,
il pappafico, il contropappafico eccetera, precauzione prudente per il
caso in cui qualche improvvisa raffica si abbatta sulla nave. Ma Dick
Sand ritenne di poter fare a meno di tale precauzione, giacché le
condizioni atmosferiche non erano minacciose e, d'altra parte, il
giovane mozzo, deciso a passare sul ponte quella prima notte, contava
di poter badare a tutto. In tal modo si poteva procedere più
velocemente, ed egli non vedeva l'ora di trovarsi in zone meno
deserte!
Abbiamo detto che il solcometro e la bussola erano i soli strumenti di
cui Dick potesse servirsi per conoscere in modo approssimativo il
cammino percorso dal "Pilgrim". Durante la giornata, il giovane lesse
il solcometro ogni mezz'ora e annotò le indicazioni che lo strumento
gli forniva. Quanto a bussole, dette anche compassi, a bordo ve
n'erano due: una era situata nell'abitacolo, sotto gli occhi del
timoniere: il suo quadrante, rischiarato di giorno dalla luce diurna e
di notte da due lampade laterali, indicava a ogni istante la direzione
della prua, ossia la rotta seguita dalla nave; l'altra era una bussola
rovesciata, fissata all'inferriata della cabina che occupava un tempo
il capitano Hull. In tal modo, senza dover abbandonare la cabina, egli
poteva sempre sapere se la direzione data veniva esattamente seguita e
se l'uomo alla barra, vuoi per incapacità, vuoi per negligenza,
facesse fare alla nave straorzate troppo ampie.
D'altronde non c'è nave di lungo corso che non possieda almeno due
bussole, come due cronometri. E' necessario che si possano confrontare
questi due strumenti tra di loro e, di conseguenza, controllare le
loro indicazioni.
Sotto questo punto di vista, il "Pilgrim" era sufficientemente
provvisto, e Dick Sand raccomandava ai suoi uomini di avere la più
grande cura per le due bussole, tanto necessarie.
Sventuratamente, nella notte dal 12 al 13 febbraio, mentre Dick Sand
era di quarto e teneva la ruota del timone, accadde un malaugurato
incidente. La bussola rovesciata, che era fermata per mezzo di una
ghiera di rame all'inferriata della cabina, si staccò e cadde sul
pavimento. Nessuno se ne accorse se non il giorno dopo.
Come mai quella ghiera si era staccata? Era un fatto inspiegabile...
tuttavia c'era la possibilità che fosse arrugginita e che un colpo di
beccheggio o di rollio l'avesse staccata dall'inferriata, giacché in
verità quella notte il mare era stato meno calmo; comunque, la bussola
si era rotta in modo da non poter più essere riparata.
Dick Sand ne fu molto seccato. Ormai era costretto a ricorrere
unicamente alla bussola dell'abitacolo. Nessuno, è chiaro, era
responsabile dell'incidente che, tuttavia, poteva avere spiacevoli
conseguenze. Dick Sand prese dunque tutte le misure necessarie perché
la seconda bussola fosse al sicuro da qualsiasi guaio.
Salvo quest'incidente, a bordo del "Pilgrim" tutto procedeva bene.
La signora Weldon, di fronte alla calma di Dick Sand, aveva
riacquistato fiducia anche se, a dire il vero, neppure prima si era
abbandonata alla disperazione. Soprattutto ella contava nell'aiuto di
Dio e, da profonda e sincera cattolica, trovava conforto nella
preghiera.
Dick Sand aveva sistemato le cose in modo da rimanere al timone
durante le ore notturne. Dormiva cinque o sei ore, al massimo, di
giorno, ma pareva gli fossero sufficienti, giacché non si sentiva mai
stanco. Durante queste ore, Tom e suo figlio Bat lo sostituivano al
timone e, grazie ai suoi consigli, stavano diventando a poco a poco
due abili timonieri.
Spesso la signora Weldon e Dick Sand discorrevano tra di loro, e il
giovane accettava volentieri i consigli di quella donna intelligente e
coraggiosa. Ogni giorno egli le indicava sulla carta il cammino
percorso, che rilevava tenendo conto unicamente della direzione e
della velocità della nave.
- Vedete, signora Weldon, - le ripeteva spesso - con questo vento
favorevole non possiamo fare a meno di raggiungere la costa
dell'America Meridionale. Non vorrei giurarlo, ma credo che quando il
nostro "Pilgrim" giungerà in vista della terra, non sarà lontano da
Valparaiso!
La signora Weldon non dubitava che la rotta della nave fosse quella
giusta, favorita soprattutto, com'era, da quei venti di nord-ovest. Ma
quanto il "Pilgrim" le pareva ancora lontano dalla costa americana!
Quanti pericoli prima di toccar terra, anche tenendo conto soltanto di
quelli che potevano sopravvenire da un cambiamento dello stato del
mare e del cielo!
Jack, spensierato come tutti i bambini della sua età, aveva ripreso i
suoi spassi abituali e i giochi con Dingo; si lamentava, però, che il
suo amico Dick si occupasse di lui meno di prima, anche se la madre
aveva cercato di fargli capire che bisognava lasciare il giovane mozzo
interamente alle sue occupazioni. Il piccolo Jack si era arreso alle
spiegazioni materne e non disturbava più il «capitano Sand».
Così si svolgeva la vita a bordo. I cinque negri eseguivano con
intelligenza il loro lavoro e ogni giorno diventavano più esperti nel
mestiere di marinaio. Tom fu nominato da Dick Sand nostromo
dell'equipaggio, ed era certamente lui che anche i suoi compagni
avrebbero scelto per occupare quel posto. Egli comandava il quarto
durante il riposo del mozzo, e aveva con sé suo figlio Bat e Austin,
mentre Actéon e Hercule formavano l'altro quarto sotto la direzione di
Dick Sand. In tal modo, mentre uno era al timone, gli altri tre
vegliavano a prua.
Benché la zona fosse deserta e non si dovesse temere lo scontro con
un'altra nave, il giovane Dick esigeva un rigorosa sorveglianza
durante la notte. Non navigava mai senza aver acceso i fanali di
posizione - verde a dritta e rosso a sinistra - e, nel comportarsi
così, agiva saggiamente.
Tuttavia, durante le notti che Dick Sand trascorreva interamente al
timone, una invincibile depressione si impadroniva di lui, e la sua
mano governava allora per puro istinto. E questo era l'effetto di una
fatica di cui egli non voleva rendersi conto.
Durante la notte dal 13 al 14 febbraio, Dick Sand, sentendosi
stanchissimo, dovette concedersi qualche ora di riposo, e fu
sostituito al timone dal vecchio Tom.
Il cielo era coperto di dense nubi che, verso sera, si erano abbassate
sotto l'influenza dell'aria fredda. Era dunque molto buio, e sarebbe
stato impossibile distinguere le alte vele immerse nelle tenebre.
Hercule e Actéon erano di guardia a prua.
A poppa, il fanale dell'abitacolo non lasciava filtrare che una debole
luce, la quale rifletteva dolcemente la guarnizione metallica della
ruota del timone. I fanali, proiettando i loro fuochi lateralmente,
lasciavano il ponte immerso in una profonda oscurità.
Verso le tre del mattino, una specie di fenomeno ipnotico si verificò
sul vecchio Tom, che non ne ebbe coscienza. I suoi occhi, che troppo a
lungo erano rimasti fissi su un punto luminoso dell'abitacolo,
perdettero improvvisamente il senso della vista, e il buon vecchio
cadde in una sonnolenza simile a quella prodotta dall'anestesia.
Non soltanto egli non vedeva più, ma se qualcuno lo avesse toccato o
pizzicato con forza, probabilmente non se ne sarebbe accorto. Non vide
quindi un'ombra scivolare sul ponte: era Negoro.
Giunto a poppa, il cuoco mise sotto l'abitacolo un oggetto molto
pesante che teneva in mano; poi, dopo aver osservato per un istante il
quadrante luminoso della bussola, si allontanò senza essere visto.
Se il giorno successivo, Dick Sand avesse notato l'oggetto posato da
Negoro, si sarebbe affrettato a ritirarlo, giacché si trattava di un
pezzo di ferro, la cui influenza alterava le indicazioni del compasso.
L'ago calamitato era stato deviato e, invece di segnare il nord
magnetico, che differisce un poco dal nord terrestre, segnava il nord-
est. Si trattava dunque di una deviazione di quattro quarti, ossia di
un mezzo angolo retto.
Tom, svegliatosi quasi subito da quell'improvvisa sonnolenza che
l'aveva colpito, volse lo sguardo al compasso. Egli credette, e doveva
crederlo, che il "Pilgrim" non fosse sulla rotta giusta. Diede quindi
un colpo di timone per mettere la prua della nave a est: così almeno
credeva...
Ma, data la deviazione dell'ago, che egli non poteva certo supporre,
in realtà la nave faceva rotta verso sud-est.
E così, mentre sotto l'azione di un vento favorevole, si riteneva che
il "Pilgrim" seguisse la direzione voluta, esso navigava con un errore
di 45 gradi nella sua rotta!