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Un capitano di 15 anni/4

 

    13.
    L'INTERNO DI UNO STABILIMENTO.
    Harris e Negoro avevano mentito dicendo che la  signora  Weldon  e  il
    piccolo  Jack  erano  morti.  Entrambi,  con  il  cugino Bénédict,  si
    trovavano ancora a Kazonndé.
    Dopo  l'assalto  del  formicaio,  erano  stati  trascinati  al  di  là
    dell'accampamento della Cuanza da Harris e da Negoro,  scortati da una
    dozzina di soldati indigeni.
    Un palanchino,  la «kitanda» del paese,  accolse la signora  Weldon  e
    piccolo Jack; perché tanti riguardi da parte di un uomo come Negoro?
    signora Weldon non osava spiegarselo.
    Il  percorso  dalla  Cuanza  a Kazonndé fu coperto rapidamente e senza
    fatica.  Il cugino Bénédict,  sul quale le sventure non parevano avere
    presa,  camminava  di  buon  passo  e,  poiché  gli  si  permetteva di
    gironzolare a destra e a sinistra, non pensava neppure lontanamente di
    lamentarsi.
    La piccola comitiva era giunta a  Kazonndé  otto  giorni  prima  della
    carovana di Harris, e la signora Weldon con il figlioletto e il cugino
    erano stati rinchiusi nello stabilimento di Alvez.
    Ci  affrettiamo intanto a dire che il piccolo Jack stava molto meglio:
    dopo avere abbandonato le zone paludose nelle quali si era buscato  la
    febbre,  a  poco a poco aveva cominciato a migliorare,  e ora il bimbo
    stava bene.  Né lui,  né sua madre avrebbero certamente sopportato  le
    fatiche  di  una  carovana,  ma  nelle  condizioni in cui era avvenuto
    quest'ultimo viaggio,  durante il quale avevano  pure  ricevuto  delle
    cure, si trovavano, almeno fisicamente, in buone condizioni.
    Quanto  ai  suoi  compagni,  la signora Weldon non ne aveva più saputo
    nulla. Dopo aver visto Hercule fuggire nella foresta, ignorava ciò che
    gli fosse accaduto.  Riguardo a Dick Sand,  poiché non c'erano più  né
    Harris,  né Negoro a torturarlo,  sperava che,  come uomo bianco,  gli
    sarebbe forse stato risparmiato qualche maltrattamento.  Ma Tom,  Nan,
    Bat,  Austin  e  Actéon,  che  erano negri,  sarebbero purtroppo stati
    trattati  come  tali!   Povere  creature,   che  il  tradimento  aveva
    trascinato  in  quella  terra d'Africa,  dove non avrebbero mai dovuto
    porre piede!
    Allorché la carovana di  Ibn  Hamis  giunse  a  Kazonndé,  la  signora
    Weldon,  che  non aveva alcuna comunicazione con l'esterno,  non ne fu
    informata.
    Anche i rumori del mercato, che giungevano fievoli sino a lei,  non le
    dissero  nulla: non seppe quindi che Tom e i suoi compagni erano stati
    venduti a un mercante di Ujiji e che stavano per  partire;  non  seppe
    nulla dell'uccisione di Harris, né della morte del re Moini Lungga, né
    dei  suoi  funerali  che  avevano aggiunto a tante altre vittime anche
    Dick Sand.  L'infelice donna si trovava dunque sola a  Kazonndé,  alla
    mercé dei mercanti,  in potere di Negoro e, per sfuggirgli, non poteva
    neppure pensare di morire poiché con lei c'era suo figlio!
    La signora Weldon ignorava dunque, nel modo più assoluto,  quale sorte
    l'attendesse.  Durante  tutta  la  durata  del  viaggio dalla Cuanza a
    Kazonndé,  Harris e Negoro non le avevano mai rivolto la parola.  Dopo
    il  suo  arrivo,  non  aveva  più riveduto né l'uno né l'altro,  e non
    poteva uscire dal recinto che cingeva lo stabilimento particolare  del
    ricco mercante.
    E'  forse  necessario  dire che la signora Weldon non aveva trovato il
    più piccolo aiuto da quel «bambinone» che era il cugino  Bénédict?  La
    cosa, del resto, è comprensibile.
    Quando  il  degno  scienziato  venne  informato che non si trovava sul
    continente americano come credeva,  non si interessò neppure di sapere
    come mai fosse avvenuto un simile fatto. No! Il suo primo movimento fu
    di  dispetto,  giacché  quegli  insetti che sperava di essere stato il
    primo a scoprire in America, le tse-tsé e altri,  non erano che comuni
    esapodi africani,  che tanti naturalisti avevano scoperto prima di lui
    nei loro luoghi d'origine.  Addio dunque alla gloria di  dare  il  suo
    nome  a  quelle  scoperte!  E  infatti  che  cosa  vi poteva essere di
    straordinario che  il  cugino  Bénédict  avesse  collezionato  insetti
    africani, visto che era in Africa?
    Ma,  passato il primo momento di dispetto, il cugino Bénédict si disse
    che la «Terra dei Faraoni» (così ancora la chiamava)  possedeva  forse
    incomparabili ricchezze entomologiche e che,  non potendo essere nella
    «Terra degli Incas», non avrebbe perduto nulla nel cambio.
    - Eh!  - pensava tra sé e sé,  e lo diceva spesso alla signora  Weldon
    che  non lo ascoltava neppure - è qui la patria della manticora,  quel
    coleottero dalle lunghe zampe pelose,  dalle elitre taglienti e  dalle
    enormi  mandibole,  tra  cui  la  più  rimarchevole  è  la  «manticora
    tubercolosa»! Questo è il paese del «calosoma dalla punta d'oro»;  dei
    «golia della Guinea e del Gabor»,  le cui zampe sono fornite di spine;
    delle «antidie maculate» che depongono le uova nel guscio vuoto  delle
    chiocciole;  la  patria  dell'«atechus sacro»,  che i popoli dell'alto
    Egitto venerano come divinità!  E' qui che sono nate le  sfingi  dalla
    testa di morto, ora sparse per tutta l'Europa e quegli «Idias Bigoti»,
    di cui i Senegalesi della costa temono le punture in modo particolare!
    Sì, ci sono qui grandi scoperte da fare, e io le farò, se queste brave
    persone me lo vorranno permettere!
    Sappiamo  chi  erano le «brave persone» delle quali il cugino Bénédict
    non  sognava  neppure  di  lamentarsi.  Del  resto,  l'abbiamo  detto,
    l'entomologo aveva goduto,  in compagnia di Negoro e di Harris, di una
    certa libertà,  di cui invece Dick Sand lo aveva privato nel modo  più
    assoluto  durante  il  viaggio dalla Cuanza.  L'ingenuo scienziato era
    rimasto commosso per tanta condiscendenza!
    Infine,   il  cugino  Bénédict  sarebbe  stato  il  più  felice  degli
    entomologi  se  non  avesse  subito  una  perdita  che  l'aveva  molto
    addolorato. Possedeva sempre,  sì,  la sua cassetta di metallo bianco,
    ma  gli  occhiali non si appoggiavano più sul suo naso e dal suo collo
    non pendeva più la sua lente!  Ora,  non si può neppure  concepire  un
    naturalista  senza  lente  e  senza  occhiali!  Il cugino Bénédict era
    tuttavia destinato a non rivedere mai più quei due apparecchi  ottici,
    poiché essi erano ormai sepolti con il manichino reale!
    Così, quando trovava qualche insetto, egli era costretto a cacciarselo
    proprio   sotto   gli   occhi   per  distinguerne  le  più  elementari
    particolarità. Ah! Era un vero dispiacere per il cugino Bénédict,  che
    avrebbe  pagato  chissà  quanto per un paio d'occhiali,  articolo che,
    purtroppo, non si trovava sul mercato di Kazonndé.
    Comunque  sia,  il  cugino  Bénédict  poteva  andare  e  venire  nello
    stabilimento  di José-Antonio Alvez,  giacché lo si sapeva incapace di
    tentare  una  fuga.   Del  resto,   un'alta  palizzata   separava   lo
    stabilimento dagli altri quartieri della città,  una palizzata che non
    sarebbe stato facile superare.
    Ma,  se era ben circondato,  questo recinto non misurava  meno  di  un
    miglio  di  circonferenza.  Alberi,  cespugli  di  essenze particolari
    dell'Africa,  i  tetti  di  paglia  delle  baracche  e  delle  capanne
    offrivano  più di quanto occorreva per ospitare i più rari insetti del
    continente e fare,  se non la fortuna,  almeno la felicità del  cugino
    Bénédict.  Infatti  egli scoprì qualche esapodo,  e poco mancò che non
    perdesse la vista nel volerli esaminare senza occhiali;  accrebbe però
    la  sua  collezione  preziosa  e  gettò le basi di un grandioso studio
    sull'entomologia africana.  Se la sua buona stella  gli  avesse  fatto
    scoprire  un  nuovo insetto,  al quale dare il proprio nome,  egli non
    avrebbe desiderato altro al mondo!
    Se lo stabilimento di Alvez era abbastanza grande per  le  passeggiate
    scientifiche del cugino Bénédict,  pareva immenso al piccolo Jack, che
    poteva gironzolare in piena libertà.  Ma quel  bimbo  cercava  poco  i
    piaceri così naturali alla sua età: si allontanava di rado dalla madre
    la quale, del resto, non voleva lasciarlo solo, temendo sempre qualche
    disgrazia. Il piccolo Jack parlava spesso del padre che da tanto tempo
    non  vedeva  più,  e  chiedeva di ritornare da lui.  Voleva notizie di
    tutti, della vecchia Nan, del suo amico Hercule, di Bat, di Austin, di
    Actéon e di Dingo, che pareva averlo anch'esso dimenticato... E voleva
    rivedere il suo amico Dick Sand!
    La sua giovane,  affettuosa fantasia,  non viveva che di quei ricordi,
    ma,  a  tutte  le  sue  domande,  la  signora  Weldon  non  poteva che
    stringerselo al petto e coprirlo di baci!  Tutto ciò  che  riusciva  a
    fare era di trattenere le lacrime davanti a lui!
    Frattanto,  la  signora Weldon aveva osservato che,  se le erano stati
    risparmiati i maltrattamenti lungo  il  viaggio  dalla  Cuanza,  nulla
    dimostrava  che  nella  casa  di  Alvez  si  dovesse  cambiar  modo di
    comportarsi nei suoi riguardi.  Nello stabilimento vi  erano  soltanto
    gli  schiavi a servizio del mercante;  tutti gli altri,  che formavano
    oggetto del suo commercio,  erano stati sistemati nelle  baracche  sul
    mercato,  poi  venduti  ai  sensali  dell'interno.  I  magazzini dello
    stabilimento rigurgitavano di stoffe e di avorio: le stoffe  destinate
    a  oggetto  di  scambio  nelle province del centro,  l'avorio a essere
    esportato sui principali mercati del continente.
    Poca gente,  insomma,  viveva nello stabilimento.  La  signora  Weldon
    occupava  con  Jack  una  capanna  a  parte,  e  il cugino Bénédict ne
    occupava un'altra. Essi non avevano alcun rapporto con i servitori del
    mercante. Mangiavano tutti e tre insieme: il cibo, costituito da carne
    di capra o di montone, legumi, manioca, sorgo,  frutti del paese,  era
    sufficiente.  Halima, una giovane schiava destinata particolarmente al
    servizio  della  signora  Weldon,  le  dimostrava  un  certo  affetto,
    selvaggio ma certamente sincero.
    La  signora Weldon vedeva di rado José-Antonio Alvez,  che occupava il
    fabbricato principale dello stabilimento,  e non vedeva mai Negoro che
    abitava fuori e la cui assenza era per lei inspiegabile,  sorprendente
    e nello stesso tempo inquietante.
    «Che vuole? Che aspetta?», si chiedeva. «Perché ci ha trascinati qui a
    Kazonndé?».
    Erano trascorsi in questo modo gli otto giorni che  avevano  preceduto
    l'arrivo  della  carovana  di Ibn Hamis,  e i due giorni successivi ai
    funerali.
    In  mezzo  a  tante  ansietà,  la  signora  Weldon  non  poteva  certo
    dimenticare  che  suo  marito  doveva  essere in preda alla più grande
    disperazione,  non vedendo tornare a San  Francisco  la  moglie  e  il
    figlio.  Il signor James W.  Weldon, ignaro che sua moglie aveva avuto
    l'infelice idea  di  salire  a  bordo  del  "Pilgrim",  doveva  essere
    persuaso che essa si fosse imbarcata su una delle navi della Compagnia
    transpacifica;  ora  questi piroscafi arrivavano regolarmente,  ma non
    arrivavano né la signora Weldon,  né il piccolo  Jack,  né  il  cugino
    Bénédict.  Inoltre  il  "Pilgrim"  avrebbe dovuto essere già in porto;
    invece  neppur  quello  compariva,  e  James  W.   Weldon  doveva  ora
    catalogarlo  tra  le  navi  che  si ritenevano perdute,  a causa della
    mancanza di notizie.  E quale colpo terribile il giorno in  cui  aveva
    ricevuto  dai  suoi corrispondenti di Auckland l'avviso della partenza
    del "Pilgrim" e dell'imbarco della signora Weldon! Che aveva fatto? Si
    era rifiutato di credere che sua moglie e suo figlio fossero periti in
    mare...  Ma allora,  dove  dirigere  le  ricerche?  Evidentemente  sul
    litorale  americano  o sulle isole del Pacifico,  ma giammai,  giammai
    avrebbe pensato che potessero essere  stati  gettati  sulle  coste  di
    quella funesta Africa!
    Così pensava la signora Weldon. Ma che cosa poteva tentare? E come? La
    sorvegliavano  da vicino...  e poi fuggire significava avventurarsi in
    quelle fitte foreste,  in mezzo a mille pericoli,  significava tentare
    un  viaggio  di  più  di  duecento  miglia  per  raggiungere la costa!
    Nonostante tutto,  però,  la signora Weldon era  decisa  a  farlo,  se
    nessun  altro mezzo le si fosse offerto per ricuperare la libertà.  Ma
    voleva prima conoscere quali fossero veramente i progetti di Negoro.
    E finalmente li conobbe!
    Il 6 giugno,  tre giorni dopo la sepoltura del re di Kazonndé,  Negoro
    entrò  nello stabilimento,  dove non aveva più messo piede dopo il suo
    ritorno,  e andò diritto e filato alla capanna occupata dalla  signora
    Weldon.
    La  signora  Weldon era sola.  Il cugino Bénédict faceva una delle sue
    passeggiate scientifiche, il piccolo Jack, sotto la sorveglianza della
    schiava Halima, passeggiava nel recinto del fabbricato.
    Negoro spinse la porta della capanna e, senza preamboli, disse:
    - Signora Weldon,  Tom e i suoi compagni sono  stati  venduti  per  il
    mercato di Ujiji.
    - Che Iddio li protegga! - rispose la signora Weldon, asciugandosi una
    lacrima.
    - Nan è morta durante il viaggio, e Dick Sand è perito...
    - Nan morta! e Dick... - gridò la signora Weldon.
    -  Sì,  era giusto che il vostro capitano di quindici anni pagasse con
    la sua vita l'assassinio di Harris - riprese Negoro.  - Voi siete sola
    a Kazonndé, signora, sola e in potere del vecchio cuoco del "Pilgrim",
    assolutamente sola, capite?
    Ciò che diceva Negoro era purtroppo vero,  anche per quanto riguardava
    Tom e i suoi.  Il vecchio Tom,  suo figlio Bat,  Actéon e Austin erano
    partiti la vigilia con la carovana del mercante di Ujiji,  senza avere
    avuto il conforto di rivedere la signora Weldon e senza neppure sapere
    che la  loro  compagna  di  sventura  si  trovava  a  Kazonndé,  nello
    stabilimento  di  Alvez.  Erano  partiti  verso  le regioni dei Grandi
    Laghi, un viaggio che si calcola in centinaia di miglia, che ben pochi
    riescono a compiere e di dove ben pochi ritornano!
    -  Ebbene?  -  mormorò  la  signora  Weldon,  guardando  Negoro  senza
    rispondere.
    - Signora Weldon,  - riprese il portoghese, con voce secca - io potrei
    vendicarmi su di voi dei malvagi trattamenti che ho subito a bordo del
    "Pilgrim", ma la morte di Dick Sand basterà alla mia vendetta!  Ora io
    ritorno  a  fare  il  mercante,  ed  ecco  quali  sono i miei progetti
    riguardo a voi.
    La signora  Weldon  continuava  a  guardarlo,  senza  pronunziare  una
    parola.
    -  Voi,  - riprese il portoghese - vostro figlio e quell'imbecille che
    corre dietro alle mosche avete un valore commerciale che  io  pretendo
    utilizzare. Perciò vi venderò!
    - Io sono di razza libera - rispose con voce ferma la signora Weldon.
    - Se io lo voglio, siete una schiava.
    - E chi comprerebbe una donna bianca?
    - Un uomo che la pagherebbe quanto io gli chiederò!
    La  signora  Weldon abbassò un istante il capo,  giacché sapeva che in
    quell'orrendo paese tutto era possibile.
    - Mi avete capito? - riprese Negoro.
    - Chi è l'uomo al quale pretendete di vendermi?  - rispose la  signora
    Weldon.
    -  Vendervi  o  rivendervi...  così  almeno  suppongo!  -  aggiunse il
    portoghese, ridacchiando.
    - Il nome di quest'uomo? - domandò la signora Weldon.
    - Quest'uomo è James W. Weldon, vostro marito!
    - Mio marito! - gridò la signora Weldon,  che non poteva credere a ciò
    che aveva udito.
    -  Proprio  lui!  Proprio vostro marito,  signora Weldon,  al quale io
    voglio  non  rendere,  ma  vendere  sua  moglie,   suo  figlio  e  per
    soprammercato suo cugino.
    La  signora  Weldon  si  domandò  se  Negoro  non stesse tendendole un
    tranello,  ma credette di capire che egli parlava  sul  serio.  Di  un
    miserabile,  per  cui  il  denaro è tutto,  ci si può fidare quando si
    tratta di un affare. E questo per Negoro era un affare, e che affare!
    - E quando intendete  fare  quest'operazione?  -  riprese  la  signora
    Weldon.
    - Il più presto possibile.
    - Dove?
    - Qui stesso.  James W. Weldon non esiterà certo a venire a Kazonndé a
    cercare la moglie e il figlio!
    - No, non esiterà: ma chi potrà avvertirlo?
    - Io! Andrò a San Francisco a trovare James Weldon: non mi mancherà il
    denaro per fare questo viaggio.
    - Il denaro rubato a bordo del "Pilgrim", vero?
    - Sì, quello e altro ancora - rispose, sfacciatamente, Negoro. - Ma se
    voglio vendervi presto,  voglio anche vendervi cara.  Credo che  James
    Weldon non baderà a centomila dollari...
    -  Non  vi  baderà,  se è in grado di darveli - rispose freddamente la
    signora Weldon.  - Ma mio marito,  al quale direte senza dubbio che io
    sono tenuta prigioniera a Kazonndé nell'Africa centrale...
    - Precisamente.
    -  Mio  marito  non  vi  crederà  senza  una  prova,  e  non sarà così
    imprudente da venire a Kazonndé fidandosi della vostra parola...
    - Verrà,  - rispose Negoro - se gli porto una lettera scritta da  voi,
    nella  quale  gli spiegherete la vostra situazione,  e mi descriverete
    come un servo fedele sfuggito alle mani di questi selvaggi.
    - Mai la mia mano scriverà una simile lettera!  - rispose  la  signora
    Weldon, in tono ancora più freddo.
    - Rifiutate? - gridò Negoro.
    - Rifiuto!
    Il  pensiero dei pericoli che avrebbe corsi suo marito se fosse venuto
    a Kazonndé,  il poco conto in cui bisognava  tenere  le  promesse  del
    portoghese, la facilità che avrebbe avuto costui di tenere prigioniero
    James  W.  Weldon dopo aver ottenuto il riscatto stabilito,  tutto ciò
    insomma,  fece sì che in un  primo  momento  la  signora  Weldon,  non
    pensando  a  se  stessa  e dimenticando persino il figlio,  rifiutasse
    nettamente la proposta di Negoro.
    - Voi scriverete quella lettera! - riprese Negoro.
    - No... - ribatté la signora Weldon.
    - Ah, badate! - gridò Negoro. - Qui voi non siete sola.  Vostro figlio
    è, come voi, in mio potere, e io saprò bene...
    La  signora  Weldon  avrebbe  voluto  rispondergli che ciò gli sarebbe
    stato impossibile. Il cuore le batteva sino a scoppiarle... la voce le
    veniva meno.
    - Signora Weldon, - riprese Negoro - voi rifletterete sull'offerta che
    vi ho fatto.  Tra otto giorni mi consegnerete una lettera  per  vostro
    marito o ve ne dovrete pentire...
    E,  detto  ciò,  il  portoghese si ritirò,  senza avere sfogato la sua
    collera;  ma  era  facile  capire  che  nulla  l'avrebbe  fermato  per
    costringere la signora Weldon a obbedire.
    14.
    ALCUNE NOTIZIE SUL DOTTOR LIVINGSTONE.
    La signora Weldon,  rimasta sola,  non ebbe che un pensiero: sarebbero
    trascorsi otto giorni prima che  Negoro  ritornasse  a  chiederle  una
    risposta  definitiva:  aveva  tempo  di  riflettere  e di prendere una
    decisione.  Non poteva avere fiducia nella probità del portoghese,  ma
    nel  suo interesse sì.  Il «valore commerciale» che egli dava alla sua
    prigioniera doveva necessariamente salvaguardarla e premunirla, almeno
    per il momento,  contro qualsiasi tentativo che  potesse  metterla  in
    pericolo. Chissà? Forse avrebbe potuto trovare una via di mezzo che le
    permettesse  di  tornare  dal  marito  senza  che  James  Weldon fosse
    costretto a venire a Kazonndé.  Ricevendo una  lettera  dalla  moglie,
    ella lo sapeva, il marito sarebbe partito, sfidando i pericoli di quel
    viaggio  nei  territori  più  pericolosi  dell'Africa;  ma,  giunto  a
    Kazonndé,  allorché Negoro avesse avuto tra le  mani  una  fortuna  di
    centomila  dollari,  quale garanzia avrebbero avuto James W.  Weldon e
    sua moglie,  suo figlio  e  il  cugino  Bénédict  di  essere  lasciati
    partire?  Bastava  a  impedirlo  un capriccio della regina Moina.  Non
    sarebbe stato meglio che la liberazione della  signora  Weldon  e  dei
    suoi  avvenisse  sulla  costa,  in un punto stabilito,  risparmiando a
    James W. Weldon i pericoli di un viaggio nell'interno e le difficoltà,
    per non dire l'impossibilità, del ritorno?
    Ecco a che cosa rifletteva la signora Weldon,  ed  ecco  perché  aveva
    subito rifiutato di acconsentire alla proposta di Negoro di affidargli
    una  lettera  per  il  marito.  E  pensò  anche  che,  se Negoro aveva
    rimandato di otto giorni la sua seconda visita,  voleva dire  che  era
    quello   il   tempo  che  gli  occorreva  per  preparare  il  viaggio;
    diversamente, sarebbe tornato più presto per obbligarla a ubbidirgli.
    «Vorrà davvero separarmi da mio figlio?», mormorò.
    In quel momento entrò nella capanna Jack e, con un gesto istintivo, la
    madre lo afferrò, come se Negoro fosse là, pronto a portarglielo via.
    - Hai un grosso dispiacere, mamma? - domandò il ragazzino.
    - No, mio Jack, no!  - rispose la signora Weldon.  - Pensavo al babbo:
    saresti contento di rivederlo?
    - Oh sì, mamma! Sta per arrivare?
    - No, no... non bisogna che egli venga.
    - Allora andremo noi a trovarlo?
    - Sì, piccolo mio!
    - Con il mio amico Dick... e con Hercule e il vecchio Tom?
    -  Sì,  sì...  -  rispose  la signora Weldon,  abbassando la testa per
    nascondere le lacrime.
    - E il babbo ti ha scritto? - domandò il piccolo Jack.
    - No, mio caro.
    - E allora gli scriverai tu, mamma?
    - Sì, può darsi! - rispose la signora Weldon.
    Senza saperlo,  il piccolo Jack aveva intuito il pensiero di sua madre
    che, per non rispondergli diversamente, lo coprì di baci.
    Bisognava  ora  dire che ai vari motivi che avevano indotto la signora
    Weldon a resistere alle ingiunzioni di  Negoro  se  ne  aggiungeva  un
    altro  non  privo  di  importanza.  La  signora Weldon aveva forse una
    probabilità  inattesa  di  essere  restituita   alla   libertà   senza
    l'intervento del marito e contro la volontà di Negoro.  Non era che un
    barlume di speranza,  un barlume ancora molto tenue,  è vero,  ma  pur
    sempre un barlume...
    Alcune  parole di una conversazione,  da lei casualmente udita qualche
    giorno prima,  le avevano  fatto  intravedere  la  possibilità  di  un
    soccorso a breve termine, un soccorso davvero provvidenziale!
    Alvez  e  un  meticcio  di  Ujiji  discorrevano  a qualche passo dalla
    capanna occupata dalla signora Weldon.  Non c'è da  meravigliarsi  che
    l'argomento  della  conversazione  dei  due  stimabili  mercanti fosse
    precisamente la tratta  dei  Negri.  I  due  sensali  di  carne  umana
    discutevano di affari e in particolare dell'avvenire riservato al loro
    commercio e si preoccupavano degli sforzi che gli Inglesi facevano per
    stroncarlo,  non  soltanto  all'esterno  per mezzo delle crociere,  ma
    anche all'interno del continente per opera dei loro missionari  e  dei
    loro esploratori.
    José-Antonio  Alvez  riteneva  che  le  esplorazioni  di quegli arditi
    pionieri non potessero  che  nuocere  alla  libertà  delle  operazioni
    commerciali.  Il  suo interlocutore era assolutamente della sua stessa
    opinione e precisava che si sarebbero dovuti  accogliere  a  colpi  di
    fucile tutti quei visitatori, civili o religiosi che fossero.
    Era  d'altronde  all'incirca  ciò  che  si  faceva,   ma,  con  grande
    dispiacere dei mercanti,  se si uccideva qualcuno di quei curiosi,  ne
    arrivavano  altri  e questi,  ritornando al loro paese,  raccontavano,
    esagerando,  diceva Alvez,  gli orrori della tratta,  il  che  nuoceva
    enormemente al loro commercio, già troppo screditato.
    Il  meticcio  era  d'accordo  con lui nel deplorare quanto accadeva ai
    mercanti di N'yangwé, di Ujiji,  di Zanzibar e di tutte le regioni dei
    Grandi  Laghi,  dove  erano  venuti  l'uno dopo l'altro Speke,  Grant,
    Livingstone,  Stanley e altri ancora.  Una vera invasione!  Ben presto
    tutta l'America e tutta l'Inghilterra avrebbero occupato il paese!
    Alvez  compiangeva  sinceramente  il suo collega,  e confessava che le
    province  dell'Africa  occidentale  erano  state  sino   allora   meno
    maltrattate,  ossia  meno  visitate,  ma  l'epidemia  dei  viaggiatori
    cominciava a estendersi anche lì.  Se Kazonndé era stata  risparmiata,
    altrettanto non era accaduto per Bié e Cassongué, dove Alvez possedeva
    alcuni  stabilimenti.  Si  ricorderà  anche che Harris aveva parlato a
    Negoro di un certo luogotenente Cameron, che poteva avere l'imprudenza
    di attraversare l'Africa  da  una  costa  all'altra  e,  dopo  esservi
    entrato dallo Zanzibar, uscirne dall'Angola.
    Il  mercante  aveva  ragione di avere paura,  e si sa che qualche anno
    dopo,  Cameron al sud,  Stanley al nord,  avrebbero  esplorato  queste
    province   poco   conosciute   dell'ovest  e  avrebbero  descritto  le
    mostruosità della  tratta,  svelando  la  colpevole  complicità  degli
    agenti stranieri e fatto ricadere le responsabilità su chi di dovere.
    Di  queste  esplorazioni  di  Cameron  e  di  Stanley,  né Alvez né il
    meticcio potevano ancora essere al corrente, ma ciò che sapevano,  ciò
    che  dissero  e  ciò  che  la signora Weldon udì,  e che aveva per lei
    grande interesse, il motivo, in una parola,  che l'aveva sostenuta nel
    suo  rifiuto  ad  accettare  immediatamente la richiesta di Negoro era
    questo: tra poco,  molto probabilmente,  il dottor  David  Livingstone
    sarebbe arrivato a Kazonndé.
    L'arrivo di Livingstone con la sua scorta,  la grande influenza di cui
    il famoso esploratore godeva in Africa,  il  concorso  delle  autorità
    portoghesi  nell'Angola  che  non gli sarebbe certo mancato,  potevano
    portare alla liberazione della signora Weldon  e  dei  suoi,  malgrado
    Negoro,  malgrado  Alvez!  Forse era possibile il loro rimpatrio in un
    lasso di tempo abbastanza breve,  e senza che James W.  Weldon dovesse
    mettere  a  rischio  la vita in un viaggio il cui risultato non poteva
    che essere disastroso!
    Ma c'era qualche probabilità che il dottor Livingstone dovesse  quanto
    prima  visitare  quella  parte del continente?  Sì,  perché,  seguendo
    questo  itinerario,   avrebbe  completato  l'esplorazione  dell'Africa
    centrale.
    Sappiamo  quanto  sia  stata eroica l'esistenza del figlio del piccolo
    commerciante  di  tè  di  Lanark.   Nato  il  13  marzo  1813,   David
    Livingstone,  secondo  di  sei fratelli,  diventato,  a forza di buona
    volontà e di studio,  teologo e medico,  dopo avere fatto il noviziato
    nella  "London  missionary  Society",  sbarcava al Capo nel 1840,  con
    l'intenzione  di  raggiungere  il   missionario   Moffat   nell'Africa
    meridionale.
    Dal  Capo,  il futuro esploratore si recò nel paese dei Beciuani,  che
    egli visitò per la prima volta;  tornò a Kuruman,  sposò la figlia  di
    Moffat,  una  coraggiosa  donna che sarebbe stata degna di lui,  e nel
    1843 fondò una missione nella valle di Mabotsa.
    Quattro  anni  più  tardi,   lo   troviamo   stabilito   a   Kolobeng,
    duecentoventicinque  miglia  a  nord  di  Kuruman,  nella  regione dei
    Beciuani.
    Due anni dopo,  nel 1849,  Livingstone  abbandonava  Kolobeng  con  la
    moglie, i suoi tre figli e due amici, Oswell e Murray. Il primo agosto
    dello  stesso  anno  scopriva  il  lago  N'gami  e tornava a Kolobeng,
    discendendo il corso dello Zuga. Durante questo viaggio,  Livingstone,
    ostacolato  dal  malanimo degli indigeni,  non aveva potuto passare il
    N'gami.  Il secondo tentativo non ebbe esito  migliore,  ma  il  terzo
    doveva riuscire. Riprendendo allora la strada del nord con la famiglia
    e  Oswell,  dopo  spaventose  avventure,  mancanza  di cibo,  scarsità
    d'acqua,   che  per  poco  non  costavano  la  vita  ai  suoi   figli,
    raggiungeva,  seguendo il Chobe, affluente dello Zambesi, il paese dei
    Makalolo. Il loro capo, Sébituané, lo raggiunse a Linyanti.  Alla fine
    di giugno del 1851,  lo Zambesi era scoperto,  e il dottore tornava al
    Capo per far  rimpatriare  la  famiglia  in  Inghilterra.  L'intrepido
    Livingstone  voleva,   infatti,   essere  solo  a  rischiare  la  vita
    nell'audace viaggio che stava per intraprendere.
    Si trattava, questa volta, partendo dal Capo, di attraversare l'Africa
    obliquamente,  da sud a ovest,  in modo da raggiungere  Sao  Paulo  de
    Loanda.
    Il  dottore  partì,  con alcuni indigeni,  il 3 giugno 1852,  giunse a
    Kuruman e costeggiò il deserto di Kalahari.  Il 31  dicembre  entrò  a
    Litubaruba  e  ritrovò  il  paese dei Beciuani saccheggiato dai Boeri,
    antichi coloni olandesi,  che erano padroni del Capo prima che venisse
    presa dagli Inglesi.
    Livingstone  abbandonò  Litubaruba  il  15  gennaio 1853,  penetrò nel
    centro del paese dei Bamanguati,  e il 23 maggio  giunse  a  Linyanti,
    dove il giovane sovrano dei Makalolo, Sékéléton, lo accolse con grandi
    onori.
    Là il dottore, costretto a fermarsi perché colpito da forti febbri, si
    dedicò  a  studiare  gli  usi  locali  e,  per  la  prima volta,  poté
    constatare le stragi che la tratta faceva in Africa.
    Un mese più tardi,  discendeva il  corso  del  Chobe,  raggiungeva  lo
    Zambesi,  entrava a Naniélé,  visitava Katonga e Libonta,  arrivava al
    confluente dello Zambesi e del Leeba  e  vagheggiava  il  progetto  di
    risalire  per  questo  fiume  ai  possedimenti portoghesi dell'ovest e
    tornava, per prepararsi, a Linyanti, dopo nove settimane di assenza.
    L'11 novembre 1853,  il dottore,  accompagnato da ventisette Makalolo,
    lasciò Linyanti,  e il 27 dicembre raggiunse la foce del Leeba; risalì
    questo fiume sino al territorio dei Balonda,  nel punto  in  cui  esso
    riceve  il Makondo,  che viene da est.  Era la prima volta che un uomo
    bianco penetrava in quella regione.
    Il 14 gennaio,  Livingstone entrava nella residenza di Shinté,  il più
    potente sovrano dei Balonda,  che gli fece una buona accoglienza, e il
    26 dello stesso mese,  dopo  avere  attraversato  il  Leeba,  giungeva
    presso  il re Katema.  Una buona accoglienza anche là,  e poi ci fu la
    partenza della piccola comitiva che il 20 febbraio  si  accampò  sulle
    sponde del lago Dilolo.
    A  partire  da questo momento,  il paese difficile,  le esigenze degli
    indigeni, gli attacchi delle tribù,  la rivolta dei suoi compagni,  le
    minacce  di  morte,  tutto  cospirò  contro Livingstone;  un uomo meno
    energico di  lui  avrebbe  certamente  abbandonato  l'impresa,  ma  il
    dottore resistette,  e il 4 aprile raggiunse le rive del Coango, ampio
    corso d'acqua che costituisce la frontiera orientale dei  possedimenti
    portoghesi e va a gettarsi a nord nello Zaire.
    Sei  giorni  dopo,  Livingstone  entrava a Cassongué,  ove il mercante
    Alvez l'aveva visto al suo passaggio,  e il 31 maggio giungeva  a  Sao
    Paulo  de  Loanda.  Per  la prima volta,  e dopo un viaggio durato due
    anni, l'Africa era stata attraversata obliquamente da sud a ovest.
    Il 24 settembre dello stesso anno, David Livingstone abbandonò Luanda.
    Costeggiò la riva destra di quella Cuanza che era stata così funesta a
    Dick Sand e ai  suoi  compagni,  giunse  alla  confluenza  del  Lombé,
    incrociando  numerose carovane di schiavi,  ripassò per Cassongué,  di
    dove ripartì il 20 febbraio,  attraversò  il  Coango  e  raggiunse  lo
    Zambesi  a Kawawa.  L'8 giugno ritrovò il lago Dilolo,  rivide Shinté,
    discese lo Zambesi e rientrò a Linyanti,  che abbandonò il 3  novembre
    1855.
    Questa  seconda  parte  del  viaggio  che doveva ricondurre il dottore
    verso le coste orientali,  gli avrebbe fatto  compiere  la  traversata
    dell'Africa da ovest a est.
    Dopo  aver  visitato  le famose Cascate Victoria,  «il fiume tonante»,
    David Livingstone abbandonò lo Zambesi per  avviarsi  verso  nord-est.
    Passò  attraverso  il territorio dei Batoka,  indigeni abbrutiti dalle
    inalazioni  della  canapa,  visitò  Sémalemboué,  potente  capo  della
    regione,  attraversò  il  Kafue,  riprese  lo  Zambesi,  visitò  il re
    Mburuma, vide le rovine di Zumbo, antica città portoghese, incontrò il
    17 gennaio 1856 il capo Mpendé che  era  allora  in  guerra  contro  i
    Portoghesi,  e  arrivò  infine  a Tete,  sulle rive dello Zambesi il 2
    marzo.  Ecco quali furono le tappe principali di quel viaggio.  Il  22
    aprile Livingstone abbandonava questa stazione,  in altri tempi ricca,
    discendeva sino al delta del  fiume  e  giungeva  a  Quilimané  il  20
    maggio,  quattro  anni  dopo  aver  lasciato il Capo.  Il 12 luglio si
    imbarcò per Maurizio,  e il 22 dicembre era di ritorno in Inghilterra,
    dopo sedici anni di assenza.
    Il  premio  della  "Società geografica di Parigi",  la grande medaglia
    della "Società geografica di Londra", i ricevimenti e le feste,  nulla
    mancò all'illustre esploratore.  Un altro, al suo posto, avrebbe forse
    pensato che gli fosse dovuto un po' di riposo,  ma il dottore  non  lo
    ritenne necessario, e il primo marzo 1858 ripartì, accompagnato da suo
    fratello Charles,  dal capitano Bedinfield, dai dottori Kirk e Meller,
    dai signori Thornton e Baines, e arrivò nel mese di maggio sulle coste
    del Mozambico,  avendo come obiettivo la  scoperta  del  bacino  dello
    Zambesi.
    Da questo viaggio non tutti ritornarono.
    Un  piccolo  piroscafo,  il  "Ma-Robert",  permise agli esploratori di
    risalire il grande fiume dalla foce a Kangoné.  Giunsero  a  Tete  l'8
    settembre. Esplorazione del basso corso dello Zambesi e del Chire, suo
    affluente di sinistra,  nel gennaio 1859; esplorazione del lago Chilwa
    nell'aprile;  esplorazione del territorio dei Manganja,  scoperta  del
    lago Niassa il 10 settembre; ritorno alle Cascate Victoria il 9 agosto
    1860,  arrivo  del  vescovo  Mackensie e dei suoi missionari alla foce
    dello Zambesi  il  31  gennaio  1861,  esplorazione  del  Rovouma  sul
    "Pionnier" in marzo, quindi ritorno al lago Niassa nel settembre 1861,
    e  sosta  sino alla fine d'ottobre;  il 30 gennaio 1862,  arrivo della
    signora Livingstone e di un secondo piroscafo,  il Lady Niassa: furono
    questi  i fatti che segnarono i primi anni di questa nuova spedizione.
    A questo punto,  il vescovo Mackensie e uno  dei  missionari,  non  in
    grado  di  sopportare le intemperie del clima,  erano periti,  e il 27
    aprile la signora Livingstone moriva tra le braccia del marito.
    In maggio, il dottore tentò una seconda ricognizione del Rovouma; poi,
    alla fine di novembre,  rientrava nello Zambesi,  risaliva  il  Chire,
    perdeva  nell'aprile  del 1863 il suo compagno Thornton,  rimandava in
    Europa suo fratello Charles e il dottor Kirk,  sfinito dalle malattie,
    e  il 10 novembre,  per la terza volta,  egli rivedeva il Niassa,  del
    quale completò l'idrografia.  Tre mesi più tardi,  si  ritrovava  alla
    foce  dello  Zambesi,  passava a Zanzibar,  e il 20 luglio 1864,  dopo
    cinque anni di assenza, giungeva a Londra,  dove pubblicò la sua opera
    intitolata "Esplorazione dello Zambesi e dei suoi affluenti".
    Il  28  gennaio  1866,  Livingstone  sbarcava  di  nuovo  a Zanzibar e
    iniziava il suo quarto viaggio!
    L'8 agosto,  dopo aver assistito alle orribili scene  provocate  dalla
    tratta  degli schiavi in quella regione,  il dottore,  portando questa
    volta con sé qualche cipai e qualche negro,  si ritrovò  a  Mokalaosé,
    sulle rive del lago Niassa.  Sei settimane più tardi, la maggior parte
    degli uomini della scorta prendeva la  fuga,  giungeva  a  Zanzibar  e
    divulgava la falsa notizia della morte di Livingstone.
    Egli,  intanto, non tornava indietro: voleva visitare i paesi compresi
    tra il lago Niassa e il lago Tanganica.  Il 10  dicembre,  guidato  da
    qualche  indigeno,  attraversò  il  fiume Luangwa,  e il 2 aprile 1867
    scoprì il lago Liemmba. Là rimase un mese tra la vita e la morte.  Non
    appena  fu  ristabilito,  raggiunse,  il  30 agosto,  il lago Moero (=
    Mweru),  di cui esplorò la sponda settentrionale,  e  il  21  novembre
    entrava  nella  città  di Casambo,  dove si trattenne quaranta giorni,
    durante i quali esplorò per altre due volte il lago Moero.
    Da  Casamba,  Livingstone  puntò  verso  nord,   con  l'intenzione  di
    raggiungere l'importante città di Ujiji sul Tanganica.  Sorpreso dalle
    piene,  abbandonato dalle sue  guide,  dovette  ritornare  a  Casamba,
    ridiscese a sud il 6 giugno e, sei settimane dopo, raggiunse il grande
    lago Bangweulu. Vi rimase sino al 9 agosto, e cercò allora di risalire
    verso il Tanganica.
    Che  viaggio!  A partire dal 7 gennaio 1869,  la debolezza dell'eroico
    dottore  era  tale  che  bisognava  portarlo.  In  febbraio  raggiunse
    finalmente il lago e arrivò a Ujiji, dove trovò alcuni oggetti inviati
    al suo indirizzo dalla "Compagnia Orientale di Calcutta".
    Livingstone  allora  non  aveva  più  che un desiderio: raggiungere le
    sorgenti del Nilo,  risalendo il Tanganica.  Il  21  settembre  era  a
    Bambarré,  nel Manyouéma,  terra di cannibali,  e giungeva al Lualaba,
    quel Lualaba che Cameron ebbe il sospetto, e Stanley la certezza,  che
    fosse  l'alto  Zaire  o  Congo.  A  Mamoéla il dottore fu ammalato per
    ottanta giorni,  con soli tre  servi.  Il  21  luglio  1871  ripartiva
    finalmente  per  il  Tanganica,  e  soltanto il 23 ottobre rientrava a
    Ujiji. Non era più che uno scheletro.
    Frattanto,  prima di questo periodo,  da  molto  tempo  erano  mancate
    notizie dell'esploratore. In Europa si credeva che fosse morto ed egli
    stesso  aveva ormai quasi perduto le speranze che gli potesse giungere
    qualche soccorso.
    Undici giorni dopo il suo arrivo a Ujiji, il 3 novembre,  alcuni colpi
    di  fucile  risonarono  a  un  quarto  di miglio dal lago.  Il dottore
    accorre. Un uomo, un uomo bianco è davanti a lui.
    - Il dottor Livingstone, vero?
    - Sì - rispose questi,  sollevando il berretto e rivolgendo un sorriso
    di benvenuto al visitatore.
    Si strinsero affettuosamente la mano.
    -  Ringrazio  Dio,  -  riprese  l'uomo  bianco - che mi ha concesso di
    incontrarvi.
    - E io sono felice di essere qui per ricevervi - rispose Livingstone.
    L'uomo bianco era l'americano Stanley, cronista del "New York Herald",
    che il signor Bennet,  direttore  del  giornale,  aveva  mandato  alla
    ricerca del dottor David Livingstone.
    Nell'ottobre  1870,  questo americano,  senza un attimo di esitazione,
    senza una parola, in tutta la semplicità di un eroe,  si era imbarcato
    a Bombay per Zanzibar e, rifacendo all'incirca l'itinerario di Speke e
    di  Burton,  dopo  innumerevoli  disavventure  e pericoli incredibili,
    giunse a Ujiji.
    I due esploratori,  divenuti amici,  fecero insieme una  spedizione  a
    nord del Tanganica. Si imbarcarono, si spinsero sino al Capo Malaga e,
    dopo  una  minuziosa  esplorazione,  furono  d'accordo nel dire che il
    grande  lago  aveva  per  emissario  un  affluente  del  Lualaba.  Era
    precisamente  quello che Cameron e Stanley stesso avrebbero affermato,
    senza ombra di dubbio, l'anno seguente. Il 12 dicembre,  Livingstone e
    il suo amico erano di ritorno a Ujiji.
    Stanley  si  preparò  a partire.  Il 27 dicembre,  dopo otto giorni di
    navigazione,  giunse con il dottore a Urimba e poi,  il  23  febbraio,
    entrarono a Kuhiara.
    Il 12 marzo era il giorno dell'addio.
    -  Voi  avete  compiuto  -  disse il dottore all'amico - ciò che pochi
    uomini avrebbero fatto,  e assai meglio di altri  esploratori.  Ve  ne
    sono infinitamente grato! Che Iddio vi guidi, amico mio e vi benedica!
    -  Possa  Egli  -  disse Stanley,  afferrando la mano di Livingstone -
    ricondurvi sano e salvo tra di noi, mio caro dottore!
    Stanley si strappò a quella stretta,  e si voltò per non far vedere le
    lacrime che gli rigavano il volto.
    - Addio, dottore, addio, caro amico! - disse con voce soffocata.
    - Addio! - rispose debolmente Livingstone.
    Stanley partì, e il 12 luglio 1872 sbarcava a Marsiglia.
    Livingstone doveva riprendere le sue esplorazioni.  Il 25 agosto, dopo
    cinque mesi trascorsi a Kuhiara, accompagnato dai suoi domestici negri
    Suzi, Chuma e Amoda, da due altri servitori,  da Jacob Wainwright e da
    cinquantasei  uomini  mandati da Stanley,  si diresse verso il sud del
    Tanganica.
    Un mese dopo,  la carovana giungeva a M'oura,  tra uragani causati  da
    una  estrema  siccità.  Poi  vennero  le  piogge,  il  malvolere degli
    indigeni,  la perdita delle bestie da soma che morivano per le punture
    delle  mosche tse-tsé.  Il 24 gennaio 1873,  la piccola comitiva era a
    Tchitunkué,  e il 27 aprile,  dopo aver  costeggiato  a  est  il  lago
    Bangweulo, si diresse verso il villaggio di Tchibanga.
    Ecco il punto in cui alcuni mercanti avevano lasciato Livingstone,  ed
    ecco ciò che da essi avevano saputo Alvez e il suo collega  di  Ujiji.
    Si  era  seriamente  indotti  a  credere  che  il  dottore,  dopo aver
    esplorato il lato sud del lago,  si sarebbe avventurato attraverso  la
    Loanda,  alla ricerca, a ovest, di luoghi sconosciuti. Di là, risalire
    verso l'Angola per visitare quelle regioni infestate  dalla  tratta  e
    spingersi  sino a Kazonndé,  pareva un itinerario già segnato,  ed era
    verosimile che Livingstone l'avrebbe seguito.
    Era dunque sul prossimo arrivo del grande esploratore che  la  signora
    Weldon  poteva contare,  giacché all'inizio di giugno egli doveva aver
    raggiunto, già da due mesi, il sud del lago Bangweulo.
    E invece,  il 13 giugno,  la vigilia del giorno in cui  Negoro  doveva
    ritirare  la lettera della signora Weldon per il marito,  lettera che,
    nelle sue mani,  avrebbe avuto un  valore  di  centomila  dollari,  si
    sparse una triste notizia, di cui Alvez e i mercanti non ebbero che da
    rallegrarsi.
    Il  primo  maggio  1873,   al  sorgere  dell'alba,   il  dottor  David
    Livingstone era morto!
    Il  29  aprile,  infatti,  la  piccola  carovana  aveva  raggiunto  il
    villaggio  di  Tchibanga,  a  sud  del  lago.  Il dottore vi era stato
    trasportato su una barella. Il 30, durante la notte, sotto la morsa di
    un lancinante dolore, egli emise con voce morente soltanto una parola:
    «Oh dear! dear!» e ricadde nell'assopimento.
    Dopo un'ora richiamò il suo servitore Suzi, richiese qualche medicina,
    poi con un fil di voce gli disse:
    - Bene, ora potete andare!
    Verso le quattro del  mattino,  Suzi  e  cinque  uomini  della  scorta
    entrarono nella capanna del dottore.
    David Livingstone,  inginocchiato accanto al letto, con il capo tra le
    mani, sembrava immerso in preghiera.
    Suzi gli posò con dolcezza le dita sulla guancia: era fredda!
    David Livingstone era già spirato!
    Nove mesi dopo, il suo corpo,  trasportato dai suoi fedeli servitori a
    prezzo di fatiche inaudite,  arrivava a Zanzibar,  e il 12 aprile 1874
    veniva inumato nell'Abbazia di Westminster,  in mezzo  a  quei  grandi
    uomini che l'Inghilterra onora alla stregua dei suoi re.

    15.
    DOVE PU CONDURRE UNA MANTICORA.
    A  quale tavola di salvezza non si afferra un infelice!  Quale luce di
    speranza, per quanto flebile sia, non cercano di cogliere gli occhi di
    un condannato!
    Così era stato  per  la  signora  Weldon.  Si  può  quindi  facilmente
    comprendere  che  cosa  ella  dovette provare allorché apprese,  dalla
    bocca stessa di Alvez,  che il dottor  Livingstone  era  morto  in  un
    piccolo villaggio del Bangweulo. Le parve di essere più sola e isolata
    che  mai,  e  che  si fosse spezzato,  con quella morte,  una sorta di
    legame che la univa all'esploratore e, per mezzo suo, al mondo civile.
    La tavola di salvezza le sfuggiva di mano, la fievole luce di speranza
    si spegneva davanti ai suoi occhi.  Tom  e  i  suoi  compagni  avevano
    lasciato  Kazonndé  per  la  regione  dei  Laghi;  di  Hercule nessuna
    notizia!  La signora Weldon non aveva  più  nessuno  su  cui  contare.
    Doveva   perciò  ripensare  alla  proposta  di  Negoro,   cercando  di
    modificarla e di assicurarne il risultato definitivo.
    Il 14 giugno,  il giorno fissato  da  lui,  Negoro  si  presentò  alla
    capanna della signora Weldon.
    Il portoghese fu come sempre, e com'egli si definiva, un uomo pratico.
    D'altronde non ebbe nulla da discutere circa l'ammontare del riscatto,
    sul quale non discusse neppure la prigioniera. Anche la signora Weldon
    si dimostrò abbastanza pratica e gli dichiarò:
    - Se volete concludere un affare,  non cercate di renderlo impossibile
    con delle condizioni inaccettabili.  Lo scambio della  nostra  libertà
    con la somma che esigete si può ottenere senza che mio marito venga in
    un paese dove voi vedete ciò che può accadere a un uomo bianco. Io non
    voglio, nel modo più assoluto, che egli venga qui!
    Dopo  qualche esitazione,  Negoro si arrese,  e la signora Weldon finì
    per ottenere che il marito non fosse costretto ad avventurarsi sino  a
    Kazonndé. Una nave l'avrebbe sbarcato a Mocamedes, piccolo porto della
    costa meridionale dell'Angola,  solitamente frequentato dai negrieri e
    molto noto a Negoro. Là il portoghese avrebbe condotto James W. Weldon
    e, a una data stabilita, gli agenti di Alvez vi avrebbero accompagnato
    la signora Weldon, il piccolo Jack e il cugino Bénédict.  La somma del
    riscatto  sarebbe  stata  versata  a questi agenti,  alla consegna dei
    prigionieri,  e Negoro,  che di fronte a James Weldon avrebbe recitato
    la  parte di un perfetto onest'uomo,  all'arrivo del piroscafo sarebbe
    scomparso.
    La signora Weldon aveva  ottenuto  una  grande  vittoria.  Evitava  al
    marito i pericoli di un viaggio a Kazonndé, il rischio di essere fatto
    prigioniero dopo avere versato il riscatto o i pericoli del ritorno.
    Il  pensiero  di  dover  percorrere  le seicento miglia che separavano
    Kazonndé da Mocamedes non  spaventava  la  signora  Weldon:  essa  non
    temeva  di  doverli  compiere  nelle condizioni in cui aveva viaggiato
    lasciando la Cuanza,  giacché era interesse di Alvez (che  partecipava
    all'affare) che i prigionieri arrivassero a destinazione sani e salvi.
    Stabilito così il piano di azione, la signora Weldon scrisse al marito
    in  tal senso,  lasciando provvisoriamente a Negoro il compito di fare
    la parte del servitore devoto,  riuscito  a  sfuggire  agli  indigeni.
    Negoro prese la lettera che non avrebbe fatto esitare James W.  Weldon
    a seguirlo sino a Mocamedes e il giorno dopo,  scortato da una ventina
    di  negri,  risalì  verso  il nord.  Perché prendeva quella direzione?
    Negoro intendeva forse andare a imbarcarsi su uno  di  quei  piroscafi
    che  frequentano  le foci del Congo ed evitare i luoghi portoghesi e i
    penitenziari, di cui era già stato ospite involontario?  E' probabile.
    Quella fu, almeno, la motivazione che diede ad Alvez.
    Dopo  la  sua  partenza,  la signora Weldon dovette organizzare la sua
    vita in modo da trascorrere il meno  peggio  possibile  il  tempo  che
    avrebbe dovuto rimanere a Kazonndé, ossia tre o quattro mesi, giacché,
    pur  ammettendo che tutto andasse liscio,  la partenza e il ritorno di
    Negoro non avrebbero richiesto meno tempo.
    La signora Weldon  non  aveva  affatto  l'intenzione  di  lasciare  lo
    stabilimento,  poiché tanto lei, quanto il figlio e il cugino Bénédict
    vi si trovavano relativamente al sicuro.  Le cure premurose di  Halima
    addolcivano un po' il rigore di quella prigionia, senza contare che il
    mercante  non le avrebbe certo permesso di andarsene.  La grossa cifra
    che doveva procurargli il riscatto della prigioniera meritava  davvero
    una  stretta  sorveglianza!  Per  fortuna  egli  non  doveva  lasciare
    Kazonndé per andare a visitare gli altri suoi due stabilimenti di  Bié
    e  di  Cassongué:  era  partito  Coimbra  per  sostituirlo nelle nuove
    razzie,  e non vi  era  alcun  motivo  per  rimpiangere  l'assenza  di
    quell'ubriacone.
    Inoltre  Negoro,  prima  di partire,  aveva fatto ad Alvez le più vive
    raccomandazioni  circa  la  signora  Weldon:  bisognava   sorvegliarla
    rigorosamente,  poiché  non  si  sapeva  che  cosa  fosse  accaduto di
    Hercule. Se non fosse morto in quella terribile provincia di Kazonndé,
    avrebbe forse, chi lo sa, tentato di avvicinarsi alla prigioniera e di
    strapparla  dalle  mani  di  Alvez.  Il  mercante,  che  aveva  capito
    perfettamente  una  situazione che si poteva valutare in un bel numero
    di  dollari,  rispondeva  della  signora  Weldon  come  della  propria
    cassaforte.
    La  vita  monotona  della  prigioniera  durante i primi giorni del suo
    arrivo allo stabilimento continuò dunque allo  stesso  modo.  Ciò  che
    accadeva  in  quel  recinto  riproduceva  l'esistenza  degli  indigeni
    all'esterno: Alvez non seguiva usanze diverse da quelle dei nativi  di
    Kazonndé.  Le  donne  dello  stabilimento  lavoravano  come  avrebbero
    lavorato in città per il volere e il piacere dei loro sposi o dei loro
    padroni. Il riso da preparare a grandi colpi di pestello nei mortai di
    legno sino a scortecciarlo perfettamente, la monda e la vagliatura del
    mais e tutte le manipolazioni necessarie per  ricavarne  una  sostanza
    granulosa  che  si  usa  per  fare  la  minestra chiamata,  nel paese,
    «mtyellé»;  la raccolta del sorgo,  specie di grosso miglio che veniva
    solennemente dichiarato maturo proprio a quell'epoca;  l'estrazione di
    un olio odoroso dalle drupe dei «mpafu»,  sorta di  olive  da  cui  si
    estrae  un'essenza  profumata  e  molto  ricercata dagli indigeni;  la
    filatura del cotone,  le cui fibre vengono attorcigliate per mezzo  di
    un  fuso  lungo  un piede e mezzo,  al quale le filatrici imprimono un
    rapido movimento di rotazione;  la fabbricazione al mazzuolo di stoffe
    di  scorza  d'albero;  l'estrazione  delle  radici  di  manioca  e  la
    preparazione del terreno per i diversi prodotti della  zona:  cassava,
    farina  che  si  estrae  dalla  manioca,  fave i cui baccelli,  lunghi
    quindici pollici e chiamati «mositsanés», nascono su alberi alti venti
    piedi,  arachidi destinati all'estrazione  dell'olio,  piselli  di  un
    azzurro chiaro,  conosciuto sotto il nome di «tchilobés» e i cui fiori
    ricordano il  gusto  un  po'  scipito  della  pappa  di  sorgo,  caffè
    indigeno,  canna  da  zucchero,  il cui succo si condensa in sciroppo,
    cipolle guaiave,  sesamo,  cocomeri i cui semi si fanno arrostire come
    le castagne, preparazione di bevande fermentate, il «malafu» fatto con
    le  banane,  il  «pombé»  e  altri  liquori;  la  cura  degli  animali
    domestici: mucche che non si lasciano mungere se non in  presenza  del
    proprio  piccolo  o  di  un  vitellino impagliato,  giovenche di razza
    piccola e dalle corna corte, alcune delle quali hanno una gobba, capre
    che, nei paesi in cui la loro carne serve da cibo,  sono un importante
    oggetto di scambio e,  si potrebbe dire,  una moneta corrente come gli
    schiavi;  infine  l'allevamento  di  volatili,  porci,  montoni,  buoi
    eccetera. Questa lunga enumerazione ci dimostra a quale pesante lavoro
    è sottoposto il sesso debole in queste selvagge regioni del continente
    africano.
    Intanto  gli  uomini  fumano  il  tabacco o la canapa,  vanno a caccia
    dell'elefante o del bufalo,  si arruolano tra  i  mercenari  per  fare
    razzie.  La  raccolta  del  mais  e  quella  degli schiavi si fanno in
    determinate stagioni.
    Di tutte queste occupazioni, la signora Weldon conosceva dunque,  allo
    stabilimento  di  Alvez,  soltanto  la  parte  riservata  alle  donne.
    Talvolta si fermava a guardarle mentre queste,  bisogna pur dirlo,  le
    rispondevano soltanto con smorfie poco invitanti.  Un istinto di razza
    portava quelle infelici a odiare una donna bianca,  e non provavano in
    cuor  loro  il  minimo senso di pietà per lei.  Soltanto Halima faceva
    eccezione,  e la signora Weldon,  che aveva  imparato  qualche  parola
    della lingua indigena, giunse ben presto a scambiare qualche frase con
    la giovane schiava.
    Il  piccolo Jack accompagnava spesso sua madre quando essa passeggiava
    per il recinto,  ma quanto avrebbe desiderato andare fuori!  Eppure in
    un enorme baobab vi erano nidi di marabù,  formati da pochi stecchi, e
    nidi  di  «souimangas»  dal  petto  e  dalla  gola  rosso   scarlatto,
    rassomigliante a quella dei tesserini; poi le «vedove» che spogliavano
    i tetti di paglia per fare il nido;  i «calaos» il cui canto era molto
    gradevole;  i pappagalli dal corpo grigio chiaro e la coda rossa  che,
    nel  Manyema,  sono  detti  «rouss» e danno il loro nome ai capi delle
    tribù; i «drougos» insettivori, simili a fanelli, grigi, con un grosso
    becco rosso.  Qua e là volteggiavano centinaia di farfalle di  diverse
    specie,  soprattutto  in  vicinanza dei ruscelli che attraversavano lo
    stabilimento;  ma queste destavano l'interesse del cugino Bénédict più
    di  quello del piccolo Jack,  che rimpiangeva molto di non essere alto
    per poter guardare al di sopra dei muri.  Ahimè!  Dov'era il suo amico
    Dick  Sand,  quel  caro amico che lo portava così in alto,  sulle cime
    degli alberi del "Pilgrim"!  Come l'avrebbe seguito ora  sui  rami  di
    quegli  alberi,  la  cui cima si elevava oltre i cento piedi!  Che bei
    giochi avrebbero fatti insieme!
    Il cugino Bénédict, da parte sua,  si trovava sempre bene in qualunque
    luogo,   purché  non  mancassero  gli  insetti.  Fortunatamente  aveva
    scoperto allo stabilimento - e studiava quanto poteva,  senza lente  e
    senza  occhiali  -  una  piccola  ape  che forma i suoi alveoli tra le
    tarlature del legno,  e uno «sphex» che depone le uova in cellule  non
    sue,  come  fa  il cuculo nei nidi degli altri uccelli.  Non mancavano
    neppure,  lungo i ruscelli,  le zanzare che lo punzecchiavano al punto
    da   renderlo   irriconoscibile.   E  quando  la  signora  Weldon  gli
    rimproverava di lasciarsi ridurre in  quello  stato  da  quei  maligni
    insetti, egli rispondeva:
    -  E'  il  loro istinto,  cugina Weldon - e intanto si grattava sino a
    farsi uscire il sangue;  - è l'istinto,  e non si può farne  loro  una
    colpa!
    Infine  un giorno - era il 17 giugno - il cugino Bénédict fu sul punto
    di essere il più felice degli entomologi.  Ma  questa  avventura,  che
    ebbe  conseguenze  inattese,  merita  di essere raccontata con qualche
    particolare.
    Erano circa le undici  del  mattino.  Un  caldo  insopportabile  aveva
    costretto  gli abitanti dello stabilimento a restare chiusi nelle loro
    capanne e sulle strade di Kazonndé non si sarebbe  incontrato  neppure
    un indigeno!
    La  signora  Weldon  era assopita presso il letto del piccolo Jack che
    dormiva tranquillamente.
    Il  cugino  Bénédict,  che  subiva  anch'egli  l'influenza  di  quella
    temperatura  tropicale,  aveva rinunziato alle sue cacce favorite,  il
    che, tuttavia,  non gli permetteva di restare insensibile al ronzio di
    tutto  un  mondo  di insetti che fremeva sotto i raggi cocenti di quel
    mezzogiorno. Si era dunque rifugiato,  con grande rammarico,  in fondo
    alla  sua  capanna,  dove  il  sonno cominciava a impadronirsi di lui,
    durante quella siesta involontaria.
    A un tratto,  mentre  gli  occhi  stavano  per  chiuderglisi,  udì  un
    fremito,  ossia uno di quegli insopportabili ronzii di insetti, alcuni
    dei quali possono anche dare,  ogni  secondo,  quindici  o  sedicimila
    battiti d'ali.
    - Un esapodo! - esclamò il cugino Bénédict, destatosi immediatamente e
    passando dalla posizione orizzontale a quella verticale.
    Non  ci  poteva essere dubbio che a produrre quel ronzio nella capanna
    non fosse un esapodo.  Se il cugino Bénédict era  molto  miope,  aveva
    però  un udito finissimo,  al punto da poter distinguere un insetto da
    un altro dall'intensità del ronzio;  gli parve che  quello  che  stava
    ascoltando fosse il ronzio di un insetto sconosciuto,  ma senza dubbio
    prodotto da un gigante della specie.
    «Che esapodo sarà?», si domandò.
    Ed eccolo alla ricerca dell'insetto. ricerca difficilissima per i suoi
    occhi privi di occhiali;  ma egli tentava di riconoscerlo dal  fremito
    delle ali.
    Il  suo  istinto di entomologo gli diceva che lì vi era da fare un bel
    colpo e che  l'insetto,  così  provvidenzialmente  entrato  nella  sua
    capanna, non doveva essere... il primo venuto.
    Il  cugino  Bénédict  era  rimasto  immobile: ascoltava.  Alla luce di
    qualche raggio  di  sole  che  giungeva  sino  a  lui,  i  suoi  occhi
    scoprirono  un  grosso punto nero che volteggiava,  ma che non passava
    abbastanza vicino per poter essere riconosciuto. Tratteneva il respiro
    e, pur sentendosi pungere in qualche punto del viso o delle mani,  era
    deciso  a restare immobile,  affinché neppure il più piccolo movimento
    mettesse in fuga l'esapodo.
    Infine l'insetto,  dopo avere volteggiato per un bel  pezzo,  ronzando
    attorno  a  lui,  venne a posarglisi sulla testa.  La bocca del cugino
    Bénédict si allargò un istante,  come per accennare un sorriso,  e che
    sorriso! Sentiva l'insetto passare leggermente sui suoi capelli, e per
    un  istante  provò il desiderio di alzare la mano e di afferrarlo,  ma
    seppe resistere, e fece bene.
    «No, no!», pensò;  «non riuscirei ad afferrarlo e,  cosa ben peggiore,
    gli farei del male.  Lasciamo che venga più a tiro!  Ecco... si muove,
    discende...  Sento  le  sue  zampette  che  corrono  sul  mio  cranio!
    Dev'essere un esapodo di notevoli dimensioni... Mio Dio, fate soltanto
    che  scenda  sulla  punta  del mio naso e così,  storcendo un poco gli
    occhi, io possa vederlo e stabilire a quale ordine,  genere,  specie e
    varietà esso appartiene!».
    Così  si  diceva  il  cugino  Bénédict,  ma  vi  era  un bel tratto da
    percorrere dal suo cranio, piuttosto aguzzo,  alla punta del suo naso,
    che   era  molto  lungo.   Quante  altre  strade  poteva  prendere  il
    capriccioso insetto!  Poteva andare verso le  orecchie,  oppure  verso
    l'occipite,  allontanandosi  così dagli occhi dello scienziato,  senza
    contare che in qualsiasi istante poteva  riprendere  il  volo,  uscire
    dalla capanna, perdersi in quei raggi solari, dove trascorreva la vita
    in mezzo al brusio dei suoi simili che doveva attirarlo fuori!
    Il cugino Bénédict pensò a tutto questo.  Nella sua vita di entomologo
    non aveva mai trascorso minuti così emozionanti!  Un esapodo  africano
    di specie o,  almeno, di varietà o di sotto varietà nuova era lì sulla
    sua testa, ed egli non poteva riconoscerlo, se non alla condizione che
    esso si degnasse di passeggiare a meno di un pollice dai suoi occhi.
    La preghiera del cugino Bénédict doveva tuttavia essere esaudita.
    L'insetto,  dopo avere  passeggiato  tra  i  capelli  scomposti  dello
    scienziato come tra un cespuglio incolto,  cominciò a discendere lungo
    le tempie del cugino Bénédict,  che poté infine concepire la  speranza
    di  sentirlo  arrivare  sul  naso.  Giunto a questo punto,  perché non
    sarebbe disceso verso la cima?
    «Io, al suo posto, scenderei», pensò il degno scienziato.
    In verità, chiunque altro al posto del cugino Bénédict si sarebbe dato
    un bel colpo sulla  fronte  per  schiacciare  l'irritante  insetto  o,
    almeno,  per  metterlo in fuga.  Sentire quelle sei zampette dimenarsi
    sulla propria pelle, senza parlare del pericolo di essere punto, e non
    fare un gesto, era semplicemente eroismo!  Lo spartano che si lasciava
    divorare  il petto da una volpe,  il romano che teneva tra le dita dei
    carboni ardenti non erano certo più padroni di sé  di  quanto  non  lo
    fosse  il  cugino Bénédict che,  senza dubbio di sorta,  discendeva da
    quei due eroi!
    L'insetto, dopo un ventina di giri, giunse alla sommità del naso, dove
    ebbe un istante di esitazione che fece affluire  tutto  il  sangue  al
    cuore  del cugino Bénédict.  L'esapodo sarebbe risalito lungo la linea
    degli occhi oppure sarebbe disceso? Discese.  Il cugino Bénédict sentì
    le zampine villose avvicinarsi alla punta del naso: l'insetto non girò
    né a destra, né a sinistra, ma si fermò, con le ali che fremevano, sul
    dorso  leggermente  arcuato  di  quel  naso  di  scienziato,  così ben
    conformato per portare gli occhiali.  Attraversò la piccola incavatura
    prodotta  dall'uso  continuo  di  questi  strumenti ottici,  di cui il
    poveretto sentiva tanto la mancanza,  e si fermò proprio all'estremità
    dell'appendice nasale.
    Era  il  posto  migliore  che  l'esapodo  potesse scegliere.  A quella
    distanza,  gli occhi del cugino Bénédict,  facendo convergere  i  loro
    raggi visivi,  potevano,  come una lente,  dardeggiare sull'insetto il
    loro duplice sguardo.
    - Dio benedetto e onnipotente!  - esclamò il cugino Bénédict,  che non
    riuscì a trattenere un grido: - la manticora tubercolosa!
    Già,  però non bisognava gridarlo; bisognava soltanto pensarlo! Ma non
    era  troppo  chiedere  questo  al  più  felice  ed  entusiasta   degli
    entomologi? Avere sulla punta del naso una manticora tubercolosa dalle
    larghe ali,  un insetto della tribù dei cicindeleti,  esemplare che si
    trova  assai  raramente  nelle  collezioni,  che  ha  origine  proprio
    nell'Africa  meridionale,  e  non  poter  lanciare un grido di gioiosa
    ammirazione... be' era al di sopra delle forze umane!
    Sfortunatamente, la manticora udì quel grido,  quasi subito seguito da
    uno  starnuto  che  scosse  l'appendice sulla quale essa riposava.  Il
    cugino Bénédict volle impadronirsene,  tese la mano,  la  strinse  con
    forza, ma riuscì ad afferrare solo la punta del suo stesso naso.
    - Maledizione! - gridò.
    Ma a questo punto, dimostrò un sangue freddo eccezionale.
    Sapendo che la manticora tubercolosa non sa che svolazzare o, per così
    dire,  camminare invece di volare, egli si mise ginocchioni e riuscì a
    scorgere,  a meno di dieci pollici dai suoi occhi,  il punto nero  che
    scivolava rapidamente in un raggio di sole.
    Tanto   valeva,   evidentemente,   studiarlo   in   quella   posizione
    indipendente, ma non bisognava perderla di vista.
    «Afferrando la manticora,  si correrebbe il rischio di schiacciarla!»,
    si disse il cugino Bénédict. «No, la seguirò... l'ammirerò... Ho tutto
    il tempo per prenderla!».
    Ebbe torto il cugino Bénédict?  A ogni modo, eccolo gatton gattoni con
    il naso contro terra,  come il cane che annusa una pista,  seguendo  a
    sette od otto pollici di distanza il superbo esapodo. Un istante dopo,
    era  fuori  dalla  capanna,  sotto  il sole di mezzogiorno e,  qualche
    minuto più tardi, ai piedi della palizzata che cingeva lo stabilimento
    di Alvez.
    A questo punto,  la manticora sarebbe balzata al di là della palizzata
    e avrebbe messo un muro tra sé e il suo adoratore?  No,  non era nella
    sua natura,  e  il  cugino  Bénédict  lo  sapeva  molto  bene.  Perciò
    continuava a rimanere lì,  strisciando come una biscia, troppo lontano
    per riconoscere entomologicamente  l'insetto  (cosa,  del  resto,  già
    fatta),  ma  abbastanza  vicino per seguire con lo sguardo quel grosso
    punto nero che camminava sul terreno.
    La manticora,  giunta presso la palizzata,  incontrò la  tana  di  una
    talpa, che si apriva ai piedi del recinto. Senza esitazione, l'insetto
    si  infilò  nella  lunga  galleria  sotterranea,  giacché  è nelle sue
    abitudini cercare strade oscure  e  sotterranee.  Il  cugino  Bénédict
    temette  di  aver  perduto  di  vista  l'insetto  ma,  con  sua grande
    sorpresa, si accorse che l'imboccatura della tana era larga almeno due
    piedi e formava una specie di galleria, dove il suo corpo magro poteva
    penetrare  senza  difficoltà.  In  quell'inseguimento,   egli  metteva
    l'ardore  di  un  furetto e non si accorse che,  penetrando così sotto
    terra,  passava al di  là  della  palizzata.  In  effetti,  quel  buco
    stabiliva  una  comunicazione  naturale tra l'interno e l'esterno.  In
    mezzo minuto il cugino Bénédict si trovò fuori dallo stabilimento,  ma
    non  c'era  di che preoccuparsi.  Era tutto preso dall'ammirazione per
    l'elegante insetto che lo  guidava  e  che,  senza  dubbio,  ne  aveva
    abbastanza di quella lunga marcia. Le sue elitre si scostarono, le ali
    si  spiegarono...  Il  cugino Bénédict,  intuendo il pericolo e con la
    mano capovolta stava per fare alla manticora una prigione  provvisoria
    quando frrr... essa prese il volo!
    Quale  disperazione!  Ma  la  manticora non poteva andare lontano.  Il
    cugino Bénédict si alzò,  la guardò e si slanciò in avanti con le  due
    mani tese e spalancate...
    L'insetto  volteggiava  sulla  sua  testa,  ed egli non riusciva più a
    vedere che un grosso punto nero, senza una forma per lui apprezzabile.
    La manticora sarebbe ridiscesa  a  terra  per  riposarsi,  dopo  avere
    tracciato  qualche  capriccioso  volteggio  attorno al capo irsuto del
    cugino Bénédict? Tutte queste previsioni parevano giuste.
    Purtroppo  per  lo   sfortunato   scienziato,   quella   parte   dello
    stabilimento di Alvez,  che si trovava all'estremità nord della città,
    confinava con un'ampia foresta che ricopriva il territorio di Kazonndé
    per  uno  spazio  di  parecchie  miglia  quadrate.   Se  la  manticora
    raggiungeva  la  foresta  e  si metteva a volteggiare di ramo in ramo,
    bisognava rinunziare a qualsiasi speranza di metterla in bella  mostra
    nella  famosa  cassetta  di  ferro  bianco,  di  cui  sarebbe stata il
    gioiello più prezioso!
    Ahimè! Accadde proprio così.  La manticora si era posata sul terreno e
    il cugino Bénédict,  avendo avuto l'insperata fortuna di rivederla, si
    precipitò faccia a terra. Ma la manticora non camminava più: procedeva
    a piccoli salti.
    Il cugino Bénédict, sfinito, con le ginocchia e le unghie sanguinanti,
    balzò in piedi.  Le braccia spalancate e le mani aperte  si  tendevano
    ora  a destra,  ora a sinistra,  seguendo il punto nero che saltellava
    qua e là.  Pareva che si trascinasse  su  quel  terreno  che  scottava
    analogamente a un nuotatore che scivola sulla superficie dell'acqua.
    Fatica  inutile!  Le  sue  mani  continuavano  a  stringere  il vuoto.
    L'insetto gli sfuggiva come se giocasse e,  bentosto,  giunto sotto il
    fresco  fogliame,  si alzò a volo dopo aver lanciato alle orecchie del
    cugino Bénédict,  sfiorandolo,  il ronzio più intenso,  ma  anche  più
    ironico, delle sue ali di coleottero.
    -  Maledizione!  -  gridò  una seconda volta il cugino Bénédict.  - Mi
    sfuggi, ingrato esapodo! Tu, al quale riservavo un posto d'onore nella
    mia collezione! Ebbene, no! Non ti lascerò, ti inseguirò sino a quando
    non ti avrò raggiunto!
    Dimenticava,  lo sconfitto entomologo,  che i suoi occhi miopi non gli
    permettevano  di  scorgere  la  manticora  in  mezzo al fogliame della
    foresta,  ma non era più padrone di sé!  Il dispetto,  la  collera  lo
    rendevano pazzo!
    Di   quella  disavventura  la  colpa  era  sua:  se  si  fosse  subito
    impadronito dell'insetto,  invece di seguirlo nel suo «andare e venire
    a  piacimento»,  nulla  sarebbe  accaduto,  ed  egli sarebbe stato ora
    possessore di quel meraviglioso esemplare di  manticora  africana,  il
    cui  nome  è  quello  di  un animale favoloso dalla testa d'uomo e dal
    corpo di leone!
    Il cugino  Bénédict  aveva  perduto  la  testa!  Non  pensava  neppure
    lontanamente che la più strana delle circostanze stava per ridargli la
    libertà;  non  immaginava  che quella tana di talpa nella quale si era
    cacciato gli aveva aperto un'uscita e che egli stava per  lasciare  lo
    stabilimento di Alvez.  La foresta era là, e sotto gli alberi c'era la
    manticora sfuggitagli! A qualsiasi prezzo voleva rivederla...
    Eccolo dunque andare di corsa attraverso la folta foresta, senza avere
    neppure più coscienza di ciò che faceva,  immaginando sempre di vedere
    il prezioso insetto e battendo l'aria con le sue lunghe braccia,  come
    un gigantesco falciatore!
    Dove era diretto, come sarebbe ritornato e se sarebbe ritornato non se
    lo domandava neppure e,  per un buon miglio si addentrò nella foresta,
    al  punto  di  correre  il rischio di incontrare qualche indigeno o di
    essere assalito da qualche belva!
    A un tratto, passando vicino a una macchia, un essere gigantesco balzò
    in piedi e gli si slanciò addosso;  poi,  come avrebbe fatto il cugino
    Bénédict  con la manticora,  quell'essere lo afferrò con una mano alla
    nuca, con l'altra al basso del dorso e, senza avergli dato il tempo di
    accorgersene lo portò via attraverso la foresta.
    Davvero il  cugino  Bénédict  aveva  perduto  quel  giorno  una  bella
    occasione  per  potersi  proclamare  il più felice,  il più entusiasta
    entomologo delle cinque parti del mondo!

    16.
    UN «MGANNGA».
    Quando la signora Weldon, in quel medesimo 17,  non vide riapparire il
    cugino   Bénédict   all'ora   solita,   fu  assalita  dalla  più  viva
    inquietudine.  Non poteva immaginare che cosa fosse avvenuto  del  suo
    «bambinone»!  Non  era  ammissibile che fosse riuscito a fuggire dallo
    stabilimento,  il cui recinto era assolutamente invalicabile;  d'altra
    parte,  la signora Weldon conosceva il cugino e sapeva che,  se gli si
    fosse offerto di fuggirsene abbandonando la cassetta di ferro bianco e
    la  sua  collezione  d'insetti,   avrebbe  rifiutato  senza  ombra  di
    esitazione.  E la cassetta era là nella capanna,  intatta, e conteneva
    tutto ciò che lo scienziato  aveva  potuto  raccogliere  dopo  il  suo
    arrivo sul continente;  era inammissibile la semplice supposizione che
    si fosse volontariamente separato dai suoi tesori entomologici!
    Eppure il cugino Bénédict non era  più  nello  stabilimento  di  José-
    Antonio Alvez!
    Durante  tutta  quella  giornata,  la  signora Weldon lo cercò in ogni
    angolo;  il piccolo Jack e Halima  si  unirono  a  lei,  ma  fu  tutto
    inutile.
    La  signora  Weldon  fu  allora  costretta  a cedere a un'ipotesi poco
    rassicurante: che il prigioniero fosse stato portato  via  per  ordine
    del mercante e per motivi che le sfuggivano.  Ma allora,  che ne aveva
    fatto Alvez?  Lo aveva rinchiuso in uno  dei  baracconi  della  grande
    piazza?  Perché  questa  azione  dopo il patto tra Negoro e la signora
    Weldon,  patto che comprendeva  il  cugino  Bénédict  nel  numero  dei
    prigionieri  che  il  mercante  doveva condurre a Mocamedes per essere
    consegnato, contro riscatto, nelle mani di James W. Weldon?
    Se la signora Weldon fosse stata  testimone  della  collera  di  Alvez
    allorché  seppe  della  scomparsa del prigioniero,  avrebbe capito che
    tale scomparsa era  avvenuta  veramente  contro  la  sua  volontà.  Ma
    allora,  se  il cugino Bénédict era fuggito di sua iniziativa,  perché
    non le aveva confidato il segreto della sua evasione?
    Infine,  le ricerche di Alvez e  dei  suoi  servi,  fatte  con  grande
    meticolosità,  condussero alla scoperta di quella galleria che metteva
    in comunicazione lo stabilimento con la foresta  vicina.  Il  mercante
    non  ebbe più dubbi che «l'inseguitore di mosche» se la fosse svignata
    attraverso quella stretta apertura.  Si immagini dunque il suo  furore
    quando  disse  a  se stesso che di quella fuga sarebbe stato incolpato
    lui e che sarebbe stata diminuita la somma che  egli  doveva  ricavare
    dall'affare.
    «Non  valeva  un gran che quell'imbecille»,  pensava,  «tuttavia dovrà
    pagarla cara! Ah, se riesco a riacchiapparlo!».
    Ma,  nonostante le ricerche  fatte  all'interno  e  le  battute  nella
    foresta  fatte  per  un largo raggio,  non fu possibile trovare la più
    piccola traccia del fuggiasco.  La signora Weldon dovette  rassegnarsi
    alla  perdita del cugino,  e Alvez a dare un addio al suo prigioniero.
    Poiché non si poteva ammettere che  egli  avesse  avuto  amicizie  con
    l'esterno, pareva chiaro che soltanto il caso gli aveva fatto scoprire
    l'esistenza  di  quella  galleria  e  che egli era fuggito,  senza più
    pensare a coloro che lasciava dietro di sé,  come se non  fossero  mai
    esistiti!
    La  signora Weldon fu costretta a riconoscere che le cose erano andate
    proprio  così,  ma  non  pensò  neppure  di  portare  rancore  a  quel
    poveruomo, perfettamente incosciente dei suoi atti.
    «Sventurato! Che mai gli sarà accaduto?» si domandava.
    E'  inutile  dire  che quel giorno stesso la galleria fu chiusa con la
    più grande cura e la sorveglianza all'interno e all'esterno raddoppiò.
    E riprese la monotona vita della signora Weldon e del suo bambino.
    Frattanto  si  era  verificato  nella  regione  un  fatto   climatico,
    rarissimo in quel periodo dell'anno.  Il 19 giugno, sebbene il periodo
    della «masika», che finisce in aprile, fosse terminato, cominciarono a
    cadere piogge insistenti.  Il cielo era  coperto  e  continui  rovesci
    inondavano la zona di Kazonndé.
    Ciò  che  per  la  signora  Weldon  era  semplicemente  un  antipatico
    contrattempo,  perché la costringeva a rinunziare alle sue passeggiate
    nell'interno dello stabilimento, diventò una calamità pubblica per gli
    indigeni.  I  terreni  bassi,  coperti  di  messi  già mature,  furono
    interamente  sommersi.   Gli  abitanti  della  provincia,   ai   quali
    improvvisamente veniva a mancare il raccolto, si videro bentosto senza
    via  di  scampo.  Tutti  i  lavori stagionali erano compromessi,  e la
    regina Moina, non meglio dei suoi ministri, non sapeva come far fronte
    alla catastrofe.
    Si ricorse allora agli stregoni,  ma non a quelli il cui mestiere  era
    di guarire gli ammalati con i loro incantesimi e i loro sortilegi, o a
    quelli  che  predicono  la buona o la cattiva sorte agli indigeni;  si
    trattava ora di una calamità pubblica,  e i  migliori  «mgannga»,  che
    hanno il dono di far cessare la pioggia, furono pregati di scongiurare
    il  pericolo,  ma costoro ci sprecarono soltanto del tempo.  Ebbero un
    bell'intonare il loro canto monotono,  agitare i loro sonagli e i loro
    campanellini,  impiegare  tutti  i  più  preziosi  amuleti e,  in modo
    particolare, un corno pieno di fango e di corteccia,  la cui estremità
    termina con tre piccoli cornetti,  fare esorcismi lanciando palline di
    sterco o sputando in faccia ai più eminenti personaggi della  corte...
    ma  non riuscirono a scacciare gli spiriti maligni che presiedono alla
    formazione delle nubi.
    Le cose andavano dunque di male in peggio quando la regina Moina  ebbe
    l'idea  di far venire un celebre «mgannga»,  che si trovava allora nel
    nord dell'Angola. Era un mago di prim'ordine, la cui scienza era tanto
    più meravigliosa in quanto non era  mai  stato  messo  alla  prova  in
    quella regione, dove non era mai venuto. Ma non si parlava d'altro che
    dei suoi successi contro i «masikas».
    Fu il 25 giugno, durante la mattinata, che il nuovo «mgannga» annunziò
    rumorosamente  il  suo arrivo a Kazonndé,  con un grande tintinnare di
    campanellini.
    Il mago si diresse subito sulla  piazza,  e  immediatamente  la  folla
    degli  indigeni  si  precipitò  verso  di lui.  Il cielo appariva meno
    piovoso,  il vento indicava una certa tendenza a  cambiare,  e  questo
    sintomo  di  rasserenamento,  coincidendo  con l'arrivo del «mgannga»,
    predispose gli animi in suo favore.
    Egli era un uomo superbo,  un negro veramente bello.  Alto almeno  sei
    piedi, aveva un aspetto eccezionalmente robusto, e questa prestanza si
    impose subito alla folla.
    Di  solito  i  maghi  si  riuniscono  in tre,  quattro o cinque quando
    percorrono i villaggi,  e un certo numero di accoliti o di compari  fa
    loro corteggio.  Questo «mgannga»,  invece, era solo. Il suo petto era
    rigato da strisce bianche, fatte con la creta;  la parte inferiore del
    corpo  spariva  sotto  un'ampia  gonnella  di  stoffa  d'erba,  il cui
    strascico non avrebbe fatto sfigurare una  delle  più  eleganti  donne
    moderne;  una  collana  di crani di uccelli al collo,  sulla testa una
    specie di casco di cuoio con piume ornate di perle, attorno ai fianchi
    una cintura  di  rame,  dalla  quale  pendevano  alcune  centinaia  di
    campanellini più rumorosi della bardatura di una mula spagnola.  Tutto
    ciò costituiva  l'abbigliamento  di  quel  magnifico  esemplare  della
    corporazione dei maghi indigeni.
    Il  materiale  che  serviva alla sua arte si componeva di una sorta di
    paniere, il cui fondo era formato da una zucca, ripiena di conchiglie,
    di amuleti, di piccoli idoli in legno e di altri feticci,  oltre a una
    notevole quantità di pallottole di sterco, accessorio importante degli
    incantesimi e delle pratiche divinatorie del centro dell'Africa.
    Un particolare,  bentosto notato dalla folla, era questo: il «mgannga»
    era  muto,   ma  questa  infermità  non  poteva  che   accrescere   la
    considerazione  di  cui pareva circondato.  Dalla sua bocca non usciva
    che un suono  gutturale,  basso  e  strascicato,  privo  di  qualsiasi
    significato:  ragione  di  più  per  essere ben compreso in materia di
    sortilegi.
    Il «mgannga» fece dapprima il giro della grande piazza,  eseguendo una
    sorta di pavana e mettendo in moto tutti i suoi campanellini. La folla
    lo seguiva,  imitando ogni suo movimento.  Pareva un corteo di scimmie
    al seguito di un gigantesco quadrumane. Poi, all'improvviso,  il mago,
    infilando la via principale di Kazonndé, si diresse verso la residenza
    reale.
    Non  appena  la  regina  Moina  fu  avvertita  dell'arrivo  del  nuovo
    indovino, apparve seguita dai suoi cortigiani.
    Il «mgannga» si inchinò sino a terra e  poi  si  drizzò,  mettendo  in
    mostra  la  sua  superba  corporatura.  Tese le braccia verso il cielo
    solcato da lembi di nuvole, che l'indovino indicò con la mano: imitò i
    loro movimenti con un'animata pantomima;  le indicò  mentre  fuggivano
    verso  ovest  e  tornavano  da  est  con un movimento di rotazione che
    nessuna potenza poteva ostacolare.
    Poi, con grande stupore dei cittadini e dei cortigiani,  il mago prese
    per  mano la terribile sovrana di Kazonndé.  Alcuni cortigiani vollero
    opporsi a questo atto, contrario a qualsiasi etichetta, ma il vigoroso
    «mgannga», afferrando per il collo il più vicino,  lo mandò a rotolare
    a quindici passi lontano.
    La  regina  non  parve  disapprovare  questo fiero modo di agire.  Una
    specie di smorfia,  che voleva essere un sorriso,  fu  indirizzata  al
    mago  che  trascinò  la  regina  a  passo  rapido,  mentre la folla si
    precipitava al suo seguito.
    Questa volta lo stregone si diresse verso lo stabilimento di Alvez,  e
    ben  presto  raggiunse  la porta che era chiusa.  Un semplice colpo di
    spalla la fece cadere a terra, ed egli invitò la regina, soggiogata, a
    entrare.
    Il mercante,  i suoi soldati,  i suoi schiavi erano accorsi per punire
    l'impudente  che si permetteva di abbattere le porte,  senza aspettare
    che gli  venissero  aperte.  Ma,  alla  vista  della  regina  che  non
    protestava, si fermarono in atteggiamento rispettoso.
    Alvez, senza dubbio, stava per chiedere alla sovrana il motivo che gli
    procurava l'onore di quella visita; ma lo stregone non gliene diede il
    tempo  e,  facendo  arretrare la folla in modo che rimanesse un grande
    spazio  libero  attorno  a  sé,  ricominciò  la  sua  pantomima,   con
    animazione sempre maggiore.  Indicò con la mano le nubi,  le minacciò,
    le esorcizzò, fece dapprima il gesto di fermarle, poi di allontanarle.
    Gonfiò le enormi gote e soffiò su quell'ammasso di densi  vapori  come
    per disperderli con la sua forza;  poi,  raddrizzandosi, parve volerle
    fermare nella loro corsa,  e si sarebbe detto che  la  sua  gigantesca
    corporatura gli avrebbe permesso di afferrarle con le mani.
    La  superstiziosa  Moina,  catturata  - è la parola giusta - da questo
    grande commediante,  non era più padrona di sé:  gridava,  delirava  e
    ripeteva istintivamente i gesti del «mgannga». I cortigiani e la folla
    la imitavano, e i suoni gutturali che uscivano dalla bocca del muto si
    disperdevano in mezzo a quei canti,  a quelle grida, a quegli urli che
    il linguaggio indigeno offre con tanta prodigalità.
    Cessarono le nubi di alzarsi sull'orizzonte orientale e di oscurare il
    sole dei tropici?  Si dispersero davanti agli esorcismi del mago?  No!
    E,  proprio  quando  la regina e il suo popolo credevano di aver vinto
    gli spiriti maligni che rovesciavano su di loro tant'acqua,  ecco  che
    il cielo,  che si era un po' rischiarato all'alba,  si oscurò e grosse
    gocce temporalesche caddero crepitando sul terreno.
    Un mutamento avvenne allora nella folla,  che se  la  prese  con  quel
    «mgannga», che non valeva più degli altri e, da un aggrottamento delle
    sopracciglia  della regina,  si capì che egli stava correndo un grosso
    rischio.  Gli indigeni avevano  stretto  il  cerchio  attorno  a  lui,
    minacciandolo  con  i  pugni,  ed  era  vicino  il  momento  in cui lo
    avrebbero ridotto a mal partito, se un incidente imprevisto non avesse
    mutato il corso di quei sentimenti ostili.
    Il «mgannga»,  che dominava di tutta la testa  quella  folla  urlante,
    aveva  steso  il  braccio  verso  un  punto,  e  il  suo gesto fu così
    imperioso che tutti si voltarono.
    La signora Weldon e il piccolo Jack,  attratti da quelle  grida  e  da
    quel tumulto,  avevano lasciato la loro capanna, ed erano proprio loro
    che lo stregone indicava con un gesto di collera della mano  sinistra,
    mentre levava la destra verso il cielo.
    Ecco,  ecco i colpevoli! Era quella donna bianca, era quel bambino che
    causavano tanto male...  Erano loro  la  fonte  dei  malefici!  Quelle
    nuvole  le  avevano  portate  quei  due  dalla  loro terra piovosa per
    inondare il territorio di Kazonndé!
    Si comprese ciò che il mago voleva dire. La regina Moina, indicando la
    signora Weldon,  fece un  gesto  di  minaccia,  mentre  gli  indigeni,
    lanciando urla terribili, si precipitarono verso di lei.
    La  signora Weldon si credette perduta e,  afferrando il piccolo Jack,
    rimase immobile come una statua di fronte a quella folla eccitata.
    Il «mgannga» mosse verso la donna;  tutti fecero largo davanti al mago
    che, con la causa del male, pareva avesse trovato il rimedio.
    Il  mercante  Alvez,  per  il  quale  la  vita  della  prigioniera era
    preziosa,  si avvicinò a sua volta,  senza sapere che  cosa  fare.  Il
    «mgannga»  aveva  afferrato  il  piccolo  Jack  e,  strappandolo dalle
    braccia della madre, lo protendeva verso il cielo. Tutti pensarono che
    volesse spaccargli la testa contro la terra per placare gli dei!
    La signora Weldon lanciò un urlo terribile e cadde a  terra  priva  di
    sensi.
    Ma  il  «mgannga»,  dopo aver rivolto alla regina un cenno che,  senza
    dubbio,  la rassicurò sulle sue intenzioni,  aveva rialzato l'infelice
    madre  e la portava via con il bambino mentre la folla,  dominata,  si
    apriva in mezzo per lasciarli passare.
    Ma  Alvez,  furioso,  non  l'intendeva  così.  Dopo  aver  perduto  un
    prigioniero su tre,  doveva vedere ora sfuggirgli il deposito prezioso
    affidato alla sua custodia  e,  con  il  deposito,  il  grosso  premio
    riservatogli da Negoro? Mai e poi mai, dovesse pur tutto il territorio
    di  Kazonndé inabissarsi sotto un nuovo diluvio!  Volle opporsi a quel
    rapimento, ma contro di lui si ammutinarono a quel punto gli indigeni:
    la regina lo fece afferrare dalle sue guardie e  allora  il  mercante,
    sapendo  ciò che gli sarebbe potuto accadere,  si calmò maledicendo in
    cuor suo la stupida credulità dei sudditi dell'augusta Moina.
    Quei selvaggi,  infatti,  aspettavano di  vedere  le  nubi  scomparire
    insieme con coloro che le avevano attirate, ed erano certi che il mago
    volesse  spegnere  nel  sangue  degli  stranieri le piogge che avevano
    causato loro tante sofferenze!
    Intanto il «mgannga» portava via le sue vittime, come un leone avrebbe
    fatto con una coppia  di  capretti  che  non  pesano  alle  sue  fauci
    potenti,  il piccolo Jack spaventato e la signora Weldon, sempre priva
    di conoscenza,  mentre la folla,  giunta all'estremo  del  furore,  lo
    seguiva con le sue urla.  Ma lo stregone uscì dal recinto,  attraversò
    Kazonndé,  rientrò nella foresta,  camminò per circa tre miglia  senza
    che  i  suoi  piedi  provassero un attimo di stanchezza e,  finalmente
    solo,  giacché gli indigeni  avevano  capito  che  non  voleva  essere
    seguito,  arrivò presso un fiume, la cui rapida corrente volgeva verso
    nord.
    Là,  in fondo a un'ampia cavità,  dietro le alte erbe di un  cespuglio
    che ne nascondevano l'argine,  era attraccata una piroga, ricoperta da
    una specie di tetto di paglia.
    Il «mgannga» vi depose il suo duplice fardello,  respinse con il piede
    l'imbarcazione che la corrente trascinò rapidamente e allora, con voce
    ben chiara, disse:
    -  Mio capitano,  vi presento la signora Weldon e il piccolo Jack!  In
    viaggio,  e che tutti le nubi del cielo si  squarcino  ora  su  quegli
    stupidi di Kazonndé!

    17.
    ALLA DERIVA.
    Era Hercule,  irriconoscibile sotto il travestimento da stregone,  che
    parlava così, ed era a Dick Sand che egli si rivolgeva, a Dick, ancora
    così debole da aver bisogno di appoggiarsi al cugino Bénédict,  presso
    il quale era sdraiato Dingo.
    La  signora  Weldon,  che  aveva  ripreso  conoscenza,  non  poté  che
    esclamare:
    - Tu, Dick! Tu!
    Il giovane si alzò,  ma già la signora  Weldon  lo  stringeva  tra  le
    braccia e Jack gli prodigava mille carezze.
    - Dick, amico mio! Amico mio! - ripeteva il fanciullo.
    Poi, rivoltosi a Hercule, aggiunse:
    - E pensare che non ti ho riconosciuto!
    - Che travestimento,  eh?  - rispose Hercule,  fregandosi il petto per
    cancellare le striature che lo ornavano.
    - Eri troppo brutto! - disse il piccolo Jack.
    - Sfido io! Ero il diavolo, e il diavolo non può certo essere bello...
    - Hercule - disse la signora Weldon, tendendogli la mano.
    - Egli ha salvato voi,  - aggiunse Dick Sand -  come  ha  salvato  me,
    anche se non vuole ammetterlo!
    - Salvati...  salvati! Non lo siamo ancora - rispose Hercule. - E poi,
    senza il signor Bénédict,  che è venuto a indicarci dove voi  eravate,
    signora Weldon, non avremmo potuto fare niente!
    Era  Hercule,  infatti,  che  cinque  giorni  prima  era balzato sullo
    scienziato nel momento in cui,  dopo essersi trascinato a  due  miglia
    dallo stabilimento, questi correva all'inseguimento della sua preziosa
    manticora. Senza questo incidente, né Dick Sand, né il negro sarebbero
    venuti  a  conoscere la prigione della signora Weldon,  ed Hercule non
    avrebbe potuto avventurarsi a Kazonndé sotto le sembianze di stregone.
    Mentre la barca avanzava  rapidamente  alla  deriva  in  quella  parte
    stretta  del  fiume,  Hercule raccontò quello che era accaduto dopo la
    sua fuga dall'accampamento sulla Cuanza;  come  aveva  seguito,  senza
    farsi scorgere, la «kitannda» dove si trovavano la signora Weldon e il
    figlio;  come  aveva  rinvenuto  Dingo  ferito;  come  entrambi  erano
    arrivati nei dintorni di  Kazonndé;  come  un  biglietto  di  Hercule,
    portato  dal  cane,  aveva  rivelato a Dick Sand che cosa era accaduto
    alla signora Weldon; come, dopo l'arrivo inatteso del cugino Bénédict,
    aveva  inutilmente  cercato  di  penetrare  nello  stabilimento,   più
    custodito che mai e come,  infine, aveva cercato un modo per strappare
    a quell'orribile José-Antonio Alvez la sua prigioniera.  E l'occasione
    si  era  presentata  il  giorno  stesso.   Un  «mgannga»  in  giro  di
    stregoneria, quel celebre mago atteso con tanta impazienza,  passò per
    caso  attraverso  la  foresta  nella  quale  Hercule vagava ogni notte
    spiando,  facendo la posta,  pronto a tutto.  Balzare sullo  stregone,
    spogliarlo  del suo armamentario e del suo travestimento da «mgannga»,
    legarlo ai piedi di un albero con robuste corde di liana,  che neppure
    i  Davenport  sarebbero  riusciti  a  sciogliere,  dipingersi il corpo
    prendendo a modello lo stregone,  e recitare la sua parte al  fine  di
    scongiurare  la pioggia,  tutto ciò era stato l'affare di qualche ora,
    ma c'era voluta l'incredibile ingenuità degli indigeni  per  lasciarsi
    prendere così al laccio!
    In questo racconto,  fatto rapidamente da Hercule,  non si era parlato
    di Dick Sand.
    - E tu, Dick? - domandò la signora Weldon.
    - Io,  signora Weldon,  - rispose il giovane mozzo -  non  posso  dire
    nulla.  Il  mio  ultimo  pensiero  era  stato  per voi,  per Jack!  Ho
    inutilmente tentato di spezzare i lacci che  mi  legavano  al  palo...
    L'acqua ha sorpassato il mio capo...  e persi conoscenza...  Rinvenni,
    ero in un rifugio nascosto tra i papiri di questo argine,  e accanto a
    me era inginocchiato Hercule che mi curava amorosamente!
    - Certo, dal momento che sono un medico, un indovino, uno stregone, un
    mago, uno che predice la fortuna... - rispose Hercule.
    -  Hercule,  -  domandò  la signora Weldon - ditemi come avete fatto a
    salvare Dick Sand...
    - Non sono stato io, signora - rispose Hercule. - La corrente non
    ha potuto spezzare il palo al quale era legato il nostro  capitano  e,
    nel cuore della notte,  trascinarlo sino qui, dove io l'ho trovato più
    morto che vivo? Del resto,  era forse difficile,  nell'oscurità che ci
    circondava,  scivolare tra le vittime,  filare tra due acque e, con un
    po' di energia,  afferrare in un colpo solo il nostro  capitano  e  il
    palo  al  quale  quei  farabutti lo avevano legato?  Non c'era proprio
    nulla di straordinario! Chiunque avrebbe fatto altrettanto,  lo stesso
    signor  Bénédict  o  Dingo.  E,  infatti,  perché non può essere stato
    Dingo?
    Si udì un latrato e Jack,  prendendo la grossa testa del cane  tra  le
    mani, gli diede piccoli colpi affettuosi e poi gli domandò:
    - Dingo, sei stato tu a salvare il nostro amico Dick?
    E, detto questo, il bambino fece muovere la testa del cane da destra a
    sinistra.
    -  Dice di no,  Hercule!  - riprese Jack.  - Vedi che non è stato lui?
    Dingo, è stato Hercule a salvare il nostro capitano?  - e il ragazzino
    fece  muovere  al buon cane la testa cinque o sei volte,  dall'alto in
    basso.
    - Dice di sì, Hercule! Dice di sì! - gridò il piccolo Jack.  - Lo vedi
    che sei stato tu?
    - Amico Dingo,  - rispose Hercule, accarezzando il cane - non mi avevi
    forse promesso di non tradirmi?
    Sì,  era proprio stato Hercule che aveva messo a rischio la  vita  per
    salvare  quella di Dick Sand.  Ma egli era fatto così: la sua modestia
    non gli permetteva di ammetterlo.  D'altronde,  egli trovava il  fatto
    naturalissimo,  e ripeté che nessuno dei suoi compagni avrebbe esitato
    ad agire come lui in circostanze del genere.
    E questo accenno portò la signora Weldon a parlare del vecchio Tom, di
    suo figlio e dei suoi sfortunati compagni.
    Erano partiti per la regione dei Laghi. Hercule li aveva visti passare
    con la carovana di schiavi,  li aveva  seguiti,  ma  non  gli  si  era
    offerta  alcuna  occasione  per  poter  comunicare  con  loro.   Erano
    partiti... erano perduti.
    Alle bonarie risate di poco prima di Hercule, seguirono le sue lacrime
    cocenti che egli non cercava di nascondere.
    - Non piangete, amico mio - gli disse la signora Weldon.  - Chissà che
    Iddio non voglia farci la grazia di poterli un giorno rivedere!
    Poche  parole  informarono poi Dick Sand di tutto ciò che era successo
    durante il soggiorno della signora Weldon allo stabilimento di Alvez.
    - Forse, - ella aggiunse - sarebbe stato meglio rimanere a Kazonndé...
    - Maldestro che sono stato! - gridò Hercule.
    - No, Hercule,  no!  - rispose Dick Sand.  - Quei miserabili avrebbero
    trovato  il  modo  di  attirare la signora Weldon in qualche tranello!
    Fuggiamo tutti insieme,  e subito!  Arriveremo alla  costa  prima  che
    Negoro  si  trovi  a  Mocamedes!  Là le autorità portoghesi ci daranno
    aiuto e protezione e quando Alvez si presenterà per avere i  centomila
    dollari...
    - Si prenderà centomila bastonate sulla testa...  - esclamò Hercule. -
    Ci penserò io!
    Tuttavia  c'era  una  complicazione,   benché   la   signora   Weldon,
    evidentemente  non  potesse  neppur  pensare  di  tornare  a Kazonndé:
    bisognava precedere Negoro.  Tutti i progetti di  Dick  Sand  dovevano
    tendere a quello scopo.
    Dick  Sand  aveva infine messo in esecuzione il piano che da parecchio
    tempo aveva ideato: raggiungere il litorale servendosi della  corrente
    di  un fiume o di un ruscello,  e ora il corso d'acqua era lì,  andava
    verso nord, ed era possibile che si gettasse nello Zaire. In tal caso,
    invece di raggiungere Sao Paulo de Loanda,  la signora Weldon e i suoi
    compagni sarebbero arrivati alla foce di questo fiume. Poco importava,
    del  resto,  perché  in  quelle  colonie  della  Guinea  inferiore non
    sarebbero certo mancati loro i soccorsi.
    Il primo pensiero di Dick Sand,  deciso a discendere la  corrente  del
    fiume,  era  stato  di  imbarcarsi  su  una di quelle numerose zattere
    erbose,  simili a  isole  galleggianti  (8),  che  solcano  spesso  la
    superficie dei fiumi africani.
    Ma  Hercule,  gironzolando  di  notte  lungo l'argine,  aveva avuto la
    fortuna di trovare un'imbarcazione che se ne andava alla deriva.  Dick
    Sand  non  avrebbe  potuto  sognarne  una  migliore:  il caso lo aveva
    servito a dovere. Infatti non era una delle solite,  strette barche di
    cui gli indigeni, per lo più fanno uso, ma una piroga che oltrepassava
    i  trenta piedi di lunghezza e i quattro di larghezza e che i rematori
    sollevano rapidamente sulle acque dei Grandi Laghi.  La signora Weldon
    e i suoi compagni potevano sistemarvisi a loro agio, e sarebbe bastato
    mantenerla  a  filo  dell'acqua per mezzo di un remo per discendere la
    corrente del fiume.
    Da principio Dick Sand,  volendo passare  senza  essere  visto,  aveva
    progettato di viaggiare di notte,  ma navigando soltanto dodici ore su
    ventiquattro si raddoppiava la durata di un viaggio che  poteva  anche
    essere  lungo.  Fortunatamente ebbe allora l'idea di coprire la piroga
    con un tetto di alte erbe sostenute da un palo  disposto  da  poppa  a
    prua  e  le  quali,  pendendo sull'acqua,  avrebbero nascosto anche il
    lungo remo.  La si sarebbe scambiata per un ammasso erboso che andasse
    alla deriva in mezzo a isolotti mobili.  La disposizione di quel tetto
    di paglia era  così  ingegnosa  da  ingannare  anche  gli  uccelli,  e
    gabbiani dal becco rosso, «arringa» dalle piume nere e alcioni grigi e
    bianchi venivano spesso a posarvisi sopra a piluccare granelli.
    Quel  tetto verdeggiante era inoltre un riparo dagli ardenti raggi del
    sole.  Un viaggio compiuto in tali condizioni poteva concludersi quasi
    senza fatica, non però senza pericoli.
    Infatti  il tragitto era lungo,  e ogni giorno occorreva procurarsi il
    cibo; c'era la necessità, quindi, di scendere sulle sponde a cacciare,
    se la pesca non fosse stata sufficiente,  e Dick  Sand  non  possedeva
    altre  armi  da  fuoco  oltre  al  fucile  portato via da Hercule dopo
    l'attacco al formicaio.  Ma egli sperava di  non  perdere  nemmeno  un
    colpo.  Forse, facendo passare il fucile attraverso il tetto di paglia
    dell'imbarcazione, avrebbe potuto sparare con maggiore sicurezza, come
    un cacciatore fa attraverso i buchi della capanna entro la quale si  è
    nascosto...
    Intanto  la piroga,  spinta dalla corrente,  andava a una velocità che
    Dick Sand calcolava non inferiore a due miglia all'ora. Sperava quindi
    di coprire una cinquantina di miglia tra un levar del sole e  l'altro.
    Ma  proprio  a  causa  della  rapidità  della corrente,  occorreva una
    sorveglianza continua per evitare gli ostacoli,  le rocce,  i  tronchi
    d'albero,  i  bassifondi  del  fiume.  C'era  inoltre da temere che la
    corrente si trasformasse in rapida o addirittura  in  cateratta,  cosa
    molto frequente nei fiumi africani.
    Dick  Sand,  al quale la gioia di aver riveduto la signora Weldon e il
    suo bimbo aveva ridato tutte le  sue  forze,  si  era  messo  a  poppa
    dell'imbarcazione. Attraverso le lunghe erbe, il suo sguardo osservava
    il corso dell'acqua e, vuoi con la voce, vuoi con il gesto, indicava a
    Hercule, la cui mano vigorosa teneva il remo, che cosa doveva fare per
    mantenere una buona direzione.
    La  signora  Weldon,  distesa  al  centro  della piroga su un letto di
    foglie secche,  era assorta nei suoi  pensieri.  Il  cugino  Bénédict,
    taciturno,  con  le sopracciglia aggrottate alla vista di Hercule,  al
    quale non perdonava il suo intervento nella faccenda della  manticora,
    pensava alla sua collezione perduta,  ai suoi appunti entomologici, di
    cui gli indigeni non avrebbero apprezzato il valore,  se ne stava  con
    le  gambe  distese  e con le braccia incrociate sul petto,  facendo di
    tanto in tanto il  gesto  istintivo  di  rialzarsi  sulla  fronte  gli
    occhiali,  di  cui  il suo naso non doveva più sopportare il peso.  Il
    piccolo Jack aveva capito che non bisognava far rumore ma,  poiché non
    era  vietato muoversi,  imitava il suo amico Dingo e correva a quattro
    zampe da un capo all'altro dell'imbarcazione.
    Durante i primi due giorni,  il cibo per la signora Weldon  e  i  suoi
    compagni  venne  prelevato  dalle  riserve  che  Hercule  aveva potuto
    procurarsi prima di partire. Dick Sand non si fermò dunque che durante
    qualche ora di notte per prendere un po' di riposo, ma non scese dalla
    barca,  non volendo fare questo passo se  non  quando  ve  lo  avrebbe
    costretto la necessità di rinnovare le provviste.
    Nessun  incidente  turbò  questo inizio di viaggio su un fiume ignoto,
    che non misurava in media più di centocinquanta  piedi  di  larghezza.
    Qualche  isolotto  andava alla deriva sulla sua superficie e procedeva
    con la stessa velocità dell'imbarcazione.  Nessun timore,  dunque,  di
    scontrarsi con essi, se nessun ostacolo li fermava.
    Le sponde d'altronde parevano deserte.  Evidentemente, quelle zone del
    territorio di Kazonndé erano poco frequentate  dagli  indigeni.  Sugli
    argini  crescevano a profusione numerose piante selvatiche,  ravvivate
    dai  più  vivaci  colori.  Asclepiadi,  gladioli,  gigli,   clematidi,
    balsamine,   ombrellifere,   felci  arborescenti,   arbusti  profumati
    formavano una bordura di incomparabile splendore. La foresta, in certi
    punti,  scendeva sino all'argine a bagnarsi in  quelle  rapide  acque.
    Alberi di copaive,  acacie dalle foglie rigide,  bauhinias da legno di
    ferro,  il cui tronco era rivestito da un  folto  tappeto  di  licheni
    dalla parte esposta ai venti più freddi, fichi che sorgevano su radici
    disposte a forma di palafitte come i manghi,  e altri magnifici alberi
    chinavano sul fiume le loro fronde.  Le alte cime,  che  raggiungevano
    cento  piedi,  formavano  un pergolato attraverso il quale i raggi del
    sole non potevano penetrare.  Spesso esse gettavano un ponte di  liane
    da  una sponda all'altra e,  il giorno 27,  il piccolo Jack,  pieno di
    ammirazione,  vide una schiera di scimmie attraversare una  di  quelle
    passerelle  vegetali  tenendosi  per la coda,  per ovviare al caso che
    essa si fosse spezzata sotto il loro peso.
    Quelle scimmie,  specie di piccoli scimpanzé,  che hanno preso il nome
    di  «sokos»  nell'Africa  centrale,  sono esemplari molto brutti della
    razza scimmiesca: fronte bassa, muso giallo chiaro,  orecchie disposte
    in  alto,  vivono in gruppi di dieci,  abbaiano come cani e sono molto
    temute dagli indigeni,  ai quali qualche volta portano via  i  bambini
    per  graffiarli  e  morderli.  Passando  sul ponte di liane,  esse non
    immaginavano certamente che sotto  quell'ammasso  di  erbe  trascinate
    dalla corrente ci fosse proprio un bambino,  con il quale si sarebbero
    divertite un mondo!  L'apparato,  ideato da Dick Sand era  dunque  ben
    costruito, dal momento che ingannava anche quelle bestie molto astute.
    Venti  miglia  più avanti,  in quella stessa giornata,  l'imbarcazione
    all'improvviso si fermò.
    - Che succede? - domandò Hercule, sempre occupato al timone.
    - Uno sbarramento, - rispose Dick Sand - ma uno sbarramento naturale.
    - Bisogna spezzarlo, signor Dick?
    - Sì,  Hercule,  e a  colpi  d'ascia.  Qualche  isolotto  è  andato  a
    sbatterci contro e lo sbarramento ha resistito.
    -  All'opera,  capitano,  all'opera!  -  rispose Hercule,  che venne a
    mettersi a prua della piroga.
    Lo sbarramento era formato da un groviglio di un'erba tenace, a foglie
    lucide,  che s'infeltrisce da sola  intrecciandosi,  e  diventa  molto
    resistente. Viene chiamata «tikatika» e permette di attraversare corsi
    d'acqua  senza  bagnarsi  i piedi,  se non si teme di affondare di una
    decina di pollici nel suo tappeto erboso.  Magnifiche ramificazioni di
    loto ricoprivano la superficie dello sbarramento.
    Era  già  buio.  Hercule riuscì,  senza troppa imprudenza,  a lasciare
    l'imbarcazione,  e maneggiò l'ascia con tale abilità che dopo due  ore
    lo  sbarramento  aveva ceduto,  la corrente ripiegava sulle rive i due
    tronconi rotti a metà e la piroga riprendeva il viaggio.
    Dobbiamo proprio confessarlo?  Quel «bambinone»  del  cugino  Bénédict
    aveva  per  un momento sperato che non si potesse passare.  Un viaggio
    come quello lo annoiava e gli faceva rimpiangere  lo  stabilimento  di
    José-Antonio  Alvez  e  la  capanna in cui era rimasta la sua preziosa
    cassetta entomologica. Il suo dispiacere era sincero e,  in fondo,  il
    poveruomo  faceva  pena.  Non un insetto...  no,  nemmeno uno da poter
    raccogliere!
    Quale fu dunque la sua gioia quando Hercule,  suo allievo dopo  tutto,
    gli  portò  un'orribile  bestiolina  che aveva presa su un filo d'erba
    della «tikatika». Cosa strana,  il bravo Hercule pareva persino un po'
    confuso nel consegnargliela.
    Ma quali esclamazioni lanciò il cugino Bénédict quando avvicinò il più
    possibile  l'insetto,  che  teneva tra l'indice e il pollice,  ai suoi
    occhi di miope,  al quali ora non potevano portare aiuto né  lente  né
    occhiali!
    - Hercule! - gridò - Hercule! Ti meriti il perdono di tutto!
    Cugina Weldon,  Dick!  Un esapodo,  unico nel suo genere, e di origine
    africana!  Questo almeno non me  lo  porteranno  via,  questo  non  mi
    abbandonerà che con la vita!
    - E' dunque così prezioso? - domandò la signora Weldon.
    - Sì,  è prezioso!  - gridò il cugino Bénédict. - Un insetto che non è
    né un  coleottero,  né  un  nevrottero,  né  un  imenottero,  che  non
    appartiene  ad alcuno dei dieci ordini riconosciuti dagli scienziati e
    che si  sarebbe  tentati  di  ascrivere  alla  seconda  sezione  degli
    aracnidi!  Una  specie  di ragno,  che sarebbe un ragno se avesse otto
    zampe e che è invece un esapodo perché non ne ha che  sei.  Ah,  amici
    miei, il cielo mi era debitore di questa gioia... e finalmente darò il
    mio nome a una scoperta scientifica! «Exapodes Benedictus!».
    L'entusiasta  scienziato  era così felice e dimenticava talmente tutte
    le  disavventure  passate  e  future,   parlando  del  suo   argomento
    prediletto,  che  né  la  signora  Weldon né Dick Sand furono avari di
    felicitazioni e di rallegramenti.
    Frattanto la piroga filava sulle acque scure del  fiume.  Il  silenzio
    della  notte era turbato soltanto dallo scricchiolio delle scaglie dei
    coccodrilli o dal russare degli ippopotami che giocavano sugli argini.
    Poi, attraverso i rami intrecciati, la luna,  apparendo dietro le cime
    degli   alberi,   proiettò   la   sua   dolce  luce  sino  all'interno
    dell'imbarcazione.
    All'improvviso,  dalla riva destra giunse un rumore  lontano,  che  si
    trasformò  in  sordo  fracasso,  come  se  pompe giganti funzionassero
    nell'ombra.
    Erano parecchie centinaia di elefanti che,  sazi delle radici  legnose
    che avevano divorato durante il giorno, venivano a dissetarsi prima di
    riposare.   C'era  veramente  da  pensare  che  tutte  quelle  trombe,
    alzandosi e abbassandosi con uno stesso movimento  ritmico,  avrebbero
    potuto prosciugare il fiume!





    18.
    INCIDENTI VARI.
    Per  otto giorni l'imbarcazione navigò,  spinta dalla corrente,  nelle
    condizioni sopra descritte.  Non accadde alcunché di  importante.  Per
    parecchie  miglia  il  fiume  corse  lungo  il margine di meravigliose
    foreste, poi la zona, spoglia dei suoi bellissimi alberi,  divenne una
    giungla che si estendeva sino al limite dell'orizzonte.
    Se  in quella zona mancavano gli indigeni,  - cosa che Dick Sand certo
    non rimpiangeva - abbondavano invece gli animali. Si scorgevano zebre,
    cervi e «caamas», specie di antilopi straordinariamente graziose,  che
    durante  il  giorno  giocavano  sulle rive del fiume e scomparivano di
    notte per cedere il posto ai leopardi di cui si udivano gli urli e  ai
    leoni  che  ruggivano  tra il folto delle erbe.  Sino a quel momento i
    fuggitivi non avevano avuto alcuna noia né da parte di  questi  feroci
    carnivori, né da parte degli animali della foresta e del fiume.
    Tuttavia ogni giorno, specie nel pomeriggio, Dick Sand si avvicinava a
    una  o  all'altra sponda,  sbarcava ed esplorava la zona in prossimità
    dell'argine.
    Occorreva infatti procurarsi il cibo quotidiano. Poiché in quel paese,
    privo di ogni coltura,  non si poteva fare assegnamento sulla manioca,
    sul  sorgo,  sul  mais  e sui frutti che costituiscono l'alimentazione
    delle tribù indigene,  e poiché i vegetali che nascevano lì allo stato
    selvaggio non erano commestibili, Dick era costretto a cacciare, anche
    se   le  detonazioni  del  suo  fucile  potevano  procurargli  qualche
    spiacevole incontro.
    I nostri amici accendevano il fuoco facendo girare  un  bastoncino  in
    una  bacchetta  di  fico  selvatico,  secondo  il  sistema usato dagli
    indigeni o anche dalle scimmie,  giacché si dice che alcuni gorilla si
    procurino  il fuoco in tal modo.  Poi facevano cuocere una quantità di
    carne di antilope o di alce,  che servisse per parecchi giorni.  Nella
    giornata del 4 luglio, Dick Sand riuscì persino a uccidere con un solo
    colpo  un  «pokou»,  che  gli  fornì  una buona riserva di selvaggina.
    Questo è un animale lungo cinque piedi,  ha  lunghe  corna  munite  di
    anelli, pelo giallo rossastro macchiato di punti rilucenti e il ventre
    bianco: la sua carne fu trovata eccellente.
    Tenendo conto di questi sbarchi quasi quotidiani e delle ore di riposo
    che occorreva concedersi durante la notte,  il percorso, all'8 luglio,
    non doveva  essere  calcolato  oltre  le  cento  miglia.  Un  percorso
    notevole,  senza  dubbio,  e  già  Dick  Sand si domandava sino a dove
    sarebbe stato trascinato da quell'interminabile fiume,  il  cui  corso
    non  riceveva  ancora  che  piccoli  tributari  e  non si allargava in
    maniera sensibile.  Quanto alla sua  direzione,  per  un  certo  tempo
    quella del nord, piegava ora verso nordovest.
    In ogni modo questo fiume offriva anch'esso la sua parte di cibo.  Con
    lunghe liane,  fornite di spine a guisa di  ami,  fu  facile  prendere
    alcuni   «sandjikans»   di  sapore  molto  delicato  che,   una  volta
    affumicati,  si trasportano facilmente in  tutta  la  regione,  alcuni
    «usakas» neri, molto rinomati, dei «monndés» dalla testa larga, le cui
    gengive sono fornite,  invece che di denti,  di una specie di crini da
    spazzola,   e  piccoli  «dagalas»  che  amano   le   acque   correnti,
    appartengono ai clupeidi e ricordano i «whitebars» del Tamigi.
    Il 9 luglio Dick Sand diede prova di un grande sangue freddo. Era solo
    a terra,  alla posta di un «caama»,  le cui corna spuntavano da dietro
    un boschetto;  gli aveva già tirato un colpo allorché,  a trenta passi
    da  lui,  balzò  fuori  un  formidabile cacciatore che,  senza dubbio,
    veniva a reclamare  la  sua  parte  di  preda  e  che  non  era  certo
    intenzionato ad abbandonarla.
    Era  un grosso leone,  di quelli che gli indigeni chiamano «karamos» e
    non della specie di quelli senza criniera detti  «leoni  del  Niassa».
    Misurava cinque piedi di altezza, ed era una bestia formidabile.
    Con  un  balzo,  il leone era saltato sul «caama» che la pallottola di
    Dick Sand aveva fatto cadere a terra e  che,  ancora  vivo,  palpitava
    gridando sotto la zampa del terribile animale.
    Dick  Sand  era  ormai  disarmato,  perché  non aveva fatto in tempo a
    ricaricare il fucile;  il leone lo aveva visto immediatamente ma,  per
    il  momento,  si  accontentava di fissarlo,  e Dick Sand fu abbastanza
    padrone di  sé  da  rimanersene  immobile.  Si  ricordò  che,  in  una
    circostanza  simile,  l'immobilità  può  significare la salvezza.  Non
    tentò di ricaricare l'arma e non cercò di fuggire.
    Il leone continuava a fissarlo con i suoi  occhi  da  gatto,  rossi  e
    luminosi;  esitava  tra due prede,  quella che si muoveva e quella che
    era immobile.  Se il «caama» non si fosse contorto sotto la zampa  del
    leone, Dick Sand sarebbe stato perduto.
    Trascorsero così due minuti.  Il leone guardava Dick Sand, e Dick Sand
    guardava il leone, senza batter ciglio.
    E allora la belva,  con un  superbo  colpo  delle  fauci,  sollevò  il
    «caama»  rantolante,  lo  portò via come un cane avrebbe fatto con una
    volpe e,  sbattendo contro gli arbusti la sua potente  coda,  disparve
    nel folto del bosco.
    Dick  Sand  rimase  ancora  qualche  minuto  immobile,  poi si mosse e
    raggiunse i compagni,  ai quali non raccontò nulla  del  pericolo  dal
    quale lo aveva salvato il suo sangue freddo.  Ma se,  invece di andare
    alla deriva,  trasportati  da  quella  rapida  corrente,  i  fuggitivi
    avessero dovuto attraversare le pianure e le foreste abitate da simili
    animali feroci,  forse a quell'ora nessuno dei naufraghi del "Pilgrim"
    sarebbe stato ancora vivo.
    Il paese, che allora era disabitato, un tempo non doveva esserlo.  Più
    di  una volta,  su certe depressioni del terreno,  si sarebbero potute
    ritrovare tracce di  antichi  villaggi.  Un  esploratore,  abituato  a
    percorrere  quelle  regioni,  come ha fatto David Livingstone,  non si
    sarebbe sbagliato.  Alla vista delle alte palizzate di  euforbia,  che
    sopravvivevano ai cumuli di stoppia,  e del fico sacro,  che si ergeva
    isolato nel centro del recinto,  egli avrebbe  assicurato  che  là  un
    tempo sorgeva una borgata.  Ma,  seguendo le usanze indigene, la morte
    di un cervo era bastata a obbligare gli  abitanti  ad  abbandonare  le
    loro dimore e a trasportarsi in un altro punto del territorio.
    Può  anche  darsi  che  in quel paese attraversato dal fiume vivessero
    sotto terra  delle  tribù,  come  in  altri  paesi  dell'Africa.  Quei
    selvaggi, posti all'ultimo gradino della civiltà, escono solo di notte
    dalle loro tane,  come gli animali, e gli uni sarebbero stati temibili
    quanto gli altri.
    Dick Sand non poteva dubitare che quello fosse il paese dei cannibali.
    Tre o quattro volte in quella radura,  tra  mucchi  di  cenere  appena
    raffreddata,  aveva trovato delle ossa umane a metà calcificate, resti
    di qualche orribile pasto.  Quei cannibali,  per una funesta fatalità,
    potevano  capitare  sull'argine nel momento in cui Dick Sand sbarcava;
    perciò egli non si fermava più senza un'assoluta necessità e non senza
    aver fatto promettere a Hercule che, al minimo allarme, avrebbe spinto
    al largo l'imbarcazione.  Il bravo negro l'aveva promesso  ma,  quando
    Dick  Sand  posava piede sulla terra,  durava fatica a nascondere alla
    signora Weldon la sua mortale inquietudine.
    Durante la sera del 10 luglio  si  dovette  raddoppiare  la  prudenza.
    Sulla  riva  destra  del  fiume  sorgeva  un  villaggio  di abitazione
    lacustre.  L'allargamento del letto aveva formato una specie di laguna
    le cui acque bagnavano una trentina di capanne costruite su palafitte.
    La  corrente  passava  sotto  quelle capanne,  e l'imbarcazione doveva
    seguirla giacché, verso sinistra, il fiume, disseminato di rocce,  non
    era navigabile.
    Il  villaggio  era abitato: brillavano alcuni fuochi e si udivano voci
    che parevano ruggiti.  Se per disgrazia,  come spesso accade,  fossero
    state  tese  delle  reti tra le palafitte,  la piroga,  incagliandosi,
    avrebbe dato l'allarme mentre tentava di forzare il passaggio.
    Dick Sand, che stava a prua, dava indicazioni a voce bassa per evitare
    qualsiasi  urto  contro  quelle  costruzioni  tarlate.  La  notte  era
    limpida: era chiaro abbastanza per guidare la piroga,  ma anche troppo
    chiaro per essere visti.
    Vi fu un momento terribile.  Due indigeni,  che parlavano a voce alta,
    erano rannicchiati a filo dell'acqua su delle palafitte,  tra le quali
    la corrente trasportava l'imbarcazione,  la cui direzione  non  poteva
    essere  modificata  in  un  così  stretto  passaggio.  I  due indigeni
    l'avrebbero veduta? E alle loro grida non c'era da temere che tutta la
    borgata si svegliasse?
    Non rimanevano da coprire che cento piedi,  allorché Dick Sand  udì  i
    due  indigeni interpellarsi più vivacemente.  L'uno indicava all'altro
    l'ammasso erboso che andava alla deriva e minacciava di  strappare  le
    reti  di liana che essi avevano appena teso: perciò,  mentre cercavano
    di alzarle, chiamavano a gran voce qualcuno che venisse ad aiutarli.
    Cinque o sei altri  indigeni  scivolarono  lungo  le  palafitte  e  si
    appostarono  sulle  travi  trasversali  che  le riunivano,  facendo un
    chiasso tale da non potersi immaginare.
    Nella piroga, invece, silenzio assoluto, all'infuori di qualche ordine
    dato da Dick Sand a voce bassissima, e immobilità completa all'infuori
    del movimento di  va  e  vieni  del  braccio  destro  di  Hercule  che
    manovrava il remo.  Talvolta rompeva il silenzio il brontolio sordo di
    Dingo,  al quale Jack stringeva le mascelle con le sue manine;  fuori,
    il  mormorio  della  corrente  che  si frangeva contro le palizzate e,
    sopra, le grida bestiali dei cannibali.
    Gli indigeni, frattanto, tiravano su le loro reti; se fossero riusciti
    ad alzarle in tempo, l'imbarcazione sarebbe passata; diversamente,  si
    sarebbe impigliata e... per coloro che vi erano sopra sarebbe stata la
    fine!  Dick  Sand  non  poteva  né modificare né arrestare il percorso
    dell'imbarcazione,  tanto più che la corrente,  più forte sotto quella
    costruzione ristretta, la trascinava con maggiore rapidità.
    Nello  spazio  di mezzo minuto,  la piroga fu sotto le palafitte.  Per
    un'incredibile fortuna, un ultimo sforzo degli indigeni era riuscito a
    sollevare le reti!
    Ma,  come aveva temuto Dick Sand,  l'imbarcazione,  passando sotto  le
    palafitte,  urtò  contro  un  palo  e perdette una parte dell'erba che
    ricopriva il suo fianco destro.  Uno degli indigeni lanciò  un  grido:
    aveva avuto il tempo di capire che cosa nascondeva quel tetto di erba,
    e aveva avvertito i compagni? Era molto probabile.
    Dick  Sand  e  i  suoi  erano  già fuori dalla loro portata e in pochi
    minuti,  sotto l'impeto di quella corrente,  trasformata in una specie
    di rapida, avevano perduto di vista la borgata lacustre.
    - Vicino alla riva sinistra! - ordinò Dick Sand. - Il letto è di nuovo
    praticabile.
    -  Alla riva sinistra!  - rispose Hercule,  dando un vigoroso colpo di
    remo.
    Dick Sand andò a  porsi  vicino  a  lui  e  si  mise  a  osservare  la
    superficie dell'acqua che la luna illuminava di vivida luce.  Non vide
    nulla di sospetto: nessuna piroga  li  stava  inseguendo.  Forse  quei
    selvaggi  non  ne possedevano e,  quando sorse il giorno,  non si vide
    alcun indigeno né sul fiume, né sulle sponde. Tuttavia, per eccesso di
    prudenza, l'imbarcazione continuava a costeggiare la riva sinistra.
    Durante i quattro giorni successivi, dall'11 al 14 luglio,  la signora
    Weldon  e i suoi compagni non mancarono di osservare che il territorio
    aveva mutato aspetto.  Non  si  trattava  più  soltanto  di  un  paese
    disabitato,  ma di un vero deserto che poteva essere paragonato a quel
    Kalahari esplorato da Livingstone durante il  suo  primo  viaggio.  Il
    terreno  arido  non  ricordava  in  nulla  la fertile campagna di poco
    prima.
    E sempre quell'interminabile corso d'acqua,  che si  poteva  benissimo
    chiamare fiume, poiché pareva dovesse andare a finire nell'Atlantico!
    Il  problema  del  cibo,  in  quel  paese arido,  divenne difficile da
    risolvere. Non restava nulla delle riserve precedenti; con la pesca si
    prendeva poco, con la caccia nulla... Alci, antilopi,  e altri animali
    non  avrebbero  potuto  vivere  in  quel  deserto,  e  con  essi erano
    scomparsi anche i carnivori.
    La notte non risuonava più dei consueti ruggiti, e il suo silenzio era
    rotto soltanto da quel concerto di rane che Cameron paragona al rumore
    dei calafati,  dei chiodatori,  dei trivellatori che  lavorano  in  un
    cantiere di costruzioni navali.
    La campagna,  sulle due rive, era piatta e spoglia di alberi sino alle
    lontane colline che la limitavano  a  est  e  a  ovest.  Crescevano  a
    profusione  soltanto  le  euforbie,  ma  non  quelle  che producono la
    cassava o farina di manioca, bensì quelle da cui si ricava un olio che
    non può servire da alimento.
    Bisognava,  tuttavia,  provvedere il cibo.  Dick Sand non sapeva  come
    fare,  quando Hercule gli ricordò, molto a proposito, che gli indigeni
    mangiano spesso i giovani germogli delle felci e il midollo  contenuto
    nel  fusto  del  papiro.  Egli  stesso,  mentre  seguiva attraverso la
    foresta la carovana di Ibn Hamis,  era stato più volte ridotto a  tali
    espedienti  per  placare  la  fame.   Fortunatamente  felci  e  papiri
    abbondavano lungo gli argini,  e il midollo,  che ha il  sapore  dello
    zucchero,  fu apprezzato da tutti e,  in modo particolare, dal piccolo
    Jack.  Era un cibo poco sostanzioso,  ma il  giorno  dopo,  grazie  al
    cugino Bénédict, si trovò di meglio.
    Dopo la scoperta dell'«Exapodes Benedictus», che doveva immortalare il
    suo  nome,  il  cugino  Bénédict  aveva  ripreso  il  modo consueto di
    comportarsi. Messo al sicuro l'insetto,  ossia dopo averlo fermato con
    uno  spillo nella fodera del cappello,  lo scienziato aveva ripreso le
    sue ricerche durante le  ore  giornaliere  di  sbarco.  E  un  giorno,
    frugando  tra  l'erba  alta,  fece  alzare in volo un uccello,  il cui
    cinguettio attrasse la sua attenzione.
    Dick Sand stava per sparargli, allorché il cugino Bénédict esclamò:
    - Non sparate,  Dick,  non sparate!  Un uccello per cinque persone non
    sarebbe sufficiente!
    -  Potrebbe  bastare  a Jack - rispose Dick Sand,  mirando una seconda
    volta all'uccello.
    - No,  no!  - replicò  il  cugino  Bénédict.  -  Non  sparate!  E'  un
    «indicatore» e ci procurerà miele in abbondanza.
    Dick Sand abbassò l'arma pensando che,  in conclusione, qualche libbra
    di miele era più utile  che  un  uccello,  e  subito,  con  il  cugino
    Bénédict,  prese  a seguire il volatile che,  ora posandosi sull'erba,
    ora riprendendo il volo, pareva li invitasse ad accompagnarlo.
    Non dovettero andare lontano e, pochi minuti dopo, apparvero, nascosti
    dalle euforbie, vecchi tronchi in mezzo a un intenso ronzio di api.
    Il cugino Bénédict non avrebbe  voluto  spogliare  quegli  industriosi
    imenotteri del «frutto del loro lavoro» (fu così che si espresse),  ma
    Dick Sand non la pensava allo stesso modo.  Affumicò le api  con  erbe
    secche  e  si  impadronì  di  una  notevole  quantità  di miele.  Poi,
    abbandonata alla loro guida alata la cera,  che  è  la  sua  parte  di
    profitto, ritornarono entrambi all'imbarcazione.
    Il miele fu accolto con gioia,  ma in complesso non era molto, e tutti
    avrebbero sofferto la fame se il giorno 12  la  piroga  non  si  fosse
    fermata   presso   una   piccola  insenatura  in  cui  pullulavano  le
    cavallette.  A miriadi,  su due o tre file,  coprivano il suolo e  gli
    arbusti.  E,  avendo  il  cugino  Bénédict  detto  che gli indigeni si
    nutrono spesso di tali ortotteri, il che è perfettamente vero, si fece
    man bassa di quella manna,  che era tanta da poter caricare non una ma
    dieci  piroghe  come  quella.  Arrostite a fuoco lento,  le cavallette
    sarebbero parse eccellenti anche a  gente  meno  affamata  dei  nostri
    fuggiaschi.  Il cugino Bénédict,  da parte sua,  ne mangiò in notevole
    quantità, sospirando, sì, ma tuttavia le mangiò...
    Era ormai tempo davvero che quella  lunga  serie  di  prove  morali  e
    fisiche  avesse fine.  Sebbene la navigazione su quel rapido fiume non
    fosse faticosa come era stata faticosa la marcia attraverso  le  prime
    foreste  del litorale,  il caldo eccessivo del giorno,  i vapori umidi
    della notte,  gli attacchi incessanti delle  zanzare  rendevano  molto
    penosa  quella  discesa  del  corso  d'acqua.  Era ora di arrivare,  e
    tuttavia Dick Sand  non  sapeva  ancora  fissare  un  termine  a  quel
    viaggio.  Sarebbe  durato  otto  giorni o un mese?  Se il fiume avesse
    avuto sin dal principio un corso definito verso ovest,  i nostri amici
    si sarebbero già trovati a quell'ora sulla costa nord dell'Angola,  ma
    la direzione del fiume pareva piuttosto verso nord e si poteva  andare
    ancora avanti per molto tempo prima di raggiungere il litorale.
    Dick  Sand  era molto preoccupato allorché la mattina del 14 luglio si
    verificò un improvviso mutamento di direzione.
    Il piccolo Jack era a poppa dell'imbarcazione e guardava attraverso le
    foglie, quando all'orizzonte apparve una grande distesa d'acqua.
    - Il mare! - gridò.
    A quel grido Dick Sand trasalì e corse accanto al piccolo Jack.
    - Il mare! - rispose. - No,  non ancora,  ma almeno un fiume che corre
    verso ovest e di cui questo non è che un affluente.  Può darsi che sia
    lo stesso Zaire.
    - Che Iddio ti ascolti, Dick! - rispose la signora Weldon.
    Sì,  se quello era lo Zaire o  Congo,  che  Stanley  doveva  esplorare
    qualche  anno  dopo,  non c'era più che da discendere il suo corso per
    raggiungere le borgate portoghesi della foce.  Dick Sand sperò che  le
    cose stessero così, ed era propenso a crederlo.
    Durante  i  giorni 15,  16,  17 e 18 luglio,  in mezzo a un paese meno
    arido,   l'imbarcazione  navigò  sulle  acque  argentee   del   fiume,
    mantenendo  tuttavia  le  stesse precauzioni,  e la piroga continuò ad
    avere l'aspetto di un ammasso di erba  trascinata  alla  deriva  dalla
    corrente.
    Ancora  qualche  giorno  e,  senza dubbio,  i superstiti del "Pilgrim"
    sarebbero giunti  al  termine  delle  loro  penose  avventure.  Ognuno
    avrebbe  avuto  la  sua  parte di merito nella lunga vicenda e,  se il
    giovane mozzo non avesse rivendicato la più grande, ci avrebbe pensato
    certamente la signora Weldon a rivendicarla per lui.
    Ma il 18 luglio,  durante la notte,  si verificò un incidente che poco
    mancò non compromettesse la salvezza di tutti.
    Verso  le  tre del mattino,  si udì giungere da ovest un rumore sordo,
    ancora lontano.  Dick Sand,  ansioso,  volle sapere  di  che  cosa  si
    trattasse e, mentre la signora Weldon, il cugino Bénédict e il piccolo
    Jack  dormivano in fondo all'imbarcazione,  chiamò Hercule e gli disse
    di ascoltare, raccomandandogli la massima attenzione.
    La notte era calma: non un soffio agitava gli strati atmosferici.
    - E' il rumore del mare!  - disse Hercule,  con gli occhi risplendenti
    di gioia.
    - No! - rispose Dick, crollando il capo.
    - E che è dunque? - domandò Hercule.
    - Aspettiamo che sia giorno, ma vigiliamo con la massima attenzione.
    Dopo questa raccomandazione,  Hercule ritornò a poppa, con le orecchie
    sempre tese. Il rumore aumentava di intensità, e bentosto si trasformò
    in un muggito lontano.
    Spuntò il giorno quasi senz'alba.  Laggiù sul fiume,  alla distanza di
    circa mezzo miglio, ondeggiava nell'atmosfera una specie di nuvola. Ma
    non erano vapori, e ciò fu sin troppo evidente allorché, sotto i primi
    raggi   del  sole,   apparve  da  un  argine  all'altro  un  magnifico
    arcobaleno.
    - A riva! - gridò Dick, la cui voce risvegliò la signora Weldon.
    - Le cateratte! Quelle nuvole non sono che acqua polverizzata! A riva,
    Hercule!
    Dick Sand non si sbagliava.  Laggiù il terreno era più basso del letto
    del  fiume di cento piedi e le acque si precipitavano con una superba,
    ma irresistibile impetuosità. Un mezzo miglio ancora, e l'imbarcazione
    sarebbe stata trascinata nell'abisso!

    19.
    S. V.
    Hercule,  con un vigoroso colpo di remi,  si era gettato verso la riva
    sinistra,  dove  la corrente non accelerava la sua velocità e il letto
    del fiume conservava sino alle  cascate  il  suo  pendio  normale.  Il
    terreno,  si  è  detto,  veniva  a  mancare  di  colpo  e  la forza di
    attrazione si faceva sentire soltanto a tre  o  quattrocento  piedi  a
    monte della cascata.
    Sulla riva sinistra sorgevano grandi boschi molto folti che,  come una
    spessa  cortina,  non  lasciavano  passare  alcuna  luce.   Dick  Sand
    guardava,  non senza paura,  quel territorio abitato dai cannibali del
    Congo inferiore, che si doveva ora attraversare;  l'imbarcazione ormai
    non poteva più seguire il corso del fiume. Quanto a trasportarla al di
    là della cascata,  non c'era neppure da pensarci. Era davvero un colpo
    terribile  per  quelle  povere  creature,   forse  alla   vigilia   di
    raggiungere le borgate portoghesi della foce! Esse avevano fatto tutto
    quanto  era nelle loro possibilità: il cielo non sarebbe dunque venuto
    in loro soccorso?
    La piroga raggiunse ben presto la riva sinistra del fiume,  e a mano a
    mano  che  ci  si avvicinava,  Dingo dava strani segni di impazienza e
    insieme di dolore.
    Dick Sand,  che l'osservava,  poiché  tutto  poteva  rappresentare  un
    pericolo,  si  domandò se qualche animale o qualche indigeno non fosse
    per caso nascosto tra gli alti papiri della sponda. Ma capì ben presto
    che Dingo non era agitato da un sentimento di collera.
    - Si direbbe che pianga!  - gridò Jack,  circondando il collo di Dingo
    con le sue piccole braccia.
    Dingo  gli sfuggì e,  saltando nell'acqua quando la piroga non era più
    che a venti piedi  dalla  riva,  raggiunse  l'argine  e  disparve  tra
    l'erba.
    Né  la  signora  Weldon,  né  Dick Sand,  né Hercule sapevano che cosa
    pensare del comportamento del cane.
    Sbarcarono qualche momento dopo tra una schiuma verdastra di  conferve
    e  di  altre  piante acquatiche.  Qualche martin-pescatore,  lanciando
    strida acute,  e qualche piccolo  airone,  bianco  come  la  neve,  si
    levarono  subito a volo.  Hercule ormeggiò saldamente l'imbarcazione a
    un tronco di mango, e tutti risalirono l'argine, verso il quale grandi
    alberi chinavano la loro chioma.
    Nessun  sentiero  apparve  nella  foresta;   tuttavia  -  il   muschio
    calpestato  testimoniava  che quel luogo era stato di recente visitato
    da indigeni o da animali.
    Dick Sand, con il fucile carico, ed Hercule con l'ascia in mano,  dopo
    avere percorso non più di dieci passi,  trovarono Dingo.  Il cane, con
    il muso a terra,  seguiva  una  pista,  continuando  ad  abbaiare.  Un
    inesplicabile  presentimento  lo  aveva attirato su quella parte della
    sponda e ora lo trascinava nel folto del bosco.  Tutti  se  ne  resero
    perfettamente conto.
    - Attenzione!  - gridò Dick Sand.  - Signora Weldon,  Hercule,  signor
    Bénédict, non allontanatevi da noi! Hercule, attenzione!
    In quel momento Dingo alzò la testa e, con un piccolo balzo, li invitò
    a seguirlo.
    Un istante dopo,  la signora Weldon e i suoi compagni lo raggiungevano
    ai piedi di un vecchio sicomoro, nascosto nel più folto del bosco.
    Là presso sorgeva una capanna rovinata,  dalle assi sconnesse, davanti
    alla quale Dingo abbaiava lamentosamente.
    - Chi è là? - gridò Dick Sand,  ed entrò nella capanna,  seguito dalla
    signora Weldon e dagli altri.
    Il terreno era cosparso di ossa ormai diventate bianche sotto l'azione
    scoloritrice dell'aria.
    - Un uomo è morto in questa capanna! - disse la signora Weldon.
    - E Dingo lo conosceva!  - aggiunse Dick Sand.  - Era... doveva essere
    il suo padrone! Ah! guardate...
    Dick Sand indicò in fondo alla capanna il tronco nudo del sicomoro. Su
    di esso apparivano due grandi lettere rosse,  già quasi  sbiadite,  ma
    ancora leggibili.
    Dingo aveva posato una zampa sull'albero, e pareva volerle segnalare.
    - S.  V. - gridò Dick Sand. - Queste lettere che Dingo ha riconosciuto
    tra tutte... le iniziali incise sul collare!
    Non continuò e,  chinatosi,  raccolse  una  piccola  scatola  di  rame
    ossidato, che si trovava in un angolo della capanna.
    La  scatola  fu aperta!  conteneva un foglio di carta,  sul quale Dick
    Sand lesse queste poche parole:
    «Assassinato... derubato dalla mia guida Negoro...  3 dicembre 1871...
    qui... a 120 miglia dalla costa... Dingo... a me! S. Vernon».
    Il  foglietto spiegava tutto.  Samuel Vernon,  partito con il suo cane
    Dingo per esplorare il centro dell'Africa,  era guidato da Negoro.  Il
    denaro  che portava con sé aveva eccitato la cupidigia del miserabile,
    che aveva deciso di impadronirsene.  L'esploratore francese,  giunto a
    questo  punto  delle rive del Congo,  aveva stabilito nella capanna il
    suo  campeggio.   Là  dentro   fu   mortalmente   colpito,   derubato,
    abbandonato... Compiuto il delitto, Negoro prese senza dubbio la fuga,
    e fu allora che cadde nelle mani dei portoghesi. Riconosciuto come uno
    degli  agenti del mercante Alvez,  fu condotto a Sao Paulo de Loanda e
    condannato a finire i suoi giorni in un penitenziario  della  colonia.
    Si  sa  che  riuscì  a  evadere,  a  raggiungere  la Nuova Zelanda e a
    imbarcarsi sul "Pilgrim",  per la disgrazia di  coloro  che  vi  erano
    sopra.  Ma  che  era  successo  dopo  il  delitto?  Non  era difficile
    immaginarlo.  Lo sventurato Vernon,  prima di morire,  aveva avuto  la
    forza  di  scrivere  il  biglietto  che,  con la data e il movente del
    delitto, indicava il nome dell'assassino; aveva chiuso il biglietto in
    quella scatola dove, senza dubbio,  si trovava il denaro rubato e,  in
    un  ultimo  sforzo,  con il dito insanguinato,  aveva tracciato,  come
    epitaffio,  le iniziali del suo nome...  Davanti a quelle due  lettere
    rosse,  Dingo  doveva  essere  rimasto  chissà  quanti  giorni!  Aveva
    imparato a riconoscerle e non le aveva più dimenticate. Poi, ritornato
    sulla costa, era stato raccolto dal capitano del "Waldeck" e,  infine,
    era  passato  sul "Pilgrim",  dove aveva ritrovato Negoro.  Intanto le
    ossa dell'esploratore diventavano bianche nel folto di quella  foresta
    sperduta  dell'Africa  centrale,  ed  egli  non  sopravviveva  che nel
    ricordo del suo cane.  Sì,  le cose dovevano essere andate così!  Dick
    Sand ed Hercule si preparavano a dare una sepoltura cristiana ai resti
    di  Samuel  Vernon  allorché  Dingo,  lanciando un urlo di rabbia,  si
    precipitò fuori dalla capanna.
    Quasi  subito  grida  orribili  si  fecero  udire  a  breve  distanza.
    Evidentemente un uomo era alle prese con il robusto animale.
    Hercule fece ciò che aveva fatto Dingo. Si slanciò fuori a sua volta e
    Dick  Sand,  Jack  e  il cugino Bénédict,  seguendo le sue tracce,  lo
    videro precipitarsi su un uomo che si rotolava a terra,  stretto  alla
    gola dalle terribile zanne del cane.
    Quell'uomo era Negoro.
    Avviandosi verso la foce dello Zaire onde imbarcarsi per l'America, il
    miserabile,  dopo  avere lasciato indietro la sua scorta,  era tornato
    nel luogo in cui  aveva  assassinato  l'esploratore  che  aveva  avuto
    fiducia in lui.
    Ma non era tornato senza motivo, e tutti lo compresero quando scorsero
    alcune monete d'oro francesi che brillavano ai piedi di un albero. Era
    dunque evidente che,  dopo il delitto e prima di cadere nelle mani dei
    portoghesi, Negoro aveva nascosto il frutto del furto con l'intenzione
    di venire un giorno a riprenderlo, e stava proprio per impadronirsi di
    tutto quell'oro quando Dingo, seguitane la pista, gli era saltato alla
    gola. Il miserabile, sorpreso,  aveva tirato fuori il suo coltellaccio
    e  aveva  colpito  il cane nel momento in cui Hercule si gettava su di
    lui gridando:
    - Ah miserabile! Finalmente ti strangolerò!
    Ma non ce n'era più bisogno. Il portoghese non dava più segno di vita,
    colpito, si può dire,  dalla giustizia divina,  e proprio sul luogo in
    cui aveva commesso il delitto.  Ma il fedele cane, ferito mortalmente,
    si trascinò sino alla capanna e andò a  morire  dov'era  morto  Samuel
    Vernon!
    Hercule sotterrò i resti dell'esploratore e Dingo, pianto da tutti, fu
    deposto nella stessa fossa del suo padrone.
    Negoro  era  morto,  ma gli indigeni che lo accompagnavano da Kazonndé
    non  potevano  essere  lontani.  Non  vedendolo  tornare,  l'avrebbero
    cercato,  evidentemente  dalla parte del fiume.  E questo era un serio
    pericolo.
    Dick Sand e  la  signora  Weldon  si  consigliarono  su  ciò  che  era
    opportuno fare e decisero di agire immediatamente...
    Era ormai un fatto acquisito che il fiume era il Congo, quello che gli
    indigeni  chiamano  Kwango o Ikoutou ya Kongo,  e che è lo Zaire sotto
    una latitudine e il Lualaba sotto un'altra.
    Era insomma quella grande arteria  dell'Africa  centrale,  alla  quale
    l'eroico Stanley diede il nome di «Livingstone», nome che i geografici
    avrebbero dovuto sostituire con il suo.
    Ma,  se non c'era più dubbio che si trattasse del Congo,  il biglietto
    dell'esploratore francese indicava che la sua foce era ancora  lontana
    da quel punto centoventi miglia e,  sfortunatamente, a quel punto esso
    non era più navigabile. Un'imponente cascata, probabilmente la cascata
    Ntamo,  ne impediva la discesa  a  qualsiasi  imbarcazione.  Bisognava
    quindi  seguire  l'una  o  l'altra sponda,  almeno sino al di là della
    cascata,  ossia per un miglio o due,  salvo poi costruire una  zattera
    per farsi portare ancora una volta dalla corrente.
    -  Resta  ancora  da  decidere,  -  disse  concludendo  Dick Sand - se
    discendere la riva sinistra,  dove ci troviamo,  o la riva destra  del
    fiume.  Entrambe,  signora  Weldon,  mi  sembrano  pericolose,  e  gli
    indigeni sono temibili.  D'altra parte penso che sulla riva in cui  ci
    troviamo,  corriamo  un  rischio  peggiore,  giacché  dobbiamo  temere
    l'incontro con la scorta di Negoro.
    - Passiamo sull'altra riva - rispose la signora Weldon.
    - Sarà praticabile? - fece osservare Dick Sand.  - Il cammino verso le
    foci   del  Congo  dev'essere  questo,   visto  che  Negoro  lo  stava
    seguendo...  Ma  non  importa!  Non  c'è  da  esitare.   Ma  prima  di
    attraversare il fiume con voi, signora Weldon, devo sapere se possiamo
    seguire quella strada sino al di là della cascata.
    Era  una  ben giustificata precauzione,  e Dick Sand volle all'istante
    effettuare il suo progetto.
    Il fiume, a quel punto, non misurava più di tre o quattrocento piedi e
    per il giovane  marinaio,  abituato  a  maneggiare  i  remi,  non  era
    difficile attraversarlo.  La signora Weldon, Jack e il cugino Bénédict
    dovevano rimanere sotto la custodia di Hercule sino al suo ritorno.
    Presa la decisione,  Dick Sand stava per partire,  allorché la signora
    Weldon gli disse:
    - Non hai paura, Dick, di essere travolto dalla cascata?
    -  No,  signora  Weldon.  Passerò  a quattrocento piedi al di sopra di
    essa.
    - Ma sull'altra riva?
    - Non sbarcherò se scorgo il minimo pericolo...
    - Portati il fucile!
    - Sì, ma non siate inquieta per me.
    - Sarebbe meglio non separarci,  Dick - aggiunse  la  signora  Weldon,
    come spinta da qualche presentimento.
    - No,  lasciatemi andare solo...  - rispose Dick Sand.  -E' necessario
    per la sicurezza di tutti!  Tra un'ora sarò  di  ritorno.  Fate  buona
    guardia, Hercule!
    E  l'imbarcazione,  liberata  dagli  ormeggi,  portò  Dick  Sand verso
    l'altra sponda dello Zaire.
    La signora Weldon e Hercule,  nascosti tra le macchie  di  papiro,  lo
    seguirono con lo sguardo.
    Dick Sand raggiunse bentosto il centro del fiume.  La corrente,  senza
    essere forte,  aumentava un po'  per  l'attrazione  della  cascata.  A
    quattrocento  piedi  più  a  valle,  il  potente  muggito  delle acque
    riempiva lo spazio e qualche spruzzo,  sollevato dal vento  di  ovest,
    giungeva  sino  al  giovane marinaio.  Egli fremeva al pensiero che la
    piroga,  se fosse stata meno sorvegliata durante  l'ultima  notte,  si
    sarebbe  perduta  in quella cascata che non avrebbe restituito che dei
    cadaveri!  Ma questo non era più da temersi e in quel momento il remo,
    abilmente  manovrato,  bastava  a  mantenerla  in una direzione un po'
    obliqua alla corrente.
    Un quarto d'ora più tardi, Dick Sand aveva raggiunto la riva opposta e
    si preparava a saltare sull'argine...  quando scoppiarono delle grida,
    e  una  diecina  di indigeni si precipitarono sull'ammasso di erbe che
    nascondeva ancora l'imbarcazione.
    Erano i cannibali del villaggio  lacustre.  Per  otto  giorni  avevano
    seguito la riva destra del fiume.  Sotto quelle frasche,  che si erano
    strappate contro  i  pali  della  loro  borgata,  avevano  scoperto  i
    fuggitivi, ossia una preda sicura, poiché lo sbarramento della cascata
    avrebbe costretto,  presto o tardi, gli sfortunati a sbarcare su una o
    sull'altra sponda.
    Dick Sand si vide perduto,  ma si domandò se il sacrificio  della  sua
    vita non avrebbe potuto salvare i suoi compagni. Padrone di se stesso,
    ritto  a  prua  dell'imbarcazione,  con il fucile imbracciato teneva i
    cannibali a distanza.
    Intanto questi avevano strappato  tutte  le  foglie,  sotto  le  quali
    credevano  di trovare altre vittime,  e quando capirono che il giovane
    marinaio era il solo a essere caduto nelle  loro  mani,  provarono  un
    impeto di dispetto che si manifestò con urla spaventose. Un ragazzo di
    quindici anni per dieci uomini!
    Allora  uno  degli  indigeni  si  alzò,  tese il braccio verso la riva
    sinistra e indicò la signora Weldon e  i  suoi  compagni  che,  avendo
    veduto  tutto  e  non  sapendo  che  cosa  fare,  stavano per risalire
    l'argine.
    Dick Sand,  non pensando a se stesso,  attendeva da Dio un'ispirazione
    che potesse salvarli!
    L'imbarcazione  era  stata  spinta  al largo.  I cannibali stavano per
    attraversare il fiume,  ma davanti  al  fucile  puntato  su  di  essi,
    rimanevano immobili,  conoscendo l'effetto delle armi da fuoco. Uno di
    essi, però,  aveva afferrato il remo e lo manovrava da uomo che sapeva
    servirsene,  spingendo  la piroga verso l'altra riva.  Ben presto essa
    non fu più che a cento piedi di distanza.
    - Fuggite! - gridò Dick Sand alla signora Weldon. - Fuggite!  Ma né la
    signora Weldon, né Hercule si mossero. Pareva che fossero inchiodati a
    terra.
    Fuggire! A che scopo? Prima che fosse trascorsa un'ora, essi sarebbero
    stati nelle mani dei cannibali!
    Dick Sand comprese. E in quel momento gli giunse l'ispirazione suprema
    che  aveva invocato.  Intravide la possibilità di salvare tutti coloro
    che amava, sacrificando la propria vita... e non esitò a farlo.
    «Che Iddio li protegga e che nella sua infinita bontà abbia  pietà  di
    me!», disse a se stesso.
    Nel  medesimo istante,  puntò il fucile verso l'indigeno che manovrava
    l'imbarcazione e il remo, spaccato da una pallottola, andò in pezzi.
    I cannibali lanciarono un urlo di spavento. Infatti la piroga, non più
    manovrata dal remo,  aveva ripreso  il  filo  della  corrente  che  la
    trascinò,  a  una  velocità  sempre  crescente,  sino a che,  in pochi
    istanti, non si trovò che a cento piedi dalla cascata.
    La signora Weldon e Hercule avevano compreso tutto.  Dick Sand tentava
    di  salvarli,  precipitando con i cannibali nell'abisso...  Il piccolo
    Jack e la madre,  inginocchiati sulla sponda,  gli inviarono un ultimo
    saluto; la mano di Hercule si tendeva impotente verso di lui.
    In quel momento gli indigeni,  tentando di raggiungere a nuoto la riva
    sinistra, si gettarono fuori dalla piroga, capovolgendola.
    Dick Sand non aveva perduto il suo sangue freddo di fronte alla  morte
    che  lo  minacciava.  Gli venne a un tratto un ultimo pensiero: quella
    barca che galleggiava con la chiglia rovesciata poteva essere  la  sua
    salvezza!
    Infatti,  al  momento  in  cui  Dick  sarebbe  stato  trascinato nella
    cascata, incombevano due pericoli: l'asfissia per l'acqua e l'asfissia
    per l'aria.  Quello scafo rovesciato era come una botticella  che  gli
    avrebbe  permesso  di  mantenere  la  testa fuori dall'acqua e,  nello
    stesso tempo,  di essere al riparo  dall'aria  esterna  che  l'avrebbe
    senza  dubbio  soffocato  nella rapidità della caduta.  Pare possibile
    che,  in tali condizioni,  un uomo possa avere qualche probabilità  di
    sfuggire  alla  doppia  asfissia  anche  discendendo  le  cascate  del
    Niagara!
    Dick Sand vide tutto ciò come  in  un  lampo.  Spinto  da  un  estremo
    istinto,   si   aggrappò   alla   tavola   che   univa   i   due  lati
    dell'imbarcazione e,  con la testa fuori dall'acqua sotto  la  chiglia
    rovesciata,  sentì  l'irresistibile corrente trascinarlo e cadde quasi
    perpendicolarmente.
    La piroga sprofondò nell'abisso scavato dalle  acque  ai  piedi  della
    cateratta  e,  dopo  essere  sprofondata,  ritornò alla superficie del
    fiume.  Dick Sand,  buon  nuotatore,  comprese  che  la  sua  salvezza
    dipendeva ora dal vigore delle sue braccia...
    Un  quarto  d'ora  dopo  raggiungeva  la  riva sinistra e ritrovava la
    signora Weldon,  il piccolo Jack e il cugino Bénédict dove Hercule  li
    aveva condotti in tutta fretta.
    Ma  ormai  i  cannibali  erano scomparsi nel vortice delle acque.  Non
    protetti dalla chiglia capovolta,  erano morti ancor  prima  di  avere
    raggiunto  le profondità dell'abisso e mentre i loro corpi stavano per
    sfracellarsi su quelle rocce aguzze contro  le  quali  si  rompeva  la
    corrente inferiore del fiume.

    20.
    CONCLUSIONE.
    Due  giorni  dopo,  il 20 luglio,  la signora Weldon e i suoi compagni
    incontrarono una carovana che si dirigeva verso Emboma,  alla foce del
    Congo. Non si trattava di mercanti di schiavi, ma di onesti negozianti
    portoghesi  che  facevano  commercio  di  avorio.  I  fuggitivi furono
    accolti cordialmente,  e l'ultima  parte  del  viaggio  si  svolse  in
    condizioni più che sopportabili.
    L'incontro   con  la  carovana  era  stato  veramente  un  dono  della
    Provvidenza! Dick Sand non avrebbe potuto riprendere sopra una zattera
    la discesa dello Zaire. Dopo la cascata di Ntamo,  sino a Yellala,  il
    fiume  non è più che un susseguirsi di rapide e di cateratte.  Stanley
    ne ha contate sessantadue,  e nessuna imbarcazione può avventurarvisi.
    E'  proprio  alla  foce  del  Congo  che,   quattro  anni  più  tardi,
    l'intrepido  esploratore  avrebbe  sostenuto  l'ultimo  dei  trentadue
    combattimenti contro gli indigeni,  ed è più a valle,  nelle cateratte
    di Mbélo, che sarebbe sfuggito per miracolo alla morte.
    L'11 agosto, la signora Weldon, Dick Sand, Jack, Hercule,  e il cugino
    Bénédict giungevano a Emboma,  dove i signori Motta, Viego, e Harrison
    li ricevettero e li ospitarono generosamente.  Un  bastimento  era  in
    partenza per l'istmo di Panama,  e la signora Weldon e i suoi compagni
    si imbarcarono e raggiunsero finalmente la terra d'America!
    Un telegramma,  spedito a San Francisco,  annunziò a James  W.  Weldon
    l'insperato ritorno della moglie e del figlio,  dei quali aveva invano
    cercato le tracce ovunque  pensava  che  il  "Pilgrim"  poteva  essere
    naufragato.
    Finalmente, il 25 agosto, un treno deponeva i naufraghi nella capitale
    della  California!  Ah,  se  il  vecchio Tom e i suoi compagni fossero
    stati con loro!
    Che dire,  ora,  di Dick Sand e di Hercule?  L'uno diventò il  figlio,
    l'altro l'amico di casa.  James Weldon sapeva quanto doveva al giovane
    mozzo e quanto doveva al bravo Hercule. Era anche veramente felice che
    Negoro non fosse arrivato sino a lui,  perché egli avrebbe pagato  con
    tutto quanto possedeva il riscatto della moglie e del figlio!  Sarebbe
    partito per la costa dell'Africa e chi può dire a quali pericoli  e  a
    quali perfidie sarebbe stato esposto laggiù!
    Una sola parola sul cugino Bénédict.  Il giorno stesso del suo arrivo,
    il degno scienziato, dopo avere stretto la mano a James W. Weldon,  si
    era  chiuso  nel suo studio e aveva ripreso il lavoro,  come se avesse
    dovuto finire una  frase  iniziata  il  giorno  prima.  Egli  meditava
    un'opera  colossale  sull'«Exapodes  Benedictus»,  uno  dei desiderata
    della scienza entomologica.
    Là nel suo studio tappezzato di  insetti,  il  cugino  Bénédict  trovò
    subito  una  lente  e un paio di occhiali.  Giusto cielo!  Quale grido
    disperato lanciò non appena se ne servì per  esaminare  quell'esapodo,
    l'unico  esemplare  che  l'entomologia  africana  gli  aveva  fornito!
    L'«Hexapodes Benedictus» non era un esapodo, ma un volgarissimo ragno!
    E,  se aveva sei zampette invece di otto,  era perché gli mancavano le
    due  anteriori,  e se gli mancavano le due zampette anteriori la colpa
    era di Hercule che,  nell'afferrare l'insetto,  gliele aveva per  mala
    sorte  spezzate!  Questa  mutilazione  riduceva  il preteso «Hexapodes
    Benedictus» alla condizione di  invalido,  e  lo  relegava  nella  più
    comune  classe  dei  ragni,  cosa  di  cui la miopia aveva impedito al
    cugino Bénédict di  accorgersi  prima!  Ne  rimase  quasi  malato  ma,
    fortunatamente, guarì...
    Intanto gli anni passavano e il piccolo Jack ne aveva ormai otto. Dick
    Sand  gli  dava  delle  ripetizioni,  continuando  tuttavia a lavorare
    indefessamente  per  conto  suo.  Infatti,   appena  giunto  a  terra,
    rendendosi  conto  di  tutto quanto gli era mancato,  si era buttato a
    capofitto nello  studio  con  una  specie  di  rimorso...  il  rimorso
    dell'uomo che,  per mancanza di conoscenza, si era trovato al di sotto
    del proprio compito.
    - Sì, - ripeteva spesso - se a bordo del "Pilgrim" avessi saputo tutto
    ciò che un marinaio deve  sapere,  quante  disgrazie  sarebbero  state
    risparmiate!
    Così parlava Dick Sand. A diciotto anni aveva terminato brillantemente
    i  suoi  studi  idrografici  e,  fornito  di  un brevetto ottenuto per
    concessione speciale, stava per assumere il comando di navi della casa
    James W. Weldon.
    Ecco dove era giunto,  grazie al suo comportamento e al suo lavoro  il
    piccolo  orfano  raccolto  sulla punta di Sandy-Hook!  Malgrado la sua
    giovinezza, godeva della stima e, si può dire,  del rispetto di tutti,
    ma  la  semplicità  e la modestia facevano così parte della sua natura
    che non se ne rendeva neppure conto.  Non sospettava  neppure,  benché
    non  gli si potessero attribuire azioni eccezionali,  che la fermezza,
    il  coraggio  e  la  costanza  dimostrati  durante  il   suo   viaggio
    avventuroso avessero fatto di lui una specie di eroe.
    Un pensiero,  tuttavia,  lo ossessionava. Nei rari momenti di ozio che
    gli concedeva lo studio,  pensava sempre al vecchio  Tom,  a  Bat,  ad
    Austin,  ad  Actéon  della  cui  sventura si riteneva responsabile,  e
    l'immagine dell'attuale  miserevole  situazione  dei  vecchi  compagni
    rattristava  profondamente anche la signora Weldon!  James W.  Weldon,
    Dick Sand e Hercule mossero  cielo  e  terra  per  ritrovare  le  loro
    tracce,  e  finalmente vi riuscirono,  grazie ai corrispondenti che il
    ricco armatore aveva in tutto il mondo.  Tom e i suoi  compagni  erano
    stati venduti nel Madagascar dove,  del resto,  la schiavitù stava per
    essere abolita.  Dick Sand voleva offrire le sue piccole economie  per
    riscattarli,  ma  James  W.  Weldon non ne volle sapere.  Uno dei suoi
    corrispondenti trattò per lui l'affare e un  giorno,  il  15  novembre
    1877, quattro uomini negri bussarono alla porta della sua abitazione.
    Erano  il  vecchio Tom e i suoi compagni.  I bravi negri,  dopo essere
    sfuggiti a tanti pericoli,  poco mancò fossero soffocati  quel  giorno
    dagli abbracci dei loro amici!
    Non mancava dunque che la povera Nan tra coloro che il "Pilgrim" aveva
    gettati sulla funesta costa dell'Africa...  Ma non si poteva ridare la
    vita alla vecchia Nan, come non la si poteva ridare al fedele Dingo. E
    d'altra parte poteva considerarsi un miracolo  se  soltanto  quei  due
    esseri erano periti durante tali e tante avventure!
    Quel  giorno,  è  inutile  dirlo,  fu  giorno  di grande festa in casa
    Weldon, e il più bel brindisi fu quello rivolto dalla signora Weldon a
    Dick Sand, «al capitano di quindici anni!».
    VOCABOLARIETTO (a cura della Traduttrice).
    Babordo: Fianco sinistro della nave,  per chi guarda  verso  la  prua,
    volgendo le spalle alla poppa.
    Bitta:  Colonnetta  di legno o di ferro,  alla prua della nave o sulla
    banchina dei porti per avvolgervi gomene o catene.
    Bompresso:  Albero  posto  obliquamente  sul  davanti  della  nave   e
    sporgente  fuori dalla prua,  sul quale si distendono i lati inferiori
    di quelle vele da taglio, che si chiamano fiocchi e controfiocchi.
    Brigantino-goletta: Piccolo bastimento a vela con un ponte solo e  due
    alberi verticali (maestra e trinchetto), oltre al bompresso.
    Buttafuori:  Qualunque  asta  o  pertica  che venga spinta all'esterno
    della nave per sostenere qualcosa.
    Cassero: Parte del  ponte  scoperta,  tra  il  casseretto  e  l'albero
    centrale.
    Casseretto: Piccolo ponte nelle navi,  a poppa,  più elevato del ponte
    di coperta.
    Coltellaccio: Vela trapezoidale lunga e stretta,  che si spiega di qua
    e di là delle vele quadre su piccoli pennoni: è vela di bel tempo.
    Controbracciare: Manovra per orientare i pennoni e, di conseguenza, le
    vele.
    Crocette:  Insieme di due traverse poste nel senso longitudinale della
    nave, che sostengono la coffa o piattaforma dell'uomo di vedetta.
    Draglie: Ciascuna delle corde metalliche  stese  obliquamente  tra  il
    trinchetto e il bompresso per farvi scorrere e stendere i fiocchi.
    Drizze:  Ogni  corda destinata ad alzare al loro posto i pennoni delle
    vele quadre.
    Droma.   Insieme  delle  parti  di  ricambio  dell'alberatura   (pezzi
    d'albero,  pennoni)  fasciate  con tela cerata e legate solidamente al
    centro del ponte di coperta.
    Gaffa: Ferro a due ganci in cima a un'asta  di  legno  che  serve  per
    avvicinare  un'imbarcazione  all'approdo  e tenerla ferma,  oppure per
    guidarla, navigando, in luoghi stretti.
    Gaschette: Trecce di spago che servono  specialmente  per  serrare  le
    vele ai pennoni.
    Gomena:  Corda di canapa,  di quelle più grosse,  che prendono il nome
    generale  di  cavi  torticci.   Misura  lineare  corrispondente   alla
    lunghezza della gomena.
    Griselle:  Le  cordicelle di canapa tese e legate orizzontalmente alle
    sartie,  in modo da servire da scalini agli uomini che  devono  salire
    sull'alberatura.
    Impavesata:  Parapetto formato dalle murate di una nave che si elevino
    al di sopra del ponte di coperta. E' detta anche bastingaggio, termine
    da non usare perché francesismo.
    Mastra: Apertura nei ponti delle navi per il passaggio dell'albero.
    Mura: Grosso cavo,  detto anche scotta,  che tira e fissa a  prua  gli
    angoli  delle  vele  o  bugne.  Murare significa tirare le corde delle
    mura.
    Murata: La parete laterale di una nave,  dalla linea di galleggiamento
    all'orlo superiore del fianco.
    Orzare:  Dirigere  una  nave  portando la sua prua ad avvicinarsi alla
    direzione da cui spira il vento.
    Paranco: Sistema composto  da  due  carrucole,  una  fissa  e  l'altra
    mobile,  e  di  una  corda passante per esse;  serve a sollevare gravi
    pesi.
    Pappafico: Il penultimo pennone e la penultima vela del trinchetto.
    Paterazzi: Ciascuna di quelle  corde,  generalmente  metalliche,  che,
    aggiunte  alle  sartie,  frenano  lateralmente  le  parti  medie degli
    alberi.
    Pennone: Antenna che regge le vele quadre e si bilica nel mezzo  degli
    alberi.
    Ralinga:  Ciascuna  delle corde cucite intorno alle vele,  che fanno a
    esse da orlo e ne aumentano la resistenza.
    Randa: Vela di pappafico.
    Sartie: Ciascuna delle corde di canapa o  di  acciaio  che  sostengono
    lateralmente e verso poppa gli alberi verticali della nave.
    Solcometro: Strumento per misurare la velocità di una nave, costituito
    da  un piccolo galleggiante (barchetta) che si getta in mare dietro la
    nave,  lasciando  filare  da  un  rocchetto  o  molinello  una  sagola
    (funicella  di  canapa  incatramata)  a  nodi,  a  cui  la barchetta è
    attaccata.
    Tesare: Tendere la vela in modo da eliminare la curvatura che le dà il
    vento.
    Trefoli: Cordicelle formate dall'unione di  sottili  fili  di  acciaio
    che, avvolti tra di loro a spirale, formano un cavo di acciaio.
    Terzaruoli:  Quella  parte della vela destinata a essere ripiegata per
    sottrarla all'azione del vento, quando esso è troppo forte.
    Tribordo: Fianco destro della nave  per  chi  guarda  verso  la  prua,
    volgendo le spalle alla poppa.
    Tuga: Sulle piccole navi mercantili è la cameretta a poppa o sul ponte
    di comando per riparare il timoniere e il timone dalle intemperie.





    NOTE.
    NOTA 1: Titolo che si dà ai governatori portoghesi degli enti pubblici
    secondari.
    NOTA  2:  Conchiglie  molto  comuni nel paese e che vengono usate come
    moneta.
    NOTA 3: Ecco ciò che dice Cameron: «Per ottenere le cinquanta donne di
    cui Alvez si dichiarava  proprietario,  erano  stati  distrutti  dieci
    villaggi,  tra  le  cento  e  le duecento anime ciascuno: un totale di
    mille e cinquecento persone.  Qualcuno era riuscito a fuggire,  ma  la
    maggior  parte  -  quasi  tutti - erano periti tra le fiamme,  o erano
    stati uccisi mentre difendevano le loro famiglie,  o  erano  morti  di
    fame nella giungla,  a meno che le belve feroci non avessero posto più
    rapidamente fine alle loro sofferenze.  Questi delitti perpetrati  nel
    centro dell'Africa da uomini che si dichiarano cristiani e portoghesi,
    parrebbero  incredibili agli abitanti di paesi civili.  E' impossibile
    che il governo di Lisbona non conosca le atrocità commesse  da  uomini
    che innalzano la sua bandiera e che si vantano di essere suoi sudditi»
    ("Tour du Monde", traduzione francese di H. Loreau).
    Nota  Bene: In Portogallo si ebbero vivacissime proteste contro queste
    dichiarazioni di Cameron.
    NOTA 4: Specie di ruminante della fauna africana.
    NOTA 5: I coltellinai di Sheffield  consumano  170000  chilogrammi  di
    avorio.
    NOTA 6: Acquavite di gradazione superiore All'85 per cento.
    NOTA  7:  Non  è  possibile immaginare che cosa siano queste terribili
    ecatombi,  quando si tratta di onorare la memoria di un  potente  capo
    delle  tribù  del  centro  dell'Africa.  Cameron dice che più di cento
    vittime furono così sacrificate  ai  funerali  del  padre  del  re  di
    Kazonndé.
    NOTA 8: Cameron parla spesso di queste isole galleggianti.