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David Coppierfeld
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INDICE.
Nota sull'Autore e sull'opera: pagina 4.
Prefazione dell'Autore: pagina 10.
1. Sono nato: pagina 12.
2. Mi guardo intorno: pagina 33.
3. Sono in un nuovo ambiente: pagina 59.
4. Cado in disgrazia: pagina 87.
5. Mi mandano lontano da casa: pagina 121.
6. Allargo la cerchia delle mie conoscenze: pagina 154.
7. Il mio primo semestre a Salem House: pagina 167.
8. Le mie vacanze. Un pomeriggio felice: pagina 200.
9. Ho una memorabile festa di compleanno: pagina 226.
10. Mi trascurano, poi mi sistemano: pagina 248.
11. Comincio a vivere per conto mio e non mi piace: pagina 284.
12. La vita indipendente continua a non piacermi e prendo
un'importante decisione: pagina 313.
13. Le conseguenze della mia decisione: pagina 331.
14. Mia zia decide che cosa fare di me: pagina 367.
15. Faccio un nuovo inizio: pagina 396.
16. Sono un ragazzo nuovo, non solo come allievo della scuola: pagina
414.
17. M'imbatto in qualcuno: pagina 453.
18. Uno sguardo retrospettivo: pagina 485.
19. Mi guardo intorno e faccio una scoperta: pagina 499.
20. La casa di Steerforth: pagina 529.
21. La piccola Emily: pagina 545.
22. Vecchi luoghi e gente nuova: pagina 580.
23. Confermo le opinioni del signor Dick e scelgo una professione:
pagina 620.
24. Prima dissipazione: pagina 647.
25. Angeli buoni e angeli cattivi: pagina 663.
26. Cado prigioniero: pagina 698.
27 . Tommy Traddles: pagina 727.
28. La sfida del signor Micawber: pagina 745.
29. Faccio una seconda visita a Steerforth nella sua casa: pagina 781.
30. Una perdita: pagina 795.
NOTA SULL'AUTORE E SULL'OPERA.
Charles Dickens nacque nel 1812 a Landport, poco lontano da
Portsmouth. Morì a Gad's Hill nel Kent il 9 giugno 1870. Fu sepolto a
Londra, nell'"angolo dei poeti" della Abbazia di Westminster.
Dopo un'infanzia difficile con breve e saltuaria possibilità di studi
regolari a causa dei disagi finanziari sofferti dalla famiglia (il
padre fu anche in prigione per debiti) Dickens mise a profitto una
eccezionale forza di volontà non meno grande in lui dell'ingegno per
farsi una notevole cultura come autodidatta. Senza alcun maestro
apprese la stenografia, poté quindi lavorare come cronista
parlamentare per vari quotidiani, e conservò tale incarico per circa
tre anni, cioè fino a quando la sua vocazione di narratore ebbe modo
di manifestarsi felicemente.
Nel dicembre del 1833 prese a scrivere bozzetti e novelle che venivano
pubblicati su periodici prima di essere in seguito raccolti in vari
volumi; compose anche qualche modesta opera teatrale, riuscendo a
farla rappresentare con discreto successo.
Nel 1836-37 la pubblicazione a dispense del "Circolo Pickwick" ("The
Pickwick Papers"), una girandola mozzafiato di avventure
straordinariamente facete di un gruppo di amici londinesi nelle
campagne intorno a Londra, incontrò un enorme favore da parte di un
vasto pubblico di lettori, così che l'Autore si trovò portato di colpo
in una posizione di primo piano fra i narratori contemporanei, che
pure erano molti e di valore. Tale posizione di grande eminenza egli
poté conservare fino al termine di una non lunga, ma eccezionalmente
intensa carriera, grazie anche a quel contatto fuori dell'ordinario
che riuscì a stabilire con il pubblico per mezzo di letture delle sue
opere, che tenne a partire dal 1837 con enorme successo sia in
Inghilterra sia in occasione dei due viaggi negli Stati Uniti.
Il "David Copperfield" è del 1849-50, quando l'Autore è nel pieno
della maturità artistica, avendo già pubblicato alcuni fra i maggiori
romanzi quali "Oliver Twist", "Nicholas Nickleby", "La bottega
dell'Antiquario" ("The Old Curiosity Shop"), "Un canto di Natale" ("A
Christmas Carol"), "Dombey & Figlio" ("Dombey & Son"). Il nuovo
romanzo segna tuttavia nel complesso dell'opera una deliberata svolta.
Se qualche critico ritiene che il capolavoro di Dickens sia "Grandi
Speranze" ("Great Expectations") che segue di una decina di anni, e
altri ancora giudica che sia invece "Casa desolata" ("Bleak House")
posteriore di soli due anni al "David Copperfield", la maggioranza dei
competenti considera che l'opera maggiore di Charles Dickens sia
senz'altro quest'ultima. La svolta consiste nel fatto che per la prima
volta l'Autore si serve della realtà per inserirla nella finzione,
anche della esperienza personale di giovane scrittore per plasmare una
geniale opera narrativa.
Riesce pertanto, almeno circa nella prima metà del libro, a
raggiungere quella che è lecito definire una perfezione di effetti,
sia con la intensa partecipazione alla vicenda del protagonista che
narra in prima persona, sia con il non troppo frequente intervento di
giudizio, che perciò non risulta mai inopportuno né invadente.
Si legge nella stessa introduzione dell'Autore come egli avesse uno
speciale affetto per questo libro nel quale il suo costante impegno
sociale (qui specialmente contro il lavoro dei minori e il carcere per
debitori insolvibili) si manifesta con tanto maggiore forza ed
efficacia in quanto rivela almeno in parte la triste realtà della sua
infanzia, per lui indimenticabile in misura quasi ossessiva. Si veda
come David alla fine del capitolo 14, ormai salvo sotto la protezione
della zia e felicemente ritornato studente, dichiara di non voler più
parlare del periodo in cui s'era trovato ingiustamente costretto in
giovanissima età a un lavoro manuale degradante, giungendo sino a
confessare di non voler nemmeno ricordare con precisione quanto (in
mesi o in anni?) fosse durato. Lo stesso Dickens tralasciò sempre di
ritornare anche fra gente amica sul tempo infelicissimo del lavoro che
nemmeno adolescente gli aveva inferto una insanabile ferita.
Con la perdita del padre ancora prima di venire al mondo,
l'infelicissimo secondo matrimonio della madre, la triste solitudine
infantile dopo la morte di lei, l'ignobile lavoro, le miserie lungo il
cammino della fuga prima che questa lo porti a trovare rifugio presso
l'anziana zia (figura eccentrica fra le più vive!) la base della vita
di David è certo drammatica. E in seguito vi echeggeranno le dolorose
note della morte di Dora, la moglie bambina, con la riduzione in
cenere dell'amicizia giovanile, e non solo queste. Eppure il libro è
anche rallegrato da una miriade di momenti luminosi, intensamente
romantici e delicatamente commoventi, mentre il personaggio non
dimentica la sintetica direttiva impartitagli dalla zia rivelatasi
insperatamente generosa e affettuosa: "mai meschino, mai sleale, mai
crudele", pur non risultando un autentico eroe, né un esempio di
eroiche virtù.
Da tutti i romanzi di Dickens emergono dei personaggi ai quali egli ha
impartito una vita ben superiore a quella libresca: se ne parla dopo
cent'anni, e non solo fra i conterranei dell'Autore, come di persone
in carne e ossa, ammirevoli o ripugnanti, di cui non si ignora nulla,
e che si affiancano alle altre immortali create da Chaucer e da
Shakespeare. Qui troviamo il "signor Micawber" con l'irresistibile
comicità del suo comportamento, l'enfasi inesauribile dei discorsi e
delle missive, le disgrazie che lo abbattono fino all'infelicità,
senza pur impedirgli di tornare subito a sollevarsi fino alle vette
del meno ragionevole e più gaio ottimismo. E' una delle figure ideate
da Dickens che sono sempre più grandi del normale e che tuttavia
possiedono una così precisa vitalità da non poter mai ridursi a
semplici fantocci caricaturali.
I dialoghi in Dickens sono quasi sempre vivacissimi, pensati e parlati
insieme, e suscitano spesso una vastità di risonanze che supera le
parole. Anche le descrizioni sono sommamente efficaci, benché a volte
diffuse, sia che interessino visioni della natura, sia che rendano le
sensazioni delle varie stagioni lungo le vie di Londra visitate con
una plastica partecipazione. Non diversamente l'unità del racconto
resta linearmente rispettata nonostante l'affollarsi di tante persone
e vicende solo apparentemente secondarie o superflue, perché anzi non
dando luogo a vane dispersioni valgono a impartire maggiore rilievo
all'insieme.
Quel potere di attenzione che Dickens si affretta ad ascrivere a David
bambino è in effetti una delle grandi qualità dell'Autore: attenzione
istintiva e attenzione infaticabile della memoria che porta senza
fatica l'Autore a tracciare i più minuti particolari con generosità
inarrestabile, e a renderli tutti variamente importanti.
Diceva di recente un critico inglese della B.B.C. che se altri
scrittori creano personaggi, nelle sue opere Dickens fa nascere
persone vive, e non sarà quindi mai possibile parlare troppo di
Dickens, o rileggere troppe volte i suoi libri.
E ora rileggiamo il giudizio finale dato da Cazamian, grande studioso
francese di letteratura inglese: "Tra i romanzieri inglesi Dickens non
è l'artista più abile, non lo psicologo più sottile, non il realista
più accurato, né il narratore più seducente, ma è probabilmente il più
inglese, il più tipico, il più grande di tutti".
E ancora, uno studioso d'oggi (Trevor Blount) così conclude un suo
saggio ("Dickens, The Early Novels"): "Ma la maggiore fonte di
interesse per un lettore moderno può benissimo essere lo stile, se
pure a volte sentimentale e flaccido, e però il mezzo con cui Dickens
fa nascere i suoi personaggi e carica di eccitazione le scene. Sono le
parole che contano, e Dickens giunse a usarle con sempre maggior
attenta cura. Dickens non appartiene alla classe di sommi narratori
quali Tolstoj e Dostoevskij, ma tra quelli appena meno eccelsi pochi
gli si avvicinano. E l'estremo paradosso dell'insieme di un'opera come
la sua, così stravagante, fantastica, melodrammatica, sentimentale e
perfino nevrotica, è che lasci un'impressione finale di allegria e di
bontà"
F. B.
PREFAZIONE DELL'AUTORE.
Nella prima introduzione a questo libro scrissi che non mi riusciva
facile, per le sensazioni suscitate in me dall'averlo appena
terminato, allontanarmene tanto da poterne parlare con la misura che
richiederebbe tale formale introduzione. Talmente forte e immediato
era il mio interesse per il libro, e avevo la mente così divisa tra
piacere e rimpianto (il piacere di avere realizzato un progetto
formulato da tempo, e il rimpianto di separarmi da tanti amici) che vi
era il pericolo annoiassi il lettore con personali confidenze ed
emozioni.
Per di più tutto quello che avrei potuto dire intorno al mio lavoro
avevo già cercato di dirlo nella narrazione.
Interesserebbe forse poco al lettore sapere con quale tristezza si
posa la penna al termine di un lavoro creativo durato due anni; oppure
che un Autore, nel momento in cui una folla di creature nate dal suo
cervello si allontana per sempre da lui, prova la sensazione di
abbandonare in un mondo quasi ignoto una parte di sé. Non avevo quindi
nulla da aggiungere all'infuori della confessione (magari di ancora
minore importanza) che nessuno, nel leggerlo, potrà credere in questo
racconto più di quanto vi abbia creduto io scrivendolo.
Tutto ciò è ancora tanto vero oggi, che non mi rimane se non fare al
lettore un'altra confidenza: questo è fra i miei libri quello che amo
più di tutti.
Sarà difficile immaginare che io non sia un padre amoroso per tutti i
figli della mia fantasia, e che qualcuno possa mai amarli quanto me.
Eppure, come tanti genitori amorosi, ho io pure in fondo al cuore un
figlio prediletto. Il suo nome è David Copperfield.
1 - SONO NATO.
Diranno queste pagine se della mia vita sarò io il protagonista, o se
tale posto d'onore debba toccare ad altri. Per cominciare la storia
della mia vita dall'inizio della mia vita stessa dirò che sono nato
(come mi fu detto e credo sia vero) un venerdì a mezzanotte. Venne
rilevato che nello stesso momento l'orologio cominciò a battere e io a
strillare.
A proposito del giorno e dell'ora della mia nascita la levatrice e
alcune brave donne del vicinato, le quali si erano vivamente
interessate a me vari mesi prima di potermi conoscere personalmente,
dichiararono in primo luogo che ero destinato a una vita infelice, e
inoltre che avrei avuto il dono di vedere gli spiriti e i fantasmi,
facoltà che esse credevano inevitabile per tutti gli sfortunati di
ambo i sessi, nati di venerdì nel cuore della notte.
Non dirò nulla qui del primo punto perché nulla meglio della mia
storia dimostrerà se a tale predizione i risultati abbiano dato
ragione o torto. Intorno al secondo punto dirò soltanto che, salvo mi
sia imbattuto nell'esercizio di questa facoltà della mia natura quando
ero ancora in culla, io non l'ho mai posseduta. Ma non mi lamento
affatto di esserne rimasto defraudato, e se oggi altri ne abbia il
godimento, ne sono cordialmente lieto.
Sono nato con la "camicia" ed essa venne posta in vendita sul giornale
al modico prezzo di quindici ghinee. Non so dire se in quel tempo i
marinai fossero a corto di denaro o di fede e preferissero i
salvagente di sughero; so soltanto che vi fu un'unica offerta di due
sterline in contanti e del rimanente in sherry da parte di un
procuratore che si occupava di cambiali, il quale dichiarò di non
volersi garantire dal morire annegato per un prezzo maggiore. Quindi
l'avviso venne ritirato in pura perdita (quanto allo sherry la mia
povera mamma stava già cercando un acquirente per il suo) e dieci anni
dopo la mia "camicia" servì di premio per una lotteria organizzata
dalle nostre parti con cinquanta biglietti da una corona l'uno e
l'obbligo per il vincitore di versare altri cinque scellini. Ero
presente anch'io, e ricordo di avere provato molta confusione e
imbarazzo nel vedere che si disponeva così di una parte di me stesso.
Ricordo che la "camicia" toccò in sorte a una vecchia signora munita
di canestro, la quale con grande riluttanza estrasse da questo i
pattuiti cinque scellini, tutti in monete da mezzo penny, e alla fine
aveva versato due penny e mezzo in meno. Ci volle poi un tempo enorme
e un grande spreco di conteggi per tentare, ma invano, di convincerla
dell'errore. Da quelle parti si ricordò a lungo l'importanza del fatto
che quella signora non morì annegata, bensì felicemente nel suo letto
all'età di novantadue anni. Ho sentito dire che fino all'ultimo non
smetteva di vantarsi che in tutta la vita non si era mai trovata
sull'acqua, salvo sopra un ponte; e mentre beveva il tè (a cui teneva
moltissimo) fino all'ultimo non tralasciò di esprimere la sua
indignazione per l'empietà dei marinai e di tutti quelli che avevano
l'ardire di andare "vagabondando" per il mondo. Era inutile spiegarle
che da tale pratica deprecabile risultavano certi vantaggi, compreso
forse il tè. Ribatteva sempre con grande enfasi e con fiducia innata
nella forza della sua condanna: - Niente vagabondi!
Ma per non rendermi io adesso colpevole di vagabondaggi o divagazioni,
ritornerò alla mia nascita.
Sono nato a Blunderstone, nel Suffolk, o "da quelle parti", come
dicono gli scozzesi. Ero un figlio postumo: gli occhi di mio padre si
erano chiusi alla luce di questo mondo sei mesi prima che si aprissero
i miei. Ancora adesso mi pare strano credere che egli non mi abbia mai
veduto - e trovo ancora più strano il vago ricordo di essermi trovato
in rapporto nella mia prima infanzia con la sua bianca pietra tombale
nel nostro cimitero e la confusa pietà che provavo verso di lui
lasciato a giacere solo laggiù nel buio della sera mentre il nostro
salottino era caldo e luminoso con il fuoco e le candele, e le porte
della casa erano, quasi con crudeltà mi pareva a volte, chiuse e
sprangate per lui.
Una zia di mio padre, e quindi mia prozia, della quale avrò in seguito
l'occasione di parlare più a lungo, era la personalità più importante
della famiglia. La signorina Trotwood, o la signorina Betsey, come la
chiamava la mia povera mamma quando (e non molto spesso) riusciva a
vincere un poco il timore di quella donna formidabile, aveva avuto un
marito più giovane di lei, molto bello tranne nel senso del proverbio
popolare che dice: "Bello è solo colui il cui agire è bello", poiché
vi erano gravi sospetti che avesse picchiato la moglie e che durante
un alterco per questioni di denaro avesse compiuto un frettoloso ma
deciso tentativo di gettarla da una finestra del secondo piano. Tali
prove di incompatibilità di carattere indussero la signorina Betsey a
dargli una certa somma per ottenere la separazione consensuale. Egli
partì con il suo capitale per l'India e, secondo una diceria che aveva
credito in famiglia, sarebbe stato visto una volta in groppa a un
elefante insieme con un babbuino, ma ritengo che si trattasse invece
di una "Baboo" o "Begun", cioè una nobile indiana. Comunque, dopo
nemmeno dieci anni giunse dall'India notizia della sua morte. Nessuno
seppe mai come la ricevesse mia zia, poiché subito dopo la sua
separazione aveva ripreso il nome di fanciulla e acquistato un villino
in un villaggio lontano sulla costa, vi si era sistemata come donna
nubile in compagnia di una sola domestica, e si diceva che vivesse
sempre come una reclusa in un isolamento ininterrotto.
Credo che un tempo avesse avuto un grande affetto per mio padre, ma
s'era sentita mortalmente offesa dal matrimonio di lui per il motivo
che mia madre era "una bambola di cera". Non aveva mai incontrato mia
madre, ma sapeva che non aveva ancora vent'anni. Non rivide più mio
padre, che al tempo del suo matrimonio aveva il doppio dell'età di mia
madre ed era di salute cagionevole. Egli morì un anno dopo, come ho
già detto, sei mesi prima che io venissi al mondo.
Tale era la situazione il pomeriggio di quello che sarò perdonato se
chiamo un venerdì notevolmente importante. E' chiaro che non potrei
affermare di avere saputo allora come stessero le cose, né di
conservare alcun ricordo fondato sull'evidenza dei sensi intorno a ciò
che avvenne poi.
Mia madre sedeva accanto al fuoco, un po' malaticcia e molto depressa;
fissava la fiamma attraverso le lagrime e tristemente rifletteva su
quella che sarebbe stata la sorte sua e della creaturina senza padre,
alla quale in un cassetto del piano superiore alcune dozzine di spilli
di sicurezza già davano il benvenuto in un mondo niente affatto
emozionato dal suo arrivo; mia madre, ho detto, sedeva accanto al
fuoco in quel pomeriggio limpido e ventoso di marzo, timorosa e triste
e per nulla certa di uscire viva dalla prova che l'attendeva, quando
levò gli occhi per asciugare le lagrime, e dalla finestra scorse una
singolare signora che attraversava il giardino.
Subito a una seconda occhiata mia madre ebbe la certezza che fosse la
signorina Betsey. Il sole al tramonto gettava una luce calda su quella
strana donna e sul prato di là della siepe, ed ella avanzò verso la
porta con una implacabile rigidità della figura e una compostezza di
espressione che non sarebbero potute appartenere a nessuno all'infuori
di lei.
Quando raggiunse la casa diede un'altra prova della sua identità. Mio
padre aveva lasciato intendere molte volte che ben di rado ella si
comportava come un essere cristiano qualunque, e anche ora, invece di
sonare il campanello, si avvicinò a quella finestra e guardò dentro,
schiacciando talmente il naso contro il vetro che la mia povera mamma
diceva sempre di averlo veduto di colpo appiattito e bianco.
Tale fu l'emozione di mia madre che ho sempre pensato di andare
debitore alla zia Betsey della sfortuna di essere nato di venerdì.
Tutta agitata mia madre si era alzata, ritirandosi nell'angolo dietro
alla sua poltrona, e la signorina Betsey, nel volgere intorno alla
stanza lo sguardo lento e scrutatore, partì dal lato opposto con gli
occhi sbarrati come quelli di una testa di Saraceno in una pendola
olandese sino a fermarli su mia madre. Allora aggrottò le ciglia e con
un cenno di chi ha l'abitudine di trovare obbedienza ordinò a mia
madre che andasse ad aprire la porta. Mia madre ubbidì.
- La moglie di David Copperfield, "credo" - disse la signorina Betsey
con la sicurezza che le dava la vista dell'abito vedovile e delle
condizioni di mia madre.
- Sì - le rispose sotto voce mia madre.
- Sono la signorina Trotwood - disse la visitatrice. - Immagino che
lei avrà sentito parlare di me.
Mia madre rispose che aveva avuto quel piacere, ma si accorse con
rammarico di non dare l'impressione che fosse stato un piacere molto
grande.
- Ora mi vede - disse la signorina Betsey. Mia madre chinò la testa e
invitò la visitatrice ad accomodarsi.
Entrarono nel salottino da dove era uscita mia madre perché nel
salotto buono sull'altro lato del corridoio il fuoco non era stato
acceso, anzi non l'avevano più acceso dal giorno del funerale di mio
padre; quando si furono entrambe sedute e la signorina Betsey non
diceva nulla, dopo avere tentato invano di trattenere le lagrime, mia
madre cominciò a piangere.
- Oh, no, no, no! - fece in fretta la signorina Betsey. - Questo no!
Su, su!
Ma mia madre non riuscì a dominarsi e pianse tutte le sue lagrime.
- Levati la cuffia, cara, - disse la signorina Betsey - lascia che ti
veda.
Mia madre era troppo intimorita per rifiutare di ubbidire alla
singolare richiesta, se anche l'avesse voluto; fece perciò come le era
stato detto, ma le tremavano tanto le mani che le si sciolsero i
capelli (erano folti e bellissimi) e le copersero il volto.
- Santo cielo! - esclamò la signorina Betsey. - Sei proprio una
bambina!
Mia madre era senza dubbio di aspetto straordinariamente giovanile
anche per la sua età; chinò il capo come se fosse, poverina, una sua
colpa, e disse singhiozzando che purtroppo era solo una vedova
bambina, e se fosse vissuta sarebbe stata soltanto una madre bambina.
Nel breve silenzio che seguì, mia madre ebbe l'impressione che la
signorina Betsey le toccasse i capelli con mano abbastanza gentile, ma
quando levò gli occhi, timida e fiduciosa, vide che l'altra se ne
stava seduta con la gonna rimboccata, le mani intrecciate su un
ginocchio e i piedi posati sul parafuoco, intenta a fissare il fuoco
con le ciglia aggrottate.
- In nome del cielo - esclamò all'improvviso la signorina Betsey -
perché mai "Rookery" (nido di cornacchie)?
- Vuole dire la casa, signora? - chiese mia madre.
- Perché "Rookery"? - ripeté la signorina Betsey. - Sarebbe stato
molto meglio chiamarla "Cookery" (libro di cucina), se almeno uno di
voi due avesse avuto qualche idea pratica della vita.
- Il nome fu scelto dal signor Copperfield - replicò mia madre. -
Quando comperò la casa gli piaceva immaginare che vi fossero qui
intorno delle cornacchie.
In quel momento si levò un forte vento fra alcuni alti e vecchi olmi
in fondo al giardino, tanto forte che né mia madre né la signorina
Betsey poterono fare a meno di guardare in quella direzione. Mentre
gli olmi s'incurvavano l'uno verso l'altro come giganti che si
sussurrassero dei segreti, e dopo qualche attimo di sosta
ricominciavano ad agitarsi violentemente, sbattendo tutto intorno con
furia le braccia come se le confidenze ricevute fossero davvero troppo
maligne per la pace del loro animo, certi vecchi nidi di cornacchie,
logori e consunti, appesi ai rami più alti, presero a dondolare come
relitti di un naufragio sul mare in tempesta.
- Gli uccelli dove sono? - domandò la signorina Betsey.
- Gli...? - ripeté mia madre che pensava ad altro.
- Le cornacchie, dove sono andate a finire? - chiese ancora la
signorina Betsey.
- Non vi sono mai state cornacchie da quando abitiamo qui - rispose
mia madre. - Noi credevamo... lo pensava il signor Copperfield... che
fosse il posto giusto per una grande colonia di cornacchie; ma i nidi
erano molto vecchi e gli uccelli li avevano abbandonati già da molto
tempo.
- Tutto lui, David Copperfield! - esclamò la signorina Betsey.- David
Copperfield dalla testa ai piedi! Dare il nome delle cornacchie a una
casa senza vederne intorno nemmeno una, e contare sulla presenza degli
uccelli solo per aver visto dei nidi!
- Il signor Copperfield è morto - ribatté mia madre - e se lei ha
l'ardire di parlare male di lui con me...
Immagino che la mia povera mamma abbia avuto per un attimo
l'intenzione di aggredire e percuotere mia zia, la quale avrebbe
potuto respingerla senza fatica con una mano sola anche se mia madre
fosse stata ben più disposta a uno scontro di quanto non fosse quel
giorno. Ma si limitò al gesto di alzarsi in piedi perché subito
ritornò docilmente a sedere e perdette i sensi.
Quando rinvenne, o quando la signorina Betsey l'ebbe fatta rinvenire,
trovò comunque quest'ultima in piedi davanti alla finestra. Ormai il
crepuscolo sfumava nell'oscurità e le due donne riuscivano a vedersi
solo al vago chiarore del fuoco.
- Bene! - disse la signorina Betsey, tornando a sedere come se fosse
andata soltanto a dare un'occhiata distratta al panorama. - Per quando
aspetti...?
- Io tremo tutta - balbettò mia madre. - Non so che cosa mi succede.
Sono sicura che sto per morire.
- No, no, no - ribatté la signorina Betsey. - Devi bere un po' di tè.
- Povera me, povera me, crede che mi farà bene? - esclamò mia madre
con tono sconsolato.
- Ma certo! - dichiarò la signorina Betsey. - Le tue sono fantasie. La
tua ragazza, che nome ha?
- Non so ancora se sarà una ragazza, signora - rispose innocentemente
mia madre.
- Benedetta creatura! - esclamò la signorina Betsey, citando senza
saperlo la seconda frase ricamata sul puntaspilli riposto nel
cassettone al piano di sopra, ma applicandola a mia madre, non a me. -
Non parlo di questo. Voglio dire la tua domestica.
- Peggotty - disse mia madre.
- Peggotty! - ripeté la signorina Betsey piuttosto indignata. -
Bambina, non mi dirai che un essere umano è andato a ricevere il nome
di Peggotty in chiesa?
- E' il suo cognome - spiegò con voce flebile mia madre. - Il signor
Copperfield la chiamava così perché ha lo stesso nome di battesimo che
ho io.
- Vieni, Peggotty! - gridò la signorina Betsey, aprendo l'uscio. - Il
tè. La tua padrona si sente poco bene. Sbrigati.
E dopo aver in tal modo espresso l'ordine con la forza che poteva
darle un'autorità riconosciuta in famiglia fin dall'origine ed essersi
incontrata con la sbigottita Peggotty, la quale nell'udire una voce
sconosciuta si faceva avanti nel corridoio con la candela in mano, la
signorina Betsey richiuse l'uscio e si rimise a sedere come prima con
i piedi sul parafuoco, la gonna rimboccata e le mani intrecciate sul
ginocchio.
- Hai detto che sarà forse una ragazza - disse la signorina Betsey. -
Sono sicura che sarà così. Ho il presentimento che sarà una ragazza.
Ora senti, piccola, dal momento della nascita di questa bambina...
- Forse sarà un bambino - osò interrompere mia madre.
- Te lo ripeto, ho il presentimento che sarà una bambina - ribatté la
signorina Betsey. - Non contraddirmi. Dal momento della nascita di
questa bambina, intendo essere amica sua. Voglio farle da madrina e ti
prego di chiamarla Betsey Trotwood Copperfield. Non vi devono essere
errori nella vita di questa Betsey Trotwood. Nessuno dovrà scherzare
con i suoi sentimenti, poverina. Sarà educata e custodita molto bene
per evitare che riponga scioccamente fiducia in chi non la merita.
Sarò io a occuparmene.
Dopo ciascuna di queste frasi, la testa della signorina Trotwood aveva
uno scatto come se i vecchi torti da lei subiti le si agitassero nel
petto, e solo con fatica riuscisse a dominare l'impeto di manifestarli
chiaramente. O almeno così sospettò mia madre che l'osservava al fioco
bagliore del fuoco, troppo intimorita dalla presenza della signorina
Betsey, troppo sottomessa e confusa per riuscire a notare chiaramente
alcunché, o per sapere che cosa dire.
- Era buono David con te, piccola? - chiese la signorina Betsey, dopo
un intervallo di silenzio e quando ebbe smesso di agitare il capo. -
Stavate bene insieme?
- Eravamo tanto felici - rispose mia madre. - Il signor Copperfield è
sempre stato troppo buono con me.
- E ti viziava, immagino - suggerì la signorina Betsey.
- Sì, temo proprio che non mi abbia preparata a essere di nuovo sola e
abbandonata in questo mondo così duro... - singhiozzò mia madre.
- Bene! Non piangere! - ordinò la signorina Betsey. - Voi due non
eravate bene assortiti (se mai è possibile che due persone siano bene
assortite), perciò te l'ho chiesto. Eri orfana, non è vero?
- Sì.
- E facevi la governante?
- Ero la bambinaia di una famiglia che il signor Copperfield andava a
visitare. Il signor Copperfield era molto gentile con me, s'interessò
molto a me e mi rivolse molte attenzioni, e alla fine mi chiese in
moglie. E io accettai. E così ci sposammo - disse con semplicità mia
madre.
- Ah, povera piccola! - mormorò la signorina Betsey, sempre fissando
con severità il fuoco. - Tu che cosa sai fare?
- Scusi, signora, non capisco... - balbettò mia madre.
- Per esempio sai dirigere la casa? - disse la signorina Betsey.
- Non molto, temo - rispose mia madre. - Non tanto come vorrei. Ma il
signor Copperfield mi stava insegnando...
- Per quello che ne sapeva lui! - inserì tra parentesi la signorina
Betsey.
- E spero che avrei migliorato, ero tanto ansiosa di imparare e lui
era tanto paziente nell'insegnarmi, se la grandissima disgrazia della
sua morte... - mia madre dovette interrompersi ancora una volta.
- Via, via! - disse la signorina Betsey.
- Tenevo regolarmente il libro di casa e tutte le sere facevo il
bilancio con il signor Copperfield... - esclamò mia madre, e dovette
tacere per un nuovo scoppio di dolore.
- Via, via! - disse la signorina Betsey. - Non piangere più.
- ...e sono certa che non eravamo mai in disaccordo, tranne quando il
signor Copperfield criticava i miei tre e i cinque perché erano troppo
simili, o non voleva che arricciassi la gamba del sette e del nove -
riprese a dire mia madre prima di cedere a un nuovo scoppio di pianto.
- Finirai per sentirti male - disse la signorina Betsey - e sai che
non farebbe bene né a te né alla mia figlioccia. Via! Non devi fare
così!
Tale argomento ebbe la sua parte nel calmare un po' mia madre, sebbene
la parte maggiore l'avesse forse il suo crescente malessere. Seguì un
intervallo di silenzio, solo interrotto di tanto in tanto dalla
signorina Betsey, che sempre seduta con i piedi sul parafuoco
esclamava di quando in quando: - Ah! Ah!
- Per quanto ne so, David con il suo capitale si era procurato un
vitalizio, e per te come ha provveduto? - chiese poi.
- Il signor Copperfield - le rispose mia madre, che ormai parlava con
difficoltà - è stato così buono e previdente da farne una parte
reversibile per me.
- Quanto? - chiese la signorina Betsey.
- Centocinque sterline all'anno - rispose mia madre.
- Avrebbe potuto far peggio - disse mia zia.
Quest'ultima parola era adatta al momento: mia madre si sentiva tanto
male che Peggotty, entrando con il vassoio del tè e le candele, si
accorse immediatamente quanto stesse male (come la signorina Betsey
avrebbe potuto notare prima se vi fosse stata più luce), e la condusse
in tutta fretta nella sua camera al piano di sopra; quindi spedì
sull'istante suo nipote Ham Peggotty, che da alcuni giorni se ne stava
nascosto in casa all'insaputa di mia madre per servire come speciale
messaggero in caso di necessità, perché andasse a chiamare la
levatrice e il medico.
Queste potenze alleate rimasero non poco stupite, arrivando a pochi
minuti di differenza l'una dall'altra, nel trovare seduta accanto al
fuoco una signora sconosciuta e di aspetto formidabile, con la cuffia
legata per i nastri al braccio sinistro e intenta a tapparsi le
orecchie con ovatta. Poiché Peggotty non ne sapeva nulla e mia madre
non aveva detto nulla di lei, la sua presenza nel salottino
rappresentava un autentico mistero; e non diminuiva affatto la
solennità della sua figura il fatto che tenesse in tasca una grande
quantità di ovatta e che se ne riempisse a quel modo le orecchie.
Il medico era stato al piano di sopra, ne era disceso, ed essendo
convinto, almeno così credo, intorno alla probabilità che la signora
sconosciuta e lui stesso dovessero rimanere seduti lì faccia a faccia
per qualche ora, decise di comportarsi in maniera cortese e socievole.
Era un ometto di indole dolcissima, il più mite del suo sesso.
Scivolava dentro e fuori di una stanza tutto di traverso per occupare
meno spazio. Camminava non meno silenziosamente e ancora più
lentamente del fantasma dell'"Amleto". Teneva la testa china da un
lato, in parte per la grande umiltà che aveva nel giudicare se stesso,
e in parte per propiziarsi il prossimo. Non basta dire che non avrebbe
saputo lanciare un insulto nemmeno a un cane, ma si deve aggiungere
che non avrebbe insultato nemmeno un cane rabbioso. Gli avrebbe invece
offerto una parola gentile, o una mezza parola, o addirittura una
particella, perché usava nel parlare la medesima lentezza del
camminare; ma con nessun povero cane sarebbe stato scortese, e per
nessuna cosa al mondo sarebbe riuscito ad agire con rapidità.
Il dottor Chillip guardò con dolcezza mia zia, tenendo la testa
piegata di lato, le rivolse un leggero inchino, e toccandosi appena
l'orecchio sinistro le chiese alludendo all'ovatta:
- Forse un'infiammazione locale, signora?
- Che cosa? - ribatté mia zia, togliendosi l'ovatta da un orecchio
come se sturasse una bottiglia.
Il dottor Chillip rimase talmente colpito da quei modi bruschi che più
tardi disse a mia madre che solo per grazia di Dio era riuscito a non
perdere la sua presenza di spirito. Si limitò a ripetere con dolcezza:
- Forse un'infiammazione locale, signora?
- Sciocchezze! - gli ribatté mia zia e con un colpo solo tornò a
tapparsi l'orecchio.
Dopo di che al dottor Chillip non rimase che starsene seduto
guardandola di soppiatto mentre lei fissava il fuoco. Quando lo
richiamarono di sopra, rimase assente per circa un quarto d'ora, poi
ritornò.
- E allora? - disse mia zia, togliendosi l'ovatta dall'orecchio più
vicino al medico.
- E allora, signora, - le rispose il dottor Chillip - si va... si va
avanti lentamente.
- Bah! - esclamò mia zia, scotendo di scatto la testa in perfetta
armonia con il dispregio espresso da quel monosillabo. E tornò a
tapparsi come prima.
- Davvero... davvero... - come disse poi a mia madre il dottor
Chillip, egli si era sentito quasi offeso: da un punto di vista
esclusivamente professionale, si era sentito quasi offeso. Tuttavia
rimase lì a guardare la donna per quasi due ore, mentre l'altra
fissava il fuoco. Poi lo chiamarono, seguì un'altra assenza, e fu
ancora di ritorno.
- E allora? - disse mia zia, togliendosi di nuovo l'ovatta dallo
stesso orecchio.
- E allora, signora, - le rispose il dottor Chillip - si va procedendo
lentamente, signora.
- Bah! - gli ringhiò contro mia zia con tale violenza che il dottore
Chillip non poté più sopportare quei modi: vi era, come disse in
seguito, la palese intenzione di fargli perdere la pazienza. Preferì
dunque starsene a sedere sulle scale al buio e con una forte corrente
d'aria in attesa che lo richiamassero.
Ham Peggotty, il quale frequentava la scuola pubblica, era un vero
drago nel rispondere alle domande, e pertanto lo si può ritenere un
testimone attendibile, riferì il giorno seguente che avendo fatto
capolino all'uscio del salottino un'ora dopo, venne immediatamente
scoperto dalla signorina Trotwood (che allora andava avanti e indietro
tutta agitata nella stanza) e subito ghermito prima che riuscisse a
fuggire. Dal piano sopra veniva di quando in quando un suono di passi
e di voci, ed egli intuì che l'ovatta non cancellasse del tutto quei
rumori dal fatto che senza dubbio la signora l'aveva preso come
vittima sulla quale sfogare l'eccesso di agitazione perché quando i
rumori erano più marcati, lo afferrava stretto per il colletto della
giubba (come se dovesse rianimarlo dopo una eccessiva dose di
laudano), lo trascinava avanti e indietro, lo scoteva, gli arruffava i
capelli, gli strappava la camicia, gli tappava perfino le orecchie
quasi fossero state quelle di lei, e in altri modi lo malmenava e
maltrattava. Tutto ciò venne almeno in parte confermato da sua zia,
che lo vide verso mezzanotte e mezza, poco dopo che s'era liberato, e
affermò che era in quel momento altrettanto rosso di me.
Il mite dottor Chillip non avrebbe saputo serbare rancore in un
momento come quello, né in qualunque altra circostanza. Non appena
libero scivolò di sbieco dentro al salottino, e con il suo tono più
dolce disse a mia zia:
- E allora, signora, sono felice di congratularmi con lei.
- Per che cosa? - replicò aspra mia zia.
Il dottor Chillip fu di nuovo impressionato dalla grande severità dei
modi di mia zia, e per conciliarsela le rivolse il solito leggero
inchino e il suo mezzo sorriso.
- Bontà del cielo, che cosa fa costui! - esclamò mia zia
irritatissima. - Non è capace di parlare?
- Cara signora, stia calma - disse il dottor Chillip con il suo tono
più dolce. - Non vi è più motivo di agitazione, signora. Stia calma.
E' stato sempre ritenuto quasi un miracolo che mia zia non lo abbia
afferrato e scosso per fargli dire subito quanto aveva da dire. Si
limitò invece a scuotere la testa, ma in maniera tale da terrorizzare
l'ometto.
- E allora, signora, - riprese il dottor Chillip non appena gli tornò
il coraggio di aprir bocca - sono felice di congratularmi con lei. E'
finito tutto, signora, tutto è finito bene.
Per tutti i cinque minuti che il dottor Chillip impiegò a pronunciare
questo discorso, mia zia non smise di fissarlo intensamente.
- Come sta lei? - gli chiese mia zia, incrociando le braccia, da una
delle quali le penzolava ancora il cappellino.
- Ecco, signora, spero che fra poco starà bene - rispose il dottor
Chillip. - Bene quanto ci si può aspettare che si senta una giovane
madre, tenuto conto delle sue tristi condizioni di famiglia. Nulla di
contrario che lei adesso la veda. Anzi le potrà giovare.
- E lei? - insistette aspra mia zia.
Il dottor Chillip chinò ancor più la testa da un lato e guardò mia zia
come un uccellino pieno di buone intenzioni.
- La bambina - precisò mia zia. - Come sta?
- Signora, - le rispose il dottor Chillip - ritenevo che l'avessero
già informata. E' un maschio.
Mia zia non aperse bocca, impugnò il cappellino come una fionda con
cui volesse mirare alla testa del dottor Chillip, se lo infilò di
traverso e scomparve. Sparì come una fata irritatissima, o come uno di
quegli esseri soprannaturali che la voce popolare diceva io avrei
posseduto la facoltà di scorgere; e non ritornò mai più.
No. Io giacevo nella mia culla, e mia madre nel suo letto, ma Betsey
Trotwood Copperfield era entrata per sempre nella terra dei sogni e
delle ombre, nel tremendo paese dal quale da così poco tempo ero
arrivato io, e la luce che si diffondeva dalla finestra della nostra
camera illuminava la meta terrena di tutti i viaggiatori come me, e il
tumulo che ricopriva le ceneri e la polvere di colui senza il quale io
non sarei mai nato.
2 - MI GUARDO INTORNO.
Se ritorno molto indietro nel vuoto della mia infanzia, i primi
oggetti che assumono per me dei contorni precisi sono mia madre con i
suoi bei capelli e la figura giovane, e Peggotty con la figura goffa e
gli occhi tanto scuri da rabbuiare il viso tutt'intorno, e le guance e
le braccia tanto dure e rosse che mi domandavo come mai gli uccelli
non preferissero beccare lei invece delle mele.
Mi pare di poterle ricordare entrambe, a poca distanza l'una
dall'altra, fatte minuscole ai miei occhi perché accoccolate o
inginocchiate a terra, mentre io vado traballando dall'una all'altra.
Ho nella mente l'impressione, che non so distinguere da un effettivo
ricordo, del tocco dell'indice che Peggotty mi stendeva perché lo
afferrassi e che il lavoro di cucito aveva reso ruvido come una
minuscola grattugia per la noce moscata.
Questo può essere frutto dell'immaginazione, sebbene io creda che
quasi tutti possano risalire più indietro nel tempo di quanto molti
suppongono, come pure credo che in moltissimi bambini molto piccoli la
capacità di osservare sia davvero meravigliosa per accuratezza e
precisione. Ritengo addirittura che di molti adulti giudicati notevoli
sotto questo riguardo si dovrebbe più a ragione dire che non hanno
perduto la capacità originaria, invece di affermare che l'hanno
acquisita; tanto più che ho spesso notato come tali persone conservano
di solito una certa freschezza e amabilità, e la capacità di essere
contenti, che rientrano nel retaggio non dissipato dell'infanzia.
Potrei avere adesso il sospetto che nel dir questo io stia
"vagabondando", se non fossi indotto a osservare che a tali
conclusioni sono alquanto portato dalle esperienze che ho di me
stesso; e se dovesse risultare da qualche parte di questo mio racconto
che ero un bambino con una forte capacità di osservazione, o che da
adulto conservo un vivido ricordo della mia infanzia, dico subito che
rivendico entrambe queste caratteristiche.
Se, come ho detto, mi volgo indietro a scrutare il vuoto della mia
infanzia, i primi oggetti che vedo emergere nel ricordo nitidi e
distinti da una confusione di altre cose, sono mia madre e Peggotty.
Che cos'altro ricordo? Vediamo.
Esce fuori dalla nube la nostra casa, non nuova per me, ma già
familiare fin nei primi ricordi: al pianterreno vi è la cucina di
Peggotty, che dà sul cortile con al centro un palo che regge una
piccionaia senza piccioni; in un angolo si trova un grosso canile
senza il cane; e mi girano intorno in maniera minacciosa e feroce
molte galline che vedo terribilmente alte. Vi è un gallo, che per
cantare sale su un pilastro e che pare mi fissi mentre io lo guardo
dalla finestra della cucina, e mi fa tremare tanto è fiero. E le oche
sul campo di là del cancello, che se esco da quella parte mi inseguono
dondolando e allungando il collo, mi tornano in sogno come un uomo che
vive tra le bestie feroci potrebbe sognare i leoni.
Ecco ora il lungo corridoio, una prospettiva enorme per me, che
conduce dalla cucina di Peggotty alla porta d'ingresso. Vi si apre una
dispensa buia, e di sera bisogna passare di corsa davanti a
quell'uscio, perché non si sa che cosa potrebbe nascondersi fra quelle
tinozze, giare e vecchie casse di tè, quando non vi è nessuno che le
rischiari con la fioca luce di una candela, facendo uscire dalla
stanza un odore di muffa in cui si mescolano aromi di sapone,
sottaceti, pepe, candele e caffè in un'unica zaffata. Poi vengono i
due salotti, quello dove la sera stiamo mia madre, io e Peggotty
(perché Peggotty ci tiene sempre compagnia quando ha terminato i suoi
lavori e ci troviamo soli) e il salotto buono dove stiamo la domenica,
piuttosto grande, ma non altrettanto comodo. Per me questa stanza ha
qualcosa di triste perché Peggotty mi ha parlato, non so quando, ma
tanto tempo fa, del funerale di mio padre e degli uomini che vi
entravano per indossare il mantello nero. Una domenica sera mia madre
legge in quel salotto a Peggotty e a me la storia di Lazzaro
resuscitato dai morti. Ne rimango talmente impressionato che più tardi
devono farmi alzare dal letto per mostrarmi dalla finestra della
camera il camposanto tranquillo con tutti i suoi morti nel riposo
delle tombe sotto la luce solenne della luna.
Non conosco nulla di più verde dell'erba di quel camposanto, nulla che
sia più ombroso dei suoi alberi, più silenzioso delle sue pietre
tombali. Vedo le pecore che vi brucano quando la mattina di buon'ora
mi metto a sedere sul lettino che sta dietro una parete dentro la
camera di mia madre; e vedo la luce che si accende rossa sulla
meridiana, e mi domando: "Chissà se la meridiana è contenta di poter
segnare di nuovo il tempo!".
Ecco il nostro banco nella chiesa: che alta spalliera! E lì vicino la
finestra che guarda verso la nostra casa; infatti durante la funzione
del mattino Peggotty la guarda spesso, perché vuole sincerarsi quanto
può che non vi siano entrati i ladri, né che stia andando a fuoco. Ma
per quanto Peggotty giri gli occhi, lei si irrita se io giro i miei, e
mentre sto in piedi sul sedile mi ordina con un'occhiata severa di
guardare il pastore. Ma non posso guardarlo continuamente... lo
conosco bene senza quella cosa bianca indosso, e temo che si chieda
perché lo fisso così, e magari interrompa la funzione per informarsi
sul motivo... e allora che cosa mi toccherà dire? E' terribile stare a
bocca aperta, ma devo pur fare qualcosa. Guardo mia madre, ma lei
finge di non vedermi. Guardo un ragazzo nella navata, e lui mi fa le
boccacce. Guardo il sole che entra dalla porta spalancata sul portico
e vedo una pecora sperduta... non voglio dire un peccatore, ma una
pecora vera, che sembra indecisa se entrare in chiesa. Ho
l'impressione che se non smetto di guardarla potrei cedere alla
tentazione di dire qualcosa a voce alta, e allora che cosa sarebbe di
me! Alzo gli occhi sulle lapidi monumentali sulla parete e cerco di
pensare al signor Bodgers, defunto di questa parrocchia, e quali
saranno stati i sentimenti della signora Bodgers, "quando per lungo
tempo afflitto dai malanni il signor Bodgers fu, e nulla poi il medico
poté". Mi domando se abbiano chiamato il dottor Chillip e se proprio
lui non abbia potuto far nulla, e se gli fa piacere vederselo
ricordare una volta alla settimana. Passo lo sguardo dal dottor
Chillip con il suo cravattone domenicale al pulpito e penso come
sarebbe bello poterci giocare, usarlo come una fortezza, mentre un
altro ragazzo sale sui gradini per attaccarla, e allora scaraventargli
in testa i bei cuscini di velluto con le nappine. Pian piano gli occhi
mi si chiudono, odo appena il pastore che in quell'afa intona un canto
sonnolento, e poi più nulla, finché cado di colpo dal banco e Peggotty
mi porta fuori più morto che vivo.
E ora vedo l'esterno della nostra casa e le vetrate a piccoli riquadri
delle finestre spalancate per far entrare l'aria profumata e i vecchi
nidi malconci delle cornacchie che dondolano ancora dai rami degli
olmi in fondo al giardino. Ora mi trovo nel frutteto dietro la casa,
di là del cortile con la piccionaia vuota e il canile pure vuoto; è
una vera riserva di farfalle, con il suo steccato alto e il cancello
con il catenaccio; i frutti a grappoli su quegli alberi sono più
maturi e saporiti di tutti quelli mai cresciuti in ogni altro
giardino, e mia madre ne coglie un canestro mentre io le sto accanto,
sforzandomi di fare l'indifferente quando riesco a inghiottire qualche
furtivo chicco di uvaspina. Si leva un gran vento e in un attimo
l'estate finisce. Nel crepuscolo invernale balliamo per gioco nel
salottino, e quando mia madre rimane senza fiato e si mette a riposare
sulla poltrona la guardo mentre si avvolge sulle dita i riccioli
biondi, si aggiusta il corsetto, e nessuno sa più di me quanto le
piaccia avere l'aria elegante e come sia fiera di essere tanto bella.
Questa è una delle mie prime impressioni, insieme alla vaga sensazione
che tutti e due abbiamo un po' paura di Peggotty e ci lasciamo quasi
sempre guidare da lei: oso dire che sono questi i primi giudizi, se
così li posso definire, che io abbia mai tratto da quanto vedevo.
Una sera Peggotty e io siamo soli di fronte al fuoco del salottino, ho
appena finito di farle una lettura intorno ai coccodrilli. Devo aver
letto non molto bene, o quella povera anima si sarà sentita poco
interessata, ma ricordo che alla fine era rimasta con la vaga
impressione che si trattasse di qualche tipo di vegetali. Ero stanco
di leggere, morivo dal sonno, ma siccome avevo ricevuto come
grandissimo premio il permesso di stare alzato fino a quando mia madre
sarebbe ritornata a casa dopo avere trascorso la serata nella casa di
certi vicini, piuttosto che andare a letto è naturale che avrei
preferito morire in piedi. Ero giunto a un tale grado di sonnolenza
per cui vedevo Peggotty gonfiarsi fino a diventare enorme. Tenni
sollevate le palpebre con l'indice e seguitai a fissarla, intenta al
suo lavoro: fissavo il pezzetto di candela che le serviva per dare la
cera al filo (come sembrava vecchio, così tutto grinze da tutte le
parti!), la casina con il tetto di paglia in cui riposava il nastro
per misurare, la sua scatola da lavoro con il coperchio scorrevole e
dipinta sopra la veduta della cattedrale di San Paolo (e la cupola era
rosa), il ditale di ottone che teneva al dito, e lei stessa, che a mio
avviso era bella. Avevo tanto sonno che sapevo sarei crollato se solo
avessi smesso di concentrare l'attenzione su qualcosa.
- Peggotty! - le chiesi all'improvviso. - Sei mai stata sposata?
- Santo cielo, signorino Davy, - mi rispose Peggotty - come t'è venuto
in mente il matrimonio?
Aveva risposto così di scatto da svegliarmi del tutto. Poi smise di
cucire e mi guardò, con l'ago tirato per tutta la lunghezza del filo.
- Ma dimmi, Peggotty, sei mai stata sposata? - ripeto io. - Non è vero
che sei una donna molto bella?
Senza dubbio la vedevo diversa per stile da mia madre, ma secondo un
altro tipo di bellezza la giudicavo un esemplare perfetto. Vi era nel
salotto buono uno sgabello di velluto rosso, sul quale mia madre aveva
dipinto un mazzolino di fiori: ebbene, per me quel tessuto di fondo e
la carnagione di Peggotty erano identici. Lo sgabello era morbido e
Peggotty era ruvida, ma questo non faceva differenza.
- Io, bella, Davy? - dice Peggotty. - Dio santo, no, mio caro! Ma che
cosa ti ha messo in testa il matrimonio?
- Non lo so... Non si può sposare più di una persona per volta, non è
vero, Peggotty?
- No, certo - afferma Peggotty con la massima decisione.
- Ma se si sposa qualcuno e questo muore, allora ci si può sposare
un'altra volta, non è vero, Peggotty?
- Si può, - dice Peggotty - mio caro, se si vuole. Dipende
dall'opinione che si ha.
- E qual è la tua opinione, Peggotty? - le chiedo.
La interrogo e la fisso con curiosità, perché lei mi guarda con
curiosità.
- La mia opinione - disse Peggotty, distogliendo gli occhi da me dopo
una breve indecisione e riprendendo a cucire - è che io non mi sono
mai maritata e non è probabile che mi mariti. Ecco tutto quello che so
intorno a questo argomento.
- Non sei arrabbiata, spero, Peggotty, vero? - le dissi dopo essere
rimasto zitto per un momento.
Pensavo davvero che lo fosse perché mi aveva risposto così brusca, ma
ero decisamente in errore, perché mise da parte il lavoro (rammendava
una calza sua) e spalancando le braccia strinse a sé con forza la mia
testina ricciuta. So che l'abbraccio fu ben forte perché, essendo lei
piuttosto grassa, ogni volta che faceva un piccolo sforzo quando era
vestita le saltava qualche bottone dal dorso dell'abito. E ricordo che
mentre mi stringeva, in quel preciso momento, due bottoni schizzarono
nell'angolo opposto del salottino.
- Ora fammi sentire dell'altro sui croccodilli - disse Peggotty, che
non aveva ancora bene appreso quel nome. - Voglio saperne di più.
Non capivo perché Peggotty avesse l'aria così strana, né il suo
desiderio di tornare in fretta ai coccodrilli, tuttavia ripresi non
più insonnolito la lettura intorno a quei mostri: lasciammo le loro
uova sulla sabbia a farle schiudere dal sole, e rincorsi dalle bestie
riuscimmo a sfuggire operando rapide svolte che essi non riuscivano a
imitare, fatti come sono tutti d'un pezzo; e poi come due indigeni
scendemmo nell'acqua per catturarli e ficcammo loro in gola aguzzi
pezzi di legno, insomma eseguimmo ogni stadio possibile di sfida ai
coccodrilli, o almeno lo eseguii io, perché su Peggotty avevo i miei
dubbi, vedendo che pareva stesse pensando ad altro e non finiva di
pungersi con l'ago in varie parti del viso e delle braccia.
Avevamo esaurito l'argomento dei coccodrilli e dato inizio a quelle
degli alligatori quando sonò il campanello della porta: era mia madre
più che mai carina, così mi parve, e vi era con lei quel signore con i
bei capelli e i favoriti neri che la domenica prima ci aveva
accompagnati a casa dalla chiesa.
Mentre sulla soglia mia madre si chinava per abbracciarmi e baciarmi,
il signore disse che ero un bambino più fortunato di un re, o qualcosa
del genere, perché ammetto che a questo punto mi assiste il ricordo di
quanto poi seguì.
- Che cosa vuol dire? - gli chiesi, guardandolo al di sopra della
spalla di mia madre.
Mi accarezzò la testa, ma non so perché non mi piaceva la sua voce
profonda, e mi rese geloso il fatto che nel toccarmi la sua mano
avrebbe toccato, anche mia madre, il che avvenne infatti. Respinsi
quella mano come potei.
- Oh, Davy! - protestò mia madre.
- Caro ragazzo! - disse il signore. - Non mi può stupire il suo
attaccamento!
Non avevo mai visto prima di allora un così bel colore sulle guance di
mia madre. Mi rimproverò con dolcezza per la mia sgarberia, e
tenendomi stretto al suo scialle si volse a ringraziare il signore di
essersi disturbato a ricondurla a casa. Nel parlare gli stese la mano
e mentre il signore gliela stringeva, mi parve che lei gettasse
un'occhiata a me.
- Scambiamoci la buona notte, bel ragazzo - disse il signore dopo
avere chinato la testa (lo vidi bene io!) sulla manina chiusa nel
guanto di mia madre.
- Buona notte! - dissi.
- Via! Noi vogliamo diventare i migliori amici del mondo! - disse il
signore. - Diamoci la mano!
Tenevo la destra stretta nella mano di mia madre, perciò gli stesi la
sinistra.
- Ma Davy, - rispose il signore - questa non è la mano giusta.
Mia madre mi fece allungare la destra, ma per i miei motivi avevo
deciso di non dargliela e non gliela diedi. Gli stesi l'altra ed egli
me la strinse cordialmente, disse che ero un bravo ragazzo e se ne
ando.
Lo rivedo ancora adesso girare la testa mentre era nel giardino e
lanciarmi un'occhiata con quei suoi occhi neri di malaugurio appena
prima che la nostra porta si chiudesse.
Peggotty non aveva detto una sola parola, né mosso un dito, ora si
affrettò a tirare i chiavistelli e tutti e tre andammo nel salottino.
Mia madre, invece di sedere nella poltrona accanto al caminetto
com'era solita fare, rimase all'altro capo della stanza e sedette
canterellando tra sé.
- Spero che abbia passato una bella serata, signora! - disse Peggotty,
rimanendo ritta e dura come un barilotto in mezzo alla stanza con il
candeliere in mano.
- Grazie tante, Peggotty - le rispose mia madre con la voce allegra. -
Ho proprio trascorso una serata molto bella.
- Vedere qualche forestiero serve di piacevole cambiamento - suggerì
Peggotty.
- Un cambiamento molto piacevole davvero - disse di rimando mia madre.
Peggotty se ne stava sempre immobile in mezzo alla stanza, mia madre
riprese a cantarellare e io mi addormentai, non proprio del tutto per
non udire le voci, ma senza distinguere le parole. Ridestatomi a mezzo
da quello scomodo dormiveglia, scopersi che Peggotty e mia madre
parlavano insieme ed erano tutte due in lagrime.
- Uno così non sarebbe piaciuto al signor Copperfield - diceva
Peggotty. - Questo lo dico e lo giuro!
- Santo cielo! - gridò mia madre. - Vuoi farmi impazzire! Vi è mai
stata una povera ragazza così maltrattata dalla sua serva come capita
a me? Ma perché devo farmi il torto di chiamarmi ragazza? Non è forse
vero che sono stata sposata, Peggotty?
- Lo sa Dio che è vero, signora - disse Peggotty.
- E allora come osi, - disse mia madre - no... sai bene che non volevo
dire questo, Peggotty, ma come hai il cuore... di rendermi tanto
infelice e dirmi cose tanto amare quando sai bene che fuori di qui non
ho una sola anima amica a cui rivolgermi?
- Motivo di più per dirle - replicò Peggotty - che questo non va bene.
No! così non va bene. No, a qualunque costo. No! Pensai che Peggotty
volesse gettare via il candeliere, tanto lo brandiva con forza.
- Come puoi essere così insopportabile - disse mia madre versando
ancora più lagrime di prima - da parlare in modo tanto ingiusto! Come
puoi andare avanti a parlare come se tutto fosse già sistemato e
deciso, Peggotty, se ti dico e ti ripeto, donna crudele, che non vi è
stato nulla più delle più normali cortesie! Parli di ammirazione: che
cosa posso farci io? Se la gente è così sciocca da provare
ammirazione, è forse mia la colpa? Chiedo a te che cosa ci posso fare?
Vorresti forse che mi tagliassi i capelli e mi tingessi di nero la
faccia, o mi facessi brutta con una bruciatura o scottatura o altro
del genere? Oso dire che tu lo vorresti, Peggotty! Oso dire che ti
farebbe piacere.
Mi parve che Peggotty fosse molto colpita da questa accusa.
- E il mio caro bambino - esclamò mia madre, avvicinandosi alla
poltrona dove stavo e accarezzandomi - il mio piccolo Davy! Si vuole
forse insinuare che non voglio abbastanza bene al mio tesoro diletto,
alla più cara creaturina che sia mai venuta al mondo!
- Nessuno è mai andato a dire una cosa del genere! - protestò
Peggotty.
- L'hai detto tu, Peggotty! - ribatté mia madre. - Lo sai che è vero.
Che cos'altro si poteva capire da quello che avevi detto,
sgarbatissima creatura, mentre sai benissimo come lo so io che appunto
pensando a lui lo scorso trimestre non ho voluto comperarmi un
parasole nuovo sebbene quello verde sia vecchio e tutto sciupato e
abbia la frangia rovinata? Lo sai bene, Peggotty, non puoi negarlo! -
Poi rivolgendosi a me amorosamente, e con la guancia contro la mia: -
Sono una mammina cattiva per te, Davy? Sono una mammina antipatica,
egoista e crudele? Dimmelo, bambino mio; dimmi di sì, bambino caro, e
Peggotty ti vorrà tanto bene; l'amore di Peggotty è tanto più grande
del mio, Davy. Io non ti voglio affatto bene, non è vero?
A questo punto ci mettemmo a piangere tutti e tre. Credo che fossi io
a piangere più forte, ma sono sicuro che eravamo tutti sinceri. Io mi
sentivo addirittura spezzare il cuore, e temo che nel primo impeto del
mio amore ferito devo aver dato a Peggotty della bestia. Quella onesta
creatura era profondamente addolorata e per l'occasione deve essere
rimasta senza più bottoni perché avvenne una scarica di quelle piccole
esplosioni quando, avendo fatto la pace con mia madre, si mise
ginocchioni accanto alla mia poltrona e fece la pace con me.
Ci andammo a coricare oltremodo depressi. A lungo i singhiozzi mi
fecero sussultare nel sonno, e quando un singhiozzo particolarmente
forte mi fece addirittura rizzare sul letto, scopersi mia madre seduta
accanto e china su di me. Allora mi addormentai fra le sue braccia e
dormii profondamente.
Non riesco a ricordare se fosse la domenica dopo che rividi quel
signore, oppure se sia trascorso del tempo prima che si rifacesse
vivo. Sulle date confesso di non essere preciso. Lui era in chiesa,
poi venne fino a casa con noi ed entrò con lo scopo di vedere un
famoso geranio che avevamo sulla finestra del salotto. Non mi parve
che lo guardasse con molta attenzione, ma prima di andar via chiese a
mia madre che gli desse un fiore. Essa lo invitò a sceglierlo da sé,
ma egli rifiutò di far questo (non compresi perché) e allora essa lo
colse e glielo mise in mano. Egli disse che non se ne sarebbe mai
separato, mai più; e io pensai che doveva essere uno sciocco per non
sapere che i petali sarebbero caduti dopo un paio di giorni.
La sera Peggotty cominciò a stare con noi meno spesso del solito. Mia
madre si rimetteva molto a lei, più di prima, mi pareva, e fra noi tre
regnava una perfetta amicizia, eppure c'era qualcosa di diverso, non
eravamo più così spontanei fra noi. A volte immaginavo che Peggotty
forse disapprovava che mia madre indossasse tutte le belle vesti che
aveva nei cassetti, e che andasse tanto spesso in visita dai vicini,
ma non riuscii a capire bene come stessero le cose.
A poco a poco mi abituai a vedere quel signore con i favoriti neri.
Non che mi piacesse più che da principio, né che non provassi verso di
lui la medesima vaga gelosia, ma se mai abbia avuto un motivo al di là
della semplice antipatia infantile e del fatto che Peggotty e io non
potevamo fare a meno di dare molta importanza a mia madre, non era
certo quello che avrei saputo scoprire se avessi avuto più anni. Nulla
del genere mi venne in mente neppure da lontano. Riuscivo a osservare,
per così dire, a frammenti; ma quanto a fare una rete di un certo
numero di questi pezzi e con essa acchiappare qualcuno, era per il
momento al di fuori delle mie capacità.
Quel mattino d'autunno mi trovavo con mia madre nel giardino davanti a
casa quando il signor Murdstone (ormai sapevo il suo nome) passò di lì
a cavallo. Fermò il cavallo per salutare mia madre e disse che stava
recandosi a Lowestoft per incontrarsi con degli amici che vi si
trovavano con il loro panfilo, e ridendo si offerse di prendermi in
sella davanti a lui se volevo fare una cavalcata.
L'aria era così limpida e tranquilla, e pareva che anche al cavallo
piacesse l'idea di fare una corsa, vedendo come sbuffava e scalpitava
davanti al cancello, che mi venne un gran desiderio di accettare. Così
fui mandato di sopra perché Peggotty mi facesse elegante; intanto il
signor Murdstone smontò da cavallo, e con la briglia infilata al
braccio cominciò a passeggiare avanti e indietro lungo il lato esterno
della siepe di rose rampicanti, mentre mia madre camminava lentamente
avanti e indietro all'interno per tenergli compagnia. Ricordo che
Peggotty e io li spiammo dalla mia finestrella; ricordo che mi parve
che passeggiando esaminassero molto da vicino le roselline che stavano
tra loro due; e ricordo come Peggotty, già di umore angelico, si fosse
all'improvviso irritata, finendo per spazzolarmi i capelli alla
rovescia e con eccessiva energia.
Il signor Murdstone e io partimmo poco dopo, il cavallo trottava sulla
striscia erbosa lungo la strada. Mi reggeva senza difficoltà con una
mano sola e non credo di essermi mosso gran che ma seduto com'ero
davanti a lui non riuscii a trattenermi dai girare qualche volta la
testa per guardarlo. Aveva quel tipo di occhi che non saprei
descrivere se non dicendoli privi di profondità, quegli occhi che se
sono assorti per un singolare gioco di luce sembrano sfigurati per un
attimo dallo strabismo. Nel guardarlo, notai varie volte questo
fenomeno e ne fui spaventato, mi chiedevo a che cosa stesse pensando
così intensamente. Visti così da vicino, i capelli e i favoriti
sembravano ancora più neri di quanto avessi creduto. Egli aveva la
parte inferiore del viso quasi quadrata, e inoltre i puntini neri che
stavano a indicare come si radesse con cura ogni giorno la barba nera
e dura mi fecero ricordare il baraccone delle figure di cera che s'era
fermato nei dintorni circa sei mesi prima. Questo insieme con i
sopraccigli bene disegnati e il bianco, il nero e il bruno della sua
carnagione (maledetta la sua carnagione e la sua memoria!) facevano sì
che lo giudicassi, a dispetto delle mie riserve, un uomo molto bello.
Non dubito che lo vedesse in tal modo anche la mia povera mamma.
Andammo in un albergo sul mare dove due signori fumavano il sigaro in
una stanza. Ciascuno era sdraiato almeno su quattro sedie e tutti
indossavano rozze giubbe. In un angolo vi era un mucchio di altre
giubbe e di mantelli per marinai, e anche una bandiera, tutto alla
rinfusa.
Quando entrammo i due si drizzarono indolentemente e dissero: Salve
Murdstone! Pensavamo che tu fossi morto!
- Non ancora - disse il signor Murdstone.
- E questo sbarbatello chi è? - disse uno di quei signori prendendomi
per il braccio.
- Questo è Davy - rispose il signor Murdstone.
- Davy e poi? - chiese lo stesso. - Jones?
- Copperfield - disse il signor Murdstone.
- Cosa! - gridò l'uomo. - L'appendice dell'affascinante signora
Copperfield? Della graziosa vedovella?
- Quinion, - disse il signor Murdstone - attento, per favore. Qualcuno
ha le orecchie buone.
- Chi? - chiese ridendo il gentiluomo.
Alzai di colpo la testa, curioso di sapere.
- Soltanto Brooks di Sheffield - rispose il signor Murdstone.
Mi sentii sollevato scoprendo che si trattava solo di Brooks di
Sheffield, perché avevo da prima pensato che si trattasse di me.
Doveva esservi qualcosa di molto comico sul conto del signor Brooks di
Sheffield perché nell'udire quel nome i due signori scoppiarono in una
bella risata, e anche il signor Murdstone aveva l'aria di divertirsi.
Dopo un bel po' di risate il signore che aveva chiamato Quinion disse:
- E qual è il parere di Brooks di Sheffield sull'affare in programma?
- Ecco, non so se Brooks per ora ne abbia capito gran che, - rispose
il signor Murdstone - ma credo che in via generale non sia molto
favorevole.
Scoppiarono di nuovo tutti a ridere e il signor Quinion disse che
avrebbe sonato il campanello per ordinare dello sherry da bere alla
salute di Brooks. Così fece, e quando fu portato il vino me ne fece
servire un po' con un biscotto, e prima che lo bevessi mi fece alzare
per dire: - Al diavolo Brooks di Sheffield! - Questo brindisi venne
accolto con grandi applausi e tali risate cordiali che dovetti ridere
anch'io, e allora essi risero ancora più forte. Insomma ci stavamo
proprio divertendo.
Più tardi si andò a passeggio sulla scogliera, e ci sedemmo sull'erba,
guardammo attraverso un telescopio (io non riuscii a distinguere nulla
quando fu avvicinato al mio occhio, ma finsi di vedere), e poi
tornammo all'albergo per un pranzo anticipato. Per tutto il tempo
della passeggiata quei due signori fumarono senza mai smettere, e a
giudicare dall'odore delle loro giubbe rozze non dovevano avere smesso
di fumare dal momento in cui le avevano ricevute dal sarto.
Dimenticavo di dire che salimmo anche a bordo del panfilo, e là
scesero tutti e tre sottocoperta a darsi daffare con certe carte. Li
vidi lavorare intensamente quando guardai giù attraverso l'apertura
del boccaporto. Mi avevano intanto lasciato in compagnia di un uomo
molto simpatico con una gran testa di capelli rossi e sopra un
cappellino lucido, e una camicia o maglia a strisce con la parola
"Skylark" ("allodola") sul petto in tutte lettere maiuscole. Pensai
che fosse il suo nome e non avendo la porta d'ingresso su cui mettere
il nome, dato che abitava sul battello, l'avesse messo in mostra così.
Ma quando mi rivolsi a lui chiamandolo signor Skylark, mi disse che
era il nome dell'imbarcazione.
Notai per tutta la giornata come il signor Murdstone fosse più serio e
risoluto degli altri due signori, che erano allegri e spensierati,
scherzavano spesso tra loro, ma di rado con lui. Mi pareva che egli
fosse più freddo e intelligente di loro, e che i due avessero per lui
almeno in parte i sentimenti che nutrivo io al suo riguardo. Mi
accorsi un paio di volte che, parlando, il signor Quinion gettava
occhiate di straforo al signor Murdstone come per accertarsi che non
fosse dispiaciuto, e che una volta, quando il signor Passnidge (cioè
l'altro signore) era particolarmente faceto, gli pestò il piede e lo
invitò con un'occhiata ammonitrice a vedere che il signor Murdstone se
ne stava a sedere severo e silenzioso. Non rammento neppure che quel
giorno il signor Murdstone abbia mai riso, salvo a proposito dell'uomo
di Sheffield, che però aveva introdotto lui stesso nel discorso.
Fummo di ritorno a casa prima che facesse tardi. Era una bella sera
limpida, e mia madre e il signor Murdstone tornarono a passeggiare un
po' lungo la siepe mentre io salivo a prendere il tè. Quando se ne fu
andato mia madre volle sapere come avevamo trascorso la giornata e che
cosa gli altri avevano detto e fatto. Le riferii ciò che avevano detto
di lei ed ella rise e disse che erano tipi screanzati che dicevano
delle sciocchezze, ma compresi che era lusingata. Lo compresi
benissimo allora come lo comprendo adesso. Colsi l'occasione di
chiederle se per caso conoscesse il signor Brooks di Sheffield, ma
rispose di no e che immaginava fosse un industriale del ramo
posateria.
Come posso dire del suo viso, alterato come ho motivo di ricordarlo,
morto come so, che non c'è più, che è scomparso, se mi ritorna anche
in questo momento sotto gli occhi non meno vivido di ogni volto su cui
poso lo sguardo in una strada affollata? Come parlare della sua
giovanile, innocente bellezza, poi appassita e morta, se sento ora il
suo respiro sulla mia guancia come lo sentii quella sera? Come potrò
dire che ella sia mai mutata se il mio ricordo me la fa rivivere come
allora; se, più fedele alla sua amorosa giovinezza di quanto chiunque
altri sia stato, ella trattiene ancora saldamente ciò che allora ebbe
caro?
Voglio scrivere di lei com'era quando andai a letto dopo quella
conversazione, e venne a darmi la buona notte. Si inginocchiò
scherzosa accanto al mio letto, appoggiò il mento sulle mani e disse
ridendo:
- Che cos'era che hanno detto, Davy? Tornamelo a dire. Non ci credo.
- La affascinante... - cominciai a dire.
Mia madre mi mise una mano sulla bocca per farmi tacere.
- La parola non è stata "affascinante" Davy - disse ridendo. Non
poteva essere. Lo so che non è così.
- Sì, davvero. "L'affascinante signora Copperfield" - ripetei con
forza. - E hanno detto anche: "graziosa".
- No, no, non hanno detto "graziosa". Graziosa no - m'interruppe mia
madre, tornando a posarmi le dita sulle labbra.
- Sì, proprio così. Hanno detto "la graziosa vedovella".
- Sciocchi e screanzati! - gridò mia madre, ridendo e coprendosi il
viso con le mani. - Uomini ridicoli! Non è forse vero? Davy, mio
caro...
- Sì, mamma...
- Non dirlo a Peggotty; potrebbe andare in collera con loro. Sono
anch'io terribilmente in collera, ma non vorrei che Peggotty lo
sapesse.
Promisi, naturalmente, e ci baciammo più e più volte e poco dopo ero
profondamente addormentato.
Ormai a distanza di tempo mi pare che subito il giorno seguente
Peggotty mi abbia fatto l'impressionante e fantastica proposta di cui
sto per parlare, ma è più probabile che fossero trascorsi due mesi.
Una sera noi due sedevamo insieme come l'altra volta (mia madre era
uscita di nuovo) in compagnia di una calza, del nastro per misurare,
del pezzetto di candela, della scatola con la cattedrale di San Paolo
sul coperchio e con il libro sui coccodrilli, quando Peggotty, dopo
avermi guardato varie volte, e aver aperto la bocca come se stesse per
parlare, senza poi dire nulla (pensai che fossero dei semplici
sbadigli, altrimenti mi sarei spaventato), disse con tono convincente:
- Signorino Davy, non ti piacerebbe venire via con me a passare un
paio di settimane da mio fratello a Yarmouth? Non sarebbe bello?
- Tuo fratello, Peggotty, è simpatico? - m'informai prudentemente.
- Oh, com'è simpatico! - esclamò Peggotty alzando le braccia. - E poi
c'è il mare, anche le barche e i bastimenti; e i pescatori, e la
spiaggia; e 'Am per farti giocare...
Peggotty intendeva parlare di suo nipote Ham, ma riduceva il nome a
una semplice voce verbale (io "sono") della lingua inglese.
Rimasi entusiasta di quell'elenco di delizie e risposi che sarebbe
stato davvero molto bello, ma che cosa avrebbe detto mia madre?
- Ecco - disse Peggotty, scrutandomi in viso - io scommetterei subito
una ghinea che ci lascerà andare. Se vuoi, glielo chiedo appena
ritorna. Benissimo!
- Ma come farà fin che saremo via? - dissi, puntando i gomiti sulla
tavola per discutere meglio su quel punto. - Non può vivere da sola.
Se all'improvviso Peggotty si mise a cercare con tanta attenzione un
buco nel calcagno di quella calza, doveva essere davvero piccolo,
tanto da non meritare nemmeno un rammendo.
- Senti, Peggotty! Lo sai bene che non può vivere da sola!
- Oh, benedetto figliolo! - disse Peggotty, tornando finalmente a
levarmi gli occhi in viso. - Non lo sapevi? Ha l'intenzione di stare
per due settimane dalla signora Grayper. La signora Grayper avrà
moltissimi invitati.
Oh, se le cose stavano così, io ero dispostissimo a partire. Attesi
con la massima impazienza che mia madre tornasse a casa dalla visita
alla signora Grayper (quella medesima vicina) per avere la certezza
che avremmo potuto realizzare quel grandioso progetto. Ma senza
mostrarsi per nulla meravigliata come avrei creduto, mia madre vi
aderì prontamente, e quella sera stessa tutto venne sistemato, anche
il compenso da versare per vitto e alloggio durante il mio soggiorno.
Giunse il giorno della partenza. Era una data così vicina che venne
presto anche per me che avevo la febbre dell'attesa, e quasi temevo
che per impedire la spedizione intervenissero il terremoto, o il fuoco
di un vulcano, o qualche altra grande catastrofe della natura. Avremmo
viaggiato sul carro di un corriere che partiva al mattino subito dopo
la prima colazione. Avrei dato tutti i miei averi pur di poter passare
la notte ravvolto in una coperta e già vestito, con stivali e
cappello.
Ne parlo tranquillamente, ma ancor oggi quasi mi commuovo nel
ricordare com'ero ansioso di partire dalla mia casa felice, nel
pensare quanto ero lontano dall'immaginare che stavo per abbandonarla
per sempre.
Mi fa piacere ricordare che quando il carro del corriere si fermò al
cancello e mia madre mi abbracciava, tenerezza e gratitudine per lei e
verso il vecchio luogo da cui prima di allora non mi ero mai
allontanato mi fecero piangere. Mi fa piacere ricordare che anche mia
madre pianse e che sentii il suo cuore battere forte contro il mio.
Mi fa piacere ricordare che appena il carro si mosse mia madre uscì di
corsa dal cancello e gridò al corriere di fermarsi perché voleva
baciarmi un'altra volta. Mi fa piacere ricordare con quanto ardore e
amore abbia sollevato verso di me il suo viso e come mi baciò.
La lasciammo così sulla strada e subito il signor Murdstone le si
avvicinò, e pareva che la rimproverasse di essere tanto commossa. Io
mi ero affacciato fuori del tendone del carro, guardavo indietro e mi
stavo chiedendo che cosa ci stesse a fare lui. Anche Peggotty, che
guardava dall'altro lato, mi sembrò tutt'altro che soddisfatta, a
giudicare dall'espressione che aveva quando tirò dentro la testa.
Seguitai per un poco a guardare Peggotty, immaginando vagamente
un'ipotesi di avventura: se fosse stata incaricata di abbandonarmi
lungo la strada come il ragazzo della favola, avrei forse ritrovato la
via di casa seguendo i bottoni che le sarebbero saltati via.
3 - SONO IN UN NUOVO AMBIENTE.
Il cavallo del corriere doveva essere il più pigro del mondo, si
trascinava a testa bassa come se gli facesse piacere far aspettare le
persone a cui venivano spedite le merci. Immaginai addirittura che a
volte lo si sentisse sogghignare a quel pensiero, ma il corriere disse
che era afflitto dalla tosse.
Il corriere teneva la testa bassa come il suo cavallo e si lasciava
cadere in avanti tutto assonnato e con le mani appoggiate sulle
ginocchia fin che guidava il carro. Ho detto "guidava", ma mi balenò
alla mente che il carro sarebbe arrivato a Yarmouth benissimo anche
senza di lui, perché il cavallo faceva tutto da sé; quanto poi alla
conversazione non ne aveva la minima idea e si limitava a
fischiettare.
Peggotty teneva sulle ginocchia un canestro di viveri che ci sarebbero
potuti bastare abbondantemente se, con lo stesso mezzo, fossimo andati
fino a Londra. Mangiammo un bel po' e anche un bel po' dormimmo.
Peggotty si addormentava sempre con il mento sul manico del canestro,
senza allentarne la presa; e non l'avrei mai creduto, se non avessi
udito con le mie orecchie, che una donna inerme poteva russare tanto
forte.
Facemmo un tal numero di deviazioni su e giù per vie secondarie, e ci
volle così tanto tempo per scaricare un letto di fronte a una locanda
e fare tappe in tanti altri luoghi, che finii per essere stanchissimo
e fui molto contento quando si arrivò in vista di Yarmouth. Pensai che
tutto sembrava piuttosto spugnoso e inzuppato quando girai gli occhi
sulla grande pianura uniforme al di là del fiume; e non potei
tralasciare di chiedermi come mai, se il mondo era davvero rotondo
come si diceva nel mio libro di geografia, una parte di esso potesse
essere tanto piatta. Ma riflettei che Yarmouth si trovava forse a uno
dei due poli, il che spiegava il fatto.
Via via che ci si avvicinava vidi che il panorama si estendeva lungo
una linea bassa e diritta sotto il sole, e accennai a Peggotty che un
paio di colline l'avrebbero migliorato, e inoltre che se la terra
fosse stata un po' più distaccata dal mare, e la città e la marea non
fossero state così mischiate come pane tostato nell'acqua, il panorama
sarebbe stato migliore. Ma con maggiore enfasi del solito Peggotty
disse che le cose si devono prendere come si trovano e che da parte
sua era fiera di poter essere chiamata scherzosamente una "aringa" di
Yarmouth.
Quando ci trovammo nella via principale (che a me parve abbastanza
strana), e sentimmo l'odore di pesce, pece, stoppa e catrame, e
vedemmo i marinai che passeggiavano e i carri che andavano su e giù
rumorosamente sul selciato, mi accorsi di avere fatto torto a una
città così popolosa; ne parlai subito a Peggotty, la quale ascoltò con
molta compiacenza le mie espressioni di meraviglia, e mi disse che era
ben noto (immagino noto a tutti quelli che avevano la fortuna di
essere nati "aringhe") che, tutto sommato, Yarmouth era il luogo
migliore di tutto l'universo.
- Ecco il mio 'Am! - gridò Peggotty. - Tanto cresciuto da non
conoscerlo più!
Ci aspettava infatti alla locanda e si informò sulla mia salute come
fosse un vecchio amico. Non mi parve da principio di conoscerlo bene
quanto lui conosceva me poiché non era più tornato da noi dopo la
notte in cui ero nato, il che naturalmente rappresentava un suo
vantaggio su di me. Ma l'intimità fra noi aumentò molto quando per
condurmi a casa mi prese sulle spalle. Era adesso un giovanotto forte
e robusto, sul metro e ottanta di statura, largo in proporzione e con
le spalle quadrate, ma con lineamenti di fanciullo e capelli biondi e
ricciuti che gli davano un'aria timida e imbarazzata. Indossava una
giubba di tela e un paio di calzoni talmente rigidi da poter stare
ritti da soli anche senza avere dentro le gambe. E non si sarebbe
potuto dire che portasse un vero cappello perché aveva la sommità del
capo ricoperta, come un vecchio edificio, da qualche cosa di
incatramato.
Ham reggeva me sulle spalle e sotto il braccio un nostro involto,
Peggotty portava un'altra piccola valigia, e così infilammo vicoli
cosparsi di trucioli e monticelli di sabbia, passammo davanti a
gasometri, canapifici, cantieri per barche e battelli, cantieri di
demolizione, cantieri di carenaggio e di armamento, botteghe di fabbri
e una gran confusione di cose del genere fino a uscire sulla pianura
vuota che avevo già vista da lontano, quando Ham disse:
- Quella è la nostra casa, signorino Davy!
Guardai in tutte le direzioni, spingendo lo sguardo più che potei in
quel deserto e poi sul mare e verso il fiume, ma senza riuscire a
scorgere alcuna traccia di casa. Poco lontano, rizzata sul terreno
asciutto, vi era non so che tipo di vecchia imbarcazione con un tubo
di ferro che ne usciva in qualità di camino e che fumava molto
allegramente; ma non riuscivo a scorgere nient'altro che avesse
l'apparenza di una abitazione.
- Non può essere quella! - dissi. - Quella specie di nave?
- Proprio quella, signorino Davy - mi rispose Ham.
Non sarei stato più entusiasta all'idea romantica di abitarvi se si
fosse trattato del palazzo di Aladino. Vi era una bella porta sul
fianco e nel soffitto si aprivano delle piccole finestre; ma
l'incantevole meraviglia era che fosse una vera barca andata per mare
centinaia di volte, e niente affatto destinata a servire di abitazione
sulla terra ferma. La cosa più affascinante per me era questa. Se mai
fosse stata destinata per viverci l'avrei potuta ritenere angusta, o
scomoda, o troppo solitaria; ma non essendo stata costruita per tale
scopo diventava un'abitazione perfetta.
All'interno era pulitissima e anche il più possibile ordinata. Vi era
una tavola, una pendola olandese e un cassettone, e sul cassettone un
vassoio con dipinta una signora a passeggio con il parasole e un
bambino di aspetto marziale che faceva rotolare il cerchio. Il vassoio
era tenuto ritto da una Bibbia, e se fosse caduto avrebbe infranto una
quantità di tazze e piattini che stavano con la teiera radunati
intorno al libro. Alle pareti erano appese certe stampe a colori molto
popolari, sotto vetro e incorniciate, con soggetti della Sacra
Scrittura, e da allora non ne ho mai viste di simili fra le mani dei
venditori ambulanti senza rivedere di colpo tutto l'interno della casa
del fratello di Peggotty: Abramo vestito di rosso che stava per
sacrificare Isacco vestito di blu, e Daniele tutto in giallo dentro
una fossa di leoni verdi erano le principali. Sopra la mensola del
camino vi era un quadro con il battello "Sarah lane" che aveva infissa
una vera poppa di legno, opera d'arte in cui si univano l'abilità del
pittore e quella del carpentiere, e che giudicai uno dei più
invidiabili beni dei quali poter vantare il possesso sulla terra.
Sulle travi del soffitto vi erano degli uncini e sul momento non
riuscii a scoprirne l'uso; e vari bauli e cassette e altre cose del
genere che servivano come sedili e sostituivano le sedie.
Vidi tutto questo con una sola occhiata (in conformità alla mia teoria
sulle facoltà dell'infanzia) non appena ebbi varcata quella soglia, e
poi Peggotty aperse un piccolo uscio e mi mostrò la mia camera, la
cameretta più completa e desiderabile mai vista, chiusa nella poppa
della barca, con una minuscola finestra nel punto dove un tempo era
infilato il timone e un piccolo specchio infisso alla giusta altezza
per me, tutto incorniciato da gusci di ostriche; vi era un lettino con
accanto lo spazio strettamente necessario per salirvi, e sul tavolino
un mazzolino di alghe in una ciotola azzurra. Le pareti erano dipinte
di fresco e bianche come il latte; e i colori del copriletto erano
tanto brillanti da farmi dolere gli occhi. Una cosa che subito notai
in quella casa deliziosa era l'odore di pesce, un odore tanto
penetrante che togliendomi di tasca il fazzoletto per soffiarmi il
naso mi accorsi che sembrava vi fosse stata avvolta un'aragosta.
Quando in confidenza comunicai a Peggotty la mia scoperta, essa mi
informò che suo fratello commerciava in aragoste, gamberi e crostacei;
e in seguito scopersi che sotto la piccola tettoia dove erano riposti
bricchi e pentole non mancava mai un mucchio di queste creature
talmente compresse e confuse che seguitavano a pizzicare tutto ciò che
avevano a tiro.
Venne a darci il benvenuto una donna molto cortese con il grembiule
bianco, che avevo già visto inchinarsi sulla soglia quando mi trovavo
ancora un quarto di miglio lontano a cavalcioni sulle spalle di Ham.
Ci salutò anche una bambina bellissima (almeno così mi parve fosse)
che aveva al collo un filo di perle azzurre e che non volle la
baciassi quando sporsi verso di lei il viso, ma scappò via a
nascondersi. Poco dopo avere consumato un pranzo sontuoso a base di
pesce bollito, burro fuso e patate, con l'aggiunta di una braciola per
me, arrivò un uomo con barba e baffi e un'espressione di grande bontà.
Siccome si rivolse a Peggotty chiamandola "ragazza mia" e le stampò un
bacio rumoroso sulla guancia, non dubitai dalla correttezza dei modi
che fosse suo fratello; infatti mi fu subito presentato come il signor
Peggotty, il padrone di casa.
- Sono felice di vederla, signorino! - disse il signor Peggotty. - Ci
troverà rozzi, ma cordiali.
Lo ringraziai e dissi che sarei stato certo felice in un luogo tanto
bello.
- La sua mamma come sta, signorino? - mi chiese il signor Peggotty. -
Quando è partito, era abbastanza contenta?
Risposi al signor Peggotty che mia madre era contenta come si poteva
sperare e che gli mandava i suoi saluti, il che da parte mia era una
cortese finzione.
- Molto obbligato davvero - disse il signor Peggotty. - Bene,
signorino, e se si adatta a stare qui per un paio di settimane insieme
con lei, - e accennò alla sorella - Ham e la piccola Emily, noi saremo
onorati della sua compagnia.
Avendo fatto in tal modo gli onori di casa con grande senso di
ospitalità, il signor Peggotty uscì per lavarsi con una pentola di
acqua bollente, osservando che "l'acqua fredda non sarebbe servita a
togliergli di dosso quel sudiciume". Ritornò poco dopo molto
migliorato di aspetto, ma talmente rubicondo che non potei fare a meno
di pensare come il suo viso avesse questo in comune con aragoste,
gamberi e crostacei: entrava nell'acqua bollente quasi nero e ne
usciva tutto rosso.
Dopo aver preso il tè, la porta venne sprangata e quell'interno era
così accogliente (era calata la sera fredda e nebbiosa), da apparirmi
il più delizioso che mente umana potesse concepire. Udire il vento che
saliva dal mare, sapere che la nebbia si infittiva su tutta la
desolata pianura circostante, e guardare il fuoco sapendo che non vi
erano case intorno, e che questa era in effetti una barca, era come un
incantesimo. La piccola Emily aveva vinto la timidezza, s'era seduta
accanto a me sulla cassetta più piccola e più bassa, ma lunga
abbastanza per noi due, che entrava appena nell'angolo del camino. La
signora con il suo grembiule bianco lavorava a maglia nell'angolo
opposto, e Peggotty con il suo lavoro d'ago, la cattedrale di San
Paolo e il pezzetto di cera se ne stava perfettamente a suo agio come
se non avesse mai conosciuto un tetto diverso da quello. Ham mi aveva
dato una prima lezione di un certo gioco a carte, ora cercava di
ricordare il sistema di predire l'avvenire con quelle carte sudice, e
andava stampando impronte di pesce su ogni carta che girava. Il signor
Peggotty fumava la pipa. Capii che era il momento della conversazione
e delle confidenze.
- Signor Peggotty! - dissi.
- Signorino! - mi rispose.
- Lei ha dato a suo figlio il nome di Ham ("Cam") perché vivete in una
specie di Arca di Noè?
Mi parve che il signor Peggotty giudicasse la mia un'idea profonda, ma
rispose:
- No, signorino, il nome non gliel'ho dato io.
- Chi allora gli ha dato questo nome? - dissi io, formulando la
domanda come una variante di quella che viene al secondo posto nel
catechismo.
- Ecco, signorino, gliel'ha dato suo padre.
- Credevo che suo padre fosse lei.
- Suo padre era mio fratello Joe - spiegò il signor Peggotty.
- Forse è morto? - suggerii dopo una pausa rispettosa.
- Annegato - disse il signor Peggotty.
Ero molto stupito che il signor Peggotty non fosse il padre di Ham, e
cominciai a sospettare di aver capito male il suo rapporto di
parentela anche con gli altri. Ero così curioso che decisi di mettere
tutto in chiaro.
- La piccola Emily - dissi, gettandole un'occhiata - è sua figlia, non
è vero, signor Peggotty?
- No, signorino. Suo padre era mio cognato Tom.
Non riuscii a tacere. - E' morto, signor Peggotty? - arrischiai dopo
un'altra pausa di rispettoso silenzio.
- Annegato - disse il signor Peggotty.
Trovavo difficile riprendere l'argomento, ma non l'avevo ancora
esaurito e in un modo o nell'altro volevo andare fino in fondo. Perciò
dissi:
- Lei non ha proprio nessun figlio, signor Peggotty?
- No, signorino! - rispose con una breve risata. - Sono scapolo.
- Scapolo! - esclamai sbigottito. - Ma quella chi è, signor Peggotty?
- e indicai la donna con il grembiule bianco intenta a fare la maglia.
- Quella è la signora Gummidge - disse il signor Peggotty.
- La signora Gummidge? - ripetei.
Ma a questo punto Peggotty, intendo dire la mia Peggotty, mi ordinò
con un cenno tanto enfatico di non fare più domande, che fui costretto
a fissare senza parlare tutti gli altri che tacevano, e questo fino al
momento di andare a letto. Allora nella intimità della mia piccola
cabina Peggotty mi informò che Ham ed Emily erano due nipoti orfani
che il mio ospite aveva adottati in tempi diversi quand'erano ancora
molto piccoli e non possedevano assolutamente nulla; la signora
Gummidge era la vedova di un pescatore già suo socio, morto
poverissimo. Lui pure era un pover'uomo, disse Peggotty, ma buono come
l'oro e fedele come l'acciaio (questa era una delle sue similitudini).
Inoltre mi spiegò che il solo argomento sul quale egli andasse
terribilmente in collera e potesse addirittura imprecare era quello
della propria generosità; e se chiunque vi faceva cenno sferrava con
la destra un colpo tanto violento sulla tavola che una volta la spaccò
addirittura e disse imprecando orribilmente che voleva essere
"darnato" se la prossima volta che ne parlavano non sarebbe scappato e
scomparso per sempre. In risposta alla mia domanda seppi che nessuno
aveva la minima idea sul significato di quel verbo usato alla forma
passiva, ma tutti la ritenevano la più terribile delle imprecazioni.
Mi resi ben conto della grande bontà del mio ospite e rimasi ad
ascoltare le donne che andavano a letto in un'altra minuscola cabina
come la mia all'estremità opposta della barca, mentre lui stesso e Ham
appendevano due amache agli uncini che avevo notati nel soffitto, e
intanto mi crogiolavo in un gradevolissimo stato d'animo, reso ancora
migliore dalla sonnolenza. Prima di cedere affatto al sonno udii il
vento ululare sul mare e spazzare con tanta violenza la pianura che
vagamente temetti di sentirmi durante la notte sommerso dalle onde.
Poi ricordai che, dopo tutto, mi trovavo su una barca, e che un uomo
come il signor Peggotty era proprio il più adatto da avere a bordo se
mai accadesse qualche guaio.
Tuttavia non accadde nulla di peggio del sorgere dell'alba. E non
appena la vidi balenare sulle conchiglie del mio specchio, saltai dal
letto, e subito corsi fuori con la piccola Emily a raccogliere
sassolini sulla spiaggia.
- Tu sei brava come un marinaio, non è vero? - chiesi a Emily. Non so
perché pensassi una cosa del genere, ma mi parve cavalleresco dire
qualcosa, e poiché in quel momento una vela lucente poco lontana da
noi le si specchiava tanto bene negli occhi luminosi, mi venne in
mente di porle quella domanda.
- No - rispose Emily, scotendo la testa. - Io ho paura del mare.
- Hai paura! - esclamai con atteggiamento di bella fierezza e fissando
l'immenso oceano da dominatore. - Io no!
- Ah! - fece Emily. - Ma è crudele. Con alcuni dei nostri è stato
molto crudele. Io l'ho visto fare in pezzi una barca grande come la
nostra casa.
- Spero non fosse la barca nella quale...
- Dove è annegato mio padre? - disse Emily. - No, non quella. Quella
non l'ho mai veduta.
- E lui... - le chiesi.
La piccola Emily scosse il capo: - Non me ne ricordo!
Una vera coincidenza! Immediatamente presi a spiegarle come io non
avevo mai visto mio padre, e come mia madre ed io eravamo sempre
vissuti solo fra di noi con la massima felicità, e così si viveva
ancora, e avevamo l'intenzione di vivere sempre così; le dissi che la
tomba di mio padre stava nel camposanto vicino alla nostra casa,
all'ombra di un albero, e io andavo a passeggiare sotto i suoi rami, e
molte belle mattine avevo ascoltato cantare gli uccelli. Ma era chiaro
che la posizione di Emily come orfana era diversa dalla mia. Lei aveva
perduto la madre prima del padre, e quanto alla tomba di suo padre,
nessuno sapeva dove si trovasse, salvo che doveva essere in qualche
punto sul fondo del mare.
- E poi - disse Emily, sempre cercando conchiglie e sassolini - tuo
padre era un signore e tua madre è una signora; e mio padre era un
pescatore, e mia madre era figlia di pescatori e mio zio Dan è
pescatore.
- Dan è il signor Peggotty, non è vero? - le chiesi.
- Lo zio Dan... laggiù - rispose Emily, indicando la casa barca.
- Sì, intendevo dire lui. Deve essere molto buono, mi pare?
- Buono? - disse Emily. - Se mai diventassi una signora gli regalerei
una giubba color azzurro cielo con i bottoni di brillanti, calzoni
gialli, panciotto di velluto rosso, cappello a tricorno, un grosso
orologio d'oro, una pipa d'argento e una cassa di soldi.
Dissi che senza dubbio il signor Peggotty meritava tutti quei tesori.
Ma devo ammettere che mi riusciva difficile figurarmelo a suo agio
vestito secondo il progetto della sua riconoscente nipotina, e avevo
speciali dubbi intorno all'opportunità del cappello a tricorno, ma
tenni per me i dubbi.
Mentre enumerava quegli articoli, la piccola Emily si era fermata e
aveva levato gli occhi al cielo come se contemplassero una visione
celestiale. Poi ricominciammo a raccogliere conchiglie e sassolini.
- Ti piacerebbe essere una signora? - le chiesi
- Mi piacerebbe moltissimo. Allora staremmo tutti insieme da signori.
Io e lo zio, Ham e la signora Gummidge. Allora non c'importerebbe
nulla delle tempeste... voglio dire che non ci importerebbe per noi,
ma ci rincrescerebbe per i poveri pescatori, certo, e li aiuteremmo
col denaro nelle loro disgrazie.
Mi parve un quadro molto soddisfacente e quindi niente affatto
improbabile. Manifestai il piacere che mi faceva immaginarlo, e la
piccola Emily si fece ardita per chiedermi timidamente:
- E ora non credi di aver paura del mare?
Lo vedevo abbastanza calmo da rassicurarmi, ma non dubito che se
avessi visto rotolare a riva un'onda discretamente alta, il ricordo
terribile di quegli annegati mi avrebbe imposto di darmela a gambe.
Tuttavia risposi di no, e aggiunsi: - Non mi pare che nemmeno tu abbia
paura del mare, benché tu dica di sì. - La vedevo infatti camminare
troppo vicino all'orlo di una specie di vecchio molo o imbarcadero in
legno su cui eravamo andati a passeggiare, e temevo che scivolasse
giù.
- Non è così che ho paura - disse la piccola Emily - ma quando soffia
il vento mi sveglio e tremo pensando allo zio Dan e a Ham e mi pare di
sentirli che chiamano aiuto. Ecco perché mi piacerebbe tanto essere
una signora. Ma così non ho paura. Nemmeno un po'. Guarda!
Si staccò dal mio fianco e si mise a correre su una trave dentellata
che sporgeva dal punto dove eravamo e si spingeva a una certa altezza
sull'acqua profonda senza il minimo riparo. L'episodio mi è rimasto
così impresso nella memoria che se sapessi disegnare lo potrei
raffigurare anche oggi con perfetta precisione di particolari, con la
piccola Emily che si lanciava verso quella che mi parve per un attimo
la sua fine, rivolta al mare con un'espressione che non ho mai
dimenticata.
L'ardita figurina leggera nella veste svolazzante girò su se stessa e
ritornò sana e salva fino a me, e presto risi dei miei timori e del
grido che avevo lanciato, inutile, in ogni caso, perché tutt'intorno
non vi era nessuno. Ma in seguito nei miei anni maturi più e più volte
ho fantasticato e pensato fra me: tra le possibilità delle cose
nascoste, è mai da credere che nell'audacia improvvisa della bambina,
e nell'occhiata che aveva lanciata in lontananza, vi fosse una pietosa
attrazione al pericolo, la tentazione di cedere a un supposto richiamo
del padre morto in mare, quasi la speranza di mettere termine alla
vita quel giorno stesso? Venne il tempo in cui mi domandai se nel caso
mi si fosse rivelato all'improvviso il suo avvenire in modo tale che
un fanciullo potesse comprenderlo, e se per salvarla fosse bastato che
io movessi un dito, sarebbe stato mio dovere stendere la mano per
conservarla in vita. Venne un tempo, e non dico sia durato a lungo,
tuttavia non posso negare che vi sia stato, quando mi domandai se per
la piccola Emily non sarebbe stato meglio che le acque si fossero
chiuse sul suo capo quella mattina sotto ai miei occhi, e avrei voluto
rispondere: Sì, sarebbe stato meglio.
Ma ciò è prematuro. Forse è troppo presto per parlarne. Ma resti pure
quanto ho detto.
Prolungammo di un bel po' la passeggiata, ci caricammo di tante cose
che ci parevano interessanti e con molta cura rimettemmo nell'acqua
qualche stella marina rimasta in secca sulla spiaggia (nemmeno adesso
conosco abbastanza la natura di queste creature per essere ben certo
se quel nostro gesto fosse meritevole di gratitudine o tutto
l'opposto), poi prendemmo la via del ritorno verso l'abitazione del
signor Peggotty. Ci fermammo al riparo della tettoia delle aragoste
per scambiarci un innocente bacio ed entrammo a far colazione tutti
raggianti salute e letizia.
- Proprio come due giovani tordelli sasselli - disse il signor
Peggotty. Sapevo che nel nostro dialetto l'espressione stava a
indicare i giovani tordi canori e la accettai come un complimento.
Naturalmente ero innamorato della piccola Emily. Sono certo di avere
amato quella bambina con più sincerità e tenerezza, maggiore purezza e
disinteresse di quanto possa averne, più avanti nella vita, l'amore
più alto e più nobile. Sono sicuro che intorno a quella semplice bimba
dagli occhi azzurri la mia fantasia costruì qualcosa che la rendeva
eterea e faceva di lei un vero angelo. Se in un pomeriggio di sole le
fossero spuntate due piccole ali e fosse volata via sotto ai miei
occhi, non credo che avrei giudicato quell'evento molto diverso da una
realtà semplicemente prevedibile.
Passeggiavamo per ore e ore sulla vecchia, fosca pianura di Yarmouth
come due innamorati. I giorni scherzavano intorno a noi come se
nemmeno il tempo si fosse ancora fatto adulto, ed essendo ancora
fanciullo non pensasse che al gioco. Dissi a Emily che la adoravo, e
che se non mi avesse confessato di adorarmi mi sarei trovato nella
necessità di uccidermi con una spada. Disse che mi adorava e sono
sicuro che era vero.
Quanto a ogni sensazione di disuguaglianza, o di eccessiva giovinezza,
o di altro genere di ostacoli sul nostro cammino, la piccola Emily e
io non avevamo preoccupazioni perché per noi l'avvenire non esisteva.
Non facevamo previsioni sul diventare adulti come non pensavamo di
farne sul diventare infanti. Formavamo l'ammirazione della signora
Gummidge e di Peggotty, che la sera, quando eravamo seduti in
atteggiamento affettuoso sulla nostra cassetta, sussurravano: -
Signore, com'è bello! Il signor Peggotty ci sorrideva da dietro la
pipa, e Ham ridacchiava tutta la sera e non faceva niente altro.
Immagino che si divertissero a guardarci come si sarebbero potuti
divertire nel vedere un bel giocattolo o un minuscolo Colosseo.
Scopersi ben presto che la signora Gummidge non era sempre di modi
gradevoli come ci si sarebbe aspettato che fosse, data l'ospitalità
che riceveva dal signor Peggotty. La signora Gummidge era di natura
scontrosa e piagnucolava più di quanto fosse accettabile da parte
degli altri componenti una così ristretta comunità. Mi faceva molta
pena, ma in certi momenti pensavo che sarebbe stato bello se la
signora Gummidge avesse avuto una sua stanza comoda in cui ritirarsi e
rimanere finché le ritornasse il buon umore.
Il signor Peggotty andava di quando in quando in un'osteria chiamata
"I Bravi Compagni". Lo scopersi la seconda o terza sera della nostra
visita: egli era fuori e tra le otto e le nove la signora Gummidge
alzò gli occhi alla pendola olandese e disse che egli si trovava là, e
per di più fin dal mattino sapeva che vi sarebbe andato.
La signora Gummidge era stata di malumore tutto il giorno e prima di
mezzogiorno era scoppiata a piangere perché il camino faceva fumo. -
Sono una povera creatura derelitta - disse la signora Gummidge quando
avvenne lo spiacevole incidente - e mi va male tutto.
- Oh, finirà presto - disse Peggotty (voglio dire anche qui la mia
Peggotty) - e poi devi pensare che non dà più fastidio a te che a noi.
- Io lo sento di più.
Quel giorno faceva molto freddo e vi erano raffiche di vento pungente.
Lo speciale angolo del camino occupato dalla signora Gummidge mi
pareva il più caldo e confortevole, e la sua seggiola era certo la più
comoda, ma quella sera niente le andava bene. Seguitava a lamentarsi
del freddo che le procurava i brividi nella schiena. Alla fine
l'argomento la fece scoppiare in lagrime e tornò a dire che era "una
povera creatura derelitta" e per lei andava tutto male.
- Fa davvero molto freddo - disse Peggotty. - Lo sentono tutti.
- Io lo sento più degli altri - disse la signora Gummidge.
Così a pranzo, dove la signora Gummidge veniva servita subito dopo di
me, che ero trattato con gli onori dovuti a un ospite distinto, disse
che il pesce era piccolo e le patate erano bruciacchiate. Tutti
dicemmo che era vero, peccato fosse così; ma la signora Gummidge disse
che per lei era peggio, tornò a piangere e ripeté la solita
dichiarazione con grande amarezza.
E così, quando il signor Peggotty verso le nove tornò a casa, la
signora Gummidge stava nel suo angolo a fare la maglia, molto
abbattuta e infelice. Peggotty lavorava di buon umore; Ham aveva
rattoppato un enorme paio di stivaloni impermeabili e io, con la
piccola Emily accanto, leggevo ad alta voce. Fin dall'ora del tè la
signora Gummidge non aveva aperto bocca se non per qualche desolato
sospiro, e non aveva mai alzato gli occhi.
- Bene, gente - disse il signor Peggotty sedendo al suo posto.- Come
state?
Ciascuno disse qualche parola e sorrise per dargli il benvenuto, salvo
la signora Gummidge che si limitò a scuotere la testa china sul
lavoro.
- Che cosa c'è? - disse il signor Peggotty battendo le mani. Allegra,
vecchia sposina!
La signora Gummidge non pareva capace di rallegrarsi. Trasse di tasca
un vecchio fazzoletto di seta nera e si asciugò gli occhi, ma poi
invece di riporlo, lo tenne in mano, tornò ad asciugarsi gli occhi, e
ancora lo lasciò fuori, pronto per l'uso.
- Che cosa c'è, signora? - chiese il signor Peggotty.
- Niente - rispose la signora Gummidge. - Sei stato ai "Bravi
Compagni", non è vero?
- Sicuro - disse il signor Peggotty. - Stasera ho passato una mezz'ora
ai "Bravi Compagni".
- Mi rincresce di averti spinto là - disse la signora Gummidge.
- Di avermi spinto! Non ho nessun bisogno di esserci spinto - replicò
il signor Peggotty con una cordiale risata. - Ci vado fin troppo
volentieri da me.
- Molto volentieri - ripeté la signora Gummidge, scotendo la testa e
asciugandosi gli occhi. - Sì, sì, molto volentieri. Mi rincresce che
per colpa mia tu ci vada tanto volentieri.
- Per colpa tua! Ma non è per colpa tua! - disse il signor Peggotty. -
Non sognartelo nemmeno.
- Sì, sì - gridò la signora Gummidge - lo so io che è vero. So bene
che sono una povera creatura derelitta e che non solo tutto mi va alla
rovescia ma faccio anche torto a tutti. Sì, sì, io sento tutto più
degli altri e anche lo faccio vedere, è la mia sfortuna.
Mentre prestavo attenzione a tutte queste parole non potei tralasciare
di pensare che la sfortuna aveva toccato anche altri membri di quella
casa, oltre a colpire la signora Gummidge. Ma il signor Peggotty non
pensò di replicare in tal modo e si limitò a incitare la signora
Gummidge perché si facesse animo.
- Non sono come vorrei essere, - disse la signora Gummidge -
tutt'altro! So bene come sono. Le mie disgrazie mi hanno fatta
diventare così insopportabile. Vorrei non sentirle, ma le sento.
Vorrei essere diventata forte, ma non lo sono. Porto in casa
l'infelicità. Ho reso infelice tutto il giorno tua sorella, e anche il
signorino Davy.
A questo punto mi sentii molto commosso e gridai in preda a un grande
turbamento: - No, signora Gummidge, non è vero!
- E' molto ingiusto che io faccia questo - disse la signora Gummidge -
invece di mostrare la mia riconoscenza. Sarebbe meglio che andassi a
morire in un ospizio. Sono una povera creatura derelitta e farei molto
meglio a non rendermi insopportabile qui. Se le cose mi vanno alla
rovescia e mi fanno diventare insopportabile, io devo ritirarmi per
mio conto. Daniel, è meglio che io vada nell'ospizio; morirò e sarà
una liberazione per tutti.
Detto questo la signora Gummidge si ritirò e andò a coricarsi. Quando
se ne fu andata il signor Peggotty, che non aveva dimostrato la minima
irritazione, ma anzi la più profonda comprensione, girò gli occhi su
di noi e chinando la testa con il volto ancora animato da tale
sentimento, disse con un sussurro:
- Pensa al vecchio!
Non riuscivo a capire su quale vecchio avesse fissato il pensiero la
signora Gummidge, ma Peggotty, accompagnandomi a letto mi spiegò che
si trattava del defunto signor Gummidge, suo fratello riteneva in
quelle occasioni che fosse addirittura una verità di fede e ne
rimaneva sempre commosso. Quella sera, non tanto tempo dopo, si
trovava nella sua amaca e lo udii ancora ripetere a Ham: - Poveretta!
Pensava al vecchio! - e ogni volta che sino alla fine del nostro
soggiorno la signora Gummidge era colta da una di quelle crisi (il che
avvenne non molto spesso), per giustificare la situazione egli
ripeteva le stesse parole e sempre con la più fervida commiserazione.
Così quelle due settimane si dileguarono, solo variate dal mutare
delle maree che alteravano le ore di uscita e di rientro del signor
Peggotty, e anche gli impegni di lavoro di Ham. Quando quest'ultimo
era libero, veniva a volte con noi per farci vedere le barche e le
navi, e un paio di volte ci portò al largo in una barca a remi. Non so
perché una serie di memorie di poco conto debba rimanere più legata a
un luogo più di altre, ma credo che ciò accada a molte persone,
specialmente con riferimento ai ricordi dell'infanzia. Io non leggo o
sento mai il nome di Yarmouth senza riportarmi a una certa mattina
domenicale: siamo sulla spiaggia, le campane annunciano le funzioni
religiose, la piccola Emily si appoggia alla mia spalla, Ham getta
indolentemente piccoli sassi nell'acqua, e il sole lontano sul mare
sta appena lacerando le nebbie pesanti, e ci rivela le navi come
altrettante ombre.
Giunse infine il giorno del nostro rientro a casa. Sopportai
coraggiosamente il dispiacere di separarmi dal signor Peggotty e dalla
signora Gummidge, ma l'angoscia che provavo nel lasciare la piccola
Emily era straziante. Andammo tenendoci sotto braccio sino alla
locanda dove faceva sosta il corriere, e per via promisi che le avrei
scritto (più tardi tenni fede alla promessa tracciando lettere ancora
più grandi di quelle che di solito vengono usate per i cartelli
annuncianti stanze da affittare). Nel dirci addio eravamo molto
commossi, e se mai nella mia vita sentii un vuoto nel cuore fu in quel
giorno.
Ora, per tutto il tempo che durò la visita ero stato ingrato verso la
mia casa e l'avevo ricordata poco o nulla. Ma non appena mi trovai sul
viaggio del ritorno la mia giovane coscienza mi rimorse, mi parve che
puntasse con fermezza l'indice in quella direzione mentre sentivo, e
più che mai avendo l'animo così depresso, che il mio nido era quello e
mia madre era per me ogni amicizia e conforto.
Questo sentimento ebbe pian piano la meglio su di me, così che più ci
si avvicinava e più la vista delle cose mi diveniva familiare, tanto
più ero ansioso di essere a casa per gettarmi nelle braccia di mia
madre. Ma Peggotty, invece di prendere parte ai miei trasporti,
cercava di smorzarli (tuttavia con grande dolcezza) e pareva confusa e
imbarazzata.
Ciò nonostante la casa di Blunderstone sarebbe apparsa quando fosse
piaciuto al cavallo del corriere, e comparve infatti. Come la rivedo
in quel pomeriggio grigio e freddo, sotto il cielo cupo che minacciava
la pioggia!
La porta si aperse, e mezzo ridendo e mezzo piangendo per il piacere
dell'aspettativa cercai mia madre. Ma non lei era alla porta, solo una
domestica sconosciuta.
- Ma, Peggotty! - dissi confuso. - Lei non e in casa?
- Sì, sì, signorino Davy, - disse Peggotty. - E' in casa. Aspetta un
momento, signorino Davy, io... io ti devo dire una cosa.
Tra l'agitazione che l'aveva presa, e la difficoltà di scendere dal
carro, Peggotty era ben comica da vedere, ma io mi sentivo troppo
curioso e sbigottito per dirglielo. Appena a terra, mi prese per la
mano, mi condusse con le mie perplessità nella cucina e richiuse
l'uscio.
- Peggotty! - dissi ormai spaventato. - Che cosa è successo?
- Niente, che Dio ti benedica, signorino Davy, non è successo niente!
- mi rispose, assumendo un'aria di vivacità.
- E' successo qualche cosa, ne sono sicuro. Dov'è la mamma?
- Dov'è la mamma, signorino Davy? - ripeté Peggotty.
- Sì. Perché non è venuta fuori al cancello, e allora perché siamo
arrivati? Oh, Peggotty! - avevo gli occhi gonfi, mi pareva di non
potermi reggere.
- Dio benedica il mio tesoro! - gridò Peggotty, abbracciandomi. - Che
cosa ti senti? Dimmelo, bambino!
- Non è morta, vero? Oh, non è morta, vero, Peggotty?
Peggotty gridò un no straordinariamente forte, poi sedette e cominciò
ad ansimare, e disse che l'avevo spaventata.
Le diedi un bacio per farle passare la paura o per farle volgere i
pensieri nella direzione giusta, e poi mi drizzai di fronte a lei
fissandola con espressione ansiosamente interrogativa.
- Vedi, caro, te l'avrei dovuto dire prima, - disse Peggotty ma non ho
trovato l'occasione. Forse dovevo, preciso... - questo era il termine
che Peggotty usava in luogo di precisamente - ma non mi riusciva di
decidere.
- Vai avanti, Peggotty - le dissi più spaventato che mai.
- Signorino Davy, - disse Peggotty, slacciandosi la cuffia con la mano
che le tremava e parlando come se fosse affannata. - Che cosa credi
che sia? Ecco, adesso hai un papà.
Tremavo e diventai pallido. Non so che cosa e come, qualcosa in
rapporto con la tomba nel camposanto e con la resurrezione dei morti,
mi parve che mi investisse come un vento di sciagura.
- Un nuovo papà - disse Peggotty.
- Un nuovo papà? - ripetei.
Peggotty fece come se stesse per inghiottire un boccone molto duro e
mi prese per mano. Disse:
- Vieni a vederlo.
- Non voglio vederlo.
- E anche la tua mamma - disse Peggotty.
Cessai di tirarmi indietro e andammo insieme fino al salottino, dove
mi lasciò. Da una parte del caminetto era seduta mia madre; dall'altro
il signor Murdstone. Mia madre lasciò cadere il lavoro, si alzò in
fretta, ma anche timidamente, mi parve.
- Via, Clara, mia cara, - disse il signor Murdstone. - Ricorda.
Controllati, soprattutto controllati! Davy, ragazzo mio, come va?
Gli diedi la mano. Dopo un attimo di esitazione mi volsi a baciare mia
madre; essa mi baciò e mi accarezzò la spalla dolcemente e tornò a
sedere, riprendendo il lavoro. Non riuscivo a guardarla, non riuscivo
a guardare lui, sapevo benissimo che egli ci fissava entrambi; andai
alla finestra e guardai certi arbusti contorti dal freddo.
Appena potei sgusciai fuori e corsi di sopra: il mio letto non era più
al suo posto, avrei dormito molto più lontano. Girai per le stanze del
piano terreno cercando qualche cosa che fosse come prima, tanto mi
sembrava tutto diverso; uscii nel cortile, ma subito scappai
spaventato, perché il vecchio canile era abitato da un cane molto
grosso e con l'ampia gola e nero come lui, che al vedermi si arrabbiò
molto e fece per balzarmi addosso.
4 - CADO IN DISGRAZIA.
Se la camera nella quale avevano trasportato il mio letto fosse una
creatura capace di dare testimonianza, ancor oggi mi potrei appellare
a essa (chissà chi vi abita adesso!) e potrebbe dire come mi pesava il
cuore quando vi entrai. Il cane non aveva smesso di abbaiare contro di
me che salivo le scale, e dopo aver trovato la stanza estranea e
indifferente verso di me come io mi sentivo estraneo e indifferente
nei suoi confronti, sedetti e intrecciando le piccole mani cominciai a
pensare.
Riflettei sulle cose più strane: la forma della stanza e le
screpolature del soffitto, la carta che tappezzava le pareti, le
imperfezioni del vetro alla finestra che alteravano con grinze e
fossette il panorama; il portacatino traballante sulle tre gambe, che
con la sua aria di insoddisfazione mi riportò alla mente la signora
Gummidge sotto l'influenza del vecchio. Intanto continuavo a piangere,
ma sono sicuro che non sapevo per quale ragione, salvo che mi rendevo
conto di avere freddo e di sentirmi infelice. Nella mia desolazione
presi finalmente a considerare il fatto che ero tremendamente
innamorato della piccola Emily, ed ero stato strappato a lei e portato
dove nessuno mostrava di gradirmi o di curarsi di me nemmeno la metà
di quanto lei faceva. La questione divenne per me così grave che finii
per avvolgermi in un angolo del copriletto, e a forza di piangere mi
addormentai.
Mi ridestò una voce che diceva: - Eccolo! - mentre una mano scopriva
la mia fronte ardente. Mia madre e Peggotty erano salite a cercarmi e
una di loro mi aveva trovato.
- Davy! - disse mia madre - Che cos'hai?
Mi parve molto strano che me lo chiedesse e risposi: - Niente.- E
girai la testa, ricordo, per nascondere le labbra tremanti che le
avrebbero rivelato una diversa verità.
- Davy! - ripeté mia madre. - Davy, bambino mio!
Oso dire che nulla mi avrebbe potuto commuovere più del sentire che mi
chiamava il suo bambino. Nascosi le lagrime tra le coperte, e quando
fece per sollevarmi, la respinsi.
- E' tutta colpa tua, Peggotty, crudelissima creatura! - disse mia
madre. - Non ho dubbi intorno a questo. Io mi domando come puoi
sentirti la coscienza tranquilla quando istighi così il mio bambino
contro di me e contro chi mi è caro! Perché l'hai fatto, Peggotty?
La povera Peggotty levò in alto gli occhi e le mani e si limitò a
recitare una sorta di preghiera non tanto diversa da quella che di
solito pronunciavamo alla fine del pranzo: - Signora Copperfield, Dio
le perdoni quello che ha detto in questo momento, e non voglia che
abbia mai a pentirsene!
- C'è da impazzire! - gridò mia madre. - E proprio durante la mia luna
di miele, quando si pensa che anche la mia peggiore nemica potrebbe
essere meno crudele e non invidiarmi questo po' di pace e di felicità.
Davy, sei un bambino cattivo! Peggotty, creatura feroce! Oh, povera
me! - gridò mia madre, volgendosi tutta stizzita e caparbia dall'uno
all'altra di noi due. - Che mondo insopportabile è questo, proprio
quando si ha il pieno diritto di trovarlo il più possibile gradevole!
Sentii il tocco di una mano che non era la sua né quella di Peggotty e
scivolai dal letto mettendomi in piedi. Era la mano del signor
Murdstone e quando parlò non cessò di tenermi il braccio:
- Che cosa succede? Clara, amor mio, hai già dimenticato? Fermezza, ci
vuole, mia cara!
- Mi rincresce, Edward, - disse mia madre - volevo essere molto brava,
ma mi sento così agitata.
- Davvero! - egli replicò. - Ecco una brutta notizia, Clara, e poi
così presto.
- Io dico che è ben duro irritarmi tanto proprio adesso - disse mia
madre, facendo il broncio. - E'... è molto duro, non è vero?
Egli l'attirò a sé, le bisbigliò all'orecchio e la baciò. Compresi
allora, quando vidi mia madre posargli la testa sulla spalla e
passargli il braccio al collo, lo seppi come lo so adesso, che egli
avrebbe potuto piegare quella natura arrendevole a piacer suo, come
fece infatti.
- Ora vai da basso, amor mio - disse il signor Murdstone. - David e io
scenderemo insieme. Amica mia, - aggiunse, volgendosi con espressione
più severa a Peggotty dopo che ebbe accompagnato mia madre alla porta,
congedandola con un cenno del capo e un sorriso - lei conosce il nome
della sua padrona?
- Signore, è la mia padrona da così tanto tempo - rispose Peggotty -
che dovrei saperlo.
- Verissimo - le rispose - ma dalle scale, mentre salivo, ho sentito
che la chiamava con un nome che non è il suo. Lei sa che ha preso il
mio. Vuole ricordarsene?
Peggotty mi lanciò un'occhiata inquieta, si inchinò e uscì senza
rispondere, vedendo, immagino, che era tenuta a farlo e non aveva
alcun pretesto per rimanere. Quando lui e io restammo soli, egli
chiuse l'uscio, sedette, e tenendomi ritto davanti a sé mi fissò negli
occhi. Mi accorsi di sentirmi costretto a fissare non meno fermamente
i suoi. Ricordo quel momento in cui ci trovammo faccia a faccia, e mi
pare di udire ancora con quale forza e rapidità mi batteva il cuore.
- David! - disse, stringendo le labbra fino a farle diventare
sottilissime. - Se ho da trattare con l'ostinazione di un cavallo o di
un cane, che cosa immagini che io faccia?
- Non lo so.
- Li batto.
Gli avevo risposto con una sorta di mormorio soffocato, e ora,
tacendo, sentii che avevo il respiro ancora più affannoso.
- Li faccio tremare e soffrire. Dico a me stesso: "Li domerò!". E ci
riesco a costo che versino tutto il sangue che hanno nelle vene. Che
cos'hai sul viso?
- Sporco - dissi.
Sapeva quanto me che erano le tracce delle lagrime. Ma se anche avesse
ripetuto per venti volte quella domanda, ogni volta con venti colpi,
credo che il mio cuore infantile si sarebbe spezzato prima che io
accettassi di dirgli la verità.
- Per essere così piccolo, sei abbastanza intelligente - disse con
quel grave sorriso tutto suo - e vedo che mi capisci benissimo. Lavati
il viso, giovanotto, e scendi con me.
Puntò il dito sul portacatino che avevo trovato somigliante alla
signora Gummidge e con un cenno mi ordinò di ubbidire immediatamente.
Non dubitai allora, come non dubito affatto adesso, che se avessi
esitato non si sarebbe fatto il minimo scrupolo di picchiarmi.
- Clara, mia diletta, - disse, dopo che ebbi eseguito il suo comando
ed egli mi ebbe condotto nel salottino sempre tenendomi per il braccio
- spero che non avrai più alcun motivo di agitarti. Vedrai che l'umore
del nostro giovanotto migliorerà ben presto.
Dio mi è testimone che una parola buona detta in quel momento avrebbe
potuto migliorarmi per tutta la vita, fare forse di me un uomo
diverso. Una parola di incoraggiamento e di spiegazione, di pietà per
la mia infantile ignoranza, di benvenuto a casa per rassicurarmi che
si trattava ancora della mia casa, mi avrebbe reso di buon grado
ubbidiente invece che ipocritamente mansueto, mi avrebbe indotto a
rispettare quell'uomo invece di odiarlo. Mi parve che mia madre si
rattristasse al vedermi comparire così spaventato e smarrito e che mi
seguisse, mentre mi avvicinavo furtivamente a una sedia, con uno
sguardo ancora più malinconico, notando forse la mancanza di
scioltezza dei miei piccoli passi... ma nessuna parola venne
pronunciata, il momento per dirla era trascorso invano.
Pranzammo noi tre soli. Mi parve che fosse molto affezionato a mia
madre (e confesso che non per questo mi riuscì più simpatico) e che
essa gli fosse molto attaccata. Capii da quanto dicevano che una
sorella anziana di lui sarebbe venuta ad abitare con noi e che il suo
arrivo era previsto per quella stessa sera. Non sono certo di aver
saputo allora, oppure lo appresi in seguito, che egli non si occupava
attivamente di affari, ma vi era una ditta per il commercio dei vini
di cui egli era comproprietario, oppure che gli doveva una
partecipazione annuale sui profitti; era un rapporto di famiglia che
risaliva al tempo del suo bisnonno e riguardava anche la sorella; in
ogni caso tanto vale che vi accenni ora qui.
Dopo pranzato, quando ci sedemmo accanto al fuoco, e io meditavo di
andare a rifugiarmi da Peggotty senza avere il coraggio di svignarmela
nel timore di recare offesa al padrone di casa, una carrozza si fermò
al cancello ed egli andò a ricevere il visitatore. Mia madre lo seguì,
e io seguivo timidamente lei, quando sull'uscio del salottino ella si
girò di scatto e abbracciandomi con l'ardore di un tempo mi sussurrò
all'orecchio di amare il mio nuovo babbo e di ubbidirgli. Lo fece in
tutta fretta e in segreto, come fosse una colpa e tuttavia con
tenerezza; e allungando la mano dietro a sé vi tenne stretta la mia
fino al punto del giardino dove egli si trovava, perché allora lasciò
andare la mia mano e infilò la sua nel braccio di lui.
Era arrivata la signorina Murdstone, una donna dall'aria lugubre,
bruna come il fratello al quale rassomigliava molto sia nel viso sia
nella voce, con i sopraccigli molto folti che quasi si toccavano sopra
il grosso naso, ed era come se, non potendo a causa del suo sesso
portare i favoriti, avesse preso in tal modo la rivincita. Aveva con
sé due rigidi bauli neri e austeri con le iniziali impresse sul
coperchio con duri chiodi di ottone. Quando pagò il cocchiere trasse
le monete da un borsellino in rigido acciaio, che ripose in una vera
prigione di borsa appesa al braccio con una grossa catena, e che
richiuse con uno scatto simile a un morso. In tutta la vita non avevo
mai visto una signora tutta di metallo come la signorina Murdstone.
La introdussero nel salottino con molte dimostrazioni di benvenuto, e
finalmente salutò cerimoniosamente mia madre quale nuova e prossima
parente. Poi mi guardò e disse:
- Questo è tuo figlio, cognata?
Mia madre mi presentò.
- In genere - disse la signorina Murdstone - non ho simpatia per i
ragazzi. Come stai, ragazzo?
Così incoraggiato le risposi che stavo benissimo e speravo stesse bene
lei pure, ma con tale mancanza di cortesia che la signorina Murdstone
mi sistemò con due parole:
- Che maleducato!
Detto ciò con grande chiarezza, pregò che le mostrassero la sua
camera, la quale d'allora in poi divenne per me un luogo di timore e
di paura, dove i due bauli neri non furono mai visti aperti, né si
seppe mai che lo fossero stati, e dove, spiando dal buco della
serratura quando lei non c'era, vidi appesi allo specchio in perfetto
ordine catenelle e ganci di acciaio in gran numero, di cui la
signorina Murdstone si adornava cambiandosi d'abito per uscire.
Da quanto mi riuscì di capire, era venuta per rimanere e senza la
minima intenzione di andarsene mai. La mattina dopo cominciò ad
aiutare mia madre, e per tutta la giornata non cessò di entrare e
uscire dalla dispensa per sistemare ogni oggetto alterando tutte le
precedenti disposizioni. Press'a poco la prima cosa importante che
notai a proposito della signorina Murdstone fu che era continuamente
tormentata dal sospetto che le domestiche tenessero un uomo nascosto
in casa. Sotto l'influenza di tale supposizione, si precipitava nelle
ore più strane dentro la cantina, e quasi mai apriva l'uscio di uno
stanzino buio senza richiuderlo di scatto con l'illusione di avervi
sorpreso l'intruso.
Per quanto la signorina Murdstone non possedesse nulla di arioso,
quanto all'alzarsi di mattina era una perfetta allodola. Era in piedi
(e non ho smesso di credere nemmeno adesso che andasse in cerca
dell'uomo nascosto) prima che altri movesse un passo nella casa.
Peggotty manifestò l'opinione che dormisse addirittura con un occhio
aperto, ma l'idea non mi convinse perché dopo averne sentito parlare
tentai di metterla in pratica e trovai che non era possibile.
Subito il mattino dopo il suo arrivo era già alzata e sonava il
campanello al primo canto del gallo. Quando mia madre scese per fare
colazione e si accingeva a preparare il tè, la signorina Murdstone le
diede sulla guancia una specie di beccata, che per lei era quanto più
si avvicinasse al bacio e disse:
- Ora, mia cara, tu sai che sono venuta per sollevarti al meglio di
ogni fatica. Tu sei troppo carina e distratta... - mia madre arrossì,
ma rise, e non mi parve si fosse offesa - perché tu ti sobbarchi
alcuno dei compiti che posso eseguire io stessa. Se vuoi avere la
bontà di consegnarmi le chiavi, in futuro provvederò io a tutto.
A partire da quel momento la signorina Murdstone tenne tutto il giorno
le chiavi nella sua piccola borsa-prigione, e la notte sempre sotto il
guanciale, e mia madre non dovette maneggiarle più di quanto le
adoperassi io.
Mia madre accettò non senza un'ombra di protesta che le fosse tolta
ogni autorità. Una sera, mentre la signorina Murdstone andava
spiegando al fratello certi suoi progetti per la direzione della casa,
mia madre scoppiò all'improvviso in lagrime e disse che pensava di
avere almeno il diritto di essere consultata.
- Clara! - esclamò severamente il signor Murdstone. - Clara! Mi
meraviglio di te!
- Oh, tu puoi dire benissimo che ti meravigli, Edward! - replicò mia
madre - e puoi benissimo parlare di fermezza, ma questo non piacerebbe
nemmeno a te.
Devo notare che la fermezza era la grande virtù su cui insistevano sia
il signore sia la signorina Murdstone. Comunque avessi potuto allora
esprimere un giudizio al proposito nel caso mi fosse stato richiesto,
comprendevo benissimo per mio conto che non era se non un altro nome
dato alla tirannia e all'umore tetro, arrogante e violento che
possedevano entrambi. La regola, come la esporrei oggi, era questa: il
signor Murdstone era fermissimo, nessuno al mondo poteva essere
altrettanto fermo del signor Murdstone; anzi nessuno avrebbe potuto
essere fermo perché tutti dovevano piegarsi di fronte alla sua
fermezza. La signorina Murdstone rappresentava un'eccezione: le era
lecito esercitare la fermezza, ma solo in forza della parentela, e in
grado inferiore e tributario. Mia madre era un'altra eccezione: poteva
e doveva essere ferma, ma solo in appoggio alla loro fermezza, e
credendo fermamente che non esistesse al mondo alcuna altra fermezza.
- E' molto duro - disse mia madre - che nella mia stessa casa...
- La mia casa? - ripeté il signor Murdstone. - Clara!
- Volevo dire la nostra casa - disse esitante mia madre evidentemente
spaventata. - Spero che tu capisca quello che volevo dire, Edward...
E' ben duro che nella tua casa io non possa dire una parola intorno
alle questioni domestiche. Sono sicura che me la cavavo benissimo
prima che noi ci si sposasse. Ci sono le prove - disse mia madre che
ora singhiozzava. - Chiedilo a Peggotty se non facevo tutto benissimo
quando nessuno si metteva di mezzo!
- Edward! - disse la signorina Murdstone. - Finiamola. Io parto
domani.
- Jane Murdstone, - l'apostrofò suo fratello - taci! Come osi
insinuare di non conoscere il mio carattere più di quanto lascerebbero
supporre le tue parole?
- Di sicuro - disse mia madre dalla sua posizione sfavorevole e con
molte lagrime - di sicuro io non voglio che nessuno vada via. Sarei
molto triste e infelice se qualcuno se ne andasse. Non chiedo molto.
Non sono irragionevole. Voglio solo venire qualche volta consultata.
Sono molto riconoscente a tutti quelli che mi aiutano, voglio solo
essere consultata qualche volta, per pura formalità. Mi pareva che una
volta, Edward, tu fossi contento di vedermi un po' inesperta e
infantile... sono sicura che me l'hai detto... ma ora sembra che per
questo incominci a odiarmi, sei talmente severo!
- Edward, - ripeté la signorina Murdstone - finiamola. Io parto
domani.
- Jane Murdstone! - tuonò il signor Murdstone. - Vuoi tacere? Come osi
dir questo?
La signorina Murdstone tolse di prigione il fazzoletto e se lo portò
agli occhi.
- Clara! - egli continuò. - Mi sorprendi! Mi stupisci! Sì, ero
contento di sposare una persona inesperta e spontanea, e di formarle
il carattere, di infondervi una certa misura di quella fermezza e di
quella risolutezza di cui aveva bisogno. Ma quando Jane Murdstone è
tanto cortese di venire ad assistermi in questa impresa e assumere per
amor mio una posizione alquanto simile a quella di una governante, e
quando incontra una meschina ingratitudine...
- Oh, ti prego, ti prego, Edward, - gridò mia madre - non accusarmi di
essere ingrata. Sono sicura che non lo sono. Nessuno prima di adesso
l'ha mai detto. Ho molti difetti, ma non questo! Oh, non dirlo, caro!
- Quando Jane Murdstone - egli riprese dopo avere atteso che mia madre
tacesse - incontra una meschina ingratitudine, quel mio sentimento
diventa di ghiaccio e si altera.
- Amor mio, non dirlo! - lo implorò supplichevole mia madre. Oh, non
dirlo, Edward! Non resisto se lo dici! Sarò come dici tu, ma sono
affettuosa. Lo so di essere affettuosa. Non lo direi se non ne fossi
sicura. Chiedilo a Peggotty. Sono certa che ti dirà quanto sono
affezionata.
- Clara, - disse per tutta risposta il signor Murdstone - nessun
semplice prolungamento della debolezza ha per me alcun peso. Stai
sprecando il fiato.
- Ti prego, restiamo amici - disse mia madre. - Non potrei vivere tra
freddezze e scortesie. Mi rincresce tanto. Ho moltissimi difetti, lo
so, Edward; e tu sei molto buono a cercare di correggermi con la tua
forza d'animo. Jane, non mi oppongo a nulla. Mi si spezzerebbe il
cuore se tu pensassi di partire... - Mia madre era troppo commossa per
riuscire a continuare.
- Jane Murdstone, - disse alla sorella il signor Murdstone - spero
bene che fra di noi le parole aspre siano rare. Non è colpa mia se
oggi è accaduta una cosa tanto insolita. Un'altra persona mi vi ha
costretto. Non è nemmeno tua la colpa. Ci sei stata costretta da
altri. Cerchiamo entrambi di dimenticare l'episodio. E poiché -
aggiunse dopo queste parole magnanime questa non è una scena adatta
per un ragazzo, David, va' a letto!
Non riuscivo quasi a trovare l'uscio per le lagrime che mi gonfiavano
gli occhi, tanto mi addolorava l'angoscia di mia madre, ma uscii a
tentoni, e a tentoni salii al buio nella mia camera senza avere
neppure il coraggio di dare la buona notte a Peggotty, né di farmi
dare da lei la candela. Quando un paio d'ore dopo venne a cercarmi e
mi svegliò, mi disse che mia madre era andata a coricarsi avvilita, e
che il signore e la signorina Murdstone erano ancora alzati e stavano
soli fra loro.
Il mattino seguente scesi più presto del solito, e nell'udire la voce
di mia madre mi fermai fuori dell'uscio del salotto: con grande
serietà e umiltà la udii chiedere perdono alla signorina Murdstone;
costei glielo concedeva, e seguiva una perfetta riconciliazione.
D'allora in poi non vidi mai mia madre esprimere un'opinione su
qualunque argomento senza essersi prima rivolta alla signorina
Murdstone, o senza avere in precedenza appurato con certezza quale
fosse l'opinione della signorina; e non ho mai visto la signorina
Murdstone nei momenti di cattivo umore (la sua malattia abituale)
avvicinare la mano alla borsetta come per compiere il gesto di
toglierne le chiavi e offrirle a mia madre, senza che mia madre si
mostrasse spaventatissima.
Il colore cupo presente nel sangue dei Murdstone oscurava anche la
loro religione, che era austera e adirata. Ho pensato in seguito che
queste caratteristiche erano la diretta conseguenza della fermezza del
signor Murdstone, che non gli permetteva di esentare alcuno dal
massimo peso delle pene più dure per le quali egli riuscisse a trovare
un pretesto qualsiasi. Comunque fosse, ricordo benissimo con quale
espressione lugubre ci recavamo in chiesa, e com'era cambiata l'aria
là dentro. Ecco un'altra temuta domenica e io mi infilo per primo nel
vecchio banco, come fossi un prigioniero scortato dai suoi guardiani a
una funzione di condanna a morte. Ecco la signorina Murdstone in abito
di velluto nero (che pare ricavato da una coltre mortuaria) la quale
mi segue da vicino; poi viene mia madre, e infine suo marito. La
Peggotty di un tempo non compare più. Ora ascolto la signorina
Murdstone che mastica le risposte e dà con soddisfazione a tutte le
parole terribili un'enfasi crudele. Ecco, la vedo girare intorno alla
chiesa gli occhi neri come se ogni volta che pronuncia la formula
poveri peccatori, insultasse i componenti dell'intera assemblea. Ecco,
riesco a gettare qualche occhiata su mia madre che stretta fra i due
muove timidamente le labbra, mentre essi fanno tra loro botta e
risposta con un mormorio che è come un lontano rombo di tuono. Ecco,
mi sorprendo a chiedermi con improvviso timore se è possibile che il
nostro buon vecchio pastore abbia torto e abbiano ragione il signore e
la signorina Murdstone, e se tutti gli angeli del cielo siano angeli
sterminatori. Ecco, se appena muovo un dito o allento un muscolo della
faccia, la signorina Murdstone mi dà con il suo libro delle preghiere
un tale colpo nel fianco da farmi male.
Sì, ed ecco, mentre ritorniamo a casa, noto che alcuni vicini guardano
mia madre e me e sussurrano tra loro. Ecco, mentre i tre procedono
sottobraccio e io rimango indietro da solo, mi domando se il suo passo
sia davvero meno leggero di un tempo e se la sua gaia bellezza sia
davvero quasi cancellata. Ecco, mi domando se nessuno dei vicini
ricorda come io ricordo che allora tornavamo a casa insieme lei e io;
e stupidamente mi domando tutto questo per quella intera e tetra
giornata domenicale.
Avevano a volte parlato di mandarmi a scuola come esterno. Avevano
introdotto l'argomento il signore e la signorina Murdstone, e
naturalmente mia madre s'era detta d'accordo con loro ma non se n'era
ancora fatto nulla. Intanto mi facevano lezione in casa.
Potrò mai dimenticare quelle lezioni! Erano nominalmente presiedute da
mia madre, ma in effetti dal signor Murdstone e dalla sorella, i quali
erano sempre presenti e le ritenevano altrettante occasioni favorevoli
per istruire mia madre in quella cosiddetta fermezza che ci avvelenava
l'esistenza. Credo che mi tenessero a casa appunto a tale scopo.
Quando mia madre e io si viveva soli, mi ero dimostrato abbastanza
pronto nell'apprendere e desideroso di istruirmi. Riesco a ricordare
vagamente di avere appreso sulle sue ginocchia l'alfabeto. Ancor oggi,
se osservo le grosse lettere nere dell'alfabeto mi pare che, come
allora, mi colpisca la singolare novità delle loro forme, e il
carattere bonario della O della Q e della S. E non mi riportano alla
mente alcun senso di disgusto o di contrarietà. Al contrario, mi pare
di avere percorso fino al libro dei coccodrilli un vero sentiero
fiorito, rallegrato dalla dolcezza della voce e delle maniere di mia
madre. Ma le lezioni che si sostituirono a quelle mi restano nella
memoria come colpi mortali alla mia pace, e tristi fatiche, e
disgrazie quotidiane. Erano lunghissime, molto frequenti, molto
difficili, alcune addirittura incomprensibili, quasi sempre
sconcertanti, e credo che anche la mia povera mamma ne rimanesse
confusa.
Ora voglio ritornare con la memoria a una di quelle mattine.
Dopo colazione entro nel salottino con libri, quaderni e la piccola
lavagna. Mia madre è pronta per me al suo scrittoio, ma non
altrettanto pronta e attenta del signor Murdstone seduto nella sua
poltrona accanto alla finestra (anche se finge di leggere un libro), o
della signorina Murdstone, seduta accanto a mia madre e intenta a
infilare perline di acciaio. La sola vista di quei due opera su di me
una tale influenza che mi sento subito scivolar via e andarsene non so
dove tutte le parole che ho tanto faticato per farmi entrare in testa.
A proposito, dove vanno effettivamente a finire?
Passo a mia madre il primo libro, forse una grammatica o un testo di
storia o di geografia. Prima di cederglielo getto un'ultima occhiata
disperata sulla pagina, e comincio a recitarla a voce alta e molto in
fretta fin che l'ho in mente. Inciampo su una parola: il signor
Murdstone alza gli occhi dal libro. Inciampo su un'altra: alza gli
occhi la signorina Murdstone. Divento rosso, m'imbroglio in una mezza
dozzina di parole e mi fermo. Credo che mia madre, se osasse farlo, mi
lascerebbe vedere il libro, ma non osa e mormora dolcemente:
- Oh, Davy, Davy!
- Ora, Clara, - dice il signor Murdstone - sii ferma con il ragazzo.
Non ripetere, oh, Davy, Davy! E' puerile. O egli sa la lezione, o non
la sa.
- NON la sa! - salta su a dire con tono che incute spavento la
signorina Murdstone.
- Temo proprio che non la sappia - dice mia madre.
- E allora, Clara, vedi bene - replica la signorina Murdstone - che
non devi far altro che ridargli il libro e obbligarlo a impararla.
- Sì, certo, mia cara Jane, - dice mia madre - ho appunto l'intenzione
di fare questo. Via, Davy, prova ancora una volta, non essere stupido.
Ubbidisco al primo dei due ordini, provandomi ancora, ma non ho
altrettanto successo rispetto al secondo perché sono molto stupido.
Inciampo ancora prima di raggiungere il punto dove m'ero interrotto,
un punto che prima non mi aveva presentato problemi, e mi fermo a
pensare. Ma non riesco a riflettere sulla lezione. Penso quante iarde
di reticella ci saranno volute per confezionare la cuffia della
signorina Murdstone, oppure al prezzo della veste da camera del signor
Murdstone, o ad altri ridicoli problemi del genere, che non mi
riguardano affatto e con i quali non voglio avere nulla a che fare. Il
signor Murdstone fa il gesto di impazienza che aspettavo da tempo. Lo
stesso fa la signorina Murdstone. Mia madre li guarda con aria
sottomessa, chiude il libro, lo mette da parte come un arretrato da
sbrigare quando saranno esauriti gli altri compiti.
Ben presto vi sarà un mucchio di questi arretrati, che ingrandisce e
si gonfia come una valanga. E più cresce, più io divento stupido. Il
caso è talmente disperato e provo una tale sensazione di stare
diguazzando in una palude di insensatezze, che rinuncio affatto al
tentativo di uscirne e mi abbandono al mio destino. E' davvero
malinconico lo scoraggiamento con cui, mentre seguito a sbagliare, ci
guardiamo mia madre ed io. Ma il peggiore effetto di queste infelici
lezioni avviene quando mia madre (pensando che nessuno la stia
osservando) cerca di suggerirmi qualche parola movendo appena le
labbra. In quel preciso istante la signorina Murdstone, la quale per
tutto il tempo non ha fatto altro che stare in agguato in attesa di
quell'evento, dice con la sua voce profonda e ammonitrice:
- Clara!
Mia madre trasalisce, diventa rossa e tenta di sorridere. Il signor
Murdstone si alza dalla poltrona, afferra il libro e me lo getta
contro, oppure mi schiaffeggia con quello e mi scaccia dalla stanza
prendendomi per le spalle.
Anche quando la lezione è finita, il più gran male deve ancora
succedere sotto forma di uno spaventoso calcolo inventato per me e
impartitomi oralmente dal signor Murdstone, che incomincia così: -
Vado in una salumeria e compero cinquemila formaggi doppi di
Gloucester per quattro pence e mezzo penny l'uno; conteggiare la
spesa. - Dopo di che vedo la signorina Murdstone esultare fra sé e sé.
Io sudo su quei formaggi fino all'ora di pranzo senza alcun risultato
né barlume di conclusione, e allora dopo essermi trasformato in un
mulatto per tutto il sudiciume della lavagna entratomi nei pori della
faccia, ricevo una fetta di pane perché me la sbrighi con i formaggi,
e per il resto della serata vengo considerato in disgrazia.
A tanta distanza di tempo mi sembra che i miei sfortunati studi
seguissero di solito questo corso. Senza la presenza dei Murdstone
avrei potuto ottenere ottimi risultati, ma l'influenza che
esercitavano su di me era come l'incantesimo di un paio di serpenti su
un misero uccellino. Anche se riuscivo a superare le lezioni del
mattino con discreto successo non ne guadagnavo molto più del pranzo,
perché la signorina Murdstone non sopportava mai di vedermi senza un
compito preciso, e ogni volta che ero tanto imprudente da mostrarmi
disoccupato, richiamava su di me l'attenzione del fratello dicendo: -
Clara, mia cara, non vi è nulla di meglio del lavoro... dai a tuo
figlio qualche esercizio da fare - il che sortiva l'effetto di farmi
intrappolare sull'istante in qualche nuova fatica. Quanto a svaghi con
altri ragazzi della mia età, ne avevo ben pochi, perché la cupa
teologia dei Murdstone faceva di tutti i bambini un fascio di piccole
vipere (sebbene un tempo un bambino sia stato posto in mezzo ai
discepoli), e sosteneva che si contaminassero l'un l'altro.
Il risultato naturale di tale trattamento penso che sia continuato per
circa sei mesi o più, e fu di rendermi scontroso, ottuso e testardo. E
a ciò contribuiva non poco la sensazione che provavo di rimanere
sempre più estraniato e alienato da mia madre. Credo che sarei
addirittura incretinito se non fosse stato per una circostanza.
Ecco: mio padre aveva lasciato una modesta collezione di libri in una
stanzetta dell'ultimo piano alla quale potevo accedere poiché era
adiacente alla mia camera, e dove nessuno della famiglia si dava mai
la pena di entrare. Da quella benedetta stanza uscì a tenermi
compagnia un glorioso esercito di personaggi quali "Roderick Random",
"Peregrine Pickle", "Humphrey Clinker", "Tom Jones", "Il Vicario di
Wakefield", "Don Chisciotte", "Gil Blas" e "Robinson Crusoe". Tennero
in vita la mia fantasia e la speranza in qualcosa al di là di luogo e
tempo attuali; e quei libri, insieme alle "Mille e una notte" e ai
"Racconti fantastici" non mi fecero alcun male, perché qualunque male
vi fosse, per me non esisteva dato che non ne sapevo nulla.
Mi pare anche oggi straordinario come trovassi effettivamente il tempo
di leggere tanto pure sgobbando e sbagliando come facevo su argomenti
ben più faticosi. Mi pare strano che riuscissi a confortarmi dei miei
piccoli dispiaceri (molto grandi per me) immedesimandomi nei
personaggi da me preferiti, ma lo facevo davvero, e assimilando il
signore e la signorina Murdstone a tutti quelli malvagi, il che pure
feci. Per una settimana intera fui "Tom Jones" (un "Tom Jones" bambino
innocente). Credo proprio di avere sostenuto l'idea che mi ero fatta
di "Roderick Random" per un mese filato. Godetti avidamente pochi
volumi di esplorazioni e di viaggi (non ricordo più quali fossero) che
stavano su quegli scaffali, ma per giorni e giorni ricordo benissimo
di essere andato intorno per il mio settore della casa armato con il
pezzo centrale di una vecchia forma da stivali, perfetta
personificazione del "Capitano Chissàchi" della Marina militare
inglese, in pericolo di venire sopraffatto dai selvaggi e deciso a
vendere a caro prezzo la vita. Il Capitano non perdeva mai la sua
dignità per il fatto di essere schiaffeggiato con il testo della
grammatica latina, io invece sì; ma il Capitano era un Capitano e per
di più un eroe a dispetto di tutte le grammatiche di tutte le lingue
della terra, morte o vive che fossero.
Il mio unico e costante conforto era questo. Quando vi ripenso, mi
torna sempre alla mente il quadro di una sera d'estate con i bambini
che giocano sul sagrato, mentre io me ne sto seduto sul letto a
leggere, unico mezzo per esistere. Ogni casa colonica dei dintorni,
ogni pietra della chiesa e ogni palmo di terra del camposanto avevano
nella mia fantasia un collegamento con quei libri e rappresentavano
qualche luogo reso famoso in essi. Ho visto "Tom Pipes" dare la
scalata al campanile; ho guardato "Strap" con lo zaino sul dorso che
si era fermato per riposare, appoggiato al cancello del cimitero, e so
per certo che il "Commodoro Trunnion" presiedeva con il "Signor
Pickle" quel suo circolo nel salottino della birreria del villaggio.
Ora il lettore comprenderà non meno di me come fossi personalmente
quando mi trovai al punto della mia vicenda infantile che sto per
raggiungere.
Una mattina, entrando nel salottino con i libri, trovai mia madre con
l'aria ansiosa, la signorina Murdstone fermissima e il signor
Murdstone intento a legare qualcosa sulla cima di una canna, una canna
sottile e pieghevole, che non appena entrai finì di avvolgere: la
brandì e la agitò in aria.
- Ti ripeto, Clara, - disse il signor Murdstone - che io pure sono
stato frustato molte volte.
- Sicuro; certamente - confermò la signorina Murdstone.
- Senza dubbio, mia cara Jane - disse esitante e con dolcezza mia
madre. - Ma... ma credi che abbia fatto bene a Edward?
- Credi che a Edward abbia fatto male, Clara? - chiese con severità il
signor Murdstone.
- Ecco il punto - disse sua sorella.
Mia madre si limitò a dire: - Senza dubbio, mia cara Jane - e non
aggiunse altro.
Ebbi la paurosa impressione di essere personalmente implicato in quel
dialogo e colsi l'occhio del signor Murdstone che si posava su di me.
- Ecco David, - disse e notai quel suo lampo di strabismo - oggi devi
prestare molta più attenzione del solito. - Intanto tornò a brandire
la canna e l'agitò in aria, e avendo così terminato i preparativi se
la posò accanto, e dopo un'occhiata significativa riprese il suo
libro.
Era un bell'inizio, ottimo per rinfrescarmi la memoria. Ebbi la
sensazione che le parole della lezione mi scivolassero via dalla
mente, non a una a una, o riga per riga, ma una pagina dopo l'altra;
cercavo di riafferrarle, ma era come se, per così dire, avessero
infilato ai piedi i pattini e scorressero lontano da me con leggerezza
inarrestabile.
Cominciammo male e si proseguì peggio. Mi ero presentato con una certa
idea di farmi valere, ritenendo di essere ben preparato, ma risultò
che mi sbagliavo. Un libro dopo l'altro andò a ingrossare il mucchio
dei fallimenti, mentre la signorina Murdstone non smetteva un momento
di osservarci con fermezza. E quando arrivammo infine ai cinquemila
formaggi (ma quel giorno ricordo che si trattava di verghe) mia madre
scoppiò in lagrime.
- Clara! - esclamò la signorina Murdstone con la sua voce ammonitrice.
- Cara Jane, credo di non sentirmi troppo bene - disse mia madre.
Vidi il signor Murdstone strizzare solennemente l'occhio in direzione
della sorella mentre si alzava, e prendendo la canna diceva:
- Certo, Jane, non possiamo davvero attenderci che Clara sopporti con
grande fermezza le noie e i dispiaceri che oggi David le procura.
Vorrebbe dire per lei essere stoica. Clara si è fatta molto forte ed è
molto migliorata, ma da lei non ci possiamo attendere tanto. David, tu
e io andremo di sopra.
Mentre mi conduceva all'uscio, mia madre ci rincorse. La signorina
Murdstone disse: - Clara, sei pazza? - e la trattenne. Allora vidi mia
madre tapparsi le orecchie e la udii piangere.
Lento e severo egli mi fece salire nella mia camera (sono sicuro che
si divertiva nel compiere una formale parata prima di amministrare la
giustizia) e quando vi entrammo mi afferrò all'improvviso la testa e
la piegò stringendola sotto il braccio.
- Signore! Signor Murdstone! - gridai. - No, signore, la prego di non
picchiarmi! Cerco di imparare, ma non ci riesco fin che lei e la
signorina Murdstone sono presenti. Non ci riesco davvero!
- Davvero non ci riesci, ragazzo mio? - disse. - Allora proviamo
questo.
Mi stringeva la testa come in una morsa, ma non so come riuscii a
torcermi e liberarmi, per un momento lo fermai supplicandolo di non
picchiarmi. Ma lo fermai solo per poco, perché subito mi colpì con
forza; nello stesso istante afferrai con i denti la mano che mi
stringeva e la morsi a sangue. Rabbrividisco ancor oggi a ricordarlo.
Allora egli mi staffilò come se volesse battermi a morte. Al di sopra
di tutto il frastuono che facevamo noi, udii suono di passi e di grida
sulle scale... udii gridare mia madre... e Peggotty. Poi egli
scomparve e l'uscio venne chiuso a chiave dall'esterno; rimasi a
terra, acceso e febbricitante, ferito e ammaccato, abbandonato alla
furia della mia infantile disperazione.
Ricordo benissimo, appena mi calmai, quale strano silenzio pareva
regnasse in tutta la casa! Come ricordo bene che non appena si
raffreddarono in me il bruciore e la collera cominciai ad avere
coscienza della mia malvagità.
Rimasi a lungo immobile, tendendo l'orecchio, ma non coglievo alcun
suono. Con fatica mi rimisi in piedi, e quasi mi spaventai nel vedermi
allo specchio il viso gonfio, rosso, orribile. Ero intorpidito e
dolorante per i lividi, tornavo a piangere se appena mi movevo; ma
questo non era nulla in paragone al senso di colpa che sentivo. Oso
dire che mi pesava più che se fossi stato il peggiore dei criminali.
Cominciava a farsi buio e avevo chiuso la finestra (ero stato quasi
sempre accoccolato con la testa posata sul davanzale, a momenti
piangendo, o mezzo assopito, o guardando fuori con grande tristezza)
quando la chiave girò nella toppa ed entrò la signorina Murdstone con
pane, carne e del latte. Posò ogni cosa sul tavolino senza pronunciare
una sola parola, sempre fissandomi con esemplare fermezza, poi se ne
andò, richiudendo a chiave l'uscio.
Si era fatta notte ormai, e stavo ancora là a chiedermi se non sarebbe
venuto qualcuno. Quando ciò mi parve ormai improbabile, mi svestii e
andai a letto, e allora cominciai, tutto impaurito, ad almanaccare
intorno a che cosa avrebbero fatto di me: era un atto criminale quello
che avevo commesso? Mi avrebbero fatto arrestare e mettere in
prigione? Vi era forse anche il pericolo che mi condannassero alla
forca?
Non dimenticherò mai il risveglio del mattino seguente, e come dopo
essermi sentito in un primo momento lieto e sereno, subito dopo fui
oppresso dall'angoscioso peso del rimorso. Ricomparve la signorina
Murdstone prima che mi fossi alzato, e con un minimo di parole
indispensabile mi disse che ero libero di scendere a passeggiare in
giardino per non più di mezz'ora; se ne andò lasciando aperto l'uscio
per darmi la possibilità di servirmi del permesso.
Così feci, come poi ogni giorno della mia prigionia che durò cinque
giorni. Se avessi potuto vedere mia madre e restare solo con lei, le
avrei chiesto perdono in ginocchio, ma per tutto quel periodo non vidi
altri che la signorina Murdstone, salvo nel momento della preghiera
serale, alla quale venivo scortato dalla stessa signorina Murdstone
dopo che tutti avevano già preso posto, mentre io, giovane bandito,
venivo lasciato tutto solo accanto all'uscio, da dove la mia
carceriera mi faceva solennemente scomparire prima che alcuno
lasciasse l'atteggiamento devoto. Notai soltanto che mia madre stava
il più possibile lontana da me ed era girata in modo che non le vidi
mai il viso, mi accorsi anche che il signor Murdstone aveva una mano
vistosamente avvolta in una larga benda di tela.
Non sarò mai capace di precisare quanto durarono per me quei cinque
giorni. Nel ricordo hanno la durata di altrettanti anni. Il modo come
tendevo l'orecchio per cogliere tutti i rumori della casa che mi
potevano giungere; il suono dei campanelli, gli usci che si aprivano e
si richiudevano, il mormorio delle voci, i passi sulle scale, ogni
risata, e il fischiettare o cantare all'esterno, che nella mia
solitudine e infelicità trovavo più che mai tristi, l'incerto
trascorrere delle ore specialmente la sera tardi, quando mi destavo
credendo che fosse mattina, e scoprivo che la gente di casa non era
ancora andata a coricarsi, e che dovevano ancora incominciare le
lunghe ore della notte... i sogni paurosi e gli incubi che avevo... il
ritorno del giorno, mezzodì, pomeriggio, sera, quando i bambini
giocavano sul sagrato, e io li osservavo ritirandomi lontano dalla
finestra nel timore si accorgessero che ero tenuto prigioniero... la
strana sensazione di non udire mai la mia voce... i fuggevoli
intervalli di qualcosa che rassomigliava alla letizia nel momento del
mangiare e del bere, e che subito scompariva; la pioggia che una sera
prese a cadere diffondendo un odore di frescura, e si fece sempre più
fitta fra me e la chiesa fino a che il calare della notte vi si
aggiunse come per sommergermi nel buio, nella paura e nel rimorso:
tutto questo è come se fosse durato anni in luogo di giorni, tanto mi
si è vivamente impresso nella memoria in maniera incancellabile.
L'ultima notte della mia prigionia mi ridestai nell'udire bisbigliare
il mio nome. Balzai a sedere sul letto e dissi allargando le braccia
nel buio:
- Sei tu, Peggotty?
Non seguì alcuna risposta immediata, ma poco dopo tornai a distinguere
il mio nome, pronunciato con tono così misterioso e impaurito che
sarei probabilmente svenuto per la paura se non mi fosse venuto in
mente che la voce doveva venire dal buco della serratura.
Andai a tentoni all'uscio e, avvicinate le labbra al battente,
mormorai:
- Sei tu, cara Peggotty?
- Sì, mio carissimo Davy, - rispose - fa' piano come un topolino, se
no ci sente il gatto.
Capii che intendeva la signorina Murdstone, e il pericolo che
correvamo, dato che la sua camera era vicina alla mia.
- Come sta la mamma, cara Peggotty? E' molto in collera con me?
Sentii Peggotty piangere sottovoce dall'altra parte dell'uscio, come
facevo io dalla mia parte, prima che mi rispondesse: - No. Non tanto.
- Che cosa succederà di me, Peggotty cara? Lo sai?
- Collegio. Vicino a Londra - fu la risposta di Peggotty, ma dovetti
fargliela ripetere perché la prima volta mi era entrata direttamente
in gola, avendo io dimenticato di staccare dalla toppa la bocca per
applicarvi l'orecchio, e sebbene le parole mi avessero fatto un gran
solletico, non ero riuscito a coglierne altro che il suono.
- Quando, Peggotty?
- Domani.
- Per questo la signorina Murdstone ha tolto le mie cose dai cassetti?
- (avevo dimenticato di accennare a questo particolare).
- Sì - disse Peggotty. - Baule.
- Non vedrò la mamma.
- Sì - disse Peggotty. - Mattina.
Poi Peggotty incollò addirittura la bocca al buco della serratura e
pronunciò le parole con più affetto e intensità credo, di quanto una
toppa di chiave abbia mai avuto l'occasione di lasciar passare,
sparando ogni breve frase come una piccola esplosione a sé.
- Davy, carissimo. Se non sono stata proprio affettuosa con te. Questo
ultimo tempo come ero prima. Non è perché non ti voglio bene. Proprio
come prima e anche di più, tesoro mio. Perché ho pensato che era
meglio per te. E anche per un'altra persona. Davy, angelo mio,
ascolti? Mi senti?
- Sì... sì, Peggotty! - singhiozzai.
- Tesoro! - disse Peggotty con una compassione infinita. - Questo
voglio dire. Che tu non devi mai dimenticarmi. Perché io non ti
dimenticherò mai. E avrò cura della tua mamma, Dave. Come ho avuto
cura di te. E non l'abbandono. Chissà se un giorno sarà ancora
contenta. Di appoggiarsi ancora al braccio. Della sua povera stupida
vecchia sgarbata Peggotty. E io ti scriverò, carissimo. Anche se non
ho studiato. E io... io... - Non potendo baciarmi, Peggotty si mise a
baciare il buco della serratura.
- Grazie, Peggotty, cara! - dissi. - Grazie! Grazie! Mi prometti una
cosa, Peggotty? Ti prego, scrivi una lettera e di' al signor Peggotty,
e alla piccola Emily e alla signora Gummidge e a Ham che non sono
cattivo come potrebbero credere, e che mando a tutti loro il mio
affetto... glielo scriverai, per favore, Peggotty?
La mia buona Peggotty promise, e tutti e due baciammo con trasporto il
buco della serratura, io ricordo anche di averlo accarezzato come
fosse il viso onesto di lei, e poi ci separammo. E quella notte nacque
nel mio cuore per Peggotty un sentimento che non so definire
esattamente. Non si sostituì a mia madre, nessuno l'avrebbe potuto
fare, ma venne a occupare nel mio cuore un vuoto che le si chiuse
intorno, e io provai verso di lei un sentimento che non ho mai avuto
verso nessun altro essere umano. Era anche un tipo di affetto un po'
comico; e tuttavia se fosse morta non so immaginare che cosa avrei
fatto, né come avrei sopportato la tragedia che per me quella morte
avrebbe rappresentato.
Al mattino fece come al solito la sua comparsa la signorina Murdstone,
e mi disse che sarei andato in collegio, il che non mi era del tutto
nuovo come poteva supporre. Mi informò pure che appena vestito sarei
dovuto scendere per fare colazione in salotto. Vi trovai mia madre,
pallida e con gli occhi arrossati; mi gettai fra le sue braccia e dal
fondo della mia anima ferita le chiesi perdono.
- Oh, Davy! - disse. - Pensare che tu abbia potuto fare del male alla
persona che amo! Cerca di migliorare, diventa più buono, ti prego! Ti
perdono. Ti perdono, Davy, ma mi addolora tanto che tu abbia nel cuore
delle passioni tanto cattive!
L'avevano convinta che io fossi malvagio, e questo la rattristava più
della mia partenza. Era uno strazio per me. Cercai di consumare la mia
ultima colazione, ma le lagrime mi cadevano sul pane imburrato e
gocciolavano dentro il tè. Notai che a volte mia madre mi guardava e
subito lanciava un'occhiata alla signorina Murdstone, presente e
vigile, e poi abbassava gli occhi, o guardava lontano.
- Presto, il baule del signorino Copperfield! - ordinò la signorina
Murdstone non appena si udì il rumore di ruote al cancello.
Speravo di vedere Peggotty, ma non la vidi e nemmeno il signor
Murdstone si fece vivo. Alla porta vi era un vecchio amico, il
corriere; il baule venne portato fuori e messo nel suo carro.
- Clara! - disse la signorina Murdstone con tono di avvertimento.
- Eccomi, mia cara Jane! - le rispose mia madre. - Addio Davy. Te ne
vai per il tuo bene. Addio, bambino mio. Tornerai per le vacanze,
sarai diventato più buono.
- Clara! - tornò ad ammonire la signorina Murdstone.
- Subito, mia cara Jane, - disse mia madre, che mi teneva abbracciato.
- Io ti perdono, bambino mio caro. Dio ti benedica!
- Clara! - disse ancora la signorina Murdstone.
La signorina Murdstone ebbe la bontà di accompagnarmi fino al carro,
ed ebbe il tempo di dirmi che sperava mi sarei pentito prima di fare
una brutta fine. Poi salii e l'indolente cavallo partì.
5 - MI MANDANO LONTANO DA CASA.
Avevamo coperto forse mezzo miglio, e il mio fazzoletto era già tutto
inzuppato, quando il corriere a un tratto si fermò.
Guardandomi intorno per capire il motivo della fermata, con mio grande
stupore vidi Peggotty sbucare da una siepe e saltare sul carro. Mi
prese tra le braccia e mi strinse tanto forte contro le stecche del
suo busto da schiacciarmi il naso fino a farmi male, sebbene a questo
pensassi solo più tardi quando mi accorsi che era molto indolenzito.
Peggotty non disse una sola parola. Sciogliendo un braccio, se lo
ficcò in tasca fino al gomito e ne tolse dei sacchetti pieni di dolci
di cui mi riempì le tasche, e un portamonete che mi mise in mano, ma
senza mai dire una parola. Infine dopo avermi stretto un'ultima volta
tra le braccia saltò giù dal carro e corse via; e credo anche adesso,
come ho sempre creduto, che non avesse più nemmeno un bottone sul
dorso dell'abito. Dei parecchi che erano saltati via ne raccattai uno,
e lo conservai a lungo come prezioso ricordo.
Il corriere mi guardò come per chiedermi se sarebbe tornata. Scossi la
testa, dissi che pensavo di no. - Allora su! - disse il corriere al
cavallo indolente, che ubbidì e si mosse.
Ormai avevo pianto tutte le lagrime a mia disposizione e cominciai a
pensare che non servisse a nulla piangere ancora, tanto più che, da
quanto ricordavo, né "Roderick Random", né quel "Capitano" della
Marina Militare Britannica avevano mai pianto nemmeno in situazioni
difficili. Vedendomi così deciso, il corriere suggerì che il mio
fazzoletto venisse steso ad asciugare sul dorso del cavallo. Lo
ringraziai e accettai la proposta; devo dire che data la posizione il
fazzoletto pareva straordinariamente piccolo.
Ora potevo esaminare con comodo il portamonete: era di cuoio rigido
con la chiusura a scatto e vi erano tre scellini lucidissimi, che
certo Peggotty aveva lustrati con la polvere di gesso per mia più
grande soddisfazione. Ma la cosa più preziosa erano due mezze corone
avvolte in un pezzo di carta sul quale mia madre aveva scritto di suo
pugno: - Per Davy. Con Amore. Ne fui tanto commosso che pregai il
corriere di avere la bontà di ridarmi il fazzoletto, ma disse che
pensava avrei fatto meglio a non usarlo; mi parve che avesse ragione,
perciò mi asciugai gli occhi con i risvolti delle maniche e smisi di
piangere.
Riuscii davvero a dominarmi, sebbene per effetto del tanto piangere mi
sentissi di tanto in tanto scosso da un singhiozzo violento.
Procedemmo così traballando per un po' di tempo, poi chiesi al
corriere se avrebbe fatto lui tutto il viaggio.
- Tutto il viaggio dove? - replicò il corriere.
- Là - dissi.
- Dove è là? - domandò.
- Vicino a Londra - risposi.
- Ecco - disse il corriere - questo cavallo - e agitò le redini per
indicarlo meglio - sarebbe più morto di un quarto di maiale prima di
arrivare nemmeno a metà strada.
- Allora lei va soltanto a Yarmouth? - chiesi.
- Proprio così. E poi la porterò alla diligenza, e la diligenza la
porterà... dove deve andare.
Siccome questo era stato un lungo discorso da parte del corriere (il
cui nome era Barkis), essendo egli, come ho già fatto notare in un
capitolo precedente, di temperamento flemmatico e per nulla portato
alla conversazione, in segno di gratitudine gli offersi un dolce, che
egli inghiottì di colpo, precisamente come un elefante e senza che il
suo faccione subisse la minima alterazione proprio come sarebbe
accaduto ad un elefante.
- Li ha fatti lei, eh? - disse il signor Barkis, sempre spinto avanti
in quella sua maniera goffa, con i piedi appoggiati alla predella del
carro e un gomito su ciascun ginocchio.
- Vuol dire Peggotty, signore?
- Ah! - esclamò il signor Barkis. - Lei.
- Sì. Ci fa lei tutti i dolci, e anche cucina per noi.
- Ah, così? - disse il signor Barkis.
Strinse le labbra come se volesse fischiare, ma non fischiò. Rimase a
fissare le orecchie del cavallo come se vi avesse scoperto qualche
novità, e per un bel po' di tempo non aperse bocca. Poi disse:
- Niente di tenero, eh?
- Vuol dire focacce tenere, signor Barkis? - Pensai che desiderasse
mangiare un altro boccone e che ne avesse così indicato con precisione
la qualità.
- Amori - disse il signor Barkis. - Innamorati. Va fuori con nessuno?
- Peggotty?
- Ah! - disse. - Lei.
- Oh, no. Non ha mai avuto un innamorato.
- Proprio no, eh? - disse il signor Barkis.
Tornò a stringere le labbra per fischiare, ma non fischiò nemmeno
questa volta e rimase a fissare le orecchie del cavallo.
- Allora lei fa le torte di mele - disse il signor Barkis dopo avere a
lungo riflettuto - e tutta la cucina, eh?
Gli risposi che le cose stavano precisamente così.
- Bene. Senta un po' - disse il signor Barkis: - Forse le scriverà?
- Le scriverò senz'altro - risposi.
- Ah! - disse, girando lentamente gli occhi verso di me. - Bene! Se le
scrive forse ricorderà di dirle che Barkis è disposto; vuole?
- Dirò che Barkis è disposto - ripetei innocentemente. - Tutto qui il
messaggio?
- Sì... - disse mettendosi a riflettere. - Sì. Barkis è disposto.
- Ma lei, signor Barkis, domani tornerà a Blunderstone - dissi
esitante all'idea che allora io ne sarei ben lontano - e potrebbe
darglielo lei molto meglio il suo messaggio.
Respinse tuttavia il suggerimento scotendo appena la testa, tornò a
confermare la precedente richiesta dicendo con profonda gravità: -
Barkis è disposto. Ecco il messaggio - e io mi affrettai a promettere
che l'avrei trasmesso. Mentre quel pomeriggio stesso ero in attesa
della diligenza nella locanda di Yarmouth, mi procurai un foglio di
carta e un calamaio, e indirizzai a Peggotty il seguente scritto: "Mia
cara Peggotty, sono qui sano e salvo. Barkis è disposto. Baci alla
mamma. Il tuo affezionatissimo. P.S. Dice che ci tiene molto a farti
sapere che "Barkis è disposto"".
Dopo che mi fui impegnato a eseguire nel futuro quella commissione, il
signor Barkis ricadde in un silenzio totale, e io, esausto per tutto
ciò che mi era di recente accaduto, mi sdraiai su un sacco che stava
sul carro e mi addormentai. Dormii profondamente fino a Yarmouth; dal
cortile della locanda in cui entrammo la città mi parve del tutto
ignota e così strana da farmi subito abbandonare la vaga speranza che
avevo di incontrarvi qualcuno della famiglia del signor Peggotty,
forse addirittura la stessa piccola Emily in persona.
Nel cortile si trovava la diligenza, tutta bene lucidata, ma ancora
senza i cavalli, e in quelle condizioni niente pareva più improbabile
della sua partenza per Londra. Stavo riflettendo su questo e mi
domandavo che cosa sarebbe capitato al mio baule che il signor Barkis
aveva posato a terra nel cortile di fianco al palo dell'insegna (dopo
avere fatto il giro del cortile per voltare il carro), e anche che
cosa sarebbe alla fine capitato a me, quando una signora si affacciò a
una finestra sporgente da cui penzolavano dei polli e dei pezzi di
carne, e disse:
- E' lei il signorino che viene da Blunderstone?
- Sì, signora - le risposi.
- Il nome? - s'informò la donna.
- Sono Copperfield, signora - dissi.
- Non è questo - replicò la signora. - Il pranzo non è stato pagato in
anticipo a questo nome.
- Il nome è forse Murdstone, signora? - chiesi.
- Se lei è il signorino Murdstone, - disse la signora - perché tanto
per cominciare viene a dare un altro nome?
Le spiegai come stavano le cose, dopo di che sonò un campanello e
chiamò: - William, apri la sala! - Al che un cameriere accorse da una
cucina che si apriva sul lato opposto del cortile, e parve molto
stupito di dover introdurre solo me.
La sala era molto vasta, con alcune carte geografiche alle pareti.
Dubito che mi sarei sentito più sperduto se quei paesi stranieri
fossero stati veri, e io mi trovassi là in mezzo. Avevo l'impressione
di essere indiscreto quando con il berretto in mano sedetti su un
angolo della sedia più vicina alla porta; quando poi il cameriere
distese una tovaglia proprio per me e vi posò piatti e posate per me,
credo di essere diventato tutto rosso tanto mi sentivo intimidito.
Portò delle costolette con verdura, e scoperse il piatto con tanta
energia che temetti di averlo in qualche modo offeso. Ma provai un
grandissimo sollievo quando avvicinò alla tavola una seggiola e mi
disse molto affabilmente: - Su, gigante, all'opera!
Lo ringraziai e presi posto, ma trovai che mi era difficile maneggiare
coltello e forchetta con un minimo di destrezza, o tralasciare di
farmi schizzare addosso l'intingolo, mentre lui mi stava ritto di
fronte a fissarmi con tale intensità da farmi terribilmente arrossire
ogni volta che incrociavo il suo sguardo. Dopo avermi visto consumare
la seconda costoletta, disse:
- Per lei c'è anche una mezza pinta di birra. La vuole adesso?
Lo ringraziai e risposi di sì, e allora me la versò da un boccale in
un alto bicchiere che sollevò contro la luce per ammirarne il colore.
- Occhio! - disse. - Pare molta, no?
- Sì, pare che sia un bel po' - gli risposi con un sorriso perché ero
felice di trovarlo così cordiale. Teneva gli occhi socchiusi, aveva la
faccia coperta di foruncoletti e i capelli ritti sulla testa, e mentre
stava con una mano sul fianco, tenendo nell'altra il bicchiere di
birra per vederlo contro luce, aveva l'aria molto gioviale.
- Ieri è venuto qui un signore - disse - un signore grasso e grosso,
di nome Topsawyer... forse lo conosce?
- No, - dissi - non credo di conoscerlo.
- In calzoni corti e ghette, il cappello a falde larghe, giubba
grigia, cravattone a palline - disse il cameriere.
- No, - ripetei timidamente - non ho il piacere...
- E' venuto qui dentro - disse il cameriere, guardando la luce
attraverso il bicchiere - e ordinò un bicchiere di questa birra... la
volle assolutamente... lo consigliai di no... la bevve e cadde morto.
Per lui era troppo vecchia. Non dovrebbe essere spillata, ecco il
fatto.
Rimasi molto scosso nell'apprendere quel triste incidente e dissi che
avrei preferito bere dell'acqua.
- Ecco, vede - disse il cameriere, sempre guardando la luce attraverso
il bicchiere con un occhio e tenendo l'altro chiuso la gente di qui
non gradisce che si lasci la roba ordinata. Si offendono. Ma se lei
vuole, la bevo io. Ci sono abituato, e l'abitudine è tutto. Non credo
che mi farà male, se getto indietro la testa e mando giù in fretta.
Vuole?
Gli risposi che gli sarei stato molto grato se pensava di poter bere
quella birra senza pericolo, altrimenti no, assolutamente. Quando
gettò indietro la testa e bevve d'un fiato, confesso di avere provato
una orribile paura di vederlo seguire la sorte del compianto signor
Topsawyer, e piombare senza vita sul pavimento. Ma non ne ebbe alcun
danno. Anzi mi parve che fosse diventato più vivace.
- Che cosa abbiamo qui? - disse, infilando nel mio piatto una
forchetta. - Non costolette?
- Costolette - dissi.
- Che Dio mi benedica! - esclamò. - Non sapevo che fossero costolette.
Ma sì, una costoletta è proprio la cosa che ci vuole per cancellare i
cattivi effetti di quella birra. Non è una bella fortuna?
Così prese una costoletta per l'osso con una mano e con l'altra una
patata e le mangiò di ottimo appetito con mia immensa soddisfazione.
Poi prese un'altra costoletta e un'altra patata, e dopo queste
un'altra costoletta e un'altra patata. Quando ebbe finito mi portò un
budino e dopo avermelo messo davanti sembrò rimuginare distrattamente
per qualche momento.
- Com'è il pasticcio? - chiese riscotendosi.
- E' un budino - risposi.
- Un budino! - esclamò. - Che Dio mi benedica se non è vero! Ma come!
- e lo scrutò da vicino. - Non mi dirà che si tratta di un budino
all'uovo?
- Sì, proprio così.
- Ma il budino all'uovo - disse afferrando un cucchiaio - è quello che
preferisco! Non è una bella fortuna? Avanti, piccolo, e vediamo chi
riesce a mangiarne di più.
Fu certo il cameriere a mangiarne di più. Varie volte mi incitò a
darmi da fare per vincere, ma con il suo cucchiaio contro il mio
cucchiaino, la sua velocità contro la mia e il suo appetito contro il
mio, fin dal primo boccone rimasi molto indietro e senza possibilità
di gareggiare. Credo di non avere visto nessuno gustare tanto un
budino, e quando era tutto scomparso rise come se per lui quel
godimento durasse ancora.
Vedendo che era così cordiale e di buona compagnia, fu allora che gli
chiesi penna, inchiostro e carta per scrivere a Peggotty. Non solo mi
accontentò immediatamente, ma ebbe anche la bontà di stare a guardare
che cosa scrivevo nella lettera. Quando ebbi finito, mi chiese dove
andassi in collegio.
Risposi: - Vicino a Londra - perché non sapevo altro.
- O povera la mia testa! - disse con aria molto malinconica. Me ne
rincresce moltissimo.
- Perché? - gli domandai.
- Oh, Signore! - disse, scotendo la testa - proprio la scuola dove
ruppero le costole a quel ragazzo... due costole... era un ragazzo
piccolo. Direi che avesse... vediamo un po'... lei press'a poco che
età ha?
Gli dissi che ero tra gli otto e i nove anni.
- Precisamente l'età di quello - disse. - Aveva otto anni e sei mesi
quando gli ruppero la prima costola; otto anni e otto mesi quando gli
ruppero la seconda, e fu la sua fine.
Non potei nascondere a me stesso né al cameriere che si trattava di
una coincidenza spiacevole e chiesi come fosse avvenuto. La sua
risposta non era fatta per confortarmi perché consisteva in due
lugubri parole: - A frustate.
Il suono del corno della diligenza venne a proposito, mi alzai e tra
l'orgoglio e la diffidenza che mi dava il possedere un portamonete
(che intanto mi trassi di tasca), chiesi esitante se vi fosse nulla da
pagare.
- Vi è il foglio di carta da lettere - rispose. - Ha mai comperato un
foglio di carta da lettere?
Non ricordavo di averne mai fatto acquisto.
- E' cara, - disse - a causa del dazio: tre pence. Ecco come ci
tassano in questo paese. Nient'altro, salvo il cameriere. Per
l'inchiostro niente. Sarò io a rimetterci!
- Che cosa deve... che cosa devo... quanto dovrei... per favore,
quanto sarebbe giusto dare al cameriere? - balbettai arrossendo.
- Se non avessi una famiglia, e se la mia famiglia non fosse malata di
vaiolo, - disse il cameriere - accetterei sei pence. Se non dovessi
mantenere un vecchio padre e una bella sorellina - a questo punto il
cameriere parve molto agitato non vorrei un soldo. Se avessi un posto
buono e qui mi trattassero bene, la pregherei di accettare un piccolo
dono invece di prenderlo. Ma vivo di avanzi... dormo nella
carbonaia... - qui il cameriere scoppiò in lagrime.
Ero molto commosso per le sue sventure, compresi che se gli avessi
dato meno di nove pence avrei dimostrato cattiveria e durezza di
cuore, quindi gli diedi una delle mie tre lucenti monete da uno
scellino, che egli ricevette con molta deferenza e gratitudine, e
subito dopo fece girare sul pollice per accertarsi che non fosse
falsa.
Rimasi un po' turbato scoprendo, mentre mi aiutavano a salire
sull'imperiale della diligenza, che si credeva avessi consumato tutto
quel cibo senza alcun aiuto. Lo seppi sentendo che la signora
affacciata alla finestra sporgente diceva al postiglione: - Sta'
attento a quel ragazzo, George, che non scoppi! - e notando come le
domestiche uscivano per guardarmi, e ridacchiavano come se fossi un
giovane fenomeno. Il mio infelice amico cameriere, già tornato di
buonissimo umore, non parve affatto turbato da ciò, anzi si unì alla
ammirazione generale senza mostrare la minima confusione.
Se avessi avuto qualche dubbio sul suo conto, ciò l'avrebbe potuto
confermare, ma tendo a credere che per la semplicità fiduciosa del
fanciullo che ero, e la naturale confidenza di chi è molto giovane per
chi ha più anni (qualità che purtroppo ogni bambino deve
prematuramente perdere in cambio della mondana saggezza), tutto
sommato, non diffidassi molto di lui nemmeno allora.
Devo però ammettere che mi riuscì penoso essere, senza alcun motivo,
oggetto di scherzi tra il conducente e il postiglione a proposito
della diligenza più pesante del normale, e che sarebbe stato meglio io
viaggiassi in un furgone. La storia del mio ipotetico appetito prese a
circolare tra gli altri viaggiatori dell'imperiale e anche per essi
divenne fonte di ilarità. Mi chiesero se in collegio avrei dovuto
pagare la retta doppia o tripla, e se mi avrebbero accettato a opera o
a ora, rivolgendomi altre facete domande di questo genere. Ma il
peggio fu che sapevo bene quanto mi sarei vergognato di mangiare nulla
quando si fosse presentata l'occasione e che, dopo il mio desinare
piuttosto leggero, sarei rimasto per tutta la notte con la fame...
dato pure che nella fretta avevo dimenticato i dolci alla locanda. I
miei timori si avverarono. Quando ci fermammo per la cena, non ebbi il
coraggio di ordinare nulla, sebbene ne avessi un gran desiderio, ma
rimasi seduto accanto al fuoco e dissi che non avevo bisogno di
niente. Il che non mi salvò tuttavia da altre canzonature, anzi un
signore con voce rauca e la faccia rozza, che per quasi tutto il
viaggio non aveva smesso di mangiare panini che pescava da una
scatola, salvo quando beveva da una bottiglia, disse che ero come un
serpente boa, il quale in un solo pasto mangia tanto che gli duri per
un pezzo; dopo di che si prese una eruzione della pelle per aver
mangiato troppo manzo bollito.
Eravamo partiti da Yarmouth alle tre del pomeriggio e saremmo arrivati
a Londra verso le otto del mattino seguente. Si era nel mezzo
dell'estate e la serata era deliziosa. Quando si attraversava un
villaggio, mi figuravo come fosse l'interno delle case e che cosa
stesse facendo la gente; e quando i ragazzi correvano dietro alla
diligenza, si aggrappavano e per un po' si dondolavano, mi chiedevo se
il loro padre fosse in vita e se in casa erano felici. Avevo perciò
ampia materia di riflessione, oltre al congetturare di continuo sul
tipo di luogo verso cui ero diretto... ed erano idee tutt'altro che
confortanti. Ricordo che a volte ripiegavo sul pensiero di casa mia e
di Peggotty, e in maniera cieca e confusa cercavo di riportarmi alla
mente quali fossero i miei sentimenti e che ragazzo ero stato prima di
mordere il signor Murdstone, ma non ci riuscivo affatto, mi pareva di
avergli morso la mano in un tempo remotissimo.
La notte non fu piacevole quanto la sera perché l'aria s'era fatta
fredda; stavo seduto fra due uomini (quello con la faccia rozza e un
altro), dove mi avevano messo perché non fossi sbalzato giù dalla
diligenza, e dondolando quando prendevano sonno quasi mi schiacciavano
immobilizzandomi del tutto. A momenti mi strizzavano talmente che non
potevo tralasciare di gridare: - Oh, per favore... - il che non
gradivano affatto perché li ridestava. Di fronte a me sedeva una
signora anziana con un ampio mantello di pelliccia che la avvolgeva
così bene da farla sembrare una balla di paglia piuttosto che una
donna. Questa signora aveva con sé un canestro e per parecchio tempo
aveva mostrato di non sapere dove metterlo, ma poi, siccome avevo le
gambe corte, scoprì che lo poteva collocare sotto di me. Mi
costringeva a tenermi rattrappito e mi urtava tanto da rendermi
perfettamente infelice, ma se facevo il minimo movimento, subito un
bicchiere che si trovava nel canestro urtava contro un altro oggetto,
e la signora mi colpiva crudelmente con il piede, dicendo: - Via, non
agitarti. Hai le ossa abbastanza giovani, direi!
Finalmente si levò il sole, e i miei compagni parvero dormire più
tranquillamente. Non è da credere con quanta difficoltà avessero
riposato per tutta la notte e con quali spaventosi gorgogli e grugniti
vi avevano dato sfogo. Via via che il sole si faceva più alto, il loro
sonno diventava più leggero e l'uno dopo l'altro a poco a poco si
destarono. Ricordo quanto fui sorpreso al sentire che tutti
sostenevano di non avere mai dormito, e alla straordinaria
indignazione con cui ciascuno di loro respingeva questa accusa. Lo
stesso stupore non cesso di provare anche oggi avendo notato come di
tutte le debolezze umane proprio quella di cui la nostra natura umana
è meno disposta a confessarsi in colpa (e non so immaginare perché)
sia appunto di addormentarsi viaggiando con la diligenza.
E' inutile che io mi fermi qui a raccontare quale luogo meraviglioso
fu per me Londra vista da lontano, come credevo che tutte le avventure
di tutti i miei eroi preferiti vi si svolgessero e ripetessero
continuamente, e come dentro di me e in maniera confusa la giudicassi
più colma di meraviglie e di malvagità di tutte le città della terra.
Ci avvicinavamo lentamente, e all'ora stabilita si giunse alla meta,
che era una locanda nel quartiere di Whitechapel. Non ricordo se fosse
il Toro, o il Cinghiale Azzurro, ma so che era qualcosa di azzurro, e
l'insegna era anche dipinta sul retro della diligenza.
Mentre scendeva a terra, il postiglione posò l'occhio su di me e gridò
rivolto all'ingresso della biglietteria:
- C'è qui nessuno per un ragazzo registrato sotto il nome di
Murdstone, proveniente da Blunderstone, Suffolk, spedito qui in
giacenza?
Nessuno rispose.
- La prego, signore, provi a dire Copperfield - dissi, guardando giù
smarrito.
- C'è qui nessuno per un ragazzo registrato sotto il nome di
Murdstone, proveniente da Blunderstone, Suffolk, ma che risponde al
nome di Copperfield, spedito qui in giacenza? - gridò il postiglione.
- Avanti, c'è qualcuno?
No. Non c'era nessuno. Mi guardai intorno ansioso, ma la richiesta
lasciò indifferenti tutti i presenti, salvo un uomo con le ghette e un
occhio solo, il quale suggerì che sarebbe stato bene mettermi un
collare di ottone e legarmi nella scuderia.
Portarono una scaletta e discesi dopo la signora che rassomigliava a
una balla di paglia, senza osare di muovermi prima che il canestro
venisse portato via. Ormai la diligenza s'era vuotata dei passeggeri,
i bagagli furono presto scaricati, i cavalli staccati ancora prima che
si curassero del bagaglio, e ora anche la diligenza venne sospinta e
fatta arretrare da alcuni stallieri perché non desse ingombro.
Tuttavia non si presentava ancora nessuno a prelevare il ragazzo tutto
impolverato e proveniente da Blunderstone, Suffolk.
Più solo di Robinson Crusoe, il quale non aveva nessuno che lo
guardasse e vedesse com'era solo, entrai nella biglietteria, e su
invito dell'impiegato in servizio passai dietro il banco e sedetti
sulla bilancia che serviva per pesare i bagagli. Rimasi lì a guardare
i pacchi, gli involti, i libri, e mentre respiravo l'odore delle
scuderie (d'allora in poi sempre collegato per me a quel mattino), una
serie delle più spaventose ipotesi cominciò a passarmi per la mente. E
se nessuno fosse mai venuto a prendermi, per quanto tempo avrebbero
accettato di tenermi là? Finché non avessi spesi i miei sette
scellini? Avrei dormito la notte in una di quelle grandi casse di
legno in compagnia degli altri bagagli, e al mattino mi sarei lavato
alla pompa del cortile, oppure mi avrebbero scacciato ogni sera per
riammettermi quando l'ufficio si sarebbe aperto il giorno dopo, dato
che ero stato spedito in giacenza? Ammesso che non vi fosse alcun
errore e che il signor Murdstone avesse ideato quel piano per
liberarsi di me, che cosa avrei dovuto fare? Se anche mi avessero
permesso di stare là fino a spendere tutti i miei sette scellini, non
avrei potuto sperare di rimanere anche quando avessi cominciato a
morire di fame. Ciò sarebbe stato senza dubbio scomodo e spiacevole
per i viaggiatori, oltre a far correre il rischio all'"Azzurro
Qualcosa" di sobbarcarsi le spese del funerale. Se fossi partito
immediatamente per cercare di tornare a casa a piedi, come avrei
potuto ritrovare la via, come potevo mai sperare di percorrere a piedi
una tale distanza, e di chi, nel caso fossi arrivato a casa, mi sarei
potuto fidare all'infuori di Peggotty? Se avessi trovato il più vicino
ufficio autorizzato e mi fossi offerto per arruolarmi nell'esercito o
nella marina, ero così piccolo che molto probabilmente non mi
avrebbero accettato. Questi pensieri e cento altri simili mi facevano
scottare la fronte e venire le vertigini per l'apprensione e
l'angoscia. Ero al colmo di quella febbre, quando entrò un uomo e
bisbigliò qualcosa all'impiegato, il quale subito mi fece scivolare
giù dalla bilancia e mi sospinse verso l'altro come se fossi stato
pesato, acquistato, pagato e consegnato.
Mentre uscivo dalla biglietteria tenendomi per mano con quel nuovo
conoscente, gli diedi un'occhiata. Era un giovane macilento e
giallastro, con le guance incavate e il mento quasi nero come quello
del signor Murdstone, ma la somiglianza finiva qui perché non portava
le basette, e i capelli invece di essere lucidi erano aridi e
scoloriti. Vestiva un completo nero, anch'esso piuttosto stretto e
stinto, e piuttosto corto di maniche e di gambe; aveva un fazzoletto
bianco da collo non eccessivamente pulito. Non pensai allora e non lo
penso adesso che quel fazzoletto fosse il solo capo di biancheria che
portava, ma era certo l'unico visibile, o che si potesse intravedere.
- Sei il ragazzo nuovo? - mi chiese.
- Sì, signore - gli risposi.
Pensavo di esserlo. Non ne ero certo.
- Io sono uno dei maestri di Salem House - disse.
Gli feci un inchino e mi sentii molto intimidito. Mi sarei vergognato
di alludere a una cosa tanto volgare come il mio baule a uno dei
sapienti maestri di Salem House, tanto che ci eravamo allontanati un
poco dalla locanda prima che avessi l'ardire di farne cenno. Dissi
umilmente che il baule mi poteva risultare in seguito utile, allora
tornammo indietro ed egli disse all'impiegato che il corriere aveva
ricevuto l'ordine di venire a ritirarlo a mezzogiorno.
- Per favore, signore - dissi, arrivati al punto già raggiunto in
precedenza: - è lontano?
- Giù verso Blackheath - disse.
- C'è molta strada? - chiesi con sospetto.
- Abbastanza - disse. - Prenderemo la diligenza. Sono circa sei
miglia.
Ero tanto debole e stanco, che l'idea di reggere per altre sei miglia
di viaggio era troppo per me. Mi feci animo per dirgli che non
mangiavo nulla dal giorno avanti e che gli sarei stato molto grato se
mi avesse permesso di acquistare qualcosa da mangiare. Parve molto
sorpreso (mi pare ancora di vederlo come si fermò e mi guardò) e dopo
avere riflettuto qualche momento disse che desiderava fare visita a
una persona anziana che abitava poco lontano: la miglior cosa sarebbe
stata che io mi comperassi qualcosa, pane o altro cibo sano, e facessi
colazione presso quella persona, la quale ci avrebbe potuto dare un
po' di latte.
Pertanto ci fermammo a guardare la vetrina di un panettiere e dopo che
io ebbi, con una serie di proposte, suggerito di comperare tutte le
cose più indigeste che vi si trovavano, e che egli le ebbe eliminate
tutte, una dopo l'altra, decidemmo in favore di una bella pagnotta di
pane integrale che mi costò tre pence. Poi dal salumiere comperammo un
uovo e una fetta di pancetta striata di rosso, le quali cose mi
lasciarono quello che mi parve un bel po' di resto del secondo dei
miei lucidi scellini, e che mi indusse a ritenere Londra una città
molto a buon mercato. Fatte queste provviste, proseguimmo in mezzo a
un gran frastuono e fragore che confusero la mia povera testa stanca
più di quanto potrei dire, e al di là di un ponte che era senza dubbio
il ponte di Londra (credo certo che me l'abbia detto, ma ero mezzo
addormentato) finché arrivammo all'abitazione di quella povera donna,
una casa che faceva parte con altre di un ospizio di mendicità, come
compresi guardandole, e da una incisione su pietra al di sopra del
cancello, che diceva essere quella una istituzione per venticinque
donne povere.
Il maestro di Salem tirò il saliscendi di una di tante piccole porte
nere tutte uguali, ciascuna con una finestrella a vetri in forma di
rombo di fianco alla porta e con un'altra finestrella simile di sopra;
entrammo nella piccola abitazione di una di quelle povere vecchie, la
quale stava soffiando sul fuoco per far bollire un pentolino. Vedendo
entrare il maestro, la donna si arrestò con il soffietto sulle
ginocchia e mormorò qualche parola in cui mi parve distinguere
l'esclamazione: - Oh, Charley mio! - ma vedendo entrare anche me si
alzò e stropicciandosi le mani fece confusamente un mezzo inchino.
- Puoi preparare la colazione a questo signorino, per piacere? le
disse il maestro di Salem House.
- Se posso? - disse la vecchia. - Sì, certo che posso.
- Come sta oggi la signora Fibbitson? - chiese il maestro, guardando
un'altra vecchia su una grande poltrona accanto al fuoco, ed era un
tale minuscolo mucchio di panni che ancora adesso mi rallegra il
pensiero di non essermi per sbaglio seduto sopra di lei.
- Ah, non sta bene - disse la prima vecchia. - E' uno dei suoi giorni
brutti. Se per disgrazia il fuoco si spegnesse, credo che si
spegnerebbe anche lei per non tornare più in vita.
Siccome la guardavano, la guardai anch'io. Era una giornata calda, ma
lei pareva non preoccuparsi altro che del fuoco. Mi venne in mente che
fosse perfino gelosa del pentolino, e ho motivo di credere che l'abbia
molto offesa la sollecitazione data al fuoco perché servisse a farmi
bollire l'uovo e arrostire la fetta di pancetta, perché la vidi,
guardandola tutto umiliato mentre procedevano queste operazioni
culinarie e nessuno la guardava, minacciarmi una volta con il pugno.
Attraverso la finestrella il soie inondava la stanza, ma la vecchia
gli volgeva le spalle e con la spalliera della poltrona faceva schermo
al fuoco, come se proprio "lei" lo tenesse caldo invece di farsene
riscaldare, e fissandolo con aria estremamente sospettosa. La fine dei
preparativi per la mia colazione, sollevando il fuoco da tale compito,
la rallegrò tanto che rise addirittura forte, e devo dire che la sua
fu una risata tutt'altro che melodiosa.
Sedetti davanti alla pagnotta con l'uovo, la pancetta e inoltre una
ciotola di latte e consumai il più delizioso dei pasti. Mentre me lo
stavo ancora pienamente godendo, la vecchia padrona di casa disse al
maestro:
- Hai portato il flauto?
- Sì - egli rispose.
- Soffiaci un po' dentro, allora, - disse con dolcezza la vecchia - ti
prego!
Dopo di che il maestro infilò la mano sotto le falde della giubba,
tirò fuori i tre pezzi del flauto, che subito avvitò e poi cominciò a
sonare. Dopo tanti anni di riflessione, la mia impressione è ancora
che nessuno al mondo avrebbe potuto sonare peggio: produceva i suoni
più strazianti che io abbia mai sentito produrre da nessun mezzo, sia
naturale sia artificiale. Non so quali fossero quelle melodie (se pure
vi fossero dei motivi, della qual cosa non sono affatto certo), ma
l'effetto su di me di quella esecuzione fu che da principio dovetti
ripensare a tutte le mie disgrazie fino a non potere più trattenere le
lagrime, poi di togliermi l'appetito, e infine di procurarmi un sonno
tale da impedirmi di tenere gli occhi aperti. Solo a ricordare
quell'episodio sento che gli occhi mi si chiudono e comincio a lasciar
ciondolare la testa. Ecco svanisce alla mia vista la piccola stanza
con la credenza d'angolo senza sportelli, le sedie con la spalliera
diritta, la scaletta per salire nella camera superiore e le tre piume
di pavone poste in bella mostra sulla mensola del caminetto (ricordo
di essermi chiesto, appena entrato, che cosa avrebbe pensato quel
pavone se avesse saputo a quale fine erano destinati i suoi
ornamenti), la testa mi ciondola, e mi addormento. Non distinguo più
il suono del flauto, che si trasforma in quello delle ruote della
diligenza, e mi trovo di nuovo in viaggio. La diligenza dà uno
scossone, ritorna il suono del flauto e il maestro di Salem House è
seduto a gambe incrociate, suona lamentosamente, mentre la vecchia
padrona di casa lo contempla deliziata. Svanisce a sua volta, svanisce
lui, svanisce tutto, non vi è più flauto, né maestro, né Salem House,
né David Copperfield, non vi è nient'altro che un sonno profondo.
Mi parve una volta di sognare che mentre egli soffiava nel suo lugubre
strumento, la vecchia della casa che nella sua estatica ammirazione
gli si era avvicinata sempre più, si appoggiasse alla spalliera della
sua sedia e lo stringesse affettuosamente al collo, il che gli impedì
per un momento di sonare. Mi trovavo in quello stadio intermedio tra
il sonno e la veglia, allora o subito dopo, perché quando riprese a
sonare (effettivamente si era interrotto) vidi e udii la stessa
vecchia chiedere alla signora Fibbitson se non era delizioso
(alludendo al flauto), al che la signora Fibbitson rispose: - Ah, sì,
sì! - e accennò di sì anche con la testa, ma sempre rivolta al fuoco,
al quale non dubito che desse i meriti dell'intera prestazione.
Quando parve che io avessi sonnecchiato a lungo, il maestro di Salem
House svitò il flauto nei suoi tre pezzi, lo ripose nel posto da dove
l'aveva tolto e mi portò via. Trovammo la diligenza poco lontano e
salimmo sull'imperiale, ma ero talmente assonnato che quando ci
fermammo per far montare qualcuno mi sistemarono all'interno dove non
vi era nessuno e dove dormii profondamente finché mi accorsi che la
diligenza avanzava a passo d'uomo lungo una ripida china tra fogliame
verdeggiante. Poco dopo si arrestò, aveva raggiunto la sua
destinazione.
Un breve tratto di strada a piedi ci condusse, voglio dire condusse il
maestro e me, a Salem House, un edificio di aspetto tetro tutto
circondato da un alto muro di mattoni. Vi era in quel muro una porta
con sopra la scritta "Salem House", e attraverso una grata di questa
porta, quando sonammo il campanello, venimmo esaminati da una faccia
arcigna che all'aprirsi della porta scopersi apparteneva a un
individuo grasso con il collo taurino, una gamba di legno, tempie
sporgenti e capelli tagliati cortissimi.
- Il ragazzo nuovo - disse il maestro.
L'uomo con la gamba di legno mi scrutò da capo a piedi (non gli ci
volle molto data la mia statura minuscola), richiuse la porta alle
nostre spalle e tolse la chiave. Ci stavamo avviando verso la casa,
passando tra alcuni alberi pesanti e foschi, quando l'uomo chiamò la
mia guida:
- Ehi!
Ci voltammo per guardare e lo vedemmo sulla soglia della portineria,
che gli serviva di abitazione, con in mano un paio di stivali.
- Ecco! E' venuto il calzolaio - disse - quando lei era fuori: signor
Mell, dice che non può più accomodarli. Si meraviglia che lei glielo
chieda, dice che del cuoio originale non rimane nemmeno un pezzetto.
Con queste parole gettò gli stivali verso il signor Mell, il quale
tornò indietro di qualche passo per raccattarli, e mentre riprendevamo
a camminare insieme li guardava, mi rincresce dire, con aria molto
sconsolata. Notai ora per la prima volta come anche gli stivali che
calzava fossero molto logori e che in un punto gli spuntava fuori la
calza come una specie di germoglio.
Salem House era un edificio quadrato di mattoni con ali laterali,
dall'aspetto sguarnito e spoglio. Vi era dappertutto un tale silenzio
che dissi al signor Mell: - Immagino che i ragazzi saranno fuori - ed
egli parve stupito non sapessi che era un periodo di vacanza: tutti
gli scolari erano a casa; il proprietario, signor Creakle, era andato
al mare con la signora e la figlia; e io ero stato mandato in collegio
durante le vacanze per punizione dei miei misfatti. Mi spiegò tutto
questo prima che entrassimo.
L'aula nella quale mi condusse mi parve il luogo più desolato e triste
che avessi mai veduto. Ora la rivedo: una lunga stanza con tre lunghe
file di tavolini e sei di panche, tutta irta all'intorno di ganci per
i cappotti e le lavagne. Sparsi sul pavimento brandelli di vecchi
libri e quaderni. Alcune scatole fatte dello stesso materiale
contengono bachi da seta e si trovano qui e là sui banchi. Due
infelici topolini bianchi, abbandonati dal proprietario, corrono
avanti e indietro in un castello ammuffito fatto di cartone e di filo
di ferro, frugando con i piccoli occhi rossi in ogni angolo in cerca
di qualcosa da mangiare. Un uccellino, in una gabbia poco più grande
di lui, fa di tanto in tanto un rumore secco e lugubre saltando su e
giù dal suo trespolo alto due pollici, ma non canta né cinguetta. Da
tutta la stanza emana un odore strano e malsano come di fustagno
ammuffito, mele mature senz'aria e libri marciti. Le macchie
d'inchiostro che si trovano dappertutto non potrebbero essere più
numerose se, nell'aula appena costruita e senza copertura di tetto, il
cielo avesse fatto piovere, nevicare, tempestare e soffiare inchiostro
in tutte le stagioni dell'anno.
Il signor Mell mi aveva lasciato solo mentre portava di sopra i suoi
irrecuperabili stivali, e io arrivai pian piano fino in fondo all'aula
osservando ogni cosa. A un tratto scorsi, appoggiato su un tavolino,
un avviso di cartone e vi lessi queste parole tracciate con cura: -
Attenzione. Morde.
Saltai immediatamente sul tavolino con la paura che vi si trovasse
sotto almeno un grosso cane, ma sebbene frugassi tutto intorno con
occhi ansiosi non riuscii a scoprirlo affatto. Ero ancora intento in
quelle furtive ricerche, quando ritornò il signor Mell e mi chiese che
cosa facessi lassù.
- Mi perdoni, signore - dico io. - Se non le rincresce, cerco il cane.
- Il cane? - replica. - Quale cane?
- Non è forse un cane, signore?
- Che cosa dovrebbe essere un cane?
- Quello a cui si deve fare attenzione. Quello che morde.
- No, Copperfield - mi risponde con gravità. - Non è un cane. E' un
ragazzo. Ho ricevuto l'ordine, Copperfield, di metterti sulla schiena
quel cartello. Mi rincresce di cominciare a questo modo con te, ma
devo farlo.
Detto questo, mi fece scendere dal tavolino e mi legò sulle spalle,
come fosse uno zaino, l'avviso che era stato confezionato a tale
scopo; e in seguito, dovunque andassi, dovevo avere la gioia di
portarmelo addosso.
Nessuno potrà mai immaginare quanto io abbia sofferto per quel
cartello.
Fosse o no possibile che qualcuno mi vedesse, immaginavo continuamente
che qualcuno lo stesse leggendo. Non era un conforto per me girarmi e
non trovare nessuno, perché seguitavo a credere che alle mie spalle vi
fosse sempre qualcuno. Il crudele individuo con la gamba di legno
rendeva più dura la mia sofferenza. Godeva di una certa autorità, e
ogni volta mi vedeva appoggiare il dorso contro un albero, il muro di
cinta, o la casa, si affacciava alla soglia della portineria e
gridava: - Ehi, là, giovanotto! Proprio tu, Copperfield! Metti bene in
mostra quel distintivo, altrimenti faccio rapporto! - Il cortile della
scuola era uno spiazzo nudo e coperto di ghiaia lungo tutto il retro
della casa con gli uffici e il resto; sapevo che potevano leggere il
cartello tutti i domestici, il macellaio e il fornaio, insomma tutti
coloro che la mattina in cui mi ordinarono di passeggiare nel cortile
sarebbero entrati e usciti dalla casa avrebbero letto che dovevano
fare attenzione a me perché mordevo. Ricordo che cominciai addirittura
ad avere paura di me stesso, pensai di essere davvero una specie di
giovane selvaggio capace di mordere.
Vi era in quel cortile un portone sul quale i ragazzi avevano
l'abitudine di incidere il nome. Era completamente coperto da tali
scritte. Nella mia paura della fine delle vacanze con il relativo
ritorno degli studenti, non potevo leggere un solo nome senza
chiedermi in che senso costui avrebbe letto il mio avviso e quale
importanza vi avrebbe dato. Vi era un certo J. Steerforth, che aveva
inciso il suo nome ripetute volte e con segni molto profondi:
immaginai che avrebbe letto l'avvertimento con voce alta e poi mi
avrebbe tirato i capelli. Ve ne era un altro, un certo Tommy Traddles,
che temevo mi avrebbe beffato col mostrare di avere di me una gran
paura. Ve ne era un terzo, George Demple, che pensai avrebbe cantato
quelle due parole.
Da povero piccolo essere impaurito qual ero, ho contemplato quel
portone finché mi parve che tutti i proprietari di quei nomi (e allora
nel collegio il signor Mell mi disse erano in tutto quarantacinque)
all'unanimità mi condannassero all'isolamento, gridando, ciascuno con
la sua diversa voce: - Attenzione! Morde!
Lo stesso era dei luoghi, dei tavolini e delle panche; lo stesso di
quei letti avvicinati e deserti che sbirciavo mentre mi dirigevo al
mio, e quando ero già coricato. Ricordo che una notte dopo l'altra
sognai di trovarmi ancora in compagnia di mia madre com'ella era un
tempo, o di andare a una festa in casa del signor Peggotty, o di
essere in viaggio all'esterno della diligenza, o di pranzare per la
seconda volta con il mio disgraziato amico cameriere, e in tutte
quelle occasioni i miei compagni erano costretti a fare tanto d'occhi
e a strillare scoprendo sbigottiti che non avevo indosso niente salvo
la mia corta camicia da notte e quel cartello.
Nella monotonia di quella vita, e con la continua apprensione per il
prossimo riaprirsi della scuola, ciò rappresentava per me una
sofferenza insopportabile! Ogni giorno il signor Mell mi assegnava
lunghi compiti, ma non essendo presenti il signore e la signorina
Murdstone, me la cavavo senza infamia. Prima e dopo lo studio andavo a
passeggiare, sorvegliato, come ho già detto, dall'uomo con la gamba di
legno. Ricordo chiaramente l'umidità della casa, le pietre ammuffite e
spaccate del cortile, il deposito per l'acqua vecchio e gocciolante,
il tronco scolorito di alcuni fra quei tetri alberi, che parevano
essersi più degli altri inzuppati di pioggia e avere meno stormito
sotto il sole! All'una pranzavamo, il signor Mell e io, a capo di un
lungo e nudo refettorio pieno di tavole di abete, pervaso dall'odore
di grasso. Poi altri compiti fino all'ora del tè, che il signor Mell
beveva in una tazza azzurra e io da un bicchiere di latta. Per tutto
il giorno, fino alle sette di sera, seduto alla cattedra isolata
nell'aula, il signor Mell lavorava sodo con penna, inchiostro,
righello, registri e carta per compilare (come appresi) i conti del
precedente semestre. Una volta riposte le sue cose per la notte,
prendeva il flauto e vi continuava a soffiare finché immaginavo che
avrebbe finito per soffiare tutto se stesso attraverso il grosso foro
in cima, e sarebbe pian piano uscito dai piccoli buchi della tastiera.
Rivedo la mia minuscola persona nel locale in penombra: sono seduto
con la guancia appoggiata alla mano, ascolto la musica malinconica del
signor Mell e ripasso le lezioni per l'indomani. Mi raffiguro con i
libri chiusi, mentre ascolto la melodia malinconica del signor Mell, e
attraverso questa presto orecchio a quelli che erano i rumori di casa
mia e del vento impetuoso sulla pianura di Yarmouth, e mi sento molto
triste e solo. Mi vedo mentre vado di sopra a coricarmi: attraverso le
stanze deserte, siedo sul letto e piango per il desiderio di ricevere
da Peggotty una parola di conforto. Mi vedo mentre scendo la mattina,
e attraverso la lunga apertura paurosa di una finestra sulle scale
guardo la campanella della scuola sormontata da un gallo segnavento
sul tetto di una adiacenza, e penso con spavento al momento in cui
sonerà per chiamare a lezione J. Steerforth e gli altri. Ma questo
momento occupa solo il secondo posto delle mie tetre previsioni, il
primo essendo quello in cui l'uomo con la gamba di legno spalancherà
il portone arrugginito per far entrare il terribile signor Creakle.
Non vedo che in alcuno di questi quadri io fossi un personaggio molto
pericoloso, tuttavia in tutti portavo sulle spalle l'avviso della mia
pericolosità.
Il signor Mell non mi diceva mai gran che, ma neppure mi parlò mai con
durezza. Immagino che anche senza parlare ci tenessimo buona
compagnia. Dimenticavo di notare che a volte parlava tra sé,
sogghignava, stringeva il pugno, digrignava i denti e si tirava i
capelli in maniera singolarissima. Aveva di queste stranezze, e da
principio mi spaventai, ma presto non vi feci più caso.
6 - ALLARGO LA CERCHIA DELLE MIE CONOSCENZE.
Conducevo questa vita da circa un mese, quando l'uomo con la gamba di
legno cominciò a zoppicare intorno con uno strofinaccio e un secchio
di acqua, dal che dedussi che facesse i preparativi per accogliere il
signor Creakle e gli studenti. Non m'ingannavo: non passò molto e lo
strofinaccio entrò nell'aula, scacciò il signor Mell e me, che andammo
per alcuni giorni a vivere dove e come potevamo, perché non facevamo
se non trovarci continuamente sulla strada di due o tre ragazze, le
quali fino allora si erano fatte vedere ben poco, e adesso erano
sempre talmente in mezzo alla polvere che mi toccò starnutire come se
tutta Salem House non fosse se non una enorme tabacchiera.
Seppi un giorno che verso sera sarebbe rientrato il signor Creakle. E
nel tardo pomeriggio, dopo avere preso il tè, sentii che era arrivato.
Prima dell'ora di andare a letto venne a prendermi l'uomo con la gamba
di legno per condurmi alla sua presenza.
La parte della casa in cui abitava il signor Creakle era molto più
confortevole della nostra, aveva anche un piccolo giardino ben tenuto
e dall'aria molto gradevole in paragone al polveroso campo giochi, che
era un tale deserto in miniatura da poter offrire agevole ricetto solo
a un cammello o a un dromedario. Mi parve che da parte mia sarebbe
stato indiscreto anche solo notare com'era bello il corridoio lungo il
quale mi recavo tremante alla presenza del signor Creakle; e quando
fui introdotto nel salotto ero talmente confuso che quasi non notavo
nemmeno la signora e la signorina Creakle (pure presenti) né alcuna
altra cosa, all'infuori del signor Creakle stesso, un signore grasso
con una grossa catena d'orologio con molti ciondoli, seduto in
poltrona con accanto bicchiere e bottiglia.
- Bene! - disse il signor Creakle. - Questo è dunque il signorino al
quale si devono limare i denti. Giralo!
L'uomo con la gamba di legno mi girò per mettere in mostra il
cartello, e trascorso il tempo necessario per l'ispezione di esso mi
girò di nuovo, lasciandomi di fronte al signor Creakle e andando a
mettersi al suo fianco. Il signor Creakle aveva l'espressione
infuriata, occhi piccoli e infossati, grosse vene sulla fronte, naso
piccolo e mento largo. Aveva una larga calvizie, e radi capelli
sottili, che sembravano bagnati e cominciavano a diventare grigi,
rialzati sulle tempie e accomodati in modo che gli si incrociassero
sopra la fronte. Ma la caratteristica che più m'impressionò in lui fu
che non possedeva una vera voce e parlava a sussurri. La fatica che
gli costava questo, o il rendersi conto di emettere suoni così bassi
rendevano ancora più collerico il suo viso rabbioso, mentre nei
parlare le vene già grosse gli si ingrossavano ancor più, tanto che se
ci ripenso non mi meraviglio che soprattutto mi abbia colpito questo.
- Bene, - disse il signor Creakle - com'è la condotta di questo
ragazzo?
- Ancora niente contro di lui - rispose l'uomo con la gamba di legno.
- Non c'era l'occasione.
Pensai che il signor Creakle fosse deluso. Pensai che la signora e la
signorina Creakle (che per la prima volta guardai ora di sfuggita, ed
erano entrambe magre e silenziose) non fossero deluse.
- Fatti avanti, signorino! - disse il signor Creakle, facendomi cenno.
- Fatti avanti! - disse anche l'uomo con la gamba di legno, ripetendo
il gesto.
- Ho la fortuna di conoscere il tuo patrigno, - disse il signor
Creakle, afferrandomi per un orecchio - uomo degnissimo e di carattere
davvero forte. Mi conosce e io conosco lui. Tu mi conosci? Ehi? -
disse il signor Creakle, pizzicandomi l'orecchio con giocosità feroce.
- Non ancora, signore - gli risposi, tirandomi indietro per sottrarmi
al dolore.
- Non ancora, eh? - ripeté il signor Creakle. - Ma presto mi
conoscerai, eh?
- Lo conoscerai presto, eh? - ripeté l'uomo con la gamba di legno.
Scopersi in seguito che in genere con la sua voce tonante faceva da
interprete al signor Creakle presso i ragazzi.
Ero spaventatissimo e dissi che speravo sarebbe stato così, se lui
voleva. Intanto l'orecchio seguitava a bruciarmi come il fuoco, tanto
me lo stringeva.
- Ti dirò io quello che sono - sussurrò il signor Creakle, lasciandomi
infine con una strizzata che mi fece salire le lagrime agli occhi. -
Io sono un tartaro.
- Un tartaro - disse l'uomo con la gamba di legno.
- Quando dico di voler fare una cosa, la faccio - disse il signor
Creakle - e quando voglio che una cosa sia fatta, la cosa si deve
fare.
- Se voglio che una cosa sia fatta, la cosa si deve fare - ripeté
l'uomo con la gamba di legno.
- Sono di carattere deciso, - disse il signor Creakle - ecco come
sono. Faccio il mio dovere. Ecco quello che faccio. Quando la mia
carne e il mio sangue - e nel dire questo si volse a guardare la
signora Creakle - si rivoltano contro di me, non sono più la mia carne
e il mio sangue. Li rinnego. Quell'individuo - chiese all'uomo con la
gamba di legno - è tornato qui?
- No - fu la risposta.
- No - disse il signor Creakle. - Sa che gli conviene. Sa chi sono io.
Stia lontano. Ripeto che stia lontano, - disse il signor Creakle,
battendo il tavolino con la mano aperta e guardando la signora Creakle
- dato che mi conosce. Ora anche tu, mio giovane amico, hai cominciato
a conoscermi e puoi andartene. Portalo via.
Fui ben lieto di quell'ordine perché sia la signora sia la signorina
Creakle si stavano asciugando gli occhi, e io mi sentivo a disagio per
loro non meno che per me. Ma avevo in mente una supplica che
m'interessava da vicino, e nonostante mi meravigliassi del mio
coraggio non potei tralasciare di dire:
- Per favore, signore...
Il signor Creakle bisbigliò: - Ah! Che cosa c'è adesso? - e mi rivolse
un'occhiata come se volesse incenerirmi.
- Per favore, signore, - balbettai - se avessi il permesso (mi
rincresce davvero tanto per quello che ho fatto) di togliermi questo
scritto prima che ritornino i ragazzi...
Non so se il signor Creakle l'abbia fatto sul serio, o per finta solo
per spaventarmi, ma balzò su dalla poltrona, al che mi ritirai a
precipizio senza attendere la scorta dell'uomo con la gamba di legno,
e non mi fermai prima di entrare nel mio dormitorio, dove, scoprendo
che nessuno mi inseguiva, andai subito a letto, dato che era già sera,
e rimasi a tremare per un paio d'ore.
La mattina dopo arrivò il signor Sharp, che era il primo maestro,
superiore diretto del signor Mell. Il signor Mell consumava i pasti
con i ragazzi, ma il signor Sharp pranzava e cenava alla tavola del
signor Creakle. Mi parve che fosse un signore dall'aspetto molle e
delicato, con un gran naso e l'abitudine di tenere sempre la testa
chinata di lato come se fosse un po' troppo pesante per lui. Aveva i
capelli molto ordinati e ondulati, ma fui informato dal primo ragazzo
che rientrò che si trattava di una parrucca (parrucca di seconda mano,
precisò), e che ogni sabato pomeriggio il signor Sharp andava a
farsela arricciare.
Fu precisamente Tommy Traddles a fornirmi questa informazione. Era
stato il primo a tornare in collegio. Si presentò dicendomi che avrei
trovato il suo nome sull'angolo a destra del portone, sopra il
catenaccio più alto; al che io gli chiesi: - Traddles? - ed egli
rispose: - In persona - quindi mi interrogò per avere un quadro
particolareggiato di me e della mia famiglia.
Fu per me una fortuna che fosse arrivato per primo Traddles: si
divertì tanto alla vista del mio cartello che mi salvò dall'imbarazzo
sia di mostrarlo sia di nasconderlo, presentandomi a tutti gli altri,
grandi o piccoli, che rientravano con questa formula: - Guarda qui!
Che bello scherzo! - Per mia fortuna quasi tutti erano abbastanza
depressi e non fecero tanto chiasso a mie spese come avevo temuto. E'
vero che certuni si misero a ballarmi intorno come selvaggi
pellerossa, e che i più non resistettero alla tentazione di fingere
che fossi un cane da accarezzare e blandire perché non mordessi,
dicendomi: - A cuccia, bello! e chiamandomi Fido. Naturalmente questo
mi umiliava, dato che mi trovavo fra sconosciuti, e mi costò non poche
lagrime, ma tutto sommato andò meno peggio di quanto avessi previsto.
Non mi ritennero tuttavia entrato e formalmente accolto nella scuola
prima dell'arrivo di J. Steerforth. Davanti a questo ragazzo, che
veniva giudicato molto sapiente, era molto bello e maggiore di me di
almeno sei anni, venni condotto come davanti a un magistrato. Al
riparo di una tettoia del campo giochi, s'informò intorno ai
particolari della punizione che subivo e si degnò di esprimere la sua
opinione in merito dicendo che era "una bella vergogna", per la qual
cosa fui da quel momento in poi suo fedele seguace.
- Come stai a quattrini, Copperfield? - mi chiese passeggiando accanto
a me dopo avere con questi termini giudicato le mie faccende.
Gli dissi che possedevo sette scellini.
- Faresti meglio a darli a me perché te li custodisca - disse.- O
almeno puoi far così se vuoi. Ma se non vuoi non occorre.
- Mi affrettai ad aderire a quell'amichevole suggerimento, e gli
vuotai in mano il portamonete di Peggotty.
- Vuoi comperare qualcosa adesso? - mi chiese.
- No, grazie - gli risposi.
- Puoi farlo, sai, se vuoi - disse Steerforth. - Dillo.
- No, grazie! - ripetei.
- Forse non ti dispiacerebbe spendere un paio di scellini o giù di lì
per una bottiglia di vino di ribes da bere più tardi nel dormitorio? -
disse Steerforth. - Ho visto che ti hanno messo con me.
Non mi era davvero venuta in mente quell'idea, ma risposi: - Sicuro,
per me va benissimo.
- Molto bene - disse Steerforth. - E sarai contento di spendere
press'a poco un altro scellino in pasticcini alle mandorle, non è
vero?
Dissi che per me andava bene anche questo.
- E un altro scellino, o giù di lì per biscotti e frutta, eh? disse
Steerforth. - Dico io, giovane Copperfield, vai forte!
Sorrisi perché sorrideva lui, ma dentro di me ero un po' preoccupato.
- Bene! - disse Steerforth. - Dobbiamo farli fruttare al meglio, ecco
tutto. Io farò per te tutto quello che potrò. Posso uscire quando
voglio e farò entrare di contrabbando la roba - . Detto questo intascò
le monete e mi disse gentilmente che non mi dessi pensiero, avrebbe
provveduto lui nel migliore dei modi.
Tenne fede alla promessa, se pure quella era una promessa buona,
perché in fondo al cuore temevo che non lo fosse affatto... voleva
dire sprecare le due mezze corone donatemi da mia madre... è vero che
avevo conservato il foglietto in cui le aveva ravvolte, e questo era
un ricordo prezioso. Quando salimmo per andare a letto egli dispose
sul mio letto illuminato dal chiaro di luna l'intero ricavato dei
sette scellini, dicendo:
- Ecco qui, giovane Copperfield, questo sì che è un banchetto da re.
Non avrei potuto pensare di fare io, così giovane e con lui presente,
gli onori della festa; quell'idea mi faceva già tremare la mano. Così
lo pregai che mi facesse il favore di presiedere, in questo
assecondato dagli altri ragazzi nostri compagni di dormitorio, ed egli
accettò, sedette sul mio guanciale e si occupò di distribuire i dolci
(con piena giustizia, devo dire), e il vino in un bicchierino privo di
gambo che era di sua proprietà. Quanto a me, ero seduto alla sua
destra, mentre gli altri ci stavano stretti intorno, seduti sui letti
vicini, o sul pavimento.
Come ricordo bene tutti noi seduti là a parlare bisbigliando; o
meglio, gli altri parlavano e io ascoltavo rispettosamente; la luna
entrava dalla finestra e illuminava la stanza per un breve tratto,
disegnando una finestra pallida sul pavimento e lasciandoci quasi
tutti nell'ombra, salvo quando Steerforth accendeva un fiammifero
tuffandolo in una scatola di fosforo se voleva trovare qualcosa e così
gettava su di noi un bagliore bluastro che subito si spegneva. Mi
torna ancora quella vaga sensazione di mistero provocata dal buio,
dalla segretezza del banchetto e dai sussurri con cui viene
pronunciata ogni parola, mentre ascolto tutto quello che mi dicono con
un certo che di solenne e di pauroso, per cui sono contento di averli
così vicini, ma mi spavento (sebbene finga di ridere) quando Traddles
finge di avere scorto un fantasma in un angolo.
Appresi ogni sorta di cose intorno al collegio e a quanto si riferiva
a esso. Sentii che non senza ragione il signor Creakle s'era vantato
di essere un tartaro, perché era il più duro e severo dei maestri,
colpiva a destra e a sinistra ogni giorno della sua vita, passando tra
i ragazzi con la violenza di un soldato a cavallo, maneggiando la
sferza senza pietà. Dicevano che non sapeva nient'altro all'infuori
dell'arte di sferzare, era più ignorante, disse Steerforth, del
ragazzo più stupido del collegio; per molti anni si era occupato del
commercio del luppolo in quella zona, ed era entrato nella impresa
scolastica dopo avere fatto fallimento con il luppolo e dissipato il
capitale della signora Creakle. E dissero molte altre cose del genere,
che mi chiedevo come potessero conoscere.
Seppi che l'uomo con la gamba di legno, di nome Tungay, era un barbaro
inveterato, già sottoposto al signor Creakle nel commercio del luppolo
e che lo aveva seguito nell'impresa del collegio per il fatto, o tale
ritenuto dai ragazzi, che si era rotto la gamba al suo servizio, e
avendo sbrigato per lui molti lavori disonesti, ne conosceva tutti i
segreti. Appresi che Tungay considerava l'intera istituzione, maestri
e ragazzi inclusi e con la sola eccezione del signor Creakle, come
suoi nemici naturali, e che la sola gioia della sua vita era di essere
acido e maligno. Appresi che il signor Creakle aveva un figlio, il
quale non era in amicizia con Tungay, e che essendo occupato come
assistente nella scuola una volta aveva protestato con suo padre per
la disciplina esercitata con eccessiva crudeltà, e inoltre per i
maltrattamenti che il padre infliggeva alla moglie. Seppi che per
questo il signor Creakle l'aveva scacciato di casa e che da allora la
signora e la signorina Creakle avevano sempre l'aria piuttosto triste.
Ma la notizia sensazionale che appresi sul conto del signor Creakle
era che su un unico allievo del collegio egli non osava mai alzare la
mano, e che tale allievo era J. Steerforth. Lo stesso Steerforth
confermò ciò che era stato affermato, e aggiunse che gli sarebbe
davvero piaciuto vedere come avrebbe cominciato a farlo. Avendogli un
ragazzo tranquillo (non io) chiesto che cosa avrebbe fatto se avesse
visto il direttore incominciare davvero ad alzare la mano su lui, per
dare un po' di luce alla sua risposta immerse un fiammifero nella sua
scatola di fosforo e disse che avrebbe cominciato a buttarlo a terra
dandogli un colpo in fronte con il calamaio da sette scellini e sei
pence che si trovava sempre sulla mensola del caminetto. Restammo
tutti per un momento in quel buio senza fiatare.
Appresi che si riteneva che sia il signor Sharp sia il signor Mell
fossero pagati pochissimo, e quando alla tavola del signor Creakle era
servita a pranzo carne calda e carne fredda, era sempre necessario che
il signor Sharp scegliesse quella fredda, cosa questa pienamente
confermata da J. Steerforth, l'unico dei ragazzi a prendere i pasti
nel salotto. Seppi che la parrucca del signor Sharp non gli andava
bene, ed era inutile si desse tante arie (qualcuno disse che non
doveva fare la ruota) perché sul collo gli si vedevano benissimo i
suoi veri capelli rossi.
Seppi che un ragazzo, figlio di un commerciante di combustibile, stava
in collegio in cambio della fornitura di carbone, e quindi lo avevano
soprannominato "Scambio" o "Baratto", nome trovato nel libro di
matematica per esprimere una transazione del genere. Appresi che la
birra servita a tavola era un furto ai genitori, e che il budino era
una sopraffazione. Seppi che in genere si riteneva la signorina
Creakle innamorata di J. Steerforth, e sono sicuro che mentre me ne
stavo al buio pensando alla sua voce simpatica, al suo bel viso, ai
suoi modi disinvolti e ai suoi capelli ricciuti la cosa mi parve molto
probabile. Seppi che il signor Mell non era un tipo malvagio, ma non
aveva un soldo da far ballare in tasca, e che senza dubbio la vecchia
signora Mell, sua madre, era povera come Giobbe. Allora pensai a
quella mia colazione e all'impressione di aver sentito quella povera
vecchia dire - Charley mio! - Ma sono contento di ricordare che al
proposito non apersi bocca.
Tutti questi discorsi, e altri ancora, durarono alquanto più del
banchetto. Quasi tutti i miei invitati erano andati a letto non appena
si erano esauriti i dolci e il vino, e finalmente ce ne andammo a
letto anche noi due che eravamo rimasti, già mezzo svestiti, a
sussurrare e ascoltare.
- Buona notte, giovane Copperfield - disse Steerforth. - Baderò io a
te.
- Sei molto gentile - gli risposi con gratitudine. - Ti sono molto
riconoscente.
- Non hai per caso una sorella? - disse sbadigliando Steerforth.
Gli risposi di no.
- Peccato - disse Steerforth. - Se tu ne avessi una direi che sarebbe
una ragazza piccola, timida, graziosa e con gli occhi lucenti. Mi
sarebbe piaciuto conoscerla. Buona notte, giovane Copperfield.
- Buona notte - gli risposi.
Pensai moltissimo a lui dopo che mi fui coricato; ricordo di averlo
guardato, illuminato così dalla luna, con il bel viso scoperto e la
testa appoggiata senza sforzo sul braccio. Ai miei occhi era un
personaggio dotato di grande potere ed era naturalmente per questo che
mi sentivo portato a pensare a lui. Dentro quei raggi di luna non
scorgevo nessuna forma velata dell'avvenire che si chinasse a
guardarlo. Non vi era disegnata alcuna ombra dei suoi passi futuri nel
giardino in cui per tutta la notte sognai di passeggiare.
7 - IL MIO PRIMO SEMESTRE A SALEM HOUSE.
La scuola cominciò sul serio il giorno dopo. Ricordo l'impressione
profonda che ebbi quando il frastuono delle voci nell'aula si
trasformò in un silenzio di tomba; subito dopo la prima colazione il
signor Creakle entrò e rimase sulla soglia a guardarsi intorno come il
gigante della favola che osserva i suoi prigionieri.
Al fianco del signor Creakle vi era Tungay, il quale non mi parve
avesse motivo di urlare così ferocemente: - Silenzio! visto che tutti
stavano perfettamente zitti e immobili.
Si vide parlare il signor Creakle e si udì la voce di Tungay.
- Adesso, ragazzi, comincia il nuovo semestre. State bene attenti a
quello che farete in questo semestre. Vi consiglio di prepararvi alle
lezioni perché non vi prepari io il castigo. Io sono pronto. E non vi
servirà a nulla grattarvi perché non riuscirete a grattar via i segni
che vi lascerò. E adesso al lavoro, dal primo all'ultimo!
Al termine di questo pauroso esordio, e quando Tungay se ne fu andato
fuori zoppicando, il signor Creakle si avvicinò al mio posto e mi
disse che se io ero famoso per mordere, lui pure era famoso per
mordere. Poi mi mostrò la bacchetta e mi chiese come mi sembrava per
servire da dente. Era un dente aguzzo, eh? Era un dente grosso, eh?
Era un dente lungo, eh? Mordeva, eh? Mordeva? E a ogni domanda mi
sferrava un colpo tale da farmi sussultare per il dolore. E così (come
disse Steerforth) mi trovai a far parte di Salem House di pieno
diritto e anche in lagrime.
Non voglio dire con questo che ricevessi io solo quei particolari
segni di distinzione. Al contrario, la grande maggioranza dei ragazzi
(specialmente fra i più piccoli) ricevette lo stesso genere di
attenzioni mentre il signor Creakle faceva il giro dell'aula. Prima
ancora che incominciassero le lezioni, la metà degli studenti si
contorceva e piangeva, e quanti dovettero piangere e contorcersi prima
della fine di quella giornata preferisco non cercare di ricordare
perché non mi si dica che esagero.
Direi che non può essere esistito un uomo che godesse della sua
professione più del signor Creakle. Tale era il piacere che provava
nell'aggredire i ragazzi che lo direi non dissimile dalla
soddisfazione di uno smodato appetito. Ritengo per certo che non
riusciva a resistere alla vista di un piccolo scolaro paffuto, e che
un soggetto del genere aveva per lui un tale fascino da non dargli
pace fino che non lo avesse scelto e segnato per la giornata. Io ero
paffuto e posso parlarne con cognizione di causa. Certo è che se oggi
ripenso a quell'individuo il sangue mi ribolle contro di lui con
l'indignazione spersonalizzata che dovrei provare anche se di lui
fossi stato solo informato a fondo, ma senza mai essergli stato
soggetto, mentre l'indignazione è in me fortissima perché so quale
bruto ignorante egli fosse, indegno del grande posto di fiducia che
occupava, così come sarebbe stato indegno di essere grande ammiraglio
o comandante in capo, funzioni nelle quali avrebbe tuttavia
probabilmente commesso danni infinitamente minori.
Piccoli, infelici adulatori di un idolo spietato, come eravamo abietti
nei suoi confronti! Ora che vi ripenso, quale iniziazione alla vita mi
appare quel dover essere tanto meschini e servili verso un uomo così
fatto!
Mi rivedo di nuovo seduto al tavolino, intento ad osservare i suoi
occhi, a spiarli umilmente, mentre traccia righe nel quaderno di
aritmetica di un'altra vittima le cui mani sono state appena battute
da quello stesso righello, e che cerca di cancellarne il bruciore con
il fazzoletto. Ho il mio bel daffare. Non osservo i suoi occhi per
ozio, ma perché ne sono morbosamente attirato con desiderio e timore
di sapere che cosa egli passerà a fare, e se toccherà a me soffrire, o
a qualcun altro. Oltre a me tutta una schiera di scolaretti prova il
medesimo interesse per i suoi occhi e li osserva. Credo che egli lo
sappia, sebbene finga di non accorgersene. Mentre traccia le righe del
quaderno di aritmetica fa le più spaventose smorfie e di colpo getta
un'occhiata di traverso tra le nostre file e tutti abbassiamo gli
occhi sul libro e ci mettiamo a tremare. Un attimo dopo torniamo a
guardarlo. Un infelice viene scoperto colpevole di errori nel suo
esercizio, e in seguito a un ordine gli si avvicina. Il colpevole
balbetta delle scuse, promette di fare meglio l'indomani. Prima di
staffilarlo il signor Creakle dice una facezia, e noi ne ridiamo,
piccoli e vili come siamo, noi ridiamo con le guance pallide come la
cera e il cuore nelle calcagna.
Mi rivedo seduto al tavolino in un sonnolento pomeriggio d'estate. Mi
sento circondato da un brusio e ronzio come se i ragazzi fossero
altrettanti mosconi. Mi pesa nello stomaco la sensazione del grasso
quasi freddo della carne (abbiamo pranzato da un'ora o due) e la testa
mi pesa come il piombo. Darei il mondo intero pur di dormire. Resto
con gli occhi fissi sul signor Creakle, li batto come un giovane gufo;
quando per un momento il sonno mi vince, egli seguita a incombere sul
mio torpore mentre squadra i quaderni di aritmetica, fino a quando mi
arriva in silenzio alle spalle e mi riporta a una più chiara
percezione della sua presenza imprimendomi una riga di fuoco sul
dorso.
Mi rivedo sul campo da gioco con gli occhi sempre in cerca di lui
anche se non lo vedo. La finestra poco lontana, dietro la quale so che
ora sta pranzando, fa le veci di lui, e fisso quella. Se mostra là
vicino il suo volto, il mio assume un'espressione di sottomessa
implorazione. Se guarda fuori attraverso il vetro, anche il ragazzo
più ardito (con l'eccezione di Steerforth) s'interrompe nel mezzo di
un urlo e di una chiamata e diventa assorto. Un giorno Traddles (il
ragazzo più sfortunato della terra) infrange accidentalmente con una
palla il vetro di quella finestra. Rabbrividisco anche adesso per la
terribile impressione di aver visto quell'incidente, al pensiero che
la palla sia rimbalzata sulla sacra testa del signor Creakle.
Povero Traddles! Strizzato in un abito color azzurro che gli riduceva
braccia e gambe come salsicce tedesche o come budini di pasta sfoglia
con dentro la marmellata, era il più allegro e il più infelice di
tutti i ragazzi. Veniva continuamente preso a vergate, mi pare che in
quel semestre sia stato picchiato ogni giorno eccetto un lunedì
festivo, in cui ebbe solo colpi di righello su entrambe le mani; e
stava sempre lì lì per scriverne a suo zio, ma non lo faceva mai. Dopo
essere rimasto per poco tempo con la testa appoggiata al tavolino, in
un modo o nell'altro si faceva coraggio, tornava a ridere e a
disegnare scheletri su tutta la lavagna prima ancora di asciugarsi gli
occhi. Mi chiesi da prima quale genere di consolazione ricavasse
Traddles dal disegnare gli scheletri, e per un po' lo ritenni una
specie di eremita che attraverso quei simboli della mortalità
ricordasse a se stesso che le vergate non potevano durare per sempre.
Ma credo che li disegnasse soltanto perché non avevano bisogno di
lineamenti e li trovava facili come soggetti.
Era un ragazzo d'onore, Traddles, e considerava sacro dovere per dei
ragazzi aiutarsi fra loro. Ebbe da soffrirne in varie occasioni,
ricordo specialmente quella volta in cui Steerforth rise in chiesa, e
il sagrestano credette fosse stato Traddles e lo mandò fuori. Lo vedo
ancora mentre se ne va sotto custodia fra il disprezzo dell'intera
congregazione. Non rivelò mai chi era stato il vero colpevole, sebbene
il giorno dopo venisse coperto di lividi e tenuto chiuso in cella per
un tal numero di ore che ne uscì con un intero cimitero di scheletri
disseminati in tutto il dizionario di latino. Ma ricevette la sua
ricompensa, perché Steerforth disse che non vi era nulla della spia in
Traddles, e tutti la prendemmo come la maggiore lode possibile. Da
parte mia, pur di ricevere un tale premio avrei accettato di soffrire
non poco, sebbene fossi molto meno coraggioso di Traddles e molto più
giovane di lui.
Uno degli spettacoli più grandiosi di quella mia vita era vedere
Steerforth avviarsi alla chiesa tenendo sotto braccio la signorina
Creakle. Quanto a bellezza non giudicavo fosse paragonabile alla
piccola Emily, e non l'amavo (non avrei osato amarla), ma mi pareva
una signorina straordinariamente attraente e di una insuperabile
raffinatezza. Quando Steerforth in calzoni bianchi le reggeva il
parasole, io mi sentivo fiero di conoscerlo e credevo senz'altro che
la signorina non potesse fare a meno di adorarlo con tutto il cuore.
Anche il signor Sharp e il signor Mell erano ai miei occhi dei
personaggi notevoli, ma di fronte a loro Steerforth era come il sole
nei confronti di due stelle. Steerforth continuava a proteggermi, e la
sua amicizia risultò molto utile poiché nessuno avrebbe osato
tormentare un ragazzo che egli onorava della sua benevolenza. Non
poteva difendermi (o in ogni caso non mi difese) dal signor Creakle,
il quale era molto severo con me; ma ogni volta che venivo trattato
peggio del solito mi diceva che avrei dovuto avere un po' del suo
coraggio, e che da parte sua non avrebbe sopportato tanto; capivo che
aveva l'intenzione di incoraggiarmi e la giudicavo una grande
gentilezza da parte sua. Vi fu un vantaggio, il solo che io conosca,
nella severità del signor Creakle, e cioè si accorse che il mio
cartello gli era di impedimento quando passava dietro alla mia panca,
e voleva cogliere l'occasione per darmi un colpo di bacchetta; per
questo motivo il cartello venne presto tolto di mezzo e non lo vidi
più.
A cementare l'intimità fra Steerforth e me intervenne una circostanza
fortuita che mi procurò grande orgoglio e soddisfazione, sebbene a
volte recasse anche degli inconvenienti. Accadde una volta mentre mi
faceva l'onore di parlare con me nel campo giochi che mi venisse di
osservare che qualcosa o qualcuno (non ricordo bene) somigliava a
qualcosa o qualcuno del "Peregrine Pickle". Sul momento egli non disse
nulla, ma la sera mentre andavo a letto mi chiese se avevo quel libro.
Gli risposi di no e gli spiegai come fosse avvenuto che avessi letto
quel libro e tutti gli altri a cui ho accennato.
- Te li ricordi? - mi domandò Steerforth.
- Oh, sì! - risposi; avevo una buona memoria e pensavo di ricordarmeli
benissimo.
- E allora senti un po', giovane Copperfield, - mi disse Steerforth -
me li racconterai. La sera non riesco ad addormentarmi molto presto e
la mattina mi sveglio piuttosto di buon'ora. Li passeremo uno dopo
l'altro. Ne faremo una bella serie da "Mille e Una Notte".
La proposta mi lusingò moltissimo, e cominciammo quella stessa sera a
metterla in pratica. Non sono in grado di dire, né avrei affatto il
desiderio di scoprire quali devastazioni abbia commesso a danno dei
miei autori preferiti nel corso di quelle mie interpretazioni; ma
avevo in loro una fiducia profonda, e per quanto mi è dato credere,
avevo una maniera semplice e intensa di esporre ciò che raccontavo,
due doti capaci di produrre qualche buon effetto.
L'inconveniente era che la sera avevo spesso molto sonno, oppure mi
sentivo depresso e poco disposto a riprendere la narrazione, così che
diventava per me una dura fatica, e tuttavia andava eseguita perché
era del tutto fuori questione deludere Steerforth o dispiacergli.
Anche al mattino, quando ero stanco e mi sarebbe piaciuto moltissimo
riposare un'altra oretta, era duro venire svegliato come la sultana
Sharazad e costretto a raccontare una lunga storia prima che sonasse
la campanella della sveglia. Ma Steerforth era irremovibile, e siccome
per ricambiare mi spiegava l'aritmetica, gli esercizi e tutto quello
che nei compiti mi riuscisse troppo difficile, non ero io a perdere in
quel contratto. Sia però chiaro a mio onore che non ero mosso da
motivi interessati o egoistici, e nemmeno avevo paura di lui. Lo
ammiravo e gli ero affezionato e mi era bastante ricompensa la sua
approvazione. Mi era tanto preziosa che adesso mi duole il cuore se
ripenso a quelle piccole vicende.
Steerforth era anche premuroso e una volta specialmente dimostrò la
sua premura in una maniera tanto inflessibile da tradurla, temo, in un
piccolo tormento di Tantalo per il povero Traddles e gli altri. La
lettera tanto attesa di Peggotty (e che bella lettera fu quella!)
arrivò prima che fossero trascorse varie settimane di quel semestre, e
con essa una torta dentro un perfetto nido di arance e due bottiglie
di sciroppo di primule. Tutti questi tesori mi sentii in dovere di
deporre ai piedi di Steerforth con la preghiera che li distribuisse.
- Ora sai che cosa faremo, giovane Copperfield? - mi disse: lo
sciroppo servirà a bagnarti la gola quando mi racconti le tue storie.
A quell'idea arrossii e lo pregai umilmente di non pensarci nemmeno.
Ma disse di essersi accorto che a volte ero un pochino rauco
(sfiatato, fu ciò che disse esattamente) e ogni goccia di quelle
bottiglie sarebbe dovuta servire allo scopo già precisato. Così le
bottiglie finirono sotto chiave nella sua cassetta, e il contenuto da
lui travasato in una bottiglietta mi veniva somministrato attraverso
una cannuccia infilata nel turacciolo ogni volta che gli sembrava io
avessi bisogno di un ricostituente. A volte per rendere la bevanda più
efficace vi spremeva del succo d'arancia, o vi scioglieva un po' di
zenzero o una caramella di menta; e per quanto non mi senta di
affermare che da tali aggiunte l'aroma avesse un vantaggio, o fosse
precisamente ciò che sarebbe stato utile per la digestione come ultima
bevanda della sera e come prima al mattino, accettavo di bere con
riconoscenza ed ero molto sensibile a quelle attenzioni.
Ora mi pare che sul "Peregrine" ci siamo soffermati per dei mesi, e
altri mesi su altre opere. La nostra intesa non fu mai in pericolo per
mancanza di narrazioni, di questo sono certo, e lo sciroppo durò quasi
altrettanto della materia prima. Povero Traddles! Non riesco mai a
pensare a quel ragazzo senza provare la singolare tentazione di ridere
con le lagrime agli occhi... Egli in genere funzionava come una specie
di coro, fingendo di torcersi dalle risate alle parti comiche e di
essere sopraffatto dalla paura se nel racconto vi erano brani
impressionanti. E molto spesso questo mi sconcertava. Ricordo la sua
grande trovata comica, quando fingeva di non poter tralasciare di
battere i denti ogni volta che nel corso delle avventure di "Gil Blas"
veniva nominato un certo Alguazil; ho bene presente che allorquando
"Gil Blas" s'incontrò a Madrid con il comandante dei ladroni, il
nostro sfortunato buffone simulò un tale accesso di terrore da venire
udito dal signor Creakle furtivamente presente nel corridoio, e quindi
ricevere una solenne bastonatura per comportamento sconveniente in
dormitorio.
Tutto ciò che avevo in me di romantico e sognatore riceveva
incoraggiamento da quel tanto narrare al buio, e sotto questo aspetto
può non avermi recato un grande vantaggio. Ma il sentirmi così
apprezzato nel mio dormitorio come una specie di giocattolo parlante,
e l'impressione che quella mia abilità mi rendeva alquanto famoso tra
i ragazzi e attirava su di me non poco l'attenzione sebbene fossi il
più giovane di tutti, mi stimolava a quella fatica. In una scuola
governata esclusivamente dalla crudeltà, sia essa diretta o no da un
perfetto ignorante, non è probabile che si apprenda gran che. Ritengo
che quegli studenti fossero in genere non meno ignoranti di ogni altra
scolaresca esistente allora; perché riuscissero ad apprendere erano
troppo tormentati e bastonati; non avrebbero potuto studiare con
profitto più di quanto chiunque potrebbe mai riuscire ad avere
successo in un'esistenza di continue disgrazie, tormenti e
preoccupazioni. Ma la mia piccola vanità e insieme gli aiuti di
Steerforth in qualche modo mi furono di stimolo, e sebbene servissero
poco o nulla a risparmiarmi i castighi, fecero tuttavia di me nel
tempo che frequentai quella scuola una eccezione alla regola, in
quanto riuscii con diligenza a impossessarmi di qualche briciola del
sapere.
Fui in questo molto aiutato dal signor Mell, il quale aveva per me una
simpatia che mi è gradito ricordare. Mi faceva sempre dispiacere
notare come Steerforth lo trattasse con regolare disprezzo e quasi non
perdesse occasione di ferire i suoi sentimenti, o di indurre altri a
farlo. E questo mi preoccupò a lungo perché avevo quasi subito
rivelato a Steerforth, al quale non avrei saputo tacere un segreto,
come non gli avrei mai negato un dolce o altro di concreto, l'episodio
delle due vecchie dalle quali il signor Mell mi aveva condotto, e
avevo sempre il timore che Steerforth ne parlasse con lui per
umiliarlo.
Oso dire che nessuno di noi sospettava, mentre quella mattina
consumavo la mia colazione e mi addormentavo all'ombra delle piume di
pavone e al suono del flauto, quali conseguenze avrebbe avuto
l'ingresso della mia insignificante persona in una delle stanze di
quell'ospizio. Ma quella visita ebbe davvero delle conseguenze
impreviste, e nel loro genere anche non prive di una certa gravità.
Un giorno il signor Creakle rimase nelle sue stanze a causa di una
indisposizione, che naturalmente diffuse in tutta la scuola una viva
gioia, e nel corso delle lezioni del mattino vi fu molto chiasso. Il
grande sollievo e la soddisfazione che provavano i ragazzi li
rendevano difficili da dominare, e sebbene il temuto Tungay portasse
in classe due o tre volte la sua gamba di legno, e annotasse il nome
dei peggiori colpevoli, l'impressione che produsse non fu grande, dato
che erano tutti quasi certi di trovarsi l'indomani nei guai, qualunque
cosa avessero fatto, e quindi ritenevano senza dubbio conveniente
godere l'oggi.
Era effettivamente una giornata di mezza vacanza, essendo sabato. Ma
poiché il chiasso nel campo giochi avrebbe disturbato il signor
Creakle, e il tempo non era favorevole a una passeggiata, al
pomeriggio ci ordinarono di restare in classe, assegnandoci per
l'occasione alcuni compiti meno difficili del solito. Era la
ricorrenza settimanale in cui il signor Sharp andava a farsi
arricciare la parrucca, quindi il signor Mell, al quale toccavano
sempre le incombenze più faticose, quali che fossero, rimase da solo
con tutti gli scolari.
Se potessi collegare l'idea di un toro o di un orso con un essere mite
come il signor Mell, a proposito di quel pomeriggio, mentre il
frastuono era al colmo, lo paragonerei a uno di questi animali quando
si trova aggredito da un migliaio di cani. Lo ricordo nell'atto di
appoggiare sulle mani ossute il capo che gli doleva, chinato sul
registro aperto sulla cattedra, nell'inutile tentativo di proseguire
nel suo noioso lavoro tra un vociare capace di procurare il capogiro
anche al presidente della Camera dei Comuni. Alcuni ragazzi saltavano
fuori dal banco per giocare ai quattro cantoni con altri; vi erano
ragazzi che ridevano, ragazzi che cantavano, ragazzi che
chiacchieravano, altri che ballavano e altri ancora che ululavano;
certi ragazzi stropicciavano i piedi, certuni gli roteavano intorno,
sogghignando, facendo le boccacce, lo imitavano dietro le spalle e
sotto gli occhi, mimandone la povertà, gli stivali, la giubba, la
madre, ogni cosa che gli appartenesse e che ritenevano di dover
prendere in considerazione.
- Silenzio! - gridò il signor Mell, rizzandosi all'improvviso e
sbattendo il libro sul tavolino. - Che cosa fate? E' insopportabile.
C'è da impazzire. Ragazzi come potete farmi questo?
Era mio il libro che aveva battuto sul tavolino, e siccome mi trovavo
vicino a lui, seguii il suo sguardo che girava per l'aula, e vidi
tutti i ragazzi che si fermavano, alcuni sorpresi di colpo, alcuni
mezzo spaventati, e alcuni forse rincresciuti.
Il posto di Steerforth era in fondo all'aula, all'estremità opposta
dello stanzone. Egli stava con la schiena appoggiata alla parete e le
mani ficcate in tasca, e quando il signor Mell lo guardò, guardò a sua
volta il signor Mell con la bocca stretta come stesse fischiando
- Silenzio, Steerforth! - disse il signor Mell.
- Zitto lei - disse Steerforth diventando rosso. - Con chi crede di
parlare?
- Sieda - disse il signor Mell.
- Sieda lei, - disse Steerforth - e badi agli affari suoi.
Vi fu qualche sogghigno e qualche applauso, ma il signor Mell era
diventato così pallido che si fece subito silenzio, e un ragazzo che
aveva fatto un balzo fin dietro a lui per tornare a imitare i gesti di
sua madre, cambiò idea e finse di voler aggiustare la punta della sua
penna d'oca.
- Lei s'inganna, Steerforth, - disse il signor Mell - se crede che non
sappia quale influenza lei ha acquistato su tutti - a questo punto mi
posò la mano sul capo, credo l'abbia fatto senza pensare al
significato del gesto - o non mi sia accorto come da qualche minuto
lei istiga i suoi compagni più giovani a commettere ogni sorta di
insulti nei miei riguardi.
- Non mi preoccupo affatto di pensare a lei, - disse con freddezza
Steerforth - e quindi non mi riguarda ciò che sta succedendo.
- E quando lei si serve della posizione di privilegio che occupa qui -
disse il signor Mell con le labbra che ormai gli tremavano - per
insultare un gentiluomo...
- Un che cosa? Dov'è il gentiluomo? - disse Steerforth.
A questo punto qualcuno gridò: - Vergogna, Steerforth! Basta! - Era
Traddles, che si trovò subito sconfitto perché il signor Mell gli
ordinò di tacere.
- ...Per insultare qualcuno che non ha avuto fortuna nella vita, che
non le ha mai recato la minima offesa, e che non merita di essere
insultato per i tanti motivi che lei è abbastanza adulto e
intelligente per capire - disse il signor Mell con le labbra che gli
tremavano sempre più - lei commette un'azione meschina e vile. Ora può
sedere o stare in piedi come desidera. Copperfield, continua.
- Un momento, giovane Copperfield! - disse Steerforth, facendosi
avanti. - Questo glielo dico una volta per sempre, signor Mell. Quando
lei si prende la libertà di chiamarmi meschino e vile, o altro del
genere, lei è un impudente accattone. Lei sa benissimo di essere un
accattone, ma quando parla così è un accattone impudente!
Non mi è chiaro se egli stesse per colpire il signor Mell o se il
signor Mell stesse per colpire lui, o se da entrambe le parti non vi
fosse alcuna intenzione del genere. Mi accorsi che l'intera scolaresca
si era all'improvviso irrigidita come se i ragazzi fossero impietriti,
e ci trovammo tra noi il signor Creakle con al fianco Tungay, e la
signora e la signorina Creakle che si affacciavano alla porta con
l'aria impaurita. Per qualche attimo il signor Mell rimase seduto alla
cattedra perfettamente immobile con il volto fra le mani.
- Signor Mell - disse il signor Creakle scotendogli il braccio, e in
quel momento il suo sussurro fu tanto chiaro che Tungay non ritenne
necessario ripetere quelle parole. - Lei non si è comportato male,
spero.
- No, signore, no - rispose il maestro, scoprendo il viso, scotendo la
testa e fregandosi le mani agitatissimo - no, signore, no. Io... no,
signor Creakle, non ho dimenticato di stare al mio posto, io... me ne
sono ricordato benissimo, signore. Io... io... vorrei che lei si fosse
ricordato di me un po' prima, signor Creakle. Sarebbe... sarebbe stato
più generoso, più giusto, signore. Mi avrebbe risparmiato qualcosa,
signore.
Il signor Creakle seguitò a fissare con durezza il signor Mell, si
appoggiò alla spalla di Tungay, salì in piedi sulla panca più vicina e
sedette sul tavolino. Da quel trono e dopo aver fissato con durezza il
signor Mell, il quale scosse ancora la testa e si fregava le mani
senza riuscire a dominare la sua estrema agitazione, il signor Creakle
si rivolse a Steerforth dicendo:
- Ora, siccome lui si rifiuta di spiegarsi, dimmi tu, che cosa è
successo?
Per qualche momento Steerforth non rispose, fissando l'avversario con
disprezzo e collera senza aprir bocca. E anche in quel frangente
ricordo che non riuscii a non pensare quale nobile atteggiamento egli
avesse, e al confronto come appariva umile e dimesso il signor Mell.
- Allora che cosa intendeva dire parlando di favoritismi? - disse
finalmente Steerforth.
- Favoritismi? - ripeté il signor Creakle, e le vene della fronte gli
si gonfiarono di colpo. - Chi ha parlato di favoritismi?
- Lui - rispose Steerforth.
- Vuol dirmi, per favore, che cosa intendeva dire con questo? domandò
il signor Creakle, volgendosi rabbioso al suo assistente.
- Volevo dire, signor Creakle, - rispose l'altro a bassa voce - che
nessuno studente ha il diritto di valersi della sua posizione di
favore per insultarmi.
- Per insultare lei? - disse il signor Creakle. - Cielo! Ma permetta
che io chieda a lei, signor Tal dei Tali - e qui il signor Creakle
incrociò sul petto le braccia senza abbandonare la verga, e aggrottò
talmente i sopraccigli che i suoi piccoli occhi diventarono là sotto
quasi invisibili - se quando ha parlato di favoritismi si è comportato
con il dovuto rispetto verso di me! Verso di me, capisce! - disse il
signor Creakle, allungando all'improvviso la testa verso il maestro, e
subito tirandosi indietro. - Verso di me che sono il capo di questo
istituto e suo datore di lavoro.
- Ammetto, signore, che da parte mia non sia stata una cosa
ragionevole - disse il signor Mell - e se fossi stato più calmo non ne
avrei parlato.
- E poi - s'intromise a questo punto Steerforth - ha detto che sono
meschino, e ha detto che sono un vile, e allora gli ho dato
dell'accattone. Se fossi stato più calmo non gli avrei dato
dell'accattone. Ma l'ho fatto e sono pronto a subirne le conseguenze.
Senza forse riflettere se vi fossero o no delle conseguenze da subire,
quella arditezza di parola mi accese di entusiasmo. Fece impressione
anche agli altri ragazzi perché vi fu tra loro un certo movimento,
sebbene nessuno aprisse bocca.
- Mi stupisce, Steerforth... sebbene la tua sincerità ti faccia onore
- disse il signor Creakle - sicuro... mi stupisce che tu rivolga un
tale epiteto a una persona che dopo tutto lavora a Salem House e per
questo viene pagata.
Steerforth fece udire una breve risata.
- Questa non è una risposta, caro, - disse il signor Creakle alla mia
osservazione. Da te mi aspetto di meglio, Steerforth.
Se ai miei occhi il signor Mell aveva l'aria dimessa di fronte a
quell'aitante ragazzo, impossibile dire quanto meschino mi apparisse
il signor Creakle.
- E allora che lo neghi - disse Steerforth.
- Che neghi di essere un accattone, Steerforth? - esclamò il signor
Creakle. - Dove andrebbe dunque a mendicare?
- Se non è lui un mendicante - disse Steerforth - è tale una sua
parente prossima, ed è la stessa cosa.
Mi lanciò un'occhiata, e il signor Mell mi accarezzò con gentilezza la
spalla. Alzai gli occhi, sentendomi sul viso il rossore della vergogna
e il cuore pieno di rimorso, ma il signor Mell fissava Steerforth.
Seguitò a carezzarmi la spalla, ma guardava l'altro.
- Signor Creakle, - disse Steerforth - se lei vuole che io dia delle
giustificazioni e dica ciò che intendevo dire... io intendevo dire che
sua madre vive della carità pubblica in un ospizio di mendicità.
Il signor Mell seguitava a fissarlo, mi accarezzava con gentilezza la
spalla, e se ho ben udito disse tra sé: - Sì, è come pensavo.
Con un duro cipiglio e cortesia elaborata il signor Creakle si rivolse
al suo assistente:
- Ora lei ha sentito, signor Mell, ciò che ha detto questo giovane.
Abbia la bontà, se non le rincresce, di smentirlo di fronte
all'assemblea scolastica.
- Signore, non ha mentito e non devo correggerlo - rispose il signor
Mell in un silenzio di morte. - Quanto ha detto è vero.
- E allora se non le rincresce sia così buono di dichiarare
pubblicamente - disse il signor Creakle, chinando la testa da un lato
e girando gli occhi intorno all'aula - se fino a questo momento io ne
ero a conoscenza.
- Direttamente no, credo - rispose il signor Mell.
- Ah, lei crede di no - disse il signor Creakle: - no; non è vero?
- Ritengo che lei non abbia mai immaginato che le mie condizioni
finanziarie fossero molto buone - rispose il maestro. - Lei sa quale
sia sempre stata e sia qui la mia posizione.
- Se si arriva a questo - disse il signor Creakle con le vene della
fronte ingrossate più che mai - io ritengo che lei si sia sempre
trovato in una falsa posizione e che abbia commesso l'errore di
considerare questa scuola un istituto di beneficenza. Signor Mell, se
non le rincresce, noi ci dobbiamo separare. E tanto meglio quanto più
presto sarà.
- Nessun momento migliore di questo - disse, alzandosi, il signor
Mell.
- Come vuole! - disse il signor Creakle.
- Mi congedo da lei, signor Creakle e da tutti voi - disse il signor
Mell, girando lo sguardo sull'aula e tornando ad accarezzarmi con
gentilezza la spalla. - James Steerforth, il miglior augurio che le
posso rivolgere è che lei giunga a provare vergogna di ciò che ha
fatto oggi. Intanto non vorrei averla per amico, né vorrei che lei
avesse dell'amicizia per nessuno a cui io sia affezionato.
Ancora una volta mi posò la mano sulla spalla; prese dalla cattedra il
flauto e alcuni libri, e lasciata la chiave nel cassetto per il suo
successore, uscì dall'aula con tutti i suoi beni sotto il braccio. Poi
il signor Creakle pronunciò, con la mediazione di Tungay, un discorso
in cui ringraziava Steerforth di avere difeso (forse con un eccesso di
calore) l'indipendenza e il decoro di Salem House, concludendolo
stringendo la mano a Steerforth, mentre noi lanciavamo tre evviva...
non so bene per quale motivo, ma ritenni che fossero in onore di
Steerforth, e perciò vi partecipai con ardore, sebbene mi sentissi
infelice. Poi il signor Creakle colpì duramente Tommy Traddles, avendo
scoperto che piangeva invece di applaudire per la partenza del signor
Mell, e quindi ritornò al suo divano, o al letto, o comunque al luogo
da dove era venuto.
Restammo soli, e ricordo che ci guardavamo piuttosto imbarazzati.
Quanto a me, ero tanto pieno di rimorsi e di pentimenti per la mia
parte di colpa in ciò che era accaduto che nulla mi avrebbe impedito
di scoppiare in lagrime se non il timore che Steerforth, il quale mi
lanciava spesso delle occhiate, le giudicasse contrarie alla nostra
amicizia, o per meglio dire, data la differenza di età e il sentimento
che avevo nei suoi confronti, ritenesse irriguardoso da parte mia il
palesare la commozione che mi tormentava. Era molto in collera con
Traddles, e disse di sentirsi molto soddisfatto che le avesse buscate.
Il povero Traddles aveva superato lo stadio di restare con la testa
appoggiata al tavolino e adesso si confortava come d'abitudine col
disegnare tutta una serie di scheletri: disse che non gl'importava
nulla dei colpi ricevuti. Disse che il signor Mell era stato
maltrattato.
- E chi l'ha trattato male, dimmi. donnetta? - disse Steerforth.
- Ma tu, certo - gli replicò Traddles.
- Io che cosa ho fatto? - disse Steerforth.
- Che cosa hai fatto? - replicò Traddles. - Hai ferito i suoi
sentimenti e gli hai fatto perdere il posto.
- I suoi sentimenti? - ripeté sdegnosamente Steerforth. - Scommetto
che i suoi sentimenti saranno presto risanati. Non sono come i tuoi,
signorina Traddles. Quanto al posto... era proprio un gran bel posto,
credi? e poi tu credi che non scriverò a casa perché provvedano a
mandargli un po' di soldi? Ragazzina!
Pensammo che fosse molto nobile quella intenzione da parte di
Steerforth, la cui madre era una ricca vedova, e si diceva che fosse
disposta a fare tutto quello che egli le chiedeva. Eravamo tutti
contentissimi di vedere Traddles così umiliato e Steerforth esaltato
al settimo cielo, specialmente quando ci disse, e lo fece con
degnazione, che aveva fatto quello che aveva fatto esclusivamente per
noi e per il nostro bene, e che facendolo in maniera del tutto
disinteressata ci aveva procurato un grosso beneficio.
Ma devo dire che la sera, mentre al buio riprendevo il mio racconto,
mi parve di dover prestare più d'una volta orecchio al suono lamentoso
del vecchio flauto del signor Mell; e quando finalmente Steerforth
disse di essere stanco e potei coricarmi, immaginai che stesse sonando
chissà dove così dolorosamente e ne provai un grandissimo dispiacere.
Ma presto me ne dimenticai per l'ammirazione che suscitava in me
Steerforth, il quale con disinvoltura, senza la minima difficoltà e
senza alcun libro (a me pareva che sapesse tutto a memoria) tenne
alcune lezioni ai suoi compagni in attesa che si trovasse il nuovo
maestro. Il nuovo maestro proveniva da una scuola secondaria statale e
prima di assumere il suo incarico pranzò un giorno nella presidenza
per essere presentato a Steerforth, il quale approvò
incondizionatamente la sua nomina e ci disse che era "un bel mattone".
Senza ben capire quale alto grado di sapienza fosse implicita in tale
espressione, lo rispettai per questo grandemente e non nutrii mai
alcun dubbio intorno al suo sapere; sebbene poi non si curasse di me
più che tanto (è vero che ero del tutto insignificante), al contrario
di ciò che aveva fatto il signor Mell.
Dalla normale vita scolastica di quel semestre emerge solo un altro
evento che non ho ancora dimenticato. Lo ricordo per diversi motivi.
Un pomeriggio eravamo tutti gettati nella massima confusione mentale
dal signor Creakle che stava imperversando e menava botte da orbi,
quando entrò Tungay e con la solita voce tonante annunciò: - Visite
per Copperfield!
Scambiò poche parole con il signor Creakle intorno ai visitatori per
sapere in quale stanza doveva introdurli, e quindi a me che secondo
l'uso mi ero alzato all'annuncio e mi sentivo quasi mancare per lo
stupore, fu ordinato di salire dalle scale di servizio a prendere un
colletto pulito prima di andare nella sala da pranzo. Mi affrettai a
obbedire con una agitazione mai provata prima d'allora, così che
quando mi trovai all'uscio del salotto, e mi venne in mente che
potesse essere venuta mia madre (fino a quel momento avevo pensato
soltanto al signore o alla signorina Murdstone) ritirai la mano dalla
maniglia e prima di entrare attesi di inghiottire un singhiozzo.
Da prima non vidi alcuno, ma sentendo un ostacolo dietro al battente
mi girai per guardare ed ecco, con mio sommo stupore, che scorsi il
signor Peggotty e Ham che s'inchinavano davanti a me, cappello in
mano, stretti contro la parete. Non potei fare a meno di ridere, ma
molto per il piacere di vederli più che per la figura che facevano. Ci
stringemmo la mano con grande cordialità e io risi e risi finché
dovetti trarre di tasca il fazzoletto per asciugarmi gli occhi.
Il signor Peggotty (ricordo bene che per tutta la visita non chiuse
una sola volta la bocca) si preoccupò molto nel vedermi commosso e
diede di gomito a Ham perché dicesse qualcosa.
- Su, allegro, signorino Davy, perdinci! - disse Ham con il suo solito
sorrisetto un po' sciocco. - Ma come è cresciuto!
- Sono cresciuto davvero? - dissi, asciugandomi gli occhi. Non
piangevo per alcun motivo particolare, ma la vista di quei vecchi
amici non so perché mi faceva piangere.
- Se è cresciuto! - disse il signor Peggotty.
Ridendo fra loro mi fecero di nuovo ridere, e poi ridemmo tutti e tre
insieme finché mi trovai sul punto di tornare a piangere.
- Signor Peggotty, - dissi - lei sa come sta la mia mamma? E come sta
la mia cara, cara, vecchia Peggotty?
- Magnificamente - disse il signor Peggotty.
- E la piccola Emily e la signora Gummidge?
- Ma...gnificamente - disse il signor Peggotty.
Tacevamo. E per interrompere quel silenzio il signor Peggotty si tolse
dalle tasche una fantastica aragosta e un enorme granchio e un
sacchetto di tela pieno di gamberi, deponendo tutto in braccio a Ham.
- Ecco, - disse il signor Peggotty - sapendo che le piaceva un po' di
sapori nelle vivande quando era con noi, ci siamo presi la libertà. Li
ha cucinati la vecchia. La signora Gummidge li ha fatti cuocere. Sì -
disse lentamente il signor Peggotty, che mi parve volesse insistere
sull'argomento non avendone un altro disponibile - le garantisco che è
stata proprio la signora Gummidge a cucinarli. - Gli manifestai la mia
gratitudine, e il signor Peggotty si rivolse a Ham che seguitava a
sorridere modestamente ai crostacei senza fare il minimo sforzo per
aiutarlo, poi disse:
- Vede, con il vento e la marea in nostro favore, siamo venuti con una
barca da pesca da Yarmouth a Gravesend. Mia sorella mi ha scritto lei
il nome di questo luogo, e mi ha scritto che se mi capitava mai di
arrivare a Gravesend dovevo venire anche qui e domandare del signorino
Davy per darle i suoi doveri e tanti auguri devoti di buona salute e
dirgli di tutta la famiglia che sta magnificamente. Vede, quando
ritorneremo la piccola Emily le scriverà che l'abbiamo visto e che
anche lei sta magnificamente e così è tutta una bella giostra che
faremo.
Dovetti riflettere un momento prima di comprendere il significato di
questa immagine, che certo significava un giro completo di
informazioni. Poi lo ringraziai di cuore, e sentendomi arrossire dissi
che probabilmente era cresciuta anche la piccola Emily dai giorni in
cui andavamo insieme a raccogliere conchiglie e sassolini sulla
spiaggia.
- Sta diventando una donna, ecco quello che sta diventando - disse il
signor Peggotty. - Lo chieda un po' a lui.
Intendeva dire che lo chiedessi a Ham, il quale accennava di sì e
sorrideva beato al sacchetto dei gamberi.
- Che bel viso! - disse il signor Peggotty, mentre il suo gli
luccicava come una lampada.
- E quante cose sa! - disse Ham.
- Come scrive! - disse il signor Peggotty. - Lettere nere come il
carbone e tanto grandi, poi, che si vedono dappertutto.
Era oltremodo piacevole vedere da quale entusiasmo era ispirato il
signor Peggotty quando pensava alla sua piccola nipote diletta. Lo
rivedo ancora, quel suo onesto volto barbuto da cui si diffonde una
letizia di amore e di orgoglio che non saprei descrivere. Gli occhi
sinceri si accendono e scintillano come se al fondo vi si movesse
qualcosa di luminoso. Per il piacere gli si gonfia l'ampio petto. Per
l'entusiasmo le mani forti già abbandonate si serrano, e sottolinea
ciò che dice levando il braccio destro, che alla mia vista di pigmeo
sembra un maglio.
Ham non era meno entusiasta di lui. Oso dire che avrebbero parlato
ancora molto della piccola Emily, se non fossero stati intimiditi
dall'inattesa comparsa di Steerforth, il quale vedendomi in un angolo
a chiacchierare con due sconosciuti interruppe la canzone che aveva
intonata e disse: - Non sapevo che tu fossi qui, giovane Copperfield!
- (non era infatti la stanza di solito destinata alle visite) e ci
passò vicino per uscire.
Non sono sicuro se per l'orgoglio di avere un amico come Steerforth, o
per il desiderio di spiegargli come mai avevo un amico come il signor
Peggotty, lo richiamai mentre già stava uscendo. Certo è che gli dissi
umilmente (buon Dio, come tutto mi torna in mente dopo tanto tempo!):
- Per favore, Steerforth, non andare via. Questi sono due pescatori di
Yarmouth, persone buonissime e gentilissime. Sono parenti della mia
bambinaia, venuti apposta da Gravesend per vedermi.
- Ah, sì? - disse Steerforth, ritornando sui suoi passi. - Molto lieto
di conoscerli. Come state, tutti e due?
Vi era una disinvoltura nei suoi modi, gaia e leggera ma priva di
spavalderia, che ancor oggi credo avesse in sé una sorta di fascino.
Credo ancora che per il portamento, la innata vivacità, la voce
deliziosa, la bellezza dei lineamenti e della persona e per quanto ne
so, anche per un naturale potere di attrazione (che ritengo pochi
possiedano), egli manifestasse un fascino a cui era una debolezza
naturale cedere, e a cui non molti avrebbero saputo resistere. Non
potevo non vedere quanto i due pescatori fossero felici della sua
compagnia e come pareva fossero subito pronti ad aprirgli il cuore.
- La prego, signor Peggotty, di far sapere ai miei - dissi - quando
farà spedire quella lettera, che il signor Steerforth è tanto gentile
con me e che non so che cosa farei senza di lui.
- Sciocchezze! - disse ridendo Steerforth. - Non dovete raccontare
niente del genere.
- E poi, signor Peggotty, - dissi - se per caso il signor Steerforth
capiterà mai nel Norfolk o nel Suffolk fin che mi trovo qui, può
contarci che se lui vorrà, io lo porterò a Yarmouth a vedere la sua
casa. Non hai mai visto una casa come quella, Steerforth. E' fatta con
una barca!
- Ma davvero, fatta con una barca? - disse Steerforth. - Proprio
l'abitazione adatta per un così perfetto marinaio.
- E' vero, è vero, signore, - disse ridacchiando Ham. - Ha ragione
questo signorino. Signorino Davy, ha proprio ragione: un perfetto
marinaio. Bene, bene, ecco lui com'è!
Il signor Peggotty non era meno contento del nipote, sebbene la sua
modestia gli impedisse di accettare così eloquentemente un complimento
tanto personale.
- Bene, signore - disse inchinandosi e sorridendo, tirandosi sul petto
le punte del fazzoletto da collo. - Grazie tante, signore, grazie
tante! Nel mio mestiere faccio quello che posso, signore.
- E più di questo non possono fare i migliori uomini della terra,
signor Peggotty - disse Steerforth. Aveva già afferrato il suo nome.
- Scommetto che anche lei fa la stessa cosa, signore, - disse il
signor Peggotty, scotendo la testa - e farà tutto bene, anzi
benissimo! La ringrazio, signore. Le sono obbligato per la sua
cortesia. Io sono rozzo, signore, ma ben disposto... spero almeno di
essere ben disposto, lei mi capisce. La mia casa non è una gran cosa
da vedere, signore, ma di tutto cuore la metto al suo servizio se mai
lei verrà a vederla con il signorino Davy. Io sono un vero bruco, sono
- disse il signor Peggotty e intendeva dire lumacone, facendo
allusione alla sua lentezza nel prendere congedo, perché dopo ogni
frase aveva fatto l'atto di andar via, e in qualche modo era sempre
tornato indietro. - Ma faccio a tutti e due i miei auguri; vi auguro
ogni felicità.
Ham fece eco a questi sentimenti, e ci separammo nella maniera più
cordiale. Quella sera cedetti quasi alla tentazione di parlare a
Steerforth della piccola Emily, ma ero troppo timido per riuscire a
farne il nome, e temevo troppo che avrebbe riso di me. Ricordo che
pensai molto alle parole del signor Peggotty: aveva detto che stava
facendosi donna, ma decisi che si trattava di una sciocchezza.
Riuscimmo a trasportare inosservati nel nostro dormitorio i crostacei
(o i "sapori", come li aveva umilmente chiamati il signor Peggotty) e
quella sera imbandimmo una grande cena. Ma Traddles non ne uscì
indenne. Era troppo sfortunato anche solo per digerire una cena come
tutti gli altri. Di notte si sentì male, si sentì proprio malissimo a
causa del granchio, e dopo essere stato curato con certe gocce nere e
pillole blu in tale misura che Demple (il cui padre era medico)
giudicò sufficiente a rovinare la costituzione di un cavallo, ebbe una
bastonatura e sei capitoli del Nuovo Testamento da tradurre dal greco
per essersi rifiutato di confessare la sua colpa.
Il resto di quel semestre è nel mio ricordo una giungla di lotte
quotidiane e fatiche per vivere; della fine dell'estate nel mutare
della stagione; delle mattine gelide in cui bisognava strapparsi giù
dal letto, e dell'odore freddo delle freddissime sere quando ci si
ficcava a letto; dei pomeriggi nell'aula male illuminata e peggio
riscaldata, delle lezioni al mattino in cui l'aula non era se non una
grande macchina operante a forza di brividi, dell'alternarsi di manzo
bollito all'arrosto di manzo, e di montone bollito all'arrosto di
montone; di grossi pezzi di pane imburrato; di libri tutti gualciti,
lavagne spaccate, quaderni macchiati di lagrime, bastonature con la
verga e con il righello, taglio dei capelli, domeniche piovose, budini
al grasso di bue, e tutto intorno un'atmosfera satura di inchiostro.
Ricordo però benissimo come l'idea remota delle vacanze, dopo essere
apparsa per un tempo interminabile sotto forma di punto immobile,
cominciò ad avvicinarsi e a dilatarsi sempre più. Come dopo avere
contato la distanza in mesi, si arrivò alle settimane e poi ai giorni;
e allora cominciai a temere che non sarebbero venuti a prendermi, e
poi quando appresi da Steerforth che invece sarei partito, ed ero
sicuro di andare a casa, e avevo neri presentimenti di rompermi una
gamba prima di quel momento. Ricordo con quale rapidità il giorno
della fine delle lezioni si trasformò da oggi quindici in oggi a otto,
nella settimana prossima e poi in questa settimana, dopodomani,
domani, oggi, stasera... e finalmente mi trovai dentro la diligenza
per Yarmouth in viaggio verso casa.
In quella diligenza feci vari sonni brevi e interrotti e molti sogni
assurdi intorno agli eventi già descritti. Ma quando a intervalli mi
svegliavo, il terreno fuori del finestrino non era quello del campo
giochi di Salem House, e il rumore che avevo nelle orecchie non era
quello del signor Creakle che batteva Traddles, ma quello del
conducente che frustava i cavalli.