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 David Coppierfeld

 


    INDICE.
    Nota sull'Autore e sull'opera: pagina 4.
    Prefazione dell'Autore: pagina 10.
    1. Sono nato: pagina 12.
    2. Mi guardo intorno: pagina 33.
    3. Sono in un nuovo ambiente: pagina 59.
    4. Cado in disgrazia: pagina 87.
    5. Mi mandano lontano da casa: pagina 121.
    6. Allargo la cerchia delle mie conoscenze: pagina 154.
    7. Il mio primo semestre a Salem House: pagina 167.
    8. Le mie vacanze. Un pomeriggio felice: pagina 200.
    9. Ho una memorabile festa di compleanno: pagina 226.
    10. Mi trascurano, poi mi sistemano: pagina 248.
    11. Comincio a vivere per conto mio e non mi piace: pagina 284.
    12.   La  vita  indipendente  continua  a  non   piacermi   e   prendo
    un'importante decisione: pagina 313.
    13. Le conseguenze della mia decisione: pagina 331.
    14. Mia zia decide che cosa fare di me: pagina 367.
    15. Faccio un nuovo inizio: pagina 396.
    16.  Sono un ragazzo nuovo, non solo come allievo della scuola: pagina
    414.
    17. M'imbatto in qualcuno: pagina 453.
    18. Uno sguardo retrospettivo: pagina 485.
    19. Mi guardo intorno e faccio una scoperta: pagina 499.
    20. La casa di Steerforth: pagina 529.
    21. La piccola Emily: pagina 545.
    22. Vecchi luoghi e gente nuova: pagina 580.
    23.  Confermo le opinioni del signor Dick e  scelgo  una  professione:
    pagina 620.
    24. Prima dissipazione: pagina 647.
    25. Angeli buoni e angeli cattivi: pagina 663.
    26. Cado prigioniero: pagina 698.
    27 . Tommy Traddles: pagina 727.
    28. La sfida del signor Micawber: pagina 745.
    29. Faccio una seconda visita a Steerforth nella sua casa: pagina 781.
    30. Una perdita: pagina 795.





    NOTA SULL'AUTORE E SULL'OPERA.
    Charles   Dickens  nacque  nel  1812  a  Landport,   poco  lontano  da
    Portsmouth. Morì a Gad's Hill nel Kent il 9 giugno 1870.  Fu sepolto a
    Londra, nell'"angolo dei poeti" della Abbazia di Westminster.
    Dopo  un'infanzia difficile con breve e saltuaria possibilità di studi
    regolari a causa dei disagi finanziari  sofferti  dalla  famiglia  (il
    padre  fu  anche  in  prigione per debiti) Dickens mise a profitto una
    eccezionale forza di volontà non meno grande in lui  dell'ingegno  per
    farsi  una  notevole  cultura  come  autodidatta.  Senza alcun maestro
    apprese  la  stenografia,   poté   quindi   lavorare   come   cronista
    parlamentare  per vari quotidiani,  e conservò tale incarico per circa
    tre anni,  cioè fino a quando la sua vocazione di narratore ebbe  modo
    di manifestarsi felicemente.
    Nel dicembre del 1833 prese a scrivere bozzetti e novelle che venivano
    pubblicati  su  periodici  prima di essere in seguito raccolti in vari
    volumi;  compose anche qualche modesta  opera  teatrale,  riuscendo  a
    farla rappresentare con discreto successo.
    Nel  1836-37  la pubblicazione a dispense del "Circolo Pickwick" ("The
    Pickwick   Papers"),    una   girandola   mozzafiato   di    avventure
    straordinariamente  facete  di  un  gruppo  di  amici  londinesi nelle
    campagne intorno a Londra,  incontrò un enorme favore da parte  di  un
    vasto pubblico di lettori, così che l'Autore si trovò portato di colpo
    in  una  posizione  di primo piano fra i narratori contemporanei,  che
    pure erano molti e di valore.  Tale posizione di grande eminenza  egli
    poté  conservare fino al termine di una non lunga,  ma eccezionalmente
    intensa carriera,  grazie anche a quel contatto  fuori  dell'ordinario
    che  riuscì a stabilire con il pubblico per mezzo di letture delle sue
    opere,  che tenne a partire  dal  1837  con  enorme  successo  sia  in
    Inghilterra sia in occasione dei due viaggi negli Stati Uniti.
    Il  "David  Copperfield"  è  del 1849-50,  quando l'Autore è nel pieno
    della maturità artistica,  avendo già pubblicato alcuni fra i maggiori
    romanzi  quali  "Oliver  Twist",   "Nicholas  Nickleby",  "La  bottega
    dell'Antiquario" ("The Old Curiosity Shop"),  "Un canto di Natale" ("A
    Christmas  Carol"),  "Dombey  &  Figlio"  ("Dombey  & Son").  Il nuovo
    romanzo segna tuttavia nel complesso dell'opera una deliberata svolta.
    Se qualche critico ritiene che il capolavoro di  Dickens  sia  "Grandi
    Speranze"  ("Great  Expectations") che segue di una decina di anni,  e
    altri ancora giudica che sia invece "Casa  desolata"  ("Bleak  House")
    posteriore di soli due anni al "David Copperfield", la maggioranza dei
    competenti  considera  che  l'opera  maggiore  di  Charles Dickens sia
    senz'altro quest'ultima. La svolta consiste nel fatto che per la prima
    volta l'Autore si serve della realtà  per  inserirla  nella  finzione,
    anche della esperienza personale di giovane scrittore per plasmare una
    geniale opera narrativa.
    Riesce  pertanto,   almeno  circa  nella  prima  metà  del  libro,   a
    raggiungere quella che è lecito definire una  perfezione  di  effetti,
    sia  con  la  intensa partecipazione alla vicenda del protagonista che
    narra in prima persona,  sia con il non troppo frequente intervento di
    giudizio, che perciò non risulta mai inopportuno né invadente.
    Si  legge  nella  stessa introduzione dell'Autore come egli avesse uno
    speciale affetto per questo libro nel quale il  suo  costante  impegno
    sociale (qui specialmente contro il lavoro dei minori e il carcere per
    debitori  insolvibili)  si  manifesta  con  tanto  maggiore  forza  ed
    efficacia in quanto rivela almeno in parte la triste realtà della  sua
    infanzia,  per lui indimenticabile in misura quasi ossessiva.  Si veda
    come David alla fine del capitolo 14,  ormai salvo sotto la protezione
    della zia e felicemente ritornato studente,  dichiara di non voler più
    parlare del periodo in cui s'era trovato  ingiustamente  costretto  in
    giovanissima  età  a  un  lavoro manuale degradante,  giungendo sino a
    confessare di non voler nemmeno ricordare con  precisione  quanto  (in
    mesi  o in anni?) fosse durato.  Lo stesso Dickens tralasciò sempre di
    ritornare anche fra gente amica sul tempo infelicissimo del lavoro che
    nemmeno adolescente gli aveva inferto una insanabile ferita.
    Con  la  perdita  del  padre  ancora  prima  di   venire   al   mondo,
    l'infelicissimo  secondo matrimonio della madre,  la triste solitudine
    infantile dopo la morte di lei, l'ignobile lavoro, le miserie lungo il
    cammino della fuga prima che questa lo porti a trovare rifugio  presso
    l'anziana  zia (figura eccentrica fra le più vive!) la base della vita
    di David è certo drammatica.  E in seguito vi echeggeranno le dolorose
    note  della  morte  di  Dora,  la moglie bambina,  con la riduzione in
    cenere dell'amicizia giovanile,  e non solo queste.  Eppure il libro è
    anche  rallegrato  da  una  miriade di momenti luminosi,  intensamente
    romantici  e  delicatamente  commoventi,  mentre  il  personaggio  non
    dimentica  la  sintetica  direttiva  impartitagli dalla zia rivelatasi
    insperatamente generosa e affettuosa: "mai meschino,  mai sleale,  mai
    crudele",  pur  non  risultando  un  autentico eroe,  né un esempio di
    eroiche virtù.
    Da tutti i romanzi di Dickens emergono dei personaggi ai quali egli ha
    impartito una vita ben superiore a quella libresca: se ne  parla  dopo
    cent'anni,  e non solo fra i conterranei dell'Autore,  come di persone
    in carne e ossa, ammirevoli o ripugnanti,  di cui non si ignora nulla,
    e  che  si  affiancano  alle  altre  immortali  create da Chaucer e da
    Shakespeare.  Qui troviamo il "signor  Micawber"  con  l'irresistibile
    comicità  del suo comportamento,  l'enfasi inesauribile dei discorsi e
    delle missive,  le disgrazie che  lo  abbattono  fino  all'infelicità,
    senza  pur  impedirgli  di tornare subito a sollevarsi fino alle vette
    del meno ragionevole e più gaio ottimismo.  E' una delle figure ideate
    da  Dickens  che  sono  sempre  più  grandi del normale e che tuttavia
    possiedono una così precisa  vitalità  da  non  poter  mai  ridursi  a
    semplici fantocci caricaturali.
    I dialoghi in Dickens sono quasi sempre vivacissimi, pensati e parlati
    insieme,  e  suscitano  spesso  una vastità di risonanze che supera le
    parole. Anche le descrizioni sono sommamente efficaci,  benché a volte
    diffuse,  sia che interessino visioni della natura, sia che rendano le
    sensazioni delle varie stagioni lungo le vie di  Londra  visitate  con
    una  plastica  partecipazione.  Non  diversamente l'unità del racconto
    resta linearmente rispettata nonostante l'affollarsi di tante  persone
    e vicende solo apparentemente secondarie o superflue,  perché anzi non
    dando luogo a vane dispersioni valgono a  impartire  maggiore  rilievo
    all'insieme.
    Quel potere di attenzione che Dickens si affretta ad ascrivere a David
    bambino  è in effetti una delle grandi qualità dell'Autore: attenzione
    istintiva e attenzione infaticabile  della  memoria  che  porta  senza
    fatica  l'Autore  a  tracciare i più minuti particolari con generosità
    inarrestabile, e a renderli tutti variamente importanti.
    Diceva di recente  un  critico  inglese  della  B.B.C.  che  se  altri
    scrittori  creano  personaggi,  nelle  sue  opere  Dickens  fa nascere
    persone vive,  e non sarà  quindi  mai  possibile  parlare  troppo  di
    Dickens, o rileggere troppe volte i suoi libri.
    E ora rileggiamo il giudizio finale dato da Cazamian,  grande studioso
    francese di letteratura inglese: "Tra i romanzieri inglesi Dickens non
    è l'artista più abile,  non lo psicologo più sottile,  non il realista
    più accurato, né il narratore più seducente, ma è probabilmente il più
    inglese, il più tipico, il più grande di tutti".
    E  ancora,  uno  studioso  d'oggi (Trevor Blount) così conclude un suo
    saggio ("Dickens,  The  Early  Novels"):  "Ma  la  maggiore  fonte  di
    interesse  per  un  lettore moderno può benissimo essere lo stile,  se
    pure a volte sentimentale e flaccido,  e però il mezzo con cui Dickens
    fa nascere i suoi personaggi e carica di eccitazione le scene. Sono le
    parole  che  contano,  e  Dickens  giunse  a usarle con sempre maggior
    attenta cura.  Dickens non appartiene alla classe di  sommi  narratori
    quali  Tolstoj e Dostoevskij,  ma tra quelli appena meno eccelsi pochi
    gli si avvicinano. E l'estremo paradosso dell'insieme di un'opera come
    la sua, così stravagante, fantastica,  melodrammatica,  sentimentale e
    perfino nevrotica,  è che lasci un'impressione finale di allegria e di
    bontà"
    F. B.


    PREFAZIONE DELL'AUTORE.
    Nella prima introduzione a questo libro scrissi che  non  mi  riusciva
    facile,   per   le  sensazioni  suscitate  in  me  dall'averlo  appena
    terminato,  allontanarmene tanto da poterne parlare con la misura  che
    richiederebbe  tale  formale introduzione.  Talmente forte e immediato
    era il mio interesse per il libro,  e avevo la mente così  divisa  tra
    piacere  e  rimpianto  (il  piacere  di  avere  realizzato un progetto
    formulato da tempo, e il rimpianto di separarmi da tanti amici) che vi
    era il pericolo annoiassi  il  lettore  con  personali  confidenze  ed
    emozioni.
    Per  di  più  tutto quello che avrei potuto dire intorno al mio lavoro
    avevo già cercato di dirlo nella narrazione.
    Interesserebbe forse poco al lettore sapere  con  quale  tristezza  si
    posa la penna al termine di un lavoro creativo durato due anni; oppure
    che  un Autore,  nel momento in cui una folla di creature nate dal suo
    cervello si allontana per  sempre  da  lui,  prova  la  sensazione  di
    abbandonare in un mondo quasi ignoto una parte di sé. Non avevo quindi
    nulla  da  aggiungere  all'infuori della confessione (magari di ancora
    minore importanza) che nessuno, nel leggerlo,  potrà credere in questo
    racconto più di quanto vi abbia creduto io scrivendolo.
    Tutto  ciò è ancora tanto vero oggi,  che non mi rimane se non fare al
    lettore un'altra confidenza: questo è fra i miei libri quello che  amo
    più di tutti.
    Sarà  difficile immaginare che io non sia un padre amoroso per tutti i
    figli della mia fantasia,  e che qualcuno possa mai amarli quanto  me.
    Eppure,  come tanti genitori amorosi,  ho io pure in fondo al cuore un
    figlio prediletto. Il suo nome è David Copperfield.














    1 - SONO NATO.
    Diranno queste pagine se della mia vita sarò io il protagonista,  o se
    tale  posto  d'onore debba toccare ad altri.  Per cominciare la storia
    della mia vita dall'inizio della mia vita stessa dirò  che  sono  nato
    (come  mi  fu  detto e credo sia vero) un venerdì a mezzanotte.  Venne
    rilevato che nello stesso momento l'orologio cominciò a battere e io a
    strillare.
    A proposito del giorno e dell'ora della mia  nascita  la  levatrice  e
    alcune  brave  donne  del  vicinato,   le  quali  si  erano  vivamente
    interessate a me vari mesi prima di potermi  conoscere  personalmente,
    dichiararono  in primo luogo che ero destinato a una vita infelice,  e
    inoltre che avrei avuto il dono di vedere gli spiriti  e  i  fantasmi,
    facoltà  che  esse  credevano  inevitabile per tutti gli sfortunati di
    ambo i sessi, nati di venerdì nel cuore della notte.
    Non dirò nulla qui del primo  punto  perché  nulla  meglio  della  mia
    storia  dimostrerà  se  a  tale  predizione  i  risultati abbiano dato
    ragione o torto. Intorno al secondo punto dirò soltanto che,  salvo mi
    sia imbattuto nell'esercizio di questa facoltà della mia natura quando
    ero  ancora  in  culla,  io non l'ho mai posseduta.  Ma non mi lamento
    affatto di esserne rimasto defraudato,  e se oggi altri  ne  abbia  il
    godimento, ne sono cordialmente lieto.
    Sono nato con la "camicia" ed essa venne posta in vendita sul giornale
    al  modico  prezzo di quindici ghinee.  Non so dire se in quel tempo i
    marinai fossero  a  corto  di  denaro  o  di  fede  e  preferissero  i
    salvagente  di sughero;  so soltanto che vi fu un'unica offerta di due
    sterline in contanti  e  del  rimanente  in  sherry  da  parte  di  un
    procuratore  che  si  occupava  di cambiali,  il quale dichiarò di non
    volersi garantire dal morire annegato per un prezzo  maggiore.  Quindi
    l'avviso  venne  ritirato  in  pura perdita (quanto allo sherry la mia
    povera mamma stava già cercando un acquirente per il suo) e dieci anni
    dopo la mia "camicia" servì di premio  per  una  lotteria  organizzata
    dalle  nostre  parti  con  cinquanta  biglietti  da una corona l'uno e
    l'obbligo per il vincitore  di  versare  altri  cinque  scellini.  Ero
    presente  anch'io,  e  ricordo  di  avere  provato  molta confusione e
    imbarazzo nel vedere che si disponeva così di una parte di me  stesso.
    Ricordo  che  la "camicia" toccò in sorte a una vecchia signora munita
    di canestro,  la quale con grande  riluttanza  estrasse  da  questo  i
    pattuiti cinque scellini,  tutti in monete da mezzo penny, e alla fine
    aveva versato due penny e mezzo in meno.  Ci volle poi un tempo enorme
    e un grande spreco di conteggi per tentare,  ma invano, di convincerla
    dell'errore. Da quelle parti si ricordò a lungo l'importanza del fatto
    che quella signora non morì annegata,  bensì felicemente nel suo letto
    all'età  di  novantadue anni.  Ho sentito dire che fino all'ultimo non
    smetteva di vantarsi che in tutta la  vita  non  si  era  mai  trovata
    sull'acqua,  salvo sopra un ponte; e mentre beveva il tè (a cui teneva
    moltissimo)  fino  all'ultimo  non  tralasciò  di  esprimere  la   sua
    indignazione  per  l'empietà dei marinai e di tutti quelli che avevano
    l'ardire di andare "vagabondando" per il mondo.  Era inutile spiegarle
    che  da tale pratica deprecabile risultavano certi vantaggi,  compreso
    forse il tè.  Ribatteva sempre con grande enfasi e con fiducia  innata
    nella forza della sua condanna: - Niente vagabondi!
    Ma per non rendermi io adesso colpevole di vagabondaggi o divagazioni,
    ritornerò alla mia nascita.
    Sono  nato  a  Blunderstone,  nel Suffolk,  o "da quelle parti",  come
    dicono gli scozzesi.  Ero un figlio postumo: gli occhi di mio padre si
    erano chiusi alla luce di questo mondo sei mesi prima che si aprissero
    i miei. Ancora adesso mi pare strano credere che egli non mi abbia mai
    veduto  - e trovo ancora più strano il vago ricordo di essermi trovato
    in rapporto nella mia prima infanzia con la sua bianca pietra  tombale
    nel  nostro  cimitero  e  la  confusa  pietà  che provavo verso di lui
    lasciato a giacere solo laggiù nel buio della sera  mentre  il  nostro
    salottino  era caldo e luminoso con il fuoco e le candele,  e le porte
    della casa erano,  quasi con crudeltà mi  pareva  a  volte,  chiuse  e
    sprangate per lui.
    Una zia di mio padre, e quindi mia prozia, della quale avrò in seguito
    l'occasione di parlare più a lungo,  era la personalità più importante
    della famiglia. La signorina Trotwood, o la signorina Betsey,  come la
    chiamava  la  mia  povera mamma quando (e non molto spesso) riusciva a
    vincere un poco il timore di quella donna formidabile,  aveva avuto un
    marito più giovane di lei,  molto bello tranne nel senso del proverbio
    popolare che dice: "Bello è solo colui il cui agire è  bello",  poiché
    vi  erano  gravi sospetti che avesse picchiato la moglie e che durante
    un alterco per questioni di denaro avesse compiuto  un  frettoloso  ma
    deciso  tentativo di gettarla da una finestra del secondo piano.  Tali
    prove di incompatibilità di carattere indussero la signorina Betsey  a
    dargli  una certa somma per ottenere la separazione consensuale.  Egli
    partì con il suo capitale per l'India e, secondo una diceria che aveva
    credito in famiglia,  sarebbe stato visto una volta  in  groppa  a  un
    elefante  insieme con un babbuino,  ma ritengo che si trattasse invece
    di una "Baboo" o "Begun",  cioè una  nobile  indiana.  Comunque,  dopo
    nemmeno dieci anni giunse dall'India notizia della sua morte.  Nessuno
    seppe mai come la  ricevesse  mia  zia,  poiché  subito  dopo  la  sua
    separazione aveva ripreso il nome di fanciulla e acquistato un villino
    in  un  villaggio lontano sulla costa,  vi si era sistemata come donna
    nubile in compagnia di una sola domestica,  e si  diceva  che  vivesse
    sempre come una reclusa in un isolamento ininterrotto.
    Credo  che  un tempo avesse avuto un grande affetto per mio padre,  ma
    s'era sentita mortalmente offesa dal matrimonio di lui per  il  motivo
    che mia madre era "una bambola di cera".  Non aveva mai incontrato mia
    madre,  ma sapeva che non aveva ancora vent'anni.  Non rivide più  mio
    padre, che al tempo del suo matrimonio aveva il doppio dell'età di mia
    madre  ed era di salute cagionevole.  Egli morì un anno dopo,  come ho
    già detto, sei mesi prima che io venissi al mondo.
    Tale era la situazione il pomeriggio di quello che sarò  perdonato  se
    chiamo  un  venerdì notevolmente importante.  E' chiaro che non potrei
    affermare di  avere  saputo  allora  come  stessero  le  cose,  né  di
    conservare alcun ricordo fondato sull'evidenza dei sensi intorno a ciò
    che avvenne poi.
    Mia madre sedeva accanto al fuoco, un po' malaticcia e molto depressa;
    fissava  la  fiamma  attraverso le lagrime e tristemente rifletteva su
    quella che sarebbe stata la sorte sua e della creaturina senza  padre,
    alla quale in un cassetto del piano superiore alcune dozzine di spilli
    di  sicurezza  già  davano  il  benvenuto  in  un mondo niente affatto
    emozionato dal suo arrivo;  mia madre,  ho detto,  sedeva  accanto  al
    fuoco in quel pomeriggio limpido e ventoso di marzo, timorosa e triste
    e  per nulla certa di uscire viva dalla prova che l'attendeva,  quando
    levò gli occhi per asciugare le lagrime,  e dalla finestra scorse  una
    singolare signora che attraversava il giardino.
    Subito  a una seconda occhiata mia madre ebbe la certezza che fosse la
    signorina Betsey. Il sole al tramonto gettava una luce calda su quella
    strana donna e sul prato di là della siepe,  ed ella avanzò  verso  la
    porta  con  una implacabile rigidità della figura e una compostezza di
    espressione che non sarebbero potute appartenere a nessuno all'infuori
    di lei.
    Quando raggiunse la casa diede un'altra prova della sua identità.  Mio
    padre  aveva  lasciato  intendere  molte volte che ben di rado ella si
    comportava come un essere cristiano qualunque, e anche ora,  invece di
    sonare  il campanello,  si avvicinò a quella finestra e guardò dentro,
    schiacciando talmente il naso contro il vetro che la mia povera  mamma
    diceva sempre di averlo veduto di colpo appiattito e bianco.
    Tale  fu  l'emozione  di  mia  madre  che  ho sempre pensato di andare
    debitore alla zia Betsey della sfortuna di essere nato di venerdì.
    Tutta agitata mia madre si era alzata,  ritirandosi nell'angolo dietro
    alla  sua  poltrona,  e la signorina Betsey,  nel volgere intorno alla
    stanza lo sguardo lento e scrutatore,  partì dal lato opposto con  gli
    occhi  sbarrati  come  quelli  di una testa di Saraceno in una pendola
    olandese sino a fermarli su mia madre. Allora aggrottò le ciglia e con
    un cenno di chi ha l'abitudine di  trovare  obbedienza  ordinò  a  mia
    madre che andasse ad aprire la porta. Mia madre ubbidì.
    - La moglie di David Copperfield,  "credo" - disse la signorina Betsey
    con la sicurezza che le dava la  vista  dell'abito  vedovile  e  delle
    condizioni di mia madre.
    - Sì - le rispose sotto voce mia madre.
    -  Sono  la signorina Trotwood - disse la visitatrice.  - Immagino che
    lei avrà sentito parlare di me.
    Mia madre rispose che aveva avuto quel  piacere,  ma  si  accorse  con
    rammarico  di  non dare l'impressione che fosse stato un piacere molto
    grande.
    - Ora mi vede - disse la signorina Betsey.  Mia madre chinò la testa e
    invitò la visitatrice ad accomodarsi.
    Entrarono  nel  salottino  da  dove  era  uscita  mia madre perché nel
    salotto buono sull'altro lato del corridoio il  fuoco  non  era  stato
    acceso,  anzi  non l'avevano più acceso dal giorno del funerale di mio
    padre;  quando si furono entrambe sedute e  la  signorina  Betsey  non
    diceva nulla,  dopo avere tentato invano di trattenere le lagrime, mia
    madre cominciò a piangere.
    - Oh, no, no, no!  - fece in fretta la signorina Betsey.  - Questo no!
    Su, su!
    Ma mia madre non riuscì a dominarsi e pianse tutte le sue lagrime.
    - Levati la cuffia,  cara, - disse la signorina Betsey - lascia che ti
    veda.
    Mia madre  era  troppo  intimorita  per  rifiutare  di  ubbidire  alla
    singolare richiesta, se anche l'avesse voluto; fece perciò come le era
    stato  detto,  ma  le  tremavano  tanto  le mani che le si sciolsero i
    capelli (erano folti e bellissimi) e le copersero il volto.
    - Santo cielo!  - esclamò la  signorina  Betsey.  -  Sei  proprio  una
    bambina!
    Mia  madre  era  senza  dubbio di aspetto straordinariamente giovanile
    anche per la sua età; chinò il capo come se fosse,  poverina,  una sua
    colpa,  e  disse  singhiozzando  che  purtroppo  era  solo  una vedova
    bambina,  e se fosse vissuta sarebbe stata soltanto una madre bambina.
    Nel  breve  silenzio  che  seguì,  mia madre ebbe l'impressione che la
    signorina Betsey le toccasse i capelli con mano abbastanza gentile, ma
    quando levò gli occhi,  timida e fiduciosa,  vide che  l'altra  se  ne
    stava  seduta  con  la  gonna  rimboccata,  le  mani intrecciate su un
    ginocchio e i piedi posati sul parafuoco,  intenta a fissare il  fuoco
    con le ciglia aggrottate.
    -  In  nome  del  cielo - esclamò all'improvviso la signorina Betsey -
    perché mai "Rookery" (nido di cornacchie)?
    - Vuole dire la casa, signora? - chiese mia madre.
    - Perché "Rookery"?  - ripeté la signorina  Betsey.  -  Sarebbe  stato
    molto  meglio chiamarla "Cookery" (libro di cucina),  se almeno uno di
    voi due avesse avuto qualche idea pratica della vita.
    - Il nome fu scelto dal signor Copperfield  -  replicò  mia  madre.  -
    Quando  comperò  la  casa  gli  piaceva  immaginare che vi fossero qui
    intorno delle cornacchie.
    In quel momento si levò un forte vento fra alcuni alti e  vecchi  olmi
    in  fondo  al  giardino,  tanto forte che né mia madre né la signorina
    Betsey poterono fare a meno di guardare in  quella  direzione.  Mentre
    gli  olmi  s'incurvavano  l'uno  verso  l'altro  come  giganti  che si
    sussurrassero  dei  segreti,   e  dopo   qualche   attimo   di   sosta
    ricominciavano ad agitarsi violentemente,  sbattendo tutto intorno con
    furia le braccia come se le confidenze ricevute fossero davvero troppo
    maligne per la pace del loro animo,  certi vecchi nidi di  cornacchie,
    logori e consunti,  appesi ai rami più alti,  presero a dondolare come
    relitti di un naufragio sul mare in tempesta.
    - Gli uccelli dove sono? - domandò la signorina Betsey.
    - Gli...? - ripeté mia madre che pensava ad altro.
    - Le cornacchie,  dove sono  andate  a  finire?  -  chiese  ancora  la
    signorina Betsey.
    -  Non  vi  sono mai state cornacchie da quando abitiamo qui - rispose
    mia madre. - Noi credevamo... lo pensava il signor Copperfield...  che
    fosse il posto giusto per una grande colonia di cornacchie;  ma i nidi
    erano molto vecchi e gli uccelli li avevano abbandonati già  da  molto
    tempo.
    - Tutto lui, David Copperfield! - esclamò la signorina Betsey.-  David
    Copperfield dalla testa ai piedi!  Dare il nome delle cornacchie a una
    casa senza vederne intorno nemmeno una, e contare sulla presenza degli
    uccelli solo per aver visto dei nidi!
    - Il signor Copperfield è morto - ribatté mia madre  -  e  se  lei  ha
    l'ardire di parlare male di lui con me...
    Immagino   che   la  mia  povera  mamma  abbia  avuto  per  un  attimo
    l'intenzione di aggredire e  percuotere  mia  zia,  la  quale  avrebbe
    potuto  respingerla  senza fatica con una mano sola anche se mia madre
    fosse stata ben più disposta a uno scontro di quanto  non  fosse  quel
    giorno.  Ma  si  limitò  al  gesto  di  alzarsi in piedi perché subito
    ritornò docilmente a sedere e perdette i sensi.
    Quando rinvenne,  o quando la signorina Betsey l'ebbe fatta rinvenire,
    trovò  comunque quest'ultima in piedi davanti alla finestra.  Ormai il
    crepuscolo sfumava nell'oscurità e le due donne riuscivano  a  vedersi
    solo al vago chiarore del fuoco.
    - Bene!  - disse la signorina Betsey,  tornando a sedere come se fosse
    andata soltanto a dare un'occhiata distratta al panorama. - Per quando
    aspetti...?
    - Io tremo tutta - balbettò mia madre.  - Non so che cosa mi  succede.
    Sono sicura che sto per morire.
    - No, no, no - ribatté la signorina Betsey. - Devi bere un po' di tè.
    - Povera me,  povera me,  crede che mi farà bene?  - esclamò mia madre
    con tono sconsolato.
    - Ma certo! - dichiarò la signorina Betsey. - Le tue sono fantasie. La
    tua ragazza, che nome ha?
    - Non so ancora se sarà una ragazza,  signora - rispose innocentemente
    mia madre.
    -  Benedetta  creatura!  - esclamò la signorina Betsey,  citando senza
    saperlo  la  seconda  frase  ricamata  sul  puntaspilli  riposto   nel
    cassettone al piano di sopra, ma applicandola a mia madre, non a me. -
    Non parlo di questo. Voglio dire la tua domestica.
    - Peggotty - disse mia madre.
    -  Peggotty!  -  ripeté  la  signorina  Betsey piuttosto indignata.  -
    Bambina,  non mi dirai che un essere umano è andato a ricevere il nome
    di Peggotty in chiesa?
    -  E' il suo cognome - spiegò con voce flebile mia madre.  - Il signor
    Copperfield la chiamava così perché ha lo stesso nome di battesimo che
    ho io.
    - Vieni, Peggotty! - gridò la signorina Betsey, aprendo l'uscio.  - Il
    tè. La tua padrona si sente poco bene. Sbrigati.
    E  dopo  aver  in  tal  modo espresso l'ordine con la forza che poteva
    darle un'autorità riconosciuta in famiglia fin dall'origine ed essersi
    incontrata con la sbigottita Peggotty,  la quale nell'udire  una  voce
    sconosciuta si faceva avanti nel corridoio con la candela in mano,  la
    signorina Betsey richiuse l'uscio e si rimise a sedere come prima  con
    i  piedi sul parafuoco,  la gonna rimboccata e le mani intrecciate sul
    ginocchio.
    - Hai detto che sarà forse una ragazza - disse la signorina Betsey.  -
    Sono  sicura che sarà così.  Ho il presentimento che sarà una ragazza.
    Ora senti, piccola, dal momento della nascita di questa bambina...
    - Forse sarà un bambino - osò interrompere mia madre.
    - Te lo ripeto,  ho il presentimento che sarà una bambina - ribatté la
    signorina  Betsey.  -  Non contraddirmi.  Dal momento della nascita di
    questa bambina, intendo essere amica sua. Voglio farle da madrina e ti
    prego di chiamarla Betsey Trotwood Copperfield.  Non vi devono  essere
    errori  nella vita di questa Betsey Trotwood.  Nessuno dovrà scherzare
    con i suoi sentimenti,  poverina.  Sarà educata e custodita molto bene
    per  evitare  che  riponga  scioccamente fiducia in chi non la merita.
    Sarò io a occuparmene.
    Dopo ciascuna di queste frasi, la testa della signorina Trotwood aveva
    uno scatto come se i vecchi torti da lei subiti le si  agitassero  nel
    petto, e solo con fatica riuscisse a dominare l'impeto di manifestarli
    chiaramente. O almeno così sospettò mia madre che l'osservava al fioco
    bagliore  del fuoco,  troppo intimorita dalla presenza della signorina
    Betsey,  troppo sottomessa e confusa per riuscire a notare chiaramente
    alcunché, o per sapere che cosa dire.
    - Era buono David con te,  piccola? - chiese la signorina Betsey, dopo
    un intervallo di silenzio e quando ebbe smesso di agitare il  capo.  -
    Stavate bene insieme?
    - Eravamo tanto felici - rispose mia madre.  - Il signor Copperfield è
    sempre stato troppo buono con me.
    - E ti viziava, immagino - suggerì la signorina Betsey.
    - Sì, temo proprio che non mi abbia preparata a essere di nuovo sola e
    abbandonata in questo mondo così duro... - singhiozzò mia madre.
    - Bene!  Non piangere!  - ordinò la signorina Betsey.  - Voi  due  non
    eravate  bene assortiti (se mai è possibile che due persone siano bene
    assortite), perciò te l'ho chiesto. Eri orfana, non è vero?
    - Sì.
    - E facevi la governante?
    - Ero la bambinaia di una famiglia che il signor Copperfield andava  a
    visitare.  Il signor Copperfield era molto gentile con me, s'interessò
    molto a me e mi rivolse molte attenzioni,  e alla fine  mi  chiese  in
    moglie.  E io accettai.  E così ci sposammo - disse con semplicità mia
    madre.
    - Ah, povera piccola!  - mormorò la signorina Betsey,  sempre fissando
    con severità il fuoco.  - Tu che cosa sai fare?
    - Scusi, signora, non capisco... - balbettò mia madre.
    - Per esempio sai dirigere la casa? - disse la signorina Betsey.
    - Non molto,  temo - rispose mia madre. - Non tanto come vorrei. Ma il
    signor Copperfield mi stava insegnando...
    - Per quello che ne sapeva lui!  - inserì tra parentesi  la  signorina
    Betsey.
    -  E  spero che avrei migliorato,  ero tanto ansiosa di imparare e lui
    era tanto paziente nell'insegnarmi,  se la grandissima disgrazia della
    sua morte... - mia madre dovette interrompersi ancora una volta.
    - Via, via! - disse la signorina Betsey.
    -  Tenevo  regolarmente  il  libro  di  casa e tutte le sere facevo il
    bilancio con il signor Copperfield...  - esclamò mia madre,  e dovette
    tacere per un nuovo scoppio di dolore.
    - Via, via! - disse la signorina Betsey. - Non piangere più.
    -  ...e sono certa che non eravamo mai in disaccordo, tranne quando il
    signor Copperfield criticava i miei tre e i cinque perché erano troppo
    simili,  o  non voleva che arricciassi la gamba del sette e del nove -
    riprese a dire mia madre prima di cedere a un nuovo scoppio di pianto.
    - Finirai per sentirti male - disse la signorina Betsey -  e  sai  che
    non  farebbe bene né a te né alla mia figlioccia.  Via!  Non devi fare
    così!
    Tale argomento ebbe la sua parte nel calmare un po' mia madre, sebbene
    la parte maggiore l'avesse forse il suo crescente malessere.  Seguì un
    intervallo  di  silenzio,  solo  interrotto  di  tanto  in tanto dalla
    signorina  Betsey,  che  sempre  seduta  con  i  piedi  sul  parafuoco
    esclamava di quando in quando: - Ah! Ah!
    -  Per  quanto  ne  so,  David con il suo capitale si era procurato un
    vitalizio, e per te come ha provveduto? - chiese poi.
    - Il signor Copperfield - le rispose mia madre,  che ormai parlava con
    difficoltà  -  è  stato  così  buono  e  previdente da farne una parte
    reversibile per me.
    - Quanto? - chiese la signorina Betsey.
    - Centocinque sterline all'anno - rispose mia madre.
    - Avrebbe potuto far peggio - disse mia zia.
    Quest'ultima parola era adatta al momento: mia madre si sentiva  tanto
    male  che  Peggotty,  entrando con il vassoio del tè e le candele,  si
    accorse immediatamente quanto stesse male (come  la  signorina  Betsey
    avrebbe potuto notare prima se vi fosse stata più luce), e la condusse
    in  tutta  fretta  nella  sua  camera al piano di sopra;  quindi spedì
    sull'istante suo nipote Ham Peggotty, che da alcuni giorni se ne stava
    nascosto in casa all'insaputa di mia madre per servire  come  speciale
    messaggero  in  caso  di  necessità,  perché  andasse  a  chiamare  la
    levatrice e il medico.
    Queste potenze alleate rimasero non poco stupite,  arrivando  a  pochi
    minuti  di differenza l'una dall'altra,  nel trovare seduta accanto al
    fuoco una signora sconosciuta e di aspetto formidabile,  con la cuffia
    legata  per  i  nastri  al  braccio  sinistro  e intenta a tapparsi le
    orecchie con ovatta.  Poiché Peggotty non ne sapeva nulla e mia  madre
    non  aveva  detto  nulla  di  lei,   la  sua  presenza  nel  salottino
    rappresentava  un  autentico  mistero;  e  non  diminuiva  affatto  la
    solennità  della  sua  figura il fatto che tenesse in tasca una grande
    quantità di ovatta e che se ne riempisse a quel modo le orecchie.
    Il medico era stato al piano di sopra,  ne  era  disceso,  ed  essendo
    convinto,  almeno così credo,  intorno alla probabilità che la signora
    sconosciuta e lui stesso dovessero rimanere seduti lì faccia a  faccia
    per qualche ora, decise di comportarsi in maniera cortese e socievole.
    Era  un  ometto  di  indole  dolcissima,  il  più  mite del suo sesso.
    Scivolava dentro e fuori di una stanza tutto di traverso per  occupare
    meno   spazio.   Camminava  non  meno  silenziosamente  e  ancora  più
    lentamente del fantasma dell'"Amleto".  Teneva la testa  china  da  un
    lato, in parte per la grande umiltà che aveva nel giudicare se stesso,
    e in parte per propiziarsi il prossimo. Non basta dire che non avrebbe
    saputo  lanciare  un insulto nemmeno a un cane,  ma si deve aggiungere
    che non avrebbe insultato nemmeno un cane rabbioso. Gli avrebbe invece
    offerto una parola gentile,  o una mezza  parola,  o  addirittura  una
    particella,   perché  usava  nel  parlare  la  medesima  lentezza  del
    camminare;  ma con nessun povero cane sarebbe stato  scortese,  e  per
    nessuna cosa al mondo sarebbe riuscito ad agire con rapidità.
    Il  dottor  Chillip  guardò  con  dolcezza  mia zia,  tenendo la testa
    piegata di lato,  le rivolse un leggero inchino,  e toccandosi  appena
    l'orecchio sinistro le chiese alludendo all'ovatta:
    - Forse un'infiammazione locale, signora?
    -  Che  cosa?  - ribatté mia zia,  togliendosi l'ovatta da un orecchio
    come se sturasse una bottiglia.
    Il dottor Chillip rimase talmente colpito da quei modi bruschi che più
    tardi disse a mia madre che solo per grazia di Dio era riuscito a  non
    perdere la sua presenza di spirito. Si limitò a ripetere con dolcezza:
    - Forse un'infiammazione locale, signora?
    -  Sciocchezze!  -  gli  ribatté  mia  zia e con un colpo solo tornò a
    tapparsi l'orecchio.
    Dopo  di  che  al  dottor  Chillip  non  rimase  che  starsene  seduto
    guardandola  di  soppiatto  mentre  lei  fissava  il fuoco.  Quando lo
    richiamarono di sopra,  rimase assente per circa un quarto d'ora,  poi
    ritornò.
    -  E allora?  - disse mia zia,  togliendosi l'ovatta dall'orecchio più
    vicino al medico.
    - E allora, signora,  - le rispose il dottor Chillip - si va...  si va
    avanti lentamente.
    -  Bah!  -  esclamò  mia zia,  scotendo di scatto la testa in perfetta
    armonia con il dispregio espresso  da  quel  monosillabo.  E  tornò  a
    tapparsi come prima.
    -  Davvero...  davvero...  -  come  disse  poi  a  mia madre il dottor
    Chillip,  egli si era sentito quasi  offeso:  da  un  punto  di  vista
    esclusivamente  professionale,  si era sentito quasi offeso.  Tuttavia
    rimase lì a guardare la  donna  per  quasi  due  ore,  mentre  l'altra
    fissava  il  fuoco.  Poi lo chiamarono,  seguì un'altra assenza,  e fu
    ancora di ritorno.
    - E allora?  - disse mia zia,  togliendosi  di  nuovo  l'ovatta  dallo
    stesso orecchio.
    - E allora, signora, - le rispose il dottor Chillip - si va procedendo
    lentamente, signora.
    -  Bah!  - gli ringhiò contro mia zia con tale violenza che il dottore
    Chillip non poté più sopportare quei  modi:  vi  era,  come  disse  in
    seguito,  la palese intenzione di fargli perdere la pazienza.  Preferì
    dunque starsene a sedere sulle scale al buio e con una forte  corrente
    d'aria in attesa che lo richiamassero.
    Ham  Peggotty,  il  quale frequentava la scuola pubblica,  era un vero
    drago nel rispondere alle domande,  e pertanto lo si può  ritenere  un
    testimone  attendibile,  riferì  il  giorno  seguente che avendo fatto
    capolino all'uscio del salottino  un'ora  dopo,  venne  immediatamente
    scoperto dalla signorina Trotwood (che allora andava avanti e indietro
    tutta  agitata  nella  stanza) e subito ghermito prima che riuscisse a
    fuggire.  Dal piano sopra veniva di quando in quando un suono di passi
    e  di voci,  ed egli intuì che l'ovatta non cancellasse del tutto quei
    rumori dal fatto che  senza  dubbio  la  signora  l'aveva  preso  come
    vittima  sulla  quale  sfogare l'eccesso di agitazione perché quando i
    rumori erano più marcati,  lo afferrava stretto per il colletto  della
    giubba  (come  se  dovesse  rianimarlo  dopo  una  eccessiva  dose  di
    laudano), lo trascinava avanti e indietro, lo scoteva, gli arruffava i
    capelli,  gli strappava la camicia,  gli tappava perfino  le  orecchie
    quasi  fossero  state  quelle  di lei,  e in altri modi lo malmenava e
    maltrattava.  Tutto ciò venne almeno in parte confermato da  sua  zia,
    che lo vide verso mezzanotte e mezza,  poco dopo che s'era liberato, e
    affermò che era in quel momento altrettanto rosso di me.
    Il mite dottor Chillip  non  avrebbe  saputo  serbare  rancore  in  un
    momento  come  quello,  né in qualunque altra circostanza.  Non appena
    libero scivolò di sbieco dentro al salottino,  e con il suo  tono  più
    dolce disse a mia zia:
    - E allora, signora, sono felice di congratularmi con lei.
    - Per che cosa? - replicò aspra mia zia.
    Il  dottor Chillip fu di nuovo impressionato dalla grande severità dei
    modi di mia zia,  e per conciliarsela le  rivolse  il  solito  leggero
    inchino e il suo mezzo sorriso.
    -   Bontà  del  cielo,   che  cosa  fa  costui!   -  esclamò  mia  zia
    irritatissima. - Non è capace di parlare?
    - Cara signora,  stia calma - disse il dottor Chillip con il suo  tono
    più dolce. - Non vi è più motivo di agitazione, signora. Stia calma.
    E'  stato  sempre  ritenuto quasi un miracolo che mia zia non lo abbia
    afferrato e scosso per fargli dire subito quanto  aveva  da  dire.  Si
    limitò invece a scuotere la testa,  ma in maniera tale da terrorizzare
    l'ometto.
    - E allora, signora,  - riprese il dottor Chillip non appena gli tornò
    il coraggio di aprir bocca - sono felice di congratularmi con lei.  E'
    finito tutto, signora, tutto è finito bene.
    Per tutti i cinque minuti che il dottor Chillip impiegò a  pronunciare
    questo discorso, mia zia non smise di fissarlo intensamente.
    - Come sta lei?  - gli chiese mia zia,  incrociando le braccia, da una
    delle quali le penzolava ancora il cappellino.
    - Ecco,  signora,  spero che fra poco starà bene - rispose  il  dottor
    Chillip.  -  Bene  quanto ci si può aspettare che si senta una giovane
    madre, tenuto conto delle sue tristi condizioni di famiglia.  Nulla di
    contrario che lei adesso la veda. Anzi le potrà giovare.
    - E lei? - insistette aspra mia zia.
    Il dottor Chillip chinò ancor più la testa da un lato e guardò mia zia
    come un uccellino pieno di buone intenzioni.
    - La bambina - precisò mia zia. - Come sta?
    -  Signora,  -  le rispose il dottor Chillip - ritenevo che l'avessero
    già informata. E' un maschio.
    Mia zia non aperse bocca,  impugnò il cappellino come una  fionda  con
    cui  volesse  mirare  alla  testa del dottor Chillip,  se lo infilò di
    traverso e scomparve. Sparì come una fata irritatissima, o come uno di
    quegli esseri soprannaturali che la  voce  popolare  diceva  io  avrei
    posseduto la facoltà di scorgere; e non ritornò mai più.
    No.  Io giacevo nella mia culla,  e mia madre nel suo letto, ma Betsey
    Trotwood Copperfield era entrata per sempre nella terra  dei  sogni  e
    delle  ombre,  nel  tremendo  paese  dal  quale da così poco tempo ero
    arrivato io,  e la luce che si diffondeva dalla finestra della  nostra
    camera illuminava la meta terrena di tutti i viaggiatori come me, e il
    tumulo che ricopriva le ceneri e la polvere di colui senza il quale io
    non sarei mai nato.







    2 - MI GUARDO INTORNO.
    Se  ritorno  molto  indietro  nel  vuoto  della mia infanzia,  i primi
    oggetti che assumono per me dei contorni precisi sono mia madre con  i
    suoi bei capelli e la figura giovane, e Peggotty con la figura goffa e
    gli occhi tanto scuri da rabbuiare il viso tutt'intorno, e le guance e
    le  braccia  tanto  dure e rosse che mi domandavo come mai gli uccelli
    non preferissero beccare lei invece delle mele.
    Mi  pare  di  poterle  ricordare  entrambe,   a  poca  distanza  l'una
    dall'altra,  fatte  minuscole  ai  miei  occhi  perché  accoccolate  o
    inginocchiate a terra,  mentre io vado traballando dall'una all'altra.
    Ho  nella mente l'impressione,  che non so distinguere da un effettivo
    ricordo,  del tocco dell'indice che Peggotty  mi  stendeva  perché  lo
    afferrassi  e  che  il  lavoro  di  cucito  aveva reso ruvido come una
    minuscola grattugia per la noce moscata.
    Questo può essere frutto  dell'immaginazione,  sebbene  io  creda  che
    quasi  tutti  possano  risalire più indietro nel tempo di quanto molti
    suppongono, come pure credo che in moltissimi bambini molto piccoli la
    capacità di osservare  sia  davvero  meravigliosa  per  accuratezza  e
    precisione. Ritengo addirittura che di molti adulti giudicati notevoli
    sotto  questo  riguardo  si  dovrebbe più a ragione dire che non hanno
    perduto la  capacità  originaria,  invece  di  affermare  che  l'hanno
    acquisita; tanto più che ho spesso notato come tali persone conservano
    di  solito  una certa freschezza e amabilità,  e la capacità di essere
    contenti, che rientrano nel retaggio non dissipato dell'infanzia.
    Potrei  avere  adesso  il  sospetto  che  nel  dir  questo   io   stia
    "vagabondando",   se   non  fossi  indotto  a  osservare  che  a  tali
    conclusioni sono alquanto  portato  dalle  esperienze  che  ho  di  me
    stesso; e se dovesse risultare da qualche parte di questo mio racconto
    che  ero  un bambino con una forte capacità di osservazione,  o che da
    adulto conservo un vivido ricordo della mia infanzia,  dico subito che
    rivendico entrambe queste caratteristiche.
    Se,  come  ho  detto,  mi volgo indietro a scrutare il vuoto della mia
    infanzia,  i primi oggetti che vedo  emergere  nel  ricordo  nitidi  e
    distinti  da una confusione di altre cose,  sono mia madre e Peggotty.
    Che cos'altro ricordo? Vediamo.
    Esce fuori dalla nube la  nostra  casa,  non  nuova  per  me,  ma  già
    familiare  fin  nei  primi  ricordi:  al pianterreno vi è la cucina di
    Peggotty,  che dà sul cortile con al centro  un  palo  che  regge  una
    piccionaia  senza  piccioni;  in  un  angolo si trova un grosso canile
    senza il cane;  e mi girano intorno in  maniera  minacciosa  e  feroce
    molte  galline  che  vedo terribilmente alte.  Vi è un gallo,  che per
    cantare sale su un pilastro e che pare mi fissi mentre  io  lo  guardo
    dalla finestra della cucina,  e mi fa tremare tanto è fiero. E le oche
    sul campo di là del cancello, che se esco da quella parte mi inseguono
    dondolando e allungando il collo, mi tornano in sogno come un uomo che
    vive tra le bestie feroci potrebbe sognare i leoni.
    Ecco ora il lungo  corridoio,  una  prospettiva  enorme  per  me,  che
    conduce dalla cucina di Peggotty alla porta d'ingresso. Vi si apre una
    dispensa  buia,   e  di  sera  bisogna  passare  di  corsa  davanti  a
    quell'uscio, perché non si sa che cosa potrebbe nascondersi fra quelle
    tinozze,  giare e vecchie casse di tè,  quando non vi è nessuno che le
    rischiari  con  la  fioca  luce  di una candela,  facendo uscire dalla
    stanza un odore  di  muffa  in  cui  si  mescolano  aromi  di  sapone,
    sottaceti,  pepe,  candele e caffè in un'unica zaffata.  Poi vengono i
    due salotti,  quello dove la sera stiamo  mia  madre,  io  e  Peggotty
    (perché  Peggotty ci tiene sempre compagnia quando ha terminato i suoi
    lavori e ci troviamo soli) e il salotto buono dove stiamo la domenica,
    piuttosto grande,  ma non altrettanto comodo.  Per me questa stanza ha
    qualcosa  di triste perché Peggotty mi ha parlato,  non so quando,  ma
    tanto tempo fa,  del funerale di mio  padre  e  degli  uomini  che  vi
    entravano per indossare il mantello nero.  Una domenica sera mia madre
    legge in quel  salotto  a  Peggotty  e  a  me  la  storia  di  Lazzaro
    resuscitato dai morti. Ne rimango talmente impressionato che più tardi
    devono  farmi  alzare  dal  letto  per  mostrarmi dalla finestra della
    camera il camposanto tranquillo con tutti  i  suoi  morti  nel  riposo
    delle tombe sotto la luce solenne della luna.
    Non conosco nulla di più verde dell'erba di quel camposanto, nulla che
    sia  più  ombroso  dei  suoi  alberi,  più silenzioso delle sue pietre
    tombali.  Vedo le pecore che vi brucano quando la mattina di  buon'ora
    mi  metto  a  sedere  sul  lettino che sta dietro una parete dentro la
    camera di mia madre;  e vedo  la  luce  che  si  accende  rossa  sulla
    meridiana,  e  mi domando: "Chissà se la meridiana è contenta di poter
    segnare di nuovo il tempo!".
    Ecco il nostro banco nella chiesa: che alta spalliera!  E lì vicino la
    finestra che guarda verso la nostra casa;  infatti durante la funzione
    del mattino Peggotty la guarda spesso,  perché vuole sincerarsi quanto
    può che non vi siano entrati i ladri,  né che stia andando a fuoco. Ma
    per quanto Peggotty giri gli occhi, lei si irrita se io giro i miei, e
    mentre sto in piedi sul sedile mi ordina  con  un'occhiata  severa  di
    guardare  il  pastore.  Ma  non  posso  guardarlo continuamente...  lo
    conosco bene senza quella cosa bianca indosso,  e temo che  si  chieda
    perché  lo fisso così,  e magari interrompa la funzione per informarsi
    sul motivo... e allora che cosa mi toccherà dire? E' terribile stare a
    bocca aperta,  ma devo pur fare qualcosa.  Guardo mia  madre,  ma  lei
    finge di non vedermi.  Guardo un ragazzo nella navata,  e lui mi fa le
    boccacce.  Guardo il sole che entra dalla porta spalancata sul portico
    e  vedo  una pecora sperduta...  non voglio dire un peccatore,  ma una
    pecora  vera,   che  sembra  indecisa  se  entrare   in   chiesa.   Ho
    l'impressione  che  se  non  smetto  di  guardarla  potrei cedere alla
    tentazione di dire qualcosa a voce alta,  e allora che cosa sarebbe di
    me!  Alzo  gli  occhi sulle lapidi monumentali sulla parete e cerco di
    pensare al signor Bodgers,  defunto  di  questa  parrocchia,  e  quali
    saranno  stati  i sentimenti della signora Bodgers,  "quando per lungo
    tempo afflitto dai malanni il signor Bodgers fu, e nulla poi il medico
    poté".  Mi domando se abbiano chiamato il dottor Chillip e se  proprio
    lui  non  abbia    potuto  far  nulla,  e  se gli fa piacere vederselo
    ricordare una volta  alla  settimana.  Passo  lo  sguardo  dal  dottor
    Chillip  con  il  suo  cravattone  domenicale  al pulpito e penso come
    sarebbe bello poterci giocare,  usarlo come una  fortezza,  mentre  un
    altro ragazzo sale sui gradini per attaccarla, e allora scaraventargli
    in testa i bei cuscini di velluto con le nappine. Pian piano gli occhi
    mi si chiudono, odo appena il pastore che in quell'afa intona un canto
    sonnolento, e poi più nulla, finché cado di colpo dal banco e Peggotty
    mi porta fuori più morto che vivo.
    E ora vedo l'esterno della nostra casa e le vetrate a piccoli riquadri
    delle  finestre spalancate per far entrare l'aria profumata e i vecchi
    nidi malconci delle cornacchie che dondolano  ancora  dai  rami  degli
    olmi  in fondo al giardino.  Ora mi trovo nel frutteto dietro la casa,
    di là del cortile con la piccionaia vuota e il canile  pure  vuoto;  è
    una  vera riserva di farfalle,  con il suo steccato alto e il cancello
    con il catenaccio;  i frutti a grappoli  su  quegli  alberi  sono  più
    maturi  e  saporiti  di  tutti  quelli  mai  cresciuti  in  ogni altro
    giardino,  e mia madre ne coglie un canestro mentre io le sto accanto,
    sforzandomi di fare l'indifferente quando riesco a inghiottire qualche
    furtivo  chicco  di  uvaspina.  Si  leva  un gran vento e in un attimo
    l'estate finisce.  Nel crepuscolo invernale  balliamo  per  gioco  nel
    salottino, e quando mia madre rimane senza fiato e si mette a riposare
    sulla  poltrona  la  guardo  mentre  si  avvolge sulle dita i riccioli
    biondi,  si aggiusta il corsetto,  e nessuno sa più di  me  quanto  le
    piaccia avere l'aria elegante e come sia fiera di essere tanto bella.
    Questa è una delle mie prime impressioni, insieme alla vaga sensazione
    che  tutti  e due abbiamo un po' paura di Peggotty e ci lasciamo quasi
    sempre guidare da lei: oso dire che sono questi i  primi  giudizi,  se
    così li posso definire, che io abbia mai tratto da quanto vedevo.
    Una sera Peggotty e io siamo soli di fronte al fuoco del salottino, ho
    appena  finito di farle una lettura intorno ai coccodrilli.  Devo aver
    letto non molto bene,  o quella povera  anima  si  sarà  sentita  poco
    interessata,  ma  ricordo  che  alla  fine  era  rimasta  con  la vaga
    impressione che si trattasse di qualche tipo di vegetali.  Ero  stanco
    di  leggere,   morivo  dal  sonno,  ma  siccome  avevo  ricevuto  come
    grandissimo premio il permesso di stare alzato fino a quando mia madre
    sarebbe ritornata a casa dopo avere trascorso la serata nella casa  di
    certi  vicini,  piuttosto  che  andare  a  letto  è naturale che avrei
    preferito morire in piedi.  Ero giunto a un tale grado  di  sonnolenza
    per  cui  vedevo  Peggotty  gonfiarsi  fino a diventare enorme.  Tenni
    sollevate le palpebre con l'indice e seguitai a fissarla,  intenta  al
    suo  lavoro: fissavo il pezzetto di candela che le serviva per dare la
    cera al filo (come sembrava vecchio,  così tutto grinze  da  tutte  le
    parti!),  la  casina  con il tetto di paglia in cui riposava il nastro
    per misurare,  la sua scatola da lavoro con il coperchio scorrevole  e
    dipinta sopra la veduta della cattedrale di San Paolo (e la cupola era
    rosa), il ditale di ottone che teneva al dito, e lei stessa, che a mio
    avviso era bella.  Avevo tanto sonno che sapevo sarei crollato se solo
    avessi smesso di concentrare l'attenzione su qualcosa.
    - Peggotty! - le chiesi all'improvviso. - Sei mai stata sposata?
    - Santo cielo, signorino Davy, - mi rispose Peggotty - come t'è venuto
    in mente il matrimonio?
    Aveva risposto così di scatto da svegliarmi del tutto.  Poi  smise  di
    cucire e mi guardò, con l'ago tirato per tutta la lunghezza del filo.
    - Ma dimmi, Peggotty, sei mai stata sposata? - ripeto io. - Non è vero
    che sei una donna molto bella?
    Senza  dubbio la vedevo diversa per stile da mia madre,  ma secondo un
    altro tipo di bellezza la giudicavo un esemplare perfetto.  Vi era nel
    salotto buono uno sgabello di velluto rosso, sul quale mia madre aveva
    dipinto un mazzolino di fiori: ebbene,  per me quel tessuto di fondo e
    la carnagione di Peggotty erano identici.  Lo sgabello era  morbido  e
    Peggotty era ruvida, ma questo non faceva differenza.
    - Io,  bella, Davy? - dice Peggotty. - Dio santo, no, mio caro! Ma che
    cosa ti ha messo in testa il matrimonio?
    - Non lo so... Non si può sposare più di una persona per volta,  non è
    vero, Peggotty?
    - No, certo - afferma Peggotty con la massima decisione.
    -  Ma  se  si sposa qualcuno e questo muore,  allora ci si può sposare
    un'altra volta, non è vero, Peggotty?
    -  Si  può,  -  dice  Peggotty  -  mio  caro,  se  si  vuole.  Dipende
    dall'opinione che si ha.
    - E qual è la tua opinione, Peggotty? - le chiedo.
    La  interrogo  e  la  fisso  con  curiosità,  perché lei mi guarda con
    curiosità.
    - La mia opinione - disse Peggotty,  distogliendo gli occhi da me dopo
    una  breve  indecisione  e riprendendo a cucire - è che io non mi sono
    mai maritata e non è probabile che mi mariti. Ecco tutto quello che so
    intorno a questo argomento.
    - Non sei arrabbiata, spero,  Peggotty,  vero?  - le dissi dopo essere
    rimasto zitto per un momento.
    Pensavo davvero che lo fosse perché mi aveva risposto così brusca,  ma
    ero decisamente in errore,  perché mise da parte il lavoro (rammendava
    una  calza sua) e spalancando le braccia strinse a sé con forza la mia
    testina ricciuta. So che l'abbraccio fu ben forte perché,  essendo lei
    piuttosto  grassa,  ogni volta che faceva un piccolo sforzo quando era
    vestita le saltava qualche bottone dal dorso dell'abito. E ricordo che
    mentre mi stringeva, in quel preciso momento,  due bottoni schizzarono
    nell'angolo opposto del salottino.
    -  Ora fammi sentire dell'altro sui croccodilli - disse Peggotty,  che
    non aveva ancora bene appreso quel nome. - Voglio saperne di più.
    Non capivo perché Peggotty  avesse  l'aria  così  strana,  né  il  suo
    desiderio  di  tornare in fretta ai coccodrilli,  tuttavia ripresi non
    più insonnolito la lettura intorno a quei mostri:  lasciammo  le  loro
    uova sulla sabbia a farle schiudere dal sole,  e rincorsi dalle bestie
    riuscimmo a sfuggire operando rapide svolte che essi non riuscivano  a
    imitare,  fatti  come  sono tutti d'un pezzo;  e poi come due indigeni
    scendemmo nell'acqua per catturarli e ficcammo  loro  in  gola  aguzzi
    pezzi  di  legno,  insomma eseguimmo ogni stadio possibile di sfida ai
    coccodrilli,  o almeno lo eseguii io,  perché su Peggotty avevo i miei
    dubbi,  vedendo  che  pareva  stesse pensando ad altro e non finiva di
    pungersi con l'ago in varie parti del viso e delle braccia.
    Avevamo esaurito l'argomento dei coccodrilli e dato  inizio  a  quelle
    degli  alligatori quando sonò il campanello della porta: era mia madre
    più che mai carina, così mi parve, e vi era con lei quel signore con i
    bei capelli  e  i  favoriti  neri  che  la  domenica  prima  ci  aveva
    accompagnati a casa dalla chiesa.
    Mentre  sulla soglia mia madre si chinava per abbracciarmi e baciarmi,
    il signore disse che ero un bambino più fortunato di un re, o qualcosa
    del genere, perché ammetto che a questo punto mi assiste il ricordo di
    quanto poi seguì.
    - Che cosa vuol dire?  - gli chiesi,  guardandolo al  di  sopra  della
    spalla di mia madre.
    Mi  accarezzò  la  testa,  ma non so perché non mi piaceva la sua voce
    profonda,  e mi rese geloso il fatto che  nel  toccarmi  la  sua  mano
    avrebbe  toccato,  anche mia madre,  il che avvenne infatti.  Respinsi
    quella mano come potei.
    - Oh, Davy! - protestò mia madre.
    - Caro ragazzo!  - disse il signore.  - Non  mi  può  stupire  il  suo
    attaccamento!
    Non avevo mai visto prima di allora un così bel colore sulle guance di
    mia  madre.  Mi  rimproverò  con  dolcezza  per  la  mia sgarberia,  e
    tenendomi stretto al suo scialle si volse a ringraziare il signore  di
    essersi disturbato a ricondurla a casa.  Nel parlare gli stese la mano
    e mentre il signore  gliela  stringeva,  mi  parve  che  lei  gettasse
    un'occhiata a me.
    -  Scambiamoci  la  buona  notte,  bel ragazzo - disse il signore dopo
    avere chinato la testa (lo vidi bene  io!)  sulla  manina  chiusa  nel
    guanto di mia madre.
    - Buona notte! - dissi.
    - Via!  Noi vogliamo diventare i migliori amici del mondo!  - disse il
    signore. - Diamoci la mano!
    Tenevo la destra stretta nella mano di mia madre,  perciò gli stesi la
    sinistra.
    - Ma Davy, - rispose il signore - questa non è la mano giusta.
    Mia  madre  mi  fece  allungare la destra,  ma per i miei motivi avevo
    deciso di non dargliela e non gliela diedi.  Gli stesi l'altra ed egli
    me  la  strinse  cordialmente,  disse che ero un bravo ragazzo e se ne
    ando.
    Lo rivedo ancora adesso girare la testa  mentre  era  nel  giardino  e
    lanciarmi  un'occhiata  con  quei suoi occhi neri di malaugurio appena
    prima che la nostra porta si chiudesse.
    Peggotty non aveva detto una sola parola,  né mosso un  dito,  ora  si
    affrettò  a tirare i chiavistelli e tutti e tre andammo nel salottino.
    Mia madre,  invece di  sedere  nella  poltrona  accanto  al  caminetto
    com'era  solita  fare,  rimase  all'altro  capo della stanza e sedette
    canterellando tra sé.
    - Spero che abbia passato una bella serata, signora! - disse Peggotty,
    rimanendo ritta e dura come un barilotto in mezzo alla stanza  con  il
    candeliere in mano.
    - Grazie tante, Peggotty - le rispose mia madre con la voce allegra. -
    Ho proprio trascorso una serata molto bella.
    -  Vedere  qualche forestiero serve di piacevole cambiamento - suggerì
    Peggotty.
    - Un cambiamento molto piacevole davvero - disse di rimando mia madre.
    Peggotty se ne stava sempre immobile in mezzo alla stanza,  mia  madre
    riprese a cantarellare e io mi addormentai,  non proprio del tutto per
    non udire le voci, ma senza distinguere le parole. Ridestatomi a mezzo
    da quello scomodo dormiveglia,  scopersi  che  Peggotty  e  mia  madre
    parlavano insieme ed erano tutte due in lagrime.
    -  Uno  così  non  sarebbe  piaciuto  al  signor  Copperfield - diceva
    Peggotty. - Questo lo dico e lo giuro!
    - Santo cielo!  - gridò mia madre.  - Vuoi farmi impazzire!  Vi è  mai
    stata  una povera ragazza così maltrattata dalla sua serva come capita
    a me? Ma perché devo farmi il torto di chiamarmi ragazza?  Non è forse
    vero che sono stata sposata, Peggotty?
    - Lo sa Dio che è vero, signora - disse Peggotty.
    - E allora come osi, - disse mia madre - no... sai bene che non volevo
    dire  questo,  Peggotty,  ma  come  hai il cuore...  di rendermi tanto
    infelice e dirmi cose tanto amare quando sai bene che fuori di qui non
    ho una sola anima amica a cui rivolgermi?
    - Motivo di più per dirle - replicò Peggotty - che questo non va bene.
    No! così non va bene. No, a qualunque costo. No!   Pensai che Peggotty
    volesse gettare via il candeliere, tanto lo brandiva con forza.
    -  Come  puoi  essere  così  insopportabile - disse mia madre versando
    ancora più lagrime di prima - da parlare in modo tanto ingiusto!  Come
    puoi  andare  avanti  a  parlare  come  se tutto fosse già sistemato e
    deciso, Peggotty, se ti dico e ti ripeto, donna crudele,  che non vi è
    stato nulla più delle più normali cortesie!  Parli di ammirazione: che
    cosa  posso  farci  io?   Se  la  gente  è  così  sciocca  da  provare
    ammirazione, è forse mia la colpa? Chiedo a te che cosa ci posso fare?
    Vorresti  forse  che  mi  tagliassi i capelli e mi tingessi di nero la
    faccia,  o mi facessi brutta con una bruciatura o scottatura  o  altro
    del  genere?  Oso dire che tu lo vorresti,  Peggotty!  Oso dire che ti
    farebbe piacere.
    Mi parve che Peggotty fosse molto colpita da questa accusa.
    - E il mio caro  bambino  -  esclamò  mia  madre,  avvicinandosi  alla
    poltrona  dove stavo e accarezzandomi - il mio piccolo Davy!  Si vuole
    forse insinuare che non voglio abbastanza bene al mio tesoro  diletto,
    alla più cara creaturina che sia mai venuta al mondo!
    -  Nessuno  è  mai  andato  a  dire  una  cosa del genere!  - protestò
    Peggotty.
    - L'hai detto tu, Peggotty! - ribatté mia madre.  - Lo sai che è vero.
    Che   cos'altro   si   poteva   capire  da  quello  che  avevi  detto,
    sgarbatissima creatura, mentre sai benissimo come lo so io che appunto
    pensando a lui  lo  scorso  trimestre  non  ho  voluto  comperarmi  un
    parasole  nuovo  sebbene  quello  verde sia vecchio e tutto sciupato e
    abbia la frangia rovinata? Lo sai bene, Peggotty, non puoi negarlo!  -
    Poi rivolgendosi a me amorosamente,  e con la guancia contro la mia: -
    Sono una mammina cattiva per te,  Davy?  Sono una mammina  antipatica,
    egoista e crudele?  Dimmelo, bambino mio; dimmi di sì, bambino caro, e
    Peggotty ti vorrà tanto bene;  l'amore di Peggotty è tanto più  grande
    del mio, Davy. Io non ti voglio affatto bene, non è vero?
    A questo punto ci mettemmo a piangere tutti e tre.  Credo che fossi io
    a piangere più forte, ma sono sicuro che eravamo tutti sinceri.  Io mi
    sentivo addirittura spezzare il cuore, e temo che nel primo impeto del
    mio amore ferito devo aver dato a Peggotty della bestia. Quella onesta
    creatura  era  profondamente  addolorata e per l'occasione deve essere
    rimasta senza più bottoni perché avvenne una scarica di quelle piccole
    esplosioni quando,  avendo fatto  la  pace  con  mia  madre,  si  mise
    ginocchioni accanto alla mia poltrona e fece la pace con me.
    Ci  andammo  a  coricare  oltremodo depressi.  A lungo i singhiozzi mi
    fecero sussultare nel sonno,  e quando un  singhiozzo  particolarmente
    forte mi fece addirittura rizzare sul letto, scopersi mia madre seduta
    accanto  e china su di me.  Allora mi addormentai fra le sue braccia e
    dormii profondamente.
    Non riesco a ricordare se fosse  la  domenica  dopo  che  rividi  quel
    signore,  oppure  se  sia  trascorso  del tempo prima che si rifacesse
    vivo.  Sulle date confesso di non essere preciso.  Lui era in  chiesa,
    poi  venne  fino  a  casa  con  noi ed entrò con lo scopo di vedere un
    famoso geranio che avevamo sulla finestra del salotto.  Non  mi  parve
    che lo guardasse con molta attenzione,  ma prima di andar via chiese a
    mia madre che gli desse un fiore.  Essa lo invitò a sceglierlo da  sé,
    ma  egli  rifiutò di far questo (non compresi perché) e allora essa lo
    colse e glielo mise in mano.  Egli disse che non  se  ne  sarebbe  mai
    separato,  mai più;  e io pensai che doveva essere uno sciocco per non
    sapere che i petali sarebbero caduti dopo un paio di giorni.
    La sera Peggotty cominciò a stare con noi meno spesso del solito.  Mia
    madre si rimetteva molto a lei, più di prima, mi pareva, e fra noi tre
    regnava una perfetta amicizia,  eppure c'era qualcosa di diverso,  non
    eravamo più così spontanei fra noi.  A volte immaginavo  che  Peggotty
    forse  disapprovava  che mia madre indossasse tutte le belle vesti che
    aveva nei cassetti,  e che andasse tanto spesso in visita dai  vicini,
    ma non riuscii a capire bene come stessero le cose.
    A  poco  a  poco mi abituai a vedere quel signore con i favoriti neri.
    Non che mi piacesse più che da principio, né che non provassi verso di
    lui la medesima vaga gelosia, ma se mai abbia avuto un motivo al di là
    della semplice antipatia infantile e del fatto che Peggotty e  io  non
    potevamo  fare  a  meno di dare molta importanza a mia madre,  non era
    certo quello che avrei saputo scoprire se avessi avuto più anni. Nulla
    del genere mi venne in mente neppure da lontano. Riuscivo a osservare,
    per così dire,  a frammenti;  ma quanto a fare una rete  di  un  certo
    numero  di  questi  pezzi e con essa acchiappare qualcuno,  era per il
    momento al di fuori delle mie capacità.
    Quel mattino d'autunno mi trovavo con mia madre nel giardino davanti a
    casa quando il signor Murdstone (ormai sapevo il suo nome) passò di lì
    a cavallo.  Fermò il cavallo per salutare mia madre e disse che  stava
    recandosi  a  Lowestoft  per  incontrarsi  con  degli  amici che vi si
    trovavano con il loro panfilo,  e ridendo si offerse di  prendermi  in
    sella davanti a lui se volevo fare una cavalcata.
    L'aria  era  così limpida e tranquilla,  e pareva che anche al cavallo
    piacesse l'idea di fare una corsa,  vedendo come sbuffava e scalpitava
    davanti al cancello, che mi venne un gran desiderio di accettare. Così
    fui  mandato di sopra perché Peggotty mi facesse elegante;  intanto il
    signor Murdstone smontò da cavallo,  e  con  la  briglia  infilata  al
    braccio cominciò a passeggiare avanti e indietro lungo il lato esterno
    della siepe di rose rampicanti,  mentre mia madre camminava lentamente
    avanti e indietro all'interno  per  tenergli  compagnia.  Ricordo  che
    Peggotty  e io li spiammo dalla mia finestrella;  ricordo che mi parve
    che passeggiando esaminassero molto da vicino le roselline che stavano
    tra loro due; e ricordo come Peggotty, già di umore angelico, si fosse
    all'improvviso  irritata,  finendo  per  spazzolarmi  i  capelli  alla
    rovescia e con eccessiva energia.
    Il signor Murdstone e io partimmo poco dopo, il cavallo trottava sulla
    striscia  erbosa lungo la strada.  Mi reggeva senza difficoltà con una
    mano sola e non credo di essermi mosso  gran  che  ma  seduto  com'ero
    davanti  a  lui  non riuscii a trattenermi dai girare qualche volta la
    testa  per  guardarlo.  Aveva  quel  tipo  di  occhi  che  non  saprei
    descrivere  se non dicendoli privi di profondità,  quegli occhi che se
    sono assorti per un singolare gioco di luce sembrano sfigurati per  un
    attimo  dallo  strabismo.  Nel  guardarlo,  notai  varie  volte questo
    fenomeno e ne fui spaventato,  mi chiedevo a che cosa stesse  pensando
    così  intensamente.  Visti  così  da  vicino,  i  capelli e i favoriti
    sembravano ancora più neri di quanto avessi  creduto.  Egli  aveva  la
    parte inferiore del viso quasi quadrata,  e inoltre i puntini neri che
    stavano a indicare come si radesse con cura ogni giorno la barba  nera
    e dura mi fecero ricordare il baraccone delle figure di cera che s'era
    fermato  nei  dintorni  circa  sei  mesi  prima.  Questo insieme con i
    sopraccigli bene disegnati e il bianco,  il nero e il bruno della  sua
    carnagione (maledetta la sua carnagione e la sua memoria!) facevano sì
    che lo giudicassi,  a dispetto delle mie riserve, un uomo molto bello.
    Non dubito che lo vedesse in tal modo anche la mia povera mamma.
    Andammo in un albergo sul mare dove due signori fumavano il sigaro  in
    una  stanza.  Ciascuno  era  sdraiato  almeno su quattro sedie e tutti
    indossavano rozze giubbe.  In un angolo vi era  un  mucchio  di  altre
    giubbe  e  di mantelli per marinai,  e anche una bandiera,  tutto alla
    rinfusa.
    Quando entrammo i due si drizzarono indolentemente e dissero:    Salve
    Murdstone! Pensavamo che tu fossi morto!
    - Non ancora - disse il signor Murdstone.
    - E questo sbarbatello chi è?  - disse uno di quei signori prendendomi
    per il braccio.
    - Questo è Davy - rispose il signor Murdstone.
    - Davy e poi? - chiese lo stesso. - Jones?
    - Copperfield - disse il signor Murdstone.
    - Cosa!  -  gridò  l'uomo.  -  L'appendice  dell'affascinante  signora
    Copperfield? Della graziosa vedovella?
    - Quinion, - disse il signor Murdstone - attento, per favore. Qualcuno
    ha le orecchie buone.
    - Chi? - chiese ridendo il gentiluomo.
    Alzai di colpo la testa, curioso di sapere.
    - Soltanto Brooks di Sheffield - rispose il signor Murdstone.
    Mi  sentii  sollevato  scoprendo  che  si  trattava  solo di Brooks di
    Sheffield, perché avevo da prima pensato che si trattasse di me.
    Doveva esservi qualcosa di molto comico sul conto del signor Brooks di
    Sheffield perché nell'udire quel nome i due signori scoppiarono in una
    bella risata,  e anche il signor Murdstone aveva l'aria di divertirsi.
    Dopo un bel po' di risate il signore che aveva chiamato Quinion disse:
    - E qual è il parere di Brooks di Sheffield sull'affare in programma?
    - Ecco,  non so se Brooks per ora ne abbia capito gran che,  - rispose
    il signor Murdstone - ma credo che  in  via  generale  non  sia  molto
    favorevole.
    Scoppiarono  di  nuovo  tutti  a  ridere e il signor Quinion disse che
    avrebbe sonato il campanello per ordinare dello sherry  da  bere  alla
    salute  di Brooks.  Così fece,  e quando fu portato il vino me ne fece
    servire un po' con un biscotto,  e prima che lo bevessi mi fece alzare
    per  dire:  - Al diavolo Brooks di Sheffield!  - Questo brindisi venne
    accolto con grandi applausi e tali risate cordiali che dovetti  ridere
    anch'io,  e  allora  essi risero ancora più forte.  Insomma ci stavamo
    proprio divertendo.
    Più tardi si andò a passeggio sulla scogliera, e ci sedemmo sull'erba,
    guardammo attraverso un telescopio (io non riuscii a distinguere nulla
    quando fu avvicinato al  mio  occhio,  ma  finsi  di  vedere),  e  poi
    tornammo  all'albergo  per  un  pranzo anticipato.  Per tutto il tempo
    della passeggiata quei due signori fumarono senza mai  smettere,  e  a
    giudicare dall'odore delle loro giubbe rozze non dovevano avere smesso
    di   fumare  dal  momento  in  cui  le  avevano  ricevute  dal  sarto.
    Dimenticavo di dire che salimmo  anche  a  bordo  del  panfilo,  e  là
    scesero  tutti e tre sottocoperta a darsi daffare con certe carte.  Li
    vidi lavorare intensamente quando guardai  giù  attraverso  l'apertura
    del  boccaporto.  Mi  avevano intanto lasciato in compagnia di un uomo
    molto simpatico con una  gran  testa  di  capelli  rossi  e  sopra  un
    cappellino  lucido,  e  una  camicia  o maglia a strisce con la parola
    "Skylark" ("allodola") sul petto in tutte  lettere  maiuscole.  Pensai
    che  fosse il suo nome e non avendo la porta d'ingresso su cui mettere
    il nome, dato che abitava sul battello, l'avesse messo in mostra così.
    Ma quando mi rivolsi a lui chiamandolo signor Skylark,  mi  disse  che
    era il nome dell'imbarcazione.
    Notai per tutta la giornata come il signor Murdstone fosse più serio e
    risoluto  degli  altri  due signori,  che erano allegri e spensierati,
    scherzavano spesso tra loro,  ma di rado con lui.  Mi pareva che  egli
    fosse più freddo e intelligente di loro,  e che i due avessero per lui
    almeno in parte i sentimenti  che  nutrivo  io  al  suo  riguardo.  Mi
    accorsi  un  paio  di volte che,  parlando,  il signor Quinion gettava
    occhiate di straforo al signor Murdstone come per accertarsi  che  non
    fosse dispiaciuto,  e che una volta,  quando il signor Passnidge (cioè
    l'altro signore) era particolarmente faceto,  gli pestò il piede e  lo
    invitò con un'occhiata ammonitrice a vedere che il signor Murdstone se
    ne  stava a sedere severo e silenzioso.  Non rammento neppure che quel
    giorno il signor Murdstone abbia mai riso, salvo a proposito dell'uomo
    di Sheffield, che però aveva introdotto lui stesso nel discorso.
    Fummo di ritorno a casa prima che facesse tardi.  Era una  bella  sera
    limpida,  e mia madre e il signor Murdstone tornarono a passeggiare un
    po' lungo la siepe mentre io salivo a prendere il tè.  Quando se ne fu
    andato mia madre volle sapere come avevamo trascorso la giornata e che
    cosa gli altri avevano detto e fatto. Le riferii ciò che avevano detto
    di  lei  ed  ella  rise e disse che erano tipi screanzati che dicevano
    delle  sciocchezze,  ma  compresi  che  era  lusingata.   Lo  compresi
    benissimo  allora  come  lo  comprendo  adesso.  Colsi  l'occasione di
    chiederle se per caso conoscesse il signor  Brooks  di  Sheffield,  ma
    rispose  di  no  e  che  immaginava  fosse  un  industriale  del  ramo
    posateria.
    Come posso dire del suo viso,  alterato come ho motivo di  ricordarlo,
    morto come so,  che non c'è più,  che è scomparso, se mi ritorna anche
    in questo momento sotto gli occhi non meno vivido di ogni volto su cui
    poso lo sguardo in  una  strada  affollata?  Come  parlare  della  sua
    giovanile,  innocente bellezza, poi appassita e morta, se sento ora il
    suo respiro sulla mia guancia come lo sentii quella sera?  Come  potrò
    dire  che ella sia mai mutata se il mio ricordo me la fa rivivere come
    allora; se,  più fedele alla sua amorosa giovinezza di quanto chiunque
    altri sia stato,  ella trattiene ancora saldamente ciò che allora ebbe
    caro?
    Voglio scrivere di lei  com'era  quando  andai  a  letto  dopo  quella
    conversazione,  e  venne  a  darmi  la  buona  notte.  Si  inginocchiò
    scherzosa accanto al mio letto,  appoggiò il mento sulle mani e  disse
    ridendo:
    - Che cos'era che hanno detto, Davy? Tornamelo a dire. Non ci credo.
    - La affascinante... - cominciai a dire.
    Mia madre mi mise una mano sulla bocca per farmi tacere.
    -  La  parola  non  è  stata "affascinante" Davy - disse ridendo.  Non
    poteva essere. Lo so che non è così.
    - Sì,  davvero.  "L'affascinante signora Copperfield"  -  ripetei  con
    forza. - E hanno detto anche: "graziosa".
    - No,  no,  non hanno detto "graziosa". Graziosa no - m'interruppe mia
    madre, tornando a posarmi le dita sulle labbra.
    - Sì, proprio così. Hanno detto "la graziosa vedovella".
    - Sciocchi e screanzati!  - gridò mia madre,  ridendo e coprendosi  il
    viso  con  le mani.  - Uomini ridicoli!  Non è forse vero?  Davy,  mio
    caro...
    - Sì, mamma...
    - Non dirlo a Peggotty;  potrebbe andare in  collera  con  loro.  Sono
    anch'io  terribilmente  in  collera,  ma  non  vorrei  che Peggotty lo
    sapesse.
    Promisi,  naturalmente,  e ci baciammo più e più volte e poco dopo ero
    profondamente addormentato.
    Ormai  a  distanza  di  tempo  mi  pare  che subito il giorno seguente
    Peggotty mi abbia fatto l'impressionante e fantastica proposta di  cui
    sto per parlare, ma è più probabile che fossero trascorsi due mesi.
    Una  sera  noi  due sedevamo insieme come l'altra volta (mia madre era
    uscita di nuovo) in compagnia di una calza,  del nastro per  misurare,
    del pezzetto di candela,  della scatola con la cattedrale di San Paolo
    sul coperchio e con il libro sui coccodrilli,  quando  Peggotty,  dopo
    avermi guardato varie volte, e aver aperto la bocca come se stesse per
    parlare,  senza  poi  dire  nulla  (pensai  che  fossero  dei semplici
    sbadigli, altrimenti mi sarei spaventato), disse con tono convincente:
    - Signorino Davy,  non ti piacerebbe venire via con me  a  passare  un
    paio di settimane da mio fratello a Yarmouth? Non sarebbe bello?
    - Tuo fratello, Peggotty, è simpatico? - m'informai prudentemente.
    - Oh,  com'è simpatico! - esclamò Peggotty alzando le braccia. - E poi
    c'è il mare,  anche le barche e i bastimenti;  e  i  pescatori,  e  la
    spiaggia; e 'Am per farti giocare...
    Peggotty  intendeva  parlare di suo nipote Ham,  ma riduceva il nome a
    una semplice voce verbale (io "sono") della lingua inglese.
    Rimasi entusiasta di quell'elenco di delizie  e  risposi  che  sarebbe
    stato davvero molto bello, ma che cosa avrebbe detto mia madre?
    - Ecco - disse Peggotty,  scrutandomi in viso - io scommetterei subito
    una ghinea che ci  lascerà  andare.  Se  vuoi,  glielo  chiedo  appena
    ritorna. Benissimo!
    -  Ma come farà fin che saremo via?  - dissi,  puntando i gomiti sulla
    tavola per discutere meglio su quel punto. - Non può vivere da sola.
    Se all'improvviso Peggotty si mise a cercare con tanta  attenzione  un
    buco  nel  calcagno  di  quella calza,  doveva essere davvero piccolo,
    tanto da non meritare nemmeno un rammendo.
    - Senti, Peggotty! Lo sai bene che non può vivere da sola!
    - Oh,  benedetto figliolo!  - disse Peggotty,  tornando  finalmente  a
    levarmi gli occhi in viso.  - Non lo sapevi?  Ha l'intenzione di stare
    per due settimane dalla  signora  Grayper.  La  signora  Grayper  avrà
    moltissimi invitati.
    Oh,  se le cose stavano così,  io ero dispostissimo a partire.  Attesi
    con la massima impazienza che mia madre tornasse a casa  dalla  visita
    alla  signora  Grayper  (quella medesima vicina) per avere la certezza
    che avremmo  potuto  realizzare  quel  grandioso  progetto.  Ma  senza
    mostrarsi  per  nulla  meravigliata  come avrei creduto,  mia madre vi
    aderì prontamente,  e quella sera stessa tutto venne sistemato,  anche
    il compenso da versare per vitto e alloggio durante il mio soggiorno.
    Giunse  il  giorno della partenza.  Era una data così vicina che venne
    presto anche per me che avevo la febbre dell'attesa,  e  quasi  temevo
    che per impedire la spedizione intervenissero il terremoto, o il fuoco
    di un vulcano, o qualche altra grande catastrofe della natura. Avremmo
    viaggiato  sul carro di un corriere che partiva al mattino subito dopo
    la prima colazione. Avrei dato tutti i miei averi pur di poter passare
    la notte ravvolto  in  una  coperta  e  già  vestito,  con  stivali  e
    cappello.
    Ne  parlo  tranquillamente,  ma  ancor  oggi  quasi  mi  commuovo  nel
    ricordare com'ero ansioso  di  partire  dalla  mia  casa  felice,  nel
    pensare  quanto ero lontano dall'immaginare che stavo per abbandonarla
    per sempre.
    Mi fa piacere ricordare che quando il carro del corriere si  fermò  al
    cancello e mia madre mi abbracciava, tenerezza e gratitudine per lei e
    verso  il  vecchio  luogo  da  cui  prima  di  allora  non  mi ero mai
    allontanato mi fecero piangere.  Mi fa piacere ricordare che anche mia
    madre pianse e che sentii il suo cuore battere forte contro il mio.
    Mi fa piacere ricordare che appena il carro si mosse mia madre uscì di
    corsa  dal  cancello  e  gridò  al  corriere di fermarsi perché voleva
    baciarmi un'altra volta.  Mi fa piacere ricordare con quanto ardore  e
    amore abbia sollevato verso di me il suo viso e come mi baciò.
    La  lasciammo  così  sulla  strada  e subito il signor Murdstone le si
    avvicinò,  e pareva che la rimproverasse di essere tanto commossa.  Io
    mi ero affacciato fuori del tendone del carro,  guardavo indietro e mi
    stavo chiedendo che cosa ci stesse a fare  lui.  Anche  Peggotty,  che
    guardava  dall'altro  lato,  mi  sembrò tutt'altro che soddisfatta,  a
    giudicare dall'espressione che aveva quando tirò dentro la testa.
    Seguitai per  un  poco  a  guardare  Peggotty,  immaginando  vagamente
    un'ipotesi  di  avventura:  se  fosse stata incaricata di abbandonarmi
    lungo la strada come il ragazzo della favola, avrei forse ritrovato la
    via di casa seguendo i bottoni che le sarebbero saltati via.









    3 - SONO IN UN NUOVO AMBIENTE.
    Il cavallo del corriere doveva essere  il  più  pigro  del  mondo,  si
    trascinava  a testa bassa come se gli facesse piacere far aspettare le
    persone a cui venivano spedite le merci.  Immaginai addirittura che  a
    volte lo si sentisse sogghignare a quel pensiero, ma il corriere disse
    che era afflitto dalla tosse.
    Il  corriere  teneva  la testa bassa come il suo cavallo e si lasciava
    cadere in avanti tutto  assonnato  e  con  le  mani  appoggiate  sulle
    ginocchia fin che guidava il carro.  Ho detto "guidava",  ma mi balenò
    alla mente che il carro sarebbe arrivato a  Yarmouth  benissimo  anche
    senza  di lui,  perché il cavallo faceva tutto da sé;  quanto poi alla
    conversazione  non  ne  aveva  la  minima  idea  e   si   limitava   a
    fischiettare.
    Peggotty teneva sulle ginocchia un canestro di viveri che ci sarebbero
    potuti bastare abbondantemente se, con lo stesso mezzo, fossimo andati
    fino  a  Londra.  Mangiammo  un  bel  po' e anche un bel po' dormimmo.
    Peggotty si addormentava sempre con il mento sul manico del  canestro,
    senza  allentarne la presa;  e non l'avrei mai creduto,  se non avessi
    udito con le mie orecchie,  che una donna inerme poteva russare  tanto
    forte.
    Facemmo un tal numero di deviazioni su e giù per vie secondarie,  e ci
    volle così tanto tempo per scaricare un letto di fronte a una  locanda
    e fare tappe in tanti altri luoghi,  che finii per essere stanchissimo
    e fui molto contento quando si arrivò in vista di Yarmouth. Pensai che
    tutto sembrava piuttosto spugnoso e inzuppato quando girai  gli  occhi
    sulla  grande  pianura  uniforme  al  di  là  del  fiume;  e non potei
    tralasciare di chiedermi come mai,  se il mondo  era  davvero  rotondo
    come  si diceva nel mio libro di geografia,  una parte di esso potesse
    essere tanto piatta.  Ma riflettei che Yarmouth si trovava forse a uno
    dei due poli, il che spiegava il fatto.
    Via  via  che ci si avvicinava vidi che il panorama si estendeva lungo
    una linea bassa e diritta sotto il sole,  e accennai a Peggotty che un
    paio  di  colline  l'avrebbero  migliorato,  e inoltre che se la terra
    fosse stata un po' più distaccata dal mare,  e la città e la marea non
    fossero state così mischiate come pane tostato nell'acqua, il panorama
    sarebbe  stato  migliore.  Ma  con maggiore enfasi del solito Peggotty
    disse che le cose si devono prendere come si trovano e  che  da  parte
    sua  era fiera di poter essere chiamata scherzosamente una "aringa" di
    Yarmouth.
    Quando ci trovammo nella via principale (che  a  me  parve  abbastanza
    strana),  e  sentimmo  l'odore  di pesce,  pece,  stoppa e catrame,  e
    vedemmo i marinai che passeggiavano e i carri che andavano  su  e  giù
    rumorosamente  sul  selciato,  mi  accorsi  di avere fatto torto a una
    città così popolosa; ne parlai subito a Peggotty, la quale ascoltò con
    molta compiacenza le mie espressioni di meraviglia, e mi disse che era
    ben noto (immagino noto a tutti  quelli  che  avevano  la  fortuna  di
    essere  nati  "aringhe")  che,  tutto  sommato,  Yarmouth era il luogo
    migliore di tutto l'universo.
    - Ecco il mio  'Am!  -  gridò  Peggotty.  -  Tanto  cresciuto  da  non
    conoscerlo più!
    Ci  aspettava  infatti alla locanda e si informò sulla mia salute come
    fosse un vecchio amico.  Non mi parve da principio di conoscerlo  bene
    quanto  lui  conosceva  me  poiché  non era più tornato da noi dopo la
    notte in cui ero  nato,  il  che  naturalmente  rappresentava  un  suo
    vantaggio  su  di  me.  Ma l'intimità fra noi aumentò molto quando per
    condurmi a casa mi prese sulle spalle.  Era adesso un giovanotto forte
    e robusto,  sul metro e ottanta di statura, largo in proporzione e con
    le spalle quadrate,  ma con lineamenti di fanciullo e capelli biondi e
    ricciuti  che  gli davano un'aria timida e imbarazzata.  Indossava una
    giubba di tela e un paio di calzoni talmente  rigidi  da  poter  stare
    ritti  da  soli  anche  senza avere dentro le gambe.  E non si sarebbe
    potuto dire che portasse un vero cappello perché aveva la sommità  del
    capo  ricoperta,   come  un  vecchio  edificio,  da  qualche  cosa  di
    incatramato.
    Ham reggeva me sulle spalle e sotto  il  braccio  un  nostro  involto,
    Peggotty  portava  un'altra  piccola valigia,  e così infilammo vicoli
    cosparsi di trucioli  e  monticelli  di  sabbia,  passammo  davanti  a
    gasometri,  canapifici,  cantieri  per barche e battelli,  cantieri di
    demolizione, cantieri di carenaggio e di armamento, botteghe di fabbri
    e una gran confusione di cose del genere fino a uscire  sulla  pianura
    vuota che avevo già vista da lontano, quando Ham disse:
    - Quella è la nostra casa, signorino Davy!
    Guardai  in tutte le direzioni,  spingendo lo sguardo più che potei in
    quel deserto e poi sul mare e verso il  fiume,  ma  senza  riuscire  a
    scorgere  alcuna  traccia di casa.  Poco lontano,  rizzata sul terreno
    asciutto,  vi era non so che tipo di vecchia imbarcazione con un  tubo
    di  ferro  che  ne  usciva  in  qualità  di  camino e che fumava molto
    allegramente;  ma non  riuscivo  a  scorgere  nient'altro  che  avesse
    l'apparenza di una abitazione.
    - Non può essere quella! - dissi. - Quella specie di nave?
    - Proprio quella, signorino Davy - mi rispose Ham.
    Non  sarei  stato  più entusiasta all'idea romantica di abitarvi se si
    fosse trattato del palazzo di Aladino.  Vi era  una  bella  porta  sul
    fianco  e  nel  soffitto  si  aprivano  delle  piccole  finestre;   ma
    l'incantevole meraviglia era che fosse una vera barca andata per  mare
    centinaia di volte, e niente affatto destinata a servire di abitazione
    sulla terra ferma.  La cosa più affascinante per me era questa. Se mai
    fosse stata destinata per viverci l'avrei potuta ritenere  angusta,  o
    scomoda,  o troppo solitaria;  ma non essendo stata costruita per tale
    scopo diventava un'abitazione perfetta.
    All'interno era pulitissima e anche il più possibile ordinata.  Vi era
    una tavola,  una pendola olandese e un cassettone, e sul cassettone un
    vassoio con dipinta una signora a  passeggio  con  il  parasole  e  un
    bambino di aspetto marziale che faceva rotolare il cerchio. Il vassoio
    era tenuto ritto da una Bibbia, e se fosse caduto avrebbe infranto una
    quantità  di  tazze  e  piattini  che  stavano  con la teiera radunati
    intorno al libro. Alle pareti erano appese certe stampe a colori molto
    popolari,  sotto  vetro  e  incorniciate,  con  soggetti  della  Sacra
    Scrittura,  e  da allora non ne ho mai viste di simili fra le mani dei
    venditori ambulanti senza rivedere di colpo tutto l'interno della casa
    del fratello di Peggotty:  Abramo  vestito  di  rosso  che  stava  per
    sacrificare  Isacco  vestito di blu,  e Daniele tutto in giallo dentro
    una fossa di leoni verdi erano le principali.  Sopra  la  mensola  del
    camino vi era un quadro con il battello "Sarah lane" che aveva infissa
    una vera poppa di legno,  opera d'arte in cui si univano l'abilità del
    pittore  e  quella  del  carpentiere,  e  che  giudicai  uno  dei  più
    invidiabili  beni  dei  quali  poter  vantare il possesso sulla terra.
    Sulle travi del soffitto vi erano  degli  uncini  e  sul  momento  non
    riuscii  a  scoprirne l'uso;  e vari bauli e cassette e altre cose del
    genere che servivano come sedili e sostituivano le sedie.
    Vidi tutto questo con una sola occhiata (in conformità alla mia teoria
    sulle facoltà dell'infanzia) non appena ebbi varcata quella soglia,  e
    poi  Peggotty  aperse  un piccolo uscio e mi mostrò la mia camera,  la
    cameretta più completa e desiderabile mai vista,  chiusa  nella  poppa
    della  barca,  con  una minuscola finestra nel punto dove un tempo era
    infilato il timone e un piccolo specchio infisso alla  giusta  altezza
    per me, tutto incorniciato da gusci di ostriche; vi era un lettino con
    accanto lo spazio strettamente necessario per salirvi,  e sul tavolino
    un mazzolino di alghe in una ciotola azzurra.  Le pareti erano dipinte
    di  fresco  e  bianche come il latte;  e i colori del copriletto erano
    tanto brillanti da farmi dolere gli occhi.  Una cosa che subito  notai
    in  quella  casa  deliziosa  era  l'odore  di  pesce,  un  odore tanto
    penetrante che togliendomi di tasca il  fazzoletto  per  soffiarmi  il
    naso  mi  accorsi  che  sembrava  vi  fosse stata avvolta un'aragosta.
    Quando in confidenza comunicai a Peggotty la  mia  scoperta,  essa  mi
    informò che suo fratello commerciava in aragoste, gamberi e crostacei;
    e  in seguito scopersi che sotto la piccola tettoia dove erano riposti
    bricchi e pentole non  mancava  mai  un  mucchio  di  queste  creature
    talmente compresse e confuse che seguitavano a pizzicare tutto ciò che
    avevano a tiro.
    Venne  a  darci  il benvenuto una donna molto cortese con il grembiule
    bianco,  che avevo già visto inchinarsi sulla soglia quando mi trovavo
    ancora  un  quarto di miglio lontano a cavalcioni sulle spalle di Ham.
    Ci salutò anche una bambina bellissima (almeno così  mi  parve  fosse)
    che  aveva  al  collo  un  filo  di  perle  azzurre e che non volle la
    baciassi quando  sporsi  verso  di  lei  il  viso,  ma  scappò  via  a
    nascondersi.  Poco  dopo  avere consumato un pranzo sontuoso a base di
    pesce bollito, burro fuso e patate, con l'aggiunta di una braciola per
    me, arrivò un uomo con barba e baffi e un'espressione di grande bontà.
    Siccome si rivolse a Peggotty chiamandola "ragazza mia" e le stampò un
    bacio rumoroso sulla guancia,  non dubitai dalla correttezza dei  modi
    che fosse suo fratello; infatti mi fu subito presentato come il signor
    Peggotty, il padrone di casa.
    - Sono felice di vederla,  signorino! - disse il signor Peggotty. - Ci
    troverà rozzi, ma cordiali.
    Lo ringraziai e dissi che sarei stato certo felice in un  luogo  tanto
    bello.
    - La sua mamma come sta,  signorino? - mi chiese il signor Peggotty. -
    Quando è partito, era abbastanza contenta?
    Risposi al signor Peggotty che mia madre era contenta come  si  poteva
    sperare  e che gli mandava i suoi saluti,  il che da parte mia era una
    cortese finzione.
    - Molto  obbligato  davvero  -  disse  il  signor  Peggotty.  -  Bene,
    signorino, e se si adatta a stare qui per un paio di settimane insieme
    con lei, - e accennò alla sorella - Ham e la piccola Emily, noi saremo
    onorati della sua compagnia.
    Avendo  fatto  in  tal  modo  gli  onori  di  casa con grande senso di
    ospitalità,  il signor Peggotty uscì per lavarsi con  una  pentola  di
    acqua  bollente,  osservando che "l'acqua fredda non sarebbe servita a
    togliergli  di  dosso  quel  sudiciume".   Ritornò  poco  dopo   molto
    migliorato di aspetto, ma talmente rubicondo che non potei fare a meno
    di  pensare  come  il  suo  viso avesse questo in comune con aragoste,
    gamberi e crostacei: entrava  nell'acqua  bollente  quasi  nero  e  ne
    usciva tutto rosso.
    Dopo  aver  preso il tè,  la porta venne sprangata e quell'interno era
    così accogliente (era calata la sera fredda e nebbiosa),  da apparirmi
    il più delizioso che mente umana potesse concepire. Udire il vento che
    saliva  dal  mare,  sapere  che  la  nebbia  si  infittiva su tutta la
    desolata pianura circostante,  e guardare il fuoco sapendo che non  vi
    erano case intorno, e che questa era in effetti una barca, era come un
    incantesimo.  La piccola Emily aveva vinto la timidezza,  s'era seduta
    accanto a me  sulla  cassetta  più  piccola  e  più  bassa,  ma  lunga
    abbastanza per noi due,  che entrava appena nell'angolo del camino. La
    signora con il suo grembiule  bianco  lavorava  a  maglia  nell'angolo
    opposto,  e  Peggotty  con  il suo lavoro d'ago,  la cattedrale di San
    Paolo e il pezzetto di cera se ne stava perfettamente a suo agio  come
    se non avesse mai conosciuto un tetto diverso da quello.  Ham mi aveva
    dato una prima lezione di un certo  gioco  a  carte,  ora  cercava  di
    ricordare il sistema di predire l'avvenire con quelle carte sudice,  e
    andava stampando impronte di pesce su ogni carta che girava. Il signor
    Peggotty fumava la pipa.  Capii che era il momento della conversazione
    e delle confidenze.
    - Signor Peggotty! - dissi.
    - Signorino! - mi rispose.
    - Lei ha dato a suo figlio il nome di Ham ("Cam") perché vivete in una
    specie di Arca di Noè?
    Mi parve che il signor Peggotty giudicasse la mia un'idea profonda, ma
    rispose:
    - No, signorino, il nome non gliel'ho dato io.
    -  Chi  allora  gli  ha  dato questo nome?  - dissi io,  formulando la
    domanda come una variante di quella che viene  al  secondo  posto  nel
    catechismo.
    - Ecco, signorino, gliel'ha dato suo padre.
    - Credevo che suo padre fosse lei.
    - Suo padre era mio fratello Joe - spiegò il signor Peggotty.
    - Forse è morto? - suggerii dopo una pausa rispettosa.
    - Annegato - disse il signor Peggotty.
    Ero molto stupito che il signor Peggotty non fosse il padre di Ham,  e
    cominciai a  sospettare  di  aver  capito  male  il  suo  rapporto  di
    parentela anche con gli altri.  Ero così curioso che decisi di mettere
    tutto in chiaro.
    - La piccola Emily - dissi, gettandole un'occhiata - è sua figlia, non
    è vero, signor Peggotty?
    - No, signorino. Suo padre era mio cognato Tom.
    Non riuscii a tacere. - E' morto,  signor Peggotty?  - arrischiai dopo
    un'altra pausa di rispettoso silenzio.
    - Annegato - disse il signor Peggotty.
    Trovavo  difficile  riprendere  l'argomento,  ma  non  l'avevo  ancora
    esaurito e in un modo o nell'altro volevo andare fino in fondo. Perciò
    dissi:
    - Lei non ha proprio nessun figlio, signor Peggotty?
    - No, signorino! - rispose con una breve risata. - Sono scapolo.
    - Scapolo! - esclamai sbigottito. - Ma quella chi è,  signor Peggotty?
    - e indicai la donna con il grembiule bianco intenta a fare la maglia.
    - Quella è la signora Gummidge - disse il signor Peggotty.
    - La signora Gummidge? - ripetei.
    Ma  a questo punto Peggotty,  intendo dire la mia Peggotty,  mi ordinò
    con un cenno tanto enfatico di non fare più domande, che fui costretto
    a fissare senza parlare tutti gli altri che tacevano, e questo fino al
    momento di andare a letto.  Allora nella intimità  della  mia  piccola
    cabina  Peggotty  mi  informò che Ham ed Emily erano due nipoti orfani
    che il mio ospite aveva adottati in tempi diversi  quand'erano  ancora
    molto  piccoli  e  non  possedevano  assolutamente  nulla;  la signora
    Gummidge  era  la  vedova  di  un  pescatore  già  suo  socio,   morto
    poverissimo. Lui pure era un pover'uomo, disse Peggotty, ma buono come
    l'oro e fedele come l'acciaio (questa era una delle sue similitudini).
    Inoltre  mi  spiegò  che  il  solo  argomento  sul  quale egli andasse
    terribilmente in collera e potesse addirittura  imprecare  era  quello
    della  propria generosità;  e se chiunque vi faceva cenno sferrava con
    la destra un colpo tanto violento sulla tavola che una volta la spaccò
    addirittura  e  disse  imprecando  orribilmente  che   voleva   essere
    "darnato" se la prossima volta che ne parlavano non sarebbe scappato e
    scomparso  per sempre.  In risposta alla mia domanda seppi che nessuno
    aveva la minima idea sul significato di quel verbo  usato  alla  forma
    passiva, ma tutti la ritenevano la più terribile delle imprecazioni.
    Mi  resi  ben  conto  della  grande  bontà  del mio ospite e rimasi ad
    ascoltare le donne che andavano a letto in un'altra  minuscola  cabina
    come la mia all'estremità opposta della barca, mentre lui stesso e Ham
    appendevano  due  amache agli uncini che avevo notati nel soffitto,  e
    intanto mi crogiolavo in un gradevolissimo stato d'animo,  reso ancora
    migliore  dalla  sonnolenza.  Prima di cedere affatto al sonno udii il
    vento ululare sul mare e spazzare con tanta violenza  la  pianura  che
    vagamente  temetti  di  sentirmi durante la notte sommerso dalle onde.
    Poi ricordai che, dopo tutto,  mi trovavo su una barca,  e che un uomo
    come  il signor Peggotty era proprio il più adatto da avere a bordo se
    mai accadesse qualche guaio.
    Tuttavia non accadde nulla di peggio  del  sorgere  dell'alba.  E  non
    appena la vidi balenare sulle conchiglie del mio specchio,  saltai dal
    letto,  e subito corsi  fuori  con  la  piccola  Emily  a  raccogliere
    sassolini sulla spiaggia.
    - Tu sei brava come un marinaio,  non è vero? - chiesi a Emily. Non so
    perché pensassi una cosa del genere,  ma mi  parve  cavalleresco  dire
    qualcosa,  e  poiché  in quel momento una vela lucente poco lontana da
    noi le si specchiava tanto bene negli  occhi  luminosi,  mi  venne  in
    mente di porle quella domanda.
    - No - rispose Emily, scotendo la testa. - Io ho paura del mare.
    - Hai paura! - esclamai con atteggiamento di bella fierezza e fissando
    l'immenso oceano da dominatore. - Io no!
    -  Ah!  -  fece Emily.  - Ma è crudele.  Con alcuni dei nostri è stato
    molto crudele.  Io l'ho visto fare in pezzi una barca grande  come  la
    nostra casa.
    - Spero non fosse la barca nella quale...
    - Dove è annegato mio padre?  - disse Emily.  - No, non quella. Quella
    non l'ho mai veduta.
    - E lui... - le chiesi.
    La piccola Emily scosse il capo: - Non me ne ricordo!
    Una vera coincidenza!  Immediatamente presi a spiegarle  come  io  non
    avevo  mai  visto  mio  padre,  e  come mia madre ed io eravamo sempre
    vissuti solo fra di noi con la massima  felicità,  e  così  si  viveva
    ancora,  e avevamo l'intenzione di vivere sempre così; le dissi che la
    tomba di mio padre stava  nel  camposanto  vicino  alla  nostra  casa,
    all'ombra di un albero, e io andavo a passeggiare sotto i suoi rami, e
    molte belle mattine avevo ascoltato cantare gli uccelli. Ma era chiaro
    che la posizione di Emily come orfana era diversa dalla mia. Lei aveva
    perduto  la  madre prima del padre,  e quanto alla tomba di suo padre,
    nessuno sapeva dove si trovasse,  salvo che doveva essere  in  qualche
    punto sul fondo del mare.
    -  E  poi - disse Emily,  sempre cercando conchiglie e sassolini - tuo
    padre era un signore e tua madre è una signora;  e mio  padre  era  un
    pescatore,  e  mia  madre  era  figlia  di  pescatori  e mio zio Dan è
    pescatore.
    - Dan è il signor Peggotty, non è vero? - le chiesi.
    - Lo zio Dan... laggiù - rispose Emily, indicando la casa barca.
    - Sì, intendevo dire lui. Deve essere molto buono, mi pare?
    - Buono? - disse Emily.  - Se mai diventassi una signora gli regalerei
    una  giubba  color  azzurro cielo con i bottoni di brillanti,  calzoni
    gialli,  panciotto di velluto rosso,  cappello a tricorno,  un  grosso
    orologio d'oro, una pipa d'argento e una cassa di soldi.
    Dissi  che senza dubbio il signor Peggotty meritava tutti quei tesori.
    Ma devo ammettere che mi riusciva difficile  figurarmelo  a  suo  agio
    vestito  secondo il progetto della sua riconoscente nipotina,  e avevo
    speciali dubbi intorno all'opportunità del  cappello  a  tricorno,  ma
    tenni per me i dubbi.
    Mentre  enumerava  quegli articoli,  la piccola Emily si era fermata e
    aveva levato gli occhi al cielo come  se  contemplassero  una  visione
    celestiale. Poi ricominciammo a raccogliere conchiglie e sassolini.
    - Ti piacerebbe essere una signora? - le chiesi
    - Mi piacerebbe moltissimo.  Allora staremmo tutti insieme da signori.
    Io e lo zio,  Ham e la signora  Gummidge.  Allora  non  c'importerebbe
    nulla  delle tempeste...  voglio dire che non ci importerebbe per noi,
    ma ci rincrescerebbe per i poveri pescatori,  certo,  e li  aiuteremmo
    col denaro nelle loro disgrazie.
    Mi  parve  un  quadro  molto  soddisfacente  e  quindi  niente affatto
    improbabile.  Manifestai il piacere che mi faceva  immaginarlo,  e  la
    piccola Emily si fece ardita per chiedermi timidamente:
    - E ora non credi di aver paura del mare?
    Lo  vedevo  abbastanza  calmo  da  rassicurarmi,  ma non dubito che se
    avessi visto rotolare a riva un'onda discretamente  alta,  il  ricordo
    terribile  di  quegli  annegati mi avrebbe imposto di darmela a gambe.
    Tuttavia risposi di no, e aggiunsi: - Non mi pare che nemmeno tu abbia
    paura del mare,  benché tu dica di sì.  - La vedevo infatti  camminare
    troppo  vicino all'orlo di una specie di vecchio molo o imbarcadero in
    legno su cui eravamo andati a passeggiare,  e  temevo  che  scivolasse
    giù.
    -  Non è così che ho paura - disse la piccola Emily - ma quando soffia
    il vento mi sveglio e tremo pensando allo zio Dan e a Ham e mi pare di
    sentirli che chiamano aiuto.  Ecco perché mi piacerebbe  tanto  essere
    una signora. Ma così non ho paura. Nemmeno un po'. Guarda!
    Si  staccò  dal mio fianco e si mise a correre su una trave dentellata
    che sporgeva dal punto dove eravamo e si spingeva a una certa  altezza
    sull'acqua  profonda  senza il minimo riparo.  L'episodio mi è rimasto
    così impresso  nella  memoria  che  se  sapessi  disegnare  lo  potrei
    raffigurare anche oggi con perfetta precisione di particolari,  con la
    piccola Emily che si lanciava verso quella che mi parve per un  attimo
    la  sua  fine,  rivolta  al  mare  con  un'espressione  che non ho mai
    dimenticata.
    L'ardita figurina leggera nella veste svolazzante girò su se stessa  e
    ritornò  sana  e salva fino a me,  e presto risi dei miei timori e del
    grido che avevo lanciato, inutile,  in ogni caso,  perché tutt'intorno
    non vi era nessuno. Ma in seguito nei miei anni maturi più e più volte
    ho  fantasticato  e  pensato  fra  me:  tra  le possibilità delle cose
    nascoste,  è mai da credere che nell'audacia improvvisa della bambina,
    e nell'occhiata che aveva lanciata in lontananza, vi fosse una pietosa
    attrazione al pericolo, la tentazione di cedere a un supposto richiamo
    del  padre  morto  in mare,  quasi la speranza di mettere termine alla
    vita quel giorno stesso? Venne il tempo in cui mi domandai se nel caso
    mi si fosse rivelato all'improvviso il suo avvenire in modo  tale  che
    un fanciullo potesse comprenderlo, e se per salvarla fosse bastato che
    io  movessi  un  dito,  sarebbe  stato mio dovere stendere la mano per
    conservarla in vita.  Venne un tempo,  e non dico sia durato a  lungo,
    tuttavia non posso negare che vi sia stato,  quando mi domandai se per
    la piccola Emily non sarebbe stato meglio  che  le  acque  si  fossero
    chiuse sul suo capo quella mattina sotto ai miei occhi, e avrei voluto
    rispondere: Sì, sarebbe stato meglio.
    Ma ciò è prematuro.  Forse è troppo presto per parlarne. Ma resti pure
    quanto ho detto.
    Prolungammo di un bel po' la passeggiata,  ci caricammo di tante  cose
    che  ci  parevano  interessanti e con molta cura rimettemmo nell'acqua
    qualche stella marina rimasta in secca sulla spiaggia (nemmeno  adesso
    conosco  abbastanza  la natura di queste creature per essere ben certo
    se  quel  nostro  gesto  fosse  meritevole  di  gratitudine  o   tutto
    l'opposto),  poi  prendemmo  la via del ritorno verso l'abitazione del
    signor Peggotty.  Ci fermammo al riparo della tettoia  delle  aragoste
    per  scambiarci  un  innocente bacio ed entrammo a far colazione tutti
    raggianti salute e letizia.
    - Proprio come  due  giovani  tordelli  sasselli  -  disse  il  signor
    Peggotty.  Sapevo  che  nel  nostro  dialetto  l'espressione  stava  a
    indicare i giovani tordi canori e la accettai come un complimento.
    Naturalmente ero innamorato della piccola Emily.  Sono certo di  avere
    amato quella bambina con più sincerità e tenerezza, maggiore purezza e
    disinteresse  di quanto possa averne,  più avanti nella vita,  l'amore
    più alto e più nobile. Sono sicuro che intorno a quella semplice bimba
    dagli occhi azzurri la mia fantasia costruì qualcosa  che  la  rendeva
    eterea e faceva di lei un vero angelo.  Se in un pomeriggio di sole le
    fossero spuntate due piccole ali e fosse  volata  via  sotto  ai  miei
    occhi, non credo che avrei giudicato quell'evento molto diverso da una
    realtà semplicemente prevedibile.
    Passeggiavamo  per ore e ore sulla vecchia,  fosca pianura di Yarmouth
    come due innamorati.  I giorni  scherzavano  intorno  a  noi  come  se
    nemmeno  il  tempo  si  fosse  ancora fatto adulto,  ed essendo ancora
    fanciullo non pensasse che al gioco.  Dissi a Emily che la adoravo,  e
    che  se  non  mi  avesse confessato di adorarmi mi sarei trovato nella
    necessità di uccidermi con una spada.  Disse che  mi  adorava  e  sono
    sicuro che era vero.
    Quanto a ogni sensazione di disuguaglianza, o di eccessiva giovinezza,
    o  di altro genere di ostacoli sul nostro cammino,  la piccola Emily e
    io non avevamo preoccupazioni perché per noi l'avvenire non  esisteva.
    Non  facevamo  previsioni  sul  diventare adulti come non pensavamo di
    farne sul diventare infanti.  Formavamo  l'ammirazione  della  signora
    Gummidge  e  di  Peggotty,  che  la  sera,  quando  eravamo  seduti in
    atteggiamento  affettuoso  sulla  nostra  cassetta,   sussurravano:  -
    Signore,  com'è  bello!  Il  signor Peggotty ci sorrideva da dietro la
    pipa,  e Ham ridacchiava tutta la sera  e  non  faceva  niente  altro.
    Immagino  che  si  divertissero  a  guardarci come si sarebbero potuti
    divertire nel vedere un bel giocattolo o un minuscolo Colosseo.
    Scopersi ben presto che la signora Gummidge non  era  sempre  di  modi
    gradevoli  come  ci si sarebbe aspettato che fosse,  data l'ospitalità
    che riceveva dal signor Peggotty.  La signora Gummidge era  di  natura
    scontrosa  e  piagnucolava  più  di  quanto fosse accettabile da parte
    degli altri componenti una così ristretta comunità.  Mi  faceva  molta
    pena,  ma  in  certi  momenti  pensavo  che  sarebbe stato bello se la
    signora Gummidge avesse avuto una sua stanza comoda in cui ritirarsi e
    rimanere finché le ritornasse il buon umore.
    Il signor Peggotty andava di quando in quando in  un'osteria  chiamata
    "I  Bravi Compagni".  Lo scopersi la seconda o terza sera della nostra
    visita: egli era fuori e tra le otto e le  nove  la  signora  Gummidge
    alzò gli occhi alla pendola olandese e disse che egli si trovava là, e
    per di più fin dal mattino sapeva che vi sarebbe andato.
    La  signora  Gummidge era stata di malumore tutto il giorno e prima di
    mezzogiorno era scoppiata a piangere perché il camino faceva  fumo.  -
    Sono  una povera creatura derelitta - disse la signora Gummidge quando
    avvenne lo spiacevole incidente - e mi va male tutto.
    - Oh,  finirà presto - disse Peggotty (voglio dire anche  qui  la  mia
    Peggotty) - e poi devi pensare che non dà più fastidio a te che a noi.
    - Io lo sento di più.
    Quel giorno faceva molto freddo e vi erano raffiche di vento pungente.
    Lo  speciale  angolo  del  camino  occupato  dalla signora Gummidge mi
    pareva il più caldo e confortevole, e la sua seggiola era certo la più
    comoda,  ma quella sera niente le andava bene.  Seguitava a lamentarsi
    del  freddo  che  le  procurava  i  brividi  nella schiena.  Alla fine
    l'argomento la fece scoppiare in lagrime e tornò a dire che  era  "una
    povera creatura derelitta" e per lei andava tutto male.
    - Fa davvero molto freddo - disse Peggotty. - Lo sentono tutti.
    - Io lo sento più degli altri - disse la signora Gummidge.
    Così a pranzo,  dove la signora Gummidge veniva servita subito dopo di
    me, che ero trattato con gli onori dovuti a un ospite distinto,  disse
    che  il  pesce  era  piccolo  e  le patate erano bruciacchiate.  Tutti
    dicemmo che era vero, peccato fosse così; ma la signora Gummidge disse
    che  per  lei  era  peggio,  tornò  a  piangere  e  ripeté  la  solita
    dichiarazione con grande amarezza.
    E  così,  quando  il  signor  Peggotty verso le nove tornò a casa,  la
    signora Gummidge  stava  nel  suo  angolo  a  fare  la  maglia,  molto
    abbattuta  e  infelice.  Peggotty  lavorava  di buon umore;  Ham aveva
    rattoppato un enorme paio di  stivaloni  impermeabili  e  io,  con  la
    piccola  Emily accanto,  leggevo ad alta voce.  Fin dall'ora del tè la
    signora Gummidge non aveva aperto bocca se non  per  qualche  desolato
    sospiro, e non aveva mai alzato gli occhi.
    - Bene,  gente - disse il signor Peggotty sedendo al suo posto.-  Come
    state?
    Ciascuno disse qualche parola e sorrise per dargli il benvenuto, salvo
    la signora Gummidge che si  limitò  a  scuotere  la  testa  china  sul
    lavoro.
    - Che cosa c'è?  - disse il signor Peggotty battendo le mani. Allegra,
    vecchia sposina!
    La signora Gummidge non pareva capace di rallegrarsi.  Trasse di tasca
    un  vecchio  fazzoletto  di  seta nera e si asciugò gli occhi,  ma poi
    invece di riporlo, lo tenne in mano, tornò ad asciugarsi gli occhi,  e
    ancora lo lasciò fuori, pronto per l'uso.
    - Che cosa c'è, signora? - chiese il signor Peggotty.
    -  Niente  -  rispose  la  signora  Gummidge.  -  Sei  stato ai "Bravi
    Compagni", non è vero?
    - Sicuro - disse il signor Peggotty. - Stasera ho passato una mezz'ora
    ai "Bravi Compagni".
    - Mi rincresce di averti spinto là - disse la signora Gummidge.
    - Di avermi spinto!  Non ho nessun bisogno di esserci spinto - replicò
    il  signor  Peggotty  con  una  cordiale risata.  - Ci vado fin troppo
    volentieri da me.
    - Molto volentieri - ripeté la signora Gummidge,  scotendo la testa  e
    asciugandosi gli occhi.  - Sì,  sì, molto volentieri. Mi rincresce che
    per colpa mia tu ci vada tanto volentieri.
    - Per colpa tua! Ma non è per colpa tua! - disse il signor Peggotty. -
    Non sognartelo nemmeno.
    - Sì,  sì - gridò la signora Gummidge - lo so io che è vero.  So  bene
    che sono una povera creatura derelitta e che non solo tutto mi va alla
    rovescia  ma faccio anche torto a tutti.  Sì,  sì,  io sento tutto più
    degli altri e anche lo faccio vedere, è la mia sfortuna.
    Mentre prestavo attenzione a tutte queste parole non potei tralasciare
    di pensare che la sfortuna aveva toccato anche altri membri di  quella
    casa,  oltre a colpire la signora Gummidge.  Ma il signor Peggotty non
    pensò di replicare in tal modo e  si  limitò  a  incitare  la  signora
    Gummidge perché si facesse animo.
    -  Non  sono  come  vorrei  essere,  -  disse  la  signora  Gummidge -
    tutt'altro!  So bene come  sono.  Le  mie  disgrazie  mi  hanno  fatta
    diventare  così  insopportabile.  Vorrei  non  sentirle,  ma le sento.
    Vorrei  essere  diventata  forte,  ma  non  lo  sono.  Porto  in  casa
    l'infelicità. Ho reso infelice tutto il giorno tua sorella, e anche il
    signorino Davy.
    A  questo punto mi sentii molto commosso e gridai in preda a un grande
    turbamento: - No, signora Gummidge, non è vero!
    - E' molto ingiusto che io faccia questo - disse la signora Gummidge -
    invece di mostrare la mia riconoscenza.  Sarebbe meglio che andassi  a
    morire in un ospizio. Sono una povera creatura derelitta e farei molto
    meglio  a  non  rendermi insopportabile qui.  Se le cose mi vanno alla
    rovescia e mi fanno diventare insopportabile,  io devo  ritirarmi  per
    mio conto.  Daniel,  è meglio che io vada nell'ospizio;  morirò e sarà
    una liberazione per tutti.
    Detto questo la signora Gummidge si ritirò e andò a coricarsi.  Quando
    se ne fu andata il signor Peggotty, che non aveva dimostrato la minima
    irritazione,  ma anzi la più profonda comprensione,  girò gli occhi su
    di noi e chinando la  testa  con  il  volto  ancora  animato  da  tale
    sentimento, disse con un sussurro:
    - Pensa al vecchio!
    Non  riuscivo  a capire su quale vecchio avesse fissato il pensiero la
    signora Gummidge,  ma Peggotty,  accompagnandomi a letto mi spiegò che
    si  trattava  del  defunto  signor Gummidge,  suo fratello riteneva in
    quelle occasioni che  fosse  addirittura  una  verità  di  fede  e  ne
    rimaneva  sempre  commosso.  Quella  sera,  non  tanto tempo dopo,  si
    trovava nella sua amaca e lo udii ancora ripetere a Ham: -  Poveretta!
    Pensava  al  vecchio!  -  e  ogni  volta che sino alla fine del nostro
    soggiorno la signora Gummidge era colta da una di quelle crisi (il che
    avvenne  non  molto  spesso),  per  giustificare  la  situazione  egli
    ripeteva le stesse parole e sempre con la più fervida commiserazione.
    Così  quelle  due  settimane  si dileguarono,  solo variate dal mutare
    delle maree che alteravano le ore di uscita e di  rientro  del  signor
    Peggotty,  e  anche gli impegni di lavoro di Ham.  Quando quest'ultimo
    era libero,  veniva a volte con noi per farci vedere le  barche  e  le
    navi, e un paio di volte ci portò al largo in una barca a remi. Non so
    perché  una serie di memorie di poco conto debba rimanere più legata a
    un luogo più di altre,  ma credo  che  ciò  accada  a  molte  persone,
    specialmente con riferimento ai ricordi dell'infanzia.  Io non leggo o
    sento mai il nome di Yarmouth senza riportarmi  a  una  certa  mattina
    domenicale:  siamo  sulla spiaggia,  le campane annunciano le funzioni
    religiose,  la piccola Emily si appoggia alla mia  spalla,  Ham  getta
    indolentemente  piccoli  sassi nell'acqua,  e il sole lontano sul mare
    sta appena lacerando le nebbie pesanti,  e  ci  rivela  le  navi  come
    altrettante ombre.
    Giunse  infine  il  giorno  del  nostro  rientro  a  casa.   Sopportai
    coraggiosamente il dispiacere di separarmi dal signor Peggotty e dalla
    signora Gummidge,  ma l'angoscia che provavo nel lasciare  la  piccola
    Emily  era  straziante.  Andammo  tenendoci  sotto  braccio  sino alla
    locanda dove faceva sosta il corriere,  e per via promisi che le avrei
    scritto  (più tardi tenni fede alla promessa tracciando lettere ancora
    più grandi di quelle che  di  solito  vengono  usate  per  i  cartelli
    annuncianti  stanze  da  affittare).  Nel  dirci  addio  eravamo molto
    commossi, e se mai nella mia vita sentii un vuoto nel cuore fu in quel
    giorno.
    Ora,  per tutto il tempo che durò la visita ero stato ingrato verso la
    mia casa e l'avevo ricordata poco o nulla. Ma non appena mi trovai sul
    viaggio del ritorno la mia giovane coscienza mi rimorse,  mi parve che
    puntasse con fermezza l'indice in quella direzione mentre  sentivo,  e
    più che mai avendo l'animo così depresso, che il mio nido era quello e
    mia madre era per me ogni amicizia e conforto.
    Questo sentimento ebbe pian piano la meglio su di me,  così che più ci
    si avvicinava e più la vista delle cose mi diveniva  familiare,  tanto
    più  ero  ansioso  di  essere a casa per gettarmi nelle braccia di mia
    madre.  Ma Peggotty,  invece di  prendere  parte  ai  miei  trasporti,
    cercava di smorzarli (tuttavia con grande dolcezza) e pareva confusa e
    imbarazzata.
    Ciò  nonostante  la  casa di Blunderstone sarebbe apparsa quando fosse
    piaciuto al cavallo del corriere,  e comparve infatti.  Come la rivedo
    in quel pomeriggio grigio e freddo, sotto il cielo cupo che minacciava
    la pioggia!
    La  porta si aperse,  e mezzo ridendo e mezzo piangendo per il piacere
    dell'aspettativa cercai mia madre. Ma non lei era alla porta, solo una
    domestica sconosciuta.
    - Ma, Peggotty! - dissi confuso. - Lei non e in casa?
    - Sì, sì, signorino Davy, - disse Peggotty.  - E' in casa.  Aspetta un
    momento, signorino Davy, io... io ti devo dire una cosa.
    Tra  l'agitazione  che l'aveva presa,  e la difficoltà di scendere dal
    carro,  Peggotty era ben comica da vedere,  ma io  mi  sentivo  troppo
    curioso  e sbigottito per dirglielo.  Appena a terra,  mi prese per la
    mano,  mi condusse con le mie  perplessità  nella  cucina  e  richiuse
    l'uscio.
    - Peggotty! - dissi ormai spaventato. - Che cosa è successo?
    - Niente,  che Dio ti benedica, signorino Davy, non è successo niente!
    - mi rispose, assumendo un'aria di vivacità.
    - E' successo qualche cosa, ne sono sicuro. Dov'è la mamma?
    - Dov'è la mamma, signorino Davy? - ripeté Peggotty.
    - Sì.  Perché non è venuta fuori al cancello,  e allora  perché  siamo
    arrivati?  Oh,  Peggotty!  -  avevo gli occhi gonfi,  mi pareva di non
    potermi reggere.
    - Dio benedica il mio tesoro! - gridò Peggotty, abbracciandomi.  - Che
    cosa ti senti? Dimmelo, bambino!
    - Non è morta, vero? Oh, non è morta, vero, Peggotty?
    Peggotty gridò un no straordinariamente forte,  poi sedette e cominciò
    ad ansimare, e disse che l'avevo spaventata.
    Le diedi un bacio per farle passare la paura o  per  farle  volgere  i
    pensieri  nella  direzione  giusta,  e  poi mi drizzai di fronte a lei
    fissandola con espressione ansiosamente interrogativa.
    - Vedi, caro, te l'avrei dovuto dire prima, - disse Peggotty ma non ho
    trovato l'occasione. Forse dovevo, preciso...  - questo era il termine
    che  Peggotty  usava  in luogo di precisamente - ma non mi riusciva di
    decidere.
    - Vai avanti, Peggotty - le dissi più spaventato che mai.
    - Signorino Davy, - disse Peggotty, slacciandosi la cuffia con la mano
    che le tremava e parlando come se fosse affannata.  - Che  cosa  credi
    che sia? Ecco, adesso hai un papà.
    Tremavo  e  diventai  pallido.  Non  so  che cosa e come,  qualcosa in
    rapporto con la tomba nel camposanto e con la resurrezione dei  morti,
    mi parve che mi investisse come un vento di sciagura.
    - Un nuovo papà - disse Peggotty.
    - Un nuovo papà? - ripetei.
    Peggotty  fece  come se stesse per inghiottire un boccone molto duro e
    mi prese per mano. Disse:
    - Vieni a vederlo.
    - Non voglio vederlo.
    - E anche la tua mamma - disse Peggotty.
    Cessai di tirarmi indietro e andammo insieme fino al  salottino,  dove
    mi lasciò. Da una parte del caminetto era seduta mia madre; dall'altro
    il  signor  Murdstone.  Mia madre lasciò cadere il lavoro,  si alzò in
    fretta, ma anche timidamente, mi parve.
    - Via,  Clara,  mia cara,  - disse il  signor  Murdstone.  -  Ricorda.
    Controllati, soprattutto controllati! Davy, ragazzo mio, come va?
    Gli diedi la mano. Dopo un attimo di esitazione mi volsi a baciare mia
    madre;  essa  mi  baciò  e mi accarezzò la spalla dolcemente e tornò a
    sedere, riprendendo il lavoro. Non riuscivo a guardarla,  non riuscivo
    a guardare lui,  sapevo benissimo che egli ci fissava entrambi;  andai
    alla finestra e guardai certi arbusti contorti dal freddo.
    Appena potei sgusciai fuori e corsi di sopra: il mio letto non era più
    al suo posto, avrei dormito molto più lontano. Girai per le stanze del
    piano terreno cercando qualche cosa che fosse  come  prima,  tanto  mi
    sembrava  tutto  diverso;   uscii  nel  cortile,   ma  subito  scappai
    spaventato,  perché il vecchio canile era abitato  da  un  cane  molto
    grosso e con l'ampia gola e nero come lui,  che al vedermi si arrabbiò
    molto e fece per balzarmi addosso.


















    4 - CADO IN DISGRAZIA.
    Se la camera nella quale avevano trasportato il mio  letto  fosse  una
    creatura capace di dare testimonianza,  ancor oggi mi potrei appellare
    a essa (chissà chi vi abita adesso!) e potrebbe dire come mi pesava il
    cuore quando vi entrai. Il cane non aveva smesso di abbaiare contro di
    me che salivo le scale,  e dopo aver  trovato  la  stanza  estranea  e
    indifferente  verso  di  me come io mi sentivo estraneo e indifferente
    nei suoi confronti, sedetti e intrecciando le piccole mani cominciai a
    pensare.
    Riflettei  sulle  cose  più  strane:  la  forma  della  stanza  e   le
    screpolature  del  soffitto,  la  carta  che tappezzava le pareti,  le
    imperfezioni del vetro alla  finestra  che  alteravano  con  grinze  e
    fossette il panorama;  il portacatino traballante sulle tre gambe, che
    con la sua aria di insoddisfazione mi riportò alla  mente  la  signora
    Gummidge sotto l'influenza del vecchio. Intanto continuavo a piangere,
    ma sono sicuro che non sapevo per quale ragione,  salvo che mi rendevo
    conto di avere freddo e di sentirmi infelice.  Nella  mia  desolazione
    presi   finalmente  a  considerare  il  fatto  che  ero  tremendamente
    innamorato della piccola Emily, ed ero stato strappato a lei e portato
    dove nessuno mostrava di gradirmi o di curarsi di me nemmeno  la  metà
    di quanto lei faceva. La questione divenne per me così grave che finii
    per  avvolgermi in un angolo del copriletto,  e a forza di piangere mi
    addormentai.
    Mi ridestò una voce che diceva: - Eccolo!  - mentre una mano  scopriva
    la mia fronte ardente.  Mia madre e Peggotty erano salite a cercarmi e
    una di loro mi aveva trovato.
    - Davy! - disse mia madre - Che cos'hai?
    Mi parve molto strano che me lo chiedesse e risposi:  -  Niente.-    E
    girai  la  testa,  ricordo,  per  nascondere le labbra tremanti che le
    avrebbero rivelato una diversa verità.
    - Davy! - ripeté mia madre. - Davy, bambino mio!
    Oso dire che nulla mi avrebbe potuto commuovere più del sentire che mi
    chiamava il suo bambino.  Nascosi le lagrime tra le coperte,  e quando
    fece per sollevarmi, la respinsi.
    -  E' tutta colpa tua,  Peggotty,  crudelissima creatura!  - disse mia
    madre.  - Non ho dubbi intorno a  questo.  Io  mi  domando  come  puoi
    sentirti  la  coscienza  tranquilla quando istighi così il mio bambino
    contro di me e contro chi mi è caro! Perché l'hai fatto, Peggotty?
    La povera Peggotty levò in alto gli occhi e le  mani  e  si  limitò  a
    recitare  una  sorta  di  preghiera non tanto diversa da quella che di
    solito pronunciavamo alla fine del pranzo: - Signora Copperfield,  Dio
    le  perdoni  quello  che ha detto in questo momento,  e non voglia che
    abbia mai a pentirsene!
    - C'è da impazzire! - gridò mia madre. - E proprio durante la mia luna
    di miele,  quando si pensa che anche la mia peggiore  nemica  potrebbe
    essere meno crudele e non invidiarmi questo po' di pace e di felicità.
    Davy,  sei un bambino cattivo!  Peggotty,  creatura feroce! Oh, povera
    me!  - gridò mia madre,  volgendosi tutta stizzita e caparbia dall'uno
    all'altra  di  noi due.  - Che mondo insopportabile è questo,  proprio
    quando si ha il pieno diritto di trovarlo il più possibile gradevole!
    Sentii il tocco di una mano che non era la sua né quella di Peggotty e
    scivolai dal letto  mettendomi  in  piedi.  Era  la  mano  del  signor
    Murdstone e quando parlò non cessò di tenermi il braccio:
    - Che cosa succede? Clara, amor mio, hai già dimenticato? Fermezza, ci
    vuole, mia cara!
    - Mi rincresce, Edward, - disse mia madre - volevo essere molto brava,
    ma mi sento così agitata.
    - Davvero!  - egli replicò.  - Ecco una brutta notizia,  Clara,  e poi
    così presto.
    - Io dico che è ben duro irritarmi tanto proprio adesso  -  disse  mia
    madre, facendo il broncio.  - E'... è molto duro, non è vero?
    Egli  l'attirò  a sé,  le bisbigliò all'orecchio e la baciò.  Compresi
    allora,  quando vidi mia  madre  posargli  la  testa  sulla  spalla  e
    passargli  il braccio al collo,  lo seppi come lo so adesso,  che egli
    avrebbe potuto piegare quella natura arrendevole a  piacer  suo,  come
    fece infatti.
    - Ora vai da basso, amor mio - disse il signor Murdstone. - David e io
    scenderemo insieme.  Amica mia, - aggiunse, volgendosi con espressione
    più severa a Peggotty dopo che ebbe accompagnato mia madre alla porta,
    congedandola con un cenno del capo e un sorriso - lei conosce il  nome
    della sua padrona?
    -  Signore,  è la mia padrona da così tanto tempo - rispose Peggotty -
    che dovrei saperlo.
    - Verissimo - le rispose - ma dalle scale,  mentre salivo,  ho sentito
    che  la chiamava con un nome che non è il suo.  Lei sa che ha preso il
    mio. Vuole ricordarsene?
    Peggotty mi lanciò un'occhiata  inquieta,  si  inchinò  e  uscì  senza
    rispondere,  vedendo,  immagino,  che  era  tenuta a farlo e non aveva
    alcun pretesto per rimanere.  Quando lui  e  io  restammo  soli,  egli
    chiuse l'uscio, sedette, e tenendomi ritto davanti a sé mi fissò negli
    occhi.  Mi accorsi di sentirmi costretto a fissare non meno fermamente
    i suoi. Ricordo quel momento in cui ci trovammo faccia a faccia,  e mi
    pare di udire ancora con quale forza e rapidità mi batteva il cuore.
    -  David!  -  disse,  stringendo  le  labbra  fino  a  farle diventare
    sottilissime. - Se ho da trattare con l'ostinazione di un cavallo o di
    un cane, che cosa immagini che io faccia?
    - Non lo so.
    - Li batto.
    Gli avevo risposto  con  una  sorta  di  mormorio  soffocato,  e  ora,
    tacendo, sentii che avevo il respiro ancora più affannoso.
    - Li faccio tremare e soffrire.  Dico a me stesso: "Li domerò!".  E ci
    riesco a costo che versino tutto il sangue che hanno nelle  vene.  Che
    cos'hai sul viso?
    - Sporco - dissi.
    Sapeva quanto me che erano le tracce delle lagrime. Ma se anche avesse
    ripetuto  per venti volte quella domanda,  ogni volta con venti colpi,
    credo che il mio cuore infantile si  sarebbe  spezzato  prima  che  io
    accettassi di dirgli la verità.
    -  Per  essere  così piccolo,  sei abbastanza intelligente - disse con
    quel grave sorriso tutto suo - e vedo che mi capisci benissimo. Lavati
    il viso, giovanotto, e scendi con me.
    Puntò il dito sul  portacatino  che  avevo  trovato  somigliante  alla
    signora  Gummidge e con un cenno mi ordinò di ubbidire immediatamente.
    Non dubitai allora,  come non dubito affatto  adesso,  che  se  avessi
    esitato non si sarebbe fatto il minimo scrupolo di picchiarmi.
    - Clara,  mia diletta,  - disse, dopo che ebbi eseguito il suo comando
    ed egli mi ebbe condotto nel salottino sempre tenendomi per il braccio
    - spero che non avrai più alcun motivo di agitarti. Vedrai che l'umore
    del nostro giovanotto migliorerà ben presto.
    Dio mi è testimone che una parola buona detta in quel momento  avrebbe
    potuto  migliorarmi  per  tutta  la  vita,  fare  forse  di me un uomo
    diverso. Una parola di incoraggiamento e di spiegazione,  di pietà per
    la  mia infantile ignoranza,  di benvenuto a casa per rassicurarmi che
    si trattava ancora della mia casa,  mi  avrebbe  reso  di  buon  grado
    ubbidiente  invece  che  ipocritamente mansueto,  mi avrebbe indotto a
    rispettare quell'uomo invece di odiarlo.  Mi parve che  mia  madre  si
    rattristasse  al vedermi comparire così spaventato e smarrito e che mi
    seguisse,  mentre mi avvicinavo furtivamente  a  una  sedia,  con  uno
    sguardo   ancora  più  malinconico,   notando  forse  la  mancanza  di
    scioltezza  dei  miei  piccoli  passi...   ma  nessuna  parola   venne
    pronunciata, il momento per dirla era trascorso invano.
    Pranzammo  noi  tre  soli.  Mi parve che fosse molto affezionato a mia
    madre (e confesso che non per questo mi riuscì più  simpatico)  e  che
    essa  gli  fosse  molto  attaccata.  Capii  da quanto dicevano che una
    sorella anziana di lui sarebbe venuta ad abitare con noi e che il  suo
    arrivo  era  previsto  per quella stessa sera.  Non sono certo di aver
    saputo allora, oppure lo appresi in seguito,  che egli non si occupava
    attivamente  di affari,  ma vi era una ditta per il commercio dei vini
    di  cui  egli  era  comproprietario,   oppure  che  gli   doveva   una
    partecipazione  annuale sui profitti;  era un rapporto di famiglia che
    risaliva al tempo del suo bisnonno e riguardava anche la  sorella;  in
    ogni caso tanto vale che vi accenni ora qui.
    Dopo  pranzato,  quando ci sedemmo accanto al fuoco,  e io meditavo di
    andare a rifugiarmi da Peggotty senza avere il coraggio di svignarmela
    nel timore di recare offesa al padrone di casa,  una carrozza si fermò
    al cancello ed egli andò a ricevere il visitatore. Mia madre lo seguì,
    e io seguivo timidamente lei,  quando sull'uscio del salottino ella si
    girò di scatto e abbracciandomi con l'ardore di un tempo  mi  sussurrò
    all'orecchio  di amare il mio nuovo babbo e di ubbidirgli.  Lo fece in
    tutta fretta e in  segreto,  come  fosse  una  colpa  e  tuttavia  con
    tenerezza;  e  allungando  la mano dietro a sé vi tenne stretta la mia
    fino al punto del giardino dove egli si trovava,  perché allora lasciò
    andare la mia mano e infilò la sua nel braccio di lui.
    Era  arrivata  la  signorina  Murdstone,  una donna dall'aria lugubre,
    bruna come il fratello al quale rassomigliava molto sia nel  viso  sia
    nella voce, con i sopraccigli molto folti che quasi si toccavano sopra
    il  grosso  naso,  ed  era come se,  non potendo a causa del suo sesso
    portare i favoriti,  avesse preso in tal modo la rivincita.  Aveva con
    sé  due  rigidi  bauli  neri  e  austeri  con le iniziali impresse sul
    coperchio con duri chiodi di ottone.  Quando pagò il cocchiere  trasse
    le  monete da un borsellino in rigido acciaio,  che ripose in una vera
    prigione di borsa appesa al braccio  con  una  grossa  catena,  e  che
    richiuse con uno scatto simile a un morso.  In tutta la vita non avevo
    mai visto una signora tutta di metallo come la signorina Murdstone.
    La introdussero nel salottino con molte dimostrazioni di benvenuto,  e
    finalmente  salutò  cerimoniosamente  mia madre quale nuova e prossima
    parente. Poi mi guardò e disse:
    - Questo è tuo figlio, cognata?
    Mia madre mi presentò.
    - In genere - disse la signorina Murdstone - non  ho  simpatia  per  i
    ragazzi. Come stai, ragazzo?
    Così incoraggiato le risposi che stavo benissimo e speravo stesse bene
    lei pure,  ma con tale mancanza di cortesia che la signorina Murdstone
    mi sistemò con due parole:
    - Che maleducato!
    Detto ciò con grande  chiarezza,  pregò  che  le  mostrassero  la  sua
    camera,  la  quale d'allora in poi divenne per me un luogo di timore e
    di paura,  dove i due bauli neri non furono mai visti  aperti,  né  si
    seppe  mai  che  lo  fossero  stati,  e  dove,  spiando dal buco della
    serratura quando lei non c'era,  vidi appesi allo specchio in perfetto
    ordine  catenelle  e  ganci  di  acciaio  in  gran  numero,  di cui la
    signorina Murdstone si adornava cambiandosi d'abito per uscire.
    Da quanto mi riuscì di capire,  era venuta per  rimanere  e  senza  la
    minima  intenzione  di  andarsene  mai.  La  mattina  dopo cominciò ad
    aiutare mia madre,  e per tutta la giornata non  cessò  di  entrare  e
    uscire  dalla  dispensa  per sistemare ogni oggetto alterando tutte le
    precedenti disposizioni.  Press'a poco la prima  cosa  importante  che
    notai  a  proposito della signorina Murdstone fu che era continuamente
    tormentata dal sospetto che le domestiche tenessero un  uomo  nascosto
    in casa.  Sotto l'influenza di tale supposizione, si precipitava nelle
    ore più strane dentro la cantina,  e quasi mai apriva l'uscio  di  uno
    stanzino  buio  senza  richiuderlo di scatto con l'illusione di avervi
    sorpreso l'intruso.
    Per quanto la signorina Murdstone  non  possedesse  nulla  di  arioso,
    quanto all'alzarsi di mattina era una perfetta allodola.  Era in piedi
    (e non ho smesso di  credere  nemmeno  adesso  che  andasse  in  cerca
    dell'uomo  nascosto)  prima  che  altri  movesse  un passo nella casa.
    Peggotty manifestò l'opinione che dormisse addirittura con  un  occhio
    aperto,  ma  l'idea non mi convinse perché dopo averne sentito parlare
    tentai di metterla in pratica e trovai che non era possibile.
    Subito il mattino dopo il suo  arrivo  era  già  alzata  e  sonava  il
    campanello  al primo canto del gallo.  Quando mia madre scese per fare
    colazione e si accingeva a preparare il tè,  la signorina Murdstone le
    diede sulla guancia una specie di beccata,  che per lei era quanto più
    si avvicinasse al bacio e disse:
    - Ora,  mia cara,  tu sai che sono venuta per sollevarti al meglio  di
    ogni fatica.  Tu sei troppo carina e distratta... - mia madre arrossì,
    ma rise,  e non mi parve si fosse offesa  -  perché  tu  ti  sobbarchi
    alcuno  dei  compiti  che  posso eseguire io stessa.  Se vuoi avere la
    bontà di consegnarmi le chiavi, in futuro provvederò io a tutto.
    A partire da quel momento la signorina Murdstone tenne tutto il giorno
    le chiavi nella sua piccola borsa-prigione, e la notte sempre sotto il
    guanciale,  e mia madre non  dovette  maneggiarle  più  di  quanto  le
    adoperassi io.
    Mia  madre  accettò  non senza un'ombra di protesta che le fosse tolta
    ogni  autorità.  Una  sera,   mentre  la  signorina  Murdstone  andava
    spiegando al fratello certi suoi progetti per la direzione della casa,
    mia  madre  scoppiò  all'improvviso  in lagrime e disse che pensava di
    avere almeno il diritto di essere consultata.
    - Clara!  - esclamò severamente  il  signor  Murdstone.  -  Clara!  Mi
    meraviglio di te!
    - Oh,  tu puoi dire benissimo che ti meravigli,  Edward! - replicò mia
    madre - e puoi benissimo parlare di fermezza, ma questo non piacerebbe
    nemmeno a te.
    Devo notare che la fermezza era la grande virtù su cui insistevano sia
    il signore sia la signorina Murdstone.  Comunque avessi potuto  allora
    esprimere  un giudizio al proposito nel caso mi fosse stato richiesto,
    comprendevo benissimo per mio conto che non era se non un  altro  nome
    dato  alla  tirannia  e  all'umore  tetro,  arrogante  e  violento che
    possedevano entrambi. La regola, come la esporrei oggi, era questa: il
    signor Murdstone  era  fermissimo,  nessuno  al  mondo  poteva  essere
    altrettanto  fermo  del signor Murdstone;  anzi nessuno avrebbe potuto
    essere fermo  perché  tutti  dovevano  piegarsi  di  fronte  alla  sua
    fermezza.  La  signorina  Murdstone rappresentava un'eccezione: le era
    lecito esercitare la fermezza, ma solo in forza della parentela,  e in
    grado inferiore e tributario. Mia madre era un'altra eccezione: poteva
    e  doveva  essere  ferma,  ma  solo in appoggio alla loro fermezza,  e
    credendo fermamente che non esistesse al mondo alcuna altra fermezza.
    - E' molto duro - disse mia madre - che nella mia stessa casa...
    - La mia casa? - ripeté il signor Murdstone. - Clara!
    - Volevo dire la nostra casa - disse esitante mia madre  evidentemente
    spaventata.  - Spero che tu capisca quello che volevo dire,  Edward...
    E' ben duro che nella tua casa io non possa dire  una  parola  intorno
    alle  questioni  domestiche.  Sono  sicura  che me la cavavo benissimo
    prima che noi ci si sposasse.  Ci sono le prove - disse mia madre  che
    ora singhiozzava.  - Chiedilo a Peggotty se non facevo tutto benissimo
    quando nessuno si metteva di mezzo!
    - Edward!  - disse la  signorina  Murdstone.  -  Finiamola.  Io  parto
    domani.
    -  Jane  Murdstone,  -  l'apostrofò  suo  fratello  -  taci!  Come osi
    insinuare di non conoscere il mio carattere più di quanto lascerebbero
    supporre le tue parole?
    - Di sicuro - disse mia madre dalla sua posizione  sfavorevole  e  con
    molte  lagrime  - di sicuro io non voglio che nessuno vada via.  Sarei
    molto triste e infelice se qualcuno se ne andasse.  Non chiedo  molto.
    Non  sono irragionevole.  Voglio solo venire qualche volta consultata.
    Sono molto riconoscente a tutti quelli che  mi  aiutano,  voglio  solo
    essere consultata qualche volta, per pura formalità. Mi pareva che una
    volta,  Edward,  tu  fossi  contento  di  vedermi  un  po' inesperta e
    infantile...  sono sicura che me l'hai detto...  ma ora sembra che per
    questo incominci a odiarmi, sei talmente severo!
    -  Edward,  -  ripeté  la  signorina  Murdstone - finiamola.  Io parto
    domani.
    - Jane Murdstone! - tuonò il signor Murdstone. - Vuoi tacere? Come osi
    dir questo?
    La signorina Murdstone tolse di prigione il fazzoletto e se  lo  portò
    agli occhi.
    -  Clara!  -  egli  continuò.  - Mi sorprendi!  Mi stupisci!  Sì,  ero
    contento di sposare una persona inesperta e spontanea,  e di  formarle
    il  carattere,  di infondervi una certa misura di quella fermezza e di
    quella risolutezza di cui aveva bisogno.  Ma quando Jane  Murdstone  è
    tanto cortese di venire ad assistermi in questa impresa e assumere per
    amor  mio una posizione alquanto simile a quella di una governante,  e
    quando incontra una meschina ingratitudine...
    - Oh, ti prego, ti prego, Edward, - gridò mia madre - non accusarmi di
    essere ingrata.  Sono sicura che non lo sono.  Nessuno prima di adesso
    l'ha mai detto. Ho molti difetti, ma non questo! Oh, non dirlo, caro!
    - Quando Jane Murdstone - egli riprese dopo avere atteso che mia madre
    tacesse  -  incontra  una meschina ingratitudine,  quel mio sentimento
    diventa di ghiaccio e si altera.
    - Amor mio, non dirlo! - lo implorò supplichevole mia madre.  Oh,  non
    dirlo,  Edward!  Non  resisto se lo dici!  Sarò come dici tu,  ma sono
    affettuosa.  Lo so di essere affettuosa.  Non lo direi se non ne fossi
    sicura.  Chiedilo  a  Peggotty.  Sono  certa  che  ti dirà quanto sono
    affezionata.
    - Clara,  - disse per tutta risposta  il  signor  Murdstone  -  nessun
    semplice  prolungamento  della  debolezza  ha per me alcun peso.  Stai
    sprecando il fiato.
    - Ti prego, restiamo amici - disse mia madre.  - Non potrei vivere tra
    freddezze e scortesie.  Mi rincresce tanto.  Ho moltissimi difetti, lo
    so,  Edward;  e tu sei molto buono a cercare di correggermi con la tua
    forza  d'animo.  Jane,  non  mi oppongo a nulla.  Mi si spezzerebbe il
    cuore se tu pensassi di partire... - Mia madre era troppo commossa per
    riuscire a continuare.
    - Jane Murdstone,  - disse alla sorella il signor  Murdstone  -  spero
    bene  che  fra  di noi le parole aspre siano rare.  Non è colpa mia se
    oggi è accaduta una cosa tanto insolita.  Un'altra persona  mi  vi  ha
    costretto.  Non  è  nemmeno  tua  la colpa.  Ci sei stata costretta da
    altri.  Cerchiamo entrambi  di  dimenticare  l'episodio.  E  poiché  -
    aggiunse  dopo  queste  parole magnanime questa non è una scena adatta
    per un ragazzo, David, va' a letto!
    Non riuscivo quasi a trovare l'uscio per le lagrime che mi  gonfiavano
    gli  occhi,  tanto  mi addolorava l'angoscia di mia madre,  ma uscii a
    tentoni,  e a tentoni salii al  buio  nella  mia  camera  senza  avere
    neppure  il  coraggio  di dare la buona notte a Peggotty,  né di farmi
    dare da lei la candela.  Quando un paio d'ore dopo venne a cercarmi  e
    mi svegliò,  mi disse che mia madre era andata a coricarsi avvilita, e
    che il signore e la signorina Murdstone erano ancora alzati e  stavano
    soli fra loro.
    Il mattino seguente scesi più presto del solito,  e nell'udire la voce
    di mia madre mi  fermai  fuori  dell'uscio  del  salotto:  con  grande
    serietà  e  umiltà  la udii chiedere perdono alla signorina Murdstone;
    costei glielo  concedeva,  e  seguiva  una  perfetta  riconciliazione.
    D'allora  in  poi  non  vidi  mai  mia  madre esprimere un'opinione su
    qualunque  argomento  senza  essersi  prima  rivolta  alla   signorina
    Murdstone,  o  senza  avere  in precedenza appurato con certezza quale
    fosse l'opinione della signorina;  e non ho  mai  visto  la  signorina
    Murdstone  nei  momenti  di  cattivo  umore (la sua malattia abituale)
    avvicinare la mano  alla  borsetta  come  per  compiere  il  gesto  di
    toglierne  le  chiavi  e offrirle a mia madre,  senza che mia madre si
    mostrasse spaventatissima.
    Il colore cupo presente nel sangue dei  Murdstone  oscurava  anche  la
    loro religione,  che era austera e adirata.  Ho pensato in seguito che
    queste caratteristiche erano la diretta conseguenza della fermezza del
    signor Murdstone,  che non  gli  permetteva  di  esentare  alcuno  dal
    massimo peso delle pene più dure per le quali egli riuscisse a trovare
    un  pretesto  qualsiasi.  Comunque fosse,  ricordo benissimo con quale
    espressione lugubre ci recavamo in chiesa,  e com'era cambiata  l'aria
    là dentro.  Ecco un'altra temuta domenica e io mi infilo per primo nel
    vecchio banco, come fossi un prigioniero scortato dai suoi guardiani a
    una funzione di condanna a morte. Ecco la signorina Murdstone in abito
    di velluto nero (che pare ricavato da una coltre mortuaria)  la  quale
    mi  segue  da  vicino;  poi viene mia madre,  e infine suo marito.  La
    Peggotty di un  tempo  non  compare  più.  Ora  ascolto  la  signorina
    Murdstone  che  mastica  le risposte e dà con soddisfazione a tutte le
    parole terribili un'enfasi crudele. Ecco,  la vedo girare intorno alla
    chiesa  gli  occhi  neri  come  se ogni volta che pronuncia la formula
    poveri peccatori, insultasse i componenti dell'intera assemblea. Ecco,
    riesco a gettare qualche occhiata su mia madre che stretta fra  i  due
    muove  timidamente  le  labbra,  mentre  essi  fanno  tra loro botta e
    risposta con un mormorio che è come un lontano rombo di  tuono.  Ecco,
    mi  sorprendo  a chiedermi con improvviso timore se è possibile che il
    nostro buon vecchio pastore abbia torto e abbiano ragione il signore e
    la signorina Murdstone,  e se tutti gli angeli del cielo siano  angeli
    sterminatori. Ecco, se appena muovo un dito o allento un muscolo della
    faccia,  la signorina Murdstone mi dà con il suo libro delle preghiere
    un tale colpo nel fianco da farmi male.
    Sì, ed ecco, mentre ritorniamo a casa, noto che alcuni vicini guardano
    mia madre e me e sussurrano tra loro.  Ecco,  mentre i  tre  procedono
    sottobraccio e io rimango indietro da solo, mi domando se il suo passo
    sia  davvero  meno  leggero  di un tempo e se la sua gaia bellezza sia
    davvero quasi cancellata.  Ecco,  mi domando  se  nessuno  dei  vicini
    ricorda  come io ricordo che allora tornavamo a casa insieme lei e io;
    e stupidamente mi domando tutto  questo  per  quella  intera  e  tetra
    giornata domenicale.
    Avevano  a  volte  parlato di mandarmi a scuola come esterno.  Avevano
    introdotto  l'argomento  il  signore  e  la  signorina  Murdstone,   e
    naturalmente  mia madre s'era detta d'accordo con loro ma non se n'era
    ancora fatto nulla. Intanto mi facevano lezione in casa.
    Potrò mai dimenticare quelle lezioni! Erano nominalmente presiedute da
    mia madre, ma in effetti dal signor Murdstone e dalla sorella, i quali
    erano sempre presenti e le ritenevano altrettante occasioni favorevoli
    per istruire mia madre in quella cosiddetta fermezza che ci avvelenava
    l'esistenza.  Credo che mi tenessero a  casa  appunto  a  tale  scopo.
    Quando  mia  madre  e io si viveva soli,  mi ero dimostrato abbastanza
    pronto nell'apprendere e desideroso di istruirmi.  Riesco a  ricordare
    vagamente di avere appreso sulle sue ginocchia l'alfabeto. Ancor oggi,
    se  osservo  le  grosse  lettere nere dell'alfabeto mi pare che,  come
    allora,  mi colpisca la  singolare  novità  delle  loro  forme,  e  il
    carattere  bonario della O della Q e della S.  E non mi riportano alla
    mente alcun senso di disgusto o di contrarietà. Al contrario,  mi pare
    di  avere  percorso  fino  al  libro  dei coccodrilli un vero sentiero
    fiorito,  rallegrato dalla dolcezza della voce e delle maniere di  mia
    madre.  Ma  le  lezioni  che si sostituirono a quelle mi restano nella
    memoria come  colpi  mortali  alla  mia  pace,  e  tristi  fatiche,  e
    disgrazie  quotidiane.   Erano  lunghissime,  molto  frequenti,  molto
    difficili,   alcune   addirittura   incomprensibili,    quasi   sempre
    sconcertanti,  e  credo  che  anche  la  mia povera mamma ne rimanesse
    confusa.
    Ora voglio ritornare con la memoria a una di quelle mattine.
    Dopo colazione entro nel salottino con libri,  quaderni e  la  piccola
    lavagna.  Mia  madre  è  pronta  per  me  al  suo  scrittoio,  ma  non
    altrettanto pronta e attenta del signor  Murdstone  seduto  nella  sua
    poltrona accanto alla finestra (anche se finge di leggere un libro), o
    della  signorina  Murdstone,  seduta  accanto  a mia madre e intenta a
    infilare perline di acciaio.  La sola vista di quei due opera su di me
    una tale influenza che mi sento subito scivolar via e andarsene non so
    dove tutte le parole che ho tanto faticato per farmi entrare in testa.
    A proposito, dove vanno effettivamente a finire?
    Passo  a mia madre il primo libro,  forse una grammatica o un testo di
    storia o di geografia.  Prima di cederglielo getto un'ultima  occhiata
    disperata sulla pagina,  e comincio a recitarla a voce alta e molto in
    fretta fin che l'ho in  mente.  Inciampo  su  una  parola:  il  signor
    Murdstone  alza  gli  occhi dal libro.  Inciampo su un'altra: alza gli
    occhi la signorina Murdstone. Divento rosso,  m'imbroglio in una mezza
    dozzina di parole e mi fermo. Credo che mia madre, se osasse farlo, mi
    lascerebbe vedere il libro, ma non osa e mormora dolcemente:
    - Oh, Davy, Davy!
    - Ora,  Clara,  - dice il signor Murdstone - sii ferma con il ragazzo.
    Non ripetere, oh, Davy, Davy! E' puerile. O egli sa la lezione,  o non
    la sa.
    -  NON  la  sa!  -  salta  su  a  dire con tono che incute spavento la
    signorina Murdstone.
    - Temo proprio che non la sappia - dice mia madre.
    - E allora,  Clara,  vedi bene - replica la signorina Murdstone -  che
    non devi far altro che ridargli il libro e obbligarlo a impararla.
    - Sì, certo, mia cara Jane, - dice mia madre - ho appunto l'intenzione
    di fare questo. Via, Davy, prova ancora una volta, non essere stupido.
    Ubbidisco  al  primo  dei  due  ordini,  provandomi ancora,  ma non ho
    altrettanto successo rispetto al secondo perché  sono  molto  stupido.
    Inciampo  ancora  prima di raggiungere il punto dove m'ero interrotto,
    un punto che prima non mi aveva presentato  problemi,  e  mi  fermo  a
    pensare.  Ma non riesco a riflettere sulla lezione. Penso quante iarde
    di reticella ci  saranno  volute  per  confezionare  la  cuffia  della
    signorina Murdstone, oppure al prezzo della veste da camera del signor
    Murdstone,  o  ad  altri  ridicoli  problemi  del  genere,  che non mi
    riguardano affatto e con i quali non voglio avere nulla a che fare. Il
    signor Murdstone fa il gesto di impazienza che aspettavo da tempo.  Lo
    stesso  fa  la  signorina  Murdstone.  Mia  madre  li  guarda con aria
    sottomessa,  chiude il libro,  lo mette da parte come un arretrato  da
    sbrigare quando saranno esauriti gli altri compiti.
    Ben  presto vi sarà un mucchio di questi arretrati,  che ingrandisce e
    si gonfia come una valanga. E più cresce,  più io divento stupido.  Il
    caso  è  talmente  disperato  e  provo  una  tale  sensazione di stare
    diguazzando in una palude di insensatezze,  che  rinuncio  affatto  al
    tentativo  di  uscirne  e  mi  abbandono  al  mio destino.  E' davvero
    malinconico lo scoraggiamento con cui, mentre seguito a sbagliare,  ci
    guardiamo  mia madre ed io.  Ma il peggiore effetto di queste infelici
    lezioni avviene  quando  mia  madre  (pensando  che  nessuno  la  stia
    osservando)  cerca  di  suggerirmi  qualche  parola  movendo appena le
    labbra.  In quel preciso istante la signorina Murdstone,  la quale per
    tutto  il  tempo  non ha fatto altro che stare in agguato in attesa di
    quell'evento, dice con la sua voce profonda e ammonitrice:
    - Clara!
    Mia madre trasalisce,  diventa rossa e tenta di sorridere.  Il  signor
    Murdstone  si  alza  dalla  poltrona,  afferra  il libro e me lo getta
    contro,  oppure mi schiaffeggia con quello e mi scaccia  dalla  stanza
    prendendomi per le spalle.
    Anche  quando  la  lezione  è  finita,  il  più  gran male deve ancora
    succedere sotto forma di uno spaventoso calcolo  inventato  per  me  e
    impartitomi  oralmente  dal  signor Murdstone,  che incomincia così: -
    Vado  in  una  salumeria  e  compero  cinquemila  formaggi  doppi   di
    Gloucester  per  quattro  pence  e  mezzo penny l'uno;  conteggiare la
    spesa. - Dopo di che vedo la signorina Murdstone esultare fra sé e sé.
    Io sudo su quei formaggi fino all'ora di pranzo senza alcun  risultato
    né  barlume  di  conclusione,  e allora dopo essermi trasformato in un
    mulatto per tutto il sudiciume della lavagna entratomi nei pori  della
    faccia,  ricevo una fetta di pane perché me la sbrighi con i formaggi,
    e per il resto della serata vengo considerato in disgrazia.
    A tanta distanza di tempo  mi  sembra  che  i  miei  sfortunati  studi
    seguissero  di  solito  questo corso.  Senza la presenza dei Murdstone
    avrei  potuto  ottenere   ottimi   risultati,   ma   l'influenza   che
    esercitavano su di me era come l'incantesimo di un paio di serpenti su
    un  misero  uccellino.  Anche  se  riuscivo  a superare le lezioni del
    mattino con discreto successo non ne guadagnavo molto più del  pranzo,
    perché  la  signorina Murdstone non sopportava mai di vedermi senza un
    compito preciso,  e ogni volta che ero tanto imprudente  da  mostrarmi
    disoccupato,  richiamava su di me l'attenzione del fratello dicendo: -
    Clara,  mia cara,  non vi è nulla di meglio del lavoro...  dai  a  tuo
    figlio  qualche  esercizio da fare - il che sortiva l'effetto di farmi
    intrappolare sull'istante in qualche nuova fatica. Quanto a svaghi con
    altri ragazzi della mia età,  ne  avevo  ben  pochi,  perché  la  cupa
    teologia  dei Murdstone faceva di tutti i bambini un fascio di piccole
    vipere (sebbene un tempo un  bambino  sia  stato  posto  in  mezzo  ai
    discepoli), e sosteneva che si contaminassero l'un l'altro.
    Il risultato naturale di tale trattamento penso che sia continuato per
    circa sei mesi o più, e fu di rendermi scontroso, ottuso e testardo. E
    a  ciò  contribuiva  non  poco  la  sensazione che provavo di rimanere
    sempre più estraniato  e  alienato  da  mia  madre.  Credo  che  sarei
    addirittura incretinito se non fosse stato per una circostanza.
    Ecco:  mio padre aveva lasciato una modesta collezione di libri in una
    stanzetta dell'ultimo piano alla  quale  potevo  accedere  poiché  era
    adiacente  alla mia camera,  e dove nessuno della famiglia si dava mai
    la pena  di  entrare.  Da  quella  benedetta  stanza  uscì  a  tenermi
    compagnia  un glorioso esercito di personaggi quali "Roderick Random",
    "Peregrine Pickle",  "Humphrey Clinker",  "Tom Jones",  "Il Vicario di
    Wakefield",  "Don Chisciotte", "Gil Blas" e "Robinson Crusoe". Tennero
    in vita la mia fantasia e la speranza in qualcosa al di là di luogo  e
    tempo  attuali;  e  quei libri,  insieme alle "Mille e una notte" e ai
    "Racconti fantastici" non mi fecero alcun male,  perché qualunque male
    vi fosse, per me non esisteva dato che non ne sapevo nulla.
    Mi pare anche oggi straordinario come trovassi effettivamente il tempo
    di  leggere tanto pure sgobbando e sbagliando come facevo su argomenti
    ben più faticosi.  Mi pare strano che riuscissi a confortarmi dei miei
    piccoli   dispiaceri   (molto   grandi  per  me)  immedesimandomi  nei
    personaggi da me preferiti,  ma lo facevo davvero,  e  assimilando  il
    signore  e la signorina Murdstone a tutti quelli malvagi,  il che pure
    feci. Per una settimana intera fui "Tom Jones" (un "Tom Jones" bambino
    innocente).  Credo proprio di avere sostenuto l'idea che mi ero  fatta
    di  "Roderick  Random"  per  un mese filato.  Godetti avidamente pochi
    volumi di esplorazioni e di viaggi (non ricordo più quali fossero) che
    stavano su quegli scaffali,  ma per giorni e giorni ricordo  benissimo
    di  essere  andato intorno per il mio settore della casa armato con il
    pezzo  centrale  di   una   vecchia   forma   da   stivali,   perfetta
    personificazione   del  "Capitano  Chissàchi"  della  Marina  militare
    inglese,  in pericolo di venire sopraffatto dai selvaggi  e  deciso  a
    vendere  a  caro  prezzo  la vita.  Il Capitano non perdeva mai la sua
    dignità per il fatto di  essere  schiaffeggiato  con  il  testo  della
    grammatica latina,  io invece sì; ma il Capitano era un Capitano e per
    di più un eroe a dispetto di tutte le grammatiche di tutte  le  lingue
    della terra, morte o vive che fossero.
    Il  mio  unico e costante conforto era questo.  Quando vi ripenso,  mi
    torna sempre alla mente il quadro di una sera d'estate con  i  bambini
    che  giocano  sul  sagrato,  mentre  io  me  ne sto seduto sul letto a
    leggere,  unico mezzo per esistere.  Ogni casa colonica dei  dintorni,
    ogni  pietra della chiesa e ogni palmo di terra del camposanto avevano
    nella mia fantasia un collegamento con quei  libri  e  rappresentavano
    qualche  luogo  reso  famoso  in  essi.  Ho  visto "Tom Pipes" dare la
    scalata al campanile;  ho guardato "Strap" con lo zaino sul dorso  che
    si era fermato per riposare, appoggiato al cancello del cimitero, e so
    per  certo  che  il  "Commodoro  Trunnion"  presiedeva  con il "Signor
    Pickle" quel suo circolo nel salottino della birreria del villaggio.
    Ora il lettore comprenderà non meno di  me  come  fossi  personalmente
    quando  mi  trovai  al  punto  della mia vicenda infantile che sto per
    raggiungere.
    Una mattina, entrando nel salottino con i libri,  trovai mia madre con
    l'aria  ansiosa,   la  signorina  Murdstone  fermissima  e  il  signor
    Murdstone intento a legare qualcosa sulla cima di una canna, una canna
    sottile e pieghevole,  che non appena entrai  finì  di  avvolgere:  la
    brandì e la agitò in aria.
    -  Ti  ripeto,  Clara,  - disse il signor Murdstone - che io pure sono
    stato frustato molte volte.
    - Sicuro; certamente - confermò la signorina Murdstone.
    - Senza dubbio,  mia cara Jane - disse esitante  e  con  dolcezza  mia
    madre. - Ma... ma credi che abbia fatto bene a Edward?
    - Credi che a Edward abbia fatto male, Clara? - chiese con severità il
    signor Murdstone.
    - Ecco il punto - disse sua sorella.
    Mia  madre  si  limitò  a dire: - Senza dubbio,  mia cara Jane - e non
    aggiunse altro.
    Ebbi la paurosa impressione di essere personalmente implicato in  quel
    dialogo e colsi l'occhio del signor Murdstone che si posava su di me.
    - Ecco David,  - disse e notai quel suo lampo di strabismo - oggi devi
    prestare molta più attenzione del solito.  - Intanto tornò a  brandire
    la  canna e l'agitò in aria,  e avendo così terminato i preparativi se
    la posò accanto,  e dopo  un'occhiata  significativa  riprese  il  suo
    libro.
    Era  un  bell'inizio,  ottimo  per  rinfrescarmi  la memoria.  Ebbi la
    sensazione che le parole  della  lezione  mi  scivolassero  via  dalla
    mente,  non a una a una,  o riga per riga, ma una pagina dopo l'altra;
    cercavo di riafferrarle,  ma era come  se,  per  così  dire,  avessero
    infilato ai piedi i pattini e scorressero lontano da me con leggerezza
    inarrestabile.
    Cominciammo male e si proseguì peggio. Mi ero presentato con una certa
    idea  di farmi valere,  ritenendo di essere ben preparato,  ma risultò
    che mi sbagliavo.  Un libro dopo l'altro andò a ingrossare il  mucchio
    dei fallimenti,  mentre la signorina Murdstone non smetteva un momento
    di osservarci con fermezza.  E quando arrivammo infine  ai  cinquemila
    formaggi  (ma quel giorno ricordo che si trattava di verghe) mia madre
    scoppiò in lagrime.
    - Clara! - esclamò la signorina Murdstone con la sua voce ammonitrice.
    - Cara Jane, credo di non sentirmi troppo bene - disse mia madre.
    Vidi il signor Murdstone strizzare solennemente l'occhio in  direzione
    della sorella mentre si alzava, e prendendo la canna diceva:
    - Certo,  Jane, non possiamo davvero attenderci che Clara sopporti con
    grande fermezza le noie e i dispiaceri  che  oggi  David  le  procura.
    Vorrebbe dire per lei essere stoica. Clara si è fatta molto forte ed è
    molto migliorata, ma da lei non ci possiamo attendere tanto. David, tu
    e io andremo di sopra.
    Mentre  mi  conduceva all'uscio,  mia madre ci rincorse.  La signorina
    Murdstone disse: - Clara, sei pazza? - e la trattenne. Allora vidi mia
    madre tapparsi le orecchie e la udii piangere.
    Lento e severo egli mi fece salire nella mia camera (sono  sicuro  che
    si  divertiva nel compiere una formale parata prima di amministrare la
    giustizia) e quando vi entrammo mi afferrò all'improvviso la  testa  e
    la piegò stringendola sotto il braccio.
    - Signore!  Signor Murdstone! - gridai. - No, signore, la prego di non
    picchiarmi!  Cerco di imparare,  ma non ci riesco fin  che  lei  e  la
    signorina Murdstone sono presenti. Non ci riesco davvero!
    -  Davvero  non  ci riesci,  ragazzo mio?  - disse.  - Allora proviamo
    questo.
    Mi stringeva la testa come in una morsa,  ma non  so  come  riuscii  a
    torcermi  e  liberarmi,  per un momento lo fermai supplicandolo di non
    picchiarmi.  Ma lo fermai solo per poco,  perché subito mi  colpì  con
    forza;  nello  stesso  istante  afferrai  con  i  denti la mano che mi
    stringeva e la morsi a sangue. Rabbrividisco ancor oggi a ricordarlo.
    Allora egli mi staffilò come se volesse battermi a morte.  Al di sopra
    di tutto il frastuono che facevamo noi, udii suono di passi e di grida
    sulle  scale...  udii  gridare  mia  madre...  e  Peggotty.  Poi  egli
    scomparve e l'uscio venne  chiuso  a  chiave  dall'esterno;  rimasi  a
    terra,  acceso e febbricitante,  ferito e ammaccato,  abbandonato alla
    furia della mia infantile disperazione.
    Ricordo benissimo,  appena mi calmai,  quale  strano  silenzio  pareva
    regnasse  in  tutta  la  casa!  Come  ricordo  bene  che non appena si
    raffreddarono in me il  bruciore  e  la  collera  cominciai  ad  avere
    coscienza della mia malvagità.
    Rimasi  a lungo immobile,  tendendo l'orecchio,  ma non coglievo alcun
    suono. Con fatica mi rimisi in piedi, e quasi mi spaventai nel vedermi
    allo specchio il viso  gonfio,  rosso,  orribile.  Ero  intorpidito  e
    dolorante  per  i lividi,  tornavo a piangere se appena mi movevo;  ma
    questo non era nulla in paragone al senso di colpa  che  sentivo.  Oso
    dire che mi pesava più che se fossi stato il peggiore dei criminali.
    Cominciava  a  farsi  buio e avevo chiuso la finestra (ero stato quasi
    sempre accoccolato con  la  testa  posata  sul  davanzale,  a  momenti
    piangendo,  o mezzo assopito,  o guardando fuori con grande tristezza)
    quando la chiave girò nella toppa ed entrò la signorina Murdstone  con
    pane, carne e del latte. Posò ogni cosa sul tavolino senza pronunciare
    una sola parola,  sempre fissandomi con esemplare fermezza,  poi se ne
    andò, richiudendo a chiave l'uscio.
    Si era fatta notte ormai, e stavo ancora là a chiedermi se non sarebbe
    venuto qualcuno.  Quando ciò mi parve ormai improbabile,  mi svestii e
    andai  a letto,  e allora cominciai,  tutto impaurito,  ad almanaccare
    intorno a che cosa avrebbero fatto di me: era un atto criminale quello
    che  avevo  commesso?  Mi  avrebbero  fatto  arrestare  e  mettere  in
    prigione?  Vi  era  forse  anche il pericolo che mi condannassero alla
    forca?
    Non dimenticherò mai il risveglio del mattino seguente,  e  come  dopo
    essermi  sentito  in un primo momento lieto e sereno,  subito dopo fui
    oppresso dall'angoscioso peso del  rimorso.  Ricomparve  la  signorina
    Murdstone  prima  che  mi  fossi  alzato,  e  con  un minimo di parole
    indispensabile mi disse che ero libero di scendere  a  passeggiare  in
    giardino per non più di mezz'ora;  se ne andò lasciando aperto l'uscio
    per darmi la possibilità di servirmi del permesso.
    Così feci,  come poi ogni giorno della mia prigionia che  durò  cinque
    giorni.  Se avessi potuto vedere mia madre e restare solo con lei,  le
    avrei chiesto perdono in ginocchio, ma per tutto quel periodo non vidi
    altri che la signorina Murdstone,  salvo nel momento  della  preghiera
    serale,  alla  quale  venivo scortato dalla stessa signorina Murdstone
    dopo che tutti avevano già preso posto,  mentre io,  giovane  bandito,
    venivo  lasciato  tutto  solo  accanto  all'uscio,   da  dove  la  mia
    carceriera  mi  faceva  solennemente  scomparire  prima   che   alcuno
    lasciasse  l'atteggiamento devoto.  Notai soltanto che mia madre stava
    il più possibile lontana da me ed era girata in modo che non  le  vidi
    mai  il viso,  mi accorsi anche che il signor Murdstone aveva una mano
    vistosamente avvolta in una larga benda di tela.
    Non sarò mai capace di precisare quanto durarono per  me  quei  cinque
    giorni.  Nel ricordo hanno la durata di altrettanti anni. Il modo come
    tendevo l'orecchio per cogliere tutti  i  rumori  della  casa  che  mi
    potevano giungere; il suono dei campanelli, gli usci che si aprivano e
    si  richiudevano,  il mormorio delle voci,  i passi sulle scale,  ogni
    risata,  e il  fischiettare  o  cantare  all'esterno,  che  nella  mia
    solitudine  e  infelicità  trovavo  più  che  mai  tristi,   l'incerto
    trascorrere delle ore specialmente la sera tardi,  quando  mi  destavo
    credendo  che  fosse mattina,  e scoprivo che la gente di casa non era
    ancora andata a coricarsi,  e  che  dovevano  ancora  incominciare  le
    lunghe ore della notte... i sogni paurosi e gli incubi che avevo... il
    ritorno  del  giorno,  mezzodì,  pomeriggio,  sera,  quando  i bambini
    giocavano sul sagrato,  e io li osservavo  ritirandomi  lontano  dalla
    finestra  nel timore si accorgessero che ero tenuto prigioniero...  la
    strana sensazione  di  non  udire  mai  la  mia  voce...  i  fuggevoli
    intervalli  di qualcosa che rassomigliava alla letizia nel momento del
    mangiare e del bere, e che subito scompariva;  la pioggia che una sera
    prese a cadere diffondendo un odore di frescura,  e si fece sempre più
    fitta fra me e la chiesa fino a  che  il  calare  della  notte  vi  si
    aggiunse  come  per  sommergermi nel buio,  nella paura e nel rimorso:
    tutto questo è come se fosse durato anni in luogo di giorni,  tanto mi
    si è vivamente impresso nella memoria in maniera incancellabile.
    L'ultima  notte della mia prigionia mi ridestai nell'udire bisbigliare
    il mio nome.  Balzai a sedere sul letto e dissi allargando le  braccia
    nel buio:
    - Sei tu, Peggotty?
    Non seguì alcuna risposta immediata, ma poco dopo tornai a distinguere
    il  mio  nome,  pronunciato  con  tono così misterioso e impaurito che
    sarei probabilmente svenuto per la paura se non  mi  fosse  venuto  in
    mente che la voce doveva venire dal buco della serratura.
    Andai  a  tentoni  all'uscio  e,  avvicinate  le  labbra  al battente,
    mormorai:
    - Sei tu, cara Peggotty?
    - Sì, mio carissimo Davy,  - rispose - fa' piano come un topolino,  se
    no ci sente il gatto.
    Capii  che  intendeva  la  signorina  Murdstone,  e  il  pericolo  che
    correvamo, dato che la sua camera era vicina alla mia.
    - Come sta la mamma, cara Peggotty? E' molto in collera con me?
    Sentii Peggotty piangere sottovoce dall'altra parte  dell'uscio,  come
    facevo io dalla mia parte, prima che mi rispondesse: - No. Non tanto.
    - Che cosa succederà di me, Peggotty cara? Lo sai?
    - Collegio.  Vicino a Londra - fu la risposta di Peggotty,  ma dovetti
    fargliela ripetere perché la prima volta mi era  entrata  direttamente
    in  gola,  avendo  io dimenticato di staccare dalla toppa la bocca per
    applicarvi l'orecchio,  e sebbene le parole mi avessero fatto un  gran
    solletico, non ero riuscito a coglierne altro che il suono.
    - Quando, Peggotty?
    - Domani.
    - Per questo la signorina Murdstone ha tolto le mie cose dai cassetti?
    - (avevo dimenticato di accennare a questo particolare).
    - Sì - disse Peggotty. - Baule.
    - Non vedrò la mamma.
    - Sì - disse Peggotty. - Mattina.
    Poi  Peggotty  incollò  addirittura la bocca al buco della serratura e
    pronunciò le parole con più affetto e intensità credo,  di quanto  una
    toppa  di  chiave  abbia  mai  avuto  l'occasione  di lasciar passare,
    sparando ogni breve frase come una piccola esplosione a sé.
    - Davy, carissimo. Se non sono stata proprio affettuosa con te. Questo
    ultimo tempo come ero prima. Non è perché non ti voglio bene.  Proprio
    come  prima  e  anche  di più,  tesoro mio.  Perché ho pensato che era
    meglio per te.  E  anche  per  un'altra  persona.  Davy,  angelo  mio,
    ascolti? Mi senti?
    - Sì... sì, Peggotty! - singhiozzai.
    -  Tesoro!  -  disse  Peggotty con una compassione infinita.  - Questo
    voglio dire.  Che tu non devi  mai  dimenticarmi.  Perché  io  non  ti
    dimenticherò  mai.  E avrò cura della tua mamma,  Dave.  Come ho avuto
    cura di te.  E non  l'abbandono.  Chissà  se  un  giorno  sarà  ancora
    contenta.  Di appoggiarsi ancora al braccio.  Della sua povera stupida
    vecchia sgarbata Peggotty. E io ti scriverò,  carissimo.  Anche se non
    ho studiato.  E io... io... - Non potendo baciarmi, Peggotty si mise a
    baciare il buco della serratura.
    - Grazie, Peggotty, cara! - dissi. - Grazie!  Grazie!  Mi prometti una
    cosa, Peggotty? Ti prego, scrivi una lettera e di' al signor Peggotty,
    e  alla  piccola  Emily  e  alla signora Gummidge e a Ham che non sono
    cattivo come potrebbero credere,  e che mando  a  tutti  loro  il  mio
    affetto... glielo scriverai, per favore, Peggotty?
    La mia buona Peggotty promise, e tutti e due baciammo con trasporto il
    buco  della  serratura,  io  ricordo  anche di averlo accarezzato come
    fosse il viso onesto di lei, e poi ci separammo. E quella notte nacque
    nel  mio  cuore  per  Peggotty  un  sentimento  che  non  so  definire
    esattamente.  Non  si  sostituì a mia madre,  nessuno l'avrebbe potuto
    fare,  ma venne a occupare nel mio cuore un vuoto  che  le  si  chiuse
    intorno,  e  io provai verso di lei un sentimento che non ho mai avuto
    verso nessun altro essere umano.  Era anche un tipo di affetto un  po'
    comico;  e  tuttavia  se  fosse morta non so immaginare che cosa avrei
    fatto,  né come avrei sopportato la tragedia che per me  quella  morte
    avrebbe rappresentato.
    Al mattino fece come al solito la sua comparsa la signorina Murdstone,
    e  mi disse che sarei andato in collegio,  il che non mi era del tutto
    nuovo come poteva supporre.  Mi informò pure che appena vestito  sarei
    dovuto  scendere  per fare colazione in salotto.  Vi trovai mia madre,
    pallida e con gli occhi arrossati;  mi gettai fra le sue braccia e dal
    fondo della mia anima ferita le chiesi perdono.
    - Oh,  Davy! - disse. - Pensare che tu abbia potuto fare del male alla
    persona che amo! Cerca di migliorare, diventa più buono, ti prego!  Ti
    perdono. Ti perdono, Davy, ma mi addolora tanto che tu abbia nel cuore
    delle passioni tanto cattive!
    L'avevano convinta che io fossi malvagio,  e questo la rattristava più
    della mia partenza. Era uno strazio per me. Cercai di consumare la mia
    ultima colazione,  ma le lagrime mi  cadevano  sul  pane  imburrato  e
    gocciolavano  dentro il tè.  Notai che a volte mia madre mi guardava e
    subito lanciava  un'occhiata  alla  signorina  Murdstone,  presente  e
    vigile, e poi abbassava gli occhi, o guardava lontano.
    -  Presto,  il baule del signorino Copperfield!  - ordinò la signorina
    Murdstone non appena si udì il rumore di ruote al cancello.
    Speravo di vedere Peggotty,  ma  non  la  vidi  e  nemmeno  il  signor
    Murdstone  si  fece  vivo.  Alla  porta  vi  era un vecchio amico,  il
    corriere; il baule venne portato fuori e messo nel suo carro.
    - Clara! - disse la signorina Murdstone con tono di avvertimento.
    - Eccomi, mia cara Jane! - le rispose mia madre.  - Addio Davy.  Te ne
    vai  per  il tuo bene.  Addio,  bambino mio.  Tornerai per le vacanze,
    sarai diventato più buono.
    - Clara! - tornò ad ammonire la signorina Murdstone.
    - Subito, mia cara Jane, - disse mia madre, che mi teneva abbracciato.
    - Io ti perdono, bambino mio caro. Dio ti benedica!
    - Clara! - disse ancora la signorina Murdstone.
    La signorina Murdstone ebbe la bontà di accompagnarmi fino  al  carro,
    ed  ebbe  il tempo di dirmi che sperava mi sarei pentito prima di fare
    una brutta fine. Poi salii e l'indolente cavallo partì.











    5 - MI MANDANO LONTANO DA CASA.
    Avevamo coperto forse mezzo miglio,  e il mio fazzoletto era già tutto
    inzuppato, quando il corriere a un tratto si fermò.
    Guardandomi intorno per capire il motivo della fermata, con mio grande
    stupore  vidi  Peggotty  sbucare da una siepe e saltare sul carro.  Mi
    prese tra le braccia e mi strinse tanto forte contro  le  stecche  del
    suo busto da schiacciarmi il naso fino a farmi male,  sebbene a questo
    pensassi solo più tardi quando mi accorsi che era  molto  indolenzito.
    Peggotty  non  disse  una sola parola.  Sciogliendo un braccio,  se lo
    ficcò in tasca fino al gomito e ne tolse dei sacchetti pieni di  dolci
    di cui mi riempì le tasche,  e un portamonete che mi mise in mano,  ma
    senza mai dire una parola.  Infine dopo avermi stretto un'ultima volta
    tra le braccia saltò giù dal carro e corse via;  e credo anche adesso,
    come ho sempre creduto,  che non avesse più  nemmeno  un  bottone  sul
    dorso dell'abito. Dei parecchi che erano saltati via ne raccattai uno,
    e lo conservai a lungo come prezioso ricordo.
    Il corriere mi guardò come per chiedermi se sarebbe tornata. Scossi la
    testa,  dissi che pensavo di no.  - Allora su!  - disse il corriere al
    cavallo indolente, che ubbidì e si mosse.
    Ormai avevo pianto tutte le lagrime a mia disposizione e  cominciai  a
    pensare  che non servisse a nulla piangere ancora,  tanto più che,  da
    quanto ricordavo,  né "Roderick  Random",  né  quel  "Capitano"  della
    Marina  Militare  Britannica  avevano mai pianto nemmeno in situazioni
    difficili.  Vedendomi così deciso,  il corriere  suggerì  che  il  mio
    fazzoletto  venisse  steso  ad  asciugare  sul  dorso del cavallo.  Lo
    ringraziai e accettai la proposta;  devo dire che data la posizione il
    fazzoletto pareva straordinariamente piccolo.
    Ora  potevo  esaminare  con comodo il portamonete: era di cuoio rigido
    con la chiusura a scatto e vi  erano  tre  scellini  lucidissimi,  che
    certo  Peggotty  aveva  lustrati  con  la polvere di gesso per mia più
    grande soddisfazione.  Ma la cosa più preziosa erano due mezze  corone
    avvolte  in un pezzo di carta sul quale mia madre aveva scritto di suo
    pugno: - Per Davy.  Con Amore.  Ne fui tanto commosso  che  pregai  il
    corriere  di  avere  la  bontà di ridarmi il fazzoletto,  ma disse che
    pensava avrei fatto meglio a non usarlo;  mi parve che avesse ragione,
    perciò  mi  asciugai gli occhi con i risvolti delle maniche e smisi di
    piangere.
    Riuscii davvero a dominarmi, sebbene per effetto del tanto piangere mi
    sentissi di tanto in tanto scosso da un singhiozzo violento.
    Procedemmo così traballando  per  un  po'  di  tempo,  poi  chiesi  al
    corriere se avrebbe fatto lui tutto il viaggio.
    - Tutto il viaggio dove? - replicò il corriere.
    - Là - dissi.
    - Dove è là? - domandò.
    - Vicino a Londra - risposi.
    -  Ecco  -  disse il corriere - questo cavallo - e agitò le redini per
    indicarlo meglio - sarebbe più morto di un quarto di maiale  prima  di
    arrivare nemmeno a metà strada.
    - Allora lei va soltanto a Yarmouth? - chiesi.
    -  Proprio  così.  E poi la porterò alla diligenza,  e la diligenza la
    porterà... dove deve andare.
    Siccome questo era stato un lungo discorso da parte del  corriere  (il
    cui  nome  era Barkis),  essendo egli,  come ho già fatto notare in un
    capitolo precedente,  di temperamento flemmatico e per  nulla  portato
    alla conversazione,  in segno di gratitudine gli offersi un dolce, che
    egli inghiottì di colpo,  precisamente come un elefante e senza che il
    suo  faccione  subisse  la  minima  alterazione  proprio  come sarebbe
    accaduto ad un elefante.
    - Li ha fatti lei, eh? - disse il signor Barkis,  sempre spinto avanti
    in quella sua maniera goffa,  con i piedi appoggiati alla predella del
    carro e un gomito su ciascun ginocchio.
    - Vuol dire Peggotty, signore?
    - Ah! - esclamò il signor Barkis. - Lei.
    - Sì. Ci fa lei tutti i dolci, e anche cucina per noi.
    - Ah, così? - disse il signor Barkis.
    Strinse le labbra come se volesse fischiare, ma non fischiò.  Rimase a
    fissare  le  orecchie  del  cavallo come se vi avesse scoperto qualche
    novità, e per un bel po' di tempo non aperse bocca. Poi disse:
    - Niente di tenero, eh?
    - Vuol dire focacce tenere,  signor Barkis?  - Pensai che  desiderasse
    mangiare un altro boccone e che ne avesse così indicato con precisione
    la qualità.
    - Amori - disse il signor Barkis. - Innamorati. Va fuori con nessuno?
    - Peggotty?
    - Ah! - disse. - Lei.
    - Oh, no. Non ha mai avuto un innamorato.
    - Proprio no, eh? - disse il signor Barkis.
    Tornò  a  stringere  le  labbra per fischiare,  ma non fischiò nemmeno
    questa volta e rimase a fissare le orecchie del cavallo.
    - Allora lei fa le torte di mele - disse il signor Barkis dopo avere a
    lungo riflettuto - e tutta la cucina, eh?
    Gli risposi che le cose stavano precisamente così.
    - Bene. Senta un po' - disse il signor Barkis: - Forse le scriverà?
    - Le scriverò senz'altro - risposi.
    - Ah! - disse, girando lentamente gli occhi verso di me. - Bene! Se le
    scrive forse ricorderà di dirle che Barkis è disposto; vuole?
    - Dirò che Barkis è disposto - ripetei innocentemente.  - Tutto qui il
    messaggio?
    - Sì... - disse mettendosi a riflettere. - Sì. Barkis è disposto.
    -  Ma  lei,  signor  Barkis,  domani  tornerà  a  Blunderstone - dissi
    esitante all'idea che allora io ne sarei  ben  lontano  -  e  potrebbe
    darglielo lei molto meglio il suo messaggio.
    Respinse  tuttavia  il suggerimento scotendo appena la testa,  tornò a
    confermare la precedente richiesta dicendo  con  profonda  gravità:  -
    Barkis è disposto.  Ecco il messaggio - e io mi affrettai a promettere
    che l'avrei trasmesso.  Mentre quel pomeriggio stesso  ero  in  attesa
    della  diligenza  nella locanda di Yarmouth,  mi procurai un foglio di
    carta e un calamaio, e indirizzai a Peggotty il seguente scritto: "Mia
    cara Peggotty,  sono qui sano e salvo.  Barkis è disposto.  Baci  alla
    mamma.  Il tuo affezionatissimo.  P.S. Dice che ci tiene molto a farti
    sapere che "Barkis è disposto"".
    Dopo che mi fui impegnato a eseguire nel futuro quella commissione, il
    signor Barkis ricadde in un silenzio totale,  e io,  esausto per tutto
    ciò  che mi era di recente accaduto,  mi sdraiai su un sacco che stava
    sul carro e mi addormentai. Dormii profondamente fino a Yarmouth;  dal
    cortile  della  locanda  in  cui  entrammo la città mi parve del tutto
    ignota e così strana da farmi subito abbandonare la vaga speranza  che
    avevo  di  incontrarvi  qualcuno  della  famiglia del signor Peggotty,
    forse addirittura la stessa piccola Emily in persona.
    Nel cortile si trovava la diligenza,  tutta bene lucidata,  ma  ancora
    senza i cavalli,  e in quelle condizioni niente pareva più improbabile
    della sua partenza per  Londra.  Stavo  riflettendo  su  questo  e  mi
    domandavo  che cosa sarebbe capitato al mio baule che il signor Barkis
    aveva posato a terra nel cortile di fianco al palo dell'insegna  (dopo
    avere  fatto  il  giro del cortile per voltare il carro),  e anche che
    cosa sarebbe alla fine capitato a me, quando una signora si affacciò a
    una finestra sporgente da cui penzolavano dei polli  e  dei  pezzi  di
    carne, e disse:
    - E' lei il signorino che viene da Blunderstone?
    - Sì, signora - le risposi.
    - Il nome? - s'informò la donna.
    - Sono Copperfield, signora - dissi.
    - Non è questo - replicò la signora. - Il pranzo non è stato pagato in
    anticipo a questo nome.
    - Il nome è forse Murdstone, signora? - chiesi.
    -  Se lei è il signorino Murdstone,  - disse la signora - perché tanto
    per cominciare viene a dare un altro nome?
    Le spiegai come stavano le cose,  dopo di che  sonò  un  campanello  e
    chiamò: - William,  apri la sala! - Al che un cameriere accorse da una
    cucina che si apriva sul lato  opposto  del  cortile,  e  parve  molto
    stupito di dover introdurre solo me.
    La  sala  era  molto vasta,  con alcune carte geografiche alle pareti.
    Dubito che mi sarei sentito  più  sperduto  se  quei  paesi  stranieri
    fossero stati veri,  e io mi trovassi là in mezzo. Avevo l'impressione
    di essere indiscreto quando con il berretto  in  mano  sedetti  su  un
    angolo  della  sedia  più  vicina alla porta;  quando poi il cameriere
    distese una tovaglia proprio per me e vi posò piatti e posate per  me,
    credo di essere diventato tutto rosso tanto mi sentivo intimidito.
    Portò  delle  costolette  con verdura,  e scoperse il piatto con tanta
    energia che temetti di averlo in qualche modo  offeso.  Ma  provai  un
    grandissimo  sollievo  quando  avvicinò  alla tavola una seggiola e mi
    disse molto affabilmente: - Su, gigante, all'opera!
    Lo ringraziai e presi posto, ma trovai che mi era difficile maneggiare
    coltello e forchetta con un minimo  di  destrezza,  o  tralasciare  di
    farmi  schizzare  addosso  l'intingolo,  mentre  lui mi stava ritto di
    fronte a fissarmi con tale intensità da farmi terribilmente  arrossire
    ogni volta che incrociavo il suo sguardo.  Dopo avermi visto consumare
    la seconda costoletta, disse:
    - Per lei c'è anche una mezza pinta di birra. La vuole adesso?
    Lo ringraziai e risposi di sì,  e allora me la versò da un boccale  in
    un alto bicchiere che sollevò contro la luce per ammirarne il colore.
    - Occhio! - disse. - Pare molta, no?
    - Sì,  pare che sia un bel po' - gli risposi con un sorriso perché ero
    felice di trovarlo così cordiale. Teneva gli occhi socchiusi, aveva la
    faccia coperta di foruncoletti e i capelli ritti sulla testa, e mentre
    stava con una mano sul fianco,  tenendo  nell'altra  il  bicchiere  di
    birra per vederlo contro luce, aveva l'aria molto gioviale.
    -  Ieri  è venuto qui un signore - disse - un signore grasso e grosso,
    di nome Topsawyer... forse lo conosce?
    - No, - dissi - non credo di conoscerlo.
    - In calzoni corti e  ghette,  il  cappello  a  falde  larghe,  giubba
    grigia, cravattone a palline - disse il cameriere.
    - No, - ripetei timidamente - non ho il piacere...
    -  E'  venuto  qui  dentro  -  disse  il cameriere,  guardando la luce
    attraverso il bicchiere - e ordinò un bicchiere di questa birra...  la
    volle assolutamente...  lo consigliai di no... la bevve e cadde morto.
    Per lui era troppo vecchia.  Non dovrebbe  essere  spillata,  ecco  il
    fatto.
    Rimasi  molto scosso nell'apprendere quel triste incidente e dissi che
    avrei preferito bere dell'acqua.
    - Ecco, vede - disse il cameriere, sempre guardando la luce attraverso
    il bicchiere con un occhio e tenendo l'altro chiuso la  gente  di  qui
    non  gradisce che si lasci la roba ordinata.  Si offendono.  Ma se lei
    vuole, la bevo io. Ci sono abituato, e l'abitudine è tutto.  Non credo
    che  mi  farà male,  se getto indietro la testa e mando giù in fretta.
    Vuole?
    Gli risposi che gli sarei stato molto grato se pensava di  poter  bere
    quella  birra  senza pericolo,  altrimenti no,  assolutamente.  Quando
    gettò indietro la testa e bevve d'un fiato,  confesso di avere provato
    una  orribile  paura  di vederlo seguire la sorte del compianto signor
    Topsawyer,  e piombare senza vita sul pavimento.  Ma non ne ebbe alcun
    danno. Anzi mi parve che fosse diventato più vivace.
    -  Che  cosa  abbiamo  qui?  -  disse,  infilando  nel  mio piatto una
    forchetta. - Non costolette?
    - Costolette - dissi.
    - Che Dio mi benedica! - esclamò. - Non sapevo che fossero costolette.
    Ma sì,  una costoletta è proprio la cosa che ci vuole per cancellare i
    cattivi effetti di quella birra. Non è una bella fortuna?
    Così  prese  una  costoletta per l'osso con una mano e con l'altra una
    patata e le mangiò di ottimo appetito con mia  immensa  soddisfazione.
    Poi  prese  un'altra  costoletta  e  un'altra  patata,  e  dopo queste
    un'altra costoletta e un'altra patata.  Quando ebbe finito mi portò un
    budino  e dopo avermelo messo davanti sembrò rimuginare distrattamente
    per qualche momento.
    - Com'è il pasticcio? - chiese riscotendosi.
    - E' un budino - risposi.
    - Un budino! - esclamò. - Che Dio mi benedica se non è vero!  Ma come!
    -  e  lo  scrutò  da vicino.  - Non mi dirà che si tratta di un budino
    all'uovo?
    - Sì, proprio così.
    - Ma il budino all'uovo - disse afferrando un cucchiaio - è quello che
    preferisco! Non è una bella fortuna?  Avanti,  piccolo,  e vediamo chi
    riesce a mangiarne di più.
    Fu  certo  il  cameriere  a mangiarne di più.  Varie volte mi incitò a
    darmi da fare per vincere,  ma con il  suo  cucchiaio  contro  il  mio
    cucchiaino,  la sua velocità contro la mia e il suo appetito contro il
    mio,  fin dal primo boccone rimasi molto indietro e senza  possibilità
    di  gareggiare.  Credo  di  non  avere  visto nessuno gustare tanto un
    budino,  e quando era tutto  scomparso  rise  come  se  per  lui  quel
    godimento durasse ancora.
    Vedendo che era così cordiale e di buona compagnia,  fu allora che gli
    chiesi penna, inchiostro e carta per scrivere a Peggotty.  Non solo mi
    accontentò immediatamente,  ma ebbe anche la bontà di stare a guardare
    che cosa scrivevo nella lettera.  Quando ebbi finito,  mi chiese  dove
    andassi in collegio.
    Risposi: - Vicino a Londra - perché non sapevo altro.
    -  O  povera la mia testa!  - disse con aria molto malinconica.  Me ne
    rincresce moltissimo.
    - Perché? - gli domandai.
    - Oh,  Signore!  - disse,  scotendo la testa - proprio la scuola  dove
    ruppero  le  costole a quel ragazzo...  due costole...  era un ragazzo
    piccolo.  Direi che avesse...  vediamo un po'...  lei press'a poco che
    età ha?
    Gli dissi che ero tra gli otto e i nove anni.
    -  Precisamente l'età di quello - disse.  - Aveva otto anni e sei mesi
    quando gli ruppero la prima costola;  otto anni e otto mesi quando gli
    ruppero la seconda, e fu la sua fine.
    Non  potei  nascondere  a me stesso né al cameriere che si trattava di
    una coincidenza spiacevole  e  chiesi  come  fosse  avvenuto.  La  sua
    risposta  non  era  fatta  per  confortarmi  perché  consisteva in due
    lugubri parole: - A frustate.
    Il suono del corno della diligenza venne a proposito,  mi alzai e  tra
    l'orgoglio  e  la  diffidenza  che mi dava il possedere un portamonete
    (che intanto mi trassi di tasca), chiesi esitante se vi fosse nulla da
    pagare.
    - Vi è il foglio di carta da lettere - rispose.  - Ha mai comperato un
    foglio di carta da lettere?
    Non ricordavo di averne mai fatto acquisto.
    -  E'  cara,  -  disse  -  a causa del dazio: tre pence.  Ecco come ci
    tassano  in  questo  paese.  Nient'altro,  salvo  il  cameriere.   Per
    l'inchiostro niente. Sarò io a rimetterci!
    -  Che  cosa  deve...  che cosa devo...  quanto dovrei...  per favore,
    quanto sarebbe giusto dare al cameriere? - balbettai arrossendo.
    - Se non avessi una famiglia, e se la mia famiglia non fosse malata di
    vaiolo,  - disse il cameriere - accetterei sei pence.  Se non  dovessi
    mantenere  un  vecchio padre e una bella sorellina - a questo punto il
    cameriere parve molto agitato  non vorrei un soldo. Se avessi un posto
    buono e qui mi trattassero bene,  la pregherei di accettare un piccolo
    dono   invece  di  prenderlo.   Ma  vivo  di  avanzi...   dormo  nella
    carbonaia... - qui il cameriere scoppiò in lagrime.
    Ero molto commosso per le sue sventure,  compresi che  se  gli  avessi
    dato  meno  di  nove  pence  avrei  dimostrato cattiveria e durezza di
    cuore,  quindi gli diedi una delle  mie  tre  lucenti  monete  da  uno
    scellino,  che  egli  ricevette  con molta deferenza e gratitudine,  e
    subito dopo fece girare sul  pollice  per  accertarsi  che  non  fosse
    falsa.
    Rimasi  un  po'  turbato  scoprendo,  mentre  mi  aiutavano  a  salire
    sull'imperiale della diligenza,  che si credeva avessi consumato tutto
    quel  cibo  senza  alcun  aiuto.  Lo  seppi  sentendo  che  la signora
    affacciata alla finestra  sporgente  diceva  al  postiglione:  -  Sta'
    attento a quel ragazzo,  George,  che non scoppi!  - e notando come le
    domestiche uscivano per guardarmi,  e ridacchiavano come se  fossi  un
    giovane  fenomeno.  Il  mio  infelice amico cameriere,  già tornato di
    buonissimo umore,  non parve affatto turbato da ciò,  anzi si unì alla
    ammirazione generale senza mostrare la minima confusione.
    Se  avessi  avuto  qualche dubbio sul suo conto,  ciò l'avrebbe potuto
    confermare,  ma tendo a credere che per la  semplicità  fiduciosa  del
    fanciullo che ero, e la naturale confidenza di chi è molto giovane per
    chi   ha   più   anni   (qualità   che  purtroppo  ogni  bambino  deve
    prematuramente  perdere  in  cambio  della  mondana  saggezza),  tutto
    sommato, non diffidassi molto di lui nemmeno allora.
    Devo  però ammettere che mi riuscì penoso essere,  senza alcun motivo,
    oggetto di scherzi tra il conducente  e  il  postiglione  a  proposito
    della diligenza più pesante del normale, e che sarebbe stato meglio io
    viaggiassi in un furgone. La storia del mio ipotetico appetito prese a
    circolare  tra  gli  altri viaggiatori dell'imperiale e anche per essi
    divenne fonte di ilarità.  Mi chiesero se  in  collegio  avrei  dovuto
    pagare la retta doppia o tripla, e se mi avrebbero accettato a opera o
    a  ora,  rivolgendomi  altre  facete  domande di questo genere.  Ma il
    peggio fu che sapevo bene quanto mi sarei vergognato di mangiare nulla
    quando si fosse presentata l'occasione e che,  dopo  il  mio  desinare
    piuttosto  leggero,  sarei  rimasto  per tutta la notte con la fame...
    dato pure che nella fretta avevo dimenticato i dolci alla  locanda.  I
    miei timori si avverarono. Quando ci fermammo per la cena, non ebbi il
    coraggio  di ordinare nulla,  sebbene ne avessi un gran desiderio,  ma
    rimasi seduto accanto al fuoco  e  dissi  che  non  avevo  bisogno  di
    niente.  Il  che  non mi salvò tuttavia da altre canzonature,  anzi un
    signore con voce rauca e la faccia  rozza,  che  per  quasi  tutto  il
    viaggio  non  aveva  smesso  di  mangiare  panini  che  pescava da una
    scatola,  salvo quando beveva da una bottiglia,  disse che ero come un
    serpente boa,  il quale in un solo pasto mangia tanto che gli duri per
    un pezzo;  dopo di che si prese una  eruzione  della  pelle  per  aver
    mangiato troppo manzo bollito.
    Eravamo partiti da Yarmouth alle tre del pomeriggio e saremmo arrivati
    a  Londra  verso  le  otto  del  mattino  seguente.  Si  era nel mezzo
    dell'estate e la serata  era  deliziosa.  Quando  si  attraversava  un
    villaggio,  mi  figuravo  come  fosse  l'interno delle case e che cosa
    stesse facendo la gente;  e quando i  ragazzi  correvano  dietro  alla
    diligenza, si aggrappavano e per un po' si dondolavano, mi chiedevo se
    il  loro  padre fosse in vita e se in casa erano felici.  Avevo perciò
    ampia materia di riflessione,  oltre al congetturare di  continuo  sul
    tipo  di  luogo verso cui ero diretto...  ed erano idee tutt'altro che
    confortanti.  Ricordo che a volte ripiegavo sul pensiero di casa mia e
    di  Peggotty,  e in maniera cieca e confusa cercavo di riportarmi alla
    mente quali fossero i miei sentimenti e che ragazzo ero stato prima di
    mordere il signor Murdstone, ma non ci riuscivo affatto,  mi pareva di
    avergli morso la mano in un tempo remotissimo.
    La  notte  non  fu  piacevole quanto la sera perché l'aria s'era fatta
    fredda;  stavo seduto fra due uomini (quello con la faccia rozza e  un
    altro),  dove  mi  avevano  messo  perché non fossi sbalzato giù dalla
    diligenza, e dondolando quando prendevano sonno quasi mi schiacciavano
    immobilizzandomi del tutto.  A momenti mi strizzavano talmente che non
    potevo  tralasciare  di  gridare:  -  Oh,  per favore...  - il che non
    gradivano affatto perché li ridestava.  Di  fronte  a  me  sedeva  una
    signora  anziana  con  un ampio mantello di pelliccia che la avvolgeva
    così bene da farla sembrare una balla  di  paglia  piuttosto  che  una
    donna.  Questa  signora aveva con sé un canestro e per parecchio tempo
    aveva mostrato di non sapere dove metterlo,  ma poi,  siccome avevo le
    gambe  corte,   scoprì  che  lo  poteva  collocare  sotto  di  me.  Mi
    costringeva a tenermi  rattrappito  e  mi  urtava  tanto  da  rendermi
    perfettamente  infelice,  ma se facevo il minimo movimento,  subito un
    bicchiere che si trovava nel canestro urtava contro un altro  oggetto,
    e la signora mi colpiva crudelmente con il piede,  dicendo: - Via, non
    agitarti. Hai le ossa abbastanza giovani, direi!
    Finalmente si levò il sole,  e i miei  compagni  parvero  dormire  più
    tranquillamente.  Non  è  da  credere  con  quanta difficoltà avessero
    riposato per tutta la notte e con quali spaventosi gorgogli e grugniti
    vi avevano dato sfogo. Via via che il sole si faceva più alto, il loro
    sonno diventava più leggero e l'uno dopo l'altro  a  poco  a  poco  si
    destarono.   Ricordo   quanto   fui  sorpreso  al  sentire  che  tutti
    sostenevano  di  non  avere  mai   dormito,   e   alla   straordinaria
    indignazione  con  cui  ciascuno di loro respingeva questa accusa.  Lo
    stesso stupore non cesso di provare anche oggi avendo notato  come  di
    tutte  le debolezze umane proprio quella di cui la nostra natura umana
    è meno disposta a confessarsi in colpa (e non  so  immaginare  perché)
    sia appunto di addormentarsi viaggiando con la diligenza.
    E'  inutile  che io mi fermi qui a raccontare quale luogo meraviglioso
    fu per me Londra vista da lontano, come credevo che tutte le avventure
    di tutti i  miei  eroi  preferiti  vi  si  svolgessero  e  ripetessero
    continuamente,  e come dentro di me e in maniera confusa la giudicassi
    più colma di meraviglie e di malvagità di tutte le città della  terra.
    Ci  avvicinavamo lentamente,  e all'ora stabilita si giunse alla meta,
    che era una locanda nel quartiere di Whitechapel. Non ricordo se fosse
    il Toro, o il Cinghiale Azzurro, ma so che era qualcosa di azzurro,  e
    l'insegna era anche dipinta sul retro della diligenza.
    Mentre scendeva a terra, il postiglione posò l'occhio su di me e gridò
    rivolto all'ingresso della biglietteria:
    -  C'è  qui  nessuno  per  un  ragazzo  registrato  sotto  il  nome di
    Murdstone,  proveniente  da  Blunderstone,  Suffolk,  spedito  qui  in
    giacenza?
    Nessuno rispose.
    - La prego,  signore,  provi a dire Copperfield - dissi, guardando giù
    smarrito.
    - C'è  qui  nessuno  per  un  ragazzo  registrato  sotto  il  nome  di
    Murdstone,  proveniente da Blunderstone,  Suffolk,  ma che risponde al
    nome di Copperfield, spedito qui in giacenza?  - gridò il postiglione.
    - Avanti, c'è qualcuno?
    No.  Non  c'era nessuno.  Mi guardai intorno ansioso,  ma la richiesta
    lasciò indifferenti tutti i presenti, salvo un uomo con le ghette e un
    occhio solo,  il quale suggerì che  sarebbe  stato  bene  mettermi  un
    collare di ottone e legarmi nella scuderia.
    Portarono  una  scaletta e discesi dopo la signora che rassomigliava a
    una balla di paglia,  senza osare di muovermi prima  che  il  canestro
    venisse portato via.  Ormai la diligenza s'era vuotata dei passeggeri,
    i bagagli furono presto scaricati, i cavalli staccati ancora prima che
    si curassero del bagaglio,  e ora anche la diligenza venne sospinta  e
    fatta  arretrare  da  alcuni  stallieri  perché  non  desse  ingombro.
    Tuttavia non si presentava ancora nessuno a prelevare il ragazzo tutto
    impolverato e proveniente da Blunderstone, Suffolk.
    Più solo di Robinson  Crusoe,  il  quale  non  aveva  nessuno  che  lo
    guardasse  e  vedesse  com'era solo,  entrai nella biglietteria,  e su
    invito dell'impiegato in servizio passai dietro  il  banco  e  sedetti
    sulla bilancia che serviva per pesare i bagagli.  Rimasi lì a guardare
    i pacchi,  gli involti,  i libri,  e mentre  respiravo  l'odore  delle
    scuderie (d'allora in poi sempre collegato per me a quel mattino), una
    serie delle più spaventose ipotesi cominciò a passarmi per la mente. E
    se  nessuno  fosse mai venuto a prendermi,  per quanto tempo avrebbero
    accettato di  tenermi  là?  Finché  non  avessi  spesi  i  miei  sette
    scellini?  Avrei  dormito  la  notte  in una di quelle grandi casse di
    legno in compagnia degli altri bagagli,  e al mattino mi sarei  lavato
    alla  pompa  del cortile,  oppure mi avrebbero scacciato ogni sera per
    riammettermi quando l'ufficio si sarebbe aperto il giorno  dopo,  dato
    che  ero  stato  spedito  in giacenza?  Ammesso che non vi fosse alcun
    errore e  che  il  signor  Murdstone  avesse  ideato  quel  piano  per
    liberarsi  di  me,  che  cosa avrei dovuto fare?  Se anche mi avessero
    permesso di stare là fino a spendere tutti i miei sette scellini,  non
    avrei  potuto  sperare  di  rimanere  anche quando avessi cominciato a
    morire di fame.  Ciò sarebbe stato senza dubbio scomodo  e  spiacevole
    per  i  viaggiatori,  oltre  a  far  correre  il  rischio all'"Azzurro
    Qualcosa" di sobbarcarsi le  spese  del  funerale.  Se  fossi  partito
    immediatamente  per  cercare  di  tornare  a casa a piedi,  come avrei
    potuto ritrovare la via, come potevo mai sperare di percorrere a piedi
    una tale distanza, e di chi, nel caso fossi arrivato a casa,  mi sarei
    potuto fidare all'infuori di Peggotty? Se avessi trovato il più vicino
    ufficio  autorizzato e mi fossi offerto per arruolarmi nell'esercito o
    nella  marina,  ero  così  piccolo  che  molto  probabilmente  non  mi
    avrebbero accettato.  Questi pensieri e cento altri simili mi facevano
    scottare  la  fronte  e  venire  le  vertigini  per  l'apprensione   e
    l'angoscia.  Ero  al  colmo  di quella febbre,  quando entrò un uomo e
    bisbigliò qualcosa all'impiegato,  il quale subito mi  fece  scivolare
    giù  dalla  bilancia  e  mi sospinse verso l'altro come se fossi stato
    pesato, acquistato, pagato e consegnato.
    Mentre uscivo dalla biglietteria tenendomi per  mano  con  quel  nuovo
    conoscente,   gli  diedi  un'occhiata.  Era  un  giovane  macilento  e
    giallastro,  con le guance incavate e il mento quasi nero come  quello
    del signor Murdstone,  ma la somiglianza finiva qui perché non portava
    le basette,  e i  capelli  invece  di  essere  lucidi  erano  aridi  e
    scoloriti.  Vestiva  un  completo nero,  anch'esso piuttosto stretto e
    stinto,  e piuttosto corto di maniche e di gambe;  aveva un fazzoletto
    bianco da collo non eccessivamente pulito.  Non pensai allora e non lo
    penso adesso che quel fazzoletto fosse il solo capo di biancheria  che
    portava, ma era certo l'unico visibile, o che si potesse intravedere.
    - Sei il ragazzo nuovo? - mi chiese.
    - Sì, signore - gli risposi.
    Pensavo di esserlo. Non ne ero certo.
    - Io sono uno dei maestri di Salem House - disse.
    Gli feci un inchino e mi sentii molto intimidito.  Mi sarei vergognato
    di alludere a una cosa tanto volgare come  il  mio  baule  a  uno  dei
    sapienti  maestri di Salem House,  tanto che ci eravamo allontanati un
    poco dalla locanda prima che avessi l'ardire  di  farne  cenno.  Dissi
    umilmente  che  il baule mi poteva risultare in seguito utile,  allora
    tornammo indietro ed egli disse all'impiegato che  il  corriere  aveva
    ricevuto l'ordine di venire a ritirarlo a mezzogiorno.
    -  Per  favore,  signore  - dissi,  arrivati al punto già raggiunto in
    precedenza: - è lontano?
    - Giù verso Blackheath - disse.
    - C'è molta strada? - chiesi con sospetto.
    - Abbastanza - disse.  -  Prenderemo  la  diligenza.  Sono  circa  sei
    miglia.
    Ero tanto debole e stanco,  che l'idea di reggere per altre sei miglia
    di viaggio era troppo per  me.  Mi  feci  animo  per  dirgli  che  non
    mangiavo  nulla dal giorno avanti e che gli sarei stato molto grato se
    mi avesse permesso di acquistare qualcosa  da  mangiare.  Parve  molto
    sorpreso  (mi pare ancora di vederlo come si fermò e mi guardò) e dopo
    avere riflettuto qualche momento disse che desiderava  fare  visita  a
    una  persona anziana che abitava poco lontano: la miglior cosa sarebbe
    stata che io mi comperassi qualcosa, pane o altro cibo sano, e facessi
    colazione presso quella persona,  la quale ci avrebbe potuto  dare  un
    po' di latte.
    Pertanto ci fermammo a guardare la vetrina di un panettiere e dopo che
    io  ebbi,  con una serie di proposte,  suggerito di comperare tutte le
    cose più indigeste che vi si trovavano,  e che egli le ebbe  eliminate
    tutte,  una dopo l'altra, decidemmo in favore di una bella pagnotta di
    pane integrale che mi costò tre pence. Poi dal salumiere comperammo un
    uovo e una fetta di pancetta  striata  di  rosso,  le  quali  cose  mi
    lasciarono  quello  che  mi  parve un bel po' di resto del secondo dei
    miei lucidi scellini,  e che mi indusse a ritenere  Londra  una  città
    molto a buon mercato.  Fatte queste provviste,  proseguimmo in mezzo a
    un gran frastuono e fragore che confusero la mia povera  testa  stanca
    più di quanto potrei dire, e al di là di un ponte che era senza dubbio
    il  ponte  di  Londra (credo certo che me l'abbia detto,  ma ero mezzo
    addormentato) finché arrivammo all'abitazione di quella povera  donna,
    una  casa che faceva parte con altre di un ospizio di mendicità,  come
    compresi guardandole,  e da una incisione su pietra al  di  sopra  del
    cancello,  che  diceva  essere  quella una istituzione per venticinque
    donne povere.
    Il maestro di Salem tirò il saliscendi di una di tante  piccole  porte
    nere  tutte  uguali,  ciascuna con una finestrella a vetri in forma di
    rombo di fianco alla porta e con un'altra finestrella simile di sopra;
    entrammo nella piccola abitazione di una di quelle povere vecchie,  la
    quale stava soffiando sul fuoco per far bollire un pentolino.  Vedendo
    entrare il maestro,  la  donna  si  arrestò  con  il  soffietto  sulle
    ginocchia  e  mormorò  qualche  parola  in  cui  mi  parve distinguere
    l'esclamazione: - Oh,  Charley mio!  - ma vedendo entrare anche me  si
    alzò e stropicciandosi le mani fece confusamente un mezzo inchino.
    -  Puoi  preparare  la colazione a questo signorino,  per piacere?  le
    disse il maestro di Salem House.
    - Se posso? - disse la vecchia. - Sì, certo che posso.
    - Come sta oggi la signora Fibbitson?  - chiese il maestro,  guardando
    un'altra  vecchia  su una grande poltrona accanto al fuoco,  ed era un
    tale minuscolo mucchio di panni  che  ancora  adesso  mi  rallegra  il
    pensiero di non essermi per sbaglio seduto sopra di lei.
    - Ah,  non sta bene - disse la prima vecchia. - E' uno dei suoi giorni
    brutti.  Se  per  disgrazia  il  fuoco  si  spegnesse,  credo  che  si
    spegnerebbe anche lei per non tornare più in vita.
    Siccome la guardavano,  la guardai anch'io. Era una giornata calda, ma
    lei pareva non preoccuparsi altro che del fuoco. Mi venne in mente che
    fosse perfino gelosa del pentolino, e ho motivo di credere che l'abbia
    molto offesa la sollecitazione data al fuoco perché servisse  a  farmi
    bollire  l'uovo  e  arrostire  la  fetta di pancetta,  perché la vidi,
    guardandola  tutto  umiliato  mentre  procedevano  queste   operazioni
    culinarie  e nessuno la guardava,  minacciarmi una volta con il pugno.
    Attraverso la finestrella il soie inondava la stanza,  ma  la  vecchia
    gli volgeva le spalle e con la spalliera della poltrona faceva schermo
    al  fuoco,  come  se  proprio "lei" lo tenesse caldo invece di farsene
    riscaldare, e fissandolo con aria estremamente sospettosa. La fine dei
    preparativi per la mia colazione, sollevando il fuoco da tale compito,
    la rallegrò tanto che rise addirittura forte,  e devo dire che la  sua
    fu una risata tutt'altro che melodiosa.
    Sedetti  davanti  alla pagnotta con l'uovo,  la pancetta e inoltre una
    ciotola di latte e consumai il più delizioso dei pasti.  Mentre me  lo
    stavo  ancora pienamente godendo,  la vecchia padrona di casa disse al
    maestro:
    - Hai portato il flauto?
    - Sì - egli rispose.
    - Soffiaci un po' dentro, allora, - disse con dolcezza la vecchia - ti
    prego!
    Dopo di che il maestro infilò la mano sotto  le  falde  della  giubba,
    tirò fuori i tre pezzi del flauto,  che subito avvitò e poi cominciò a
    sonare.  Dopo tanti anni di riflessione,  la mia impressione è  ancora
    che  nessuno  al mondo avrebbe potuto sonare peggio: produceva i suoni
    più strazianti che io abbia mai sentito produrre da nessun mezzo,  sia
    naturale sia artificiale. Non so quali fossero quelle melodie (se pure
    vi  fossero  dei motivi,  della qual cosa non sono affatto certo),  ma
    l'effetto su di me di quella esecuzione fu che  da  principio  dovetti
    ripensare a tutte le mie disgrazie fino a non potere più trattenere le
    lagrime,  poi di togliermi l'appetito, e infine di procurarmi un sonno
    tale da impedirmi  di  tenere  gli  occhi  aperti.  Solo  a  ricordare
    quell'episodio sento che gli occhi mi si chiudono e comincio a lasciar
    ciondolare  la  testa.  Ecco svanisce alla mia vista la piccola stanza
    con la credenza d'angolo senza sportelli,  le sedie con  la  spalliera
    diritta,  la scaletta per salire nella camera superiore e le tre piume
    di pavone poste in bella mostra sulla mensola del  caminetto  (ricordo
    di  essermi  chiesto,  appena  entrato,  che cosa avrebbe pensato quel
    pavone  se  avesse  saputo  a  quale  fine  erano  destinati  i   suoi
    ornamenti),  la testa mi ciondola,  e mi addormento. Non distinguo più
    il suono del flauto,  che si trasforma in  quello  delle  ruote  della
    diligenza,  e  mi  trovo  di  nuovo  in  viaggio.  La diligenza dà uno
    scossone,  ritorna il suono del flauto e il maestro di Salem  House  è
    seduto  a  gambe incrociate,  suona lamentosamente,  mentre la vecchia
    padrona di casa lo contempla deliziata. Svanisce a sua volta, svanisce
    lui, svanisce tutto, non vi è più flauto, né maestro,  né Salem House,
    né David Copperfield, non vi è nient'altro che un sonno profondo.
    Mi parve una volta di sognare che mentre egli soffiava nel suo lugubre
    strumento,  la  vecchia  della casa che nella sua estatica ammirazione
    gli si era avvicinata sempre più,  si appoggiasse alla spalliera della
    sua sedia e lo stringesse affettuosamente al collo,  il che gli impedì
    per un momento di sonare.  Mi trovavo in quello stadio intermedio  tra
    il  sonno e la veglia,  allora o subito dopo,  perché quando riprese a
    sonare (effettivamente si  era  interrotto)  vidi  e  udii  la  stessa
    vecchia   chiedere   alla  signora  Fibbitson  se  non  era  delizioso
    (alludendo al flauto), al che la signora Fibbitson rispose: - Ah,  sì,
    sì!  - e accennò di sì anche con la testa, ma sempre rivolta al fuoco,
    al quale non dubito che desse i meriti dell'intera prestazione.
    Quando parve che io avessi sonnecchiato a lungo,  il maestro di  Salem
    House svitò il flauto nei suoi tre pezzi,  lo ripose nel posto da dove
    l'aveva tolto e mi portò via.  Trovammo la diligenza  poco  lontano  e
    salimmo  sull'imperiale,  ma  ero  talmente  assonnato  che  quando ci
    fermammo per far montare qualcuno mi sistemarono all'interno dove  non
    vi  era  nessuno  e dove dormii profondamente finché mi accorsi che la
    diligenza avanzava a passo d'uomo lungo una ripida china tra  fogliame
    verdeggiante.   Poco   dopo   si  arrestò,   aveva  raggiunto  la  sua
    destinazione.
    Un breve tratto di strada a piedi ci condusse, voglio dire condusse il
    maestro e me,  a Salem House,  un  edificio  di  aspetto  tetro  tutto
    circondato  da un alto muro di mattoni.  Vi era in quel muro una porta
    con sopra la scritta "Salem House",  e attraverso una grata di  questa
    porta,  quando sonammo il campanello,  venimmo esaminati da una faccia
    arcigna  che  all'aprirsi  della  porta  scopersi  apparteneva  a   un
    individuo  grasso  con  il collo taurino,  una gamba di legno,  tempie
    sporgenti e capelli tagliati cortissimi.
    - Il ragazzo nuovo - disse il maestro.
    L'uomo con la gamba di legno mi scrutò da capo a  piedi  (non  gli  ci
    volle  molto  data  la mia statura minuscola),  richiuse la porta alle
    nostre spalle e tolse la chiave.  Ci stavamo avviando verso  la  casa,
    passando  tra alcuni alberi pesanti e foschi,  quando l'uomo chiamò la
    mia guida:
    - Ehi!
    Ci voltammo per guardare e lo vedemmo sulla soglia  della  portineria,
    che gli serviva di abitazione, con in mano un paio di stivali.
    - Ecco!  E' venuto il calzolaio - disse - quando lei era fuori: signor
    Mell,  dice che non può più accomodarli.  Si meraviglia che lei glielo
    chieda, dice che del cuoio originale non rimane nemmeno un pezzetto.
    Con  queste  parole  gettò gli stivali verso il signor Mell,  il quale
    tornò indietro di qualche passo per raccattarli, e mentre riprendevamo
    a camminare insieme li guardava,  mi rincresce dire,  con  aria  molto
    sconsolata.  Notai  ora  per la prima volta come anche gli stivali che
    calzava fossero molto logori e che in un punto gli spuntava  fuori  la
    calza come una specie di germoglio.
    Salem  House  era  un  edificio  quadrato di mattoni con ali laterali,
    dall'aspetto sguarnito e spoglio.  Vi era dappertutto un tale silenzio
    che  dissi al signor Mell: - Immagino che i ragazzi saranno fuori - ed
    egli parve stupito non sapessi che era un periodo  di  vacanza:  tutti
    gli scolari erano a casa;  il proprietario, signor Creakle, era andato
    al mare con la signora e la figlia; e io ero stato mandato in collegio
    durante le vacanze per punizione dei miei misfatti.  Mi  spiegò  tutto
    questo prima che entrassimo.
    L'aula nella quale mi condusse mi parve il luogo più desolato e triste
    che avessi mai veduto.  Ora la rivedo: una lunga stanza con tre lunghe
    file di tavolini e sei di panche,  tutta irta all'intorno di ganci per
    i  cappotti  e  le  lavagne.  Sparsi sul pavimento brandelli di vecchi
    libri  e  quaderni.   Alcune  scatole  fatte  dello  stesso  materiale
    contengono  bachi  da  seta  e  si  trovano  qui e là sui banchi.  Due
    infelici  topolini  bianchi,  abbandonati  dal  proprietario,  corrono
    avanti  e indietro in un castello ammuffito fatto di cartone e di filo
    di ferro,  frugando con i piccoli occhi rossi in ogni angolo in  cerca
    di qualcosa da mangiare.  Un uccellino,  in una gabbia poco più grande
    di lui,  fa di tanto in tanto un rumore secco e lugubre saltando su  e
    giù dal suo trespolo alto due pollici,  ma non canta né cinguetta.  Da
    tutta la stanza emana un odore  strano  e  malsano  come  di  fustagno
    ammuffito,   mele  mature  senz'aria  e  libri  marciti.   Le  macchie
    d'inchiostro che si trovano  dappertutto  non  potrebbero  essere  più
    numerose se, nell'aula appena costruita e senza copertura di tetto, il
    cielo avesse fatto piovere, nevicare, tempestare e soffiare inchiostro
    in tutte le stagioni dell'anno.
    Il  signor  Mell mi aveva lasciato solo mentre portava di sopra i suoi
    irrecuperabili stivali, e io arrivai pian piano fino in fondo all'aula
    osservando ogni cosa.  A un tratto scorsi,  appoggiato su un tavolino,
    un  avviso  di  cartone e vi lessi queste parole tracciate con cura: -
    Attenzione. Morde.
    Saltai immediatamente sul tavolino con la paura  che  vi  si  trovasse
    sotto  almeno  un  grosso cane,  ma sebbene frugassi tutto intorno con
    occhi ansiosi non riuscii a scoprirlo affatto.  Ero ancora intento  in
    quelle furtive ricerche, quando ritornò il signor Mell e mi chiese che
    cosa facessi lassù.
    - Mi perdoni, signore - dico io. - Se non le rincresce, cerco il cane.
    - Il cane? - replica. - Quale cane?
    - Non è forse un cane, signore?
    - Che cosa dovrebbe essere un cane?
    - Quello a cui si deve fare attenzione. Quello che morde.
    - No,  Copperfield - mi risponde con gravità.  - Non è un cane.  E' un
    ragazzo. Ho ricevuto l'ordine, Copperfield,  di metterti sulla schiena
    quel  cartello.  Mi  rincresce di cominciare a questo modo con te,  ma
    devo farlo.
    Detto questo,  mi fece scendere dal tavolino e mi legò  sulle  spalle,
    come  fosse  uno  zaino,  l'avviso  che  era stato confezionato a tale
    scopo;  e in seguito,  dovunque andassi,  dovevo  avere  la  gioia  di
    portarmelo addosso.
    Nessuno  potrà  mai  immaginare  quanto  io  abbia  sofferto  per quel
    cartello.
    Fosse o no possibile che qualcuno mi vedesse, immaginavo continuamente
    che qualcuno lo stesse leggendo.  Non era un conforto per me girarmi e
    non trovare nessuno, perché seguitavo a credere che alle mie spalle vi
    fosse  sempre  qualcuno.  Il  crudele  individuo con la gamba di legno
    rendeva più dura la mia sofferenza.  Godeva di una certa  autorità,  e
    ogni volta mi vedeva appoggiare il dorso contro un albero,  il muro di
    cinta,  o la casa,  si  affacciava  alla  soglia  della  portineria  e
    gridava: - Ehi, là, giovanotto! Proprio tu, Copperfield! Metti bene in
    mostra quel distintivo, altrimenti faccio rapporto! - Il cortile della
    scuola  era  uno spiazzo nudo e coperto di ghiaia lungo tutto il retro
    della casa con gli uffici e il resto;  sapevo che potevano leggere  il
    cartello tutti i domestici,  il macellaio e il fornaio,  insomma tutti
    coloro che la mattina in cui mi ordinarono di passeggiare nel  cortile
    sarebbero  entrati  e  usciti  dalla casa avrebbero letto che dovevano
    fare attenzione a me perché mordevo. Ricordo che cominciai addirittura
    ad avere paura di me stesso,  pensai di essere davvero una  specie  di
    giovane selvaggio capace di mordere.
    Vi  era  in  quel  cortile  un  portone  sul  quale  i ragazzi avevano
    l'abitudine di incidere il nome.  Era completamente  coperto  da  tali
    scritte.  Nella  mia  paura  della  fine delle vacanze con il relativo
    ritorno  degli  studenti,  non  potevo  leggere  un  solo  nome  senza
    chiedermi  in  che  senso  costui  avrebbe letto il mio avviso e quale
    importanza vi avrebbe dato. Vi era un certo J.  Steerforth,  che aveva
    inciso  il  suo  nome  ripetute  volte  e  con  segni  molto profondi:
    immaginai che avrebbe letto l'avvertimento con  voce  alta  e  poi  mi
    avrebbe tirato i capelli. Ve ne era un altro, un certo Tommy Traddles,
    che  temevo  mi  avrebbe  beffato col mostrare di avere di me una gran
    paura. Ve ne era un terzo,  George Demple,  che pensai avrebbe cantato
    quelle due parole.
    Da  povero  piccolo  essere  impaurito  qual ero,  ho contemplato quel
    portone finché mi parve che tutti i proprietari di quei nomi (e allora
    nel collegio il signor Mell mi disse erano  in  tutto  quarantacinque)
    all'unanimità mi condannassero all'isolamento,  gridando, ciascuno con
    la sua diversa voce: - Attenzione! Morde!
    Lo stesso era dei luoghi,  dei tavolini e delle panche;  lo stesso  di
    quei  letti  avvicinati  e deserti che sbirciavo mentre mi dirigevo al
    mio,  e quando ero già coricato.  Ricordo che una notte  dopo  l'altra
    sognai  di  trovarmi  ancora in compagnia di mia madre com'ella era un
    tempo,  o di andare a una festa in casa  del  signor  Peggotty,  o  di
    essere  in  viaggio all'esterno della diligenza,  o di pranzare per la
    seconda volta con il mio  disgraziato  amico  cameriere,  e  in  tutte
    quelle  occasioni i miei compagni erano costretti a fare tanto d'occhi
    e a strillare scoprendo sbigottiti che non avevo indosso niente  salvo
    la mia corta camicia da notte e quel cartello.
    Nella  monotonia di quella vita,  e con la continua apprensione per il
    prossimo  riaprirsi  della  scuola,   ciò  rappresentava  per  me  una
    sofferenza  insopportabile!  Ogni  giorno  il signor Mell mi assegnava
    lunghi compiti,  ma non essendo presenti il  signore  e  la  signorina
    Murdstone, me la cavavo senza infamia. Prima e dopo lo studio andavo a
    passeggiare, sorvegliato, come ho già detto, dall'uomo con la gamba di
    legno. Ricordo chiaramente l'umidità della casa, le pietre ammuffite e
    spaccate  del cortile,  il deposito per l'acqua vecchio e gocciolante,
    il tronco scolorito di alcuni fra  quei  tetri  alberi,  che  parevano
    essersi  più  degli  altri  inzuppati di pioggia e avere meno stormito
    sotto il sole! All'una pranzavamo,  il signor Mell e io,  a capo di un
    lungo  e nudo refettorio pieno di tavole di abete,  pervaso dall'odore
    di grasso.  Poi altri compiti fino all'ora del tè,  che il signor Mell
    beveva  in una tazza azzurra e io da un bicchiere di latta.  Per tutto
    il giorno,  fino alle sette di  sera,  seduto  alla  cattedra  isolata
    nell'aula,  il  signor  Mell  lavorava  sodo  con  penna,  inchiostro,
    righello,  registri e carta per compilare (come appresi) i  conti  del
    precedente  semestre.  Una  volta  riposte  le  sue cose per la notte,
    prendeva il flauto e vi continuava a soffiare  finché  immaginavo  che
    avrebbe  finito per soffiare tutto se stesso attraverso il grosso foro
    in cima, e sarebbe pian piano uscito dai piccoli buchi della tastiera.
    Rivedo la mia minuscola persona nel locale in  penombra:  sono  seduto
    con la guancia appoggiata alla mano, ascolto la musica malinconica del
    signor  Mell  e ripasso le lezioni per l'indomani.  Mi raffiguro con i
    libri chiusi, mentre ascolto la melodia malinconica del signor Mell, e
    attraverso questa presto orecchio a quelli che erano i rumori di  casa
    mia e del vento impetuoso sulla pianura di Yarmouth,  e mi sento molto
    triste e solo. Mi vedo mentre vado di sopra a coricarmi: attraverso le
    stanze deserte,  siedo sul letto e piango per il desiderio di ricevere
    da Peggotty una parola di conforto.  Mi vedo mentre scendo la mattina,
    e attraverso la lunga apertura paurosa di  una  finestra  sulle  scale
    guardo  la  campanella  della scuola sormontata da un gallo segnavento
    sul tetto di una adiacenza,  e penso con spavento al  momento  in  cui
    sonerà  per  chiamare a lezione J.  Steerforth e gli altri.  Ma questo
    momento occupa solo il secondo posto delle mie  tetre  previsioni,  il
    primo  essendo  quello in cui l'uomo con la gamba di legno spalancherà
    il portone arrugginito per far entrare il  terribile  signor  Creakle.
    Non  vedo che in alcuno di questi quadri io fossi un personaggio molto
    pericoloso,  tuttavia in tutti portavo sulle spalle l'avviso della mia
    pericolosità.
    Il signor Mell non mi diceva mai gran che, ma neppure mi parlò mai con
    durezza.   Immagino   che  anche  senza  parlare  ci  tenessimo  buona
    compagnia.   Dimenticavo  di  notare  che  a  volte  parlava  tra  sé,
    sogghignava,  stringeva  il  pugno,  digrignava  i denti e si tirava i
    capelli in maniera singolarissima.  Aveva di queste  stranezze,  e  da
    principio mi spaventai, ma presto non vi feci più caso.













    6 - ALLARGO LA CERCHIA DELLE MIE CONOSCENZE.
    Conducevo questa vita da circa un mese,  quando l'uomo con la gamba di
    legno cominciò a zoppicare intorno con uno strofinaccio e  un  secchio
    di acqua,  dal che dedussi che facesse i preparativi per accogliere il
    signor Creakle e gli studenti.  Non m'ingannavo: non passò molto e  lo
    strofinaccio entrò nell'aula, scacciò il signor Mell e me, che andammo
    per  alcuni giorni a vivere dove e come potevamo,  perché non facevamo
    se non trovarci continuamente sulla strada di due o  tre  ragazze,  le
    quali  fino  allora  si  erano  fatte vedere ben poco,  e adesso erano
    sempre talmente in mezzo alla polvere che mi toccò starnutire come  se
    tutta Salem House non fosse se non una enorme tabacchiera.
    Seppi un giorno che verso sera sarebbe rientrato il signor Creakle.  E
    nel tardo pomeriggio, dopo avere preso il tè, sentii che era arrivato.
    Prima dell'ora di andare a letto venne a prendermi l'uomo con la gamba
    di legno per condurmi alla sua presenza.
    La parte della casa in cui abitava il signor  Creakle  era  molto  più
    confortevole della nostra,  aveva anche un piccolo giardino ben tenuto
    e dall'aria molto gradevole in paragone al polveroso campo giochi, che
    era un tale deserto in miniatura da poter offrire agevole ricetto solo
    a un cammello o a un dromedario.  Mi parve che da  parte  mia  sarebbe
    stato indiscreto anche solo notare com'era bello il corridoio lungo il
    quale  mi  recavo tremante alla presenza del signor Creakle;  e quando
    fui introdotto nel salotto ero talmente confuso che quasi  non  notavo
    nemmeno  la  signora  e la signorina Creakle (pure presenti) né alcuna
    altra cosa,  all'infuori del signor Creakle stesso,  un signore grasso
    con  una  grossa  catena  d'orologio  con  molti  ciondoli,  seduto in
    poltrona con accanto bicchiere e bottiglia.
    - Bene!  - disse il signor Creakle.  - Questo è dunque il signorino al
    quale si devono limare i denti. Giralo!
    L'uomo  con  la  gamba  di  legno  mi  girò  per  mettere in mostra il
    cartello,  e trascorso il tempo necessario per l'ispezione di esso  mi
    girò  di  nuovo,  lasciandomi  di fronte al signor Creakle e andando a
    mettersi  al  suo  fianco.   Il  signor  Creakle  aveva  l'espressione
    infuriata,  occhi piccoli e infossati,  grosse vene sulla fronte, naso
    piccolo e mento largo.  Aveva  una  larga  calvizie,  e  radi  capelli
    sottili,  che  sembravano  bagnati  e  cominciavano a diventare grigi,
    rialzati sulle tempie e accomodati in modo che  gli  si  incrociassero
    sopra la fronte.  Ma la caratteristica che più m'impressionò in lui fu
    che non possedeva una vera voce e parlava a sussurri.  La  fatica  che
    gli  costava questo,  o il rendersi conto di emettere suoni così bassi
    rendevano ancora più  collerico  il  suo  viso  rabbioso,  mentre  nei
    parlare le vene già grosse gli si ingrossavano ancor più, tanto che se
    ci ripenso non mi meraviglio che soprattutto mi abbia colpito questo.
    -  Bene,  -  disse  il  signor  Creakle  - com'è la condotta di questo
    ragazzo?
    - Ancora niente contro di lui - rispose l'uomo con la gamba di  legno.
    - Non c'era l'occasione.
    Pensai che il signor Creakle fosse deluso.  Pensai che la signora e la
    signorina Creakle (che per la prima volta guardai ora di sfuggita,  ed
    erano entrambe magre e silenziose) non fossero deluse.
    - Fatti avanti, signorino! - disse il signor Creakle, facendomi cenno.
    - Fatti avanti!  - disse anche l'uomo con la gamba di legno, ripetendo
    il gesto.
    - Ho la fortuna di conoscere  il  tuo  patrigno,  -  disse  il  signor
    Creakle, afferrandomi per un orecchio - uomo degnissimo e di carattere
    davvero  forte.  Mi conosce e io conosco lui.  Tu mi conosci?  Ehi?  -
    disse il signor Creakle, pizzicandomi l'orecchio con giocosità feroce.
    - Non ancora, signore - gli risposi,  tirandomi indietro per sottrarmi
    al dolore.
    -  Non  ancora,  eh?  -  ripeté  il  signor  Creakle.  -  Ma presto mi
    conoscerai, eh?
    - Lo conoscerai presto,  eh?  - ripeté l'uomo con la gamba  di  legno.
    Scopersi  in  seguito  che in genere con la sua voce tonante faceva da
    interprete al signor Creakle presso i ragazzi.
    Ero spaventatissimo e dissi che speravo sarebbe  stato  così,  se  lui
    voleva.  Intanto l'orecchio seguitava a bruciarmi come il fuoco, tanto
    me lo stringeva.
    - Ti dirò io quello che sono - sussurrò il signor Creakle, lasciandomi
    infine con una strizzata che mi fece salire le lagrime agli  occhi.  -
    Io sono un tartaro.
    - Un tartaro - disse l'uomo con la gamba di legno.
    -  Quando  dico  di  voler fare una cosa,  la faccio - disse il signor
    Creakle - e quando voglio che una cosa sia  fatta,  la  cosa  si  deve
    fare.
    -  Se  voglio  che  una cosa sia fatta,  la cosa si deve fare - ripeté
    l'uomo con la gamba di legno.
    - Sono di carattere deciso,  - disse il signor  Creakle  -  ecco  come
    sono.  Faccio  il  mio dovere.  Ecco quello che faccio.  Quando la mia
    carne e il mio sangue - e nel dire  questo  si  volse  a  guardare  la
    signora Creakle - si rivoltano contro di me, non sono più la mia carne
    e il mio sangue.  Li rinnego. Quell'individuo - chiese all'uomo con la
    gamba di legno - è tornato qui?
    - No - fu la risposta.
    - No - disse il signor Creakle. - Sa che gli conviene. Sa chi sono io.
    Stia lontano.  Ripeto che stia lontano,  - disse  il  signor  Creakle,
    battendo il tavolino con la mano aperta e guardando la signora Creakle
    - dato che mi conosce. Ora anche tu, mio giovane amico, hai cominciato
    a conoscermi e puoi andartene. Portalo via.
    Fui  ben  lieto di quell'ordine perché sia la signora sia la signorina
    Creakle si stavano asciugando gli occhi, e io mi sentivo a disagio per
    loro non meno  che  per  me.  Ma  avevo  in  mente  una  supplica  che
    m'interessava  da  vicino,  e  nonostante  mi  meravigliassi  del  mio
    coraggio non potei tralasciare di dire:
    - Per favore, signore...
    Il signor Creakle bisbigliò: - Ah! Che cosa c'è adesso? - e mi rivolse
    un'occhiata come se volesse incenerirmi.
    - Per favore,  signore,  - balbettai  -  se  avessi  il  permesso  (mi
    rincresce  davvero  tanto per quello che ho fatto) di togliermi questo
    scritto prima che ritornino i ragazzi...
    Non so se il signor Creakle l'abbia fatto sul serio,  o per finta solo
    per  spaventarmi,  ma  balzò  su  dalla poltrona,  al che mi ritirai a
    precipizio senza attendere la scorta dell'uomo con la gamba di  legno,
    e non mi fermai prima di entrare nel mio dormitorio,  dove,  scoprendo
    che nessuno mi inseguiva, andai subito a letto, dato che era già sera,
    e rimasi a tremare per un paio d'ore.
    La mattina dopo arrivò il signor Sharp,  che  era  il  primo  maestro,
    superiore  diretto  del signor Mell.  Il signor Mell consumava i pasti
    con i ragazzi,  ma il signor Sharp pranzava e cenava alla  tavola  del
    signor  Creakle.  Mi  parve  che fosse un signore dall'aspetto molle e
    delicato,  con un gran naso e l'abitudine di tenere  sempre  la  testa
    chinata  di lato come se fosse un po' troppo pesante per lui.  Aveva i
    capelli molto ordinati e ondulati,  ma fui informato dal primo ragazzo
    che rientrò che si trattava di una parrucca (parrucca di seconda mano,
    precisò),  e  che  ogni  sabato  pomeriggio  il  signor Sharp andava a
    farsela arricciare.
    Fu precisamente Tommy Traddles a  fornirmi  questa  informazione.  Era
    stato il primo a tornare in collegio.  Si presentò dicendomi che avrei
    trovato il suo  nome  sull'angolo  a  destra  del  portone,  sopra  il
    catenaccio  più  alto;  al  che  io gli chiesi: - Traddles?  - ed egli
    rispose: - In persona -  quindi  mi  interrogò  per  avere  un  quadro
    particolareggiato di me e della mia famiglia.
    Fu  per  me  una  fortuna  che  fosse  arrivato per primo Traddles: si
    divertì tanto alla vista del mio cartello che mi salvò  dall'imbarazzo
    sia di mostrarlo sia di nasconderlo,  presentandomi a tutti gli altri,
    grandi o piccoli,  che rientravano con questa formula: -  Guarda  qui!
    Che  bello  scherzo!  -   Per mia fortuna quasi tutti erano abbastanza
    depressi e non fecero tanto chiasso a mie spese come avevo temuto.  E'
    vero   che   certuni  si  misero  a  ballarmi  intorno  come  selvaggi
    pellerossa,  e che i più non resistettero alla tentazione  di  fingere
    che  fossi  un  cane  da  accarezzare  e blandire perché non mordessi,
    dicendomi: - A cuccia, bello!  e chiamandomi Fido. Naturalmente questo
    mi umiliava, dato che mi trovavo fra sconosciuti, e mi costò non poche
    lagrime, ma tutto sommato andò meno peggio di quanto avessi previsto.
    Non mi ritennero tuttavia entrato e formalmente accolto  nella  scuola
    prima  dell'arrivo  di J.  Steerforth.  Davanti a questo ragazzo,  che
    veniva giudicato molto sapiente,  era molto bello e maggiore di me  di
    almeno  sei  anni,  venni  condotto  come davanti a un magistrato.  Al
    riparo  di  una  tettoia  del  campo  giochi,   s'informò  intorno  ai
    particolari  della punizione che subivo e si degnò di esprimere la sua
    opinione in merito dicendo che era "una bella vergogna",  per la  qual
    cosa fui da quel momento in poi suo fedele seguace.
    - Come stai a quattrini, Copperfield? - mi chiese passeggiando accanto
    a me dopo avere con questi termini giudicato le mie faccende.
    Gli dissi che possedevo sette scellini.
    -  Faresti  meglio  a  darli a me perché te li custodisca - disse.-  O
    almeno puoi far così se vuoi. Ma se non vuoi non occorre.
    - Mi affrettai ad  aderire  a  quell'amichevole  suggerimento,  e  gli
    vuotai in mano il portamonete di Peggotty.
    - Vuoi comperare qualcosa adesso? - mi chiese.
    - No, grazie - gli risposi.
    - Puoi farlo, sai, se vuoi - disse Steerforth. - Dillo.
    - No, grazie! - ripetei.
    -  Forse non ti dispiacerebbe spendere un paio di scellini o giù di lì
    per una bottiglia di vino di ribes da bere più tardi nel dormitorio? -
    disse Steerforth. - Ho visto che ti hanno messo con me.
    Non mi era davvero venuta in mente quell'idea,  ma risposi: -  Sicuro,
    per me va benissimo.
    -  Molto  bene  -  disse  Steerforth.  -  E sarai contento di spendere
    press'a poco un altro scellino in  pasticcini  alle  mandorle,  non  è
    vero?
    Dissi che per me andava bene anche questo.
    - E un altro scellino,  o giù di lì per biscotti e frutta,  eh?  disse
    Steerforth. - Dico io, giovane Copperfield, vai forte!
    Sorrisi perché sorrideva lui, ma dentro di me ero un po' preoccupato.
    - Bene! - disse Steerforth. - Dobbiamo farli fruttare al meglio,  ecco
    tutto.  Io  farò  per  te tutto quello che potrò.  Posso uscire quando
    voglio e farò entrare di contrabbando la roba - . Detto questo intascò
    le monete e mi disse gentilmente che non mi  dessi  pensiero,  avrebbe
    provveduto lui nel migliore dei modi.
    Tenne  fede  alla  promessa,  se  pure  quella era una promessa buona,
    perché in fondo al cuore temevo che non  lo  fosse  affatto...  voleva
    dire sprecare le due mezze corone donatemi da mia madre...  è vero che
    avevo conservato il foglietto in cui le aveva ravvolte,  e questo  era
    un  ricordo  prezioso.  Quando salimmo per andare a letto egli dispose
    sul mio letto illuminato dal chiaro  di  luna  l'intero  ricavato  dei
    sette scellini, dicendo:
    - Ecco qui, giovane Copperfield, questo sì che è un banchetto da re.
    Non avrei potuto pensare di fare io,  così giovane e con lui presente,
    gli onori della festa; quell'idea mi faceva già tremare la mano.  Così
    lo  pregai  che  mi  facesse  il  favore  di  presiedere,   in  questo
    assecondato dagli altri ragazzi nostri compagni di dormitorio, ed egli
    accettò,  sedette sul mio guanciale e si occupò di distribuire i dolci
    (con piena giustizia, devo dire), e il vino in un bicchierino privo di
    gambo  che  era  di  sua proprietà.  Quanto a me,  ero seduto alla sua
    destra, mentre gli altri ci stavano stretti intorno,  seduti sui letti
    vicini, o sul pavimento.
    Come  ricordo  bene  tutti  noi  seduti  là a parlare bisbigliando;  o
    meglio,  gli altri parlavano e io ascoltavo rispettosamente;  la  luna
    entrava  dalla  finestra  e  illuminava la stanza per un breve tratto,
    disegnando una finestra pallida  sul  pavimento  e  lasciandoci  quasi
    tutti  nell'ombra,  salvo  quando  Steerforth  accendeva un fiammifero
    tuffandolo in una scatola di fosforo se voleva trovare qualcosa e così
    gettava su di noi un bagliore bluastro  che  subito  si  spegneva.  Mi
    torna  ancora  quella  vaga  sensazione di mistero provocata dal buio,
    dalla  segretezza  del  banchetto  e  dai  sussurri  con   cui   viene
    pronunciata ogni parola, mentre ascolto tutto quello che mi dicono con
    un certo che di solenne e di pauroso,  per cui sono contento di averli
    così vicini,  ma mi spavento (sebbene finga di ridere) quando Traddles
    finge di avere scorto un fantasma in un angolo.
    Appresi  ogni sorta di cose intorno al collegio e a quanto si riferiva
    a esso.  Sentii che non senza ragione il signor Creakle s'era  vantato
    di  essere  un  tartaro,  perché era il più duro e severo dei maestri,
    colpiva a destra e a sinistra ogni giorno della sua vita, passando tra
    i ragazzi con la violenza di un  soldato  a  cavallo,  maneggiando  la
    sferza  senza  pietà.  Dicevano che non sapeva nient'altro all'infuori
    dell'arte di  sferzare,  era  più  ignorante,  disse  Steerforth,  del
    ragazzo  più stupido del collegio;  per molti anni si era occupato del
    commercio del luppolo in quella zona,  ed era  entrato  nella  impresa
    scolastica  dopo  avere fatto fallimento con il luppolo e dissipato il
    capitale della signora Creakle. E dissero molte altre cose del genere,
    che mi chiedevo come potessero conoscere.
    Seppi che l'uomo con la gamba di legno, di nome Tungay, era un barbaro
    inveterato, già sottoposto al signor Creakle nel commercio del luppolo
    e che lo aveva seguito nell'impresa del collegio per il fatto,  o tale
    ritenuto  dai  ragazzi,  che si era rotto la gamba al suo servizio,  e
    avendo sbrigato per lui molti lavori disonesti,  ne conosceva tutti  i
    segreti.  Appresi che Tungay considerava l'intera istituzione, maestri
    e ragazzi inclusi e con la sola eccezione  del  signor  Creakle,  come
    suoi nemici naturali, e che la sola gioia della sua vita era di essere
    acido  e  maligno.  Appresi che il signor Creakle aveva un figlio,  il
    quale non era in amicizia con Tungay,  e  che  essendo  occupato  come
    assistente  nella  scuola una volta aveva protestato con suo padre per
    la disciplina esercitata con  eccessiva  crudeltà,  e  inoltre  per  i
    maltrattamenti  che  il  padre  infliggeva alla moglie.  Seppi che per
    questo il signor Creakle l'aveva scacciato di casa e che da allora  la
    signora e la signorina Creakle avevano sempre l'aria piuttosto triste.
     Ma  la  notizia sensazionale che appresi sul conto del signor Creakle
    era che su un unico allievo del collegio egli non osava mai alzare  la
    mano,  e  che  tale  allievo era J.  Steerforth.  Lo stesso Steerforth
    confermò ciò che era stato  affermato,  e  aggiunse  che  gli  sarebbe
    davvero piaciuto vedere come avrebbe cominciato a farlo.  Avendogli un
    ragazzo tranquillo (non io) chiesto che cosa avrebbe fatto  se  avesse
    visto il direttore incominciare davvero ad alzare la mano su lui,  per
    dare un po' di luce alla sua risposta immerse un fiammifero nella  sua
    scatola  di  fosforo e disse che avrebbe cominciato a buttarlo a terra
    dandogli un colpo in fronte con il calamaio da sette  scellini  e  sei
    pence  che  si  trovava  sempre sulla mensola del caminetto.  Restammo
    tutti per un momento in quel buio senza fiatare.
    Appresi che si riteneva che sia il signor Sharp  sia  il  signor  Mell
    fossero pagati pochissimo, e quando alla tavola del signor Creakle era
    servita a pranzo carne calda e carne fredda, era sempre necessario che
    il  signor  Sharp  scegliesse  quella  fredda,  cosa questa pienamente
    confermata da J.  Steerforth,  l'unico dei ragazzi a prendere i  pasti
    nel  salotto.  Seppi  che  la parrucca del signor Sharp non gli andava
    bene,  ed era inutile si desse tante  arie  (qualcuno  disse  che  non
    doveva  fare  la  ruota)  perché sul collo gli si vedevano benissimo i
    suoi veri capelli rossi.
    Seppi che un ragazzo, figlio di un commerciante di combustibile, stava
    in collegio in cambio della fornitura di carbone,  e quindi lo avevano
    soprannominato  "Scambio"  o  "Baratto",  nome  trovato  nel  libro di
    matematica per esprimere una transazione del genere.  Appresi  che  la
    birra  servita a tavola era un furto ai genitori,  e che il budino era
    una sopraffazione.  Seppi che  in  genere  si  riteneva  la  signorina
    Creakle  innamorata di J.  Steerforth,  e sono sicuro che mentre me ne
    stavo al buio pensando alla sua voce simpatica,  al suo bel  viso,  ai
    suoi modi disinvolti e ai suoi capelli ricciuti la cosa mi parve molto
    probabile.  Seppi che il signor Mell non era un tipo malvagio,  ma non
    aveva un soldo da far ballare in tasca,  e che senza dubbio la vecchia
    signora  Mell,  sua  madre,  era  povera come Giobbe.  Allora pensai a
    quella mia colazione e all'impressione di aver sentito  quella  povera
    vecchia  dire  -  Charley mio!  - Ma sono contento di ricordare che al
    proposito non apersi bocca.
    Tutti questi discorsi,  e altri  ancora,  durarono  alquanto  più  del
    banchetto. Quasi tutti i miei invitati erano andati a letto non appena
    si  erano  esauriti  i  dolci e il vino,  e finalmente ce ne andammo a
    letto anche noi  due  che  eravamo  rimasti,  già  mezzo  svestiti,  a
    sussurrare e ascoltare.
    - Buona notte,  giovane Copperfield - disse Steerforth.  - Baderò io a
    te.
    - Sei molto gentile - gli risposi con gratitudine.  -  Ti  sono  molto
    riconoscente.
    - Non hai per caso una sorella? - disse sbadigliando Steerforth.
    Gli risposi di no.
    - Peccato - disse Steerforth.  - Se tu ne avessi una direi che sarebbe
    una ragazza piccola,  timida,  graziosa e con gli  occhi  lucenti.  Mi
    sarebbe piaciuto conoscerla. Buona notte, giovane Copperfield.
    - Buona notte - gli risposi.
    Pensai  moltissimo  a lui dopo che mi fui coricato;  ricordo di averlo
    guardato,  illuminato così dalla luna,  con il bel viso scoperto e  la
    testa  appoggiata  senza  sforzo  sul  braccio.  Ai  miei occhi era un
    personaggio dotato di grande potere ed era naturalmente per questo che
    mi sentivo portato a pensare a lui.  Dentro quei  raggi  di  luna  non
    scorgevo   nessuna  forma  velata  dell'avvenire  che  si  chinasse  a
    guardarlo. Non vi era disegnata alcuna ombra dei suoi passi futuri nel
    giardino in cui per tutta la notte sognai di passeggiare.
    7 - IL MIO PRIMO SEMESTRE A SALEM HOUSE.
    La scuola cominciò sul serio il  giorno  dopo.  Ricordo  l'impressione
    profonda  che  ebbi  quando  il  frastuono  delle  voci  nell'aula  si
    trasformò in un silenzio di tomba;  subito dopo la prima colazione  il
    signor Creakle entrò e rimase sulla soglia a guardarsi intorno come il
    gigante della favola che osserva i suoi prigionieri.
    Al  fianco  del  signor  Creakle vi era Tungay,  il quale non mi parve
    avesse motivo di urlare così ferocemente: - Silenzio!  visto che tutti
    stavano perfettamente zitti e immobili.
    Si vide parlare il signor Creakle e si udì la voce di Tungay.
    - Adesso,  ragazzi,  comincia il nuovo semestre.  State bene attenti a
    quello che farete in questo semestre.  Vi consiglio di prepararvi alle
    lezioni perché non vi prepari io il castigo. Io sono pronto.  E non vi
    servirà  a nulla grattarvi perché non riuscirete a grattar via i segni
    che vi lascerò. E adesso al lavoro, dal primo all'ultimo!
    Al termine di questo pauroso esordio,  e quando Tungay se ne fu andato
    fuori  zoppicando,  il  signor  Creakle  si avvicinò al mio posto e mi
    disse che se io ero famoso  per  mordere,  lui  pure  era  famoso  per
    mordere.  Poi  mi mostrò la bacchetta e mi chiese come mi sembrava per
    servire da dente. Era un dente aguzzo,  eh?  Era un dente grosso,  eh?
    Era un dente lungo,  eh?  Mordeva,  eh?  Mordeva?  E a ogni domanda mi
    sferrava un colpo tale da farmi sussultare per il dolore. E così (come
    disse Steerforth) mi trovai a  far  parte  di  Salem  House  di  pieno
    diritto e anche in lagrime.
    Non  voglio  dire  con  questo  che ricevessi io solo quei particolari
    segni di distinzione. Al contrario,  la grande maggioranza dei ragazzi
    (specialmente  fra  i  più  piccoli)  ricevette  lo  stesso  genere di
    attenzioni mentre il signor Creakle faceva il  giro  dell'aula.  Prima
    ancora  che  incominciassero  le  lezioni,  la  metà degli studenti si
    contorceva e piangeva, e quanti dovettero piangere e contorcersi prima
    della fine di quella giornata  preferisco  non  cercare  di  ricordare
    perché non mi si dica che esagero.
    Direi  che  non  può  essere  esistito  un  uomo che godesse della sua
    professione più del signor Creakle.  Tale era il piacere  che  provava
    nell'aggredire   i   ragazzi   che   lo   direi  non  dissimile  dalla
    soddisfazione di uno smodato  appetito.  Ritengo  per  certo  che  non
    riusciva  a resistere alla vista di un piccolo scolaro paffuto,  e che
    un soggetto del genere aveva per lui un tale  fascino  da  non  dargli
    pace  fino che non lo avesse scelto e segnato per la giornata.  Io ero
    paffuto e posso parlarne con cognizione di causa.  Certo è che se oggi
    ripenso  a  quell'individuo  il  sangue  mi  ribolle contro di lui con
    l'indignazione spersonalizzata che dovrei  provare  anche  se  di  lui
    fossi  stato  solo  informato  a  fondo,  ma  senza mai essergli stato
    soggetto,  mentre l'indignazione è in me fortissima  perché  so  quale
    bruto  ignorante  egli fosse,  indegno del grande posto di fiducia che
    occupava,  così come sarebbe stato indegno di essere grande ammiraglio
    o   comandante   in  capo,   funzioni  nelle  quali  avrebbe  tuttavia
    probabilmente commesso danni infinitamente minori.
    Piccoli, infelici adulatori di un idolo spietato, come eravamo abietti
    nei suoi confronti! Ora che vi ripenso, quale iniziazione alla vita mi
    appare quel dover essere tanto meschini e servili verso un  uomo  così
    fatto!
    Mi  rivedo  di  nuovo seduto al tavolino,  intento ad osservare i suoi
    occhi,  a spiarli umilmente,  mentre traccia  righe  nel  quaderno  di
    aritmetica  di  un'altra vittima le cui mani sono state appena battute
    da quello stesso righello,  e che cerca di cancellarne il bruciore con
    il  fazzoletto.  Ho  il mio bel daffare.  Non osservo i suoi occhi per
    ozio,  ma perché ne sono morbosamente attirato con desiderio e  timore
    di sapere che cosa egli passerà a fare, e se toccherà a me soffrire, o
    a  qualcun altro.  Oltre a me tutta una schiera di scolaretti prova il
    medesimo interesse per i suoi occhi e li osserva.  Credo che  egli  lo
    sappia, sebbene finga di non accorgersene. Mentre traccia le righe del
    quaderno  di  aritmetica fa le più spaventose smorfie e di colpo getta
    un'occhiata di traverso tra le nostre  file  e  tutti  abbassiamo  gli
    occhi  sul  libro  e ci mettiamo a tremare.  Un attimo dopo torniamo a
    guardarlo.  Un infelice viene scoperto colpevole  di  errori  nel  suo
    esercizio,  e  in  seguito  a un ordine gli si avvicina.  Il colpevole
    balbetta delle scuse,  promette di fare meglio  l'indomani.  Prima  di
    staffilarlo  il  signor  Creakle  dice una facezia,  e noi ne ridiamo,
    piccoli e vili come siamo,  noi ridiamo con le guance pallide come  la
    cera e il cuore nelle calcagna.
    Mi rivedo seduto al tavolino in un sonnolento pomeriggio d'estate.  Mi
    sento circondato da un brusio e  ronzio  come  se  i  ragazzi  fossero
    altrettanti  mosconi.  Mi  pesa nello stomaco la sensazione del grasso
    quasi freddo della carne (abbiamo pranzato da un'ora o due) e la testa
    mi pesa come il piombo.  Darei il mondo intero pur di  dormire.  Resto
    con gli occhi fissi sul signor Creakle, li batto come un giovane gufo;
    quando per un momento il sonno mi vince,  egli seguita a incombere sul
    mio torpore mentre squadra i quaderni di aritmetica,  fino a quando mi
    arriva  in  silenzio  alle  spalle  e  mi  riporta  a  una  più chiara
    percezione della sua presenza  imprimendomi  una  riga  di  fuoco  sul
    dorso.
    Mi  rivedo  sul  campo  da  gioco con gli occhi sempre in cerca di lui
    anche se non lo vedo. La finestra poco lontana, dietro la quale so che
    ora sta pranzando,  fa le veci di lui,  e fisso quella.  Se mostra  là
    vicino  il  suo  volto,  il  mio  assume  un'espressione di sottomessa
    implorazione.  Se guarda fuori attraverso il vetro,  anche il  ragazzo
    più  ardito  (con l'eccezione di Steerforth) s'interrompe nel mezzo di
    un urlo e di una chiamata e diventa assorto.  Un giorno  Traddles  (il
    ragazzo  più  sfortunato della terra) infrange accidentalmente con una
    palla il vetro di quella finestra.  Rabbrividisco anche adesso per  la
    terribile  impressione di aver visto quell'incidente,  al pensiero che
    la palla sia rimbalzata sulla sacra testa del signor Creakle.
    Povero Traddles!  Strizzato in un abito color azzurro che gli riduceva
    braccia  e gambe come salsicce tedesche o come budini di pasta sfoglia
    con dentro la marmellata,  era il più allegro e  il  più  infelice  di
    tutti i ragazzi.  Veniva continuamente preso a vergate, mi pare che in
    quel semestre sia  stato  picchiato  ogni  giorno  eccetto  un  lunedì
    festivo,  in  cui  ebbe solo colpi di righello su entrambe le mani;  e
    stava sempre lì lì per scriverne a suo zio, ma non lo faceva mai. Dopo
    essere rimasto per poco tempo con la testa appoggiata al tavolino,  in
    un  modo  o  nell'altro  si  faceva  coraggio,  tornava  a  ridere e a
    disegnare scheletri su tutta la lavagna prima ancora di asciugarsi gli
    occhi.  Mi chiesi da prima  quale  genere  di  consolazione  ricavasse
    Traddles  dal  disegnare  gli  scheletri,  e per un po' lo ritenni una
    specie  di  eremita  che  attraverso  quei  simboli  della   mortalità
    ricordasse  a se stesso che le vergate non potevano durare per sempre.
    Ma credo che li disegnasse soltanto  perché  non  avevano  bisogno  di
    lineamenti e li trovava facili come soggetti.
    Era un ragazzo d'onore,  Traddles,  e considerava sacro dovere per dei
    ragazzi aiutarsi fra loro.  Ebbe  da  soffrirne  in  varie  occasioni,
    ricordo specialmente quella volta in cui Steerforth rise in chiesa,  e
    il sagrestano credette fosse stato Traddles e lo mandò fuori.  Lo vedo
    ancora  mentre  se  ne  va sotto custodia fra il disprezzo dell'intera
    congregazione. Non rivelò mai chi era stato il vero colpevole, sebbene
    il giorno dopo venisse coperto di lividi e tenuto chiuso in cella  per
    un  tal  numero di ore che ne uscì con un intero cimitero di scheletri
    disseminati in tutto il dizionario di  latino.  Ma  ricevette  la  sua
    ricompensa, perché Steerforth disse che non vi era nulla della spia in
    Traddles,  e  tutti  la prendemmo come la maggiore lode possibile.  Da
    parte mia,  pur di ricevere un tale premio avrei accettato di soffrire
    non poco,  sebbene fossi molto meno coraggioso di Traddles e molto più
    giovane di lui.
    Uno degli spettacoli più grandiosi  di  quella  mia  vita  era  vedere
    Steerforth  avviarsi  alla  chiesa  tenendo sotto braccio la signorina
    Creakle.  Quanto a bellezza  non  giudicavo  fosse  paragonabile  alla
    piccola  Emily,  e non l'amavo (non avrei osato amarla),  ma mi pareva
    una signorina  straordinariamente  attraente  e  di  una  insuperabile
    raffinatezza.  Quando  Steerforth  in  calzoni  bianchi  le reggeva il
    parasole,  io mi sentivo fiero di conoscerlo e credevo senz'altro  che
    la  signorina  non potesse fare a meno di adorarlo con tutto il cuore.
    Anche il signor Sharp e  il  signor  Mell  erano  ai  miei  occhi  dei
    personaggi  notevoli,  ma di fronte a loro Steerforth era come il sole
    nei confronti di due stelle. Steerforth continuava a proteggermi, e la
    sua  amicizia  risultò  molto  utile  poiché  nessuno  avrebbe   osato
    tormentare  un  ragazzo  che  egli onorava della sua benevolenza.  Non
    poteva difendermi (o in ogni caso non mi difese) dal  signor  Creakle,
    il  quale  era molto severo con me;  ma ogni volta che venivo trattato
    peggio del solito mi diceva che avrei dovuto  avere  un  po'  del  suo
    coraggio,  e che da parte sua non avrebbe sopportato tanto; capivo che
    aveva  l'intenzione  di  incoraggiarmi  e  la  giudicavo  una   grande
    gentilezza da parte sua.  Vi fu un vantaggio,  il solo che io conosca,
    nella severità del signor Creakle,  e  cioè  si  accorse  che  il  mio
    cartello  gli era di impedimento quando passava dietro alla mia panca,
    e voleva cogliere l'occasione per darmi un  colpo  di  bacchetta;  per
    questo  motivo  il  cartello venne presto tolto di mezzo e non lo vidi
    più.
    A cementare l'intimità fra Steerforth e me intervenne una  circostanza
    fortuita  che  mi  procurò grande orgoglio e soddisfazione,  sebbene a
    volte recasse anche degli inconvenienti.  Accadde una volta mentre  mi
    faceva  l'onore  di  parlare con me nel campo giochi che mi venisse di
    osservare che qualcosa o qualcuno  (non  ricordo  bene)  somigliava  a
    qualcosa o qualcuno del "Peregrine Pickle". Sul momento egli non disse
    nulla, ma la sera mentre andavo a letto mi chiese se avevo quel libro.
    Gli  risposi  di no e gli spiegai come fosse avvenuto che avessi letto
    quel libro e tutti gli altri a cui ho accennato.
    - Te li ricordi? - mi domandò Steerforth.
    - Oh, sì! - risposi; avevo una buona memoria e pensavo di ricordarmeli
    benissimo.
    - E allora senti un po', giovane Copperfield,  - mi disse Steerforth -
    me li racconterai.  La sera non riesco ad addormentarmi molto presto e
    la mattina mi sveglio piuttosto di buon'ora.  Li  passeremo  uno  dopo
    l'altro. Ne faremo una bella serie da "Mille e Una Notte".
    La proposta mi lusingò moltissimo,  e cominciammo quella stessa sera a
    metterla in pratica.  Non sono in grado di dire,  né avrei affatto  il
    desiderio  di  scoprire  quali devastazioni abbia commesso a danno dei
    miei autori preferiti nel corso  di  quelle  mie  interpretazioni;  ma
    avevo  in  loro una fiducia profonda,  e per quanto mi è dato credere,
    avevo una maniera semplice e intensa di esporre  ciò  che  raccontavo,
    due doti capaci di produrre qualche buon effetto.
    L'inconveniente  era  che la sera avevo spesso molto sonno,  oppure mi
    sentivo depresso e poco disposto a riprendere la narrazione,  così che
    diventava  per  me una dura fatica,  e tuttavia andava eseguita perché
    era del tutto fuori  questione  deludere  Steerforth  o  dispiacergli.
    Anche  al mattino,  quando ero stanco e mi sarebbe piaciuto moltissimo
    riposare un'altra oretta,  era duro venire svegliato come  la  sultana
    Sharazad  e  costretto a raccontare una lunga storia prima che sonasse
    la campanella della sveglia. Ma Steerforth era irremovibile, e siccome
    per ricambiare mi spiegava l'aritmetica,  gli esercizi e tutto  quello
    che nei compiti mi riuscisse troppo difficile, non ero io a perdere in
    quel  contratto.  Sia  però  chiaro  a  mio onore che non ero mosso da
    motivi interessati o egoistici,  e nemmeno  avevo  paura  di  lui.  Lo
    ammiravo  e  gli  ero  affezionato e mi era bastante ricompensa la sua
    approvazione.  Mi era tanto preziosa che adesso mi duole il  cuore  se
    ripenso a quelle piccole vicende.
    Steerforth  era  anche  premuroso e una volta specialmente dimostrò la
    sua premura in una maniera tanto inflessibile da tradurla, temo, in un
    piccolo tormento di Tantalo per il povero Traddles  e  gli  altri.  La
    lettera  tanto  attesa  di  Peggotty  (e che bella lettera fu quella!)
    arrivò prima che fossero trascorse varie settimane di quel semestre, e
    con essa una torta dentro un perfetto nido di arance e  due  bottiglie
    di  sciroppo  di  primule.  Tutti questi tesori mi sentii in dovere di
    deporre ai piedi di Steerforth con la preghiera che li distribuisse.
    - Ora sai che cosa faremo,  giovane  Copperfield?  -  mi  disse:    lo
    sciroppo servirà a bagnarti la gola quando mi racconti le tue storie.
    A  quell'idea  arrossii e lo pregai umilmente di non pensarci nemmeno.
    Ma disse  di  essersi  accorto  che  a  volte  ero  un  pochino  rauco
    (sfiatato,  fu  ciò  che  disse  esattamente)  e ogni goccia di quelle
    bottiglie sarebbe dovuta servire allo scopo  già  precisato.  Così  le
    bottiglie finirono sotto chiave nella sua cassetta,  e il contenuto da
    lui travasato in una bottiglietta mi veniva  somministrato  attraverso
    una  cannuccia  infilata nel turacciolo ogni volta che gli sembrava io
    avessi bisogno di un ricostituente. A volte per rendere la bevanda più
    efficace vi spremeva del succo d'arancia,  o vi scioglieva un  po'  di
    zenzero  o  una  caramella  di  menta;  e  per  quanto non mi senta di
    affermare che da tali aggiunte l'aroma avesse un  vantaggio,  o  fosse
    precisamente ciò che sarebbe stato utile per la digestione come ultima
    bevanda  della  sera  e  come prima al mattino,  accettavo di bere con
    riconoscenza ed ero molto sensibile a quelle attenzioni.
    Ora mi pare che sul "Peregrine" ci siamo soffermati per  dei  mesi,  e
    altri mesi su altre opere. La nostra intesa non fu mai in pericolo per
    mancanza di narrazioni, di questo sono certo, e lo sciroppo durò quasi
    altrettanto  della  materia prima.  Povero Traddles!  Non riesco mai a
    pensare a quel ragazzo senza provare la singolare tentazione di ridere
    con le lagrime agli occhi... Egli in genere funzionava come una specie
    di coro,  fingendo di torcersi dalle risate alle parti  comiche  e  di
    essere  sopraffatto  dalla  paura  se  nel  racconto  vi  erano  brani
    impressionanti.  E molto spesso questo mi sconcertava.  Ricordo la sua
    grande  trovata  comica,  quando  fingeva  di non poter tralasciare di
    battere i denti ogni volta che nel corso delle avventure di "Gil Blas"
    veniva nominato un certo Alguazil;  ho bene presente  che  allorquando
    "Gil  Blas"  s'incontrò  a  Madrid  con il comandante dei ladroni,  il
    nostro sfortunato buffone simulò un tale accesso di terrore da  venire
    udito dal signor Creakle furtivamente presente nel corridoio, e quindi
    ricevere  una  solenne  bastonatura  per comportamento sconveniente in
    dormitorio.
    Tutto  ciò  che  avevo  in  me  di  romantico  e  sognatore   riceveva
    incoraggiamento da quel tanto narrare al buio,  e sotto questo aspetto
    può non avermi  recato  un  grande  vantaggio.  Ma  il  sentirmi  così
    apprezzato  nel mio dormitorio come una specie di giocattolo parlante,
    e l'impressione che quella mia abilità mi rendeva alquanto famoso  tra
    i  ragazzi  e attirava su di me non poco l'attenzione sebbene fossi il
    più giovane di tutti,  mi stimolava a quella  fatica.  In  una  scuola
    governata  esclusivamente dalla crudeltà,  sia essa diretta o no da un
    perfetto ignorante, non è probabile che si apprenda gran che.  Ritengo
    che quegli studenti fossero in genere non meno ignoranti di ogni altra
    scolaresca  esistente  allora;  perché riuscissero ad apprendere erano
    troppo tormentati e  bastonati;  non  avrebbero  potuto  studiare  con
    profitto  più  di  quanto  chiunque  potrebbe  mai  riuscire  ad avere
    successo  in  un'esistenza   di   continue   disgrazie,   tormenti   e
    preoccupazioni.  Ma  la  mia  piccola  vanità  e  insieme gli aiuti di
    Steerforth in qualche modo mi furono di stimolo,  e sebbene servissero
    poco  o  nulla  a  risparmiarmi i castighi,  fecero tuttavia di me nel
    tempo che frequentai quella  scuola  una  eccezione  alla  regola,  in
    quanto  riuscii  con diligenza a impossessarmi di qualche briciola del
    sapere.
    Fui in questo molto aiutato dal signor Mell, il quale aveva per me una
    simpatia che mi è  gradito  ricordare.  Mi  faceva  sempre  dispiacere
    notare come Steerforth lo trattasse con regolare disprezzo e quasi non
    perdesse  occasione di ferire i suoi sentimenti,  o di indurre altri a
    farlo.  E questo mi  preoccupò  a  lungo  perché  avevo  quasi  subito
    rivelato  a  Steerforth,  al quale non avrei saputo tacere un segreto,
    come non gli avrei mai negato un dolce o altro di concreto, l'episodio
    delle due vecchie dalle quali il signor  Mell  mi  aveva  condotto,  e
    avevo  sempre  il  timore  che  Steerforth  ne  parlasse  con  lui per
    umiliarlo.
    Oso  dire  che  nessuno  di  noi  sospettava,  mentre  quella  mattina
    consumavo  la mia colazione e mi addormentavo all'ombra delle piume di
    pavone  e  al  suono  del  flauto,  quali  conseguenze  avrebbe  avuto
    l'ingresso  della  mia  insignificante  persona in una delle stanze di
    quell'ospizio.   Ma  quella  visita  ebbe  davvero  delle  conseguenze
    impreviste, e nel loro genere anche non prive di una certa gravità.
    Un  giorno  il  signor  Creakle rimase nelle sue stanze a causa di una
    indisposizione,  che naturalmente diffuse in tutta la scuola una  viva
    gioia,  e nel corso delle lezioni del mattino vi fu molto chiasso.  Il
    grande  sollievo  e  la  soddisfazione  che  provavano  i  ragazzi  li
    rendevano  difficili da dominare,  e sebbene il temuto Tungay portasse
    in classe due o tre volte la sua gamba di legno,  e annotasse il  nome
    dei peggiori colpevoli, l'impressione che produsse non fu grande, dato
    che erano tutti quasi certi di trovarsi l'indomani nei guai, qualunque
    cosa  avessero  fatto,  e  quindi  ritenevano senza dubbio conveniente
    godere l'oggi.
    Era effettivamente una giornata di mezza vacanza,  essendo sabato.  Ma
    poiché  il  chiasso  nel  campo  giochi  avrebbe  disturbato il signor
    Creakle,  e  il  tempo  non  era  favorevole  a  una  passeggiata,  al
    pomeriggio  ci  ordinarono  di  restare  in  classe,  assegnandoci per
    l'occasione  alcuni  compiti  meno  difficili  del  solito.   Era   la
    ricorrenza   settimanale  in  cui  il  signor  Sharp  andava  a  farsi
    arricciare la parrucca,  quindi il signor  Mell,  al  quale  toccavano
    sempre le incombenze più faticose,  quali che fossero,  rimase da solo
    con tutti gli scolari.
    Se potessi collegare l'idea di un toro o di un orso con un essere mite
    come il signor  Mell,  a  proposito  di  quel  pomeriggio,  mentre  il
    frastuono era al colmo,  lo paragonerei a uno di questi animali quando
    si trova aggredito da un migliaio di cani.  Lo  ricordo  nell'atto  di
    appoggiare  sulle  mani  ossute  il  capo che gli doleva,  chinato sul
    registro aperto sulla cattedra,  nell'inutile tentativo di  proseguire
    nel  suo  noioso lavoro tra un vociare capace di procurare il capogiro
    anche al presidente della Camera dei Comuni.  Alcuni ragazzi saltavano
    fuori  dal  banco  per giocare ai quattro cantoni con altri;  vi erano
    ragazzi   che   ridevano,   ragazzi   che   cantavano,   ragazzi   che
    chiacchieravano,  altri  che  ballavano  e altri ancora che ululavano;
    certi ragazzi stropicciavano i piedi,  certuni gli roteavano  intorno,
    sogghignando,  facendo  le  boccacce,  lo imitavano dietro le spalle e
    sotto gli occhi,  mimandone la povertà,  gli stivali,  la  giubba,  la
    madre,  ogni  cosa  che  gli  appartenesse  e  che ritenevano di dover
    prendere in considerazione.
    - Silenzio!  - gridò  il  signor  Mell,  rizzandosi  all'improvviso  e
    sbattendo il libro sul tavolino.  - Che cosa fate?  E' insopportabile.
    C'è da impazzire. Ragazzi come potete farmi questo?
    Era mio il libro che aveva battuto sul tavolino,  e siccome mi trovavo
    vicino  a  lui,  seguii  il suo sguardo che girava per l'aula,  e vidi
    tutti i ragazzi che si fermavano,  alcuni sorpresi  di  colpo,  alcuni
    mezzo spaventati, e alcuni forse rincresciuti.
    Il  posto  di Steerforth era in fondo all'aula,  all'estremità opposta
    dello stanzone.  Egli stava con la schiena appoggiata alla parete e le
    mani ficcate in tasca, e quando il signor Mell lo guardò, guardò a sua
    volta il signor Mell con la bocca stretta come stesse fischiando
    - Silenzio, Steerforth! - disse il signor Mell.
    -  Zitto  lei - disse Steerforth diventando rosso.  - Con chi crede di
    parlare?
    - Sieda - disse il signor Mell.
    - Sieda lei, - disse Steerforth - e badi agli affari suoi.
    Vi fu qualche sogghigno e qualche applauso,  ma  il  signor  Mell  era
    diventato  così pallido che si fece subito silenzio,  e un ragazzo che
    aveva fatto un balzo fin dietro a lui per tornare a imitare i gesti di
    sua madre,  cambiò idea e finse di voler aggiustare la punta della sua
    penna d'oca.
    - Lei s'inganna, Steerforth, - disse il signor Mell - se crede che non
    sappia  quale influenza lei ha acquistato su tutti - a questo punto mi
    posò  la  mano  sul  capo,   credo  l'abbia  fatto  senza  pensare  al
    significato  del  gesto  - o non mi sia accorto come da qualche minuto
    lei istiga i suoi compagni più giovani  a  commettere  ogni  sorta  di
    insulti nei miei riguardi.
    -  Non  mi  preoccupo affatto di pensare a lei,  - disse con freddezza
    Steerforth - e quindi non mi riguarda ciò che sta succedendo.
    - E quando lei si serve della posizione di privilegio che occupa qui -
    disse il signor Mell con le labbra  che  ormai  gli  tremavano  -  per
    insultare un gentiluomo...
    - Un che cosa? Dov'è il gentiluomo? - disse Steerforth.
    A questo punto qualcuno gridò: - Vergogna,  Steerforth!  Basta!  - Era
    Traddles,  che si trovò subito sconfitto perché  il  signor  Mell  gli
    ordinò di tacere.
    -  ...Per insultare qualcuno che non ha avuto fortuna nella vita,  che
    non le ha mai recato la minima offesa,  e che  non  merita  di  essere
    insultato   per   i  tanti  motivi  che  lei  è  abbastanza  adulto  e
    intelligente per capire - disse il signor Mell con le labbra  che  gli
    tremavano sempre più - lei commette un'azione meschina e vile. Ora può
    sedere o stare in piedi come desidera. Copperfield, continua.
    -  Un  momento,  giovane  Copperfield!  - disse Steerforth,  facendosi
    avanti. - Questo glielo dico una volta per sempre, signor Mell. Quando
    lei si prende la libertà di chiamarmi meschino e  vile,  o  altro  del
    genere,  lei  è un impudente accattone.  Lei sa benissimo di essere un
    accattone, ma quando parla così è un accattone impudente!
    Non mi è chiaro se egli stesse per colpire il  signor  Mell  o  se  il
    signor  Mell stesse per colpire lui,  o se da entrambe le parti non vi
    fosse alcuna intenzione del genere. Mi accorsi che l'intera scolaresca
    si era all'improvviso irrigidita come se i ragazzi fossero impietriti,
    e ci trovammo tra noi il signor Creakle con al  fianco  Tungay,  e  la
    signora  e  la  signorina  Creakle  che si affacciavano alla porta con
    l'aria impaurita. Per qualche attimo il signor Mell rimase seduto alla
    cattedra perfettamente immobile con il volto fra le mani.
    - Signor Mell - disse il signor Creakle scotendogli il braccio,  e  in
    quel  momento  il  suo sussurro fu tanto chiaro che Tungay non ritenne
    necessario ripetere quelle parole.  - Lei non si  è  comportato  male,
    spero.
    - No, signore, no - rispose il maestro, scoprendo il viso, scotendo la
    testa e fregandosi le mani agitatissimo - no,  signore,  no. Io... no,
    signor Creakle, non ho dimenticato di stare al mio posto, io...  me ne
    sono ricordato benissimo, signore. Io... io... vorrei che lei si fosse
    ricordato di me un po' prima, signor Creakle. Sarebbe... sarebbe stato
    più generoso,  più giusto,  signore.  Mi avrebbe risparmiato qualcosa,
    signore.
    Il signor Creakle seguitò a fissare con durezza  il  signor  Mell,  si
    appoggiò alla spalla di Tungay, salì in piedi sulla panca più vicina e
    sedette sul tavolino. Da quel trono e dopo aver fissato con durezza il
    signor  Mell,  il  quale  scosse  ancora la testa e si fregava le mani
    senza riuscire a dominare la sua estrema agitazione, il signor Creakle
    si rivolse a Steerforth dicendo:
    - Ora,  siccome lui si rifiuta di spiegarsi,  dimmi  tu,  che  cosa  è
    successo?
    Per qualche momento Steerforth non rispose,  fissando l'avversario con
    disprezzo e collera senza aprir  bocca.  E  anche  in  quel  frangente
    ricordo  che non riuscii a non pensare quale nobile atteggiamento egli
    avesse, e al confronto come appariva umile e dimesso il signor Mell.
    - Allora che cosa intendeva dire  parlando  di  favoritismi?  -  disse
    finalmente Steerforth.
    - Favoritismi?  - ripeté il signor Creakle, e le vene della fronte gli
    si gonfiarono di colpo. - Chi ha parlato di favoritismi?
    - Lui - rispose Steerforth.
    - Vuol dirmi, per favore, che cosa intendeva dire con questo?  domandò
    il signor Creakle, volgendosi rabbioso al suo assistente.
    - Volevo dire,  signor Creakle,  - rispose l'altro a bassa voce -  che
    nessuno  studente  ha  il  diritto  di  valersi della sua posizione di
    favore per insultarmi.
    - Per insultare lei? - disse il signor Creakle.  - Cielo!  Ma permetta
    che  io  chieda  a lei,  signor Tal dei Tali - e qui il signor Creakle
    incrociò sul petto le braccia senza abbandonare la verga,  e  aggrottò
    talmente  i  sopraccigli che i suoi piccoli occhi diventarono là sotto
    quasi invisibili - se quando ha parlato di favoritismi si è comportato
    con il dovuto rispetto verso di me! Verso di me,  capisce!  - disse il
    signor Creakle, allungando all'improvviso la testa verso il maestro, e
    subito  tirandosi  indietro.  - Verso di me che sono il capo di questo
    istituto e suo datore di lavoro.
    -  Ammetto,  signore,  che  da  parte  mia  non  sia  stata  una  cosa
    ragionevole - disse il signor Mell - e se fossi stato più calmo non ne
    avrei parlato.
    -  E  poi  - s'intromise a questo punto Steerforth - ha detto che sono
    meschino,  e ha  detto  che  sono  un  vile,  e  allora  gli  ho  dato
    dell'accattone.   Se   fossi  stato  più  calmo  non  gli  avrei  dato
    dell'accattone. Ma l'ho fatto e sono pronto a subirne le conseguenze.
    Senza forse riflettere se vi fossero o no delle conseguenze da subire,
    quella arditezza di parola mi accese di entusiasmo.  Fece  impressione
    anche  agli  altri  ragazzi  perché vi fu tra loro un certo movimento,
    sebbene nessuno aprisse bocca.
    - Mi stupisce, Steerforth...  sebbene la tua sincerità ti faccia onore
    -  disse  il signor Creakle - sicuro...  mi stupisce che tu rivolga un
    tale epiteto a una persona che dopo tutto lavora a Salem House  e  per
    questo viene pagata.
    Steerforth fece udire una breve risata.
    - Questa non è una risposta,  caro, - disse il signor Creakle alla mia
    osservazione. Da te mi aspetto di meglio, Steerforth.
    Se ai miei occhi il signor Mell  aveva  l'aria  dimessa  di  fronte  a
    quell'aitante  ragazzo,  impossibile dire quanto meschino mi apparisse
    il signor Creakle.
    - E allora che lo neghi - disse Steerforth.
    - Che neghi di essere un accattone,  Steerforth?  - esclamò il  signor
    Creakle. - Dove andrebbe dunque a mendicare?
    -  Se  non  è  lui  un  mendicante - disse Steerforth - è tale una sua
    parente prossima, ed è la stessa cosa.
    Mi lanciò un'occhiata, e il signor Mell mi accarezzò con gentilezza la
    spalla. Alzai gli occhi, sentendomi sul viso il rossore della vergogna
    e il cuore pieno di rimorso,  ma il signor  Mell  fissava  Steerforth.
    Seguitò a carezzarmi la spalla, ma guardava l'altro.
    -  Signor Creakle,  - disse Steerforth - se lei vuole che io dia delle
    giustificazioni e dica ciò che intendevo dire... io intendevo dire che
    sua madre vive della carità pubblica in un ospizio di mendicità.
    Il signor Mell seguitava a fissarlo,  mi accarezzava con gentilezza la
    spalla, e se ho ben udito disse tra sé: - Sì, è come pensavo.
    Con un duro cipiglio e cortesia elaborata il signor Creakle si rivolse
    al suo assistente:
    -  Ora lei ha sentito,  signor Mell,  ciò che ha detto questo giovane.
    Abbia  la  bontà,  se  non  le  rincresce,   di  smentirlo  di  fronte
    all'assemblea scolastica.
    -  Signore,  non ha mentito e non devo correggerlo - rispose il signor
    Mell in un silenzio di morte. - Quanto ha detto è vero.
    -  E  allora  se  non  le  rincresce  sia  così  buono  di  dichiarare
    pubblicamente - disse il signor Creakle,  chinando la testa da un lato
    e girando gli occhi intorno all'aula - se fino a questo momento io  ne
    ero a conoscenza.
    - Direttamente no, credo - rispose il signor Mell.
    - Ah, lei crede di no - disse il signor Creakle: - no; non è vero?
    -  Ritengo  che  lei  non  abbia  mai immaginato che le mie condizioni
    finanziarie fossero molto buone - rispose il maestro.  - Lei sa  quale
    sia sempre stata e sia qui la mia posizione.
    -  Se  si  arriva a questo - disse il signor Creakle con le vene della
    fronte ingrossate più che mai - io  ritengo  che  lei  si  sia  sempre
    trovato  in  una  falsa  posizione  e  che  abbia commesso l'errore di
    considerare questa scuola un istituto di beneficenza. Signor Mell,  se
    non le rincresce,  noi ci dobbiamo separare. E tanto meglio quanto più
    presto sarà.
    - Nessun momento migliore di questo  -  disse,  alzandosi,  il  signor
    Mell.
    - Come vuole! - disse il signor Creakle.
    -  Mi congedo da lei,  signor Creakle e da tutti voi - disse il signor
    Mell,  girando lo sguardo sull'aula e  tornando  ad  accarezzarmi  con
    gentilezza  la spalla.  - James Steerforth,  il miglior augurio che le
    posso rivolgere è che lei giunga a provare  vergogna  di  ciò  che  ha
    fatto  oggi.  Intanto  non vorrei averla per amico,  né vorrei che lei
    avesse dell'amicizia per nessuno a cui io sia affezionato.
    Ancora una volta mi posò la mano sulla spalla; prese dalla cattedra il
    flauto e alcuni libri,  e lasciata la chiave nel cassetto per  il  suo
    successore, uscì dall'aula con tutti i suoi beni sotto il braccio. Poi
    il signor Creakle pronunciò,  con la mediazione di Tungay, un discorso
    in cui ringraziava Steerforth di avere difeso (forse con un eccesso di
    calore) l'indipendenza e  il  decoro  di  Salem  House,  concludendolo
    stringendo  la mano a Steerforth,  mentre noi lanciavamo tre evviva...
    non so bene per quale motivo,  ma ritenni  che  fossero  in  onore  di
    Steerforth,  e  perciò  vi partecipai con ardore,  sebbene mi sentissi
    infelice. Poi il signor Creakle colpì duramente Tommy Traddles, avendo
    scoperto che piangeva invece di applaudire per la partenza del  signor
    Mell,  e quindi ritornò al suo divano, o al letto, o comunque al luogo
    da dove era venuto.
    Restammo soli,  e ricordo che  ci  guardavamo  piuttosto  imbarazzati.
    Quanto  a  me,  ero  tanto pieno di rimorsi e di pentimenti per la mia
    parte di colpa in ciò che era accaduto che nulla mi  avrebbe  impedito
    di  scoppiare in lagrime se non il timore che Steerforth,  il quale mi
    lanciava spesso delle occhiate,  le giudicasse contrarie  alla  nostra
    amicizia, o per meglio dire, data la differenza di età e il sentimento
    che  avevo nei suoi confronti,  ritenesse irriguardoso da parte mia il
    palesare la commozione che mi tormentava.  Era molto  in  collera  con
    Traddles, e disse di sentirsi molto soddisfatto che le avesse buscate.
    Il  povero  Traddles  aveva superato lo stadio di restare con la testa
    appoggiata al tavolino e adesso si  confortava  come  d'abitudine  col
    disegnare  tutta  una  serie  di scheletri: disse che non gl'importava
    nulla  dei  colpi  ricevuti.  Disse  che  il  signor  Mell  era  stato
    maltrattato.
    - E chi l'ha trattato male, dimmi. donnetta? - disse Steerforth.
    - Ma tu, certo - gli replicò Traddles.
    - Io che cosa ho fatto? - disse Steerforth.
    -  Che  cosa  hai  fatto?  -  replicò  Traddles.  -  Hai ferito i suoi
    sentimenti e gli hai fatto perdere il posto.
    - I suoi sentimenti?  - ripeté sdegnosamente Steerforth.  -  Scommetto
    che  i suoi sentimenti saranno presto risanati.  Non sono come i tuoi,
    signorina Traddles. Quanto al posto...  era proprio un gran bel posto,
    credi?  e  poi  tu  credi  che non scriverò a casa perché provvedano a
    mandargli un po' di soldi? Ragazzina!
    Pensammo  che  fosse  molto  nobile  quella  intenzione  da  parte  di
    Steerforth,  la cui madre era una ricca vedova,  e si diceva che fosse
    disposta a fare tutto quello  che  egli  le  chiedeva.  Eravamo  tutti
    contentissimi  di  vedere Traddles così umiliato e Steerforth esaltato
    al settimo  cielo,  specialmente  quando  ci  disse,  e  lo  fece  con
    degnazione,  che aveva fatto quello che aveva fatto esclusivamente per
    noi e per il nostro  bene,  e  che  facendolo  in  maniera  del  tutto
    disinteressata ci aveva procurato un grosso beneficio.
    Ma  devo dire che la sera,  mentre al buio riprendevo il mio racconto,
    mi parve di dover prestare più d'una volta orecchio al suono lamentoso
    del vecchio flauto del signor Mell;  e  quando  finalmente  Steerforth
    disse di essere stanco e potei coricarmi, immaginai che stesse sonando
    chissà dove così dolorosamente e ne provai un grandissimo dispiacere.
    Ma  presto  me  ne  dimenticai  per  l'ammirazione che suscitava in me
    Steerforth,  il quale con disinvoltura,  senza la minima difficoltà  e
    senza  alcun  libro  (a  me  pareva che sapesse tutto a memoria) tenne
    alcune lezioni ai suoi compagni in attesa che  si  trovasse  il  nuovo
    maestro. Il nuovo maestro proveniva da una scuola secondaria statale e
    prima  di  assumere  il suo incarico pranzò un giorno nella presidenza
    per   essere   presentato   a    Steerforth,    il    quale    approvò
    incondizionatamente la sua nomina e ci disse che era "un bel mattone".
    Senza  ben capire quale alto grado di sapienza fosse implicita in tale
    espressione,  lo rispettai per questo grandemente  e  non  nutrii  mai
    alcun  dubbio intorno al suo sapere;  sebbene poi non si curasse di me
    più che tanto (è vero che ero del tutto insignificante),  al contrario
    di ciò che aveva fatto il signor Mell.
    Dalla  normale  vita  scolastica di quel semestre emerge solo un altro
    evento che non ho ancora dimenticato. Lo ricordo per diversi motivi.
    Un pomeriggio eravamo tutti gettati nella massima  confusione  mentale
    dal  signor  Creakle  che  stava imperversando e menava botte da orbi,
    quando entrò Tungay e con la solita voce tonante  annunciò:  -  Visite
    per Copperfield!
    Scambiò  poche  parole con il signor Creakle intorno ai visitatori per
    sapere in quale stanza doveva introdurli,  e quindi a me  che  secondo
    l'uso  mi  ero  alzato  all'annuncio e mi sentivo quasi mancare per lo
    stupore,  fu ordinato di salire dalle scale di servizio a prendere  un
    colletto  pulito prima di andare nella sala da pranzo.  Mi affrettai a
    obbedire con una agitazione  mai  provata  prima  d'allora,  così  che
    quando  mi  trovai  all'uscio  del  salotto,  e  mi venne in mente che
    potesse essere venuta mia madre (fino a  quel  momento  avevo  pensato
    soltanto  al signore o alla signorina Murdstone) ritirai la mano dalla
    maniglia e prima di entrare attesi di inghiottire un singhiozzo.
    Da prima non vidi alcuno,  ma sentendo un ostacolo dietro al  battente
    mi  girai per guardare ed ecco,  con mio sommo stupore,  che scorsi il
    signor Peggotty e Ham che s'inchinavano  davanti  a  me,  cappello  in
    mano,  stretti contro la parete.  Non potei fare a meno di ridere,  ma
    molto per il piacere di vederli più che per la figura che facevano. Ci
    stringemmo la mano con grande cordialità  e  io  risi  e  risi  finché
    dovetti trarre di tasca il fazzoletto per asciugarmi gli occhi.
    Il  signor  Peggotty  (ricordo bene che per tutta la visita non chiuse
    una sola volta la bocca) si preoccupò molto  nel  vedermi  commosso  e
    diede di gomito a Ham perché dicesse qualcosa.
    - Su, allegro, signorino Davy, perdinci! - disse Ham con il suo solito
    sorrisetto un po' sciocco. - Ma come è cresciuto!
    -  Sono  cresciuto  davvero?  -  dissi,  asciugandomi  gli occhi.  Non
    piangevo per alcun motivo particolare,  ma la  vista  di  quei  vecchi
    amici non so perché mi faceva piangere.
    - Se è cresciuto! - disse il signor Peggotty.
    Ridendo fra loro mi fecero di nuovo ridere,  e poi ridemmo tutti e tre
    insieme finché mi trovai sul punto di tornare a piangere.
    - Signor Peggotty, - dissi - lei sa come sta la mia mamma?  E come sta
    la mia cara, cara, vecchia Peggotty?
    - Magnificamente - disse il signor Peggotty.
    - E la piccola Emily e la signora Gummidge?
    - Ma...gnificamente - disse il signor Peggotty.
    Tacevamo. E per interrompere quel silenzio il signor Peggotty si tolse
    dalle  tasche  una  fantastica  aragosta  e  un  enorme  granchio e un
    sacchetto di tela pieno di gamberi, deponendo tutto in braccio a Ham.
    - Ecco,  - disse il signor Peggotty - sapendo che le piaceva un po' di
    sapori nelle vivande quando era con noi, ci siamo presi la libertà. Li
    ha cucinati la vecchia.  La signora Gummidge li ha fatti cuocere. Sì -
    disse lentamente il signor Peggotty,  che mi parve  volesse  insistere
    sull'argomento non avendone un altro disponibile - le garantisco che è
    stata proprio la signora Gummidge a cucinarli. - Gli manifestai la mia
    gratitudine,  e  il  signor  Peggotty si rivolse a Ham che seguitava a
    sorridere modestamente ai crostacei senza fare il  minimo  sforzo  per
    aiutarlo, poi disse:
    - Vede, con il vento e la marea in nostro favore, siamo venuti con una
    barca da pesca da Yarmouth a Gravesend.  Mia sorella mi ha scritto lei
    il nome di questo luogo,  e mi ha scritto che se mi  capitava  mai  di
    arrivare a Gravesend dovevo venire anche qui e domandare del signorino
    Davy  per  darle i suoi doveri e tanti auguri devoti di buona salute e
    dirgli di tutta la  famiglia  che  sta  magnificamente.  Vede,  quando
    ritorneremo  la  piccola  Emily  le scriverà che l'abbiamo visto e che
    anche lei sta magnificamente e così è  tutta  una  bella  giostra  che
    faremo.
    Dovetti  riflettere  un momento prima di comprendere il significato di
    questa  immagine,   che  certo  significava  un   giro   completo   di
    informazioni. Poi lo ringraziai di cuore, e sentendomi arrossire dissi
    che  probabilmente  era cresciuta anche la piccola Emily dai giorni in
    cui andavamo  insieme  a  raccogliere  conchiglie  e  sassolini  sulla
    spiaggia.
    - Sta diventando una donna,  ecco quello che sta diventando - disse il
    signor Peggotty. - Lo chieda un po' a lui.
    Intendeva dire che lo chiedessi a Ham,  il quale  accennava  di  sì  e
    sorrideva beato al sacchetto dei gamberi.
    -  Che  bel  viso!  -  disse  il  signor  Peggotty,  mentre il suo gli
    luccicava come una lampada.
    - E quante cose sa! - disse Ham.
    - Come scrive!  - disse il signor Peggotty.  - Lettere  nere  come  il
    carbone e tanto grandi, poi, che si vedono dappertutto.
    Era  oltremodo  piacevole  vedere  da quale entusiasmo era ispirato il
    signor Peggotty quando pensava alla sua  piccola  nipote  diletta.  Lo
    rivedo  ancora,  quel  suo onesto volto barbuto da cui si diffonde una
    letizia di amore e di orgoglio che non saprei  descrivere.  Gli  occhi
    sinceri  si  accendono  e  scintillano  come se al fondo vi si movesse
    qualcosa di luminoso. Per il piacere gli si gonfia l'ampio petto.  Per
    l'entusiasmo  le  mani forti già abbandonate si serrano,  e sottolinea
    ciò che dice levando il braccio destro,  che alla mia vista di  pigmeo
    sembra un maglio.
    Ham  non  era  meno entusiasta di lui.  Oso dire che avrebbero parlato
    ancora molto della piccola Emily,  se  non  fossero  stati  intimiditi
    dall'inattesa comparsa di Steerforth,  il quale vedendomi in un angolo
    a chiacchierare con due sconosciuti interruppe la  canzone  che  aveva
    intonata e disse: - Non sapevo che tu fossi qui,  giovane Copperfield!
    - (non era infatti la stanza di solito destinata  alle  visite)  e  ci
    passò vicino per uscire.
    Non sono sicuro se per l'orgoglio di avere un amico come Steerforth, o
    per  il desiderio di spiegargli come mai avevo un amico come il signor
    Peggotty, lo richiamai mentre già stava uscendo. Certo è che gli dissi
    umilmente (buon Dio, come tutto mi torna in mente dopo tanto tempo!):
    - Per favore, Steerforth, non andare via. Questi sono due pescatori di
    Yarmouth,  persone buonissime e gentilissime.  Sono parenti della  mia
    bambinaia, venuti apposta da Gravesend per vedermi.
    - Ah, sì? - disse Steerforth, ritornando sui suoi passi. - Molto lieto
    di conoscerli. Come state, tutti e due?
    Vi  era  una  disinvoltura  nei suoi modi,  gaia e leggera ma priva di
    spavalderia,  che ancor oggi credo avesse in sé una sorta di  fascino.
    Credo  ancora  che  per  il  portamento,  la innata vivacità,  la voce
    deliziosa,  la bellezza dei lineamenti e della persona e per quanto ne
    so,  anche  per  un  naturale  potere di attrazione (che ritengo pochi
    possiedano),  egli manifestasse un fascino a  cui  era  una  debolezza
    naturale  cedere,  e  a cui non molti avrebbero saputo resistere.  Non
    potevo non vedere quanto i due  pescatori  fossero  felici  della  sua
    compagnia e come pareva fossero subito pronti ad aprirgli il cuore.
    -  La prego,  signor Peggotty,  di far sapere ai miei - dissi - quando
    farà spedire quella lettera,  che il signor Steerforth è tanto gentile
    con me e che non so che cosa farei senza di lui.
    -  Sciocchezze!  -  disse ridendo Steerforth.  - Non dovete raccontare
    niente del genere.
    - E poi,  signor Peggotty,  - dissi - se per caso il signor Steerforth
    capiterà  mai  nel  Norfolk  o  nel Suffolk fin che mi trovo qui,  può
    contarci che se lui vorrà,  io lo porterò a Yarmouth a vedere  la  sua
    casa. Non hai mai visto una casa come quella, Steerforth. E' fatta con
    una barca!
    -  Ma  davvero,  fatta  con una barca?  - disse Steerforth.  - Proprio
    l'abitazione adatta per un così perfetto marinaio.
    - E' vero,  è vero,  signore,  - disse ridacchiando Ham.  - Ha ragione
    questo  signorino.  Signorino  Davy,  ha  proprio ragione: un perfetto
    marinaio. Bene, bene, ecco lui com'è!
    Il signor Peggotty non era meno contento del nipote,  sebbene  la  sua
    modestia gli impedisse di accettare così eloquentemente un complimento
    tanto personale.
    - Bene, signore - disse inchinandosi e sorridendo, tirandosi sul petto
    le  punte  del fazzoletto da collo.  - Grazie tante,  signore,  grazie
    tante! Nel mio mestiere faccio quello che posso, signore.
    - E più di questo non possono fare  i  migliori  uomini  della  terra,
    signor Peggotty - disse Steerforth. Aveva già afferrato il suo nome.
    -  Scommetto  che  anche  lei fa la stessa cosa,  signore,  - disse il
    signor  Peggotty,  scotendo  la  testa  -  e  farà  tutto  bene,  anzi
    benissimo!  La  ringrazio,  signore.  Le  sono  obbligato  per  la sua
    cortesia. Io sono rozzo, signore,  ma ben disposto...  spero almeno di
    essere ben disposto,  lei mi capisce.  La mia casa non è una gran cosa
    da vedere, signore,  ma di tutto cuore la metto al suo servizio se mai
    lei verrà a vederla con il signorino Davy. Io sono un vero bruco, sono
    -  disse  il  signor  Peggotty  e  intendeva  dire  lumacone,  facendo
    allusione alla sua lentezza nel prendere  congedo,  perché  dopo  ogni
    frase  aveva  fatto l'atto di andar via,  e in qualche modo era sempre
    tornato indietro.  - Ma faccio a tutti e due i miei auguri;  vi auguro
    ogni felicità.
    Ham  fece  eco  a questi sentimenti,  e ci separammo nella maniera più
    cordiale.  Quella sera cedetti quasi  alla  tentazione  di  parlare  a
    Steerforth  della  piccola Emily,  ma ero troppo timido per riuscire a
    farne il nome,  e temevo troppo che avrebbe riso di  me.  Ricordo  che
    pensai  molto  alle  parole del signor Peggotty: aveva detto che stava
    facendosi donna, ma decisi che si trattava di una sciocchezza.
    Riuscimmo a trasportare inosservati nel nostro dormitorio i  crostacei
    (o i "sapori",  come li aveva umilmente chiamati il signor Peggotty) e
    quella sera imbandimmo una  grande  cena.  Ma  Traddles  non  ne  uscì
    indenne.  Era  troppo sfortunato anche solo per digerire una cena come
    tutti gli altri. Di notte si sentì male,  si sentì proprio malissimo a
    causa del granchio,  e dopo essere stato curato con certe gocce nere e
    pillole blu in tale misura  che  Demple  (il  cui  padre  era  medico)
    giudicò sufficiente a rovinare la costituzione di un cavallo, ebbe una
    bastonatura  e sei capitoli del Nuovo Testamento da tradurre dal greco
    per essersi rifiutato di confessare la sua colpa.
    Il resto di quel semestre è nel  mio  ricordo  una  giungla  di  lotte
    quotidiane  e  fatiche  per vivere;  della fine dell'estate nel mutare
    della stagione;  delle mattine gelide in cui bisognava strapparsi  giù
    dal  letto,  e  dell'odore  freddo delle freddissime sere quando ci si
    ficcava a letto;  dei pomeriggi nell'aula  male  illuminata  e  peggio
    riscaldata,  delle lezioni al mattino in cui l'aula non era se non una
    grande macchina operante a forza di brividi,  dell'alternarsi di manzo
    bollito  all'arrosto  di  manzo,  e  di montone bollito all'arrosto di
    montone;  di grossi pezzi di pane imburrato;  di libri tutti gualciti,
    lavagne  spaccate,  quaderni macchiati di lagrime,  bastonature con la
    verga e con il righello, taglio dei capelli, domeniche piovose, budini
    al grasso di bue, e tutto intorno un'atmosfera satura di inchiostro.
    Ricordo però benissimo come l'idea remota delle vacanze,  dopo  essere
    apparsa  per  un  tempo  interminabile  sotto forma di punto immobile,
    cominciò ad avvicinarsi e a dilatarsi  sempre  più.  Come  dopo  avere
    contato la distanza in mesi, si arrivò alle settimane e poi ai giorni;
    e  allora  cominciai a temere che non sarebbero venuti a prendermi,  e
    poi quando appresi da Steerforth che  invece  sarei  partito,  ed  ero
    sicuro  di  andare a casa,  e avevo neri presentimenti di rompermi una
    gamba prima di quel momento.  Ricordo con  quale  rapidità  il  giorno
    della fine delle lezioni si trasformò da oggi quindici in oggi a otto,
    nella  settimana  prossima  e  poi  in  questa settimana,  dopodomani,
    domani,  oggi,  stasera...  e finalmente mi trovai dentro la diligenza
    per Yarmouth in viaggio verso casa.
    In  quella  diligenza feci vari sonni brevi e interrotti e molti sogni
    assurdi intorno agli eventi già descritti.  Ma quando a intervalli  mi
    svegliavo,  il  terreno  fuori del finestrino non era quello del campo
    giochi di Salem House,  e il rumore che avevo nelle orecchie  non  era
    quello  del  signor  Creakle  che  batteva  Traddles,  ma  quello  del
    conducente che frustava i cavalli.