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Cuore
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Cuore di Edmondo de Amicis
Questo libro è particolarmente dedicato ai ragazzi delle scuole elementari, i
quali sono tra i nove e i tredici anni, e si potrebbe intitolare: Storia d'un
anno scolastico, scritta da un alunno di terza d'una scuola municipale d'Italia.
- Dicendo scritta da un alunno di terza, non voglio dire che l'abbia scritta
propriamente lui, tal qual è stampata. Egli notava man mano in un quaderno,
come sapeva, quello che aveva visto, sentito, pensato, nella scuola e fuori; e
suo padre, in fin d'anno, scrisse queste pagine su quelle note, studiandosi di
non alterare il pensiero, e di conservare, quanto fosse possibile, le parole del
figliuolo. Il quale poi, quattro anni dopo, essendo già nel Ginnasio, rilesse
il manoscritto e v'aggiunse qualcosa di suo, valendosi della memoria ancor
fresca delle persone e delle cose. Ora leggete questo libro, ragazzi: io spero
che ne sarete contenti e che vi farà del bene.
OTTOBRE
Il primo giorno di scuola
17, lunedì
Oggi primo giorno di scuola. Passarono come un sogno quei tre mesi di vacanza in
campagna! Mia madre mi condusse questa mattina alla Sezione Baretti a farmi
inscrivere per la terza elementare: io pensavo alla campagna e andavo di mala
voglia. Tutte le strade brulicavano di ragazzi; le due botteghe di libraio erano
affollate di padri e di madri che compravano zaini, cartelle e quaderni, e
davanti alla scuola s'accalcava tanta gente che il bidello e la guardia civica
duravan fatica a tenere sgombra la porta. Vicino alla porta, mi sentii toccare
una spalla: era il mio maestro della seconda, sempre allegro, coi suoi capelli
rossi arruffati, che mi disse: - Dunque, Enrico, siamo separati per sempre? - Io
lo sapevo bene; eppure mi fecero pena quelle parole. Entrammo a stento. Signore,
signori, donne del popolo, operai, ufficiali, nonne, serve, tutti coi ragazzi
per una mano e i libretti di promozione nell'altra, empivan la stanza d'entrata
e le scale, facendo un ronzio che pareva d'entrare in un teatro. Lo rividi con
piacere quel grande camerone a terreno, con le porte delle sette classi, dove
passai per tre anni quasi tutti i giorni. C'era folla, le maestre andavano e
venivano. La mia maestra della prima superiore mi salutò di sulla porta della
classe e mi disse: - Enrico, tu vai al piano di sopra, quest'anno; non ti vedrò
nemmen più passare! - e mi guardò con tristezza. Il Direttore aveva intorno
delle donne tutte affannate perché non c'era più posto per i loro figliuoli, e
mi parve ch'egli avesse la barba un poco più bianca che l'anno passato. Trovai
dei ragazzi cresciuti, ingrassati. Al pian terreno, dove s'eran già fatte le
ripartizioni, c'erano dei bambini delle prime inferiori che non volevano entrare
nella classe e s'impuntavano come somarelli, bisognava che li tirassero dentro a
forza; e alcuni scappavano dai banchi; altri, al veder andar via i parenti, si
mettevano a piangere, e questi dovevan tornare indietro a consolarli o a
ripigliarseli, e le maestre si disperavano. Il mio piccolo fratello fu messo
nella classe della maestra Delcati; io dal maestro Perboni, su al primo piano.
Alle dieci eravamo tutti in classe: cinquantaquattro: appena quindici o sedici
dei miei compagni della seconda, fra i quali Derossi, quello che ha sempre il
primo premio. Mi parve così piccola e triste la scuola pensando ai boschi, alle
montagne dove passai l'estate! Anche ripensavo al mio maestro di seconda, così
buono, che rideva sempre con noi, e piccolo, che pareva un nostro compagno, e mi
rincresceva di non vederlo più là, coi suoi capelli rossi arruffati. Il nostro
maestro è alto, senza barba coi capelli grigi e lunghi, e ha una ruga diritta
sulla fronte; ha la voce grossa, e ci guarda tutti fisso, l'un dopo l'altro,
come per leggerci dentro; e non ride mai. Io dicevo tra me: - Ecco il primo
giorno. Ancora nove mesi. Quanti lavori, quanti esami mensili, quante fatiche! -
Avevo proprio bisogno di trovar mia madre all'uscita e corsi a baciarle la mano.
Essa mi disse: - Coraggio Enrico! Studieremo insieme. - E tornai a casa
contento. Ma non ho più il mio maestro, con quel sorriso buono e allegro, e non
mi par più bella come prima la scuola.
Il nostro maestro
18, martedì
Anche il mio nuovo maestro mi piace, dopo questa mattina. Durante l'entrata,
mentre egli era già seduto al suo posto, s'affacciava di tanto in tanto alla
porta della classe qualcuno dei suoi scolari dell'anno scorso, per salutarlo;
s'affacciavano, passando, e lo salutavano: - Buongiorno, signor maestro. - Buon
giorno, signor Perboni; - alcuni entravano, gli toccavan la mano e scappavano.
Si vedeva che gli volevan bene e che avrebbero voluto tornare con lui. Egli
rispondeva: - Buon giorno, - stringeva le mani che gli porgevano; ma non
guardava nessuno, ad ogni saluto rimaneva serio, con la sua ruga diritta sulla
fronte, voltato verso la finestra, e guardava il tetto della casa di faccia, e
invece di rallegrarsi di quei saluti, pareva che ne soffrisse. Poi guardava noi,
l'uno dopo l'altro, attento. Dettando, discese a passeggiare in mezzo ai banchi,
e visto un ragazzo che aveva il viso tutto rosso di bollicine, smise di dettare,
gli prese il viso fra le mani e lo guardò; poi gli domandò che cos'aveva e gli
posò una mano sulla fronte per sentir s'era calda. In quel mentre, un ragazzo
dietro di lui si rizzò sul banco e si mise a fare la marionetta. Egli si voltò
tutt'a un tratto; il ragazzo risedette d'un colpo, e restò lì, col capo basso,
ad aspettare il castigo. Il maestro gli pose una mano sul capo e gli disse: -
Non lo far più. - Nient'altro. Tornò al tavolino e finì di dettare. Finito di
dettare, ci guardò un momento in silenzio; poi disse adagio adagio, con la sua
voce grossa, ma buona: - Sentite. Abbiamo un anno da passare insieme. Vediamo di
passarlo bene. Studiate e siate buoni. Io non ho famiglia. La mia famiglia siete
voi. Avevo ancora mia madre l'anno scorso: mi è morta. Son rimasto solo. Non ho
più che voi al mondo, non ho più altro affetto, altro pensiero che voi. Voi
dovete essere i miei figliuoli. Io vi voglio bene, bisogna che vogliate bene a
me. Non voglio aver da punire nessuno. Mostratemi che siete ragazzi di cuore; la
nostra scuola sarà una famiglia e voi sarete la mia consolazione e la mia
alterezza. Non vi domando una promessa a parole; son certo che, nel vostro
cuore, m'avete già detto di sì. E vi ringrazio. - In quel punto entrò il
bidello a dare il finis. Uscimmo tutti dai banchi zitti zitti. Il ragazzo che
s'era rizzato sul banco s'accostò al maestro, e gli disse con voce tremante: -
Signor maestro, mi perdoni. - Il maestro lo baciò in fronte e gli disse: - Va',
figliuol mio.
Una disgrazia
21, venerdì
L'anno è cominciato con una disgrazia. Andando alla scuola, questa mattina, io
ripetevo a mio padre quelle parole del maestro, quando vedemmo la strada piena
di gente, che si serrava davanti alla porta della Sezione. Mio padre disse
subito: - Una disgrazia! L'anno comincia male! - Entrammo a gran fatica. Il
grande camerone era affollato di parenti e di ragazzi, che i maestri non
riuscivano a tirar nelle classi, e tutti eran rivolti verso la stanza del
Direttore, e s'udiva dire: - Povero ragazzo! Povero Robetti! - Al disopra delle
teste, in fondo alla stanza piena di gente, si vedeva l'elmetto d'una guardia
civica e la testa calva del Direttore: poi entrò un signore col cappello alto,
e tutti dissero: - È il medico. - Mio padre domandò a un maestro: - Cos'è
stato? - Gli è passata la ruota sul piede, - rispose. - Gli ha rotto il piede,
- disse un altro. Era un ragazzo della seconda, che venendo a scuola per via
Dora Grossa e vedendo un bimbo della prima inferiore, sfuggito a sua madre,
cadere in mezzo alla strada, a pochi passi da un omnibus che gli veniva addosso,
era accorso arditamente, l'aveva afferrato e messo in salvo; ma non essendo
stato lesto a ritirare il piede, la ruota dell'omnibus gli era passata su. È
figliuolo d'un capitano d'artiglieria. Mentre ci raccontavano questo, una
signora entrò nel camerone come una pazza, rompendo la folla: era la madre di
Robetti, che avevan mandato a chiamare; un'altra signora le corse incontro, e le
gettò le braccia al collo, singhiozzando: era la madre del bambino salvato.
Tutt'e due si slanciarono nella stanza, e s'udì un grido disperato: - Oh Giulio
mio! Bambino mio! - In quel momento si fermò una carrozza davanti alla porta, e
poco dopo comparve il Direttore col ragazzo in braccio, che appoggiava il capo
sulla sua spalla, col viso bianco e gli occhi chiusi. Tutti stettero zitti: si
sentivano i singhiozzi della madre. Il Direttore si arrestò un momento,
pallido, e sollevò un poco il ragazzo con tutt'e due le braccia per mostrarlo
alla gente. E allora maestri, maestre, parenti, ragazzi, mormorarono tutti
insieme: - Bravo, Robetti! - Bravo, povero bambino! - e gli mandavano dei baci;
le maestre e i ragazzi che gli erano intorno, gli baciaron le mani e le braccia.
Egli aperse gli occhi, e disse: - La mia cartella! - La madre del piccino
salvato gliela mostrò piangendo e gli disse: - Te la porto io, caro angiolo, te
la porto io. - E intanto sorreggeva la madre del ferito, che si copriva il viso
con le mani. Uscirono, adagiarono il ragazzo nella carrozza, la carrozza partì.
E allora rientrammo tutti nella scuola, in silenzio.
Il ragazzo calabrese
22, sabato
Ieri sera, mentre il maestro ci dava notizie del povero Robetti, che dovrà
camminare con le stampelle, entrò il Direttore con un nuovo iscritto, un
ragazzo di viso molto bruno, coi capelli neri, con gli occhi grandi e neri, con
le sopracciglia folte e raggiunte sulla fronte, tutto vestito di scuro, con una
cintura di marocchino nero intorno alla vita. Il Direttore, dopo aver parlato
nell'orecchio al maestro, se ne uscì, lasciandogli accanto il ragazzo, che
guardava noi con quegli occhioni neri, come spaurito. Allora il maestro gli
prese una mano, e disse alla classe: - Voi dovete essere contenti. Oggi entra
nella scuola un piccolo italiano nato a Reggio di Calabria, a più di
cinquecento miglia di qua. Vogliate bene al vostro fratello venuto di lontano.
Egli è nato in una terra gloriosa, che diede all'Italia degli uomini illustri,
e le dà dei forti lavoratori e dei bravi soldati; in una delle più belle terre
della nostra patria, dove son grandi foreste e grandi montagne, abitate da un
popolo pieno d'ingegno, di coraggio. Vogliategli bene, in maniera che non
s'accorga di esser lontano dalla città dove è nato; fategli vedere che un
ragazzo italiano, in qualunque scuola italiana metta il piede, ci trova dei
fratelli. Detto questo s'alzò e segnò sulla carta murale d'Italia il punto
dov'è Reggio di Calabria. Poi chiamò forte: - Ernesto Derossi! - quello che ha
sempre il primo premio. Derossi s'alzò. - Vieni qua, - disse il maestro.
Derossi uscì dal banco e s'andò a mettere accanto al tavolino, in faccia al
calabrese. - Come primo della scuola, - gli disse il maestro, - dà l'abbraccio
del benvenuto, in nome di tutta la classe, al nuovo compagno; l'abbraccio dei
figliuoli del Piemonte al figliuolo della Calabria. - Derossi abbracciò il
calabrese, dicendo con la sua voce chiara: - Benvenuto! - e questi baciò lui
sulle due guancie, con impeto. Tutti batterono le mani. - Silenzio! - gridò il
maestro, - non si batton le mani in iscuola! - Ma si vedeva che era contento.
Anche il calabrese era contento. Il maestro gli assegnò il posto e lo
accompagnò al banco. Poi disse ancora: - Ricordatevi bene di quello che vi
dico. Perché questo fatto potesse accadere, che un ragazzo calabrese fosse come
in casa sua a Torino e che un ragazzo di Torino fosse come a casa propria a
Reggio di Calabria, il nostro paese lottò per cinquant'anni e trentamila
italiani morirono. Voi dovete rispettarvi, amarvi tutti fra voi; ma chi di voi
offendesse questo compagno perché non è nato nella nostra provincia, si
renderebbe indegno di alzare mai più gli occhi da terra quando passa una
bandiera tricolore. - Appena il calabrese fu seduto al posto, i suoi vicini gli
regalarono delle penne e una stampa, e un altro ragazzo, dall'ultimo banco, gli
mandò un francobollo di Svezia.
I miei compagni
25, martedì
Il ragazzo che mandò il francobollo al calabrese è quello che mi piace più di
tutti, si chiama Garrone, è il più grande della classe ha quasi quattordici
anni, la testa grossa, le spalle larghe; è buono, si vede quando sorride; ma
pare che pensi sempre, come un uomo. Ora ne conosco già molti dei miei
compagni. Un altro mi piace pure, che ha nome Coretti, e porta una maglia color
cioccolata e un berretto di pelo di gatto: sempre allegro, figliuolo d'un
rivenditore di legna, che è stato soldato nella guerra del 66, nel quadrato del
principe Umberto, e dicono che ha tre medaglie. C'è il piccolo Nelli, un povero
gobbino, gracile e col viso smunto. C'è uno molto ben vestito, che si leva
sempre i peluzzi dai panni, e si chiama Votini. Nel banco davanti al mio c'è un
ragazzo che chiamano il muratorino, perché suo padre è muratore; una faccia
tonda come una mela con un naso a pallottola: egli ha un'abilità particolare,
sa fare il muso di lepre, e tutti gli fanno fare il muso di lepre, e ridono;
porta un piccolo cappello a cencio che tiene appallottolato in tasca come un
fazzoletto. Accanto al muratorino c'è Garoffi, un coso lungo e magro col naso a
becco di civetta e gli occhi molto piccoli, che traffica sempre con pennini,
immagini e scatole di fiammiferi, e si scrive la lezione sulle unghie, per
leggerla di nascosto. C'è poi un signorino, Carlo Nobis, che sembra molto
superbo, ed è in mezzo a due ragazzi che mi son simpatici: il figliuolo d'un
fabbro ferraio, insaccato in una giacchetta che gli arriva al ginocchio, pallido
che par malato e ha sempre l'aria spaventata e non ride mai; e uno coi capelli
rossi, che ha un braccio morto, e lo porta appeso al collo: suo padre è andato
in America e sua madre va attorno a vendere erbaggi. È anche un tipo curioso il
mio vicino di sinistra, - Stardi, - piccolo e tozzo, senza collo, un grugnone
che non parla con nessuno, e pare che capisca poco, ma sta attento al maestro
senza batter palpebra, con la fronte corrugata e coi denti stretti: e se lo
interrogano quando il maestro parla, la prima e la seconda volta non risponde,
la terza volta tira un calcio. E ha daccanto una faccia tosta e trista, uno che
si chiama Franti, che fu già espulso da un'altra Sezione. Ci sono anche due
fratelli, vestiti eguali, che si somigliano a pennello, e portano tutti e due un
cappello alla calabrese, con una penna di fagiano. Ma il più bello di tutti,
quello che ha più ingegno, che sarà il primo di sicuro anche quest'anno, è
Derossi; e il maestro, che l'ha già capito lo interroga sempre. Io però voglio
bene a Precossi, il figliuolo del fabbro ferraio, quello della giacchetta lunga,
che pare un malatino; dicono che suo padre lo batte; è molto timido, e ogni
volta che interroga o tocca qualcuno dice: - Scusami, - e guarda con gli occhi
buoni e tristi. Ma Garrone è il più grande e il più buono.
Un tratto generoso
26, mercoledì
E si diede a conoscere appunto questa mattina, Garrone. Quando entrai nella
scuola, - un poco tardi, ché m'avea fermato la maestra di prima superiore per
domandarmi a che ora poteva venir a casa a trovarci, - il maestro non c'era
ancora, e tre o quattro ragazzi tormentavano il povero Crossi, quello coi
capelli rossi, che ha un braccio morto, e sua madre vende erbaggi. Lo
stuzzicavano colle righe, gli buttavano in faccia delle scorze di castagne, e
gli davan dello storpio e del mostro, contraffacendolo, col suo braccio al
collo. Ed egli tutto solo in fondo al banco, smorto, stava a sentire, guardando
ora l'uno ora l'altro con gli occhi supplichevoli, perché lo lasciassero stare.
Ma gli altri sempre più lo sbeffavano, ed egli cominciò a tremare e a farsi
rosso dalla rabbia. A un tratto Franti, quella brutta faccia, salì sur un
banco, e facendo mostra di portar due cesti sulle braccia, scimmiottò la mamma
di Crossi, quando veniva a aspettare il figliuolo alla porta, perché ora è
malata. Molti si misero a ridere forte. Allora Crossi perse la testa e afferrato
un calamaio glie lo scaraventò al capo di tutta forza, ma Franti fece civetta,
e il calamaio andò a colpire nel petto il maestro che entrava.
Tutti scapparono al posto, e fecero silenzio, impauriti.
Il maestro, pallido, salì al tavolino, e con voce alterata domandò:
- Chi è stato?
Nessuno rispose.
Il maestro gridò un'altra volta, alzando ancora la voce: - Chi è?
Allora Garrone, mosso a pietà del povero Crossi, si alzò di scatto, e disse
risolutamente: - Son io.
Il maestro lo guardò, guardò gli scolari stupiti; poi disse con voce
tranquilla: - Non sei tu.
E dopo un momento: - Il colpevole non sarà punito. S'alzi!
Il Crossi s'alzò, e disse piangendo: - Mi picchiavano e m'insultavano, io ho
perso la testa, ho tirato...
- Siedi, - disse il maestro. - S'alzino quelli che lo han provocato.
Quattro s'alzarono col capo chino.
- Voi, - disse il maestro, - avete insultato un compagno che non vi provocava,
schernito un disgraziato, percosso un debole che non si può difendere. Avete
commesso una delle azioni più basse, più vergognose di cui si possa macchiare
una creatura umana. Vigliacchi!
Detto questo, scese tra i banchi, mise una mano sotto il mento a Garrone, che
stava col viso basso, e fattogli alzare il viso, lo fissò negli occhi, e gli
disse: - Tu sei un'anima nobile.
Garrone, colto il momento, mormorò non so che parole nell'orecchio al maestro,
e questi, voltatosi verso i quattro colpevoli, disse bruscamente: - Vi perdono.
La mia maestra di prima superiore
27, giovedì
La mia maestra ha mantenuto la promessa, è venuta oggi a casa, nel momento che
stavo per uscire con mia madre, per portar biancheria a una donna povera,
raccomandata dalla Gazzetta. Era un anno che non l'avevamo più vista in casa
nostra. Tutti le abbiamo fatto festa. È sempre quella, piccola, col suo velo
verde intorno al cappello, vestita alla buona e pettinata male, ché non ha
tempo di rilisciarsi; ma un poco più scolorita che l'anno passato, con qualche
capello bianco, e tosse sempre. Mia madre glie l'ha detto: - E la salute, cara
maestra? Lei non si riguarda abbastanza! - Eh, non importa, - ha risposto, col
suo sorriso allegro insieme e malinconico. - Lei parla troppo forte, - ha
soggiunto mia madre, - si affanna troppo coi suoi ragazzi. - È vero; si sente
sempre la sua voce, mi ricordo di quando andavo a scuola da lei: parla sempre,
parla perché i ragazzi non si distraggano, e non sta un momento seduta. N'ero
ben sicuro che sarebbe venuta, perché non si scorda mai dei suoi scolari; ne
rammenta i nomi per anni; i giorni d'esame mensile, corre a domandar al
Direttore che punti hanno avuto; li aspetta all'uscita, e si fa mostrar le
composizioni per vedere se hanno fatto progressi; e molti vengono ancora a
trovarla dal Ginnasio, che han già i calzoni lunghi e l'orologio. Quest'oggi
tornava tutta affannata dalla Pinacoteca, dove aveva condotto i suoi ragazzi
come gli anni passati, che ogni giovedì li conduceva tutti a un museo, e
spiegava ogni cosa. Povera maestra, è ancora dimagrita. Ma è sempre viva,
s'accalora sempre quando parla della sua scuola. Ha voluto rivedere il letto
dove mi vide molto malato due anni fa, e che ora è di mio fratello, lo ha
guardato un pezzo e non poteva parlare. Ha dovuto scappar presto per andar a
visitare un ragazzo della sua classe, figliuolo d'un sellaio, malato di rosolia;
e aveva per di più un pacco di pagine da correggere, tutta la serata da
lavorare, e doveva ancor dare una lezione privata d'aritmetica a una bottegaia,
prima di notte. - Ebbene, Enrico, - m'ha detto, andandosene, - vuoi ancora bene
alla tua maestra ora che risolvi i problemi difficili e fai le composizioni
lunghe? - M'ha baciato, m'ha ancora detto d'in fondo alla scala: - Non mi
scordare, sai, Enrico! - O mia buona maestra, mai, mai non ti scorderò. Anche
quando sarò grande, mi ricorderò ancora di te e andrò a trovarti fra i tuoi
ragazzi; e ogni volta che passerò vicino a una scuola e sentirò la voce d'una
maestra, mi parrà di sentir la tua voce, e ripenserò ai due anni che passai
nella scuola tua, dove imparai tante cose, dove ti vidi tante volte malata e
stanca, ma sempre premurosa, sempre indulgente disperata quando uno pigliava un
mal vezzo delle dita a scrivere, tremante quando gli ispettori c'interrogavano,
felice quando facevamo buona figura, buona sempre e amorosa come una madre. Mai,
mai non mi scorderò di te, maestra mia.
In una soffitta
28, venerdì
Ieri sera con mia madre e con mia sorella Silvia andammo a portar la biancheria
alla donna povera raccomandata dal giornale: io portai il pacco, Silvia aveva il
giornale, con le iniziali del nome e l'indirizzo. Salimmo fin sotto il tetto
d'una casa alta, in un corridoio lungo, dov'erano molti usci. Mi madre picchiò
all'ultimo: ci aperse una donna ancora giovane, bionda e macilenta, che subito
mi parve d'aver già visto altre volte, con quel medesimo fazzoletto turchino
che aveva in capo. - Siete voi quella del giornale, così e così? - domandò
mia madre. - Sì, signora, son io. - Ebbene, v'abbiamo portato un poco di
biancheria. - E quella a ringraziare e a benedire, che non finiva più. Io
intanto vidi in un angolo della stanza nuda e scura un ragazzo inginocchiato
davanti a una seggiola, con la schiena volta verso di noi, che parea che
scrivesse: e proprio scriveva, con la carta sopra la seggiola, e aveva il
calamaio sul pavimento. Come faceva a scrivere così al buio? Mentre dicevo
questo tra me, ecco a un tratto che riconosco i capelli rossi e la giacchetta di
frustagno di Crossi, il figliuolo dell'erbivendolo, quello del braccio morto. Io
lo dissi piano a mia madre, mentre la donna riponeva la roba. - Zitto! - rispose
mia madre, - può esser che si vergogni a vederti, che fai la carità alla sua
mamma, non lo chiamare -. Ma in quel momento Crossi si voltò, io rimasi
imbarazzato, egli sorrise, e allora mia madre mi diede una spinta perché
corressi a abbracciarlo. Io l'abbracciai, egli s'alzò e mi prese per mano. -
Eccomi qui, - diceva in quel mentre sua madre alla mia, - sola con questo
ragazzo, il marito in America da sei anni, ed io per giunta malata, che non
posso più andare in giro con la verdura a guadagnare quei pochi soldi. Non ci
è rimasto nemmeno un tavolino per il mio povero Luigino, da farci il lavoro.
Quando ci avevo il banco giù nel portone, almeno poteva scrivere sul banco; ora
me l'han levato. Nemmeno un poco di lume da studiare senza rovinarsi gli occhi.
È grazia se lo posso mandar a scuola, ché il municipio gli dà i libri e i
quaderni. Povero Luigino, che studierebbe tanto volentieri! Povera donna che
sono! - Mia madre le diede tutto quello che aveva nella borsa, baciò il
ragazzo, e quasi piangeva, quando uscimmo. E aveva ben ragione di dirmi: -
Guarda quel povero ragazzo, com'è costretto a lavorare, tu che hai tutti i tuoi
comodi, e pure ti par duro lo studio! Ah! Enrico mio, c'è più merito nel suo
lavoro d'un giorno che nel tuo lavoro d'un anno. A quelli lì dovrebbero dare i
primi premi!
La scuola
28, venerdì
Sì, caro Enrico, lo studio ti è duro, come ti dice tua madre, non ti vedo
ancora andare alla scuola con quell'animo risoluto e con quel viso ridente,
ch'io vorrei. Tu fai ancora il restìo. Ma senti: pensa un po' che misera,
spregevole cosa sarebbe la tua giornata se tu non andassi a scuola! A mani
giunte, a capo a una settimana, domanderesti di ritornarci, roso dalla noia e
dalla vergogna, stomacato dei tuoi trastulli e della tua esistenza. Tutti, tutti
studiano ora, Enrico mio. Pensa agli operai che vanno a scuola la sera dopo aver
faticato tutta la giornata, alle donne, alle ragazze del popolo che vanno a
scuola la domenica, dopo aver lavorato tutta la settimana, ai soldati che metton
mano ai libri e ai quaderni quando tornano spossati dagli esercizi, pensa ai
ragazzi muti e ciechi, che pure studiano, e fino ai prigionieri, che anch'essi
imparano a leggere e a scrivere. Pensa, la mattina quando esci; che in quello
stesso momento, nella tua stessa città, altri trentamila ragazzi vanno come te
a chiudersi per tre ore in una stanza a studiare. Ma che! Pensa agli
innumerevoli ragazzi che presso a poco a quell'ora vanno a scuola in tutti i
paesi, vedili con l'immaginazione, che vanno, vanno, per i vicoli dei villaggi
quieti, per le strade delle città rumorose, lungo le rive dei mari e dei laghi,
dove sotto un sole ardente, dove tra le nebbie, in barca nei paesi intersecati
da canali, a cavallo per le grandi pianure, in slitta sopra le nevi, per valli e
per colline, a traverso a boschi e a torrenti, su per sentier solitari delle
montagne, soli, a coppie, a gruppi, a lunghe file, tutti coi libri sotto il
braccio, vestiti in mille modi, parlanti in mille lingue, dalle ultime scuole
della Russia quasi perdute fra i ghiacci alle ultime scuole dell'Arabia
ombreggiate dalle palme, milioni e milioni, tutti a imparare in cento forme
diverse le medesime cose, immagina questo vastissimo formicolìo di ragazzi di
cento popoli, questo movimento immenso di cui fai parte, e pensa: - Se questo
movimento cessasse, l'umanità ricadrebbe nella barbarie, questo movimento è il
progresso, la speranza, la gloria del mondo. - Coraggio dunque, piccolo soldato
dell'immenso esercito. I tuoi libri son le tue armi, la tua classe è la tua
squadra, il campo di battaglia è la terra intera, e la vittoria è la civiltà
umana. Non essere un soldato codardo, Enrico mio.
TUO PADRE
Il piccolo patriotta padovano
Racconto mensile
29, sabato
Non sarò un soldato codardo, no; ma ci andrei molto più volentieri alla
scuola, se il maestro ci facesse ogni giorno un racconto come quello di questa
mattina. Ogni mese, disse, ce ne farà uno, ce lo darà scritto, e sarà sempre
il racconto d'un atto bello e vero, compiuto da un ragazzo. Il piccolo patriotta
padovano s'intitola questo. Ecco il fatto. Un piroscafo francese partì da
Barcellona, città della Spagna, per Genova, e c'erano a bordo francesi,
italiani, spagnuoli, svizzeri. C'era, fra gli altri, un ragazzo di undici anni,
mal vestito, solo, che se ne stava sempre in disparte, come un animale
selvatico, guardando tutti con l'occhio torvo. E aveva ben ragione di guardare
tutti con l'occhio torvo. Due anni prima, suo padre e sua madre, contadini nei
dintorni di Padova, l'avevano venduto al capo d'una compagnia di saltimbanchi;
il quale, dopo avergli insegnato a fare i giochi a furia di pugni, di calci e di
digiuni, se l'era portato a traverso alla Francia e alla Spagna, picchiandolo
sempre e non sfamandolo mai. Arrivato a Barcellona, non potendo più reggere
alle percosse e alla fame, ridotto in uno stato da far pietà, era fuggito dal
suo aguzzino, e corso a chieder protezione al Console d'Italia, il quale,
impietosito, l'aveva imbarcato su quel piroscafo, dandogli una lettera per il
Questore di Genova, che doveva rimandarlo ai suoi parenti; ai parenti che l'avevan
venduto come una bestia. Il povero ragazzo era lacero e malaticcio. Gli avevan
dato una cabina nella seconda classe. Tutti lo guardavano; qualcuno lo
interrogava: ma egli non rispondeva, e pareva che odiasse e disprezzasse tutti,
tanto l'avevano inasprito e intristito le privazioni e le busse. Tre
viaggiatori, non di meno, a forza d'insistere con le domande, riuscirono a
fargli snodare la lingua, e in poche parole rozze, miste di veneto, di spagnuolo
e di francese, egli raccontò la sua storia. Non erano italiani quei tre
viaggiatori; ma capirono, e un poco per compassione, un poco perché eccitati
dal vino, gli diedero dei soldi, celiando e stuzzicandolo perché raccontasse
altre cose; ed essendo entrate nella sala, in quel momento, alcune signore,
tutti e tre per farsi vedere, gli diedero ancora del denaro, gridando: - Piglia
questo! - Piglia quest'altro! - e facendo sonar le monete sulla tavola.
Il ragazzo intascò ogni cosa, ringraziando a mezza voce, col suo fare burbero,
ma con uno sguardo per la prima volta sorridente e affettuoso. Poi s'arrampicò
nella sua cabina, tirò la tenda, e stette queto, pensando ai fatti suoi. Con
quei danari poteva assaggiare qualche buon boccone a bordo, dopo due anni che
stentava il pane; poteva comprarsi una giacchetta, appena sbarcato a Genova,
dopo due anni che andava vestito di cenci; e poteva anche, portandoli a casa,
farsi accogliere da suo padre e da sua madre un poco più umanamente che non
l'avrebbero accolto se fosse arrivato con le tasche vuote. Erano una piccola
fortuna per lui quei denari. E a questo egli pensava, racconsolato, dietro la
tenda della sua cabina, mentre i tre viaggiatori discorrevano, seduti alla
tavola da pranzo, in mezzo alla sala della seconda classe. Bevevano e
discorrevano dei loro viaggi e dei paesi che avevan veduti, e di discorso in
discorso, vennero a ragionare dell'Italia. Cominciò uno a lagnarsi degli
alberghi, un altro delle strade ferrate, e poi tutti insieme, infervorandosi,
presero a dir male d'ogni cosa. Uno avrebbe preferito di viaggiare in Lapponia;
un altro diceva di non aver trovato in Italia che truffatori e briganti; il
terzo, che gl'impiegati italiani non sanno leggere.
- Un popolo ignorante, - ripete il primo.
- Sudicio, - aggiunse il secondo.
- La... - esclamò il terzo; e voleva dir ladro, ma non poté finir la parola:
una tempesta di soldi e di mezze lire si rovesciò sulle loro teste e sulle loro
spalle, e saltellò sul tavolo e sull'impiantito con un fracasso d'inferno.
Tutti e tre s'alzarono furiosi, guardando all'in su, e ricevettero ancora una
manata di soldi in faccia.
- Ripigliatevi i vostri soldi, - disse con disprezzo il ragazzo, affacciato fuor
della tenda della cuccetta; - io non accetto l'elemosina da chi insulta il mio
paese.
NOVEMBRE
Lo spazzacamino
1, martedì
Ieri sera andai alla Sezione femminile, accanto alla nostra, per dare il
racconto del ragazzo padovano alla maestra di Silvia, che lo voleva leggere.
Settecento ragazze ci sono! Quando arrivai cominciavano a uscire, tutte allegre
per le vacanze d'Ognissanti e dei morti; ed ecco una bella cosa che vidi. Di
fronte alla porta della scuola, dall'altra parte della via, stava con un braccio
appoggiato al muro e colla fronte contro il braccio, uno spazzacamino, molto
piccolo, tutto nero in viso, col suo sacco e il suo raschiatoio, e piangeva
dirottamente, singhiozzando. Due o tre ragazze della seconda gli s'avvicinarono
e gli dissero: - Che hai che piangi a quella maniera? - Ma egli non rispose, e
continuava a piangere. - Ma di' che cos'hai, perché piangi? - gli ripeterono le
ragazze. E allora egli levò il viso dal braccio, - un viso di bambino, - e
disse piangendo che era stato in varie case a spazzare, dove s'era guadagnato
trenta soldi, e li aveva persi, gli erano scappati per la sdrucitura d'una
tasca, - e faceva veder la sdrucitura, - e non osava più tornare a casa senza i
soldi. - Il padrone mi bastona, - disse singhiozzando, e riabbandonò il capo
sul braccio, come un disperato. Le bambine stettero a guardarlo, tutte serie.
Intanto s'erano avvicinate altre ragazze grandi e piccole, povere e signorine,
con le loro cartelle sotto il braccio, e una grande, che aveva una penna azzurra
sul cappello, cavò di tasca due soldi, e disse: - Io non ho che due soldi:
facciamo la colletta. - Anch'io ho due soldi, - disse un'altra vestita di rosso;
- ne troveremo ben trenta fra tutte. - E allora cominciarono a chiamarsi: -
Amalia! - Luigia! - Annina! - Un soldo. - Chi ha dei soldi? - Qua i soldi! -
Parecchie avevan dei soldi per comprarsi fiori o quaderni, e li portarono,
alcune più piccole diedero dei centesimi; quella della penna azzurra
raccoglieva tutto, e contava a voce alta: - Otto, dieci, quindici! - Ma ci
voleva altro. Allora comparve una più grande di tutte, che pareva quasi una
maestrina, e diede mezza lira, e tutte a farle festa. Mancavano ancora cinque
soldi. - Ora vengono quelle della quarta che ne hanno, - disse una. Quelle della
quarta vennero e i soldi fioccarono. Tutte s'affollavano. Ed era bello a vedere
quel povero spazzacamino in mezzo a tutte quelle vestine di tanti colori, a
tutto quel rigirìo di penne, di nastrini, di riccioli. I trenta soldi c'erano
già, e ne venivano ancora, e le più piccine che non avevan denaro, si facevan
largo tra le grandi porgendo i loro mazzetti di fiori, tanto per dar qualche
cosa. Tutt'a un tratto arrivò la portinaia gridando: - La signora Direttrice! -
Le ragazze scapparono da tutte le parti come uno stormo di passeri. E allora si
vide il piccolo spazzacamino, solo in mezzo alla via, che s'asciugava gli occhi,
tutto contento, con le mani piene di denari, e aveva nell'abbottonatura della
giacchetta, nelle tasche, nel cappello tanti mazzetti di fiori, e c'erano anche
dei fiori per terra, ai suoi piedi.
Il giorno dei morti
2, mercoledì
Questo giorno è consacrato alla commemorazione dei morti. Sai, Enrico, a quali
morti dovreste tutti dedicare un pensiero in questo giorno, voi altri ragazzi? A
quelli che morirono per voi, per i ragazzi, per i bambini. Quanti ne morirono, e
quanti ne muoiono di continuo! Pensasti mai a quanti padri si logoraron la vita
al lavoro, a quante madri discesero nella fossa innanzi tempo, consumate dalle
privazioni a cui si condannarono per sostentare i loro figliuoli? Sai quanti
uomini si piantarono un coltello nel cuore per la disperazione di vedere i
propri ragazzi nella miseria, e quante donne s'annegarono o moriron di dolore o
impazzirono per aver perduto un bambino? Pensa a tutti quei morti, in questo
giorno, Enrico. Pensa alle tante maestre che son morte giovani, intisichite
dalle fatiche della scuola, per amore dei bambini, da cui non ebbero cuore di
separarsi, pensa ai medici che morirono di malattie attaccaticcie, sfidate
coraggiosamente per curar dei fanciulli; pensa a tutti coloro che nei naufragi,
negli incendi, nelle carestie, in un momento di supremo pericolo, cedettero
all'infanzia l'ultimo tozzo di pane, l'ultima tavola di salvamento, l'ultima
fune per scampare alle fiamme, e spirarono contenti del loro sacrificio, che
serbava in vita un piccolo innocente. Sono innumerevoli, Enrico, questi morti;
ogni cimitero ne racchiude centinaia di queste sante creature, che se potessero
levarsi un momento dalla fossa griderebbero il nome d'un fanciullo, al quale
sacrificarono i piaceri della gioventù, la pace della vecchiaia, gli affetti,
l'intelligenza, la vita: spose di vent'anni, uomini nel fior delle forze,
vecchie ottuagenarie, giovinetti, - martiri eroici e oscuri dell'infanzia, -
così grandi e così gentili, che non fa tanti fiori la terra, quanti ne
dovremmo dare ai loro sepolcri. Tanto siete amati, o fanciulli! Pensa oggi a
quei morti con gratidudine, e sarai più buono e più affettuoso con tutti
quelli che ti voglion bene e che fatican per te, caro figliuol mio fortunato,
che nel giorno dei morti non hai ancora da piangere nessuno!
TUA MADRE
Il mio amico Garrone
4, venerdì
Non furon che due giorni di vacanza e mi parve di star tanto tempo senza
rivedere Garrone. Quanto più lo conosco, tanto più gli voglio bene, e così
segue a tutti gli altri, fuorché ai prepotenti, che con lui non se la dicono,
perché egli non lascia far prepotenze. Ogni volta che uno grande alza la mano
su di uno piccolo, il piccolo grida: - Garrone! - e il grande non picchia più.
Suo padre è macchinista della strada ferrata; egli cominciò tardi le scuole
perché fu malato due anni. È il più alto e il più forte della classe, alza
un banco con una mano, mangia sempre, è buono. Qualunque cosa gli domandino,
matita, gomma, carta, temperino, impresta o dà tutto; e non parla e non ride in
iscuola: se ne sta sempre immobile nel banco troppo stretto per lui, con la
schiena arrotondata e il testone dentro le spalle; e quando lo guardo, mi fa un
sorriso con gli occhi socchiusi come per dirmi: - Ebbene, Enrico, siamo amici? -
Ma fa ridere, grande e grosso com'è, che ha giacchetta, calzoni, maniche, tutto
troppo stretto e troppo corto, un cappello che non gli sta in capo, il capo
rapato, le scarpe grosse, e una cravatta sempre attorcigliata come una corda.
Caro Garrone, basta guardarlo in viso una volta per prendergli affetto. Tutti i
più piccoli gli vorrebbero essere vicini di banco. Sa bene l'aritmetica. Porta
i libri a castellina, legati con una cigna di cuoio rosso. Ha un coltello col
manico di madreperla che trovò l'anno passato in piazza d'armi, e un giorno si
tagliò un dito fino all'osso, ma nessuno in iscuola se n'avvide, e a casa non
rifiatò per non spaventare i parenti. Qualunque cosa si lascia dire per celia e
mai non se n'ha per male; ma guai se gli dicono: - Non è vero,- quando afferma
una cosa: getta fuoco dagli occhi allora, e martella pugni da spaccare il banco.
Sabato mattina diede un soldo a uno della prima superiore, che piangeva in mezzo
alla strada, perché gli avevan preso il suo, e non poteva più comprare il
quaderno. Ora sono tre giorni che sta lavorando attorno a una lettera di otto
pagine con ornati a penna nei margini per l'onomastico di sua madre, che spesso
viene a prenderlo, ed è alta e grossa come lui, e simpatica. Il maestro lo
guarda sempre, e ogni volta che gli passa accanto gli batte la mano sul collo
come a un buon torello tranquillo. Io gli voglio bene. Son contento quando
stringo nella mia la sua grossa mano, che par la mano d'un uomo. Sono così
certo che rischierebbe la vita per salvare un compagno, che si farebbe anche
ammazzare per difenderlo, si vede così chiaro nei suoi occhi; e benché paia
sempre che brontoli con quel vocione, è una voce che viene da un cor gentile,
si sente.
Il carbonaio e il signore
7, lunedì
Non l'avrebbe mai detta Garrone, sicuramente, quella parola che disse ieri
mattina Carlo Nobis a Betti. Carlo Nobis è superbo perché suo padre è un gran
signore: un signore alto, con tutta la barba nera, molto serio, che viene quasi
ogni giorno ad accompagnare il figliuolo. Ieri mattina Nobis si bisticciò con
Betti, uno dei più piccoli, figliuolo d'un carbonaio, e non sapendo più che
rispondergli, perché aveva torto, gli disse forte: - Tuo padre è uno
straccione. - Betti arrossì fino ai capelli, e non disse nulla, ma gli vennero
le lacrime agli occhi, e tornato a casa ripeté la parola a suo padre; ed ecco
il carbonaio, un piccolo uomo tutto nero, che compare alla lezione del
dopopranzo col ragazzo per mano, a fare le lagnanze al maestro. Mentre faceva le
sue lagnanze al maestro, e tutti tacevano, il padre di Nobis, che levava il
mantello al figliuolo, come al solito, sulla soglia dell'uscio, udendo
pronunciare il suo nome, entrò, e domandò spiegazione.
- È quest'operaio, - rispose il maestro, - che è venuto a lagnarsi perché il
suo figliuolo Carlo disse al suo ragazzo: Tuo padre è uno straccione.
Il padre di Nobis corrugò la fronte e arrossì leggermente. Poi domandò al
figliuolo: - Hai detto quella parola?
Il figliuolo, - ritto in mezzo alla scuola, col capo basso, davanti al piccolo
Betti, - non rispose.
Allora il padre lo prese per un braccio e lo spinse più avanti in faccia a
Betti, che quasi si toccavano, e gli disse: - Domandagli scusa.
Il carbonaio volle interporsi, dicendo: - No, no. - Ma il signore non gli badò,
e ripeté al figliuolo: - Domandagli scusa. Ripeti le mie parole. Io ti domando
scusa della parola ingiuriosa, insensata, ignobile che dissi contro tuo padre,
al quale il mio... si tiene onorato di stringere la mano.
Il carbonaio fece un gesto risoluto, come a dire: Non voglio. Il signore non gli
diè retta, e il suo figliuolo disse lentamente, con un fil di voce, senza alzar
gli occhi da terra: - Io ti domando scusa... della parola ingiuriosa...
insensata... ignobile, che dissi contro tuo padre, al quale il mio... si tiene
onorato di stringer la mano.
Allora il signore porse la mano al carbonaio, il quale gliela strinse con forza,
e poi subito con una spinta gettò il suo ragazzo fra le braccia di Carlo Nobis.
- Mi faccia il favore di metterli vicini, - disse il signore al maestro. - Il
maestro mise Betti nel banco di Nobis. Quando furono al posto, il padre di Nobis
fece un saluto ed uscì.
Il carbonaio rimase qualche momento sopra pensiero, guardando i due ragazzi
vicini; poi s'avvicinò al banco, e fissò Nobis, con espressione d'affetto e di
rammarico, come se volesse dirgli qualcosa; ma non disse nulla; allungò la mano
per fargli una carezza, ma neppure osò, e gli strisciò soltanto la fronte con
le sue grosse dita. Poi s'avviò all'uscio, e voltatosi ancora una volta a
guardarlo, sparì. - Ricordatevi bene di quel che avete visto, ragazzi, - disse
il maestro, - questa è la più bella lezione dell'anno.
La maestra di mio fratello
10, giovedì
Il figliuolo del carbonaio fu scolaro della maestra Delcati che è venuta oggi a
trovar mio fratello malaticcio, e ci ha fatto ridere a raccontarci che la mamma
di quel ragazzo, due anni fa, le portò a casa una grande grembialata di
carbone, per ringraziarla, che aveva dato la medaglia al figliuolo; e
s'ostinava, povera donna, non voleva riportarsi il carbone a casa, e piangeva
quasi, quando dovette tornarsene col grembiale pieno. Anche d'un'altra buona
donna, ci ha detto, che le portò un mazzetto di fiori molto pesante, e c'era
dentro un gruzzoletto di soldi. Ci siamo molto divertiti a sentirla, e così mio
fratello trangugiò la medicina, che prima non voleva. Quanta pazienza debbono
avere con quei ragazzi della prima inferiore, tutti sdentati come vecchietti,
che non pronunziano l'erre e l'esse, e uno tosse, l'altro fila sangue dal naso,
chi perde gli zoccoli sotto il banco, e chi bela perché s'è punto con la
penna, e chi piange perché ha comprato un quaderno numero due invece di numero
uno. Cinquanta in una classe, che non san nulla, con quei manini di burro, e
dover insegnare a scrivere a tutti! Essi portano in tasca dei pezzi di regolizia,
dei bottoni, dei turaccioli di boccetta, del mattone tritato, ogni specie di
cose minuscole, e bisogna che la maestra li frughi; ma nascondon gli oggetti fin
nelle scarpe. E non stanno attenti: un moscone che entra per la finestra, mette
tutti sottosopra, e l'estate portano in iscuola dell'erba e dei maggiolini, che
volano in giro o cascano nei calamai e poi rigano i quaderni d'inchiostro. La
maestra deve far la mamma con loro, aiutarli a vestirsi, fasciare le dita punte,
raccattare i berretti che cascano, badare che non si scambino i cappotti, se no
poi gnaulano e strillano. Povere maestre! E ancora vengono le mamme a lagnarsi:
come va, signorina, che il mio bambino ha perso la penna? com'è che il mio non
impara niente? perché non dà la menzione al mio, che sa tanto? perché non fa
levar quel chiodo dal banco che ha stracciato i calzoni al mio Piero? Qualche
volta s'arrabbia coi ragazzi la maestra di mio fratello, e quando non ne può
più, si morde un dito, per non lasciar andare una pacca; perde la pazienza, ma
poi si pente, e carezza il bimbo che ha sgridato; scaccia un monello di scuola,
ma si ribeve le lacrime, e va in collera coi parenti che fan digiunare i bimbi
per castigo. È giovane e grande la maestra Delcati, e vestita bene, bruna e
irrequieta, che fa tutto a scatto di molla, e per un nulla si commove, e allora
parla con grande tenerezza. - Ma almeno i bimbi le si affezionano? - le ha detto
mia madre. - Molti sì, - ha risposto, - ma poi, finito l'anno, la maggior parte
non ci guardan più. Quando sono coi maestri, si vergognano quasi d'essere stati
da noi, da una maestra. Dopo due anni di cure, dopo che s'è amato tanto un
bambino, ci fa tristezza separarci da lui, ma si dice: - Oh di quello lì son
sicura; quello lì mi vorrà bene. - Ma passano le vacanze, si rientra alla
scuola, gli corriamo incontro: - O bambino, bambino mio! - E lui volta il capo
da un'altra parte. - Qui la maestra s'è interrotta. - Ma tu non farai così
piccino? - ha detto poi, alzandosi con gli occhi umidi, e baciando mio fratello,
- tu non la volterai la testa dall'altra parte, non è vero? non la rinnegherai
la tua povera amica.
Mia madre
10, giovedì
In presenza della maestra di tuo fratello tu mancasti di rispetto a tua madre!
Che questo non avvenga mai più, Enrico, mai più! La tua parola irriverente
m'è entrata nel cuore come una punta d'acciaio. Io pensai a tua madre quando,
anni sono, stette chinata tutta una notte sul tuo piccolo letto, a misurare il
tuo respiro, piangendo sangue dall'angoscia e battendo i denti dal terrore, ché
credeva di perderti, ed io temevo che smarrisse la ragione; e a quel pensiero
provai un senso di ribrezzo per te. Tu, offender tua madre! tua madre che
darebbe un anno di felicità per risparmiarti un'ora di dolore, che
mendicherebbe per te, che si farebbe uccidere per salvarti la vita! Senti,
Enrico. Fissati bene in mente questo pensiero. Immagina pure che ti siano
destinati nella vita molti giorni terribili; il più terribile di tutti sarà il
giorno in cui perderai tua madre. Mille volte, Enrico, quando già sarai uomo,
forte, provato a tutte le lotte, tu la invocherai, oppresso da un desiderio
immenso di risentire un momento la sua voce e di rivedere le sue braccia aperte
per gettarviti singhiozzando, come un povero fanciullo senza protezione e senza
conforto. Come ti ricorderai allora d'ogni amarezza che le avrai cagionato, e
con che rimorsi le sconterai tutte, infelice! Non sperar serenità nella tua
vita, se avrai contristato tua madre. Tu sarai pentito, le domanderai perdono,
venererai la sua memoria; - inutilmente, - la coscienza non ti darà pace,
quella immagine dolce e buona avrà sempre per te un'espressione di tristezza e
di rimprovero che ti metterà l'anima alla tortura. O Enrico, bada: questo è il
più sacro degli affetti umani, disgraziato chi lo calpesta. L'assassino che
rispetta sua madre ha ancora qualcosa di onesto e di gentile nel cuore, il più
glorioso degli uomini, che l'addolori e l'offenda, non è che una vile creatura.
Che non t'esca mai più dalla bocca una dura parola per colei che ti diede la
vita. E se una ancora te ne sfuggisse, non sia il timore di tuo padre, sia
l'impulso dell'anima che ti getti ai suoi piedi, a supplicarla che col bacio del
perdono ti cancelli dalla fronte il marchio dell'ingratitudine. Io t'amo,
figliuol mio, tu sei la speranza più cara della mia vita; ma vorrei piuttosto
vederti morto che ingrato a tua madre. Va', e per un po' di tempo non portarmi
più la tua carezza; non te la potrei ricambiare col cuore.
TUO PADRE
Il mio compagno Coretti
13, domenica
Mio padre mi perdonò; ma io rimasi un poco triste, e allora mia madre mi mandò
col figliuolo grande del portinaio a fare una passeggiata sul corso. A metà
circa del corso, passando vicino a un carro fermo davanti a una bottega, mi
sento chiamare per nome, mi volto: era Coretti, il mio compagno di scuola, con
la sua maglia color cioccolata e il suo berretto di pelo di gatto tutto sudato e
allegro, che aveva un gran carico di legna sulle spalle. Un uomo ritto sul carro
gli porgeva una bracciata di legna per volta, egli le pigliava e le portava
nella bottega di suo padre, dove in fretta e in furia le accatastava.
- Che fai, Coretti? - gli domandai.
- Non vedi? - rispose, tendendo le braccia per pigliare il carico, - ripasso la
lezione.
Io risi. Ma egli parlava sul serio, e presa la bracciata di legna, cominciò a
dire correndo: - Chiamansi accidenti del verbo... le sue variazioni secondo il
numero... secondo il numero e la persona...
E poi, buttando giù la legna e accatastandola: - secondo il tempo... secondo il
tempo a cui si riferisce l'azione...
E tornando verso il carro a prendere un'altra bracciata: - secondo il modo in
cui l'azione è enunciata.
Era la nostra lezione di grammatica per il giorno dopo. - Che vuoi, - mi disse,
- metto il tempo a profitto. Mio padre è andato via col garzone per una
faccenda. Mia madre è malata. Tocca a me a scaricare. Intanto ripasso la
grammatica. È una lezione difficile oggi. Non riesco a pestarmela nella testa.
Mio padre ha detto che sarà qui alle sette per darvi i soldi, - disse poi
all'uomo del carro.
Il carro partì. - Vieni un momento in bottega, - mi disse Coretti. Entrai: era
uno stanzone pieno di cataste di legna e di fascine, con una stadera da una
parte. - Oggi è giorno di sgobbo, te lo accerto io, - ripigliò Coretti; -
debbo fare il lavoro a pezzi e a bocconi. Stavo scrivendo le proposizioni, è
venuta gente a comprare. Mi son rimesso a scrivere, eccoti il carro. Questa
mattina ho già fatto due corse al mercato delle legna in piazza Venezia. Non mi
sento più le gambe e ho le mani gonfie. Starei fresco se avessi il lavoro di
disegno! - E intanto dava un colpo di scopa alle foglie secche e ai fuscelli che
coprivano l'ammattonato.
- Ma dove lo fai il lavoro, Coretti? - gli domandai.
- Non qui di certo, - riprese; - vieni a vedere; - e mi condusse in uno stanzino
dietro la bottega, che serve da cucina e da stanza da mangiare, con un tavolo in
un canto, dove ci aveva i libri e i quaderni, e il lavoro incominciato. - Giusto
appunto, disse, - ho lasciato la seconda risposta per aria: col cuoio si fanno
le calzature, le cinghie... Ora ci aggiungo le valigie. - E presa la penna, si
mise a scrivere con la sua bella calligrafia. - C'è nessuno? - s'udì gridare
in quel momento dalla bottega. Era una donna che veniva a comprar fascinotti. -
Eccomi, - rispose Coretti; e saltò di là, pesò i fascinotti, prese i soldi,
corse in un angolo a segnar la vendita in uno scartafaccio e ritornò al suo
lavoro, dicendo: - Vediamo un po' se mi riesce di finire il periodo. - E
scrisse: le borse da viaggio, gli zaini per i soldati. - Ah il mio povero caffè
che scappa via! - gridò all'improvviso e corse al fornello a levare la
caffettiera dal fuoco. - È il caffè per la mamma, - disse; - bisognò bene che
imparassi a farlo. Aspetta un po' che glie lo portiamo; così ti vedrà, le
farà piacere. Son sette giorni che è a letto... Accidenti del verbo! Mi scotto
sempre le dita con questa caffettiera. Che cosa ho da aggiungere dopo gli zaini
per i soldati? Ci vuole qualche altra cosa e non la trovo. Vieni dalla mamma.
Aperse un uscio, entrammo in un'altra camera piccola: c'era la mamma di Coretti
in un letto grande, con un fazzoletto bianco intorno al capo.
- Ecco il caffè, mamma, - disse Coretti porgendo la tazza; - questo è un mio
compagno di scuola.
- Ah! bravo il signorino, - mi disse la donna; - viene a far visita ai malati,
non è vero?
Intanto Coretti accomodava i guanciali dietro alle spalle di sua madre,
raggiustava le coperte del letto, riattizzava il fuoco, cacciava il gatto dal
cassettone. - Vi occorre altro, mamma? - domandò poi, ripigliando la tazza. -
Li avete presi i due cucchiaini di siroppo? Quando non ce ne sarà più darò
una scappata dallo speziale. Le legna sono scaricate. Alle quattro metterò la
carne al fuoco, come avete detto, e quando passerà la donna del burro le darò
quegli otto soldi. Tutto andrà bene, non vi date pensiero.
- Grazie, figliuolo, - rispose la donna; - povero figliuolo, va'! Egli pensa a
tutto.
Volle che pigliassi un pezzo di zucchero, e poi Coretti mi mostrò un quadretto,
il ritratto in fotografia di suo padre, vestito da soldato, con la medaglia al
valore, che guadagnò nel '66, nel quadrato del principe Umberto; lo stesso viso
del figliuolo, con quegli occhi vivi e quel sorriso così allegro. Tornammo
nella cucina. - Ho trovato la cosa, - disse Coretti, e aggiunse sul quaderno: si
fanno anche i finimenti dei cavalli. - Il resto lo farò stasera, starò levato
fino a più tardi. Felice te che hai tutto il tempo per studiare e puoi ancora
andare a passeggio!
E sempre gaio e lesto, rientrato in bottega, cominciò a mettere dei pezzi di
legno sul cavalletto e a segarli per mezzo, e diceva: - Questa è ginnastica!
Altro che la spinta delle braccia avanti. Voglio che mio padre trovi tutte
queste legna segate quando torna a casa: sarà contento. Il male è che dopo
aver segato faccio dei t e degli l, che paion serpenti, come dice il maestro.
Che ci ho da fare? Gli dirò che ho dovuto menar le braccia. Quello che importa
è che la mamma guarisca presto, questo sì. Oggi sta meglio, grazie al cielo.
La grammatica la studierò domattina al canto del gallo. Oh! ecco la carretta
coi ceppi! Al lavoro.
Una carretta carica di ceppi si fermò davanti alla bottega. Coretti corse fuori
a parlar con l'uomo poi tornò. - Ora non posso più tenerti compagnia, - mi
disse; - a rivederci domani. Hai fatto bene a venirmi a trovare. Buona
passeggiata! Felice te.
E strettami la mano, corse a pigliar il primo ceppo, e ricominciò a trottare
fra il carro e la bottega, col viso fresco come una rosa sotto al suo berretto
di pel di gatto, e vispo che metteva allegrezza a vederlo
Felice te! egli mi disse. Ah no, Coretti, no: sei tu il più felice, tu perché
studi e lavori di più, perché sei più utile a tuo padre e a tua madre,
perché sei più buono, cento volte più buono e più bravo di me, caro compagno
mio.
Il Direttore
18, venerdì
Coretti era contento questa mattina perché è venuto ad assistere al lavoro
d'esame mensile il suo maestro di seconda, Coatti, un omone con una grande
capigliatura crespa, una gran barba nera, due grandi occhi scuri, e una voce da
bombarda; il quale minaccia sempre i ragazzi di farli a pezzi e di portarli per
il collo in Questura, e fa ogni specie di facce spaventevoli; ma non castiga mai
nessuno, anzi sorride sempre dentro la barba, senza farsi scorgere. Otto sono,
con Coatti, i maestri, compreso un supplente piccolo e senza barba, che pare un
giovinetto. C'è un maestro di quarta, zoppo, imbacuccato in una grande cravatta
di lana, sempre tutto pieno di dolori, e si prese quei dolori quando era maestro
rurale, in una scuola umida dove i muri gocciolavano. Un altro maestro di quarta
è vecchio e tutto bianco ed è stato maestro dei ciechi. Ce n'è uno ben
vestito, con gli occhiali, e due baffetti biondi, che chiamavano l'avvocatino,
perché facendo il maestro studiò da avvocato e prese la laurea, e fece anche
un libro per insegnare a scriver le lettere. Invece quello che c'insegna la
ginnastica è un tipo di soldato, è stato con Garibaldi, e ha sul collo la
cicatrice d'una ferita di sciabola toccata alla battaglia di Milazzo. Poi c'è
il Direttore, alto, calvo con gli occhiali d'oro, con la barba grigia che gli
vien sul petto, tutto vestito di nero e sempre abbottonato fin sotto il mento;
così buono coi ragazzi, che quando entrano tutti tremanti in Direzione,
chiamati per un rimprovero, non li sgrida, ma li piglia per le mani, e dice
tante ragioni, che non dovevan far così, e che bisogna che si pentano, e che
promettano d'esser buoni, e parla con tanta buona maniera e con una voce così
dolce che tutti escono con gli occhi rossi, più confusi che se li avesse
puniti. Povero Direttore, egli è sempre il primo al suo posto, la mattina, a
aspettare gli scolari e a dar retta ai parenti, e quando i maestri son già
avviati verso casa, gira ancora intorno alla scuola a vedere che i ragazzi non
si caccino sotto le carrozze, o non si trattengan per le strade a far querciola,
o a empir gli zaini di sabbia o di sassi; e ogni volta che appare a una
cantonata, così alto e nero, stormi di ragazzi scappano da tutte le parti,
piantando lì il giuoco dei pennini e delle biglie, ed egli li minaccia con
l'indice da lontano, con la sua aria amorevole e triste. Nessuno l'ha più visto
ridere, dice mia madre, dopo che gli è morto il figliuolo ch'era volontario
nell'esercito; ed egli ha sempre il suo ritratto davanti agli occhi, sul
tavolino della Direzione. E se ne voleva andare dopo quella disgrazia; aveva
già fatto la sua domanda di riposo al Municipio, e la teneva sempre sul
tavolino, aspettando di giorno in giorno a mandarla, perché gli rincresceva di
lasciare i fanciulli. Ma l'altro giorno pareva deciso, e mio padre ch'era con
lui nella Direzione, gli diceva: - Che peccato che se ne vada, signor Direttore!
- quando entrò un uomo a fare iscrivere un ragazzo, che passava da un'altra
sezione alla nostra perché aveva cambiato di casa. A veder quel ragazzo il
Direttore fece un atto di meraviglia, - lo guardò un pezzo, guardò il ritratto
che tien sul tavolino e tornò a guardare il ragazzo, tirandoselo fra le
ginocchia e facendogli alzare il viso. Quel ragazzo somigliava tutto al suo
figliuolo morto. Il Direttore disse: - Va bene; - fece l'iscrizione, congedò
padre e figlio, e restò pensieroso. - Che peccato che se ne vada! - ripeté mio
padre. E allora il Direttore prese la sua domanda di riposo, la fece in due
pezzi e disse: - Rimango.
I soldati
22, martedì
Il suo figliuolo era volontario nell'esercito quando morì: per questo il
Direttore va sempre sul corso a veder passare i soldati, quando usciamo dalla
scuola. Ieri passava un reggimento di fanteria, e cinquanta ragazzi si misero a
saltellare intorno alla banda musicale, cantando e battendo il tempo colle righe
sugli zaini e sulle cartelle. Noi stavamo in un gruppo, sul marciapiede a
guardare: Garrone, strizzato nei suoi vestiti troppo stretti, che addentava un
gran pezzo di pane; Votini, quello ben vestito, che si leva sempre i peluzzi dai
panni; Precossi, il figliuolo del fabbro, con la giacchetta di suo padre, e il
calabrese, e il muratorino, e Crossi con la sua testa rossa, e Franti con la sua
faccia tosta, e anche Robetti, il figliuolo del capitano d'artiglieria, quello
che salvò un bambino dall'omnibus, e che ora cammina con le stampelle. Franti
fece una risata in faccia a un soldato che zoppicava. Ma subito si sentì la
mano d'un uomo sulla spalla: si voltò: era il Direttore. - Bada, - gli disse il
Direttore; - schernire un soldato quand'è nelle file, che non può né
vendicarsi né rispondere, è come insultare un uomo legato: è una viltà. -
Franti scomparve. I soldati passavano a quattro a quattro, sudati e coperti di
polvere, e i fucili scintillavano al sole. Il Direttore disse: - Voi dovete
voler bene ai soldati, ragazzi. Sono i nostri difensori, quelli che andrebbero a
farsi uccidere per noi, se domani un esercito straniero minacciasse il nostro
paese. Sono ragazzi anch'essi, hanno pochi anni più di voi; e anch'essi vanno a
scuola; e ci sono poveri e signori, fra loro, come fra voi, e vengono da tutte
le parti d'Italia. Vedete, si posson quasi riconoscere al viso: passano dei
Siciliani, dei Sardi, dei Napoletani, dei Lombardi. Questo poi è un reggimento
vecchio, di quelli che hanno combattuto nel 1848. I soldati non son più quelli,
ma la bandiera è sempre la stessa. Quanti erano già morti per il nostro paese
intorno a quella bandiera venti anni prima che voi nasceste! - Eccola qui, -
disse Garrone. E infatti si vedeva poco lontano la bandiera, che veniva innanzi,
al di sopra delle teste dei soldati. - Fate una cosa, figliuoli, - disse il
Direttore, - fate il vostro saluto di scolari, con la mano alla fronte, quando
passano i tre colori. - La bandiera, portata da un ufficiale, ci passò davanti,
tutta lacera e stinta, con le medaglie appese all'asta. Noi mettemmo la mano
alla fronte, tutt'insieme. L'ufficiale ci guardò, sorridendo, e ci restituì il
saluto con la mano. - Bravi, ragazzi, - disse uno dietro di noi. Ci voltammo a
guardare: era un vecchio che aveva all'occhiello del vestito il nastrino azzurro
della campagna di Crimea: un ufficiale pensionato. - Bravi, - disse, - avete
fatto una cosa bella. - Intanto la banda del reggimento svoltava in fondo al
corso, circondata da una turba di ragazzi, e cento grida allegre accompagnavan
gli squilli delle trombe come un canto di guerra. - Bravi, - ripeté il vecchio
ufficiale, guardandoci; - chi rispetta la bandiera da piccolo la saprà difender
da grande.
Il protettore di Nelli
23, mercoledì
Anche Nelli, ieri, guardava i soldati, povero gobbino, ma con un'aria così,
come se pensasse: - Io non potrò esser mai un soldato! - Egli è buono, studia;
ma è così magrino e smorto, e respira a fatica. Porta sempre un lungo
grembiale di tela nera lucida. Sua madre è una signora piccola a bionda,
vestita di nero, e vien sempre a prenderlo al finis, perché non esca nella
confusione, con gli altri; e lo accarezza. I primi giorni, perché ha quella
disgrazia d'esser gobbo, molti ragazzi lo beffavano e gli picchiavan sulla
schiena con gli zaini; ma egli non si rivoltava mai, e non diceva mai nulla a
sua madre, per non darle quel dolore di sapere che suo figlio era lo zimbello
dei compagni; lo schernivano, ed egli piangeva e taceva, appoggiando la fronte
sul banco. Ma una mattina saltò su Garrone e disse: - Il primo che tocca Nelli
gli do uno scapaccione che gli faccio far tre giravolte! - Franti non gli badò,
lo scapaccione partì, l'amico fece le tre giravolte, e dopo d'allora nessuno
toccò più Nelli. Il maestro gli mise Garrone vicino, nello stesso banco. Si
sono fatti amici. Nelli s'è affezionato molto a Garrone. Appena entra nella
scuola, cerca subito se c'è Garrone. Non va mai via senza dire: - Addio,
Garrone. - E così fa Garrone con lui. Quando Nelli lascia cascar la penna o un
libro sotto il banco, subito, perché non faccia fatica a chinarsi, Garrone si
china e gli porge il libro o la penna; e poi l'aiuta a rimetter la roba nello
zaino, e a infilarsi il cappotto. Per questo Nelli gli vuol bene, e lo guarda
sempre, e quando il maestro lo loda è contento, come se lodasse lui. Ora
bisogna che Nelli, finalmente, abbia detto tutto a sua madre, e degli scherni
dei primi giorni e di quello che gli facevan patire, e poi del compagno che lo
difese e che gli ha posto affetto, perché, ecco quello che accadde questa
mattina. Il maestro mi mandò a portare al Direttore il programma della lezione,
mezz'ora prima del finis, ed io ero nell'ufficio quando entrò una signora
bionda e vestita di nero, la mamma di Nelli, la quale disse: - Signor Direttore,
c'è nella classe del mio figliuolo un ragazzo che si chiama Garrone? - C'è, -
rispose il Direttore. - Vuol aver la bontà di farlo venire un momento qui, che
gli ho da dire una parola? - Il Direttore chiamò il bidello e lo mandò in
iscuola, e dopo un minuto ecco lì Garrone sull'uscio con la sua testa grossa e
rapata, tutto stupito. Appena lo vide, la signora gli corse incontro, gli gettò
le mani sulle spalle e gli diede tanti baci sulla testa dicendo: - Sei tu,
Garrone, l'amico del mio figliuolo, il protettore del mio povero bambino, sei
tu, caro, bravo ragazzo, sei tu! - Poi frugò in furia nelle tasche e nella
borsa, e non trovando nulla, si staccò dal collo una catenella con una crocina,
e la mise al collo di Garrone, sotto la cravatta, e gli disse: - Prendila,
portala per mia memoria, caro ragazzo, per memoria della mamma di Nelli, che ti
ringrazia e ti benedice.
Il primo della classe
25, venerdì
Garrone s'attira l'affetto di tutti; Derossi, l'ammirazione. Ha preso la prima
medaglia, sarà sempre il primo anche quest'anno, nessuno può competer con lui,
tutti riconoscono la sua superiorità in tutte le materie. È il primo in
aritmetica, in grammatica, in composizione, in disegno, capisce ogni cosa al
volo, ha una memoria meravigliosa, riesce in tutto senza sforzo, pare che lo
studio sia un gioco per lui... Il maestro gli disse ieri: - Hai avuto dei grandi
doni da Dio, non hai altro da fare che non sciuparli. - E per di più è grande,
bello, con una gran corona di riccioli biondi, lesto che salta un banco
appoggiandovi una mano su; e sa già tirare di scherma. Ha dodici anni, è
figliuolo d'un negoziante, va sempre vestito di turchino con dei bottoni dorati,
sempre vivo, allegro, grazioso con tutti, e aiuta quanti può all'esame, e
nessuno ha mai osato fargli uno sgarbo o dirgli una brutta parola. Nobis e
Franti soltanto lo guardano per traverso e Votini schizza invidia dagli occhi;
ma egli non se n'accorge neppure. Tutti gli sorridono e lo pigliano per una mano
o per un braccio quando va attorno a raccogliere i lavori, con quella sua
maniera graziosa. Egli regala dei giornali illustrati, dei disegni, tutto quello
che a casa regalano a lui, ha fatto per il calabrese una piccola carta
geografica delle Calabrie; e dà tutto ridendo, senza badarci, come un gran
signore, senza predilezioni per alcuno. È impossibile non invidiarlo, non
sentirsi da meno di lui in ogni cosa. Ah! io pure, come Votini, l'invidio. E
provo un'amarezza, quasi un certo dispetto contro di lui, qualche volta, quando
stento a fare il lavoro a casa, e penso che a quell'ora egli l'ha già fatto,
benissimo e senza fatica. Ma poi, quando torno alla scuola, a vederlo così
bello, ridente, trionfante, a sentir come risponde alle interrogazioni del
maestro franco e sicuro, e com'è cortese e come tutti gli voglion bene, allora
ogni amarezza, ogni dispetto mi va via dal cuore, e mi vergogno d'aver provato
quei sentimenti. Vorrei essergli sempre vicino allora; vorrei poter fare tutte
le scuole con lui; la sua presenza, la sua voce mi mette coraggio, voglia di
lavorare, allegrezza, piacere. Il maestro gli ha dato da copiare il racconto
mensile che leggerà domani: La piccola vedetta lombarda; egli lo copiava questa
mattina, ed era commosso da quel fatto eroico, tutto acceso nel viso, cogli
occhi umidi e con la bocca tremante; e io lo guardavo, com'era bello e nobile!
Con che piacere gli avrei detto sul viso, francamente: - Derossi, tu vali in
tutto più di me! Tu sei un uomo a confronto mio! Io ti rispetto e ti ammiro!
La piccola vedetta lombarda
Racconto mensile
26, sabato
Nel 1859, durante la guerra per la liberazione della Lombardia, pochi giorni
dopo la battaglia di Solferino e San Martino, vinta dai Francesi e dagli
Italiani contro gli Austriaci, in una bella mattinata del mese di giugno, un
piccolo drappello di cavalleggieri di Saluzzo andava di lento passo, per un
sentiero solitario, verso il nemico, esplorando attentamente la campagna.
Guidavano il drappello un ufficiale e un sergente, e tutti guardavano lontano,
davanti a sé, con occhio fisso, muti, preparati a veder da un momento all'altro
biancheggiare fra gli alberi le divise degli avamposti nemici. Arrivarono così
a una casetta rustica, circondata di frassini, davanti alla quale se ne stava
tutto solo un ragazzo d'una dozzina d'anni, che scortecciava un piccolo ramo con
un coltello, per farsene un bastoncino; da una finestra della casa spenzolava
una larga bandiera tricolore; dentro non c'era nessuno: i contadini, messa fuori
la bandiera, erano scappati, per paura degli Austriaci. Appena visti i
cavalleggieri, il ragazzo buttò via il bastone e si levò il berretto. Era un
bel ragazzo, di viso ardito, con gli occhi grandi e celesti, coi capelli biondi
e lunghi; era in maniche di camicia, e mostrava il petto nudo.
- Che fai qui? - gli domandò l'ufficiale, fermando il cavallo. - Perché non
sei fuggito con la tua famiglia?
- Io non ho famiglia, - rispose il ragazzo. - Sono un trovatello. Lavoro un po'
per tutti. Son rimasto qui per veder la guerra.
- Hai visto passare degli Austriaci?
- No, da tre giorni.
L'ufficiale stette un poco pensando; poi saltò giù da cavallo, e lasciati i
soldati lì, rivolti verso il nemico, entrò nella casa e salì sul tetto... La
casa era bassa; dal tetto non si vedeva che un piccolo tratto di campagna. -
Bisogna salir sugli alberi, - disse l'ufficiale, e discese. Proprio davanti
all'aia si drizzava un frassino altissimo e sottile, che dondolava la vetta
nell'azzurro. L'ufficiale rimase un po' sopra pensiero, guardando ora l'albero
ora i soldati; poi tutt'a un tratto domandò al ragazzo:
- Hai buona vista, tu, monello?
- Io? - rispose il ragazzo. - Io vedo un passerotto lontano un miglio.
- Saresti buono a salire in cima a quell'albero?
- In cima a quell'albero? io? In mezzo minuto ci salgo.
- E sapresti dirmi quello che vedi di lassù, se c'è soldati austriaci da
quella parte, nuvoli di polvere, fucili che luccicano, cavalli?
- Sicuro che saprei.
- Che cosa vuoi per farmi questo servizio?
- Che cosa voglio? - disse il ragazzo sorridendo. - Niente. Bella cosa! E poi...
se fosse per i tedeschi, a nessun patto; ma per i nostri! Io sono lombardo.
- Bene. Va su dunque.
- Un momento, che mi levi le scarpe.
Si levò le scarpe, si strinse la cinghia dei calzoni, buttò nell'erba il
berretto e abbracciò il tronco del frassino
- Ma bada... - esclamò l'ufficiale, facendo l'atto di trattenerlo, come preso
da un timore improvviso.
Il ragazzo si voltò a guardarlo, coi suoi begli occhi celesti, in atto
interrogativo.
- Niente, - disse l'ufficiale; - va su.
Il ragazzo andò su, come un gatto.
- Guardate davanti a voi, - gridò l'ufficiale ai soldati.
In pochi momenti il ragazzo fu sulla cima dell'albero, avviticchiato al fusto,
con le gambe fra le foglie, ma col busto scoperto, e il sole gli batteva sul
capo biondo, che pareva d'oro. L'ufficiale lo vedeva appena, tanto era piccino
lassù.
- Guarda dritto e lontano, - gridò l'ufficiale.
Il ragazzo, per veder meglio, staccò la mano destra dall'albero e se la mise
alla fronte.
- Che cosa vedi? - domandò l'ufficiale.
Il ragazzo chinò il viso verso di lui, e facendosi portavoce della mano,
rispose: - Due uomini a cavallo, sulla strada bianca.
- A che distanza di qui?
- Mezzo miglio.
- Movono?
- Son fermi.
- Che altro vedi? - domandò l'ufficiale, dopo un momento di silenzio. - Guarda
a destra.
Il ragazzo guardò a destra.
Poi disse: - Vicino al cimitero, tra gli alberi, c'è qualche cosa che luccica.
Paiono baionette.
- Vedi gente?
- No. Saran nascosti nel grano.
In quel momento un fischio di palla acutissimo passò alto per l'aria e andò a
morire lontano dietro alla casa.
- Scendi, ragazzo! - gridò l'ufficiale. - T'han visto. Non voglio altro. Vien
giù.
- Io non ho paura, - rispose il ragazzo.
- Scendi... - ripeté l'ufficiale, - che altro vedi, a sinistra?
- A sinistra?
- Sì, a sinistra
Il ragazzo sporse il capo a sinistra; in quel punto un altro fischio più acuto
e più basso del primo tagliò l'aria. Il ragazzo si riscosse tutto. -
Accidenti! - esclamò. - L'hanno proprio con me! - La palla gli era passata poco
lontano.
- Scendi! - gridò l'ufficiale, imperioso e irritato.
- Scendo subito, - rispose il ragazzo. - Ma l'albero mi ripara, non dubiti. A
sinistra, vuole sapere?
- A sinistra, - rispose l'ufficiale; - ma scendi.
- A sinistra, - gridò il ragazzo, sporgendo il busto da quella parte, - dove
c'è una cappella, mi par di veder...
Un terzo fischio rabbioso passò in alto, e quasi ad un punto si vide il ragazzo
venir giù, trattenendosi per un tratto al fusto ed ai rami, e poi precipitando
a capo fitto colle braccia aperte.
- Maledizione! - gridò l'ufficiale, accorrendo.
Il ragazzo batté la schiena per terra e restò disteso con le braccia larghe,
supino; un rigagnolo di sangue gli sgorgava dal petto, a sinistra. Il sergente e
due soldati saltaron giù da cavallo; l'ufficiale si chinò e gli aprì la
camicia: la palla gli era entrata nel polmone sinistro. - È morto! - esclamò
l'ufficiale. - No, vive! - rispose il sergente. - Ah! povero ragazzo! bravo
ragazzo! - gridò l'ufficiale; - coraggio! coraggio! - Ma mentre gli diceva
coraggio e gli premeva il fazzoletto sulla ferita, il ragazzo stralunò gli
occhi e abbandonò il capo: era morto. L'ufficiale impallidì, e lo guardò
fisso per un momento; poi lo adagiò col capo sull'erba; s'alzò, e stette a
guardarlo; anche il sergente e i due soldati, immobili, lo guardavano: gli altri
stavan rivolti verso il nemico.
- Povero ragazzo! - ripeté tristemente l'ufficiale. - Povero e bravo ragazzo!
Poi s'avvicinò alla casa, levò dalla finestra la bandiera tricolore, e la
distese come un drappo funebre sul piccolo morto, lasciandogli il viso scoperto.
Il sergente raccolse a fianco del morto le scarpe, il berretto, il bastoncino e
il coltello.
Stettero ancora un momento silenziosi; poi l'ufficiale si rivolse al sergente e
gli disse: - Lo manderemo a pigliare dall'ambulanza; è morto da soldato: lo
seppelliranno i soldati. - Detto questo mandò un bacio al morto con un atto
della mano, e gridò: - A cavallo. - Tutti balzarono in sella, il drappello si
riunì e riprese il suo cammino.
E poche ore dopo il piccolo morto ebbe i suoi onori di guerra.
Al tramontar del sole, tutta la linea degli avamposti italiani s'avanzava verso
il nemico, e per lo stesso cammino percorso la mattina dal drappello di
cavalleria, procedeva su due file un grosso battaglione di bersaglieri, il
quale, pochi giorni innanzi, aveva valorosamente rigato di sangue il colle di
San Martino. La notizia della morte del ragazzo era già corsa fra quei soldati
prima che lasciassero gli accampamenti. Il sentiero, fiancheggiato da un
rigagnolo, passava a pochi passi di distanza dalla casa. Quando i primi
ufficiali del battaglione videro il piccolo cadavere disteso ai piedi del
frassino e coperto dalla bandiera tricolore, lo salutarono con la sciabola; e
uno di essi si chinò sopra la sponda del rigagnolo, ch'era tutta fiorita,
strappò due fiori e glieli gettò. Allora tutti i bersaglieri, via via che
passavano, strapparono dei fiori e li gettarono al morto. In pochi minuti il
ragazzo fu coperto di fiori, e ufficiali e soldati gli mandavan tutti un saluto
passando: - Bravo, piccolo lombardo! - Addio, ragazzo! - A te, biondino! -
Evviva! - Gloria! - Addio! - Un ufficiale gli gettò la sua medaglia al valore,
un altro andò a baciargli la fronte. E i fiori continuavano a piovergli sui
piedi nudi, sul petto insanguinato, sul capo biondo. Ed egli se ne dormiva là
nell'erba, ravvolto nella sua bandiera, col viso bianco e quasi sorridente,
povero ragazzo, come se sentisse quei saluti, e fosse contento d'aver dato la
vita per la sua Lombardia.
I poveri
29, martedì
Dare la vita per il proprio paese, come il ragazzo lombardo, è una grande
virtù, ma tu non trascurare le virtù piccole, figliuolo. Questa mattina,
camminando davanti a me quando tornavamo dalla scuola, passasti accanto a una
povera, che teneva fra le ginocchia un bambino stentito e smorto, e che ti
domandò l'elemosina. Tu la guardasti e non le desti nulla, e pure ci avevi dei
soldi in tasca. Senti, figliuolo. Non abituarti a passare indifferente davanti
alla miseria che tende la mano, e tanto meno davanti a una madre che chiede un
soldo per il suo bambino. Pensa che forse quel bambino aveva fame! pensa allo
strazio di quella povera donna. Te lo immagini il singhiozzo disperato di tua
madre, quando un giorno ti dovesse dire. - Enrico, oggi non posso darti nemmen
del pane? - Quand'io do un soldo a un mendico, ed egli mi dice. - Dio conservi
la salute a lei e alle sue creature! - tu non puoi comprendere la dolcezza che
mi danno al cuore quelle parole, la gratitudine che sento per quel povero. Mi
par davvero che quel buon augurio debba conservarsi in buona salute per molto
tempo, e ritorno a casa contento. e penso: Oh! quel povero m'ha reso assai più
di quanto gli ho dato! Ebbene, fa ch'io senta qualche volta quel buon augurio
provocato, meritato da te, togli tratto tratto un soldo dalla tua piccola borsa
per lasciarlo cadere nella mano d'un vecchio senza sostegno, d'una madre senza
pane, d'un bimbo senza madre. I poveri amano l'elemosina dei ragazzi perché non
li umilia, e perché i ragazzi, che han bisogno di tutti, somigliano a loro.
vedi che ce n'è sempre intorno alle scuole, dei poveri. L'elemosina d'un uomo
è un atto di carità, ma quella d'un fanciullo è insieme un atto di carità e
una carezza, capisci? È come se dalla sua mano cadessero insieme un soldo e un
fiore. Pensa che a te non manca nulla, ma che a loro manca tutto; che mentre tu
vuoi esser felice, a loro basta di non morire. Pensa che è un orrore che in
mezzo a tanti palazzi, per le vie dove passan carrozze e bambini vestiti di
velluto, ci siano delle donne, dei bimbi che non hanno da mangiare. Non aver da
mangiare, Dio mio! Dei ragazzi come te, buoni come te, intelligenti come te, che
in mezzo a una grande città non han da mangiare, come belve perdute in un
deserto! Oh mai più, Enrico, non passare mai più davanti a una madre che
méndica senza metterle un soldo nella mano!
TUO MADRE
DICEMBRE
Il trafficante
1, giovedì
Mio padre vuole che ogni giorno di vacanza io mi faccia venire a casa uno de'
miei compagni, o che vada a trovarlo, per farmi a poco a poco amico di tutti.
Domenica andrò a passeggiare con Votini, quello ben vestito, che si liscia
sempre, e che ha tanta invidia di Derossi. Oggi intanto è venuto a casa Garoffi,
quello lungo e magro, col naso a becco di civetta e gli occhi piccoli e furbi,
che par che frughino per tutto. È figliuolo d'un droghiere. È un
bell'originale. Egli conta sempre i soldi che ha in tasca, conta sulle dita
lesto lesto, e fa qualunque moltiplicazione senza tavola pitagorica. E
rammucchia, ha già un libretto della Cassa scolastica di risparmio. Sfido, non
spende mai un soldo, e se gli casca un centesimo sotto i banchi, è capace di
cercarlo per una settimana. Fa come le gazze, dice Derossi. Tutto quello che
trova, penne logore, francobolli usati, spilli, colaticci di candele, tutto
raccatta. Son già più di due anni che raccoglie francobolli, e n'ha già delle
centinaia d'ogni paese, in un grande album, che venderà poi al libraio, quando
sarà tutto pieno. Intanto il libraio gli dà i quaderni gratis perché egli
conduce molti ragazzi alla sua bottega. In iscuola traffica sempre, fa ogni
giorno vendite d'oggetti, lotterie, baratti; poi si pente del baratto e rivuole
la sua roba; compra per due e smercia per quattro; gioca ai pennini e non perde
mai; rivende giornali vecchi al tabaccaio, e ha un quadernino dove nota i suoi
affari, tutto pieno di somme e di sottrazioni. Alla scuola non studia che
l'aritmetica, e se desidera la medaglia non è che per aver l'entrata gratis al
teatro delle marionette. A me piace, mi diverte. Abbiamo giocato a fare il
mercato, coi pesi e le bilancie: egli sa il prezzo giusto di tutte le cose,
conosce i pesi e fa dei bei cartocci spedito, come i bottegai. Dice che appena
finite le scuole metterà su un negozio, un commercio nuovo, che ha inventato
lui. È stato tutto contento ché gli ho dato dei francobolli esteri, e m'ha
detto appuntino quando si rivende ciascuno per le collezioni. Mio padre,
fingendo di legger la gazzetta, lo stava a sentire, e si divertiva. Egli ha
sempre le tasche gonfie delle sue piccole mercanzie, che ricopre con un lungo
mantello nero, e par continuamente sopra pensiero e affaccendato, come un
negoziante. Ma quello che gli sta più a cuore è la sua collezione di
francobolli: questa è il suo tesoro, e ne parla sempre, come se dovesse cavarne
una fortuna. I compagni gli danno dell'avaraccio, dell'usuraio. Io non so. Gli
voglio bene, m'insegna molte cose, mi sembra un uomo. Coretti, il figliuolo del
rivenditore di legna, dice ch'egli non darebbe i suoi francobolli neanche per
salvar la vita a sua madre. Mio padre non lo crede. - Aspetta ancora a
giudicarlo, - m'ha detto; - egli ha quella passione; ma ha cuore.
Vanità
5, lunedì
Ieri andai a far la passeggiata per il viale di Rivoli con Votini e suo padre.
Passando per via Dora Grossa, vedemmo Stardi, quello che tira calci ai
disturbatori, fermo impalato davanti a una vetrina di librario, cogli occhi
fissi sopra una carta geografica; e chi sa da quanto tempo era là, perché egli
studia anche per la strada: ci rese a mala pena il saluto, quel rusticone.
Votini era vestito bene, anche troppo: aveva gli stivali di marocchino trapunti
di rosso, un vestito con ricami e nappine di seta, un cappello di castoro bianco
e l'orologio. E si pavoneggiava. Ma la sua vanità doveva capitar male questa
volta. Dopo aver corso un bel pezzo su per il viale, lasciandoci molto addietro
suo padre, che andava adagio, ci fermammo a un sedile di pietra, accanto a un
ragazzo vestito modestamente, che pareva stanco, e pensava, col capo basso. Un
uomo, che doveva essere suo padre, andava e veniva sotto gli alberi, leggendo la
gazzetta. Ci sedemmo. Votini si mise tra me e il ragazzo. E subito si ricordò
d'essere vestito bene, e volle farsi ammirare e invidiare dal suo vicino.
Alzò un piede e mi disse: - Hai visto i miei stivali da ufficiale? - Lo disse
per farli guardar da quell'altro. Ma quegli non gli badò.
Allora abbassò il piede, e mi mostrò le sue nappine di seta, e mi disse,
guardando di sott'occhio il ragazzo, che quelle nappine di seta non gli
piacevano, e che le volea far cambiare in bottoni d'argento. Ma il ragazzo non
guardò neppure le nappine.
Votini allora si mise a far girare sulla punta dell'indice il suo bellissimo
cappello di castoro bianco. Ma il ragazzo, pareva che lo facesse per punto, non
degnò d'uno sguardo nemmeno il cappello.
Votini, che si cominciava a stizzire, tirò fuori l'orologio l'aperse, mi fece
veder le rote. Ma quegli non voltò la testa. - È d'argento dorato? - gli
domandai. - No, - rispose, - è d'oro. - Ma non sarà tutto d'oro, - dissi, - ci
sarà anche dell'argento. - Ma no! - egli ribatté; - e per costringere il
ragazzo a guardare gli mise l'orologio davanti al viso e gli disse: - Di' tu,
guarda, non è vero che è tutto d'oro?
Il ragazzo rispose secco: - Non lo so.
- Oh! oh! - esclamò Votini, pien di rabbia, - che superbia!
Mentre diceva questo, sopraggiunse suo padre, che sentì: guardò un momento
fisso quel ragazzo, poi disse bruscamente al figliuolo: - Taci; - e chinatosi al
suo orecchio soggiunse: - È cieco.
Votini balzò in piedi, con un fremito, e guardò il ragazzo nel viso. Aveva le
pupille vitree, senza espressione, senza sguardo.
Votini rimase avvilito, senza parola, con gli occhi a terra. Poi balbettò: - Mi
rincresce... non lo sapevo.
Ma il cieco, che aveva capito tutto, disse con un sorriso buono e malinconico: -
Oh! non fa nulla.
Ebbene, è vano; ma non ha mica cattivo cuore Votini. Per tutta la passeggiata
non rise più.
La prima nevicata
10, sabato
Addio passeggiate a Rivoli. Ecco la bella amica dei ragazzi! Ecco la prima neve!
Fin da ieri sera vien giù a fiocchi fitti e larghi come fiori di gelsomino. Era
un piacere questa mattina alla scuola vederla venire contro le vetrate e
ammontarsi sui davanzali; anche il maestro guardava e si fregava le mani, e
tutti eran contenti pensando a fare alle palle, e al ghiaccio che verrà dopo, e
al focolino di casa. Non c'era che Stardi che non ci badasse, tutto assorto
nella lezione, coi pugni stretti alle tempie. Che bellezza, che festa fu
all'uscita! tutti a scavallar per la strada, gridando e sbracciando, e a pigliar
manate di neve e a zampettarci dentro come cagnolini nell'acqua. I parenti che
aspettavan fuori avevano gli ombrelli bianchi, la guardia civica aveva l'elmetto
bianco, tutti i nostri zaini in pochi momenti furon bianchi. Tutti parevan fuor
di sé dall'allegrezza, perfino Precossi, il figliuolo del fabbro, quello
pallidino che non ride mai, e Robetti, quello che salvò il bimbo dall'omnibus,
poverino, che saltellava con le sue stampelle. Il calabrese, che non aveva mai
toccato neve, se ne fece una pallottola e si mise a mangiarla come una pesca;
Crossi, il figliuolo dell'erbivendola, se n'empì lo zaino; e il muratorino ci
fece scoppiar da ridere, quando mio padre lo invitò a venir domani a casa
nostra: egli aveva la bocca piena di neve, e non osando né sputarla né
mandarla giù, stava lì ingozzato a guardarci, e non rispondeva. Anche le
maestre uscivan dalla scuola di corsa, ridendo; anche la mia maestra di prima
superiore, poveretta, correva a traverso al nevischio, riparandosi il viso col
suo velo verde, e tossiva. E intanto centinaia di ragazze della sezione vicina
passavano strillando e galoppando su quel tappeto candido, e i maestri e i
bidelli e la guardia gridavano: - A casa! A casa! - ingoiando fiocchi di neve e
imbiancandosi i baffi e la barba. Ma anch'essi ridevano di quella baldoria di
scolari che festeggiavan l'inverno...
- Voi festeggiate l'inverno... Ma ci son dei ragazzi che non hanno né panni,
né scarpe, né fuoco. Ce ne son migliaia i quali scendono ai villaggi, con un
lungo cammino, portando nelle mani sanguinanti dai geloni un pezzo di legno per
riscaldare la scuola. Ci sono centinaia di scuole quasi sepolte fra la neve,
nude e tetre come spelonche, dove i ragazzi soffocano dal fumo o battono i denti
dal freddo, guardando con terrore i fiocchi bianchi che scendono senza fine, che
s'ammucchiano senza posa sulle loro capanne lontane, minacciate dalle valanghe.
Voi festeggiate l'inverno, ragazzi. Pensate alle migliaia di creature a cui
l'inverno porta la miseria e la morte.
TUO PADRE
Il muratorino
11, domenica
Il "muratorino" è venuto oggi, in cacciatora, tutto vestito di roba
smessa di suo padre, ancora bianca di calcina e di gesso. Mio padre lo
desiderava anche più di me che venisse. Come ci fece piacere! Appena entrato,
si levò il cappello a cencio ch'era tutto bagnato di neve e se lo ficcò in un
taschino; poi venne innanzi, con quella sua andatura trascurata d'operaio
stanco, rivolgendo qua e là il visetto tondo come una mela, col suo naso a
pallottola; e quando fu nella sala da desinare, data un'occhiata in giro ai
mobili, e fissati gli occhi sur un quadretto che rappresenta Rigoletto, un
buffone gobbo, fece il "muso di lepre". È impossibile trattenersi dal
ridere a vedergli fare il muso di lepre. Ci mettemmo a giocare coi legnetti:
egli ha un'abilità straordinaria a far torri e ponti, che par che stian su per
miracolo, e ci lavora tutto serio, con la pazienza di un uomo. Fra una torre e
l'altra, mi disse della sua famiglia: stanno in una soffitta, suo padre va alle
scuole serali a imparar a leggere, sua madre è biellese. E gli debbono voler
bene, si capisce, perché è vestito così da povero figliuolo, ma ben riparato
dal freddo, coi panni ben rammendati, con la cravatta annodata bene dalla mano
di sua madre. Suo padre, mi disse, è un pezzo d'uomo, un gigante, che stenta a
passar per le porte; ma buono, e chiama sempre il figliuolo "muso di
lepre"; il figliuolo, invece, è piccolino. Alle quattro si fece merenda
insieme con pane e zebibbo, seduti sul sofà, e quando ci alzammo, non so
perché, mio padre non volle che ripulissi la spalliera che il muratorino aveva
macchiata di bianco con la sua giacchetta: mi trattenne la mano e ripulì poi
lui, di nascosto. Giocando, il muratorino perdette un bottone della cacciatora,
e mia madre glie l'attaccò, ed egli si fece rosso e stette a vederla cucire
tutto meravigliato e confuso, trattenendo il respiro. Poi gli diedi a vedere
degli album di caricature ed egli, senz'avvedersene, imitava le smorfie di
quelle facce, così bene, che anche mio padre rideva. Era tanto contento quando
andò via, che dimenticò di rimettersi in capo il berretto a cencio, e arrivato
sul pianerottolo, per mostrarmi la sua gratitudine mi fece ancora una volta il
muso di lepre. Egli si chiama Antonio Rabucco, e ha otto anni e otto mesi...
- Lo sai, figliuolo, perché non volli che ripulissi il sofà? Perché
ripulirlo, mentre il tuo compagno vedeva, era quasi un fargli rimprovero
d'averlo insudiciato. E questo non stava bene, prima perché non l'aveva fatto
apposta, e poi perché l'aveva fatto coi panni di suo padre, il quale se li è
ingessati lavorando; e quello che si fa lavorando non è sudiciume: è polvere,
è calce, è vernice, è tutto quello che vuoi, ma non sudiciume. Il lavoro non
insudicia. Non dir mai d'un operaio che vien dal lavoro: - È sporco. - Devi
dire: - Ha sui panni i segni, le tracce del suo lavoro. Ricordatene. E vogli
bene al muratorino, prima perché è tuo compagno, poi perché è figliuolo d'un
operaio.
TUO PADRE
Una palla di neve
16, venerdì
E sempre nevica, nevica. Seguì un brutto caso, questa mattina, con la neve,
all'uscir dalla scuola. Un branco di ragazzi, appena sboccati sul Corso, si
misero a tirar palle, con quella neve acquosa, che fa le palle sode e pesanti
come pietre. Molta gente passava sul marciapiedi. Un signore gridò: - Smettete,
monelli! - e proprio in quel punto si udì un grido acuto dall'altra parte della
strada, e si vide un vecchio che aveva perduto il cappello e barcollava,
coprendosi il viso con le mani, e accanto a lui un ragazzo che gridava: - Aiuto!
Aiuto! - Subito accorse gente da ogni parte. Era stato colpito da una palla in
un occhio. Tutti i ragazzi si sbandarono fuggendo come saette. Io stavo davanti
alla bottega del libraio, dov'era entrato mio padre, e vidi arrivar di corsa
parecchi miei compagni che si mescolarono fra gli altri vicini a me, e finsero
di guardar le vetrine: c'era Garrone, con la sua solita pagnotta in tasca,
Coretti, il muratorino, e Garoffi, quello dei francobolli. Intanto s'era fatta
folla intorno al vecchio, e una guardia ed altri correvano qua e là minacciando
e domandando: - Chi è? chi è stato? Sei tu? Dite chi è stato! - e guardavan
le mani ai ragazzi, se le avevan bagnate di neve. Garoffi era accanto a me:
m'accorsi che tremava tutto, e che avea il viso bianco come un morto. - Chi è?
Chi è stato? - continuava a gridare la gente. - Allora intesi Garrone che disse
piano a Garoffi: - Su, vatti a presentare; sarebbe una vigliaccheria lasciar
agguantare qualcun altro. - Ma io non l'ho fatto apposta! - rispose Garoffi,
tremando come una foglia. - Non importa fa il tuo dovere, - ripeté Garrone. -
Ma io non ho coraggio! - Fatti coraggio, t'accompagno io. - E la guardia e gli
altri gridavan sempre più forte: - Chi è? Chi è stato? Un occhiale in un
occhio gli han fatto entrare! L'hanno accecato! Briganti! - Io credetti che
Garoffi cascasse in terra. - Vieni, - gli disse risolutamente Garrone, - io ti
difendo, - e afferratolo per un braccio lo spinse avanti, sostenendolo, come un
malato. La gente vide e capì subito, e parecchi accorsero coi pugni alzati. Ma
Garrone si fece in mezzo, gridando: - Vi mettete in dieci uomini contro un
ragazzo? - Allora quelli ristettero, e una guardia civica pigliò Garoffi per
mano e lo condusse, aprendo la folla, a una bottega di pastaio, dove avevano
ricoverato il ferito. Vedendolo, riconobbi subito il vecchio impiegato, che sta
al quarto piano di casa nostra, col suo nipotino. Era adagiato sur una seggiola,
con un fazzoletto sugli occhi. - Non l'ho fatto apposta! - diceva singhiozzando
Garoffi, mezzo morto dalla paura, - non l'ho fatto apposta! - Due o tre persone
lo spinsero violentemente nella bottega, gridando: - La fronte a terra! Domanda
perdono! - e lo gettarono a terra. Ma subito due braccia vigorose lo rimisero in
piedi e una voce risoluta disse: - No, signori! - Era il nostro Direttore, che
avea visto tutto. - Poiché ha avuto il coraggio di presentarsi, - soggiunse-
nessuno ha il diritto di avvilirlo. Tutti stettero zitti. - Domanda perdono, -
disse il Direttore a Garoffi. Garoffi, scoppiando in pianto, abbracciò le
ginocchia del vecchio, e questi, cercata con la mano la testa di lui, gli
carezzò i capelli. Allora tutti dissero: - Va', ragazzo, va', torna a casa! - E
mio padre mi tirò fuori della folla e mi disse strada facendo: - Enrico, in un
caso simile, avresti il coraggio di fare il tuo dovere, di andar a confessare la
tua colpa? - Io gli risposi di sì. Ed egli: - Dammi la tua parola di ragazzo di
cuore e d'onore che lo faresti. - Ti do la mia parola, padre mio!
Le maestre
17, sabato
Garoffi stava tutto pauroso, quest'oggi, ad aspettare una grande risciacquata
del maestro; ma il maestro non è comparso, e poiché mancava anche il
supplente, è venuta a far scuola la signora Cromi, la più attempata delle
maestre, che ha due figliuoli grandi e ha insegnato a leggere e a scrivere a
parecchie signore che ora vengono ad accompagnare i loro ragazzi alla Sezione
Baretti. Era triste, oggi, perché ha un figliuolo malato. Appena che la videro,
cominciarono a fare il chiasso. Ma essa con voce lenta e tranquilla disse: -
Rispettate i miei capelli bianchi: io non sono soltanto una maestra, sono una
madre; - e allora nessuno osò più di parlare, neanche quella faccia di bronzo
di Franti, che si contentò di farle le beffe di nascosto. Nella classe della
Cromi fu mandata la Delcati, maestra di mio fratello, e al posto della Delcati,
quella che chiamano "la monachina", perché è sempre vestita di
scuro, con un grembiale nero, e ha un viso piccolo e bianco, i capelli sempre
lisci gli occhi chiari chiari, e una voce sottile, che par sempre che mormori
preghiere. E non si capisce, dice mia madre: è così mite e timida, con quel
filo di voce sempre eguale, che appena si sente, e non grida, non s'adira mai:
eppure tiene i ragazzi quieti che non si sentono, i più monelli chinano il capo
solo che li ammonisca col dito, pare una chiesa la sua scuola, e per questo
anche chiamano lei la monachina. Ma ce n'è un'altra che mi piace pure: la
maestrina della prima inferiore numero 3, quella giovane col viso color di rosa,
che ha due belle pozzette nelle guancie, e porta una gran penna rossa sul
cappellino e una crocetta di vetro giallo appesa al collo. È sempre allegra,
tien la classe allegra, sorride sempre, grida sempre con la sua voce argentina
che par che canti, picchiando la bacchetta sul tavolino e battendo le mani per
impor silenzio; poi quando escono, corre come una bambina dietro all'uno e
all'altro, per rimetterli in fila; e a questo tira su il bavero, a quell'altro
abbottona il cappotto perché non infreddino, li segue fin nella strada perché
non s'accapiglino, supplica i parenti che non li castighino a casa, porta delle
pastiglie a quei che han la tosse, impresta il suo manicotto a quelli che han
freddo; ed è tormentata continuamente dai più piccoli che le fanno carezze e
le chiedon dei baci tirandola pel velo e per la mantiglia; ma essa li lascia
fare e li bacia tutti, ridendo, e ogni giorno ritorna a casa arruffata e
sgolata, tutta ansante e tutta contenta, con le sue belle pozzette e la sua
penna rossa. È anche maestra di disegno delle ragazze, e mantiene col proprio
lavoro sua madre e suo fratello.
In casa del ferito
18, domenica
È con la maestra dalla penna rossa il nipotino del vecchio impiegato che fu
colpito all'occhio dalla palla di neve di Garoffi: lo abbiamo visto oggi, in
casa di suo zio, che lo tiene come un figliuolo. Io avevo terminato di scrivere
il racconto mensile per la settimana ventura, Il piccolo scrivano fiorentino,
che il maestro mi diede a copiare; e mio padre mi ha detto: - Andiamo su al
quarto piano, a veder come sta dell'occhio quel signore. - Siamo entrati in una
camera quasi buia, dov'era il vecchio a letto, seduto, con molti cuscini dietro
le spalle; accanto al capezzale sedeva sua moglie, e c'era in un canto il
nipotino che si baloccava. Il vecchio aveva l'occhio bendato. È stato molto
contento di veder mio padre, ci ha fatto sedere e ha detto che stava meglio, che
l'occhio non era perduto, non solo, ma che a capo di pochi giorni sarebbe
guarito. - Fu una disgrazia, - ha soggiunto; - mi duole dello spavento che deve
aver avuto quel povero ragazzo. - Poi ci ha parlato del medico, che doveva venir
a quell'ora, a curarlo. Proprio in quel punto, suona il campanello. - È il
medico, - dice la signora. La porta s'apre... E chi vedo? Garoffi col suo
mantello lungo, ritto sulla soglia, col capo chino, che non aveva coraggio di
entrare. - Chi è? - domanda il malato. - È il ragazzo che tirò la palla, -
dice mio padre. - E il vecchio allora: - O povero ragazzo! vieni avanti; sei
venuto a domandar notizie del ferito, non è vero? Ma va meglio, sta tranquillo,
va meglio, son quasi guarito. Vieni qua. - Garoffi, confuso che non ci vedeva
più, s'è avvicinato al letto, forzandosi per non piangere, e il vecchio l'ha
carezzato, ma egli non poteva parlare. - Grazie, ha detto il vecchio, - va pure
a dire a tuo padre e a tua madre che tutto va bene, che non si dian più
pensiero. - Ma Garoffi non si moveva, pareva che avesse qualcosa da dire, ma non
osava. - Che mi hai da dire? che cosa vuoi dire? - Io... nulla. - Ebbene, addio,
a rivederci, ragazzo; vattene pure col cuore in pace. Garoffi è andato fino
alla porta, ma là s'è fermato, e s'è volto indietro verso il nipotino, che lo
seguitava, e lo guardava curiosamente. Tutt'a un tratto, cavato di sotto al
mantello un oggetto, lo mette in mano al ragazzo, dicendogli in fretta: - È per
te, - e via come un lampo. Il ragazzo porta l'oggetto allo zio; vedono che c'è
scritto su: Ti regalo questo; guardan dentro, e fanno un'esclamazione di
stupore. Era l'album famoso, con la sua collezione di francobolli, che il povero
Garoffi aveva portato, la collezione di cui parlava sempre, su cui aveva fondato
tante speranze, e che gli era costata tante fatiche; era il suo tesoro, povero
ragazzo, era metà del suo sangue, che in cambio del perdono egli regalava!
Il piccolo scrivano fiorentino
Racconto mensile
Faceva la quarta elementare. Era un grazioso fiorentino di dodici anni, nero di
capelli e bianco di viso, figliuolo maggiore d'un impiegato delle strade
ferrate, il quale, avendo molta famiglia e poco stipendio, viveva nelle
strettezze. Suo padre lo amava ed era assai buono e indulgente con lui:
indulgente in tutto fuorché in quello che toccava la scuola: in questo
pretendeva molto e si mostrava severo perché il figliuolo doveva mettersi in
grado di ottener presto un impiego per aiutar la famiglia; e per valer presto
qualche cosa gli bisognava faticar molto in poco tempo. E benché il ragazzo
studiasse, il padre lo esortava sempre a studiare. Era già avanzato negli anni,
il padre, e il troppo lavoro l'aveva anche invecchiato prima del tempo. Non di
meno, per provvedere ai bisogni della famiglia, oltre al molto lavoro che
gl'imponeva il suo impiego, pigliava ancora qua e là dei lavori straordinari di
copista, e passava una buona parte della notte a tavolino. Da ultimo aveva preso
da una Casa editrice, che pubblicava giornali e libri a dispense, l'incarico di
scriver sulle fasce il nome e l'indirizzo degli abbonati e guadagnava tre lire
per ogni cinquecento di quelle strisciole di carta, scritte in caratteri grandi
e regolari. Ma questo lavoro lo stancava, ed egli se ne lagnava spesso con la
famiglia, a desinare. - I miei occhi se ne vanno, - diceva, - questo lavoro di
notte mi finisce. - Il figliuolo gli disse un giorno: - Babbo, fammi lavorare in
vece tua; tu sai che scrivo come te, tale e quale. - Ma il padre gli rispose: -
No figliuolo; tu devi studiare; la tua scuola è una cosa molto più importante
delle mie fasce; avrei rimorsi di rubarti un'ora; ti ringrazio, ma non voglio, e
non parlarmene più.
Il figliuolo sapeva che con suo padre, in quelle cose, era inutile insistere, e
non insistette. Ma ecco che cosa fece. Egli sapeva che a mezzanotte in punto suo
padre smetteva di scrivere, e usciva dal suo stanzino da lavoro per andare nella
camera da letto. Qualche volta l'aveva sentito: scoccati i dodici colpi al
pendolo, aveva sentito immediatamente il rumore della seggiola smossa e il passo
lento di suo padre. Una notte aspettò ch'egli fosse a letto, si vestì piano
piano, andò a tentoni nello stanzino, riaccese il lume a petrolio, sedette alla
scrivania, dov'era un mucchio di fasce bianche e l'elenco degli indirizzi, e
cominciò a scrivere, rifacendo appuntino la scrittura di suo padre. E scriveva
di buona voglia, contento, con un po' di paura, e le fasce s'ammontavano, e
tratto tratto egli smetteva la penna per fregarsi le mani, e poi ricominciava
con più alacrità, tendendo l'orecchio, e sorrideva. Centosessanta ne scrisse:
una lira! Allora si fermò, rimise la penna dove l'aveva presa, spense il lume,
e tornò a letto, in punta di piedi.
Quel giorno, a mezzodì, il padre sedette a tavola di buon umore. Non s'era
accorto di nulla. Faceva quel lavoro meccanicamente, misurandolo a ore e
pensando ad altro, e non contava le fasce scritte che il giorno dopo. Sedette a
tavola di buonumore, e battendo una mano sulla spalla al figliuolo: - Eh,
Giulio, - disse, - è ancora un buon lavoratore tuo padre, che tu credessi! In
due ore ho fatto un buon terzo di lavoro più del solito, ieri sera. La mano è
ancora lesta, e gli occhi fanno ancora il loro dovere. - E Giulio, contento,
muto, diceva tra sé: "Povero babbo, oltre al guadagno, io gli dò ancora
questa soddisfazione, di credersi ringiovanito. Ebbene, coraggio".
Incoraggiato dalla buona riuscita, la notte appresso, battute le dodici, su
un'altra volta, e al lavoro. E così fece per varie notti. E suo padre non
s'accorgeva di nulla. Solo una volta, a cena, uscì in quest'esclamazione: - È
strano, quanto petrolio va in questa casa da un po' di tempo! Giulio ebbe una
scossa; ma il discorso si fermò lì. E il lavoro notturno andò innanzi.
Senonché, a rompersi così il sonno ogni notte, Giulio non riposava abbastanza,
la mattina si levava stanco, e la sera, facendo il lavoro di scuola, stentava a
tener gli occhi aperti. Una sera, - per la prima volta in vita sua, -
s'addormentò sul quaderno. - Animo! animo! - gli gridò suo padre, battendo le
mani, - al lavoro! - Egli si riscosse e si rimise al lavoro. Ma la sera dopo, e
i giorni seguenti, fu la cosa medesima, e peggio: sonnecchiava sui libri, si
levava più tardi del solito, studiava la lezione alla stracca, pareva svogliato
dello studio. Suo padre cominciò a osservarlo, poi a impensierirsi, e in fine a
fargli dei rimproveri. Non glie ne aveva mai dovuto fare! - Giulio, - gli disse
una mattina, - tu mi ciurli nel manico, tu non sei più quel d'una volta. Non mi
va questo. Bada, tutte le speranze della famiglia riposano su di te. Io son
malcontento, capisci! - A questo rimprovero, il primo veramente severo ch'ei
ricevesse, il ragazzo si turbò. E "sì, - disse tra sé, - è vero; così
non si può continuare; bisogna che l'inganno finisca". Ma la sera di
quello stesso giorno, a desinare, suo padre uscì a dire con molta allegrezza: -
Sapete che in questo mese ho guadagnato trentadue lire di più che nel mese
scorso, a far fasce! - e dicendo questo, tirò di sotto alla tavola un cartoccio
di dolci, che aveva comprati per festeggiare coi suoi figliuoli il guadagno
straordinario, e che tutti accolsero battendo le mani. E allora Giulio riprese
animo, e disse in cuor suo: "No, povero babbo, io non cesserò
d'ingannarti; io farò degli sforzi più grandi per studiar lungo il giorno; ma
continuerò a lavorare di notte per te e per tutti gli altri". E il padre
soggiunse: - Trentadue lire di più! Son contento... Ma è quello là, - e
indicò Giulio, - che mi dà dei dispiaceri. - E Giulio ricevé il rimprovero in
silenzio, ricacciando dentro due lagrime che volevano uscire; ma sentendo ad un
tempo nel cuore una grande dolcezza.
E seguitò a lavorare di forza. Ma la fatica accumulandosi alla fatica, gli
riusciva sempre più difficile di resistervi. La cosa durava da due mesi. Il
padre continuava a rimbrottare il figliuolo e a guardarlo con occhio sempre più
corrucciato. Un giorno andò a chiedere informazioni al maestro, e il maestro
gli chiese: - Sì, fa, fa, perché ha intelligenza. Ma non ha più la voglia di
prima. Sonnecchia, sbadiglia, è distratto. Fa delle composizioni corte, buttate
giù in fretta, in cattivo carattere. Oh! potrebbe far molto, ma molto di più.
- Quella sera il padre prese il ragazzo in disparte e gli disse parole più
gravi di quante ei ne avesse mai intese. - Giulio, tu vedi ch'io lavoro, ch'io
mi logoro la vita per la famiglia. Tu non mi assecondi. Tu non hai cuore per me,
né per i tuoi fratelli, né per tua madre! - Ah no! non lo dire, babbo! -
gridò il figliuolo scoppiando in pianto, e aprì la bocca per confessare ogni
cosa. Ma suo padre l'interruppe, dicendo: - Tu conosci le condizioni della
famiglia; sai se c'è bisogno di buon volere e di sacrifici da parte di tutti.
Io stesso, vedi, dovrei raddoppiare il mio lavoro. Io contavo questo mese sopra
una gratificazione di cento lire alle strade ferrate, e ho saputo stamani che
non avrò nulla! - A quella notizia, Giulio ricacciò dentro subito la
confessione che gli stava per fuggire dall'anima, e ripeté risolutamente a sé
stesso: "No, babbo, io non ti dirò nulla; io custodirò il segreto per
poter lavorare per te; del dolore di cui ti son cagione, ti compenso altrimenti;
per la scuola studierò sempre abbastanza da esser promosso; quello che importa
è di aiutarti a guadagnar la vita, e di alleggerirti la fatica che
t'uccide". E tirò avanti, e furono altri due mesi di lavoro di notte e di
spossatezza di giorno, di sforzi disperati del figliuolo e di rimproveri amari
del padre. Ma il peggio era che questi s'andava via via raffreddando col
ragazzo, non gli parlava più che di rado, come se fosse un figliuolo
intristito, da cui non restasse più nulla a sperare, e sfuggiva quasi
d'incontrare il suo sguardo. E Giulio se n'avvedeva, e ne soffriva, e quando suo
padre voltava le spalle, gli mandava un bacio furtivamente, sporgendo il viso,
con un sentimento di tenerezza pietosa e triste; e tra per il dolore e per la
fatica, dimagrava e scoloriva, e sempre più era costretto a trasandare i suoi
studi. E capiva bene che avrebbe dovuto finirla un giorno, e ogni sera si
diceva: - Questa notte non mi leverò più; - ma allo scoccare delle dodici, nel
momento in cui avrebbe dovuto riaffermare vigorosamente il suo proposito,
provava un rimorso, gli pareva, rimanendo a letto, di mancare a un dovere, di
rubare una lira a suo padre e alla sua famiglia. E si levava, pensando che una
qualche notte suo padre si sarebbe svegliato e l'avrebbe sorpreso, o che pure si
sarebbe accorto dell'inganno per caso, contando le fasce due volte; e allora
tutto sarebbe finito naturalmente, senza un atto della sua volontà, ch'egli non
si sentiva il coraggio di compiere. E così continuava.
Ma una sera, a desinare, il padre pronunciò una parola che fu decisiva per lui.
Sua madre lo guardò, e parendole di vederlo più malandato e più smorto del
solito, gli disse: - Giulio, tu sei malato. - E poi, voltandosi al padre,
ansiosamente: - Giulio è malato. Guarda com'è pallido! Giulio mio, cosa ti
senti? - Il padre gli diede uno sguardo di sfuggita, e disse: - È la cattiva
coscienza che fa la cattiva salute. Egli non era così quando era uno scolaro
studioso e un figliuolo di cuore. - Ma egli sta male! - esclamò la mamma. - Non
me ne importa più! - rispose il padre.
Quella parola fu una coltellata al cuore per il povero ragazzo. Ah! non glie ne
importava più. Suo padre che tremava, una volta, solamente a sentirlo tossire!
Non l'amava più dunque, non c'era più dubbio ora, egli era morto nel cuore di
suo padre... "Ah! no, padre mio, - disse tra sé il ragazzo, col cuore
stretto dall'angoscia, - ora è finita davvero, io senza il tuo affetto non
posso vivere, lo rivoglio intero, ti dirò tutto, non t'ingannerò più,
studierò come prima; nasca quel che nasca, purché tu torni a volermi bene,
povero padre mio! Oh questa volta son ben sicuro della mia risoluzione!"
Ciò non di meno, quella notte si levò ancora, per forza d'abitudine, più che
per altro; e quando fu levato, volle andare a salutare, a riveder per qualche
minuto, nella quiete della notte, per l'ultima volta, quello stanzino dove aveva
tanto lavorato segretamente, col cuore pieno di soddisfazione e di tenerezza. E
quando si ritrovò al tavolino, col lume acceso, e vide quelle fasce bianche, su
cui non avrebbe scritto mai più quei nomi di città e di persone che oramai
sapeva a memoria, fu preso da una grande tristezza, e con un atto impetuoso
ripigliò la penna, per ricominciare il lavoro consueto. Ma nello stender la
mano urtò un libro, e il libro cadde. Il sangue gli diede un tuffo. Se suo
padre si svegliava! Certo non l'avrebbe sorpreso a commettere una cattiva
azione, egli stesso aveva ben deciso di dirgli tutto; eppure... il sentir quel
passo avvicinarsi, nell'oscurità; - l'esser sorpreso a quell'ora, in quel
silenzio; - sua madre che si sarebbe svegliata e spaventata, - e il pensar per
la prima volta che suo padre avrebbe forse provato un'umiliazione in faccia sua,
scoprendo ogni cosa... tutto questo lo atterriva, quasi. - Egli tese l'orecchio,
col respiro sospeso... Non sentì rumore. Origliò alla serratura dell'uscio che
aveva alle spalle: nulla. Tutta la casa dormiva. Suo padre non aveva inteso. Si
tranquillò. E ricominciò a scrivere. E le fasce s'ammontavano sulle fasce.
Egli sentì il passo cadenzato delle guardie civiche giù nella strada deserta;
poi un rumore di carrozza che cessò tutt'a un tratto; poi, dopo un pezzo, lo
strepito d'una fila di carri che passavano lentamente; poi un silenzio profondo,
rotto a quando a quando dal latrato lontano d'un cane. E scriveva, scriveva. E
intanto suo padre era dietro di lui: egli s'era levato udendo cadere il libro,
ed era rimasto aspettando il buon punto; lo strepito dei carri aveva coperto il
fruscio dei suoi passi e il cigolio leggiero delle imposte dell'uscio; ed era
là, - con la sua testa bianca sopra la testina nera di Giulio, - e aveva visto
correr la penna sulle fasce, - e in un momento aveva tutto indovinato, tutto
ricordato, tutto compreso, e un pentimento disperato, una tenerezza immensa, gli
aveva invaso l'anima, e lo teneva inchiodato, soffocato là, dietro al suo
bimbo. All'improvviso, Giulio diè un grido acuto, - due braccia convulse gli
avevan serrata la testa. - O babbo! babbo, perdonami! perdonami! - gridò,
riconoscendo suo padre al pianto. - Tu, perdonami! - rispose il padre,
singhiozzando e coprendogli la fronte di baci, - ho capito tutto, so tutto, son
io, son io che ti domando perdono, santa creatura mia, vieni, vieni con me! - E
lo sospinse, o piuttosto se lo portò al letto di sua madre, svegliata, e glielo
gettò tra le braccia e le disse: - Bacia quest'angiolo di figliuolo che da tre
mesi non dorme e lavora per me, e io gli contristo il cuore, a lui che ci
guadagna il pane! - La madre se lo strinse e se lo tenne sul petto, senza poter
raccoglier la voce; poi disse: - A dormire, subito, bambino mio, va' a dormire,
a riposare! Portalo a letto! - Il padre lo pigliò fra le braccia, lo portò
nella sua camera, lo mise a letto, sempre ansando e carezzandolo, e gli
accomodò i cuscini e le coperte. - Grazie, babbo, - andava ripetendo il
figliuolo, - grazie; ma va' a letto tu ora; io sono contento; va' a letto,
babbo. - Ma suo padre voleva vederlo addormentato, sedette accanto al letto, gli
prese la mano e gli disse:
- Dormi, dormi figliuol mio! - E Giulio, spossato, s'addormentò finalmente, e
dormì molte ore, godendo per la prima volta, dopo vari mesi, d'un sonno
tranquillo, rallegrato da sogni ridenti; e quando aprì gli occhi, che splendeva
già il sole da un pezzo, sentì prima, e poi si vide accosto al petto,
appoggiata sulla sponda del letticciolo, la testa bianca del padre, che aveva
passata la notte così, e dormiva ancora, con la fronte contro il suo cuore.
La volontà
28, mercoledì
C'è Stardi, nella mia classe, che avrebbe la forza di fare quello che fece il
piccolo fiorentino. Questa mattina ci furono due avvenimenti alla scuola:
Garoffi, matto dalla contentezza, perché gli han restituito il suo album, con
l'aggiunta di tre francobolli della repubblica di Guatemala, ch'egli cercava da
tre mesi; e Stardi che ebbe la seconda medaglia. Stardi, primo della classe dopo
Derossi! Tutti ne rimasero meravigliati. Chi l'avrebbe mai detto, in ottobre,
quando suo padre lo condusse a scuola rinfagottato in quel cappottone verde, e
disse al maestro, in faccia a tutti: - Ci abbia molta pazienza perché è molto
duro di comprendonio! - Tutti gli davan della testa di legno da principio. Ma
egli disse: - O schiatto, o riesco, - e si mise per morto a studiare, di giorno,
di notte, a casa, in iscuola, a passeggio, coi denti stretti e coi pugni chiusi,
paziente come un bove, ostinato come un mulo, e così, a furia di pestare, non
curando le canzonature e tirando calci ai disturbatori, è passato innanzi agli
altri, quel testone. Non capiva un'acca di aritmetica, empiva di spropositi la
composizione, non riesciva a tener a mente un periodo, e ora risolve i problemi,
scrive corretto e canta la lezione come un artista. E s'indovina la sua volontà
di ferro a veder com'è fatto, così tozzo, col capo quadro e senza collo, con
le mani corte e grosse e con quella voce rozza. Egli studia perfin nei brani di
giornale e negli avvisi dei teatri, e ogni volta che ha dieci soldi si compera
un libro: s'è già messo insieme una piccola biblioteca, e in un momento di
buon umore si lasciò scappar di bocca che mi condurrà a casa a vederla. Non
parla a nessuno, non gioca con nessuno, è sempre lì al banco coi pugni alle
tempie, fermo come un masso, a sentire il maestro. Quanto deve aver faticato,
povero Stardi! Il maestro glielo disse questa mattina, benché fosse impaziente
e di malumore, quando diede le medaglie: - Bravo Stardi; chi la dura la vince. -
Ma egli non parve affatto inorgoglito, non sorrise, e appena tornato al banco
con la sua medaglia, ripiantò i due pugni alle tempie e stette più immobile e
più attento di prima. Ma il più bello fu all'uscita, che c'era a aspettarlo
suo padre, - un flebotomo, - grosso e tozzo come lui, con un faccione e un
vocione. Egli non se l'aspettava quella medaglia, e non ci voleva credere,
bisognò che il maestro lo assicurasse, e allora si mise a ridere di gusto, e
diede una manata sulla nuca al figliuolo, dicendo forte: - Ma bravo, ma bene,
caro zuccone mio, va'! - e lo guardava stupito, sorridendo. E tutti i ragazzi
intorno sorridevano, eccettuato Stardi. Egli ruminava già nella cappadoccia la
lezione di domani mattina.
Gratitudine
31, sabato
Il tuo compagno Stardi non si lamenta mai del suo maestro, ne son certo. - Il
maestro era di malumore, era impaziente; - tu lo dici in tono di risentimento.
Pensa un po' quante volte fai degli atti d'impazienza tu, e con chi? con tuo
padre e con tua madre, coi quali la tua impazienza è un delitto. Ha ben ragione
il tuo maestro di essere qualche volta impaziente! Pensa che da tanti anni
fatica per i ragazzi; e che se n'ebbe molti affettuosi e gentili, ne trovò pure
moltissimi ingrati, i quali abusarono della sua bontà, e disconobbero le sue
fatiche; e che pur troppo, fra tutti, gli date più amarezze che soddisfazioni.
Pensa che il più santo uomo della terra, messo al suo posto, si lascerebbe
vincere qualche volta dall'ira. E poi, se sapessi quante volte il maestro va a
far lezione malato, solo perché non ha un male grave abbastanza da farsi
dispensar dalla scuola, ed è impaziente perché soffre, e gli è un grande
dolore il vedere che voi altri non ve n'accorgete o ne abusate! Rispetta, ama il
tuo maestro, figliuolo. Amalo perché tuo padre lo ama e lo rispetta; perché
egli consacra la vita al bene di tanti ragazzi che lo dimenticheranno, amalo
perché ti apre e t'illumina l'intelligenza e ti educa l'animo; perché un
giorno, quando sarai uomo, e non saremo più al mondo né io né lui, la sua
immagine ti si presenterà spesso alla mente accanto alla mia, e allora, vedi,
certe espressioni di dolore e di stanchezza del suo buon viso di galantuomo,
alle quali ora non badi, te le ricorderai, e ti faranno pena, anche dopo
trent'anni; e ti vergognerai, proverai tristezza di non avergli voluto bene,
d'esserti portato male con lui. Ama il tuo maestro, perché appartiene a quella
grande famiglia di cinquantamila insegnanti elementari, sparsi per tutta Italia,
i quali sono come i padri intellettuali dei milioni di ragazzi che crescon con
te, i lavoratori mal riconosciuti e mal ricompensati, che preparano al nostro
paese un popolo migliore del presente. Io non son contento dell'affetto che hai
per me, se non ne hai pure per tutti coloro che ti fanno del bene, e fra questi
il tuo maestro è il primo, dopo i tuoi parenti. Amalo come ameresti un mio
fratello, amalo quando ti accarezza e quando ti rimprovera, quando è giusto e
quando ti par che sia ingiusto, amalo quando è allegro e affabile, e amalo
anche di più quando lo vedi triste. Amalo sempre. E pronuncia sempre con
riverenza questo nome - maestro - che dopo quello di padre, è il più nobile,
il più dolce nome che possa dare un uomo a un altro uomo.
TUO PADRE
GENNAIO
Il maestro supplente
4, mercoledì
Aveva ragione mio padre: il maestro era di malumore perché non stava bene, e da
tre giorni, infatti, viene in sua vece il supplente, quello piccolo e senza
barba, che pare un giovinetto. Una brutta cosa accadde questa mattina. Già il
primo e il secondo giorno avevan fatto chiasso nella scuola, perché il
supplente ha una gran pazienza, e non fa che dire: - State zitti, state zitti,
vi prego. - Ma questa mattina si passò la misura. Si faceva un ronzìo che non
si sentivan più le sue parole, ed egli ammoniva, pregava: ma era fiato
sprecato. Due volte il Direttore s'affacciò all'uscio e guardò. Ma via lui, il
sussurro cresceva, come in un mercato. Avevano un bel voltarsi Garrone e Derossi
a far dei cenni ai compagni che stessero buoni, che era una vergogna. Nessuno ci
badava. Non c'era che Stardi che stesse quieto, coi gomiti sul banco e i pugni
alle tempie, pensando forse alla sua famosa libreria, e Garoffi, quello del naso
a uncino e dei francobolli, che era tutto occupato a far l'elenco dei
sottoscrittori a due centesimi per la lotteria d'un calamaio da tasca. Gli altri
cicalavano e ridevano, sonavano con punte di pennini piantate nei banchi e si
tiravano dei biascicotti di carta con gli elastici delle calze. Il supplente
afferrava per un braccio ora l'uno ora l'altro, e li scrollava, e ne mise uno
contro il muro: tempo perso. Non sapeva più a che santo votarsi, pregava: - Ma
perché fate in codesto modo? volete farmi rimproverare per forza? - Poi batteva
il pugno sul tavolino, e gridava con voce di rabbia e di pianto: - Silenzio!
Silenzio! Silenzio! - Faceva pena a sentirlo. Ma il rumore cresceva sempre.
Franti gli tirò una frecciuola di carta, alcuni facevan la voce del gatto,
altri si scappellottavano; era un sottosopra da non descriversi; quando
improvvisamente entrò il bidello e disse: - Signor maestro, il Direttore la
chiama. - Il maestro s'alzò e uscì in fretta, facendo un atto disperato.
Allora il baccano ricominciò più forte. Ma tutt'a un tratto Garrone saltò su
col viso stravolto e coi pugni stretti, e gridò con la voce strozzata dall'ira:
- Finitela. Siete bestie. Abusate perché è buono. Se vi pestasse le ossa
stareste mogi come cani. Siete un branco di vigliacchi. Il primo che gli fa
ancora uno scherno lo aspetto fuori e gli rompo i denti, lo giuro, anche sotto
gli occhi di suo padre! - Tutti tacquero. Ah! Com'era bello a vedere, Garrone,
con gli occhi che mandavan fiamme! Un leoncello furioso, pareva. Guardò uno per
uno i più arditi, e tutti chinaron la testa. Quando il supplente rientrò, con
gli occhi rossi, non si sentiva più un alito. - Egli rimase stupito. Ma poi,
vedendo Garrone ancora tutto acceso e fremente, capì, e gli disse con l'accento
d'un grande affetto, come avrebbe detto a un fratello: - Ti ringrazio, Garrone.
La libreria di Stardi
Sono andato da Stardi, che sta di casa in faccia alla scuola, e ho provato
invidia davvero a veder la sua libreria. Non è mica ricco, non può comprar
molti libri; ma egli conserva con gran cura i suoi libri di scuola, e quelli che
gli regalano i parenti, e tutti i soldi che gli danno, li mette da parte e li
spende dal libraio: in questo modo s'è già messo insieme una piccola
biblioteca, e quando suo padre s'è accorto che aveva quella passione, gli ha
comperato un bello scaffale di noce con la tendina verde, e gli ha fatto legare
quasi tutti i volumi coi colori che piacevano a lui. Così ora egli tira un
cordoncino, la tenda verde scorre via e si vedono tre file di libri d'ogni
colore, tutti in ordine, lucidi, coi titoli dorati sulle coste; dei libri di
racconti, di viaggi e di poesie; e anche illustrati. Ed egli sa combinar bene i
colori, mette i volumi bianchi accanto ai rossi, i gialli accanto ai neri, gli
azzurri accanto ai bianchi, in maniera che si vedan di lontano e facciano bella
figura; e si diverte poi a variare le combinazioni. S'è fatto il suo catalogo.
È come un bibliotecario. Sempre sta attorno ai suoi libri, a spolverarli, a
sfogliarli, a esaminare le legature; bisogna vedere con che cura gli apre, con
quelle sue mani corte e grosse, soffiando tra le pagine: paiono ancora tutti
nuovi. Io che ho sciupato tutti i miei! Per lui, ad ogni nuovo libro che
compera, è una festa a lisciarlo, a metterlo al posto e a riprenderlo per
guardarlo per tutti i versi e a covarselo come un tesoro. Non m'ha fatto veder
altro in un'ora. Aveva male agli occhi dal gran leggere. A un certo momento
passò nella stanza suo padre, che è grosso e tozzo come lui, con un testone
come il suo, e gli diede due o tre manate sulla nuca, dicendomi con quel
vocione: - Che ne dici, eh, di questa testaccia di bronzo? E una testaccia che
riuscirà a qualcosa, te lo assicuro io! - E Stardi socchiudeva gli occhi sotto
quelle ruvide carezze come un grosso cane da caccia. Io non so; non osavo
scherzare con lui; non mi pareva vero che avesse solamente un anno più di me, e
quando mi disse - A rivederci - sull'uscio, con quella faccia che par sempre
imbronciata, poco mancò che gli rispondessi: - La riverisco - come a un uomo.
Io lo dissi poi a mio padre, a casa: - Non capisco, Stardi non ha ingegno, non
ha belle maniere, è una figura quasi buffa; eppure mi mette soggezione. - E mio
padre rispose: - È perché ha carattere. - Ed io soggiunsi: - In un'ora che son
stato con lui non ha pronunciato cinquanta parole, non m'ha mostrato un
giocattolo, non ha riso una volta; eppure ci son stato volentieri. - E mio padre
rispose: - È perché lo stimi.
Il figliuolo del fabbro ferraio
Sì, ma anche Precossi io stimo, ed è troppo poco il dire che lo stimo.
Precossi, il figliuolo del fabbro ferraio, quello piccolo, smorto, che ha gli
occhi buoni e tristi, e un'aria di spaventato così timido, che dice a tutti:
scusami; sempre malaticcio, e che pure studia tanto. Suo padre rientra in casa
ubriaco d'acquavite, e lo batte senza un perché al mondo, gli butta in aria i
libri e i quaderni con un rovescione; ed egli viene a scuola coi lividi sul
viso, qualche volta col viso tutto gonfio e gli occhi infiammati dal gran
piangere. Ma mai, mai che gli si possa far dire che suo padre l'ha battuto. - È
tuo padre che t'ha battuto! - gli dicono i compagni. Ed egli grida subito: - Non
è vero! Non è vero! - per non far disonore a suo padre. - Questo foglio non
l'hai bruciato tu, - gli dice il maestro, mostrandogli il lavoro mezzo bruciato.
- Sì, - risponde lui, con la voce tremante; - son io che l'ho lasciato cadere
sul fuoco. - Eppure noi lo sappiamo bene che è suo padre briaco che ha
rovesciato tavolo e lume con una pedata, mentr'egli faceva il suo lavoro. Egli
sta in una soffitta della nostra casa, dall'altra scala, la portinaia racconta
tutto a mia madre; mia sorella Silvia lo sentì gridare dal terrazzo un giorno
che suo padre gli fece far la scala a capitomboli perché gli aveva chiesto dei
soldi da comperare la Grammatica. Suo padre beve, non lavora, e la famiglia
patisce la fame. Quante volte il povero Precossi viene a scuola digiuno, e
rosicchia di nascosto un panino che gli dà Garrone, o una mela che gli porta la
maestrina della penna rossa, che fu sua maestra di prima inferiore! Ma mai
ch'egli dica: - Ho fame, mio padre non mi dà da mangiare. - Suo padre vien
qualche volta a prenderlo, quando passa per caso davanti alla scuola, pallido,
malfermo sulle gambe, con la faccia torva, coi capelli sugli occhi e il berretto
per traverso; e il povero ragazzo trema tutto quando lo vede nella strada; ma
tanto gli corre incontro sorridendo, e suo padre par che non lo veda e pensi ad
altro. Povero Precossi! Egli si ricuce i quaderni stracciati, si fa imprestare i
libri per studiare la lezione, si riattacca i brindelli della camicia con degli
spilli, ed è una pietà a vederlo far la ginnastica con quelli scarponi che ci
sguazza dentro, con quei calzoni che strascicano, e quel giacchettone troppo
lungo, con le maniche rimboccate sino ai gomiti. E studia, s'impegna; sarebbe
uno dei primi se potesse lavorare a casa tranquillo. Questa mattina è venuto
alla scuola col segno d'un'unghiata sopra una gota, e tutti a dirgli: - È stato
tuo padre, non lo puoi negare sta volta, è tuo padre che t'ha fatto quello.
Dillo al Direttore, che lo faccia chiamare in questura. - Ma egli s'alzò tutto
rosso con la voce che tremava dallo sdegno: - Non è vero! Non è vero! Mio
padre non mi batte mai! - Ma poi, durante la lezione, gli cascavan le lacrime
sul banco, e quando qualcuno lo guardava, si sforzava di sorridere, per non
parere. Povero Precossi! Domani verranno a casa mia Derossi, Coretti e Nelli; lo
voglio dire anche a lui, che venga. E voglio fargli far merenda con me,
regalargli dei libri, metter sossopra la casa per divertirlo e empirgli le
tasche di frutte, per vederlo una volta contento, povero Precossi, che è tanto
buono e ha tanto coraggio!
Una bella visita
12, giovedì
Ecco uno dei giovedì più belli dell'anno, per me. Alle due in punto vennero a
casa Derossi e Coretti, con Nelli, il gobbino; Precossi, suo padre non lo
lasciò venire. Derossi e Coretti ridevano ancora ché avevano incontrato per
strada Crossi, il figliuolo dell'erbivendola, - quello del braccio morto e dei
capelli rossi, - che portava a vendere un grossissimo cavolo, e col soldo del
cavolo doveva poi andar a comperare una penna; ed era tutto contento perché suo
padre ha scritto dall'America che lo aspettassero di giorno in giorno. Oh le
belle due ore che abbiamo passate insieme! Sono i due più allegri della classe
Derossi e Coretti; mio padre ne rimase innamorato. Coretti aveva la sua maglia
color cioccolata e il suo berretto di pel di gatto. È un diavolo, che sempre
vorrebbe fare, rimestare, sfaccendare. Aveva già portato sulle spalle una mezza
carrata di legna, la mattina presto; eppure galoppò per tutta la casa,
osservando tutto e parlando sempre, arzillo e lesto come uno scoiattolo, e
passando in cucina domandò alla cuoca quanto ci fanno pagare le legna il
miriagramma, ché suo padre le dà a quarantacinque centesimi. Sempre parla di
suo padre, di quando fu soldato nel 49° reggimento, alla battaglia di Custoza,
dove si trovò nel quadrato del principe Umberto; ed è così gentile di
maniere! Non importa che sia nato e cresciuto fra le legna: egli l'ha nel
sangue, nel cuore la gentilezza, come dice mio padre. E Derossi ci divertì
molto: egli sa la geografia come un maestro: chiudeva gli occhi e diceva: -
Ecco, io vedo tutta l'Italia, gli Appennini che s'allungano sino al Mar Jonio, i
fiumi che corrono di qua e di là, le città bianche, i golfi, i seni azzurri,
le isole verdi; - e diceva i nomi giusti, per ordine, rapidissimamente, come se
leggesse sulla carta; e a vederlo così con quella testa alta, tutta riccioli
biondi, con gli occhi chiusi, tutto vestito di turchino coi bottoni dorati,
diritto e bello come una statua, tutti stavamo in ammirazione. In un'ora egli
aveva imparato a mente quasi tre pagine che deve recitare dopo domani, per
l'anniversario dei funerali di re Vittorio. E anche Nelli lo guardava con
meraviglia e con affetto, stropicciando la falda del suo grembialone di tela
nero, e sorridendo con quegli occhi chiari e melanconici. Mi fece un grande
piacere quella visita, mi lasciò qualche cosa, come delle scintille, nella
mente e nel cuore. E anche mi piacque, quando se n'andarono, vedere il povero
Nelli in mezzo agli altri due, grandi e forti, che lo portavano a casa a
braccetto, facendolo ridere come non l'ho visto ridere mai. Rientrando nella
stanza da mangiare, m'accorsi che non c'era più il quadro che rappresenta
Rigoletto, il buffone gobbo. L'aveva levato mio padre perché Nelli non lo
vedesse.
I funerali di Vittorio Emanuele
17, martedì
Quest'oggi alle due, appena entrato nella scuola, il maestro chiamò Derossi, il
quale s'andò a mettere accanto al tavolino, in faccia a noi, e cominciò a dire
col suo accento vibrato, alzando via via la voce limpida e colorandosi in viso:
- Quattro anni sono, in questo giorno, a quest'ora, giungeva davanti al
Pantheon, a Roma, il carro funebre che portava il cadavere di Vittorio Emanuele
II, primo re d'Italia, morto dopo ventinove anni di regno, durante i quali la
grande patria italiana, spezzata in sette Stati e oppressa da stranieri e da
tiranni, era risorta in uno Stato solo, indipendente e libero, dopo un regno di
ventinove anni, ch'egli aveva fatto illustre e benefico col valore, con la
lealtà, con l'ardimento nei pericoli, con la saggezza nei trionfi, con la
costanza nelle sventure. Giungeva il carro funebre, carico di corone, dopo aver
percorso Roma sotto una pioggia di fiori, tra il silenzio di una immensa
moltitudine addolorata, accorsa da ogni parte d'Italia, preceduto da una legione
di generali e da una folla di ministri e di principi, seguito da un corteo di
mutilati, da una selva di bandiere, dagli inviati di trecento città, da tutto
ciò che rappresenta la potenza e la gloria d'un popolo, giungeva dinanzi al
tempio augusto dove l'aspettava la tomba. In questo momento dodici corazzieri
levavano il feretro dal carro. In questo momento l'Italia dava l'ultimo addio al
suo re morto, al suo vecchio re, che l'aveva tanto amata, l'ultimo addio al suo
soldato, al padre suo, ai ventinove anni più fortunati e più benedetti della
sua storia. Fu un momento grande e solenne. Lo sguardo, l'anima di tutti
trepidava tra il feretro e le bandiere abbrunate degli ottanta reggimenti
dell'esercito d'Italia, portate da ottanta ufficiali, schierati sul suo
passaggio; poiché l'Italia era là, in quegli ottanta segnacoli, che
ricordavano le migliaia di morti, i torrenti di sangue, le nostre più sacre
glorie, i nostri più santi sacrifici, i nostri più tremendi dolori. Il
feretro, portato dai corazzieri, passò, e allora si chinarono tutte insieme in
atto di saluto, le bandiere dei nuovi reggimenti, le vecchie bandiere lacere di
Goito, di Pastrengo, di Santa Lucia, di Novara, di Crimea, di Palestro, di San
Martino, di Castelfidardo, ottanta veli neri caddero, cento medaglie urtarono
contro la cassa, e quello strepito sonoro e confuso, che rimescolò il sangue di
tutti, fu come il suono di mille voci umane che dicessero tutte insieme: -
Addio, buon re, prode re, leale re! Tu vivrai nel cuore del tuo popolo finché
splenderà il sole sopra l'Italia. - Dopo di che le bandiere si rialzarono
alteramente verso il cielo, e re Vittorio entrò nella gloria immortale della
tomba.
Franti, cacciato dalla scuola
21, sabato
Uno solo poteva ridere mentre Derossi diceva dei funerali del Re, e Franti rise.
Io detesto costui. È malvagio. Quando viene un padre nella scuola a fare una
partaccia al figliuolo, egli ne gode; quando uno piange, egli ride. Trema
davanti a Garrone, e picchia il muratorino perché è piccolo; tormenta Crossi
perché ha il braccio morto; schernisce Precossi, che tutti rispettano; burla
perfino Robetti, quello della seconda, che cammina con le stampelle per aver
salvato un bambino. Provoca tutti i più deboli di lui, e quando fa a pugni,
s'inferocisce e tira a far male. Ci ha qualcosa che mette ribrezzo su quella
fronte bassa, in quegli occhi torbidi, che tien quasi nascosti sotto la visiera
del suo berrettino di tela cerata. Non teme nulla, ride in faccia al maestro,
ruba quando può, nega con una faccia invetriata, è sempre in lite con
qualcheduno, si porta a scuola degli spilloni per punzecchiare i vicini, si
strappa i bottoni dalla giacchetta, e ne strappa agli altri, e li gioca, e ha
cartella, quaderni, libro, tutto sgualcito, stracciato, sporco, la riga
dentellata, la penna mangiata, le unghie rose, i vestiti pieni di frittelle e di
strappi che si fa nelle risse. Dicono che sua madre è malata dagli affanni
ch'egli le dà, e che suo padre lo cacciò di casa tre volte; sua madre viene
ogni tanto a chiedere informazioni e se ne va sempre piangendo. Egli odia la
scuola, odia i compagni odia il maestro. Il maestro finge qualche volta di non
vedere le sue birbonate, ed egli fa peggio. Provò a pigliarlo con le buone, ed
egli se ne fece beffe. Gli disse delle parole terribili, ed egli si coprì il
viso con le mani, come se piangesse, e rideva. Fu sospeso dalla scuola per tre
giorni, e tornò più tristo e più insolente di prima. Derossi gli disse un
giorno: - Ma finiscila, vedi che il maestro ci soffre troppo, - ed egli lo
minacciò di piantargli un chiodo nel ventre. Ma questa mattina, finalmente, si
fece scacciare come un cane. Mentre il maestro dava a Garrone la brutta copia
del Tamburino sardo, il racconto mensile di gennaio, da trascrivere, egli gittò
sul pavimento un petardo che scoppiò facendo rintronar la scuola come una
fucilata. Tutta la classe ebbe un riscossone. Il maestro balzò in piedi e
gridò: - Franti! fuori di scuola! - Egli rispose: - Non son io! - Ma rideva. Il
maestro ripeté: - Va' fuori! - Non mi muovo, - rispose. Allora il maestro
perdette i lumi, gli si lanciò addosso, lo afferrò per le braccia, lo strappò
dal banco. Egli si dibatteva, digrignava i denti; si fece trascinar fuori di
viva forza. Il maestro lo portò quasi di peso dal Direttore, e poi tornò in
classe solo e sedette al tavolino, pigliandosi il capo fra le mani, affannato,
con un'espressione così stanca e afflitta, che faceva male a vederlo. - Dopo
trent'anni che faccio scuola! - esclamò tristamente, crollando il capo. Nessuno
fiatava. Le mani gli tremavano dall'ira, e la ruga diritta che ha in mezzo alla
fronte, era così profonda, che pareva una ferita. Povero maestro! Tutti ne
pativano. Derossi s'alzò e disse: - Signor maestro, non si affligga. Noi le
vogliamo bene. - E allora egli si rasserenò un poco e disse: - Riprendiamo la
lezione, ragazzi.
Il tamburino sardo
Racconto mensile
Nella prima giornata della battaglia di Custoza, il 24 luglio del 1848, una
sessantina di soldati d'un reggimento di fanteria del nostro esercito, mandati
sopra un'altura a occupare una casa solitaria, si trovarono improvvisamente
assaliti da due compagnie di soldati austriaci, che tempestandoli di fucilate da
varie parti, appena diedero loro il tempo di rifugiarsi nella casa e di sbarrare
precipitosamente le porte, dopo aver lasciato alcuni morti e feriti pei campi.
Sbarrate le porte, i nostri accorsero a furia alle finestre del pian terreno e
del primo piano, e cominciarono a fare un fuoco fitto sopra gli assalitori, i
quali, avvicinandosi a grado a grado, disposti in forma di semicerchio,
rispondevano vigorosamente. Ai sessanta soldati italiani comandavano due
ufficiali subalterni e un capitano, un vecchio alto, secco e austero, coi
capelli e i baffi bianchi; e c'era con essi un tamburino sardo, un ragazzo di
poco più di quattordici anni, che ne dimostrava dodici scarsi, piccolo, di viso
bruno olivastro, con due occhietti neri e profondi, che scintillavano. Il
capitano, da una stanza del primo piano, dirigeva la difesa, lanciando dei
comandi che parean colpi di pistola, e non si vedeva sulla sua faccia ferrea
nessun segno di commozione. Il tamburino, un po' pallido, ma saldo sulle gambe,
salito sopra un tavolino, allungava il collo, trattenendosi alla parete, per
guardar fuori dalle finestre; e vedeva a traverso al fumo, pei campi, le divise
bianche degli Austriaci, che venivano avanti lentamente. La casa era posta sulla
sommità d'una china ripida, e non aveva dalla parte della china che un solo
finestrino alto, rispondente in una stanza a tetto; perciò gli Austriaci non
minacciavan la casa da quella parte, e la china era sgombra: il fuoco non
batteva che la facciata e i due fianchi.
Ma era un fuoco d'inferno, una grandine di palle di piombo che di fuori
screpolava i muri e sbriciolava i tegoli, e dentro fracassava soffitti, mobili,
imposte, battenti, buttando per aria schegge di legno e nuvoli di calcinacci e
frantumi di stoviglie e di vetri, sibilando, rimbalzando, schiantando ogni cosa
con un fragore da fendere il cranio. Di tratto in tratto uno dei soldati che
tiravan dalle finestre stramazzava indietro sul pavimento ed era trascinato in
disparte. Alcuni barcollavano di stanza in stanza, premendosi le mani sopra le
ferite. Nella cucina c'era già un morto, con la fronte spaccata. Il semicerchio
dei nemici si stringeva.
A un certo punto fu visto il capitano, fino allora impassibile, fare un segno
d'inquietudine, e uscir a grandi passi dalla stanza, seguito da un sergente.
Dopo tre minuti ritornò di corsa il sergente e chiamò il tamburino, facendogli
cenno che lo seguisse. Il ragazzo lo seguì correndo su per una scala di legno
ed entrò con lui in una soffitta nuda, dove vide il capitano, che scriveva con
una matita sopra un foglio, appoggiandosi al finestrino, e ai suoi piedi, sul
pavimento, c'era una corda da pozzo.
Il capitano ripiegò il foglio e disse bruscamente, fissando negli occhi al
ragazzo le sue pupille grigie e fredde, davanti a cui tutti i soldati tremavano:
- Tamburino!
Il tamburino si mise la mano alla visiera.
Il capitano disse: - Tu hai del fegato
Gli occhi del ragazzo lampeggiarono.
- Sì, signor capitano, - rispose.
- Guarda laggiù, - disse il capitano, spingendolo al finestrino, - nel piano,
vicino alle case di Villafranca, dove c'è un luccichìo di baionette. Là ci
sono i nostri, immobili. Tu prendi questo biglietto, t'afferri alla corda,
scendi dal finestrino, divori la china, pigli pei campi, arrivi fra i nostri, e
dai il biglietto al primo ufficiale che vedi. Butta via il cinturino e lo zaino.
Il tamburino si levò il cinturino e lo zaino, e si mise il biglietto nella
tasca del petto; il sergente gettò la corda e ne tenne afferrato con due mani
l'uno dei capi; il capitano aiutò il ragazzo a passare per il finestrino, con
la schiena rivolta verso la campagna.
- Bada, - gli disse, - la salvezza del distaccamento è nel tuo coraggio e nelle
tue gambe.
- Si fidi di me, signor capitano - rispose il tamburino, spenzolandosi fuori.
- Cùrvati nella discesa, - disse ancora il capitano, afferrando la corda
insieme al sergente
- Non dubiti.
- Dio t'aiuti.
In pochi momenti il tamburino fu a terra; il sergente tirò su la corda e
disparve; il capitano s'affacciò impetuosamente al finestrino, e vide il
ragazzo che volava giù per la china.
Sperava già che fosse riuscito a fuggire inosservato quando cinque o sei
piccoli nuvoli di polvere che si sollevarono da terra davanti e dietro al
ragazzo, l'avvertirono che era stato visto dagli Austriaci, i quali gli tiravano
addosso dalla sommità dell'altura: quei piccoli nuvoli eran terra buttata in
aria dalle palle. Ma il tamburino continuava a correre a rompicollo. A un
tratto, stramazzò. - Ucciso! - ruggì il capitano, addentandosi il pugno. Ma
non aveva anche detto la parola, che vide il tamburino rialzarsi. - Ah! una
caduta soltanto! - disse tra sé, e respirò. Il tamburino, infatti, riprese a
correre di tutta forza; ma zoppicava. - Un torcipiede, - pensò il capitano.
Qualche nuvoletto di polvere si levò ancora qua e là intorno al ragazzo, ma
sempre più lontano. Egli era in salvo. Il capitano mise un'esclamazione di
trionfo. Ma seguitò ad accompagnarlo con gli occhi, trepidando, perché era un
affar di minuti: se non arrivava laggiù il più presto possibile col biglietto
che chiedeva immediato soccorso, o tutti i suoi soldati cadevano uccisi, o egli
doveva arrendersi e darsi prigioniero con loro. Il ragazzo correva rapido un
tratto, poi rallentava il passo zoppicando, poi ripigliava la corsa, ma sempre
più affaticato, e ogni tanto incespicava, si soffermava. - Lo ha forse colto
una palla di striscio, pensò il capitano, e notava tutti i suoi movimenti,
fremendo, e lo eccitava, gli parlava, come se quegli avesse potuto sentirlo;
misurava senza posa, con l'occhio ardente, lo spazio interposto fra il ragazzo
fuggente e quel luccichìo d'armi che vedeva laggiù nella pianura in mezzo ai
campi di frumento dorati dal sole. E intanto sentiva i sibili e il fracasso
delle palle nelle stanze di sotto, le grida imperiose e rabbiose degli ufficiali
e dei sergenti, i lamenti acuti dei feriti, il rovinìo dei mobili e dei
calcinacci. - Su! Coraggio! - gridava, seguitando con lo sguardo il tamburino
lontano, - avanti! corri! Si ferma, maledetto! Ah! riprende la corsa. - Un
ufficiale venne a dirgli ansando che i nemici, senza interrompere il fuoco,
sventolavano un panno bianco per intimare la resa. - Non si risponda! - egli
gridò, senza staccar lo sguardo dal ragazzo, che già era nel piano, ma che
più non correva, e parea che si trascinasse stentatamente. - Ma va'! ma corri!
- diceva il capitano stringendo i denti e i pugni; - ammazzati, muori,
scellerato, ma va'! - Poi gettò un'orribile imprecazione. - Ah! l'infame
poltrone, s'è seduto! - Il ragazzo, infatti, di cui fino allora egli aveva
visto sporgere il capo al disopra d'un campo di frumento, era scomparso, come se
fosse caduto. Ma dopo un momento, la sua testa venne fuori daccapo; infine si
perdette dietro alle siepi, e il capitano non lo vide più.
Allora discese impetuosamente; le palle tempestavano; le stanze erano ingombre
di feriti, alcuni dei quali giravano su sé stessi come briachi, aggrappandosi
ai mobili; le pareti e il pavimento erano chiazzati di sangue; dei cadaveri
giacevano a traverso alle porte; il luogotenente aveva il braccio destro
spezzato da una palla; il fumo e il polverio avvolgevano ogni cosa. - Coraggio!
Arrivan soccorsi! Ancora un po' di coraggio! - Gli Austriaci s'erano avvicinati
ancora; si vedevano giù tra il fumo i loro visi stravolti, si sentiva tra lo
strepito delle fucilate le loro grida selvagge, che insultavano, intimavan la
resa, minacciavan l'eccidio. Qualche soldato, impaurito, si ritraeva dalle
finestre; i sergenti lo ricacciavano avanti. Ma il fuoco della difesa
infiacchiva, lo scoraggiamento appariva su tutti i visi, non era più possibile
protrarre la resistenza. A un dato momento, i colpi degli Austriaci
rallentarono, e una voce tonante gridò prima in tedesco, poi in italiano: -
Arrendetevi! - No! - urlò il capitano da una finestra. E il fuoco ricominciò
più fitto e più rabbioso dalle due parti. Altri soldati caddero. Già più
d'una finestra era senza difensori. Il momento fatale era imminente. Il capitano
gridava con voce smozzicata fra i denti: - Non vengono! Non vengono! - e correva
intorno furioso, torcendo la sciabola con la mano convulsa, risoluto a morire.
Quando un sergente, scendendo dalla soffitta, gettò un grido altissimo: -
Arrivano! - Arrivano! - ripeté con un grido di gioia il capitano. - A quel
grido tutti, sani, feriti, sergenti, ufficiali si slanciarono alle finestre, e
la resistenza inferocì un'altra volta. Di lì a pochi momenti, si notò come
un'incertezza e un principio di disordine fra i nemici. Subito, in furia, il
capitano radunò un drappello nella stanza a terreno, per far impeto fuori, con
le baionette inastate. - Poi rivolò di sopra. Era appena arrivato, che
sentirono uno scalpitìo precipitoso, accompagnato da un urrà formidabile, e
videro dalle finestre venir innanzi tra il fumo i cappelli a due punte dei
carabinieri italiani, uno squadrone lanciato ventre a terra, e un balenìo
fulmineo di lame mulinate per aria, calate sui capi, sulle spalle, sui dorsi; -
allora il drappello irruppe a baionette basse fuor della porta; - i nemici
vacillarono, si scompigliarono, diedero di volta, il terreno rimase sgombro, la
casa fu libera, e poco dopo due battaglioni di fanteria italiana e due cannoni
occupavan l'altura.
Il capitano, coi soldati che gli rimanevano, si ricongiunse al suo reggimento,
combatté ancora, e fu leggermente ferito alla mano sinistra da una palla
rimbalzante, nell'ultimo assalto alla baionetta.
La giornata finì con la vittoria dei nostri.
Ma il giorno dopo, essendosi ricominciato a combattere, gli italiani furono
oppressi, malgrado la valorosa resistenza, dal numero soverchiante degli
Austriaci, e la mattina del ventisei dovettero prender tristamente la via della
ritirata, verso il Mincio.
Il capitano, benché ferito, fece il cammino a piedi coi suoi soldati, stanchi e
silenziosi, e arrivato sul cader del giorno a Goito, sul Mincio, cercò subito
del suo luogotenente, che era stato raccolto col braccio spezzato dalla nostra
Ambulanza, e doveva esser giunto là prima di lui. Gli fu indicata una chiesa,
dov'era stato installato affrettatamente un ospedale da campo. Egli v'andò. La
chiesa era piena di feriti, adagiati su due file di letti e di materassi distesi
sul pavimento; due medici e vari inservienti andavano e venivano, affannati; e
s'udivan delle grida soffocate e dei gemiti.
Appena entrato, il capitano si fermò, e girò lo sguardo all'intorno, in cerca
del suo ufficiale.
In quel punto si sentì chiamare da una voce fioca, vicinissima: - Signor
capitano!
Si voltò: era il tamburino
Era disteso sopra un letto a cavalletti, - coperto fino al petto da una rozza
tenda da finestra, a quadretti rossi e bianchi, - con le braccia fuori; pallido
e smagrito, ma sempre coi suoi occhi scintillanti, come due gemme nere.
- Sei qui, tu? - gli domandò il capitano, stupito ma brusco. - Bravo. Hai fatto
il tuo dovere.
- Ho fatto il mio possibile, - rispose il tamburino.
- Sei stato ferito, - disse il capitano, cercando con gli occhi il suo ufficiale
nei letti vicini.
- Che vuole! - disse il ragazzo, a cui dava coraggio a parlare la compiacenza
altiera d'esser per la prima volta ferito, senza di che non avrebbe osato
d'aprir bocca in faccia a quel capitano; - ho avuto un bel correre gobbo, m'han
visto subito. Arrivavo venti minuti prima se non mi coglievano. Per fortuna che
ho trovato subito un capitano di Stato Maggiore da consegnargli il biglietto. Ma
è stato un brutto discendere dopo quella carezza! Morivo dalla sete, temevo di
non arrivare più, piangevo dalla rabbia a pensare che ad ogni minuto di ritardo
se n'andava uno all'altro mondo, lassù. Basta, ho fatto quello che ho potuto.
Son contento. Ma guardi lei, con licenza, signor capitano, che perde sangue.
Infatti dalla palma mal fasciata del capitano colava giù per le dita qualche
goccia di sangue.
- Vuol che le dia una stretta io alla fascia, signor capitano? Porga un momento.
Il capitano porse la mano sinistra, e allungò la destra per aiutare il ragazzo
a sciogliere il nodo e a rifarlo; ma il ragazzo, sollevatosi appena dal cuscino,
impallidì, e dovette riappoggiare la testa.
- Basta, basta, - disse il capitano, guardandolo, e ritirando la mano fasciata,
che quegli volea ritenere: - bada ai fatti tuoi, invece di pensare agli altri,
ché anche le cose leggiere, a trascurarle, possono farsi gravi.
Il tamburino scosse il capo.
- Ma tu, - gli disse il capitano, guardandolo attentamente, - devi aver perso
molto sangue, tu, per esser debole a quel modo.
- Perso molto sangue? - rispose il ragazzo, con un sorriso. - Altro che sangue.
Guardi.
E tirò via d'un colpo la coperta.
Il capitano diè un passo indietro, inorridito.
Il ragazzo non aveva più che una gamba: la gamba sinistra gli era stata
amputata al di sopra del ginocchio: il troncone era fasciato di panni
insanguinati.
In quel momento passò un medico militare, piccolo e grasso, in maniche di
camicia. - Ah! signor capitano, disse rapidamente, accennandogli il tamburino, -
ecco un caso disgraziato; una gamba che si sarebbe salvata con niente s'egli non
l'avesse forzata in quella pazza maniera; un'infiammazione maledetta; bisognò
tagliar lì per lì. Oh, ma... un bravo ragazzo, gliel'assicuro io; non ha dato
una lacrima, non un grido! Ero superbo che fosse un ragazzo italiano, mentre
l'operavo, in parola d'onore. Quello è di buona razza, perdio!
E se n'andò di corsa.
Il capitano corrugò le grandi sopracciglia bianche, e guardò fisso il
tamburino, ristendendogli addosso la coperta; poi, lentamente, quasi non
avvedendosene, e fissandolo sempre, alzò la mano al capo e si levò il cheppì.
- Signor capitano! - esclamò il ragazzo meravigliato. - Cosa fa, signor
capitano? Per me!
E allora quel rozzo soldato che non aveva mai detto una parola mite ad un suo
inferiore, rispose con una voce indicibilmente affettuosa e dolce: - Io non sono
che un capitano; tu sei un eroe.
Poi si gettò con le braccia aperte sul tamburino, e lo baciò tre volte sul
cuore.