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Il giro del mondo in 80 giorni
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Jules Verne.
IL GIRO DEL MONDO IN 80 GIORNI.
1.
PHILEAS FOGG E PASSEPARTOUT SI ACCETTANO RECIPROCAMENTE, IL PRIMO COME
PADRONE E L'ALTRO COME DOMESTICO.
Nell'anno 1872, la casa contraddistinta con il numero 7 in Saville
Row, a Burlington Gardens - casa nella quale nel 1814 era morto
Sheridan (1) - era abitata dall'egregio signor Phileas Fogg, uno dei
membri più singolari e più notati del Club della Riforma di Londra,
quantunque egli si studiasse di non fare cosa alcuna che potesse
attirare l'attenzione su di lui.
Questo Phileas Fogg, che prendeva il posto di uno dei più grandi
oratori che sono l'onore dell'Inghilterra, era un personaggio
enigmatico, di cui non si sapeva nulla, se non che egli appariva un
fior di galantuomo e uno fra i più bei "gentlemen" (2) dell'alta
società inglese.
Si diceva che egli somigliasse a Byron (3) - nella testa, perché
quanto ai piedi non era possibile metterglielo a confronto -, ma era
un Byron con i mustacchi e i favoriti, un Byron impassibile, che
avrebbe potuto vivere mill'anni senza invecchiare.
Inglese per certo, Phileas Fogg non era forse londinese. Non lo si era
mai visto né alla Borsa né alla Banca né in alcun altro ufficio della
gran finanza della City londinese. Le darsene del porto di Londra non
avevano mai ospitato una nave che avesse per armatore Phileas Fogg.
Questo "gentleman" non figurava in alcun consiglio di amministrazione.
Il suo nome non era mai risuonato in un collegio di avvocatura, né al
Tempio né a Lincoln's Inn né a Gray's Inn. Non aveva mai esercitato né
alla Corte del Cancelliere, né al Banco della Regina né all'Echiquier
né alla Corte ecclesiastica. Non era industriale né negoziante né
mercante né agricoltore. Non faceva parte né dell'Istituzione Reale
della Gran Bretagna, né dell'Istituzione di Londra, né
dell'Istituzione degli Artigiani, né dell'Istituzione Russell, né
dell'Istituzione Letteraria dell'Ovest, né dell'Istituzione del
Diritto, né di quell'Istituzione delle Arti e delle Scienze riunite,
che è posta sotto il diretto patrocinio di Sua Graziosa Maestà.
Insomma egli non apparteneva a nessuna delle numerose società che
pullulano nella capitale inglese, dalla Società dell'Armonica fino
alla Società Entomologica, sorta principalmente con lo scopo di
distruggere gli insetti nocivi.
Phileas Fogg era membro del Club della Riforma, ecco tutto.
Può stupire che un individuo tanto misterioso figurasse tra i membri
di quell'onorevole circolo. Ma va considerato che vi era stato ammesso
dietro raccomandazione dei banchieri Fratelli Baring presso i quali
aveva un notevolissimo conto aperto: un conto in cui Phileas Fogg
risultava invariabilmente creditore, quantunque spiccasse con
frequenza grossi mandati a vista che i banchieri Baring pagavano
puntualmente. Quest'insieme di cose, come è naturale, gli aveva
procurato una profonda stima.
Phileas Fogg era dunque ricco? Senza dubbio. Ma in che modo si era
arricchito? Ecco ciò che nemmeno i meglio informati potevano dire; e
il signor Fogg era proprio l'ultimo a cui convenisse rivolgersi per
saperlo.
Comunque, egli non si mostrava minimamente prodigo; ma neanche avaro.
Ogni volta che gli fosse chiesto denaro per un'opera nobile, giusta e
generosa, lo dava, senza strombazzamenti o celandosi addirittura
dietro l'anonimato.
Nessuno era meno comunicativo di quel "gentleman". Non parlava che lo
stretto necessario; e ciò accresceva attorno a lui il mistero. Eppure
la sua vita si svolgeva, come suol dirsi, alla luce del sole; ma era
così matematicamente uniforme, che le immaginazioni insoddisfatte
fantasticavano, cercando al di là delle apparenze.
Aveva viaggiato, Sir Phileas Fogg? C'era ragione di supporlo, dato che
nessuno meglio di lui conosceva la carta geografica del mondo. Non
esisteva paese, per quanto remoto, di cui egli non mostrasse di avere
profonda nozione. Talora con poche parole brevi e chiare rettificava
le mille dicerie che circolavano al Club a riguardo di viaggiatori
ritenuti periti o dispersi. Indicava le varie probabilità; e gli
avvenimenti finivano sempre per dargli ragione, tanto che le sue
parole venivano ritenute come ispirate da un sesto senso. Certo, Sir
Phileas Fogg era un uomo che doveva aver viaggiato il mondo intero,
almeno in spirito.
Stava peraltro fuor di dubbio che da molti anni egli non si era
allontanato da Londra. Le persone che avevano l'onore di conoscerlo
più da vicino testimoniavano che nessuno poteva pretendere di aver
visto quel "gentleman" altrove che nella strada diritta ch'egli
percorreva ogni giorno per recarsi da casa al Club.
Suoi soli passatempi erano leggere i giornali e giocare al "whist".
Questo gioco di carte, che è preferito dagli Inglesi e il cui nome
significa «silenzio», era adattissimo al temperamento di Sir Phileas
Fogg. Egli vinceva sovente, ma quei guadagni non entravano mai nella
sua borsa: figuravano invece per una somma rilevante nel suo bilancio
di carità. Del resto il signor Fogg giocava soltanto per giocare, non
per vincere. Il gioco era per lui un combattimento, una lotta contro
una difficoltà, ma una lotta senza spostamento, senza moto, senza
fatica; e ciò aderiva al suo carattere.
Nessuno gli conosceva né moglie né figli - cosa che può accadere anche
alle migliori persone -, né parenti né amici - cosa invero assai più
rara.
Phileas Fogg viveva solitario nella sua casa di Saville Row, il cui
interno era per tutti un mistero. Teneva un unico domestico, il quale
sbrigava da solo tutto il servizio, dato che il signore pranzava e
cenava al Club, ad ore cronometricamente fisse, sempre nella medesima
sala, alla stessa tavola, senza la compagnia di colleghi, senza
invitare mai un estraneo. Rincasava soltanto per coricarsi, a
mezzanotte in punto, senza approfittare in nessuna circostanza delle
confortevoli stanze che il Club metteva a disposizione dei suoi
membri.
Su ventiquattr'ore ne passava dieci al suo domicilio, ripartite fra il
dormire e la cura della toeletta personale. Se passeggiava, lo faceva
invariabilmente al Club, sempre con passo eguale, nel salone
d'ingresso dal pavimento intarsiato o sulla galleria circolare
sorretta da venti colonne di porfido rosso e dominata da una cupola di
vetri azzurri.
Fornivano succulente vivande alla sua tavola le cucine, la dispensa,
la pescheria e la latteria del Club. Camerieri del Club, compassati
personaggi in abito nero, calzati con scarpe a suola felpata, lo
servivano in porcellane rarissime e su stupende tovaglie di tela di
Sassonia; bicchieri della più fine cristalleria del Club contenevano
il suo "sherry", il suo porto, il suo claretto corretti con cannella,
capelvenere e cinnamomo; e infine il ghiaccio del Club, fatto venire
con ingente spesa dai laghi d'America, manteneva i suoi cibi e le sue
bevande in soddisfacente stato di freschezza.
Se vivere in queste condizioni significa essere eccentrici, bisogna
ammettere che c'è del buono nell'eccentricità!
La casa di Saville Row, senza essere sontuosa, era dotata d'ogni
comodità in modo superlativo. D'altra parte il servizio, date le
invariabili abitudini del padrone di casa, si riduceva a ben poco. Ma
Sir Phileas Fogg esigeva dal suo unico servo una puntualità e una
esattezza straordinarie.
Quel giorno appunto - 2 ottobre - Phileas Fogg aveva licenziato James
Forster, il servitore, poiché questi si era reso colpevole di avergli
portato l'acqua occorrente per radersi riscaldata a ottantaquattro
gradi Fahrenheit anziché a ottantasei (4). Ed ora il "gentleman"
aspettava il successore di James, che doveva presentarsi tra le undici
e le undici e mezzo.
Phileas Fogg, comodamente seduto nella sua bella poltrona in salotto,
con i piedi ravvicinati come quelli di un soldato alla parata, le
palme delle mani sulle ginocchia, il busto eretto, la testa alta,
guardava camminare le lancette della pendola, una macchina
complicatissima che indicava le ore, i minuti, i secondi, i giorni, i
mesi e l'anno. Allo scoccare delle undici e mezzo il signor Fogg
doveva, come era sua quotidiana abitudine, lasciare la casa e recarsi
al Club.
Mancavano dieci minuti. In quel punto si udì bussare all'uscio del
salotto.
James Forster, il servo licenziato, comparve.
- Il nuovo domestico - annunciò.
Un giovanotto d'una trentina d'anni si fece avanti e s'inchinò
salutando.
- Siete francese, e vi chiamate John? - gli domandò Phileas Fogg.
- Jean, se così vi piace, signore - rispose il nuovo venuto. Jean
Passepartout: soprannome che mi è stato dato in grazia della mia
naturale attitudine a trarmi d'impaccio. Credo di essere un onesto
figliolo; ma, per dir tutto sinceramente, debbo confessare che ho
fatto parecchi mestieri. Sono stato cantante girovago; poi
cavallerizzo in un circo; ho emulato Léotard nei voli acrobatici e
Blondin nel ballare sulla corda; poi, per utilizzare in pieno i miei
talenti, sono diventato professore di ginnastica; e infine sergente
dei pompieri di Parigi. Ho anzi nel mio stato di servizio diversi
incendi notevoli. Ma ora già da cinque anni ho lasciato la Francia e,
desideroso di gustare la vita di famiglia, faccio il cameriere in
Inghilterra. Trovandomi senza posto, e avendo saputo che il signor
Phileas Fogg è l'uomo più esatto e più sedentario di tutto il Regno
Unito, mi presento in casa del signore, con la speranza di viverci
tranquillo e di dimenticare persino questo soprannome di Passepartout.
- Passepartout mi piace - rispose il "gentleman". - Mi siete stato
raccomandato. Ho buone informazioni sul vostro conto. Conoscete le
condizioni che vi offro?
- Sì, signore.
- Bene. Che ora fate?
- Le undici e ventidue minuti - rispose Passepartout, dopo aver
estratto dalle profondità del suo taschino uno spropositato orologio
d'argento.
- Il vostro orologio è indietro - disse Phileas Fogg.
- Mi sia permesso: la cosa è impossibile!
- Il vostro orologio ritarda di quattro minuti. Non importa. Basta
conoscere l'errore. Dunque da questo momento, ore undici e ventisei
minuti e mezzo del mattino, di questo mercoledì 2 ottobre 1872, voi
siete al mio servizio.
Ciò detto Phileas Fogg si alzò, prese con la mano sinistra il
cappello, se lo posò in testa con un movimento da automa e disparve
senza aggiungere parola.
Il francese sentì il portone chiudersi una prima volta: era il suo
nuovo padrone che usciva; poi una seconda volta: era il suo
predecessore James Forster che se ne andava.
Passepartout rimase solo nella casa di Saville Row.
NOTE.
NOTA 1: Richard Brinsley, Butler Sheridan, uomo politico e drammaturgo
irlandese, in realtà morì nel 1861, a 65 anni di età. Le sue commedie,
tra le quali "I rivali" e "La scuola della maldicenza", sono tra le
più brillanti del secolo diciottesimo.
NOTA 2: "Gentleman" (e il suo plurale "gentlemen") è termine inglese
che significa «gentiluomo, persona distinta, signore» e ben si adatta
perciò alla figura di Mister Phileas Fogg.
NOTA 3: George Gordon Byron (1788-1824), poeta inglese, celebre
soprattutto per "Il pellegrinaggio del giovane Aroldo" e l'incompiuto
"Don Giovanni". L'accenno che il Verne fa ai piedi di Byron richiama
una delle maggiori sofferenze del giovane Byron, che infatti era
afflitto da una congenita deformità.
NOTA 4: La scala termometrica Fahrenheit, preferita a lungo nei paesi
anglosassoni a quella centigrada (o Celsius), fissa a 32 gradi la
temperatura a cui il ghiaccio si scioglie e a 212 gradi quella a cui
l'acqua bolle ed evapora (nella scala centigrada sono rispettivamente
0 gradi e 100 gradi): 84 gradi Fahrenheit corrispondono pertanto a
28,88 gradi centigradi e 86 gradi Fahrenheit corrispondono a 30 gradi
centigradi.
2.
PASSEPARTOUT E' CONVINTO DI AVERE FINALMENTE TROVATO IL SUO IDEALE.
- In fede mia, - commentò tra sé il giovanotto, a tutta prima un po'
sbalordito, - questo signor Phileas Fogg somiglia in qualche modo ai
fantocci di Madame Tussaud.
I fantocci di Madame Tussaud sono figure di cera che a Londra tutti
vanno ad ammirare, e a cui non manca davvero che la parola.
Durante il breve colloquio, Passepartout aveva rapidamente ma
diligentemente esaminato il suo futuro padrone. Quel "gentleman" sulla
quarantina, elegante di figura e bellissimo di volto, sguardo chiaro,
palpebra immobile, dimostrava di possedere al più alto grado il
cosiddetto «riposo nell'azione», ossia la pregevole dote di far più
fatti che rumore. Passepartout il quale, da fisionomista acuto qual
era, non aveva trascurato di osservare financo l'«espressione» dei
suoi piedi e delle sue mani, lo giudicava senz'altro un individuo
equilibratissimo, ponderato al massimo, esatto come un cronometro: la
precisione personificata.
Non si sbagliava. Phileas Fogg era infatti uno di quegli uomini
matematicamente precisi che non hanno mai fretta e si trovano sempre
pronti, parchi di parole e di movimenti. Seguendo in ogni caso la via
più corta, non faceva un passo soverchio. Non sprecava mai uno sguardo
in aria; non si permetteva un gesto superfluo. Commozione e
turbamento, non sapeva che fossero. Era l'uomo meno frettoloso di
questo mondo: però arrivava sempre in tempo. Viveva solo, e per così
dire al di fuori di qualunque cerchia sociale, per la semplice ragione
che nella vita di contatto con il prossimo non si può far a meno di
incontrare attriti, e siccome gli attriti fanno indugiare, è
consigliabile perciò evitare ogni contatto.
Jean, detto Passepartout, autentico parigino di Parigi, da cinque anni
risiedeva in Inghilterra e faceva a Londra il mestiere di domestico,
ma aveva cercato invano un padrone di cui mettersi al servizio.
Passepartout non aveva peraltro nulla di comune con quei tipi,
frequentissimi tra i suoi concittadini e nella sua categoria, i quali
- spalle alte, naso al vento, occhio spavaldo e duro - non sono in fin
dei conti che degli impudenti cialtroni. No! Passepartout era un bravo
giovane, di fisionomia amabile, dalle labbra un po' sporgenti, sempre
pronte a gustare una leccornia o a dire una parola carezzevole;
un'indole servizievole e buona, con una di quelle belle teste rotonde
che piace vedere sulle spalle di un amico. Aveva gli occhi azzurri, il
colorito acceso, la faccia grassa al punto che abbassando gli occhi
poteva vedersi i pomelli delle gote; il petto largo, la muscolatura
vigorosa. Possedeva una forza erculea, che gli esercizi ginnici
avevano sviluppata mirabilmente. I suoi capelli bruni erano sempre
arruffati. Se gli scultori dell'antichità conoscevano diciotto maniere
d'acconciare la capigliatura della dea Minerva, Passepartout non ne
conosceva che una per ravviare la propria: tre colpi di pettine, e
tutto era fatto.
La più elementare prudenza non ci permette di decidere se e quanto
avrebbe potuto accordarsi con il carattere del signor Phileas Fogg
quello espansivo del suo nuovo servitore. Sarebbe stato egli dunque
quel domestico impeccabilmente esatto che occorreva a Sir Phileas
Fogg? Il tempo avrebbe dato la risposta.
Certo è che Passepartout, dopo una giovinezza pressoché vagabonda,
aspirava finalmente al riposo. Avendo sentito decantare la metodicità
e la flemma proverbiale dei "gentlemen" inglesi, era venuto a cercar
fortuna in Inghilterra. Ma finora la sorte lo aveva malservito. Non
aveva potuto piantare radici in nessun luogo. Era stato in dieci case:
in tutte c'era il bislacco, il volubile, il cacciatore d'avventure o
il curioso giramondo. Non era questo ciò che interessava a
Passepartout. Il suo ultimo padrone, il giovane lord Longsferry,
membro del Parlamento, troppo sovente tornava a casa sulle spalle di
qualche vigile dell'ordine, dopo aver passato la notte a gustare
ostriche e birra nelle modeste trattorie di Hay Narket. Passepartout,
ritenendo tutto ciò non confacente alla dignità di un lord, azzardò
qualche osservazione, che fu accolta assai male. Allora ruppe anche
con il decimo padrone e lasciò la casa del giovane lord impenitente.
Proprio in quel tempo venne a sapere che il signor Phileas Fogg
cercava un domestico. Prese le sue brave informazioni. Un personaggio
che conduceva una vita tanto regolare, che non dormiva fuori casa, che
non viaggiava, che non si allontanava mai da Londra, doveva
convenirgli a puntino.
Passepartout si presentò e fu accettato nelle circostanze che abbiamo
riferite.
Scoccate le undici e mezzo, Passepartout si trovava dunque solo nella
casa di Saville Row. Senz'altro ne cominciò l'ispezione: la percorse
dalle cantine al solaio. Quella casa pulita, ordinata, severa, ben
organizzata in ogni servizio, gli piacque. «Mi fa l'impressione di un
bel guscio di lumaca: ma di un guscio rischiarato e scaldato a gas!».
L'idrogeno carburato alimentava infatti tutti gli impianti di luce e
di calore. Passepartout trovò senza fatica, al secondo piano, la
camera che gli era destinata. E anche questa gli andò a genio.
Campanelli elettrici e tubi acustici la mettevano in comunicazione con
gli appartamenti degli altri piani. Sul caminetto c'era una pendola
elettrica collegata con la pendola della camera da letto del signor
Fogg; e i due congegni segnavano il medesimo minuto secondo.
«La mi va, la mi va d'incanto!», disse fra sé Passepartout.
Egli notò pure, nella sua camera, una tabellina affissa al muro al
disopra della pendola. Era il programma del servizio giornaliero.
Contemplava ogni particolare: otto del mattino, ora regolamentare in
cui il signor Fogg si alzava; alle otto e ventitré, il tè e i
crostini; alle nove e trantasette, l'acqua per la barba; alle dieci
meno venti, la toeletta; e così via fino alle undici e mezzo, ora in
cui il signor Fogg usciva di casa per recarsi a pranzare al Club.
Anche dalle undici e mezzo del mattino fino alla mezzanotte, ora in
cui il metodico "gentleman" si coricava, tutto era notato, fissato,
previsto. Passepartout meditò con gioia quel programma, e se lo
impresse nella memoria.
Passò quindi al guardaroba del signore. Era ben fornito e
meravigliosamente ordinato. Ogni paio di pantaloni, ogni giacca o
panciotto portava un numero d'ordine, riprodotto sopra un registro di
entrata e di uscita indicante la data in cui, secondo la stagione, i
vari vestiti dovevano essere di volta in volta indossati. Lo stesso
per le calzature.
Insomma, quella casa di Saville Row - a diversità di quanto avveniva
all'epoca dell'illustre ma dissipato Sheridan - era il tempio
dell'ordine, e il suo arredamento denotava agiatezza e signorilità.
Non vi era una biblioteca e neppure alcun libro che sarebbero stati
perfettamente inutili al signor Fogg, dal momento che il Club della
Riforma metteva a sua disposizione due biblioteche, una consacrata
alle lettere e l'altra al diritto e alla politica. Nella camera da
letto del signor Phileas Fogg c'era una cassaforte di media grandezza,
di una costruzione talmente ingegnosa da riuscire garantita in pari
tempo sia contro l'incendio che contro i ladri. Non c'erano armi in
casa, e nemmeno utensili da caccia. Tutto vi attestava le abitudini
più pacifiche.
Terminata la minuziosa ispezione, Passepartout si soffregò le mani. La
sua larga faccia si spianò in un sorriso; ed egli ripeté
giocondamente:
«La mi va, la mi va d'incanto! E' proprio quel che cercavo.
C'intenderemo a perfezione, il signor Fogg e io! Un uomo casalingo e
metodico: una vera macchina. Ebbene, sissignori, sono felicissimo di
servire una macchina!».
3.
VIENE AVVIATA UNA CONVERSAZIONE CHE COSTERA' CARA A PHILEAS FOGG.
Phileas Fogg aveva lasciato la sua abitazione di Saville Row alle
undici e mezzo; e dopo aver posto cinquecentosettantacinque volte il
piede destro davanti al piede sinistro, e cinquecentosettantasei volte
il piede sinistro davanti al piede destro, giunse al magnifico palazzo
del Club della Riforma, in Pall Mall, la cui costruzione è costata
almeno tre milioni.
Si recò subito nella sala da pranzo, dalle cui finestre aperte su un
bel giardino si vedevano gli alberi indorati dal sole d'autunno.
Phileas Fogg prese posto alla solita tavola già apparecchiata per lui.
Il suo pasto si componeva di un antipasto, un pesce lessato e messo in
salsa di prima qualità, un bel "roast beef" roseo e acidulato con
funghi, un pasticcio farcito con lamponi verdi e cime di rapontico,
una porzione di finissimo formaggio; il tutto innaffiato di qualche
tazza d'un tè proveniente da una speciale raccolta riservata per il
consumo del Club.
A mezzogiorno e quarantasette minuti il puntualissimo "gentleman" si
alzò, e passò nel salone adorno di dipinti in artistiche cornici. Qui
un cameriere gli porse il "Times" con le pagine ancora da tagliare.
Fogg lo spiegò con una sicurezza di mano che denotava la sua lunga
abitudine in così complicata operazione.
La lettura del "Times" tenne assorbito il "gentleman" fino alle tre e
quarantacinque; e quella dello "Standard", a cui egli passò subito
dopo, durò fino all'ora della cena.
Questo pasto si svolse nelle identiche condizioni del pranzo, con
l'aggiunta della "royal british sauce".
Alle sei meno venti minuti, Sir Phileas Fogg comparve nel salone; e vi
rimase sprofondato nella lettura nel "Morning Chronicle".
Intanto il salone del Club andava popolandosi. Numerosi frequentatori
facevano via via il loro ingresso, e sedevano avvicinando le poltrone
al caminetto in cui ardeva un bel fuoco di carbon fossile. Erano i
compagni abituali del signor Phileas Fogg, al par di lui ostinati
giocatori di "whist", tutti personaggi di cospicua ricchezza, pezzi
grossi dell'industria e della finanza: l'ingegnere Andrew Stuart, i
banchieri John Sullivan e Samuel Fallentin, il signor Thomas Flanagan,
proprietario delle più grandi fabbriche londinesi di birra, e Walter
Ralph, uno degli amministratori della Banca d'Inghilterra.
- Ebbene, signor Ralph, - domandò Thomas Flanagan, - avete novità
sull'affare del furto?
- Eh! - intervenne Andrew Stuart. - Anche questa volta la Banca
d'Inghilterra può dire addio al suo denaro!
- Io spero invece - dichiarò Walter Ralph, - che metteremo le grinfie
addosso al ladro. Abilissimi agenti di polizia sono stati inviati in
America e in Europa, in tutti i principali porti d'imbarco e di
sbarco; e sarà ben difficile che quel galantuomo sfugga alla loro
caccia.
- Si conoscono dunque i connotati del ladro? - chiese Andrew Stuart.
- Anzitutto, non è un ladro - rispose con serietà Walter Ralph.
- Come?! non è un ladro l'individuo che ha sottratto
cinquantacinquemila sterline di banconote?
- No - confermò Ralph.
- E' dunque un industriale? - chiese John Sullivan.
- Il "Morning Chronicle" assicura che è un "gentleman".
Colui che aveva pronunciato questa frase era Phileas Fogg. La sua
testa emergeva solo allora dall'onda di carta che gli si era ammassata
intorno.
In pari tempo Phileas Fogg salutò i colleghi, i quali gli restituirono
il saluto.
Il fatto di cui si discuteva quella sera al Club della Riforma e che
appariva riportato all'ordine del giorno su tutta la stampa quotidiana
d'Inghilterra, era accaduto tre giorni prima, il 29 settembre. Un
fascio di banconote, rappresentante l'enorme somma di
cinquantacinquemila sterline, era scomparso in pieno giorno sul tavolo
del cassiere-capo della Banca d'Inghilterra in Londra.
A chi si stupiva che un simile furto avesse potuto compiersi con tanta
facilità, il vice-amministratore generale Walter Ralph rispondeva:
«Che diamine! non si può avere gli occhi dappertutto! Il cassiere era
occupato in quel momento a registrare un incasso di tre scellini e sei
"pence"».
A rendere il fatto ancor più spiegabile concorreva del resto un'altra
circostanza: l'ammirabile amministrazione che risponde al nome di
Banca d'Inghilterra pareva preoccuparsi estremamente, a quel tempo, di
rispettare la dignità del pubblico. Non una guardia, non un piantone,
non un cancello. L'oro, l'argento, le banconote giacevano esposti
apertamente e, per così dire, in balia di qualsivoglia avventore. Non
si poteva mettere in dubbio l'onorabilità di un passante, qualsiasi.
Uno straniero che ha osservato da vicino gli usi inglesi narra un
fatto di questo genere. In una sala della Banca, dove egli si trovava
un giorno, ebbe la curiosità di esaminare una verga d'oro del peso di
sette od otto libbre che stava esposta sul tavolo del cassiere. Prese
quella verga, la esaminò, la porse al suo vicino, questi ad un altro;
di modo che la verga, passando di mano in mano, se ne andò sino in
fondo al corridoio oscuro; e non ritornò al proprio posto se non
mezz'ora dopo, senza che il cassiere avesse nemmeno alzato la testa.
Ma il 29 settembre le cose non andarono esattamente così: il fascio
delle banconote non ritornò. E quando alle cinque il magnifico
orologio collocato all'ingresso degli uffici suonò la chiusura, la
Banca d'Inghilterra doveva registrare sul conto «Perdite» la
bagattella di cinquantacinquemila sterline.
Appena avvenuta la regolare costatazione del furto, agenti
investigatori scelti fra i più abili erano stati sguinzagliati nei
principali porti d'Europa e d'America: a Liverpool, a Glasgow, a Le
Havre, a Suez, a Brindisi, a New York, eccetera. Premio per chi fosse
riuscito a catturare il ladro: duemila sterline, più il cinque per
cento della somma ricuperata.
In attesa degli elementi che l'inchiesta immediatamente aperta avrebbe
forniti, quei poliziotti avevano intanto il compito di sorvegliare
scrupolosamente tutti i viaggiatori in arrivo e in partenza.
Ora, per l'appunto, stando a quanto diceva il "Morning Chronicle", si
aveva motivo di ritenere che l'autore del furto non facesse parte di
alcuna delle società dei ladri d'Inghilterra. Durante la famosa
giornata del 29 settembre, un "gentleman" ben vestito, di bei modi, di
aspetto più che distinto, era stato visto passeggiare innanzi e
indietro nella sala dei pagamenti dove era avvenuto il furto. I
connotati di quel signore, scrupolosamente particolareggiati, furono
subito trasmessi a tutto il plotone degli agenti investigatori
sparpagliati nel Regno Unito e sul continente.
Perciò le anime più candide e ottimiste - e Walter Ralph era del
numero - ritenevano di poter sperare con fondamento che il ladro non
se la sarebbe scampata.
Com'è facile comprendere, questo fatto era all'ordine del giorno a
Londra e in tutta l'Inghilterra. Si discuteva, ci si appassionava a
favore o contro le probabilità di successo della polizia
metropolitana. Non ci si stupirà perciò di sentire che i membri del
Club della Riforma discutevano della medesima questione, tanto più che
tra di loro si trovava uno dei vice-governatori della Banca.
Il buon Walter Ralph non aveva intenzione di dubitare dei risultati
delle ricerche, ritenendo che la taglia promessa avrebbe singolarmente
acutizzato lo zelo e l'intelligenza degli agenti. Il suo collega
Andrew Stuart era invece ben lungi dal condividere questa fiducia.
La disputa continuò fra i due che ora avevano preso posto, con gli
altri, alla tavola del "whist": Stuart dirimpetto a Flanagan,
Fallentin di faccia a Phileas Fogg. Mentre ferveva il gioco, i
giocatori non parlavano; ma negli intervalli fra un passaggio e
l'altro di carte la conversazione interrotta si riaccendeva sempre più
animata.
- Io ritengo - diceva Andrew Stuart, - che le probabilità sono in
favore del ladro, il quale dev'essere certamente un uomo abilissimo.
- Evvia! - rispose Ralph. - Ormai non c'è più paese in cui possa
nascondersi.
- Questo poi...
- Dove volete che vada?
- Non ne so nulla - rispose Andrew Stuart. - Ma, alla fin fine, il
mondo è grande!
- Lo era una volta - disse a mezza voce Phileas Fogg; quindi porgendo
le carte a Thomas Flanagan: - Tocca a voi alzare.
La discussione venne sospesa per tutta la durata della partita. Ma,
chiusa questa, Andrew Stuart riprese:
- Come sarebbe a dire: una volta? E' forse rimpicciolita la terra?
- Senza dubbio - rispose Walter Ralph. - Io sono del parere del signor
Fogg: la terra è rimpicciolita, giacché ora la si percorre dieci volte
più rapidamente che non la si percorresse cento anni fa. Ed ecco ciò
che nel nostro caso renderà le nostre ricerche più facili.
- Ma renderà anche più facile la fuga del ladro!
- Tocca a voi giocare, signor Stuart - avvertì Phileas Fogg.
La disputa si smorzò un'altra volta nel silenzioso ritmo del gioco. Ma
l'incredulo Stuart non era ancora convinto, e a partita finita
ripigliò:
- Bisogna confessare, signor Ralph, che avete fatto una scoperta
curiosa dicendo che la terra è rimpicciolita! Così, poiché adesso se
ne compie il giro in tre mesi...
- In ottanta giorni soltanto - rettificò Phileas Fogg.
- Esattamente, signori! - incalzò John Sullivan. - Ottanta giorni,
dacché il percorso fra Rothal e Allahabad è aperto con la Grande
Ferrovia Peninsulare Indiana. Ed ecco il calcolo stabilito dal
"Morning Chronicle":
- Da Londra a Suez, passando per il Moncenisio e Brindisi - in
ferrovia e in piroscafo: 7 giorni
- da Suez a Bombay - in piroscafo: 13 giorni;
- da Bombay a Calcutta - in ferrovia: 3 giorni;
- da Calcutta a Hong Kong (Cina) - in piroscafo: 13 giorni;
- da Hong Kong a Yokohama (Giappone) - in piroscafo: 6 giorni;
- da Yokohama a San Francisco - in piroscafo: 22 giorni;
- da San Francisco a New York - in ferrovia: 7 giorni;
- da New York a Londra - in piroscafo e in ferrovia: 9 giorni;
Totale 80 giorni.
- Già, ottanta giorni! - esclamò Andrew Stuart che nell'eccitazione
tagliò per sbaglio una carta reale. - Ma senza tener conto del cattivo
tempo, dei venti contrari, dei naufragi, dei deragliamenti, eccetera.
- Tutto compreso - rispose Phileas Fogg continuando a giocare, dato
che ormai la discussione non rispettava più il "whist"!
- Anche se gli Indii, o Indiani che dir si voglia, portano via le
rotaie, fermano i treni, saccheggiano i vagoni e pelano il cranio ai
viaggiatori?
- Tutto compreso - ribadì Phileas Fogg, il quale scoprì le carte,
avendo vinto.
Andrew Stuart, a cui toccava il turno di fare il mazzo, raccolse le
carte e disse:
- Teoricamente avrete ragione, signor Fogg: ma in pratica...
- In pratica pure, signor Stuart.
- Vorrei proprio vederlo!
- Non dipende che da voi. Partiamo insieme.
- Il cielo me ne guardi! Ma scommetterei volentieri quattromila
sterline, che un simile viaggio, fatto in queste condizioni, è
impossibile.
- Possibilissimo invece - riconfermò il signor Fogg.
- Ebbene: fatelo, allora!
- Il giro del mondo in ottanta giorni?
- Sì.
- Lo farò volentieri.
- Quando?
- Subito.
- Che pazzia! - esclamò Andrew Stuart il quale cominciava a seccarsi
dell'insistenza del suo collega. - Via, è meglio giocare.
- Rimischiate, allora, - rispose Phileas Fogg, - giacché avete dato
male.
Andrew Stuart ripigliò le carte con mano febbrile. Ma tutt'a un tratto
posandole sulla tavola gridò:
- Ebbene sì, signor Fogg; scommetto quattromila sterline!
Fallentin intervenne.
- Calmatevi, signor Stuart. Ciò non è serio.
- Quand'io dico «scommetto», è sempre sul serio! - replicò Andrew
Stuart.
- E sia - disse il signor Fogg; quindi volgendosi verso i suoi
colleghi: - Ho ventimila sterline depositate presso i Fratelli Baring.
Le rischierò volentieri.
- Ventimila sterline!!!... - esclamò John Sullivan. - Ventimila
sterline che un ritardo imprevisto può farvi perdere!
- L'imprevisto non esiste - rispose con pacatezza l'originale
"gentleman".
- Ma, signor Fogg, questo spazio di tempo di ottanta giorni è
calcolato come un "minimum"!
- Un "minimum" ben impiegato basta a tutto.
- Per non oltrepassarlo, però, bisognerebbe saltare matematicamente
dai treni sui piroscafi, e dai piroscafi sui treni.
- Salterò matematicamente.
- Via, è uno scherzo!
- Un buon inglese non scherza mai quando si tratta di una cosa seria
come una scommessa - replicò Phileas Fogg. - Io scommetto ventimila
sterline, contro chicchessia, che farò il giro del mondo in ottanta
giorni, se non meno, ossia in millenovecentoventi ore, vale a dire in
centoquindicimila e duecento minuti. Accettate?
- Accettiamo - risposero Stuart, Fallentin, Sullivan, Flanagan e Ralph
dopo essersi consultati.
- Bene - disse Phileas Fogg. - C'è un treno per Dover alle 8 e 45.
Partirò con quello.
- Stasera stessa? - domandò Stuart.
- Stasera stessa. Perciò, - soggiunse il signor Fogg consultando un
calendario tascabile, - dato che oggi è mercoledì 2 ottobre, dovrò
essere di ritorno a Londra, in questo stesso salotto del Club, il
sabato 21 dicembre alle 8 e 45 di sera. In mancanza di che, le
ventimila sterline depositate attualmente a mio credito presso i
Fratelli Baring vi apparterranno di diritto e di fatto. Signori,
eccovi un assegno per tale somma.
Fu steso l'atto scritto della scommessa, e venne firmato
immediatamente dai sei cointeressati.
Phileas Fogg era rimasto impassibile. Egli non aveva certo scommesso
per guadagnare; ed aveva impegnato soltanto quelle ventimila sterline
- metà dei suoi capitali - poiché prevedeva che forse gli sarebbe
stato necessario spendere l'altra metà a fine di condurre a buon
termine quel difficile, per non dire inattuabile progetto.
I suoi avversari invece apparivano commossi, non già a cagione
dell'enorme valore della posta, ma poiché provavano un certo scrupolo
a mettersi in scommessa contro l'impossibile.
Suonarono in quel punto le sette. Fu offerto al signor Fogg di
sospendere il "whist" al fine di poter fare i suoi preparativi di
partenza.
- Io sono sempre pronto - rispose l'imperturbabile "gentleman", e
distribuendo le carte: - Volto quadri. Tocca a voi tirare per primo,
signor Stuart.
4.
PHILEAS FOGG STUPISCE PASSEPARTOUT, IL SUO DOMESTICO.
Alle sette e 25 Phileas Fogg, dopo avere guadagnato al "whist" una
ventina di ghinee (1), prese commiato dai colleghi e lasciò il Club
della Riforma. Alle sette e cinquanta apriva la porta di casa ed
entrava nei suoi appartamenti.
Passepartout, che aveva coscienziosamente mandato a memoria il
programma giornaliero, fu non poco sorpreso nel vedere il signor Fogg,
colpevole di inesattezza, comparire a quell'ora. Secondo la tabella,
il padrone di Saville Row avrebbe dovuto rincasare solo a mezzanotte
in punto.
Phileas Fogg era salito direttamente nella propria camera, e dopo un
istante chiamò:
- Passepartout.
Passepartout non rispose. Quella chiamata non poteva essere diretta a
lui. Non era l'ora.
- Passepartout! - ripeté il signor Fogg senza alzare la voce. Il servo
si presentò.
- E' la seconda volta che vi chiamo - disse il "gentleman".
- Ma non è mezzanotte! - rispose il domestico, con il suo orologio
alla mano.
- Lo so. E non vi rimprovero. Partiamo fra dieci minuti per Dover e
Calais.
Una specie di smorfia si delineò sulla tonda faccia del francese.
Evidentemente egli non aveva capito bene.
- Il signore cambia casa? - domandò.
- Sì. Andiamo a fare il giro del mondo.
Passepartout, con gli occhi smisuratamente dilatati, le palpebre e i
sopraccigli tirati in su, le braccia penzoloni, il corpo afflosciato,
presentava in quel momento tutti i sintomi della meraviglia spinta
fino allo stupore.
- Il giro del mondo! - mormorò.
- In ottanta giorni - completò il signor Fogg. - Perciò non abbiamo un
solo istante da perdere.
- Ma, le valigie? - osò chiedere il servo, il quale dondolava
inconsciamente il capo a destra e a sinistra.
- Niente valigie. Basta un sacco da viaggio. Dentro, due camicie di
lana e tre paia di calze per me; altrettanto per voi. Compreremo
strada facendo. Prendete il mio "mackintosh" (2) e la mia coperta.
Provvedetevi di buone scarpe. Del resto, cammineremo poco o niente.
Andate.
Passepartout avrebbe voluto rispondere. Non ne fu in grado. Lasciò la
camera del signor Fogg, salì nella sua e s'abbandonò sopra una sedia
balbettando:
- Questa è forte, questa!... Io che volevo starmene tranquillo!...
Si rialzò macchinalmente e fece i preparativi di viaggio. Nella mente
gli turbinava una ridda di pensieri.
Il giro del mondo in ottanta giorni! Che si fosse imbattuto in un
pazzo? No... Che si trattasse di uno scherzo? S'andava a Dover, e sta
bene; a Calais, e sia pure. In fin dei conti tutto ciò non poteva
mettere di malumore il buon figliolo che già da cinque anni non aveva
più calpestato il suolo della patria. Fors'anche si sarebbe andati a
Parigi: oh, senza dubbio Passepartout avrebbe rivisto con piacere la
grande capitale. E poi? C'era da sperare che un "gentleman" tanto
economo dei propri passi si sarebbe fermato lì... Sì, certamente. Con
tutto ciò non era men vero che adesso partiva, traslocava, quel
signore fino allora tanto casalingo!
Alle otto, Passepartout aveva terminato di preparare il modesto sacco
contenente il guardaroba del padrone e il proprio; e, con il cervello
ancora sossopra, lasciò la camera, ne chiuse diligentemente la porta,
e raggiunse il signor Fogg.
Il signor Fogg era pronto. Aveva sotto il braccio un voluminoso
"Orario Bradshaw - Guida generale delle ferrovie continentali e dei
battelli a vapore", che doveva fornirgli tutte le indicazioni
necessarie al suo viaggio.
Prese il sacco dalle mani di Passepartout, l'aprì e vi cacciò dentro
un vistoso pacco di quelle belle banconote che hanno corso in tutti i
paesi del mondo.
- Non avete dimenticato nulla? - chiese al domestico.
- Nulla signore.
- Il mio "mackintosh" e la mia coperta da viaggio?
- Eccoli.
Il signor Fogg riconsegnò il sacco al domestico.
- Custoditelo bene - aggiunse. - Ci sono dentro ventimila sterline.
Mancò poco che il sacco sgusciasse dalle mani di Passepartout, quasi
che vi fossero ventimila sterline tutte in oro e perciò ben pesanti.
Poi padrone e servo scesero in strada; e la porta di casa fu chiusa a
doppia mandata. In fondo a Saville Row c'era un posteggio di vetture.
Il signor Fogg e il suo servo salirono in una carrozza, che si diresse
di buon trotto verso la stazione di Charing-Cross che è raggiunta da
una tratta della ferrovia di sud-est.
Alle otto e venti la carrozza si fermava davanti ai cancelli.
Passepartout saltò a terra. Il padrone lo seguì, e pagò il cocchiere.
In quel momento una mendicante che teneva per mano un fanciullo, con
uno scialle a brandelli gettato su poveri cenci, si avvicinò al
signore e gli chiese l'elemosina.
Phileas Fogg trasse di tasca le venti ghinee guadagnate poc'anzi al
"whist" e porgendole alla mendicante:
- Prendete buona donna! - disse, - Sono contento di avervi incontrata.
Poi tirò dritto.
Passepartout sentì inumidirsi gli occhi. Il nuovo padrone aveva fatto
un passo nel suo cuore.
Tosto, padrone e servo entrarono nella biglietteria affollatissima.
Phileas Fogg diede a Passepartout l'ordine di acquistare due biglietti
di prima classe per Parigi; e rimase ad attendere. In quel momento,
voltandosi, scorse i suoi cinque colleghi del Club.
- Signori, io parto - disse. - E le vidimazioni che farò apporre sul
passaporto vi permetteranno, al mio ritorno, di verificare
l'itinerario da me seguito.
- Oh, signor Fogg - rispose compitamente Walter Ralph; - è una
formalità superflua! Siamo garantiti dal vostro onore di "gentleman".
- Lo sarete meglio così - soggiunse il signor Fogg.
Andrew Stuart si fece avanti e disse:
- Non dimenticate che dovrete essere di ritorno...
- Fra ottanta giorni, - completò Phileas Fogg - il sabato 21 dicembre
1872, alle 8 e 45 della sera. Arrivederci, signori.
Alle 8 e 40 Phileas Fogg e il servo presero posto in uno stesso
scompartimento. Alle 8 e 45 si udì un fischio, e il treno si mosse. La
notte era nera. Cadeva una pioggia minuta. Phileas Fogg rannicchiato
nel suo angolo non parlava. Passepartout ancora sbalordito, si
stringeva macchinalmente al petto il sacco delle banconote.
Ma il treno non aveva oltrepassato Sydenham, quando Passepartout gettò
un grido d'angoscia.
- Che avete? - domandò il signor Fogg.
- C'è che... nella fretta... nel turbamento... ho dimenticato...
- Che cosa?
- Di spegnere il becco a gas nella mia camera!
- Ebbene, amico mio, - rispose freddamente il signor Fogg, esso arde a
vostre spese.
NOTE.
NOTA 1: Una ghinea è pari a una sterlina e uno scellino, ossia 21
scellini.
NOTA 2: Soprabito da viaggio, di morbida lana pettinata, di solito di
colore nocciola.
5.
ALLA BORSA DI LONDRA COMPARE UN NUOVO VALORE.
Phileas Fogg, lasciando Londra, non supponeva certo l'enorme scalpore
che la sua partenza avrebbe suscitato.
La notizia della scommessa si diffuse dapprima al Club della Riforma e
produsse una vera impressione fra i membri di quell'onorevole Circolo.
Poi dal Club si trasmise ai giornali attraverso i cronisti, e dai
giornali a tutto il pubblico di Londra e dell'intera Inghilterra.
La «questione del giro del mondo» fu commentata, discussa,
anatomizzata appassionatamente quasi si fosse trattato di un nuovo
«caso "Alabama"» (1). Gli uni parteggiarono per Phileas Fogg; gli
altri - e questi furono ben presto una maggioranza considerevole - si
pronunciarono contro di lui. Il giro del mondo, da compiersi, ben
altro che in teoria e sulla carta, entro quel "minimum" di tempo, con
i mezzi di comunicazione allora in uso, era impresa non soltanto
impossibile, ma addirittura insensata!
Il "Times", lo "Standard", l'"Evening Star", il "Morning Chronicle" e
più di venti altri giornali inglesi di vasta diffusione si
dichiararono contro il signor Fogg. Solo il "Daily Telegraph" lo
sostenne, per quanto debolmente. Fogg fu qualificato un maniaco, un
pazzo; e i suoi colleghi del Club della Riforma furono biasimati per
avere accettato quella scommessa che denotava, in chi l'aveva fatta,
un indebolimento delle facoltà mentali.
Si versarono fiumi d'inchiostro; si pubblicarono articoli pieni di
passione ma logici. E siccome in Inghilterra tutto ciò che riguarda la
geografia desta enorme interesse, non c'era lettore di qualsiasi
condizione che non divorasse le colonne dedicate al caso di Sir
Phileas Fogg.
Durante i primi giorni alcune menti audaci gli furono favorevoli, e
soprattutto le donne, particolarmente allorché l'"Illustrated London
News" ebbe pubblicato il ritratto del "gentleman" quale si trovava
depositato negli archivi del Club. Qualcuno osava dire: «Eh, perché
no, alla fin fine? Se ne sono viste di più straordinarie!». Si
trattava senz'altro di lettori del "Daily Telegraph".
Ma presto anche questo giornale cominciò a cedere: una voce assai
autorevole si era fatta sentire nel campo delle opinioni contrarie. Si
trattava di un lungo articolo comparso il 7 ottobre sul "Bollettino
della Società Reale di Geografia". Esso esaminava la questione sotto
ogni punto di vista, e dimostrava chiaramente che l'impresa era una
follia. Tutto stava contro il viaggiatore: ostacoli dall'uomo,
ostacoli dalla natura. Per riuscire, sarebbe occorso che si
verificasse un'esattezza miracolosa negli orari di partenza e d'arrivo
dei mezzi impiegati, esattezza che non esisteva, che non poteva
esistere. A stretto rigore, appena in Europa, dove i tragitti sono di
una lunghezza relativamente mediocre, si può contare sull'arrivo dei
treni ad ora esatta. Ma quando si impiegano tre giorni ad attraversare
l'India, sette giorni ad attraversare gli Stati Uniti, come basare
sulla puntualità dei mezzi gli elementi del problema? E i guasti di
macchina, i disguidi, gli scontri, la cattiva stagione, l'ostacolo
delle nevi, non erano tutte circostanze che stavano contro Phileas
Fogg? Sui battelli egli non si sarebbe trovato, durante l'inverno,
alla mercé dei venti e delle nebbie? E' forse una cosa tanto rara che
i più veloci piroscafi delle linee transoceaniche subiscano ritardi di
due o tre giorni? Ora, sarebbe bastato un ritardo, uno solo, perché la
catena delle coincidenze risultasse inesorabilmente spezzata. Se
Phileas Fogg avesse perduto, anche per poche ore, la partenza di un
piroscafo, si sarebbe trovato costretto ad attendere il piroscafo
successivo: il suo viaggio sarebbe stato compromesso senza rimedio.
L'articolo fece gran rumore. Tutti i giornali lo riportarono; e le
azioni di Phileas Fogg ribassarono straordinariamente.
Sì, proprio le «azioni», quelle che si commerciano in Borsa! Nei
giorni immediatamente successivi alla partenza del "gentleman",
importanti affari si erano intavolati sul rischio della sua
mirabolante impresa. In Inghilterra c'è tutto un mondo di
scommettitori; cosicché, non solo i membri del Club della Riforma
fecero scommesse considerevoli pro e contro Phileas Fogg, ma il
pubblico in massa entrò nel gioco. Si puntò su Phileas Fogg come si
punta su un cavallo che corra all'ippodromo; e si creò, battezzandolo
col suo nome, un nuovo valore di Borsa che venne regolarmente quotato
e che andava a ruba. Ma dopo la pubblicazione del famoso articolo
della Società di Geografia, gli acquisti delle «Phileas Fogg»
cominciarono a diminuire. Le si offriva a mazzetti interi. Prese
dapprima a cinque e poi a dieci, le si prendeva ormai solo a venti, a
cinquanta, a cento!
Restò loro un solo appassionato. Era il vecchio paralitico Lord
Albermale. Il buon "gentleman", inchiodato sulla poltrona, avrebbe
donato la sua fortuna per fare il giro del mondo, fosse pure in dieci
anni! Ed egli scommise 5 mila sterline in favore di Phileas Fogg. E
quando si tentava di fargli comprendere l'insensatezza del progetto
oltre alla sua irrealizzabilità, egli si limitava a rispondere: «Se la
cosa è fattibile, è bene che il primo a farla sia un inglese!».
Ora le cose erano a questo punto: i partigiani di Phileas Fogg
diventavano sempre più scarsi; tutti, e non senza motivo, si mettevano
contro di lui; si prendevano le sue azioni a 150, a 200 contro una,
quando, sette giorni dopo la sua partenza, un incidente, completamente
inatteso, fece sì che esse venissero assolutamente rifiutate.
In quella data, alle nove di sera, il Direttore della Polizia
metropolitana aveva ricevuto il seguente dispaccio telegrafico:
«Suez - a Londra
- Rowan, Direttore Polizia - Amministrazione Centrale - Scotland
Place.
Seguo a vista ladro Banca, Phileas Fogg. Spedite immediatamente
mandato di cattura a Bombay (Indie inglesi).
Fix, "detective"».
L'effetto di questo dispaccio fu immediato.
La figura dell'onorabilissimo "gentleman" tramontava per lasciare il
campo a quella del ladro di banconote.
La fotografia di Phileas Fogg, depositata presso il Club della Riforma
come quella di tutti i suoi colleghi, fu oggetto di attento esame.
Essa riproduceva, lineamento per lineamento, tutti i connotati
dell'individuo di cui aveva parlato l'inchiesta! Ognuno ricordò adesso
il gran mistero che circondava la vita di Phileas Fogg, il suo
isolamento, la sua precipitata partenza. Era chiaro che quel
personaggio, con il pretesto di compiere l'iperbolico viaggio intorno
al mondo ed appoggiandolo sopra una scommessa insensata, non aveva
avuto altro scopo che di far perdere le proprie tracce agli agenti
della polizia inglese.
NOTE.
NOTA 1: Il «caso "Alabama"» (o affare dell'«Alabama») consistette in
una grave tensione tra gli Stati Uniti e l'Inghilterra: quest'ultima
infatti aveva costruito durante la guerra di Secessione diciotto
incrociatori, il più famoso dei quali fu appunto l'«Alabama», che
causò ingenti perdite alla marina mercantile degli Stati Uniti, i
quali, al termine della guerra chiesero un risarcimento danni
all'Inghilterra. Quest'ultima, condannata da un tribunale
internazionale a Ginevra il 14 settembre 1872, acconsentì a pagare
agli Stati Uniti un'indennità di quindici milioni e mezzo di dollari.
6.
IL DETECTIVE FIX DIMOSTRA UNA BEN LEGITTIMA IMPAZIENZA.
Il sensazionale dispaccio riguardante il ladro di banconote era stato
spedito in circostanze che bisogna chiarire.
Per le undici antimeridiane del mercoledì 9 ottobre era atteso a Suez
l'arrivo del «Mongolia», un piroscafo ad elica e a falso ponte,
appartenente alla Compagnia Peninsulare ed Orientale e che faceva i
viaggi tra Brindisi e Bombay, passando per il canale di Suez. Era uno
dei più veloci marciatori della Compagnia e con le sue 2800 tonnellate
di stazza e la sua forza nominale di 500 cavalli, superava sempre la
velocità stabilita di 10 miglia all'ora nel tratto Brindisi-Suez e
9,530 miglia nel tratto Suez-Bombay.
Sul molo d'imbarco, attendevano l'arrivo del «Mongolia» due individui
che passeggiavano mescolati a una gran folla di indigeni e di
stranieri, che confluiscono in questa città, in passato soltanto un
borgo al quale la grande opera di Lesseps garantisce un avvenire
considerevole.
Di questi due, uno era l'agente consolare del Regno Unito, residente a
Suez e che - a dispetto delle spiacevoli previsioni del governo
britannico e delle sinistre predizioni dell'ingegnere Stephenson -
vedeva ogni giorno delle imbarcazioni britanniche attraversare il
canale, abbreviando così di metà l'antica rotta dall'Inghilterra
all'India passando per il Capo di Buona Speranza.
L'altro era un ometto magro, tutto nervi, dalla fisionomia abbastanza
intelligente e che contraeva con insistenza i muscoli delle
sopracciglia. Gli occhi gli brillavano straordinariamente vividi; ma
egli sapeva a volontà spegnerne il lampo sotto l'ombra delle
lunghissime ciglia. In quel momento dava certi segni di impazienza,
andando e venendo, senza potersi fermare un istante.
Questo personaggio rispondeva al nome di Fix ed era uno dei numerosi
"detectives" o agenti investigatori sparpagliati dalla polizia di
Londra in numerosi porti dopo il famoso furto commesso alla Banca
d'Inghilterra. Compito di Fix era di sorvegliare con la massima
scrupolosità tutti i viaggiatori che passavano da Suez, e, se qualcuno
gli fosse parso sospetto, metterglisi alle calcagna fintanto che
giungesse il mandato d'arresto.
Già da due giorni la polizia di Londra aveva trasmesso ai suoi segugi
i connotati del presunto autore del furto: quelli cioè del
"gentleman", che era stato notato nella sala dei pagamenti della
Banca. E ora Fix, più che allettato dal vistoso premio promesso a chi
fosse riuscito ad acciuffare il manigoldo, aspettava il «Mongolia» con
una impazienza facilmente comprensibile.
- E voi dite, signor Console, - chiese per la decima volta, che il
piroscafo non può tardare?
- No, signor Fix. E' stato segnalato questa mattina al largo di Porto
Said; e i 160 chilometri del Canale sono un nonnulla per un simile
camminatore. Vi ripeto che il «Mongolia» ha sempre vinto il premio di
25 sterline che il Governo corrisponde per ogni anticipo di 24 ore sui
tempi regolamentari.
- Codesto piroscafo viene direttamente da Brindisi?
- Sì, ed ha fatto coincidenza con la «Valigia delle Indie». Da
Brindisi è partito sabato alle cinque pomeridiane. Abbiate quindi
pazienza: non può tardare ad essere in porto. Ma ora permettete che vi
rivolga io una domanda. Con i semplici connotati che avete ricevuti,
come potete sperare di riconoscere il vostro «uomo», se fosse a bordo
del «Mongolia»?
- Signor Console, simili persone, più che riconoscerle all'aspetto, si
individuano al fiuto! Bisogna naturalmente possedere questo senso
particolarissimo, a cui concorrono l'udito, la vista e l'odorato
insieme. Io, nella mia carriera, ho arrestato più d'uno di tali
galantuomini. E vi giuro che, se il furfante è a bordo, non mi
sguscerà tra le mani.
- Ve lo auguro, signor Fix, giacché si tratta di un furto notevole.
- Oh, un furto magnifico! - esclamò il "detective" entusiasmandosi. -
Cinquantacinquemila sterline! Cuccagne che capitano di rado. I ladri
cominciano a diventare meschini. La razza degli Sheppars comincia a
diradarsi! Adesso ci si fa impiccare per pochi scellini!
- Signor Fix, - rispondeva il Console, - voi parlate in maniera tale
che vi auguro di cuore di riuscire. Tuttavia vi ripeto che nelle
condizioni in cui voi siete ho molto timore che questo sia piuttosto
difficile. Dai connotati che vi sono stati trasmessi, secondo me,
questo ladro assomiglia del tutto a un onest'uomo, sapete?
- Signor Console, - rispose con aria sicura l'ispettore di polizia, -
i grandi ladri assomigliano sempre a dei galantuomini. Voi capite bene
che chi ha la faccia del furfante non può fare altro che conservarsi
galantuomo, diversamente l'arresterebbero subito. Le fisionomie
oneste: ecco quelle che bisogna sapere particolarmente penetrare.
Lavoro difficile, ne convengo: più che una professione, è una vera e
propria arte.
Fix non mancava, senza dubbio, di una discreta dose di amor proprio.
Frattanto sulla banchina andava crescendo l'animazione. Marinai d'ogni
nazionalità, "fellah", commercianti, sensali, facchini vi si
affollavano pigiandosi, urtandosi, vociando. L'arrivo del piroscafo
era evidentemente imminente.
In mezzo a tutta questa gente, Fix, per una inveterata abitudine della
sua professione, scrutava in volto con un'occhiata tutti quelli che
gli passavano vicini.
Scoccarono le dieci e mezzo.
- Ma non arriva mai, questo piroscafo! - esclamò, sentendo l'orologio
del porto che suonava l'ora.
- Non può essere lontano - rispose il Console.
- Quanto tempo si fermerà a Suez il «Mongolia»? - chiese Fix.
- Quattro ore circa: il tempo occorrente per fare rifornimento di
carbone. La navigazione nel Mar Rosso, da Suez ad Aden, è di
trecentodieci miglia; perciò bisogna assicurarsi buona provvista di
combustibile.
- E da Suez il piroscafo andrà direttamente a Bombay?
- Sì, senza toccare alcuno scalo intermedio.
- Allora, - concluse Fix con tono di sicurezza, - se il ladro ha preso
questa strada, sbarca indubbiamente a Suez, con il proposito di
portarsi per altra via nei possedimenti olandesi o francesi d'Asia.
Egli deve ben capire che per lui non spirerebbe buon vento nelle
Indie, che sono territorio inglese.
- A meno che - obiettò il Console, - non si tratti come suol dirsi,
d'un furfante di prima classe. Allora egli saprebbe che un ladro
inglese è sempre meglio nascosto a Londra di quanto non potrebbe
esserlo all'estero.
Fatta questa riflessione che lasciò sconcertato il "detective", il
Console ritornò al proprio ufficio situato nelle adiacenze del porto.
E Fix rimase solo. Sempre più posseduto dal nervosismo e dal bizzarro
presentimento che il ladro dovesse trovarsi proprio a bordo del
«Mongolia», egli andava ripetendo in cuor suo:
«Una cosa è certa: se il furfante ha lasciato l'Inghilterra per
mettersi in salvo in America, deve aver preferito la via delle Indie,
meno sorvegliata o più difficile a sorvegliarsi che non quella
dell'Atlantico».
Le riflessioni di Fix furono interrotte da prolungati fischi
annuncianti l'arrivo del piroscafo. L'orda dei facchini e dei "fellah"
si precipitò verso il molo di sbarco con un tumulto un po' inquietante
per le membra e i vestiti dei passeggeri. Una diecina di canotti si
staccarono dalla riva e si diressero verso il «Mongolia».
Quasi subito si scorse il gigantesco scafo dello "steamer" che filava
tra le rive del Canale; e alle undici in punto il piroscafo entrò ad
ancorarsi in rada, sprigionando fragorosi sbuffi di vapore dalla
ciminiera.
Il «Mongolia» giungeva carico di passeggeri. Gran parte di questi
sostarono a lungo sul ponte ad ammirare il panorama pittoresco della
città, ma la maggior parte discesero a terra con i canotti che s'erano
accostati al «Mongolia».
Il "detective" esaminava minuziosamente quanti di essi mettevano piede
sulla banchina.
Ad un certo momento uno di quei passeggeri, dopo avere respinto a viva
forza i "fellah" che lo assalivano con le loro offerte di servigi, si
fece incontro a Fix e assai garbatamente gli chiese se sapesse
indicargli gli uffici del Consolato inglese. Intanto spiegava un
passaporto, su cui senza dubbio bramava di far apporre il «visto»
britannico. Fix, di istinto, prese il documento; e con una occhiata
esperta lesse da capo a fondo lo specchietto dei connotati.
A stento il "detective" trattenne un moto di sorpresa. Il foglio tremò
nelle sue mani: i connotati registrati sul passaporto erano identici a
quelli trasmessi dalla polizia di Londra.
- Questo passaporto è vostro? - chiese Fix al forestiero.
- No; è del mio padrone.
- E il vostro padrone dove si trova?
- A bordo.
- Ma, - replicò il "detective", - occorre che egli stesso si presenti
agli uffici del Console per stabilire l'identità personale.
- Come, è proprio necessario?
- Indispensabile.
- E dove sono gli uffici?
- Laggiù, all'angolo della piazza - rispose Fix, indicando una bassa
ed elegante costruzione discosta un duecento passi.
- Allora vado a cercare il mio padrone, al quale non garberà certo
incomodarsi.
Ciò detto, il forestiero salutò Fix e risalì a bordo dello "steamer".
7.
SI HA UN'ULTERIORE PROVA CHE, IN QUESTIONI DI POLIZIA, I PASSAPORTI SI
RIVELANO INUTILI.
Fix ripercorse la banchina e raggiunse immediatamente gli uffici del
Console. Chiese di parlare d'urgenza con l'alto funzionario; e fu
subito introdotto.
- Signor Console, - gli disse senza alcun preambolo, - il nostro uomo
viaggia a bordo del «Mongolia»!
E narrò l'incontro con il servo, e la presentazione del passaporto
rivelatore.
- Benissimo, signor Fix! - esclamò il Console. - Sarei proprio lieto
di vedere in faccia il furfante! Ma se è quel che è, certamente non si
presenterà nel mio ufficio. Un ladro non ama lasciar dietro di sé la
traccia del proprio passaggio. D'altronde la formalità del «visto»
consolare non è più obbligatoria...
- Signor Console, - interruppe il "detective", - io vi dico invece che
se il ladro è un uomo di prima forza, come conviene supporre, verrà!
- A far vidimare il suo passaporto?
- Sì. I passaporti non servono mai ad altro che ad impacciare le
persone oneste e a favorire la fuga dei bricconi. Vi assicuro che
questo sarà in regola; ma spero bene che voi non lo vidimerete.
- E perché no? - rispose con tono di stupore il funzionario. Se il
passaporto è in regola, io non ho il diritto di rifiutare il mio
«visto».
- Tuttavia, signor Console, è necessario che io trattenga qui questo
individuo finché mi giunga da Londra il regolare mandato di cattura!
- Ah, ciò poi, signor Fix, è affare vostro. Ma io non posso...
Il Console non terminò la frase. In quel momento era stato bussato
alla porta dello studio; e il fattorino introdusse due forestieri. Fix
riconobbe immediatamente in uno di essi il servo con cui aveva parlato
poco prima.
Erano difatti il padrone e il suo servitore. Il primo esibì il
passaporto, pregando brevemente il Console affinché si compiacesse di
apporvi il «visto».
Il funzionario ritirò il documento e lo esaminò, mentre Fix, da un
angolo della stanza dove si era tenuto in disparte, osservava o
piuttosto divorava con gli occhi il gentiluomo forestiero.
- Voi siete Sir Phileas Fogg? - chiese a questi il Console, appena
ebbe terminato di verificare il passaporto.
- Sì, signore - rispose il "gentleman".
- E codesto giovane è il vostro domestico?
- Sì. Un francese di nome Passepartout.
- Venite da Londra?
- Sì.
- E andate?
- A Bombay.
- Bene, signore. Sapete che la formalità della vidimazione non è
obbligatoria, e che non si esige più la presentazione del passaporto
agli uffici del Consolato.
- Lo so - rispose Phileas Fogg. - Ma desidero comprovare, con il
vostro «visto», il mio passaggio da Suez.
- Non ho nulla in contrario a soddisfarvi, signore.
Firmato e datato il passaporto, il funzionario vi appose il timbro
consolare. Fogg pagò i diritti di vidimazione e dopo aver rigidamente
salutato uscì seguito dal suo servo.
- Ebbene?... - chiese Fix al Console appena furono soli.
- Ebbene, se debbo dirvi la verità, signor Fix, quell'individuo mi ha
tutta l'aria di un perfetto galantuomo.
- Possibilissimo - rispose il "detective". - Ma ciò non significa
nulla. Ditemi piuttosto: non vi pare che quel flemmatico "gentleman"
somigli lineamento per lineamento al ladro di cui la polizia ha
trasmesso i connotati?
- Ne convengo. Tuttavia lo sapete bene che a volte i connotati...
- Basta. Ci voglio veder chiaro - concluse precipitosamente Fix.
- Il servo mi sembra meno indecifrabile del padrone; inoltre, è un
francese, e non sarà difficile farlo parlare. Arrivederla, signor
Console!
Cacciatosi il cappello in testa, il "detective" uscì di corsa e si
pose alla ricerca di Passepartout.
Frattanto Phileas Fogg dopo aver lasciato la sede consolare, aveva
raggiunto il molo. Lì, dati alcuni ordini al servo e lasciato questi a
terra, s'imbarcò su una lancia. Tornò a bordo del «Mongolia», e si
ritirò nella propria cabina. Prese allora l'elegante taccuino da
viaggio su cui erano segnate le seguenti note:
«Lasciato Londra, mercoledì 2 ottobre, ore 8 e 45, sera.
«Arrivo a Parigi, giovedì 3 ottobre, ore 7 e 20, mattino.
«Lasciato Parigi, ore 8 e 40, mattino.
«Arrivo, per il Moncenisio, a Torino, venerdì 4 ottobre, ore 6 e 35,
mattino.
«Lasciato Torino, venerdì, ore 7 e 20 mattino.
«Arrivo a Brindisi, sabato 5 ottobre, ore 4 pomeriggio.
«Imbarco sul "Mongolia", sabato, ore 5 sera.
«Arrivo a Suez, mercoledì 9 ottobre, ore 11, mattina.
«Totale ore impiegate: 158 e 112, equivalenti a giorni 6 e mezzo».
Phileas Fogg riportò diligentemente questi dati sopra un «foglio
d'itinerario» tracciato a colonne, su cui venivano messi in evidenza,
dal 2 ottobre fino al 21 dicembre, il mese, il giorno, l'orario
regolamentare e l'orario effettivo di arrivo in ciascuna delle tappe
principali: Parigi, Brindisi, Suez, Bombay, Calcutta, Singapore, Hong
Kong, Yokohama, San Francisco, New York, Liverpool, Londra; sistema
che permetteva di rilevare e calcolare a colpo d'occhio il tempo di
vantaggio o il ritardo realizzati in ogni singola parte del percorso.
Quel giorno 9 ottobre, il signor Fogg registrò dunque il suo arrivo a
Suez che, concordando con l'arrivo regolamentare, non lo costituiva né
in anticipo né in ritardo. Indi si fece servire in cabina la
colazione.
A scomodarsi per vedere la città non ci pensò neppure, essendo di
quella aristocratica categoria d'Inglesi che fanno visitare dal
proprio servo i paesi dove viaggiano.
8.
PASSEPARTOUT PARLA FORSE UN PO' DI PIU' DI QUEL CHE SAREBBE
CONVENIENTE.
In pochi istanti Fix aveva raggiunto sul molo Passepartout, il quale
gironzolava e guardava tutto a destra e a sinistra con enorme
interesse.
- Ebbene, giovanotto, - gli disse all'improvviso il "detective",
battendogli una mano sulla spalla, - è vidimato il vostro passaporto?
- Ah, siete voi, signore? Obbligatissimo! sì, sì, siamo perfettamente
in regola.
- Sicché, ora vi prendete una vista del paese?
- Appunto. Ma col mio padrone si viaggia così in fretta, che mi par di
andare in sogno. Siamo proprio a Suez qui?
- A Suez.
- In Egitto?
- In Egitto, certo.
- In Africa, allora?!
- In Africa.
- In Africa! - ripeté Passepartout. - Stento a crederlo! Figuratevi,
signore, che io m'immaginavo di non andare più in là di Parigi. E mi
sarebbe piaciuto trattenermi un poco nella mia famosa città. Avrei
visitato tanto volentieri l'antico cimitero, e il Circo dei Campi
Elisi... Invece, tutto quello che ho potuto vedere della famosa
capitale fu dalla Stazione Nord alla Stazione di Lione, attraverso i
cristalli d'una carrozza e con una pioggia che diluviava, in una corsa
precipitosa tra le 7 e 20 e le 8 e 40 del mattino.
- Avete dunque molta fretta? - chiese il "detective".
- Io no; ma è il mio padrone che ha fretta. A proposito! devo
comperargli delle calze e delle camicie. Siamo partiti senza valigia,
con un semplice sacco da viaggio.
- Vi condurrò io in un bazar dove troverete tutto quanto vi occorre.
- Oh, siete davvero di una gentilezza squisita, signore! esclamò
Passepartout.
E si avviò in compagnia dello sconosciuto. Strada facendo, continuava
a discorrere.
- Purché - disse ad un certo punto, - non mi si faccia tardi per la
partenza del piroscafo!
- Avete tempo - rispose Fix. - E' appena l'una.
Passepartout cavò da taschino il suo enorme orologio.
- Evvia, l'una! - esclamò. - Sono le dieci e cinquantadue minuti.
- Il vostro orologio ritarda - disse Fix.
- Il mio orologio?! Un orologio di famiglia, che è appartenuto a mio
bisnonno. Non sbaglia di cinque minuti in un anno. E' un autentico
cronometro!
- Vi spiegherò come stanno le cose. Voi avete mantenuto l'ora di
Londra, che ritarda di circa due ore rispetto a Suez. Dovete aver cura
di regolare il vostro orologio secondo il mezzodì di ogni singolo
paese.
- Io, toccare il mio orologio?! - protestò Passepartout strabiliato. -
Mai!
- Ebbene, esso non sarà più d'accordo col sole.
- Tanto peggio per il sole, signore. Sarà lui che si troverà in
errore.
E il bravo giovanotto si rimise l'orologio nel taschino con un gesto
solenne.
Per qualche minuto nessuno fiatò. Poi Fix chiese:
- Avete lasciato Londra precipitosamente, a quanto pare.
- Altro che! Mercoledì scorso il signor Fogg, contrariamente alle sue
usanze, rincasò dal Club alle otto di sera. E tre quarti d'ora dopo
eravamo già partiti.
- Ma dove va il vostro padrone?
- Sempre avanti. Fa il giro del mondo.
- Il giro del mondo! - esclamò Fix.
- Sì, in ottanta giorni. Una scommessa, afferma lui. Ma, sia detto fra
noi, io non ci credo per niente. La cosa non avrebbe senso comune, vi
pare? Dev'esserci sotto dell'altro.
- Ah, è un originale dunque codesto signor Fogg?
- Mi sembra.
- Ed è ricco?
- Senza dubbio! Si porta dietro una bella somma in pacchi di banconote
nuove fiammanti. E in viaggio non risparmia il denaro. Per esempio, ha
promesso un lautissimo premio al macchinista del «Mongolia» se
arriviamo a Bombay in anticipo.
- E voi lo conoscete da un pezzo il vostro padrone?
- Io? - esclamò Passepartout. - Io sono entrato al suo servizio il
giorno stesso della sua partenza.
Nella immaginazione già eccitata del "detective" le risposte del
francese producevano naturalmente un effetto elettrizzante.
Quella partenza precipitosa da Londra due giorni dopo la data del
furto, quella ingente somma di banconote portata in viaggio, quella
fretta di giungere in paesi lontani, quel pretesto di una scommessa
eccentrica, tutto confermava e doveva confermare Fix nella certezza di
non essersi sbagliato.
Egli fece ancora parlare il francese; e venne a sapere che il signor
Fogg viveva isolato a Londra, che tutti lo dicevano ricco senza
peraltro conoscere la fonte delle sue ricchezze, che era un uomo
impenetrabile, eccetera. Infine Fix apprese pure la notizia che il
"gentleman" non sbarcava a Suez, ma andava direttamente a Bombay.
- E' lontana Bombay? - chiese Passepartout.
- Sicuro che è lontana. Ci vogliono ancora dieci giorni di mare.
- E in che parte del mondo si trova?
- Nell'India.
- In Asia?
- Naturalmente.
- Diavolo! Ecco vi dirò, c'è una cosa che davvero mi preoccupa... E'
il mio becco...
- Che becco?!
- Il mio becco a gas, che dimenticai di spegnere, e che arde a mie
spese. Ora, ho fatto il calcolo che mi costerà due scellini ogni
ventiquattro ore; ossia giusto sei "pence" più di quanto guadagno al
giorno. Capirete, per poco che il viaggio si prolunghi...
Fix non comprese nulla di tutta quella faccenda del gas, tanto più che
ora nemmeno ascoltava il suo interlocutore; stava prendendo
mentalmente una decisione.
Erano giunti intanto al bazar. Fix vi lasciò il compagno a fare le sue
compere, dopo avergli raccomandato di non giungere in ritardo per la
partenza del «Mongolia». E in fretta e furia il "detective" tornò agli
uffici dell'agente consolare.
Aveva riacquistato tutto il suo sangue freddo. Entrando nello studio
del funzionario disse precipitosamente.
- Signor Console, non c'è più dubbio: tengo il mio furfante in pugno!
Egli si fa credere un eccentrico che vuol compiere il giro del mondo
in ottanta giorni.
- Allora è un volpone il quale mira a fare ritorno a Londra dopo aver
sviato le polizie dei due continenti.
- Ah, questa è da vedersi! - esclamò Fix.
- Ma, non v'ingannate, poi? - azzardò ancora il Console.
- Non m'inganno!
- Allora, dico io, come si spiega che codesto ladro si sia dato tanta
premura di far costatare con un «visto» il suo passaggio a Suez?
- Perché... perché... Non ne so nulla, signor Console. Ma basta: sono
sicuro di essere su una pista infallibile!
E in poche parole riferì i punti salienti della sua conversazione con
il domestico del preteso Fogg.
- In realtà, - osservò il Console, - tutti i sospetti sono contro
quest'uomo. E che avete intenzione di fare?
- Spedirò immediatamente un dispaccio a Londra, con richiesta
d'inviarmi d'urgenza a Bombay il mandato di cattura a carico del
signor Phileas Fogg. Mi imbarcherò sul «Mongolia». Starò alle calcagna
del mio ladro fino in India. Là, in terra inglese, lo avvicinerò
garbatamente, con il mio bravo mandato in una mano, e mettendogli
l'altra sulla spalla gli dirò: «Signor Phileas Fogg, siete in
arresto!».
Il "detective", pronunciate con freddezza professionale queste parole,
lasciò gli uffici del Consolato.
Di lì a pochi minuti, dalla centrale telefonica di Suez partiva il
dispaccio per il Direttore della Polizia di Londra. E, un quarto d'ora
dopo, Fix con il suo leggero bagaglio a mano, ben munito di denaro,
s'imbarcava sul «Mongolia».
Il rapido "steamer" alle tre del pomeriggio, lasciata la rada di Suez,
fendeva a tutto vapore le acque del Mar Rosso.
9.
IL MAR ROSSO E IL MAR DELLE INDIE SI MOSTRANO FAVOREVOLI AI PROGETTI
DI PHILEAS FOGG.
La distanza tra Suez e Aden è esattamente di 1310 miglia e il
programma della Compagnia consente ai suoi piroscafi uno spazio di
tempo di 138 ore per percorrerle. Il «Mongolia», le cui caldaie erano
sempre sotto pressione, stava marciando in maniera tale da precedere
l'arrivo regolamentare.
La maggior parte dei passeggeri imbarcati a Brindisi avevano l'India
come destinazione. Alcuni si recavano a Bombay, gli altri a Calcutta,
ma via Bombay, poiché da quando una ferrovia attraversa in tutta la
sua lunghezza la penisola indiana non è più necessario doppiare il
capo di Ceylon.
Tra questi passeggeri del «Mongolia» vi erano parecchi funzionari
civili e ufficiali di ogni grado. Tra costoro alcuni appartenevano
all'esercito britannico propriamente detto, gli altri comandavano
delle truppe indigene di cipay, tutti lautamente stipendiati, anche
attualmente, quando il Governo ha preso il posto nei diritti e nei
doveri dell'antica Compagnia delle Indie: i sottotenenti hanno una
paga di 7000 franchi, i brigadieri prendono 60000 franchi e i generali
ricevono 100000 franchi.
A bordo del «Mongolia» ci si trovava perciò in questa società di
funzionari, ai quali si mescolavano alcuni giovani inglesi i quali,
con un milione in tasca, se ne andavano lontano a fondare delle
agenzie di commercio. Il «purser», l'uomo di fiducia della Compagnia,
pari di grado al capitano a bordo della nave, faceva le cose in
maniera sontuosa. Ai pasti del mattino, delle due, delle cinque e
mezzo e delle otto le tavole sembravano piegarsi sotto il peso dei
piatti di carni fresche e di dolci provenienti dalla macelleria e dai
magazzini di bordo. Le passeggere - ve ne erano alcune - cambiavano la
toeletta due volte al giorno. Si faceva della musica e si danzava
persino, quando il mare lo permetteva.
Ma il Mar Rosso è molto capriccioso e troppo spesso cattivo, come
tutti i golfi stretti e lunghi. Quando il vento spirava sia dalla
costa d'Asia sia dalla costa d'Africa, il «Mongolia», lungo fuscello
ad elica, preso di fianco rullava in maniera spaventosa. Le dame
allora scomparivano; i pianoforti si ammutolivano; canti e danze
cessavano. E tuttavia, nonostante le raffiche, nonostante i marosi, il
piroscafo, spinto dalle sue potenti macchine, correva senza ritardi
verso lo stretto di Bab-el-Mandeb.
Che faceva in questo frattempo Phileas Fogg? Si potrebbe credere che,
sempre inquieto ed ansioso, egli si preoccupasse dei cambiamenti di
vento in grado di ostacolare la marcia della nave, dei movimenti
disordinati dei marosi che rischiavano di provocare un incidente alle
macchine, si preoccupasse insomma di tutte le possibili avarie che,
obbligando il «Mongolia» a riparare in qualche porto, avrebbero
compromesso il suo viaggio. Niente affatto, o almeno, se questo
"gentleman" prendeva in considerazione queste eventualità, non ne
lasciava trasparire nulla. Era sempre l'uomo impassibile, il membro
imperturbabile del Club della Riforma, che nessun incidente o fatto
strano poteva sorprendere. Non sembrava più emozionato di quanto lo
fossero gli orologi di bordo. Lo si vedeva raramente sul ponte. Si
prendeva ben poca briga di osservare quel celebre Mar Rosso, così
ricco di ricordi, quel teatro delle prime scene storiche dell'umanità.
Non si preoccupava di riconoscere le curiose città disseminate sulle
sue rive e la cui pittoresca sagoma si profilava talvolta
all'orizzonte. Non sognava neppure dei pericoli di quel Golfo Arabico,
di cui antichi storici come Strabone, Arriano, Artemidoro, Edrisi,
hanno sempre parlato con timore, e sul quale i marinai non si
avventuravano mai in altri tempi senza avere prima reso sacro il loro
viaggio con dei sacrifici propiziatori.
Che faceva dunque quell'originale, imprigionato nel «Mongolia»?
Anzitutto egli prendeva i suoi quattro pasti giornalieri, senza che
mai né rollio o beccheggio potessero sconcertare una macchina così
meravigliosamente congegnata. E poi giocava al "whist".
Sì! aveva incontrato dei giocatori accaniti come lui: un esattore di
tasse che raggiungeva la sua destinazione a Goa; un ministro, il
reverendo Decimus Smith, che ritornava a Bombay, e un brigadiere
generale dell'esercito inglese, che raggiungeva il suo corpo a
Benares. Questi tre passeggeri avevano per il "whist" la medesima
passione di Mister Fogg, e giocavano per ore intere, non meno
silenziosamente di lui.
Quanto a Passepartout, il mal di mare non aveva alcuna presa su di
lui. Occupava una cabina a prua e anche lui mangiava con molta
diligenza. Bisogna dire che, per davvero, questo viaggio, fatto in
quelle condizioni, non gli dispiaceva più. Vi si acconciava con suo
vantaggio. Ben rifocillato, ben alloggiato, vedeva il mondo e
d'altronde si ripeteva che tutta quella fantasia si sarebbe esaurita a
Bombay.
Il giorno successivo alla partenza da Suez, il 10 ottobre,
Passepartout aveva fatto sul ponte il piacevolissimo incontro di
quello stesso garbato personaggio a cui si era indirizzato sbarcando
in Egitto.
- Non m'inganno? - disse, accostandoglisi con il più amabile sorriso.
- Siete proprio voi, signore, che con tanta compiacenza mi avete fatto
da guida a Suez?
- Infatti - rispose il "detective". - Vi riconosco. Siete il domestico
di quell'inglese originale.
- Precisamente, signor...?
- Fix.
- Signor Fix, lietissimo di ritrovarvi! E dove vi recate?
- Come voi, a Bombay.
- Ottimamente! Avete già fatto altre volte questo viaggio?
- Più d'una volta - rispose Fix con gravità. - Io sono un agente della
Compagnia Peninsulare.
- Allora conoscete l'India!
- Ma... sì, abbastanza.
Fix non voleva compromettersi troppo.
- Curiosa l'India, vero? - chiese Passepartout.
- Ah, curiosissima! Moschee, minareti, templi, fachiri, pagode, tigri,
serpenti, bajadere... Ma avrete anche voi il tempo di visitarla.
- Lo spero, signor Fix. Capite bene: a meno che un uomo non sia pazzo,
non vorrà consumare l'esistenza a saltare da un piroscafo su un treno
e da un treno su un piroscafo, con il pretesto di compiere il giro del
mondo in ottanta giorni! No, tutta questa ginnastica finirà a Bombay,
ne son certo.
- E il signor Fogg sta bene? - domandò il "detective" con tono di
naturalezza. - Non lo vedo mai sul ponte.
- Oh, il mio padrone sta benissimo. Soltanto, egli non è curioso.
- Sapete, signor Passepartout che cosa ho pensato? Che questo preteso
viaggio in ottanta giorni potrebbe celare qualche missione segreta...
una missione diplomatica, per esempio.
- In fede mia, signor Fix, non ne so nulla, ve lo confesso. E, a dirvi
la verità, non spenderei nemmeno mezza sterlina per saperlo.
La conversazione per quel giorno terminò lì. Ma in seguito
Passepartout e Fix tornarono ad incontrarsi sovente. Al "detective"
premeva assai entrare in confidenza con il servo del signor Fogg: ciò
avrebbe potuto giovargli per i suoi piani. Perciò Fix invitava
frequentemente il giovane francese al bar del «Mongolia», dove gli
offriva qualche bicchierino di whisky che il buon figliolo accettava
senza cerimonie e del pari ricambiava per non restare obbligato,
trovando che quel bravo signor Fix era proprio un compitissimo
gentiluomo.
Il «Mongolia» filava a tutto vapore. Il 13 si fece la conoscenza di
Moka, che apparve nella sua cintura di mura rovinate, al di sopra
delle quali si profilavano degli alberi di dattero verdeggianti. In
lontananza, tra le montagne, si distendevano vaste coltivazioni di
piante di caffè.
Passepartout rimase rapito nella contemplazione di quella celebre
città, e rifletté persino che con quelle sue mura circolari e con un
forte smantellato che si disegnava come un'ansa, la città stessa
assumeva l'aspetto di un'enorme tazzina.
Nella notte successiva, il «Mongolia» superò lo stretto di Bab-el-
Mandeb, il cui nome arabo significa «la porta delle lacrime», e
l'indomani, il 14, faceva scalo a Steamer-Point a nord-ovest della
rada di Aden. Era lì che doveva riapprovvigionarsi di combustibile.
Un problema gravoso e importante, questo dell'alimentazione delle
caldaie dei piroscafi a tanta distanza dai centri di produzione.
Soltanto la Compagnia Peninsulare, al tempo di questo racconto,
spendeva annualmente a questo scopo 800 mila sterline. Era stato
necessario, in realtà, stabilire dei depositi in diversi porti e in
questi mari remoti, il carbone veniva a costare 80 franchi la
tonnellata.
Il «Mongolia» aveva ancora 1650 miglia da percorrere prima di
raggiungere Bombay, e doveva rimanere quattro ore a Steamer-Point per
riempire i suoi depositi.
Ma questo ritardo non poteva nuocere in alcun modo al programma di
Phileas Fogg. Era un ritardo previsto. D'altronde il «Mongolia»,
invece di arrivare ad Aden soltanto il 15 ottobre mattina, vi arrivò
il 14 sera.
Aveva guadagnato 15 ore.
Mister Fogg e il suo domestico scesero a terra. Il "gentleman"
intendeva farsi vistare il passaporto. Fix gli andò dietro senza farsi
notare. Compiuta la formalità del visto, Phileas Fogg ritornò a bordo
per riprendere la sua partita interrotta.
Passepartout, invece, secondo il suo solito, prese a bighellonare nel
mezzo di quella popolazione di parsì, di giudei, di arabi, di europei,
che costituivano i 25 mila abitanti di Aden. Egli ammirò le
fortificazioni che fanno di questa città la Gibilterra del Mar delle
Indie e le magnifiche cisterne alle quali lavoravano ancora gli
ingegneri inglesi, duemila anni dopo gli ingegneri del re Salomone.
«Molto curioso, molto curioso!», si diceva Passepartout rientrando a
bordo. «M'accorgo che non è inutile mettersi in viaggio, se si
desidera vedere qualcosa di nuovo».
Alle sei della sera, il «Mongolia» faceva ruotare le pale della sua
elica nelle acque della rada di Aden e correva ben presto sul Mare
delle Indie. Aveva a disposizione 168 ore per compiere la traversata
tra Aden e Bombay. D'altronde, questo mare indiano gli fu favorevole.
Il vento proveniva dal nord-ovest; le vele vennero in appoggio alla
spinta del vapore.
Il battello, meglio appoggiato, rullò di meno. Le passeggere
ricomparvero sul ponte con le loro fresche toelette. Ricominciarono i
canti e le danze.
Il viaggio si compiva dunque nelle migliori condizioni. Passepartout
era incantato dell'amabile compagno che il caso gli aveva procurato
nella persona di Fix.
La domenica 20 ottobre, verso mezzogiorno, si fece la conoscenza della
costa indiana. Due ore più tardi, il pilota saliva a bordo del
«Mongolia». All'orizzonte, si profilava armoniosamente sul fondo del
cielo una quinta di colline. Ben presto, i filari di palmeti che
coprono la città divennero più immediatamente evidenti. Il piroscafo
penetrò nella rada costituita dalle isole Salcette, Colaba, Elephanta,
Butcher, e alle quattro e mezzo si accostava alla banchina di Bombay.
Phileas Fogg terminava giusto in quel momento la trentatreesima
partita della giornata. Il suo compagno e lui, grazie ad una manovra
audace, dopo aver fatto le tredici levate, terminarono quella bella
traversata con un ammirevole chelem.
Il «Mongolia» doveva arrivare a Bombay il 22 ottobre. Invece vi
arrivava il 20. Dalla sua partenza da Londra, era perciò un guadagno
di due giorni che Phileas Fogg poteva meticolosamente inscrivere sul
suo itinerario nella colonna degli avvantaggiamenti.
10.
PASSEPARTOUT E' FIN TROPPO FELICE DI CAVARSELA PERDENDO UNA SCARPA.
Nessuno ignora che l'India - questo grando triangolo rovesciato la cui
base è verso nord e la punta è verso sud - comprende una superficie di
un milione e quattrocentomila miglia quadrate, sulla quale è sparsa in
maniera disuguale una popolazione di 180 milioni di abitanti. Il
governo britannico esercita un dominio reale su una certa parte di
questo immenso paese. Ha un governatore generale a Calcutta, dei
governatori a Madras, a Bombay, nel Bengala e un luogotenente-
governatore ad Agra.
Ma l'India inglese propriamente detta ha una superficie soltanto di
700000 miglia quadrate e una popolazione tra i 100 e 110 milioni di
abitanti. Il che sta a significare che una parte notevole del
territorio sfugge ancora all'autorità della regina; e, in realtà,
presso alcuni rajah dell'interno, violenti e terribili, l'indipendenza
indù è ancora assoluta.
Dal 1756 - quando venne fondato il primo stabilimento inglese nella
zona in cui sorge attualmente la città di Madras - fino all'anno in
cui viene scritto questo racconto e in cui è scoppiata la grande
insurrezione dei «cipayes», la Compagnia delle Indie è stata
onnipotente. Essa si è impadronita a poco a poco di tutte le province,
acquistandole dai rajah con la promessa di rendite che essa non ha
pagato poi affatto o quasi; essa nominava il proprio governatore
generale e tutti i suoi impiegati civili o militari; attualmente però
essa non esiste più, e i possedimenti inglesi dipendono direttamente
dalla Corona.
In questo modo l'aspetto, i costumi, le divisioni etnografiche della
penisola tendono a modificarsi ogni giorno. In altri tempi vi si
viaggiava con tutti gli antichi mezzi di trasporto: a piedi, a
cavallo, su carretti, in carriola, in palanchino, a dorso d'uomo, in
carrozza, eccetera. Al momento in cui viene scritto questo romanzo dei
battelli a vapore percorrono a grande velocità l'Indo e il Gange, e
una ferrovia, che attraversa l'India in tutta la sua larghezza
ramificandosi lungo il suo percorso, pone Bombay a soli tre giorni di
viaggio da Calcutta.
Il tracciato di questa ferrovia non segue la linea dritta attraverso
l'India. La distanza a volo d'uccello è solo di 1000- 1100 miglia, e
dei treni in grado di raggiungere una velocità media non
impiegherebbero tre giorni per percorrerla; ma questa distanza è
accresciuta di un terzo, come minimo, dall'arco che la ferrovia
descrive innalzandosi fino ad Allahabad, nel nord della penisola.
Ecco, nelle sue grandi linee, il tracciato della «Great Indian
peninsular railway», la grande ferrovia della penisola indiana. Dopo
avere lasciato l'isola di Bombay, attraversa la Salsette, salta sul
continente di fronte a Tannah, supera la catena dei Ghâti occidentali,
corre verso nord-est fino a Burhanpur, solca il territorio quasi
indipendente del Bundelkhand, s'innalza fino ad Allahabad, piega verso
est, incrocia il Gange a Benares, se ne distacca leggermente e,
ridiscendendo a sud-est attraverso Burdwan e la città francese di
Chandernagore, ha il suo capolinea a Calcutta.
Alle quattro e mezzo del pomeriggio i passeggeri del «Mongolia» erano
sbarcati a Bombay, e alle otto precise partì il treno per Calcutta.
Mister Fogg si congedò perciò dai suoi compagni, lasciò il piroscafo,
diede a Passepartout una noterella di alcune compere da fare, gli
raccomandò espressamente di farsi trovare prima delle otto alla
stazione e, con quel suo passo regolare che scandiva il secondo come
il pendolo di un orologio astronomico, si diresse verso l'ufficio dei
passaporti.
Non si preoccupava dunque affatto delle meraviglie di Bombay, non si
dava premura di vedere nulla, né il palazzo comunale, né la magnifica
biblioteca, né i forti, né le banchise, né il mercato del cotone, né i
bazar, né le moschee, né le sinagoghe, né le chiese armene, né la
splendida pagoda di Malabar-Hill, arricchita di due torri poligone.
Non avrebbe contemplato né i capolavori di Elephanta, né i suoi
misteriosi ipogei nascosti a sud-est della rada, né le grotte Kanherie
dell'isola Salsette, ammirevoli resti dell'architettura buddista!
Uscito dall'ufficio dei passaporti, Phileas Fogg se ne andò
tranquillamente al ristorante della stazione, e là si fece servire la
cena. Fra le altre pietanze, il trattore gli decantò una fricassea di
coniglio: una vera specialità del paese. Phileas Fogg accettò la
fricassea, l'assaggiò coscienziosamente e la trovò pessima. Chiamò il
trattore.
- Signore, - gli chiese, guardandolo fisso, - è coniglio questo?
- Sì, mylord; coniglio della giungla!
- E non ha miagolato quando è stato ucciso?
- Miagolato! Oh, mylord, un coniglio non miagola. Vi giuro...
- Signor trattore, - rispose calmissimo Phileas Fogg, - non giurate.
Ma piuttosto ricordatevi questo: una volta, in India, i gatti erano
considerati animali sacri. Quelli erano bei tempi!
- Per i gatti, mylord?
- Ed anche per i forestieri.
E il signor Fogg continuò tranquillamente a cenare, mentre due occhi
indagatori, da un altro angolo del ristorante, non lo perdevano di
vista.
Erano gli occhi dell'ostinato "detective".
Fix era sbarcato egli pure dal «Mongolia» pochi minuti dopo il signor
Fogg e si era precipitato negli uffici del Direttore della Polizia di
Bombay.
Fatta riconoscere la propria qualità di "detective", la missione
affidatagli e la sua situazione del momento di fronte al presunto
ladro di banconote, chiese se fosse giunto da Londra il mandato
d'arresto a carico di Sir Phileas Fogg.
Il mandato non era giunto. Infatti, non poteva esservene stato il
tempo.
Il "detective" rimase sconcertato. Avrebbe voluto ottenere dal
Direttore di Polizia un ordine di arresto provvisorio contro il signor
Fogg. Ma il direttore rifiutò.
- Non commetterò simile arbitrio - disse categoricamente. - Voi sapete
meglio di me che in materia di libertà personale le usanze inglesi
comandano la più rigida osservanza della legalità. L'affare riguarda
la polizia di Londra; ed essa solo può spiccare il mandato.
Fix comprese che non era il caso d'insistere, e si rassegnò.
- Frattanto, - risolse, - non perderò di vista il mio uomo. Ora egli
si ferma senza dubbio a Bombay; e il mandato ha tutto il tempo di
giungere.
Il "detective", tornato sulle tracce di Phileas Fogg all'ufficio dei
passaporti, si era rimesso perciò con prudenza a tallonare la sua
preda. Se Fix si illudeva beatamente che il signor Fogg si sarebbe
fermato a Bombay, simile illusione era invece ormai tramontata del
tutto dal cuore di Passepartout.
Dopo gli ultimi ordini che gli aveva dati il padrone al momento di
sbarcare dal «Mongolia», il bravo giovanotto aveva ben compreso, che a
Bombay sarebbe accaduto come a Parigi e come a Suez; che il viaggio
non sarebbe finito lì, che si sarebbe andati fino a Calcutta, e
fors'anche più lontano. E cominciava a domandarsi se la scommessa del
signor Fogg non fosse proprio vera, e se lui, Passepartout, che aveva
sognato di vivere in tranquillo riposo, non si trovasse trascinato
dalla fatalità a compiere davvero il giro del mondo in ottanta giorni!
A buon conto, dopo aver fatto i dovuti acquisti di camicie e di calze,
il servo del signor Fogg si mise a passeggiare per le vie di Bombay.
C'era gran concorso di gente. Frammischiati a europei di ogni
nazionalità, si vedevano persiani dalle berrette a pan di zucchero,
sindi dai curiosi copricapo quadrati, bunhias con mastodontici
turbanti, armeni avvolti in striscianti vesti, parsì in mitra nera.
Era per l'appunto una festa celebrata dai parsì o ghebri, diretti
discendenti dei seguaci di Zoroastro, i più industriosi, i più civili,
i più intelligenti e i più austeri degli indù, la razza alla quale
appartengono i più ricchi commercianti indigeni attuali. La folla era
attratta da una festa, una specie di carnevale religioso con
processioni e divertimenti, celebrato appunto da questi parsì che sono
la stirpe più civile e più intelligente fra le numerose stirpi indù.
Quel giorno gli spettacoli comprendevano una danza sacra di bajadere,
le quali, avvolte in vaporosi veli rosei trapunti d'oro e d'argento,
si muovevano armoniosamente e compostamente al suono dei tamburi e
delle viole.
E' superfluo precisare ora quanto Passepartout guardasse queste
curiose cerimonie, i suoi occhi e i suoi orecchi si spalancassero a
dismisura per vedere ed ascoltare, e il suo atteggiamento e il suo
stato d'animo erano certo quelli più ingenui possibile.
Sventuratamente per lui e per il suo padrone, di cui rischiò così di
compromettere il viaggio, la sua curiosità lo portò più lontano di ciò
che era conveniente.
In realtà, dopo avere ammirato a lungo quel carnevale parsì,
Passepartout si decise ad avviarsi alla stazione. Senonché, passando
davanti alla meravigliosa pagoda di Malabar-Hill, curiosità lo punse
di entrare a visitarla.
Ma il giovanotto ignorava due cose: che l'accesso a talune pagode è
rigorosamente vietato ai cristiani, e che gli stessi credenti non
possono entrarvi senza avere lasciato alla porta i calzari. Violare
simili formalità costituisce, oltre tutto, un reato contro la legge,
giacché il Governo d'Inghilterra per ragioni di accorta politica
rispetta e fa rispettare anche le più stravaganti usanze religiose del
paese.
Passepartout, proprio candidamente e senza ombra di irriverenza entrò
nella pagoda come un turista in visita a un bel monumento. Ma mentre
se ne stava col naso in aria a contemplare le laminature d'oro e
d'argento che sfavillavano ai capitelli delle colonne, all'improvviso
si vide gettato sul sacro lastrico.
Tre sacerdoti bramini dallo sguardo furente gli si erano scagliati
addosso: gli strapparono le scarpe e le calze, e urlando bestialmente
cominciarono a caricarlo di busse.
Il francese, vigoroso e agile, si rialzò di scatto. Con un pugno e un
calcio gettò a terra due degli avversari impacciatissimi nelle lunghe
vesti; e slanciatosi fuori della pagoda, grazie alla celerità delle
sue lunghe gambe riuscì ad interporre una considerevole distanza fra
sé e il terzo bramino, il quale si era messo al suo inseguimento
tirandosi dietro una folla schiamazzante.
Alle otto meno cinque, soltanto pochi istanti prima della partenza del
treno, Passepartout giungeva alla stazione, scalzo, senza cappello,
dopo aver perduto nel parapiglia anche il pacco contente le compere
fatte.
Sulla banchina, confuso tra la folla dei viaggiatori che affluivano al
treno, c'era Fix. Egli aveva seguito fin là il signor Fogg; e avendo
compreso ormai che questi stava per lasciare Bombay, aveva deciso
senz'altro di stargli dietro fino a Calcutta e, se fosse occorso,
anche più lontano.
Passepartout non vide Fix il quale si teneva opportunamente celato tra
il movimento della gente. Ma Fix udì il racconto che il servo fece al
suo padrone narrandogli in poche parole l'avventura della visita alla
pagoda.
- Io spero che una cosa simile non vi accadrà più - fu la flemmatica
risposta di Phileas Fogg, mentre saliva a prendere posto in uno
scompartimento.
L'infelice Passepartout a piedi nudi e pesto di ammaccature, seguì il
padrone senza più fiatare.
Fix stava per salire in un altro dei vagoni, allorché un pensiero lo
trattenne; e il suo progetto di partenza fu istantaneamente
modificato. «No, io rimango!» si disse Fix mentalmente. «Una
infrazione alla legge commessa in territorio indiano... Tengo il mio
uomo in pugno!».
Echeggiò in quel momento il fischio acuto della locomotiva. E il treno
scomparve nella notte.
11.
PHILEAS FOGG ACQUISTA A UN PREZZO FANTASTICO UNA CAVALCATURA.
Il treno per Calcutta, partito puntualmente alle otto pomeridiane
portava il consueto carico di ufficiali, funzionari civili, negozianti
di oppio e di indaco che per ragioni del loro commercio raggiungevano
la costa orientale dell'India.
Nello scompartimento occupato da Phileas Fogg, oltre al suo domestico
aveva preso posto pure un terzo viaggiatore il quale sedeva
nell'angolo di faccia al "gentleman" . Era il brigadiere generale Sir
Francis Cromarty, uno dei compagni di gioco del signor Fogg durante il
tragitto da Suez a Bombay. Egli andava a raggiungere il suo reggimento
a Benares.
Sir Francis Cromarty poteva avere circa cinquant'anni; e fin da
giovane aveva vissuto in India, facendo assai di rado ricomparsa in
Inghilterra per qualche breve licenza. Alto, biondo, vigoroso,
quell'energico ufficiale - il quale si era molto distinto durante la
repressione dell'ultima rivolta dei «cipayes» - aveva acquistato ormai
nei tratti fisici e nelle abitudini qualcosa che lo faceva meritamente
qualificare un indigeno. Conosceva assai bene l'India; e avrebbe con
piacere fornito tutte le notizie desiderabili sui costumi, la storia,
il governo di quei paesi, solo che Phileas Fogg glielo avesse
richiesto. Ma il signor Fogg non faceva alcuna domanda. A rigore, può
dirsi che egli non viaggiava: descriveva soltanto un percorso
circolare, come un grave che seguisse la propria orbita intorno alla
terra secondo le leggi della meccanica.
In quel momento, compostamente seduto nel suo angolo dello
scompartimento, Sir Phileas Fogg rifaceva mentalmente il calcolo delle
ore impiegate in viaggio da quando era partito da Londra. E si sarebbe
fregato le mani per la soddisfazione, se non fosse stato cosa fuori
della sua indole il fare qualsiasi movimento inutile.
Sir Francis Cromarty osservava Phileas Fogg e ne studiava la
fisionomia, come già tante volte si era attardato a fare, con le carte
in mano, tra una partita e l'altra di "whist".
Ormai Sir Francis non aveva più dubbi a giudicare quel compagno di
viaggio un tipo originale, il più originale di quanti ne avesse mai
incontrati in vita sua. Esitava invece ancora sopra una domanda che si
era posta: Phileas Fogg possedeva, sotto quel freddo involucro, un
cuore umano, un'anima sensibile alle bellezze della natura, alle
nobili aspirazioni?
A Sir Cromarty il signor Fogg non aveva nascosto il suo progetto di
viaggio intorno al mondo, né in quali circostanze lo avesse iniziato.
Ora, l'ufficiale inglese non vedeva in quella scommessa altro che una
eccentricità senza alcuno scopo utile.
- A mio giudizio, - rifletteva egli giustamente, - le azioni di ogni
uomo ragionevole dovrebbero essere guidate dal proposito di «passare,
bene operando». E invece, con tutta la sua flemma, il bizzarro
"gentleman" consumerà l'intera esistenza senza fare nulla di buono né
per sé né per gli altri.
Un'ora dopo avere lasciato Bombay, il treno, superando i viadotti,
aveva attraversato l'isola della Salsette e correva sul continente.
Alla stazione di Kalyan, abbandonò sulla destra la diramazione che,
passando per Ulhasnagar e per Poona, conduce verso il sud-est
dell'India, e raggiunse la stazione di Pauwell.
A questo punto il treno s'internò tra le montagne molto ramificate dei
Ghati Occidentali, catene a base di trappi e di basalti, le cui più
alte cime sono ammantate di foltissimi boschi.
Di quando in quando Sir Francis Cromarty e Phileas Fogg scambiavano
qualche rara parola; ed era sempre l'ufficiale il primo a riaccendere
la conversazione che l'altro lasciava languire. Ad un certo punto, Sir
Cromarty disse:
- Molti anni fa, signor Fogg, in questa parte del viaggio avreste
patito un ritardo che avrebbe certamente compromesso il vostro
itinerario.
- Perché, Sir Francis?
- Poiché la ferrovia si interrompeva ai piedi dei Ghati; e bisognava
attraversarli in palanchino a dorso di pony per raggiungere la
stazione di Kandallah sul versante opposto.
- Tale ritardo non avrebbe affatto sconcertato il mio programma -
rispose Phileas Fogg. - Io ho previsto anche la eventualità di certi
ostacoli.
- Tuttavia, signor Fogg, non mi direte che avevate previsto, ad
esempio, il brutto impiccio in cui ha rischiato di porvi l'avventura
di codesto giovanotto!
Passepartout, con i piedi ravvolti nella sua coperta da viaggio,
dormiva della grossa e non sognava davvero che si parlasse di lui.
- Il Governo inglese - ripigliò Sir Francis, - è estremamente severo,
e con ragione, verso questo genere di reati. Esige sopra ogni cosa che
si rispettino le usanze religiose degli Indù. Perciò se il vostro
servo fosse stato preso...
- Sarebbe stato condannato, avrebbe scontato la sua pena, e poi
avrebbe fatto tranquillamente ritorno in Europa - concluse Phileas
Fogg senza scomporsi. - Io non vedo in qual modo la faccenda del servo
avrebbe potuto far ritardare il viaggio del padrone.
E su quella battuta il dialogo s'interruppe. Durante la notte, il
treno valicò i Ghati, passò a Nasik e l'indomani, il 21 ottobre, si
slanciò attraverso un paese relativamente pianeggiante, formato dal
territorio del Khandeish. La campagna, ben coltivata, era disseminata
di borghi al disopra dei quali il minareto della pagoda rimpiazzava il
campanile delle chiese europee. Molti piccoli corsi d'acqua, la
maggior parte dei quali affluenti o subaffluenti del Godavari,
irrigavano questa fertile contrada.
Passepartout, risvegliatosi, ammirava il panorama e non riusciva a
convincersi che stava attraversando l'India in un treno della «Great
Indian peninsular railway». Gli sembrava incredibile. E tuttavia
niente di più reale! La locomotiva, diretta dalla mano di un meccanico
inglese e riscaldata dal carbon fossile inglese, lanciava i suoi
sbuffi di fumo sulle piantagioni di cotone, di caffè, di noci moscate,
di garofani, di pepe rosso. Il vapore stendeva le sue spirali sui
gruppi di palmeti tra i quali occhieggiavano dei pittoreschi
"bungalows", alcuni vihari, una specie di monasteri abbandonati, e dei
templi meravigliosi arricchiti dall'inesauribile ornamentazione
dell'architettura indiana. Poi si stendevano a perdita di vista
immensi spazi di terreno, giungle nelle quali non mancavano né le
tigri né i serpenti che venivano intimoriti dal fischio del treno;
succedevano quindi delle foreste, tagliate dal tracciato della strada
e ancora popolate di elefanti e che guardavano passare con occhio
pensoso il convoglio traballante.
Nel corso di quella mattina, superata la stazione di Malegaon, i
viaggiatori attraversarono il funesto territorio che era stato così
spesso insanguinato dai seguaci della dea Kalì. Non erano molto
lontane di lì Ellora e le sue meravigliose pagode, né la celebre
Aurangabad, la capitale del selvaggio Aureng-Zeb, attualmente semplice
capoluogo d'una provincia staccata dal regno del Nizam. Era su questa
contrada che esercitava il suo dominio Feringhea, il capo dei Thug, il
re degli Strangolatori. Questi assassini, uniti in una imprendibile
associazione, strangolavano in onore della Dea della Morte vittime di
ogni età, senza mai versare una goccia di sangue, e ci fu un periodo
in cui non si poteva scavare in alcun luogo di questa terra senza
trovarvi celato un cadavere. Il Governo inglese è riuscito in seguito
ad impedire in gran parte questi assassini, ma la spaventosa
associazione esisteva e funzionava ancora al tempo di questo racconto.
Alle 12,30, il treno si arrestò alla stazione di Burhanpur, e
Passepartout poté procurarvisi a peso d'oro un paio di babbucce ornate
di perle false, che s'infilò pieno di un'evidente vanità.
I viaggiatori fecero un rapido pasto e ripartirono per la stazione di
Assurghur, dopo avere costeggiato per un istante il corso del Tapti,
un piccolo fiume che si va a gettare nel golfo di Cambay, presso
Surat.
E' opportuno che parliamo adesso dei pensieri che occupavano in quel
frattempo l'animo di Passepartout. Fino al suo arrivo a Bombay, egli
aveva creduto e potuto credere che le cose sarebbero terminate lì.
Adesso però che si stava andando a tutto vapore attraverso l'India,
s'era verificato nel suo spirito un repentino mutamento di idee. Stava
tornando alla carica il suo temperamento. Ritrovava le idee piene di
fantasia della sua giovinezza, prendeva sul serio i progetti del suo
padrone, credeva alla possibilità della scommessa e di conseguenza a
questo giro del mondo e al margine massimo di tempo che non bisognava
superare. Anzi, cominciava a preoccuparsi dei possibili ritardi, degli
incidenti che potevano sopravvenire durante la corsa. Si sentiva
interessato alla scommessa e tremava al pensiero che solo il giorno
prima avrebbe potuto compromettere la vincita con la sua imperdonabile
sbadataggine. E così, molto meno flemmatico del signor Fogg,
Passepartout contava e ricontava i giorni già impiegati in viaggio,
malediceva le fermate del treno, lo definiva un treno-tartaruga, e
biasimava in cuor suo il signor Fogg di non aver promesso un premio al
macchinista. Quasi che fosse possibile anche su una ferrovia, come su
un piroscafo, superare la velocità regolamentare!
Verso sera il convoglio s'internò di nuovo fra le gole di monti; e
fino all'alba corse ora lungo l'orlo di precipizi, ora su ponti arditi
lanciati a cavalcioni di gole piene d'ombra.
Il frastuono della corsa non impediva ai viaggiatori di dormire nei
loro angoli, cullati dal rullio della vettura.
Si destarono a mattino già chiaro. Sir Cromarty chiese a Passepartout
di dirgli l'ora.
- Sono appena le tre - rispose il francese, dopo aver consultato il
proprio orologio.
Difatti quel famoso orologio, sempre regolato sull'ora del meridiano
di Greenwich, che si trovava ormai a settantasette gradi a ovest,
ritardava per forza di quattro ore.
- Capisco come sta la cosa! Sono invece le sette - rettificò Sir
Francis.
E ripetendo a Passepartout la medesima osservazione che questi aveva
già ricevuta da Fix, tentò di spiegare:
- Vedete, giovanotto: viaggiando, occorre regolare l'orologio sopra
ogni nuovo meridiano. E precisamente: andando verso est, come andiamo
noi, ossia incontro al sole, bisogna tener conto che i giorni si
accorciano, di quattro minuti per ogni grado che si percorre. E quindi
ogni quindici gradi l'orologio deve esser fatto avanzare di sessanta
minuti, vale a dire di un'ora. Il contrario dovrebbe avvenire se si
viaggiasse verso ponente: allora bisognerebbe far ritardare l'orologio
di un'ora per ogni quindici gradi.
Fu fiato buttato al vento. Avesse o no compresa la spiegazione
dell'ufficiale, il testardo Passepartout non volle saperne nemmeno per
sogno di far fare un balzo avanti alle lancette del suo orologio, il
quale restò pertanto regolato invariabilmente sull'ora di Londra.
«Innocente mania da cui del resto non può derivar danno a nessuno!»,
pensò Sir Francis sorridendo; e non ne parlò più.
Alle otto del mattino e quindici miglia prima della stazione di
Rothal, il treno si fermò in una radura in mezzo a una foresta di
tamarindi. Vi sorgeva un piccolo borgo composto di eleganti
"bungalows" e di alcune capanne d'operai.
Il conducente scese, e passando lungo la fila dei vagoni annunziò:
- Signori, si scende qui!
Phileas Fogg e Sir Francis Cromarty si guardarono sorpresi.
Passepartout, che si era subito slanciato fuori e aveva percorso di
carriera un buon tratto di strada avanti al treno, tornò di lì a poco
gridando:
- Non c'è più ferrovia!
- Cosa intendete dire? - chiese l'ufficiale.
- Intendo dire che il treno non può continuare!
Sir Cromarty si decise anch'egli a metter piede a terra. Phileas Fogg
lo seguì senza darsi fretta.
- Ma si può sapere dove siamo? - domandò nervosissimo l'ufficiale al
conducente.
- In una frazione di Kholby - rispose quest'ultimo.
- E perché ci fermiamo qui?
- La ferrovia non è ultimata.
- Come? Non è ultimata?
- No. Resta da realizzare il tronco d'una cinquantina di miglia da qui
ad Allahabad dove ricomincia l'altro tronco.
- Ma i giornali hanno annunciato che la linea era in completa
efficienza.
- Che volete, signor ufficiale, i giornali si sono sbagliati.
- Però voi date i biglietti da Bombay a Calcutta! - ripigliò Sir
Cromarty, cominciando a scaldarsi.
- Senza dubbio - replicò calmo il conducente. - I viaggiatori
conoscono del resto, per la maggior parte, questa interruzione della
linea, e sanno di doversi far trasportare con qualche altro mezzo da
Kholby ad Allahabad.
Sir Francis era furibondo; Passepartout avrebbe volentieri accoppato
il povero conducente, il quale non ci aveva colpa; non osava mirare in
volto il suo padrone.
Imperturbabile, invece Phileas Fogg disse con naturalezza:
- Se vi aggrada, signor Cromarty, pensiamo a provvederci di un mezzo
che ci porti ad Allahabad.
- Ma, signor Fogg, non si tratta per voi di un ritardo assolutamente
pregiudizievole ai vostri interessi?
- No; era previsto.
- Come?! Sapevate che la ferrovia...
- Niente affatto. Ma sapevo che un ostacolo qualsivoglia avrebbe ben
potuto sorgere o prima o poi sulla mia strada. Niente è compromesso:
ho due giorni di anticipo, che posso ora sfruttare. C'è un piroscafo
in partenza da Calcutta per Hong Kong il 25 a mezzodì. Oggi è il 22:
giungeremo in tempo.
Non c'era nulla da eccepire ad una risposta data con sì matematica
sicurezza.
Purtroppo era proprio vero che i lavori della ferrovia si arrestavano
a quel punto. I giornali sono come certi orologi che hanno la mania di
essere in anticipo, ed avevano annunciato prematuramente il
completamento della linea. La maggior parte dei viaggiatori erano a
conoscenza di questa interruzione della strada e, scendendo dal treno,
si erano impadroniti dei veicoli di ogni sorta reperibili in quel
borgo: palkighari a quattro ruote, carrette trainate da zebù, una
specie di buoi con la gobba, carri da viaggio somiglianti a pagode
ambulanti, palanchini, cavallucci, eccetera. E così il signor Fogg e
Sir Francis Cromarty, dopo avere ispezionato tutto il borgo, fecero
ritorno senza avere trovato nulla.
- Andrò a piedi - dichiarò Phileas Fogg.
Passepartout fece una smorfia eloquentissima, dandosi un'occhiata alle
magnifiche ma inadatte pantofole. Per fortuna anch'egli si era messo a
cercare in giro: e dopo un attimo di esitazione s'azzardò a dire:
- Signore, credo di aver trovato io un mezzo di trasporto.
- Quale?
- Un elefante. Appartiene a un indiano che abita a cento passi da qui.
- Andiamo a vedere l'elefante.
Il signor Fogg, Sir Francis e Passepartout trovarono l'indiano nella
sua capanna attigua ad un recinto chiuso da alte palizzate.
Nel recinto c'era un elefante. Dietro richiesta dei visitatori,
l'indiano li introdusse a vedere l'animale.
Si trovarono alla presenza di un magnifico pachiderma, mezzo
addomesticato.
- Lo allevo per farne una bestia da combattimento - disse l'indiano; e
spiegò come avesse cominciato a modificare il carattere del suo
elefante, nutrendolo per tre mesi di solo zucchero e burro al fine di
condurlo a quel parossismo di furore che in lingua indù si chiama
«mutsh».
- Simile alimentazione - soggiunse l'indigeno, - può parere la meno
adatta a dare questo risultato; eppure si usa con successo da noi
allevatori.
Per buona ventura del signor Fogg, l'elefante, che rispondeva al nome
di Kiunì, era stato messo da poco al regime di zucchero e burro; e il
«mutsh» non si era ancora manifestato.
In mancanza d'altre cavalcature, sapendo del resto che i pachidermi
possono fornire per lungo tempo un'andatura notevolmente rapida,
Phileas Fogg risolse di servirsi di quel mastodontico bestione. Ma gli
elefanti in India cominciano a farsi rari, e son tenuti assai
preziosi. I maschi particolarmente, che sono i soli adatti al
combattimento nei circhi, vengono molto ricercati. D'altra parte, in
cattività non si riproducono; e quindi per procurarsene non c'e altro
mezzo che la caccia nella foresta.
Niente di strano quindi se alla proposta del signor Fogg di
noleggiargli l'elefante, l'indiano rifiutò.
Fogg insistette offrendo un prezzo magnifico: dieci sterline all'ora.
Non ottenne nulla. Aumentò fino a quaranta sterline; ma l'indiano non
si lasciava tentare.
Phileas Fogg fece allora la proposta di comperare addirittura
l'elefante.
- Vi pago mille sterline, una sull'altra - disse all'allevatore.
- Non intendo vendere - rispose astuto l'indiano, che ormai aveva
fiutato il magnifico affare.
L'ufficiale a questo punto credé opportuno trarre in disparte il suo
compagno di viaggio, e gli disse sottovoce:
- Signor Fogg, vi esorto a riflettere prima di aumentare ancora
un'offerta così spettacolare!
- Non preoccupatevi - rispose gentilmente Phileas Fogg. - Io non ho
l'abitudine di agire senza aver prima riflettuto. Si tratta in fin dei
conti, per me, di vincere una scommessa di ventimila sterline; e
quest'elefante mi è necessario. Perciò, dovessi anche pagarlo venti
volte il suo giusto valore, lo avrò.
Ciò detto, il signor Fogg ritornò dall'indiano, i cui occhietti accesi
dalla cupidigia lasciavano chiaramente capire che ormai per lui era
solo questione di prezzo. E il "gentleman" offrì via via milleduecento
sterline, millecinquecento, milleottocento.
Passepartout per solito così rosso, era pallido dall'emozione.
- Duemila sterline! - disse infine Phileas Fogg. - Ed è l'ultimo
prezzo. Vendete?
- Prendetevi l'elefante - concluse l'indiano.
Passepartout non si contenne.
- Per le mie pantofole! - esclamò. - Questo si chiama far rincarare la
carne di pachiderma! Il mio padrone può ben dire d'aver acquistato una
cavalcatura da rajah!
Si trattava ora di trovare un «mahut», ossia un conducente di
elefanti.
La faccenda non fu difficile. Un giovane parsì dalla fisionomia
intelligente e calma offerse i propri servizi. Il signor Fogg accettò,
promettendo una vistosa paga che non poteva far a meno di duplicare
l'intelligenza del «mahut».
L'elefante fu tratto fuori del recinto. Il parsì, che conosceva a
perfezione il mestiere, coprì il dorso dell'animale con una pesante
gualdrappa e dispose ai suoi fianchi due specie di sedie a barella,
alquanto incomode.
Phileas Fogg pagò l'allevatore in fiammanti banconote che furono tolte
dal prezioso sacco. A Passepartout parve che gli cavassero le viscere!
Poi il signor Fogg disse compitamente a Sir Cromarty:
- Vi offro un passaggio sul mio elefante fino alla stazione di
Allahabad. Accettate? Un viaggiatore in più non può stancare un sì
gigantesco animale.
L'ufficiale accettò con entusiasmo, e prese posto in una sedia a
barella. Phileas Fogg si accomodò nell'altra.
Sistemate nel sacco da viaggio le provviste di viveri acquistate a
Kholby, Passepartout andò a mettersi, a cavalcioni sulla larga groppa
di Kiunì, fra il suo padrone e l'ufficiale. Il parsì s'appollaiò sul
collo dell'elefante. E questo, stimolato dal fischio del «mahut»,
staccando un buon trotto si internò per un sentiero solitario nella
folta foresta di Latàni.
12.
PHILEAS FOGG E I SUOI COMPAGNI SI AVVENTURANO NELLE FORESTE
DELL'INDIA, ED ECCO CI CHE NE CONSEGUE.
Il «mahut», espertissimo dei luoghi, affermava che seguendo la strada
attraverso la foresta si sarebbe accorciato di una ventina di miglia
il cammino; e i viaggiatori lasciarono fare a lui.
Si andava attraverso le selve quasi impenetrabili che vestono i
fianchi dei monti Vindhya. Il trotto rigido dell'elefante comunicava
discrete scosse a Phileas Fogg e a Sir Francis, ficcati sino al collo
nelle loro sedie a barella; ma essi subivano la situazione con flemma
britannica, scambiando anche qualche parola pur senza vedersi in
faccia.
Passepartout, sistemato sul dorso del pachiderma e direttamente
soggetto ai colpi e ai contraccolpi, doveva invece badar bene a tenere
la lingua incollata contro il palato, giacché fra i denti se la
sarebbe mozzata di netto. Ora lanciato contro il collo dell'elefante,
ora rigettato sulla groppa, il bravo giovane volteggiava come un
acrobata al trapezio. Ma in mezzo a quei salti da salmone, scherzava e
rideva; e di quando in quando cavava dal sacco qualche zolletta di
zucchero, che l'intelligente Kiunì afferrava con l'estremità della
proboscide senza interrompere per un istante il trotto.
Dopo due ore di cammino il parsì fece fermare l'elefante per un lungo
riposo.
I viaggiatori scesero. Kiunì divorò un fascio di bambù e di arbusti, e
si dissetò ad una pozza.
La sosta fu assai gradita a Sir Cromarty il quale si sentiva le ossa
rotte. Phileas Fogg invece appariva fresco come se uscisse allora
allora dal più comodo dei letti.
- Ma è di ferro costui? - disse l'ufficiale a Passepartout, guardando
il "gentleman" con ammirazione e con invidia.
- Di ferro, e fuso tutto d'un pezzo! - rispose il servo, che si era
dato intanto da fare ad allestire un po' di colazione.
A mezzogiorno la comitiva si rimise in viaggio.
Il paese andava assumendo un aspetto più desolato. Alla fitta foresta
erano succeduti boschi di tamarindi e di palmizi nani, e poi vaste
pianure irte di magri arbusti e sparse di massi. Si era nell'alto
Bundelkund, paese poco frequentato da viaggiatori e abitato da una
popolazione fanatica, ostinata nelle più superstiziose e crudeli
pratiche della religione indù. Colà il dominio degli inglesi non ha
potuto stabilirsi mai interamente; e, negli inaccessibili covi tra le
gole dei Vindhya, rajah indipendenti hanno conservato i loro regni
primitivi. Parecchie volte Phileas Fogg e i compagni scorsero bande
d'indù dall'aspetto selvaggio i quali facevano gesti d'ostilità
vedendo passare in lontananza il veloce pachiderma. Il parsì evitava
quant'era possibile quegli incontri ritenendoli pericolosi.
Frotte schiamazzanti di scimmie fuggivano da ogni parte, con enorme
spasso di Passepartout.
Questi, in mezzo a tanti altri pensieri, ne aveva ora uno che lo
occupava intensamente. Che mai ne avrebbe fatto dell'elefante il
signor Fogg, giunti che si fosse ad Allahabad? Se lo sarebbe condotto
dietro? Impossibile! Il prezzo del trasporto sarebbe stato rovinoso
più ancora del prezzo d'acquisto. E allora Kiunì sarebbe stato venduto
o rimesso in libertà?
«Certo», pensava il servo semplicione, «una bestia di tanto valore
merita dei riguardi. E se per caso il signor Fogg ne facesse regalo
proprio a me? Mi troverei imbarazzatissimo...».
Verso le otto di sera, avevano oltrepassato la catena principale dei
Vindhya e i viaggiatori sostarono ai piedi del versante
settentrionale, in un "bungalow" abbandonato.
- Abbiamo percorso circa venticinque miglia - disse il «mahut». - Ce
ne rimangono altrettante per giungere ad Allahabad; e rimettendoci in
cammino domattina all'alba, arriveremo prima di sera.
La notte era fredda. All'esterno del "bungalow" il parsì accese un
fuoco di sarmenti, il cui calore confortò tutti. Si cenò con le
provviste comperate a Kholby e con banane raccolte nella foresta.
I viaggiatori erano stanchi; e la conversazione, cominciata a frasi
spezzate, terminò in breve in un russare sonoro. Solo l'indù restò
sveglio presso Kiunì che si era addormentato in piedi appoggiato al
tronco d'un albero.
Qualche ruggito di ghepardo e di pantera, accompagnato da risate
stridule di scimmie, turbava ogni tanto il silenzio della notte. Ma i
carnivori si contentarono di far udire le loro voci, e non osarono
avvicinarsi al "bungalow" davanti a cui il parsì conservò fino
all'alba un bel fuoco acceso. Sir Francis Cromarty dormì di un sonno
profondo, da militare coraggioso e rotto alle fatiche. Passepartout
dormì di un sonno agitato, ricominciando in sogno le capriole fatte da
sveglio. Quanto al signor Fogg, riposò comodamente proprio come se
fosse stato nella sua tranquilla casa di Saville Row.
Alle sei del mattino ci si rimise in cammino. La guida aveva la
speranza di giungere alla stazione di Allahabad quella sera stessa. In
questo modo, il signor Fogg avrebbe perso solo una parte delle 48 ore
risparmiate dall'inizio del viaggio.
Si discesero le ultime rampe dei Vindhya. Kiunì aveva ripreso la sua
rapida andatura. Verso mezzogiorno, la guida aggirò la borgata di
Kallenger, situata sul Ken, uno dei sub-affluenti del Gange. La guida
evitava sempre i luoghi abitati, sentendosi più sicura nelle campagne
deserte che caratterizzano le prime depressioni del bacino del grande
fiume. La stazione di Allahabad era a meno di dodici miglia a nord-
est.
Fecero una sosta in un boschetto di banani, i cui frutti, «succulenti
quanto la crema», come dicono i viaggiatori, furono apprezzati
moltissimo.
Alle due, la guida entrò sotto il riparo di una spessa foresta, che si
sarebbe protratta per diverse miglia. Egli preferiva viaggiare in
questo modo riparato dagli alberi. In ogni caso, non aveva fatto fino
allora alcun incontro spiacevole, e sembrava che il viaggio potesse
concludersi senza incidenti, quando l'elefante, dando qualche segno di
inquietudine, si arrestò all'improvviso.
Erano circa le quattro.
- Che c'è? - chiese Sir Francis Cromarty, alzando la testa al disopra
della sua portantina.
- Non lo so, signor ufficiale - rispose il parsì, con l'orecchio teso
ad un confuso mormorio che proveniva dal folto della macchia.
In capo a pochi minuti, il rumore si fece più distinto: un misto di
voci umane e di note di strumenti, ancora in lontananza.
Passepartout era tutt'occhi e tutt'orecchi. Il signor Fogg invece
attendeva pazientemente, senza pronunciare una parola.
Saltato agilmente a terra, il parsì legò l'elefante ad un albero e con
mosse guardinghe si cacciò tra la macchia a spiare. Pochi minuti dopo
ritornò dicendo:
- Una processione di bramini si sta dirigendo da questa parte. Se è
possibile, evitiamo di farci scorgere.
Il «mahut» slegò l'elefante e lo guidò in un recesso foltissimo della
foresta, raccomandando ai viaggiatori di non scendere. Egli stesso si
tenne pronto ad inforcare la sua cavalcatura se la fuga fosse divenuta
necessaria.
- In questo nascondiglio,- disse l'indù, - è quasi impossibile che ci
scoprano.
Il fogliame infatti componeva uno schermo assai fitto.
Passò qualche minuto d'attesa. Via via s'avvicinava lo strepito
discordante delle voci e degli strumenti: canti monotoni si
confondevano al suono di tamburi e di cimbali.
Poco dopo, la testa della processione apparve sotto la volta degli
alberi, a una cinquantina di passi dal piccolo gruppo appiattato.
Phileas Fogg e i compagni attraverso gli interstizi dei rami poterono
osservare abbastanza bene la lenta sfilata.
In prima fila avanzavano sacerdoti indù con alte mitre nere e lunghe
vesti gallonate. Erano circondati d'una turba di uomini, donne e
fanciulli che cantavano una salmodia funebre sul ritmo dei «tam-tam» e
dei cimbali. Dietro veniva un mastodontico carro dalle ruote
raffiguranti serpi attorcigliate, e tirato da due coppie di zebù con
ricchissime gualdrappe.
Sul carro troneggiava una statua orribile. Era una figura di donna con
quattro braccia, il corpo tinto in rosso sanguigno, gli occhi
stralunati, i capelli scomposti, la bocca ghignante. Al collo le
pendeva una collana di teschi, ai fianchi una cintura di mani mozze.
Poggiava i piedi sopra la figura di un gigante abbattuto e col capo
reciso.
Sir Cromarty riconobbe quella statua.
- La Dea Kalì!... - mormorò. - La Dea dell'amore e della morte.
- Della morte, sì, sono d'accordo, ma dell'amore certamente no -
dichiarò Passepartout. - Che brutta donna!
Il parsì gli fece cenno di tacere.
Intorno alla statua si agitavano, in mille contorcimenti, vecchi
fakiri che avevano il corpo rigato di strisce color ocra e coperto di
minuti tatuaggi.
Lenti, maestosi nello sfarzo del loro costume orientale, avanzavano
dietro ai fakiri alcuni bramini trascinando una donna che si reggeva a
stento.
Quella donna era giovane e bellissima; aveva la carnagione bianca come
un'europea. Il suo capo, il collo, le orecchie, le braccia, le mani,
persino i pollici dei piccoli piedi delicati erano sovraccarichi di
gioielli. Una tunica a laminette d'oro fissate su mussola vaporosa le
fasciava il busto.
Con un contrasto violento che faceva agghiacciare il sangue, dietro a
quella delicata creatura avanzavano in gruppo molte guardie armate di
sciabole e di pistole che pendevano alla loro cintola. Portavano a
braccia, sopra un palanchino, il cadavere di un uomo. Era il corpo di
un vecchio rajah, adorno, come in vita, di tutti i superbi segni del
potere regale: il turbante trapunto di perle, la veste tessuta di seta
e d'oro, la cintura di cascemiro e di diamanti, le magnifiche armi di
principe indiano.
I musicanti seguivano il feretro e chiudevano il corteo levando grida
di lamentazione e facendo uno strepito più assordante del rullo dei
«tam-tam».
Sir Francis Cromarty stava ad osservare tutta quella pompa con un'aria
straordinariamente rattristata. Poi, volgendosi verso il parsì,
sussurrò:
- Un "sutty"!
L'indù fece un cenno affermativo, e si pose di nuovo l'indice sulle
labbra.
La lunga processione andava snodandosi ormai in distanza sotto la
volta dei rami, lungo il sentiero; finché le sue ultime file
scomparvero nella profondità della foresta.
A poco a poco l'eco delle salmodie si spense. Si sentì ancora qualche
scoppio di grida lontane.
Poi tutto morì nel silenzio.
Phileas Fogg aveva udito le parole pronunciate da Sir Francis
Cromarty. Appena la processione fu scomparsa, chiese:
- Che cos'è un "sutty"?
- Un sacrificio umano, ma un sacrificio volontario. Quella giovane
donna che avete veduta sorretta dai bramini sarà arsa viva domani
all'alba.
- Ah, manigoldi!!! - gridò Passepartout, incapace di frenare la
propria indignazione.
- E il cadavere portato dalle guardie? - domandò ancora Phileas Fogg.
- E' del principe suo marito - rispose l'indù. - Si tratta di un rajah
indipendente del Bundelkund.
Phileas Fogg tacque un poco; poi, senza che la sua voce tradisse la
minima emozione, soggiunse:
- Usi così barbari vigono ancora in India, e gli inglesi non hanno
potuto sradicarli?
- Veramente nella massima parte dell'India - rispose Sir Francis
Cromarty, - simili crudeli sacrifici non si compiono più. Soltanto il
territorio del Bundelkund, sul versante settentrionale dei monti
Vindhya, è rimasto fuori dell'influenza inglese; e vi sussistono
usanze fanatiche e selvagge, come questa di ardere viva sul rogo la
vedova accanto al cadavere del marito.
- Che sventurata! - mormorò Passepartout. - Bruciata viva!
- Sì - riprese l'ufficiale. - Verrà bruciata, e voi non potete
immaginare a quale miserabile condizione verrebbe ridotta, dai suoi
stessi congiunti, la donna che riuscisse a sottrarsi al supplizio. Le
raderebbero i capelli, la nutrirebbero appena con qualche manciata di
riso, la scaccerebbero come una creatura immonda, come un cane
scabbioso. La prospettiva di un'esistenza così orribile spinge perciò
sovente quelle meschine a eleggere la fine sul rogo, molto più che non
lo possa l'amore o il fanatismo religioso. Qualche volta tuttavia il
sacrificio è realmente volontario, e ci vuole l'intervento energico
del Governo per impedirlo. Qualche anno fa io risiedevo a Bombay,
quando una giovane vedova è venuta dal Governatore a chiedere
l'autorizzazione a farsi bruciare con il corpo del marito. Come potete
immaginare, il Governatore rifiutò. Allora la vedova lasciò la città,
si rifugiò presso un rajah indipendente e così poté consumare il suo
sacrificio.
Durante il racconto dell'ufficiale il parsì scuoteva la testa e quando
il racconto finì, esclamò:
- Il sacrificio che avrà luogo domani sul far del giorno, non è
volontario di certo!
- Come lo sapete? - chiese Sir Cromarty.
- E' una storia che tutti nel Bundelkund conoscono.
- Del resto, dev'essere ormai rassegnata. A me è parso che la poverina
non opponesse alcuna resistenza - fece osservare Sir Cromarty.
- Ah, signore, ciò dipende soltanto dal fatto che l'hanno ubriacata
con il fumo dell'oppio e della canapa!
- Ma dove la portano? - chiese ancora Sir Cromarty.
- Alla pagoda di Pillaji, a due miglia da qui. Ivi dovrà trascorrere
la notte, aspettando l'ora del sacrificio.
- E il sacrificio quando avrà luogo?
- Domani allo spuntar del giorno.
Data questa risposta, il «mahut» fece uscire l'elefante dal folto
della macchia, e si arrampicò sul collo dell'animale. Ma al momento in
cui stava per incitare la cavalcatura, il signor Fogg lo fermò e
rivolgendosi all'ufficiale:
- Se salvassimo quella donna? - disse con naturalezza.
- Salvare quella donna?! Signor Fogg, che dite mai? - Ho ancora dodici
ore di vantaggio. Posso dedicarle a questo scopo.
- Oh! Ma voi... allora... siete un uomo di cuore, signor Fogg! -
balbettò sir Francis Cromarty.
- Qualche volta - rispose semplicemente Phileas Fogg. - Quando ho
tempo.