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 Il giro del mondo in 80 giorni

 

 
 
    Jules Verne.
    IL GIRO DEL MONDO IN 80 GIORNI.
    1.
    PHILEAS FOGG E PASSEPARTOUT SI ACCETTANO RECIPROCAMENTE, IL PRIMO COME
    PADRONE E L'ALTRO COME DOMESTICO.
    Nell'anno 1872,  la casa contraddistinta con il numero  7  in  Saville
    Row,  a  Burlington  Gardens  -  casa  nella  quale nel 1814 era morto
    Sheridan (1) - era abitata dall'egregio signor Phileas Fogg,  uno  dei
    membri  più  singolari  e più notati del Club della Riforma di Londra,
    quantunque egli si studiasse di  non  fare  cosa  alcuna  che  potesse
    attirare l'attenzione su di lui.
    Questo  Phileas  Fogg,  che  prendeva  il  posto di uno dei più grandi
    oratori  che  sono  l'onore  dell'Inghilterra,   era  un   personaggio
    enigmatico,  di  cui non si sapeva nulla,  se non che egli appariva un
    fior di galantuomo e uno fra  i  più  bei  "gentlemen"  (2)  dell'alta
    società inglese.
    Si  diceva  che  egli  somigliasse  a Byron (3) - nella testa,  perché
    quanto ai piedi non era possibile metterglielo a confronto -,  ma  era
    un  Byron  con  i  mustacchi e i favoriti,  un Byron impassibile,  che
    avrebbe potuto vivere mill'anni senza invecchiare.
    Inglese per certo, Phileas Fogg non era forse londinese. Non lo si era
    mai visto né alla Borsa né alla Banca né in alcun altro ufficio  della
    gran finanza della City londinese.  Le darsene del porto di Londra non
    avevano mai ospitato una nave che avesse per  armatore  Phileas  Fogg.
    Questo "gentleman" non figurava in alcun consiglio di amministrazione.
    Il suo nome non era mai risuonato in un collegio di avvocatura,  né al
    Tempio né a Lincoln's Inn né a Gray's Inn. Non aveva mai esercitato né
    alla Corte del Cancelliere,  né al Banco della Regina né all'Echiquier
    né  alla  Corte  ecclesiastica.  Non  era industriale né negoziante né
    mercante né agricoltore.  Non faceva parte né  dell'Istituzione  Reale
    della   Gran   Bretagna,    né   dell'Istituzione   di   Londra,    né
    dell'Istituzione degli  Artigiani,  né  dell'Istituzione  Russell,  né
    dell'Istituzione   Letteraria  dell'Ovest,   né  dell'Istituzione  del
    Diritto,  né di quell'Istituzione delle Arti e delle Scienze  riunite,
    che  è  posta  sotto  il  diretto  patrocinio  di Sua Graziosa Maestà.
    Insomma egli non apparteneva a  nessuna  delle  numerose  società  che
    pullulano  nella  capitale  inglese,  dalla Società dell'Armonica fino
    alla Società  Entomologica,  sorta  principalmente  con  lo  scopo  di
    distruggere gli insetti nocivi.
    Phileas Fogg era membro del Club della Riforma, ecco tutto.
    Può  stupire  che un individuo tanto misterioso figurasse tra i membri
    di quell'onorevole circolo. Ma va considerato che vi era stato ammesso
    dietro raccomandazione dei banchieri Fratelli Baring  presso  i  quali
    aveva  un  notevolissimo  conto  aperto:  un conto in cui Phileas Fogg
    risultava  invariabilmente   creditore,   quantunque   spiccasse   con
    frequenza  grossi  mandati  a  vista  che  i banchieri Baring pagavano
    puntualmente.  Quest'insieme di  cose,  come  è  naturale,  gli  aveva
    procurato una profonda stima.
    Phileas  Fogg  era dunque ricco?  Senza dubbio.  Ma in che modo si era
    arricchito?  Ecco ciò che nemmeno i meglio informati potevano dire;  e
    il  signor  Fogg  era proprio l'ultimo a cui convenisse rivolgersi per
    saperlo.
    Comunque, egli non si mostrava minimamente prodigo;  ma neanche avaro.
    Ogni volta che gli fosse chiesto denaro per un'opera nobile,  giusta e
    generosa,  lo dava,  senza  strombazzamenti  o  celandosi  addirittura
    dietro l'anonimato.
    Nessuno era meno comunicativo di quel "gentleman".  Non parlava che lo
    stretto necessario; e ciò accresceva attorno a lui il mistero.  Eppure
    la sua vita si svolgeva,  come suol dirsi,  alla luce del sole; ma era
    così matematicamente  uniforme,  che  le  immaginazioni  insoddisfatte
    fantasticavano, cercando al di là delle apparenze.
    Aveva viaggiato, Sir Phileas Fogg? C'era ragione di supporlo, dato che
    nessuno  meglio  di  lui conosceva la carta geografica del mondo.  Non
    esisteva paese, per quanto remoto,  di cui egli non mostrasse di avere
    profonda  nozione.  Talora con poche parole brevi e chiare rettificava
    le mille dicerie che circolavano al Club  a  riguardo  di  viaggiatori
    ritenuti  periti  o  dispersi.  Indicava  le varie probabilità;  e gli
    avvenimenti finivano sempre per  dargli  ragione,  tanto  che  le  sue
    parole venivano ritenute come ispirate da un sesto senso.  Certo,  Sir
    Phileas Fogg era un uomo che doveva aver viaggiato  il  mondo  intero,
    almeno in spirito.
    Stava  peraltro  fuor  di  dubbio  che  da  molti anni egli non si era
    allontanato da Londra.  Le persone che avevano l'onore  di  conoscerlo
    più  da  vicino  testimoniavano  che nessuno poteva pretendere di aver
    visto quel  "gentleman"  altrove  che  nella  strada  diritta  ch'egli
    percorreva ogni giorno per recarsi da casa al Club.
    Suoi  soli  passatempi  erano leggere i giornali e giocare al "whist".
    Questo gioco di carte,  che è preferito dagli Inglesi e  il  cui  nome
    significa  «silenzio»,  era adattissimo al temperamento di Sir Phileas
    Fogg.  Egli vinceva sovente,  ma quei guadagni non entravano mai nella
    sua  borsa: figuravano invece per una somma rilevante nel suo bilancio
    di carità. Del resto il signor Fogg giocava soltanto per giocare,  non
    per vincere.  Il gioco era per lui un combattimento,  una lotta contro
    una difficoltà,  ma una lotta senza  spostamento,  senza  moto,  senza
    fatica; e ciò aderiva al suo carattere.
    Nessuno gli conosceva né moglie né figli - cosa che può accadere anche
    alle  migliori persone -,  né parenti né amici - cosa invero assai più
    rara.
    Phileas Fogg viveva solitario nella sua casa di Saville  Row,  il  cui
    interno era per tutti un mistero.  Teneva un unico domestico, il quale
    sbrigava da solo tutto il servizio,  dato che il  signore  pranzava  e
    cenava al Club,  ad ore cronometricamente fisse, sempre nella medesima
    sala,  alla stessa tavola,  senza  la  compagnia  di  colleghi,  senza
    invitare  mai  un  estraneo.   Rincasava  soltanto  per  coricarsi,  a
    mezzanotte in punto,  senza approfittare in nessuna circostanza  delle
    confortevoli  stanze  che  il  Club  metteva  a  disposizione dei suoi
    membri.
    Su ventiquattr'ore ne passava dieci al suo domicilio, ripartite fra il
    dormire e la cura della toeletta personale. Se passeggiava,  lo faceva
    invariabilmente  al  Club,   sempre  con  passo  eguale,   nel  salone
    d'ingresso  dal  pavimento  intarsiato  o  sulla  galleria   circolare
    sorretta da venti colonne di porfido rosso e dominata da una cupola di
    vetri azzurri.
    Fornivano  succulente vivande alla sua tavola le cucine,  la dispensa,
    la pescheria e la latteria del Club.  Camerieri del  Club,  compassati
    personaggi  in  abito  nero,  calzati  con scarpe a suola felpata,  lo
    servivano in porcellane rarissime e su stupende tovaglie  di  tela  di
    Sassonia;  bicchieri  della più fine cristalleria del Club contenevano
    il suo "sherry", il suo porto,  il suo claretto corretti con cannella,
    capelvenere e cinnamomo;  e infine il ghiaccio del Club,  fatto venire
    con ingente spesa dai laghi d'America,  manteneva i suoi cibi e le sue
    bevande in soddisfacente stato di freschezza.
    Se  vivere  in queste condizioni significa essere eccentrici,  bisogna
    ammettere che c'è del buono nell'eccentricità!
    La casa di Saville Row,  senza  essere  sontuosa,  era  dotata  d'ogni
    comodità  in  modo  superlativo.  D'altra  parte il servizio,  date le
    invariabili abitudini del padrone di casa, si riduceva a ben poco.  Ma
    Sir  Phileas  Fogg  esigeva  dal  suo unico servo una puntualità e una
    esattezza straordinarie.
    Quel giorno appunto - 2 ottobre - Phileas Fogg aveva licenziato  James
    Forster,  il servitore, poiché questi si era reso colpevole di avergli
    portato l'acqua occorrente per  radersi  riscaldata  a  ottantaquattro
    gradi  Fahrenheit  anziché  a  ottantasei  (4).  Ed ora il "gentleman"
    aspettava il successore di James, che doveva presentarsi tra le undici
    e le undici e mezzo.
    Phileas Fogg,  comodamente seduto nella sua bella poltrona in salotto,
    con  i  piedi  ravvicinati  come quelli di un soldato alla parata,  le
    palme delle mani sulle ginocchia,  il busto  eretto,  la  testa  alta,
    guardava   camminare   le   lancette   della  pendola,   una  macchina
    complicatissima che indicava le ore, i minuti, i secondi, i giorni,  i
    mesi  e  l'anno.  Allo  scoccare  delle  undici e mezzo il signor Fogg
    doveva, come era sua quotidiana abitudine,  lasciare la casa e recarsi
    al Club.
    Mancavano  dieci  minuti.  In  quel punto si udì bussare all'uscio del
    salotto.
    James Forster, il servo licenziato, comparve.
    - Il nuovo domestico - annunciò.
    Un giovanotto  d'una  trentina  d'anni  si  fece  avanti  e  s'inchinò
    salutando.
    - Siete francese, e vi chiamate John? - gli domandò Phileas Fogg.
    -  Jean,  se  così vi piace,  signore - rispose il nuovo venuto.  Jean
    Passepartout: soprannome che mi è  stato  dato  in  grazia  della  mia
    naturale  attitudine  a  trarmi d'impaccio.  Credo di essere un onesto
    figliolo;  ma,  per dir tutto sinceramente,  debbo confessare  che  ho
    fatto   parecchi   mestieri.   Sono   stato  cantante  girovago;   poi
    cavallerizzo in un circo;  ho emulato Léotard nei  voli  acrobatici  e
    Blondin nel ballare sulla corda;  poi,  per utilizzare in pieno i miei
    talenti,  sono diventato professore di ginnastica;  e infine  sergente
    dei  pompieri  di  Parigi.  Ho  anzi nel mio stato di servizio diversi
    incendi notevoli.  Ma ora già da cinque anni ho lasciato la Francia e,
    desideroso  di  gustare  la  vita di famiglia,  faccio il cameriere in
    Inghilterra.  Trovandomi senza posto,  e avendo saputo che  il  signor
    Phileas  Fogg  è  l'uomo più esatto e più sedentario di tutto il Regno
    Unito,  mi presento in casa del signore,  con la speranza  di  viverci
    tranquillo e di dimenticare persino questo soprannome di Passepartout.
    -  Passepartout  mi  piace - rispose il "gentleman".  - Mi siete stato
    raccomandato.  Ho buone informazioni sul vostro  conto.  Conoscete  le
    condizioni che vi offro?
    - Sì, signore.
    - Bene. Che ora fate?
    -  Le  undici  e  ventidue  minuti  - rispose Passepartout,  dopo aver
    estratto dalle profondità del suo taschino uno  spropositato  orologio
    d'argento.
    - Il vostro orologio è indietro - disse Phileas Fogg.
    - Mi sia permesso: la cosa è impossibile!
    -  Il  vostro orologio ritarda di quattro minuti.  Non importa.  Basta
    conoscere l'errore.  Dunque da questo momento,  ore undici e  ventisei
    minuti  e mezzo del mattino,  di questo mercoledì 2 ottobre 1872,  voi
    siete al mio servizio.
    Ciò detto Phileas  Fogg  si  alzò,  prese  con  la  mano  sinistra  il
    cappello,  se  lo  posò in testa con un movimento da automa e disparve
    senza aggiungere parola.
    Il francese sentì il portone chiudersi una prima  volta:  era  il  suo
    nuovo  padrone  che  usciva;   poi  una  seconda  volta:  era  il  suo
    predecessore James Forster che se ne andava.
    Passepartout rimase solo nella casa di Saville Row.
    NOTE.
    NOTA 1: Richard Brinsley, Butler Sheridan, uomo politico e drammaturgo
    irlandese, in realtà morì nel 1861, a 65 anni di età. Le sue commedie,
    tra le quali "I rivali" e "La scuola della maldicenza",  sono  tra  le
    più brillanti del secolo diciottesimo.
    NOTA  2:  "Gentleman" (e il suo plurale "gentlemen") è termine inglese
    che significa «gentiluomo, persona distinta,  signore» e ben si adatta
    perciò alla figura di Mister Phileas Fogg.
    NOTA  3:  George  Gordon  Byron  (1788-1824),  poeta inglese,  celebre
    soprattutto per "Il pellegrinaggio del giovane Aroldo" e  l'incompiuto
    "Don  Giovanni".  L'accenno che il Verne fa ai piedi di Byron richiama
    una delle maggiori sofferenze  del  giovane  Byron,  che  infatti  era
    afflitto da una congenita deformità.
    NOTA 4: La scala termometrica Fahrenheit,  preferita a lungo nei paesi
    anglosassoni a quella centigrada (o Celsius),  fissa  a  32  gradi  la
    temperatura  a  cui il ghiaccio si scioglie e a 212 gradi quella a cui
    l'acqua bolle ed evapora (nella scala centigrada sono  rispettivamente
    0  gradi  e  100  gradi): 84 gradi Fahrenheit corrispondono pertanto a
    28,88 gradi centigradi e 86 gradi Fahrenheit corrispondono a 30  gradi
    centigradi.
    2.
    PASSEPARTOUT E' CONVINTO DI AVERE FINALMENTE TROVATO IL SUO IDEALE.
    - In fede mia,  - commentò tra sé il giovanotto,  a tutta prima un po'
    sbalordito,  - questo signor Phileas Fogg somiglia in qualche modo  ai
    fantocci di Madame Tussaud.
    I  fantocci  di  Madame Tussaud sono figure di cera che a Londra tutti
    vanno ad ammirare, e a cui non manca davvero che la parola.
    Durante  il  breve  colloquio,   Passepartout  aveva  rapidamente   ma
    diligentemente esaminato il suo futuro padrone. Quel "gentleman" sulla
    quarantina,  elegante di figura e bellissimo di volto, sguardo chiaro,
    palpebra immobile,  dimostrava di  possedere  al  più  alto  grado  il
    cosiddetto  «riposo  nell'azione»,  ossia la pregevole dote di far più
    fatti che rumore.  Passepartout il quale,  da fisionomista acuto  qual
    era,  non  aveva  trascurato  di osservare financo l'«espressione» dei
    suoi piedi e delle sue mani,  lo  giudicava  senz'altro  un  individuo
    equilibratissimo,  ponderato al massimo, esatto come un cronometro: la
    precisione personificata.
    Non si sbagliava.  Phileas Fogg  era  infatti  uno  di  quegli  uomini
    matematicamente  precisi  che non hanno mai fretta e si trovano sempre
    pronti, parchi di parole e di movimenti.  Seguendo in ogni caso la via
    più corta, non faceva un passo soverchio. Non sprecava mai uno sguardo
    in  aria;   non  si  permetteva  un  gesto  superfluo.   Commozione  e
    turbamento,  non sapeva che fossero.  Era l'uomo  meno  frettoloso  di
    questo mondo: però arrivava sempre in tempo.  Viveva solo,  e per così
    dire al di fuori di qualunque cerchia sociale, per la semplice ragione
    che nella vita di contatto con il prossimo non si può far  a  meno  di
    incontrare  attriti,   e  siccome  gli  attriti  fanno  indugiare,   è
    consigliabile perciò evitare ogni contatto.
    Jean, detto Passepartout, autentico parigino di Parigi, da cinque anni
    risiedeva in Inghilterra e faceva a Londra il mestiere  di  domestico,
    ma aveva cercato invano un padrone di cui mettersi al servizio.
    Passepartout  non  aveva  peraltro  nulla  di  comune  con  quei tipi,
    frequentissimi tra i suoi concittadini e nella sua categoria,  i quali
    - spalle alte, naso al vento, occhio spavaldo e duro - non sono in fin
    dei conti che degli impudenti cialtroni. No! Passepartout era un bravo
    giovane,  di fisionomia amabile, dalle labbra un po' sporgenti, sempre
    pronte a gustare una  leccornia  o  a  dire  una  parola  carezzevole;
    un'indole servizievole e buona,  con una di quelle belle teste rotonde
    che piace vedere sulle spalle di un amico. Aveva gli occhi azzurri, il
    colorito acceso,  la faccia grassa al punto che abbassando  gli  occhi
    poteva  vedersi i pomelli delle gote;  il petto largo,  la muscolatura
    vigorosa.  Possedeva una  forza  erculea,  che  gli  esercizi  ginnici
    avevano  sviluppata  mirabilmente.  I  suoi capelli bruni erano sempre
    arruffati. Se gli scultori dell'antichità conoscevano diciotto maniere
    d'acconciare la capigliatura della dea Minerva,  Passepartout  non  ne
    conosceva  che  una  per ravviare la propria: tre colpi di pettine,  e
    tutto era fatto.
    La più elementare prudenza non ci permette di  decidere  se  e  quanto
    avrebbe  potuto  accordarsi  con  il carattere del signor Phileas Fogg
    quello espansivo del suo nuovo servitore.  Sarebbe stato  egli  dunque
    quel  domestico  impeccabilmente  esatto  che  occorreva a Sir Phileas
    Fogg? Il tempo avrebbe dato la risposta.
    Certo è che Passepartout,  dopo una  giovinezza  pressoché  vagabonda,
    aspirava finalmente al riposo.  Avendo sentito decantare la metodicità
    e la flemma proverbiale dei "gentlemen" inglesi,  era venuto a  cercar
    fortuna  in Inghilterra.  Ma finora la sorte lo aveva malservito.  Non
    aveva potuto piantare radici in nessun luogo. Era stato in dieci case:
    in tutte c'era il bislacco,  il volubile,  il cacciatore d'avventure o
    il   curioso   giramondo.   Non  era  questo  ciò  che  interessava  a
    Passepartout.  Il suo ultimo  padrone,  il  giovane  lord  Longsferry,
    membro  del Parlamento,  troppo sovente tornava a casa sulle spalle di
    qualche vigile dell'ordine,  dopo aver  passato  la  notte  a  gustare
    ostriche e birra nelle modeste trattorie di Hay Narket.  Passepartout,
    ritenendo tutto ciò non confacente alla dignità di  un  lord,  azzardò
    qualche  osservazione,  che fu accolta assai male.  Allora ruppe anche
    con il decimo padrone e lasciò la casa del giovane lord impenitente.
    Proprio in quel tempo venne  a  sapere  che  il  signor  Phileas  Fogg
    cercava un domestico.  Prese le sue brave informazioni. Un personaggio
    che conduceva una vita tanto regolare, che non dormiva fuori casa, che
    non  viaggiava,   che  non  si  allontanava  mai  da  Londra,   doveva
    convenirgli a puntino.
    Passepartout  si presentò e fu accettato nelle circostanze che abbiamo
    riferite.
    Scoccate le undici e mezzo,  Passepartout si trovava dunque solo nella
    casa  di Saville Row.  Senz'altro ne cominciò l'ispezione: la percorse
    dalle cantine al solaio.  Quella casa pulita,  ordinata,  severa,  ben
    organizzata in ogni servizio,  gli piacque. «Mi fa l'impressione di un
    bel guscio di lumaca: ma di un guscio rischiarato e scaldato a  gas!».
    L'idrogeno  carburato  alimentava infatti tutti gli impianti di luce e
    di calore.  Passepartout trovò senza  fatica,  al  secondo  piano,  la
    camera  che  gli  era  destinata.  E  anche  questa  gli andò a genio.
    Campanelli elettrici e tubi acustici la mettevano in comunicazione con
    gli appartamenti degli altri piani.  Sul caminetto c'era  una  pendola
    elettrica  collegata  con  la pendola della camera da letto del signor
    Fogg; e i due congegni segnavano il medesimo minuto secondo.
    «La mi va, la mi va d'incanto!», disse fra sé Passepartout.
    Egli notò pure,  nella sua camera,  una tabellina affissa al  muro  al
    disopra  della  pendola.  Era  il  programma del servizio giornaliero.
    Contemplava ogni particolare: otto del mattino,  ora regolamentare  in
    cui  il  signor  Fogg  si  alzava;  alle  otto  e ventitré,  il tè e i
    crostini;  alle nove e trantasette,  l'acqua per la barba;  alle dieci
    meno venti,  la toeletta;  e così via fino alle undici e mezzo, ora in
    cui il signor Fogg usciva di casa per  recarsi  a  pranzare  al  Club.
    Anche  dalle  undici e mezzo del mattino fino alla mezzanotte,  ora in
    cui il metodico "gentleman" si coricava,  tutto era  notato,  fissato,
    previsto.  Passepartout  meditò  con  gioia  quel  programma,  e se lo
    impresse nella memoria.
    Passò  quindi  al  guardaroba  del  signore.   Era   ben   fornito   e
    meravigliosamente  ordinato.  Ogni  paio  di pantaloni,  ogni giacca o
    panciotto portava un numero d'ordine,  riprodotto sopra un registro di
    entrata e di uscita indicante la data in cui,  secondo la stagione,  i
    vari vestiti dovevano essere di volta in volta  indossati.  Lo  stesso
    per le calzature.
    Insomma,  quella  casa di Saville Row - a diversità di quanto avveniva
    all'epoca  dell'illustre  ma  dissipato  Sheridan  -  era  il   tempio
    dell'ordine,  e  il  suo arredamento denotava agiatezza e signorilità.
    Non vi era una biblioteca e neppure alcun libro  che  sarebbero  stati
    perfettamente  inutili  al signor Fogg,  dal momento che il Club della
    Riforma metteva a sua disposizione  due  biblioteche,  una  consacrata
    alle  lettere  e  l'altra al diritto e alla politica.  Nella camera da
    letto del signor Phileas Fogg c'era una cassaforte di media grandezza,
    di una costruzione talmente ingegnosa da riuscire  garantita  in  pari
    tempo  sia  contro l'incendio che contro i ladri.  Non c'erano armi in
    casa,  e nemmeno utensili da caccia.  Tutto vi attestava le  abitudini
    più pacifiche.
    Terminata la minuziosa ispezione, Passepartout si soffregò le mani. La
    sua   larga   faccia   si  spianò  in  un  sorriso;   ed  egli  ripeté
    giocondamente:
    «La  mi  va,  la  mi  va  d'incanto!  E'  proprio  quel  che  cercavo.
    C'intenderemo a perfezione,  il signor Fogg e io!  Un uomo casalingo e
    metodico: una vera macchina. Ebbene,  sissignori,  sono felicissimo di
    servire una macchina!».






    3.
    VIENE AVVIATA UNA CONVERSAZIONE CHE COSTERA' CARA A PHILEAS FOGG.
    Phileas  Fogg  aveva  lasciato  la  sua abitazione di Saville Row alle
    undici e mezzo;  e dopo aver posto cinquecentosettantacinque volte  il
    piede destro davanti al piede sinistro, e cinquecentosettantasei volte
    il piede sinistro davanti al piede destro, giunse al magnifico palazzo
    del  Club  della Riforma,  in Pall Mall,  la cui costruzione è costata
    almeno tre milioni.
    Si recò subito nella sala da pranzo,  dalle cui finestre aperte su  un
    bel giardino si vedevano gli alberi indorati dal sole d'autunno.
    Phileas Fogg prese posto alla solita tavola già apparecchiata per lui.
    Il suo pasto si componeva di un antipasto, un pesce lessato e messo in
    salsa  di  prima  qualità,  un  bel "roast beef" roseo e acidulato con
    funghi,  un pasticcio farcito con lamponi verdi e cime  di  rapontico,
    una  porzione  di finissimo formaggio;  il tutto innaffiato di qualche
    tazza d'un tè proveniente da una speciale raccolta  riservata  per  il
    consumo del Club.
    A  mezzogiorno  e quarantasette minuti il puntualissimo "gentleman" si
    alzò, e passò nel salone adorno di dipinti in artistiche cornici.  Qui
    un  cameriere  gli  porse il "Times" con le pagine ancora da tagliare.
    Fogg lo spiegò con una sicurezza di mano che  denotava  la  sua  lunga
    abitudine in così complicata operazione.
    La  lettura del "Times" tenne assorbito il "gentleman" fino alle tre e
    quarantacinque;  e quella dello "Standard",  a cui egli  passò  subito
    dopo, durò fino all'ora della cena.
    Questo  pasto  si  svolse  nelle identiche condizioni del pranzo,  con
    l'aggiunta della "royal british sauce".
    Alle sei meno venti minuti, Sir Phileas Fogg comparve nel salone; e vi
    rimase sprofondato nella lettura nel "Morning Chronicle".
    Intanto il salone del Club andava popolandosi.  Numerosi frequentatori
    facevano via via il loro ingresso,  e sedevano avvicinando le poltrone
    al caminetto in cui ardeva un bel fuoco di  carbon  fossile.  Erano  i
    compagni  abituali  del  signor  Phileas Fogg,  al par di lui ostinati
    giocatori di "whist",  tutti personaggi di cospicua  ricchezza,  pezzi
    grossi  dell'industria  e della finanza: l'ingegnere Andrew Stuart,  i
    banchieri John Sullivan e Samuel Fallentin, il signor Thomas Flanagan,
    proprietario delle più grandi fabbriche londinesi di birra,  e  Walter
    Ralph, uno degli amministratori della Banca d'Inghilterra.
    -  Ebbene,  signor  Ralph,  - domandò Thomas Flanagan,  - avete novità
    sull'affare del furto?
    - Eh!  - intervenne Andrew Stuart.  -  Anche  questa  volta  la  Banca
    d'Inghilterra può dire addio al suo denaro!
    - Io spero invece - dichiarò Walter Ralph,  - che metteremo le grinfie
    addosso al ladro.  Abilissimi agenti di polizia sono stati inviati  in
    America  e  in  Europa,  in  tutti  i  principali porti d'imbarco e di
    sbarco;  e sarà ben difficile che quel  galantuomo  sfugga  alla  loro
    caccia.
    - Si conoscono dunque i connotati del ladro? - chiese Andrew Stuart.
    - Anzitutto, non è un ladro - rispose con serietà Walter Ralph.
    -   Come?!   non   è   un   ladro   l'individuo   che   ha   sottratto
    cinquantacinquemila sterline di banconote?
    - No - confermò Ralph.
    - E' dunque un industriale? - chiese John Sullivan.
    - Il "Morning Chronicle" assicura che è un "gentleman".
    Colui che aveva pronunciato questa frase  era  Phileas  Fogg.  La  sua
    testa emergeva solo allora dall'onda di carta che gli si era ammassata
    intorno.
    In pari tempo Phileas Fogg salutò i colleghi, i quali gli restituirono
    il saluto.
    Il  fatto  di cui si discuteva quella sera al Club della Riforma e che
    appariva riportato all'ordine del giorno su tutta la stampa quotidiana
    d'Inghilterra,  era accaduto tre giorni prima,  il  29  settembre.  Un
    fascio    di    banconote,    rappresentante    l'enorme    somma   di
    cinquantacinquemila sterline, era scomparso in pieno giorno sul tavolo
    del cassiere-capo della Banca d'Inghilterra in Londra.
    A chi si stupiva che un simile furto avesse potuto compiersi con tanta
    facilità,  il vice-amministratore generale  Walter  Ralph  rispondeva:
    «Che diamine!  non si può avere gli occhi dappertutto! Il cassiere era
    occupato in quel momento a registrare un incasso di tre scellini e sei
    "pence"».
    A rendere il fatto ancor più spiegabile concorreva del resto  un'altra
    circostanza:  l'ammirabile  amministrazione  che  risponde  al nome di
    Banca d'Inghilterra pareva preoccuparsi estremamente, a quel tempo, di
    rispettare la dignità del pubblico. Non una guardia,  non un piantone,
    non  un  cancello.  L'oro,  l'argento,  le banconote giacevano esposti
    apertamente e, per così dire, in balia di qualsivoglia avventore.  Non
    si  poteva mettere in dubbio l'onorabilità di un passante,  qualsiasi.
    Uno straniero che ha osservato da vicino  gli  usi  inglesi  narra  un
    fatto di questo genere.  In una sala della Banca, dove egli si trovava
    un giorno,  ebbe la curiosità di esaminare una verga d'oro del peso di
    sette od otto libbre che stava esposta sul tavolo del cassiere.  Prese
    quella verga, la esaminò, la porse al suo vicino,  questi ad un altro;
    di  modo  che la verga,  passando di mano in mano,  se ne andò sino in
    fondo al corridoio oscuro;  e non ritornò  al  proprio  posto  se  non
    mezz'ora dopo, senza che il cassiere avesse nemmeno alzato la testa.
    Ma  il  29  settembre le cose non andarono esattamente così: il fascio
    delle banconote  non  ritornò.  E  quando  alle  cinque  il  magnifico
    orologio  collocato  all'ingresso  degli uffici suonò la chiusura,  la
    Banca  d'Inghilterra  doveva  registrare  sul   conto   «Perdite»   la
    bagattella di cinquantacinquemila sterline.
    Appena   avvenuta   la   regolare   costatazione  del  furto,   agenti
    investigatori scelti fra i più abili  erano  stati  sguinzagliati  nei
    principali  porti d'Europa e d'America: a Liverpool,  a Glasgow,  a Le
    Havre, a Suez, a Brindisi, a New York, eccetera.  Premio per chi fosse
    riuscito  a  catturare  il ladro: duemila sterline,  più il cinque per
    cento della somma ricuperata.
    In attesa degli elementi che l'inchiesta immediatamente aperta avrebbe
    forniti,  quei poliziotti avevano intanto il  compito  di  sorvegliare
    scrupolosamente tutti i viaggiatori in arrivo e in partenza.
    Ora,  per l'appunto, stando a quanto diceva il "Morning Chronicle", si
    aveva motivo di ritenere che l'autore del furto non facesse  parte  di
    alcuna  delle  società  dei  ladri  d'Inghilterra.  Durante  la famosa
    giornata del 29 settembre, un "gentleman" ben vestito, di bei modi, di
    aspetto più che  distinto,  era  stato  visto  passeggiare  innanzi  e
    indietro  nella  sala  dei  pagamenti  dove  era avvenuto il furto.  I
    connotati di quel signore,  scrupolosamente particolareggiati,  furono
    subito  trasmessi  a  tutto  il  plotone  degli  agenti  investigatori
    sparpagliati nel Regno Unito e sul continente.
    Perciò le anime più candide e ottimiste  -  e  Walter  Ralph  era  del
    numero  -  ritenevano di poter sperare con fondamento che il ladro non
    se la sarebbe scampata.
    Com'è facile comprendere,  questo fatto era all'ordine  del  giorno  a
    Londra  e in tutta l'Inghilterra.  Si discuteva,  ci si appassionava a
    favore  o  contro   le   probabilità   di   successo   della   polizia
    metropolitana.  Non  ci  si stupirà perciò di sentire che i membri del
    Club della Riforma discutevano della medesima questione, tanto più che
    tra di loro si trovava uno dei vice-governatori della Banca.
    Il buon Walter Ralph non aveva intenzione di  dubitare  dei  risultati
    delle ricerche, ritenendo che la taglia promessa avrebbe singolarmente
    acutizzato  lo  zelo  e  l'intelligenza  degli agenti.  Il suo collega
    Andrew Stuart era invece ben lungi dal condividere questa fiducia.
    La disputa continuò fra i due che ora avevano  preso  posto,  con  gli
    altri,   alla  tavola  del  "whist":  Stuart  dirimpetto  a  Flanagan,
    Fallentin di faccia  a  Phileas  Fogg.  Mentre  ferveva  il  gioco,  i
    giocatori  non  parlavano;  ma  negli  intervalli  fra  un passaggio e
    l'altro di carte la conversazione interrotta si riaccendeva sempre più
    animata.
    - Io ritengo - diceva Andrew Stuart,  - che  le  probabilità  sono  in
    favore del ladro, il quale dev'essere certamente un uomo abilissimo.
    -  Evvia!  -  rispose  Ralph.  -  Ormai non c'è più paese in cui possa
    nascondersi.
    - Questo poi...
    - Dove volete che vada?
    - Non ne so nulla - rispose Andrew Stuart.  - Ma,  alla fin  fine,  il
    mondo è grande!
    - Lo era una volta - disse a mezza voce Phileas Fogg;  quindi porgendo
    le carte a Thomas Flanagan: - Tocca a voi alzare.
    La discussione venne sospesa per tutta la durata  della  partita.  Ma,
    chiusa questa, Andrew Stuart riprese:
    - Come sarebbe a dire: una volta? E' forse rimpicciolita la terra?
    - Senza dubbio - rispose Walter Ralph. - Io sono del parere del signor
    Fogg: la terra è rimpicciolita, giacché ora la si percorre dieci volte
    più  rapidamente che non la si percorresse cento anni fa.  Ed ecco ciò
    che nel nostro caso renderà le nostre ricerche più facili.
    - Ma renderà anche più facile la fuga del ladro!
    - Tocca a voi giocare, signor Stuart - avvertì Phileas Fogg.
    La disputa si smorzò un'altra volta nel silenzioso ritmo del gioco. Ma
    l'incredulo Stuart  non  era  ancora  convinto,  e  a  partita  finita
    ripigliò:
    -  Bisogna  confessare,  signor  Ralph,  che  avete fatto una scoperta
    curiosa dicendo che la terra è rimpicciolita!  Così,  poiché adesso se
    ne compie il giro in tre mesi...
    - In ottanta giorni soltanto - rettificò Phileas Fogg.
    -  Esattamente,  signori!  - incalzò John Sullivan.  - Ottanta giorni,
    dacché il percorso fra Rothal e  Allahabad  è  aperto  con  la  Grande
    Ferrovia  Peninsulare  Indiana.  Ed  ecco  il  calcolo  stabilito  dal
    "Morning Chronicle":
    - Da Londra a Suez,  passando  per  il  Moncenisio  e  Brindisi  -  in
    ferrovia e in piroscafo: 7 giorni
    - da Suez a Bombay - in piroscafo: 13 giorni;
    - da Bombay a Calcutta - in ferrovia: 3 giorni;
    - da Calcutta a Hong Kong (Cina) - in piroscafo: 13 giorni;
    - da Hong Kong a Yokohama (Giappone) - in piroscafo: 6 giorni;
    - da Yokohama a San Francisco - in piroscafo: 22 giorni;
    - da San Francisco a New York - in ferrovia: 7 giorni;
    - da New York a Londra - in piroscafo e in ferrovia: 9 giorni;
    Totale 80 giorni.
    -  Già,  ottanta giorni!  - esclamò Andrew Stuart che nell'eccitazione
    tagliò per sbaglio una carta reale. - Ma senza tener conto del cattivo
    tempo, dei venti contrari, dei naufragi, dei deragliamenti, eccetera.
    - Tutto compreso - rispose Phileas Fogg continuando  a  giocare,  dato
    che ormai la discussione non rispettava più il "whist"!
    -  Anche  se  gli Indii,  o Indiani che dir si voglia,  portano via le
    rotaie,  fermano i treni,  saccheggiano i vagoni e pelano il cranio ai
    viaggiatori?
    -  Tutto  compreso  -  ribadì Phileas Fogg,  il quale scoprì le carte,
    avendo vinto.
    Andrew Stuart,  a cui toccava il turno di fare il mazzo,  raccolse  le
    carte e disse:
    - Teoricamente avrete ragione, signor Fogg: ma in pratica...
    - In pratica pure, signor Stuart.
    - Vorrei proprio vederlo!
    - Non dipende che da voi. Partiamo insieme.
    -  Il  cielo  me  ne  guardi!  Ma  scommetterei volentieri quattromila
    sterline,  che un  simile  viaggio,  fatto  in  queste  condizioni,  è
    impossibile.
    - Possibilissimo invece - riconfermò il signor Fogg.
    - Ebbene: fatelo, allora!
    - Il giro del mondo in ottanta giorni?
    - Sì.
    - Lo farò volentieri.
    - Quando?
    - Subito.
    -  Che pazzia!  - esclamò Andrew Stuart il quale cominciava a seccarsi
    dell'insistenza del suo collega. - Via, è meglio giocare.
    - Rimischiate,  allora,  - rispose Phileas Fogg,  - giacché avete dato
    male.
    Andrew Stuart ripigliò le carte con mano febbrile. Ma tutt'a un tratto
    posandole sulla tavola gridò:
    - Ebbene sì, signor Fogg; scommetto quattromila sterline!
    Fallentin intervenne.
    - Calmatevi, signor Stuart. Ciò non è serio.
    -  Quand'io  dico  «scommetto»,  è sempre sul serio!  - replicò Andrew
    Stuart.
    - E sia - disse  il  signor  Fogg;  quindi  volgendosi  verso  i  suoi
    colleghi: - Ho ventimila sterline depositate presso i Fratelli Baring.
    Le rischierò volentieri.
    -  Ventimila  sterline!!!...  -  esclamò  John  Sullivan.  - Ventimila
    sterline che un ritardo imprevisto può farvi perdere!
    -  L'imprevisto  non  esiste  -  rispose  con  pacatezza   l'originale
    "gentleman".
    -  Ma,  signor  Fogg,  questo  spazio  di  tempo  di  ottanta giorni è
    calcolato come un "minimum"!
    - Un "minimum" ben impiegato basta a tutto.
    - Per non oltrepassarlo,  però,  bisognerebbe saltare  matematicamente
    dai treni sui piroscafi, e dai piroscafi sui treni.
    - Salterò matematicamente.
    - Via, è uno scherzo!
    -  Un  buon inglese non scherza mai quando si tratta di una cosa seria
    come una scommessa - replicò Phileas Fogg.  - Io  scommetto  ventimila
    sterline,  contro  chicchessia,  che farò il giro del mondo in ottanta
    giorni, se non meno, ossia in millenovecentoventi ore,  vale a dire in
    centoquindicimila e duecento minuti. Accettate?
    - Accettiamo - risposero Stuart, Fallentin, Sullivan, Flanagan e Ralph
    dopo essersi consultati.
    -  Bene  -  disse Phileas Fogg.  - C'è un treno per Dover alle 8 e 45.
    Partirò con quello.
    - Stasera stessa? - domandò Stuart.
    - Stasera stessa.  Perciò,  - soggiunse il signor Fogg consultando  un
    calendario  tascabile,  -  dato che oggi è mercoledì 2 ottobre,  dovrò
    essere di ritorno a Londra,  in questo stesso  salotto  del  Club,  il
    sabato  21  dicembre  alle  8  e  45 di sera.  In mancanza di che,  le
    ventimila sterline depositate  attualmente  a  mio  credito  presso  i
    Fratelli  Baring  vi  apparterranno  di  diritto e di fatto.  Signori,
    eccovi un assegno per tale somma.
    Fu  steso  l'atto   scritto   della   scommessa,   e   venne   firmato
    immediatamente dai sei cointeressati.
    Phileas  Fogg era rimasto impassibile.  Egli non aveva certo scommesso
    per guadagnare;  ed aveva impegnato soltanto quelle ventimila sterline
    -  metà  dei  suoi  capitali  - poiché prevedeva che forse gli sarebbe
    stato necessario spendere l'altra metà  a  fine  di  condurre  a  buon
    termine quel difficile, per non dire inattuabile progetto.
    I  suoi  avversari  invece  apparivano  commossi,  non  già  a cagione
    dell'enorme valore della posta,  ma poiché provavano un certo scrupolo
    a mettersi in scommessa contro l'impossibile.
    Suonarono  in  quel  punto  le  sette.  Fu  offerto  al signor Fogg di
    sospendere il "whist" al fine di poter  fare  i  suoi  preparativi  di
    partenza.
    -  Io  sono  sempre  pronto - rispose l'imperturbabile "gentleman",  e
    distribuendo le carte: - Volto quadri.  Tocca a voi tirare per  primo,
    signor Stuart.








    4.
    PHILEAS FOGG STUPISCE PASSEPARTOUT, IL SUO DOMESTICO.
    Alle  sette  e  25 Phileas Fogg,  dopo avere guadagnato al "whist" una
    ventina di ghinee (1),  prese commiato dai colleghi e lasciò  il  Club
    della  Riforma.  Alle  sette  e  cinquanta  apriva la porta di casa ed
    entrava nei suoi appartamenti.
    Passepartout,   che  aveva  coscienziosamente  mandato  a  memoria  il
    programma giornaliero, fu non poco sorpreso nel vedere il signor Fogg,
    colpevole di inesattezza,  comparire a quell'ora.  Secondo la tabella,
    il padrone di Saville Row avrebbe dovuto rincasare solo  a  mezzanotte
    in punto.
    Phileas  Fogg era salito direttamente nella propria camera,  e dopo un
    istante chiamò:
    - Passepartout.
    Passepartout non rispose.  Quella chiamata non poteva essere diretta a
    lui. Non era l'ora.
    - Passepartout! - ripeté il signor Fogg senza alzare la voce. Il servo
    si presentò.
    - E' la seconda volta che vi chiamo - disse il "gentleman".
    -  Ma  non è mezzanotte!  - rispose il domestico,  con il suo orologio
    alla mano.
    - Lo so.  E non vi rimprovero.  Partiamo fra dieci minuti per Dover  e
    Calais.
    Una  specie  di  smorfia  si  delineò sulla tonda faccia del francese.
    Evidentemente egli non aveva capito bene.
    - Il signore cambia casa? - domandò.
    - Sì. Andiamo a fare il giro del mondo.
    Passepartout,  con gli occhi smisuratamente dilatati,  le palpebre e i
    sopraccigli tirati in su,  le braccia penzoloni, il corpo afflosciato,
    presentava in quel momento tutti i  sintomi  della  meraviglia  spinta
    fino allo stupore.
    - Il giro del mondo! - mormorò.
    - In ottanta giorni - completò il signor Fogg. - Perciò non abbiamo un
    solo istante da perdere.
    -  Ma,  le  valigie?  -  osò  chiedere  il  servo,  il quale dondolava
    inconsciamente il capo a destra e a sinistra.
    - Niente valigie.  Basta un sacco da viaggio.  Dentro,  due camicie di
    lana  e  tre  paia  di calze per me;  altrettanto per voi.  Compreremo
    strada facendo.  Prendete il mio "mackintosh" (2) e  la  mia  coperta.
    Provvedetevi  di buone scarpe.  Del resto,  cammineremo poco o niente.
    Andate.
    Passepartout avrebbe voluto rispondere. Non ne fu in grado.  Lasciò la
    camera  del signor Fogg,  salì nella sua e s'abbandonò sopra una sedia
    balbettando:
    - Questa è forte, questa!... Io che volevo starmene tranquillo!...
    Si rialzò macchinalmente e fece i preparativi di viaggio.  Nella mente
    gli turbinava una ridda di pensieri.
    Il  giro  del  mondo  in ottanta giorni!  Che si fosse imbattuto in un
    pazzo? No... Che si trattasse di uno scherzo? S'andava a Dover,  e sta
    bene;  a  Calais,  e  sia pure.  In fin dei conti tutto ciò non poteva
    mettere di malumore il buon figliolo che già da cinque anni non  aveva
    più  calpestato il suolo della patria.  Fors'anche si sarebbe andati a
    Parigi: oh,  senza dubbio Passepartout avrebbe rivisto con piacere  la
    grande  capitale.  E  poi?  C'era  da sperare che un "gentleman" tanto
    economo dei propri passi si sarebbe fermato lì... Sì, certamente.  Con
    tutto  ciò  non  era  men  vero che adesso partiva,  traslocava,  quel
    signore fino allora tanto casalingo!
    Alle otto,  Passepartout aveva terminato di preparare il modesto sacco
    contenente il guardaroba del padrone e il proprio;  e, con il cervello
    ancora sossopra, lasciò la camera,  ne chiuse diligentemente la porta,
    e raggiunse il signor Fogg.
    Il  signor  Fogg  era  pronto.  Aveva  sotto  il braccio un voluminoso
    "Orario Bradshaw - Guida generale delle ferrovie  continentali  e  dei
    battelli  a  vapore",   che  doveva  fornirgli  tutte  le  indicazioni
    necessarie al suo viaggio.
    Prese il sacco dalle mani di Passepartout,  l'aprì e vi cacciò  dentro
    un  vistoso pacco di quelle belle banconote che hanno corso in tutti i
    paesi del mondo.
    - Non avete dimenticato nulla? - chiese al domestico.
    - Nulla signore.
    - Il mio "mackintosh" e la mia coperta da viaggio?
    - Eccoli.
    Il signor Fogg riconsegnò il sacco al domestico.
    - Custoditelo bene - aggiunse. - Ci sono dentro ventimila sterline.
    Mancò poco che il sacco sgusciasse dalle mani di  Passepartout,  quasi
    che  vi  fossero ventimila sterline tutte in oro e perciò ben pesanti.
    Poi padrone e servo scesero in strada;  e la porta di casa fu chiusa a
    doppia mandata.  In fondo a Saville Row c'era un posteggio di vetture.
    Il signor Fogg e il suo servo salirono in una carrozza, che si diresse
    di buon trotto verso la stazione di Charing-Cross che è  raggiunta  da
    una tratta della ferrovia di sud-est.
    Alle  otto  e  venti  la  carrozza  si  fermava  davanti  ai cancelli.
    Passepartout saltò a terra. Il padrone lo seguì,  e pagò il cocchiere.
    In  quel momento una mendicante che teneva per mano un fanciullo,  con
    uno scialle a brandelli  gettato  su  poveri  cenci,  si  avvicinò  al
    signore e gli chiese l'elemosina.
    Phileas  Fogg  trasse  di tasca le venti ghinee guadagnate poc'anzi al
    "whist" e porgendole alla mendicante:
    - Prendete buona donna! - disse, - Sono contento di avervi incontrata.
    Poi tirò dritto.
    Passepartout sentì inumidirsi gli occhi.  Il nuovo padrone aveva fatto
    un passo nel suo cuore.
    Tosto,  padrone  e  servo entrarono nella biglietteria affollatissima.
    Phileas Fogg diede a Passepartout l'ordine di acquistare due biglietti
    di prima classe per Parigi;  e rimase ad attendere.  In quel  momento,
    voltandosi, scorse i suoi cinque colleghi del Club.
    - Signori,  io parto - disse.  - E le vidimazioni che farò apporre sul
    passaporto  vi  permetteranno,   al   mio   ritorno,   di   verificare
    l'itinerario da me seguito.
    -  Oh,  signor  Fogg  -  rispose  compitamente  Walter Ralph;  - è una
    formalità superflua! Siamo garantiti dal vostro onore di "gentleman".
    - Lo sarete meglio così - soggiunse il signor Fogg.
    Andrew Stuart si fece avanti e disse:
    - Non dimenticate che dovrete essere di ritorno...
    - Fra ottanta giorni,  - completò Phileas Fogg - il sabato 21 dicembre
    1872, alle 8 e 45 della sera. Arrivederci, signori.
    Alle  8  e  40  Phileas  Fogg  e  il servo presero posto in uno stesso
    scompartimento. Alle 8 e 45 si udì un fischio, e il treno si mosse. La
    notte era nera.  Cadeva una pioggia minuta.  Phileas Fogg rannicchiato
    nel  suo  angolo  non  parlava.  Passepartout  ancora  sbalordito,  si
    stringeva macchinalmente al petto il sacco delle banconote.
    Ma il treno non aveva oltrepassato Sydenham, quando Passepartout gettò
    un grido d'angoscia.
    - Che avete? - domandò il signor Fogg.
    - C'è che... nella fretta... nel turbamento... ho dimenticato...
    - Che cosa?
    - Di spegnere il becco a gas nella mia camera!
    - Ebbene, amico mio, - rispose freddamente il signor Fogg, esso arde a
    vostre spese.
    NOTE.
    NOTA 1: Una ghinea è pari a una sterlina  e  uno  scellino,  ossia  21
    scellini.
    NOTA 2: Soprabito da viaggio,  di morbida lana pettinata, di solito di
    colore nocciola.


    5.
    ALLA BORSA DI LONDRA COMPARE UN NUOVO VALORE.
    Phileas Fogg, lasciando Londra,  non supponeva certo l'enorme scalpore
    che la sua partenza avrebbe suscitato.
    La notizia della scommessa si diffuse dapprima al Club della Riforma e
    produsse una vera impressione fra i membri di quell'onorevole Circolo.
    Poi  dal  Club  si  trasmise ai giornali attraverso i cronisti,  e dai
    giornali a tutto il pubblico di Londra e dell'intera Inghilterra.
    La  «questione  del  giro  del   mondo»   fu   commentata,   discussa,
    anatomizzata  appassionatamente  quasi  si  fosse trattato di un nuovo
    «caso "Alabama"» (1).  Gli uni parteggiarono  per  Phileas  Fogg;  gli
    altri  - e questi furono ben presto una maggioranza considerevole - si
    pronunciarono contro di lui.  Il giro del  mondo,  da  compiersi,  ben
    altro che in teoria e sulla carta,  entro quel "minimum" di tempo, con
    i mezzi di comunicazione allora  in  uso,  era  impresa  non  soltanto
    impossibile, ma addirittura insensata!
    Il "Times",  lo "Standard", l'"Evening Star", il "Morning Chronicle" e
    più  di  venti  altri  giornali  inglesi  di   vasta   diffusione   si
    dichiararono  contro  il  signor  Fogg.  Solo  il "Daily Telegraph" lo
    sostenne,  per quanto debolmente.  Fogg fu qualificato un maniaco,  un
    pazzo;  e  i suoi colleghi del Club della Riforma furono biasimati per
    avere accettato quella scommessa che denotava,  in chi l'aveva  fatta,
    un indebolimento delle facoltà mentali.
    Si  versarono  fiumi  d'inchiostro;  si pubblicarono articoli pieni di
    passione ma logici. E siccome in Inghilterra tutto ciò che riguarda la
    geografia desta enorme  interesse,  non  c'era  lettore  di  qualsiasi
    condizione  che  non  divorasse  le  colonne  dedicate  al caso di Sir
    Phileas Fogg.
    Durante i primi giorni alcune menti audaci gli  furono  favorevoli,  e
    soprattutto  le donne,  particolarmente allorché l'"Illustrated London
    News" ebbe pubblicato il ritratto del  "gentleman"  quale  si  trovava
    depositato  negli archivi del Club.  Qualcuno osava dire: «Eh,  perché
    no,  alla fin fine?  Se ne  sono  viste  di  più  straordinarie!».  Si
    trattava senz'altro di lettori del "Daily Telegraph".
    Ma  presto  anche  questo  giornale  cominciò a cedere: una voce assai
    autorevole si era fatta sentire nel campo delle opinioni contrarie. Si
    trattava di un lungo articolo comparso il 7  ottobre  sul  "Bollettino
    della  Società Reale di Geografia".  Esso esaminava la questione sotto
    ogni punto di vista,  e dimostrava chiaramente che l'impresa  era  una
    follia.   Tutto  stava  contro  il  viaggiatore:  ostacoli  dall'uomo,
    ostacoli  dalla  natura.   Per  riuscire,   sarebbe  occorso  che   si
    verificasse un'esattezza miracolosa negli orari di partenza e d'arrivo
    dei  mezzi  impiegati,  esattezza  che  non  esisteva,  che non poteva
    esistere. A stretto rigore, appena in Europa,  dove i tragitti sono di
    una  lunghezza relativamente mediocre,  si può contare sull'arrivo dei
    treni ad ora esatta. Ma quando si impiegano tre giorni ad attraversare
    l'India,  sette giorni ad attraversare gli Stati  Uniti,  come  basare
    sulla  puntualità  dei mezzi gli elementi del problema?  E i guasti di
    macchina,  i disguidi,  gli scontri,  la cattiva stagione,  l'ostacolo
    delle  nevi,  non  erano  tutte circostanze che stavano contro Phileas
    Fogg?  Sui battelli egli non si sarebbe  trovato,  durante  l'inverno,
    alla mercé dei venti e delle nebbie?  E' forse una cosa tanto rara che
    i più veloci piroscafi delle linee transoceaniche subiscano ritardi di
    due o tre giorni? Ora, sarebbe bastato un ritardo, uno solo, perché la
    catena  delle  coincidenze  risultasse  inesorabilmente  spezzata.  Se
    Phileas  Fogg avesse perduto,  anche per poche ore,  la partenza di un
    piroscafo,  si sarebbe trovato costretto  ad  attendere  il  piroscafo
    successivo: il suo viaggio sarebbe stato compromesso senza rimedio.
    L'articolo  fece  gran rumore.  Tutti i giornali lo riportarono;  e le
    azioni di Phileas Fogg ribassarono straordinariamente.
    Sì,  proprio le «azioni»,  quelle che si  commerciano  in  Borsa!  Nei
    giorni   immediatamente  successivi  alla  partenza  del  "gentleman",
    importanti  affari  si  erano  intavolati  sul   rischio   della   sua
    mirabolante   impresa.   In   Inghilterra   c'è   tutto  un  mondo  di
    scommettitori;  cosicché,  non solo i membri del  Club  della  Riforma
    fecero  scommesse  considerevoli  pro  e  contro  Phileas Fogg,  ma il
    pubblico in massa entrò nel gioco.  Si puntò su Phileas Fogg  come  si
    punta su un cavallo che corra all'ippodromo;  e si creò, battezzandolo
    col suo nome,  un nuovo valore di Borsa che venne regolarmente quotato
    e  che  andava  a  ruba.  Ma dopo la pubblicazione del famoso articolo
    della  Società  di  Geografia,   gli  acquisti  delle  «Phileas  Fogg»
    cominciarono  a  diminuire.  Le  si  offriva a mazzetti interi.  Prese
    dapprima a cinque e poi a dieci, le si prendeva ormai solo a venti,  a
    cinquanta, a cento!
    Restò  loro  un  solo  appassionato.  Era  il  vecchio paralitico Lord
    Albermale.  Il buon "gentleman",  inchiodato sulla  poltrona,  avrebbe
    donato la sua fortuna per fare il giro del mondo,  fosse pure in dieci
    anni!  Ed egli scommise 5 mila sterline in favore di Phileas  Fogg.  E
    quando  si  tentava  di fargli comprendere l'insensatezza del progetto
    oltre alla sua irrealizzabilità, egli si limitava a rispondere: «Se la
    cosa è fattibile, è bene che il primo a farla sia un inglese!».
    Ora le cose erano  a  questo  punto:  i  partigiani  di  Phileas  Fogg
    diventavano sempre più scarsi; tutti, e non senza motivo, si mettevano
    contro  di lui;  si prendevano le sue azioni a 150,  a 200 contro una,
    quando, sette giorni dopo la sua partenza, un incidente, completamente
    inatteso, fece sì che esse venissero assolutamente rifiutate.
    In quella  data,  alle  nove  di  sera,  il  Direttore  della  Polizia
    metropolitana aveva ricevuto il seguente dispaccio telegrafico:
    «Suez - a Londra
    -  Rowan,  Direttore  Polizia  -  Amministrazione  Centrale - Scotland
    Place.
    Seguo a  vista  ladro  Banca,  Phileas  Fogg.  Spedite  immediatamente
    mandato di cattura a Bombay (Indie inglesi).
    Fix, "detective"».
    L'effetto di questo dispaccio fu immediato.
    La  figura  dell'onorabilissimo "gentleman" tramontava per lasciare il
    campo a quella del ladro di banconote.
    La fotografia di Phileas Fogg, depositata presso il Club della Riforma
    come quella di tutti i suoi colleghi,  fu oggetto  di  attento  esame.
    Essa  riproduceva,   lineamento  per  lineamento,  tutti  i  connotati
    dell'individuo di cui aveva parlato l'inchiesta! Ognuno ricordò adesso
    il gran mistero che  circondava  la  vita  di  Phileas  Fogg,  il  suo
    isolamento,   la  sua  precipitata  partenza.   Era  chiaro  che  quel
    personaggio,  con il pretesto di compiere l'iperbolico viaggio intorno
    al  mondo  ed  appoggiandolo sopra una scommessa insensata,  non aveva
    avuto altro scopo che di far perdere le  proprie  tracce  agli  agenti
    della polizia inglese.
    NOTE.
    NOTA  1:  Il «caso "Alabama"» (o affare dell'«Alabama») consistette in
    una grave tensione tra gli Stati Uniti e  l'Inghilterra:  quest'ultima
    infatti  aveva  costruito  durante  la  guerra  di Secessione diciotto
    incrociatori,  il più famoso dei quali  fu  appunto  l'«Alabama»,  che
    causò  ingenti  perdite  alla  marina mercantile degli Stati Uniti,  i
    quali,   al  termine  della  guerra  chiesero  un  risarcimento  danni
    all'Inghilterra.    Quest'ultima,    condannata    da   un   tribunale
    internazionale a Ginevra il 14 settembre  1872,  acconsentì  a  pagare
    agli Stati Uniti un'indennità di quindici milioni e mezzo di dollari.









    6.
    IL DETECTIVE FIX DIMOSTRA UNA BEN LEGITTIMA IMPAZIENZA.
    Il  sensazionale dispaccio riguardante il ladro di banconote era stato
    spedito in circostanze che bisogna chiarire.
    Per le undici antimeridiane del mercoledì 9 ottobre era atteso a  Suez
    l'arrivo  del  «Mongolia»,  un  piroscafo  ad  elica  e a falso ponte,
    appartenente alla Compagnia Peninsulare ed Orientale e  che  faceva  i
    viaggi tra Brindisi e Bombay,  passando per il canale di Suez. Era uno
    dei più veloci marciatori della Compagnia e con le sue 2800 tonnellate
    di stazza e la sua forza nominale di 500 cavalli,  superava sempre  la
    velocità  stabilita  di  10  miglia all'ora nel tratto Brindisi-Suez e
    9,530 miglia nel tratto Suez-Bombay.
    Sul molo d'imbarco,  attendevano l'arrivo del «Mongolia» due individui
    che  passeggiavano  mescolati  a  una  gran  folla  di  indigeni  e di
    stranieri,  che confluiscono in questa città,  in passato soltanto  un
    borgo  al  quale  la  grande  opera  di Lesseps garantisce un avvenire
    considerevole.
    Di questi due, uno era l'agente consolare del Regno Unito, residente a
    Suez e che -  a  dispetto  delle  spiacevoli  previsioni  del  governo
    britannico  e  delle  sinistre  predizioni dell'ingegnere Stephenson -
    vedeva ogni giorno  delle  imbarcazioni  britanniche  attraversare  il
    canale,  abbreviando  così  di  metà  l'antica  rotta dall'Inghilterra
    all'India passando per il Capo di Buona Speranza.
    L'altro era un ometto magro, tutto nervi,  dalla fisionomia abbastanza
    intelligente   e   che   contraeva  con  insistenza  i  muscoli  delle
    sopracciglia.  Gli occhi gli brillavano straordinariamente vividi;  ma
    egli   sapeva  a  volontà  spegnerne  il  lampo  sotto  l'ombra  delle
    lunghissime ciglia.  In quel momento dava certi segni  di  impazienza,
    andando e venendo, senza potersi fermare un istante.
    Questo  personaggio  rispondeva al nome di Fix ed era uno dei numerosi
    "detectives" o agenti  investigatori  sparpagliati  dalla  polizia  di
    Londra  in  numerosi  porti  dopo  il famoso furto commesso alla Banca
    d'Inghilterra.  Compito di Fix  era  di  sorvegliare  con  la  massima
    scrupolosità tutti i viaggiatori che passavano da Suez, e, se qualcuno
    gli  fosse  parso  sospetto,  metterglisi  alle  calcagna fintanto che
    giungesse il mandato d'arresto.
    Già da due giorni la polizia di Londra aveva trasmesso ai suoi  segugi
    i   connotati   del   presunto  autore  del  furto:  quelli  cioè  del
    "gentleman",  che era stato notato  nella  sala  dei  pagamenti  della
    Banca.  E ora Fix, più che allettato dal vistoso premio promesso a chi
    fosse riuscito ad acciuffare il manigoldo, aspettava il «Mongolia» con
    una impazienza facilmente comprensibile.
    - E voi dite,  signor Console,  - chiese per la decima volta,  che  il
    piroscafo non può tardare?
    - No,  signor Fix. E' stato segnalato questa mattina al largo di Porto
    Said;  e i 160 chilometri del Canale sono un nonnulla  per  un  simile
    camminatore.  Vi ripeto che il «Mongolia» ha sempre vinto il premio di
    25 sterline che il Governo corrisponde per ogni anticipo di 24 ore sui
    tempi regolamentari.
    - Codesto piroscafo viene direttamente da Brindisi?
    - Sì,  ed ha fatto  coincidenza  con  la  «Valigia  delle  Indie».  Da
    Brindisi  è  partito  sabato  alle cinque pomeridiane.  Abbiate quindi
    pazienza: non può tardare ad essere in porto. Ma ora permettete che vi
    rivolga io una domanda.  Con i semplici connotati che avete  ricevuti,
    come potete sperare di riconoscere il vostro «uomo»,  se fosse a bordo
    del «Mongolia»?
    - Signor Console, simili persone, più che riconoscerle all'aspetto, si
    individuano al fiuto!  Bisogna  naturalmente  possedere  questo  senso
    particolarissimo,  a  cui  concorrono  l'udito,  la  vista e l'odorato
    insieme.  Io,  nella mia carriera,  ho arrestato  più  d'uno  di  tali
    galantuomini.  E  vi  giuro  che,  se  il  furfante è a bordo,  non mi
    sguscerà tra le mani.
    - Ve lo auguro, signor Fix, giacché si tratta di un furto notevole.
    - Oh, un furto magnifico! - esclamò il "detective" entusiasmandosi.  -
    Cinquantacinquemila sterline!  Cuccagne che capitano di rado.  I ladri
    cominciano a diventare meschini.  La razza degli Sheppars  comincia  a
    diradarsi! Adesso ci si fa impiccare per pochi scellini!
    - Signor Fix,  - rispondeva il Console,  - voi parlate in maniera tale
    che vi auguro di cuore di  riuscire.  Tuttavia  vi  ripeto  che  nelle
    condizioni  in  cui voi siete ho molto timore che questo sia piuttosto
    difficile.  Dai connotati che vi sono  stati  trasmessi,  secondo  me,
    questo ladro assomiglia del tutto a un onest'uomo, sapete?
    - Signor Console,  - rispose con aria sicura l'ispettore di polizia, -
    i grandi ladri assomigliano sempre a dei galantuomini. Voi capite bene
    che chi ha la faccia del furfante non può fare altro  che  conservarsi
    galantuomo,   diversamente  l'arresterebbero  subito.   Le  fisionomie
    oneste: ecco quelle  che  bisogna  sapere  particolarmente  penetrare.
    Lavoro difficile,  ne convengo: più che una professione,  è una vera e
    propria arte.
    Fix non mancava,  senza dubbio,  di una discreta dose di amor proprio.
    Frattanto sulla banchina andava crescendo l'animazione. Marinai d'ogni
    nazionalità,   "fellah",   commercianti,   sensali,   facchini  vi  si
    affollavano pigiandosi,  urtandosi,  vociando.  L'arrivo del piroscafo
    era evidentemente imminente.
    In mezzo a tutta questa gente, Fix, per una inveterata abitudine della
    sua  professione,  scrutava  in volto con un'occhiata tutti quelli che
    gli passavano vicini.
    Scoccarono le dieci e mezzo.
    - Ma non arriva mai, questo piroscafo! - esclamò,  sentendo l'orologio
    del porto che suonava l'ora.
    - Non può essere lontano - rispose il Console.
    - Quanto tempo si fermerà a Suez il «Mongolia»? - chiese Fix.
    -  Quattro  ore  circa:  il  tempo occorrente per fare rifornimento di
    carbone.  La navigazione  nel  Mar  Rosso,  da  Suez  ad  Aden,  è  di
    trecentodieci  miglia;  perciò  bisogna assicurarsi buona provvista di
    combustibile.
    - E da Suez il piroscafo andrà direttamente a Bombay?
    - Sì, senza toccare alcuno scalo intermedio.
    - Allora, - concluse Fix con tono di sicurezza, - se il ladro ha preso
    questa strada,  sbarca indubbiamente  a  Suez,  con  il  proposito  di
    portarsi  per  altra  via nei possedimenti olandesi o francesi d'Asia.
    Egli deve ben capire che per  lui  non  spirerebbe  buon  vento  nelle
    Indie, che sono territorio inglese.
    -  A  meno che - obiettò il Console,  - non si tratti come suol dirsi,
    d'un furfante di prima classe.  Allora  egli  saprebbe  che  un  ladro
    inglese  è  sempre  meglio  nascosto  a  Londra di quanto non potrebbe
    esserlo all'estero.
    Fatta questa riflessione che lasciò  sconcertato  il  "detective",  il
    Console  ritornò al proprio ufficio situato nelle adiacenze del porto.
    E Fix rimase solo.  Sempre più posseduto dal nervosismo e dal bizzarro
    presentimento  che  il  ladro  dovesse  trovarsi  proprio  a bordo del
    «Mongolia», egli andava ripetendo in cuor suo:
    «Una cosa è certa:  se  il  furfante  ha  lasciato  l'Inghilterra  per
    mettersi in salvo in America,  deve aver preferito la via delle Indie,
    meno sorvegliata  o  più  difficile  a  sorvegliarsi  che  non  quella
    dell'Atlantico».
    Le   riflessioni   di  Fix  furono  interrotte  da  prolungati  fischi
    annuncianti l'arrivo del piroscafo. L'orda dei facchini e dei "fellah"
    si precipitò verso il molo di sbarco con un tumulto un po' inquietante
    per le membra e i vestiti dei passeggeri.  Una diecina di  canotti  si
    staccarono dalla riva e si diressero verso il «Mongolia».
    Quasi  subito si scorse il gigantesco scafo dello "steamer" che filava
    tra le rive del Canale;  e alle undici in punto il piroscafo entrò  ad
    ancorarsi  in  rada,  sprigionando  fragorosi  sbuffi  di vapore dalla
    ciminiera.
    Il «Mongolia» giungeva carico di  passeggeri.  Gran  parte  di  questi
    sostarono  a  lungo sul ponte ad ammirare il panorama pittoresco della
    città, ma la maggior parte discesero a terra con i canotti che s'erano
    accostati al «Mongolia».
    Il "detective" esaminava minuziosamente quanti di essi mettevano piede
    sulla banchina.
    Ad un certo momento uno di quei passeggeri, dopo avere respinto a viva
    forza i "fellah" che lo assalivano con le loro offerte di servigi,  si
    fece  incontro  a  Fix  e  assai  garbatamente  gli  chiese se sapesse
    indicargli gli uffici  del  Consolato  inglese.  Intanto  spiegava  un
    passaporto,  su  cui  senza  dubbio  bramava di far apporre il «visto»
    britannico. Fix,  di istinto,  prese il documento;  e con una occhiata
    esperta lesse da capo a fondo lo specchietto dei connotati.
    A stento il "detective" trattenne un moto di sorpresa. Il foglio tremò
    nelle sue mani: i connotati registrati sul passaporto erano identici a
    quelli trasmessi dalla polizia di Londra.
    - Questo passaporto è vostro? - chiese Fix al forestiero.
    - No; è del mio padrone.
    - E il vostro padrone dove si trova?
    - A bordo.
    - Ma,  - replicò il "detective", - occorre che egli stesso si presenti
    agli uffici del Console per stabilire l'identità personale.
    - Come, è proprio necessario?
    - Indispensabile.
    - E dove sono gli uffici?
    - Laggiù,  all'angolo della piazza - rispose Fix,  indicando una bassa
    ed elegante costruzione discosta un duecento passi.
    -  Allora  vado  a cercare il mio padrone,  al quale non garberà certo
    incomodarsi.
    Ciò detto, il forestiero salutò Fix e risalì a bordo dello "steamer".


















    7.
    SI HA UN'ULTERIORE PROVA CHE, IN QUESTIONI DI POLIZIA, I PASSAPORTI SI
    RIVELANO INUTILI.
    Fix ripercorse la banchina e raggiunse immediatamente gli  uffici  del
    Console.  Chiese  di  parlare  d'urgenza con l'alto funzionario;  e fu
    subito introdotto.
    - Signor Console, - gli disse senza alcun preambolo,  - il nostro uomo
    viaggia a bordo del «Mongolia»!
    E  narrò  l'incontro  con il servo,  e la presentazione del passaporto
    rivelatore.
    - Benissimo, signor Fix!  - esclamò il Console.  - Sarei proprio lieto
    di vedere in faccia il furfante! Ma se è quel che è, certamente non si
    presenterà  nel mio ufficio.  Un ladro non ama lasciar dietro di sé la
    traccia del proprio passaggio.  D'altronde la  formalità  del  «visto»
    consolare non è più obbligatoria...
    - Signor Console, - interruppe il "detective", - io vi dico invece che
    se il ladro è un uomo di prima forza, come conviene supporre, verrà!
    - A far vidimare il suo passaporto?
    -  Sì.  I  passaporti  non  servono  mai ad altro che ad impacciare le
    persone oneste e a favorire la fuga  dei  bricconi.  Vi  assicuro  che
    questo sarà in regola; ma spero bene che voi non lo vidimerete.
    -  E  perché no?  - rispose con tono di stupore il funzionario.  Se il
    passaporto è in regola,  io non ho il  diritto  di  rifiutare  il  mio
    «visto».
    - Tuttavia,  signor Console,  è necessario che io trattenga qui questo
    individuo finché mi giunga da Londra il regolare mandato di cattura!
    - Ah, ciò poi, signor Fix, è affare vostro. Ma io non posso...
    Il Console non terminò la frase.  In quel momento  era  stato  bussato
    alla porta dello studio; e il fattorino introdusse due forestieri. Fix
    riconobbe immediatamente in uno di essi il servo con cui aveva parlato
    poco prima.
    Erano  difatti  il  padrone  e  il  suo  servitore.  Il primo esibì il
    passaporto,  pregando brevemente il Console affinché si compiacesse di
    apporvi il «visto».
    Il  funzionario  ritirò il documento e lo esaminò,  mentre Fix,  da un
    angolo della stanza dove  si  era  tenuto  in  disparte,  osservava  o
    piuttosto divorava con gli occhi il gentiluomo forestiero.
    -  Voi  siete Sir Phileas Fogg?  - chiese a questi il Console,  appena
    ebbe terminato di verificare il passaporto.
    - Sì, signore - rispose il "gentleman".
    - E codesto giovane è il vostro domestico?
    - Sì. Un francese di nome Passepartout.
    - Venite da Londra?
    - Sì.
    - E andate?
    - A Bombay.
    - Bene,  signore.  Sapete che la formalità  della  vidimazione  non  è
    obbligatoria,  e  che non si esige più la presentazione del passaporto
    agli uffici del Consolato.
    - Lo so - rispose Phileas Fogg.  -  Ma  desidero  comprovare,  con  il
    vostro «visto», il mio passaggio da Suez.
    - Non ho nulla in contrario a soddisfarvi, signore.
    Firmato  e  datato  il passaporto,  il funzionario vi appose il timbro
    consolare.  Fogg pagò i diritti di vidimazione e dopo aver rigidamente
    salutato uscì seguito dal suo servo.
    - Ebbene?... - chiese Fix al Console appena furono soli.
    - Ebbene,  se debbo dirvi la verità, signor Fix, quell'individuo mi ha
    tutta l'aria di un perfetto galantuomo.
    - Possibilissimo - rispose il "detective".  -  Ma  ciò  non  significa
    nulla.  Ditemi  piuttosto: non vi pare che quel flemmatico "gentleman"
    somigli lineamento per lineamento  al  ladro  di  cui  la  polizia  ha
    trasmesso i connotati?
    - Ne convengo. Tuttavia lo sapete bene che a volte i connotati...
    - Basta. Ci voglio veder chiaro - concluse precipitosamente Fix.
    -  Il  servo mi sembra meno indecifrabile del padrone;  inoltre,  è un
    francese,  e non sarà difficile  farlo  parlare.  Arrivederla,  signor
    Console!
    Cacciatosi  il  cappello  in testa,  il "detective" uscì di corsa e si
    pose alla ricerca di Passepartout.
    Frattanto Phileas Fogg dopo aver lasciato  la  sede  consolare,  aveva
    raggiunto il molo. Lì, dati alcuni ordini al servo e lasciato questi a
    terra,  s'imbarcò  su una lancia.  Tornò a bordo del «Mongolia»,  e si
    ritirò nella propria  cabina.  Prese  allora  l'elegante  taccuino  da
    viaggio su cui erano segnate le seguenti note:
    «Lasciato Londra, mercoledì 2 ottobre, ore 8 e 45, sera.
    «Arrivo a Parigi, giovedì 3 ottobre, ore 7 e 20, mattino.
    «Lasciato Parigi, ore 8 e 40, mattino.
    «Arrivo,  per il Moncenisio,  a Torino, venerdì 4 ottobre, ore 6 e 35,
    mattino.
    «Lasciato Torino, venerdì, ore 7 e 20 mattino.
    «Arrivo a Brindisi, sabato 5 ottobre, ore 4 pomeriggio.
    «Imbarco sul "Mongolia", sabato, ore 5 sera.
    «Arrivo a Suez, mercoledì 9 ottobre, ore 11, mattina.
    «Totale ore impiegate: 158 e 112, equivalenti a giorni 6 e mezzo».
    Phileas Fogg riportò  diligentemente  questi  dati  sopra  un  «foglio
    d'itinerario» tracciato a colonne,  su cui venivano messi in evidenza,
    dal 2 ottobre fino al  21  dicembre,  il  mese,  il  giorno,  l'orario
    regolamentare  e  l'orario effettivo di arrivo in ciascuna delle tappe
    principali: Parigi, Brindisi, Suez, Bombay, Calcutta, Singapore,  Hong
    Kong,  Yokohama,  San Francisco,  New York, Liverpool, Londra; sistema
    che permetteva di rilevare e calcolare a colpo d'occhio  il  tempo  di
    vantaggio o il ritardo realizzati in ogni singola parte del percorso.
    Quel giorno 9 ottobre,  il signor Fogg registrò dunque il suo arrivo a
    Suez che, concordando con l'arrivo regolamentare, non lo costituiva né
    in anticipo  né  in  ritardo.  Indi  si  fece  servire  in  cabina  la
    colazione.
    A  scomodarsi  per  vedere  la città non ci pensò neppure,  essendo di
    quella  aristocratica  categoria  d'Inglesi  che  fanno  visitare  dal
    proprio servo i paesi dove viaggiano.






    8.
    PASSEPARTOUT   PARLA  FORSE  UN  PO'  DI  PIU'  DI  QUEL  CHE  SAREBBE
    CONVENIENTE.
    In pochi istanti Fix aveva raggiunto sul molo Passepartout,  il  quale
    gironzolava  e  guardava  tutto  a  destra  e  a  sinistra  con enorme
    interesse.
    - Ebbene,  giovanotto,  - gli  disse  all'improvviso  il  "detective",
    battendogli una mano sulla spalla, - è vidimato il vostro passaporto?
    - Ah,  siete voi, signore? Obbligatissimo! sì, sì, siamo perfettamente
    in regola.
    - Sicché, ora vi prendete una vista del paese?
    - Appunto. Ma col mio padrone si viaggia così in fretta, che mi par di
    andare in sogno. Siamo proprio a Suez qui?
    - A Suez.
    - In Egitto?
    - In Egitto, certo.
    - In Africa, allora?!
    - In Africa.
    - In Africa! - ripeté Passepartout.  - Stento a crederlo!  Figuratevi,
    signore,  che io m'immaginavo di non andare più in là di Parigi.  E mi
    sarebbe piaciuto trattenermi un poco nella  mia  famosa  città.  Avrei
    visitato  tanto  volentieri  l'antico  cimitero,  e il Circo dei Campi
    Elisi...  Invece,  tutto quello che  ho  potuto  vedere  della  famosa
    capitale  fu dalla Stazione Nord alla Stazione di Lione,  attraverso i
    cristalli d'una carrozza e con una pioggia che diluviava, in una corsa
    precipitosa tra le 7 e 20 e le 8 e 40 del mattino.
    - Avete dunque molta fretta? - chiese il "detective".
    - Io no;  ma è il  mio  padrone  che  ha  fretta.  A  proposito!  devo
    comperargli delle calze e delle camicie.  Siamo partiti senza valigia,
    con un semplice sacco da viaggio.
    - Vi condurrò io in un bazar dove troverete tutto quanto vi occorre.
    - Oh,  siete davvero di  una  gentilezza  squisita,  signore!  esclamò
    Passepartout.
    E si avviò in compagnia dello sconosciuto.  Strada facendo, continuava
    a discorrere.
    - Purché - disse ad un certo punto,  - non mi si faccia tardi  per  la
    partenza del piroscafo!
    - Avete tempo - rispose Fix. - E' appena l'una.
    Passepartout cavò da taschino il suo enorme orologio.
    - Evvia, l'una! - esclamò. - Sono le dieci e cinquantadue minuti.
    - Il vostro orologio ritarda - disse Fix.
    - Il mio orologio?!  Un orologio di famiglia,  che è appartenuto a mio
    bisnonno.  Non sbaglia di cinque minuti in un anno.  E'  un  autentico
    cronometro!
    -  Vi  spiegherò  come  stanno  le cose.  Voi avete mantenuto l'ora di
    Londra, che ritarda di circa due ore rispetto a Suez. Dovete aver cura
    di regolare il vostro orologio secondo  il  mezzodì  di  ogni  singolo
    paese.
    - Io, toccare il mio orologio?! - protestò Passepartout strabiliato. -
    Mai!
    - Ebbene, esso non sarà più d'accordo col sole.
    -  Tanto  peggio  per  il  sole,  signore.  Sarà lui che si troverà in
    errore.
    E il bravo giovanotto si rimise l'orologio nel taschino con  un  gesto
    solenne.
    Per qualche minuto nessuno fiatò. Poi Fix chiese:
    - Avete lasciato Londra precipitosamente, a quanto pare.
    - Altro che!  Mercoledì scorso il signor Fogg, contrariamente alle sue
    usanze,  rincasò dal Club alle otto di sera.  E tre quarti d'ora  dopo
    eravamo già partiti.
    - Ma dove va il vostro padrone?
    - Sempre avanti. Fa il giro del mondo.
    - Il giro del mondo! - esclamò Fix.
    - Sì, in ottanta giorni. Una scommessa, afferma lui. Ma, sia detto fra
    noi,  io non ci credo per niente. La cosa non avrebbe senso comune, vi
    pare? Dev'esserci sotto dell'altro.
    - Ah, è un originale dunque codesto signor Fogg?
    - Mi sembra.
    - Ed è ricco?
    - Senza dubbio! Si porta dietro una bella somma in pacchi di banconote
    nuove fiammanti. E in viaggio non risparmia il denaro. Per esempio, ha
    promesso  un  lautissimo  premio  al  macchinista  del  «Mongolia»  se
    arriviamo a Bombay in anticipo.
    - E voi lo conoscete da un pezzo il vostro padrone?
    -  Io?  -  esclamò Passepartout.  - Io sono entrato al suo servizio il
    giorno stesso della sua partenza.
    Nella immaginazione già  eccitata  del  "detective"  le  risposte  del
    francese producevano naturalmente un effetto elettrizzante.
    Quella  partenza  precipitosa  da  Londra  due giorni dopo la data del
    furto,  quella ingente somma di banconote portata in  viaggio,  quella
    fretta  di  giungere in paesi lontani,  quel pretesto di una scommessa
    eccentrica, tutto confermava e doveva confermare Fix nella certezza di
    non essersi sbagliato.
    Egli fece ancora parlare il francese;  e venne a sapere che il  signor
    Fogg  viveva  isolato  a  Londra,  che  tutti  lo dicevano ricco senza
    peraltro conoscere la fonte delle  sue  ricchezze,  che  era  un  uomo
    impenetrabile,  eccetera.  Infine  Fix  apprese pure la notizia che il
    "gentleman" non sbarcava a Suez, ma andava direttamente a Bombay.
    - E' lontana Bombay? - chiese Passepartout.
    - Sicuro che è lontana. Ci vogliono ancora dieci giorni di mare.
    - E in che parte del mondo si trova?
    - Nell'India.
    - In Asia?
    - Naturalmente.
    - Diavolo! Ecco vi dirò,  c'è una cosa che davvero mi preoccupa...  E'
    il mio becco...
    - Che becco?!
    -  Il  mio becco a gas,  che dimenticai di spegnere,  e che arde a mie
    spese.  Ora,  ho fatto il calcolo che mi  costerà  due  scellini  ogni
    ventiquattro  ore;  ossia giusto sei "pence" più di quanto guadagno al
    giorno. Capirete, per poco che il viaggio si prolunghi...
    Fix non comprese nulla di tutta quella faccenda del gas, tanto più che
    ora  nemmeno  ascoltava  il   suo   interlocutore;   stava   prendendo
    mentalmente una decisione.
    Erano giunti intanto al bazar. Fix vi lasciò il compagno a fare le sue
    compere,  dopo  avergli raccomandato di non giungere in ritardo per la
    partenza del «Mongolia». E in fretta e furia il "detective" tornò agli
    uffici dell'agente consolare.
    Aveva riacquistato tutto il suo sangue freddo.  Entrando nello  studio
    del funzionario disse precipitosamente.
    - Signor Console,  non c'è più dubbio: tengo il mio furfante in pugno!
    Egli si fa credere un eccentrico che vuol compiere il giro  del  mondo
    in ottanta giorni.
    -  Allora è un volpone il quale mira a fare ritorno a Londra dopo aver
    sviato le polizie dei due continenti.
    - Ah, questa è da vedersi! - esclamò Fix.
    - Ma, non v'ingannate, poi? - azzardò ancora il Console.
    - Non m'inganno!
    - Allora, dico io,  come si spiega che codesto ladro si sia dato tanta
    premura di far costatare con un «visto» il suo passaggio a Suez?
    - Perché...  perché... Non ne so nulla, signor Console. Ma basta: sono
    sicuro di essere su una pista infallibile!
    E in poche parole riferì i punti salienti della sua conversazione  con
    il domestico del preteso Fogg.
    -  In  realtà,  -  osservò il Console,  - tutti i sospetti sono contro
    quest'uomo. E che avete intenzione di fare?
    -  Spedirò  immediatamente  un  dispaccio  a  Londra,   con  richiesta
    d'inviarmi  d'urgenza  a  Bombay  il  mandato  di cattura a carico del
    signor Phileas Fogg. Mi imbarcherò sul «Mongolia». Starò alle calcagna
    del mio ladro fino in India.  Là,  in  terra  inglese,  lo  avvicinerò
    garbatamente,  con  il  mio  bravo mandato in una mano,  e mettendogli
    l'altra  sulla  spalla  gli  dirò:  «Signor  Phileas  Fogg,  siete  in
    arresto!».
    Il "detective", pronunciate con freddezza professionale queste parole,
    lasciò gli uffici del Consolato.
    Di  lì  a  pochi minuti,  dalla centrale telefonica di Suez partiva il
    dispaccio per il Direttore della Polizia di Londra. E, un quarto d'ora
    dopo,  Fix con il suo leggero bagaglio a mano,  ben munito di  denaro,
    s'imbarcava sul «Mongolia».
    Il rapido "steamer" alle tre del pomeriggio, lasciata la rada di Suez,
    fendeva a tutto vapore le acque del Mar Rosso.










    9.
    IL  MAR  ROSSO E IL MAR DELLE INDIE SI MOSTRANO FAVOREVOLI AI PROGETTI
    DI PHILEAS FOGG.
    La distanza tra Suez  e  Aden  è  esattamente  di  1310  miglia  e  il
    programma  della  Compagnia  consente  ai suoi piroscafi uno spazio di
    tempo di 138 ore per percorrerle. Il «Mongolia»,  le cui caldaie erano
    sempre  sotto pressione,  stava marciando in maniera tale da precedere
    l'arrivo regolamentare.
    La maggior parte dei passeggeri imbarcati a Brindisi  avevano  l'India
    come destinazione.  Alcuni si recavano a Bombay, gli altri a Calcutta,
    ma via Bombay,  poiché da quando una ferrovia attraversa in  tutta  la
    sua  lunghezza  la  penisola  indiana non è più necessario doppiare il
    capo di Ceylon.
    Tra questi passeggeri del  «Mongolia»  vi  erano  parecchi  funzionari
    civili  e  ufficiali  di ogni grado.  Tra costoro alcuni appartenevano
    all'esercito britannico  propriamente  detto,  gli  altri  comandavano
    delle  truppe indigene di cipay,  tutti lautamente stipendiati,  anche
    attualmente,  quando il Governo ha preso il posto nei  diritti  e  nei
    doveri  dell'antica  Compagnia  delle  Indie: i sottotenenti hanno una
    paga di 7000 franchi, i brigadieri prendono 60000 franchi e i generali
    ricevono 100000 franchi.
    A bordo del «Mongolia» ci si  trovava  perciò  in  questa  società  di
    funzionari,  ai  quali  si mescolavano alcuni giovani inglesi i quali,
    con un milione in tasca,  se  ne  andavano  lontano  a  fondare  delle
    agenzie di commercio.  Il «purser», l'uomo di fiducia della Compagnia,
    pari di grado al capitano a  bordo  della  nave,  faceva  le  cose  in
    maniera  sontuosa.  Ai  pasti del mattino,  delle due,  delle cinque e
    mezzo e delle otto le tavole sembravano piegarsi  sotto  il  peso  dei
    piatti  di carni fresche e di dolci provenienti dalla macelleria e dai
    magazzini di bordo. Le passeggere - ve ne erano alcune - cambiavano la
    toeletta due volte al giorno.  Si faceva della  musica  e  si  danzava
    persino, quando il mare lo permetteva.
    Ma  il  Mar  Rosso  è molto capriccioso e troppo spesso cattivo,  come
    tutti i golfi stretti e lunghi.  Quando il  vento  spirava  sia  dalla
    costa d'Asia sia dalla costa d'Africa,  il «Mongolia»,  lungo fuscello
    ad elica,  preso di fianco rullava  in  maniera  spaventosa.  Le  dame
    allora  scomparivano;  i  pianoforti  si  ammutolivano;  canti e danze
    cessavano. E tuttavia, nonostante le raffiche, nonostante i marosi, il
    piroscafo,  spinto dalle sue potenti macchine,  correva senza  ritardi
    verso lo stretto di Bab-el-Mandeb.
    Che faceva in questo frattempo Phileas Fogg?  Si potrebbe credere che,
    sempre inquieto ed ansioso,  egli si preoccupasse dei  cambiamenti  di
    vento  in  grado  di  ostacolare  la marcia della nave,  dei movimenti
    disordinati dei marosi che rischiavano di provocare un incidente  alle
    macchine,  si  preoccupasse  insomma di tutte le possibili avarie che,
    obbligando il  «Mongolia»  a  riparare  in  qualche  porto,  avrebbero
    compromesso  il  suo  viaggio.  Niente  affatto,  o almeno,  se questo
    "gentleman" prendeva in  considerazione  queste  eventualità,  non  ne
    lasciava  trasparire nulla.  Era sempre l'uomo impassibile,  il membro
    imperturbabile del Club della Riforma,  che nessun incidente  o  fatto
    strano  poteva  sorprendere.  Non sembrava più emozionato di quanto lo
    fossero gli orologi di bordo.  Lo si vedeva raramente  sul  ponte.  Si
    prendeva  ben  poca  briga  di osservare quel celebre Mar Rosso,  così
    ricco di ricordi, quel teatro delle prime scene storiche dell'umanità.
    Non si preoccupava di riconoscere le curiose città  disseminate  sulle
    sue   rive   e   la   cui  pittoresca  sagoma  si  profilava  talvolta
    all'orizzonte. Non sognava neppure dei pericoli di quel Golfo Arabico,
    di cui antichi storici come  Strabone,  Arriano,  Artemidoro,  Edrisi,
    hanno  sempre  parlato  con  timore,  e  sul  quale  i  marinai non si
    avventuravano mai in altri tempi senza avere prima reso sacro il  loro
    viaggio con dei sacrifici propiziatori.
    Che  faceva  dunque  quell'originale,   imprigionato  nel  «Mongolia»?
    Anzitutto egli prendeva i suoi quattro pasti  giornalieri,  senza  che
    mai  né  rollio  o  beccheggio potessero sconcertare una macchina così
    meravigliosamente congegnata. E poi giocava al "whist".
    Sì!  aveva incontrato dei giocatori accaniti come lui: un esattore  di
    tasse  che  raggiungeva  la  sua destinazione a Goa;  un ministro,  il
    reverendo Decimus Smith,  che ritornava  a  Bombay,  e  un  brigadiere
    generale  dell'esercito  inglese,  che  raggiungeva  il  suo  corpo  a
    Benares.  Questi tre passeggeri avevano per  il  "whist"  la  medesima
    passione  di  Mister  Fogg,  e  giocavano  per  ore  intere,  non meno
    silenziosamente di lui.
    Quanto a Passepartout,  il mal di mare non aveva alcuna  presa  su  di
    lui.  Occupava  una  cabina  a  prua  e  anche  lui mangiava con molta
    diligenza.  Bisogna dire che,  per davvero,  questo viaggio,  fatto in
    quelle  condizioni,  non gli dispiaceva più.  Vi si acconciava con suo
    vantaggio.  Ben  rifocillato,  ben  alloggiato,   vedeva  il  mondo  e
    d'altronde si ripeteva che tutta quella fantasia si sarebbe esaurita a
    Bombay.
    Il   giorno   successivo  alla  partenza  da  Suez,   il  10  ottobre,
    Passepartout aveva fatto  sul  ponte  il  piacevolissimo  incontro  di
    quello  stesso  garbato personaggio a cui si era indirizzato sbarcando
    in Egitto.
    - Non m'inganno? - disse,  accostandoglisi con il più amabile sorriso.
    - Siete proprio voi, signore, che con tanta compiacenza mi avete fatto
    da guida a Suez?
    - Infatti - rispose il "detective". - Vi riconosco. Siete il domestico
    di quell'inglese originale.
    - Precisamente, signor...?
    - Fix.
    - Signor Fix, lietissimo di ritrovarvi! E dove vi recate?
    - Come voi, a Bombay.
    - Ottimamente! Avete già fatto altre volte questo viaggio?
    - Più d'una volta - rispose Fix con gravità. - Io sono un agente della
    Compagnia Peninsulare.
    - Allora conoscete l'India!
    - Ma... sì, abbastanza.
    Fix non voleva compromettersi troppo.
    - Curiosa l'India, vero? - chiese Passepartout.
    - Ah, curiosissima! Moschee, minareti, templi, fachiri, pagode, tigri,
    serpenti, bajadere... Ma avrete anche voi il tempo di visitarla.
    - Lo spero, signor Fix. Capite bene: a meno che un uomo non sia pazzo,
    non  vorrà consumare l'esistenza a saltare da un piroscafo su un treno
    e da un treno su un piroscafo, con il pretesto di compiere il giro del
    mondo in ottanta giorni! No,  tutta questa ginnastica finirà a Bombay,
    ne son certo.
    -  E  il  signor  Fogg sta bene?  - domandò il "detective" con tono di
    naturalezza. - Non lo vedo mai sul ponte.
    - Oh, il mio padrone sta benissimo. Soltanto, egli non è curioso.
    - Sapete, signor Passepartout che cosa ho pensato?  Che questo preteso
    viaggio  in ottanta giorni potrebbe celare qualche missione segreta...
    una missione diplomatica, per esempio.
    - In fede mia, signor Fix, non ne so nulla, ve lo confesso. E, a dirvi
    la verità, non spenderei nemmeno mezza sterlina per saperlo.
    La  conversazione  per  quel  giorno  terminò  lì.   Ma   in   seguito
    Passepartout  e  Fix tornarono ad incontrarsi sovente.  Al "detective"
    premeva assai entrare in confidenza con il servo del signor Fogg:  ciò
    avrebbe  potuto  giovargli  per  i  suoi  piani.  Perciò  Fix invitava
    frequentemente il giovane francese al bar  del  «Mongolia»,  dove  gli
    offriva  qualche  bicchierino di whisky che il buon figliolo accettava
    senza cerimonie e del  pari  ricambiava  per  non  restare  obbligato,
    trovando  che  quel  bravo  signor  Fix  era  proprio  un compitissimo
    gentiluomo.
    Il «Mongolia» filava a tutto vapore.  Il 13 si fece la  conoscenza  di
    Moka,  che  apparve  nella  sua cintura di mura rovinate,  al di sopra
    delle quali si profilavano degli alberi di  dattero  verdeggianti.  In
    lontananza,  tra  le  montagne,  si distendevano vaste coltivazioni di
    piante di caffè.
    Passepartout rimase rapito  nella  contemplazione  di  quella  celebre
    città,  e  rifletté persino che con quelle sue mura circolari e con un
    forte smantellato che si  disegnava  come  un'ansa,  la  città  stessa
    assumeva l'aspetto di un'enorme tazzina.
    Nella  notte  successiva,  il  «Mongolia» superò lo stretto di Bab-el-
    Mandeb,  il cui nome arabo  significa  «la  porta  delle  lacrime»,  e
    l'indomani,  il  14,  faceva  scalo a Steamer-Point a nord-ovest della
    rada di Aden. Era lì che doveva riapprovvigionarsi di combustibile.
    Un problema gravoso  e  importante,  questo  dell'alimentazione  delle
    caldaie  dei  piroscafi  a  tanta  distanza  dai centri di produzione.
    Soltanto la  Compagnia  Peninsulare,  al  tempo  di  questo  racconto,
    spendeva  annualmente  a  questo  scopo  800 mila sterline.  Era stato
    necessario,  in realtà,  stabilire dei depositi in diversi porti e  in
    questi  mari  remoti,  il  carbone  veniva  a  costare  80  franchi la
    tonnellata.
    Il  «Mongolia»  aveva  ancora  1650  miglia  da  percorrere  prima  di
    raggiungere Bombay,  e doveva rimanere quattro ore a Steamer-Point per
    riempire i suoi depositi.
    Ma questo ritardo non poteva nuocere in alcun  modo  al  programma  di
    Phileas  Fogg.  Era  un  ritardo  previsto.  D'altronde il «Mongolia»,
    invece di arrivare ad Aden soltanto il 15 ottobre mattina,  vi  arrivò
    il 14 sera.
    Aveva guadagnato 15 ore.
    Mister  Fogg  e  il  suo  domestico  scesero  a terra.  Il "gentleman"
    intendeva farsi vistare il passaporto. Fix gli andò dietro senza farsi
    notare. Compiuta la formalità del visto,  Phileas Fogg ritornò a bordo
    per riprendere la sua partita interrotta.
    Passepartout,  invece, secondo il suo solito, prese a bighellonare nel
    mezzo di quella popolazione di parsì, di giudei, di arabi, di europei,
    che  costituivano  i  25  mila  abitanti  di  Aden.   Egli  ammirò  le
    fortificazioni  che  fanno di questa città la Gibilterra del Mar delle
    Indie e le  magnifiche  cisterne  alle  quali  lavoravano  ancora  gli
    ingegneri inglesi, duemila anni dopo gli ingegneri del re Salomone.
    «Molto curioso,  molto curioso!»,  si diceva Passepartout rientrando a
    bordo.  «M'accorgo che non  è  inutile  mettersi  in  viaggio,  se  si
    desidera vedere qualcosa di nuovo».
    Alle  sei  della sera,  il «Mongolia» faceva ruotare le pale della sua
    elica nelle acque della rada di Aden e correva  ben  presto  sul  Mare
    delle  Indie.  Aveva a disposizione 168 ore per compiere la traversata
    tra Aden e Bombay. D'altronde,  questo mare indiano gli fu favorevole.
    Il  vento  proveniva dal nord-ovest;  le vele vennero in appoggio alla
    spinta del vapore.
    Il  battello,  meglio  appoggiato,   rullò  di  meno.   Le  passeggere
    ricomparvero sul ponte con le loro fresche toelette.  Ricominciarono i
    canti e le danze.
    Il viaggio si compiva dunque nelle migliori  condizioni.  Passepartout
    era  incantato  dell'amabile  compagno che il caso gli aveva procurato
    nella persona di Fix.
    La domenica 20 ottobre, verso mezzogiorno, si fece la conoscenza della
    costa indiana.  Due ore più  tardi,  il  pilota  saliva  a  bordo  del
    «Mongolia».  All'orizzonte,  si profilava armoniosamente sul fondo del
    cielo una quinta di colline.  Ben presto,  i  filari  di  palmeti  che
    coprono  la città divennero più immediatamente evidenti.  Il piroscafo
    penetrò nella rada costituita dalle isole Salcette, Colaba, Elephanta,
    Butcher, e alle quattro e mezzo si accostava alla banchina di Bombay.
    Phileas Fogg  terminava  giusto  in  quel  momento  la  trentatreesima
    partita della giornata.  Il suo compagno e lui,  grazie ad una manovra
    audace,  dopo aver fatto le tredici levate,  terminarono quella  bella
    traversata con un ammirevole chelem.
    Il  «Mongolia»  doveva  arrivare  a  Bombay  il 22 ottobre.  Invece vi
    arrivava il 20.  Dalla sua partenza da Londra,  era perciò un guadagno
    di  due  giorni che Phileas Fogg poteva meticolosamente inscrivere sul
    suo itinerario nella colonna degli avvantaggiamenti.




    10.
    PASSEPARTOUT E' FIN TROPPO FELICE DI CAVARSELA PERDENDO UNA SCARPA.
    Nessuno ignora che l'India - questo grando triangolo rovesciato la cui
    base è verso nord e la punta è verso sud - comprende una superficie di
    un milione e quattrocentomila miglia quadrate, sulla quale è sparsa in
    maniera disuguale una popolazione  di  180  milioni  di  abitanti.  Il
    governo  britannico  esercita  un  dominio reale su una certa parte di
    questo immenso paese.  Ha un  governatore  generale  a  Calcutta,  dei
    governatori  a  Madras,  a  Bombay,  nel  Bengala  e  un luogotenente-
    governatore ad Agra.
    Ma l'India inglese propriamente detta ha una  superficie  soltanto  di
    700000  miglia  quadrate  e una popolazione tra i 100 e 110 milioni di
    abitanti.  Il che  sta  a  significare  che  una  parte  notevole  del
    territorio  sfugge  ancora  all'autorità della regina;  e,  in realtà,
    presso alcuni rajah dell'interno, violenti e terribili, l'indipendenza
    indù è ancora assoluta.
    Dal 1756 - quando venne fondato il primo  stabilimento  inglese  nella
    zona  in  cui  sorge attualmente la città di Madras - fino all'anno in
    cui viene scritto questo racconto e  in  cui  è  scoppiata  la  grande
    insurrezione   dei  «cipayes»,   la  Compagnia  delle  Indie  è  stata
    onnipotente. Essa si è impadronita a poco a poco di tutte le province,
    acquistandole dai rajah con la promessa di rendite  che  essa  non  ha
    pagato  poi  affatto  o  quasi;  essa  nominava il proprio governatore
    generale e tutti i suoi impiegati civili o militari;  attualmente però
    essa  non esiste più,  e i possedimenti inglesi dipendono direttamente
    dalla Corona.
    In questo modo l'aspetto,  i costumi,  le divisioni etnografiche della
    penisola  tendono  a  modificarsi  ogni  giorno.  In altri tempi vi si
    viaggiava con tutti  gli  antichi  mezzi  di  trasporto:  a  piedi,  a
    cavallo,  su carretti,  in carriola, in palanchino, a dorso d'uomo, in
    carrozza, eccetera. Al momento in cui viene scritto questo romanzo dei
    battelli a vapore percorrono a grande velocità l'Indo e  il  Gange,  e
    una  ferrovia,  che  attraversa  l'India  in  tutta  la  sua larghezza
    ramificandosi lungo il suo percorso,  pone Bombay a soli tre giorni di
    viaggio da Calcutta.
    Il  tracciato  di questa ferrovia non segue la linea dritta attraverso
    l'India.  La distanza a volo d'uccello è solo di 1000- 1100 miglia,  e
    dei   treni   in   grado   di   raggiungere  una  velocità  media  non
    impiegherebbero tre giorni  per  percorrerla;  ma  questa  distanza  è
    accresciuta  di  un  terzo,  come  minimo,  dall'arco  che la ferrovia
    descrive innalzandosi fino ad Allahabad, nel nord della penisola.
    Ecco,  nelle sue  grandi  linee,  il  tracciato  della  «Great  Indian
    peninsular railway»,  la grande ferrovia della penisola indiana.  Dopo
    avere lasciato l'isola di Bombay,  attraversa la Salsette,  salta  sul
    continente di fronte a Tannah, supera la catena dei Ghâti occidentali,
    corre  verso  nord-est  fino  a  Burhanpur,  solca il territorio quasi
    indipendente del Bundelkhand, s'innalza fino ad Allahabad, piega verso
    est,  incrocia il Gange a  Benares,  se  ne  distacca  leggermente  e,
    ridiscendendo  a  sud-est  attraverso  Burdwan  e la città francese di
    Chandernagore, ha il suo capolinea a Calcutta.
    Alle quattro e mezzo del pomeriggio i passeggeri del «Mongolia»  erano
    sbarcati a Bombay, e alle otto precise partì il treno per Calcutta.
    Mister Fogg si congedò perciò dai suoi compagni,  lasciò il piroscafo,
    diede a Passepartout una noterella di  alcune  compere  da  fare,  gli
    raccomandò  espressamente  di  farsi  trovare  prima  delle  otto alla
    stazione e,  con quel suo passo regolare che scandiva il secondo  come
    il pendolo di un orologio astronomico,  si diresse verso l'ufficio dei
    passaporti.
    Non si preoccupava dunque affatto delle meraviglie di Bombay,  non  si
    dava premura di vedere nulla,  né il palazzo comunale, né la magnifica
    biblioteca, né i forti, né le banchise, né il mercato del cotone, né i
    bazar,  né le moschee,  né le sinagoghe,  né le chiese armene,  né  la
    splendida  pagoda  di Malabar-Hill,  arricchita di due torri poligone.
    Non avrebbe contemplato né  i  capolavori  di  Elephanta,  né  i  suoi
    misteriosi ipogei nascosti a sud-est della rada, né le grotte Kanherie
    dell'isola Salsette, ammirevoli resti dell'architettura buddista!
    Uscito   dall'ufficio   dei  passaporti,   Phileas  Fogg  se  ne  andò
    tranquillamente al ristorante della stazione,  e là si fece servire la
    cena.  Fra le altre pietanze, il trattore gli decantò una fricassea di
    coniglio: una vera specialità  del  paese.  Phileas  Fogg  accettò  la
    fricassea,  l'assaggiò coscienziosamente e la trovò pessima. Chiamò il
    trattore.
    - Signore, - gli chiese, guardandolo fisso, - è coniglio questo?
    - Sì, mylord; coniglio della giungla!
    - E non ha miagolato quando è stato ucciso?
    - Miagolato! Oh, mylord, un coniglio non miagola. Vi giuro...
    - Signor trattore,  - rispose calmissimo Phileas Fogg,  - non giurate.
    Ma  piuttosto ricordatevi questo: una volta,  in India,  i gatti erano
    considerati animali sacri. Quelli erano bei tempi!
    - Per i gatti, mylord?
    - Ed anche per i forestieri.
    E il signor Fogg continuò tranquillamente a cenare,  mentre due  occhi
    indagatori,  da  un  altro angolo del ristorante,  non lo perdevano di
    vista.
    Erano gli occhi dell'ostinato "detective".
    Fix era sbarcato egli pure dal «Mongolia» pochi minuti dopo il  signor
    Fogg  e si era precipitato negli uffici del Direttore della Polizia di
    Bombay.
    Fatta riconoscere la  propria  qualità  di  "detective",  la  missione
    affidatagli  e  la  sua  situazione  del momento di fronte al presunto
    ladro di banconote,  chiese se  fosse  giunto  da  Londra  il  mandato
    d'arresto a carico di Sir Phileas Fogg.
    Il  mandato  non  era giunto.  Infatti,  non poteva esservene stato il
    tempo.
    Il  "detective"  rimase  sconcertato.   Avrebbe  voluto  ottenere  dal
    Direttore di Polizia un ordine di arresto provvisorio contro il signor
    Fogg. Ma il direttore rifiutò.
    - Non commetterò simile arbitrio - disse categoricamente. - Voi sapete
    meglio  di  me  che  in materia di libertà personale le usanze inglesi
    comandano la più rigida osservanza della legalità.  L'affare  riguarda
    la polizia di Londra; ed essa solo può spiccare il mandato.
    Fix comprese che non era il caso d'insistere, e si rassegnò.
    - Frattanto,  - risolse,  - non perderò di vista il mio uomo. Ora egli
    si ferma senza dubbio a Bombay;  e il mandato ha  tutto  il  tempo  di
    giungere.
    Il  "detective",  tornato sulle tracce di Phileas Fogg all'ufficio dei
    passaporti,  si era rimesso perciò con prudenza  a  tallonare  la  sua
    preda.  Se  Fix  si  illudeva beatamente che il signor Fogg si sarebbe
    fermato a Bombay,  simile illusione era invece  ormai  tramontata  del
    tutto dal cuore di Passepartout.
    Dopo  gli  ultimi  ordini  che gli aveva dati il padrone al momento di
    sbarcare dal «Mongolia», il bravo giovanotto aveva ben compreso, che a
    Bombay sarebbe accaduto come a Parigi e come a Suez;  che  il  viaggio
    non  sarebbe  finito  lì,  che  si  sarebbe andati fino a Calcutta,  e
    fors'anche più lontano.  E cominciava a domandarsi se la scommessa del
    signor Fogg non fosse proprio vera,  e se lui, Passepartout, che aveva
    sognato di vivere in tranquillo riposo,  non  si  trovasse  trascinato
    dalla fatalità a compiere davvero il giro del mondo in ottanta giorni!
    A buon conto, dopo aver fatto i dovuti acquisti di camicie e di calze,
    il  servo  del signor Fogg si mise a passeggiare per le vie di Bombay.
    C'era  gran  concorso  di  gente.  Frammischiati  a  europei  di  ogni
    nazionalità,  si  vedevano  persiani dalle berrette a pan di zucchero,
    sindi  dai  curiosi  copricapo  quadrati,   bunhias  con  mastodontici
    turbanti,  armeni  avvolti in striscianti vesti,  parsì in mitra nera.
    Era per l'appunto una festa celebrata  dai  parsì  o  ghebri,  diretti
    discendenti dei seguaci di Zoroastro, i più industriosi, i più civili,
    i  più  intelligenti  e i più austeri degli indù,  la razza alla quale
    appartengono i più ricchi commercianti indigeni attuali.  La folla era
    attratta  da  una  festa,   una  specie  di  carnevale  religioso  con
    processioni e divertimenti, celebrato appunto da questi parsì che sono
    la stirpe più civile e più intelligente fra le numerose stirpi indù.
    Quel giorno gli spettacoli comprendevano una danza sacra di  bajadere,
    le  quali,  avvolte in vaporosi veli rosei trapunti d'oro e d'argento,
    si muovevano armoniosamente e compostamente al  suono  dei  tamburi  e
    delle viole.
    E'  superfluo  precisare  ora  quanto  Passepartout  guardasse  queste
    curiose cerimonie,  i suoi occhi e i suoi orecchi si  spalancassero  a
    dismisura  per  vedere  ed ascoltare,  e il suo atteggiamento e il suo
    stato d'animo erano certo quelli più ingenui possibile.
    Sventuratamente per lui e per il suo padrone,  di cui rischiò così  di
    compromettere il viaggio, la sua curiosità lo portò più lontano di ciò
    che era conveniente.
    In  realtà,   dopo  avere  ammirato  a  lungo  quel  carnevale  parsì,
    Passepartout si decise ad avviarsi alla stazione.  Senonché,  passando
    davanti  alla meravigliosa pagoda di Malabar-Hill,  curiosità lo punse
    di entrare a visitarla.
    Ma il giovanotto ignorava due cose: che l'accesso a  talune  pagode  è
    rigorosamente  vietato  ai  cristiani,  e  che gli stessi credenti non
    possono entrarvi senza avere lasciato alla porta  i  calzari.  Violare
    simili formalità costituisce,  oltre tutto,  un reato contro la legge,
    giacché il Governo  d'Inghilterra  per  ragioni  di  accorta  politica
    rispetta e fa rispettare anche le più stravaganti usanze religiose del
    paese.
    Passepartout,  proprio candidamente e senza ombra di irriverenza entrò
    nella pagoda come un turista in visita a un bel monumento.  Ma  mentre
    se  ne  stava  col  naso  in  aria a contemplare le laminature d'oro e
    d'argento che sfavillavano ai capitelli delle colonne,  all'improvviso
    si vide gettato sul sacro lastrico.
    Tre  sacerdoti  bramini  dallo  sguardo furente gli si erano scagliati
    addosso: gli strapparono le scarpe e le calze,  e urlando bestialmente
    cominciarono a caricarlo di busse.
    Il francese,  vigoroso e agile, si rialzò di scatto. Con un pugno e un
    calcio gettò a terra due degli avversari impacciatissimi nelle  lunghe
    vesti;  e  slanciatosi fuori della pagoda,  grazie alla celerità delle
    sue lunghe gambe riuscì ad interporre una considerevole  distanza  fra
    sé  e  il  terzo  bramino,  il  quale si era messo al suo inseguimento
    tirandosi dietro una folla schiamazzante.
    Alle otto meno cinque, soltanto pochi istanti prima della partenza del
    treno,  Passepartout giungeva alla stazione,  scalzo,  senza cappello,
    dopo  aver  perduto  nel parapiglia anche il pacco contente le compere
    fatte.
    Sulla banchina, confuso tra la folla dei viaggiatori che affluivano al
    treno, c'era Fix.  Egli aveva seguito fin là il signor Fogg;  e avendo
    compreso  ormai  che  questi  stava per lasciare Bombay,  aveva deciso
    senz'altro di stargli dietro fino a  Calcutta  e,  se  fosse  occorso,
    anche più lontano.
    Passepartout non vide Fix il quale si teneva opportunamente celato tra
    il movimento della gente.  Ma Fix udì il racconto che il servo fece al
    suo padrone narrandogli in poche parole l'avventura della visita  alla
    pagoda.
    -  Io  spero che una cosa simile non vi accadrà più - fu la flemmatica
    risposta di Phileas Fogg,  mentre  saliva  a  prendere  posto  in  uno
    scompartimento.
    L'infelice Passepartout a piedi nudi e pesto di ammaccature,  seguì il
    padrone senza più fiatare.
    Fix stava per salire in un altro dei vagoni,  allorché un pensiero  lo
    trattenne;   e   il   suo  progetto  di  partenza  fu  istantaneamente
    modificato.  «No,   io  rimango!»  si  disse  Fix  mentalmente.   «Una
    infrazione  alla legge commessa in territorio indiano...  Tengo il mio
    uomo in pugno!».
    Echeggiò in quel momento il fischio acuto della locomotiva. E il treno
    scomparve nella notte.



    11.
    PHILEAS FOGG ACQUISTA A UN PREZZO FANTASTICO UNA CAVALCATURA.
    Il treno per Calcutta,  partito  puntualmente  alle  otto  pomeridiane
    portava il consueto carico di ufficiali, funzionari civili, negozianti
    di  oppio e di indaco che per ragioni del loro commercio raggiungevano
    la costa orientale dell'India.
    Nello scompartimento occupato da Phileas Fogg,  oltre al suo domestico
    aveva   preso   posto  pure  un  terzo  viaggiatore  il  quale  sedeva
    nell'angolo di faccia al "gentleman" .  Era il brigadiere generale Sir
    Francis Cromarty, uno dei compagni di gioco del signor Fogg durante il
    tragitto da Suez a Bombay. Egli andava a raggiungere il suo reggimento
    a Benares.
    Sir  Francis  Cromarty  poteva  avere  circa  cinquant'anni;  e fin da
    giovane aveva vissuto in India,  facendo assai di rado  ricomparsa  in
    Inghilterra  per  qualche  breve  licenza.   Alto,  biondo,  vigoroso,
    quell'energico ufficiale - il quale si era molto distinto  durante  la
    repressione dell'ultima rivolta dei «cipayes» - aveva acquistato ormai
    nei tratti fisici e nelle abitudini qualcosa che lo faceva meritamente
    qualificare un indigeno.  Conosceva assai bene l'India;  e avrebbe con
    piacere fornito tutte le notizie desiderabili sui costumi,  la storia,
    il  governo  di  quei  paesi,  solo  che  Phileas  Fogg  glielo avesse
    richiesto. Ma il signor Fogg non faceva alcuna domanda. A rigore,  può
    dirsi   che  egli  non  viaggiava:  descriveva  soltanto  un  percorso
    circolare,  come un grave che seguisse la propria orbita intorno  alla
    terra secondo le leggi della meccanica.
    In   quel   momento,   compostamente   seduto  nel  suo  angolo  dello
    scompartimento, Sir Phileas Fogg rifaceva mentalmente il calcolo delle
    ore impiegate in viaggio da quando era partito da Londra. E si sarebbe
    fregato le mani per la soddisfazione,  se non fosse stato  cosa  fuori
    della sua indole il fare qualsiasi movimento inutile.
    Sir   Francis  Cromarty  osservava  Phileas  Fogg  e  ne  studiava  la
    fisionomia, come già tante volte si era attardato a fare, con le carte
    in mano, tra una partita e l'altra di "whist".
    Ormai Sir Francis non aveva più dubbi a  giudicare  quel  compagno  di
    viaggio  un  tipo originale,  il più originale di quanti ne avesse mai
    incontrati in vita sua. Esitava invece ancora sopra una domanda che si
    era posta: Phileas Fogg possedeva,  sotto quel  freddo  involucro,  un
    cuore  umano,  un'anima  sensibile  alle  bellezze della natura,  alle
    nobili aspirazioni?
    A Sir Cromarty il signor Fogg non aveva nascosto il  suo  progetto  di
    viaggio intorno al mondo,  né in quali circostanze lo avesse iniziato.
    Ora,  l'ufficiale inglese non vedeva in quella scommessa altro che una
    eccentricità senza alcuno scopo utile.
    - A mio giudizio,  - rifletteva egli giustamente,  - le azioni di ogni
    uomo ragionevole dovrebbero essere guidate dal proposito di  «passare,
    bene  operando».  E  invece,  con  tutta  la  sua flemma,  il bizzarro
    "gentleman" consumerà l'intera esistenza senza fare nulla di buono  né
    per sé né per gli altri.
    Un'ora  dopo  avere lasciato Bombay,  il treno,  superando i viadotti,
    aveva attraversato l'isola della Salsette e  correva  sul  continente.
    Alla  stazione  di Kalyan,  abbandonò sulla destra la diramazione che,
    passando  per  Ulhasnagar  e  per  Poona,  conduce  verso  il  sud-est
    dell'India, e raggiunse la stazione di Pauwell.
    A questo punto il treno s'internò tra le montagne molto ramificate dei
    Ghati  Occidentali,  catene a base di trappi e di basalti,  le cui più
    alte cime sono ammantate di foltissimi boschi.
    Di quando in quando Sir Francis Cromarty e  Phileas  Fogg  scambiavano
    qualche rara parola;  ed era sempre l'ufficiale il primo a riaccendere
    la conversazione che l'altro lasciava languire. Ad un certo punto, Sir
    Cromarty disse:
    - Molti anni fa,  signor Fogg,  in questa parte  del  viaggio  avreste
    patito  un  ritardo  che  avrebbe  certamente  compromesso  il  vostro
    itinerario.
    - Perché, Sir Francis?
    - Poiché la ferrovia si interrompeva ai piedi dei Ghati;  e  bisognava
    attraversarli  in  palanchino  a  dorso  di  pony  per  raggiungere la
    stazione di Kandallah sul versante opposto.
    - Tale ritardo non avrebbe affatto  sconcertato  il  mio  programma  -
    rispose  Phileas Fogg.  - Io ho previsto anche la eventualità di certi
    ostacoli.
    - Tuttavia,  signor Fogg,  non mi  direte  che  avevate  previsto,  ad
    esempio,  il  brutto impiccio in cui ha rischiato di porvi l'avventura
    di codesto giovanotto!
    Passepartout,  con i piedi ravvolti  nella  sua  coperta  da  viaggio,
    dormiva della grossa e non sognava davvero che si parlasse di lui.
    - Il Governo inglese - ripigliò Sir Francis,  - è estremamente severo,
    e con ragione, verso questo genere di reati. Esige sopra ogni cosa che
    si rispettino le usanze religiose degli  Indù.  Perciò  se  il  vostro
    servo fosse stato preso...
    -  Sarebbe  stato  condannato,  avrebbe  scontato  la sua pena,  e poi
    avrebbe fatto tranquillamente ritorno in  Europa  -  concluse  Phileas
    Fogg senza scomporsi. - Io non vedo in qual modo la faccenda del servo
    avrebbe potuto far ritardare il viaggio del padrone.
    E  su  quella  battuta il dialogo s'interruppe.  Durante la notte,  il
    treno valicò i Ghati,  passò a Nasik e l'indomani,  il 21 ottobre,  si
    slanciò  attraverso  un paese relativamente pianeggiante,  formato dal
    territorio del Khandeish. La campagna, ben coltivata,  era disseminata
    di borghi al disopra dei quali il minareto della pagoda rimpiazzava il
    campanile  delle  chiese  europee.  Molti  piccoli  corsi d'acqua,  la
    maggior  parte  dei  quali  affluenti  o  subaffluenti  del  Godavari,
    irrigavano questa fertile contrada.
    Passepartout,  risvegliatosi,  ammirava  il  panorama e non riusciva a
    convincersi che stava attraversando l'India in un treno  della  «Great
    Indian  peninsular  railway».  Gli  sembrava  incredibile.  E tuttavia
    niente di più reale! La locomotiva, diretta dalla mano di un meccanico
    inglese e riscaldata dal  carbon  fossile  inglese,  lanciava  i  suoi
    sbuffi di fumo sulle piantagioni di cotone, di caffè, di noci moscate,
    di  garofani,  di  pepe  rosso.  Il vapore stendeva le sue spirali sui
    gruppi  di  palmeti  tra  i  quali  occhieggiavano   dei   pittoreschi
    "bungalows", alcuni vihari, una specie di monasteri abbandonati, e dei
    templi   meravigliosi   arricchiti   dall'inesauribile  ornamentazione
    dell'architettura indiana.  Poi  si  stendevano  a  perdita  di  vista
    immensi  spazi  di  terreno,  giungle  nelle quali non mancavano né le
    tigri né i serpenti che venivano intimoriti  dal  fischio  del  treno;
    succedevano quindi delle foreste,  tagliate dal tracciato della strada
    e ancora popolate di elefanti e  che  guardavano  passare  con  occhio
    pensoso il convoglio traballante.
    Nel  corso  di  quella  mattina,  superata la stazione di Malegaon,  i
    viaggiatori attraversarono il funesto territorio che  era  stato  così
    spesso  insanguinato  dai  seguaci  della  dea  Kalì.  Non erano molto
    lontane di lì Ellora e le  sue  meravigliose  pagode,  né  la  celebre
    Aurangabad, la capitale del selvaggio Aureng-Zeb, attualmente semplice
    capoluogo d'una provincia staccata dal regno del Nizam.  Era su questa
    contrada che esercitava il suo dominio Feringhea, il capo dei Thug, il
    re degli Strangolatori.  Questi assassini,  uniti in una  imprendibile
    associazione,  strangolavano in onore della Dea della Morte vittime di
    ogni età,  senza mai versare una goccia di sangue,  e ci fu un periodo
    in  cui  non  si  poteva  scavare in alcun luogo di questa terra senza
    trovarvi celato un cadavere.  Il Governo inglese è riuscito in seguito
    ad  impedire  in  gran  parte  questi  assassini,   ma  la  spaventosa
    associazione esisteva e funzionava ancora al tempo di questo racconto.
    Alle 12,30,  il  treno  si  arrestò  alla  stazione  di  Burhanpur,  e
    Passepartout poté procurarvisi a peso d'oro un paio di babbucce ornate
    di perle false, che s'infilò pieno di un'evidente vanità.
    I  viaggiatori fecero un rapido pasto e ripartirono per la stazione di
    Assurghur,  dopo avere costeggiato per un istante il corso del  Tapti,
    un  piccolo  fiume  che  si  va a gettare nel golfo di Cambay,  presso
    Surat.
    E' opportuno che parliamo adesso dei pensieri che occupavano  in  quel
    frattempo l'animo di Passepartout.  Fino al suo arrivo a Bombay,  egli
    aveva creduto e potuto credere che le  cose  sarebbero  terminate  lì.
    Adesso  però  che  si stava andando a tutto vapore attraverso l'India,
    s'era verificato nel suo spirito un repentino mutamento di idee. Stava
    tornando alla carica il suo temperamento.  Ritrovava le idee piene  di
    fantasia  della sua giovinezza,  prendeva sul serio i progetti del suo
    padrone,  credeva alla possibilità della scommessa e di conseguenza  a
    questo  giro del mondo e al margine massimo di tempo che non bisognava
    superare. Anzi, cominciava a preoccuparsi dei possibili ritardi, degli
    incidenti che potevano  sopravvenire  durante  la  corsa.  Si  sentiva
    interessato  alla  scommessa  e tremava al pensiero che solo il giorno
    prima avrebbe potuto compromettere la vincita con la sua imperdonabile
    sbadataggine.   E  così,   molto  meno  flemmatico  del  signor  Fogg,
    Passepartout  contava  e  ricontava i giorni già impiegati in viaggio,
    malediceva le fermate del treno,  lo definiva  un  treno-tartaruga,  e
    biasimava in cuor suo il signor Fogg di non aver promesso un premio al
    macchinista.  Quasi che fosse possibile anche su una ferrovia, come su
    un piroscafo, superare la velocità regolamentare!
    Verso sera il convoglio s'internò di nuovo fra le  gole  di  monti;  e
    fino all'alba corse ora lungo l'orlo di precipizi, ora su ponti arditi
    lanciati a cavalcioni di gole piene d'ombra.
    Il  frastuono  della  corsa non impediva ai viaggiatori di dormire nei
    loro angoli, cullati dal rullio della vettura.
    Si destarono a mattino già chiaro.  Sir Cromarty chiese a Passepartout
    di dirgli l'ora.
    -  Sono  appena le tre - rispose il francese,  dopo aver consultato il
    proprio orologio.
    Difatti quel famoso orologio,  sempre regolato sull'ora del  meridiano
    di  Greenwich,  che  si  trovava  ormai a settantasette gradi a ovest,
    ritardava per forza di quattro ore.
    - Capisco come sta la cosa!  Sono invece  le  sette  -  rettificò  Sir
    Francis.
    E  ripetendo  a Passepartout la medesima osservazione che questi aveva
    già ricevuta da Fix, tentò di spiegare:
    - Vedete,  giovanotto: viaggiando,  occorre regolare l'orologio  sopra
    ogni nuovo meridiano.  E precisamente: andando verso est, come andiamo
    noi,  ossia incontro al sole,  bisogna tener conto  che  i  giorni  si
    accorciano, di quattro minuti per ogni grado che si percorre. E quindi
    ogni  quindici  gradi l'orologio deve esser fatto avanzare di sessanta
    minuti,  vale a dire di un'ora.  Il contrario dovrebbe avvenire se  si
    viaggiasse verso ponente: allora bisognerebbe far ritardare l'orologio
    di un'ora per ogni quindici gradi.
    Fu  fiato  buttato  al  vento.  Avesse  o  no  compresa la spiegazione
    dell'ufficiale, il testardo Passepartout non volle saperne nemmeno per
    sogno di far fare un balzo avanti alle lancette del suo  orologio,  il
    quale restò pertanto regolato invariabilmente sull'ora di Londra.
    «Innocente  mania  da cui del resto non può derivar danno a nessuno!»,
    pensò Sir Francis sorridendo; e non ne parlò più.
    Alle otto del mattino  e  quindici  miglia  prima  della  stazione  di
    Rothal,  il  treno  si  fermò  in una radura in mezzo a una foresta di
    tamarindi.   Vi  sorgeva  un  piccolo  borgo  composto   di   eleganti
    "bungalows" e di alcune capanne d'operai.
    Il conducente scese, e passando lungo la fila dei vagoni annunziò:
    - Signori, si scende qui!
    Phileas   Fogg   e   Sir  Francis  Cromarty  si  guardarono  sorpresi.
    Passepartout,  che si era subito slanciato fuori e aveva  percorso  di
    carriera un buon tratto di strada avanti al treno,  tornò di lì a poco
    gridando:
    - Non c'è più ferrovia!
    - Cosa intendete dire? - chiese l'ufficiale.
    - Intendo dire che il treno non può continuare!
    Sir Cromarty si decise anch'egli a metter piede a terra.  Phileas Fogg
    lo seguì senza darsi fretta.
    -  Ma si può sapere dove siamo?  - domandò nervosissimo l'ufficiale al
    conducente.
    - In una frazione di Kholby - rispose quest'ultimo.
    - E perché ci fermiamo qui?
    - La ferrovia non è ultimata.
    - Come? Non è ultimata?
    - No. Resta da realizzare il tronco d'una cinquantina di miglia da qui
    ad Allahabad dove ricomincia l'altro tronco.
    - Ma i  giornali  hanno  annunciato  che  la  linea  era  in  completa
    efficienza.
    - Che volete, signor ufficiale, i giornali si sono sbagliati.
    -  Però  voi  date  i  biglietti da Bombay a Calcutta!  - ripigliò Sir
    Cromarty, cominciando a scaldarsi.
    - Senza  dubbio  -  replicò  calmo  il  conducente.  -  I  viaggiatori
    conoscono del resto,  per la maggior parte,  questa interruzione della
    linea,  e sanno di doversi far trasportare con qualche altro mezzo  da
    Kholby ad Allahabad.
    Sir  Francis era furibondo;  Passepartout avrebbe volentieri accoppato
    il povero conducente, il quale non ci aveva colpa; non osava mirare in
    volto il suo padrone.
    Imperturbabile, invece Phileas Fogg disse con naturalezza:
    - Se vi aggrada,  signor Cromarty,  pensiamo a provvederci di un mezzo
    che ci porti ad Allahabad.
    - Ma,  signor Fogg,  non si tratta per voi di un ritardo assolutamente
    pregiudizievole ai vostri interessi?
    - No; era previsto.
    - Come?! Sapevate che la ferrovia...
    - Niente affatto.  Ma sapevo che un ostacolo qualsivoglia avrebbe  ben
    potuto  sorgere o prima o poi sulla mia strada.  Niente è compromesso:
    ho due giorni di anticipo,  che posso ora sfruttare.  C'è un piroscafo
    in  partenza da Calcutta per Hong Kong il 25 a mezzodì.  Oggi è il 22:
    giungeremo in tempo.
    Non c'era nulla da eccepire ad una risposta  data  con  sì  matematica
    sicurezza.
    Purtroppo  era proprio vero che i lavori della ferrovia si arrestavano
    a quel punto. I giornali sono come certi orologi che hanno la mania di
    essere  in  anticipo,   ed  avevano   annunciato   prematuramente   il
    completamento  della  linea.  La maggior parte dei viaggiatori erano a
    conoscenza di questa interruzione della strada e, scendendo dal treno,
    si erano impadroniti dei veicoli di  ogni  sorta  reperibili  in  quel
    borgo:  palkighari  a  quattro ruote,  carrette trainate da zebù,  una
    specie di buoi con la gobba,  carri da viaggio  somiglianti  a  pagode
    ambulanti,  palanchini,  cavallucci, eccetera. E così il signor Fogg e
    Sir Francis Cromarty,  dopo avere ispezionato tutto il  borgo,  fecero
    ritorno senza avere trovato nulla.
    - Andrò a piedi - dichiarò Phileas Fogg.
    Passepartout fece una smorfia eloquentissima, dandosi un'occhiata alle
    magnifiche ma inadatte pantofole. Per fortuna anch'egli si era messo a
    cercare in giro: e dopo un attimo di esitazione s'azzardò a dire:
    - Signore, credo di aver trovato io un mezzo di trasporto.
    - Quale?
    - Un elefante. Appartiene a un indiano che abita a cento passi da qui.
    - Andiamo a vedere l'elefante.
    Il  signor Fogg,  Sir Francis e Passepartout trovarono l'indiano nella
    sua capanna attigua ad un recinto chiuso da alte palizzate.
    Nel recinto  c'era  un  elefante.  Dietro  richiesta  dei  visitatori,
    l'indiano li introdusse a vedere l'animale.
    Si   trovarono  alla  presenza  di  un  magnifico  pachiderma,   mezzo
    addomesticato.
    - Lo allevo per farne una bestia da combattimento - disse l'indiano; e
    spiegò come avesse  cominciato  a  modificare  il  carattere  del  suo
    elefante,  nutrendolo per tre mesi di solo zucchero e burro al fine di
    condurlo a quel parossismo di furore che  in  lingua  indù  si  chiama
    «mutsh».
    -  Simile  alimentazione - soggiunse l'indigeno,  - può parere la meno
    adatta a dare questo risultato;  eppure si usa  con  successo  da  noi
    allevatori.
    Per buona ventura del signor Fogg,  l'elefante, che rispondeva al nome
    di Kiunì, era stato messo da poco al regime di zucchero e burro;  e il
    «mutsh» non si era ancora manifestato.
    In  mancanza  d'altre cavalcature,  sapendo del resto che i pachidermi
    possono fornire  per  lungo  tempo  un'andatura  notevolmente  rapida,
    Phileas Fogg risolse di servirsi di quel mastodontico bestione. Ma gli
    elefanti  in  India  cominciano  a  farsi  rari,  e  son  tenuti assai
    preziosi.  I  maschi  particolarmente,  che  sono  i  soli  adatti  al
    combattimento nei circhi,  vengono molto ricercati.  D'altra parte, in
    cattività non si riproducono;  e quindi per procurarsene non c'e altro
    mezzo che la caccia nella foresta.
    Niente   di  strano  quindi  se  alla  proposta  del  signor  Fogg  di
    noleggiargli l'elefante, l'indiano rifiutò.
    Fogg insistette offrendo un prezzo magnifico: dieci sterline  all'ora.
    Non ottenne nulla.  Aumentò fino a quaranta sterline; ma l'indiano non
    si lasciava tentare.
    Phileas  Fogg  fece  allora  la  proposta  di  comperare   addirittura
    l'elefante.
    - Vi pago mille sterline, una sull'altra - disse all'allevatore.
    -  Non  intendo  vendere  - rispose astuto l'indiano,  che ormai aveva
    fiutato il magnifico affare.
    L'ufficiale a questo punto credé opportuno trarre in disparte  il  suo
    compagno di viaggio, e gli disse sottovoce:
    -  Signor  Fogg,  vi  esorto  a  riflettere  prima di aumentare ancora
    un'offerta così spettacolare!
    - Non preoccupatevi - rispose gentilmente Phileas Fogg.  - Io  non  ho
    l'abitudine di agire senza aver prima riflettuto. Si tratta in fin dei
    conti,  per  me,  di  vincere  una scommessa di ventimila sterline;  e
    quest'elefante mi è necessario.  Perciò,  dovessi anche pagarlo  venti
    volte il suo giusto valore, lo avrò.
    Ciò detto, il signor Fogg ritornò dall'indiano, i cui occhietti accesi
    dalla  cupidigia  lasciavano  chiaramente capire che ormai per lui era
    solo questione di prezzo. E il "gentleman" offrì via via milleduecento
    sterline, millecinquecento, milleottocento.
    Passepartout per solito così rosso, era pallido dall'emozione.
    - Duemila sterline!  - disse infine Phileas  Fogg.  -  Ed  è  l'ultimo
    prezzo. Vendete?
    - Prendetevi l'elefante - concluse l'indiano.
    Passepartout non si contenne.
    - Per le mie pantofole! - esclamò. - Questo si chiama far rincarare la
    carne di pachiderma! Il mio padrone può ben dire d'aver acquistato una
    cavalcatura da rajah!
    Si  trattava  ora  di  trovare  un  «mahut»,  ossia  un  conducente di
    elefanti.
    La faccenda non  fu  difficile.  Un  giovane  parsì  dalla  fisionomia
    intelligente e calma offerse i propri servizi. Il signor Fogg accettò,
    promettendo  una  vistosa  paga che non poteva far a meno di duplicare
    l'intelligenza del «mahut».
    L'elefante fu tratto fuori del recinto.  Il  parsì,  che  conosceva  a
    perfezione  il  mestiere,  coprì il dorso dell'animale con una pesante
    gualdrappa e dispose ai suoi fianchi due specie di  sedie  a  barella,
    alquanto incomode.
    Phileas Fogg pagò l'allevatore in fiammanti banconote che furono tolte
    dal prezioso sacco. A Passepartout parve che gli cavassero le viscere!
    Poi il signor Fogg disse compitamente a Sir Cromarty:
    -  Vi  offro  un  passaggio  sul  mio  elefante  fino alla stazione di
    Allahabad.  Accettate?  Un viaggiatore in più non può stancare  un  sì
    gigantesco animale.
    L'ufficiale  accettò  con  entusiasmo,  e  prese  posto in una sedia a
    barella. Phileas Fogg si accomodò nell'altra.
    Sistemate nel sacco da viaggio le provviste  di  viveri  acquistate  a
    Kholby,  Passepartout andò a mettersi, a cavalcioni sulla larga groppa
    di Kiunì,  fra il suo padrone e l'ufficiale.  Il parsì s'appollaiò sul
    collo  dell'elefante.  E  questo,  stimolato  dal fischio del «mahut»,
    staccando un buon trotto si internò per un  sentiero  solitario  nella
    folta foresta di Latàni.


    12.
    PHILEAS   FOGG   E  I  SUOI  COMPAGNI  SI  AVVENTURANO  NELLE  FORESTE
    DELL'INDIA, ED ECCO CI CHE NE CONSEGUE.
    Il «mahut», espertissimo dei luoghi,  affermava che seguendo la strada
    attraverso  la  foresta si sarebbe accorciato di una ventina di miglia
    il cammino; e i viaggiatori lasciarono fare a lui.
    Si andava attraverso  le  selve  quasi  impenetrabili  che  vestono  i
    fianchi  dei monti Vindhya.  Il trotto rigido dell'elefante comunicava
    discrete scosse a Phileas Fogg e a Sir Francis,  ficcati sino al collo
    nelle loro sedie a barella;  ma essi subivano la situazione con flemma
    britannica,  scambiando anche qualche  parola  pur  senza  vedersi  in
    faccia.
    Passepartout,  sistemato  sul  dorso  del  pachiderma  e  direttamente
    soggetto ai colpi e ai contraccolpi, doveva invece badar bene a tenere
    la lingua incollata contro il  palato,  giacché  fra  i  denti  se  la
    sarebbe mozzata di netto.  Ora lanciato contro il collo dell'elefante,
    ora rigettato sulla groppa,  il  bravo  giovane  volteggiava  come  un
    acrobata al trapezio. Ma in mezzo a quei salti da salmone, scherzava e
    rideva;  e  di  quando  in quando cavava dal sacco qualche zolletta di
    zucchero,  che l'intelligente Kiunì afferrava  con  l'estremità  della
    proboscide senza interrompere per un istante il trotto.
    Dopo  due ore di cammino il parsì fece fermare l'elefante per un lungo
    riposo.
    I viaggiatori scesero. Kiunì divorò un fascio di bambù e di arbusti, e
    si dissetò ad una pozza.
    La sosta fu assai gradita a Sir Cromarty il quale si sentiva  le  ossa
    rotte.  Phileas  Fogg  invece  appariva  fresco come se uscisse allora
    allora dal più comodo dei letti.
    - Ma è di ferro costui? - disse l'ufficiale a Passepartout,  guardando
    il "gentleman" con ammirazione e con invidia.
    - Di ferro,  e fuso tutto d'un pezzo!  - rispose il servo,  che si era
    dato intanto da fare ad allestire un po' di colazione.
    A mezzogiorno la comitiva si rimise in viaggio.
    Il paese andava assumendo un aspetto più desolato.  Alla fitta foresta
    erano  succeduti  boschi  di tamarindi e di palmizi nani,  e poi vaste
    pianure irte di magri arbusti e sparse  di  massi.  Si  era  nell'alto
    Bundelkund,  paese  poco  frequentato  da viaggiatori e abitato da una
    popolazione fanatica,  ostinata  nelle  più  superstiziose  e  crudeli
    pratiche  della  religione indù.  Colà il dominio degli inglesi non ha
    potuto stabilirsi mai interamente; e,  negli inaccessibili covi tra le
    gole  dei  Vindhya,  rajah  indipendenti hanno conservato i loro regni
    primitivi.  Parecchie volte Phileas Fogg e i compagni  scorsero  bande
    d'indù  dall'aspetto  selvaggio  i  quali  facevano  gesti  d'ostilità
    vedendo passare in lontananza il veloce pachiderma.  Il parsì  evitava
    quant'era possibile quegli incontri ritenendoli pericolosi.
    Frotte  schiamazzanti  di scimmie fuggivano da ogni parte,  con enorme
    spasso di Passepartout.
    Questi,  in mezzo a tanti altri pensieri,  ne aveva  ora  uno  che  lo
    occupava  intensamente.  Che  mai  ne  avrebbe  fatto dell'elefante il
    signor Fogg, giunti che si fosse ad Allahabad?  Se lo sarebbe condotto
    dietro?  Impossibile!  Il  prezzo del trasporto sarebbe stato rovinoso
    più ancora del prezzo d'acquisto. E allora Kiunì sarebbe stato venduto
    o rimesso in libertà?
    «Certo»,  pensava il servo semplicione,  «una bestia di  tanto  valore
    merita  dei  riguardi.  E se per caso il signor Fogg ne facesse regalo
    proprio a me? Mi troverei imbarazzatissimo...».
    Verso le otto di sera,  avevano oltrepassato la catena principale  dei
    Vindhya   e   i   viaggiatori   sostarono   ai   piedi   del  versante
    settentrionale, in un "bungalow" abbandonato.
    - Abbiamo percorso circa venticinque miglia - disse il «mahut».  -  Ce
    ne rimangono altrettante per giungere ad Allahabad;  e rimettendoci in
    cammino domattina all'alba, arriveremo prima di sera.
    La notte era fredda.  All'esterno del "bungalow" il  parsì  accese  un
    fuoco  di  sarmenti,  il  cui  calore  confortò tutti.  Si cenò con le
    provviste comperate a Kholby e con banane raccolte nella foresta.
    I viaggiatori erano stanchi;  e la conversazione,  cominciata a  frasi
    spezzate,  terminò  in  breve in un russare sonoro.  Solo l'indù restò
    sveglio presso Kiunì che si era addormentato in  piedi  appoggiato  al
    tronco d'un albero.
    Qualche  ruggito  di  ghepardo  e  di pantera,  accompagnato da risate
    stridule di scimmie, turbava ogni tanto il silenzio della notte.  Ma i
    carnivori  si  contentarono  di far udire le loro voci,  e non osarono
    avvicinarsi al  "bungalow"  davanti  a  cui  il  parsì  conservò  fino
    all'alba  un bel fuoco acceso.  Sir Francis Cromarty dormì di un sonno
    profondo,  da militare coraggioso e rotto alle  fatiche.  Passepartout
    dormì di un sonno agitato, ricominciando in sogno le capriole fatte da
    sveglio.  Quanto  al  signor Fogg,  riposò comodamente proprio come se
    fosse stato nella sua tranquilla casa di Saville Row.
    Alle sei del mattino ci si  rimise  in  cammino.  La  guida  aveva  la
    speranza di giungere alla stazione di Allahabad quella sera stessa. In
    questo modo,  il signor Fogg avrebbe perso solo una parte delle 48 ore
    risparmiate dall'inizio del viaggio.
    Si discesero le ultime rampe dei Vindhya.  Kiunì aveva ripreso la  sua
    rapida  andatura.  Verso  mezzogiorno,  la  guida aggirò la borgata di
    Kallenger, situata sul Ken, uno dei sub-affluenti del Gange.  La guida
    evitava sempre i luoghi abitati,  sentendosi più sicura nelle campagne
    deserte che caratterizzano le prime depressioni del bacino del  grande
    fiume.  La  stazione  di Allahabad era a meno di dodici miglia a nord-
    est.
    Fecero una sosta in un boschetto di banani, i cui frutti,  «succulenti
    quanto  la  crema»,  come  dicono  i  viaggiatori,  furono  apprezzati
    moltissimo.
    Alle due, la guida entrò sotto il riparo di una spessa foresta, che si
    sarebbe protratta per diverse  miglia.  Egli  preferiva  viaggiare  in
    questo modo riparato dagli alberi.  In ogni caso, non aveva fatto fino
    allora alcun incontro spiacevole,  e sembrava che il  viaggio  potesse
    concludersi senza incidenti, quando l'elefante, dando qualche segno di
    inquietudine, si arrestò all'improvviso.
    Erano circa le quattro.
    - Che c'è?  - chiese Sir Francis Cromarty, alzando la testa al disopra
    della sua portantina.
    - Non lo so, signor ufficiale - rispose il parsì,  con l'orecchio teso
    ad un confuso mormorio che proveniva dal folto della macchia.
    In  capo  a pochi minuti,  il rumore si fece più distinto: un misto di
    voci umane e di note di strumenti, ancora in lontananza.
    Passepartout era tutt'occhi e  tutt'orecchi.  Il  signor  Fogg  invece
    attendeva pazientemente, senza pronunciare una parola.
    Saltato agilmente a terra, il parsì legò l'elefante ad un albero e con
    mosse guardinghe si cacciò tra la macchia a spiare.  Pochi minuti dopo
    ritornò dicendo:
    - Una processione di bramini si sta dirigendo da questa  parte.  Se  è
    possibile, evitiamo di farci scorgere.
    Il  «mahut» slegò l'elefante e lo guidò in un recesso foltissimo della
    foresta, raccomandando ai viaggiatori di non scendere.  Egli stesso si
    tenne pronto ad inforcare la sua cavalcatura se la fuga fosse divenuta
    necessaria.
    - In questo nascondiglio,- disse l'indù,  - è quasi impossibile che ci
    scoprano.
    Il fogliame infatti componeva uno schermo assai fitto.
    Passò qualche  minuto  d'attesa.  Via  via  s'avvicinava  lo  strepito
    discordante   delle   voci   e  degli  strumenti:  canti  monotoni  si
    confondevano al suono di tamburi e di cimbali.
    Poco dopo,  la testa della processione apparve sotto  la  volta  degli
    alberi, a una cinquantina di passi dal piccolo gruppo appiattato.
    Phileas  Fogg e i compagni attraverso gli interstizi dei rami poterono
    osservare abbastanza bene la lenta sfilata.
    In prima fila avanzavano sacerdoti indù con alte mitre nere  e  lunghe
    vesti  gallonate.  Erano  circondati  d'una  turba di uomini,  donne e
    fanciulli che cantavano una salmodia funebre sul ritmo dei «tam-tam» e
    dei  cimbali.   Dietro  veniva  un  mastodontico  carro  dalle   ruote
    raffiguranti  serpi attorcigliate,  e tirato da due coppie di zebù con
    ricchissime gualdrappe.
    Sul carro troneggiava una statua orribile. Era una figura di donna con
    quattro  braccia,  il  corpo  tinto  in  rosso  sanguigno,  gli  occhi
    stralunati,  i  capelli  scomposti,  la  bocca ghignante.  Al collo le
    pendeva una collana di teschi,  ai fianchi una cintura di mani  mozze.
    Poggiava  i  piedi  sopra la figura di un gigante abbattuto e col capo
    reciso.
    Sir Cromarty riconobbe quella statua.
    - La Dea Kalì!... - mormorò. - La Dea dell'amore e della morte.
    - Della morte,  sì,  sono d'accordo,  ma dell'amore  certamente  no  -
    dichiarò Passepartout. - Che brutta donna!
    Il parsì gli fece cenno di tacere.
    Intorno  alla  statua  si  agitavano,  in mille contorcimenti,  vecchi
    fakiri che avevano il corpo rigato di strisce color ocra e coperto  di
    minuti tatuaggi.
    Lenti,  maestosi  nello sfarzo del loro costume orientale,  avanzavano
    dietro ai fakiri alcuni bramini trascinando una donna che si reggeva a
    stento.
    Quella donna era giovane e bellissima; aveva la carnagione bianca come
    un'europea. Il suo capo, il collo, le orecchie,  le braccia,  le mani,
    persino  i  pollici  dei piccoli piedi delicati erano sovraccarichi di
    gioielli.  Una tunica a laminette d'oro fissate su mussola vaporosa le
    fasciava il busto.
    Con un contrasto violento che faceva agghiacciare il sangue,  dietro a
    quella delicata creatura avanzavano in gruppo molte guardie armate  di
    sciabole  e  di  pistole che pendevano alla loro cintola.  Portavano a
    braccia, sopra un palanchino, il cadavere di un uomo.  Era il corpo di
    un vecchio rajah,  adorno,  come in vita, di tutti i superbi segni del
    potere regale: il turbante trapunto di perle, la veste tessuta di seta
    e d'oro, la cintura di cascemiro e di diamanti,  le magnifiche armi di
    principe indiano.
    I  musicanti seguivano il feretro e chiudevano il corteo levando grida
    di lamentazione e facendo uno strepito più assordante  del  rullo  dei
    «tam-tam».
    Sir Francis Cromarty stava ad osservare tutta quella pompa con un'aria
    straordinariamente  rattristata.   Poi,  volgendosi  verso  il  parsì,
    sussurrò:
    - Un "sutty"!
    L'indù fece un cenno affermativo,  e si pose di nuovo  l'indice  sulle
    labbra.
    La  lunga  processione  andava  snodandosi  ormai in distanza sotto la
    volta  dei  rami,  lungo  il  sentiero;  finché  le  sue  ultime  file
    scomparvero nella profondità della foresta.
    A poco a poco l'eco delle salmodie si spense.  Si sentì ancora qualche
    scoppio di grida lontane.
    Poi tutto morì nel silenzio.
    Phileas  Fogg  aveva  udito  le  parole  pronunciate  da  Sir  Francis
    Cromarty. Appena la processione fu scomparsa, chiese:
    - Che cos'è un "sutty"?
    -  Un  sacrificio umano,  ma un sacrificio volontario.  Quella giovane
    donna che avete veduta sorretta dai  bramini  sarà  arsa  viva  domani
    all'alba.
    -  Ah,  manigoldi!!!  -  gridò  Passepartout,  incapace  di frenare la
    propria indignazione.
    - E il cadavere portato dalle guardie? - domandò ancora Phileas Fogg.
    - E' del principe suo marito - rispose l'indù. - Si tratta di un rajah
    indipendente del Bundelkund.
    Phileas Fogg tacque un poco;  poi,  senza che la sua voce tradisse  la
    minima emozione, soggiunse:
    -  Usi  così  barbari vigono ancora in India,  e gli inglesi non hanno
    potuto sradicarli?
    - Veramente nella massima  parte  dell'India  -  rispose  Sir  Francis
    Cromarty,  - simili crudeli sacrifici non si compiono più. Soltanto il
    territorio del  Bundelkund,  sul  versante  settentrionale  dei  monti
    Vindhya,  è  rimasto  fuori  dell'influenza  inglese;  e vi sussistono
    usanze fanatiche e selvagge,  come questa di ardere viva sul  rogo  la
    vedova accanto al cadavere del marito.
    - Che sventurata! - mormorò Passepartout. - Bruciata viva!
    -  Sì  -  riprese  l'ufficiale.  -  Verrà  bruciata,  e voi non potete
    immaginare a quale miserabile condizione verrebbe  ridotta,  dai  suoi
    stessi congiunti,  la donna che riuscisse a sottrarsi al supplizio. Le
    raderebbero i capelli,  la nutrirebbero appena con qualche manciata di
    riso,  la  scaccerebbero  come  una  creatura  immonda,  come  un cane
    scabbioso.  La prospettiva di un'esistenza così orribile spinge perciò
    sovente quelle meschine a eleggere la fine sul rogo, molto più che non
    lo  possa l'amore o il fanatismo religioso.  Qualche volta tuttavia il
    sacrificio è realmente volontario,  e ci vuole  l'intervento  energico
    del  Governo  per  impedirlo.  Qualche  anno fa io risiedevo a Bombay,
    quando  una  giovane  vedova  è  venuta  dal  Governatore  a  chiedere
    l'autorizzazione a farsi bruciare con il corpo del marito. Come potete
    immaginare,  il Governatore rifiutò. Allora la vedova lasciò la città,
    si rifugiò presso un rajah indipendente e così poté consumare  il  suo
    sacrificio.
    Durante il racconto dell'ufficiale il parsì scuoteva la testa e quando
    il racconto finì, esclamò:
    -  Il  sacrificio  che  avrà  luogo  domani sul far del giorno,  non è
    volontario di certo!
    - Come lo sapete? - chiese Sir Cromarty.
    - E' una storia che tutti nel Bundelkund conoscono.
    - Del resto, dev'essere ormai rassegnata. A me è parso che la poverina
    non opponesse alcuna resistenza - fece osservare Sir Cromarty.
    - Ah,  signore,  ciò dipende soltanto dal fatto che l'hanno  ubriacata
    con il fumo dell'oppio e della canapa!
    - Ma dove la portano? - chiese ancora Sir Cromarty.
    - Alla pagoda di Pillaji,  a due miglia da qui.  Ivi dovrà trascorrere
    la notte, aspettando l'ora del sacrificio.
    - E il sacrificio quando avrà luogo?
    - Domani allo spuntar del giorno.
    Data questa risposta,  il «mahut» fece  uscire  l'elefante  dal  folto
    della macchia, e si arrampicò sul collo dell'animale. Ma al momento in
    cui  stava  per  incitare  la  cavalcatura,  il signor Fogg lo fermò e
    rivolgendosi all'ufficiale:
    - Se salvassimo quella donna? - disse con naturalezza.
    - Salvare quella donna?! Signor Fogg, che dite mai? - Ho ancora dodici
    ore di vantaggio. Posso dedicarle a questo scopo.
    - Oh!  Ma voi...  allora...  siete un uomo di cuore,  signor  Fogg!  -
    balbettò sir Francis Cromarty.
    -  Qualche  volta  -  rispose semplicemente Phileas Fogg.  - Quando ho
    tempo.