home menu biografia libri rom altipiano carapigna
maestri biblioteca shoah ebraica benzi scrittori cerca libro

                                                                                                                             

 

 I guai di un cinese in Cina

 

 
 
    Capitolo 1
    IN CUI SI MANIFESTA A POCO A POCO LA PERSONALITA'  E  LA  NAZIONALITA'
    DEI PERSONAGGI.
    -  Dobbiamo pur convenire che la vita ha del buono!  - affermò uno dei
    convitati,  che  teneva  i  gomiti  appoggiati  sui  bracciuoli  della
    poltrona  con  la  spalliera  di marmo,  sbocconcellando una radice di
    nenufar zuccherata.
    - Ma anche del cattivo!  - ribatté tra due accessi di tosse un  altro,
    che  la  spina  d'una  delicata  pinna di pescecane per poco non aveva
    strozzato.
    - Un po' più di filosofia! - intervenne allora uno più anziano, il cui
    naso sosteneva un enorme paio di occhiali dalle grandi  lenti  con  la
    montatura di legno.  - Oggi si rischia di strangolarsi, e domani tutto
    passa, come passano le soavi sorsate di questo nettare. Tutto sommato,
    è questa la vita.
    Ciò detto,  quell'epicureo di umore conciliativo tracannò un bicchiere
    di  un  eccellente vino tiepido,  il cui vapore leggero si sprigionava
    lentamente da una teiera di metallo.
    - Per conto mio - dichiarò un quarto convitato,  - l'esistenza mi pare
    accettabilissima, dal momento che non si lavora e si ha abbastanza per
    non lavorare.
    -  Errore!  -  dichiarò un quinto.  - La felicità è nello studio e nel
    lavoro. Acquistare il maggior numero possibile di cognizioni vuol dire
    cercare di essere felici!...
    - E capire che, tutto sommato, non si sa niente.
    - E non è per questo forse il principio della saggezza?
    - Ma quale ne è la fine?
    - La saggezza non ha  fine  -  rispose  filosoficamente  quello  dagli
    occhiali.  -  Avere  il  buon  senso:  ecco  quale  sarebbe la suprema
    soddisfazione.
    Allora il primo convitato si rivolse direttamente all'anfitrione,  che
    era  a  capotavola,  vale  a dire nel posto peggiore,  come esigono le
    leggi della cortesia.  Indifferente e distratto,  egli ascoltava senza
    intromettersi in quella dissertazione "inter pocula".
    -  Vediamo!  Che  pensa  il nostro ospite di queste nostre divagazioni
    dopo il pranzo? Come trova oggi l'esistenza? Buona o cattiva? E' pro o
    contro?
    L'anfitrione sgranocchiò indolentemente qualche seme  di  cocomero  e,
    per  tutta risposta,  si contentò di sporgere sprezzatamente le labbra
    da uomo che sembra non interessarsi di niente.
    - Pòh! - disse.
    E' questa, per eccellenza, la parola degli indifferenti.  Dice tutto e
    non  dice  niente:  appartiene  a tutte le lingue,  e deve trovarsi in
    tutti i dizionari del globo: è una smorfia sillabata.
    Allora le cinque persone che egli aveva invitato alla  sua  tavola  lo
    strinsero  con vari argomenti,  ciascuno in favore della propria tesi.
    Volevano conoscere la sua opinione. Dapprima egli si schermì, poi finì
    con l'affermare che la vita non aveva niente  di  buono  e  niente  di
    cattivo. Secondo lui era un'«invenzione» abbastanza insignificante, e,
    tutto sommato, poco allegra.
    - Eccolo qui il nostro amico!
    -  Può  parlare  così  perché  finora neppure il petalo di una rosa ha
    turbato il suo riposo.
    - E perché è giovane.
    - Giovane e in buona salute.
    - In buona salute e ricco.
    - Ricchissimo!
    - Più che ricchissimo!
    - Forse anche troppo!
    Le repliche s'incrociavano come petardi di un fuoco d'artificio, senza
    destare    neppure    un    sorriso    nell'impassibile     fisionomia
    dell'anfitrione. Si era contentato di alzare leggermente le spalle, da
    uomo  che  non ha mai sfogliato neppure per un'ora sola il libro della
    propria vita, anzi non ha neppur tagliato le prime pagine.
    Eppure quell'indifferente contava  al  massimo  trentun  anni,  godeva
    ottima salute, possedeva un grande capitale, una mente che non mancava
    di  cultura,  un'intelligenza  superiore alla media e aveva,  insomma,
    tutto quello che mancava a tanti altri per  essere  tra  i  felici  di
    questo mondo. Perché non lo era?
    Perché?
    Si  fece  sentire  allora  la  voce grave del filosofo,  col tono d'un
    antico corifeo.
    - Amico, se non sei felice quaggiù,  è perché finora la tua felicità è
    stata soltanto negativa. Della felicità avviene come della salute: per
    goderla,  occorre che qualche volta sia venuta a mancare. E tu non sei
    mai stato ammalato... Voglio dire che non sei mai stato infelice! Ecco
    quello che ti manca nella vita.  Chi può apprezzare la felicità se  la
    sventura non l'ha mai toccato neppure un momento?
    E  dopo  questa  osservazione piena di saggezza,  alzando il bicchiere
    colmo di uno champagne d'ottima marca, il filosofo aggiunse:
    - Auguro un po' d'ombra al sole del nostro ospite: qualche dolore alla
    sua vita!
    E vuotò il bicchiere tutto d'un fiato.
    L'anfitrione fece un gesto di rassegnazione  e  ricadde  nella  solita
    apatia.
    Dove avveniva questa conversazione?  In una sala da pranzo europea?  A
    Parigi,  a  Londra,  a  Vienna,  a  Pietroburgo?  Quei  sei  convitati
    chiacchieravano  nella  sala  di un ristorante dell'Antico o del Nuovo
    Mondo?  Chi erano quelle persone che  trattavano  simili  argomenti  a
    tavola, pur non avendo bevuto più del conveniente?
    In ogni caso, non erano francesi, dato che non parlavano di politica.
    I  sei convitati erano seduti a tavola in una sala di media grandezza,
    lussuosamente arredata.  Attraverso i vetri delle finestre,  di  color
    azzurro o arancione,  s'insinuavano, a quell'ora, gli ultimi raggi del
    sole.  All'esterno la brezza della sera faceva dondolare ghirlande  di
    fiori naturali o artificiali, e le lanterne multicolori univano i loro
    pallidi  bagliori  alla  luce  morente  del  giorno.  Le  mensole  che
    sovrastavano  le  finestre  erano  ornate  di  arabeschi   intagliati,
    arricchiti  di  svariate  sculture,  rappresentanti bellezze celesti o
    terrene, animali o vegetali d'una fauna e di una flora fantasiose.
    Sulle pareti  della  sala,  tappezzate  di  seta,  splendevano  grandi
    specchi  a doppia molatura;  sul soffitto,  una "punka" che agitava le
    ali  di  percalle  dipinte,   rendeva  sopportabile   la   temperatura
    dell'ambiente.
    La tavola era un lungo quadrilatero di lacca nera. Niente tovaglia sul
    piano,  che  rifletteva i numerosi pezzi di argenteria e di porcellana
    come avrebbe potuto fare una lastra del più puro cristallo.  E  niente
    tovaglioli, ma semplici quadrati di carta, ornati di stemmi, dei quali
    ciascun convitato aveva una sufficiente provvista. Intorno alla tavola
    erano disposte poltrone con lo schienale di marmo,  assai preferibili,
    in quel clima, allo schienale imbottito dell'arredamento occidentale.
    Quanto al servizio,  era affidato a  ragazze  molto  graziose,  con  i
    capelli neri adornati di gigli e crisantemi e con braccialetti d'oro o
    di giada avvolti in modo civettuolo intorno alle braccia. Sorridenti e
    gioiose,  esse compivano il servizio con una mano,  mentre con l'altra
    agitavano graziosamente un lungo ventaglio,  che ravvivava le correnti
    d'aria spostate dalla "punka" del soffitto.
    Il  pranzo  non  aveva  proprio lasciato a desiderare.  Non si sarebbe
    potuto immaginare niente di più  raffinato  di  questa  cucina,  nello
    stesso  tempo  semplice e ricercata.  Il cuoco del locale,  sapendo di
    aver a che  fare  con  buongustai,  aveva  superato  se  stesso  nella
    preparazione  delle  centocinquanta  pietanze  di  cui si componeva il
    pranzo.
    In principio,  come antipasti,  figuravano paste zuccherate,  caviale,
    granchiolini fritti,  frutta secca e ostriche di Ning-po. Poi, a brevi
    intervalli,  si succedevano uova farcite di anitra,  di piccione e  di
    pavoncella,  nidi  di  rondine con uova sbattute,  fricassée di "ging-
    seng", una composta di branchie di storione,  nervi di balena in salsa
    zuccherata,  ghiozzi  d'acqua  dolce,  ragù  di gamberi,  ventrigli di
    passeri e occhi di pecora insaporiti con una punta d'aglio, ravioli al
    latte di noccioli d'albicocche,  oloturie marinate,  germogli di bambù
    al  sugo,   insalate  di  radicchi  zuccherati,  eccetera.  Ananas  di
    Singapore,  confetti di arachidi,  mandorle salate,  manghi  saporosi,
    frutti di "longyan" dalla polpa bianca,  e "lizhi" dalla polpa grigia,
    castagne d'acqua, arance di Canton candite formavano l'ultimo servizio
    di un pranzo che durava da  tre  ore,  abbondantemente  innaffiato  di
    champagne  e  di vino di Shaoxing.  L'inevitabile riso,  spinto fra le
    labbra dei convitati per mezzo  di  bastoncini  coronava  il  sapiente
    ordine delle portate.
    Giunse  alla fine il momento in cui le giovani cameriere portarono non
    una di quelle scodelle alla moda europea,  che contengono  un  liquido
    profumato,  ma  delle  salviette inumidite d'acqua calda,  che tutti i
    convitati si passarono sul viso con la massima soddisfazione.
    Questo però non era che un intermezzo nel pranzo, un'ora di riposo che
    sarebbe stata allietata dalla musica.
    Infatti un folto gruppo di cantanti e di suonatori entrò  nella  sala.
    Le  cantanti  erano  giovani,  graziose  e  vestite  in modo modesto e
    decente. Ma che musica e che modo di fare! Miagolii,  chioccolii senza
    tempo  e  senza tonalità s'innalzavano in note acute,  fino all'ultimo
    limite di  percezione  del  senso  auditivo!  Quanto  agli  strumenti,
    violini  le  cui  corde  s'aggrovigliavano  con  i fili dell'archetto,
    chitarre  ricoperte  di  pelli  di  serpente,   clarinetti  stridenti,
    armoniche che sembravano piccoli pianoforti portatili, tutti strumenti
    degni  delle  cantanti  e  dei  canti,  che  accompagnavano con grande
    fracasso.
    Il direttore di  quella  rumorosa  orchestra,  appena  entrato,  aveva
    presentato   il   programma   del   suo   repertorio.   A   un   gesto
    dell'anfitrione,  che gli lasciava carta bianca,  l'orchestra si diede
    ad  eseguire il "Mazzetto dei dieci fiori",  un pezzo molto alla moda,
    del quale il bel mondo andava matto.
    Poi la truppa di cantanti e suonatori,  ben  pagata  in  anticipo,  si
    ritirò portandosi dietro molti applausi,  che andò a raccogliere anche
    nelle sale vicine.
    Allora i sei convitati si alzarono  da  quella  tavola,  ma  solo  per
    passare  a  un'altra:  e  lo fecero con grandi cerimonie e complimenti
    d'ogni sorta.
    Su quella seconda tavola, ciascuno di essi trovò una piccola tazza col
    coperchio,  ornata del ritratto  di  Bôdhidharma,  il  celebre  monaco
    buddista, ritto sulla sua zattera leggendaria. E ciascuno ebbe pure un
    pizzico  di  tè,  che  mise in infusione,  senza zucchero,  nell'acqua
    bollente della tazza, e che bevve quasi subito.
    E che tè!  Non c'era da temere che  la  casa  "Gibb-gibb  &  C.",  che
    l'aveva  fornito,  l'avesse  sofisticato,  mescolandovi disonestamente
    delle foglie estranee,  né che avesse subìto una prima infusione e non
    fosse  più  buono  che a pulire i tappeti,  né che un preparatore poco
    delicato l'avesse tinto di giallo con la curcumina o di verde col  blu
    di  Prussia!  Era  il  tè imperiale in tutta la sua purezza.  Erano le
    foglie preziose,  simili agli stessi fiori,  della prima raccolta  del
    mese di marzo,  che si fa raramente,  poiché l'albero ne muore: quelle
    foglie,  infine,  che  solo  i  bambini,  con  le  mani  accuratamente
    guantate, possono cogliere!
    Un   europeo   non  avrebbe  sufficienti  esclamazioni  laudative  per
    celebrare quella bevanda,  che i sei  convitati  sorbivano  a  piccoli
    sorsi, senza estasiarsi, da conoscitori che ne avevano l'abitudine.
    Bisogna  dire  però  che  nessuno  era  in  grado  meglio  di  loro di
    apprezzare quel delicato  beveraggio.  Persone  della  buona  società,
    riccamente  vestite della "hanshan",  leggera camicetta,  del "magua",
    corta tunica, della "hao",  lunga veste che si abbottonava sul fianco,
    con ai piedi babbucce gialle e calzini traforati, alle gambe pantaloni
    di  seta  stretti  alla vita da una sciarpa con fiocchi,  sul petto il
    pettino di seta finemente ricamato, il ventaglio alla cintola,  quegli
    amabili personaggi erano nati nel paese stesso ove la pianta del tè dà
    una  volta l'anno la sua messe di foglie profumate.  Quel pranzo,  nel
    quale figuravano nidi di rondine e oloturie,  nervi di balena e  pinne
    di  squali,  essi  l'avevano gustato come meritava per la sua delicata
    preparazione; ma il suo menu,  che avrebbe stupito uno straniero,  non
    li  sorprendeva affatto.  In ogni modo,  quello che nessuno di loro si
    aspettava fu la comunicazione che fece loro l'anfitrione  nel  momento
    in  cui  stavano finalmente per lasciare la tavola.  E allora capirono
    perché quel giorno egli li aveva invitati.
    Le tazze erano ancora piene.  Al momento di vuotare per l'ultima volta
    la propria,  l'uomo indifferente mise i gomiti sulla tavola e, con gli
    occhi perduti nel vuoto, si espresse in questi termini:
    -  Amici,  ascoltatemi  senza  ridere.  Il  dado  è  tratto.  Sto  per
    introdurre  nella  mia  esistenza  un  elemento  nuovo,  che  forse ne
    dissiperà la monotonia. Sarà un bene?  Sarà un male?  L'avvenire me lo
    dirà.  Questo,  al quale vi ho invitati,  è il mio pranzo d'addio alla
    vita di scapolo. Fra quindici giorni sarò ammogliato e...
    - E sarai il più felice degli uomini!  - lo interruppe l'ottimista.  -
    Guarda! I pronostici sono a tuo favore!
    Infatti,  mentre le lampade lanciavano,  crepitando,  pallide luci, le
    gazze gracchiavano sugli arabeschi delle finestre e le foglioline  del
    tè  galleggiavano  perpendicolarmente  nelle tazze.  Erano altrettanti
    lieti presagi che non potevano ingannare!
    Così, tutti si misero a felicitare l'ospite, che accolse i complimenti
    con la più perfetta freddezza.  Ma siccome non  aveva  detto  il  nome
    della  donna  destinata  a  recitare la parte di « elemento nuovo»,  e
    della  quale   egli   aveva   fatto   la   scelta,   nessuno   commise
    l'indiscrezione d'interrogarlo a proposito.
    Però  il  filosofo  non  aveva unito la propria voce al concerto delle
    felicitazioni.  Con le braccia incrociate,  gli occhi semichiusi e  un
    sorriso ironico sulle labbra, pareva che non apprezzasse né quelli che
    facevano  i  complimenti  né  colui  al  quale  erano diretti.  Allora
    quest'ultimo si alzò,  gli mise la mano sulla spalla e,  con voce meno
    calma del solito, gli disse:
    - Sono forse troppo vecchio per prender moglie?
    - No.
    - Troppo giovane?
    - Neppure.
    - Credi che faccia male?
    - Forse.
    -  La donna che ho scelto,  e che tu conosci,  ha tutto quanto occorre
    per rendermi felice.
    - Lo so.
    - Ebbene?...
    - Sei tu che non hai tutto quanto occorre per  esserlo!  Annoiarsi  da
    solo nella vita è male; annoiarsi in due, è peggio!
    - Non sarò dunque mai felice?...
    - No, finché non avrai conosciuto la sventura.
    - La sventura non può colpirmi!
    - Tanto peggio, poiché allora tu sei incurabile!
    - Ah,  questi filosofi! - esclamò allora il più giovane dei convitati.
    - Non bisogna ascoltarli!  Sono macchine per fabbricar  teorie,  e  ne
    fabbricano d'ogni sorta! Tutta robaccia, che in pratica non val nulla!
    Prendi  moglie,  prendi  moglie,  amico!  Io  farei altrettanto se non
    avessi fatto voto di non far mai niente! Prendi moglie e,  come dicono
    i  nostri  poeti,  possano  le due fenici apparirti sempre teneramente
    unite! Amici, bevo alla felicità del nostro ospite!
    - E io - ribatté il filosofo - bevo al prossimo intervento di  qualche
    divinità  protettrice,  che,  per renderlo felice,  lo sottoponga alla
    prova della sventura!
    Dopo questo brindisi abbastanza bizzarro,  i convitati si  alzarono  e
    accostarono  i  pugni  come  avrebbe  fatto un pugile al momento della
    lotta; poi,  dopo averli successivamente abbassati e rialzati chinando
    il capo, presero congedo gli uni dagli altri.
    Dalla descrizione della sala in cui è avvenuto il pranzo, dal suo menu
    esotico,   dall'abbigliamento   dei   convitati,   dal  loro  modo  di
    esprimersi,  e forse anche dalle loro singolari teorie,  il lettore ha
    capito  che  si  trattava  di  cinesi,  e non di quei «celestiali» che
    sembrano staccati da un paravento o da un vaso di  porcellana  cinese,
    ma  di  quei  moderni  abitanti  del Celeste Impero già «europeizzati»
    dagli studi, dai viaggi,  dalle frequenti comunicazioni con la civiltà
    occidentale.
    Infatti  nel  salone  di  uno di quei battelli - fiore del fiume delle
    Perle, a Canton, il ricco Kin-fo, accompagnato dall'inseparabile Wang,
    il filosofo,  aveva convitati quattro dei migliori amici di  gioventù:
    Baoshen,  un mandarino di quarta classe dei bottoni azzurri,  Yinbang,
    ricco  negoziante  di  seterie  della   via   dei   Farmacisti,   Tim,
    l'inveterato gaudente, e il letterato Hua.
    E ciò avveniva il ventisettesimo giorno della quarta luna,  durante la
    prima delle cinque veglie,  che suddividono così poeticamente  le  ore
    della notte cinese.
    Capitolo 2
    IN  CUI  KIN-FO  E  IL  FILOSOFO  WANG  VENGONO DESCRITTI IN MODO PIU'
    PRECISO.
    Kin-fo aveva offerto quel pranzo di addio agli amici di Canton  perché
    in  quella  capitale  della  provincia di Guandong aveva trascorso una
    parte dell'adolescenza.  Dei  numerosi  compagni  che  deve  avere  un
    giovanotto  ricco e generoso,  i quattro invitati del battello fiorito
    erano i soli amici  che  gli  restavano  in  quell'epoca.  Inutilmente
    avrebbe cercato di riunire gli altri, dispersi dai casi della vita.
    Kin-fo  dimorava  allora a Shanghai e,  per far cambiare aria alla sua
    noia,  l'aveva portata a spasso per alcuni giorni a Canton.  Ma quella
    sera  stessa  doveva  prendere  lo  "steamer" (1) che faceva scalo nei
    punti principali della costa e tornare tranquillamente al suo  "yamen"
    (2).
    Wang  aveva  accompagnato  Kin-fo,  poiché  non  lasciava  mai  il suo
    allievo,  al quale non faceva mancare le  lezioni.  Ma,  per  dire  la
    verità, il giovane non ne teneva alcun conto. Erano massime e sentenze
    perdute; ma la «macchina per fabbricar teorie» - come l'aveva definito
    quel gaudente di Tim - non si stancava mai di produrne.
    Kin-fo  era  proprio  il  tipo  di quei cinesi del Nord,  la cui razza
    tendeva a trasformarsi,  e che non si erano mai mescolati coi tartari.
    Non  si  sarebbe potuto trovare l'uguale nelle province del Sud,  dove
    tanto le classi alte quanto quelle basse si erano intimamente commiste
    con la razza manciù.  Kin-fo non aveva nelle vene una goccia di sangue
    tartaro,  né  per  via di suo padre,  né per via di sua madre,  le cui
    famiglie, dopo la conquista, si tenevano in disparte. Alto, ben fatto,
    più bianco che giallo,  le sopracciglia  in  linea  retta,  gli  occhi
    orizzontali,  rialzati  appena  verso le tempie,  il naso diritto,  la
    faccia non appiattita;  sarebbe stato  notato  anche  tra  i  più  bei
    campioni delle popolazioni occidentali.
    In effetti,  se Kin-fo si dimostrava cinese, lo era solo per il cranio
    accuratamente rasato,  per la fronte e il collo senza un pelo e per il
    magnifico codino che,  partendo dall'occipite,  gli ricadeva sul dorso
    come un serpente corvino.  Molto accurato nella  persona,  portava  un
    pizzetto  e  baffi sottili che,  descrivendo un semicerchio intorno al
    labbro superiore,  raffiguravano esattamente la corona della scrittura
    musicale. Le unghie erano lunghe più d'un centimetro, prova questa che
    egli apparteneva proprio a quella categoria di gente fortunata che può
    vivere   senza   far   nulla.   Fors'anche  l'indolente  portamento  e
    l'atteggiamento altero accrescevano l'eleganza che traspariva da tutta
    la persona.
    Del resto Kin-fo era nato a Pechino,  vantaggio di  cui  i  cinesi  si
    mostrano  molto orgogliosi.  A chi glielo chiedeva,  poteva rispondere
    superbamente: «Provengo dall'Alto!». A Pechino, infatti,  dimorava suo
    padre Tciung-heu al momento della sua nascita,  ed egli aveva sei anni
    quando la famiglia andò a stabilirsi definitivamente a Shanghai.
    Quel degno cinese, di ottima casata del Nord,  possedeva,  come i suoi
    compatrioti,  notevoli  attitudini  per il commercio.  Durante i primi
    anni della sua carriera,  tutto ciò che produce quel ricco  territorio
    così popolato, carta di Shantou, seterie di Suzhou, zucchero raffinato
    di  Formosa,  tè di Hancou e di Fuzhou,  ferro di Henan,  rame rosso o
    giallo della provincia di Yunnan,  tutto fu per lui oggetto di negozio
    e  materia  di traffico.  La sua principale casa di commercio,  il suo
    "hong", era a Shanghai, ma aveva succursali a Nanchino,  a Tianjin,  a
    Macao,  a Hong-kong. Aveva stretti rapporti d'affari con l'Europa, gli
    "steamer" inglesi trasportavano le sue mercanzie,  mentre il telegrafo
    gli faceva sapere il costo delle sete a Lione e dell'oppio a Calcutta.
    Nessuno  degli  strumenti  del  progresso,  vapore  o elettricità,  lo
    trovava refrattario come la maggior parte dei  cinesi,  che  subiscono
    l'influenza  dei  mandarini  e  del  governo,  di  cui  quel progresso
    diminuiva a poco a poco il prestigio.
    In breve Tciung-heu manovrava con tanto abilità nel suo commercio  con
    l'interno dell'impero, e nelle sue transazioni con le case portoghesi,
    francesi,  inglesi  o americane di Shanghai,  di Macao e di Hong-kong,
    che quando Kin-fo venne al mondo,  il capitale di suo padre sorpassava
    già i quattrocentomila dollari.
    E  durante  gli anni che seguirono,  grazie alla creazione di un nuovo
    traffico,  che si poteva chiamare il «traffico dei "coolies"  (3)  del
    Nuovo Mondo», quei risparmi erano destinati a raddoppiare.
    Si  sa  infatti  che  la  popolazione  della  Cina  è  sovrabbondante,
    sproporzionata  anche  all'estensione  di   quel   vasto   territorio,
    diversamente  ma  poeticamente  chiamato  Celeste  Impero,  Impero del
    Centro, Impero o Terra dei Fiori.  La popolazione allora si valutava a
    non  meno di trecentosessanta milioni d'abitanti: quasi un terzo della
    popolazione terrestre.  Ora,  per poco che  mangi  il  cinese  povero,
    mangia  pure,  e  la  Cina,  anche con le sue numerose risaie,  le sue
    immense coltivazioni di miglio e di grano,  non basta a  nutrirlo.  Da
    qui  un  sovrappiù  di  popolazione  che  non  domanda altro se non di
    scivolar via per i fori aperti dai cannoni inglesi  e  francesi  nelle
    muraglie materiali e morali del Celeste Impero.
    Verso  l'America  del Nord,  e più di tutto verso la California,  si è
    rovesciata quella sovrabbondanza di popolazione. Ma la cosa è avvenuta
    con tanta  violenza,  che  il  Congresso  ha  dovuto  adottare  misure
    restrittive  contro  quell'invasione,  molto incivilmente chiamata «la
    peste  gialla».   Come  si  è  fatto  osservare,   cinquanta   milioni
    d'emigranti   cinesi  negli  Stati  Uniti  non  avrebbero  impiccolito
    sensibilmente la Cina,  ma avrebbe  significato  l'assorbimento  della
    razza anglosassone da parte di quella mongola.
    Come  che  sia,  l'esodo avvenne su vasta scala.  Quei "coolies",  che
    vivevano d'un pugno di riso, d'una tazza di tè e d'una pipa di tabacco
    ed erano adatti a tutti i mestieri,  ebbero una  rapida  riuscita  sul
    Lago Salato,  nella Virginia, nell'Oregon e soprattutto in California,
    ove fecero ribassare considerevolmente il prezzo della mano d'opera.
    Si formarono  dunque  delle  compagnie  per  il  trasporto  di  quegli
    emigranti così poco costosi.  Se ne contarono cinque,  che facevano la
    raccolta in cinque province del Celeste Impero,  e una sesta stabilita
    a  San  Francisco.  Le  prime  spedivano  la  mercanzia,  l'ultima  la
    riceveva. Un'agenzia annessa, quella di Ting-tong, la rispediva.
    Tutto questo richiede una spiegazione.
    I cinesi volevano sì espatriare e andare a  cercar  fortuna  presso  i
    «melicani»,  come chiamano la popolazione degli Stati Uniti, ma ad una
    condizione: quella che i loro cadaveri fossero  fedelmente  resi  alla
    terra natale per esservi sepolti.  Era una delle condizioni principali
    del contratto, una clausola "sine qua non", che obbligava le compagnie
    verso l'emigrante, e nulla avrebbe potuto farla eludere.
    Quindi la Ting-tong, chiamata pure l'Agenzia dei Morti,  disponendo di
    fondi particolari, era incaricata di noleggiare le «navi di cadaveri»,
    che ripartivano con pieno carico da San Francisco per Shanghai,  Hong-
    kong e Tianjin. Altro commercio: altra sorgente di utili.
    L'abile e intraprendente Tciung-heu lo capì  benissimo.  Quando  morì,
    nel 1866,  era direttore della compagnia di Kuang-than nella provincia
    di questo nome e vice direttore della Cassa per i fondi dei  Morti,  a
    San Francisco.
    Quel  giorno Kin-fo,  non avendo più né padre né madre,  ereditava una
    sostanza valutata quattro milioni  di  franchi,  collocata  in  azioni
    della  Banca  Centrale  Californiana,  che  egli  ebbe il buonsenso di
    conservare.
    Al momento in cui perdette il padre, il giovane erede, di 19 anni,  si
    sarebbe  trovato solo,  se non avesse avuto Wang,  l'insuperabile Wang
    come mentore e amico.
    Ma chi era quel Wang?  Viveva da diciassette  anni  nello  "yamen"  di
    Shanghai.  Era  stato  il  commensale del padre,  prima di esserlo del
    figlio.  Ma da dove veniva?  Quale era  il  suo  passato?  Altrettante
    oscure  domande,  alle  quali  soltanto  Tciung-heu e Kin-fo avrebbero
    potuto rispondere.
    E se avessero giudicato conveniente farlo,  ciò che non era probabile,
    ecco che cosa si sarebbe saputo.
    Tutti  sanno  che  la  Cina  era,  per eccellenza,  il paese in cui le
    insurrezioni potevano durare anni e  anni  e  sollevare  centinaia  di
    migliaia  di  uomini.  Ora,  nel  secolo  diciassettesimo,  la celebre
    dinastia dei Ming,  di origine cinese,  regnava da trecento anni sulla
    Cina  quando,  nel  1644,  il capo di essa,  troppo debole per lottare
    contro i ribelli che minacciavano la capitale,  chiese aiuto a  un  re
    tartaro.
    Il re non si fece pregare,  accorse,  scacciò i rivoltosi,  approfittò
    della situazione per rovesciare colui che gli aveva  chiesto  aiuto  e
    proclamò imperatore suo figlio Shunzhi.
    Da  quel  momento l'autorità tartara prese il posto di quella cinese e
    il trono fu occupato da imperatori manciù.
    A poco a poco,  soprattutto negli strati inferiori della  popolazione,
    le  due  razze  si  confusero;  ma  nelle  famiglie ricche del Nord la
    separazione fra cinesi e tartari fu mantenuta più strettamente. Quindi
    il tipo si distingueva ancora,  soprattutto nel centro delle  province
    settentrionali     dell'impero.     Là     si     rifugiarono    molti
    «irriconciliabili», rimasti fedeli alla dinastia decaduta.
    Il padre di  Kin-fo  era  uno  di  questi  ultimi,  e  non  smentì  le
    tradizioni della sua famiglia,  che si era rifiutata di venire a patti
    coi tartari.  Una sollevazione contro la dominazione straniera,  anche
    dopo  trecento anni che vi si era stabilita,  l'avrebbe trovato pronto
    ad agire.
    Inutile aggiungere che il figlio Kin-fo condivideva in  modo  assoluto
    le sue opinioni politiche.
    Ora  nel  1860  regnava  ancora  quell'imperatore  Xianfeng  che aveva
    dichiarato guerra all'Inghilterra e alla Francia, guerra terminata col
    trattato di Pechino del 25 ottobre dello stesso anno.
    Ma prima di quell'epoca una formidabile sollevazione minacciava già la
    dinastia regnante.  I Changmao  e  Taiping,  i  «ribelli  dai  capelli
    lunghi»,  si erano impossessati di Nanchino nel 1853 e di Shanghai nel
    1855.  Morto Xianfeng,  il suo giovane figlio ebbe molto da  fare  per
    respingere i Taiping.  Senza il viceré Li,  senza il principe Gong,  e
    soprattutto senza il colonnello  inglese  Gordon,  forse  non  avrebbe
    potuto salvare il trono.
    Il fatto è che quei Taiping, nemici dichiarati dei tartari, fortemente
    organizzati  per la ribellione,  volevano sostituire alla dinastia dei
    Qing quella dei Wang.  Essi formarono quattro bande distinte: la prima
    con  la  bandiera  nera,  incaricata  di  uccidere;  la seconda con la
    bandiera rossa,  incaricata d'incendiare;  la terza  con  la  bandiera
    gialla,  incaricata di saccheggiare; la quarta con la bandiera bianca,
    incaricata di approvvigionare le altre tre.
    Vi furono importanti  operazioni  militari  nello  Jiangsu.  Suzhou  e
    Jiaxing,  a cinque leghe da Shanghai,  caddero in potere dei ribelli e
    furono riprese,  non senza fatica,  dalle truppe imperiali.  Shanghai,
    molto minacciata,  venne pure attaccata,  il 18 agosto 1860,  mentre i
    generali Grant e Montauban,  comandanti dell'esercito  anglo-francese,
    cannoneggiavano i forti dei Pei-ho.
    Ora   in  quell'epoca  Tciung-heu,   il  padre  di  Kin-fo,   occupava
    un'abitazione presso Shanghai, non lontana dal magnifico ponte che gli
    ingegneri cinesi avevano gettato sul fiume Suzhou.  Egli non vedeva di
    cattivo occhio quella ribellione dei Taiping, essendo essa soprattutto
    diretta contro la dinastia tartara.
    Fu  dunque  in  tali condizioni che la sera del 18 agosto,  dopo che i
    ribelli furono respinti da Shanghai, la porta di casa di Tciung-heu fu
    aperta bruscamente.  Un fuggiasco,  fatte perdere le proprie tracce  a
    quelli che lo inseguivano,  venne a cadere ai piedi di Tciung-heu.  Il
    disgraziato non aveva più un'arma per difendersi,  e se colui al quale
    veniva   a   chiedere  asilo  lo  avesse  consegnato  alla  soldatesca
    imperiale, era perduto.  Il padre di Kin-Fo non era uomo da tradire un
    Taiping  che  aveva cercato rifugio nella sua casa.  Chiuse la porta e
    disse: - Non voglio sapere, non saprò mai chi sei,  che cosa hai fatto
    e da dove vieni.  Sei mio ospite e,  per questo solo, sei al sicuro in
    casa mia.
    Il fuggitivo voleva parlare per esprimere la  propria  riconoscenza...
    ma non ne aveva quasi la forza.
    - Il tuo nome? - chiese Tciung-heu.
    - Wang.
    Wang   era  dunque  stato  salvato  dalla  generosità  di  Tciung-heu,
    generosità che sarebbe costata la vita a  quest'ultimo,  se  si  fosse
    sospettato  che  dava  asilo  a  un ribelle.  Ma Tciung-heu era uno di
    quegli uomini all'antica, per cui l'ospite è sacro.
    Alcuni anni dopo,  la sollevazione era definitivamente  repressa.  Nel
    1864 il condottiero dei Taiping,  assediato in Nanchino, si avvelenava
    per non cadere nelle mani degli imperiali.
    Da quel giorno Wang restò nella casa del suo benefattore. Non ebbe mai
    da rispondere del suo passato.  Nessuno lo interrogò  su  quel  punto:
    forse  temeva  di  venirne a sapere troppo!  Si diceva che le atrocità
    commesse dai ribelli erano  state  spaventose.  Sotto  quale  bandiera
    aveva  servito  Wang?  La gialla,  la rossa,  la nera o la bianca?  In
    sostanza era meglio non saperlo,  e  serbare  l'illusione  che  avesse
    fatto parte della colonna dei rifornimenti.
    Così  Wang,  d'altronde  molto contento della propria sorte,  restò il
    commensale di quella casa ospitale.  Dopo la morte di  Tciung-heu,  il
    figlio  si  guardò bene dal separarsi da lui,  tanto era abituato alla
    compagnia di quell'amabile personaggio.
    Ma in verità, all'epoca in cui comincia la nostra storia,  chi avrebbe
    riconosciuto un antico Taiping,  un massacratore,  un saccheggiatore o
    un incendiario, a scelta, in quel filosofo di cinquantacinque anni, in
    quel moralista dagli occhiali,  in quel  cinese  cineseggiante,  dagli
    occhi  rialzati verso le tempie e dai baffi rituali?  Con la sua lunga
    veste di colore poco vistoso,  la cintura rialzata sul petto  per  una
    incipiente   obesità,   il   copricapo  regolato  secondo  il  decreto
    imperiale,  vale a dire un cappello di pelliccia con la tesa  rialzata
    intorno  a una calotta da cui sfuggivano ciuffi di filetti rossi,  non
    aveva l'aria di un bravo professore  di  filosofia,  di  uno  di  quei
    sapientoni  che  fanno  uso  correntemente degli ottantamila caratteri
    della scrittura cinese,  d'un letterato del dialetto  superiore,  d'un
    primo laureato all'esame dei dottori,  che aveva il diritto di passare
    sotto la porta grande di Pechino, riservata al Figlio del Cielo?
    Forse, dopo tutto, dimenticando un passato pieno d'orrore,  il ribelle
    si  era  rabbonito al contatto del mite Tciung-heu,  e aveva ripiegato
    dolcemente sul cammino della filosofia  speculativa.  Ed  ecco  perché
    quella sera, Kin-fo e Wang, che non si lasciavano mai, erano insieme a
    Canton, e tutti e due, dopo quel pranzo di addio, se ne andavano sulla
    banchina  in cerca dello "steamer" che doveva riportarli rapidamente a
    Shanghai. Kin-fo camminava in silenzio,  anche un po' preoccupato.  Da
    parte sua Wang,  guardando a destra e a manca, filosofando alla luna e
    alle stelle,  passando sorridente sotto la porta dell'Eterna  Purezza,
    che non trovava troppo alta per lui,  sotto la porta dell'Eterna Gioia
    i cui battenti gli sembravano aperti  sulla  propria  esistenza,  vide
    finalmente perdersi nell'ombra le torri della pagoda delle Cinquecento
    Divinità.
    Lo "steamer" Perma era là, sotto pressione, e Kin-fo e Wang occuparono
    le due cabine già fissate per loro. La rapida corrente del Fiume delle
    Perle,  che  trascina  quotidianamente  col  fango delle rive corpi di
    suppliziati,  imprimeva al battello la massima velocità.  Lo "steamer"
    passò  come  una  freccia  tra le rovine lasciate qua e là dai cannoni
    francesi,  davanti alla pagoda a nove piani di Haf-way,  davanti  alla
    punta  Jardyne,  presso  Whampoa,  dov'erano  alla  fonda  le navi più
    grosse, tra gli isolotti e gli steccati di bambù delle due rive.
    I centocinquanta chilometri, vale a dire i trecentosessantacinque «li»
    che separano Canton dalla foce del fiume,  furono percorsi durante  la
    notte.
    Al levar del sole,  il Perma oltrepassava la Gola della Tigre,  poi le
    due barre dell'estuario. Il Victoria Peak (4) dell'isola di Hong-kong,
    alto milleottocentoventicinque piedi,  apparve un momento nella nebbia
    mattutina  e,  dopo  la  più  felice  delle  traversate,  Kin-fo  e il
    filosofo, risalendo le acque giallastre del Fiume Azzurro,  sbarcavano
    a Shanghai, sul litorale della provincia di Jangnam.
    Capitolo 3
    IN CUI IL LETTORE POTRA',  SENZA FATICA,  DARE UNO SGUARDO ALLA CITTA'
    DI SHANGHAI.
    Un proverbio cinese dice: «Quando  le  spade  sono  arrugginite  e  le
    vanghe  luccicanti,  quando  le  prigioni sono vuote e i granai pieni,
    quando i gradini dei templi sono logorati  dai  fedeli  e  quelli  dei
    tribunali coperti d'erbe, quando i medici vanno a piedi e i panettieri
    a cavallo, allora l'Impero è ben governato».
    Il  proverbio  è  buono  e potrebbe applicarsi giustamente a tutti gli
    stati dell'Antico e del Nuovo Mondo.  Ma se ce n'era uno in cui questo
    "desideratum" era ancora lontano dal realizzarsi,  era precisamente il
    Celeste Impero.  Là erano le sciabole che luccicavano e le vanghe  che
    arrugginivano,  le  prigioni  che  rigurgitavano  e  i  granai  che si
    svuotavano.  I panettieri erano disoccupati più dei medici  e,  se  le
    pagode  attiravano i fedeli,  in compenso i tribunali non mancavano né
    di patrocinanti né di litiganti.
    Del resto, uno stato di centottantamila miglia quadrate,  che dal nord
    al  sud  misurava  più  di  ottocento  leghe  e  da est a ovest più di
    novecento,  che contava diciotto vaste  province,  senza  parlare  dei
    paesi tributari: la Mongolia,  la Manciuria, il Tibet, il Tonchino, la
    Corea, le isole Ryu-kyu, eccetera,  non poteva essere amministrato che
    molto imperfettamente. Se i cinesi ne dubitavano un po', gli stranieri
    non   si  facevano  alcuna  illusione  al  riguardo.   Forse  soltanto
    l'imperatore,  chiuso nel suo palazzo,  del quale raramente varcava le
    soglie,  al  riparo  delle  muraglie di una triplice città,  solo quel
    Figlio del Cielo,  padre e  madre  dei  suoi  sudditi,  che  faceva  e
    dispensava  le leggi a suo piacimento,  che aveva diritto di vita e di
    morte su tutti,  e  al  quale  appartenevano  per  natura  le  entrate
    dell'impero,  quel  sovrano davanti al quale le fronti si trascinavano
    nella polvere, soltanto lui trovava che tutto andava per il meglio nel
    migliore  dei  mondi.  Non  si  poteva  neppure  dimostrargli  che  si
    ingannava, perché un figlio del Cielo non s'ingannava mai.
    Kin-fo  aveva  avuto qualche ragione per pensare che era meglio essere
    governato all'europea che alla cinese? Si sarebbe tentati di crederlo.
    Il fatto è che egli abitava non proprio in Shanghai,  ma fuori,  su un
    terreno  della concessione inglese,  che si manteneva in una specie di
    autonomia molto apprezzata.
    Shanghai,  la città propriamente detta,  è situata sulla riva sinistra
    del  piccolo fiume Huangpu,  il quale,  congiungendosi ad angolo retto
    col Wusong, va a versarsi nel Yangzijiang, o Fiume Azzurro, e di là si
    perde nel Mar Giallo.
    L'agglomerato di case formava un ovale,  disteso da nord a sud,  cinto
    da  alte  muraglie,  forate  da  cinque porte che si aprivano sui suoi
    sobborghi.  Rete inestricabile di stradicciole selciate,  a spazzar le
    quali  si  logorerebbero  le  spazzatrici meccaniche;  botteghe oscure
    senza vetrine né mostra, con bottegai nudi fino alla cintola;  non una
    vettura,  non  un  palanchino,  appena qualche uomo a cavallo;  alcuni
    templi indigeni o cappelle straniere;  non altri luoghi  di  passeggio
    che  un  giardino  da  tè  e  un campo di parata abbastanza pantanoso,
    sistemato sul terreno prosciugato di  antiche  risaie  e  soggetto  ad
    emanazioni paludose;  attraverso quelle viuzze, in fondo a quelle case
    strette,  una popolazione di duecentomila abitanti;  tale  era  questa
    città,  d'una abitabilità poco invidiabile,  ma che aveva tuttavia una
    grande importanza commerciale.
    Là infatti, dopo il trattato di Nanchino,  gli stranieri ebbero per la
    prima volta il diritto di stabilire delle agenzie di commercio.  Fu la
    grande porta aperta in Cina al traffico europeo. Così,  oltre Shanghai
    e i suoi sobborghi,  dietro pagamento d'una tassa annuale,  il governo
    concesse tre appezzamenti del suo territorio ai francesi, agli inglesi
    e agli americani, che erano circa duemila.
    Poco c'è da dire della concessione francese: era la  meno  importante.
    Confinava  quasi con la cinta nord della città,  e si stendeva fino al
    fiume  Yangjinbang,  che  la  separava  dal  territorio  inglese.   Vi
    s'innalzavano le chiese dei Lazzaristi e dei Gesuiti,  che possedevano
    anche,  a quattro miglia da Shanghai,  il Collegio  di  Xujiahui,  ove
    preparavano al baccellierato (5) i giovani cinesi.
    Ma  quella  piccola  colonia  non  uguagliava  le  sue  vicine  neppur
    lontanamente.  Delle dieci case  di  commercio  fondate  nel  1861  ne
    restavano  tre  sole,  e  anche  la  banca  preferì  stabilirsi  nella
    concessione inglese.
    Il territorio americano occupava la parte di ritorno  sul  Wusong,  ed
    era separato da quello inglese dalla corrente del Suzhou, attraversato
    da un ponte di legno.  Vi si trovavano l'hotel Astor,  la chiesa delle
    Missioni e i "docks" (6) installati per le riparazioni delle navi  dei
    bianchi.
    Ma delle tre concessioni la più fiorente era senza alcun dubbio quella
    inglese.  Abitazioni sontuose sui viali,  case con veranda e giardino,
    palazzi dei principi del commercio,  la  Banca  Orientale,  un  "hong"
    della celebre casa Dent con la sua ditta del Laozuhang, le agenzie dei
    Jardyne,  dei Russel e di altri grandi commercianti,  il Club inglese,
    il teatro,  il gioco  della  pallacorda,  il  parco,  l'ippodromo,  la
    biblioteca:   era   questo   l'insieme  della  ricca  creazione  degli
    anglosassoni, che fu giustamente chiamata «colonia modello».
    Per questo appunto su quel territorio privilegiato, sotto il patronato
    di un'amministrazione aperta,  non c'era da stupire se vi si  trovava,
    come dice Léon Rousset,  «una città cinese d'un carattere particolare,
    che non aveva l'uguale in nessun altro posto».
    Così dunque, in quel piccolo angolo di terra,  lo straniero,  arrivato
    dalla  pittoresca  strada  del Fiume Azzurro,  vedeva quattro bandiere
    garrire al soffio della stessa brezza:  il  tricolore  francese  e  il
    «Jack» del Regno Unito, le stelle americane e la croce di Sant'Andrea,
    gialla su fondo verde, dell'Impero dei Fiori.
    Quanto  ai  dintorni  di Shanghai,  contrada piatta,  senza un albero,
    tagliata da strade strette e sassose e da sentieri tracciati ad angolo
    retto,  bucata da cisterne e da "arroyos" che distribuivano l'acqua  a
    immense  risaie  solcate  da canali,  nei quali le giunche vagano come
    vagavano le chiatte attraverso le campagne dell'Olanda, era una specie
    di vasto quadro verdeggiante cui mancava la cornice.
    Arrivando, il Perma si era accostato alla banchina del porto indigeno,
    davanti al sobborgo est di Shanghai, dove Wang e Kin-fo sbarcarono nel
    pomeriggio.
    Il  viavai  delle  persone  affaccendate  era   enorme   sulla   riva,
    indescrivibile sul fiume.  Le centinaia di giunche,  i battelli-fiore,
    le "sampane", specie di gondola guidata col remo a poppa, i "gig" e le
    altre imbarcazioni di tutte le  grandezze  formavano  come  una  città
    galleggiante, nella quale viveva una popolazione marittima, che non si
    poteva calcolare inferiore alle quarantamila anime, popolazione tenuta
    in  una  condizione  inferiore,  e  della  quale  neppure la parte più
    benestante poteva innalzarsi fino alla  classe  dei  letterati  e  dei
    mandarini.
    I  due  amici se ne andavano girellando sulla banchina,  in mezzo alla
    folla eteroclita,  formata da mercanti  d'ogni  specie,  venditori  di
    arachidi,  di arance,  di noci di betel, di pompelmi; marinai di tutte
    le nazioni,  portatori d'acqua,  astrologhi e indovini,  bonzi,  lama,
    preti cattolici vestiti alla cinese,  con codino e ventaglio,  soldati
    indigeni, tipao, guardie cittadine del luogo e,  "compradores",  sorta
    di commessi-mediatori, che facevano affari per negozianti europei.
    Col   ventaglio  in  mano,   Kin-fo  girava  sulla  folla  lo  sguardo
    indifferente, senza interessarsi di quanto avveniva intorno a lui.  Né
    il  suono metallico delle piastre messicane,  né quello dei "tael" (7)
    d'argento,  né  quello  delle  sapeche  di  bronzo,  che  venditori  e
    compratori  si  scambiavano  rumorosamente,  avrebbe potuto distrarlo.
    Egli ne aveva tanti da poter comprare e pagare  in  contanti  l'intero
    sobborgo.
    Wang  invece  aveva  aperto il suo largo parasole giallo,  decorato di
    mostri neri e,  sempre «orientato» come doveva  essere  un  cinese  di
    razza, cercava dappertutto materia per qualche osservazione.
    Passando davanti alla porta dell'est, il suo sguardo si fermò per caso
    su una dozzina di gabbie di bambù,  nelle quali erano esposte le teste
    dei criminali giustiziati il giorno prima.
    - Forse - disse - si potrebbe far qualcosa di meglio che  troncare  le
    teste: renderle più solide!
    Kin-fo  non  udì  la  riflessione  di  Wang,  che l'avrebbe certamente
    stupito da parte di un antico Taiping.
    Tutti e due continuavano a seguire la  banchina,  che  girava  intorno
    alle mura della città cinese.
    All'estremità del sobborgo,  mentre stavano per mettere il piede sulla
    concessione francese, un indigeno con una lunga veste azzurra attirava
    la folla picchiando con un bastoncino  su  un  corno  di  bufalo,  che
    mandava un suono stridulo.
    - Uno "xiansheng" - disse il filosofo.
    - Che c'importa? - rispose Kin-fo.
    -  Chiedigli che ti predìca l'avvenire,  amico - rispose Wang: - è una
    buona occasione al momento di ammogliarti.
    Kin-fo voleva passare oltre, ma Wang lo trattenne.
    Lo "xiansheng" è una specie  di  profeta  popolare  che,  per  qualche
    sapeca,  predice  l'avvenire.  Non  ha  altri  utensili  professionali
    all'infuori di una gabbia che racchiude un uccellino, gabbia che porta
    appesa a un bottone della veste,  e un mazzo di sessantaquattro carte,
    rappresentanti  figure di divinità,  di uomini o di animali.  I cinesi
    d'ogni classe,  in generale superstiziosi,  non  fanno  a  meno  delle
    predizioni  dello  "xiansheng",  il  quale probabilmente non si prende
    troppo sul serio neanche lui.
    A un cenno di Wang,  l'indovino stese a terra un tappeto di  cotonina,
    vi  depose  la gabbia,  tirò fuori il mazzo di carte,  le mescolò e le
    allineò in modo che le figure fossero invisibili.
    Poi aprì lo sportello della gabbia. L'uccellino uscì, scelse una delle
    carte e rientrò, dopo aver ricevuto in compenso un chicco di riso.  Lo
    "xiansheng" voltò la carta che recava una figura d'uomo e una dicitura
    scritta in "guanhua",  la lingua mandarina del Nord,  lingua ufficiale
    delle persone istruite.
    Allora,  rivolto a Kin-fo,  l'indovino gli predisse quello che i  suoi
    colleghi d'ogni paese predicono senza compromettersi,  e cioè che dopo
    qualche  prossimo  dispiacere,   avrebbe  goduto  diecimila  anni   di
    felicità.
    - Uno - disse Kin-fo, - uno solo, e ti farei grazia del resto!
    Poi  gettò  sul  tappeto un "tael" d'argento,  sul quale il profeta si
    precipitò come farebbe un cane affamato su un osso  col  midollo:  una
    bazza simile gli capitava di rado.
    Ciò fatto, Wang e l'allievo si diressero verso la colonia francese, il
    primo  pensando a quella predizione che si accordava con le sue teorie
    sulla felicità,  l'altro sapendo bene  che  nessun  dispiacere  poteva
    colpirlo.
    Passarono  così  davanti  al consolato di Francia,  risalirono fino al
    ponticello gettato sul Yangjinbang,  attraversarono il  fiumicello,  e
    tagliarono obliquamente il territorio inglese,  in modo da raggiungere
    la banchina del porto europeo.
    Suonava in quel momento mezzogiorno e gli affari, molto attivi durante
    la mattinata, cessarono come per incanto. La giornata commerciale era,
    si può dire,  terminata,  e la calma stava per succedere al movimento,
    anche nella concessione inglese, sotto questo aspetto divenuta cinese.
    In  quel momento alcune navi straniere,  la maggior parte con bandiera
    inglese,  arrivavano nel porto.  Nove di esse su  dieci,  bisogna  ben
    dirlo,  erano  cariche d'oppio.  Quella sostanza che abbrutisce,  quel
    veleno di cui l'Inghilterra riempiva  la  Cina,  produceva  una  somma
    d'affari  che  oltrepassava  i  duecentosessanta  milioni di franchi e
    fruttava il trecento per cento di guadagno.  Il governo  cinese  cercò
    inutilmente  d'impedire  l'importazione dell'oppio nel Celeste Impero.
    La guerra del 1841 e il trattato di  Nanchino  stabilirono  la  libera
    entrata  alle  merci  inglesi,  dando  causa  vinta  ai  prìncipi  del
    commercio. D'altronde bisogna aggiungere che, se il governo di Pechino
    arrivò fino a stabilire la pena di morte per  il  cinese  che  vendeva
    oppio,   vi  era  però  modo,  con  congrui  compensi,  di  venire  ad
    accomodamenti con i depositari dell'autorità.  Si crede  anzi  che  il
    mandarino  governatore di Shanghai incassasse un milione all'anno solo
    per chiudere gli occhi sul comportamento dei suoi amministrati.
    Inutile dire che né Kin-fo né Wang avevano la detestabile abitudine di
    fumare l'oppio,  che distrugge tutte le forze dell'organismo e conduce
    rapidamente alla morte.
    Mai  quindi  un'oncia  di  quella  sostanza  era  entrata  nella ricca
    abitazione,  ove i due amici arrivarono un'ora  dopo  essere  sbarcati
    sulla banchina di Shanghai.
    Wang  (e  anche ciò avrebbe stupito da parte di un antico Taiping) non
    avrebbe mancato di dire:
    - Forse si potrebbe far qualcosa di meglio che portare  l'abbrutimento
    a un popolo intero.  Il commercio è una bella cosa;  ma la filosofia è
    ancor più bella. Cerchiamo di essere filosofi, prima di tutto!
    Capitolo 4
    IN CUI KIN-FO  RICEVE  UNA  LETTERA  IMPORTANTE  CON  OTTO  GIORNI  DI
    RITARDO.
    Uno  "yamen" è l'insieme di svariate costruzioni disposte su una linea
    retta,  tagliata perpendicolarmente da un'altra linea di chioschi e di
    padiglioni.  Per  lo più lo "yamen" serviva di abitazione ai mandarini
    d'alto rango e apparteneva all'imperatore;  ma  non  era  proibito  ai
    ricchi  celestiali di possederne uno in completa proprietà,  e appunto
    in uno di quei sontuosi palazzi abitava il ricchissimo Kin-fo.
    Wang e il suo allievo si fermarono alla porta  principale,  aperta  di
    fronte  al  vasto  recinto  che  circondava le varie costruzioni dello
    "yamen", i giardini e le corti.
    Se,  invece di essere la dimora d'un  semplice  privato,  fosse  stata
    quella di un magistrato mandarino,  un grosso tamburo avrebbe occupato
    il posto principale  sotto  la  pensilina  intagliata  e  dipinta  del
    portone.  Là,  sia di giorno che di notte,  sarebbero venuti a battere
    quei sudditi che  avevano  da  chiedere  giustizia.  Qui,  invece  del
    «tamburo dei reclami»,  grandi giare di porcellana ornavano l'ingresso
    dello "yamen" e contenevano tè  freddo,  incessantemente  rinnovato  a
    cura del maggiordomo.  Queste giare erano a disposizione dei passanti:
    generosità che faceva onore a Kin-fo.  Quindi egli era,  come si dice,
    ben visto «dai vicini, sia dell'Est che dell'Ovest».
    All'arrivo  del  padrone,  tutto  il personale della casa accorse alla
    porta per riceverlo.  Camerieri,  domestici,  portieri,  servitori  di
    portantina,  palafrenieri, cocchieri, servi, guardie notturne, cuochi,
    tutto quel mondo che componeva il servitorame  cinese  fece  ala  agli
    ordini  del  maggiordomo.   Una  dozzina  di  "coolies",   stipendiati
    mensilmente come uomini di fatica, si tenevano un po' indietro.
    Il maggiordomo diede il benvenuto al padrone di casa,  che fece appena
    un cenno con la mano e passò oltre in fretta.
    - Sun? - chiese soltanto.
    - Sun?  - rispose Wang sorridendo.  - Ma se Sun fosse qui, non sarebbe
    più Sun.
    - Dov'è Sun? - ripeté Kin-fo.
    Il maggiordomo dovette confessare che né lui,  né altri sapevano  dove
    fosse andato a finire Sun.
    Ora  Sun  era  né più né meno che il primo cameriere,  addetto in modo
    speciale  alla  persona  di  Kin-fo,   del  quale  egli   non   poteva
    assolutamente fare a meno.
    Sun  era  dunque  un  domestico  modello?  No: impossibile compiere il
    servizio peggio di lui. Distratto, incoerente,  maldestro di mani e di
    lingua,  straordinariamente goloso,  leggermente pigro, un vero cinese
    da paravento,  ma nell'insieme fedele,  e il solo  in  definitiva  che
    avesse  il  dono di scuotere il padrone.  Venti volte al giorno Kin-fo
    trovava l'occasione di andare in collera contro  Sun,  e  se  soltanto
    dieci  volte  lo correggeva,  era altrettanto tempo sottratto alla sua
    abituale indolenza e tale da mettere in moto  la  sua  bile.  Come  si
    vede, un servitore igienico.
    Del  resto  Sun,  come  la  maggior  parte  dei  servi cinesi,  andava
    spontaneamente incontro alla correzione, quando l'aveva meritata. E il
    padrone non gliela risparmiava.  I colpi di bacchetta di palma d'India
    piovevano sulle sue spalle, cosa di cui Sun si preoccupava poco. Ciò a
    cui  si  mostrava molto più sensibile erano le successive decurtazioni
    che Kin-fo infliggeva al codino che gli pendeva sul dorso,  quando  si
    trattava di una mancanza grave.
    Si  sa  infatti quanto il cinese ci tenga a quella bizzarra appendice.
    La perdita del codino era la prima punizione che  veniva  inflitta  ai
    criminali:  un  disonore  per tutta la vita!  Il disgraziato cameriere
    nulla quindi temeva quanto di essere condannato a perderne  un  pezzo.
    Quattro anni prima,  quando Sun era entrato al servizio di Kin-fo,  il
    suo codino, uno dei più belli del Celeste Impero, era lungo un metro e
    venticinque: ora non ne restavano che cinquantasette centimetri.  E se
    continuava  così,  due anni ancora e Sun sarebbe rimasto completamente
    calvo!
    Intanto Wang e Kin-fo,  seguiti rispettosamente  dal  personale  della
    casa,  attraversarono  il giardino i cui alberi,  per la maggior parte
    incassati in vasi di terracotta e  potati  con  arte  sorprendente  ma
    deplorevole,   assumevano   le   forme  di  animali  fantastici.   Poi
    costeggiarono la vasca,  popolata di gurami  e  di  pesci  rossi,  con
    l'acqua  limpida  che  spariva  sotto  i larghi fiori rosa pallido del
    nelumbo,  le  più  belle  ninfee  originarie  dell'Impero  dei  Fiori.
    Salutarono  un  geroglifico  a  forma di quadrupede,  dipinto a colori
    violenti su un apposito muro come un simbolico affresco,  e arrivarono
    finalmente alla porta dell'abitazione principale dello "yamen".
    Era  una  casa composta di un piano rialzato e di un primo piano,  con
    una terrazza alla quale davano accesso sei gradini di marmo.  Graticci
    di bambù erano stesi come pensilina sulle porte e sulle finestre,  per
    rendere  sopportabile  la   temperatura   già   eccessiva,   favorendo
    l'aerazione interna.  Il tetto piatto contrastava coi tetti fantasiosi
    dei padiglioni sparsi qua e là  nel  recinto  dello  "yamen",  le  cui
    guglie, le tegole multicolori e i mattoni intagliati di fini arabeschi
    divertivano lo sguardo.
    Nell'interno,  ad  eccezione  delle  camere  esclusivamente  riservate
    all'alloggio di  Wang  e  di  Kin-fo,  non  si  vedevano  che  salotti
    circondati  da  salottini  con  tramezzi  trasparenti,  sui  quali  si
    susseguivano ghirlande di fiori dipinti o, in esergo,  sentenze murali
    di  cui  i  cinesi  non  sono  affatto  avari.   Dappertutto,   sedili
    bizzarramente contorti,  di terracotta o di porcellana,  di legno o di
    marmo, oltre alcune dozzine di cuscini della più invitante morbidezza:
    e  ovunque lampade o lanterne di forma svariata,  coi vetri colorati a
    tenere sfumature, e cariche di nappe, di frange e di fiocchi più d'una
    mula spagnola;  e ovunque  infine  di  quei  tavolinetti  da  tè,  che
    chiamavano "chaji", complemento indispensabile d'una mobilia cinese.
    Quanto alle cesellature di avorio e di tartaruga,  ai bronzi lavorati,
    ai bracieri per i profumi,  alle lacche ornate di filigrane  d'oro  in
    rilievo, alle giade d'un bianco lattiginoso o di un verde smeraldo, ai
    vasi  rotondi  o  prismatici della dinastia dei Ming o dei Qing,  alle
    porcellane ancor più ricercate della dinastia degli Yan, agli smalti e
    alle  lastre  rosa  e  gialle  translucide,   il  cui  segreto  è  ora
    introvabile,  si sarebbero, non diremo perdute, ma passate delle ore a
    contarli. Quella sontuosa abitazione offriva compendiata insieme tutta
    la fantasia cinese con le comodità europee.
    Kin-fo infatti, come abbiamo detto e come dimostrano i suoi gusti, era
    un uomo amante del progresso. Non era mai refrattario all'importazione
    di un'invenzione  moderna  degli  occidentali.  Apparteneva  a  quella
    categoria  di figli del cielo,  in quel tempo troppo rari ancora,  che
    restavano sedotti dalle scienze fisiche e chimiche.  Non  era  uno  di
    quei  barbari  che tagliarono i primi fili elettrici stesi dalla ditta
    Reynolds fino a  Wusong,  allo  scopo  di  conoscere  più  rapidamente
    l'arrivo  delle  merci  inglesi e americane,  né uno di quei mandarini
    arretrati che,  per non lasciare che il cavo sottomarino da Shanghai a
    Hong-kong  fosse  collegato  a  un  punto  qualunque  del  territorio,
    obbligarono gli elettricisti a fissarlo su un battello galleggiante in
    pieno fiume.
    No! Kin-fo si univa a quei suoi compatrioti che approvavano il governo
    per aver fondato  gli  arsenali  e  i  cantieri  di  Fuzhou  sotto  la
    direzione  di  ingegneri  francesi.  Possedeva pure delle azioni della
    compagnia di quegli "steamer" cinesi  che  facevano  il  servizio  fra
    Tianjin e Shanghai nel puro interesse nazionale, ed era interessato in
    quelle  navi  molto veloci che da Singapore guadagnavano tre o quattro
    giorni sul postale inglese.
    Abbiamo detto che il progresso materiale si  era  introdotto  fino  in
    casa   sua.   Infatti   alcuni   apparecchi  telefonici  mettevano  in
    comunicazione i vari edifici del  suo  "yamen"  e  diversi  campanelli
    elettrici  servivano  le  camere  della  sua  abitazione.  Durante  la
    stagione  fredda,  faceva  accender  il  fuoco  e  si  scaldava  senza
    vergogna,  più accorto dei suoi concittadini,  che gelavano davanti al
    focolare spento,  sotto le loro quattro vesti.  Si illuminava col  gas
    proprio  come  l'ispettore  generale delle dogane di Pechino,  proprio
    come il ricchissimo signor Yang,  principale proprietario dei monti di
    pietà  dell'impero  centrale.  Infine,  sdegnando l'uso superato della
    scrittura nella sua corrispondenza  intima,  il  progressista  Kin-fo,
    come vedremo presto,  aveva adottato il fonografo,  da poco portato da
    Edison (8) all'ultimo grado di perfezione.
    Così dunque l'allievo del filosofo  Wang  aveva,  nel  lato  materiale
    della  vita  come  in  quello  morale,  tutto quanto gli occorreva per
    essere felice.  E tuttavia non lo era!  Aveva Sun per eccitare la  sua
    quotidiana apatia, e neppure Sun bastava a dargli la felicità.
    E' vero che,  per il momento almeno,  Sun, non essendo mai dove doveva
    essere,  non si faceva vedere.  Certamente doveva  avere  qualcosa  di
    grave  da  rimproverarsi,  qualche  grossa  balordaggine  commessa  in
    assenza del padrone, e se non temeva per le sue spalle,  abituate alla
    domestica  sferza,  era  da credere che temesse soprattutto per il suo
    codino.
    - Sun!  - aveva detto Kin-fo entrando nel vestibolo,  che dava accesso
    alle  sale  di  destra  e di sinistra,  e la voce del padrone indicava
    un'impazienza mal repressa.
    - Sun!  - aveva ripetuto Wang,  i cui buoni consigli e le cui rampogne
    erano sempre rimasti senza effetto sull'incorreggibile cameriere.
    -  Sia  trovato  Sun  e  condotto  da  me!  -  disse Kin-fo rivolto al
    maggiordomo, che subito mise tutti alla ricerca dell'introvabile.
    Wang e Kin-fo restarono soli.
    - La saggezza - disse allora il filosofo - comanda al viaggiatore  che
    torna al suo focolare di prendersi un po' di riposo.
    - Diamo retta alla saggezza - rispose semplicemente l'allievo di Wang.
    E,  stretta la mano al filosofo, si diresse verso il suo appartamento,
    mentre Wang raggiungeva la propria camera.
    Rimasto solo,  Kin-fo si stese sopra uno  di  quei  comodi  divani  di
    fabbricazione europea,  che nessun tappezziere cinese sarebbe stato in
    grado di imbottire confortevolmente. E si mise a pensare. Forse al suo
    matrimonio con l'amabile e graziosa donna che stava  per  divenire  la
    compagna della sua vita? Sì, e la cosa non deve sorprendere, visto che
    egli  stava  per  andare  a  raggiungerla.  Infatti  quella  leggiadra
    fanciulla non abitava a Shanghai,  ma a Pechino,  e Kin-fo  rifletteva
    che  sarebbe stato conveniente annunciarle il suo ritorno a Shanghai e
    il prossimo arrivo nella capitale  del  Celeste  Impero.  E  se  anche
    avesse  dimostrato  un  certo  desiderio,  una  leggera  impazienza di
    rivederla,  la cosa non sarebbe stata fuori posto.  Era più che  certo
    che  sentiva  un  vero  affetto per lei.  Wang glielo aveva dimostrato
    secondo le  più  indiscutibili  regole  della  logica,  e  quel  nuovo
    elemento  introdotto  nella  sua  esistenza poteva forse sviluppare la
    parte incognita... vale a dire la felicità...  che...  la quale...  di
    cui...
    Kin-fo sognava già con gli occhi chiusi, e forse si sarebbe dolcemente
    addormentato,  se non avesse sentito una specie di solletico alla mano
    destra.
    Istintivamente  le  sue  dita  si  chiusero  e  afferrarono  un  corpo
    cilindrico  leggermente  nodoso,  di  ragionevole grossezza,  che esse
    avevano certo l'abitudine di maneggiare.
    Kin-fo non poteva ingannarsi: era un bastone di canna  d'India  quello
    che  gli veniva infilato nella mano destra,  e proprio mentre venivano
    pronunciate in tono di rassegnazione queste parole:
    - Quando il signore vorrà...
    Kin-fo si raddrizzò e con un  movimento  naturale  brandì  il  piccolo
    bastone correttore.
    Sun  gli stava davanti,  mezzo chino,  nella posizione di un paziente,
    presentando le spalle.  Appoggiando una mano sul tappeto della camera,
    con l'altra tendeva una lettera.
    - Finalmente sei qui! - disse Kin-fo.
    - "Ai ai ya!" - rispose Sun.  - Aspettavo il signore soltanto al terzo
    giorno... Quando il signore vorrà...
    Kin-fo gettò via il bastone,  e Sun,  per quanto fosse giallo,  giunse
    perfino a impallidire.
    - Se offri le spalle senza nessuna spiegazione, vuol dire - osservò il
    padrone - che meriti di peggio. Che c'è?
    - Questa lettera...
    -  Parla!   -  gridò  Kin-fo  prendendo  la  lettera  che  gli  veniva
    presentata.
    - Sono stato un grande malaccorto: ho  dimenticato  di  darvela  prima
    della vostra partenza per Canton.
    - Otto giorni di ritardo, mascalzone!
    - Ho avuto torto, padrone mio...
    - Vieni qui.
    - Sono come un povero gambero senza zampe,  che non può camminare. "Ai
    ai ya!"
    Quest'ultimo grido fu un grido di disperazione. Kin-fo aveva preso Sun
    per il codino e con un colpo di forbici ben affilate ne aveva tagliato
    l'estremità.
    C'è da credere che  al  disgraziato  gambero  le  zampe  rispuntassero
    istantaneamente,   poiché   se  la  svignò  alla  svelta,   non  senza
    raccogliere però sul tappeto il pezzo della preziosa appendice.
    Da cinquantasette centimetri, il codino di Sun si trovava così ridotto
    a cinquantaquattro.
    Kin-fo, tornato perfettamente calmo,  si era steso di nuovo sul divano
    ed esaminava,  da uomo che non ha mai fretta, la lettera arrivata otto
    giorni prima. Non ce l'aveva con Sun per la sua negligenza,  né per il
    ritardo. Come poteva interessarlo una lettera qualunque? Sarebbe stata
    la benvenuta solo se avesse potuto dargli un'emozione.  Un'emozione, a
    lui?...
    La guardava, ma distrattamente.
    La busta,  di tela inamidata,  mostrava sull'uno e l'altro  lato  vari
    francobolli  di color rosso vino o cioccolata,  che portavano stampate
    in chiaro, sotto un ritratto d'uomo, le cifre di 2 e di 6 centesimi di
    dollaro. Questo indicava che la lettera veniva dall'America.
    - Bene!  - fece Kin-fo alzando  le  spalle.  -  Una  lettera  del  mio
    corrispondente di San Francisco.
    E buttò la lettera in un angolo del divano.
    In  sostanza,  che  poteva dirgli il corrispondente?  Che i titoli che
    formavano quasi tutto il suo capitale dormivano tranquillamente  nella
    cassa  della  Banca  Centrale Californiana,  che le azioni della banca
    avevano un rialzo del  quindici  o  venti  per  cento,  oppure  che  i
    dividendi da distribuire sorpassavano quelli dell'anno precedente?...
    Alcune  migliaia  di  dollari  di più o di meno non erano una cosa che
    potesse causargli un'emozione.
    Tuttavia,  dopo qualche minuto,  Kin-fo riprese la  lettera  e  lacerò
    macchinalmente la busta; ma invece di leggerla, i suoi occhi cercarono
    prima di tutto la firma.
    -  E' proprio una lettera del mio corrispondente - disse;  - e non può
    parlarmi che di affari. Ebbene, a domani gli affari!
    Ed era sul punto di metter via la lettera, quando il suo sguardo fu ad
    un tratto colpito da una parola  sottolineata  parecchie  volte  sulla
    facciata della seconda pagina. Era la parola «passivo», sulla quale il
    corrispondente  di  San  Francisco aveva evidentemente voluto attirare
    l'attenzione del cliente di Shanghai.
    Allora Kin-fo riprese la lettera e la lesse dal primo all'ultimo rigo,
    non senza un certo senso di curiosità, che poteva sorprendere da parte
    sua.
    Aggrottò un momento le sopracciglia; ma quando ebbe finito di leggere,
    una specie di sorriso sdegnoso gli si disegnò sulle labbra.
    Poi si alzò,  fece una ventina di passi nella camera e si avvicinò  un
    momento al cornetto acustico,  che lo metteva in diretta comunicazione
    con Wang.  Portò anche il cornetto alla bocca e fu sul  punto  di  far
    risonare il fischio di richiamo;  ma ci ripensò, lasciò cadere il tubo
    di gomma e si stese di nuovo sul divano.
    - Poh! - fece.
    Tutto Kin-fo era in quella parola.
    - Lei! - mormorò - lei è più interessata di me in tutto questo.
    Si avvicinò allora a un tavolinetto di lacca, sul quale era posata una
    scatola oblunga, preziosamente cesellata. Ma al momento di aprirla, la
    mano si fermò.
    - Che mi diceva la sua ultima lettera? - mormorò.
    E invece di alzare il coperchio della scatola, spinse una molla che si
    trovava ad una delle estremità.
    Subito si fece sentire una voce dolce: «Mio piccolo fratello maggiore,
    non sono più per voi come il fiore "meihua" alla prima luna,  come  il
    fiore dell'albicocco alla seconda, come il fiore del pesco alla terza?
    Mio caro cuore di pietra preziosa,  a voi mille, a voi diecimila volte
    buon giorno!...».
    Era la voce d'una giovane donna,  di  cui  il  fonografo  ripeteva  le
    tenere parole.
    - Povera sorellina! - disse Kin-fo.
    Poi,  aprendo la scatola, tirò fuori dall'apparecchio la carta zebrata
    di filettatura,  che aveva riprodotte tutte le impressioni della  voce
    lontana, e la sostituì con un'altra.
    Il  fonografo  era  allora perfezionato al punto che bastava parlare a
    voce alta perché la membrana ne fosse impressionata, e il rotolo mosso
    con  un  congegno  d'orologeria  registrasse  le  parole  sulla  carta
    dell'apparecchio.
    Kin-Fo parlò per un minuto circa, ma dalla sua voce, sempre calma, non
    si  sarebbe  potuto  comprendere sotto quale impressione di gioia o di
    tristezza formulasse il suo pensiero.
    Tre o quattro frasi,  non più,  fu tutto quello che disse Kin-Fo.  Ciò
    fatto, sospese il movimento del fonografo, ritirò la carta speciale su
    cui  la  puntina,  azionata  dalla  membrana,  aveva  tracciato  delle
    scanalature oblique corrispondenti alle  parole  pronunziate;  poi  la
    mise in una busta che suggellò, e vi scrisse su, da destra a sinistra,
    questo indirizzo: «Signora Liwu, viale Shagua, Pechino».
    Un  campanello elettrico fece subito accorrere il domestico incaricato
    della   corrispondenza,   al   quale   diede   l'ordine   di   portare
    immediatamente quella lettera alla posta.
    Un'ora dopo, Kin-Fo dormiva tranquillamente, stringendo fra le braccia
    il  suo  "zhufuren",  sorta  di  guanciale  di bambù intrecciato,  che
    mantiene  nei  letti  dei  cinesi   una   temperatura   media,   molto
    apprezzabile in quelle calde latitudini.
    Capitolo 5
    IN CUI LIWU RICEVE UNA LETTERA CHE AVREBBE PREFERITO NON RICEVERE.
    - Non hai ancora una lettera per me?
    - Eh! no, signora.
    - Come mi sembra lungo il tempo, vecchia madre!
    Così,  per  la decima volta nella giornata,  diceva l'incantevole Liwu
    nel salottino di casa sua, sul viale Shagua, a Pechino.  E la «vecchia
    madre»  che le rispondeva e alla quale dava quell'appellativo usato in
    Cina per le domestiche di un'età rispettabile,  era  la  brontolona  e
    spiacevole signorina Nan.
    Liwu  aveva  sposato a diciotto anni un letterato di primo grado,  che
    collaborava nel famoso "Sìkù Quánshu" (9).  Quell'uomo colto aveva  il
    doppio  della  sua età ed era morto tre anni dopo quel matrimonio così
    diseguale.
    La giovane vedova si era trovata sola al mondo quando non aveva ancora
    ventun anni.  Kin-Fo la vide durante un  viaggio  intrapreso  in  quel
    periodo  a  Pechino.  Wang,  che  la  conosceva,  attirò  l'attenzione
    dell'indifferente allievo su  quella  leggiadra  donna,  e  Kin-Fo  si
    lasciò prendere dolcemente dall'idea di modificare le condizioni della
    sua  vita,  divenendo  il  marito  della  bella  vedova.  Liwu  non fu
    insensibile alla proposta che le venne fatta.  Ed ecco in che modo  il
    matrimonio,  con  immensa  soddisfazione  del  filosofo,  doveva esser
    celebrato appena Kin-Fo,  dopo aver preso a Shanghai  le  disposizioni
    necessarie, fosse di ritorno a Pechino.
    Non  era  una  cosa  comune,  nel  Celeste  Impero,  che  le vedove si
    rimaritassero;  non che non lo desiderassero quanto le loro simili dei
    paesi occidentali,  ma perché il loro desiderio trovava pochi disposti
    a condividerlo.
    Kin-Fo fece eccezione alla regola perché,  si sa,  era  un  originale.
    Quanto  a  Liwu,  è  vero  che  rimaritandosi non avrebbe avuto più il
    diritto  di  passare  sotto  i  "bailou",   archi  commemorativi   che
    l'imperatore  faceva  talvolta  innalzare in onore delle donne celebri
    per la loro fedeltà allo sposo defunto;  come la vedova Sung,  che non
    volle mai più lasciare la tomba del marito,  la vedova Gong Jiang, che
    si fece amputare un braccio,  la vedova Yan Jiang che  si  sfigurò  in
    segno di dolore coniugale.  Ma Liwu pensò che aveva qualcosa di meglio
    da fare con i suoi vent'anni: riprendere quella  vita  di  obbedienza,
    che  è  il solo ruolo della donna nella famiglia cinese;  rinunciare a
    parlare delle  cose  di  fuori,  conformarsi  ai  precetti  del  libro
    "Lineng"  sulle  virtù  domestiche e del libro "Neizoubian" sui doveri
    del matrimonio,  riconquistare infine  quella  considerazione  di  cui
    godeva la sposa, che nelle classi elevate non era affatto una schiava,
    come  generalmente  si  credeva.  Così Liwu,  intelligente e istruita,
    comprendendo  quale  posto  avrebbe  occupato  nella  vita  del  ricco
    annoiato,  e  sentendosi  attirata  verso  di  lui  dal  desiderio  di
    dimostrargli  che  la  felicità  quaggiù  esiste,   era  perfettamente
    contenta della nuova sorte.
    Il letterato,  morendo, aveva lasciato la giovane vedova in condizioni
    agiate, se pur mediocri.  La casa del viale Shagua era dunque modesta.
    L'insopportabile Nan ne formava tutta la servitù, ma Liwu era abituata
    alle  sue spiacevoli maniere,  che del resto non erano esclusive delle
    domestiche dell'Impero dei Fiori.
    La giovane vedova se ne stava per lo più in  quel  salottino,  il  cui
    arredamento  sarebbe  parso  troppo  semplice,   se  non  fosse  stato
    impreziosito dai ricchi doni che da due lunghi mesi le  giungevano  da
    Shanghai.  Dalle pareti pendevano alcuni quadri, tra cui un capolavoro
    del vecchio pittore Huan Tse Nen (10),  che  non  avrebbe  mancato  di
    accaparrarsi  l'attenzione  degli  intenditori  in mezzo ad acquerelli
    molto cinesi,  con cavalli verdi,  cani  violetti  e  alberi  azzurri,
    dovuti  ad  artisti  moderni  del  luogo.  Su  un  tavolo  di lacca si
    spiegavano,  come farfalle con le ali distese,  alcuni ventagli venuti
    dalla  celebre  scuola  di  Suzhou.  Da  una sospensione di porcellana
    partivano eleganti festoni di quei mirabili fiori  artificiali,  fatti
    col  midollo  dell'«Arabia  papyrifera»  dell'isola  di  Formosa,  che
    rivaleggiano con le bianche ninfee,  i gialli  crisantemi  e  i  gigli
    rossi  del Giappone,  di cui rigurgitavano alcune giardiniere di legno
    finemente lavorato.  Su tutto quell'insieme le stuoie di  bambù  delle
    finestre  lasciavano  piovere  solo una luce addolcita,  e filtravano,
    sgranandoli,  per così dire,  i raggi solari.  Un magnifico parafuoco,
    composto  di grandi piume di sparviero,  le cui macchie artisticamente
    disposte  raffiguravano  una  larga  peonia,  emblema  della  bellezza
    nell'Impero  dei  Fiori;  due  uccelliere  a  forma  di  pagoda,  veri
    caleidoscopi dei più brillanti uccelli  dell'India;  alcuni  «tiemaol»
    eolii,  le  cui placche di vetro vibravano alla brezza;  mille oggetti
    infine, ai quali si ricollegava il pensiero dell'assente, completavano
    la curiosa suppellettile di quel salottino.
    - Nessuna lettera ancora, Nan?
    - Eh, no, signora, non ancora!
    Era una donna incantevole, quella giovane Liwu. Bella, anche per occhi
    europei,  bianca e non gialla,  con gli occhi rialzati appena verso le
    tempie, i capelli neri ornati di alcuni fiori di pesco e trattenuti da
    spille  di  giada  verde,  i denti piccoli e bianchi,  le sopracciglia
    appena sfumate con un fine tocco d'inchiostro di China.  Ella  non  si
    spalmava   miele  e  bianco  di  Spagna  sulle  gote,   come  facevano
    generalmente le belle donne del  Celeste  Impero,  né  un  cerchio  di
    carminio  sul  labbro inferiore,  e nemmeno una piccola riga verticale
    tra un occhio e l'altro,  né uno strato di quel belletto che la  corte
    imperiale  dispensava  ogni  anno  per  dieci  milioni di sapeche.  La
    giovane vedova non sapeva che farsene di quei  cosmetici  artificiali.
    Ella usciva poco dalla sua casa sul viale Shagua, e quindi poteva fare
    a  meno  di  quella  maschera,  di cui ogni donna cinese faceva uso in
    pubblico.
    Quanto al vestire, nulla di più semplice e di più elegante.  Una lunga
    veste con quattro aperture, orlata di un largo gallone ricamato, sotto
    una gonna pieghettata,  alla vita un'alta cintura ornata di cordoncini
    in filigrana d'oro,  calzoni fermati alla cintola e legati sulle calze
    di seta di Nanchino,  e infine graziose pantofole ornate di perle: non
    occorreva di più alla giovane vedova per essere  affascinante,  se  si
    aggiunge  che le sue mani erano fini e che teneva le unghie,  lunghe e
    rosee,  coperte di  piccoli  astucci  d'argento,  cesellati  con  arte
    squisita.
    E i piedi?  Ebbene,  i piedi erano piccoli, non in seguito a quell'uso
    di barbara deformazione, che per fortuna tendeva già a scomparire,  ma
    perché  la  natura  li  aveva  fatti  così.  Quella moda durava già da
    settecento anni,  ed era certamente dovuta a qualche  principessa  che
    aveva una storpiatura.  Nella sua più semplice applicazione,  operando
    la flessione di quattro dita sotto  la  pianta  del  piede,  lasciando
    intatto  l'osso  del  calcagno,  si  faceva  della gamba una specie di
    tronco di cono,  che impacciava l'andatura,  predisponeva all'anemia e
    non  aveva  alcuna  ragione d'essere: neppure,  come si è creduto,  la
    gelosia degli sposi.  Così,  dopo la conquista  tartara,  quella  moda
    andava  sparendo  giorno per giorno.  Non si contavano più neanche tre
    donne cinesi su dieci che fossero sottoposte fin dalla  tenera  età  a
    quella serie di operazioni dolorose, che producono la deformazione del
    piede.
    -  Non  è possibile che oggi non arrivi una lettera - riprese Liwu.  -
    Andate a vedere, vecchia madre.
    - Già visto - rispose con pochissimo rispetto  la  damigella  Nan  che
    uscì dalla stanza brontolando.
    Allora, per distrarsi un poco, Liwu volle lavorare. Ma lavorare voleva
    ancora  dire pensare a Kin-Fo,  poiché stava ricamando per lui un paio
    di  quelle  pantofole  di  stoffa,   la   cui   confezione   è   quasi
    esclusivamente riservata, nelle famiglie cinesi, alla padrona di casa,
    a  qualsiasi  classe  appartenga.  Ma  presto il lavoro le cadde dalle
    mani. Allora si alzò, prese da una bomboniera due o tre pasticche, che
    scricchiolarono sotto i suoi dentini, poi aprì un libro,  il "Nushun",
    quel  codice  d'istruzioni  che  dev'essere l'abituale lettura di ogni
    onesta sposa.
    "Come la primavera è la stagione favorevole al lavoro,  così l'alba  è
    il momento più propizio della giornata.
    Alzatevi  per  tempo  e  non  vi  lasciate attirare dalla dolcezza del
    sonno.
    Abbiate cura del gelso e della canapa.
    Filate con zelo la seta e il cotone.
    La virtù delle donne è nell'attività, nell'economia.
    I vicini faranno il vostro elogio..."
    Ma il libro fu presto chiuso.  La tenera Liwu non  pensava  neppure  a
    quello che leggeva.
    - Dove sarà?  - si chiese. - E' dovuto andare a Canton. Sarà tornato a
    Shanghai? Quando arriverà a Pechino?  Il mare gli sarà stato propizio?
    Lo aiuti la dea Guan Yin!
    Così  mormorava  l'inquieta  giovane.  Poi  i  suoi occhi si fissarono
    distrattamente su un tappeto da  tavola,  artisticamente  confezionato
    con mille pezzetti ricuciti, una specie di mosaico di stoffa alla moda
    portoghese,  in  cui  risultavano  disegnati il papero cinese e la sua
    famiglia,  simbolo  della  fedeltà.   Finalmente  si  avvicinò  a  una
    giardiniera e ne colse a caso un fiore.
    -  Ah!  -  disse  -  non  è  il fiore del salice verde,  simbolo della
    primavera, della gioventù e della gioia!  E' il giallo crisantemo,  il
    simbolo dell'autunno e della tristezza!
    Volle  reagire contro l'ansia che ora la invadeva tutta.  Il liuto era
    là: le sue dita ne fecero vibrare le corde e le sue labbra mormorarono
    le prime parole del canto delle "Mani unite", ma non poté continuare.
    - Una volta - pensava - le sue lettere non subivano nessun ritardo,  e
    io le leggevo con l'animo commosso! Oppure, invece di quelle linee che
    si  rivolgevano  ai  miei  occhi,  era  la  sua stessa voce che potevo
    ascoltare!  Ecco,  quella macchinetta mi parlava come se egli mi fosse
    vicino.
    E Liwu guardava il fonografo, posato su un tavolino di lacca, in tutto
    eguale a quello di cui Kin-Fo si serviva a Shanghai.  Così tutti e due
    potevano udire l'uno la voce dell'altro,  malgrado la distanza che  li
    separava...  Ma  anche  oggi,  come  da  alcuni giorni,  l'apparecchio
    restava muto, e non diceva più nulla dei pensieri dell'assente.
    In quel momento entrò la vecchia madre.
    - Eccola - disse -  la  vostra  lettera!  -  E  Nan  uscì,  dopo  aver
    consegnato a Liwu una busta col bollo di Shanghai.
    Il  sorriso sfiorò le labbra della giovane,  e gli occhi brillarono di
    più  vivo  splendore.  Lacerò  in  fretta  la  busta,   senza  neppure
    guardarla, come faceva sempre...
    Non  conteneva  una  lettera,  ma  uno  di quei cartoncini a striature
    oblique  che,   applicate  sul  fonografo,   riproducevano  tutte   le
    inflessioni della voce lontana.
    - Ah, preferisco così! - esclamò tutta gioiosa Liwu. - L'udrò, almeno!
    Il  cartoncino fu collocato sul rotolo del fonografo,  che un congegno
    d'orologeria fece subito girare, e Liwu,  avvicinando l'orecchio,  udì
    una  voce  ben nota che diceva: «Sorellina mia,  la rovina ha spazzato
    via le mie ricchezze,  come il vento  dell'est  porta  via  le  foglie
    ingiallite d'autunno.  Non voglio fare di te una infelice associandoti
    alla mia miseria. Dimentica l'uomo colpito da diecimila disgrazie!  Il
    tuo disperato Kin-Fo».
    Che  colpo  per la poverina!  Ora l'aspettava una vita più amara della
    più amara genziana. Sì, il vento portava via le ultime speranze con la
    ricchezza dell'uomo amato. L'amore di Kin-Fo per lei era dunque volato
    via per sempre?  Dunque il suo amico credeva solo alla  felicità  data
    dalla ricchezza?  Ah,  povera Liwu! Somigliava ora al cervo volante di
    cui si è rotto il filo, e che ricade spezzato sul terreno.
    Nan,  chiamata,  entrò nella camera,  scrollò le spalle e trasportò la
    padrona  sul  suo  "kang".  Ma,  benché fosse uno di quei letti-stufa,
    riscaldati artificialmente, parve assai freddo alla sfortunata Liwu. E
    quanto le sembrarono lunghe le cinque veglie  di  quella  notte  senza
    sonno!
    Capitolo 6
    CHE  FORSE  FARA' VENIR VOGLIA AL LETTORE DI FARE UN GIRO NEGLI UFFICI
    DELLA CENTENARIA.
    L'indomani Kin-Fo, il cui disprezzo per le cose di questo mondo non si
    smentì neppure un momento,  uscì di casa solo,  e col suo passo sempre
    uguale prese per la riva destra del Creek. Arrivato al ponte di legno,
    che collega la concessione inglese con quella americana, attraversò il
    fiume  e  si  diresse  verso  un  fabbricato  di bell'aspetto,  che si
    innalzava fra la chiesa delle Missioni  e  il  consolato  degli  Stati
    Uniti.
    Sul  portone  di  quell'edificio  c'era una grande targa di bronzo con
    questa  iscrizione  a  grossi  caratteri:  «LA  CENTENARIA.  Compagnia
    d'assicurazione sulla vita. Capitale garantito: 20 milioni di dollari.
    Agente principale: William J. Bidulph».
    Kin-Fo spinse la porta, poi un altro battente imbottito, e si trovò in
    un  ufficio  diviso in due scompartimenti da una semplice balaustra ad
    altezza d'appoggio. Alcuni portacarte,  vari registri col fermaglio di
    nichel,  una cassaforte americana a chiusura segreta, che si difendeva
    da sé,  due o tre tavoli ai quali lavoravano i commessi  dell'agenzia,
    una  scrivania complicata riservata all'onorevole William J.  Bidulph,
    costituivano l'arredamento di quel locale,  che sembrava appartenere a
    una  ditta  di  Broadway  e  non  ad una casa costruita sulla riva del
    Wusong.
    William J.  Bidulph era l'agente principale in  Cina  della  compagnia
    d'assicurazioni  contro  l'incendio  e  sulla vita,  che aveva la sede
    sociale a  Chicago.  La  Centenaria,  una  buona  insegna  che  doveva
    attirare i clienti, molto rinomata negli Stati Uniti, aveva succursali
    e  rappresentanti  nelle  cinque  parti  del  mondo.  Faceva enormi ed
    eccellenti affari, grazie ai suoi statuti, sanciti con molto ardimento
    e molta liberalità, che l'autorizzavano ad assicurare tutti i rischi.
    Così i cinesi cominciarono a seguire quella moderna  corrente  d'idee,
    che  riempiva  le  casse  delle  compagnie di quel genere.  Molte case
    dell'Impero Centrale erano assicurate contro l'incendio, e i contratti
    d'assicurazione in caso di morte,  con le  combinazioni  multiple  che
    comportavano, non mancavano di firme cinesi. La targa della Centenaria
    spiccava  già  sui  portoni  delle case di Shanghai e,  fra gli altri,
    anche sui pilastri del ricco "yamen" di Kin-Fo.  Non  era  dunque  con
    l'intenzione  di  assicurarsi  contro l'incendio che l'allievo di Wang
    andava a far visita all'onorevole W. J. Bidulph.
    - Il signor Bidulph? - chiese entrando.
    William J. Bidulph era là, «in persona»,  come un fotografo che lavora
    in   proprio,   sempre  a  disposizione  del  pubblico,   un  uomo  di
    cinquant'anni,  correttamente vestito di  nero,  in  marsina,  con  la
    cravatta bianca, una bella barba, senza baffi, e l'aspetto tipicamente
    americano.
    - Con chi ho l'onore di parlare? - chiese William J. Bidulph.
    - Kin-Fo di Shanghai.
    - Il signor Kin-Fo!...  un cliente della Centenaria...  polizza numero
    ventisettemiladuecento...
    - Precisamente.
    - Sarei tanto fortunato, signore, da potervi prestare i miei servizi?
    - Desidererei parlarvi in privato - rispose Kin-Fo.
    Il colloquio tra i due era tanto più facile in quanto Bidulph  parlava
    bene il cinese come Kin-Fo l'inglese.
    Il ricco cliente fu dunque introdotto,  con i dovuti riguardi,  in uno
    studio con doppia tappezzeria e doppie porte,  nel  quale  si  sarebbe
    potuto ordire un complotto per rovesciare la dinastia dei Qing,  senza
    alcun timore di essere intesi dal più fine timpano del Celeste Impero.
    - Signore - disse Kin-Fo,  appena seduto in  una  poltrona  a  dondolo
    davanti  a  una  stufa  a  gas.  -  Desidero  trattare  con  la vostra
    compagnia,  per assicurare in caso di mia morte  un  capitale  di  cui
    v'indicherò subito l'ammontare.
    - Nulla di più semplice,  signore - rispose William J.  Bidulph. - Due
    firme, la vostra e la mia, in fondo a una polizza,  e l'assicurazione,
    dopo  alcune  formalità preliminari,  sarà fatta...  Però,  signore...
    permettetemi questa domanda...  voi avete proprio il desiderio di  non
    morire  se  non in età molto avanzata,  desiderio assai naturale,  del
    resto?
    - Perché?  - domandò Kin-Fo.  - Di solito l'assicurazione  sulla  vita
    indica nell'assicurato il timore di una morte troppo vicina...
    - Oh,  signore! - rispose William J. Bidulph con la massima serietà. -
    Un timore simile non sorge mai nei clienti della  Centenaria!  Non  lo
    dice  forse  il  suo  nome?  Assicurarsi con noi significa prendere un
    brevetto di  longevità.  Chiedo  perdono;  ma  è  raro  che  i  nostri
    assicurati  non  oltrepassino  i  cento  anni...  molto raro...  molto
    raro!... Nel loro interesse, noi dovremmo strapparli alla morte...  Il
    fatto è che facciamo affari splendidi... Dunque, vi prevengo, signore,
    chi  si  assicura presso la Centenaria ha la quasi certezza di divenir
    tale anche lui.
    - Ah! - fece tranquillamente Kin-Fo,  guardando freddamente William J.
    Bidulph.
    L'agente  principale,  serio  come  un ministro,  non aveva per niente
    l'aria di scherzare.
    - In ogni modo - riprese  Kin-Fo,  -  desidero  farmi  assicurare  per
    duecentomila dollari.
    -  Diciamo  un  capitale  di duecentomila dollari - precisò William J.
    Bidulph.
    E scrisse sul suo taccuino quella cifra,  la cui  importanza  non  gli
    fece neppur batter ciglio.
    -  Sapete  -  aggiunse - che l'assicurazione è di nessun effetto e che
    tutti i premi pagati,  quale che ne sia il numero,  restano  acquisiti
    alla   compagnia,   se   la   persona,   sulla   cui   testa  è  fatta
    l'assicurazione, perde la vita a causa del beneficiario del contratto?
    - Lo so.
    - E contro quali rischi intendete assicurarvi, mio caro signore?
    - Tutti.
    - I rischi di viaggio per terra e per  mare,  e  quelli  di  soggiorno
    oltre i confini del Celeste Impero?
    - Sì.
    - I rischi d'una condanna giudiziaria?
    - Sì.
    - I rischi di duello?
    - Sì.
    - I rischi del servizio militare?
    - Sì.
    - Allora i sovrapprezzi saranno molto alti.
    - Pagherò quello che occorrerà.
    - Sta bene.
    - Però - aggiunse Kin-Fo - vi è un rischio molto importante, del quale
    non avete parlato.
    - E quale?
    -   Il   suicidio.   Credevo   che   gli   statuti   della  Centenaria
    l'autorizzassero ad assicurare anche contro il suicidio.
    - Perfettamente, signore, perfettamente - rispose William J.  Bidulph,
    che  si  fregava  le mani.  - Anche quella è una sorgente di magnifici
    benefici per noi.  Capirete bene che i nostri clienti sono persone che
    ci  tengono alla vita,  e quelli che,  per una prudenza esagerata,  si
    assicurano contro il suicidio, non si uccidono mai.
    - Non importa - rispose  Kin-Fo.  -  Per  ragioni  personali  desidero
    assicurarmi anche contro questo rischio.
    - Come vi piace; ma il premio sarà considerevole.
    - Vi ripeto che pagherò quello che occorrerà.
    - D'accordo - disse allora William J.  Bidulph, riprendendo a scrivere
    condizioni.
    - A quanto ammonterà il premio da pagare? - chiese Kin-Fo.
    - Caro signore,  - rispose l'agente principale - i nostri  premi  sono
    stabiliti  con  una precisione matematica che fa onore alla compagnia.
    Essi  non  sono  basati,   com'erano  una  volta,   sulle  tabelle  di
    Duvillars... Conoscerete Duvillars?
    - No, non conosco Duvillars.
    -  Un  grande  studioso  di  statistica,  ma  già  antiquato...  tanto
    antiquato che è morto perfino. Nell'epoca in cui stabilì le sue famose
    tabelle,  che servono ancora alla scala dei premi della maggior  parte
    delle  compagnie europee,  molto arretrate,  la media della vita umana
    era inferiore a quella presente, grazie al progresso in tutte le cose.
    Noi ci basiamo su  una  media  più  elevata,  e  per  conseguenza  più
    favorevole all'assicurato, che paga meno caro e vive più a lungo...
    -  Quale  sarà  l'ammontare  dei premi?  - chiese Kin-Fo,  desiderando
    fermare il verboso  agente,  che  non  si  lasciava  sfuggire  nessuna
    occasione per collocare quel fervorino in favore della Centenaria.
    -   Signore   -   rispose  William  J.   Bidulph  -  posso  commettere
    l'indiscrezione di chiedervi qual è la vostra età?
    - Trentun anni.
    - Ebbene,  a trentun anni,  se si trattasse di un'assicurazione contro
    rischi  ordinari  in  ogni compagnia si pagherebbe il due e ottantatré
    per cento. Invece alla Centenaria sarà solo il due e settanta, ciò che
    farà  annualmente,   per  un   capitale   di   duecentomila   dollari,
    cinquemilaquattrocento dollari.
    - E alle condizioni che desidero io? - insisté Kin-Fo.
    - Assicurando tutti i rischi, suicidio compreso?...
    - Il suicidio soprattutto.
    - Signore,  - rispose con tono amabile William J.  Bidulph,  dopo aver
    consultato una tabella stampata sull'ultima pagina del taccuino, - non
    possiamo farvi una simile assicurazione a  meno  del  venticinque  per
    cento...
    - E ciò farà...
    - Cinquantamila dollari.
    - E in che modo vi dev'essere versato il premio?
    - Tutto intero o frazionato per mesi, a piacere dell'assicurato.
    - E quanto importerebbe per i primi due mesi?...
    - Ottomilatrecentodue dollari;  versandoli oggi 30 aprile,  voi,  caro
    signore, coprireste il debito fino al 30 giugno dell'anno in corso.
    - Le vostre condizioni mi convengono, signore - disse Kin-Fo: - ecco i
    due primi mesi del premio.
    E depose sul tavolo un grosso pacchetto di dollari  in  banconote  che
    cavò fuori dalla tasca.
    - Bene...  signore...  benissimo! - rispose William J. Bidulph. - Però
    prima di firmare la polizza, occorre adempiere ad una formalità.
    - Quale?
    - La visita del medico della compagnia.
    - A che proposito questa visita?
    - Per constatare se voi siete  solidamente  costrutto,  se  non  avete
    nessuna  malattia organica di tal natura da abbreviarvi la vita,  e se
    insomma ci date la garanzia di una lunga esistenza.
    - A che  serve  -  fece  osservare  Kin-Fo,  -  visto  che  mi  faccio
    assicurare anche contro il duello e il suicidio?
    - Eh!  caro signore - rispose William J.  Bidulph sempre sorridendo. -
    Una malattia di cui aveste il germe e che vi portasse via tra  qualche
    mese, ci costerebbe duecentomila dollari belli e buoni!
    - Suppongo che il mio suicidio vi costerebbe altrettanto.
    - Caro signore, - rispose graziosamente il bravo Bidulph, prendendo la
    mano  di  Kin-Fo  e  picchiandovi  su  carezzevolmente  - ho già avuto
    l'onore di dirvi che molti nostri  clienti  si  assicurano  contro  il
    suicidio, ma non si uccidono mai. D'altronde non ci è vietato di farli
    sorvegliare... Oh! con la massima discrezione!
    - Ah! - fece Kin-Fo.
    -  Aggiungo,  come mia osservazione personale,  che di tutti i clienti
    della Centenaria,  sono precisamente quelli che pagano più a lungo  il
    premio.  Vediamo,  sia detto fra noi: perché il ricco signor Kin-Fo si
    vorrebbe uccidere?
    - E perché il ricco signor Kin-Fo si dovrebbe assicurare?
    - Oh! - rispose William J. Bidulph - per avere la certezza,  nella sua
    qualità di cliente della Centenaria, di vivere molto a lungo.
    Non  c'era  da  discutere  oltre con l'agente principale della celebre
    compagnia. Era così sicuro di quello che diceva!
    - Ed  ora  -  aggiunse,  -  a  vantaggio  di  chi  sarà  fatta  questa
    assicurazione  di  duecentomila dollari?  Chi sarà il beneficiario del
    contratto?
    - Vi saranno due beneficiari - rispose Kin-Fo.
    - A parti uguali!
    - No,  a  parti  ineguali.  Uno  per  cinquantamila  dollari,  l'altro
    centocinquantamila.
    - Diciamo, per cinquantamila dollari il signor?...
    - Wang.
    - Il filosofo Wang?
    - Precisamente.
    - E per i centocinquantamila?
    - La signora Liwu, di Pechino.
    -  «Di  Pechino»  -  ripeté Bidulph,  finendo di scrivere i nomi degli
    aventi diritto. Poi riprese: - Qual è l'età della signora Liwu?
    - Ventun anni - rispose Kin-Fo.
    - Oh!  - fece l'agente - ecco  una  giovane  signora  che  sarà  molto
    vecchia quando riscuoterà l'ammontare del capitale assicurato.
    - Perché, di grazia?
    - Perché voi, caro signore, vivrete più di cento anni... E il filosofo
    Wang?
    - Cinquantacinque anni!
    - Ebbene, quel simpatico uomo è sicuro di non riscuotere un soldo.
    - Si vedrà, signore!
    - Signore!  - rispose William J. Bidulph. - Se fossi a cinquantacinque
    anni l'erede di un uomo di trentuno che deve  morire  centenario,  non
    sarei tanto ingenuo da fare assegnamento su quella eredità.
    - Servitor vostro,  signore - disse Kin-Fo, dirigendosi verso la porta
    dello studio.
    - Sono  io  il  vostro  -  rispose  l'onorevole  William  J.  Bidulph,
    inchinandosi davanti al nuovo cliente della Centenaria.
    L'indomani   il  medico  della  compagnia  fece  a  Kin-Fo  la  visita
    regolamentare.  «Corpo di ferro,  muscoli  di  acciaio,  polmoni  come
    mantici d'organo» diceva il referto.  Nulla impediva alla compagnia di
    trattare con un cliente così solidamente  costituito.  La  polizza  fu
    firmata  il  giorno stesso,  da una parte da Kin-Fo,  a profitto della
    giovane vedova e  del  filosofo  Wang,  e  dall'altra  da  William  J.
    Bidulph, rappresentante della compagnia.
    Né  Liwu  né Wang,  a meno di circostanze impreviste,  dovevano sapere
    quello che Kin-Fo aveva fatto per essi,  prima del giorno  in  cui  la
    Centenaria  sarebbe  stata  obbligata a versare quel capitale,  ultimo
    atto di generosità dell'ex milionario.
    Capitolo 7
    CHE SAREBBE  ASSAI  TRISTE,  SE  NON  SI  TRATTASSE  D'USI  E  COSTUMI
    PARTICOLARI DEL CELESTE IMPERO.
    Nonostante  quel  che  potesse  dire  e pensare l'onorevole William J.
    Bidulph, la cassa della Centenaria era molto seriamente minacciata nei
    suoi fondi.  In effetti il piano di Kin-Fo non era fra quelli di  cui,
    riflettendoci   bene,   si   rimanda   indefinitamente   l'esecuzione.
    Completamente rovinato,  l'allievo di Wang aveva formalmente stabilito
    di farla finita con un'esistenza che, anche nel tempo della ricchezza,
    non gli dava che tristezza e noia.
    La  lettera  consegnatagli da Sun con otto giorni di ritardo veniva da
    San Francisco e annunciava la sospensione dei pagamenti da parte della
    Banca Centrale Californiana. Ora,  come già sappiamo,  la ricchezza di
    Kin-Fo  era  composta  quasi  totalmente  di  azioni di quella celebre
    banca, fin allora tanto solida. E non era possibile nessun dubbio. Per
    quanto inverosimile potesse sembrare la notizia,  disgraziatamente era
    fin  troppo  vera.  La  sospensione dei pagamenti della Banca Centrale
    Californiana era stata confermata dai giornali arrivati a Shanghai. Il
    fallimento era stato dichiarato, e rovinava Kin-Fo da cima a fondo.
    Quanto effettivamente gli restava all'infuori delle azioni  di  quella
    banca?  Nulla  o  quasi nulla.  La sua abitazione di Shanghai,  la cui
    vendita,   quasi   irrealizzabile,    gli   avrebbe   procurato   solo
    insufficienti  risorse.  Gli  ottomila dollari versati in premio nella
    cassa della Centenaria,  alcune azioni della Compagnia dei Battelli di
    Tianjin, che, vendute quel giorno stesso, gli procurarono appena tanto
    da fare convenientemente le cose "in extremis", erano ora tutta la sua
    fortuna.
    Un occidentale,  un francese, un inglese avrebbe preso filosoficamente
    quell'esistenza nuova e cercato di rifarsela  col  lavoro.  Un  cinese
    invece doveva credersi in diritto di pensare e agire diversamente.  Da
    vero cinese,  Kin-Fo si accingeva ad adottare,  come mezzo per  trarsi
    d'impaccio,  la  morte  volontaria,  e  ciò  senza alcun turbamento di
    coscienza,  con la  tipica  indifferenza  che  caratterizza  la  razza
    gialla. Il cinese non ha che il coraggio passivo, ma è un coraggio che
    possiede  al  più  alto  grado.  La  sua  indifferenza  per la morte è
    veramente  straordinaria.  Malato,   la  vede  arrivare  senza  alcuna
    debolezza.  Condannato,  già tra le mani del carnefice,  non manifesta
    alcun timore.  Le pubbliche esecuzioni così frequenti,  la vista degli
    orribili  supplizi  che  comportavano  le  condanne penali nel Celeste
    Impero,  avevano per tempo familiarizzato i figli del cielo con l'idea
    di abbandonare senza rincrescimento le cose di questo mondo.
    Cosicché  non c'è da stupirsi se in tutte le famiglie quell'idea della
    morte fosse all'ordine del giorno e costituisse l'argomento  di  molte
    conversazioni.  Quell'idea  non  era  assente  da  nessuno  degli atti
    ordinari della vita.  Il culto degli antenati  si  ritrovava  in  casa
    della  più  misera gente.  Non vi era ricca abitazione nella quale non
    fosse riservato una  specie  di  domestico  santuario,  né  miserabile
    capanna  in  cui  non  fosse  serbato un cantuccio alle reliquie degli
    antenati,  la cui festa si celebrava nel  secondo  mese.  Ecco  perché
    nello  stesso negozio in cui si vendono le culle e i doni nuziali,  si
    trovava anche uno svariato assortimento  di  bare,  che  formavano  un
    articolo corrente del commercio cinese.
    L'acquisto  di  una  bara  era  una  delle costanti preoccupazioni dei
    celestiali.  Senza la bara,  l'arredamento della casa paterna  sarebbe
    parso incompleto. Mentre il padre era ancora vivo, il figlio si faceva
    un  dovere  di  offrirgliela.  Era  una  commovente  prova  di filiale
    affetto.
    Quella bara veniva deposta in una stanza a parte, adornata, curata, e,
    per lo più,  quando aveva già  ricevuta  la  spoglia  mortale,  veniva
    conservata per lunghi anni con pietosa cura. Insomma il rispetto per i
    morti  costituiva  la  base  della  religione cinese,  e contribuiva a
    rendere più stretti i vincoli familiari.
    Sicché Kin-Fo,  grazie al suo temperamento,  doveva considerare più di
    chiunque  altro  con  perfetta  tranquillità l'idea di mettere fine ai
    propri giorni. Aveva assicurata la sorte dei due esseri che amava. Che
    poteva rimpiangere?  Nulla.  Il suicidio non  poteva  destare  in  lui
    neppure un rimorso. Quello che costituisce un delitto nei paesi civili
    d'Occidente,  non  era,  staremmo  per dire,  che un atto legittimo in
    quella bizzarra civiltà dell'Asia orientale.
    La decisione di Kin-Fo era  dunque  ben  ferma,  e  nessuna  influenza
    avrebbe potuto distoglierlo dal mettere in esecuzione il suo progetto,
    neppure l'influenza del filosofo Wang.
    Per di più,  Wang ignorava assolutamente i piani dell'allievo. Sun non
    ne sapeva di più neppure lui e aveva notato una cosa sola, che Kin-Fo,
    dopo il suo ritorno,  si dimostrava più paziente per le sue quotidiane
    sciocchezze.
    Decisamente  Sun doveva ricredersi sul conto del padrone;  non avrebbe
    potuto trovarne uno migliore: ora il prezioso codino gli guizzava  sul
    dorso con una sicurezza nuova.
    Un motto cinese diceva: «Per essere felice sulla terra, bisogna vivere
    a Canton e morire a Liuzhou».
    A  Canton infatti si trovava tutta l'opulenza della vita,  e a Liuzhou
    si fabbricavano le migliori bare.
    Kin-Fo non poteva rinunciare a fare quell'ordinazione per la sua bella
    casa,  in modo che il suo ultimo letto di riposo arrivasse  in  tempo.
    Essere  correttamente  disteso  per  il  sonno supremo era la costante
    preoccupazione di un cinese che sapeva vivere.
    Nello stesso tempo Kin-Fo  fece  comprare  un  gallo  bianco,  la  cui
    caratteristica,  come tutti sapevano benissimo,  era d'incarnare in sé
    gli spiriti che  volteggiavano  nell'aria,  e  che  avrebbe  colto  al
    passaggio uno dei sette elementi di cui si componeva l'anima cinese.
    Come si vede, se l'allievo del filosofo Wang si dimostrava insensibile
    ai particolari della vita, lo era molto meno a quelli della morte.
    Ciò  fatto,  non  gli restava che redigere i particolari dei funerali.
    Sicché quel giorno stesso un bel foglio di quella carta di riso,  alla
    cui  confezione  il riso è perfettamente estraneo,  riceveva le ultime
    volontà di Kin-Fo.
    Dopo aver lasciato alla giovane vedova la sua bella casa di Shanghai e
    a Wang un ritratto dell'imperatore Taiping,  che il filosofo  guardava
    sempre con piacere, il tutto senza pregiudizio dei capitali assicurati
    dalla   Centenaria,   Kin-Fo   tracciò   con  mano  ferma  l'ordine  e
    l'itinerario dei personaggi che dovevano assistere alle sue esequie.
    Prima di tutto, in mancanza di parenti,  che non aveva più,  una parte
    degli  amici  che  aveva  ancora dovevano figurare in testa al corteo,
    tutti vestiti di bianco,  che era il  colore  del  lutto  nel  Celeste
    Impero.  Lungo le vie,  fino alla tomba da molto tempo innalzata nella
    campagna di Shanghai,  ci sarebbe stata una doppia fila di valletti di
    funerali,  tutti  con  diversi attributi: parasoli azzurri,  alabarde,
    bastoni col simbolo della giustizia in cima, ventagli di seta,  rotoli
    con  i  particolari  della  cerimonia;  tali  valletti dovevano essere
    vestiti di una tunica nera con cintura bianca e  in  testa  un  feltro
    nero con pennacchio rosso. Al primo gruppo di amici doveva seguire una
    guida,  vestita  di  rosso  da  capo  a  piedi,  battendo  il gong,  e
    precedendo il ritratto del defunto,  giacente in una specie  di  cassa
    riccamente ornata.  Verrebbe poi un altro gruppo di amici,  quelli che
    dovevano svenire a intervalli regolari su  cuscini  preparati  per  la
    circostanza.  E  infine  un  ultimo gruppo di giovani,  riparati da un
    baldacchino azzurro e oro, incaricati di spargere lungo il cammino dei
    pezzetti di carta bianca,  con un  buco  in  mezzo  come  le  sapeche,
    destinati  a  distrarre  i malvagi spiriti che tentassero di unirsi al
    corteo.
    Allora sarebbe apparso il catafalco,  un enorme palanchino foderato di
    seta  viola  ricamata  a  draghi d'oro,  portato a spalla da cinquanta
    valletti, fra due file di bonzi. I sacerdoti, con vesti grigie,  rosse
    e gialle,  recitando le ultime preghiere,  avrebbero alternato le loro
    voci col rimbombo dei gong,  il  gemito  dei  flauti  e  la  brillante
    fanfara delle trombe lunghe sei piedi.
    Dietro, infine, le carrozze a lutto, drappeggiate di bianco, avrebbero
    chiuso  il sontuoso corteo,  le cui spese dovevano assorbire le ultime
    risorse dell'opulento defunto.
    Tutto  sommato,   però,   quel  programma  non  presentava  nulla   di
    straordinario: molti funerali di quella «classe» s'incontravano per le
    vie  di Canton,  di Shanghai e di Pechino,  e i cinesi non vi vedevano
    che un omaggio naturale reso alla persona del defunto.
    Il 20 ottobre (11) una cassa spedita da Liuzhou arrivava all'indirizzo
    di Kin-Fo nella sua abitazione di Shanghai e conteneva,  accuratamente
    imballata,  una bara ordinata per la circostanza.  Né Wang, né Sun, né
    alcuno dei domestici dello "yamen" ne rimase  sorpreso.  Come  abbiamo
    già detto, non vi era cinese che non ci tenesse a possedere da vivo il
    letto sul quale l'avrebbero disteso per l'eternità.
    La bara, un capolavoro dell'artigianato di Liuzhou, fu collocata nella
    «Camera degli antenati»,  dove,  spazzolata,  lisciata,  lustrata, era
    destinata ad attendere, certamente a lungo, il giorno in cui l'allievo
    del filosofo Wang l'avrebbe utilizzata per  proprio  conto...  Ma  non
    doveva essere così.  I giorni di Kin-Fo erano contati e prossima l'ora
    che doveva relegarlo nella categoria degli antenati della famiglia.
    Infatti Kin-Fo aveva stabilito di lasciare quella sera stessa la vita.
    Una lettera della desolata Liwu arrivò nella giornata.
    La giovane vedova  metteva  a  disposizione  di  Kin-Fo  il  poco  che
    possedeva. La ricchezza non era niente per lei: avrebbe saputo farne a
    meno.  Essa  lo  amava: che gli occorreva di più?  Non sarebbero stati
    felici anche in una condizione più modesta?
    Questa lettera, pur piena com'era del più sincero affetto,  non poteva
    modificare  i  propositi  di  Kin-Fo.   «Soltanto  la  mia  morte  può
    arricchirla» pensò.
    Restava da decidere dove e come compiere  quell'atto  supremo.  Kin-Fo
    quasi  ci  godeva  a  regolare  quei  particolari.  Sperava  bene  che
    all'ultimo momento un'emozione,  per quanto passeggera potesse essere,
    gli avrebbe fatto battere il cuore!
    Nel  recinto  dello  "yamen"  s'innalzavano quattro graziosi chioschi,
    decorati con tutta la fantasia dispiegata dal talento  dei  decoratori
    cinesi.  Portavano  nomi  significativi: il padiglione della Felicità,
    nel quale Kin-Fo non entrava mai; il padiglione della Fortuna che egli
    guardava solo col più profondo disprezzo;  il padiglione del  Piacere,
    la  cui  porta era da molto tempo chiusa per lui;  il padiglione della
    Lunga Vita, che egli aveva stabilito di far abbattere!
    Ebbene,  il suo istinto lo portò  a  scegliere  proprio  quest'ultimo.
    Risolse  di  rinchiudervisi  al  cadere  della notte.  Là lo avrebbero
    trovato la mattina dopo, già felice nella morte.
    Stabilito quel primo punto, in che modo doveva morire?  Squarciarsi il
    ventre,  come un giapponese? Strangolarsi con la cintura di seta, come
    un mandarino? Aprirsi le vene in un bagno profumato,  come un epicureo
    della  Roma  antica?  No.  Quei  procedimenti  avrebbero  avuto  tutti
    qualcosa di brutale,  di scortese per gli amici e i servitori.  Uno  o
    due  grani di oppio,  misti con un sottile veleno,  dovevano bastare a
    farlo passare da questo mondo all'altro senza  che  se  ne  accorgesse
    neppure,  forse  portato  via  in uno di quei sogni che trasformano il
    sonno passeggero in un sonno eterno.
    Il sole cominciava già a declinare all'orizzonte e  Kin-Fo  non  aveva
    che  poche  ore  ancora  da  vivere.  In un'ultima passeggiata,  volle
    rivedere la campagna di Shanghai e quelle rive del Huangpu sulle quali
    aveva così spesso portato a spasso la sua noia. Solo, senza aver visto
    per niente Wang nella giornata,  lasciò lo "yamen" per poi  rientrarvi
    un'ultima volta e non uscirne più.
    Il  possedimento inglese,  il piccolo ponte sul fiume e la concessione
    francese,  furono da lui attraversati col solito passo indolente,  ché
    non  sentiva  il  bisogno di affrettarsi nemmeno in quell'ora suprema.
    Per il viale che costeggiava il  porto  indigeno,  girò  intorno  alla
    muraglia  di  Shanghai  fino alla cattedrale cattolica romana,  la cui
    cupola dominava il sobborgo meridionale.  Allora volse verso la destra
    e risalì tranquillamente la via che conduceva alla pagoda di Longhao.
    Era  la vasta e piatta campagna,  che si stendeva fino a quelle alture
    ombreggiate  che  limitavano  la  valle  del  Min,   immense   pianure
    acquitrinose, di cui l'industria agricola aveva fatto delle risaie.
    Qua e là un intreccio di canali che venivano riempiti dall'alta marea,
    alcuni  miseri  villaggi le cui capanne di canna erano tappezzate d'un
    fango giallastro,  due o tre campi di  frumento,  sopraelevati  perché
    fossero  al  riparo delle acque.  Lungo gli stretti sentieri,  un gran
    numero di cani,  di  caprette  bianche,  di  anitre  e  di  oche,  che
    fuggivano  a  gambe levate o ad ali spiegate,  se un passante veniva a
    turbare i loro spassi.
    Quella campagna,  intensamente coltivata,  il cui aspetto  non  poteva
    stupire  un  indigeno,  avrebbe  invece  attirato l'attenzione e forse
    provocato la ripulsione d'uno  straniero.  Da  per  tutto  infatti  si
    vedevano bare a centinaia.  Senza parlare dei tumuli che ricoprivano i
    morti definitivamente sotterrati,  non si vedevano che pile  di  casse
    oblunghe,  piramidi di bare,  disposte come i mattoni d'un cantiere in
    costruzione.
    La pianura cinese,  nelle vicinanze della città,  non era che un vasto
    cimitero.  I morti ingombravano il territorio quanto i vivi. Si diceva
    che era proibito sotterrare quelle  bare  finché  la  stessa  dinastia
    occupava  il  trono  del figlio del cielo,  e quelle dinastie duravano
    secoli. Che il divieto fosse vero o no, certo è che i cadaveri distesi
    nelle bare,  alcuni di colori vivaci,  altre scure e modeste,  le  une
    nuove  e  sgargianti,  le altre già cadenti in pezzi,  aspettavano per
    anni il giorno della sepoltura.
    Kin-Fo non poteva stupirsi di quello stato di cose.  Del  resto,  egli
    camminava  come  un  uomo  che  non  si guarda intorno.  Due stranieri
    vestiti all'europea,  che l'avevano seguito da quando era uscito dallo
    "yamen",  non  attirarono  nemmeno  la  sua  attenzione.  Non  li vide
    neppure,  benché fosse chiaro che quei due non  volevano  perderlo  di
    vista.  Si tenevano a qualche distanza,  seguendolo se egli camminava,
    fermandosi appena si fermava.  Ogni tanto scambiavano qualche sguardo,
    due  o  tre parole e certamente lo stavano spiando.  Di statura media,
    non oltre i trent'anni, disinvolti,  ben piantati,  dall'occhio vivo e
    dalle gambe svelte, si sarebbero detti due cani da punta.
    Dopo  aver  percorso circa una lega per la campagna,  Kin-Fo tornò sui
    suoi passi per raggiungere di nuovo la riva del Huangpu.
    I due segugi subito invertirono la marcia.
    Sulla via del ritorno Kin-Fo incontrò due o  tre  mendicanti  del  più
    miserabile aspetto e diede loro l'elemosina.
    Più  oltre lo incrociarono alcune cinesi cristiane,  di quelle educate
    alla pratica della pietà dalle Suore  di  Carità  francesi.  Reggevano
    ciascuna sul dorso una gerla,  e in quella gerla riportavano all'asilo
    di mendicità dei poveri bambini abbandonati. Le chiamavano giustamente
    «cenciaiuole di bimbi».  E non erano forse,  quei piccoli  sventurati,
    dei cenci gettati negli angoli delle vie?
    Kin-Fo vuotò la borsa nelle mani di quelle caritatevoli donne, e i due
    stranieri  parvero  abbastanza  stupiti  di  quel  gesto da parte d'un
    cinese.
    Era  discesa  la  sera.  Kin-Fo,   arrivato  alle  mura  di  Shanghai,
    s'incamminò per il viale.
    La  popolazione  galleggiante  non dormiva ancora,  e grida e canti si
    sentivano da ogni parte.
    Kin-Fo ascoltava.  Gli piaceva sapere quali sarebbero state le  ultime
    parole che potesse udire.
    Una giovane tankadera,  che guidava il suo "sampan" attraverso le cupe
    acque del Huanpu, cantava così:
    "La mia barca, dai freschi colori
    è adorna  di  mille  e  diecimila  fiori.  Io  l'aspetto  con  l'anima
    inebriata!
    Tornerà domani!
    Dio azzurro veglialo! Che la tua mano lo protegga nel ritorno
    E faccia sì che la lunga via sia abbreviata!"
    -  Tornerà  domani!  Ed  io,  dove  sarò  io  domani?  - pensò Kin-Fo,
    scuotendo la testa.
    La giovane tankadera riprese:
    "E' andato lontano da noi,
    immagino fino al paese dei manciù,
    fino alla muraglia della Cina.
    Ah, quanto spesso il mio cuore trasaliva quando il vento
    si scatenava, infuriando, ed egli se ne andava sfidando la tempesta!"
    Kin-Fo ascoltava sempre,  ma  questa  volta  non  disse  nulla.  E  la
    tankadera concluse così:
    "Perché senti il bisogno di inseguire la fortuna?
    Vuoi morire lontano da me?
    Ecco la terza luna!
    Vieni! Il bonzo ci aspetta per unire all'istante i nostri emblemi,
    le due fenici! (12)
    Vieni! Torna! Io t'amo tanto e tu mi ami!"
    - Sì - mormorò Kin-Fo - forse la ricchezza non è tutto a questo mondo.
    Ma la vita non val tanto da farne la prova!
    Mezz'ora dopo,  rientrava in casa sua.  I due stranieri, che l'avevano
    fino allora seguito, dovettero fermarsi.
    Kin-Fo si diresse tranquillamente verso il chiosco della  Lunga  Vita,
    aprì  la porta,  la richiuse,  e si trovò in un salottino,  dolcemente
    illuminato dalla luce d'una lanterna con i vetri smerigliati.
    Su un tavolino,  fatto d'un sol pezzo di giada,  c'era uno  scrignetto
    contenente  alcuni  grani  di oppio commisti a un mortale veleno,  una
    «possibilità» che il ricco annoiato teneva sempre sottomano.
    Kin-Fo prese due di quei grani, li introdusse in una di quelle pipe di
    terra rossa di cui si servono abitualmente i fumatori d'oppio,  e fece
    per accenderla.
    -  E che!  - disse - neppure un'emozione,  al momento di addormentarmi
    per non svegliarmi più?
    Esitò un momento.
    - No,  - disse,  gettando via  la  pipa,  che  andò  a  spezzarsi  sul
    pavimento.  - Questa emozione suprema la voglio, fosse soltanto quella
    dell'attesa!... La voglio!... E l'avrò!
    E lasciando il chiosco,  Kin-Fo con passo più  svelto  del  solito  si
    diresse verso la camera di Wang.