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I guai di un cinese in Cina
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Capitolo 1
IN CUI SI MANIFESTA A POCO A POCO LA PERSONALITA' E LA NAZIONALITA'
DEI PERSONAGGI.
- Dobbiamo pur convenire che la vita ha del buono! - affermò uno dei
convitati, che teneva i gomiti appoggiati sui bracciuoli della
poltrona con la spalliera di marmo, sbocconcellando una radice di
nenufar zuccherata.
- Ma anche del cattivo! - ribatté tra due accessi di tosse un altro,
che la spina d'una delicata pinna di pescecane per poco non aveva
strozzato.
- Un po' più di filosofia! - intervenne allora uno più anziano, il cui
naso sosteneva un enorme paio di occhiali dalle grandi lenti con la
montatura di legno. - Oggi si rischia di strangolarsi, e domani tutto
passa, come passano le soavi sorsate di questo nettare. Tutto sommato,
è questa la vita.
Ciò detto, quell'epicureo di umore conciliativo tracannò un bicchiere
di un eccellente vino tiepido, il cui vapore leggero si sprigionava
lentamente da una teiera di metallo.
- Per conto mio - dichiarò un quarto convitato, - l'esistenza mi pare
accettabilissima, dal momento che non si lavora e si ha abbastanza per
non lavorare.
- Errore! - dichiarò un quinto. - La felicità è nello studio e nel
lavoro. Acquistare il maggior numero possibile di cognizioni vuol dire
cercare di essere felici!...
- E capire che, tutto sommato, non si sa niente.
- E non è per questo forse il principio della saggezza?
- Ma quale ne è la fine?
- La saggezza non ha fine - rispose filosoficamente quello dagli
occhiali. - Avere il buon senso: ecco quale sarebbe la suprema
soddisfazione.
Allora il primo convitato si rivolse direttamente all'anfitrione, che
era a capotavola, vale a dire nel posto peggiore, come esigono le
leggi della cortesia. Indifferente e distratto, egli ascoltava senza
intromettersi in quella dissertazione "inter pocula".
- Vediamo! Che pensa il nostro ospite di queste nostre divagazioni
dopo il pranzo? Come trova oggi l'esistenza? Buona o cattiva? E' pro o
contro?
L'anfitrione sgranocchiò indolentemente qualche seme di cocomero e,
per tutta risposta, si contentò di sporgere sprezzatamente le labbra
da uomo che sembra non interessarsi di niente.
- Pòh! - disse.
E' questa, per eccellenza, la parola degli indifferenti. Dice tutto e
non dice niente: appartiene a tutte le lingue, e deve trovarsi in
tutti i dizionari del globo: è una smorfia sillabata.
Allora le cinque persone che egli aveva invitato alla sua tavola lo
strinsero con vari argomenti, ciascuno in favore della propria tesi.
Volevano conoscere la sua opinione. Dapprima egli si schermì, poi finì
con l'affermare che la vita non aveva niente di buono e niente di
cattivo. Secondo lui era un'«invenzione» abbastanza insignificante, e,
tutto sommato, poco allegra.
- Eccolo qui il nostro amico!
- Può parlare così perché finora neppure il petalo di una rosa ha
turbato il suo riposo.
- E perché è giovane.
- Giovane e in buona salute.
- In buona salute e ricco.
- Ricchissimo!
- Più che ricchissimo!
- Forse anche troppo!
Le repliche s'incrociavano come petardi di un fuoco d'artificio, senza
destare neppure un sorriso nell'impassibile fisionomia
dell'anfitrione. Si era contentato di alzare leggermente le spalle, da
uomo che non ha mai sfogliato neppure per un'ora sola il libro della
propria vita, anzi non ha neppur tagliato le prime pagine.
Eppure quell'indifferente contava al massimo trentun anni, godeva
ottima salute, possedeva un grande capitale, una mente che non mancava
di cultura, un'intelligenza superiore alla media e aveva, insomma,
tutto quello che mancava a tanti altri per essere tra i felici di
questo mondo. Perché non lo era?
Perché?
Si fece sentire allora la voce grave del filosofo, col tono d'un
antico corifeo.
- Amico, se non sei felice quaggiù, è perché finora la tua felicità è
stata soltanto negativa. Della felicità avviene come della salute: per
goderla, occorre che qualche volta sia venuta a mancare. E tu non sei
mai stato ammalato... Voglio dire che non sei mai stato infelice! Ecco
quello che ti manca nella vita. Chi può apprezzare la felicità se la
sventura non l'ha mai toccato neppure un momento?
E dopo questa osservazione piena di saggezza, alzando il bicchiere
colmo di uno champagne d'ottima marca, il filosofo aggiunse:
- Auguro un po' d'ombra al sole del nostro ospite: qualche dolore alla
sua vita!
E vuotò il bicchiere tutto d'un fiato.
L'anfitrione fece un gesto di rassegnazione e ricadde nella solita
apatia.
Dove avveniva questa conversazione? In una sala da pranzo europea? A
Parigi, a Londra, a Vienna, a Pietroburgo? Quei sei convitati
chiacchieravano nella sala di un ristorante dell'Antico o del Nuovo
Mondo? Chi erano quelle persone che trattavano simili argomenti a
tavola, pur non avendo bevuto più del conveniente?
In ogni caso, non erano francesi, dato che non parlavano di politica.
I sei convitati erano seduti a tavola in una sala di media grandezza,
lussuosamente arredata. Attraverso i vetri delle finestre, di color
azzurro o arancione, s'insinuavano, a quell'ora, gli ultimi raggi del
sole. All'esterno la brezza della sera faceva dondolare ghirlande di
fiori naturali o artificiali, e le lanterne multicolori univano i loro
pallidi bagliori alla luce morente del giorno. Le mensole che
sovrastavano le finestre erano ornate di arabeschi intagliati,
arricchiti di svariate sculture, rappresentanti bellezze celesti o
terrene, animali o vegetali d'una fauna e di una flora fantasiose.
Sulle pareti della sala, tappezzate di seta, splendevano grandi
specchi a doppia molatura; sul soffitto, una "punka" che agitava le
ali di percalle dipinte, rendeva sopportabile la temperatura
dell'ambiente.
La tavola era un lungo quadrilatero di lacca nera. Niente tovaglia sul
piano, che rifletteva i numerosi pezzi di argenteria e di porcellana
come avrebbe potuto fare una lastra del più puro cristallo. E niente
tovaglioli, ma semplici quadrati di carta, ornati di stemmi, dei quali
ciascun convitato aveva una sufficiente provvista. Intorno alla tavola
erano disposte poltrone con lo schienale di marmo, assai preferibili,
in quel clima, allo schienale imbottito dell'arredamento occidentale.
Quanto al servizio, era affidato a ragazze molto graziose, con i
capelli neri adornati di gigli e crisantemi e con braccialetti d'oro o
di giada avvolti in modo civettuolo intorno alle braccia. Sorridenti e
gioiose, esse compivano il servizio con una mano, mentre con l'altra
agitavano graziosamente un lungo ventaglio, che ravvivava le correnti
d'aria spostate dalla "punka" del soffitto.
Il pranzo non aveva proprio lasciato a desiderare. Non si sarebbe
potuto immaginare niente di più raffinato di questa cucina, nello
stesso tempo semplice e ricercata. Il cuoco del locale, sapendo di
aver a che fare con buongustai, aveva superato se stesso nella
preparazione delle centocinquanta pietanze di cui si componeva il
pranzo.
In principio, come antipasti, figuravano paste zuccherate, caviale,
granchiolini fritti, frutta secca e ostriche di Ning-po. Poi, a brevi
intervalli, si succedevano uova farcite di anitra, di piccione e di
pavoncella, nidi di rondine con uova sbattute, fricassée di "ging-
seng", una composta di branchie di storione, nervi di balena in salsa
zuccherata, ghiozzi d'acqua dolce, ragù di gamberi, ventrigli di
passeri e occhi di pecora insaporiti con una punta d'aglio, ravioli al
latte di noccioli d'albicocche, oloturie marinate, germogli di bambù
al sugo, insalate di radicchi zuccherati, eccetera. Ananas di
Singapore, confetti di arachidi, mandorle salate, manghi saporosi,
frutti di "longyan" dalla polpa bianca, e "lizhi" dalla polpa grigia,
castagne d'acqua, arance di Canton candite formavano l'ultimo servizio
di un pranzo che durava da tre ore, abbondantemente innaffiato di
champagne e di vino di Shaoxing. L'inevitabile riso, spinto fra le
labbra dei convitati per mezzo di bastoncini coronava il sapiente
ordine delle portate.
Giunse alla fine il momento in cui le giovani cameriere portarono non
una di quelle scodelle alla moda europea, che contengono un liquido
profumato, ma delle salviette inumidite d'acqua calda, che tutti i
convitati si passarono sul viso con la massima soddisfazione.
Questo però non era che un intermezzo nel pranzo, un'ora di riposo che
sarebbe stata allietata dalla musica.
Infatti un folto gruppo di cantanti e di suonatori entrò nella sala.
Le cantanti erano giovani, graziose e vestite in modo modesto e
decente. Ma che musica e che modo di fare! Miagolii, chioccolii senza
tempo e senza tonalità s'innalzavano in note acute, fino all'ultimo
limite di percezione del senso auditivo! Quanto agli strumenti,
violini le cui corde s'aggrovigliavano con i fili dell'archetto,
chitarre ricoperte di pelli di serpente, clarinetti stridenti,
armoniche che sembravano piccoli pianoforti portatili, tutti strumenti
degni delle cantanti e dei canti, che accompagnavano con grande
fracasso.
Il direttore di quella rumorosa orchestra, appena entrato, aveva
presentato il programma del suo repertorio. A un gesto
dell'anfitrione, che gli lasciava carta bianca, l'orchestra si diede
ad eseguire il "Mazzetto dei dieci fiori", un pezzo molto alla moda,
del quale il bel mondo andava matto.
Poi la truppa di cantanti e suonatori, ben pagata in anticipo, si
ritirò portandosi dietro molti applausi, che andò a raccogliere anche
nelle sale vicine.
Allora i sei convitati si alzarono da quella tavola, ma solo per
passare a un'altra: e lo fecero con grandi cerimonie e complimenti
d'ogni sorta.
Su quella seconda tavola, ciascuno di essi trovò una piccola tazza col
coperchio, ornata del ritratto di Bôdhidharma, il celebre monaco
buddista, ritto sulla sua zattera leggendaria. E ciascuno ebbe pure un
pizzico di tè, che mise in infusione, senza zucchero, nell'acqua
bollente della tazza, e che bevve quasi subito.
E che tè! Non c'era da temere che la casa "Gibb-gibb & C.", che
l'aveva fornito, l'avesse sofisticato, mescolandovi disonestamente
delle foglie estranee, né che avesse subìto una prima infusione e non
fosse più buono che a pulire i tappeti, né che un preparatore poco
delicato l'avesse tinto di giallo con la curcumina o di verde col blu
di Prussia! Era il tè imperiale in tutta la sua purezza. Erano le
foglie preziose, simili agli stessi fiori, della prima raccolta del
mese di marzo, che si fa raramente, poiché l'albero ne muore: quelle
foglie, infine, che solo i bambini, con le mani accuratamente
guantate, possono cogliere!
Un europeo non avrebbe sufficienti esclamazioni laudative per
celebrare quella bevanda, che i sei convitati sorbivano a piccoli
sorsi, senza estasiarsi, da conoscitori che ne avevano l'abitudine.
Bisogna dire però che nessuno era in grado meglio di loro di
apprezzare quel delicato beveraggio. Persone della buona società,
riccamente vestite della "hanshan", leggera camicetta, del "magua",
corta tunica, della "hao", lunga veste che si abbottonava sul fianco,
con ai piedi babbucce gialle e calzini traforati, alle gambe pantaloni
di seta stretti alla vita da una sciarpa con fiocchi, sul petto il
pettino di seta finemente ricamato, il ventaglio alla cintola, quegli
amabili personaggi erano nati nel paese stesso ove la pianta del tè dà
una volta l'anno la sua messe di foglie profumate. Quel pranzo, nel
quale figuravano nidi di rondine e oloturie, nervi di balena e pinne
di squali, essi l'avevano gustato come meritava per la sua delicata
preparazione; ma il suo menu, che avrebbe stupito uno straniero, non
li sorprendeva affatto. In ogni modo, quello che nessuno di loro si
aspettava fu la comunicazione che fece loro l'anfitrione nel momento
in cui stavano finalmente per lasciare la tavola. E allora capirono
perché quel giorno egli li aveva invitati.
Le tazze erano ancora piene. Al momento di vuotare per l'ultima volta
la propria, l'uomo indifferente mise i gomiti sulla tavola e, con gli
occhi perduti nel vuoto, si espresse in questi termini:
- Amici, ascoltatemi senza ridere. Il dado è tratto. Sto per
introdurre nella mia esistenza un elemento nuovo, che forse ne
dissiperà la monotonia. Sarà un bene? Sarà un male? L'avvenire me lo
dirà. Questo, al quale vi ho invitati, è il mio pranzo d'addio alla
vita di scapolo. Fra quindici giorni sarò ammogliato e...
- E sarai il più felice degli uomini! - lo interruppe l'ottimista. -
Guarda! I pronostici sono a tuo favore!
Infatti, mentre le lampade lanciavano, crepitando, pallide luci, le
gazze gracchiavano sugli arabeschi delle finestre e le foglioline del
tè galleggiavano perpendicolarmente nelle tazze. Erano altrettanti
lieti presagi che non potevano ingannare!
Così, tutti si misero a felicitare l'ospite, che accolse i complimenti
con la più perfetta freddezza. Ma siccome non aveva detto il nome
della donna destinata a recitare la parte di « elemento nuovo», e
della quale egli aveva fatto la scelta, nessuno commise
l'indiscrezione d'interrogarlo a proposito.
Però il filosofo non aveva unito la propria voce al concerto delle
felicitazioni. Con le braccia incrociate, gli occhi semichiusi e un
sorriso ironico sulle labbra, pareva che non apprezzasse né quelli che
facevano i complimenti né colui al quale erano diretti. Allora
quest'ultimo si alzò, gli mise la mano sulla spalla e, con voce meno
calma del solito, gli disse:
- Sono forse troppo vecchio per prender moglie?
- No.
- Troppo giovane?
- Neppure.
- Credi che faccia male?
- Forse.
- La donna che ho scelto, e che tu conosci, ha tutto quanto occorre
per rendermi felice.
- Lo so.
- Ebbene?...
- Sei tu che non hai tutto quanto occorre per esserlo! Annoiarsi da
solo nella vita è male; annoiarsi in due, è peggio!
- Non sarò dunque mai felice?...
- No, finché non avrai conosciuto la sventura.
- La sventura non può colpirmi!
- Tanto peggio, poiché allora tu sei incurabile!
- Ah, questi filosofi! - esclamò allora il più giovane dei convitati.
- Non bisogna ascoltarli! Sono macchine per fabbricar teorie, e ne
fabbricano d'ogni sorta! Tutta robaccia, che in pratica non val nulla!
Prendi moglie, prendi moglie, amico! Io farei altrettanto se non
avessi fatto voto di non far mai niente! Prendi moglie e, come dicono
i nostri poeti, possano le due fenici apparirti sempre teneramente
unite! Amici, bevo alla felicità del nostro ospite!
- E io - ribatté il filosofo - bevo al prossimo intervento di qualche
divinità protettrice, che, per renderlo felice, lo sottoponga alla
prova della sventura!
Dopo questo brindisi abbastanza bizzarro, i convitati si alzarono e
accostarono i pugni come avrebbe fatto un pugile al momento della
lotta; poi, dopo averli successivamente abbassati e rialzati chinando
il capo, presero congedo gli uni dagli altri.
Dalla descrizione della sala in cui è avvenuto il pranzo, dal suo menu
esotico, dall'abbigliamento dei convitati, dal loro modo di
esprimersi, e forse anche dalle loro singolari teorie, il lettore ha
capito che si trattava di cinesi, e non di quei «celestiali» che
sembrano staccati da un paravento o da un vaso di porcellana cinese,
ma di quei moderni abitanti del Celeste Impero già «europeizzati»
dagli studi, dai viaggi, dalle frequenti comunicazioni con la civiltà
occidentale.
Infatti nel salone di uno di quei battelli - fiore del fiume delle
Perle, a Canton, il ricco Kin-fo, accompagnato dall'inseparabile Wang,
il filosofo, aveva convitati quattro dei migliori amici di gioventù:
Baoshen, un mandarino di quarta classe dei bottoni azzurri, Yinbang,
ricco negoziante di seterie della via dei Farmacisti, Tim,
l'inveterato gaudente, e il letterato Hua.
E ciò avveniva il ventisettesimo giorno della quarta luna, durante la
prima delle cinque veglie, che suddividono così poeticamente le ore
della notte cinese.
Capitolo 2
IN CUI KIN-FO E IL FILOSOFO WANG VENGONO DESCRITTI IN MODO PIU'
PRECISO.
Kin-fo aveva offerto quel pranzo di addio agli amici di Canton perché
in quella capitale della provincia di Guandong aveva trascorso una
parte dell'adolescenza. Dei numerosi compagni che deve avere un
giovanotto ricco e generoso, i quattro invitati del battello fiorito
erano i soli amici che gli restavano in quell'epoca. Inutilmente
avrebbe cercato di riunire gli altri, dispersi dai casi della vita.
Kin-fo dimorava allora a Shanghai e, per far cambiare aria alla sua
noia, l'aveva portata a spasso per alcuni giorni a Canton. Ma quella
sera stessa doveva prendere lo "steamer" (1) che faceva scalo nei
punti principali della costa e tornare tranquillamente al suo "yamen"
(2).
Wang aveva accompagnato Kin-fo, poiché non lasciava mai il suo
allievo, al quale non faceva mancare le lezioni. Ma, per dire la
verità, il giovane non ne teneva alcun conto. Erano massime e sentenze
perdute; ma la «macchina per fabbricar teorie» - come l'aveva definito
quel gaudente di Tim - non si stancava mai di produrne.
Kin-fo era proprio il tipo di quei cinesi del Nord, la cui razza
tendeva a trasformarsi, e che non si erano mai mescolati coi tartari.
Non si sarebbe potuto trovare l'uguale nelle province del Sud, dove
tanto le classi alte quanto quelle basse si erano intimamente commiste
con la razza manciù. Kin-fo non aveva nelle vene una goccia di sangue
tartaro, né per via di suo padre, né per via di sua madre, le cui
famiglie, dopo la conquista, si tenevano in disparte. Alto, ben fatto,
più bianco che giallo, le sopracciglia in linea retta, gli occhi
orizzontali, rialzati appena verso le tempie, il naso diritto, la
faccia non appiattita; sarebbe stato notato anche tra i più bei
campioni delle popolazioni occidentali.
In effetti, se Kin-fo si dimostrava cinese, lo era solo per il cranio
accuratamente rasato, per la fronte e il collo senza un pelo e per il
magnifico codino che, partendo dall'occipite, gli ricadeva sul dorso
come un serpente corvino. Molto accurato nella persona, portava un
pizzetto e baffi sottili che, descrivendo un semicerchio intorno al
labbro superiore, raffiguravano esattamente la corona della scrittura
musicale. Le unghie erano lunghe più d'un centimetro, prova questa che
egli apparteneva proprio a quella categoria di gente fortunata che può
vivere senza far nulla. Fors'anche l'indolente portamento e
l'atteggiamento altero accrescevano l'eleganza che traspariva da tutta
la persona.
Del resto Kin-fo era nato a Pechino, vantaggio di cui i cinesi si
mostrano molto orgogliosi. A chi glielo chiedeva, poteva rispondere
superbamente: «Provengo dall'Alto!». A Pechino, infatti, dimorava suo
padre Tciung-heu al momento della sua nascita, ed egli aveva sei anni
quando la famiglia andò a stabilirsi definitivamente a Shanghai.
Quel degno cinese, di ottima casata del Nord, possedeva, come i suoi
compatrioti, notevoli attitudini per il commercio. Durante i primi
anni della sua carriera, tutto ciò che produce quel ricco territorio
così popolato, carta di Shantou, seterie di Suzhou, zucchero raffinato
di Formosa, tè di Hancou e di Fuzhou, ferro di Henan, rame rosso o
giallo della provincia di Yunnan, tutto fu per lui oggetto di negozio
e materia di traffico. La sua principale casa di commercio, il suo
"hong", era a Shanghai, ma aveva succursali a Nanchino, a Tianjin, a
Macao, a Hong-kong. Aveva stretti rapporti d'affari con l'Europa, gli
"steamer" inglesi trasportavano le sue mercanzie, mentre il telegrafo
gli faceva sapere il costo delle sete a Lione e dell'oppio a Calcutta.
Nessuno degli strumenti del progresso, vapore o elettricità, lo
trovava refrattario come la maggior parte dei cinesi, che subiscono
l'influenza dei mandarini e del governo, di cui quel progresso
diminuiva a poco a poco il prestigio.
In breve Tciung-heu manovrava con tanto abilità nel suo commercio con
l'interno dell'impero, e nelle sue transazioni con le case portoghesi,
francesi, inglesi o americane di Shanghai, di Macao e di Hong-kong,
che quando Kin-fo venne al mondo, il capitale di suo padre sorpassava
già i quattrocentomila dollari.
E durante gli anni che seguirono, grazie alla creazione di un nuovo
traffico, che si poteva chiamare il «traffico dei "coolies" (3) del
Nuovo Mondo», quei risparmi erano destinati a raddoppiare.
Si sa infatti che la popolazione della Cina è sovrabbondante,
sproporzionata anche all'estensione di quel vasto territorio,
diversamente ma poeticamente chiamato Celeste Impero, Impero del
Centro, Impero o Terra dei Fiori. La popolazione allora si valutava a
non meno di trecentosessanta milioni d'abitanti: quasi un terzo della
popolazione terrestre. Ora, per poco che mangi il cinese povero,
mangia pure, e la Cina, anche con le sue numerose risaie, le sue
immense coltivazioni di miglio e di grano, non basta a nutrirlo. Da
qui un sovrappiù di popolazione che non domanda altro se non di
scivolar via per i fori aperti dai cannoni inglesi e francesi nelle
muraglie materiali e morali del Celeste Impero.
Verso l'America del Nord, e più di tutto verso la California, si è
rovesciata quella sovrabbondanza di popolazione. Ma la cosa è avvenuta
con tanta violenza, che il Congresso ha dovuto adottare misure
restrittive contro quell'invasione, molto incivilmente chiamata «la
peste gialla». Come si è fatto osservare, cinquanta milioni
d'emigranti cinesi negli Stati Uniti non avrebbero impiccolito
sensibilmente la Cina, ma avrebbe significato l'assorbimento della
razza anglosassone da parte di quella mongola.
Come che sia, l'esodo avvenne su vasta scala. Quei "coolies", che
vivevano d'un pugno di riso, d'una tazza di tè e d'una pipa di tabacco
ed erano adatti a tutti i mestieri, ebbero una rapida riuscita sul
Lago Salato, nella Virginia, nell'Oregon e soprattutto in California,
ove fecero ribassare considerevolmente il prezzo della mano d'opera.
Si formarono dunque delle compagnie per il trasporto di quegli
emigranti così poco costosi. Se ne contarono cinque, che facevano la
raccolta in cinque province del Celeste Impero, e una sesta stabilita
a San Francisco. Le prime spedivano la mercanzia, l'ultima la
riceveva. Un'agenzia annessa, quella di Ting-tong, la rispediva.
Tutto questo richiede una spiegazione.
I cinesi volevano sì espatriare e andare a cercar fortuna presso i
«melicani», come chiamano la popolazione degli Stati Uniti, ma ad una
condizione: quella che i loro cadaveri fossero fedelmente resi alla
terra natale per esservi sepolti. Era una delle condizioni principali
del contratto, una clausola "sine qua non", che obbligava le compagnie
verso l'emigrante, e nulla avrebbe potuto farla eludere.
Quindi la Ting-tong, chiamata pure l'Agenzia dei Morti, disponendo di
fondi particolari, era incaricata di noleggiare le «navi di cadaveri»,
che ripartivano con pieno carico da San Francisco per Shanghai, Hong-
kong e Tianjin. Altro commercio: altra sorgente di utili.
L'abile e intraprendente Tciung-heu lo capì benissimo. Quando morì,
nel 1866, era direttore della compagnia di Kuang-than nella provincia
di questo nome e vice direttore della Cassa per i fondi dei Morti, a
San Francisco.
Quel giorno Kin-fo, non avendo più né padre né madre, ereditava una
sostanza valutata quattro milioni di franchi, collocata in azioni
della Banca Centrale Californiana, che egli ebbe il buonsenso di
conservare.
Al momento in cui perdette il padre, il giovane erede, di 19 anni, si
sarebbe trovato solo, se non avesse avuto Wang, l'insuperabile Wang
come mentore e amico.
Ma chi era quel Wang? Viveva da diciassette anni nello "yamen" di
Shanghai. Era stato il commensale del padre, prima di esserlo del
figlio. Ma da dove veniva? Quale era il suo passato? Altrettante
oscure domande, alle quali soltanto Tciung-heu e Kin-fo avrebbero
potuto rispondere.
E se avessero giudicato conveniente farlo, ciò che non era probabile,
ecco che cosa si sarebbe saputo.
Tutti sanno che la Cina era, per eccellenza, il paese in cui le
insurrezioni potevano durare anni e anni e sollevare centinaia di
migliaia di uomini. Ora, nel secolo diciassettesimo, la celebre
dinastia dei Ming, di origine cinese, regnava da trecento anni sulla
Cina quando, nel 1644, il capo di essa, troppo debole per lottare
contro i ribelli che minacciavano la capitale, chiese aiuto a un re
tartaro.
Il re non si fece pregare, accorse, scacciò i rivoltosi, approfittò
della situazione per rovesciare colui che gli aveva chiesto aiuto e
proclamò imperatore suo figlio Shunzhi.
Da quel momento l'autorità tartara prese il posto di quella cinese e
il trono fu occupato da imperatori manciù.
A poco a poco, soprattutto negli strati inferiori della popolazione,
le due razze si confusero; ma nelle famiglie ricche del Nord la
separazione fra cinesi e tartari fu mantenuta più strettamente. Quindi
il tipo si distingueva ancora, soprattutto nel centro delle province
settentrionali dell'impero. Là si rifugiarono molti
«irriconciliabili», rimasti fedeli alla dinastia decaduta.
Il padre di Kin-fo era uno di questi ultimi, e non smentì le
tradizioni della sua famiglia, che si era rifiutata di venire a patti
coi tartari. Una sollevazione contro la dominazione straniera, anche
dopo trecento anni che vi si era stabilita, l'avrebbe trovato pronto
ad agire.
Inutile aggiungere che il figlio Kin-fo condivideva in modo assoluto
le sue opinioni politiche.
Ora nel 1860 regnava ancora quell'imperatore Xianfeng che aveva
dichiarato guerra all'Inghilterra e alla Francia, guerra terminata col
trattato di Pechino del 25 ottobre dello stesso anno.
Ma prima di quell'epoca una formidabile sollevazione minacciava già la
dinastia regnante. I Changmao e Taiping, i «ribelli dai capelli
lunghi», si erano impossessati di Nanchino nel 1853 e di Shanghai nel
1855. Morto Xianfeng, il suo giovane figlio ebbe molto da fare per
respingere i Taiping. Senza il viceré Li, senza il principe Gong, e
soprattutto senza il colonnello inglese Gordon, forse non avrebbe
potuto salvare il trono.
Il fatto è che quei Taiping, nemici dichiarati dei tartari, fortemente
organizzati per la ribellione, volevano sostituire alla dinastia dei
Qing quella dei Wang. Essi formarono quattro bande distinte: la prima
con la bandiera nera, incaricata di uccidere; la seconda con la
bandiera rossa, incaricata d'incendiare; la terza con la bandiera
gialla, incaricata di saccheggiare; la quarta con la bandiera bianca,
incaricata di approvvigionare le altre tre.
Vi furono importanti operazioni militari nello Jiangsu. Suzhou e
Jiaxing, a cinque leghe da Shanghai, caddero in potere dei ribelli e
furono riprese, non senza fatica, dalle truppe imperiali. Shanghai,
molto minacciata, venne pure attaccata, il 18 agosto 1860, mentre i
generali Grant e Montauban, comandanti dell'esercito anglo-francese,
cannoneggiavano i forti dei Pei-ho.
Ora in quell'epoca Tciung-heu, il padre di Kin-fo, occupava
un'abitazione presso Shanghai, non lontana dal magnifico ponte che gli
ingegneri cinesi avevano gettato sul fiume Suzhou. Egli non vedeva di
cattivo occhio quella ribellione dei Taiping, essendo essa soprattutto
diretta contro la dinastia tartara.
Fu dunque in tali condizioni che la sera del 18 agosto, dopo che i
ribelli furono respinti da Shanghai, la porta di casa di Tciung-heu fu
aperta bruscamente. Un fuggiasco, fatte perdere le proprie tracce a
quelli che lo inseguivano, venne a cadere ai piedi di Tciung-heu. Il
disgraziato non aveva più un'arma per difendersi, e se colui al quale
veniva a chiedere asilo lo avesse consegnato alla soldatesca
imperiale, era perduto. Il padre di Kin-Fo non era uomo da tradire un
Taiping che aveva cercato rifugio nella sua casa. Chiuse la porta e
disse: - Non voglio sapere, non saprò mai chi sei, che cosa hai fatto
e da dove vieni. Sei mio ospite e, per questo solo, sei al sicuro in
casa mia.
Il fuggitivo voleva parlare per esprimere la propria riconoscenza...
ma non ne aveva quasi la forza.
- Il tuo nome? - chiese Tciung-heu.
- Wang.
Wang era dunque stato salvato dalla generosità di Tciung-heu,
generosità che sarebbe costata la vita a quest'ultimo, se si fosse
sospettato che dava asilo a un ribelle. Ma Tciung-heu era uno di
quegli uomini all'antica, per cui l'ospite è sacro.
Alcuni anni dopo, la sollevazione era definitivamente repressa. Nel
1864 il condottiero dei Taiping, assediato in Nanchino, si avvelenava
per non cadere nelle mani degli imperiali.
Da quel giorno Wang restò nella casa del suo benefattore. Non ebbe mai
da rispondere del suo passato. Nessuno lo interrogò su quel punto:
forse temeva di venirne a sapere troppo! Si diceva che le atrocità
commesse dai ribelli erano state spaventose. Sotto quale bandiera
aveva servito Wang? La gialla, la rossa, la nera o la bianca? In
sostanza era meglio non saperlo, e serbare l'illusione che avesse
fatto parte della colonna dei rifornimenti.
Così Wang, d'altronde molto contento della propria sorte, restò il
commensale di quella casa ospitale. Dopo la morte di Tciung-heu, il
figlio si guardò bene dal separarsi da lui, tanto era abituato alla
compagnia di quell'amabile personaggio.
Ma in verità, all'epoca in cui comincia la nostra storia, chi avrebbe
riconosciuto un antico Taiping, un massacratore, un saccheggiatore o
un incendiario, a scelta, in quel filosofo di cinquantacinque anni, in
quel moralista dagli occhiali, in quel cinese cineseggiante, dagli
occhi rialzati verso le tempie e dai baffi rituali? Con la sua lunga
veste di colore poco vistoso, la cintura rialzata sul petto per una
incipiente obesità, il copricapo regolato secondo il decreto
imperiale, vale a dire un cappello di pelliccia con la tesa rialzata
intorno a una calotta da cui sfuggivano ciuffi di filetti rossi, non
aveva l'aria di un bravo professore di filosofia, di uno di quei
sapientoni che fanno uso correntemente degli ottantamila caratteri
della scrittura cinese, d'un letterato del dialetto superiore, d'un
primo laureato all'esame dei dottori, che aveva il diritto di passare
sotto la porta grande di Pechino, riservata al Figlio del Cielo?
Forse, dopo tutto, dimenticando un passato pieno d'orrore, il ribelle
si era rabbonito al contatto del mite Tciung-heu, e aveva ripiegato
dolcemente sul cammino della filosofia speculativa. Ed ecco perché
quella sera, Kin-fo e Wang, che non si lasciavano mai, erano insieme a
Canton, e tutti e due, dopo quel pranzo di addio, se ne andavano sulla
banchina in cerca dello "steamer" che doveva riportarli rapidamente a
Shanghai. Kin-fo camminava in silenzio, anche un po' preoccupato. Da
parte sua Wang, guardando a destra e a manca, filosofando alla luna e
alle stelle, passando sorridente sotto la porta dell'Eterna Purezza,
che non trovava troppo alta per lui, sotto la porta dell'Eterna Gioia
i cui battenti gli sembravano aperti sulla propria esistenza, vide
finalmente perdersi nell'ombra le torri della pagoda delle Cinquecento
Divinità.
Lo "steamer" Perma era là, sotto pressione, e Kin-fo e Wang occuparono
le due cabine già fissate per loro. La rapida corrente del Fiume delle
Perle, che trascina quotidianamente col fango delle rive corpi di
suppliziati, imprimeva al battello la massima velocità. Lo "steamer"
passò come una freccia tra le rovine lasciate qua e là dai cannoni
francesi, davanti alla pagoda a nove piani di Haf-way, davanti alla
punta Jardyne, presso Whampoa, dov'erano alla fonda le navi più
grosse, tra gli isolotti e gli steccati di bambù delle due rive.
I centocinquanta chilometri, vale a dire i trecentosessantacinque «li»
che separano Canton dalla foce del fiume, furono percorsi durante la
notte.
Al levar del sole, il Perma oltrepassava la Gola della Tigre, poi le
due barre dell'estuario. Il Victoria Peak (4) dell'isola di Hong-kong,
alto milleottocentoventicinque piedi, apparve un momento nella nebbia
mattutina e, dopo la più felice delle traversate, Kin-fo e il
filosofo, risalendo le acque giallastre del Fiume Azzurro, sbarcavano
a Shanghai, sul litorale della provincia di Jangnam.
Capitolo 3
IN CUI IL LETTORE POTRA', SENZA FATICA, DARE UNO SGUARDO ALLA CITTA'
DI SHANGHAI.
Un proverbio cinese dice: «Quando le spade sono arrugginite e le
vanghe luccicanti, quando le prigioni sono vuote e i granai pieni,
quando i gradini dei templi sono logorati dai fedeli e quelli dei
tribunali coperti d'erbe, quando i medici vanno a piedi e i panettieri
a cavallo, allora l'Impero è ben governato».
Il proverbio è buono e potrebbe applicarsi giustamente a tutti gli
stati dell'Antico e del Nuovo Mondo. Ma se ce n'era uno in cui questo
"desideratum" era ancora lontano dal realizzarsi, era precisamente il
Celeste Impero. Là erano le sciabole che luccicavano e le vanghe che
arrugginivano, le prigioni che rigurgitavano e i granai che si
svuotavano. I panettieri erano disoccupati più dei medici e, se le
pagode attiravano i fedeli, in compenso i tribunali non mancavano né
di patrocinanti né di litiganti.
Del resto, uno stato di centottantamila miglia quadrate, che dal nord
al sud misurava più di ottocento leghe e da est a ovest più di
novecento, che contava diciotto vaste province, senza parlare dei
paesi tributari: la Mongolia, la Manciuria, il Tibet, il Tonchino, la
Corea, le isole Ryu-kyu, eccetera, non poteva essere amministrato che
molto imperfettamente. Se i cinesi ne dubitavano un po', gli stranieri
non si facevano alcuna illusione al riguardo. Forse soltanto
l'imperatore, chiuso nel suo palazzo, del quale raramente varcava le
soglie, al riparo delle muraglie di una triplice città, solo quel
Figlio del Cielo, padre e madre dei suoi sudditi, che faceva e
dispensava le leggi a suo piacimento, che aveva diritto di vita e di
morte su tutti, e al quale appartenevano per natura le entrate
dell'impero, quel sovrano davanti al quale le fronti si trascinavano
nella polvere, soltanto lui trovava che tutto andava per il meglio nel
migliore dei mondi. Non si poteva neppure dimostrargli che si
ingannava, perché un figlio del Cielo non s'ingannava mai.
Kin-fo aveva avuto qualche ragione per pensare che era meglio essere
governato all'europea che alla cinese? Si sarebbe tentati di crederlo.
Il fatto è che egli abitava non proprio in Shanghai, ma fuori, su un
terreno della concessione inglese, che si manteneva in una specie di
autonomia molto apprezzata.
Shanghai, la città propriamente detta, è situata sulla riva sinistra
del piccolo fiume Huangpu, il quale, congiungendosi ad angolo retto
col Wusong, va a versarsi nel Yangzijiang, o Fiume Azzurro, e di là si
perde nel Mar Giallo.
L'agglomerato di case formava un ovale, disteso da nord a sud, cinto
da alte muraglie, forate da cinque porte che si aprivano sui suoi
sobborghi. Rete inestricabile di stradicciole selciate, a spazzar le
quali si logorerebbero le spazzatrici meccaniche; botteghe oscure
senza vetrine né mostra, con bottegai nudi fino alla cintola; non una
vettura, non un palanchino, appena qualche uomo a cavallo; alcuni
templi indigeni o cappelle straniere; non altri luoghi di passeggio
che un giardino da tè e un campo di parata abbastanza pantanoso,
sistemato sul terreno prosciugato di antiche risaie e soggetto ad
emanazioni paludose; attraverso quelle viuzze, in fondo a quelle case
strette, una popolazione di duecentomila abitanti; tale era questa
città, d'una abitabilità poco invidiabile, ma che aveva tuttavia una
grande importanza commerciale.
Là infatti, dopo il trattato di Nanchino, gli stranieri ebbero per la
prima volta il diritto di stabilire delle agenzie di commercio. Fu la
grande porta aperta in Cina al traffico europeo. Così, oltre Shanghai
e i suoi sobborghi, dietro pagamento d'una tassa annuale, il governo
concesse tre appezzamenti del suo territorio ai francesi, agli inglesi
e agli americani, che erano circa duemila.
Poco c'è da dire della concessione francese: era la meno importante.
Confinava quasi con la cinta nord della città, e si stendeva fino al
fiume Yangjinbang, che la separava dal territorio inglese. Vi
s'innalzavano le chiese dei Lazzaristi e dei Gesuiti, che possedevano
anche, a quattro miglia da Shanghai, il Collegio di Xujiahui, ove
preparavano al baccellierato (5) i giovani cinesi.
Ma quella piccola colonia non uguagliava le sue vicine neppur
lontanamente. Delle dieci case di commercio fondate nel 1861 ne
restavano tre sole, e anche la banca preferì stabilirsi nella
concessione inglese.
Il territorio americano occupava la parte di ritorno sul Wusong, ed
era separato da quello inglese dalla corrente del Suzhou, attraversato
da un ponte di legno. Vi si trovavano l'hotel Astor, la chiesa delle
Missioni e i "docks" (6) installati per le riparazioni delle navi dei
bianchi.
Ma delle tre concessioni la più fiorente era senza alcun dubbio quella
inglese. Abitazioni sontuose sui viali, case con veranda e giardino,
palazzi dei principi del commercio, la Banca Orientale, un "hong"
della celebre casa Dent con la sua ditta del Laozuhang, le agenzie dei
Jardyne, dei Russel e di altri grandi commercianti, il Club inglese,
il teatro, il gioco della pallacorda, il parco, l'ippodromo, la
biblioteca: era questo l'insieme della ricca creazione degli
anglosassoni, che fu giustamente chiamata «colonia modello».
Per questo appunto su quel territorio privilegiato, sotto il patronato
di un'amministrazione aperta, non c'era da stupire se vi si trovava,
come dice Léon Rousset, «una città cinese d'un carattere particolare,
che non aveva l'uguale in nessun altro posto».
Così dunque, in quel piccolo angolo di terra, lo straniero, arrivato
dalla pittoresca strada del Fiume Azzurro, vedeva quattro bandiere
garrire al soffio della stessa brezza: il tricolore francese e il
«Jack» del Regno Unito, le stelle americane e la croce di Sant'Andrea,
gialla su fondo verde, dell'Impero dei Fiori.
Quanto ai dintorni di Shanghai, contrada piatta, senza un albero,
tagliata da strade strette e sassose e da sentieri tracciati ad angolo
retto, bucata da cisterne e da "arroyos" che distribuivano l'acqua a
immense risaie solcate da canali, nei quali le giunche vagano come
vagavano le chiatte attraverso le campagne dell'Olanda, era una specie
di vasto quadro verdeggiante cui mancava la cornice.
Arrivando, il Perma si era accostato alla banchina del porto indigeno,
davanti al sobborgo est di Shanghai, dove Wang e Kin-fo sbarcarono nel
pomeriggio.
Il viavai delle persone affaccendate era enorme sulla riva,
indescrivibile sul fiume. Le centinaia di giunche, i battelli-fiore,
le "sampane", specie di gondola guidata col remo a poppa, i "gig" e le
altre imbarcazioni di tutte le grandezze formavano come una città
galleggiante, nella quale viveva una popolazione marittima, che non si
poteva calcolare inferiore alle quarantamila anime, popolazione tenuta
in una condizione inferiore, e della quale neppure la parte più
benestante poteva innalzarsi fino alla classe dei letterati e dei
mandarini.
I due amici se ne andavano girellando sulla banchina, in mezzo alla
folla eteroclita, formata da mercanti d'ogni specie, venditori di
arachidi, di arance, di noci di betel, di pompelmi; marinai di tutte
le nazioni, portatori d'acqua, astrologhi e indovini, bonzi, lama,
preti cattolici vestiti alla cinese, con codino e ventaglio, soldati
indigeni, tipao, guardie cittadine del luogo e, "compradores", sorta
di commessi-mediatori, che facevano affari per negozianti europei.
Col ventaglio in mano, Kin-fo girava sulla folla lo sguardo
indifferente, senza interessarsi di quanto avveniva intorno a lui. Né
il suono metallico delle piastre messicane, né quello dei "tael" (7)
d'argento, né quello delle sapeche di bronzo, che venditori e
compratori si scambiavano rumorosamente, avrebbe potuto distrarlo.
Egli ne aveva tanti da poter comprare e pagare in contanti l'intero
sobborgo.
Wang invece aveva aperto il suo largo parasole giallo, decorato di
mostri neri e, sempre «orientato» come doveva essere un cinese di
razza, cercava dappertutto materia per qualche osservazione.
Passando davanti alla porta dell'est, il suo sguardo si fermò per caso
su una dozzina di gabbie di bambù, nelle quali erano esposte le teste
dei criminali giustiziati il giorno prima.
- Forse - disse - si potrebbe far qualcosa di meglio che troncare le
teste: renderle più solide!
Kin-fo non udì la riflessione di Wang, che l'avrebbe certamente
stupito da parte di un antico Taiping.
Tutti e due continuavano a seguire la banchina, che girava intorno
alle mura della città cinese.
All'estremità del sobborgo, mentre stavano per mettere il piede sulla
concessione francese, un indigeno con una lunga veste azzurra attirava
la folla picchiando con un bastoncino su un corno di bufalo, che
mandava un suono stridulo.
- Uno "xiansheng" - disse il filosofo.
- Che c'importa? - rispose Kin-fo.
- Chiedigli che ti predìca l'avvenire, amico - rispose Wang: - è una
buona occasione al momento di ammogliarti.
Kin-fo voleva passare oltre, ma Wang lo trattenne.
Lo "xiansheng" è una specie di profeta popolare che, per qualche
sapeca, predice l'avvenire. Non ha altri utensili professionali
all'infuori di una gabbia che racchiude un uccellino, gabbia che porta
appesa a un bottone della veste, e un mazzo di sessantaquattro carte,
rappresentanti figure di divinità, di uomini o di animali. I cinesi
d'ogni classe, in generale superstiziosi, non fanno a meno delle
predizioni dello "xiansheng", il quale probabilmente non si prende
troppo sul serio neanche lui.
A un cenno di Wang, l'indovino stese a terra un tappeto di cotonina,
vi depose la gabbia, tirò fuori il mazzo di carte, le mescolò e le
allineò in modo che le figure fossero invisibili.
Poi aprì lo sportello della gabbia. L'uccellino uscì, scelse una delle
carte e rientrò, dopo aver ricevuto in compenso un chicco di riso. Lo
"xiansheng" voltò la carta che recava una figura d'uomo e una dicitura
scritta in "guanhua", la lingua mandarina del Nord, lingua ufficiale
delle persone istruite.
Allora, rivolto a Kin-fo, l'indovino gli predisse quello che i suoi
colleghi d'ogni paese predicono senza compromettersi, e cioè che dopo
qualche prossimo dispiacere, avrebbe goduto diecimila anni di
felicità.
- Uno - disse Kin-fo, - uno solo, e ti farei grazia del resto!
Poi gettò sul tappeto un "tael" d'argento, sul quale il profeta si
precipitò come farebbe un cane affamato su un osso col midollo: una
bazza simile gli capitava di rado.
Ciò fatto, Wang e l'allievo si diressero verso la colonia francese, il
primo pensando a quella predizione che si accordava con le sue teorie
sulla felicità, l'altro sapendo bene che nessun dispiacere poteva
colpirlo.
Passarono così davanti al consolato di Francia, risalirono fino al
ponticello gettato sul Yangjinbang, attraversarono il fiumicello, e
tagliarono obliquamente il territorio inglese, in modo da raggiungere
la banchina del porto europeo.
Suonava in quel momento mezzogiorno e gli affari, molto attivi durante
la mattinata, cessarono come per incanto. La giornata commerciale era,
si può dire, terminata, e la calma stava per succedere al movimento,
anche nella concessione inglese, sotto questo aspetto divenuta cinese.
In quel momento alcune navi straniere, la maggior parte con bandiera
inglese, arrivavano nel porto. Nove di esse su dieci, bisogna ben
dirlo, erano cariche d'oppio. Quella sostanza che abbrutisce, quel
veleno di cui l'Inghilterra riempiva la Cina, produceva una somma
d'affari che oltrepassava i duecentosessanta milioni di franchi e
fruttava il trecento per cento di guadagno. Il governo cinese cercò
inutilmente d'impedire l'importazione dell'oppio nel Celeste Impero.
La guerra del 1841 e il trattato di Nanchino stabilirono la libera
entrata alle merci inglesi, dando causa vinta ai prìncipi del
commercio. D'altronde bisogna aggiungere che, se il governo di Pechino
arrivò fino a stabilire la pena di morte per il cinese che vendeva
oppio, vi era però modo, con congrui compensi, di venire ad
accomodamenti con i depositari dell'autorità. Si crede anzi che il
mandarino governatore di Shanghai incassasse un milione all'anno solo
per chiudere gli occhi sul comportamento dei suoi amministrati.
Inutile dire che né Kin-fo né Wang avevano la detestabile abitudine di
fumare l'oppio, che distrugge tutte le forze dell'organismo e conduce
rapidamente alla morte.
Mai quindi un'oncia di quella sostanza era entrata nella ricca
abitazione, ove i due amici arrivarono un'ora dopo essere sbarcati
sulla banchina di Shanghai.
Wang (e anche ciò avrebbe stupito da parte di un antico Taiping) non
avrebbe mancato di dire:
- Forse si potrebbe far qualcosa di meglio che portare l'abbrutimento
a un popolo intero. Il commercio è una bella cosa; ma la filosofia è
ancor più bella. Cerchiamo di essere filosofi, prima di tutto!
Capitolo 4
IN CUI KIN-FO RICEVE UNA LETTERA IMPORTANTE CON OTTO GIORNI DI
RITARDO.
Uno "yamen" è l'insieme di svariate costruzioni disposte su una linea
retta, tagliata perpendicolarmente da un'altra linea di chioschi e di
padiglioni. Per lo più lo "yamen" serviva di abitazione ai mandarini
d'alto rango e apparteneva all'imperatore; ma non era proibito ai
ricchi celestiali di possederne uno in completa proprietà, e appunto
in uno di quei sontuosi palazzi abitava il ricchissimo Kin-fo.
Wang e il suo allievo si fermarono alla porta principale, aperta di
fronte al vasto recinto che circondava le varie costruzioni dello
"yamen", i giardini e le corti.
Se, invece di essere la dimora d'un semplice privato, fosse stata
quella di un magistrato mandarino, un grosso tamburo avrebbe occupato
il posto principale sotto la pensilina intagliata e dipinta del
portone. Là, sia di giorno che di notte, sarebbero venuti a battere
quei sudditi che avevano da chiedere giustizia. Qui, invece del
«tamburo dei reclami», grandi giare di porcellana ornavano l'ingresso
dello "yamen" e contenevano tè freddo, incessantemente rinnovato a
cura del maggiordomo. Queste giare erano a disposizione dei passanti:
generosità che faceva onore a Kin-fo. Quindi egli era, come si dice,
ben visto «dai vicini, sia dell'Est che dell'Ovest».
All'arrivo del padrone, tutto il personale della casa accorse alla
porta per riceverlo. Camerieri, domestici, portieri, servitori di
portantina, palafrenieri, cocchieri, servi, guardie notturne, cuochi,
tutto quel mondo che componeva il servitorame cinese fece ala agli
ordini del maggiordomo. Una dozzina di "coolies", stipendiati
mensilmente come uomini di fatica, si tenevano un po' indietro.
Il maggiordomo diede il benvenuto al padrone di casa, che fece appena
un cenno con la mano e passò oltre in fretta.
- Sun? - chiese soltanto.
- Sun? - rispose Wang sorridendo. - Ma se Sun fosse qui, non sarebbe
più Sun.
- Dov'è Sun? - ripeté Kin-fo.
Il maggiordomo dovette confessare che né lui, né altri sapevano dove
fosse andato a finire Sun.
Ora Sun era né più né meno che il primo cameriere, addetto in modo
speciale alla persona di Kin-fo, del quale egli non poteva
assolutamente fare a meno.
Sun era dunque un domestico modello? No: impossibile compiere il
servizio peggio di lui. Distratto, incoerente, maldestro di mani e di
lingua, straordinariamente goloso, leggermente pigro, un vero cinese
da paravento, ma nell'insieme fedele, e il solo in definitiva che
avesse il dono di scuotere il padrone. Venti volte al giorno Kin-fo
trovava l'occasione di andare in collera contro Sun, e se soltanto
dieci volte lo correggeva, era altrettanto tempo sottratto alla sua
abituale indolenza e tale da mettere in moto la sua bile. Come si
vede, un servitore igienico.
Del resto Sun, come la maggior parte dei servi cinesi, andava
spontaneamente incontro alla correzione, quando l'aveva meritata. E il
padrone non gliela risparmiava. I colpi di bacchetta di palma d'India
piovevano sulle sue spalle, cosa di cui Sun si preoccupava poco. Ciò a
cui si mostrava molto più sensibile erano le successive decurtazioni
che Kin-fo infliggeva al codino che gli pendeva sul dorso, quando si
trattava di una mancanza grave.
Si sa infatti quanto il cinese ci tenga a quella bizzarra appendice.
La perdita del codino era la prima punizione che veniva inflitta ai
criminali: un disonore per tutta la vita! Il disgraziato cameriere
nulla quindi temeva quanto di essere condannato a perderne un pezzo.
Quattro anni prima, quando Sun era entrato al servizio di Kin-fo, il
suo codino, uno dei più belli del Celeste Impero, era lungo un metro e
venticinque: ora non ne restavano che cinquantasette centimetri. E se
continuava così, due anni ancora e Sun sarebbe rimasto completamente
calvo!
Intanto Wang e Kin-fo, seguiti rispettosamente dal personale della
casa, attraversarono il giardino i cui alberi, per la maggior parte
incassati in vasi di terracotta e potati con arte sorprendente ma
deplorevole, assumevano le forme di animali fantastici. Poi
costeggiarono la vasca, popolata di gurami e di pesci rossi, con
l'acqua limpida che spariva sotto i larghi fiori rosa pallido del
nelumbo, le più belle ninfee originarie dell'Impero dei Fiori.
Salutarono un geroglifico a forma di quadrupede, dipinto a colori
violenti su un apposito muro come un simbolico affresco, e arrivarono
finalmente alla porta dell'abitazione principale dello "yamen".
Era una casa composta di un piano rialzato e di un primo piano, con
una terrazza alla quale davano accesso sei gradini di marmo. Graticci
di bambù erano stesi come pensilina sulle porte e sulle finestre, per
rendere sopportabile la temperatura già eccessiva, favorendo
l'aerazione interna. Il tetto piatto contrastava coi tetti fantasiosi
dei padiglioni sparsi qua e là nel recinto dello "yamen", le cui
guglie, le tegole multicolori e i mattoni intagliati di fini arabeschi
divertivano lo sguardo.
Nell'interno, ad eccezione delle camere esclusivamente riservate
all'alloggio di Wang e di Kin-fo, non si vedevano che salotti
circondati da salottini con tramezzi trasparenti, sui quali si
susseguivano ghirlande di fiori dipinti o, in esergo, sentenze murali
di cui i cinesi non sono affatto avari. Dappertutto, sedili
bizzarramente contorti, di terracotta o di porcellana, di legno o di
marmo, oltre alcune dozzine di cuscini della più invitante morbidezza:
e ovunque lampade o lanterne di forma svariata, coi vetri colorati a
tenere sfumature, e cariche di nappe, di frange e di fiocchi più d'una
mula spagnola; e ovunque infine di quei tavolinetti da tè, che
chiamavano "chaji", complemento indispensabile d'una mobilia cinese.
Quanto alle cesellature di avorio e di tartaruga, ai bronzi lavorati,
ai bracieri per i profumi, alle lacche ornate di filigrane d'oro in
rilievo, alle giade d'un bianco lattiginoso o di un verde smeraldo, ai
vasi rotondi o prismatici della dinastia dei Ming o dei Qing, alle
porcellane ancor più ricercate della dinastia degli Yan, agli smalti e
alle lastre rosa e gialle translucide, il cui segreto è ora
introvabile, si sarebbero, non diremo perdute, ma passate delle ore a
contarli. Quella sontuosa abitazione offriva compendiata insieme tutta
la fantasia cinese con le comodità europee.
Kin-fo infatti, come abbiamo detto e come dimostrano i suoi gusti, era
un uomo amante del progresso. Non era mai refrattario all'importazione
di un'invenzione moderna degli occidentali. Apparteneva a quella
categoria di figli del cielo, in quel tempo troppo rari ancora, che
restavano sedotti dalle scienze fisiche e chimiche. Non era uno di
quei barbari che tagliarono i primi fili elettrici stesi dalla ditta
Reynolds fino a Wusong, allo scopo di conoscere più rapidamente
l'arrivo delle merci inglesi e americane, né uno di quei mandarini
arretrati che, per non lasciare che il cavo sottomarino da Shanghai a
Hong-kong fosse collegato a un punto qualunque del territorio,
obbligarono gli elettricisti a fissarlo su un battello galleggiante in
pieno fiume.
No! Kin-fo si univa a quei suoi compatrioti che approvavano il governo
per aver fondato gli arsenali e i cantieri di Fuzhou sotto la
direzione di ingegneri francesi. Possedeva pure delle azioni della
compagnia di quegli "steamer" cinesi che facevano il servizio fra
Tianjin e Shanghai nel puro interesse nazionale, ed era interessato in
quelle navi molto veloci che da Singapore guadagnavano tre o quattro
giorni sul postale inglese.
Abbiamo detto che il progresso materiale si era introdotto fino in
casa sua. Infatti alcuni apparecchi telefonici mettevano in
comunicazione i vari edifici del suo "yamen" e diversi campanelli
elettrici servivano le camere della sua abitazione. Durante la
stagione fredda, faceva accender il fuoco e si scaldava senza
vergogna, più accorto dei suoi concittadini, che gelavano davanti al
focolare spento, sotto le loro quattro vesti. Si illuminava col gas
proprio come l'ispettore generale delle dogane di Pechino, proprio
come il ricchissimo signor Yang, principale proprietario dei monti di
pietà dell'impero centrale. Infine, sdegnando l'uso superato della
scrittura nella sua corrispondenza intima, il progressista Kin-fo,
come vedremo presto, aveva adottato il fonografo, da poco portato da
Edison (8) all'ultimo grado di perfezione.
Così dunque l'allievo del filosofo Wang aveva, nel lato materiale
della vita come in quello morale, tutto quanto gli occorreva per
essere felice. E tuttavia non lo era! Aveva Sun per eccitare la sua
quotidiana apatia, e neppure Sun bastava a dargli la felicità.
E' vero che, per il momento almeno, Sun, non essendo mai dove doveva
essere, non si faceva vedere. Certamente doveva avere qualcosa di
grave da rimproverarsi, qualche grossa balordaggine commessa in
assenza del padrone, e se non temeva per le sue spalle, abituate alla
domestica sferza, era da credere che temesse soprattutto per il suo
codino.
- Sun! - aveva detto Kin-fo entrando nel vestibolo, che dava accesso
alle sale di destra e di sinistra, e la voce del padrone indicava
un'impazienza mal repressa.
- Sun! - aveva ripetuto Wang, i cui buoni consigli e le cui rampogne
erano sempre rimasti senza effetto sull'incorreggibile cameriere.
- Sia trovato Sun e condotto da me! - disse Kin-fo rivolto al
maggiordomo, che subito mise tutti alla ricerca dell'introvabile.
Wang e Kin-fo restarono soli.
- La saggezza - disse allora il filosofo - comanda al viaggiatore che
torna al suo focolare di prendersi un po' di riposo.
- Diamo retta alla saggezza - rispose semplicemente l'allievo di Wang.
E, stretta la mano al filosofo, si diresse verso il suo appartamento,
mentre Wang raggiungeva la propria camera.
Rimasto solo, Kin-fo si stese sopra uno di quei comodi divani di
fabbricazione europea, che nessun tappezziere cinese sarebbe stato in
grado di imbottire confortevolmente. E si mise a pensare. Forse al suo
matrimonio con l'amabile e graziosa donna che stava per divenire la
compagna della sua vita? Sì, e la cosa non deve sorprendere, visto che
egli stava per andare a raggiungerla. Infatti quella leggiadra
fanciulla non abitava a Shanghai, ma a Pechino, e Kin-fo rifletteva
che sarebbe stato conveniente annunciarle il suo ritorno a Shanghai e
il prossimo arrivo nella capitale del Celeste Impero. E se anche
avesse dimostrato un certo desiderio, una leggera impazienza di
rivederla, la cosa non sarebbe stata fuori posto. Era più che certo
che sentiva un vero affetto per lei. Wang glielo aveva dimostrato
secondo le più indiscutibili regole della logica, e quel nuovo
elemento introdotto nella sua esistenza poteva forse sviluppare la
parte incognita... vale a dire la felicità... che... la quale... di
cui...
Kin-fo sognava già con gli occhi chiusi, e forse si sarebbe dolcemente
addormentato, se non avesse sentito una specie di solletico alla mano
destra.
Istintivamente le sue dita si chiusero e afferrarono un corpo
cilindrico leggermente nodoso, di ragionevole grossezza, che esse
avevano certo l'abitudine di maneggiare.
Kin-fo non poteva ingannarsi: era un bastone di canna d'India quello
che gli veniva infilato nella mano destra, e proprio mentre venivano
pronunciate in tono di rassegnazione queste parole:
- Quando il signore vorrà...
Kin-fo si raddrizzò e con un movimento naturale brandì il piccolo
bastone correttore.
Sun gli stava davanti, mezzo chino, nella posizione di un paziente,
presentando le spalle. Appoggiando una mano sul tappeto della camera,
con l'altra tendeva una lettera.
- Finalmente sei qui! - disse Kin-fo.
- "Ai ai ya!" - rispose Sun. - Aspettavo il signore soltanto al terzo
giorno... Quando il signore vorrà...
Kin-fo gettò via il bastone, e Sun, per quanto fosse giallo, giunse
perfino a impallidire.
- Se offri le spalle senza nessuna spiegazione, vuol dire - osservò il
padrone - che meriti di peggio. Che c'è?
- Questa lettera...
- Parla! - gridò Kin-fo prendendo la lettera che gli veniva
presentata.
- Sono stato un grande malaccorto: ho dimenticato di darvela prima
della vostra partenza per Canton.
- Otto giorni di ritardo, mascalzone!
- Ho avuto torto, padrone mio...
- Vieni qui.
- Sono come un povero gambero senza zampe, che non può camminare. "Ai
ai ya!"
Quest'ultimo grido fu un grido di disperazione. Kin-fo aveva preso Sun
per il codino e con un colpo di forbici ben affilate ne aveva tagliato
l'estremità.
C'è da credere che al disgraziato gambero le zampe rispuntassero
istantaneamente, poiché se la svignò alla svelta, non senza
raccogliere però sul tappeto il pezzo della preziosa appendice.
Da cinquantasette centimetri, il codino di Sun si trovava così ridotto
a cinquantaquattro.
Kin-fo, tornato perfettamente calmo, si era steso di nuovo sul divano
ed esaminava, da uomo che non ha mai fretta, la lettera arrivata otto
giorni prima. Non ce l'aveva con Sun per la sua negligenza, né per il
ritardo. Come poteva interessarlo una lettera qualunque? Sarebbe stata
la benvenuta solo se avesse potuto dargli un'emozione. Un'emozione, a
lui?...
La guardava, ma distrattamente.
La busta, di tela inamidata, mostrava sull'uno e l'altro lato vari
francobolli di color rosso vino o cioccolata, che portavano stampate
in chiaro, sotto un ritratto d'uomo, le cifre di 2 e di 6 centesimi di
dollaro. Questo indicava che la lettera veniva dall'America.
- Bene! - fece Kin-fo alzando le spalle. - Una lettera del mio
corrispondente di San Francisco.
E buttò la lettera in un angolo del divano.
In sostanza, che poteva dirgli il corrispondente? Che i titoli che
formavano quasi tutto il suo capitale dormivano tranquillamente nella
cassa della Banca Centrale Californiana, che le azioni della banca
avevano un rialzo del quindici o venti per cento, oppure che i
dividendi da distribuire sorpassavano quelli dell'anno precedente?...
Alcune migliaia di dollari di più o di meno non erano una cosa che
potesse causargli un'emozione.
Tuttavia, dopo qualche minuto, Kin-fo riprese la lettera e lacerò
macchinalmente la busta; ma invece di leggerla, i suoi occhi cercarono
prima di tutto la firma.
- E' proprio una lettera del mio corrispondente - disse; - e non può
parlarmi che di affari. Ebbene, a domani gli affari!
Ed era sul punto di metter via la lettera, quando il suo sguardo fu ad
un tratto colpito da una parola sottolineata parecchie volte sulla
facciata della seconda pagina. Era la parola «passivo», sulla quale il
corrispondente di San Francisco aveva evidentemente voluto attirare
l'attenzione del cliente di Shanghai.
Allora Kin-fo riprese la lettera e la lesse dal primo all'ultimo rigo,
non senza un certo senso di curiosità, che poteva sorprendere da parte
sua.
Aggrottò un momento le sopracciglia; ma quando ebbe finito di leggere,
una specie di sorriso sdegnoso gli si disegnò sulle labbra.
Poi si alzò, fece una ventina di passi nella camera e si avvicinò un
momento al cornetto acustico, che lo metteva in diretta comunicazione
con Wang. Portò anche il cornetto alla bocca e fu sul punto di far
risonare il fischio di richiamo; ma ci ripensò, lasciò cadere il tubo
di gomma e si stese di nuovo sul divano.
- Poh! - fece.
Tutto Kin-fo era in quella parola.
- Lei! - mormorò - lei è più interessata di me in tutto questo.
Si avvicinò allora a un tavolinetto di lacca, sul quale era posata una
scatola oblunga, preziosamente cesellata. Ma al momento di aprirla, la
mano si fermò.
- Che mi diceva la sua ultima lettera? - mormorò.
E invece di alzare il coperchio della scatola, spinse una molla che si
trovava ad una delle estremità.
Subito si fece sentire una voce dolce: «Mio piccolo fratello maggiore,
non sono più per voi come il fiore "meihua" alla prima luna, come il
fiore dell'albicocco alla seconda, come il fiore del pesco alla terza?
Mio caro cuore di pietra preziosa, a voi mille, a voi diecimila volte
buon giorno!...».
Era la voce d'una giovane donna, di cui il fonografo ripeteva le
tenere parole.
- Povera sorellina! - disse Kin-fo.
Poi, aprendo la scatola, tirò fuori dall'apparecchio la carta zebrata
di filettatura, che aveva riprodotte tutte le impressioni della voce
lontana, e la sostituì con un'altra.
Il fonografo era allora perfezionato al punto che bastava parlare a
voce alta perché la membrana ne fosse impressionata, e il rotolo mosso
con un congegno d'orologeria registrasse le parole sulla carta
dell'apparecchio.
Kin-Fo parlò per un minuto circa, ma dalla sua voce, sempre calma, non
si sarebbe potuto comprendere sotto quale impressione di gioia o di
tristezza formulasse il suo pensiero.
Tre o quattro frasi, non più, fu tutto quello che disse Kin-Fo. Ciò
fatto, sospese il movimento del fonografo, ritirò la carta speciale su
cui la puntina, azionata dalla membrana, aveva tracciato delle
scanalature oblique corrispondenti alle parole pronunziate; poi la
mise in una busta che suggellò, e vi scrisse su, da destra a sinistra,
questo indirizzo: «Signora Liwu, viale Shagua, Pechino».
Un campanello elettrico fece subito accorrere il domestico incaricato
della corrispondenza, al quale diede l'ordine di portare
immediatamente quella lettera alla posta.
Un'ora dopo, Kin-Fo dormiva tranquillamente, stringendo fra le braccia
il suo "zhufuren", sorta di guanciale di bambù intrecciato, che
mantiene nei letti dei cinesi una temperatura media, molto
apprezzabile in quelle calde latitudini.
Capitolo 5
IN CUI LIWU RICEVE UNA LETTERA CHE AVREBBE PREFERITO NON RICEVERE.
- Non hai ancora una lettera per me?
- Eh! no, signora.
- Come mi sembra lungo il tempo, vecchia madre!
Così, per la decima volta nella giornata, diceva l'incantevole Liwu
nel salottino di casa sua, sul viale Shagua, a Pechino. E la «vecchia
madre» che le rispondeva e alla quale dava quell'appellativo usato in
Cina per le domestiche di un'età rispettabile, era la brontolona e
spiacevole signorina Nan.
Liwu aveva sposato a diciotto anni un letterato di primo grado, che
collaborava nel famoso "Sìkù Quánshu" (9). Quell'uomo colto aveva il
doppio della sua età ed era morto tre anni dopo quel matrimonio così
diseguale.
La giovane vedova si era trovata sola al mondo quando non aveva ancora
ventun anni. Kin-Fo la vide durante un viaggio intrapreso in quel
periodo a Pechino. Wang, che la conosceva, attirò l'attenzione
dell'indifferente allievo su quella leggiadra donna, e Kin-Fo si
lasciò prendere dolcemente dall'idea di modificare le condizioni della
sua vita, divenendo il marito della bella vedova. Liwu non fu
insensibile alla proposta che le venne fatta. Ed ecco in che modo il
matrimonio, con immensa soddisfazione del filosofo, doveva esser
celebrato appena Kin-Fo, dopo aver preso a Shanghai le disposizioni
necessarie, fosse di ritorno a Pechino.
Non era una cosa comune, nel Celeste Impero, che le vedove si
rimaritassero; non che non lo desiderassero quanto le loro simili dei
paesi occidentali, ma perché il loro desiderio trovava pochi disposti
a condividerlo.
Kin-Fo fece eccezione alla regola perché, si sa, era un originale.
Quanto a Liwu, è vero che rimaritandosi non avrebbe avuto più il
diritto di passare sotto i "bailou", archi commemorativi che
l'imperatore faceva talvolta innalzare in onore delle donne celebri
per la loro fedeltà allo sposo defunto; come la vedova Sung, che non
volle mai più lasciare la tomba del marito, la vedova Gong Jiang, che
si fece amputare un braccio, la vedova Yan Jiang che si sfigurò in
segno di dolore coniugale. Ma Liwu pensò che aveva qualcosa di meglio
da fare con i suoi vent'anni: riprendere quella vita di obbedienza,
che è il solo ruolo della donna nella famiglia cinese; rinunciare a
parlare delle cose di fuori, conformarsi ai precetti del libro
"Lineng" sulle virtù domestiche e del libro "Neizoubian" sui doveri
del matrimonio, riconquistare infine quella considerazione di cui
godeva la sposa, che nelle classi elevate non era affatto una schiava,
come generalmente si credeva. Così Liwu, intelligente e istruita,
comprendendo quale posto avrebbe occupato nella vita del ricco
annoiato, e sentendosi attirata verso di lui dal desiderio di
dimostrargli che la felicità quaggiù esiste, era perfettamente
contenta della nuova sorte.
Il letterato, morendo, aveva lasciato la giovane vedova in condizioni
agiate, se pur mediocri. La casa del viale Shagua era dunque modesta.
L'insopportabile Nan ne formava tutta la servitù, ma Liwu era abituata
alle sue spiacevoli maniere, che del resto non erano esclusive delle
domestiche dell'Impero dei Fiori.
La giovane vedova se ne stava per lo più in quel salottino, il cui
arredamento sarebbe parso troppo semplice, se non fosse stato
impreziosito dai ricchi doni che da due lunghi mesi le giungevano da
Shanghai. Dalle pareti pendevano alcuni quadri, tra cui un capolavoro
del vecchio pittore Huan Tse Nen (10), che non avrebbe mancato di
accaparrarsi l'attenzione degli intenditori in mezzo ad acquerelli
molto cinesi, con cavalli verdi, cani violetti e alberi azzurri,
dovuti ad artisti moderni del luogo. Su un tavolo di lacca si
spiegavano, come farfalle con le ali distese, alcuni ventagli venuti
dalla celebre scuola di Suzhou. Da una sospensione di porcellana
partivano eleganti festoni di quei mirabili fiori artificiali, fatti
col midollo dell'«Arabia papyrifera» dell'isola di Formosa, che
rivaleggiano con le bianche ninfee, i gialli crisantemi e i gigli
rossi del Giappone, di cui rigurgitavano alcune giardiniere di legno
finemente lavorato. Su tutto quell'insieme le stuoie di bambù delle
finestre lasciavano piovere solo una luce addolcita, e filtravano,
sgranandoli, per così dire, i raggi solari. Un magnifico parafuoco,
composto di grandi piume di sparviero, le cui macchie artisticamente
disposte raffiguravano una larga peonia, emblema della bellezza
nell'Impero dei Fiori; due uccelliere a forma di pagoda, veri
caleidoscopi dei più brillanti uccelli dell'India; alcuni «tiemaol»
eolii, le cui placche di vetro vibravano alla brezza; mille oggetti
infine, ai quali si ricollegava il pensiero dell'assente, completavano
la curiosa suppellettile di quel salottino.
- Nessuna lettera ancora, Nan?
- Eh, no, signora, non ancora!
Era una donna incantevole, quella giovane Liwu. Bella, anche per occhi
europei, bianca e non gialla, con gli occhi rialzati appena verso le
tempie, i capelli neri ornati di alcuni fiori di pesco e trattenuti da
spille di giada verde, i denti piccoli e bianchi, le sopracciglia
appena sfumate con un fine tocco d'inchiostro di China. Ella non si
spalmava miele e bianco di Spagna sulle gote, come facevano
generalmente le belle donne del Celeste Impero, né un cerchio di
carminio sul labbro inferiore, e nemmeno una piccola riga verticale
tra un occhio e l'altro, né uno strato di quel belletto che la corte
imperiale dispensava ogni anno per dieci milioni di sapeche. La
giovane vedova non sapeva che farsene di quei cosmetici artificiali.
Ella usciva poco dalla sua casa sul viale Shagua, e quindi poteva fare
a meno di quella maschera, di cui ogni donna cinese faceva uso in
pubblico.
Quanto al vestire, nulla di più semplice e di più elegante. Una lunga
veste con quattro aperture, orlata di un largo gallone ricamato, sotto
una gonna pieghettata, alla vita un'alta cintura ornata di cordoncini
in filigrana d'oro, calzoni fermati alla cintola e legati sulle calze
di seta di Nanchino, e infine graziose pantofole ornate di perle: non
occorreva di più alla giovane vedova per essere affascinante, se si
aggiunge che le sue mani erano fini e che teneva le unghie, lunghe e
rosee, coperte di piccoli astucci d'argento, cesellati con arte
squisita.
E i piedi? Ebbene, i piedi erano piccoli, non in seguito a quell'uso
di barbara deformazione, che per fortuna tendeva già a scomparire, ma
perché la natura li aveva fatti così. Quella moda durava già da
settecento anni, ed era certamente dovuta a qualche principessa che
aveva una storpiatura. Nella sua più semplice applicazione, operando
la flessione di quattro dita sotto la pianta del piede, lasciando
intatto l'osso del calcagno, si faceva della gamba una specie di
tronco di cono, che impacciava l'andatura, predisponeva all'anemia e
non aveva alcuna ragione d'essere: neppure, come si è creduto, la
gelosia degli sposi. Così, dopo la conquista tartara, quella moda
andava sparendo giorno per giorno. Non si contavano più neanche tre
donne cinesi su dieci che fossero sottoposte fin dalla tenera età a
quella serie di operazioni dolorose, che producono la deformazione del
piede.
- Non è possibile che oggi non arrivi una lettera - riprese Liwu. -
Andate a vedere, vecchia madre.
- Già visto - rispose con pochissimo rispetto la damigella Nan che
uscì dalla stanza brontolando.
Allora, per distrarsi un poco, Liwu volle lavorare. Ma lavorare voleva
ancora dire pensare a Kin-Fo, poiché stava ricamando per lui un paio
di quelle pantofole di stoffa, la cui confezione è quasi
esclusivamente riservata, nelle famiglie cinesi, alla padrona di casa,
a qualsiasi classe appartenga. Ma presto il lavoro le cadde dalle
mani. Allora si alzò, prese da una bomboniera due o tre pasticche, che
scricchiolarono sotto i suoi dentini, poi aprì un libro, il "Nushun",
quel codice d'istruzioni che dev'essere l'abituale lettura di ogni
onesta sposa.
"Come la primavera è la stagione favorevole al lavoro, così l'alba è
il momento più propizio della giornata.
Alzatevi per tempo e non vi lasciate attirare dalla dolcezza del
sonno.
Abbiate cura del gelso e della canapa.
Filate con zelo la seta e il cotone.
La virtù delle donne è nell'attività, nell'economia.
I vicini faranno il vostro elogio..."
Ma il libro fu presto chiuso. La tenera Liwu non pensava neppure a
quello che leggeva.
- Dove sarà? - si chiese. - E' dovuto andare a Canton. Sarà tornato a
Shanghai? Quando arriverà a Pechino? Il mare gli sarà stato propizio?
Lo aiuti la dea Guan Yin!
Così mormorava l'inquieta giovane. Poi i suoi occhi si fissarono
distrattamente su un tappeto da tavola, artisticamente confezionato
con mille pezzetti ricuciti, una specie di mosaico di stoffa alla moda
portoghese, in cui risultavano disegnati il papero cinese e la sua
famiglia, simbolo della fedeltà. Finalmente si avvicinò a una
giardiniera e ne colse a caso un fiore.
- Ah! - disse - non è il fiore del salice verde, simbolo della
primavera, della gioventù e della gioia! E' il giallo crisantemo, il
simbolo dell'autunno e della tristezza!
Volle reagire contro l'ansia che ora la invadeva tutta. Il liuto era
là: le sue dita ne fecero vibrare le corde e le sue labbra mormorarono
le prime parole del canto delle "Mani unite", ma non poté continuare.
- Una volta - pensava - le sue lettere non subivano nessun ritardo, e
io le leggevo con l'animo commosso! Oppure, invece di quelle linee che
si rivolgevano ai miei occhi, era la sua stessa voce che potevo
ascoltare! Ecco, quella macchinetta mi parlava come se egli mi fosse
vicino.
E Liwu guardava il fonografo, posato su un tavolino di lacca, in tutto
eguale a quello di cui Kin-Fo si serviva a Shanghai. Così tutti e due
potevano udire l'uno la voce dell'altro, malgrado la distanza che li
separava... Ma anche oggi, come da alcuni giorni, l'apparecchio
restava muto, e non diceva più nulla dei pensieri dell'assente.
In quel momento entrò la vecchia madre.
- Eccola - disse - la vostra lettera! - E Nan uscì, dopo aver
consegnato a Liwu una busta col bollo di Shanghai.
Il sorriso sfiorò le labbra della giovane, e gli occhi brillarono di
più vivo splendore. Lacerò in fretta la busta, senza neppure
guardarla, come faceva sempre...
Non conteneva una lettera, ma uno di quei cartoncini a striature
oblique che, applicate sul fonografo, riproducevano tutte le
inflessioni della voce lontana.
- Ah, preferisco così! - esclamò tutta gioiosa Liwu. - L'udrò, almeno!
Il cartoncino fu collocato sul rotolo del fonografo, che un congegno
d'orologeria fece subito girare, e Liwu, avvicinando l'orecchio, udì
una voce ben nota che diceva: «Sorellina mia, la rovina ha spazzato
via le mie ricchezze, come il vento dell'est porta via le foglie
ingiallite d'autunno. Non voglio fare di te una infelice associandoti
alla mia miseria. Dimentica l'uomo colpito da diecimila disgrazie! Il
tuo disperato Kin-Fo».
Che colpo per la poverina! Ora l'aspettava una vita più amara della
più amara genziana. Sì, il vento portava via le ultime speranze con la
ricchezza dell'uomo amato. L'amore di Kin-Fo per lei era dunque volato
via per sempre? Dunque il suo amico credeva solo alla felicità data
dalla ricchezza? Ah, povera Liwu! Somigliava ora al cervo volante di
cui si è rotto il filo, e che ricade spezzato sul terreno.
Nan, chiamata, entrò nella camera, scrollò le spalle e trasportò la
padrona sul suo "kang". Ma, benché fosse uno di quei letti-stufa,
riscaldati artificialmente, parve assai freddo alla sfortunata Liwu. E
quanto le sembrarono lunghe le cinque veglie di quella notte senza
sonno!
Capitolo 6
CHE FORSE FARA' VENIR VOGLIA AL LETTORE DI FARE UN GIRO NEGLI UFFICI
DELLA CENTENARIA.
L'indomani Kin-Fo, il cui disprezzo per le cose di questo mondo non si
smentì neppure un momento, uscì di casa solo, e col suo passo sempre
uguale prese per la riva destra del Creek. Arrivato al ponte di legno,
che collega la concessione inglese con quella americana, attraversò il
fiume e si diresse verso un fabbricato di bell'aspetto, che si
innalzava fra la chiesa delle Missioni e il consolato degli Stati
Uniti.
Sul portone di quell'edificio c'era una grande targa di bronzo con
questa iscrizione a grossi caratteri: «LA CENTENARIA. Compagnia
d'assicurazione sulla vita. Capitale garantito: 20 milioni di dollari.
Agente principale: William J. Bidulph».
Kin-Fo spinse la porta, poi un altro battente imbottito, e si trovò in
un ufficio diviso in due scompartimenti da una semplice balaustra ad
altezza d'appoggio. Alcuni portacarte, vari registri col fermaglio di
nichel, una cassaforte americana a chiusura segreta, che si difendeva
da sé, due o tre tavoli ai quali lavoravano i commessi dell'agenzia,
una scrivania complicata riservata all'onorevole William J. Bidulph,
costituivano l'arredamento di quel locale, che sembrava appartenere a
una ditta di Broadway e non ad una casa costruita sulla riva del
Wusong.
William J. Bidulph era l'agente principale in Cina della compagnia
d'assicurazioni contro l'incendio e sulla vita, che aveva la sede
sociale a Chicago. La Centenaria, una buona insegna che doveva
attirare i clienti, molto rinomata negli Stati Uniti, aveva succursali
e rappresentanti nelle cinque parti del mondo. Faceva enormi ed
eccellenti affari, grazie ai suoi statuti, sanciti con molto ardimento
e molta liberalità, che l'autorizzavano ad assicurare tutti i rischi.
Così i cinesi cominciarono a seguire quella moderna corrente d'idee,
che riempiva le casse delle compagnie di quel genere. Molte case
dell'Impero Centrale erano assicurate contro l'incendio, e i contratti
d'assicurazione in caso di morte, con le combinazioni multiple che
comportavano, non mancavano di firme cinesi. La targa della Centenaria
spiccava già sui portoni delle case di Shanghai e, fra gli altri,
anche sui pilastri del ricco "yamen" di Kin-Fo. Non era dunque con
l'intenzione di assicurarsi contro l'incendio che l'allievo di Wang
andava a far visita all'onorevole W. J. Bidulph.
- Il signor Bidulph? - chiese entrando.
William J. Bidulph era là, «in persona», come un fotografo che lavora
in proprio, sempre a disposizione del pubblico, un uomo di
cinquant'anni, correttamente vestito di nero, in marsina, con la
cravatta bianca, una bella barba, senza baffi, e l'aspetto tipicamente
americano.
- Con chi ho l'onore di parlare? - chiese William J. Bidulph.
- Kin-Fo di Shanghai.
- Il signor Kin-Fo!... un cliente della Centenaria... polizza numero
ventisettemiladuecento...
- Precisamente.
- Sarei tanto fortunato, signore, da potervi prestare i miei servizi?
- Desidererei parlarvi in privato - rispose Kin-Fo.
Il colloquio tra i due era tanto più facile in quanto Bidulph parlava
bene il cinese come Kin-Fo l'inglese.
Il ricco cliente fu dunque introdotto, con i dovuti riguardi, in uno
studio con doppia tappezzeria e doppie porte, nel quale si sarebbe
potuto ordire un complotto per rovesciare la dinastia dei Qing, senza
alcun timore di essere intesi dal più fine timpano del Celeste Impero.
- Signore - disse Kin-Fo, appena seduto in una poltrona a dondolo
davanti a una stufa a gas. - Desidero trattare con la vostra
compagnia, per assicurare in caso di mia morte un capitale di cui
v'indicherò subito l'ammontare.
- Nulla di più semplice, signore - rispose William J. Bidulph. - Due
firme, la vostra e la mia, in fondo a una polizza, e l'assicurazione,
dopo alcune formalità preliminari, sarà fatta... Però, signore...
permettetemi questa domanda... voi avete proprio il desiderio di non
morire se non in età molto avanzata, desiderio assai naturale, del
resto?
- Perché? - domandò Kin-Fo. - Di solito l'assicurazione sulla vita
indica nell'assicurato il timore di una morte troppo vicina...
- Oh, signore! - rispose William J. Bidulph con la massima serietà. -
Un timore simile non sorge mai nei clienti della Centenaria! Non lo
dice forse il suo nome? Assicurarsi con noi significa prendere un
brevetto di longevità. Chiedo perdono; ma è raro che i nostri
assicurati non oltrepassino i cento anni... molto raro... molto
raro!... Nel loro interesse, noi dovremmo strapparli alla morte... Il
fatto è che facciamo affari splendidi... Dunque, vi prevengo, signore,
chi si assicura presso la Centenaria ha la quasi certezza di divenir
tale anche lui.
- Ah! - fece tranquillamente Kin-Fo, guardando freddamente William J.
Bidulph.
L'agente principale, serio come un ministro, non aveva per niente
l'aria di scherzare.
- In ogni modo - riprese Kin-Fo, - desidero farmi assicurare per
duecentomila dollari.
- Diciamo un capitale di duecentomila dollari - precisò William J.
Bidulph.
E scrisse sul suo taccuino quella cifra, la cui importanza non gli
fece neppur batter ciglio.
- Sapete - aggiunse - che l'assicurazione è di nessun effetto e che
tutti i premi pagati, quale che ne sia il numero, restano acquisiti
alla compagnia, se la persona, sulla cui testa è fatta
l'assicurazione, perde la vita a causa del beneficiario del contratto?
- Lo so.
- E contro quali rischi intendete assicurarvi, mio caro signore?
- Tutti.
- I rischi di viaggio per terra e per mare, e quelli di soggiorno
oltre i confini del Celeste Impero?
- Sì.
- I rischi d'una condanna giudiziaria?
- Sì.
- I rischi di duello?
- Sì.
- I rischi del servizio militare?
- Sì.
- Allora i sovrapprezzi saranno molto alti.
- Pagherò quello che occorrerà.
- Sta bene.
- Però - aggiunse Kin-Fo - vi è un rischio molto importante, del quale
non avete parlato.
- E quale?
- Il suicidio. Credevo che gli statuti della Centenaria
l'autorizzassero ad assicurare anche contro il suicidio.
- Perfettamente, signore, perfettamente - rispose William J. Bidulph,
che si fregava le mani. - Anche quella è una sorgente di magnifici
benefici per noi. Capirete bene che i nostri clienti sono persone che
ci tengono alla vita, e quelli che, per una prudenza esagerata, si
assicurano contro il suicidio, non si uccidono mai.
- Non importa - rispose Kin-Fo. - Per ragioni personali desidero
assicurarmi anche contro questo rischio.
- Come vi piace; ma il premio sarà considerevole.
- Vi ripeto che pagherò quello che occorrerà.
- D'accordo - disse allora William J. Bidulph, riprendendo a scrivere
condizioni.
- A quanto ammonterà il premio da pagare? - chiese Kin-Fo.
- Caro signore, - rispose l'agente principale - i nostri premi sono
stabiliti con una precisione matematica che fa onore alla compagnia.
Essi non sono basati, com'erano una volta, sulle tabelle di
Duvillars... Conoscerete Duvillars?
- No, non conosco Duvillars.
- Un grande studioso di statistica, ma già antiquato... tanto
antiquato che è morto perfino. Nell'epoca in cui stabilì le sue famose
tabelle, che servono ancora alla scala dei premi della maggior parte
delle compagnie europee, molto arretrate, la media della vita umana
era inferiore a quella presente, grazie al progresso in tutte le cose.
Noi ci basiamo su una media più elevata, e per conseguenza più
favorevole all'assicurato, che paga meno caro e vive più a lungo...
- Quale sarà l'ammontare dei premi? - chiese Kin-Fo, desiderando
fermare il verboso agente, che non si lasciava sfuggire nessuna
occasione per collocare quel fervorino in favore della Centenaria.
- Signore - rispose William J. Bidulph - posso commettere
l'indiscrezione di chiedervi qual è la vostra età?
- Trentun anni.
- Ebbene, a trentun anni, se si trattasse di un'assicurazione contro
rischi ordinari in ogni compagnia si pagherebbe il due e ottantatré
per cento. Invece alla Centenaria sarà solo il due e settanta, ciò che
farà annualmente, per un capitale di duecentomila dollari,
cinquemilaquattrocento dollari.
- E alle condizioni che desidero io? - insisté Kin-Fo.
- Assicurando tutti i rischi, suicidio compreso?...
- Il suicidio soprattutto.
- Signore, - rispose con tono amabile William J. Bidulph, dopo aver
consultato una tabella stampata sull'ultima pagina del taccuino, - non
possiamo farvi una simile assicurazione a meno del venticinque per
cento...
- E ciò farà...
- Cinquantamila dollari.
- E in che modo vi dev'essere versato il premio?
- Tutto intero o frazionato per mesi, a piacere dell'assicurato.
- E quanto importerebbe per i primi due mesi?...
- Ottomilatrecentodue dollari; versandoli oggi 30 aprile, voi, caro
signore, coprireste il debito fino al 30 giugno dell'anno in corso.
- Le vostre condizioni mi convengono, signore - disse Kin-Fo: - ecco i
due primi mesi del premio.
E depose sul tavolo un grosso pacchetto di dollari in banconote che
cavò fuori dalla tasca.
- Bene... signore... benissimo! - rispose William J. Bidulph. - Però
prima di firmare la polizza, occorre adempiere ad una formalità.
- Quale?
- La visita del medico della compagnia.
- A che proposito questa visita?
- Per constatare se voi siete solidamente costrutto, se non avete
nessuna malattia organica di tal natura da abbreviarvi la vita, e se
insomma ci date la garanzia di una lunga esistenza.
- A che serve - fece osservare Kin-Fo, - visto che mi faccio
assicurare anche contro il duello e il suicidio?
- Eh! caro signore - rispose William J. Bidulph sempre sorridendo. -
Una malattia di cui aveste il germe e che vi portasse via tra qualche
mese, ci costerebbe duecentomila dollari belli e buoni!
- Suppongo che il mio suicidio vi costerebbe altrettanto.
- Caro signore, - rispose graziosamente il bravo Bidulph, prendendo la
mano di Kin-Fo e picchiandovi su carezzevolmente - ho già avuto
l'onore di dirvi che molti nostri clienti si assicurano contro il
suicidio, ma non si uccidono mai. D'altronde non ci è vietato di farli
sorvegliare... Oh! con la massima discrezione!
- Ah! - fece Kin-Fo.
- Aggiungo, come mia osservazione personale, che di tutti i clienti
della Centenaria, sono precisamente quelli che pagano più a lungo il
premio. Vediamo, sia detto fra noi: perché il ricco signor Kin-Fo si
vorrebbe uccidere?
- E perché il ricco signor Kin-Fo si dovrebbe assicurare?
- Oh! - rispose William J. Bidulph - per avere la certezza, nella sua
qualità di cliente della Centenaria, di vivere molto a lungo.
Non c'era da discutere oltre con l'agente principale della celebre
compagnia. Era così sicuro di quello che diceva!
- Ed ora - aggiunse, - a vantaggio di chi sarà fatta questa
assicurazione di duecentomila dollari? Chi sarà il beneficiario del
contratto?
- Vi saranno due beneficiari - rispose Kin-Fo.
- A parti uguali!
- No, a parti ineguali. Uno per cinquantamila dollari, l'altro
centocinquantamila.
- Diciamo, per cinquantamila dollari il signor?...
- Wang.
- Il filosofo Wang?
- Precisamente.
- E per i centocinquantamila?
- La signora Liwu, di Pechino.
- «Di Pechino» - ripeté Bidulph, finendo di scrivere i nomi degli
aventi diritto. Poi riprese: - Qual è l'età della signora Liwu?
- Ventun anni - rispose Kin-Fo.
- Oh! - fece l'agente - ecco una giovane signora che sarà molto
vecchia quando riscuoterà l'ammontare del capitale assicurato.
- Perché, di grazia?
- Perché voi, caro signore, vivrete più di cento anni... E il filosofo
Wang?
- Cinquantacinque anni!
- Ebbene, quel simpatico uomo è sicuro di non riscuotere un soldo.
- Si vedrà, signore!
- Signore! - rispose William J. Bidulph. - Se fossi a cinquantacinque
anni l'erede di un uomo di trentuno che deve morire centenario, non
sarei tanto ingenuo da fare assegnamento su quella eredità.
- Servitor vostro, signore - disse Kin-Fo, dirigendosi verso la porta
dello studio.
- Sono io il vostro - rispose l'onorevole William J. Bidulph,
inchinandosi davanti al nuovo cliente della Centenaria.
L'indomani il medico della compagnia fece a Kin-Fo la visita
regolamentare. «Corpo di ferro, muscoli di acciaio, polmoni come
mantici d'organo» diceva il referto. Nulla impediva alla compagnia di
trattare con un cliente così solidamente costituito. La polizza fu
firmata il giorno stesso, da una parte da Kin-Fo, a profitto della
giovane vedova e del filosofo Wang, e dall'altra da William J.
Bidulph, rappresentante della compagnia.
Né Liwu né Wang, a meno di circostanze impreviste, dovevano sapere
quello che Kin-Fo aveva fatto per essi, prima del giorno in cui la
Centenaria sarebbe stata obbligata a versare quel capitale, ultimo
atto di generosità dell'ex milionario.
Capitolo 7
CHE SAREBBE ASSAI TRISTE, SE NON SI TRATTASSE D'USI E COSTUMI
PARTICOLARI DEL CELESTE IMPERO.
Nonostante quel che potesse dire e pensare l'onorevole William J.
Bidulph, la cassa della Centenaria era molto seriamente minacciata nei
suoi fondi. In effetti il piano di Kin-Fo non era fra quelli di cui,
riflettendoci bene, si rimanda indefinitamente l'esecuzione.
Completamente rovinato, l'allievo di Wang aveva formalmente stabilito
di farla finita con un'esistenza che, anche nel tempo della ricchezza,
non gli dava che tristezza e noia.
La lettera consegnatagli da Sun con otto giorni di ritardo veniva da
San Francisco e annunciava la sospensione dei pagamenti da parte della
Banca Centrale Californiana. Ora, come già sappiamo, la ricchezza di
Kin-Fo era composta quasi totalmente di azioni di quella celebre
banca, fin allora tanto solida. E non era possibile nessun dubbio. Per
quanto inverosimile potesse sembrare la notizia, disgraziatamente era
fin troppo vera. La sospensione dei pagamenti della Banca Centrale
Californiana era stata confermata dai giornali arrivati a Shanghai. Il
fallimento era stato dichiarato, e rovinava Kin-Fo da cima a fondo.
Quanto effettivamente gli restava all'infuori delle azioni di quella
banca? Nulla o quasi nulla. La sua abitazione di Shanghai, la cui
vendita, quasi irrealizzabile, gli avrebbe procurato solo
insufficienti risorse. Gli ottomila dollari versati in premio nella
cassa della Centenaria, alcune azioni della Compagnia dei Battelli di
Tianjin, che, vendute quel giorno stesso, gli procurarono appena tanto
da fare convenientemente le cose "in extremis", erano ora tutta la sua
fortuna.
Un occidentale, un francese, un inglese avrebbe preso filosoficamente
quell'esistenza nuova e cercato di rifarsela col lavoro. Un cinese
invece doveva credersi in diritto di pensare e agire diversamente. Da
vero cinese, Kin-Fo si accingeva ad adottare, come mezzo per trarsi
d'impaccio, la morte volontaria, e ciò senza alcun turbamento di
coscienza, con la tipica indifferenza che caratterizza la razza
gialla. Il cinese non ha che il coraggio passivo, ma è un coraggio che
possiede al più alto grado. La sua indifferenza per la morte è
veramente straordinaria. Malato, la vede arrivare senza alcuna
debolezza. Condannato, già tra le mani del carnefice, non manifesta
alcun timore. Le pubbliche esecuzioni così frequenti, la vista degli
orribili supplizi che comportavano le condanne penali nel Celeste
Impero, avevano per tempo familiarizzato i figli del cielo con l'idea
di abbandonare senza rincrescimento le cose di questo mondo.
Cosicché non c'è da stupirsi se in tutte le famiglie quell'idea della
morte fosse all'ordine del giorno e costituisse l'argomento di molte
conversazioni. Quell'idea non era assente da nessuno degli atti
ordinari della vita. Il culto degli antenati si ritrovava in casa
della più misera gente. Non vi era ricca abitazione nella quale non
fosse riservato una specie di domestico santuario, né miserabile
capanna in cui non fosse serbato un cantuccio alle reliquie degli
antenati, la cui festa si celebrava nel secondo mese. Ecco perché
nello stesso negozio in cui si vendono le culle e i doni nuziali, si
trovava anche uno svariato assortimento di bare, che formavano un
articolo corrente del commercio cinese.
L'acquisto di una bara era una delle costanti preoccupazioni dei
celestiali. Senza la bara, l'arredamento della casa paterna sarebbe
parso incompleto. Mentre il padre era ancora vivo, il figlio si faceva
un dovere di offrirgliela. Era una commovente prova di filiale
affetto.
Quella bara veniva deposta in una stanza a parte, adornata, curata, e,
per lo più, quando aveva già ricevuta la spoglia mortale, veniva
conservata per lunghi anni con pietosa cura. Insomma il rispetto per i
morti costituiva la base della religione cinese, e contribuiva a
rendere più stretti i vincoli familiari.
Sicché Kin-Fo, grazie al suo temperamento, doveva considerare più di
chiunque altro con perfetta tranquillità l'idea di mettere fine ai
propri giorni. Aveva assicurata la sorte dei due esseri che amava. Che
poteva rimpiangere? Nulla. Il suicidio non poteva destare in lui
neppure un rimorso. Quello che costituisce un delitto nei paesi civili
d'Occidente, non era, staremmo per dire, che un atto legittimo in
quella bizzarra civiltà dell'Asia orientale.
La decisione di Kin-Fo era dunque ben ferma, e nessuna influenza
avrebbe potuto distoglierlo dal mettere in esecuzione il suo progetto,
neppure l'influenza del filosofo Wang.
Per di più, Wang ignorava assolutamente i piani dell'allievo. Sun non
ne sapeva di più neppure lui e aveva notato una cosa sola, che Kin-Fo,
dopo il suo ritorno, si dimostrava più paziente per le sue quotidiane
sciocchezze.
Decisamente Sun doveva ricredersi sul conto del padrone; non avrebbe
potuto trovarne uno migliore: ora il prezioso codino gli guizzava sul
dorso con una sicurezza nuova.
Un motto cinese diceva: «Per essere felice sulla terra, bisogna vivere
a Canton e morire a Liuzhou».
A Canton infatti si trovava tutta l'opulenza della vita, e a Liuzhou
si fabbricavano le migliori bare.
Kin-Fo non poteva rinunciare a fare quell'ordinazione per la sua bella
casa, in modo che il suo ultimo letto di riposo arrivasse in tempo.
Essere correttamente disteso per il sonno supremo era la costante
preoccupazione di un cinese che sapeva vivere.
Nello stesso tempo Kin-Fo fece comprare un gallo bianco, la cui
caratteristica, come tutti sapevano benissimo, era d'incarnare in sé
gli spiriti che volteggiavano nell'aria, e che avrebbe colto al
passaggio uno dei sette elementi di cui si componeva l'anima cinese.
Come si vede, se l'allievo del filosofo Wang si dimostrava insensibile
ai particolari della vita, lo era molto meno a quelli della morte.
Ciò fatto, non gli restava che redigere i particolari dei funerali.
Sicché quel giorno stesso un bel foglio di quella carta di riso, alla
cui confezione il riso è perfettamente estraneo, riceveva le ultime
volontà di Kin-Fo.
Dopo aver lasciato alla giovane vedova la sua bella casa di Shanghai e
a Wang un ritratto dell'imperatore Taiping, che il filosofo guardava
sempre con piacere, il tutto senza pregiudizio dei capitali assicurati
dalla Centenaria, Kin-Fo tracciò con mano ferma l'ordine e
l'itinerario dei personaggi che dovevano assistere alle sue esequie.
Prima di tutto, in mancanza di parenti, che non aveva più, una parte
degli amici che aveva ancora dovevano figurare in testa al corteo,
tutti vestiti di bianco, che era il colore del lutto nel Celeste
Impero. Lungo le vie, fino alla tomba da molto tempo innalzata nella
campagna di Shanghai, ci sarebbe stata una doppia fila di valletti di
funerali, tutti con diversi attributi: parasoli azzurri, alabarde,
bastoni col simbolo della giustizia in cima, ventagli di seta, rotoli
con i particolari della cerimonia; tali valletti dovevano essere
vestiti di una tunica nera con cintura bianca e in testa un feltro
nero con pennacchio rosso. Al primo gruppo di amici doveva seguire una
guida, vestita di rosso da capo a piedi, battendo il gong, e
precedendo il ritratto del defunto, giacente in una specie di cassa
riccamente ornata. Verrebbe poi un altro gruppo di amici, quelli che
dovevano svenire a intervalli regolari su cuscini preparati per la
circostanza. E infine un ultimo gruppo di giovani, riparati da un
baldacchino azzurro e oro, incaricati di spargere lungo il cammino dei
pezzetti di carta bianca, con un buco in mezzo come le sapeche,
destinati a distrarre i malvagi spiriti che tentassero di unirsi al
corteo.
Allora sarebbe apparso il catafalco, un enorme palanchino foderato di
seta viola ricamata a draghi d'oro, portato a spalla da cinquanta
valletti, fra due file di bonzi. I sacerdoti, con vesti grigie, rosse
e gialle, recitando le ultime preghiere, avrebbero alternato le loro
voci col rimbombo dei gong, il gemito dei flauti e la brillante
fanfara delle trombe lunghe sei piedi.
Dietro, infine, le carrozze a lutto, drappeggiate di bianco, avrebbero
chiuso il sontuoso corteo, le cui spese dovevano assorbire le ultime
risorse dell'opulento defunto.
Tutto sommato, però, quel programma non presentava nulla di
straordinario: molti funerali di quella «classe» s'incontravano per le
vie di Canton, di Shanghai e di Pechino, e i cinesi non vi vedevano
che un omaggio naturale reso alla persona del defunto.
Il 20 ottobre (11) una cassa spedita da Liuzhou arrivava all'indirizzo
di Kin-Fo nella sua abitazione di Shanghai e conteneva, accuratamente
imballata, una bara ordinata per la circostanza. Né Wang, né Sun, né
alcuno dei domestici dello "yamen" ne rimase sorpreso. Come abbiamo
già detto, non vi era cinese che non ci tenesse a possedere da vivo il
letto sul quale l'avrebbero disteso per l'eternità.
La bara, un capolavoro dell'artigianato di Liuzhou, fu collocata nella
«Camera degli antenati», dove, spazzolata, lisciata, lustrata, era
destinata ad attendere, certamente a lungo, il giorno in cui l'allievo
del filosofo Wang l'avrebbe utilizzata per proprio conto... Ma non
doveva essere così. I giorni di Kin-Fo erano contati e prossima l'ora
che doveva relegarlo nella categoria degli antenati della famiglia.
Infatti Kin-Fo aveva stabilito di lasciare quella sera stessa la vita.
Una lettera della desolata Liwu arrivò nella giornata.
La giovane vedova metteva a disposizione di Kin-Fo il poco che
possedeva. La ricchezza non era niente per lei: avrebbe saputo farne a
meno. Essa lo amava: che gli occorreva di più? Non sarebbero stati
felici anche in una condizione più modesta?
Questa lettera, pur piena com'era del più sincero affetto, non poteva
modificare i propositi di Kin-Fo. «Soltanto la mia morte può
arricchirla» pensò.
Restava da decidere dove e come compiere quell'atto supremo. Kin-Fo
quasi ci godeva a regolare quei particolari. Sperava bene che
all'ultimo momento un'emozione, per quanto passeggera potesse essere,
gli avrebbe fatto battere il cuore!
Nel recinto dello "yamen" s'innalzavano quattro graziosi chioschi,
decorati con tutta la fantasia dispiegata dal talento dei decoratori
cinesi. Portavano nomi significativi: il padiglione della Felicità,
nel quale Kin-Fo non entrava mai; il padiglione della Fortuna che egli
guardava solo col più profondo disprezzo; il padiglione del Piacere,
la cui porta era da molto tempo chiusa per lui; il padiglione della
Lunga Vita, che egli aveva stabilito di far abbattere!
Ebbene, il suo istinto lo portò a scegliere proprio quest'ultimo.
Risolse di rinchiudervisi al cadere della notte. Là lo avrebbero
trovato la mattina dopo, già felice nella morte.
Stabilito quel primo punto, in che modo doveva morire? Squarciarsi il
ventre, come un giapponese? Strangolarsi con la cintura di seta, come
un mandarino? Aprirsi le vene in un bagno profumato, come un epicureo
della Roma antica? No. Quei procedimenti avrebbero avuto tutti
qualcosa di brutale, di scortese per gli amici e i servitori. Uno o
due grani di oppio, misti con un sottile veleno, dovevano bastare a
farlo passare da questo mondo all'altro senza che se ne accorgesse
neppure, forse portato via in uno di quei sogni che trasformano il
sonno passeggero in un sonno eterno.
Il sole cominciava già a declinare all'orizzonte e Kin-Fo non aveva
che poche ore ancora da vivere. In un'ultima passeggiata, volle
rivedere la campagna di Shanghai e quelle rive del Huangpu sulle quali
aveva così spesso portato a spasso la sua noia. Solo, senza aver visto
per niente Wang nella giornata, lasciò lo "yamen" per poi rientrarvi
un'ultima volta e non uscirne più.
Il possedimento inglese, il piccolo ponte sul fiume e la concessione
francese, furono da lui attraversati col solito passo indolente, ché
non sentiva il bisogno di affrettarsi nemmeno in quell'ora suprema.
Per il viale che costeggiava il porto indigeno, girò intorno alla
muraglia di Shanghai fino alla cattedrale cattolica romana, la cui
cupola dominava il sobborgo meridionale. Allora volse verso la destra
e risalì tranquillamente la via che conduceva alla pagoda di Longhao.
Era la vasta e piatta campagna, che si stendeva fino a quelle alture
ombreggiate che limitavano la valle del Min, immense pianure
acquitrinose, di cui l'industria agricola aveva fatto delle risaie.
Qua e là un intreccio di canali che venivano riempiti dall'alta marea,
alcuni miseri villaggi le cui capanne di canna erano tappezzate d'un
fango giallastro, due o tre campi di frumento, sopraelevati perché
fossero al riparo delle acque. Lungo gli stretti sentieri, un gran
numero di cani, di caprette bianche, di anitre e di oche, che
fuggivano a gambe levate o ad ali spiegate, se un passante veniva a
turbare i loro spassi.
Quella campagna, intensamente coltivata, il cui aspetto non poteva
stupire un indigeno, avrebbe invece attirato l'attenzione e forse
provocato la ripulsione d'uno straniero. Da per tutto infatti si
vedevano bare a centinaia. Senza parlare dei tumuli che ricoprivano i
morti definitivamente sotterrati, non si vedevano che pile di casse
oblunghe, piramidi di bare, disposte come i mattoni d'un cantiere in
costruzione.
La pianura cinese, nelle vicinanze della città, non era che un vasto
cimitero. I morti ingombravano il territorio quanto i vivi. Si diceva
che era proibito sotterrare quelle bare finché la stessa dinastia
occupava il trono del figlio del cielo, e quelle dinastie duravano
secoli. Che il divieto fosse vero o no, certo è che i cadaveri distesi
nelle bare, alcuni di colori vivaci, altre scure e modeste, le une
nuove e sgargianti, le altre già cadenti in pezzi, aspettavano per
anni il giorno della sepoltura.
Kin-Fo non poteva stupirsi di quello stato di cose. Del resto, egli
camminava come un uomo che non si guarda intorno. Due stranieri
vestiti all'europea, che l'avevano seguito da quando era uscito dallo
"yamen", non attirarono nemmeno la sua attenzione. Non li vide
neppure, benché fosse chiaro che quei due non volevano perderlo di
vista. Si tenevano a qualche distanza, seguendolo se egli camminava,
fermandosi appena si fermava. Ogni tanto scambiavano qualche sguardo,
due o tre parole e certamente lo stavano spiando. Di statura media,
non oltre i trent'anni, disinvolti, ben piantati, dall'occhio vivo e
dalle gambe svelte, si sarebbero detti due cani da punta.
Dopo aver percorso circa una lega per la campagna, Kin-Fo tornò sui
suoi passi per raggiungere di nuovo la riva del Huangpu.
I due segugi subito invertirono la marcia.
Sulla via del ritorno Kin-Fo incontrò due o tre mendicanti del più
miserabile aspetto e diede loro l'elemosina.
Più oltre lo incrociarono alcune cinesi cristiane, di quelle educate
alla pratica della pietà dalle Suore di Carità francesi. Reggevano
ciascuna sul dorso una gerla, e in quella gerla riportavano all'asilo
di mendicità dei poveri bambini abbandonati. Le chiamavano giustamente
«cenciaiuole di bimbi». E non erano forse, quei piccoli sventurati,
dei cenci gettati negli angoli delle vie?
Kin-Fo vuotò la borsa nelle mani di quelle caritatevoli donne, e i due
stranieri parvero abbastanza stupiti di quel gesto da parte d'un
cinese.
Era discesa la sera. Kin-Fo, arrivato alle mura di Shanghai,
s'incamminò per il viale.
La popolazione galleggiante non dormiva ancora, e grida e canti si
sentivano da ogni parte.
Kin-Fo ascoltava. Gli piaceva sapere quali sarebbero state le ultime
parole che potesse udire.
Una giovane tankadera, che guidava il suo "sampan" attraverso le cupe
acque del Huanpu, cantava così:
"La mia barca, dai freschi colori
è adorna di mille e diecimila fiori. Io l'aspetto con l'anima
inebriata!
Tornerà domani!
Dio azzurro veglialo! Che la tua mano lo protegga nel ritorno
E faccia sì che la lunga via sia abbreviata!"
- Tornerà domani! Ed io, dove sarò io domani? - pensò Kin-Fo,
scuotendo la testa.
La giovane tankadera riprese:
"E' andato lontano da noi,
immagino fino al paese dei manciù,
fino alla muraglia della Cina.
Ah, quanto spesso il mio cuore trasaliva quando il vento
si scatenava, infuriando, ed egli se ne andava sfidando la tempesta!"
Kin-Fo ascoltava sempre, ma questa volta non disse nulla. E la
tankadera concluse così:
"Perché senti il bisogno di inseguire la fortuna?
Vuoi morire lontano da me?
Ecco la terza luna!
Vieni! Il bonzo ci aspetta per unire all'istante i nostri emblemi,
le due fenici! (12)
Vieni! Torna! Io t'amo tanto e tu mi ami!"
- Sì - mormorò Kin-Fo - forse la ricchezza non è tutto a questo mondo.
Ma la vita non val tanto da farne la prova!
Mezz'ora dopo, rientrava in casa sua. I due stranieri, che l'avevano
fino allora seguito, dovettero fermarsi.
Kin-Fo si diresse tranquillamente verso il chiosco della Lunga Vita,
aprì la porta, la richiuse, e si trovò in un salottino, dolcemente
illuminato dalla luce d'una lanterna con i vetri smerigliati.
Su un tavolino, fatto d'un sol pezzo di giada, c'era uno scrignetto
contenente alcuni grani di oppio commisti a un mortale veleno, una
«possibilità» che il ricco annoiato teneva sempre sottomano.
Kin-Fo prese due di quei grani, li introdusse in una di quelle pipe di
terra rossa di cui si servono abitualmente i fumatori d'oppio, e fece
per accenderla.
- E che! - disse - neppure un'emozione, al momento di addormentarmi
per non svegliarmi più?
Esitò un momento.
- No, - disse, gettando via la pipa, che andò a spezzarsi sul
pavimento. - Questa emozione suprema la voglio, fosse soltanto quella
dell'attesa!... La voglio!... E l'avrò!
E lasciando il chiosco, Kin-Fo con passo più svelto del solito si
diresse verso la camera di Wang.