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 I viaggi di Gulliver

 

 
 
 
      Jonathan Swift. 
      I VIAGGI DI GULLIVER. 
 
 
      L'EDITORE AL LETTORE. 
 
      Il signor Lemuel Gulliver,  autore di questi viaggi,  è un  mio  caro, 
      vecchio amico e parente alla lontana da parte di madre. Tre anni fa il 
      signor  Gulliver,  ormai  stanco delle continue visite di curiosi alla 
      sua casa di Redriff,  comprò un piccolo appezzamento di terra con  una 
      comoda  dimora  nei pressi di Newark,  nel Nottinghamshire,  sua terra 
      natale,  dove si è ritirato a vita privata,  fra la considerazione dei 
      vicini. 
      Sebbene  il signor Gulliver sia nato nel Nottinghamshire,  dove viveva 
      suo padre,  l'ho più volte sentito ripetere che la  sua  famiglia  era 
      originaria  della  contea di Oxford,  tanto è vero che ci sono diverse 
      tombe ed epitaffi nel cimitero  di  Banbury,  in  quella  contea,  che 
      portano inciso il nome dei Gulliver. 
      Prima  di  lasciare  Redriff,  mi  ha  affidato questi fogli,  dandomi 
      libertà di disporne come meglio credessi.  Li ho letti con  attenzione 
      tre  volte e devo dire che rivelano uno stile chiaro e scorrevole;  se 
      l'autore ha un difetto,  è  quello  di  perdersi  un  po'  troppo  nei 
      particolari,  come succede ai viaggiatori.  Eppure la verità soffia su 
      ogni pagina ed infatti l'autore stesso era talmente noto come  persona 
      veritiera, che era diventato proverbiale fra i suoi vicini di Redriff, 
      i quali, per suffragare una loro affermazione, erano soliti aggiungere 
      che era vera come se l'avesse detta Gulliver. 
      Su  consiglio  di  stimate  persone,   alle  quali  ho  sottoposto  il 
      manoscritto con il permesso dell'autore, mi appresto a farlo circolare 
      fra la gente nella speranza che possa costituire,  almeno per un certo 
      periodo,  un'attrattiva per i nostri giovani nobiluomini, più proficua 
      che non i soliti libelli politici e di partito. 
      Il libro avrebbe dovuto essere due volte più voluminoso di quello  che 
      è. Infatti ho avuto il coraggio di togliere parecchi brani riguardanti 
      i venti e le maree,  le varie rotte e le deviazioni,  il governo della 
      nave in balìa della tempesta (scritto in gergo marinaresco), nonché le 
      annotazioni sulle latitudini e  sulle  longitudini.  Forse  il  signor 
      Gulliver  me ne vorrà un po',  ma ho voluto rendere il libro adatto ai 
      gusti di ogni lettore.  Se,  in ogni caso,  la mia  suprema  ignoranza 
      nell'arte  nautica  mi ha fatto commettere degli errori,  me ne assumo 
      tutta la colpa. Se poi qualche viaggiatore, spinto da curiosità, vorrà 
      consultare il  manoscritto  originale,  così  come  mi  fu  consegnato 
      dall'autore, sarò felice di metterglielo a disposizione. 
      Per  quanto riguarda i particolari della vita dell'autore,  il lettore 
      avrà modo di conoscerli nella prima parte del libro. 
      Richard Sympsor. 
 
 
      PARTE PRIMA. 
      VIAGGIO A LILLIPUT. 
 
 
      1 - L'AUTORE FORNISCE ALCUNE NOTIZIE Dl  SE'  E  DELLA  SUA  FAMIGLIA. 
      PRIME NECESSITA' CHE LO SPINGONO A VIAGGIARE. FA NAUFRAGIO E NUOTA PER 
      SALVARSI.  APPRODA SANO E SALVO NEL PAESE Dl LILLIPUT, VIENE CATTURATO 
      E PORTATO ALL'INTERNO. 
 
      Mio padre aveva una piccola tenuta nel Nottinghamshire ed  io  ero  il 
      terzo  di  cinque  figli.  All'età  di  quattordici anni mi mandò allo 
      Emanuel College di Cambridge dove passai  tre  anni  dedicandomi  agli 
      studi  senza  distrazione,  ma  poiché  il  peso del mio mantenimento, 
      malgrado l'esiguità dei soldi che mi mandava, si faceva troppo oneroso 
      per i suoi scarsi mezzi,  mi mise come  apprendista  da  James  Bates, 
      rinomato chirurgo di Londra, col quale restai quattro anni. Le piccole 
      somme  che  mio  padre  mi  mandava  di tanto in tanto le impiegai per 
      imparare l'arte della navigazione  ed  altri  rami  della  matematica, 
      utili  per coloro che intendono navigare,  poiché ritenevo che proprio 
      questo sarebbe stato, prima o poi,  il mi destino.  Lasciato il signor 
      Bates,  tornai  da  mio padre e qui,  col suo aiuto,  quello dello zio 
      Giovanni  e  di  altri  parenti,   raggranellai  quaranta  sterline  e 
      l'impegno  di  altre  trenta all'anno per mantenermi a Leida.  Per due 
      anni e sette mesi vi  studiai  medicina,  conoscendone  l'utilità  nei 
      lunghi viaggi. 
      Subito dopo essere tornato da Leida, il mio buon maestro Bates mi fece 
      ottenere il posto di chirurgo sulla "Rondine",  comandata dal capitano 
      Abramo Pannell, con il quale rimasi tre anni e mezzo facendo uno o due 
      viaggi nel levante e in altri  paesi.  Al  mio  ritorno,  incoraggiato 
      anche dal maestro Bates, decisi di stabilirmi a Londra e lui stesso mi 
      mandò diversi pazienti.  Alloggiai in una casetta nell'Old Jury;  poi, 
      dal momento che mi consigliarono di cambiare tenore di vita,  presi in 
      moglie Maria Burton,  seconda figlia di Edmondo Burton,  calzettaio in 
      via Newgate, che portò con sé quattrocento sterline di dote. 
      Ma gli affari cominciarono a andare male con la morte del buon maestro 
      Bates,  avvenuta due anni dopo;  inoltre avevo pochi amici  e  non  mi 
      reggeva  il  cuore di seguire l'esempio dei metodi disonesti di troppi 
      fra i miei colleghi.  Per cui,  consigliatomi con mia moglie ed alcuni 
      amici,  decisi di riprendere la via del mare. Fui chirurgo, l'una dopo 
      l'altra,  in due navi e per sei anni feci parecchi viaggi nelle  Indie 
      Orientali  e  Occidentali,  grazie  ai quali incrementai un po' le mie 
      sostanze.  Impiegavo il tempo libero leggendo i  classici,  antichi  e 
      moderni,  dei  quali mi portavo sempre dietro un buon numero di opere; 
      quando ero a terra osservavo i costumi e la natura della  gente  e  ne 
      studiavo le lingue, nelle quali ero particolarmente versato, grazie ad 
      una memoria di ferro. 
      Dopo  l'ultimo di questi viaggi,  che si era rivelato poco redditizio, 
      mi venne la nausea del mare;  e poi cresceva in  me  il  desiderio  di 
      starmene  a casa con mia moglie e la mia famigliola.  Traslocai dunque 
      dall'Old Jury a Fetter Lane e di qui  a  Wapping,  nella  speranza  di 
      trovare  lavoro  fra  i  marinai,  senza  per  altro  ottenerne  alcun 
      guadagno.  Dopo avere atteso per tre anni che le  cose  volgessero  al 
      meglio,   accettai  la  vantaggiosa  offerta  del  capitano  Guglielmo 
      Prichard,  comandante dell'"Antilope",  in procinto di partire  per  i 
      mari  del  sud.  Salpammo  da  Bristol  il  4 maggio 1699 e il viaggio 
      all'iniio si svolse favorevolmente. 
      Vi sono buone ragioni per  non  stare  a  seccare  il  lettore  con  i 
      particolari  delle  nostre avventure in quei mari;  basterà informarlo 
      che,  al momento di andare da quei posti  alle  Indie  Orientali,  una 
      violenta tempesta ci trasportò a nord-ovest della terra di Van Diemen. 
      Secondo le misurazioni ci trovavamo a 30 gradi e 2 primi di latitudine 
      sud.  Dodici  membri della ciurma se n'erano andati al creatore per le 
      fatiche sovrumane e il rancio avariato,  il resto versava  in  pessime 
      condizioni.  Il 5 novembre,  che da quelle parti coincide con l'inizio 
      dell'estate,  in una giornata  di  foschia,  i  marinai  scorsero  uno 
      scoglio  a  non  più  di  mezza  gomena  dalla  nave verso il quale ci 
      sospingeva inesorabilmente il vento: ci spaccammo in due tronconi.  In 
      sei  della ciurma calammo in mare una scialuppa e ci mettemmo a vogare 
      per allontanarci dalla nave e dallo scoglio. Secondo i calcoli remammo 
      per circa tre leghe fino ad esaurire quelle poche forze che  ci  erano 
      rimaste,  dopo  il  massacrante governo della nave.  Ci affidammo alla 
      mercé delle onde,  ma in  capo  a  mezzora  un'improvvisa  raffica  di 
      settentrione  rovesciò  la  scialuppa.  Non  so  cosa  capitò  ai miei 
      compagni della barca,  né a quelli che avevano  cercato  scampo  sullo 
      scoglio,  né  infine agli altri che erano rimasti sulla nave.  L'unica 
      deduzione che posso trarre è che siano tutti morti. 
      Quanto a me,  nuotai affidandomi alla fortuna,  mentre il vento  e  la 
      corrente  mi  spingevano  avanti.  Di tanto in tanto lasciavo scendere 
      verso il fondo le gambe,  senza riuscire a toccare.  Quando ero  ormai 
      sfinito  e incapace di lottare sentii che toccavo,  mentre la burrasca 
      si era un po' placata. Il pendio del fondale era così dolce, che mi ci 
      volle un miglio di cammino prima di raggiungere la riva e calcolai che 
      a quell'ora dovevano essere le otto di sera.  Mi addentrai  per  circa 
      mezzo  miglio  senza  riuscire a scoprire il minimo segno di case e di 
      abitanti o almeno ero così stremato, da non riuscire a scorgerli.  Ero 
      terribilmente  stanco,  inoltre  il  caldo  e  quasi  mezza  pinta  di 
      acquavite tracannata prima di  lasciare  la  nave,  mi  avevano  messo 
      addosso un gran sonno. Mi distesi sull'erba bassa e tenera dove dormii 
      così  profondamente,  come  mai mi era capitato,  per nove ore filate, 
      perché quando mi svegliai era giorno pieno. 
      Cercai di alzarmi,  ma non riuscii a muovermi  poiché,  addormentatomi 
      supino,  mi  sentii  le braccia e le gambe legate da entrambe le parti 
      alla terra e così i capelli che avevo  lunghi  e  folti.  Sentivo  che 
      molti  legacci  sottili  mi attraversavano il corpo dalle ascelle alle 
      cosce.  Riuscivo solo a guardare in  alto,  mentre  il  sole  cresceva 
      abbagliandomi  gli  occhi.  Sentivo  un rumore confuso ai fianchi,  ma 
      nella posizione in cui ero disteso non vedevo altro che il  cielo.  Di 
      lì  a  poco  sentii  che  qualcosa di vivo si muoveva sulla mia gamba, 
      saliva pian piano sul petto fino ad arrivarmi al mento.  Guardando  in 
      basso  come meglio potevo,  mi accorsi che si trattava di una creatura 
      umana,  alta non più di quindici centimetri,  con arco,  frecce  e  la 
      faretra sulla schiena. Intanto sentivo che almeno una quarantina della 
      stessa  specie  venivano  dietro  alla  prima.  Stupefatto al massimo, 
      gridai tanto forte che quelli se la squagliarono in preda  al  terrore 
      ed alcuni,  come poi mi fu detto, rimasero feriti saltando a terra dal 
      mio corpo. Non tardarono a farsi sotto di nuovo e uno di loro,  che si 
      era arrischiato a venirmi tanto vicino da potere scorgere tutto il mio 
      volto,   alzando  gli  occhi  e  le  braccia  al  cielo  in  segno  di 
      ammirazione, gridò con voce stridula ma distinta: "Hekinah Degul!" 
      Gli altri ripeterono quelle parole  parecchie  volte,  ma  allora  non 
      sapevo  che  cosa  volessero dire.  Per tutto quel tempo rimasi in una 
      posizione assai scomoda,  come il lettore può immaginare.  Alla  fine, 
      divincolandomi per liberarmi, riuscii a rompere i legacci e a svellere 
      i  pioli che mi tenevano il braccio sinistro legato a terra.  Infatti, 
      sollevandolo all'altezza del viso,  scoprii il modo con cui mi avevano 
      legato  e  così,  con  un violento strattone che mi fece un gran male, 
      allentai  le  cordicelle  che  mi  tenevano  la  testa  piegata  sulla 
      sinistra.  Ora  potevo  girare  un tantino la testa.  Ma quegli esseri 
      fuggirono di nuovo prima che potessi afferrarli;  al che ci fu un gran 
      vociare  in  tono  acutissimo  e,  appena cessato,  sentii uno di loro 
      gridare forte: "Tolgo Phonac!". Un momento dopo sentii un centinaio di 
      frecce che mi piovevano  sulla  mano  sinistra,  pungenti  come  aghi, 
      mentre quelli ne lanciavano in aria un altro nugolo, come noi facciamo 
      in  Europa  con  i mortai;  per cui penso che molte mi ricadessero sul 
      corpo,  sebbene non le  avvertissi,  ed  altre  sulla  faccia  che  mi 
      affrettai  a  coprire  con  la  sinistra.  Esaurito questo scroscio di 
      frecce,  emisi  un  gemito  di  dolore  e  poiché  tentavo  ancora  di 
      liberarmi,   ne   scaricarono   un'altra  bordata  più  nutrita  della 
      precedente, mentre alcuni di loro cercavano di infilzarmi nei fianchi. 
      Avevo addosso,  per fortuna,  un  giubbetto  di  cuoio  che  loro  non 
      potevano forare. 
      Pensai  che  fosse  più  prudente  starmene  fermo almeno fino a notte 
      fonda,  quando con la mano sinistra già sciolta avrei potuto liberarmi 
      completamente.  In quanto agli indigeni,  avevo ragione di credere che 
      avrei potuto sostenere i più grandi eserciti che mi avrebbero  mandato 
      contro,  se erano tutti delle dimensioni di quello che avevo visto. Ma 
      le cose si sarebbero svolte in modo diverso.  Quando quella gente vide 
      che  me  ne  stavo  fermo,  smisero di lanciare frecce.  Dal crescente 
      rumore capivo che la folla aumentava;  inoltre a circa tre  metri  dal 
      mio orecchio sentii battere per oltre un'ora, come se stessero facendo 
      qualche lavoro; girando la testa da quella parte, per quel poco che mi 
      era  concesso  da  corde e pioli,  vidi che avevano innalzato un palco 
      alto un mezzo metro da terra,  capace di ospitare  quattro  di  quelle 
      persone,  con due o tre scale per salirci sopra. Da lì uno di costoro, 
      che sembrava un personaggio importante,  mi rivolse un lungo  discorso 
      del quale non capii un'acca.  Ma avrei dovuto ricordare che,  prima di 
      cominciare il suo discorso,  quel dignitario  aveva  gridato  per  tre 
      volte: "Langro dehul san" (parole, queste, che insieme alle precedenti 
      mi  furono poi ripetute e spiegate).  Al che si erano fatte avanti una 
      cinquantina di persone per tagliare  le  cordicelle  che  mi  tenevano 
      legata  la testa dal lato sinistro.  Potei allora girarmi a destra per 
      osservare l'aspetto e i gesti dell'oratore.  Sembrava di mezza  età  e 
      più  alto  dei  tre accompagnatori dei quali uno era un paggio che gli 
      reggeva lo strascico,  alto non più del mio  dito  medio,  mentre  gli 
      altri  gli  stavano  ai fianchi per sostenerlo.  Conosceva bene l'arte 
      dell'oratoria,  infatti non mi sfuggirono retorici appelli di minacce, 
      uniti ad altri di promesse, pietà e benevolenza. 
      Risposi con brevi parole e in tono di sottomissione, alzando gli occhi 
      e la mano sinistra al cielo, come per invocarlo a mio testimonio; poi, 
      affamato come ero per non avere mandato giù un boccone da quando avevo 
      abbandonato la nave, spinto dai morsi sempre più laceranti della fame, 
      persi  la  pazienza  e (contro ogni regola di buona creanza) mi portai 
      più volte la mano alla bocca per dimostrare che avevo bisogno di cibo. 
      Lo "hurgo" (così chiamano  un  gran  personaggio,  come  poi  venni  a 
      sapere) mi capì a volo, scese dal palco e comandò che mi appoggiassero 
      le scale ai lati del corpo. Più di un centinaio di persone salirono su 
      trascinando  fino alla mia bocca panieri colmi di cibo,  raccolto e là 
      inviato appena il re aveva avuto notizia della mia esistenza.  C'erano 
      carni  di  diversi  tipi  di  animali,  che  tuttavia  non  riuscii  a 
      riconoscere dal gusto.  C'erano spallette,  cosci  e  lombi  simili  a 
      quelli di montone,  ben cucinati ma più piccoli delle ali di allodola. 
      Ne mangiai due o tre alla volta con altrettante pagnotte,  grandi come 
      pallini  da  sparo.  Mi  avvicinavano il cibo più svelti che potevano, 
      mostrando in mille modi la loro meraviglia e lo stupore  dinanzi  alla 
      mia  mole  smisurata  e all'appetito che dimostravo.  Allora feci loro 
      intendere che avevo sete.  Si rendevano conto  che,  da  quanto  avevo 
      mangiato,  non mi sarebbe stata sufficiente una piccola quantità;  per 
      cui,  da quel popolo  ingegnoso  che  erano,  imbracarono  con  grande 
      abilità  una  delle  botti più grosse che avevano,  la fecero rotolare 
      verso la mia mano e ne tolsero il coperchio. La vuotai con una sorsata 
      perché conteneva una mezza pinta scarsa di un  vinello  sul  tipo  del 
      Borgogna,  ma  anche  più  delizioso.  Me ne portarono una seconda che 
      trangugiai come la prima, poi feci segno che ne volevo ancora, ma loro 
      avevano finito le scorte. 
      Compiuti che ebbi questi prodigi,  loro si misero a gridare di gioia e 
      a ballarmi sul petto,  ripetendo più volte,  come avevano fatto prima: 
      "Hekinah Degul!".  Mi fecero capire a segni che potevo buttare giù  le 
      botti,  ma  prima  avvertirono  la gente di fare largo gridando a gran 
      voce: "Borach Mivola!". E quando le videro volare in aria, scoppiarono 
      in un generale "Hekinah Degul!".  Confesso che più  di  una  volta  mi 
      venne  la  tentazione  di afferrarne una quarantina o una cinquantina, 
      quando,  nel loro andirivieni sul mio corpo,  mi venivano a portata di 
      mano,  e  di scaraventarli giù a terra.  Ma il ricordo di quanto avevo 
      provato, che con ogni probabilità non era il peggio di quanto potevano 
      farmi,   nonché  la  parola  d'onore  in   cui   mi   ero   impegnato, 
      sottomettendomi  loro  palesemente,  cacciarono  quelle  fantasie.  Né 
      potevo dimenticare che ora mi  trovavo  legato  a  quel  popolo  dalle 
      consuetudini   dell'ospitalità,   trattato  com'ero  stato  con  tanta 
      larghezza  e  dovizia  di  mezzi.   Comunque   non   finivo   mai   di 
      meravigliarmi, in cuor mio, del coraggio di quei minuscoli mortali che 
      avevano  osato salire sul mio corpo e camminarci sopra,  pur essendo a 
      portata della mano che  avevo  libera,  senza  dar  segno  del  minimo 
      spavento alla vista di un essere mostruoso quale dovevo apparire loro. 
      Dopo  qualche  tempo,  visto  che non richiedevo altro cibo,  mi venne 
      davanti un personaggio di alto rango inviato da Sua Maestà  Imperiale. 
      Salitomi sullo stinco destro, Sua Eccellenza camminò fino al mio volto 
      con un seguito di dodici persone poi,  presentatemi le credenziali con 
      sigillo reale,  che mi ficcò sotto gli occhi,  parlò per una decina di 
      minuti  senza  il  minimo accento d'ira,  ma con fermezza,  accennando 
      spesso in una direzione,  che poi capii essere quella della  capitale. 
      Essa  distava  un  mezzo miglio e dovevo esservi portato per decisione 
      unanime del re  e  del  suo  Consiglio.  Risposi  poche  parole  senza 
      risultato e feci un segno con la mano libera,  portandomela sull'altra 
      legata ma passando sopra Sua Eccellenza  e  il  suo  seguito  per  non 
      travolgerli, e quindi indicando sia la testa che il corpo, cercando di 
      far  capire  che  volevo  essere liberato.  Lui sembrò capirmi al volo 
      perché scosse la testa in segno di diniego e allungò le mani  in  modo 
      tale   da   farmi   capire  che  dovevo  essere  trasportato  come  un 
      prigioniero.  Volle però farmi capire con altri segni che avrei  avuto 
      altro  cibo e altre bevande e un ottimo trattamento.  Al che pensai di 
      rompere di nuovo  i  legacci,  ma  quando  mi  toccò  riassaggiare  il 
      bruciore delle loro frecce sul volto e sulle mani che si erano coperti 
      di  vesciche,  con  ancora  molti dardi che di lì penzolavano,  avendo 
      notato che nel frattempo il numero dei nemici era cresciuto, feci loro 
      capire,  a furia di gesti,  che avrebbero potuto fare di me quello che 
      volevano. 
      Allora lo "hurgo" e il suo seguito si allontanarono con grande dignità 
      ed  aria  soddisfatta.  Poco dopo sentii un grido generale e le parole 
      "Peplom Selan" che venivano ripetute in continuazione mentre avvertivo 
      che un gran numero di persone  stava  allentando  le  corde  dal  lato 
      sinistro  del  mio  corpo.  Mi  fu così possibile rigirarmi sul fianco 
      destro per fare acqua in grande quantità fra lo stupore della folla la 
      quale, intuito dai miei movimenti quel che stavo per fare,  si aprì in 
      due  facendo un bel largo per evitare il torrente che cadeva con tanto 
      fragore e irruenza.  Poco prima mi avevano spalmato il volto e le mani 
      di unguento odoroso che, in un batter d'occhio, mi aveva fatto sparire 
      il bruciore causato dalle freccie. Se si aggiunge a questo calmante il 
      ristoro   che   avevo  avuto  dal  cibo  e  dalle  bevande,   entrambi 
      nutrientissimi,  si capirà come  mi  sentissi  predisposto  al  sonno. 
      Dormii,   come  poi  mi  dissero,   otto  ore  filate  e  non  c'è  da 
      meravigliarsene,  perché i medici del re  avevano  allungato  il  vino 
      delle botti con una buona dose di sonnifero. 
      Sembrava  che,  fin  dal  momento  in cui mi avevano visto dormire per 
      terra dopo l'approdo,  il  re  fosse  stato  avvertito  da  un  veloce 
      corriere  e che avesse stabilito in consiglio di farmi legare nel modo 
      che ho già descritto (ordine che  venne  eseguito  durante  la  notte, 
      mentre  ero  sprofondato  nel sonno),  di inviare una gran quantità di 
      vettovaglie e di preparare una macchina  da  traino  per  trasportarmi 
      nella capitale. 
      Questa  decisione potrà forse sembrare temeraria e non priva di rischi 
      e spero che nessun principe europeo vorrà, presentandoglisi una simile 
      occasione,  seguirne l'esempio;  tuttavia la ritenni  molto  saggia  e 
      generosa.  Se infatti questa gente,  profittando del mio sonno, avesse 
      tentato di farmi fuori con i loro dardi e i loro giavellotti, mi sarei 
      svegliato alla prima sensazione di bruciore.  Allora avrei spezzato le 
      corde che mi legavano,  spinto da una rabbia e una forza incontenibili 
      e loro,  non essendo in grado di oppormi una  valida  resistenza,  non 
      avrebbero potuto aspettarsi alcuna pietà. 
      Questo  popolo  eccelle  nella  matematica  e  ha raggiunto la massima 
      perfezione nelle arti meccaniche,  con il favore  e  l'incoraggiamento 
      dell'imperatore, noto mecenate della cultura. Questo principe possiede 
      molte  macchine montate su ruote per il trasporto di alberi e di altra 
      roba molto pesante. Spesso fa costruire le navi da guerra, che possono 
      raggiungere la lunghezza di quasi due metri,  in mezzo ai boschi  dove 
      crescono gli alberi più grossi,  e le fa quindi trasportare con queste 
      macchine per tre o quattrocento metri  fino  al  mare.  Furono  dunque 
      ingaggiati  cinquecento  fra carpentieri ed ingegneri per allestire il 
      più grande traino che avessero mai  costruito:  un'armatura  di  legno 
      alta  dal suolo otto centimetri,  lunga due metri e larga uno e venti, 
      che scorreva su ventidue ruote.  Il grido che avevo  sentito  salutava 
      l'arrivo  di  questa macchina,  che sembra fosse stata costruita nelle 
      quattro ore che seguirono al mio approdo.  Me la sistemarono di fianco 
      per  tutta la mia lunghezza,  ma la difficoltà maggiore consisteva nel 
      sollevarmi e depormi sopra il veicolo.  Allora gli operai  innalzarono 
      ottanta pertiche di trenta centimetri, quindi si dettero ad imbracarmi 
      il  collo,  le mani,  il corpo e le gambe con delle fasce che venivano 
      sollevate da  corde,  grosse  come  spaghi,  che  avevano  altrettanti 
      arpioni ad ogni capo. Novecento fra gli uomini più robusti, scelti per 
      quello  scopo,  tiravano le corde con l'aiuto di carrucole legate alla 
      sommità delle pertiche. Fu così che in meno di tre ore fui sollevato e 
      sospeso su quella macchina alla quale mi  legarono  saldamente.  Tutto 
      questo  mi  fu  raccontato  perché,  mentre  veniva  eseguita l'intera 
      manovra,  dormivo saporitamente sotto l'effetto di quella pozione  che 
      avevano mescolato al vino.  Ci vollero millecinquecento cavalli,  alti 
      dieci centimetri o quasi, per trasportarmi alla capitale che,  come ho 
      già detto, era lontana un mezzo miglio. 
      Eravamo in cammino da quattro ore, quando mi svegliai per un incidente 
      veramente  ridicolo.  Il  veicolo  si  era  fermato  per  non so quale 
      intoppo,  quando due o  tre  giovinastri,  presi  dalla  curiosità  di 
      osservarmi  durante  il sonno,  saltarono sul mio corpo avanzando pian 
      pianino fino al viso.  Qui uno di loro,  un ufficiale  delle  guardie, 
      ficcatami la punta aguzza della sua alabarda dentro la narice sinistra 
      mi  fece  il  solletico come se fosse una pagliuzza,  costringendomi a 
      starnutire fragorosamente.  Loro se la svignarono senza essere  visti, 
      ed  io  seppi  solo tre settimane dopo quale era stata la causa che mi 
      aveva svegliato di soprassalto. Per il resto del giorno continuammo la 
      marcia,  mentre ci  fermammo  di  notte.  Avevo  ai  lati  cinquecento 
      soldati, alcuni con torce e altri con archi e frecce, pronti a tirarmi 
      addosso se avessi tentato di muovermi. 
      All'alba  del  giorno  dopo riprendemmo il cammino e verso mezzogiorno 
      arrivammo  a  meno  di  duecento  metri  dalle  porte   della   città. 
      L'imperatore e la corte ci vennero incontro,  tuttavia i dignitari non 
      permisero che Sua Maestà mettesse a repentaglio la vita salendomi  sul 
      corpo. 
      Nel luogo in cui ci fermammo c'era un antico tempio considerato il più 
      grande di tutto il reame. Profanato anni prima da un delitto orribile, 
      la gente lo considerava,  nel suo zelo religioso,  sconsacrato e aveva 
      finito per destinarlo ad uso comune, dopo avere portato via gli arredi 
      e gli oggetti dl culto.  Fu deciso  che  avrei  alloggiato  in  questo 
      edificio.  L'immenso portale che dava a nord,  alto un metro e venti e 
      largo più di mezzo,  mi permetteva di infilarmi dentro facilmente.  Ai 
      lati  del  portale  c'erano  due  finestrine,  a  non  più di quindici 
      centimetri da terra,  e dentro quella di  sinistra  i  fabbri  del  re 
      gettarono  novantun catene,  simili a quelle che pendono dagli orologi 
      delle signore in Europa e altrettanto  grosse;  esse  vennero  fissate 
      alla mia gamba sinistra con trentasei chiavistelli. Davanti al tempio, 
      a  circa sei metri dall'altro lato della strada,  c'era una torre alta 
      un metro e mezzo.  Mi dissero che lì era salito il re con i principali 
      dignitari  di  corte per vedermi,  ma io non riuscivo a scorgerli.  Si 
      calcola che non meno di centomila persone fossero uscite  dalla  città 
      con  lo  stesso  scopo  e che,  a dispetto delle guardie,  non meno di 
      diecimila alla volta mi salissero sopra con l'aiuto di  scale.  Ma  fu 
      emesso un proclama che lo proibiva,  pena la morte.  Quando gli operai 
      furono sicuri che non avrei spezzato le catene,  tagliarono  le  corde 
      che  mi  legavano  ed  io mi alzai in piedi con un animo così depresso 
      come non avevo mai avuto in vita mia.  Non si può esprimere il clamore 
      e  lo stupore della gente quando mi vide in piedi e poi camminare.  Le 
      catene che mi trattenevano la gamba sinistra erano lunghe un due metri 
      e mi consentivano non  solo  di  camminare  avanti  e  indietro  e  in 
      semicerchio, ma, fissate come erano a un dieci centimetri dalla porta, 
      mi  permettevano di sgusciare dentro al tempio e distendermi per tutta 
      la mia lunghezza. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
      2 - L'IMPERATORE DI LILLIPUT CON IL SEGUITO VA A VISITARE L'AUTORE NEL 
      SUO  CONFINO.  DESCRIZIONE  DELL'IMPERATORE  E  DEL  SUO  VESTITO.  SI 
      DESIGNANO DEI SAGGI PERCHE' INSEGNINO ALL'AUTORE LA LINGUA.  QUESTI SI 
      GUADAGNA LA SIMPATIA CON IL SUO MITE TEMPERAMENTO. GLI VENGONO FRUGATE 
      LE TASCHE E SEQUESTRATE  LA SPADA E LE PISTOLE. 
 
      Quando fui in piedi mi guardai intorno e devo dire di  non  avere  mai 
      visto  un panorama tanto ameno.  Tutto in giro la campagna sembrava un 
      giardino senza limiti in cui i campi recintati,  dell'ampiezza di  una 
      dozzina  di  metri,  parevano  essere altrettante aiuole di fiori.  Ai 
      campi si alternavano boschi alti una mezza pertica i  cui  alberi  più 
      maestosi, a mio giudizio, non superavano i due metri. Ed ecco apparire 
      a  sinistra  la  città  che  sembrava  una di quelle scene dipinte sui 
      sipari teatrali. 
      Da diverse ore sentivo sempre più impellente la necessità di liberarmi 
      e non c'era da meravigliarsene perché non lo facevo da due giorni.  Mi 
      trovavo  dunque alle strette fra il bisogno e la vergogna.  La miglior 
      cosa da fare fu quella di scivolare dentro casa e, dopo essermi chiusa 
      la porta alle spalle,  di inoltrarmi  per  tutta  la  lunghezza  della 
      catena e sgomberare il ventre di quel peso molesto.  Questa fu l'unica 
      volta in cui mi macchiai di  un'azione  tanto  poco  pulita  e  voglio 
      sperare che il lettore imparziale mi considererà con indulgenza,  dopo 
      avere soppesato con giudizio non avventato ed equanime,  la situazione 
      e le angustie in cui mi trovavo.  In seguito fu mia costante abitudine 
      di sbrigare tali faccende appena sveglio e  all'aria  aperta,  lontano 
      quanto  me  lo permetteva la catena.  Inoltre tutte le mattine,  prima 
      dell'arrivo della gente,  avevo preso la precauzione di  fare  portare 
      via  quella  materia spiacevole da due servi adibiti a tale servizio e 
      muniti di carriole.  Non mi sarei  tanto  a  lungo  soffermato  su  un 
      dettaglio che, a prima vista, può apparire trascurabile, se non avessi 
      ritenuto  necessario  giustificarmi  con  la gente in fatto di pulizia 
      personale,  argomento sul quale,  come mi è  stato  riferito,  qualche 
      maligno ha avuto da ridire sia in questa che in altre occasioni. 
      Conclusa  questa  tormentata  faccenda,  uscii  di  casa  perché avevo 
      bisogno d'aria pura.  L'imperatore era già disceso dalla  torre  e  mi 
      veniva  incontro sul suo cavallo,  azione che avrebbe potuto costargli 
      cara perché la bestia,  per quanto bene addestrata,  ma  non  abituata 
      alla  vista  di  una  montagna  che le si muoveva davanti,  si impennò 
      imbizzarrita. Il principe tuttavia, che era un ottimo cavallerizzo, si 
      tenne in sella dando modo ai palafrenieri di  accorrere  subito  e  di 
      prendere  le briglie e quindi smontò.  Quando fu a terra mi guardò con 
      grande ammirazione,  tenendosi sempre oltre la lunghezza della catena. 
      Poi ordinò a cuochi e maggiordomi,  che erano già pronti,  di portarmi 
      da bere e da mangiare e loro spinsero verso di  me,  piano  piano,  le 
      varie  cibarie  su  certi carretti fino a che potei afferrarli.  Presi 
      quei carretti in mano e li vuotai di un colpo: venti  erano  pieni  di 
      carne  e  dieci di vino.  I primi si esaurirono in un paio di bocconi, 
      mentre bevvi in un unico  sorso  il  vino  di  dieci  giare  di  creta 
      contenute su un carro e così feci con il resto. 
      L'imperatrice  e  i  principi di sangue di entrambi i sessi sedevano a 
      distanza nelle loro  portantine,  accompagnati  da  diverse  dame  del 
      seguito;  tuttavia  quando  avvenne  l'incidente  del  cavallo del re, 
      scesero e gli andarono tutti intorno.  Descriverò ora la  persona  del 
      sovrano.  La sua statura supera quella di qualsiasi altro a corte,  di 
      quasi un'unghia,  e basta questo a incutere riverenza in chiunque  sia 
      al suo cospetto.  Ha tratti decisi e mascolini, labbro austriaco, naso 
      aquilino,   pelle  olivastra,   portamento  eretto,   corpo  e  membra 
      proporzionati,  maniere  aggraziate e andamento maestoso.  Aveva ormai 
      superato la giovinezza con i suoi ventotto anni suonati e durante  gli 
      ultimi  sette  aveva  regnato  riportando  vittorie  militari,   nella 
      generale prosperità del paese.  Per vederlo meglio,  mi distesi su  un 
      fianco  in  modo  che  il mio volto fosse all'altezza del suo,  mentre 
      stava in piedi a soli tre metri di distanza.  D'altra parte mi  capitò 
      da allora in poi di prenderlo in mano tante volte,  che non mi sbaglio 
      nel farne la descrizione.  Aveva un abito semplice  e  disadorno,  fra 
      l'asiatico  e l'europeo,  ma in testa portava un elmo leggero,  d'oro, 
      ornato di gemme e con una piuma sulla cima.  Teneva in mano,  pronto a 
      difendersi  in  caso avessi rotto le catene,  la spada sguainata lunga 
      otto centimetri, con l'impugnatura e il fodero tempestati di diamanti. 
      Aveva la voce acuta ma chiara in  ogni  articolazione,  tanto  che  lo 
      sentivo  bene  anche quando stavo in piedi.  Le signore e i cortigiani 
      erano vestiti in  modo  sfarzoso,  e  il  posto  che  essi  occupavano 
      sembrava,  nel suo insieme,  una gonna distesa al suolo,  ricamata con 
      figure d'oro e d'argento. 
      Sua Maestà Imperiale mi rivolse più volte la parola e io gli  risposi, 
      anche  se  nessuno  dei  due  riuscì a capire una sillaba.  Come potei 
      dedurre dai loro vestiti,  c'erano anche parecchi preti e avvocati  ai 
      quali  fu  ordinato di parlarmi e io stesso mi rivolsi a loro in tutte 
      quelle lingue in cui riesco a spiccicare almeno due  parole  in  fila, 
      quali il tedesco e il fiammingo,  il latino, il francese, lo spagnolo, 
      l'italiano e la lingua franca. Fu tutto inutile. Dopo due ore la corte 
      si ritirò e mi lasciarono in compagnia di un nutrito corpo di  guardia 
      con  l'ordine  di  fronteggiare  l'impertinenza  e  il  malanimo della 
      plebaglia,  che non vedeva l'ora di affollarmisi intorno il più vicino 
      possibile. Qualcuno della folla ebbe perfino l'impudenza di scagliarmi 
      addosso  qualche freccia,  mentre me ne stavo seduto per terra accanto 
      alla porta di casa,  una delle quali mi sfiorò un  occhio.  Allora  il 
      colonnello  fece  acciuffare sei dei caporioni e la migliore punizione 
      gli sembrò quella di consegnarmeli legati.  L'operazione  fu  eseguita 
      dai soldati che me li spinsero davanti con il calcio delle picche.  Li 
      presi tutti insieme con la destra poi ne infilai  cinque  nella  tasca 
      della  giacca;  il  sesto  lo  guardai come se avessi voluto mangiarlo 
      vivo.  Il poveraccio urlava terribilmente mentre il  colonnello  e  le 
      guardie stavano sulle spine, specialmente quando mi videro estrarre il 
      temperino.  Ma  li  tranquillizzai  subito guardando con dolcezza quel 
      disgraziato e tagliando le corde con cui era legato.  Poi lo misi  per 
      terra  e  lui  se  la  dette  a  gambe.  Agli altri riservai lo stesso 
      trattamento, tirandoli fuori uno ad uno di tasca;  potei osservare che 
      con  quell'atto  di  clemenza  mi  ero  guadagnato la riconoscenza dei 
      soldati e della gente,  il che ebbe il suo peso quando fu  riferito  a 
      corte. 
      Sul  fare  della  notte  entrai  con  qualche  difficoltà in casa e mi 
      distesi per terra;  continuai  così  per  una  quindicina  di  giorni, 
      durante  i  quali l'imperatore ordinò che mi fosse preparato un letto. 
      Portarono seicento letti di comune grandezza  per  mezzo  di  carri  e 
      furono  montati  nella  mia abitazione.  Centocinquanta cuciti insieme 
      vennero  a  costituire  un'unica  piazza  di  lunghezza  e   larghezza 
      appropriate,  e  anche  se  i  rimanenti  furono  ammassati in quattro 
      strati,  non trovai una grande differenza con il pavimento  di  pietra 
      dura.  Con gli stessi criteri mi fornirono anche di lenzuoli, coltroni 
      e coperte, vere delizie per chi, come me,  si era da tempo abituato ad 
      ogni privazione. 
      Col diffondersi della notizia del mio arrivo per tutto il reame, venne 
      a vedermi un numero incredibile di ricchi, di fannulloni e di curiosi, 
      tanto  che  i  villaggi  erano  diventati quasi deserti e ne avrebbero 
      risentito la coltivazione dei campi e le faccende domestiche,  se  Sua 
      Maestà  Imperiale non vi avesse messo un freno con proclami e decreti. 
      Prescrisse infatti che quanti mi avevano  visto  se  ne  tornassero  a 
      casa,  e  che  non  dovevano  permettersi  di  avvicinarsi  a  meno di 
      cinquanta metri dalla mia abitazione,  senza il permesso della  Corte; 
      il che portò ai segretari di stato mance cospicue. 
      Nel  frattempo  l'imperatore  teneva frequenti riunioni di governo per 
      discutere quale decisione prendere nei miei confronti e un amico  mio, 
      persona di rango e molto addentro nelle segrete cose,  mi assicurò che 
      la Corte si trovava in notevoli difficoltà per causa mia. Temevano che 
      riuscissi a liberarmi,  e che mantenermi fosse un costo spropositato e 
      tale da causare una carestia. A volte prendevano la decisione di farmi 
      morire  di fame o almeno di tirarmi frecce avvelenate sulle mani e sul 
      volto,  che mi  avrebbero  spacciato  in  quattro  e  quattr'otto;  ma 
      dovevano  poi  considerare  che  il puzzo di una così immensa carcassa 
      avrebbe potuto diffondere la peste nella capitale e  probabilmente  in 
      tutto il paese.  Nel bel mezzo di questi dibattiti,  diversi ufficiali 
      dell'esercito si presentarono alla porta del salone del  consiglio.  I 
      due  che  furono  ammessi  fecero  un resoconto della mia condotta nei 
      confronti dei sopra citati criminali.  Questo  suscitò  un'impressione 
      così  favorevole  in  Sua  Maestà  e nell'intero consiglio,  che venne 
      nominata una commissione  imperiale  col  compito  di  far  consegnare 
      quotidianamente,  da  parte  di  tutti  i  villaggi entro un raggio di 
      novecento metri, sei buoi, quaranta pecore ed altre derrate per il mio 
      sostentamento, insieme ad una quantità proporzionale di pane,  vino ed 
      altre  bevande.  Per  il  pagamento  dovuto,  Sua Maestà emise assegni 
      garantiti dal tesoro della corona, dal momento che questo sovrano vive 
      soprattutto delle  sue  rendite  e  raramente,  e  solo  in  occasioni 
      eccezionali,  impone  tasse  ai  suoi  sudditi,  i quali sono comunque 
      tenuti a seguirlo in guerra a loro spese. 
      Venne istituito inoltre un corpo di seicento persone con  la  funzione 
      di farmi da domestici,  ai quali furono concessi salari appropriati al 
      loro mantenimento e dei padiglioni  costruiti  appositamente  ai  lati 
      della  mia  porta.  Fu poi ordinato a trecento sarti di farmi un abito 
      secondo la moda di quel paese;  che sei studiosi,  fra i più famosi di 
      quelli di Sua Maestà,  si dedicassero ad insegnarmi la loro lingua, ed 
      infine che i cavalli dell'imperatore, quelli della nobiltà e del corpo 
      di guardia si addestrassero al mio cospetto  per  abituarsi  alla  mia 
      mole.  Eseguiti  come  di  dovere  tutti  questi decreti,  feci grandi 
      progressi nella loro lingua in circa tre settimane,  durante le  quali 
      Sua Maestà mi onorò di parecchie visite,  compiacendosi di collaborare 
      alla mia istruzione con i maestri.  Cominciavamo già a  conversare  in 
      qualche  modo  e le prime parole che imparai furono per esprimergli il 
      mio desiderio di riavere,  mercé sua,  la libertà,  e  glielo  ripetei 
      quotidianamente in ginocchio.  Lui mi rispose,  come potei capire, che 
      sarebbe stata una questione di tempo ed in ogni caso impensabile senza 
      il consenso del Consiglio della corona,  infine  che  per  prima  cosa 
      dovevo:  "Lumos  Kelmin  pesso  desmar  lon  Emposo",  cioè giurare un 
      accordo con lui e il suo regno;  che comunque sarei stato trattato con 
      ogni  cortesia e mi consigliava di guadagnarmi la stima sua e dei suoi 
      sudditi con la pazienza e la riservatezza.  Desiderava inoltre che non 
      me  la  prendessi  a male se avesse dato l'ordine ai suoi ufficiali di 
      perquisirmi, poteva darsi che avessi addosso diverse armi,  pericolose 
      specie se proporzionate alla grandezza della mia persona.  Risposi che 
      il desiderio di Sua  Maestà  poteva  ritenersi  esaudito,  poiché  ero 
      pronto  a spogliarmi e a rovesciare le tasche in sua presenza.  Glielo 
      feci capire parte a parole, parte a segni. Lui replicò che, secondo le 
      leggi del regno,  dovevo essere perquisito da  due  ufficiali  e,  dal 
      momento  che  si  rendeva perfettamente conto che tutto ciò non poteva 
      essere eseguito senza il mio consenso ed il mio aiuto,  aveva una così 
      alta  stima  della  mia  generosità  e del mio senso di giustizia,  da 
      affidare alle mie mani i suoi ispettori.  Qualunque cosa  mi  avessero 
      sequestrato,  mi  sarebbe  stata  restituita al momento di lasciare la 
      loro terra,  o comunque ripagata al prezzo che avrei ritenuto di dover 
      fissare. 
      Presi  in  mano  i  due  ufficiali  e li misi prima nelle tasche della 
      giacca e quindi in tutte le altre tasche che avevo,  ad  eccezione  di 
      due   taschini   ed   una  tasca  segreta  che  non  desideravo  farmi 
      ispezionare, contenenti cosucce di mia necessità e di nessun interesse 
      per loro. In uno dei taschini avevo un orologio d'argento e nell'altro 
      un borsello con poche monete d'oro.  Questi gentiluomini,  forniti  di 
      carta, penne e calamai, stesero un preciso inventario di tutto ciò che 
      avevano  visto,  poi,  dopo  aver  terminato,  mi  chiesero di deporli 
      nuovamente a terra per consegnarlo all'imperatore. In seguito tradussi 
      nella nostra lingua quell'inventario che  suona,  parola  per  parola, 
      così: 
      "In  primis,  nella tasca destra della giacca del Grande Uomo Montagna 
      (così ho interpretato le parole 'Quinbus Flestrin') abbiamo rinvenuto, 
      dopo scrupolosa ispezione, null'altro che un pezzo smisurato di stoffa 
      grossolana,  largo a sufficienza per far da  tappeto  nel  salone  del 
      trono   di  Sua  Maestà.   Nella  tasca  sinistra  abbiamo  visto  una 
      mastodontica cassa d'argento, con coperchio dello stesso metallo,  che 
      noi  ispettori  non  riuscimmo  a  sollevare.  Dopo avergli chiesto di 
      aprirlo,  uno di noi balzò dentro e si trovò fino a metà gamba in  una 
      specie  di  polvere  che,  sollevandosi  fino al nostro viso,  ci fece 
      entrambi ripetutamente starnutire.  Nella tasca destra  del  panciotto 
      abbiamo  trovato  un  fascio  enorme  di fogli di una materia bianca e 
      sottile,  ripiegati l'uno sull'altro,  della grandezza di  tre  uomini 
      almeno e tenuti insieme da un grossissimo canapo;  sopra avevano delle 
      figure nere che riteniamo essere la scrittura,  ciascuna lettera della 
      quale  è grande quanto il palmo della nostra mano.  In quella sinistra 
      c'era una specie di strumento costituito da una ventina di lunghi pali 
      che scaturivano da un'unica trave,  molto simili alla palizzata che si 
      trova davanti alla corte di Sua Maestà.  Con questo strumento pensiamo 
      che l'Uomo Montagna si pettini i capelli,  anche se è solo un'ipotesi, 
      perché non lo abbiamo mai infastidito con domande,  dal momento che ci 
      facevamo  intendere  con  difficoltà.   Nel  tascone  destro  del  suo 
      coprimezzo  (traduco  così  la  parola 'ranfu-lo' con cui chiamavano i 
      calzoni) abbiamo visto una colonna di ferro  vuota,  lunga  quanto  un 
      uomo,  legata ad un pezzo di legno duro e più massiccio della colonna, 
      dalla quale sporgevano di lato un paio  di  congegni  di  ferro  dalla 
      forma strana,  di cui non conosciamo la funzione. Nella tasca sinistra 
      c'era una macchina identica a questa.  Nella tasca più  piccola  della 
      parte  destra  c'erano  diverse  baiaffe  piatte  e rotonde di metallo 
      bianco  e  rosso,  di  vario  peso;  alcune  di  quelle  bianche,  che 
      sembravano d'argento,  erano così larghe e pesanti che il mio compagno 
      ed io facevamo fatica a sollevarle.  Nella tasca sinistra c'erano  due 
      colonne nere di forma irregolare;  riuscimmo ad arrivarci in cima solo 
      con gran difficoltà, poiché eravamo in fondo alla tasca. Una di queste 
      era coperta e sembrava fatta di un solo  pezzo,  mentre  all'estremità 
      dell'altra spuntava qualcosa di bianco e rotondo,  grosso due volte la 
      nostra testa.  Dentro ognuna di queste stava rinchiusa un'enorme  lama 
      di acciaio che, su nostra ingiunzione, lui ci mostrò. Temevamo infatti 
      che fossero macchine pericolose.  Lui le tirò fuori dagli astucci e ci 
      disse che al suo paese con una ci si radeva la barba e con l'altra  ci 
      si  tagliava  la  carne.  C'erano poi due taschini nei quali non fummo 
      capaci di insinuarci,  perché erano come due fenditure taglienti  alla 
      sommità del coprimezzo,  tenute aderenti dalla pressione della pancia. 
      Dal taschino destro pendeva una pesante catena  d'argento  con  appesa 
      una  macchina  straordinaria.  Gli  facemmo cenno di estrarre quel che 
      stava attaccato al capo della catena: si trattava di un globo per metà 
      d'argento e per metà di un metallo trasparente attraverso il quale  si 
      potevano  vedere  strane  figure  disposte  in  cerchio.  Pensavamo di 
      poterle toccare,  ma le nostre dita non andarono oltre quella  materia 
      traslucida.  Ci mise agli orecchi quella macchina che faceva un rumore 
      incessante,  come quello di un  mulino.  Pensiamo  che  si  tratti  di 
      qualche  bestia  sconosciuta  o  del  dio  che  lui adora,  siamo anzi 
      favorevoli a questa seconda ipotesi,  perché ci assicurò  (se  abbiamo 
      capito bene quel che ci disse, dal momento che si esprimeva in maniera 
      assai  scorretta)  che  raramente  intraprendeva  qualche azione senza 
      prima averlo consultato. L'ha definito il suo oracolo, dicendo che gli 
      indicava il momento giusto per ogni azione. Dal taschino sinistro tirò 
      fuori una rete grande quasi quanto quella di un pescatore, studiata in 
      modo da potersi aprire e chiudere come  un  borsello  ed  infatti  gli 
      serviva a questo scopo; ci trovammo diversi pezzi di un metallo giallo 
      e massiccio i quali, se fossero veramente d'oro, ammonterebbero ad una 
      somma favolosa. 
      "Ispezionate in questo modo tutte le tasche, in ottemperanza al volere 
      di  Sua  Maestà,  osservammo che portava intorno alla vita una cintura 
      fatta con la pelle di qualche animale che doveva essere stato  immenso 
      e dalla quale, a sinistra, pendeva una spada della lunghezza di cinque 
      uomini e,  a destra, una borsa o sacchetto a due scomparti, ognuno dei 
      quali era capace di contenere tre sudditi di Sua  Maestà.  In  uno  di 
      questi   scomparti   c'erano   delle  palle  o  globi  di  un  metallo 
      pesantissimo,  della dimensione della nostra testa,  che solo una mano 
      robusta riusciva a sollevare;  nell'altro un mucchio di certi granelli 
      neri,  non di gran mole né troppo pesanti,  poiché ne potevamo  tenere 
      una cinquantina sul palmo della mano. 
      "Questo  è  l'esatto  inventario  di  quanto abbiamo rinvenuto addosso 
      all'Uomo Montagna,  il quale  ha  avuto  con  noi  maniere  di  grande 
      cortesia  e  il  rispetto  dovuto  ad  una  commissione di Sua Maestà. 
      Firmato e apposto il sigillo il quarto  giorno  della  ottantanovesima 
      luna del fausto regno di Sua Maestà. 
      Clefren Frelock, Marsi Frelock." 
 
      Letto  l'inventario  al cospetto dell'imperatore,  questi mi ordinò di 
      consegnare i diversi oggetti.  Per prima cosa mi chiese  la  sciabola, 
      che staccai,  fodero e tutto.  Nel frattempo ordinò ad un suo esercito 
      di tremila uomini scelti di circondarmi a distanza, con archi e frecce 
      pronte a scoccare;  ma non ci feci attenzione perché tenevo gli  occhi 
      fissi  sull'imperatore.  Lui  volle  allora che sguainassi la sciabola 
      che,  per quanto si fosse un po' arrugginita  in  mare  era  in  molti 
      tratti ancora sfavillante: le truppe emisero un boato fra il terrore e 
      la sorpresa,  perché ai raggi del sole i riflessi della sciabola,  che 
      facevo ondeggiare qua e là, abbagliavano i loro occhi. Sua Maestà, che 
      è un principe magnanimo,  rimase meno sbigottito di quanto credessi  e 
      mi  ordinò  di  rinfoderarla  e di metterla per terra pian pianino,  a 
      circa sei piedi dall'estremità della mia catena.  Poi volle una  delle 
      colonne di ferro cavo,  cioè le mie pistole da tasca. Le tirai fuori e 
      quindi, per esaudire il suo desiderio, gliene spiegai l'uso meglio che 
      potevo,  poi,  caricatane una a salve (per fortuna  il  sacchetto  ben 
      chiuso   aveva   impedito   alla  polvere  di  bagnarsi,   secondo  un 
      accorgimento che i prudenti marinai sanno di dover prendere)  misi  in 
      guardia l'imperatore di non spaventarsi e la scaricai in aria.  Questa 
      volta vi fu uno sbalordimento assai più grande di quello espresso alla 
      vista della sciabola. Caddero a terra a centinaia,  come fossero stati 
      colpiti  a  morte,  e  perfino  l'imperatore,  per  quanto avesse solo 
      barcollato, per un certo tempo non riuscì a riaversi.  Così come avevo 
      fatto  con  la  sciabola,  consegnai  entrambe  le pistole e quindi il 
      sacchetto della polvere e delle palle, non senza averlo prima messo in 
      guardia che questo doveva stare lontano dal fuoco,  capace com'era  di 
      incendiarsi alla minima scintilla e di fare saltare in aria il palazzo 
      imperiale.  Gli  consegnai  anche  l'orologio,  che  l'imperatore  era 
      curiosissimo di vedere. Lui allora ordinò a due fra i più alti soldati 
      delle guardie,  di infilarlo in una pertica e portarlo a spalla,  come 
      fanno in Inghilterra i garzoni con le botti di birra.  Era stupito nel 
      sentire il continuo rumore e nel vedere la lancetta dei minuti che  si 
      muoveva;  lui  infatti  riusciva  a  scorgerne  il moto distintamente, 
      perché quel popolo ha una vista molto più acuta della  nostra.  Chiese 
      il  parere  dei  saggi  che  lo  circondavano che risposero in maniera 
      evasiva e lontana dal vero,  come il lettore può ben comprendere senza 
      che debba ripetermi, tanto più che non riuscii a capirli del tutto. Fu 
      poi  la volta delle monete d'argento e di rame,  del borsello con nove 
      grosse  monete  d'oro  ed  altre  più  piccole,  del  pettine,   della 
      tabacchiera  d'argento,  del  fazzoletto  e  del  giornale  di  bordo. 
      Sciabola,  pistole e sacchetto di  munizioni  furono  trasportati  con 
      carri  all'arsenale  di  Sua  Maestà,  mentre  le altre cose mi furono 
      restituite. 
      Come ho già detto sopra, avevo una tasca segreta che era loro sfuggita 
      nella quale tenevo un paio di occhiali (che metto a volte,  perché  ho 
      la  vista  debole),  un cannocchiale tascabile e diverse altre cosucce 
      che,   sapendo  che  non  avrebbero  avuto  nessuna   importanza   per 
      l'imperatore,  non mi sentii in dovere di mostrare, pur rispettando la 
      parola data;  e poi temevo che le avrei perdute  o  che  si  sarebbero 
      danneggiate una volta non più in mano mia. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
      3  - L'AUTORE FA DIVERTIRE L'IMPERATORE E I NOBILI DI ENTRAMBI I SESSI 
      IN MODO STRAORDINARIO.  DESCRIZIONE DEI  DIVERTIMENTI  ALLA  CORTE  DI 
      LILLIPUT. L'AUTORE OTTIENE LA LIBERTA' A DETERMINATE CONDIZIONI. 
 
      Il  garbo  e  la  mitezza  del  mio  comportamento  avevano  così  ben 
      impressionato l'imperatore e la corte e non meno l'esercito e la gente 
      in generale,  che cominciai a nutrire qualche speranza di riacquistare 
      in  breve  la  libertà.  Non  trascurai  niente  per  favorire  questo 
      atteggiamento di benevolenza. I nativi avevano poco a poco sempre meno 
      paura che facessi loro del male.  Talvolta  mi  mettevo  per  terra  e 
      facevo  danzare  cinque  o  sei  di  loro sulla mia mano,  e alla fine 
      ragazzi e ragazze non ebbero paura di mettersi a giocare a  nascondino 
      fra  i  miei  capelli.  Avevo  ormai fatto notevoli progressi nell'uso 
      della loro lingua.  Un giorno  l'imperatore  volle  intrattenermi  con 
      parecchi  dei  loro  giochi nazionali,  nei quali eccellono su tutti i 
      paesi che ho conosciuto,  sia nella abilità che nel fasto.  Nessuno mi 
      divertì  quanto  quello  dei  funamboli che ballavano su di un sottile 
      filo  bianco,  lungo  un  mezzo  metro  e  alto  da  terra  un  trenta 
      centimetri.  Su  questo  gioco  chiedo  al paziente lettore di potermi 
      dilungare un po'. 
      A praticare questo esercizio sono  solo  quelle  persone  candidate  a 
      ricoprire  cariche  elevate  o  alte onorificenze della corte.  Fin da 
      giovani vengono addestrate a questa arte e non tutte  sono  di  sangue 
      nobile  o  di  cultura  liberale.  Quando  una carica di primo piano è 
      vacante, perché il titolare è morto o è caduto in disgrazia,  cinque o 
      sei  candidati alla successione presentano all'imperatore la richiesta 
      di potere intrattenere Sua Maestà e la corte esibendosi  sulla  corda. 
      Colui che fa più salti senza cadere, ha diritto a subentrare in quella 
      carica.  Molto  spesso gli stessi ministri sono obbligati a dare prova 
      della loro bravura,  per convincere l'imperatore che  sono  sempre  in 
      possesso  della  loro  abilità.  Il tesoriere Flimnap,  lo riconoscono 
      tutti,  fa capriole sulla corda tesa un centimetro più in  alto  degli 
      altri  nobili dell'impero.  L'ho visto fare il salto mortale parecchie 
      volte di seguito,  sopra una tavoletta fissata alla cordicella non più 
      spessa  di  un  nostro  spago.  Dopo  di  lui  viene,  se non pecco di 
      parzialità,  il mio amico Reldresal,  primo segretario  agli  interni, 
      mentre tutti gli altri funzionari più o meno si equivalgono. 
      Durante  i  giochi capitano assai spesso incidenti mortali,  di cui le 
      cronache sono piene.  Ho visto coi miei  occhi  due  o  tre  candidati 
      rompersi  le  ossa,  anche  se  il  pericolo più grande lo corrono gli 
      stessi ministri che devono comprovare la loro abilità.  Perché,  presi 
      come  sono dall'ambizione di superare se stessi e i loro colleghi,  si 
      sforzano a tal punto, che nessuno si salva da qualche capitombolo, che 
      poi sono due o tre per alcuni di loro.  Mi venne detto che un  anno  o 
      due prima del mio arrivo, il tesoriere Flimnap si sarebbe senza dubbio 
      rotto  l'osso  del collo,  se la violenza della caduta non fosse stata 
      attutita da uno dei cuscini del re che per caso si trovava per terra. 
      C'è poi un'altra gara che,  in particolari occasioni,  si svolge  alla 
      sola presenza dell'imperatore,  dell'imperatrice e del primo ministro. 
      L'imperatore mette sul tavolo tre sottili fili di  seta  lunghi  dieci 
      centimetri,   uno  azzurro,   uno  rosso  e  uno  verde.  Questi  fili 
      costituiscono i premi per coloro che l'imperatore intende  distinguere 
      con  un  segno  caratteristico della sua benevolenza.  La cerimonia si 
      svolge nel gran salone di governo,  dove i candidati devono sottoporsi 
      ad una prova di abilità assai diversa dalla precedente e di cui non ho 
      visto niente di simile nei paesi del vecchio e del nuovo mondo. 
      L'imperatore tiene in mano un bastone, le cui estremità sono parallele 
      all'orizzonte,  mentre i candidati,  avanzando l'uno dietro l'altro, a 
      volte saltano sopra il bastone,  a volte vi sgusciano sotto,  avanti e 
      indietro per parecchie volte,  a seconda che il bastone venga alzato o 
      abbassato.  Capita che l'imperatore tenga un capo  del  bastone  e  il 
      primo  ministro  l'altro,  oppure  che  sia  quest'ultimo  tenerlo  da 
      entrambe le parti.  Colui che svolge il  suo  esercizio  con  maggiore 
      scioltezza  nel  saltare  e  nello  strisciare è ricompensato col filo 
      azzurro, mentre al secondo tocca quello rosso e al terzo quello verde. 
      Essi se li portano avvolti in due giri attorno  alla  vita  e,  fra  i 
      notabili  del  regno,  sono  pochi  quelli  che  non  sono in grado di 
      fregiarsi di queste cinture.  I cavalli dell'esercito e delle scuderie 
      imperiali,   che   erano   stati  addestrati  al  mio  cospetto,   non 
      recalcitravano  più  e  mi  venivano  ai  piedi  senza  dar  segno  di 
      imbizzarrirsi.  Allora  stendevo  una  mano per terra e i cavalieri la 
      saltavano con i loro cavalli;  anzi ci fu un cacciatore reale che,  in 
      sella a un maestoso destriero,  mi saltò il piede, scarpa e tutto, con 
      un balzo  straordinario.  Un  giorno  ebbi  la  ventura  di  divertire 
      l'imperatore in maniera veramente singolare. Lo pregai di ordinare che 
      mi portassero parecchi bastoni grossi come canne da passeggio e lunghi 
      una   sessantina   di   centimetri.   Sua  Maestà  passò  l'ordine  al 
      sovrintendente delle foreste, il quale diede a sua volta istruzioni in 
      proposito  e  il  giorno  seguente  arrivarono   sei   boscaioli   con 
      altrettanti  carri  trainati  ognuno  da  otto cavalli.  Presi nove di 
      questi pali e li infilai saldamente in  terra,  formando  un  quadrato 
      della  superficie  di  un  novanta  centimetri,  fissai  altri quattro 
      bastoni ad ogni angolo all'altezza di novanta centimetri dal  suolo  e 
      ad  esso  paralleli;  poi  legai  il fazzoletto ai nove pali messi per 
      dritto tirandolo da tutti i quattro lati, finché si tese come la pelle 
      di un tamburo,  a  questo  punto  i  quattro  bastoni  paralleli,  che 
      sovrastavano il fazzoletto di poco,  servirono da ringhiera. Finito il 
      lavoro, chiesi all'imperatore che facesse salire su questa piattaforma 
      un gruppo dei suoi migliori cavalleggeri,  in tutto ventiquattro,  per 
      esercitarsi.  Sua Maestà accettò la mia proposta ed io li presi uno ad 
      uno con la mano,  cavallo e  tutto,  con  i  rispettivi  ufficiali  di 
      addestramento.  Formati  i  ranghi,  si  divisero in due squadre dando 
      luogo a finte scaramucce,  scagliando frecce spuntate,  sguainando  le 
      spade,  fuggendo e inseguendo,  attaccando e battendo in ritirata;  in 
      breve,  dettero un saggio della più perfetta disciplina  militare  che 
      avessi  mai  visto.  I  bastoni  trasversali  impedivano che cavalli e 
      cavalieri cadessero sopra al palcoscenico e l'imperatore si divertì  a 
      tal  punto  da ordinare che questi giochi fossero ripetuti per diversi 
      giorni. Una volta si fece sollevare lui stesso per impartire i comandi 
      e, non senza poche difficoltà,  persuase la stessa imperatrice a farsi 
      sollevare da me entro la sua portantina,  per potere godere la scena a 
      un due metri dalla piattaforma.  Per fortuna durante questi spettacoli 
      non  avvennero  disgrazie;  solo  una  volta  un  cavallo focoso,  che 
      apparteneva ad uno dei capitani, scalpitando, lacerò con lo zoccolo il 
      fazzoletto facendoci un buco e, mancandogli il piede,  ruzzolò insieme 
      al  cavaliere,  ma  venni  subito loro in aiuto.  Con una mano infatti 
      tappai il foro, mentre con l'altra misi a terra le squadre allo stesso 
      modo in cui le avevo fatte salire.  Il cavallo che era caduto si slogò 
      la spalla sinistra, ma il cavaliere se la cavò senza un graffio e a me 
      non  rimase che rammendare alla meglio il fazzoletto,  deciso d'ora in 
      poi  a  non  fidarmi  più  della  sua  resistenza  in  imprese   tanto 
      pericolose. 
      Due  o tre giorni prima della mia liberazione,  mentre intrattenevo la 
      corte  con  questa  specie  di  spettacoli,  arrivò  un  corriere  per 
      informare  Sua Maestà che alcuni dei suoi sudditi,  mentre cavalcavano 
      nelle vicinanze del luogo dove ero stato catturato, avevano scorto una 
      gran roba nera distesa al suolo,  dalla forma strana,  alta  come  una 
      persona  nel  mezzo e larga come la camera da letto imperiale.  Non si 
      trattava di una cosa viva,  come avevano supposto in un primo momento, 
      perché giaceva immobile sull'erba,  sebbene alcuni di loro vi avessero 
      girato attorno varie volte.  Salendo uno in groppa  all'altro  avevano 
      raggiunto la cima che era apparsa piatta e liscia mentre, camminandoci 
      sopra,  si  era  dimostrata  cava.  Ritenevano  che si trattasse di un 
      qualchecosa appartenente all'Uomo Montagna e,  col beneplacito di  Sua 
      Maestà,  prendevano  l'impegno  di  trasportarla  a  corte  con cinque 
      cavalli.  Capii subito  cosa  avevano  trovato,  e  in  cuor  mio,  mi 
      rallegrai della notizia. 
      Quando  dopo  il  naufragio  avevo  guadagnato  la riva,  ero talmente 
      frastornato  che,   prima  di  raggiungere  il  luogo  dove   mi   ero 
      addormentato,  dovevo aver perso il cappello che pure mi ero legato al 
      capo con un sottogola  quando  ero  sulla  barca  e  che  non  si  era 
      slacciato per tutto il tempo che avevo nuotato.  Per qualche accidente 
      casuale,  il laccio si era rotto e ero convinto  di  averlo  perso  in 
      mare.  Pregai  Sua  Maestà di disporre che mi fosse riportato il prima 
      possibile,   dopo   avergli   descritto   la   natura   e   l'uso   di 
      quell'indumento.  Il  giorno dopoo,  infatti,  eccomelo trascinato dai 
      carrettieri,  sebbene non si potesse dire che fosse  in  buono  stato. 
      Nella  falda,  a  un  paio di centimetri dall'orlo,  avevano fatto due 
      buchi nei quali avevano infilato due uncini e questi,  a  loro  volta, 
      erano  legati con una lunga corda ai finimenti dei cavalli.  E così il 
      mio cappello era stato trascinato per più  di  mezzo  miglio  inglese. 
      Comunque  devo  dire  che  rimase danneggiato molto meno del previsto, 
      grazie all'uniformità e levigatezza di quella terra. 
      Due  giorni  dopo  questo  avvenimento,  venne  ordinato  all'esercito 
      acquartierato  dentro  e  tutto  intorno  alla  capitale  lo  stato di 
      all'erta, perché all'imperatore era venuto il ticchio di divertirsi in 
      modo assai strano.  Volle che mi piazzassi ritto  e  a  gambe  il  più 
      possibile  divaricate,  come il Colosso di Rodi.  Quindi ordinò al suo 
      generale,  vecchio  condottiero  pieno  di  esperienza,   e  mio  gran 
      protettore, di schierare le truppe a ranghi serrati e di farle sfilare 
      sotto  di me al rullo dei tamburi: la fanteria in file di ventiquattro 
      e la cavalleria di sedici,  con le bandiere al vento e lance in resta. 
      In  tutto  erano tremila fanti e un migliaio di cavalieri.  Sua Maestà 
      ordinò,  pena la morte,  che ogni soldato si attenesse al più  stretto 
      senso  di decenza nei miei confronti,  anche se alcuni degli ufficiali 
      più giovani alzarono lo stesso gli occhi mentre mi passavano sotto.  E 
      devo  dire  che i miei calzoni erano allora così mal ridotti,  che non 
      mancarono occasioni di riso e di meraviglia. 
      Avevo inviato tanti memoriali e petizioni per ottenere la libertà, che 
      alla fine l'imperatore ne parlò prima  nel  gabinetto  privato  e  poi 
      nella  seduta  plenaria  del  consiglio,  dove  nessuno  si  oppose ad 
      eccezione di Skyresh Bolgolam che si compiaceva,  senza che lo  avessi 
      mai provocato, di essere mio nemico mortale. Ma tutto il consiglio gli 
      votò contro e l'imperatore sanzionò la decisione.  Questo ministro era 
      "galbet", o ammiraglio del regno,  godeva la cieca fiducia del sovrano 
      ed  era  molto  capace  nei suoi compiti sebbene fosse una persona dal 
      carattere acido e rude.  Alla fine lo convinsero ad  acconsentire,  ma 
      lui  ottenne  in  cambio  di  stilare gli articoli e le condizioni che 
      regolavano la mia libertà e sui quali ero  tenuto  a  giurare.  Fu  lo 
      stesso  Skyresh  Bolgolam,  seguito da due sottosegretari e da diverse 
      persone di rango, a portarmi il documento con gli articoli in oggetto. 
      Dopo che mi furono letti,  mi chiesero di giurare  fedeltà  ai  patti, 
      prima secondo il costume della mia patria,  quindi nel loro,  il quale 
      consisteva nel tenermi il piede destro con la mano sinistra,  mettendo 
      il  dito  medio  della  destra  sul cucuzzolo e il pollice sulla punta 
      dell'orecchio sinistro.  E poiché il lettore  può  essere  curioso  di 
      conoscere approssimativamente lo stile e le maniere espressive di quel 
      popolo, nonché gli articoli alle cui condizioni ottenni la libertà, ho 
      tradotto l'intero documento,  parola per parola,  e ora lo presento al 
      pubblico: 
 
      "GOLBASTO MOMAREN EVLAME GURDILO SHEFIN MULLY ULLY  GUE,  potentissimo 
      imperatore  di  Lilliput,  delizia  e  terrore  dell'universo,  i  cui 
      possedimenti si estendono per cinquemila "blustrug" (una circonferenza 
      di circa dodici miglia) ai confini  del  globo;  monarca  di  tutti  i 
      monarchi,  più alto di tutti i figli dell'uomo, i cui piedi calpestano 
      il centro dell'universo e la cui testa batte contro il  sole,  al  cui 
      cenno  i  principi della terra si sentono tremare le ginocchia;  dolce 
      come la primavera,  propizio come  l'estate,  ferace  come  l'autunno, 
      terribile  come  l'inverno;  Sua  Maestà  Altissima  propone  all'Uomo 
      Montagna,  giunto recentemente nei nostri celesti domini,  i  seguenti 
      articoli che egli si impegna a rispettare con giuramento solenne. 
      1.  L'Uomo  Montagna  non  partirà  dai  nostri  domini  senza  nostra 
      autorizzazione, munita del gran sigillo. 
      2.  Non potrà permettersi  di  entrare  nella  capitale  senza  nostro 
      specifico  ordine,  nel  qual  caso verrà dato un preavviso di due ore 
      agli abitanti per ripararsi in casa. 
      3.  Il suddetto Uomo Montagna limiterà  le  proprie  passeggiate  alle 
      strade  principali  e più spaziose ed eviterà di camminare o sdraiarsi 
      sui prati o sui campi di grano. 
      4.  Mentre percorre le strade sopraddette avrà la massima cura di  non 
      calpestare i nostri amati sudditi,  cavalli e carri; né potrà prendere 
      in mano alcuno, senza suo permesso. 
      5.  Se si dà il caso di dover trasmettere una notizia urgente,  l'Uomo 
      Montagna dovrà portare nella sua tasca ambasciatore e cavallo,  per un 
      viaggio di sei  giorni  ogni  luna,  e,  se  richiesto,  riportare  al 
      cospetto di Sua Maestà detto ambasciatore sano e salvo. 
      6.  Sarà nostro alleato contro il nemico dell'isola di Blefuscu e farà 
      quanto sarà in suo potere per distruggerne la flotta che è in procinto 
      di invaderci. 
      7. Nei momenti di ozio,  detto Uomo Montagna darà assistenza ai nostri 
      operai,  aiutandoli  a sollevare le pietre più grosse per terminare il 
      muro del parco principale ed altri nostri edifici  reali.  Detto  Uomo 
      Montagna  dovrà fornirci,  nel tempo di due lune,  l'esatta misura dei 
      nostri territori contando i passi tutt'intorno alla costa. 
      Per ultimo,  dietro solenne giuramento  di  rispettare  i  sopracitati 
      articoli, detto Uomo Montagna riceverà giornalmente una provvigione di 
      cibo  e  di  bevande  sufficiente  al  mantenimento di 1728 dei nostri 
      sudditi;  avrà libero accesso alla nostra Augusta Persona  e  riceverà 
      altri  segni  della  nostra  benevolenza.  Dato  nel nostro Palazzo di 
      Belfoborac il dodicesimo giorno  della  novantesima  luna  del  nostro 
      regno." 
 
      Fu  con  somma  gioia  che giurai e sottoscrissi queste clausole,  per 
      quanto alcune  di  esse  non  fossero  tanto  onorevoli  quanto  avrei 
      desiderato,   frutto   esclusivamente   della   malevolenza  dell'alto 
      ammiraglio Skyresh Bolgolam.  Mi furono dunque tolte le catene  e  fui 
      completamente  libero,  l'imperatore  in  persona  mi  fece l'onore di 
      presiedere  all'intera  cerimonia.   Gli  dimostrai   tutta   la   mia 
      riconoscenza prostrandomi ai suoi piedi,  ma lui mi ordinò di alzarmi; 
      poi,  dopo molte parole piene  di  benevolenza,  che  taccio  per  non 
      apparire  vanitoso,  aggiunse  di  sperare  che  sarei  stato un utile 
      servitore e che avrei ben meritato quei segni di favore che  mi  aveva 
      già manifestato o che avrei potuto ancora ricevere in futuro. 
      Non  sarà  sfuggito al lettore che nell'ultima clausola concernente la 
      mia liberazione,  l'imperatore si impegnava  a  fornirmi  tanto  vitto 
      quanto  bastava  al  mantenimento di 1728 lillipuziani.  Qualche tempo 
      dopo,  quando chiesi  a  un  amico  cortigiano  in  che  modo  avevano 
      stabilito  quel  numero,  mi  rispose  che i ragionieri di Sua Maestà, 
      misurata l'altezza del mio corpo per mezzo di un quadrante,  rilevando 
      che essa stava alla loro nella proporzione di dodici a uno,  tratta la 
      conclusione che,  vista  la  somiglianza  dei  corpi,  il  mio  doveva 
      contenerne  almeno  1728 dei loro,  avevano stabilito che questo aveva 
      bisogno di tanto cibo quanto ce ne voleva per mantenere quel numero di 
      lillipuziani. Dal che il lettore può farsi un'idea dell'ingegnosità di 
      quel popolo,  come dell'economia saggia  ed  accorta  di  quel  grande 
      monarca. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
      4  -  DESCRIZIONE  DI  MILDENDO,  CAPITALE Dl LILLIPUT,  E DEL PALAZZO 
      DELL'IMPERATORE.  L'AUTORE SI  INTRATTIENE  CON  IL  PRIMO  SEGRETARIO 
      PARLANDO DEL GOVERNO DELLO STATO.  L'AUTORE OFFRE AIUTO ALL'IMPERATORE 
      IN CASO DI GUERRA. 
 
      Ottenuta la libertà,  la prima richiesta che feci fu quella  di  poter 
      vedere  la  capitale  di Mildendo.  L'imperatore me lo accordò subito, 
      chiedendomi espressamente di non danneggiare né abitanti né  case.  Fu 
      emesso  un  proclama  col  quale  si  avvertiva  il  popolo  della mia 
      intenzione di visitare la città.  Questa è circondata da una  muraglia 
      alta circa ottanta centimetri e larga una trentina, così che ci si può 
      scarrozzare sopra benissimo con cocchio e cavalli,  ed è fiancheggiata 
      da potenti torrioni ogni tre metri. 
      Scavalcai la grande porta  occidentale  e  cominciai  a  camminare  di 
      sghembo  e  con  accortezza  per  le  strade  principali,  con il solo 
      giubbetto addosso,  per paura di danneggiare i  tetti  e  le  grondaie 
      delle   case   con  le  falde  della  giacca.   Camminai  con  estrema 
      circospezione,  attento a non calpestare  chi  si  fosse  trovato  per 
      strada,  malgrado  la  perentorietà  dell'ordinanza,  che  imponeva  a 
      chiunque di non uscire,  se non  a  proprio  rischio  e  pericolo.  Le 
      finestre  più  alte  e i tetti erano talmente affollati di spettatori, 
      che non credo di aver mai visto un luogo altrettanto gremito. La città 
      è un quadrato perfetto con il lato di centocinquanta metri  ed  oltre. 
      Le due strade maestre,  che incrociandosi formano i quattro quartieri, 
      sono larghe un metro e mezzo,  mentre i vicoli e le strade minori  che 
      vidi  passando,  senza  poterci  entrare,  sono  larghi  dai trenta ai 
      quaranta centimetri. La città può contenere cinquecentomila anime.  Le 
      case sono da tre a cinque piani, ben forniti negozi e mercati. 
      Il  palazzo imperiale è al centro della città,  all'incrocio delle vie 
      maestre.  E' circondato da un muro alto  sessanta  centimetri  che  si 
      sviluppa a un sei metri di distanza. Da Sua Maestà ebbi il permesso di 
      scavalcare  il  muro di cinta e poiché c'era spazio abbastanza,  mi fu 
      possibile osservarlo da ogni lato. Il cortile esterno è un quadrato di 
      dodici metri ed incorpora altri due cortili;  in quello più interno ci 
      sono  gli appartamenti reali,  che desideravo proprio vedere,  sebbene 
      fosse assai difficile,  perché i portali che immettevano da una piazza 
      all'altra erano alti quaranta centimetri e larghi una ventina. Inoltre 
      gli  edifici  della corte esterna erano alti almeno un metro e mezzo e 
      non li potevo scavalcare senza  recare  danni  ingenti  al  complesso, 
      sebbene le mura fossero di solide pietre squadrate e dello spessore di 
      dodici centimetri. Eppure l'imperatore voleva ardentemente che potessi 
      ammirare  il  suo magnifico palazzo,  ma questo non mi fu possibile se 
      non in capo a tre giorni,  durante i quali tagliai alla base,  col mio 
      coltello,  alcuni  degli  alberi  più  maestosi del parco reale che si 
      trovava a un cento metri dalla città.  Con questi alberi costruii  due 
      sgabelli  dell'altezza  di  un metro e abbastanza solidi da reggere il 
      mio peso.  Avvertita una seconda volta  la  popolazione,  percorsi  di 
      nuovo la città fino al palazzo con in mano gli sgabelli. Quando fui di 
      fianco  alla  corte  esterna,  salii  su  uno  dei banchetti e tenendo 
      l'altro in mano,  lo passai sopra il tetto deponendolo quindi,  con la 
      massima  attenzione,  nello  spazio fra il primo e il secondo cortile, 
      che ha una superficie di meno di mezzo metro.  Scavalcati  agevolmente 
      gli  edifici  e  tirato  sù  il banchetto per mezzo di una fune con un 
      uncino, mi trovai nella corte interna, e allora,  distesomi di fianco, 
      avvicinai  il viso alle finestre dei piani intermedi,  lasciate aperte 
      appositamente,  e potei scorgere gli appartamenti più stupendi che  si 
      possano  immaginare.  L'imperatrice  e  i  principini erano nelle loro 
      stanze,   attorniati  dalle  personalità  del  seguito.   Sua   Maestà 
      l'imperatrice  si  compiacque di sorridermi graziosamente,  tendendomi 
      fuori della finestra la mano da baciare. 
      Ma non voglio anticipare al lettore descrizioni di questo  genere  che 
      ho  riservato  per  un'opera  più  grande,  quasi  pronta ormai per la 
      stampa,  contenente una descrizione generale di  questo  impero,  fino 
      dalla  sua  fondazione,  attraverso una lunga stirpe di principi e con 
      particolare riferimento alle sue guerre, alle istituzioni, alle leggi, 
      alla cultura, alla religione, alle piante e agli animali, ai costumi e 
      a tutti i modi di vivere che caratterizzano questa  terra,  senza  per 
      questo tralasciare anche altre notizie curiose ed istruttive.  Per ora 
      è mia intenzione riferire fatti e avvenimenti accaduti a quel popolo o 
      a me stesso durante la permanenza di circa nove mesi in quell'impero. 
      Un  mattino,  quindici  giorni  dopo  la  mia  liberazione,  il  primo 
      segretario  agli  affari  privati  (come è chiamato) Reldresal venne a 
      trovarmi accompagnato da un solo servitore.  Lasciata la  carrozza  ad 
      una  certa  distanza,  mi  chiese di riservargli un'udienza di un'ora. 
      Acconsentii subito,  sia per riguardo alla sua  posizione  e  ai  suoi 
      meriti  personali,  sia  ricordando  i buoni servigi che mi aveva reso 
      quando avevo rivolto le mie suppliche alla corte.  Dissi che mi  sarei 
      disteso al suolo per ascoltarlo meglio,  ma lui preferì che lo tenessi 
      in mano. Poi cominciò col complimentarsi per la mia liberazione, nella 
      quale disse che qualche merito spettava pure  a  lui,  ma  che  dovevo 
      ringraziare  come  stavano  andando le cose a palazzo,  altrimenti non 
      l'avrei ottenuta tanto alla svelta.  "Perché,"  aggiunse,  "dietro  le 
      condizioni  di prosperità come possono apparire ad occhi estranei,  il 
      nostro paese è  tormentato  da  due  grossi  malanni:  all'interno  la 
      violenza  delle  fazioni  e  all'esterno il pericolo d'invasione di un 
      potente nemico. Per quanto riguarda il primo,  devi sapere che per più 
      di  settanta lune questo impero è stato diviso da due partiti in lotta 
      fra di loro, denominati "Tramecksan" e "Slamecksan", dai tacchi alti e 
      dai tacchi bassi che portano come loro segno di distinzione. 
      "Sebbene si sostenga che i tacchi alti siano più conformi allo spirito 
      della nostra antica costituzione, sia come sia,  Sua Maestà ha imposto 
      a  tutti  i funzionari dell'amministrazione governativa e degli uffici 
      dipendenti dalla corona l'uso dei tacchi bassi,  come puoi vedere  coi 
      tuoi stessi occhi.  Quelli di Sua Maestà sono addirittura più bassi di 
      un "drurr" rispetto  a  quelli  degli  altri  cortigiani  (il  "drurr" 
      corrisponde  alla quattordicesima parte di un centimetro).  Il rancore 
      fra questi  due  partiti  si  è  inasprito  così  tanto,  che  i  suoi 
      componenti si rifiutano di bere e di pranzare insieme e addirittura di 
      rivolgersi  la  parola.  Riteniamo  che  i "Tramecksan" o "Tacchialti" 
      siano maggiori di numero,  ma senza dubbio il potere è tutto  in  mano 
      nostra. 
      "Temiamo tuttavia che Sua Maestà Imperiale, l'erede al trono, dimostri 
      qualche simpatia per i tacchi alti; è comunque certo che porta uno dei 
      due  tacchi  più  alto  dell'altro,  il  che  gli conferisce la tipica 
      andatura dello zoppo. Ora, nel colmo di queste lotte intestine,  siamo 
      minacciati  da  un'invasione  da  parte  degli  abitanti dell'isola di 
      Blefuscu, l'altro grande impero dell'universo,  vasto e potente quanto 
      quello  di  Sua  Maestà.   Per  quanto  riguarda,   infatti,   la  tua 
      affermazione,  che ci sarebbero altri regni ed altri stati nel  mondo, 
      abitati da esseri della tua grandezza, i nostri filosofi sono alquanto 
      scettici  e  sono inclini a pensare che tu sia piovuto dalla Luna o da 
      una stella.  E' comunque certo che un centinaio di esseri del tuo peso 
      basterebbero a distruggere in un batter d'occhio i prodotti agricoli e 
      il  bestiame  dei  territori di Sua Maestà.  Inoltre non c'è il minimo 
      accenno ad altri paesi, che non siano i grandi imperi di Blefuscu e di 
      Lilliput, nelle storie delle seimila lune. Ma questi due potenti stati 
      si sono impegnati in una reciproca ostinatissima guerra per  trentasei 
      lune.  Ora ascolta quale ne fu l'occasione. E' da tutti ammesso che il 
      modo consueto di bere un uovo è di romperlo dalla punta larga;  ma  il 
      nonno di Sua Maestà,  apprestandosi un giorno,  quando era bambino,  a 
      bere un uovo e avendolo rotto secondo l'uso degli antichi,  si graffiò 
      un  dito.  In  conseguenza  di ciò,  l'imperatore suo padre,  emanò un 
      editto col quale si imponeva ai sudditi, con la minaccia di pene assai 
      rigorose,  di rompere le uova dalla  parte  della  punta  stretta.  Il 
      popolo reagì violentemente a questa legge,  tanto che, come ci narrano 
      le storie,  ci furono sei rivoluzioni durante le quali  un  imperatore 
      perse  la vita e un altro la corona.  A fomentare queste guerre civili 
      furono sempre gli imperatori di Blefuscu,  presso  i  quali  trovavano 
      rifugio gli esiliati,  non appena veniva soffocata una rivoluzione. Si 
      calcola che non meno di undicimila persone abbiano preferito la morte, 
      piuttosto che accettare di rompere le uova  dalla  punta  stretta.  Su 
      questa controversia sono usciti centinaia di grossi volumi, anche se i 
      libri  dei  Puntalarga  sono  stati  proibiti  da  lungo  tempo  e gli 
      appartenenti a quel partito siano stati interdetti a termini di  legge 
      da  ogni impiego.  Durante queste discordie gli imperatori di Blefuscu 
      ci presentarono,  per mano dei loro ambasciatori,  numerose  proteste, 
      accusandoci  di avere aperto un vero scisma religioso,  poiché avremmo 
      offeso uno dei  dogmi  della  dottrina  del  nostro  profeta  Lustrog, 
      espressa  nel  capitolo  cinquantaquattresimo del Brundrecal (che è il 
      loro Corano).  Si ritiene tuttavia  che  questo  sia  stato  un  voler 
      forzare  il  testo,  le  cui  parole  dicono  esattamente  che tutti i 
      credenti dovranno rompere le uova dalla parte giusta. Ora, è mia umile 
      opinione  che  decidere  della  parte  giusta  spetti  alla  coscienza 
      individuale o in ultima istanza al supremo magistrato. Ma i Puntalarga 
      esiliati  hanno ottenuto un così gran credito alla corte di Blefuscu e 
      tanti aiuti materiali e morali dal loro partito  in  patria,  che  per 
      trentasei  lune  si è combattuta una guerra sanguinosa tra i due paesi 
      con alterne vittorie e durante le quali abbiamo perso quaranta galeoni 
      da guerra e un numero assai più grande di vascelli minori,  con i loro 
      equipaggi di marinai esperti e di soldati, per un totale di trentamila 
      persone.  I  danni  arrecati al nemico si pensa che siano maggiori dei 
      nostri. Esso tuttavia ha equipaggiato una flotta numerosa con la quale 
      si prepara ad invaderci, e per questo Sua Maestà, confidando nella tua 
      forza e nel tuo valore,  mi ha ordinato di  esporti  questo  stato  di 
      cose." 
      Pregai  il  segretario  di  farsi  latore a Sua Maestà dei miei devoti 
      omaggi e di informarlo che non intendevo, come straniero, immischiarmi 
      nelle loro faccende private,  ma che ero pronto a dare la mia vita per 
      difendere la sua vita e il suo regno contro l'invasore. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
      5  -  CON UNO STRATAGEMMA STRAORDINARIO L'AUTORE PREVIENE L'INVASIONE. 
      GLI VIENE CONFERITA UN'ALTA ONORIFICENZA. GLI AMBASCIATORI DI BLEFUSCU 
      SOLLECITANO  LA  PACE.  PER  UNA  SVISTA  SCOPPIA  UN  INCENDIO  NEGLI 
      APPARTAMENTI DELL'IMPERATRICE.  MEZZI USATI DALL'AUTORE PER SALVARE IL 
      PALAZZO. 
 
      L'impero di Blefuscu è un'isola posta a nord-nord-est di Lilliput,  da 
      cui  è  separata  da un canale largo ottocento metri.  Non l'avevo mai 
      visto per cui, quando seppi di questo tentativo d'invasione, evitai di 
      andare sulla costa, per timore che qualche vascello nemico mi vedesse, 
      tanto più che non sapevano niente della mia esistenza.  Ogni  contatto 
      fra  i  due  imperi  era  stato  severamente proibito,  pena la morte, 
      durante la guerra,  inoltre il nostro imperatore aveva posto l'embargo 
      su tutte le navi. Feci sapere a Sua Maestà di un mio piano, tramite il 
      quale  mi  sarei  impadronito dell'intera flotta nemica che si trovava 
      alla fonda del porto, pronta a salpare col primo vento favorevole. 
      Mi informai presso i più esperti marinai per conoscere  la  profondità 
      del canale che avevano spesso scandagliato e seppi che nel mezzo, dove 
      l'acqua  è  più  alta,  ha  una  profondità  di  settanta "glumgluff", 
      corrispondente a circa un paio di metri e che il resto non supera  mai 
      la  cinquantina  di  glumgluff.  Mi  diressi  quindi  verso  la  costa 
      nordorientale,   proprio  di  fronte  all'isola  di  Blefuscu  e  qui, 
      accovacciatomi  dietro una collina,  presi il cannocchiale tascabile e 
      potei inquadrare la flotta nemica in rada, composta di circa cinquanta 
      navi da guerra e un gran numero di mercantili. Tornai a casa e mi feci 
      preparare, forte di una precisa autorizzazione reale, quante più corde 
      e barre di ferro fosse possibile trovare,  fra le più lunghe e le  più 
      robuste.  Le  corde  erano  grosse  come spaghi e le barre lunghe come 
      ferri da calza: così intrecciai tre corde per farne una più resistente 
      e lo stesso feci con i ferri che attorcigliai tre alla volta, piegando 
      la cima ad uncino.  Legati  cinquanta  uncini  ad  altrettante  corde, 
      tornai  alla  costa  dove,  toltami  la giubba,  le calze e le scarpe, 
      camminai in acqua per mezz'ora, col solo giubbetto di pelle,  prima di 
      trovarmi  in  alto mare.  Guadai più in fretta che potevo e quando fui 
      nel mezzo nuotai per una trentina di metri, finché toccai di nuovo. In 
      meno di mezz'ora ero arrivato alla flotta. 
      I nemici furono così spaventati nel vedermi,  che si  gettarono  tutti 
      quanti  fuori delle navi nuotando verso la riva,  dove si era radunata 
      una folla di non meno di trentamila anime.  Allora tirai fuori i  miei 
      arnesi e,  infilato un uncino al buco di prua di ogni vascello,  legai 
      le corde tutte insieme all'estremità.  Mentre ero impegnato in  questa 
      faccenda,  il  nemico  mi  scagliò addosso qualche migliaio di frecce, 
      molte delle quali mi colpirono il volto e le mani, dandomi un fastidio 
      dannato con il loro bruciore intollerabile e rallentando l'operazione. 
      Ma ero preoccupato soprattutto per i miei occhi di  cui  rischiavo  la 
      perdita,  se non mi fosse venuta improvvisamente un'idea. Tra le altre 
      cosucce  di  necessità  quotidiana,  portavo  in  una  tasca  segreta, 
      sfuggita agli ispettori imperiali, come ho già detto sopra, un paio di 
      occhiali.   Li  tirai  fuori;   poi,  inforcatili  il  più  saldamente 
      possibile, potei continuare arditamente il mio lavoro a dispetto delle 
      frecce nemiche, molte delle quali colpivano le lenti senza altro danno 
      che farle saltellare sul naso.  Avevo ormai finito di  agganciare  gli 
      uncini,  per  cui,  afferrato in mano il groppo di corde,  cominciai a 
      tirare.  Non una  nave  si  muoveva,  perché  erano  tutte  saldamente 
      ancorate,  e  così  la  parte  più temeraria dell'impresa era tutta da 
      fare.  Fui costretto a lasciare la corda con gli  ami  innescati  alle 
      prue  delle  navi  e mi misi a tagliare con risolutezza le corde delle 
      ancore per mezzo di un temperino,  buscandomi più di  duecento  frecce 
      sul  volto  e  sulle  mani.  Riafferrai la parte annodata con tutte le 
      corde e mi tirai dietro agevolmente una cinquantina delle  più  grandi 
      navi da guerra nemiche. 
      Quelli di Blefuscu,  che non avevano la più pallida idea di quello che 
      avrei fatto, per un po' rimasero sbalorditi. Mi avevano visto tagliare 
      gli ormeggi pensando che volessi soltanto mandare le navi alla deriva, 
      o farle sbattere una contro l'altra,  ma quando videro  l'intera  loro 
      flotta sfilare in perfetto ordine dietro di me,  emisero un ululato di 
      disperazione impossibile da descrivere  o  da  concepire.  Quando  fui 
      fuori  tiro,  mi fermai un po' per estrarre le frecce che mi pendevano 
      ancora dal volto e dalle mani e per strofinarmi con quell'unguento che 
      mi avevano dato il giorno del mio arrivo,  come  già  sapete.  Poi  mi 
      tolsi gli occhiali e,  aspettato per un'ora circa l'arrivo della bassa 
      marea,  guadai il canale col mio traino,  arrivando sano  e  salvo  al 
      porto reale di Lilliput. 
      L'imperatore,  in  compagnia  della  corte,  aspettava  in piedi sulla 
      spiaggia la soluzione di questa grande impresa.  Vide venire avanti le 
      navi  in  ampio  schieramento come una mezzaluna,  ma non me,  che ero 
      immerso nell'acqua fino al  petto.  Quando  fui  in  mezzo  al  canale 
      l'angoscia  della  corte  si  fece ancora più cupa,  perché l'acqua mi 
      arrivava al collo e all'imperatore non rimaneva che credermi in  fondo 
      al mare e vedere nella sovrastante flotta intenzioni ostili. Ma presto 
      si ripresero tutti quanti dalla paura,  perché il fondale gradualmente 
      saliva e in breve tempo fui a portata di voce. Allora, alzando in alto 
      il groppo di corde a cui  erano  legate  le  navi  che  mi  portavo  a 
      rimorchio,  gridai  a  gran  voce:  "Evviva  il  potente imperatore di 
      Lilliput!".  Questo grande monarca mi accolse sulla riva con tutti gli 
      elogi possibili e immaginabili e mi nominò "nardac" all'istante, che è 
      la maggior onorificenza che si conferisce in quel paese. 
      Sua  Maestà avrebbe voluto che trovassi il modo di trasportare nel suo 
      porto tutto quanto restava della  flotta  nemica.  E'  così  smisurata 
      l'ambizione  dei  regnanti,  che  lui  pensava  addirittura di ridurre 
      l'intero impero di Blefuscu a provincia e di affidarne il  governo  ad 
      un  viceré,  di  sterminare gli esuli Puntalarga e di costringere quel 
      popolo a rompere le uova dalla punta stretta: allora sarebbe diventato 
      l'unico monarca del mondo intero.  Feci ogni sforzo per dissuaderlo da 
      questo   disegno,   portando  ragioni  squisitamente  politiche  e  di 
      giustizia,  dichiarando infine energicamente  che  non  mi  sarei  mai 
      prestato a ridurre in schiavitù un popolo libero e coraggioso; tanto è 
      vero che,  quando la faccenda venne discussa in consiglio,  i ministri 
      più saggi si schierarono dalla mia parte. 
      Questa  mia   esplicita,   coraggiosa   dichiarazione   era   talmente 
      contrastante con i disegni politici di Sua Maestà che non me l'avrebbe 
      mai  perdonata;  ne  parlò  infatti,  in  maniera  assai  subdola,  in 
      consiglio, durante il quale mi hanno riferito che alcuni dei più saggi 
      si  dimostrarono,   con  il  loro  silenzio,   solidali  con  la   mia 
      affermazione; mentre altri, che mi erano rimasti sempre ostili, non si 
      astennero  certo  dal  pronunciare giudizi che,  in maniera indiretta, 
      alludevano a me.  Da quel momento nacque  un'intesa  segreta  fra  Sua 
      Maestà  e un gruppo di ministri contro di me,  intesa che si rivelò di 
      lì a due mesi  e  fu  sul  punto  di  causare  la  mia  rovina.  Tanto 
      insignificanti  sono  ritenuti  i  servigi  resi  ai regnanti,  quando 
      vengono contrapposti al rifiuto di compiacere alle loro passioni! 
      Tre settimane dopo la mia impresa clamorosa,  arrivò da  Blefuscu  una 
      solenne  missione  diplomatica col compito di presentare umili offerte 
      di pace;  questa infatti venne ratificata in breve tempo a  condizioni 
      vantaggiosissime   per  il  nostro  imperatore.   Non  starò  certo  a 
      importunare il lettore con il resoconto di questa ambasceria;  basterà 
      dire  che  era  composta  di  sei ambasciatori con un seguito di circa 
      cinquecento persone e che fecero un  ingresso  maestoso,  degno  della 
      grandezza del loro monarca e dell'importanza della missione. Quando si 
      furono  concluse le trattative di pace,  per le quali mi ero adoperato 
      favorevolmente con tutto il peso che avevo,  o che pensavo  ancora  di 
      avere  a  corte,  i  plenipotenziari  di Blefuscu,  ai quali era stato 
      riferito in segreto quanto li avevo aiutati,  chiesero formalmente  di 
      farmi visita. Cominciarono con il complimentarsi per il mio lavoro e 
      per  la  mia generosità,  poi mi invitarono nel loro paese in nome del 
      loro imperatore e infine mi chiesero di dare loro qualche saggio della 
      mia forza sovrumana, di cui avevano sentito dire cose incredibili.  Li 
      accontentai  subito,  ma  non  voglio annoiare il lettore entrando nei 
      particolari. 
      Dopo avere intrattenuto per qualche tempo i plenipotenziari,  con loro 
      infinito  piacere  e  con  non  minore meraviglia,  li pregai di voler 
      presentare i miei più umili rispetti all'imperatore, la fama delle cui 
      virtù aveva destato tanta ammirazione in tutto il  mondo  e  alla  cui 
      augusta  persona  avrei reso omaggio prima di ritornare in patria.  Fu 
      così che,  la prima volta che mi capitò di recarmi dal nostro Sovrano, 
      gli  chiesi il permesso di fare visita al monarca di Blefuscu.  Lui me 
      lo concesse,  anche se,  come potei constastare senza ombra di dubbio, 
      con  gelida  cortesia.  Non  riuscii  a  capire  la  ragione  di  tale 
      atteggiamento,  finché una certa persona mi sussurrò all'orecchio  che 
      Flimnap   e   Bolgolam   avevano  presentato  quell'incontro  fra  gli 
      ambasciatori e me come un segno di infedeltà. Eppure mai nel mio cuore 
      c'era stato posto per un simile sentimento e fu questa la prima  volta 
      che cominciai a farmi un'opinione dubbia di corti e di ministri. 
      Va  sottolineato  il  fatto  che  questi ambasciatori mi parlarono per 
      mezzo  di  un  interprete,  poiché  le  lingue  di  questi  due  stati 
      differiscono  l'una  dall'altra non meno di due lingue europee,  senza 
      contare poi che ognuno dei  due  paesi  va  fiero  delle  sue  origini 
      antiche, della bellezza e della espressività della propria lingua, con 
      ostentato  disprezzo  per  quella  del  vicino.  Il nostro imperatore, 
      comunque,  avvalendosi della supremazia acquisita con la cattura delle 
      navi,   li   costrinse   a  presentare  le  credenziali  adottando  il 
      lillipuziano come lingua diplomatica ufficiale. Devo inoltre osservare 
      che,  sia il continuo traffico commerciale fra i  due  regni,  sia  il 
      flusso  ininterrotto  e  reciproco  di  esiliati dall'uno o dall'altro 
      paese, sia l'abitudine di entrambe le nazioni di mandare i rampolli di 
      buona famiglia nel paese accanto per vedere il mondo e imparare usi  e 
      costumi  degli  uomini,  facevano  sì che quasi tutte le persone di un 
      certo grado, oltre alla totalità dei mercanti e dei marinai, sapessero 
      sostenere una conversazione in entrambe le lingue.  Ebbi l'opportunità 
      di accorgermene quando,  alcune settimane dopo, mi recai a fare visita 
      all'imperatore di Blefuscu,  un atto che,  al  colmo  delle  sciagure, 
      provocate dalla malvagità dei miei nemici, fu per me una gran fortuna, 
      come riferirò a suo tempo. 
      Il  lettore  si  ricorda  forse che quando firmai quei famosi articoli 
      grazie ai quali potei ottenere la libertà,  ce n'erano alcuni  che  mi 
      dispiacquero parecchio perché li ritenevo troppo umilianti, ma davanti 
      ai   quali  mi  ero  dovuto  sottomettere  a  causa  della  situazione 
      intollerabile.  Diventato ormai un "nardac",  che è la più alta carica 
      in  quell'impero,  quelle limitazioni sembravano degradanti per la mia 
      dignità;  tanto è vero che lo stesso imperatore,  per amore di verità, 
      non ne aveva fatto più menzione.  Eppure fu di lì a poco che mi capitò 
      l'occasione di rendere a Sua Maestà quello che, almeno allora, ritenni 
      un servigio straordinario.  A mezzanotte fui svegliato di  soprassalto 
      dalle  urla  di  centinaia  di  persone che si accalcavano alla porta; 
      frastornato e preso da un vago senso di terrore,  li sentivo  ripetere 
      di  continuo  la parola "burglum",  finché alcuni funzionari di corte, 
      apertosi un varco fra la folla, mi scongiurarono di recarmi a palazzo, 
      dove gli appartamenti della regina erano in preda alle fiamme, causate 
      dalla sbadataggine di una damigella addormentatasi mentre  leggeva  un 
      romanzo. 
      Mi  alzai in un baleno;  poi,  essendo già stato impartito l'ordine di 
      sgomberare la strada,  per altro illuminata dal chiarore di una  notte 
      di luna, riuscii a correre a Palazzo senza calpestare nessuno. Avevano 
      già  appoggiato  le  scale  ai  muri  ed erano tutti muniti di secchi, 
      grossi come ditali,  coi quali  quei  poveretti  si  ingegnavano  come 
      potevano  a  rifornirmi  di acqua che,  oltretutto,  si trovava ad una 
      certa distanza: ma le fiamme erano così impetuose che  i  loro  sforzi 
      servivano  a ben poco.  Avrei potuto soffocarle con la mia giacca,  ma 
      nella fretta l'avevo lasciata a casa ed ero  uscito  con  il  semplice 
      panciotto  di  cuoio.  Sembrava  un  caso  disperato e senza dubbio il 
      palazzo sarebbe stato divorato dalle fiamme fino alle  fondamenta,  se 
      la  presenza di spirito,  che è raramente il mio forte,  non mi avesse 
      suggerito un'idea luminosa.  La sera  prima  avevo  bevuto  una  certa 
      quantità  di quel vino deliziosissimo chiamato "Glimigrim",  dotato di 
      proprietà diuretiche (e che i blefuscudiani chiamano "Flunec", sebbene 
      il nostro sia migliore). Fortunatamente non mi ero liberato nemmeno di 
      una goccia e poi,  sia per il calore delle fiamme,  sia  per  il  gran 
      daffare nel domarle,  avevo addosso un tale stimolo di urinare, che lo 
      feci con tanta abbondanza e con getti così precisi,  da estinguere  il 
      fuoco in tre minuti.  Il resto di quel nobile palazzo, la cui erezione 
      era costata tanti anni di lavoro, rimase così indenne. 
      Era  ormai  l'alba  e  me  ne  tornai  a  casa,  senza  attendere  per 
      congratularmi  con  l'imperatore,  perché,  sebbene avessi compiuto un 
      servigio importantissimo,  non ero sicuro di come  Sua  Maestà  se  la 
      sarebbe  presa  per  il  modo  in  cui l'avevo eseguito.  Fra le leggi 
      statutarie del regno si fa infatti assoluto divieto ad  ogni  persona, 
      di qualsiasi ceto,  di far acqua entro i recinti del palazzo. Mi dette 
      un certo sollievo un messaggio di Sua Maestà nel quale  mi  assicurava 
      che  avrebbe  ordinato  all'alta  corte  di giustizia di concedermi un 
      condono formale; ma in realtà non riuscii mai ad ottenerlo; anzi mi fu 
      detto in segreto che l'imperatrice,  inorridita per il mio  gesto,  si 
      era  ritirata dall'altro lato della corte,  decisa a lasciar andare in 
      rovina  quei  quartieri,  e  che  in  presenza  dei  suoi  intimi  non 
      nascondeva propositi di vendetta. 
 
 
 
 
 
 
      6 - CULTURA,  LEGGI E COSTUMI DEGLI ABITANTI Dl LILLIPUT. L'EDUCAZIONE 
      DEI FIGLI.  LE ABITUDINI DELL'AUTORE IN QUELLA TERRA.  COME RIABILITO' 
      UNA GRANDE DAMA. 
 
      Sebbene  voglia  stendere  un  trattato  a parte per descrivere questo 
      impero, tuttavia mi fa piacere nel frattempo darne un'idea generale al 
      lettore.  Tutti gli animali,  le piante e gli alberi di  questa  terra 
      sono  in  proporzione  con l'altezza degli uomini che è,  come abbiamo 
      visto,  meno di quindici centimetri;  così per esempio i cavalli  e  i 
      buoi  più  alti  vanno da dieci a quindici centimetri,  le pecore sono 
      alte quattro centimetri,  o giù di lì,  le oche son come passeri e via 
      di  seguito nella scala discendente,  fino ad arrivare agli esseri più 
      piccoli che erano quasi invisibili ai miei occhi.  La natura aveva del 
      pari  dotato  la  vista dei lillipuziani in conformità del loro mondo; 
      questa era infatti acutissima ma incapace di vedere lontano. Tanto per 
      dare un'idea della loro vista a  distanza  ravvicinata,  ricorderò  di 
      essermi beato a vedere un cuoco farcire un'allodola più piccola di una 
      mosca  e  una  ragazzina cucire con un ago invisibile e un altrettanto 
      invisibile filo. Gli alberi più alti,  che si trovano nel grande parco 
      reale,  raggiungono  i  due  metri e riuscivo a malapena a toccarne la 
      cima. Vengono poi, in proporzione,  tutte le altre piante,  che lascio 
      all'immaginazione del lettore. 
      Non  ho  granché da dire per il momento della loro cultura,  che aveva 
      conosciuto per anni una grande fioritura in tutti  i  settori.  Ma  la 
      loro  scrittura  è certamente singolare poiché non corre da sinistra a 
      destra come per gli europei,  né da destra a  sinistra  come  per  gli 
      arabi,  né  dall'alto  al basso come per i cinesi,  né dal basso verso 
      l'alto come per i cascagi,  bensì di traverso,  da un angolo all'altro 
      del foglio, come fanno le signore inglesi. 
      Seppelliscono  i  loro morti a testa all'ingiù perché credono che dopo 
      dodicimila lune risorgeranno e durante quel periodo la terra, che loro 
      ritengono piatta,  si sarà rovesciata completamente,  così che quelli, 
      al momento della resurrezione dei corpi, saranno belli e pronti su due 
      piedi.  I  saggi  ammettono l'assurdità di questa dottrina,  eppure si 
      continua a praticarla per compiacere alle credenze  del  volgo.  Certe 
      leggi  e certi costumi di questo impero sono davvero singolari,  tanto 
      che sarei tentato di giustificarle,  se  non  facessero  a  pugni  con 
      quelle  del mio paese.  C'è solo da sperare che vengano rispettate con 
      la stessa solerzia.  La prima,  alla quale mi riferisco,  riguarda  le 
      spie:  ogni delitto contro lo stato viene punito con estrema severità; 
      tuttavia, se l'accusato dimostra durante il processo la sua innocenza, 
      l'accusatore viene immediatamente condannato ad una  morte  infamante, 
      mentre le sue terre e i suoi beni costituiranno una ricompensa quattro 
      volte maggiore per la perdita di tempo,  per il pericolo corso, per il 
      rigore della prigione, per le spese di difesa sostenute dall'accusato. 
      Se i beni del delatore sono insufficienti, supplirà la Corona. 
      L'imperatore in persona gli conferirà in pubblico un segno  della  sua 
      stima  e  la  sua  innocenza  verrà proclamata dai banditori nei rioni 
      della città. 
      Considerano la  frode  un  delitto  più  grave  del  furto  e  succede 
      raramente  che  non venga punita con la morte;  infatti loro ritengono 
      che,  se la cura e la  vigilanza  esercitate  da  un  comune  cervello 
      possono  preservare  i  beni personali dalle unghie dei ladri,  non ci 
      sono chiavistelli con i quali l'uomo comune riuscirà a  difendersi  da 
      un'astuzia  diabolica.   Inoltre,  poiché  è  necessario  un  rapporto 
      continuo di compravendita a credito,  là  dove  si  permettesse  o  si 
      indulgesse  all'esercizio  della  frode,  o  non  ci fossero leggi per 
      punirla,  l'onesto ci rimetterebbe sempre le penne a  tutto  vantaggio 
      del manigoldo.  Mi ricordo che, quando tentai di intercedere presso il 
      re in favore di uno sciagurato che si era appropriato di una somma  di 
      denaro destinata al suo padrone, involandosi con essa, avendogli fatto 
      osservare,  allo scopo di attenuare la colpa, che in fondo si trattava 
      solo di abuso di fiducia,  sembrò orrendo a Sua Maestà che portassi  a 
      difesa  di  quell'uomo  la peggiore delle aggravanti;  a me rimase ben 
      poco da replicare,  oltre il luogo comune che  dice  "paese  che  vai, 
      usanze che trovi", rosso di vergogna come ero. 
      Ricompense  e  punizioni costituiscono l'asse intorno al quale gira la 
      ruota dello stato,  eppure non mi è  capitato  mai  di  vedere  questa 
      massima  messa  in  pratica  come  a Lilliput.  Chiunque è in grado di 
      esibire prove sufficienti di settantatre lune filate di rispetto  alle 
      leggi  statali,  ha  diritto  a  privilegi,  variabili a seconda della 
      condizione sociale,  insieme ad una certa somma di denaro da prelevare 
      da  un  fondo  destinato  a questo fine;  contemporaneamente gli viene 
      conferito il titolo di "Snilpall" o  "Legale"  da  aggiungere  al  suo 
      nome,  senza che tuttavia possa essere trasmesso ai figli. Sembrò loro 
      un limite gravissimo della nostra legislazione, il fatto che da noi le 
      leggi infliggono soltanto pene.  Per questo l'immagine della giustizia 
      che  viene  raffigurata nei loro tribunali ha sei occhi,  due davanti, 
      due  di  dietro  ed  uno  per  lato,  a  significare  la  sua  estrema 
      circospezione,  ed  inoltre una borsa di monete d'oro,  aperta,  nella 
      mano destra e una spada nel fodero nella sinistra,  per dimostrare che 
      essa è più incline alla ricompensa che alla punizione. 
      Quando scelgono il personale per ogni tipo di impiego,  considerano la 
      moralità dell'individuo molto di più della sua abilità;  e  poiché  il 
      governo è necessario all'umanità, sono convinti che un comune cervello 
      sia idoneo ad un compito come ad un altro, e che la Provvidenza non si 
      è   sognata   mai   di   fare   del  governo  un'attività  misteriosa, 
      comprensibile ad un ristretto numero di intelligenze superiori, di cui 
      non ne nascono più di due o tre in un secolo.  Essi invece pensano che 
      tutti sono dotati di sincerità, giustizia, temperanza e simili; virtù, 
      queste,   la  cui  osservanza,   unita  all'esperienza  e  alle  buone 
      intenzioni,  saranno sufficienti a  rendere  idoneo  un  individuo  al 
      servizio del suo paese,  eccetto quei casi nei quali sia richiesto uno 
      specifico corso di studi.  Ma non c'è dote intellettuale straordinaria 
      che possa rimpiazzare la mancanza di virtù etiche,  e gli impieghi non 
      possono essere affidati alle mani di simili individui.  In  ogni  caso 
      gli  errori commessi per ignoranza,  in assenza di cattiva intenzione, 
      non saranno mai  tanto  funesti  per  il  bene  pubblico  come  quelli 
      commessi  da  uno,  disposto  per  natura alla corruzione,  che in più 
      sappia  manovrare  abilmente  per  difendere  e  moltiplicare  i  suoi 
      raggiri. 
      In  modo  simile si negano cariche pubbliche a quanti non credono alla 
      Divina Provvidenza;  ed infatti,  visto che  i  sovrani  si  ritengono 
      inviati della Provvidenza, non c'è cosa più assurda per i lillipuziani 
      di  un  principe  che  affida  incarichi  a  persone  che disconoscono 
      quell'autorità in nome della quale egli agisce. 
      Nel dare un sunto di queste e di altre leggi  che  seguiranno,  sappia 
      bene  il  lettore  che mi riferisco alle istituzioni primitive di quel 
      popolo e non allo scandalosissimo stato in cui si è  ridotto,  per  la 
      natura  degenerata  dell'uomo.   Per  quanto  concerne  le  vergognose 
      abitudini di acquistare cariche  danzando  sulla  corda,  o  posti  di 
      prestigio  saltando  sopra  i  bastoni  o strisciandovi sotto,  faccio 
      osservare al lettore che furono introdotte  per  la  prima  volta  dal 
      nonno  dell'attuale  sovrano e che si sono sviluppate fino all'attuale 
      rigoglio grazie al progressivo aumento delle lotte faziose. 
      L'ingratitudine è per loro un delitto capitale, così come si legge che 
      sia stato anche in altri paesi. Loro infatti ragionano in questo modo: 
      se uno rende il male a chi gli ha fatto del bene,  come potrà il resto 
      del  genere umano,  che non ha fatto nulla,  considerarlo un fratello? 
      Per questo un simile uomo non è degno di vivere. 
      Le loro idee  riguardi  ai  doveri  dei  genitori  e  dei  figli  sono 
      l'opposto  delle  nostre.  Dato  che l'unione dei sessi si fonda sulla 
      grande legge della natura per propagare  e  continuare  la  specie,  i 
      lillipuziani  uomini e donne vanno insieme né più né meno che come gli 
      altri animali, seguendo l'istinto della concupiscenza; l'affetto per i 
      figli deriva quindi dallo stesso principio naturale.  Per  questo  non 
      sfiora  loro il cervello che un figlio debba sentirsi in obbligo verso 
      il padre per averlo generato o verso la  madre  per  averlo  messo  al 
      mondo;  la qual cosa, considerate le miserie della vita, non è, in sé, 
      né un beneficio né un atto di  volontà  dei  genitori,  in  tutt'altre 
      faccende  affaccendati  durante i loro incontri amorosi.  Per questi e 
      simili ragionamenti,  è loro opinione che i genitori siano gli  ultimi 
      fra tutti a meritare la fiducia di una buona educazione dei figli. In 
      ogni città hanno nidi d'infanzia pubblici,  dove tutti i genitori,  ad 
      eccezione dei contadini,  devono inviare i figli di entrambi  i  sessi 
      all'età  di  venti  lune,  quando  si  pensa che abbiano acquisito una 
      qualche propensione all'obbedienza, per essere allevati ed educati. Ci 
      sono scuole di vario genere,  adatte alle diverse condizioni  dei  due 
      sessi, con insegnanti che addestrano i ragazzi a quel tipo di vita che 
      si confà ai loro genitori, sviluppando nel contempo le loro capacità e 
      inclinazioni.  Darò  prima  qualche  notizia  degli asili per maschi e 
      quindi di quelli per femmine. 
      Quelli per maschi di famiglie nobili o elevate sono dotati di  maestri 
      saggi  e  severi  affiancati  da  uno  stuolo  di  assistenti.  Cibo e 
      vestiario sono semplici e privi di ricercatezza.  Gli allievi  vengono 
      allevati  nel rispetto dei principi dell'onore,  della giustizia,  del 
      coraggio, della modestia, della clemenza, della religione e dell'amore 
      per la propria terra;  inoltre si affida loro qualche cosa da fare  in 
      ogni ora del giorno, ad eccezione di quando mangiano e dormono. Questi 
      sono d'altra parte intervalli assai brevi,  ai quali andranno aggiunte 
      due ore di svago, impiegate nel compiere esercizi fisici. Fino all'età 
      di quattro anni ci sono degli uomini a vestirli, dopo di che, malgrado 
      la loro elevata condizione sociale, devono farlo da soli; le donne che 
      svolgono il loro servizio nelle  scuole,  tutte  sui  cinquanta  anni, 
      compiono  soltanto  i servizi più umili.  Ai bambini non è concesso di 
      conversare con la  servitù  e  si  divertono  in  gruppi  più  o  meno 
      numerosi,  sempre  sotto gli occhi di un maestro o del suo assistente. 
      In questo modo si impedisce che ricevano le  deleterie  influenze  del 
      vizio e della follia,  alle quali sono sottoposti i nostri bambini.  I 
      genitori possono far visita ai figli solo due volte all'anno e per non 
      più di un'ora;  è loro concesso di baciarli  solo  all'arrivo  e  alla 
      partenza, mentre il maestro, presente a questi incontri, impedirà loro 
      di  parlare  sottovoce  al  bambino,  di  usare vezzeggiativi nei suoi 
      confronti, di portargli regali, giocattoli, dolciumi e roba simile. 
      La retta per il mantenimento e l'educazione dei figli è a  carico  dei 
      genitori  e,  se  non  viene pagata,  se ne delega la riscossione agli 
      esattori imperiali. 
      Gli asili per i figli della classe media, di mercanti,  commercianti e 
      artigiani sono organizzati,  in proporzione, secondo lo stesso schema; 
      i ragazzi avviati a qualche mestiere,  vanno a  fare  gli  apprendisti 
      all'età  di  sette  anni,  mentre  i  figli  dei notabili continuano a 
      studiare fino a quindici anni,  età che corrisponde a ventuno da  noi, 
      ma la vita di collegio si fa meno rigida durante gli ultimi tre anni. 
      Negli  asili  femminili  le bambine di nobile famiglia vengono educate 
      come  i  maschi,  con  la  sola  differenza  che  vengono  vestite  da 
      inservienti  del loro sesso,  sempre al cospetto del maestro e del suo 
      assistente,  finché non siano in grado di farlo  da  sole  all'età  di 
      cinque anni. Se qualcuna di queste inservienti cede alla tentazione di 
      raccontare  alle  bambine  storie  paurose  o fiabesche,  oppure certi 
      pettegolezzi che le cameriere comunemente divulgano,  vengono frustate 
      in  pubblico per tre volte,  imprigionate per un anno e confinate vita 
      natural durante nelle più squallide contrade del paese. In questo modo 
      si insegna alle fanciulle, come ai maschi, a disprezzare la codardia e 
      la frivolezza e a non curarsi degli ornamenti della  persona  che  non 
      rientrino  nella  normale  decenza  e  pulizia.  Non ho notato nessuna 
      differenza  nella  educazione  dei  due  sessi,  ad  esclusione  degli 
      esercizi  fisici  che,  per le ragazze,  sono meno pesanti e di alcune 
      nozioni di economia domestica impartite loro;  riducendo sensibilmente 
      la  cultura  generale,  la  loro  massima è infatti che,  fra gente di 
      rango,  una moglie deve essere sempre una saggia e piacevole compagna, 
      dal  momento  che  la  sua  giovinezza  non  dura  in  eterno.  Quando 
      raggiungono i dodici anni,  che  è  l'età  del  matrimonio  per  loro, 
      tornano a casa,  mentre ai vivissimi ringraziamenti dei genitori e dei 
      tutori,  nei confronti degli insegnanti,  si unisce il pianto  dirotto 
      delle ragazze che danno l'addio alle compagne. 
      Negli  asili  per bambine di più umile rango si avviano le convittrici 
      ai lavori che appropriati al loro sesso e alla loro condizione. Quelle 
      che fanno le apprendiste, escono a sette anni, le altre restano fino a 
      undici. 
      Le famiglie modeste che tengono i figli in questi istituti, oltre alla 
      retta  annuale  che  per  loro  è  assai  bassa,   devono  fornire  al 
      dispensiere   una   piccola  parte  dei  loro  guadagni  mensili  come 
      sovvenzione al mantenimento della loro prole;  per questo le spese dei 
      genitori  sono limitate dalla legge.  Infatti i lillipuziani ritengono 
      che non ci sia niente di più egoistico degli atti di quella gente che, 
      per soddisfare il proprio piacere, mette al mondo dei figli, lasciando 
      agli altri l'onere di mantenerli.  Le persone di condizione elevata si 
      impegnano  a  destinare una certa somma ad ogni figlio,  a seconda del 
      rango,  e queste somme vengono sempre amministrate con grande senso di 
      economia e giudizio. 
      I  contadini  si tengono i figli a casa e siccome il loro compito è di 
      coltivare la terra,  la loro educazione ha poca importanza per il bene 
      pubblico;  i  vecchi e i malati sono mantenuti in ospizio,  ed infatti 
      l'accattonaggio è un'attività sconosciuta in questo paese. 
      A questo punto non dispiacerà forse, al curioso lettore, avere qualche 
      notizia riguardo le faccende domestiche e le abitudini da  me  seguite 
      durante  il  mio  soggiorno  di  nove  mesi e tredici giorni in questa 
      contrada. Spinto dalla necessità e dal bernoccolo per la meccanica, mi 
      costruii un tavolo ed una sedia abbastanza comodi con gli  alberi  più 
      grandi   del   parco  reale.   Duecento  sarte  vennero  chiamate  per 
      confezionarmi camicie,  lenzuola e tovaglie,  tutte del tipo di stoffa 
      più  robusto e ruvido che fu possibile trovare.  Malgrado ciò,  furono 
      costrette a sovrapporne più strati, perché il tipo più pesante è molto 
      più sottile della nostra tela batista.  La loro tela è  alta  sette  o 
      otto  centimetri e una pezza ha la lunghezza di un metro.  Le sarte mi 
      presero le misure mentre stavo sdraiato per  terra,  l'una  montandomi 
      sul collo e l'altra a mezza gamba,  tirando i capi di una grossa fune, 
      mentre una terza ne  misurava  la  lunghezza  con  un  regolo  di  due 
      centimetri e mezzo. Poi fu loro sufficiente misurarmi la circonferenza 
      del  pollice  destro  perché,  in base ai loro calcoli matematici,  il 
      doppio di questa corrisponde a quella del polso,  e via di seguito per 
      quelle  del  collo  e del torace.  Poi,  seguendo il modello della mia 
      vecchia camicia che distesi per terra,  spianandola da ogni  lato,  mi 
      servirono a pennello.  Furono impiegati anche trecento sarti per farmi 
      gli abiti,  ma essi avevano un altro modo di prendere  le  misure.  Mi 
      fecero mettere in ginocchio ed uno di loro, salito su di una scala che 
      mi arrivava al collo,  lasciò cadere un filo a piombo dall'altezza del 
      colletto fino al suolo,  calcolando in questo modo l'esatta  lunghezza 
      della  giacca;  petto  e  braccia  li  misurai da solo.  Quando furono 
      pronti,  i miei abiti,  la cui confezione venne eseguita in casa  mia, 
      perché   anche  la  più  spaziosa  delle  loro  dimore  sarebbe  stata 
      insufficiente a contenerli,  sembravano uno di quei lavori di rattoppo 
      che  fanno le nostre donne in Inghilterra,  con l'unica differenza che 
      nel mio caso, le toppe erano tutte dello stesso colore. 
      Per prepararmi il pranzo c'erano trecento cuochi, alloggiati in comode 
      casette erette tutto intorno alla mia dimora,  dove  vivevano  con  le 
      loro  famiglie,  con  il  compito  di  prepararmi  ognuno  due piatti. 
      Prendevo in mano venti servitori e  li  posavo  sulla  tavola,  mentre 
      altri  cento aspettavano al suolo,  alcuni con vassoi di carne,  altri 
      con barilotti di vino e di liquori sulle spalle. I venti di sopra,  ad 
      un  mio cenno,  issavano quella roba con un sistema di carrucole assai 
      ingegnoso, come noi solleviamo le brocche d'acqua dai pozzi. Un piatto 
      di carne costituiva per me un boccone e un barilotto di vino una buona 
      sorsata.  Il loro montone non è buono il nostro,  ma la carne di bue è 
      eccellente.  Una volta mi diedero una lombata così grande, che dovetti 
      farla in tre pezzi, ma è un caso molto raro.  I camerieri rimanevano a 
      bocca aperta vedendomi mangiare tutta quella roba, ossa comprese, come 
      da  noi si fa con le allodole.  In un boccone facevo fuori un'oca o un 
      tacchino e vi assicuro che i loro sono molto migliori dei nostri.  Dei 
      volatili  più  piccoli  ne infilavo venti o trenta sulla punta del mio 
      coltello. 
      Un giorno Sua Maestà,  informato delle mie abitudini,  volle avere  il 
      piacere,  come  ebbe la compiacenza di chiamarlo,  di pranzare con me, 
      insieme alla regale consorte e i principi reali d'ambo i sessi. Quando 
      vennero,  li sistemai con i loro seggi regali sul tavolo,  proprio  di 
      fronte a me con le guardie al loro fianco.  Era presente anche il gran 
      tesoriere Flimnap con la bacchetta bianca,  ed ebbi modo di notare che 
      mi  guardava  con  un che di astioso;  ma lì per lì non gli diedi gran 
      peso,  tutto preso a divorare il doppio di quello che ero solito fare, 
      per  rendere  onore alla mia amata patria e per riempire d'ammirazione 
      la corte.  Ho ragione di credere che  questa  visita  privata  di  Sua 
      Maestà  desse  a  Flimnap l'occasione di mettermi in cattiva luce agli 
      occhi del suo signore. Quel ministro, in segreto,  mi era stato sempre 
      ostile,  sebbene  apparentemente ostentasse nei miei confronti maniere 
      assai  più  cordiali  di  quanto  il  suo  carattere   scontroso   gli 
      permettesse abitualmente di fare. Egli illustrò dunque a Sua Maestà le 
      condizioni  grame  in  cui  versavano  le  finanze  e gli disse che si 
      trovava costretto ad emettere prestiti ad interesse altissimo,  che le 
      cedole dello Stato non circolavano al di sotto del nove per cento, che 
      ero  costato  a  Sua Maestà più di un milione e mezzo di "sprugs" (che 
      sono le loro monete auree  più  grosse,  simili  a  pagliuzze)  e  che 
      insomma  sarebbe stato consigliabile che Sua Maestà mi congedasse alla 
      prima occasione. 
      Sento il dovere a questo punto di salvare l'onore di una  nobile  dama 
      che,  senza colpa alcuna, soffrì per causa mia. Il ministro del tesoro 
      si era messo in testa che sua moglie lo tradiva,  istigato da  qualche 
      mala lingua,  secondo la quale lei si sarebbe pazzamente innamorata di 
      me. Anzi, per un certo tempo corse voce a corte che lei sarebbe venuta 
      in segreto a trovarmi. Ora tengo a dichiarare apertamente che questa è 
      un'infamia vergognosa,  priva di ogni fondamento,  tanto più  che  Sua 
      Grazia  si  degnò  sempre  di  trattarmi  con  i segni innocenti della 
      liberalità e dell'amicizia.  Ella venne certo a casa  mia,  ma  sempre 
      pubblicamente e in compagnia di non meno di tre persone,  fra le quali 
      sua sorella, la figlia e qualche amica,  come del resto facevano altre 
      dame di corte. I miei stessi servitori possono inoltre testimoniare se 
      hanno  mai visto una carrozza alla mia porta senza sapere chi ci fosse 
      dentro.  In questi casi,  dopo essere stato avvertito da un servitore, 
      era mia abitudine andare immediatamente alla porta; quindi, presentati 
      i  miei  omaggi,  prendevo  in mano la carrozza con due cavalli (se si 
      trattava un tiro a sei era cura del postiglione staccarne  quattro)  e 
      la  sistemavo  con  attenzione sulla tavola,  attorno alla quale avevo 
      sistemato una barriera mobile,  alta quindici centimetri per prevenire 
      incidenti. Mi è capitato spesso di avere sulla tavola quattro carrozze 
      contemporaneamente,  tutte  piene di gente,  verso le quali mi chinavo 
      dopo essermi seduto sulla mia sedia.  Mentre mi intrattenevo  con  gli 
      occupanti  di  una  carrozza,  i  cocchieri  facevano  girare le altre 
      intorno al tavolo.  Ho  passato  così  molti  pomeriggi  in  piacevoli 
      conversazioni.  Ma  sfido  il gran tesoriere e le sue due spie (di cui 
      dirò i nomi, accada quel che accada), Clustril e Drunlo,  a dimostrare 
      che  qualcuno  sia  venuto  da me in incognito,  eccezion fatta per il 
      segretario Reldresal il quale, come ho detto sopra, veniva in nome del 
      re.  Non mi sarei tanto a lungo soffermato su questi  particolari,  se 
      non  vi fosse coinvolta la reputazione di una nobile signora,  per non 
      dire nulla della mia,  sebbene  allora  mi  fregiassi  del  titolo  di 
      "nardac", che il tesoriere non aveva. 
      Tutti  sanno  infatti  che  lui  è un "glumglum",  un titolo più basso 
      dell'altro, come in Inghilterra un marchese sta ad un duca, quantunque 
      debba riconoscere che lui aveva la precedenza su di me in virtù  della 
      sua carica.  Queste calunnie,  di cui ebbi notizia qualche tempo dopo, 
      per un caso banale sul quale non occorre soffermarsi, fecero sì che il 
      tesoriere si comportasse assai male con la moglie e ancora peggio  con 
      me.  Quando  alla  fine  si accorse dell'errore,  si riconciliò con la 
      consorte,  ma con me i ponti erano ormai rotti  e  dovetti  constatare 
      quanto   la   stessa   simpatia  dell'imperatore  nei  miei  confronti 
      diminuisse rapidamente, tanto era influenzato da quel suo favorito. 
 
 
 
 
 
      7 - INFORMATO CHE SI TESSE UNA TRAMA PER ACCUSARLO DI ALTO TRADIMENTO, 
      L'AUTORE FUGGE A BLEFUSCU. SUE ACCOGLIENZE IN QUELLO STATO. 
 
      Prima di raccontare il modo  in  cui  abbandonai  questo  regno,  sarà 
      necessario  informare  il  lettore  di  un intrigo che per due mesi fu 
      ordito contro di me. 
      Fino ad allora non avevo avuto nessuna consuetudine con le corti, alle 
      quali mi era stato impossibile accedere  a  causa  delle  mie  modeste 
      condizioni.   Avevo   tuttavia  letto  e  sentito  parlare  abbastanza 
      dell'indole dei prìncipi e dei ministri, ma non mi sarei mai aspettato 
      di scoprirne gli effetti più deleteri in un paese così lontano  e  per 
      di  più  governato,  come  credevo,  secondo princìpi opposti a quelli 
      usati in Europa. 
      Mi  stavo  preparando  ad  andare  a  Blefuscu  per   rendere   visita 
      all'imperatore,  quando  un  dignitario di corte,  al quale avevo reso 
      buoni servigi (al momento in cui era caduto in  disgrazia  presso  Sua 
      Maestà),  venne a trovarmi di notte in una lettiga chiusa, chiedendomi 
      udienza senza tuttavia mandare a dire il suo nome. Congedati i lacchè, 
      infilai la portantina  con  dentro  il  dignitario  nel  taschino  del 
      panciotto; poi, dopo avere detto ad un servo fidato che ero indisposto 
      e  che  mi  sarei coricato,  sbarrai la porta di casa e,  come sempre, 
      posai la portantina sul tavolo, sedendomi accanto. Dopo i convenevoli, 
      accortomi che sua signoria era molto turbato gliene chiesi la ragione; 
      lui mi pregò di ascoltarlo pazientemente, perché c'era di mezzo la mia 
      reputazione e la mia vita. 
      Queste che seguono sono le parole che  annotai  diligentemente  subito 
      dopo  la  sua  partenza:  "Devi sapere che il Consiglio della Corona è 
      stato convocato più volte a causa tua e sempre in segreto,  e che  due 
      giorni  or  sono  Sua  Maestà  ha preso una ferma decisione.  Ti sarai 
      accorto che Skyris Bolgolam ("galbet" o alto ammiraglio) è stato, fino 
      dal tuo arrivo,  tuo mortale nemico.  Non conosco l'origine di  questo 
      odio,  ma  è certo che esso,  dopo la strepitosa vittoria su Blefuscu, 
      che ha oscurato la sua fama di ammiraglio,  è  aumentato  enormemente. 
      Sua eminenza l'ammiraglio,  in combutta con il tesoriere  Flimnap,  la 
      cui avversione nei tuoi confronti è nota per la faccenda della moglie, 
      con il generale Limtoc,  il ciambellano Lalcon e  il  giudice  supremo 
      Balmuff  hanno  preparato i capi di accusa contro la tua persona,  per 
      tradimento ed altri delitti che comportano la pena capitale." 
      Questo preambolo mi mise in tale stato di agitazione,  cosciente  come 
      ero dei miei meriti e della mia innocenza, che fui più volte sul punto 
      di interromperlo, ma lui mi ingiunse di fare silenzio, proseguendo con 
      queste  parole: "A rischio della vita e ricordando i favori che mi hai 
      reso,  mi sono  procurato  informazioni  sul  processo  che  si  vuole 
      istruire  a  tuo carico,  insieme a questa copia dove sono riportati i 
      capi di accusa nei tuoi confronti: 
 
      CAPI D'ACCUSA CONTRO QUINBUS FLESTRIN (l'Uomo Montagna). 
      Articolo 1. 
      Premesso che,  a norma dello statuto di Sua  Maestà  Imperiale,  Calin 
      Deffar  Plune,  chiunque sia sorpreso a fare acqua entro i recinti del 
      palazzo reale è passibile dell'imputazione  di  alto  tradimento,  ciò 
      malgrado  il  citato  Quinbus Flestrin,  in flagrante violazione della 
      legge,  col pretesto di spegnere  le  fiamme  nell'appartamento  della 
      amatissima   consorte  imperiale  di  Sua  Maestà,   ha  malevolmente, 
      proditoriamente, diabolicamente soffocato detto incendio scoppiato nel 
      sopracitato appartamento,  sito all'interno dei recinti del menzionato 
      Palazzo  Reale,  per  mezzo  di  getti  di  urina,  violando  le norme 
      statutarie previste nel caso,  eccetera,  eccetera,  in violazione del 
      decreto, eccetera, eccetera. 
      Articolo 2. 
      Il sopradetto Quinbus Flestrin,  dopo che ebbe portato nel porto reale 
      la flotta imperiale di  Blefuscu,  avendo  ricevuto  l'ordine  da  Sua 
      Maestà  di  catturare  tutte  le  altre navi rimanenti a Blefuscu e di 
      degradare quell'impero al rango di Provincia,  per essere governato da 
      un  nostro Viceré,  nonché di distruggere e mettere a morte non solo i 
      Puntalarga esiliati ma  quanti  in  quell'impero  si  rifiutassero  di 
      abiurare   immediatamente   alla  eresia  puntalarghista,   egli,   il 
      sopracitato Flestrin,  comportandosi da infame traditore nei confronti 
      della  benefica e serena Maestà Imperiale,  presentò istanza di essere 
      esonerato da tale servigio,  adducendo il pretesto che  gli  ripugnava 
      forzare  le  coscienze o distruggere la libertà e la vita di un popolo 
      innocente. 
      Articolo 3. 
      Nel quale si ricorda che, mentre erano arrivati gli ambasciatori della 
      corte di Blefuscu per implorare  da  Sua  Maestà  la  pace,  egli,  il 
      sopradetto Flestrin, da vero traditore ribelle, aiutò, appoggiò, offrì 
      ospitalità e ricreazioni ai sopra citati ambasciatori, sebbene fosse a 
      piena  conoscenza  che  costoro erano gli emissari di un principe che, 
      fino a poco tempo prima,  era stato nemico dichiarato  di  Sua  Maestà 
      Imperiale e in guerra con Lui. 
      Articolo 4. 
      Nel  quale si rileva che il detto Quinbus Flestrin,  contravvenendo ai 
      doveri di un suddito fedele,  è in  procinto  di  recarsi  alla  Corte 
      dell'Imperatore  di  Blefuscu,  quantunque  provvisto unicamente di un 
      assenso verbale da parte della nostra Maestà Imperiale;  e in nome  di 
      detto  permesso,  intende intraprendere tale viaggio con animo falso e 
      proditorio,   al  fine  di  recare  aiuto,   sostegno  e   incitamenti 
      all'imperatore  di  Blefuscu,  fino a poco tempo fa nemico e in guerra 
      aperta con la menzionata Maestà Imperiale. 
 
      "Devo dire che ci sono anche altri articoli, ma questi, di cui ti 
      ho  letto  un  estratto,  sono  i  più  importanti.  Certo,   si  deve 
      riconoscere  che durante i numerosi dibattiti per metterti in stato di 
      accusa, Sua Maestà ha più volte dimostrato la sua volontà di clemenza, 
      ricordando i servigi che gli hai prestato e cercando di  attenuare  la 
      gravità  delle  imputazioni.  Ma  l'ammiraglio  e  il  tesoriere hanno 
      insistito che tu sia condannato  ad  una  morte  atroce  e  infamante, 
      proponendo  di  appiccare  il  fuoco alla tua dimora durante la notte, 
      sotto la vigilanza del generale e di ventimila fanti armati di  frecce 
      avvelenate  e pronti a scagliartele sul volto e sulle mani.  Si voleva 
      ordinare in tutta segretezza ai  tuoi  inservienti  di  cospargere  il 
      letto  e  la  biancheria  di succhi velenosi,  capaci di decomporre la 
      carne e di farti morire fra  atroci  sofferenze.  Il  generale  stesso 
      aderì  a  questa  proposta  e per un certo tempo si costituì una salda 
      maggioranza a te sfavorevole. Ma Sua Maestà era deciso, nei limiti del 
      possibile, a risparmiarti la vita e riuscì ad avere dalla sua parte il 
      ciambellano di corte. Fu a questo punto che l'imperatore volle sentire 
      l'opinione di Reldresal,  primo segretario  agli  interni,  che  si  è 
      sempre dimostrato tuo amico.  Le sue parole confermarono l'idea che ti 
      sei fatta di questa persona. Lui riconobbe la gravità delle accuse, ma 
      ricordò nello stesso tempo che si doveva  ricorrere  pur  sempre  alla 
      clemenza,  la  miglior  virtù  di un principe e della quale Sua Maestà 
      poteva di diritto andare fiero.  Disse che era a tutti nota l'amicizia 
      che lo legava a te da tanto tempo e che di conseguenza le sue opinioni 
      potevano sembrare partigiane a quel consesso,  tuttavia, in ossequio a 
      quanto gli era stato richiesto,  avrebbe espresso in piena libertà  le 
      sue  idee.  Disse  allora  che  Sua Maestà,  in riconoscenza dei buoni 
      servigi resi e in ottemperanza alla sua natura misericordiosa, avrebbe 
      dovuto risparmiarti la vita,  limitandosi  a  accecarti  entrambi  gli 
      occhi. Con questa risoluzione egli umilmente credeva che si potesse in 
      qualche modo fare giustizia, mentre tutto il popolo avrebbe applaudito 
      quell'atto  di  clemenza  imperiale,  e  con  esso  la generosità e la 
      giustizia di coloro che hanno  l'onore  di  essere  suoi  consiglieri. 
      Aggiunse  che la perdita della vista non avrebbe in alcun modo ridotta 
      la tua forza,  grazie alla quale sei tanto utile a Sua  Maestà  poiché 
      anzi la cecità aumenta il coraggio, in quanto ci impedisce di vedere i 
      pericoli,  se  è vero che proprio il timore per i tuoi occhi era stato 
      il maggiore ostacolo nel portar via la flotta nemica  e  che,  infine, 
      sarebbe  stato  per  te  sufficiente  vedere  attraverso gli occhi dei 
      ministri, così come fanno anche i monarchi più potenti. 
      "Questa proposta incontrò la  più  intransigente  disapprovazione  del 
      consiglio.  L'ammiraglio  Bolgolam  non  poté trattenere la sua ira e, 
      saltando in piedi su tutte le furie,  disse che non si capacitava come 
      un  segretario  agli  interni osasse proporre di salvare la vita di un 
      traditore;  che i servigi che tu avevi  reso  erano,  proprio  per  la 
      ragion  di stato,  la peggiore aggravante ai tuoi delitti;  che la tua 
      capacità di spegnere incendi orinandovi sopra,  come avevi  fatto  con 
      l'appartamento della regina (azione che,  ricordò con orrore,  avrebbe 
      potuto,  in un'altra occasione,  provocare l'inondazione del  Palazzo; 
      che così come,  grazie alla tua forza, avevi potuto trascinare fin qui 
      la flotta nemica, altrettanto bene avresti potuto riportarla al nemico 
      al primo dissapore che tu avessi avuto con noi;  che infine  aveva  le 
      sue  buone  ragioni  di crederti,  in fondo al cuore,  un Puntalarga e 
      poiché  il  tradimento  cova  nel  cuore  prima  di  manifestarsi,  in 
      conseguenza di ciò ti accusava di tradimento,  insistendo che tu fossi 
      messo a morte. 
      "Della stessa opinione si disse il gran tesoriere.  Mise  in  luce  in 
      quali  misere condizioni si fosse ridotto l'erario,  incapace ormai di 
      fare fronte al tuo mantenimento,  sostenendo inoltre che la  proposta, 
      avanzata dal segretario agli interni,  di cavarti gli occhi,  non solo 
      non costituiva un rimedio contro il danno,  ma avrebbe contribuito  ad 
      accrescerlo.  Ti sarebbe infatti successo come a certi tipi di uccelli 
      che,  una volta accecati,  mangiano il doppio ingrassando rapidamente. 
      Concluse dicendo che Sua Maestà e il Consiglio, tuoi giudici naturali, 
      erano  fermamente  convinti della tua colpevolezza,  di per sé ragione 
      sufficiente per condannarti alla pena capitale,  anche senza le  prove 
      formali richieste dalla lettera della legge. 
      "Ma Sua Maestà Imperiale,  nettamente contrario alla pena di morte, si 
      compiacque graziosamente di osservare che, se il Consiglio riteneva la 
      perdita della vista una punizione  troppo  lieve,  si  sarebbe  potuta 
      aggiungere  ad  essa qualche altra mutilazione.  A questo punto il tuo 
      amico, segretario agli interni, dopo aver chiesto di essere ascoltato, 
      per  replicare  a  quanto  aveva  sostenuto  il  tesoriere  circa   le 
      difficoltà  incontrate  dall'erario  per  mantenerti,  disse  che  Sua 
      Eccellenza,  che era il  solo  a  disporre  delle  rendite  imperiali, 
      avrebbe  potuto  ovviare facilmente a questo inconveniente tagliandoti 
      gradualmente  i  viveri;   grazie  a  questo  espediente  ti   saresti 
      infiacchito  rapidamente,  avresti  perso l'appetito,  consumandoti in 
      pochi mesi dopo di che il puzzo della tua carcassa non  avrebbe  certo 
      costituito un pericolo,  ridotta come sarebbe stata della metà. E poi, 
      subito dopo la tua morte,  cinque o seimila sudditi  avrebbero  dovuto 
      spolparti  le  ossa  in  fretta  e  furia  e seppellire la carne nelle 
      contrade più remote del regno per prevenire epidemie,  mentre  il  tuo 
      scheletro  sarebbe  rimasto  come  un  monumento per l'ammirazione dei 
      posteri. 
      "Fu  così  che  si  giunse  ad  un  compromesso  per  l'amicizia   del 
      segretario.  Si  stabilì dunque di tenere segreto il progetto di farti 
      morire d'inedia, mentre venne verbalizzata la decisione di infliggerti 
      l'accecamento. A questo nessuno si oppose ad eccezione dell'ammiraglio 
      Bolgolam il quale,  istigato dalla regina,  di cui  era  un  favorito, 
      continuò  ad insistere sulla pena di morte.  La regina,  infatti,  non 
      aveva  mai  smesso  di  odiarti  dopo  che  tu  spegnesti   l'incendio 
      nell'infamante ed illegale maniera che sai. 
      "Entro  tre  giorni  il  tuo  amico segretario verrà a leggerti i capi 
      d'accusa e a dimostrarti la grande  clemenza  e  la  simpatia  di  Sua 
      Maestà,  grazie alla quale ti si condanna solamente alla perdita degli 
      occhi; pena, questa, alla quale Sua Maestà è sicuro che ti sottoporrai 
      con animo  grato,  mentre  venti  chirurghi  reali  avranno  cura  che 
      l'operazione, la quale consiste nello scagliarti acuminatissime frecce 
      nei  globi oculari,  mentre te ne starai disteso sul pavimento,  venga 
      eseguita secondo le regole. 
      "Lascio a te prendere le misure più  opportune,  mentre  io,  per  non 
      destare sospetti, devo svignarmela in gran segreto, come sono venuto." 
      Uscita  sua Signoria,  rimasi solo con mille dubbi e incertezze sul da 
      farsi. Secondo un'abitudine introdotta dall'attuale regnante e dal suo 
      ministero  (che  non  trovava  riscontro,  come  mi  fu  detto,  nelle 
      procedure  seguite  nei  tempi  antichi),  dopo  che  la  Corte  aveva 
      decretato un'esecuzione crudele, vuoi per appagare l'ira regale,  o la 
      malvagità  di  qualche  favorito,  l'imperatore  in  persona teneva un 
      discorso al consiglio riunito in seduta plenaria,  nel quale esprimeva 
      la  sua  grande  clemenza e la sua generosità,  come doti conosciute e 
      risapute in tutto il mondo. Questo discorso venne promulgato e diffuso 
      in tutto il reame e nulla diffuse il terrore nella popolazione  quanto 
      i riferimenti encomiastici alla clemenza reale; perché si sapeva ormai 
      molto  bene  che,  quanto  più  si  insisteva e si propagandavano tali 
      encomi,  tanto più  disumana  sarebbe  stata  la  pena,  e  tanto  più 
      innocente l'accusato destinato a subirla. Quanto a me, devo confessare 
      che,  non  essendo  mai  stato  destinato  alla vita di corte,  né per 
      nascita,  né per educazione,  ed essendo quindi un pessimo giudice  in 
      materia,  non  riuscivo  a  capire  dove fosse tutta quella clemenza e 
      quella simpatia alla quale la sentenza  faceva  riferimento;  anzi,  e 
      forse mi sbaglio,  mi sembrava più rigorosa che mite. Più di una volta 
      fui sul punto di accettare il processo,  sperando di poter attenuare i 
      fatti  menzionati  nei  vari  capi  d'accusa,  visto che non li potevo 
      negare;  ma troppe volte in vita mia ho assistito a processi di  stato 
      che  immancabilmente  finivano  secondo le direttive dei giudici,  per 
      affidarmi, nella condizione in cui mi trovavo e con tali nemici, ad un 
      verdetto tanto pericoloso. Per un momento pensai di opporre resistenza 
      perché,  finché fossi rimasto libero,  difficilmente  tutte  le  forze 
      riunite dell'impero avrebbero potuto soggiogarmi,  mentre avrei potuto 
      con estrema facilità  ridurre  in  macerie  la  capitale  a  furia  di 
      sassate.  Eppure  respinsi  con  orrore questa idea,  ricordandomi del 
      giuramento che avevo fatto a Sua Maestà, dei favori che avevo ricevuto 
      da lui, e del titolo di "nardac" che si era degnato di conferirmi.  Né 
      ero entrato a tal punto nel ruolo di cortigiano, da persuadermi che la 
      severità  oggi  dimostratami dall'imperatore avrebbe potuto cancellare 
      tutti gli obblighi contratti nel passato. 
      Alla fine presi una decisione che potrà suscitare qualche  perplessità 
      e  non  a  sproposito;  infatti  ammetto  che devo i miei occhi,  e di 
      conseguenza la libertà, all'avventatezza e alla mancanza d'esperienza, 
      perché,  se avessi conosciuto allora la  vera  natura  di  prìncipi  e 
      ministri, quale poi mi è capitato di osservare in molte altre corti, e 
      i loro modi di trattare prigionieri sotto accusa meno colpevoli di me, 
      mi  sarei  sottoposto  subito  e  di  buon grado ad una condanna tanto 
      lieve.  Ma con l'impulsività propria dei giovani,  avendo il  permesso 
      imperiale  di  far  visita  all'imperatore di Blefuscu,  presi al volo 
      l'occasione prima  dello  scadere  dei  tre  giorni,  comunicando  per 
      lettera al mio amico segretario che sarei partito il giorno stesso per 
      Blefuscu;  senza  attendere  una  risposta,  mi diressi verso la costa 
      dell'isola dove si trovava all'ancora la nostra flotta.  Afferrai  una 
      grossa nave e,  salpate le ancore, legai una corda alla prua poi, dopo 
      essermi spogliato, ci misi gli abiti e la coperta, che tenevo sotto il 
      braccio, e cominciai a trascinarmela dietro, un poi' guadando e un po' 
      nuotando, finché arrivai al porto reale di Blefuscu,  dove la gente mi 
      aspettava da tempo. 
      Due guide mi portarono alla capitale che ha lo stesso nome.  Le portai 
      in mano finché giungemmo a duecento metri  dalle  porte  della  città, 
      quindi  le mandai ad avvertire un segretario di corte del mio arrivo e 
      a riferirgli che attendevo gli ordini di Sua Maestà.  Un'ora più tardi 
      mi fu detto che Sua Maestà con tutta la famiglia reale e gli ufficiali 
      di  corte stavano per venire incontro a ricevermi.  Mi feci avanti per 
      un centinaio di metri e,  mentre Sua Maestà e il seguito scendevano da 
      cavallo  e  l'imperatrice e le dame dalle carrozze,  non mi sembrò che 
      quelle signorie dessero segni di paura o di imbarazzo.  Mi  stesi  per 
      terra per baciare la mano a Sua Altezza e alla consorte imperiale, poi 
      gli  dissi  che  ero  venuto  per mantenere la promessa fatta,  con il 
      permesso del mio padrone, l'imperatore, per avere l'onore di vedere un 
      così potente monarca e offrirgli i miei  servigi,  compatibilmente  ai 
      doveri  che mi legavano al mio sovrano.  Ma non feci alcun riferimento 
      al fatto che ero caduto in disgrazia,  prima di tutto  perché  non  ne 
      avevo  avuto  la  comunicazione ufficiale e dunque avrei potuto essere 
      totalmente all'oscuro dei progetti a mio danno né d'altra parte potevo 
      pensare che l'imperatore di  Lilliput  avrebbe  divulgato  la  notizia 
      mentre  non  ero  in  suo  potere;  su questo ultimo punto,  tuttavia, 
      dovetti accorgermi presto che mi sbagliavo. 
      Non  starò  qui  a   infastidire   il   lettore   con   il   resoconto 
      particolareggiato  del mio ricevimento a corte,  secondo la generosità 
      di un così gran principe;  né ai disagi  che  dovetti  affrontare  per 
      mancanza  di una casa e di un letto,  costretto come fui a dormire per 
      terra avvolto nella mia coperta. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
      8 - GRAZIE AD UN  FORTUNATO  IMPREVISTO  L'AUTORE  TROVA  IL  MODO  DI 
      LASCIARE  BLEFUSCU  E,  DOPO  ALCUNE TRAVERSIE,  TORNA SANO E SALVO IN 
      PATRIA. 
 
      Tre giorni dopo il mio arrivo me ne andavo curiosando verso  la  costa 
      nord  orientale  dell'isola,  quando  vidi  a  mezzo miglio della riva 
      qualcosa che sembrava una barca rovesciata.  Mi levai calze e scarpe e 
      cominciai  a  inoltrarmi  nell'acqua per due o trecento metri,  finché 
      vidi che si trattava proprio di una barca,  che mi veniva incontro con 
      il  flusso  della  marea  e  che  qualche tempesta aveva probabilmente 
      strappato ad una nave.  Tornai subito alla capitale per farmi prestare 
      da Sua Maestà venti dei più alti galeoni che gli erano rimasti dopo la 
      perdita   della   flotta  e  tremila  marinai,   al  comando  del  suo 
      viceammiraglio.  Mentre la flotta  salpava  per  costeggiare  l'isola, 
      raggiunsi con una scorciatoia il posto dove avevo trovato la barca. La 
      marea  l'aveva portata ancora più vicina alla riva.  I marinai d'altra 
      parte erano  tutti  provvisti  di  cordame  che  avevo  in  precedenza 
      attorcigliato  insieme  per renderlo più resistente.  All'arrivo delle 
      navi,  mi spogliai e camminai nell'acqua fino a un cento  metri  dalla 
      barca;  qui fui costretto a fare una bella nuotata per raggiungerla. I 
      marinai mi lanciarono un capo della corda che legai stretta all'anello 
      di prua della barca,  mentre l'altro  capo  venne  legato  a  uno  dei 
      vascelli.  Ma mi sembrò subito una fatica improba, perché non riuscivo 
      a destreggiarmi nell'acqua dove non toccavo.  Dovetti  quindi  nuotare 
      dietro  la  barca,  spingendola  con  una  mano più spesso che potevo, 
      finché,  aiutato dalla marea,  riuscii a raggiungere il punto dove  si 
      toccava.  Mi  fermai  per  prendere  fiato  qualche minuto,  poi detti 
      un'altra spinta alla barca con l'acqua  che  mi  arrivava  ormai  alle 
      ascelle.  Il  più  ormai era fatto e non mi rimase che tirare fuori il 
      cordame stivato in una nave,  legando  la  barca  al  traino  di  nove 
      velieri che mi erano accanto. Con il favore del vento, le mie spinte e 
      il  traino  delle navi,  portammo la barca a non più di quaranta metri 
      dalla riva e qui, aspettata la bassa marea, la trascinai in secco. Con 
      l'aiuto di duemila uomini,  fornii di  corde  e  paranchi,  riuscii  a 
      rimetterla  con la chiglia sulla sabbia e fu allora che mi accorsi che 
      era leggermente danneggiata. 
      Non starò a  seccare  il  lettore  con  la  difficoltà  che  ebbi  nel 
      trasportare  quell'imbarcazione al porto reale di Blefuscu,  facendola 
      scorrere su pali,  la cui preparazione mi  richiese  dieci  giorni  di 
      fatiche;  arrivato  alla  capitale  fui  accolto  da  una grande folla 
      estasiata alla vista di un così enorme vascello.  Dissi all'imperatore 
      che  la  mia  buona  stella  mi aveva fatto imbattere su quella barca, 
      capace di trasportarmi in un qualche  paese  dal  quale  avrei  potuto 
      raggiungere  la  mia  terra  natale,  per  cui  gli  chiesi  di potere 
      usufruire di materiali per  rimetterla  in  sesto  e  di  ottenere  il 
      permesso di partire.  Lui, dopo gentili espressioni di rincrescimento, 
      me lo concesse. 
      Per tutto quel tempo rimasi molto sorpreso che  il  nostro  imperatore 
      non  si  fosse  fatto  vivo  presso  la  corte di Blefuscu con qualche 
      messaggio che riguardasse la mia persona;  in seguito fui segretamente 
      informato che Sua Maestà di Lilliput, ignaro che fossi al corrente del 
      suo  progetto,  era  convinto  che mi fossi recato a Blefuscu solo per 
      mantenere la promessa, e col suo assenso, come era noto a tutti, e che 
      sarei ritornato quando fossero finiti i  festeggiamenti.  Col  passare 
      del tempo,  tuttavia, cominciò a preoccuparsi del mio ritardo per cui, 
      consigliatosi con il gran tesoriere e gli altri della congrega, decise 
      di inviare un messo fidato con una copia delle accuse  a  mio  carico. 
      Questo  emissario avrebbe dovuto presentare all'imperatore di Blefuscu 
      la clemenza del suo padrone,  il quale si era limitato  a  condannarmi 
      alla perdita degli occhi,  comunicandogli inoltre che mi ero sottratto 
      alla giustizia per cui,  se non avessi fatto ritorno  entro  due  ore, 
      sarei  stato  privato  del  titolo di "nardac" e dichiarato traditore. 
      L'emissario aggiunse poi  che,  nel  mutuo  rispetto  e  rafforzamento 
      dell'amicizia  dei  due  paesi,  il  suo  padrone  non dubitava che il 
      fratello di Blefuscu avrebbe fatto in modo di rispedirmi  a  Lilliput, 
      legato mani e piedi,  per subire la punizione che spetta ai traditori. 
      L'imperatore di Blefuscu rifletté per tre giorni,  poi fece  conoscere 
      la sua risposta, piena di cortesia e di scuse, nella quale specificava 
      che,  quanto al fatto di rinviarmi indietro tutto legato, suo fratello 
      sapeva bene che era impossibile; che se pure ero stato io a sottrargli 
      la flotta,  tuttavia si sentiva in debito per quanto  avevo  fatto  al 
      momento di ratificare la pace. Inoltre entrambi i sovrani si sarebbero 
      liberati  ben  presto di me,  poiché avevo rinvenuto sulla spiaggia un 
      enorme vascello,  capace di trasportarmi in mare e  aggiunse  che  lui 
      stesso  aveva ordinato di ripararlo sotto la mia direzione.  In questo 
      modo sperava che in poche settimane entrambi gli imperi  si  sarebbero 
      liberati di una presenza tanto ingombrante. 
      Con  questa  risposta  l'emissario  fu  rinviato  a  Lilliput,  mentre 
      l'imperatore di Blefuscu mi raccontò il tutto a cose fatte, offrendomi 
      allo stesso tempo e in gran segreto la  sua  benevola  protezione,  se 
      avessi voluto restare al suo servizio. Ma sebbene lo ritenessi sincero 
      in  questa  proposta,  ero  ormai deciso a non riporre più fiducia nei 
      principi e nei ministri, almeno fino a quando l'avessi potuto evitare; 
      per cui gli presentai umili scuse,  insieme alla più viva riconoscenza 
      per le sue buone intenzioni. Gli dissi che la buona o cattiva sorte mi 
      aveva   fatto  imbattere  in  una  barca  e  che  preferivo  affidarmi 
      all'oceano,  piuttosto che essere il  pomo  della  discordia  fra  due 
      potenti sovrani.  Non mi sembrò tanto dispiaciuto della mia decisione, 
      anzi, da un certo avvenimento,  capii che il re e i ministri erano più 
      che felici della mia partenza. 
      Tutto  questo  contribuì  ad  affrettare  i preparativi di un commiato 
      molto più imminente di quanto avessi creduto, e non mi mancarono certo 
      gli aiuti della corte, impaziente di vedermi andare via.  Furono messi 
      a  mia  disposizione  cinquecento  sarti per fare le vele della barca, 
      ottenute sovrapponendo tredici strati  del  tessuto  più  robusto  che 
      avevano,  mentre  io  stesso faticai non poco a confezionare cordame e 
      sartie attorcigliando dieci, venti e anche trenta delle loro corde più 
      grosse e robuste.  Per àncora presi  un  pietrone  nel  quale  mi  ero 
      imbattuto  lungo  la spiaggia dopo lunghe ricerche;  per ingrassare la 
      barca mi dettero il sego di trecento buoi. Il difficile fu tagliare le 
      piante più grosse per farne i remi e l'alberatura, ma per fortuna ebbi 
      la collaborazione dei maestri d'ascia reali che levigarono  i  tronchi 
      dopo che li avevo sgrossati. 
      Dopo  un  mese  fu  tutto pronto e mi recai da Sua Maestà per prendere 
      commiato.  Quando l'imperatore uscì dal palazzo con la famiglia reale, 
      mi  distesi  per  baciargli  la mano che lui benevolmente mi tendeva e 
      così feci con  l'imperatrice  e  i  prìncipi.  Sua  Maestà  mi  regalò 
      cinquanta  borse  di  duecento  "sprugs"  ognuna  e  il suo ritratto a 
      grandezza naturale che sistemai subito in uno dei miei  guanti  perché 
      non  si  danneggiasse.  Ma  tante  e  tante  furono le cerimonie della 
      partenza che non voglio star qui a importunare il lettore con la  loro 
      descrizione. 
      Stivai la barca con la carne di un centinaio di buoi, trecento pecore, 
      pane e bevande in proporzione adeguata e tanti cibi precotti quanti ne 
      poterono  confezionare  quattrocento cuochi.  Feci portare sulla barca 
      anche sei  mucche,  due  tori  e  altrettante  pecore  e  montoni  per 
      moltiplicarne la razza nel mio paese; per dar loro da mangiare durante 
      il viaggio mi portai anche un fascio di fieno e un sacchetto di grano. 
      Mi  sarebbe  piaciuto  imbarcare  anche  una  dozzina di indigeni,  ma 
      l'imperatore non me lo avrebbe consentito in nessun modo ed anzi, dopo 
      un'accurata ispezione nelle mie tasche, mi fece giurare sull'onore che 
      non avrei portato via nessuno dei suoi sudditi,  sia pure con il  loro 
      consenso. 
      Sistemata  ogni  cosa  meglio  che  potevo,   salpai  il  ventiquattro 
      settembre 1701 alle sei del mattino e,  dopo  avere  percorso  quattro 
      leghe  in  direzione nord,  sospinto dal vento che spirava da sud-est, 
      alle sei della  sera  vidi  un'isoletta  a  mezza  lega  in  direzione 
      nordoccidentale.  Mi  avvicinai  e  gettai l'àncora dalla parte contro 
      vento di quell'isola che sembrava disabitata;  allora mi  ristorai  un 
      po'  e  mi  misi a dormire.  Riposai della grossa e per sei ore filate 
      perché,  un paio d'ore dopo che mi ero svegliato,  spuntò  il  giorno; 
      feci  colazione  prima del sorgere del sole quindi,  levata l'àncora e 
      con il favore del vento, ripresi il cammino nella direzione del giorno 
      precedente con la guida della bussola  tascabile.  Volevo  raggiungere 
      possibilmente  una  di  quelle  isole  che si trovano a nord-est della 
      terra di Van Diemen.  Per tutta la giornata  non  vidi  nulla,  ma  il 
      giorno  dopo,  verso  le tre del pomeriggio,  quando dai calcoli fatti 
      avevo percorso ventiquattro leghe  da  Blefuscu,  vidi  una  vela  che 
      seguiva una rotta simile alla mia verso sud-est. Lanciai dei richiami, 
      ma non ebbi risposta anche se, col calare del vento, stavo sempre più 
      avvicinandomi.  Cercai  di prendere vento più che potevo finché,  dopo 
      mezzora, si accorsero di me, alzarono la bandiera e spararono un colpo 
      dl cannone.  Mi è difficile trovare le parole per esprimere  la  gioia 
      ddavanti  a quell'inaspettata occasione di rivedere la mia amata terra 
      e gli amati cari che vi avevo lasciati.  La nave ammainò  le  vele  ed 
      accostai  ad  essa  alle sei della sera del 26 settembre.  Il cuore mi 
      balzò in gola al vedere i colori dell'Inghilterra. Mi infilai pecore e 
      mucche nelle tasche della giacca e  salii  a  bordo  col  mio  piccolo 
      carico  di  provviste.  Si trattava di una nave inglese da carico che, 
      attraverso i mari del  nord  e  del  sud,  tornava  dal  Giappone;  il 
      capitano,  persona civilissima ed ottimo marinaio,  era il signor John 
      Biddel di Deptford. Ci trovavamo a trenta gradi di latitudine sud. Fra 
      l'equipaggio di  una  cinquantina  di  persone  incontrai  un  vecchio 
      compagno,  certo Pietro Williams che mi parlò assai bene del capitano. 
      Questi mi trattò infatti con cortesia e  volle  sapere  il  posto  che 
      avevo  lasciato  per  ultimo  e  dove fossi diretto;  risposi in poche 
      parole, ma quello pensò che vaneggiassi e che i pericoli affrontati mi 
      avessero dato di volta al cervello. Al che tirai fuori pecore e mucche 
      dalle tasche e lui, con grande meraviglia, dovette ricredersi.  Allora 
      gli mostrai l'oro che mi aveva donato l'imperatore di Blefuscu, con il 
      ritratto  di  Sua  Maestà  a grandezza naturale e altre rarità di quel 
      paese. Gli detti due borse di duecento "sprugs" ciascuna e gli promisi 
      che,  quando saremmo arrivati in Inghilterra,  gli avrei regalato  una 
      mucca e una pecora pregne. 
      Non  starò ad annoiare il lettore con il resoconto del viaggio che per 
      la  maggior  parte  fu  veramente   propizio.   Arrivammo   ai   Downs 
      nell'Inghilterra  meridionale  il  13 aprile 1702 e devo lamentarmi di 
      una sola disgrazia.  I topi di bordo mi avevano portato via una pecora 
      e  ne  ritrovai le ossa spolpate in un buco.  Portai a terra tutti gli 
      altri animali del mio gregge,  che feci pascolare in un campo da gioco 
      a Greenwich;  trovarono un'erba tenera che mise loro un buon appetito, 
      sebbene avessi temuto il contrario.  Né  mi  sarebbe  stato  possibile 
      tenerli in vita in un così lungo viaggio, se il capitano non mi avesse 
      dato i suoi biscotti più buoni che,  ridotti in polvere e mescolati ad 
      acqua, avevano costituito il loro cibo quotidiano. 
      Durante  il  breve  periodo  che  rimasi  in  Inghilterra,   guadagnai 
      parecchio  mostrando  le  mie  bestie  a persone di rango e,  prima di 
      riprendere il mare  per  il  mio  secondo  viaggio,  le  vendetti  per 
      seicento  sterline.  Quando sono ritornato l'ultima volta,  ho trovato 
      che l'allevamento è assai aumentato,  specie quello delle pecore;  per 
      cui spero che sarà di grande incremento per le manifatture della lana, 
      considerata la finissima qualità del vello. 
      Con  mia  moglie  e  la  famiglia  non rimasi che due mesi,  perché il 
      vivissimo desiderio di scoprire terre  straniere  non  mi  permise  di 
      restare più a lungo. A mia moglie lasciai mille e cinquecento sterline 
      e un buon alloggio a Redriff;  il resto dei miei beni, parte in monete 
      e parte in merci, lo portai con me nella speranza di migliorare le mie 
      sostanze.  Il vecchio zio Giovanni mi aveva lasciato in eredità  della 
      terra  vicino a Epping che rendeva una trentina di sterline l'anno,  e 
      poi avevo affittato il mio terreno,  detto del  Toro  Nero,  a  Fetter 
      Lane, che mi procurava un'analoga somma. Non c'era dunque pericolo che 
      la  mia famiglia rischiasse di dover vivere della carità parrocchiale. 
      Mio figlio Gianni, così chiamato dal nome dello zio,  era un ragazzo a 
      modo e frequentava la scuola,  mia figlia Bettina (oggi sposa e madre) 
      aveva allora l'età in cui si impara l'uncinetto. Presi commiato da mia 
      moglie e dai miei figli,  non senza lacrime da parte  mia  e  loro,  e 
      m'imbarcai   sull'"Avventura",   una   nave   da  carico  di  trecento 
      tonnellate,  comandata dal capitano  Giovanni  Nicholas  di  Liverpool 
      diretta  a  Surat.  Il  resoconto di questo viaggio sarà materia della 
      seconda parte del libro. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
      PARTE SECONDA. 
      VIAGGIO A BROBDINGNAG. 
 
      1 - UNA TEMPESTA TERRIBILE.  IN CERCA D'ACOUA  CON  UNA  LANCIA  SULLA 
      QUALE  SALE  L'AUTORE  PER  ESPLORARE  IL  PAESE.   ABBANDONATO  SULLA 
      SPIAGGIA, VIENE CATTURATO DA UN ABITANTE DEL LUOGO E PORTATO A CASA DI 
      UN AGRICOLTORE. DESCRIZIONE DEGLI ABITANTI. 
 
      La natura e il destino mi hanno sempre costretto ad una vita attiva  e 
      senza  riposo,  tanto  che  a  due  mesi  dal  mio riorno in patria mi 
      imbarcai   nell'Inghilterra   meridionale,    il   20   giugno   1702, 
      sull'"Avventura",  comandata  dal  capitano  Giovanni Nicholas,  della 
      Cornovaglia, diretta a Surat.  Navigammo con il vento in poppa fino al 
      Capo  di  Buona  Speranza,  dove  scendemmo  per  rifornirci  d'acqua. 
      Scoperta una falla,  scaricammo la merce per passare l'inverno in quei 
      posti,  e poiché nel frattempo il capitano si era preso le febbri, non 
      fu possibile riprendere il mare fino alla fine di marzo.  Spiegate  le 
      vele,  facemmo  buon  viaggio  fino  oltre  lo stretto del Madagascar. 
      Quando fummo a nord di quell'isola, a circa cinque gradi di latitudine 
      sud,  sebbene i venti soffino di solito in quei  paraggi  fra  nord  e 
      ovest dall'inizio di dicembre ai primi di maggio, il 19 aprile si alzò 
      un  vento  molto  più  impetuoso  del  solito  che  si mise a soffiare 
      incessantemente da occidente per venti  giorni,  dirottandoci  ad  est 
      delle  isole  Molucche  e  a  circa  tre  gradi  a  nord  della  linea 
      dell'equatore, come rilevò il capitano il 2 di maggio.  Quel giorno il 
      vento cadde e lasciò il posto a una calma assoluta di cui mi rallegrai 
      non poco.  Ma lui,  che aveva sulle spalle la lunga esperienza di quei 
      mari, ci ordinò di prepararci ad affrontare una tempesta che, infatti, 
      non si fece aspettare: il giorno dopo cominciò a soffiare il vento  da 
      sud, chiamato il monsone di mezzogiorno. 
      Prevedendo che si sarebbe presto scatenata una burrasca,  raccogliemmo 
      la vela di tarchia,  pronti ad ammainare quella di trinchetto e poiché 
      volgeva  al  peggio,  ci  assicurammo  che  i  cannoni fossero fissati 
      saldamente e ammainammo l'albero di mezzana.  La nave  si  trovava  al 
      largo  e  così  pensammo che sarebbe stato meglio affrontare i marosi, 
      piuttosto che starcene lì a farci sballottare senza  governo.  Facemmo 
      quindi terzaruolo della vela di trinchetto accodando le scotte, mentre 
      il  timone  stava  con  la  barra tutta a vento.  La nave rispondeva a 
      meraviglia.  Legammo quindi la drizza,  ma la vela era  squarciata  da 
      cima a fondo,  così dovemmo ammainare il pennone,  tirando giù la vela 
      sul ponte e togliendo di mezzo qualsiasi cosa  per  farle  posto.  Era 
      proprio  un  violentissimo  fortunale  e  i  marosi s'infrangevano con 
      pericoloso e insolito vigore.  Alammo la gomena dell'asta della  ghia, 
      cercando di dare una mano al timoniere. Non volevamo infatti ammainare 
      la gabbia di maestra, perché con la sua spinta affrontavamo assai bene 
      le  onde e sapevamo che la gabbia di maestra dava alla nave stabilità, 
      spingendola più sicura verso il mare,  che non ci  mancava  di  certo. 
      Quando  si  placò  la  tempesta,  spiegammo le vele di trinchetto e di 
      maestra, facendo riprendere fiato alla nave.  Venne poi la volta delle 
      vele di mezzana, della gabbia di maestra e di trinchetto. Veleggiavamo 
      a  est-nord-est,  sospinti dal vento di sud-ovest.  Tirammo a bordo le 
      murate di  destra,  mettemmo  fuori  i  bracci  di  sopravvento  e  le 
      mantiglie;  ponemmo in opera i bracci di sottovento, procedendo con le 
      boline ben strette; infine alammo l'attrezzatura di mezzana verso il 
      vento, perché si gonfiasse il più possibile. 
      Durante la tempesta,  seguita da un forte vento di  sud-sud-ovest,  la 
      nave  era stata trascinata,  secondo i calcoli,  per circa cinquecento 
      leghe ad oriente,  tanto che anche il  più  vecchio  dei  marinai  non 
      sapeva capacitarsi in che parte del mondo fossimo andati a finire. Non 
      ci mancavano certo le provviste,  il vascello era solido, l'equipaggio 
      in buona salute,  ma l'acqua era agli sgoccioli.  La cosa migliore era 
      quella di tenere la stessa rotta,  piuttosto che dirigerci più a nord, 
      col pericolo di andare a finire nelle  province  settentrionali  della 
      gran Tartaria o nei mari glaciali. 
      Il  16 giugno 1703 un mozzo annunciò terra dall'albero maestro.  Il 17 
      potemmo vedere distintamente una grande isola  o  un  continente,  non 
      sapevamo  infatti  di  quale dei due si trattasse,  da cui si spingeva 
      verso sud una lingua di terra e un'insenatura dall'acqua troppo  bassa 
      perché  ci  si  potesse  avventurare  una  nave  di  cento tonnellate. 
      Gettammo l'ancora a un miglio dall'insenatura e il capitano mandò  una 
      dozzina dei suoi uomini armati,  in una barca provvista di recipienti, 
      per vedere se c'era dell'acqua dolce. Chiesi il permesso di andare con 
      loro per potere visitare quella terra  e  fare  possibilmente  qualche 
      scoperta. Arrivati a terra non vedemmo né fiumi né sorgenti, né nessun 
      segno di abitanti. Gli uomini si misero quindi a esplorare la spiaggia 
      per scoprire qualche sorgente d'acqua dolce vicino al mare, mentre io, 
      da solo, mi inoltrai per un miglio dalla parte opposta in quella terra 
      desolata e rocciosa. Mi sentivo ormai stanco, e poiché non c'era nulla 
      che  mi  avesse  interessato,  me  ne tornai indietro pian piano verso 
      l'insenaturaa.  Quando fui in vista del mare vidi che gli uomini erano 
      già  risaliti sulla scialuppa e remavano alla disperata verso la nave. 
      Stavo per chiamarli,  ma sarebbe stato vano,  quando  vidi  un  essere 
      enorme  che  arrancava  in  mare  dietro di loro più forte che poteva. 
      L'acqua non gli arrivava oltre i ginocchi e faceva  passi  enormi,  ma 
      loro avevano per fortuna un vantaggio di un mezzo miglio,  e poiché il 
      mare intorno era costellato di scogli acuminati,  il mostro non riuscì 
      a raggiungere la barca. Questo mi fu detto dopo, perché al momento non 
      osai  seguire  le  cose  fino  in  fondo,  ma corsi a perdifiato nella 
      direzione dalla quale ero venuto.  Salii quindi per una ripida collina 
      che  mi aprì una certa visuale sulla campagna circostante.  Questa era 
      coltivata in ogni sua parte,  ma quello  che  mi  stupì  fu  l'altezza 
      dell'erba, forse fieno, capace di superare i sette metri. 
      Capitai in una strada maestra, tale infatti mi sembrava quello che per 
      gli  abitanti  del  luogo  non era che un viottolo attraverso un campo 
      d'orzo,  e mi inoltrai per un tratto,  senza riuscire a vedere nulla o 
      quasi da entrambi i lati, poiché si era ormai all'epoca del raccolto e 
      il  grano  arrivava  almeno  a  tredici metri.  Mi ci volle un'ora per 
      giungere alla fine del campo,  recintato da  una  siepe  alta  più  di 
      trenta  metri  e  con  alberi  così  maestosi  che non mi fu possibile 
      calcolarne l'altezza.  Per passare da  un  campo  all'altro  c'era  un 
      cavalcasiepi  a quattro gradini,  tenuto fermo da un pietrone poggiato 
      sulla sommità.  Non mi sognai nemmeno di dargli la scalata,  perché  i 
      gradini erano alti un due metri e la pietra più di sei.  Stavo appunto 
      cercando un varco nella siepe,  quando vidi all'improvviso un abitante 
      di quel paese nel campo vicino, grande come quello che si era messo ad 
      inseguire  la  barca.  Era  alto  come  un  campanile  e ad ogni passo 
      percorreva,  ad occhio e croce,  una decina di metri.  Pieno di di  un 
      terrore indicibile corsi a nascondermi fra il grano,  da dove lo potei 
      osservare mentre, in cima al cavalcasiepi,  guardava indietro verso il 
      campo  percorso  e  lo udii gridare con una voce molto più alta di uno 
      squillo di tromba; anzi era tale il frastuono che scuoteva l'aria che, 
      in un primo momento,  pensai che si trattasse  di  un  tuono.  Al  che 
      vennero  altri  sette mostri alti come lui armati di falcetti,  ognuno 
      dei quali era largo come sei delle nostre falci messe insieme. Vestiti 
      molto più dimessamente del primo,  sembravano i suoi servi  o  i  suoi 
      contadini e infatti,  al suo comando,  cominciarono a mietere il campo 
      dove mi trovavo.  Cercai di tenermi il più possibile lontano da  loro, 
      ma  i  miei  movimenti  erano  impediti  dagli  steli  del  grano  che 
      lasciavano varchi di non più di trenta centimetri e attraverso i quali 
      cercavo  di  insinuarmi.   Mi  detti  comunque  un  gran  daffare  per 
      raggiungere  una  parte  del  campo  dove il grano era stato abbattuto 
      dalla pioggia e dal vento; ma qui mi fu impossibile proseguire, perché 
      gli steli formavano un groviglio così stretto,  che non mi  permetteva 
      il passaggio; e poi le reste delle spighe abbattute erano così robuste 
      e acuminate che mi bucarono tutto lacerandomi le vesti. Sentii in quel 
      momento  la  voce  dei  mietitori  a  non  più di cento metri alle mie 
      spalle. Allo stremo delle forze, e sopraffatto dalla disperazione,  mi 
      distesi fra due solchi sperando di finire in quel luogo i miei giorni. 
      Compiansi  mia  moglie,  vedova  inconsolabile  e i miei figli orfani, 
      deplorando la follia e  l'ostinazione  che,  contro  gli  avvertimenti 
      degli  amici  e  dei  parenti,  mi avevano portato ad intraprendere un 
      secondo viaggio. Stravolto com'ero, mi venne in mente Lilliput,  i cui 
      abitanti  mi  guardavano  come  il  prodigio più grande che si potesse 
      concepire,  dove potevo tirare  con  una  mano  sola  l'intera  flotta 
      imperiale  e  dove  feci quelle imprese che nelle cronache dell'Impero 
      resteranno a memoria perenne, testimonianza di milioni di uomini per i 
      posteri increduli. Ed ora riflettevo sull'umiliazione che avrei dovuto 
      provare nell'essere un'inezia in quel paese,  quale potrebbe essere un 
      lillipuziano  fra  noi.  Ma  questa  era  in  fondo l'ultima delle mie 
      disgrazie perché,  se è vero che le creature umane sono più selvagge e 
      crudeli  in proporzione alla loro mole,  cosa altro potevo aspettarmi, 
      se non di diventare un boccone per il  primo  di  questi  barbari  che 
      avesse  avuto  la  fortuna  di  acchiapparmi?  Hanno proprio ragione i 
      filosofi,  quando dicono che grande o  piccolo  è  solo  questione  di 
      paragoni;  e  potrebbe  darsi  il caso che i lillipuziani scoprano una 
      qualche terra dove gli abitanti sono rispetto a loro tanto  minuscoli, 
      quanto  loro  lo  erano  nei miei riguardi.  E chi può dire che questa 
      stessa prodigiosa razza di mortali possa essere a sua  volta  superata 
      di  gran  lunga  in  qualche  remota  parte  del  mondo,  di cui nulla 
      sappiamo? 
      Atterrito e confuso com'ero, mi perdevo in queste riflessioni,  quando 
      uno dei mietitori giunse a meno di dieci metri da me. Sapevo ormai che 
      alla  prossima mossa sarei stato schiacciato dal suo piede o tranciato 
      dal suo falcetto per cui, quando quello stava per muoversi, gridai con 
      quanta forza avevo in corpo. Al che quella creatura colossale si fermò 
      di colpo,  ossevò tutt'intorno per un po',  finché mi vide  acquattato 
      per  terra.  Mi  osservò con la cautela di chi cerca di acchiappare un 
      qualche animaletto pericoloso evitandogli di mordere o  di  graffiare, 
      come mi è capitato di fare con le donnole in Inghilterra. Alla fine si 
      azzardò a prendermi dal di dietro, stringendomi la vita fra il pollice 
      e l'indice,  portandomi all'altezza dei suoi occhi e a una distanza di 
      tre metri da essi, per potermi vedere meglio. 
      Capii al volo la sua intenzione e per  fortuna  ebbi  la  presenza  di 
      spirito  di non dibattermi mentre mi sollevava in aria,  quantunque mi 
      stringesse forte ai fianchi per paura che gli scivolassi fra le  dita. 
      Osai  solo  alzare  gli  occhi  al  cielo,  giungendo  le mani in atto 
      supplichevole,  pronunciando poche parole in tono umile e  implorante, 
      adatto  alla condizione in cui mi trovavo,  perché sentivo che in ogni 
      momento mi avrebbe potuto sbattere per terra, come in genere si fa con 
      certi animaletti rabbiosi che si vuole  ammazzare.  Per  fortuna,  lui 
      sembrò  attratto dalla mia voce e dai gesti e cominciò a guardarmi più 
      con curiosità che con sospetto, meravigliato di sentirmi articolare la 
      voce in parole che pure non  poteva  comprendere.  Nel  frattempo  non 
      potei  trattenere  i  gemiti  e  le lacrime,  girando la testa verso i 
      fianchi,  come per fargli capire il dolore che mi procurava la stretta 
      delle sue dita.  Lui sembrò capirmi, perché alzò la falda della giacca 
      deponendomici sopra con delicatezza, mettendosi a correre verso il suo 
      padrone, un facoltoso agricoltore, il primo che avevo visto nel campo. 
      Dopo che il  contadino  ebbe  raccontato  al  suo  padrone  di  avermi 
      trovato,  come  capii  dal  loro  discorso,  quest'ultimo,  presa  una 
      pagliuzza grossa come un bastone da passeggio,  mi alzò le falde della 
      giacca,  perché  forse  credeva che fossero delle protezioni naturali; 
      poi mi soffiò sui capelli per guardarmi meglio il volto. Allora chiamò 
      i vari garzoni e chiese loro se per caso avessero mai visto nei  campi 
      creature  come  me e quindi mi posò pian piano per terra sulle quattro 
      gambe, ma io mi alzai subito in piedi e cominciai a passeggiare avanti 
      e indietro assai lentamente,  come per fare capire a quella gente  che 
      non avevo nessuna intenzione di fuggire.  Loro si sedettero in circolo 
      intorno a me per osservare meglio le mie mosse: mi tolsi il cappello e 
      feci  una  gran  riverenza  verso  l'agricoltore,  poi  m'inginocchiai 
      alzando  le mani e gli occhi al cielo,  parlando più forte che potevo. 
      Tirai fuori di tasca una borsa di monete  d'oro  e  gliela  porsi  con 
      deferenza;  lui la tenne sul palmo della mano, se la portò vicinissima 
      agli occhi per vedere di che cosa si trattava,  poi,  con la punta  di 
      uno  spillo  che  sfilò  da  una  manica,  la rigirò più volte,  senza 
      tuttavia intuire cosa fosse.  Gli feci capire di distendere la mano al 
      suolo  ed allora,  aperta la borsa,  riversai tutto l'oro sulla palma. 
      Conteneva sei scudi spagnoli di quattro pistole l'uno ed altre venti o 
      trenta monete spicciole;  vidi che si bagnava con la saliva  la  punta 
      del  mignolo  per  prendere  una  o  due monete d'oro,  senza tuttavia 
      rendersi conto di che cosa si trattava.  Mi fece  capire  a  segni  di 
      rimettere le monete nella scarsella e la scarsella in tasca,  cosa che 
      pensai opportuno di fare, dopo avergliela offerta più volte. 
      L'agricoltore era ormai certo di  trovarsi  dinanzi  ad  una  creatura 
      dotata di ragione.  Fu così che tentò più volte di parlarmi con quella 
      sua voce che mi rintronava negli orecchi con il frastuono di un mulino 
      a vento,  sebbene le sue parole  fossero  variamente  articolate.  Gli 
      risposi  con  tutto  il  fiato che avevo in corpo,  in diverse lingue, 
      mentre lui avvicinava l'orecchio ad  un  paio  di  metri;  ma  invano, 
      perché  era come se stessimo parlando fra sordi.  Allora mandò i servi 
      di nuovo al lavoro e tirò fuori di tasca il fazzoletto,  spianandolo e 
      piegandolo  in  due  sulla  mano  distesa a terra con la palma rivolta 
      verso l'alto,  facendo segno di saltarci sopra.  Non mi  fu  difficile 
      obbedirgli,  perché  avevo  davanti  uno spessore di non più di trenta 
      centimetri e, per paura di cadere, mi distesi tutto lungo,  mentre lui 
      mi  rimboccò  fino  alla  testa con il rimanente del fazzoletto.  E in 
      questo modo mi portò a casa sua. 
      Appena arrivato,  chiamò sua moglie aprendo il fazzoletto: quella fece 
      uno strillo e un salto indietro,  come fanno le donne alla vista di un 
      ragno o di un rospo.  Ma quando pian pianino  ebbe  preso  un  po'  di 
      confidenza  con  me ed ebbe visto come obbedivo a puntino ai segni che 
      suo marito mi faceva,  si riebbe ed anzi finì per  affezionarmisi.  Si 
      era  ormai  a mezzogiorno e una fantesca portò in tavola il pranzo che 
      consisteva in un'unica portata di  carne,  come  si  fa  in  casa  dei 
      contadini,  in un piatto dal diametro di sette metri.  Quella famiglia 
      era composta dall'agricoltore e da sua moglie,  tre figli e una nonna, 
      una  vecchia  più  di  là  che  di  qua.   Quando  si  furono  seduti, 
      l'agricoltore mi posò a  poca  distanza  da  lui  sulla  tavola,  alla 
      vertiginosa altezza di quasi dieci metri da terra. 
      Per  paura di cadere cercavo di tenermi il più possibile lontano dagli 
      orli. La moglie tagliò uno spilluzzico di carne, poi sminuzzò del pane 
      sul piatto di legno e me lo mise davanti. Mi sentii in dovere di farle 
      una bella riverenza e quindi,  estratti  il  mio  coltello  e  la  mia 
      forchetta,  mi misi a mangiare con un gusto beato. La padrona mandò la 
      fantesca a prendere un bicchierino da liquore della  capacità  di  due 
      galloni  e lo riempì di vino;  presi il vaso con tutte e due le mani e 
      alzando a gran fatica bevvi  alla  salute  della  signora,  urlando  i 
      migliori  ossequi  nella  mia  lingua,  il  che  li fece scoppiare dal 
      ridere,  tanto che rimasi mezzo intontito dal fracasso.  Quel  vinello 
      sapeva di sidro e non era poi male. Allora l'agricoltore mi fece segno 
      di andare vicino al suo piatto, ma mentre camminavo sulla tavola tutto 
      eccitato, come vorrà comprendere il lettore benevolo, inciampai su una 
      crosta cadendo bocconi sulla tovaglia,  senza tuttavia farmi male.  Mi 
      rialzai di scatto  e  vedendo  che  quella  buona  gente  era  rimasta 
      spaventata,  presi il cappello, che tenevo sotto il braccio secondo la 
      buona creanza,  e mulinandolo sopra  il  capo  detti  tre  evviva  per 
      dimostrare che non mi ero fatto niente.  Mentre mi avvicinavo a quello 
      che d'ora in poi chiamerò il mio padrone,  il  più  piccolo  dei  suoi 
      figli,  che  gli sedeva accanto,  un moccioso screanzato di una decina 
      d'anni,  mi sollevò per le gambe tenendomi sospeso tanto in alto,  che 
      tremavo  da  capo  a  piedi;  ma  suo  padre mi strappò dalle sue mani 
      affibbiandogli allo stesso tempo un  tale  ceffone  sull'orecchio,  da 
      scaraventare  a  terra  un  reggimento di cavalleria,  ordinandogli di 
      alzarsi da tavola.  Ma per paura che il bambino se la potesse prendere 
      con  me,  e  conoscendo bene la crudeltà dei bambini nei confronti dei 
      passeri, dei conigli, dei cuccioli di gatti e di cani, mi inginocchiai 
      e, indicando il figlio,  feci capire al mio padrone che lo perdonasse. 
      Il  padre  acconsentì  e  il  bambino riprese il suo posto,  mentre mi 
      avvicinai alla sua mano per baciargliela;  allora  il  padrone  gliela 
      prese costringendolo a farmi una specie di ruvida carezza. 
      Si  era a metà del pranzo,  quando la gatta prediletta balzò in grembo 
      alla padrona di casa.  Sentii un rombo come  avessi  alle  spalle  una 
      dozzina di telai al lavoro e,  girandomi, mi accorsi che erano le fusa 
      del gatto, un animale grande tre volte un bue, come potei capire dalla 
      testa e da una zampa che sporgevano sulla tavola,  mentre  la  padrona 
      gli  dava  da  mangiare  accarezzandolo.  L'aspetto  feroce  di questo 
      animale mi scombussolò tutto,  sebbene mi trovassi dall'altro lato del 
      tavolo a più di quindici metri da lui, e la padrona lo tenesse stretto 
      per paura che,  con un balzo,  mi afferrasse coi suoi artigli.  Ma non 
      c'era alcun pericolo,  perché la gatta non mi  degnò  di  uno  sguardo 
      quando il padrone mi mise a meno di dieci metri da lei.  D'altra parte 
      è un luogo comune  e  un'esperienza  vissuta  personalmente  nei  miei 
      viaggi,  che fuggire o mostrarsi impaurito dinanzi ad un animale, è il 
      modo migliore per farsi inseguire.  Così non detti il minimo segno  di 
      spavento,  mi  misi  anzi a passare e ripassare impettito davanti alla 
      testa della gatta,  sempre più vicino,  finché quella si tirò indietro 
      quasi  avesse  paura  di  me.  Dei  due o tre cani che entrarono nella 
      stanza, e ce ne sono sempre nelle case dei contadini, ebbi ancora meno 
      spavento,  sebbene uno di questi fosse un mastino dalle dimensioni  di 
      quattro elefanti messi insieme e l'altro un levriero, più alto ma meno 
      imponente. 
      Alla fine del pranzo,  entrò la balia con in braccio un poppante di un 
      anno che, dopo avermi osservato per un po',  cominciò a strillare così 
      forte, come fanno i bambini quando si impuntano per qualche capriccio, 
      che  dal  Ponte  di  Londra  le  sue grida si sarebbero sentite fino a 
      Chelsea. Presa da compassione, la madre mi prese e mi porse al bambino 
      il quale, afferratomi per la vita, si ficcò la mia testa in bocca;  mi 
      misi a urlare così forte che il piccino si impaurì e mi lasciò cadere. 
      Mi  sarei senza dubbio rotto l'osso del collo,  se la madre non avesse 
      teso sotto di me il suo grembiule. Per placare il fanciullo,  la balia 
      ricorse  a  un sonaglio,  costituito da una specie di orcio con dentro 
      dei macigni e appeso al collo del poppante con un robusto  canapo.  Ma 
      fu  tutto  inutile,  tanto  che  fu costretta a dargli da poppare come 
      ultimo rimedio.  Devo confessare  di  non  aver  mai  visto  nulla  di 
      ripugnante quanto la sua mostruosa mammella che, per altro, non saprei 
      a che cosa paragonare, per dare al curioso lettore un'idea della mole, 
      della forma e del colore: traboccava per un due metri buoni e ne aveva 
      almeno cinque di circonferenza. Il capezzolo era grosso quanto la metà 
      della mia testa ed era,  come tutta la mammella,  talmente chiazzato e 
      cosparso di  lentiggini  e  pustole,  che  non  c'era  niente  di  più 
      nauseante;  e posso dire di averlo visto molto bene poiché,  mentre la 
      balia se ne stava seduta a dar da poppare a tutto suo agio, mi trovavo 
      sopra la tavola.  Questo spettacolo mi  fece  riflettere  sulla  pelle 
      liscia  e  soave  delle  nostre  donne  che ci appare tanto attraente, 
      perché sono  della  nostra  dimensione,  mentre  i  difetti  sarebbero 
      visibili  solo  attraverso  una  lente di ingrandimento.  L'esperienza 
      infatti ci insegna che anche la pelle più bianca  e  vellutata  appare 
      rugosa, ineguale e piena di chiazze vista a distanza ravvicinata. 
      Mi  ricordo  che  quando  ero  a  Lilliput,  la  carnagione  di quella 
      minuscola gente mi sembrava la più bella di questo mondo ed  anzi,  fu 
      proprio là che, parlando con un dotto mio amico, mi sentii dire che la 
      mia faccia gli appariva assai più bella e liscia quando mi guardava da 
      terra,  di  quanto  lo  fosse  allorché  lo  sollevavo più vicino.  Mi 
      confessò che in questo  caso  gli  si  presentava  davanti  una  vista 
      sconvolgente: grandi crateri mi butteravano la pelle, fra i peli della 
      barba  dieci volte più grossi delle setole d'un cinghiale e le macchie 
      che rendevano disuguale e  ripugnante  la  carnagione,  sebbene  possa 
      asserire  a mio favore di non essermi mai abbronzato granché durante i 
      viaggi e di non essere in fondo un  campione  disonorevole  della  mia 
      razza.  Se  invece  la  discussione  cadeva  sulle  dame  della  corte 
      imperiale,  lui mi diceva che una era lentigginosa,  un'altra aveva la 
      bocca  a  salvadanaro,  un'altra ancora il naso a patata,  mentre a me 
      sembravano  tutte  perfette.  Riconosco  che  si  tratta  di  un'ovvia 
      riflessione, ma ho dovuto pur farla perché il lettore non credesse che 
      queste  creature  fossero deformi;  mentre al contrario sono una razza 
      ben fatta e, specie il mio padrone, sebbene fosse un contadino,  aveva 
      un   portamento   eretto  e  dignitoso,   tratti  gradevoli  e  membra 
      proporzionate, quando lo guardavo dalla distanza di diciotto metri. 
      Finito il  pranzo,  l'agricoltore  uscì  di  casa  per  raggiungere  i 
      braccianti, non senza affidarmi prima alle cure e alla vigilanza della 
      moglie, come capii dalle parole e dai gesti che le rivolse. Ero stanco 
      e avevo un gran sonno,  cosa che lei intuì benissimo, tanto e vero che 
      mi depose sul suo letto coprendomi con un fazzoletto, bianco e pulito, 
      ma più ruvido della vela maestra di un galeone. 
      Dormii per un paio d'ore, durante le quali sognai di essere a casa con 
      mia moglie e con i figli e quando  mi  svegliai  nella  solitudine  di 
      quella stanza enorme, alta fra i sessanta e i novanta metri, larga una 
      cinquantina  e  sperduto in un letto di venti,  sentii più pungente il 
      dolore che avevo nel cuore.  La mia padrona mi aveva chiuso in camera, 
      mentre  accudiva  alle  faccende.  Un  impellente  bisogno mi spinse a 
      tentare di scendere dal letto, ma questo era alto otto metri e d'altra 
      parte pensai fosse inutile mettermi a urlare,  vista la portata  della 
      mia voce e la sterminata distanza che mi divideva dalla cucina dove si 
      trovavano  gli  altri.  Mentre  riflettevo  sul da farsi,  due topi si 
      arrampicarono  su  per  le  coperte  e  cominciarono  a  trotterellare 
      annusando qua e là per il letto.  Uno di loro mi arrivò quasi al viso, 
      al che,  in uno scatto di paura,  sguainai la sciabola per difendermi. 
      Quegli  orrendi  animali ebbero il coraggio di attaccarmi da due parti 
      ed uno di loro osò allungarmi una  zampa  sul  colletto,  ma  ebbi  la 
      presenza  di  spirito  di  squarciargli la pancia prima che mi potesse 
      fare del male. Mi cadde ai piedi esanime e l'altro, vista la sorte del 
      compagno,  sgusciò via non senza essersi beccato  una  sciabolata  sul 
      groppone che gli assestai mentre fuggiva,  facendogli perdere una vera 
      scia di sangue. Dopo questa avventura,  mi misi a camminare lentamente 
      per  il letto per riprendere fiato e recuperare la calma.  Questi topi 
      erano grossi come mastini, ma più famelici e aggressivi, tanto che, se 
      mi fossi tolto il cinturone prima  di  coricarmi,  a  quest'ora  sarei 
      stato  senza dubbio ridotto in poltiglia e divorato.  Misurata la coda 
      del topo morto,  mi accorsi che per un pelo non arrivava ai due metri: 
      mi  si  rivoltava  lo  stomaco  quando,  ancora  sanguinante,  dovetti 
      trascinare via la carogna dal letto.  Oltretutto,  non essendo  ancora 
      morto dovetti finirlo con un fendente sulla collottola. 
      Quando  di  lì  a  poco entrò la padrona e mi vide tutto insanguinato, 
      corse a prendermi per mano. Le indicai il topo morto, facendole capire 
      che non ero ferito;  lei non si teneva dalla contentezza e  chiamò  la 
      fantesca  che,  preso  il  topo  con un paio di molle,  lo gettò dalla 
      finestra.  La padrona mi mise su di un tavolino ed io  ne  approfittai 
      per mostrarle la spada insanguinata che, dopo averla asciugata con una 
      falda della giacca,  rinfilai nel fodero. Avevo da sbrigare un paio di 
      quelle cosette che nessun altro poteva fare al mio posto e per  questo 
      cercai  di  far capire alla padrona che mi mettesse per terra.  Lei mi 
      accontentò,  ed io non potevo far  altro  che  indicarle  la  porta  e 
      inchinarmi  parecchie  volte,  poiché mi vergognavo di farle capire le 
      mie necessità con altri gesti. Alla fine,  e non senza difficoltà,  la 
      buona donna capì ciò che volevo, per cui, presomi di nuovo in mano, mi 
      portò  in  giardino  deponendomi di nuovo per terra.  Corsi a duecento 
      metri di distanza,  le feci segno di non seguirmi e  di  non  guardare 
      dalla mia parte,  poi, nascostomi fra due foglie d'acetosa, mi liberai 
      dei miei bisogni. 
      Spero che il benevolo lettore vorrà scusarmi se mi soffermo su  simili 
      particolari i quali, per quanto insignificanti possano apparire ad una 
      mente  meschina  e volgare,  saranno certamente di valido aiuto per il 
      filosofo che voglia allargare l'orizzonte dei suoi  pensieri  e  della 
      sua  immaginazione  e renderli utili al bene sia pubblico che privato. 
      Nel presentare infatti questa ed  altre  relazioni  dei  miei  viaggi, 
      nelle  quali  raccontato la verità,  senza fare ricorso agli ornamenti 
      della lingua, dello stile e della cultura, è stato questo il mio unico 
      scopo.  Ma proprio questo viaggio mi ha,  nel suo complesso,  talmente 
      colpito  l'immaginazione  e  mi è rimasto così impresso nella memoria, 
      che, trasferendolo nella scrittura, non ho omesso il minimo dettaglio. 
      E' stato solo ad una rilettura  del  mio  scritto  che  ho  cancellato 
      alcuni  passi  di  scarsa  importanza,  per  non  essere  accusato  di 
      raccontare cose noiose e insignificanti, che spesso si imputano, e non 
      a torto, ai racconti dei viaggiatori. 
 
 
      2 - LA FIGLIA DELL'AGRICOLTORE.  L'AUTORE E' PORTATO AL MERCATO E  POI 
      NELLA CAPITALE. I PARTICOLARI DEL VIAGGIO. 
 
      La  mia padrona aveva una figlia di nove anni,  una bambina saggia per 
      la sua età,  che sapeva cucire benissimo e con grazia i vestiti per la 
      bambola.  Lei e sua madre sistemarono la culla della bambola facendone 
      il giaciglio dove potessi trascorrere la notte,  poi misero  la  culla 
      nel cassetto di una credenza e questo fu appeso ad uno scaffale a muro 
      per  paura dei topi.  E per tutto il tempo che rimasi con questa gente 
      fu questo il mio letto che, man mano che riuscivo a farmi capire, resi 
      più comodo. 
      Questa ragazzina era così brava,  che era bastato che mi spogliassi un 
      paio di volte in sua presenza,  perché imparasse subito a vestirmi e a 
      spogliarmi,  anche se evitavo sempre di darle questo fastidio,  appena 
      mi lasciava fare da solo.  Mi confezionò sette camice ed altri capi di 
      biancheria con la stoffa più fine che fu  possibile  trovare,  sebbene 
      fosse più ruvida della tela di sacco. Ed era lei che mi lavava i panni 
      con le sue stesse mani. Inoltre mi faceva da maestra per insegnarmi la 
      loro lingua. Bastava che indicassi un oggetto, che lei me ne diceva il 
      nome  e in pochi giorni fui capace di chiedere qualsiasi cosa volessi. 
      Era di animo buono e,  per la sua età,  non  molto  cresciuta,  poiché 
      arrivava appena a tredici metri. Prima la famiglia, poi l'intero reame 
      mi chiamarono Grildrig,  nome che lei mi aveva dato per prima e simile 
      al latino "nanunculus", all'italiano "omino" e all'inglese "mannikin". 
      Devo a lei la mia sopravvivenza e non ci separammo mai  finché  restai 
      in quel paese. La chiamavo Glumdalclitch, o piccola bambinaia, e sarei 
      un  ingrato se non ricordassi l'attenzione e l'affetto che mi dimostrò 
      sempre,  e inoltre vorrei essere in grado  di  ricompensarla  come  si 
      merita,  invece di essere stato,  come temo,  causa involontaria della 
      sua disgrazia. 
      E nel frattempo si era diffusa in giro la notizia che il  mio  padrone 
      aveva  trovato  nei  campi  uno  strano  animale,   piccolo  come  uno 
      "splaknuck",  ma fatto in tutto e per tutto come un  uomo,  capace  di 
      imitarlo  in ogni azione,  che parlava una lingua tutta sua,  che pure 
      aveva imparato diverse parole della loro,  che camminava su due gambe, 
      si  comportava  in  modo  amabile e mansueto,  rispondeva ai richiami, 
      faceva quello che gli veniva detto,  aveva membra ben proporzionate  e 
      una  carnagione  più  tenera  di  una  bambina  di  tre anni di nobile 
      nascita.  Fu così che un altro agricoltore che abitava vicino  al  mio 
      padrone  ed era suo amico,  venne a farci visita per verificare quanto 
      si diceva in giro.  Mi misero subito in mostra posandomi sulla  tavola 
      dove  camminai ai loro comandi,  sguainai e rinfoderai la spada,  feci 
      l'inchino all'ospite del padrone,  mi rivolsi a lui nella  sua  lingua 
      per  chiedergli come stava e dargli il benvenuto,  seguendo in tutto i 
      suggerimenti della mia piccola bambinaia.  L'ospite,  un vecchio dalla 
      vista  corta,  inforcò un paio d'occhiali per vedermi meglio ed io non 
      potei trattenermi dal ridere di cuore,  perché i suoi occhi sembravano 
      come  una  luna  piena che splende da due finestre contemporaneamente. 
      Gli altri risero con me appena capirono la causa  della  mia  ilarità, 
      sebbene   il   vecchio  fosse  abbastanza  stupido  da  prendersela  e 
      arrabbiarcisi sopra.  Era un dannato spilorcio e  dovetti  constatarlo 
      amaramente,  quando  mise in testa al mio padrone la maledetta idea di 
      mettermi in mostra come un portento alla fiera del villaggio, distante 
      una mezz'ora di cammino e a circa ventidue miglia  dalla  casa.  Capii 
      subito che stavano architettando qualcosa di losco nei miei confronti, 
      quando vidi il mio padrone e il suo amico che parlottavano,  indicando 
      di tanto in tanto dalla mia parte.  In quel clima di paura  mi  sembrò 
      addirittura  di  avere  capito  il senso di alcune loro parole,  ma la 
      mattina seguente fu la mia piccola bambinaia Glumdalclitch a riferirmi 
      il loro piano,  dopo che era riuscita  abilmente  a  far  parlare  sua 
      madre. La povera bambina mi pose in grembo, poi cominciò a piangere di 
      vergogna e di disperazione. Aveva paura che quella gente rozza potesse 
      farmi del male; avrebbero potuto stringermi fino a procurarmi la morte 
      o fracassarmi le ossa nel maneggiarmi.  Lei aveva avuto modo di notare 
      la mia natura ritrosa e quanto fossi suscettibile  nell'onore;  capiva 
      con  quale indignazione avrei affrontato l'idea di essere esibito alla 
      plebaglia, per denaro, come un mostricciattolo da baraccone. Disse che 
      papà e mamma le avevano promesso che sarei stato di sua proprietà,  ma 
      ormai  sapeva  bene  che  sarebbe  successo  come  con quell'agnellino 
      dell'anno scorso che,  una volta ingrassato,  fu venduto al macellaio. 
      Da parte mia, devo dire di essere rimasto molto meno rattristato della 
      mia  bambinaia,  perché  avevo  ben  radicata in me la speranza che un 
      giorno avrei recuperato la  libertà.  Per  quanto  poi  concerneva  la 
      vergogna di essere mostrato come un prodigio, in quel paese mi sentivo 
      totalmente  un estraneo;  e chi mai avrebbe potuto rinfacciarmi quelle 
      sciagure al mio ritorno in Inghilterra,  quando il Re in  persona,  se 
      fosse stato al mio posto, avrebbe dovuto subire lo stesso trattamento? 
      Seguendo il consiglio dell'amico, il padrone mi portò al mercato nella 
      città  vicina  rinchiuso  in  una  scatola,  portando  con sé anche la 
      bambina,  la mia piccola amica,  che fece  salire  davanti  a  sé  sul 
      cavallo.  La  scatola  era  chiusa,  eccetto una porticina dalla quale 
      potevo entrare e  uscire  e  alcuni  fori  fatti  col  succhiello  per 
      permettermi  di  respirare.  La  bimba  aveva  avuto  l'accortezza  di 
      metterci dentro il materassino della bambola perché potessi sdraiarmi, 
      ma nonostante la brevità del percorso,  fui sbatacchiato qua e là  per 
      tutto  il  viaggio.  Non  bisogna  infatti  dimenticare che il cavallo 
      percorreva ad ogni passo la bellezza di dodici metri,  provocando  dei 
      sobbalzi  paragonabili  al  beccheggio  di  una nave in preda alla più 
      furiosa delle tempeste, con una frequenza anche maggiore.  Si trattava 
      di  un  viaggio poco più lungo che andare da Londra a Sant'Albano.  Il 
      mio padrone prese alloggio alla locanda solita e,  dopo  aver  parlato 
      per  un po' con il locandiere e avere sistemato le cose,  prese a nolo 
      un banditore,  o "grultrud",  perché desse notizia per tutta la  città 
      che  alla  locanda  dell'"Aquila  Verde"  era  in  mostra una creatura 
      portentosa,  più piccola di un  "splacnuck"  (un  animaletto  di  quei 
      luoghi assai minuto e lungo un metro e ottanta),  simile in ogni parte 
      del corpo ad un essere umano, fornito di parola e capace di fare mille 
      mossettine. 
      Scelta la stanza più vasta della taverna, mi misero sulla tavola di un 
      trenta metri quadri.  La mia piccola bambinaia si  mise  accanto  alla 
      tavola,  seduta  su  uno  sgabello  per proteggermi e dirmi cosa avrei 
      dovuto fare. Per evitare un sovraffollamento,  il padrone fece entrare 
      solo trenta persone alla volta per assistere allo spettacolo.  Seguivo 
      i comandi della bimba che ora mi diceva di camminare avanti e indietro 
      sul tavolo,  ora mi faceva domande entro i  limiti  delle  parole  che 
      conoscevo e alle quali rispondevo più forte che potevo.  Mi giravo più 
      volte verso gli spettatori,  li ossequiavo,  davo loro il benvenuto  e 
      facevo loro altri discorsetti che avevo imparato. Poi alzavo un ditale 
      pieno  di vino e,  come fosse il mio calice,  bevevo alla loro salute, 
      snudavo la spada mulinandola secondo le mosse della  scherma  inglese, 
      poi, preso un frammento di stoppia dalla bambina, facevo il lancio del 
      giavellotto imparato in gioventù. 
      Insomma  in  tutta  la  giornata  feci  dodici  repliche,  costretto a 
      ripetere sempre le stesse  sciocchezze,  finché  fui  mezzo  morto  di 
      fatica  e  di  rabbia.  Quelli  che avevano assistito allo spettacolo, 
      riferivano tali meraviglie,  e la gente premeva contro la porta  della 
      locanda  per  entrare.  Era  nell'interesse del padrone che nessuno mi 
      toccasse,  ad eccezione della bambina,  e per  questo  aveva  disposto 
      tutt'intorno  al tavolo una fila di panche che mi tenevano fuori della 
      portata degli spettatori. Ci fu comunque uno screanzato di scolaro che 
      mi tirò una nocciolina in testa mancandomi per un pelo. Questa ricadde 
      con tale violenza che, se mi avesse colpito,  mi avrebbe fatto saltare 
      il cervello, perché era grossa quasi come una zucca. Non mi dispiacque 
      certo  vedere quel mascalzoncello preso a pedate e buttato fuori dalla 
      stanza. 
      Alla fine della giornata il mio padrone dichiarò pubblicamente che  mi 
      avrebbe  messo  in  mostra  il  prossimo  giorno di mercato.  Intanto, 
      seguendo le sue cure interessate, il padrone mi costruì un veicolo più 
      confortevole. Infatti ero così stanco dopo il viaggio e dopo aver dato 
      spettacolo per otto ore filate,  che mi reggevo a mala pena in  piedi, 
      senza  avere la forza di pronunciare una parola.  Mi ci vollero almeno 
      tre giorni per riprendermi,  e dire che a casa  non  mi  aspettava  di 
      certo  una  vita  tranquilla,  perché tutti i signorotti del vicinato, 
      sentita  la  novità,   vennero  a  vedermi  a  casa  dell'agricoltore. 
      Entravano  almeno  una  trentina  alla volta,  con mogli e figli (quel 
      paese è infatti assai popoloso) e per mostrarmi il padrone esigeva  il 
      prezzo  della  sala  al  completo,  anche  se  si trattava di una sola 
      famiglia.  Per diverso tempo non ebbi un momento di pace per  tutti  i 
      giorni  della  settimana,  ad  eccezione del mercoledì,  che è il loro 
      giorno di festa. 
      Il padrone,  che cominciava a rendersi conto  di  quali  guadagni  gli 
      avrei  procurato,  decise  di  portarmi a fare il giro delle città più 
      importanti del regno.  Sistemato il  podere,  procuratosi  quanto  era 
      necessario  per un lungo viaggio,  preso commiato dalla moglie,  il 17 
      agosto 1703, a un due mesi dal mio arrivo su quella terra,  il padrone 
      ed  io  ci mettemmo in cammino per la capitale,  situata al centro del 
      regno  e  a  circa  tremila  miglia  dalla  nostra  casa.  Sua  figlia 
      Glumdalclitch  salì sul cavallo dietro di lui,  portando in grembo una 
      cassettina, nella quale ero rinchiuso, che si era legata alla vita. La 
      bambina l'aveva imbottita in ogni lato con  la  stoffa  più  fine  che 
      aveva  potuto  trovare,  poi  ci  aveva  messo dentro il lettino della 
      bambola, coperte e tutto, rendendo l'ambiente il più possibile comodo. 
      Dietro di noi cavalcava, unica nostra compagnia,  un ragazzo di fatica 
      che portava i bagagli. 
      Il padrone avea l'intenzione di presentarsi in tutte le città lungo il 
      cammino,  disposto  anche  a  deviare  dalla  via maestra di cinquanta 
      miglia o del doppio,  per raggiungere quei villaggi o quelle dimore di 
      signorotti, dai quali si aspettava qualche guadagno. Il viaggio non fu 
      poi  tanto  faticoso,  perché  percorrevamo  dalle  centoquaranta alle 
      centosessanta miglia giornaliere;  la  buona  Glumdalclitch,  infatti, 
      ogni  tanto diceva di essere sfinita,  allo scopo di risparmiarmi.  Di 
      quando in quando, su mia richiesta, lei mi faceva uscire dalla scatola 
      per prendere una boccata d'aria e ammirare il paesaggio, pur tenendomi 
      sempre ben stretto al guinzaglio.  Passammo sopra cinque o  sei  fiumi 
      più larghi e più profondi del Nilo o del Gange;  in quella terra anche 
      un ruscello ha la portata del Tamigi al Ponte  di  Londra.  Il  nostro 
      viaggio  durò  dieci  settimane  e organizzammo spettacoli in diciotto 
      città,  senza contare i villaggi e le  case  private.  Il  26  ottobre 
      arrivammo   nella  capitale  che,   nella  loro  lingua,   è  chiamata 
      Lorbrulgrud, o "Orgoglio dell'Universo". Il mio padrone alloggiò nella 
      strada principale, non lontano dal palazzo reale.  Poi cominciò a fare 
      avvisi del solito tipo, con la descrizione della mia persona e del mio 
      ingegno; prese in affitto un salone immenso, ci fece mettere un tavolo 
      del  diametro  di  diciotto  metri,  sul  quale  avrei  tenuto  le mie 
      rappresentazioni,   facendolo  circondare  da  una   palizzata,   tipo 
      ringhiera  alta  due  metri,   perché  non  cadessi  di  sotto.  Detti 
      spettacolo dieci volte al giorno fra l'ammirazione  generale.  Parlavo 
      ormai  la  loro  lingua  decentemente  e  capivo  benissimo  quando mi 
      rivolgevano la parola,  inoltre avevo imparato l'alfabeto e riuscivo a 
      tradurre  anche qualche frase scritta;  infatti Glumdalclitch mi aveva 
      insegnato a leggere quando eravamo a casa e nelle ore  libere  durante 
      il viaggio.  Aveva sempre in tasca un libriccino, non molto più grande 
      di un atlante, che era un manuale di catechismo per bambine, sul quale 
      mi insegnò a riconoscere  le  lettere  e  quindi  ad  interpretare  le 
      parole.