| home | menu | biografia | libri | rom | altipiano | carapigna |
| maestri | biblioteca | shoah | ebraica | benzi | scrittori | cerca libro |
|
|
I viaggi di Gulliver
|
Jonathan Swift.
I VIAGGI DI GULLIVER.
L'EDITORE AL LETTORE.
Il signor Lemuel Gulliver, autore di questi viaggi, è un mio caro,
vecchio amico e parente alla lontana da parte di madre. Tre anni fa il
signor Gulliver, ormai stanco delle continue visite di curiosi alla
sua casa di Redriff, comprò un piccolo appezzamento di terra con una
comoda dimora nei pressi di Newark, nel Nottinghamshire, sua terra
natale, dove si è ritirato a vita privata, fra la considerazione dei
vicini.
Sebbene il signor Gulliver sia nato nel Nottinghamshire, dove viveva
suo padre, l'ho più volte sentito ripetere che la sua famiglia era
originaria della contea di Oxford, tanto è vero che ci sono diverse
tombe ed epitaffi nel cimitero di Banbury, in quella contea, che
portano inciso il nome dei Gulliver.
Prima di lasciare Redriff, mi ha affidato questi fogli, dandomi
libertà di disporne come meglio credessi. Li ho letti con attenzione
tre volte e devo dire che rivelano uno stile chiaro e scorrevole; se
l'autore ha un difetto, è quello di perdersi un po' troppo nei
particolari, come succede ai viaggiatori. Eppure la verità soffia su
ogni pagina ed infatti l'autore stesso era talmente noto come persona
veritiera, che era diventato proverbiale fra i suoi vicini di Redriff,
i quali, per suffragare una loro affermazione, erano soliti aggiungere
che era vera come se l'avesse detta Gulliver.
Su consiglio di stimate persone, alle quali ho sottoposto il
manoscritto con il permesso dell'autore, mi appresto a farlo circolare
fra la gente nella speranza che possa costituire, almeno per un certo
periodo, un'attrattiva per i nostri giovani nobiluomini, più proficua
che non i soliti libelli politici e di partito.
Il libro avrebbe dovuto essere due volte più voluminoso di quello che
è. Infatti ho avuto il coraggio di togliere parecchi brani riguardanti
i venti e le maree, le varie rotte e le deviazioni, il governo della
nave in balìa della tempesta (scritto in gergo marinaresco), nonché le
annotazioni sulle latitudini e sulle longitudini. Forse il signor
Gulliver me ne vorrà un po', ma ho voluto rendere il libro adatto ai
gusti di ogni lettore. Se, in ogni caso, la mia suprema ignoranza
nell'arte nautica mi ha fatto commettere degli errori, me ne assumo
tutta la colpa. Se poi qualche viaggiatore, spinto da curiosità, vorrà
consultare il manoscritto originale, così come mi fu consegnato
dall'autore, sarò felice di metterglielo a disposizione.
Per quanto riguarda i particolari della vita dell'autore, il lettore
avrà modo di conoscerli nella prima parte del libro.
Richard Sympsor.
PARTE PRIMA.
VIAGGIO A LILLIPUT.
1 - L'AUTORE FORNISCE ALCUNE NOTIZIE Dl SE' E DELLA SUA FAMIGLIA.
PRIME NECESSITA' CHE LO SPINGONO A VIAGGIARE. FA NAUFRAGIO E NUOTA PER
SALVARSI. APPRODA SANO E SALVO NEL PAESE Dl LILLIPUT, VIENE CATTURATO
E PORTATO ALL'INTERNO.
Mio padre aveva una piccola tenuta nel Nottinghamshire ed io ero il
terzo di cinque figli. All'età di quattordici anni mi mandò allo
Emanuel College di Cambridge dove passai tre anni dedicandomi agli
studi senza distrazione, ma poiché il peso del mio mantenimento,
malgrado l'esiguità dei soldi che mi mandava, si faceva troppo oneroso
per i suoi scarsi mezzi, mi mise come apprendista da James Bates,
rinomato chirurgo di Londra, col quale restai quattro anni. Le piccole
somme che mio padre mi mandava di tanto in tanto le impiegai per
imparare l'arte della navigazione ed altri rami della matematica,
utili per coloro che intendono navigare, poiché ritenevo che proprio
questo sarebbe stato, prima o poi, il mi destino. Lasciato il signor
Bates, tornai da mio padre e qui, col suo aiuto, quello dello zio
Giovanni e di altri parenti, raggranellai quaranta sterline e
l'impegno di altre trenta all'anno per mantenermi a Leida. Per due
anni e sette mesi vi studiai medicina, conoscendone l'utilità nei
lunghi viaggi.
Subito dopo essere tornato da Leida, il mio buon maestro Bates mi fece
ottenere il posto di chirurgo sulla "Rondine", comandata dal capitano
Abramo Pannell, con il quale rimasi tre anni e mezzo facendo uno o due
viaggi nel levante e in altri paesi. Al mio ritorno, incoraggiato
anche dal maestro Bates, decisi di stabilirmi a Londra e lui stesso mi
mandò diversi pazienti. Alloggiai in una casetta nell'Old Jury; poi,
dal momento che mi consigliarono di cambiare tenore di vita, presi in
moglie Maria Burton, seconda figlia di Edmondo Burton, calzettaio in
via Newgate, che portò con sé quattrocento sterline di dote.
Ma gli affari cominciarono a andare male con la morte del buon maestro
Bates, avvenuta due anni dopo; inoltre avevo pochi amici e non mi
reggeva il cuore di seguire l'esempio dei metodi disonesti di troppi
fra i miei colleghi. Per cui, consigliatomi con mia moglie ed alcuni
amici, decisi di riprendere la via del mare. Fui chirurgo, l'una dopo
l'altra, in due navi e per sei anni feci parecchi viaggi nelle Indie
Orientali e Occidentali, grazie ai quali incrementai un po' le mie
sostanze. Impiegavo il tempo libero leggendo i classici, antichi e
moderni, dei quali mi portavo sempre dietro un buon numero di opere;
quando ero a terra osservavo i costumi e la natura della gente e ne
studiavo le lingue, nelle quali ero particolarmente versato, grazie ad
una memoria di ferro.
Dopo l'ultimo di questi viaggi, che si era rivelato poco redditizio,
mi venne la nausea del mare; e poi cresceva in me il desiderio di
starmene a casa con mia moglie e la mia famigliola. Traslocai dunque
dall'Old Jury a Fetter Lane e di qui a Wapping, nella speranza di
trovare lavoro fra i marinai, senza per altro ottenerne alcun
guadagno. Dopo avere atteso per tre anni che le cose volgessero al
meglio, accettai la vantaggiosa offerta del capitano Guglielmo
Prichard, comandante dell'"Antilope", in procinto di partire per i
mari del sud. Salpammo da Bristol il 4 maggio 1699 e il viaggio
all'iniio si svolse favorevolmente.
Vi sono buone ragioni per non stare a seccare il lettore con i
particolari delle nostre avventure in quei mari; basterà informarlo
che, al momento di andare da quei posti alle Indie Orientali, una
violenta tempesta ci trasportò a nord-ovest della terra di Van Diemen.
Secondo le misurazioni ci trovavamo a 30 gradi e 2 primi di latitudine
sud. Dodici membri della ciurma se n'erano andati al creatore per le
fatiche sovrumane e il rancio avariato, il resto versava in pessime
condizioni. Il 5 novembre, che da quelle parti coincide con l'inizio
dell'estate, in una giornata di foschia, i marinai scorsero uno
scoglio a non più di mezza gomena dalla nave verso il quale ci
sospingeva inesorabilmente il vento: ci spaccammo in due tronconi. In
sei della ciurma calammo in mare una scialuppa e ci mettemmo a vogare
per allontanarci dalla nave e dallo scoglio. Secondo i calcoli remammo
per circa tre leghe fino ad esaurire quelle poche forze che ci erano
rimaste, dopo il massacrante governo della nave. Ci affidammo alla
mercé delle onde, ma in capo a mezzora un'improvvisa raffica di
settentrione rovesciò la scialuppa. Non so cosa capitò ai miei
compagni della barca, né a quelli che avevano cercato scampo sullo
scoglio, né infine agli altri che erano rimasti sulla nave. L'unica
deduzione che posso trarre è che siano tutti morti.
Quanto a me, nuotai affidandomi alla fortuna, mentre il vento e la
corrente mi spingevano avanti. Di tanto in tanto lasciavo scendere
verso il fondo le gambe, senza riuscire a toccare. Quando ero ormai
sfinito e incapace di lottare sentii che toccavo, mentre la burrasca
si era un po' placata. Il pendio del fondale era così dolce, che mi ci
volle un miglio di cammino prima di raggiungere la riva e calcolai che
a quell'ora dovevano essere le otto di sera. Mi addentrai per circa
mezzo miglio senza riuscire a scoprire il minimo segno di case e di
abitanti o almeno ero così stremato, da non riuscire a scorgerli. Ero
terribilmente stanco, inoltre il caldo e quasi mezza pinta di
acquavite tracannata prima di lasciare la nave, mi avevano messo
addosso un gran sonno. Mi distesi sull'erba bassa e tenera dove dormii
così profondamente, come mai mi era capitato, per nove ore filate,
perché quando mi svegliai era giorno pieno.
Cercai di alzarmi, ma non riuscii a muovermi poiché, addormentatomi
supino, mi sentii le braccia e le gambe legate da entrambe le parti
alla terra e così i capelli che avevo lunghi e folti. Sentivo che
molti legacci sottili mi attraversavano il corpo dalle ascelle alle
cosce. Riuscivo solo a guardare in alto, mentre il sole cresceva
abbagliandomi gli occhi. Sentivo un rumore confuso ai fianchi, ma
nella posizione in cui ero disteso non vedevo altro che il cielo. Di
lì a poco sentii che qualcosa di vivo si muoveva sulla mia gamba,
saliva pian piano sul petto fino ad arrivarmi al mento. Guardando in
basso come meglio potevo, mi accorsi che si trattava di una creatura
umana, alta non più di quindici centimetri, con arco, frecce e la
faretra sulla schiena. Intanto sentivo che almeno una quarantina della
stessa specie venivano dietro alla prima. Stupefatto al massimo,
gridai tanto forte che quelli se la squagliarono in preda al terrore
ed alcuni, come poi mi fu detto, rimasero feriti saltando a terra dal
mio corpo. Non tardarono a farsi sotto di nuovo e uno di loro, che si
era arrischiato a venirmi tanto vicino da potere scorgere tutto il mio
volto, alzando gli occhi e le braccia al cielo in segno di
ammirazione, gridò con voce stridula ma distinta: "Hekinah Degul!"
Gli altri ripeterono quelle parole parecchie volte, ma allora non
sapevo che cosa volessero dire. Per tutto quel tempo rimasi in una
posizione assai scomoda, come il lettore può immaginare. Alla fine,
divincolandomi per liberarmi, riuscii a rompere i legacci e a svellere
i pioli che mi tenevano il braccio sinistro legato a terra. Infatti,
sollevandolo all'altezza del viso, scoprii il modo con cui mi avevano
legato e così, con un violento strattone che mi fece un gran male,
allentai le cordicelle che mi tenevano la testa piegata sulla
sinistra. Ora potevo girare un tantino la testa. Ma quegli esseri
fuggirono di nuovo prima che potessi afferrarli; al che ci fu un gran
vociare in tono acutissimo e, appena cessato, sentii uno di loro
gridare forte: "Tolgo Phonac!". Un momento dopo sentii un centinaio di
frecce che mi piovevano sulla mano sinistra, pungenti come aghi,
mentre quelli ne lanciavano in aria un altro nugolo, come noi facciamo
in Europa con i mortai; per cui penso che molte mi ricadessero sul
corpo, sebbene non le avvertissi, ed altre sulla faccia che mi
affrettai a coprire con la sinistra. Esaurito questo scroscio di
frecce, emisi un gemito di dolore e poiché tentavo ancora di
liberarmi, ne scaricarono un'altra bordata più nutrita della
precedente, mentre alcuni di loro cercavano di infilzarmi nei fianchi.
Avevo addosso, per fortuna, un giubbetto di cuoio che loro non
potevano forare.
Pensai che fosse più prudente starmene fermo almeno fino a notte
fonda, quando con la mano sinistra già sciolta avrei potuto liberarmi
completamente. In quanto agli indigeni, avevo ragione di credere che
avrei potuto sostenere i più grandi eserciti che mi avrebbero mandato
contro, se erano tutti delle dimensioni di quello che avevo visto. Ma
le cose si sarebbero svolte in modo diverso. Quando quella gente vide
che me ne stavo fermo, smisero di lanciare frecce. Dal crescente
rumore capivo che la folla aumentava; inoltre a circa tre metri dal
mio orecchio sentii battere per oltre un'ora, come se stessero facendo
qualche lavoro; girando la testa da quella parte, per quel poco che mi
era concesso da corde e pioli, vidi che avevano innalzato un palco
alto un mezzo metro da terra, capace di ospitare quattro di quelle
persone, con due o tre scale per salirci sopra. Da lì uno di costoro,
che sembrava un personaggio importante, mi rivolse un lungo discorso
del quale non capii un'acca. Ma avrei dovuto ricordare che, prima di
cominciare il suo discorso, quel dignitario aveva gridato per tre
volte: "Langro dehul san" (parole, queste, che insieme alle precedenti
mi furono poi ripetute e spiegate). Al che si erano fatte avanti una
cinquantina di persone per tagliare le cordicelle che mi tenevano
legata la testa dal lato sinistro. Potei allora girarmi a destra per
osservare l'aspetto e i gesti dell'oratore. Sembrava di mezza età e
più alto dei tre accompagnatori dei quali uno era un paggio che gli
reggeva lo strascico, alto non più del mio dito medio, mentre gli
altri gli stavano ai fianchi per sostenerlo. Conosceva bene l'arte
dell'oratoria, infatti non mi sfuggirono retorici appelli di minacce,
uniti ad altri di promesse, pietà e benevolenza.
Risposi con brevi parole e in tono di sottomissione, alzando gli occhi
e la mano sinistra al cielo, come per invocarlo a mio testimonio; poi,
affamato come ero per non avere mandato giù un boccone da quando avevo
abbandonato la nave, spinto dai morsi sempre più laceranti della fame,
persi la pazienza e (contro ogni regola di buona creanza) mi portai
più volte la mano alla bocca per dimostrare che avevo bisogno di cibo.
Lo "hurgo" (così chiamano un gran personaggio, come poi venni a
sapere) mi capì a volo, scese dal palco e comandò che mi appoggiassero
le scale ai lati del corpo. Più di un centinaio di persone salirono su
trascinando fino alla mia bocca panieri colmi di cibo, raccolto e là
inviato appena il re aveva avuto notizia della mia esistenza. C'erano
carni di diversi tipi di animali, che tuttavia non riuscii a
riconoscere dal gusto. C'erano spallette, cosci e lombi simili a
quelli di montone, ben cucinati ma più piccoli delle ali di allodola.
Ne mangiai due o tre alla volta con altrettante pagnotte, grandi come
pallini da sparo. Mi avvicinavano il cibo più svelti che potevano,
mostrando in mille modi la loro meraviglia e lo stupore dinanzi alla
mia mole smisurata e all'appetito che dimostravo. Allora feci loro
intendere che avevo sete. Si rendevano conto che, da quanto avevo
mangiato, non mi sarebbe stata sufficiente una piccola quantità; per
cui, da quel popolo ingegnoso che erano, imbracarono con grande
abilità una delle botti più grosse che avevano, la fecero rotolare
verso la mia mano e ne tolsero il coperchio. La vuotai con una sorsata
perché conteneva una mezza pinta scarsa di un vinello sul tipo del
Borgogna, ma anche più delizioso. Me ne portarono una seconda che
trangugiai come la prima, poi feci segno che ne volevo ancora, ma loro
avevano finito le scorte.
Compiuti che ebbi questi prodigi, loro si misero a gridare di gioia e
a ballarmi sul petto, ripetendo più volte, come avevano fatto prima:
"Hekinah Degul!". Mi fecero capire a segni che potevo buttare giù le
botti, ma prima avvertirono la gente di fare largo gridando a gran
voce: "Borach Mivola!". E quando le videro volare in aria, scoppiarono
in un generale "Hekinah Degul!". Confesso che più di una volta mi
venne la tentazione di afferrarne una quarantina o una cinquantina,
quando, nel loro andirivieni sul mio corpo, mi venivano a portata di
mano, e di scaraventarli giù a terra. Ma il ricordo di quanto avevo
provato, che con ogni probabilità non era il peggio di quanto potevano
farmi, nonché la parola d'onore in cui mi ero impegnato,
sottomettendomi loro palesemente, cacciarono quelle fantasie. Né
potevo dimenticare che ora mi trovavo legato a quel popolo dalle
consuetudini dell'ospitalità, trattato com'ero stato con tanta
larghezza e dovizia di mezzi. Comunque non finivo mai di
meravigliarmi, in cuor mio, del coraggio di quei minuscoli mortali che
avevano osato salire sul mio corpo e camminarci sopra, pur essendo a
portata della mano che avevo libera, senza dar segno del minimo
spavento alla vista di un essere mostruoso quale dovevo apparire loro.
Dopo qualche tempo, visto che non richiedevo altro cibo, mi venne
davanti un personaggio di alto rango inviato da Sua Maestà Imperiale.
Salitomi sullo stinco destro, Sua Eccellenza camminò fino al mio volto
con un seguito di dodici persone poi, presentatemi le credenziali con
sigillo reale, che mi ficcò sotto gli occhi, parlò per una decina di
minuti senza il minimo accento d'ira, ma con fermezza, accennando
spesso in una direzione, che poi capii essere quella della capitale.
Essa distava un mezzo miglio e dovevo esservi portato per decisione
unanime del re e del suo Consiglio. Risposi poche parole senza
risultato e feci un segno con la mano libera, portandomela sull'altra
legata ma passando sopra Sua Eccellenza e il suo seguito per non
travolgerli, e quindi indicando sia la testa che il corpo, cercando di
far capire che volevo essere liberato. Lui sembrò capirmi al volo
perché scosse la testa in segno di diniego e allungò le mani in modo
tale da farmi capire che dovevo essere trasportato come un
prigioniero. Volle però farmi capire con altri segni che avrei avuto
altro cibo e altre bevande e un ottimo trattamento. Al che pensai di
rompere di nuovo i legacci, ma quando mi toccò riassaggiare il
bruciore delle loro frecce sul volto e sulle mani che si erano coperti
di vesciche, con ancora molti dardi che di lì penzolavano, avendo
notato che nel frattempo il numero dei nemici era cresciuto, feci loro
capire, a furia di gesti, che avrebbero potuto fare di me quello che
volevano.
Allora lo "hurgo" e il suo seguito si allontanarono con grande dignità
ed aria soddisfatta. Poco dopo sentii un grido generale e le parole
"Peplom Selan" che venivano ripetute in continuazione mentre avvertivo
che un gran numero di persone stava allentando le corde dal lato
sinistro del mio corpo. Mi fu così possibile rigirarmi sul fianco
destro per fare acqua in grande quantità fra lo stupore della folla la
quale, intuito dai miei movimenti quel che stavo per fare, si aprì in
due facendo un bel largo per evitare il torrente che cadeva con tanto
fragore e irruenza. Poco prima mi avevano spalmato il volto e le mani
di unguento odoroso che, in un batter d'occhio, mi aveva fatto sparire
il bruciore causato dalle freccie. Se si aggiunge a questo calmante il
ristoro che avevo avuto dal cibo e dalle bevande, entrambi
nutrientissimi, si capirà come mi sentissi predisposto al sonno.
Dormii, come poi mi dissero, otto ore filate e non c'è da
meravigliarsene, perché i medici del re avevano allungato il vino
delle botti con una buona dose di sonnifero.
Sembrava che, fin dal momento in cui mi avevano visto dormire per
terra dopo l'approdo, il re fosse stato avvertito da un veloce
corriere e che avesse stabilito in consiglio di farmi legare nel modo
che ho già descritto (ordine che venne eseguito durante la notte,
mentre ero sprofondato nel sonno), di inviare una gran quantità di
vettovaglie e di preparare una macchina da traino per trasportarmi
nella capitale.
Questa decisione potrà forse sembrare temeraria e non priva di rischi
e spero che nessun principe europeo vorrà, presentandoglisi una simile
occasione, seguirne l'esempio; tuttavia la ritenni molto saggia e
generosa. Se infatti questa gente, profittando del mio sonno, avesse
tentato di farmi fuori con i loro dardi e i loro giavellotti, mi sarei
svegliato alla prima sensazione di bruciore. Allora avrei spezzato le
corde che mi legavano, spinto da una rabbia e una forza incontenibili
e loro, non essendo in grado di oppormi una valida resistenza, non
avrebbero potuto aspettarsi alcuna pietà.
Questo popolo eccelle nella matematica e ha raggiunto la massima
perfezione nelle arti meccaniche, con il favore e l'incoraggiamento
dell'imperatore, noto mecenate della cultura. Questo principe possiede
molte macchine montate su ruote per il trasporto di alberi e di altra
roba molto pesante. Spesso fa costruire le navi da guerra, che possono
raggiungere la lunghezza di quasi due metri, in mezzo ai boschi dove
crescono gli alberi più grossi, e le fa quindi trasportare con queste
macchine per tre o quattrocento metri fino al mare. Furono dunque
ingaggiati cinquecento fra carpentieri ed ingegneri per allestire il
più grande traino che avessero mai costruito: un'armatura di legno
alta dal suolo otto centimetri, lunga due metri e larga uno e venti,
che scorreva su ventidue ruote. Il grido che avevo sentito salutava
l'arrivo di questa macchina, che sembra fosse stata costruita nelle
quattro ore che seguirono al mio approdo. Me la sistemarono di fianco
per tutta la mia lunghezza, ma la difficoltà maggiore consisteva nel
sollevarmi e depormi sopra il veicolo. Allora gli operai innalzarono
ottanta pertiche di trenta centimetri, quindi si dettero ad imbracarmi
il collo, le mani, il corpo e le gambe con delle fasce che venivano
sollevate da corde, grosse come spaghi, che avevano altrettanti
arpioni ad ogni capo. Novecento fra gli uomini più robusti, scelti per
quello scopo, tiravano le corde con l'aiuto di carrucole legate alla
sommità delle pertiche. Fu così che in meno di tre ore fui sollevato e
sospeso su quella macchina alla quale mi legarono saldamente. Tutto
questo mi fu raccontato perché, mentre veniva eseguita l'intera
manovra, dormivo saporitamente sotto l'effetto di quella pozione che
avevano mescolato al vino. Ci vollero millecinquecento cavalli, alti
dieci centimetri o quasi, per trasportarmi alla capitale che, come ho
già detto, era lontana un mezzo miglio.
Eravamo in cammino da quattro ore, quando mi svegliai per un incidente
veramente ridicolo. Il veicolo si era fermato per non so quale
intoppo, quando due o tre giovinastri, presi dalla curiosità di
osservarmi durante il sonno, saltarono sul mio corpo avanzando pian
pianino fino al viso. Qui uno di loro, un ufficiale delle guardie,
ficcatami la punta aguzza della sua alabarda dentro la narice sinistra
mi fece il solletico come se fosse una pagliuzza, costringendomi a
starnutire fragorosamente. Loro se la svignarono senza essere visti,
ed io seppi solo tre settimane dopo quale era stata la causa che mi
aveva svegliato di soprassalto. Per il resto del giorno continuammo la
marcia, mentre ci fermammo di notte. Avevo ai lati cinquecento
soldati, alcuni con torce e altri con archi e frecce, pronti a tirarmi
addosso se avessi tentato di muovermi.
All'alba del giorno dopo riprendemmo il cammino e verso mezzogiorno
arrivammo a meno di duecento metri dalle porte della città.
L'imperatore e la corte ci vennero incontro, tuttavia i dignitari non
permisero che Sua Maestà mettesse a repentaglio la vita salendomi sul
corpo.
Nel luogo in cui ci fermammo c'era un antico tempio considerato il più
grande di tutto il reame. Profanato anni prima da un delitto orribile,
la gente lo considerava, nel suo zelo religioso, sconsacrato e aveva
finito per destinarlo ad uso comune, dopo avere portato via gli arredi
e gli oggetti dl culto. Fu deciso che avrei alloggiato in questo
edificio. L'immenso portale che dava a nord, alto un metro e venti e
largo più di mezzo, mi permetteva di infilarmi dentro facilmente. Ai
lati del portale c'erano due finestrine, a non più di quindici
centimetri da terra, e dentro quella di sinistra i fabbri del re
gettarono novantun catene, simili a quelle che pendono dagli orologi
delle signore in Europa e altrettanto grosse; esse vennero fissate
alla mia gamba sinistra con trentasei chiavistelli. Davanti al tempio,
a circa sei metri dall'altro lato della strada, c'era una torre alta
un metro e mezzo. Mi dissero che lì era salito il re con i principali
dignitari di corte per vedermi, ma io non riuscivo a scorgerli. Si
calcola che non meno di centomila persone fossero uscite dalla città
con lo stesso scopo e che, a dispetto delle guardie, non meno di
diecimila alla volta mi salissero sopra con l'aiuto di scale. Ma fu
emesso un proclama che lo proibiva, pena la morte. Quando gli operai
furono sicuri che non avrei spezzato le catene, tagliarono le corde
che mi legavano ed io mi alzai in piedi con un animo così depresso
come non avevo mai avuto in vita mia. Non si può esprimere il clamore
e lo stupore della gente quando mi vide in piedi e poi camminare. Le
catene che mi trattenevano la gamba sinistra erano lunghe un due metri
e mi consentivano non solo di camminare avanti e indietro e in
semicerchio, ma, fissate come erano a un dieci centimetri dalla porta,
mi permettevano di sgusciare dentro al tempio e distendermi per tutta
la mia lunghezza.
2 - L'IMPERATORE DI LILLIPUT CON IL SEGUITO VA A VISITARE L'AUTORE NEL
SUO CONFINO. DESCRIZIONE DELL'IMPERATORE E DEL SUO VESTITO. SI
DESIGNANO DEI SAGGI PERCHE' INSEGNINO ALL'AUTORE LA LINGUA. QUESTI SI
GUADAGNA LA SIMPATIA CON IL SUO MITE TEMPERAMENTO. GLI VENGONO FRUGATE
LE TASCHE E SEQUESTRATE LA SPADA E LE PISTOLE.
Quando fui in piedi mi guardai intorno e devo dire di non avere mai
visto un panorama tanto ameno. Tutto in giro la campagna sembrava un
giardino senza limiti in cui i campi recintati, dell'ampiezza di una
dozzina di metri, parevano essere altrettante aiuole di fiori. Ai
campi si alternavano boschi alti una mezza pertica i cui alberi più
maestosi, a mio giudizio, non superavano i due metri. Ed ecco apparire
a sinistra la città che sembrava una di quelle scene dipinte sui
sipari teatrali.
Da diverse ore sentivo sempre più impellente la necessità di liberarmi
e non c'era da meravigliarsene perché non lo facevo da due giorni. Mi
trovavo dunque alle strette fra il bisogno e la vergogna. La miglior
cosa da fare fu quella di scivolare dentro casa e, dopo essermi chiusa
la porta alle spalle, di inoltrarmi per tutta la lunghezza della
catena e sgomberare il ventre di quel peso molesto. Questa fu l'unica
volta in cui mi macchiai di un'azione tanto poco pulita e voglio
sperare che il lettore imparziale mi considererà con indulgenza, dopo
avere soppesato con giudizio non avventato ed equanime, la situazione
e le angustie in cui mi trovavo. In seguito fu mia costante abitudine
di sbrigare tali faccende appena sveglio e all'aria aperta, lontano
quanto me lo permetteva la catena. Inoltre tutte le mattine, prima
dell'arrivo della gente, avevo preso la precauzione di fare portare
via quella materia spiacevole da due servi adibiti a tale servizio e
muniti di carriole. Non mi sarei tanto a lungo soffermato su un
dettaglio che, a prima vista, può apparire trascurabile, se non avessi
ritenuto necessario giustificarmi con la gente in fatto di pulizia
personale, argomento sul quale, come mi è stato riferito, qualche
maligno ha avuto da ridire sia in questa che in altre occasioni.
Conclusa questa tormentata faccenda, uscii di casa perché avevo
bisogno d'aria pura. L'imperatore era già disceso dalla torre e mi
veniva incontro sul suo cavallo, azione che avrebbe potuto costargli
cara perché la bestia, per quanto bene addestrata, ma non abituata
alla vista di una montagna che le si muoveva davanti, si impennò
imbizzarrita. Il principe tuttavia, che era un ottimo cavallerizzo, si
tenne in sella dando modo ai palafrenieri di accorrere subito e di
prendere le briglie e quindi smontò. Quando fu a terra mi guardò con
grande ammirazione, tenendosi sempre oltre la lunghezza della catena.
Poi ordinò a cuochi e maggiordomi, che erano già pronti, di portarmi
da bere e da mangiare e loro spinsero verso di me, piano piano, le
varie cibarie su certi carretti fino a che potei afferrarli. Presi
quei carretti in mano e li vuotai di un colpo: venti erano pieni di
carne e dieci di vino. I primi si esaurirono in un paio di bocconi,
mentre bevvi in un unico sorso il vino di dieci giare di creta
contenute su un carro e così feci con il resto.
L'imperatrice e i principi di sangue di entrambi i sessi sedevano a
distanza nelle loro portantine, accompagnati da diverse dame del
seguito; tuttavia quando avvenne l'incidente del cavallo del re,
scesero e gli andarono tutti intorno. Descriverò ora la persona del
sovrano. La sua statura supera quella di qualsiasi altro a corte, di
quasi un'unghia, e basta questo a incutere riverenza in chiunque sia
al suo cospetto. Ha tratti decisi e mascolini, labbro austriaco, naso
aquilino, pelle olivastra, portamento eretto, corpo e membra
proporzionati, maniere aggraziate e andamento maestoso. Aveva ormai
superato la giovinezza con i suoi ventotto anni suonati e durante gli
ultimi sette aveva regnato riportando vittorie militari, nella
generale prosperità del paese. Per vederlo meglio, mi distesi su un
fianco in modo che il mio volto fosse all'altezza del suo, mentre
stava in piedi a soli tre metri di distanza. D'altra parte mi capitò
da allora in poi di prenderlo in mano tante volte, che non mi sbaglio
nel farne la descrizione. Aveva un abito semplice e disadorno, fra
l'asiatico e l'europeo, ma in testa portava un elmo leggero, d'oro,
ornato di gemme e con una piuma sulla cima. Teneva in mano, pronto a
difendersi in caso avessi rotto le catene, la spada sguainata lunga
otto centimetri, con l'impugnatura e il fodero tempestati di diamanti.
Aveva la voce acuta ma chiara in ogni articolazione, tanto che lo
sentivo bene anche quando stavo in piedi. Le signore e i cortigiani
erano vestiti in modo sfarzoso, e il posto che essi occupavano
sembrava, nel suo insieme, una gonna distesa al suolo, ricamata con
figure d'oro e d'argento.
Sua Maestà Imperiale mi rivolse più volte la parola e io gli risposi,
anche se nessuno dei due riuscì a capire una sillaba. Come potei
dedurre dai loro vestiti, c'erano anche parecchi preti e avvocati ai
quali fu ordinato di parlarmi e io stesso mi rivolsi a loro in tutte
quelle lingue in cui riesco a spiccicare almeno due parole in fila,
quali il tedesco e il fiammingo, il latino, il francese, lo spagnolo,
l'italiano e la lingua franca. Fu tutto inutile. Dopo due ore la corte
si ritirò e mi lasciarono in compagnia di un nutrito corpo di guardia
con l'ordine di fronteggiare l'impertinenza e il malanimo della
plebaglia, che non vedeva l'ora di affollarmisi intorno il più vicino
possibile. Qualcuno della folla ebbe perfino l'impudenza di scagliarmi
addosso qualche freccia, mentre me ne stavo seduto per terra accanto
alla porta di casa, una delle quali mi sfiorò un occhio. Allora il
colonnello fece acciuffare sei dei caporioni e la migliore punizione
gli sembrò quella di consegnarmeli legati. L'operazione fu eseguita
dai soldati che me li spinsero davanti con il calcio delle picche. Li
presi tutti insieme con la destra poi ne infilai cinque nella tasca
della giacca; il sesto lo guardai come se avessi voluto mangiarlo
vivo. Il poveraccio urlava terribilmente mentre il colonnello e le
guardie stavano sulle spine, specialmente quando mi videro estrarre il
temperino. Ma li tranquillizzai subito guardando con dolcezza quel
disgraziato e tagliando le corde con cui era legato. Poi lo misi per
terra e lui se la dette a gambe. Agli altri riservai lo stesso
trattamento, tirandoli fuori uno ad uno di tasca; potei osservare che
con quell'atto di clemenza mi ero guadagnato la riconoscenza dei
soldati e della gente, il che ebbe il suo peso quando fu riferito a
corte.
Sul fare della notte entrai con qualche difficoltà in casa e mi
distesi per terra; continuai così per una quindicina di giorni,
durante i quali l'imperatore ordinò che mi fosse preparato un letto.
Portarono seicento letti di comune grandezza per mezzo di carri e
furono montati nella mia abitazione. Centocinquanta cuciti insieme
vennero a costituire un'unica piazza di lunghezza e larghezza
appropriate, e anche se i rimanenti furono ammassati in quattro
strati, non trovai una grande differenza con il pavimento di pietra
dura. Con gli stessi criteri mi fornirono anche di lenzuoli, coltroni
e coperte, vere delizie per chi, come me, si era da tempo abituato ad
ogni privazione.
Col diffondersi della notizia del mio arrivo per tutto il reame, venne
a vedermi un numero incredibile di ricchi, di fannulloni e di curiosi,
tanto che i villaggi erano diventati quasi deserti e ne avrebbero
risentito la coltivazione dei campi e le faccende domestiche, se Sua
Maestà Imperiale non vi avesse messo un freno con proclami e decreti.
Prescrisse infatti che quanti mi avevano visto se ne tornassero a
casa, e che non dovevano permettersi di avvicinarsi a meno di
cinquanta metri dalla mia abitazione, senza il permesso della Corte;
il che portò ai segretari di stato mance cospicue.
Nel frattempo l'imperatore teneva frequenti riunioni di governo per
discutere quale decisione prendere nei miei confronti e un amico mio,
persona di rango e molto addentro nelle segrete cose, mi assicurò che
la Corte si trovava in notevoli difficoltà per causa mia. Temevano che
riuscissi a liberarmi, e che mantenermi fosse un costo spropositato e
tale da causare una carestia. A volte prendevano la decisione di farmi
morire di fame o almeno di tirarmi frecce avvelenate sulle mani e sul
volto, che mi avrebbero spacciato in quattro e quattr'otto; ma
dovevano poi considerare che il puzzo di una così immensa carcassa
avrebbe potuto diffondere la peste nella capitale e probabilmente in
tutto il paese. Nel bel mezzo di questi dibattiti, diversi ufficiali
dell'esercito si presentarono alla porta del salone del consiglio. I
due che furono ammessi fecero un resoconto della mia condotta nei
confronti dei sopra citati criminali. Questo suscitò un'impressione
così favorevole in Sua Maestà e nell'intero consiglio, che venne
nominata una commissione imperiale col compito di far consegnare
quotidianamente, da parte di tutti i villaggi entro un raggio di
novecento metri, sei buoi, quaranta pecore ed altre derrate per il mio
sostentamento, insieme ad una quantità proporzionale di pane, vino ed
altre bevande. Per il pagamento dovuto, Sua Maestà emise assegni
garantiti dal tesoro della corona, dal momento che questo sovrano vive
soprattutto delle sue rendite e raramente, e solo in occasioni
eccezionali, impone tasse ai suoi sudditi, i quali sono comunque
tenuti a seguirlo in guerra a loro spese.
Venne istituito inoltre un corpo di seicento persone con la funzione
di farmi da domestici, ai quali furono concessi salari appropriati al
loro mantenimento e dei padiglioni costruiti appositamente ai lati
della mia porta. Fu poi ordinato a trecento sarti di farmi un abito
secondo la moda di quel paese; che sei studiosi, fra i più famosi di
quelli di Sua Maestà, si dedicassero ad insegnarmi la loro lingua, ed
infine che i cavalli dell'imperatore, quelli della nobiltà e del corpo
di guardia si addestrassero al mio cospetto per abituarsi alla mia
mole. Eseguiti come di dovere tutti questi decreti, feci grandi
progressi nella loro lingua in circa tre settimane, durante le quali
Sua Maestà mi onorò di parecchie visite, compiacendosi di collaborare
alla mia istruzione con i maestri. Cominciavamo già a conversare in
qualche modo e le prime parole che imparai furono per esprimergli il
mio desiderio di riavere, mercé sua, la libertà, e glielo ripetei
quotidianamente in ginocchio. Lui mi rispose, come potei capire, che
sarebbe stata una questione di tempo ed in ogni caso impensabile senza
il consenso del Consiglio della corona, infine che per prima cosa
dovevo: "Lumos Kelmin pesso desmar lon Emposo", cioè giurare un
accordo con lui e il suo regno; che comunque sarei stato trattato con
ogni cortesia e mi consigliava di guadagnarmi la stima sua e dei suoi
sudditi con la pazienza e la riservatezza. Desiderava inoltre che non
me la prendessi a male se avesse dato l'ordine ai suoi ufficiali di
perquisirmi, poteva darsi che avessi addosso diverse armi, pericolose
specie se proporzionate alla grandezza della mia persona. Risposi che
il desiderio di Sua Maestà poteva ritenersi esaudito, poiché ero
pronto a spogliarmi e a rovesciare le tasche in sua presenza. Glielo
feci capire parte a parole, parte a segni. Lui replicò che, secondo le
leggi del regno, dovevo essere perquisito da due ufficiali e, dal
momento che si rendeva perfettamente conto che tutto ciò non poteva
essere eseguito senza il mio consenso ed il mio aiuto, aveva una così
alta stima della mia generosità e del mio senso di giustizia, da
affidare alle mie mani i suoi ispettori. Qualunque cosa mi avessero
sequestrato, mi sarebbe stata restituita al momento di lasciare la
loro terra, o comunque ripagata al prezzo che avrei ritenuto di dover
fissare.
Presi in mano i due ufficiali e li misi prima nelle tasche della
giacca e quindi in tutte le altre tasche che avevo, ad eccezione di
due taschini ed una tasca segreta che non desideravo farmi
ispezionare, contenenti cosucce di mia necessità e di nessun interesse
per loro. In uno dei taschini avevo un orologio d'argento e nell'altro
un borsello con poche monete d'oro. Questi gentiluomini, forniti di
carta, penne e calamai, stesero un preciso inventario di tutto ciò che
avevano visto, poi, dopo aver terminato, mi chiesero di deporli
nuovamente a terra per consegnarlo all'imperatore. In seguito tradussi
nella nostra lingua quell'inventario che suona, parola per parola,
così:
"In primis, nella tasca destra della giacca del Grande Uomo Montagna
(così ho interpretato le parole 'Quinbus Flestrin') abbiamo rinvenuto,
dopo scrupolosa ispezione, null'altro che un pezzo smisurato di stoffa
grossolana, largo a sufficienza per far da tappeto nel salone del
trono di Sua Maestà. Nella tasca sinistra abbiamo visto una
mastodontica cassa d'argento, con coperchio dello stesso metallo, che
noi ispettori non riuscimmo a sollevare. Dopo avergli chiesto di
aprirlo, uno di noi balzò dentro e si trovò fino a metà gamba in una
specie di polvere che, sollevandosi fino al nostro viso, ci fece
entrambi ripetutamente starnutire. Nella tasca destra del panciotto
abbiamo trovato un fascio enorme di fogli di una materia bianca e
sottile, ripiegati l'uno sull'altro, della grandezza di tre uomini
almeno e tenuti insieme da un grossissimo canapo; sopra avevano delle
figure nere che riteniamo essere la scrittura, ciascuna lettera della
quale è grande quanto il palmo della nostra mano. In quella sinistra
c'era una specie di strumento costituito da una ventina di lunghi pali
che scaturivano da un'unica trave, molto simili alla palizzata che si
trova davanti alla corte di Sua Maestà. Con questo strumento pensiamo
che l'Uomo Montagna si pettini i capelli, anche se è solo un'ipotesi,
perché non lo abbiamo mai infastidito con domande, dal momento che ci
facevamo intendere con difficoltà. Nel tascone destro del suo
coprimezzo (traduco così la parola 'ranfu-lo' con cui chiamavano i
calzoni) abbiamo visto una colonna di ferro vuota, lunga quanto un
uomo, legata ad un pezzo di legno duro e più massiccio della colonna,
dalla quale sporgevano di lato un paio di congegni di ferro dalla
forma strana, di cui non conosciamo la funzione. Nella tasca sinistra
c'era una macchina identica a questa. Nella tasca più piccola della
parte destra c'erano diverse baiaffe piatte e rotonde di metallo
bianco e rosso, di vario peso; alcune di quelle bianche, che
sembravano d'argento, erano così larghe e pesanti che il mio compagno
ed io facevamo fatica a sollevarle. Nella tasca sinistra c'erano due
colonne nere di forma irregolare; riuscimmo ad arrivarci in cima solo
con gran difficoltà, poiché eravamo in fondo alla tasca. Una di queste
era coperta e sembrava fatta di un solo pezzo, mentre all'estremità
dell'altra spuntava qualcosa di bianco e rotondo, grosso due volte la
nostra testa. Dentro ognuna di queste stava rinchiusa un'enorme lama
di acciaio che, su nostra ingiunzione, lui ci mostrò. Temevamo infatti
che fossero macchine pericolose. Lui le tirò fuori dagli astucci e ci
disse che al suo paese con una ci si radeva la barba e con l'altra ci
si tagliava la carne. C'erano poi due taschini nei quali non fummo
capaci di insinuarci, perché erano come due fenditure taglienti alla
sommità del coprimezzo, tenute aderenti dalla pressione della pancia.
Dal taschino destro pendeva una pesante catena d'argento con appesa
una macchina straordinaria. Gli facemmo cenno di estrarre quel che
stava attaccato al capo della catena: si trattava di un globo per metà
d'argento e per metà di un metallo trasparente attraverso il quale si
potevano vedere strane figure disposte in cerchio. Pensavamo di
poterle toccare, ma le nostre dita non andarono oltre quella materia
traslucida. Ci mise agli orecchi quella macchina che faceva un rumore
incessante, come quello di un mulino. Pensiamo che si tratti di
qualche bestia sconosciuta o del dio che lui adora, siamo anzi
favorevoli a questa seconda ipotesi, perché ci assicurò (se abbiamo
capito bene quel che ci disse, dal momento che si esprimeva in maniera
assai scorretta) che raramente intraprendeva qualche azione senza
prima averlo consultato. L'ha definito il suo oracolo, dicendo che gli
indicava il momento giusto per ogni azione. Dal taschino sinistro tirò
fuori una rete grande quasi quanto quella di un pescatore, studiata in
modo da potersi aprire e chiudere come un borsello ed infatti gli
serviva a questo scopo; ci trovammo diversi pezzi di un metallo giallo
e massiccio i quali, se fossero veramente d'oro, ammonterebbero ad una
somma favolosa.
"Ispezionate in questo modo tutte le tasche, in ottemperanza al volere
di Sua Maestà, osservammo che portava intorno alla vita una cintura
fatta con la pelle di qualche animale che doveva essere stato immenso
e dalla quale, a sinistra, pendeva una spada della lunghezza di cinque
uomini e, a destra, una borsa o sacchetto a due scomparti, ognuno dei
quali era capace di contenere tre sudditi di Sua Maestà. In uno di
questi scomparti c'erano delle palle o globi di un metallo
pesantissimo, della dimensione della nostra testa, che solo una mano
robusta riusciva a sollevare; nell'altro un mucchio di certi granelli
neri, non di gran mole né troppo pesanti, poiché ne potevamo tenere
una cinquantina sul palmo della mano.
"Questo è l'esatto inventario di quanto abbiamo rinvenuto addosso
all'Uomo Montagna, il quale ha avuto con noi maniere di grande
cortesia e il rispetto dovuto ad una commissione di Sua Maestà.
Firmato e apposto il sigillo il quarto giorno della ottantanovesima
luna del fausto regno di Sua Maestà.
Clefren Frelock, Marsi Frelock."
Letto l'inventario al cospetto dell'imperatore, questi mi ordinò di
consegnare i diversi oggetti. Per prima cosa mi chiese la sciabola,
che staccai, fodero e tutto. Nel frattempo ordinò ad un suo esercito
di tremila uomini scelti di circondarmi a distanza, con archi e frecce
pronte a scoccare; ma non ci feci attenzione perché tenevo gli occhi
fissi sull'imperatore. Lui volle allora che sguainassi la sciabola
che, per quanto si fosse un po' arrugginita in mare era in molti
tratti ancora sfavillante: le truppe emisero un boato fra il terrore e
la sorpresa, perché ai raggi del sole i riflessi della sciabola, che
facevo ondeggiare qua e là, abbagliavano i loro occhi. Sua Maestà, che
è un principe magnanimo, rimase meno sbigottito di quanto credessi e
mi ordinò di rinfoderarla e di metterla per terra pian pianino, a
circa sei piedi dall'estremità della mia catena. Poi volle una delle
colonne di ferro cavo, cioè le mie pistole da tasca. Le tirai fuori e
quindi, per esaudire il suo desiderio, gliene spiegai l'uso meglio che
potevo, poi, caricatane una a salve (per fortuna il sacchetto ben
chiuso aveva impedito alla polvere di bagnarsi, secondo un
accorgimento che i prudenti marinai sanno di dover prendere) misi in
guardia l'imperatore di non spaventarsi e la scaricai in aria. Questa
volta vi fu uno sbalordimento assai più grande di quello espresso alla
vista della sciabola. Caddero a terra a centinaia, come fossero stati
colpiti a morte, e perfino l'imperatore, per quanto avesse solo
barcollato, per un certo tempo non riuscì a riaversi. Così come avevo
fatto con la sciabola, consegnai entrambe le pistole e quindi il
sacchetto della polvere e delle palle, non senza averlo prima messo in
guardia che questo doveva stare lontano dal fuoco, capace com'era di
incendiarsi alla minima scintilla e di fare saltare in aria il palazzo
imperiale. Gli consegnai anche l'orologio, che l'imperatore era
curiosissimo di vedere. Lui allora ordinò a due fra i più alti soldati
delle guardie, di infilarlo in una pertica e portarlo a spalla, come
fanno in Inghilterra i garzoni con le botti di birra. Era stupito nel
sentire il continuo rumore e nel vedere la lancetta dei minuti che si
muoveva; lui infatti riusciva a scorgerne il moto distintamente,
perché quel popolo ha una vista molto più acuta della nostra. Chiese
il parere dei saggi che lo circondavano che risposero in maniera
evasiva e lontana dal vero, come il lettore può ben comprendere senza
che debba ripetermi, tanto più che non riuscii a capirli del tutto. Fu
poi la volta delle monete d'argento e di rame, del borsello con nove
grosse monete d'oro ed altre più piccole, del pettine, della
tabacchiera d'argento, del fazzoletto e del giornale di bordo.
Sciabola, pistole e sacchetto di munizioni furono trasportati con
carri all'arsenale di Sua Maestà, mentre le altre cose mi furono
restituite.
Come ho già detto sopra, avevo una tasca segreta che era loro sfuggita
nella quale tenevo un paio di occhiali (che metto a volte, perché ho
la vista debole), un cannocchiale tascabile e diverse altre cosucce
che, sapendo che non avrebbero avuto nessuna importanza per
l'imperatore, non mi sentii in dovere di mostrare, pur rispettando la
parola data; e poi temevo che le avrei perdute o che si sarebbero
danneggiate una volta non più in mano mia.
3 - L'AUTORE FA DIVERTIRE L'IMPERATORE E I NOBILI DI ENTRAMBI I SESSI
IN MODO STRAORDINARIO. DESCRIZIONE DEI DIVERTIMENTI ALLA CORTE DI
LILLIPUT. L'AUTORE OTTIENE LA LIBERTA' A DETERMINATE CONDIZIONI.
Il garbo e la mitezza del mio comportamento avevano così ben
impressionato l'imperatore e la corte e non meno l'esercito e la gente
in generale, che cominciai a nutrire qualche speranza di riacquistare
in breve la libertà. Non trascurai niente per favorire questo
atteggiamento di benevolenza. I nativi avevano poco a poco sempre meno
paura che facessi loro del male. Talvolta mi mettevo per terra e
facevo danzare cinque o sei di loro sulla mia mano, e alla fine
ragazzi e ragazze non ebbero paura di mettersi a giocare a nascondino
fra i miei capelli. Avevo ormai fatto notevoli progressi nell'uso
della loro lingua. Un giorno l'imperatore volle intrattenermi con
parecchi dei loro giochi nazionali, nei quali eccellono su tutti i
paesi che ho conosciuto, sia nella abilità che nel fasto. Nessuno mi
divertì quanto quello dei funamboli che ballavano su di un sottile
filo bianco, lungo un mezzo metro e alto da terra un trenta
centimetri. Su questo gioco chiedo al paziente lettore di potermi
dilungare un po'.
A praticare questo esercizio sono solo quelle persone candidate a
ricoprire cariche elevate o alte onorificenze della corte. Fin da
giovani vengono addestrate a questa arte e non tutte sono di sangue
nobile o di cultura liberale. Quando una carica di primo piano è
vacante, perché il titolare è morto o è caduto in disgrazia, cinque o
sei candidati alla successione presentano all'imperatore la richiesta
di potere intrattenere Sua Maestà e la corte esibendosi sulla corda.
Colui che fa più salti senza cadere, ha diritto a subentrare in quella
carica. Molto spesso gli stessi ministri sono obbligati a dare prova
della loro bravura, per convincere l'imperatore che sono sempre in
possesso della loro abilità. Il tesoriere Flimnap, lo riconoscono
tutti, fa capriole sulla corda tesa un centimetro più in alto degli
altri nobili dell'impero. L'ho visto fare il salto mortale parecchie
volte di seguito, sopra una tavoletta fissata alla cordicella non più
spessa di un nostro spago. Dopo di lui viene, se non pecco di
parzialità, il mio amico Reldresal, primo segretario agli interni,
mentre tutti gli altri funzionari più o meno si equivalgono.
Durante i giochi capitano assai spesso incidenti mortali, di cui le
cronache sono piene. Ho visto coi miei occhi due o tre candidati
rompersi le ossa, anche se il pericolo più grande lo corrono gli
stessi ministri che devono comprovare la loro abilità. Perché, presi
come sono dall'ambizione di superare se stessi e i loro colleghi, si
sforzano a tal punto, che nessuno si salva da qualche capitombolo, che
poi sono due o tre per alcuni di loro. Mi venne detto che un anno o
due prima del mio arrivo, il tesoriere Flimnap si sarebbe senza dubbio
rotto l'osso del collo, se la violenza della caduta non fosse stata
attutita da uno dei cuscini del re che per caso si trovava per terra.
C'è poi un'altra gara che, in particolari occasioni, si svolge alla
sola presenza dell'imperatore, dell'imperatrice e del primo ministro.
L'imperatore mette sul tavolo tre sottili fili di seta lunghi dieci
centimetri, uno azzurro, uno rosso e uno verde. Questi fili
costituiscono i premi per coloro che l'imperatore intende distinguere
con un segno caratteristico della sua benevolenza. La cerimonia si
svolge nel gran salone di governo, dove i candidati devono sottoporsi
ad una prova di abilità assai diversa dalla precedente e di cui non ho
visto niente di simile nei paesi del vecchio e del nuovo mondo.
L'imperatore tiene in mano un bastone, le cui estremità sono parallele
all'orizzonte, mentre i candidati, avanzando l'uno dietro l'altro, a
volte saltano sopra il bastone, a volte vi sgusciano sotto, avanti e
indietro per parecchie volte, a seconda che il bastone venga alzato o
abbassato. Capita che l'imperatore tenga un capo del bastone e il
primo ministro l'altro, oppure che sia quest'ultimo tenerlo da
entrambe le parti. Colui che svolge il suo esercizio con maggiore
scioltezza nel saltare e nello strisciare è ricompensato col filo
azzurro, mentre al secondo tocca quello rosso e al terzo quello verde.
Essi se li portano avvolti in due giri attorno alla vita e, fra i
notabili del regno, sono pochi quelli che non sono in grado di
fregiarsi di queste cinture. I cavalli dell'esercito e delle scuderie
imperiali, che erano stati addestrati al mio cospetto, non
recalcitravano più e mi venivano ai piedi senza dar segno di
imbizzarrirsi. Allora stendevo una mano per terra e i cavalieri la
saltavano con i loro cavalli; anzi ci fu un cacciatore reale che, in
sella a un maestoso destriero, mi saltò il piede, scarpa e tutto, con
un balzo straordinario. Un giorno ebbi la ventura di divertire
l'imperatore in maniera veramente singolare. Lo pregai di ordinare che
mi portassero parecchi bastoni grossi come canne da passeggio e lunghi
una sessantina di centimetri. Sua Maestà passò l'ordine al
sovrintendente delle foreste, il quale diede a sua volta istruzioni in
proposito e il giorno seguente arrivarono sei boscaioli con
altrettanti carri trainati ognuno da otto cavalli. Presi nove di
questi pali e li infilai saldamente in terra, formando un quadrato
della superficie di un novanta centimetri, fissai altri quattro
bastoni ad ogni angolo all'altezza di novanta centimetri dal suolo e
ad esso paralleli; poi legai il fazzoletto ai nove pali messi per
dritto tirandolo da tutti i quattro lati, finché si tese come la pelle
di un tamburo, a questo punto i quattro bastoni paralleli, che
sovrastavano il fazzoletto di poco, servirono da ringhiera. Finito il
lavoro, chiesi all'imperatore che facesse salire su questa piattaforma
un gruppo dei suoi migliori cavalleggeri, in tutto ventiquattro, per
esercitarsi. Sua Maestà accettò la mia proposta ed io li presi uno ad
uno con la mano, cavallo e tutto, con i rispettivi ufficiali di
addestramento. Formati i ranghi, si divisero in due squadre dando
luogo a finte scaramucce, scagliando frecce spuntate, sguainando le
spade, fuggendo e inseguendo, attaccando e battendo in ritirata; in
breve, dettero un saggio della più perfetta disciplina militare che
avessi mai visto. I bastoni trasversali impedivano che cavalli e
cavalieri cadessero sopra al palcoscenico e l'imperatore si divertì a
tal punto da ordinare che questi giochi fossero ripetuti per diversi
giorni. Una volta si fece sollevare lui stesso per impartire i comandi
e, non senza poche difficoltà, persuase la stessa imperatrice a farsi
sollevare da me entro la sua portantina, per potere godere la scena a
un due metri dalla piattaforma. Per fortuna durante questi spettacoli
non avvennero disgrazie; solo una volta un cavallo focoso, che
apparteneva ad uno dei capitani, scalpitando, lacerò con lo zoccolo il
fazzoletto facendoci un buco e, mancandogli il piede, ruzzolò insieme
al cavaliere, ma venni subito loro in aiuto. Con una mano infatti
tappai il foro, mentre con l'altra misi a terra le squadre allo stesso
modo in cui le avevo fatte salire. Il cavallo che era caduto si slogò
la spalla sinistra, ma il cavaliere se la cavò senza un graffio e a me
non rimase che rammendare alla meglio il fazzoletto, deciso d'ora in
poi a non fidarmi più della sua resistenza in imprese tanto
pericolose.
Due o tre giorni prima della mia liberazione, mentre intrattenevo la
corte con questa specie di spettacoli, arrivò un corriere per
informare Sua Maestà che alcuni dei suoi sudditi, mentre cavalcavano
nelle vicinanze del luogo dove ero stato catturato, avevano scorto una
gran roba nera distesa al suolo, dalla forma strana, alta come una
persona nel mezzo e larga come la camera da letto imperiale. Non si
trattava di una cosa viva, come avevano supposto in un primo momento,
perché giaceva immobile sull'erba, sebbene alcuni di loro vi avessero
girato attorno varie volte. Salendo uno in groppa all'altro avevano
raggiunto la cima che era apparsa piatta e liscia mentre, camminandoci
sopra, si era dimostrata cava. Ritenevano che si trattasse di un
qualchecosa appartenente all'Uomo Montagna e, col beneplacito di Sua
Maestà, prendevano l'impegno di trasportarla a corte con cinque
cavalli. Capii subito cosa avevano trovato, e in cuor mio, mi
rallegrai della notizia.
Quando dopo il naufragio avevo guadagnato la riva, ero talmente
frastornato che, prima di raggiungere il luogo dove mi ero
addormentato, dovevo aver perso il cappello che pure mi ero legato al
capo con un sottogola quando ero sulla barca e che non si era
slacciato per tutto il tempo che avevo nuotato. Per qualche accidente
casuale, il laccio si era rotto e ero convinto di averlo perso in
mare. Pregai Sua Maestà di disporre che mi fosse riportato il prima
possibile, dopo avergli descritto la natura e l'uso di
quell'indumento. Il giorno dopoo, infatti, eccomelo trascinato dai
carrettieri, sebbene non si potesse dire che fosse in buono stato.
Nella falda, a un paio di centimetri dall'orlo, avevano fatto due
buchi nei quali avevano infilato due uncini e questi, a loro volta,
erano legati con una lunga corda ai finimenti dei cavalli. E così il
mio cappello era stato trascinato per più di mezzo miglio inglese.
Comunque devo dire che rimase danneggiato molto meno del previsto,
grazie all'uniformità e levigatezza di quella terra.
Due giorni dopo questo avvenimento, venne ordinato all'esercito
acquartierato dentro e tutto intorno alla capitale lo stato di
all'erta, perché all'imperatore era venuto il ticchio di divertirsi in
modo assai strano. Volle che mi piazzassi ritto e a gambe il più
possibile divaricate, come il Colosso di Rodi. Quindi ordinò al suo
generale, vecchio condottiero pieno di esperienza, e mio gran
protettore, di schierare le truppe a ranghi serrati e di farle sfilare
sotto di me al rullo dei tamburi: la fanteria in file di ventiquattro
e la cavalleria di sedici, con le bandiere al vento e lance in resta.
In tutto erano tremila fanti e un migliaio di cavalieri. Sua Maestà
ordinò, pena la morte, che ogni soldato si attenesse al più stretto
senso di decenza nei miei confronti, anche se alcuni degli ufficiali
più giovani alzarono lo stesso gli occhi mentre mi passavano sotto. E
devo dire che i miei calzoni erano allora così mal ridotti, che non
mancarono occasioni di riso e di meraviglia.
Avevo inviato tanti memoriali e petizioni per ottenere la libertà, che
alla fine l'imperatore ne parlò prima nel gabinetto privato e poi
nella seduta plenaria del consiglio, dove nessuno si oppose ad
eccezione di Skyresh Bolgolam che si compiaceva, senza che lo avessi
mai provocato, di essere mio nemico mortale. Ma tutto il consiglio gli
votò contro e l'imperatore sanzionò la decisione. Questo ministro era
"galbet", o ammiraglio del regno, godeva la cieca fiducia del sovrano
ed era molto capace nei suoi compiti sebbene fosse una persona dal
carattere acido e rude. Alla fine lo convinsero ad acconsentire, ma
lui ottenne in cambio di stilare gli articoli e le condizioni che
regolavano la mia libertà e sui quali ero tenuto a giurare. Fu lo
stesso Skyresh Bolgolam, seguito da due sottosegretari e da diverse
persone di rango, a portarmi il documento con gli articoli in oggetto.
Dopo che mi furono letti, mi chiesero di giurare fedeltà ai patti,
prima secondo il costume della mia patria, quindi nel loro, il quale
consisteva nel tenermi il piede destro con la mano sinistra, mettendo
il dito medio della destra sul cucuzzolo e il pollice sulla punta
dell'orecchio sinistro. E poiché il lettore può essere curioso di
conoscere approssimativamente lo stile e le maniere espressive di quel
popolo, nonché gli articoli alle cui condizioni ottenni la libertà, ho
tradotto l'intero documento, parola per parola, e ora lo presento al
pubblico:
"GOLBASTO MOMAREN EVLAME GURDILO SHEFIN MULLY ULLY GUE, potentissimo
imperatore di Lilliput, delizia e terrore dell'universo, i cui
possedimenti si estendono per cinquemila "blustrug" (una circonferenza
di circa dodici miglia) ai confini del globo; monarca di tutti i
monarchi, più alto di tutti i figli dell'uomo, i cui piedi calpestano
il centro dell'universo e la cui testa batte contro il sole, al cui
cenno i principi della terra si sentono tremare le ginocchia; dolce
come la primavera, propizio come l'estate, ferace come l'autunno,
terribile come l'inverno; Sua Maestà Altissima propone all'Uomo
Montagna, giunto recentemente nei nostri celesti domini, i seguenti
articoli che egli si impegna a rispettare con giuramento solenne.
1. L'Uomo Montagna non partirà dai nostri domini senza nostra
autorizzazione, munita del gran sigillo.
2. Non potrà permettersi di entrare nella capitale senza nostro
specifico ordine, nel qual caso verrà dato un preavviso di due ore
agli abitanti per ripararsi in casa.
3. Il suddetto Uomo Montagna limiterà le proprie passeggiate alle
strade principali e più spaziose ed eviterà di camminare o sdraiarsi
sui prati o sui campi di grano.
4. Mentre percorre le strade sopraddette avrà la massima cura di non
calpestare i nostri amati sudditi, cavalli e carri; né potrà prendere
in mano alcuno, senza suo permesso.
5. Se si dà il caso di dover trasmettere una notizia urgente, l'Uomo
Montagna dovrà portare nella sua tasca ambasciatore e cavallo, per un
viaggio di sei giorni ogni luna, e, se richiesto, riportare al
cospetto di Sua Maestà detto ambasciatore sano e salvo.
6. Sarà nostro alleato contro il nemico dell'isola di Blefuscu e farà
quanto sarà in suo potere per distruggerne la flotta che è in procinto
di invaderci.
7. Nei momenti di ozio, detto Uomo Montagna darà assistenza ai nostri
operai, aiutandoli a sollevare le pietre più grosse per terminare il
muro del parco principale ed altri nostri edifici reali. Detto Uomo
Montagna dovrà fornirci, nel tempo di due lune, l'esatta misura dei
nostri territori contando i passi tutt'intorno alla costa.
Per ultimo, dietro solenne giuramento di rispettare i sopracitati
articoli, detto Uomo Montagna riceverà giornalmente una provvigione di
cibo e di bevande sufficiente al mantenimento di 1728 dei nostri
sudditi; avrà libero accesso alla nostra Augusta Persona e riceverà
altri segni della nostra benevolenza. Dato nel nostro Palazzo di
Belfoborac il dodicesimo giorno della novantesima luna del nostro
regno."
Fu con somma gioia che giurai e sottoscrissi queste clausole, per
quanto alcune di esse non fossero tanto onorevoli quanto avrei
desiderato, frutto esclusivamente della malevolenza dell'alto
ammiraglio Skyresh Bolgolam. Mi furono dunque tolte le catene e fui
completamente libero, l'imperatore in persona mi fece l'onore di
presiedere all'intera cerimonia. Gli dimostrai tutta la mia
riconoscenza prostrandomi ai suoi piedi, ma lui mi ordinò di alzarmi;
poi, dopo molte parole piene di benevolenza, che taccio per non
apparire vanitoso, aggiunse di sperare che sarei stato un utile
servitore e che avrei ben meritato quei segni di favore che mi aveva
già manifestato o che avrei potuto ancora ricevere in futuro.
Non sarà sfuggito al lettore che nell'ultima clausola concernente la
mia liberazione, l'imperatore si impegnava a fornirmi tanto vitto
quanto bastava al mantenimento di 1728 lillipuziani. Qualche tempo
dopo, quando chiesi a un amico cortigiano in che modo avevano
stabilito quel numero, mi rispose che i ragionieri di Sua Maestà,
misurata l'altezza del mio corpo per mezzo di un quadrante, rilevando
che essa stava alla loro nella proporzione di dodici a uno, tratta la
conclusione che, vista la somiglianza dei corpi, il mio doveva
contenerne almeno 1728 dei loro, avevano stabilito che questo aveva
bisogno di tanto cibo quanto ce ne voleva per mantenere quel numero di
lillipuziani. Dal che il lettore può farsi un'idea dell'ingegnosità di
quel popolo, come dell'economia saggia ed accorta di quel grande
monarca.
4 - DESCRIZIONE DI MILDENDO, CAPITALE Dl LILLIPUT, E DEL PALAZZO
DELL'IMPERATORE. L'AUTORE SI INTRATTIENE CON IL PRIMO SEGRETARIO
PARLANDO DEL GOVERNO DELLO STATO. L'AUTORE OFFRE AIUTO ALL'IMPERATORE
IN CASO DI GUERRA.
Ottenuta la libertà, la prima richiesta che feci fu quella di poter
vedere la capitale di Mildendo. L'imperatore me lo accordò subito,
chiedendomi espressamente di non danneggiare né abitanti né case. Fu
emesso un proclama col quale si avvertiva il popolo della mia
intenzione di visitare la città. Questa è circondata da una muraglia
alta circa ottanta centimetri e larga una trentina, così che ci si può
scarrozzare sopra benissimo con cocchio e cavalli, ed è fiancheggiata
da potenti torrioni ogni tre metri.
Scavalcai la grande porta occidentale e cominciai a camminare di
sghembo e con accortezza per le strade principali, con il solo
giubbetto addosso, per paura di danneggiare i tetti e le grondaie
delle case con le falde della giacca. Camminai con estrema
circospezione, attento a non calpestare chi si fosse trovato per
strada, malgrado la perentorietà dell'ordinanza, che imponeva a
chiunque di non uscire, se non a proprio rischio e pericolo. Le
finestre più alte e i tetti erano talmente affollati di spettatori,
che non credo di aver mai visto un luogo altrettanto gremito. La città
è un quadrato perfetto con il lato di centocinquanta metri ed oltre.
Le due strade maestre, che incrociandosi formano i quattro quartieri,
sono larghe un metro e mezzo, mentre i vicoli e le strade minori che
vidi passando, senza poterci entrare, sono larghi dai trenta ai
quaranta centimetri. La città può contenere cinquecentomila anime. Le
case sono da tre a cinque piani, ben forniti negozi e mercati.
Il palazzo imperiale è al centro della città, all'incrocio delle vie
maestre. E' circondato da un muro alto sessanta centimetri che si
sviluppa a un sei metri di distanza. Da Sua Maestà ebbi il permesso di
scavalcare il muro di cinta e poiché c'era spazio abbastanza, mi fu
possibile osservarlo da ogni lato. Il cortile esterno è un quadrato di
dodici metri ed incorpora altri due cortili; in quello più interno ci
sono gli appartamenti reali, che desideravo proprio vedere, sebbene
fosse assai difficile, perché i portali che immettevano da una piazza
all'altra erano alti quaranta centimetri e larghi una ventina. Inoltre
gli edifici della corte esterna erano alti almeno un metro e mezzo e
non li potevo scavalcare senza recare danni ingenti al complesso,
sebbene le mura fossero di solide pietre squadrate e dello spessore di
dodici centimetri. Eppure l'imperatore voleva ardentemente che potessi
ammirare il suo magnifico palazzo, ma questo non mi fu possibile se
non in capo a tre giorni, durante i quali tagliai alla base, col mio
coltello, alcuni degli alberi più maestosi del parco reale che si
trovava a un cento metri dalla città. Con questi alberi costruii due
sgabelli dell'altezza di un metro e abbastanza solidi da reggere il
mio peso. Avvertita una seconda volta la popolazione, percorsi di
nuovo la città fino al palazzo con in mano gli sgabelli. Quando fui di
fianco alla corte esterna, salii su uno dei banchetti e tenendo
l'altro in mano, lo passai sopra il tetto deponendolo quindi, con la
massima attenzione, nello spazio fra il primo e il secondo cortile,
che ha una superficie di meno di mezzo metro. Scavalcati agevolmente
gli edifici e tirato sù il banchetto per mezzo di una fune con un
uncino, mi trovai nella corte interna, e allora, distesomi di fianco,
avvicinai il viso alle finestre dei piani intermedi, lasciate aperte
appositamente, e potei scorgere gli appartamenti più stupendi che si
possano immaginare. L'imperatrice e i principini erano nelle loro
stanze, attorniati dalle personalità del seguito. Sua Maestà
l'imperatrice si compiacque di sorridermi graziosamente, tendendomi
fuori della finestra la mano da baciare.
Ma non voglio anticipare al lettore descrizioni di questo genere che
ho riservato per un'opera più grande, quasi pronta ormai per la
stampa, contenente una descrizione generale di questo impero, fino
dalla sua fondazione, attraverso una lunga stirpe di principi e con
particolare riferimento alle sue guerre, alle istituzioni, alle leggi,
alla cultura, alla religione, alle piante e agli animali, ai costumi e
a tutti i modi di vivere che caratterizzano questa terra, senza per
questo tralasciare anche altre notizie curiose ed istruttive. Per ora
è mia intenzione riferire fatti e avvenimenti accaduti a quel popolo o
a me stesso durante la permanenza di circa nove mesi in quell'impero.
Un mattino, quindici giorni dopo la mia liberazione, il primo
segretario agli affari privati (come è chiamato) Reldresal venne a
trovarmi accompagnato da un solo servitore. Lasciata la carrozza ad
una certa distanza, mi chiese di riservargli un'udienza di un'ora.
Acconsentii subito, sia per riguardo alla sua posizione e ai suoi
meriti personali, sia ricordando i buoni servigi che mi aveva reso
quando avevo rivolto le mie suppliche alla corte. Dissi che mi sarei
disteso al suolo per ascoltarlo meglio, ma lui preferì che lo tenessi
in mano. Poi cominciò col complimentarsi per la mia liberazione, nella
quale disse che qualche merito spettava pure a lui, ma che dovevo
ringraziare come stavano andando le cose a palazzo, altrimenti non
l'avrei ottenuta tanto alla svelta. "Perché," aggiunse, "dietro le
condizioni di prosperità come possono apparire ad occhi estranei, il
nostro paese è tormentato da due grossi malanni: all'interno la
violenza delle fazioni e all'esterno il pericolo d'invasione di un
potente nemico. Per quanto riguarda il primo, devi sapere che per più
di settanta lune questo impero è stato diviso da due partiti in lotta
fra di loro, denominati "Tramecksan" e "Slamecksan", dai tacchi alti e
dai tacchi bassi che portano come loro segno di distinzione.
"Sebbene si sostenga che i tacchi alti siano più conformi allo spirito
della nostra antica costituzione, sia come sia, Sua Maestà ha imposto
a tutti i funzionari dell'amministrazione governativa e degli uffici
dipendenti dalla corona l'uso dei tacchi bassi, come puoi vedere coi
tuoi stessi occhi. Quelli di Sua Maestà sono addirittura più bassi di
un "drurr" rispetto a quelli degli altri cortigiani (il "drurr"
corrisponde alla quattordicesima parte di un centimetro). Il rancore
fra questi due partiti si è inasprito così tanto, che i suoi
componenti si rifiutano di bere e di pranzare insieme e addirittura di
rivolgersi la parola. Riteniamo che i "Tramecksan" o "Tacchialti"
siano maggiori di numero, ma senza dubbio il potere è tutto in mano
nostra.
"Temiamo tuttavia che Sua Maestà Imperiale, l'erede al trono, dimostri
qualche simpatia per i tacchi alti; è comunque certo che porta uno dei
due tacchi più alto dell'altro, il che gli conferisce la tipica
andatura dello zoppo. Ora, nel colmo di queste lotte intestine, siamo
minacciati da un'invasione da parte degli abitanti dell'isola di
Blefuscu, l'altro grande impero dell'universo, vasto e potente quanto
quello di Sua Maestà. Per quanto riguarda, infatti, la tua
affermazione, che ci sarebbero altri regni ed altri stati nel mondo,
abitati da esseri della tua grandezza, i nostri filosofi sono alquanto
scettici e sono inclini a pensare che tu sia piovuto dalla Luna o da
una stella. E' comunque certo che un centinaio di esseri del tuo peso
basterebbero a distruggere in un batter d'occhio i prodotti agricoli e
il bestiame dei territori di Sua Maestà. Inoltre non c'è il minimo
accenno ad altri paesi, che non siano i grandi imperi di Blefuscu e di
Lilliput, nelle storie delle seimila lune. Ma questi due potenti stati
si sono impegnati in una reciproca ostinatissima guerra per trentasei
lune. Ora ascolta quale ne fu l'occasione. E' da tutti ammesso che il
modo consueto di bere un uovo è di romperlo dalla punta larga; ma il
nonno di Sua Maestà, apprestandosi un giorno, quando era bambino, a
bere un uovo e avendolo rotto secondo l'uso degli antichi, si graffiò
un dito. In conseguenza di ciò, l'imperatore suo padre, emanò un
editto col quale si imponeva ai sudditi, con la minaccia di pene assai
rigorose, di rompere le uova dalla parte della punta stretta. Il
popolo reagì violentemente a questa legge, tanto che, come ci narrano
le storie, ci furono sei rivoluzioni durante le quali un imperatore
perse la vita e un altro la corona. A fomentare queste guerre civili
furono sempre gli imperatori di Blefuscu, presso i quali trovavano
rifugio gli esiliati, non appena veniva soffocata una rivoluzione. Si
calcola che non meno di undicimila persone abbiano preferito la morte,
piuttosto che accettare di rompere le uova dalla punta stretta. Su
questa controversia sono usciti centinaia di grossi volumi, anche se i
libri dei Puntalarga sono stati proibiti da lungo tempo e gli
appartenenti a quel partito siano stati interdetti a termini di legge
da ogni impiego. Durante queste discordie gli imperatori di Blefuscu
ci presentarono, per mano dei loro ambasciatori, numerose proteste,
accusandoci di avere aperto un vero scisma religioso, poiché avremmo
offeso uno dei dogmi della dottrina del nostro profeta Lustrog,
espressa nel capitolo cinquantaquattresimo del Brundrecal (che è il
loro Corano). Si ritiene tuttavia che questo sia stato un voler
forzare il testo, le cui parole dicono esattamente che tutti i
credenti dovranno rompere le uova dalla parte giusta. Ora, è mia umile
opinione che decidere della parte giusta spetti alla coscienza
individuale o in ultima istanza al supremo magistrato. Ma i Puntalarga
esiliati hanno ottenuto un così gran credito alla corte di Blefuscu e
tanti aiuti materiali e morali dal loro partito in patria, che per
trentasei lune si è combattuta una guerra sanguinosa tra i due paesi
con alterne vittorie e durante le quali abbiamo perso quaranta galeoni
da guerra e un numero assai più grande di vascelli minori, con i loro
equipaggi di marinai esperti e di soldati, per un totale di trentamila
persone. I danni arrecati al nemico si pensa che siano maggiori dei
nostri. Esso tuttavia ha equipaggiato una flotta numerosa con la quale
si prepara ad invaderci, e per questo Sua Maestà, confidando nella tua
forza e nel tuo valore, mi ha ordinato di esporti questo stato di
cose."
Pregai il segretario di farsi latore a Sua Maestà dei miei devoti
omaggi e di informarlo che non intendevo, come straniero, immischiarmi
nelle loro faccende private, ma che ero pronto a dare la mia vita per
difendere la sua vita e il suo regno contro l'invasore.
5 - CON UNO STRATAGEMMA STRAORDINARIO L'AUTORE PREVIENE L'INVASIONE.
GLI VIENE CONFERITA UN'ALTA ONORIFICENZA. GLI AMBASCIATORI DI BLEFUSCU
SOLLECITANO LA PACE. PER UNA SVISTA SCOPPIA UN INCENDIO NEGLI
APPARTAMENTI DELL'IMPERATRICE. MEZZI USATI DALL'AUTORE PER SALVARE IL
PALAZZO.
L'impero di Blefuscu è un'isola posta a nord-nord-est di Lilliput, da
cui è separata da un canale largo ottocento metri. Non l'avevo mai
visto per cui, quando seppi di questo tentativo d'invasione, evitai di
andare sulla costa, per timore che qualche vascello nemico mi vedesse,
tanto più che non sapevano niente della mia esistenza. Ogni contatto
fra i due imperi era stato severamente proibito, pena la morte,
durante la guerra, inoltre il nostro imperatore aveva posto l'embargo
su tutte le navi. Feci sapere a Sua Maestà di un mio piano, tramite il
quale mi sarei impadronito dell'intera flotta nemica che si trovava
alla fonda del porto, pronta a salpare col primo vento favorevole.
Mi informai presso i più esperti marinai per conoscere la profondità
del canale che avevano spesso scandagliato e seppi che nel mezzo, dove
l'acqua è più alta, ha una profondità di settanta "glumgluff",
corrispondente a circa un paio di metri e che il resto non supera mai
la cinquantina di glumgluff. Mi diressi quindi verso la costa
nordorientale, proprio di fronte all'isola di Blefuscu e qui,
accovacciatomi dietro una collina, presi il cannocchiale tascabile e
potei inquadrare la flotta nemica in rada, composta di circa cinquanta
navi da guerra e un gran numero di mercantili. Tornai a casa e mi feci
preparare, forte di una precisa autorizzazione reale, quante più corde
e barre di ferro fosse possibile trovare, fra le più lunghe e le più
robuste. Le corde erano grosse come spaghi e le barre lunghe come
ferri da calza: così intrecciai tre corde per farne una più resistente
e lo stesso feci con i ferri che attorcigliai tre alla volta, piegando
la cima ad uncino. Legati cinquanta uncini ad altrettante corde,
tornai alla costa dove, toltami la giubba, le calze e le scarpe,
camminai in acqua per mezz'ora, col solo giubbetto di pelle, prima di
trovarmi in alto mare. Guadai più in fretta che potevo e quando fui
nel mezzo nuotai per una trentina di metri, finché toccai di nuovo. In
meno di mezz'ora ero arrivato alla flotta.
I nemici furono così spaventati nel vedermi, che si gettarono tutti
quanti fuori delle navi nuotando verso la riva, dove si era radunata
una folla di non meno di trentamila anime. Allora tirai fuori i miei
arnesi e, infilato un uncino al buco di prua di ogni vascello, legai
le corde tutte insieme all'estremità. Mentre ero impegnato in questa
faccenda, il nemico mi scagliò addosso qualche migliaio di frecce,
molte delle quali mi colpirono il volto e le mani, dandomi un fastidio
dannato con il loro bruciore intollerabile e rallentando l'operazione.
Ma ero preoccupato soprattutto per i miei occhi di cui rischiavo la
perdita, se non mi fosse venuta improvvisamente un'idea. Tra le altre
cosucce di necessità quotidiana, portavo in una tasca segreta,
sfuggita agli ispettori imperiali, come ho già detto sopra, un paio di
occhiali. Li tirai fuori; poi, inforcatili il più saldamente
possibile, potei continuare arditamente il mio lavoro a dispetto delle
frecce nemiche, molte delle quali colpivano le lenti senza altro danno
che farle saltellare sul naso. Avevo ormai finito di agganciare gli
uncini, per cui, afferrato in mano il groppo di corde, cominciai a
tirare. Non una nave si muoveva, perché erano tutte saldamente
ancorate, e così la parte più temeraria dell'impresa era tutta da
fare. Fui costretto a lasciare la corda con gli ami innescati alle
prue delle navi e mi misi a tagliare con risolutezza le corde delle
ancore per mezzo di un temperino, buscandomi più di duecento frecce
sul volto e sulle mani. Riafferrai la parte annodata con tutte le
corde e mi tirai dietro agevolmente una cinquantina delle più grandi
navi da guerra nemiche.
Quelli di Blefuscu, che non avevano la più pallida idea di quello che
avrei fatto, per un po' rimasero sbalorditi. Mi avevano visto tagliare
gli ormeggi pensando che volessi soltanto mandare le navi alla deriva,
o farle sbattere una contro l'altra, ma quando videro l'intera loro
flotta sfilare in perfetto ordine dietro di me, emisero un ululato di
disperazione impossibile da descrivere o da concepire. Quando fui
fuori tiro, mi fermai un po' per estrarre le frecce che mi pendevano
ancora dal volto e dalle mani e per strofinarmi con quell'unguento che
mi avevano dato il giorno del mio arrivo, come già sapete. Poi mi
tolsi gli occhiali e, aspettato per un'ora circa l'arrivo della bassa
marea, guadai il canale col mio traino, arrivando sano e salvo al
porto reale di Lilliput.
L'imperatore, in compagnia della corte, aspettava in piedi sulla
spiaggia la soluzione di questa grande impresa. Vide venire avanti le
navi in ampio schieramento come una mezzaluna, ma non me, che ero
immerso nell'acqua fino al petto. Quando fui in mezzo al canale
l'angoscia della corte si fece ancora più cupa, perché l'acqua mi
arrivava al collo e all'imperatore non rimaneva che credermi in fondo
al mare e vedere nella sovrastante flotta intenzioni ostili. Ma presto
si ripresero tutti quanti dalla paura, perché il fondale gradualmente
saliva e in breve tempo fui a portata di voce. Allora, alzando in alto
il groppo di corde a cui erano legate le navi che mi portavo a
rimorchio, gridai a gran voce: "Evviva il potente imperatore di
Lilliput!". Questo grande monarca mi accolse sulla riva con tutti gli
elogi possibili e immaginabili e mi nominò "nardac" all'istante, che è
la maggior onorificenza che si conferisce in quel paese.
Sua Maestà avrebbe voluto che trovassi il modo di trasportare nel suo
porto tutto quanto restava della flotta nemica. E' così smisurata
l'ambizione dei regnanti, che lui pensava addirittura di ridurre
l'intero impero di Blefuscu a provincia e di affidarne il governo ad
un viceré, di sterminare gli esuli Puntalarga e di costringere quel
popolo a rompere le uova dalla punta stretta: allora sarebbe diventato
l'unico monarca del mondo intero. Feci ogni sforzo per dissuaderlo da
questo disegno, portando ragioni squisitamente politiche e di
giustizia, dichiarando infine energicamente che non mi sarei mai
prestato a ridurre in schiavitù un popolo libero e coraggioso; tanto è
vero che, quando la faccenda venne discussa in consiglio, i ministri
più saggi si schierarono dalla mia parte.
Questa mia esplicita, coraggiosa dichiarazione era talmente
contrastante con i disegni politici di Sua Maestà che non me l'avrebbe
mai perdonata; ne parlò infatti, in maniera assai subdola, in
consiglio, durante il quale mi hanno riferito che alcuni dei più saggi
si dimostrarono, con il loro silenzio, solidali con la mia
affermazione; mentre altri, che mi erano rimasti sempre ostili, non si
astennero certo dal pronunciare giudizi che, in maniera indiretta,
alludevano a me. Da quel momento nacque un'intesa segreta fra Sua
Maestà e un gruppo di ministri contro di me, intesa che si rivelò di
lì a due mesi e fu sul punto di causare la mia rovina. Tanto
insignificanti sono ritenuti i servigi resi ai regnanti, quando
vengono contrapposti al rifiuto di compiacere alle loro passioni!
Tre settimane dopo la mia impresa clamorosa, arrivò da Blefuscu una
solenne missione diplomatica col compito di presentare umili offerte
di pace; questa infatti venne ratificata in breve tempo a condizioni
vantaggiosissime per il nostro imperatore. Non starò certo a
importunare il lettore con il resoconto di questa ambasceria; basterà
dire che era composta di sei ambasciatori con un seguito di circa
cinquecento persone e che fecero un ingresso maestoso, degno della
grandezza del loro monarca e dell'importanza della missione. Quando si
furono concluse le trattative di pace, per le quali mi ero adoperato
favorevolmente con tutto il peso che avevo, o che pensavo ancora di
avere a corte, i plenipotenziari di Blefuscu, ai quali era stato
riferito in segreto quanto li avevo aiutati, chiesero formalmente di
farmi visita. Cominciarono con il complimentarsi per il mio lavoro e
per la mia generosità, poi mi invitarono nel loro paese in nome del
loro imperatore e infine mi chiesero di dare loro qualche saggio della
mia forza sovrumana, di cui avevano sentito dire cose incredibili. Li
accontentai subito, ma non voglio annoiare il lettore entrando nei
particolari.
Dopo avere intrattenuto per qualche tempo i plenipotenziari, con loro
infinito piacere e con non minore meraviglia, li pregai di voler
presentare i miei più umili rispetti all'imperatore, la fama delle cui
virtù aveva destato tanta ammirazione in tutto il mondo e alla cui
augusta persona avrei reso omaggio prima di ritornare in patria. Fu
così che, la prima volta che mi capitò di recarmi dal nostro Sovrano,
gli chiesi il permesso di fare visita al monarca di Blefuscu. Lui me
lo concesse, anche se, come potei constastare senza ombra di dubbio,
con gelida cortesia. Non riuscii a capire la ragione di tale
atteggiamento, finché una certa persona mi sussurrò all'orecchio che
Flimnap e Bolgolam avevano presentato quell'incontro fra gli
ambasciatori e me come un segno di infedeltà. Eppure mai nel mio cuore
c'era stato posto per un simile sentimento e fu questa la prima volta
che cominciai a farmi un'opinione dubbia di corti e di ministri.
Va sottolineato il fatto che questi ambasciatori mi parlarono per
mezzo di un interprete, poiché le lingue di questi due stati
differiscono l'una dall'altra non meno di due lingue europee, senza
contare poi che ognuno dei due paesi va fiero delle sue origini
antiche, della bellezza e della espressività della propria lingua, con
ostentato disprezzo per quella del vicino. Il nostro imperatore,
comunque, avvalendosi della supremazia acquisita con la cattura delle
navi, li costrinse a presentare le credenziali adottando il
lillipuziano come lingua diplomatica ufficiale. Devo inoltre osservare
che, sia il continuo traffico commerciale fra i due regni, sia il
flusso ininterrotto e reciproco di esiliati dall'uno o dall'altro
paese, sia l'abitudine di entrambe le nazioni di mandare i rampolli di
buona famiglia nel paese accanto per vedere il mondo e imparare usi e
costumi degli uomini, facevano sì che quasi tutte le persone di un
certo grado, oltre alla totalità dei mercanti e dei marinai, sapessero
sostenere una conversazione in entrambe le lingue. Ebbi l'opportunità
di accorgermene quando, alcune settimane dopo, mi recai a fare visita
all'imperatore di Blefuscu, un atto che, al colmo delle sciagure,
provocate dalla malvagità dei miei nemici, fu per me una gran fortuna,
come riferirò a suo tempo.
Il lettore si ricorda forse che quando firmai quei famosi articoli
grazie ai quali potei ottenere la libertà, ce n'erano alcuni che mi
dispiacquero parecchio perché li ritenevo troppo umilianti, ma davanti
ai quali mi ero dovuto sottomettere a causa della situazione
intollerabile. Diventato ormai un "nardac", che è la più alta carica
in quell'impero, quelle limitazioni sembravano degradanti per la mia
dignità; tanto è vero che lo stesso imperatore, per amore di verità,
non ne aveva fatto più menzione. Eppure fu di lì a poco che mi capitò
l'occasione di rendere a Sua Maestà quello che, almeno allora, ritenni
un servigio straordinario. A mezzanotte fui svegliato di soprassalto
dalle urla di centinaia di persone che si accalcavano alla porta;
frastornato e preso da un vago senso di terrore, li sentivo ripetere
di continuo la parola "burglum", finché alcuni funzionari di corte,
apertosi un varco fra la folla, mi scongiurarono di recarmi a palazzo,
dove gli appartamenti della regina erano in preda alle fiamme, causate
dalla sbadataggine di una damigella addormentatasi mentre leggeva un
romanzo.
Mi alzai in un baleno; poi, essendo già stato impartito l'ordine di
sgomberare la strada, per altro illuminata dal chiarore di una notte
di luna, riuscii a correre a Palazzo senza calpestare nessuno. Avevano
già appoggiato le scale ai muri ed erano tutti muniti di secchi,
grossi come ditali, coi quali quei poveretti si ingegnavano come
potevano a rifornirmi di acqua che, oltretutto, si trovava ad una
certa distanza: ma le fiamme erano così impetuose che i loro sforzi
servivano a ben poco. Avrei potuto soffocarle con la mia giacca, ma
nella fretta l'avevo lasciata a casa ed ero uscito con il semplice
panciotto di cuoio. Sembrava un caso disperato e senza dubbio il
palazzo sarebbe stato divorato dalle fiamme fino alle fondamenta, se
la presenza di spirito, che è raramente il mio forte, non mi avesse
suggerito un'idea luminosa. La sera prima avevo bevuto una certa
quantità di quel vino deliziosissimo chiamato "Glimigrim", dotato di
proprietà diuretiche (e che i blefuscudiani chiamano "Flunec", sebbene
il nostro sia migliore). Fortunatamente non mi ero liberato nemmeno di
una goccia e poi, sia per il calore delle fiamme, sia per il gran
daffare nel domarle, avevo addosso un tale stimolo di urinare, che lo
feci con tanta abbondanza e con getti così precisi, da estinguere il
fuoco in tre minuti. Il resto di quel nobile palazzo, la cui erezione
era costata tanti anni di lavoro, rimase così indenne.
Era ormai l'alba e me ne tornai a casa, senza attendere per
congratularmi con l'imperatore, perché, sebbene avessi compiuto un
servigio importantissimo, non ero sicuro di come Sua Maestà se la
sarebbe presa per il modo in cui l'avevo eseguito. Fra le leggi
statutarie del regno si fa infatti assoluto divieto ad ogni persona,
di qualsiasi ceto, di far acqua entro i recinti del palazzo. Mi dette
un certo sollievo un messaggio di Sua Maestà nel quale mi assicurava
che avrebbe ordinato all'alta corte di giustizia di concedermi un
condono formale; ma in realtà non riuscii mai ad ottenerlo; anzi mi fu
detto in segreto che l'imperatrice, inorridita per il mio gesto, si
era ritirata dall'altro lato della corte, decisa a lasciar andare in
rovina quei quartieri, e che in presenza dei suoi intimi non
nascondeva propositi di vendetta.
6 - CULTURA, LEGGI E COSTUMI DEGLI ABITANTI Dl LILLIPUT. L'EDUCAZIONE
DEI FIGLI. LE ABITUDINI DELL'AUTORE IN QUELLA TERRA. COME RIABILITO'
UNA GRANDE DAMA.
Sebbene voglia stendere un trattato a parte per descrivere questo
impero, tuttavia mi fa piacere nel frattempo darne un'idea generale al
lettore. Tutti gli animali, le piante e gli alberi di questa terra
sono in proporzione con l'altezza degli uomini che è, come abbiamo
visto, meno di quindici centimetri; così per esempio i cavalli e i
buoi più alti vanno da dieci a quindici centimetri, le pecore sono
alte quattro centimetri, o giù di lì, le oche son come passeri e via
di seguito nella scala discendente, fino ad arrivare agli esseri più
piccoli che erano quasi invisibili ai miei occhi. La natura aveva del
pari dotato la vista dei lillipuziani in conformità del loro mondo;
questa era infatti acutissima ma incapace di vedere lontano. Tanto per
dare un'idea della loro vista a distanza ravvicinata, ricorderò di
essermi beato a vedere un cuoco farcire un'allodola più piccola di una
mosca e una ragazzina cucire con un ago invisibile e un altrettanto
invisibile filo. Gli alberi più alti, che si trovano nel grande parco
reale, raggiungono i due metri e riuscivo a malapena a toccarne la
cima. Vengono poi, in proporzione, tutte le altre piante, che lascio
all'immaginazione del lettore.
Non ho granché da dire per il momento della loro cultura, che aveva
conosciuto per anni una grande fioritura in tutti i settori. Ma la
loro scrittura è certamente singolare poiché non corre da sinistra a
destra come per gli europei, né da destra a sinistra come per gli
arabi, né dall'alto al basso come per i cinesi, né dal basso verso
l'alto come per i cascagi, bensì di traverso, da un angolo all'altro
del foglio, come fanno le signore inglesi.
Seppelliscono i loro morti a testa all'ingiù perché credono che dopo
dodicimila lune risorgeranno e durante quel periodo la terra, che loro
ritengono piatta, si sarà rovesciata completamente, così che quelli,
al momento della resurrezione dei corpi, saranno belli e pronti su due
piedi. I saggi ammettono l'assurdità di questa dottrina, eppure si
continua a praticarla per compiacere alle credenze del volgo. Certe
leggi e certi costumi di questo impero sono davvero singolari, tanto
che sarei tentato di giustificarle, se non facessero a pugni con
quelle del mio paese. C'è solo da sperare che vengano rispettate con
la stessa solerzia. La prima, alla quale mi riferisco, riguarda le
spie: ogni delitto contro lo stato viene punito con estrema severità;
tuttavia, se l'accusato dimostra durante il processo la sua innocenza,
l'accusatore viene immediatamente condannato ad una morte infamante,
mentre le sue terre e i suoi beni costituiranno una ricompensa quattro
volte maggiore per la perdita di tempo, per il pericolo corso, per il
rigore della prigione, per le spese di difesa sostenute dall'accusato.
Se i beni del delatore sono insufficienti, supplirà la Corona.
L'imperatore in persona gli conferirà in pubblico un segno della sua
stima e la sua innocenza verrà proclamata dai banditori nei rioni
della città.
Considerano la frode un delitto più grave del furto e succede
raramente che non venga punita con la morte; infatti loro ritengono
che, se la cura e la vigilanza esercitate da un comune cervello
possono preservare i beni personali dalle unghie dei ladri, non ci
sono chiavistelli con i quali l'uomo comune riuscirà a difendersi da
un'astuzia diabolica. Inoltre, poiché è necessario un rapporto
continuo di compravendita a credito, là dove si permettesse o si
indulgesse all'esercizio della frode, o non ci fossero leggi per
punirla, l'onesto ci rimetterebbe sempre le penne a tutto vantaggio
del manigoldo. Mi ricordo che, quando tentai di intercedere presso il
re in favore di uno sciagurato che si era appropriato di una somma di
denaro destinata al suo padrone, involandosi con essa, avendogli fatto
osservare, allo scopo di attenuare la colpa, che in fondo si trattava
solo di abuso di fiducia, sembrò orrendo a Sua Maestà che portassi a
difesa di quell'uomo la peggiore delle aggravanti; a me rimase ben
poco da replicare, oltre il luogo comune che dice "paese che vai,
usanze che trovi", rosso di vergogna come ero.
Ricompense e punizioni costituiscono l'asse intorno al quale gira la
ruota dello stato, eppure non mi è capitato mai di vedere questa
massima messa in pratica come a Lilliput. Chiunque è in grado di
esibire prove sufficienti di settantatre lune filate di rispetto alle
leggi statali, ha diritto a privilegi, variabili a seconda della
condizione sociale, insieme ad una certa somma di denaro da prelevare
da un fondo destinato a questo fine; contemporaneamente gli viene
conferito il titolo di "Snilpall" o "Legale" da aggiungere al suo
nome, senza che tuttavia possa essere trasmesso ai figli. Sembrò loro
un limite gravissimo della nostra legislazione, il fatto che da noi le
leggi infliggono soltanto pene. Per questo l'immagine della giustizia
che viene raffigurata nei loro tribunali ha sei occhi, due davanti,
due di dietro ed uno per lato, a significare la sua estrema
circospezione, ed inoltre una borsa di monete d'oro, aperta, nella
mano destra e una spada nel fodero nella sinistra, per dimostrare che
essa è più incline alla ricompensa che alla punizione.
Quando scelgono il personale per ogni tipo di impiego, considerano la
moralità dell'individuo molto di più della sua abilità; e poiché il
governo è necessario all'umanità, sono convinti che un comune cervello
sia idoneo ad un compito come ad un altro, e che la Provvidenza non si
è sognata mai di fare del governo un'attività misteriosa,
comprensibile ad un ristretto numero di intelligenze superiori, di cui
non ne nascono più di due o tre in un secolo. Essi invece pensano che
tutti sono dotati di sincerità, giustizia, temperanza e simili; virtù,
queste, la cui osservanza, unita all'esperienza e alle buone
intenzioni, saranno sufficienti a rendere idoneo un individuo al
servizio del suo paese, eccetto quei casi nei quali sia richiesto uno
specifico corso di studi. Ma non c'è dote intellettuale straordinaria
che possa rimpiazzare la mancanza di virtù etiche, e gli impieghi non
possono essere affidati alle mani di simili individui. In ogni caso
gli errori commessi per ignoranza, in assenza di cattiva intenzione,
non saranno mai tanto funesti per il bene pubblico come quelli
commessi da uno, disposto per natura alla corruzione, che in più
sappia manovrare abilmente per difendere e moltiplicare i suoi
raggiri.
In modo simile si negano cariche pubbliche a quanti non credono alla
Divina Provvidenza; ed infatti, visto che i sovrani si ritengono
inviati della Provvidenza, non c'è cosa più assurda per i lillipuziani
di un principe che affida incarichi a persone che disconoscono
quell'autorità in nome della quale egli agisce.
Nel dare un sunto di queste e di altre leggi che seguiranno, sappia
bene il lettore che mi riferisco alle istituzioni primitive di quel
popolo e non allo scandalosissimo stato in cui si è ridotto, per la
natura degenerata dell'uomo. Per quanto concerne le vergognose
abitudini di acquistare cariche danzando sulla corda, o posti di
prestigio saltando sopra i bastoni o strisciandovi sotto, faccio
osservare al lettore che furono introdotte per la prima volta dal
nonno dell'attuale sovrano e che si sono sviluppate fino all'attuale
rigoglio grazie al progressivo aumento delle lotte faziose.
L'ingratitudine è per loro un delitto capitale, così come si legge che
sia stato anche in altri paesi. Loro infatti ragionano in questo modo:
se uno rende il male a chi gli ha fatto del bene, come potrà il resto
del genere umano, che non ha fatto nulla, considerarlo un fratello?
Per questo un simile uomo non è degno di vivere.
Le loro idee riguardi ai doveri dei genitori e dei figli sono
l'opposto delle nostre. Dato che l'unione dei sessi si fonda sulla
grande legge della natura per propagare e continuare la specie, i
lillipuziani uomini e donne vanno insieme né più né meno che come gli
altri animali, seguendo l'istinto della concupiscenza; l'affetto per i
figli deriva quindi dallo stesso principio naturale. Per questo non
sfiora loro il cervello che un figlio debba sentirsi in obbligo verso
il padre per averlo generato o verso la madre per averlo messo al
mondo; la qual cosa, considerate le miserie della vita, non è, in sé,
né un beneficio né un atto di volontà dei genitori, in tutt'altre
faccende affaccendati durante i loro incontri amorosi. Per questi e
simili ragionamenti, è loro opinione che i genitori siano gli ultimi
fra tutti a meritare la fiducia di una buona educazione dei figli. In
ogni città hanno nidi d'infanzia pubblici, dove tutti i genitori, ad
eccezione dei contadini, devono inviare i figli di entrambi i sessi
all'età di venti lune, quando si pensa che abbiano acquisito una
qualche propensione all'obbedienza, per essere allevati ed educati. Ci
sono scuole di vario genere, adatte alle diverse condizioni dei due
sessi, con insegnanti che addestrano i ragazzi a quel tipo di vita che
si confà ai loro genitori, sviluppando nel contempo le loro capacità e
inclinazioni. Darò prima qualche notizia degli asili per maschi e
quindi di quelli per femmine.
Quelli per maschi di famiglie nobili o elevate sono dotati di maestri
saggi e severi affiancati da uno stuolo di assistenti. Cibo e
vestiario sono semplici e privi di ricercatezza. Gli allievi vengono
allevati nel rispetto dei principi dell'onore, della giustizia, del
coraggio, della modestia, della clemenza, della religione e dell'amore
per la propria terra; inoltre si affida loro qualche cosa da fare in
ogni ora del giorno, ad eccezione di quando mangiano e dormono. Questi
sono d'altra parte intervalli assai brevi, ai quali andranno aggiunte
due ore di svago, impiegate nel compiere esercizi fisici. Fino all'età
di quattro anni ci sono degli uomini a vestirli, dopo di che, malgrado
la loro elevata condizione sociale, devono farlo da soli; le donne che
svolgono il loro servizio nelle scuole, tutte sui cinquanta anni,
compiono soltanto i servizi più umili. Ai bambini non è concesso di
conversare con la servitù e si divertono in gruppi più o meno
numerosi, sempre sotto gli occhi di un maestro o del suo assistente.
In questo modo si impedisce che ricevano le deleterie influenze del
vizio e della follia, alle quali sono sottoposti i nostri bambini. I
genitori possono far visita ai figli solo due volte all'anno e per non
più di un'ora; è loro concesso di baciarli solo all'arrivo e alla
partenza, mentre il maestro, presente a questi incontri, impedirà loro
di parlare sottovoce al bambino, di usare vezzeggiativi nei suoi
confronti, di portargli regali, giocattoli, dolciumi e roba simile.
La retta per il mantenimento e l'educazione dei figli è a carico dei
genitori e, se non viene pagata, se ne delega la riscossione agli
esattori imperiali.
Gli asili per i figli della classe media, di mercanti, commercianti e
artigiani sono organizzati, in proporzione, secondo lo stesso schema;
i ragazzi avviati a qualche mestiere, vanno a fare gli apprendisti
all'età di sette anni, mentre i figli dei notabili continuano a
studiare fino a quindici anni, età che corrisponde a ventuno da noi,
ma la vita di collegio si fa meno rigida durante gli ultimi tre anni.
Negli asili femminili le bambine di nobile famiglia vengono educate
come i maschi, con la sola differenza che vengono vestite da
inservienti del loro sesso, sempre al cospetto del maestro e del suo
assistente, finché non siano in grado di farlo da sole all'età di
cinque anni. Se qualcuna di queste inservienti cede alla tentazione di
raccontare alle bambine storie paurose o fiabesche, oppure certi
pettegolezzi che le cameriere comunemente divulgano, vengono frustate
in pubblico per tre volte, imprigionate per un anno e confinate vita
natural durante nelle più squallide contrade del paese. In questo modo
si insegna alle fanciulle, come ai maschi, a disprezzare la codardia e
la frivolezza e a non curarsi degli ornamenti della persona che non
rientrino nella normale decenza e pulizia. Non ho notato nessuna
differenza nella educazione dei due sessi, ad esclusione degli
esercizi fisici che, per le ragazze, sono meno pesanti e di alcune
nozioni di economia domestica impartite loro; riducendo sensibilmente
la cultura generale, la loro massima è infatti che, fra gente di
rango, una moglie deve essere sempre una saggia e piacevole compagna,
dal momento che la sua giovinezza non dura in eterno. Quando
raggiungono i dodici anni, che è l'età del matrimonio per loro,
tornano a casa, mentre ai vivissimi ringraziamenti dei genitori e dei
tutori, nei confronti degli insegnanti, si unisce il pianto dirotto
delle ragazze che danno l'addio alle compagne.
Negli asili per bambine di più umile rango si avviano le convittrici
ai lavori che appropriati al loro sesso e alla loro condizione. Quelle
che fanno le apprendiste, escono a sette anni, le altre restano fino a
undici.
Le famiglie modeste che tengono i figli in questi istituti, oltre alla
retta annuale che per loro è assai bassa, devono fornire al
dispensiere una piccola parte dei loro guadagni mensili come
sovvenzione al mantenimento della loro prole; per questo le spese dei
genitori sono limitate dalla legge. Infatti i lillipuziani ritengono
che non ci sia niente di più egoistico degli atti di quella gente che,
per soddisfare il proprio piacere, mette al mondo dei figli, lasciando
agli altri l'onere di mantenerli. Le persone di condizione elevata si
impegnano a destinare una certa somma ad ogni figlio, a seconda del
rango, e queste somme vengono sempre amministrate con grande senso di
economia e giudizio.
I contadini si tengono i figli a casa e siccome il loro compito è di
coltivare la terra, la loro educazione ha poca importanza per il bene
pubblico; i vecchi e i malati sono mantenuti in ospizio, ed infatti
l'accattonaggio è un'attività sconosciuta in questo paese.
A questo punto non dispiacerà forse, al curioso lettore, avere qualche
notizia riguardo le faccende domestiche e le abitudini da me seguite
durante il mio soggiorno di nove mesi e tredici giorni in questa
contrada. Spinto dalla necessità e dal bernoccolo per la meccanica, mi
costruii un tavolo ed una sedia abbastanza comodi con gli alberi più
grandi del parco reale. Duecento sarte vennero chiamate per
confezionarmi camicie, lenzuola e tovaglie, tutte del tipo di stoffa
più robusto e ruvido che fu possibile trovare. Malgrado ciò, furono
costrette a sovrapporne più strati, perché il tipo più pesante è molto
più sottile della nostra tela batista. La loro tela è alta sette o
otto centimetri e una pezza ha la lunghezza di un metro. Le sarte mi
presero le misure mentre stavo sdraiato per terra, l'una montandomi
sul collo e l'altra a mezza gamba, tirando i capi di una grossa fune,
mentre una terza ne misurava la lunghezza con un regolo di due
centimetri e mezzo. Poi fu loro sufficiente misurarmi la circonferenza
del pollice destro perché, in base ai loro calcoli matematici, il
doppio di questa corrisponde a quella del polso, e via di seguito per
quelle del collo e del torace. Poi, seguendo il modello della mia
vecchia camicia che distesi per terra, spianandola da ogni lato, mi
servirono a pennello. Furono impiegati anche trecento sarti per farmi
gli abiti, ma essi avevano un altro modo di prendere le misure. Mi
fecero mettere in ginocchio ed uno di loro, salito su di una scala che
mi arrivava al collo, lasciò cadere un filo a piombo dall'altezza del
colletto fino al suolo, calcolando in questo modo l'esatta lunghezza
della giacca; petto e braccia li misurai da solo. Quando furono
pronti, i miei abiti, la cui confezione venne eseguita in casa mia,
perché anche la più spaziosa delle loro dimore sarebbe stata
insufficiente a contenerli, sembravano uno di quei lavori di rattoppo
che fanno le nostre donne in Inghilterra, con l'unica differenza che
nel mio caso, le toppe erano tutte dello stesso colore.
Per prepararmi il pranzo c'erano trecento cuochi, alloggiati in comode
casette erette tutto intorno alla mia dimora, dove vivevano con le
loro famiglie, con il compito di prepararmi ognuno due piatti.
Prendevo in mano venti servitori e li posavo sulla tavola, mentre
altri cento aspettavano al suolo, alcuni con vassoi di carne, altri
con barilotti di vino e di liquori sulle spalle. I venti di sopra, ad
un mio cenno, issavano quella roba con un sistema di carrucole assai
ingegnoso, come noi solleviamo le brocche d'acqua dai pozzi. Un piatto
di carne costituiva per me un boccone e un barilotto di vino una buona
sorsata. Il loro montone non è buono il nostro, ma la carne di bue è
eccellente. Una volta mi diedero una lombata così grande, che dovetti
farla in tre pezzi, ma è un caso molto raro. I camerieri rimanevano a
bocca aperta vedendomi mangiare tutta quella roba, ossa comprese, come
da noi si fa con le allodole. In un boccone facevo fuori un'oca o un
tacchino e vi assicuro che i loro sono molto migliori dei nostri. Dei
volatili più piccoli ne infilavo venti o trenta sulla punta del mio
coltello.
Un giorno Sua Maestà, informato delle mie abitudini, volle avere il
piacere, come ebbe la compiacenza di chiamarlo, di pranzare con me,
insieme alla regale consorte e i principi reali d'ambo i sessi. Quando
vennero, li sistemai con i loro seggi regali sul tavolo, proprio di
fronte a me con le guardie al loro fianco. Era presente anche il gran
tesoriere Flimnap con la bacchetta bianca, ed ebbi modo di notare che
mi guardava con un che di astioso; ma lì per lì non gli diedi gran
peso, tutto preso a divorare il doppio di quello che ero solito fare,
per rendere onore alla mia amata patria e per riempire d'ammirazione
la corte. Ho ragione di credere che questa visita privata di Sua
Maestà desse a Flimnap l'occasione di mettermi in cattiva luce agli
occhi del suo signore. Quel ministro, in segreto, mi era stato sempre
ostile, sebbene apparentemente ostentasse nei miei confronti maniere
assai più cordiali di quanto il suo carattere scontroso gli
permettesse abitualmente di fare. Egli illustrò dunque a Sua Maestà le
condizioni grame in cui versavano le finanze e gli disse che si
trovava costretto ad emettere prestiti ad interesse altissimo, che le
cedole dello Stato non circolavano al di sotto del nove per cento, che
ero costato a Sua Maestà più di un milione e mezzo di "sprugs" (che
sono le loro monete auree più grosse, simili a pagliuzze) e che
insomma sarebbe stato consigliabile che Sua Maestà mi congedasse alla
prima occasione.
Sento il dovere a questo punto di salvare l'onore di una nobile dama
che, senza colpa alcuna, soffrì per causa mia. Il ministro del tesoro
si era messo in testa che sua moglie lo tradiva, istigato da qualche
mala lingua, secondo la quale lei si sarebbe pazzamente innamorata di
me. Anzi, per un certo tempo corse voce a corte che lei sarebbe venuta
in segreto a trovarmi. Ora tengo a dichiarare apertamente che questa è
un'infamia vergognosa, priva di ogni fondamento, tanto più che Sua
Grazia si degnò sempre di trattarmi con i segni innocenti della
liberalità e dell'amicizia. Ella venne certo a casa mia, ma sempre
pubblicamente e in compagnia di non meno di tre persone, fra le quali
sua sorella, la figlia e qualche amica, come del resto facevano altre
dame di corte. I miei stessi servitori possono inoltre testimoniare se
hanno mai visto una carrozza alla mia porta senza sapere chi ci fosse
dentro. In questi casi, dopo essere stato avvertito da un servitore,
era mia abitudine andare immediatamente alla porta; quindi, presentati
i miei omaggi, prendevo in mano la carrozza con due cavalli (se si
trattava un tiro a sei era cura del postiglione staccarne quattro) e
la sistemavo con attenzione sulla tavola, attorno alla quale avevo
sistemato una barriera mobile, alta quindici centimetri per prevenire
incidenti. Mi è capitato spesso di avere sulla tavola quattro carrozze
contemporaneamente, tutte piene di gente, verso le quali mi chinavo
dopo essermi seduto sulla mia sedia. Mentre mi intrattenevo con gli
occupanti di una carrozza, i cocchieri facevano girare le altre
intorno al tavolo. Ho passato così molti pomeriggi in piacevoli
conversazioni. Ma sfido il gran tesoriere e le sue due spie (di cui
dirò i nomi, accada quel che accada), Clustril e Drunlo, a dimostrare
che qualcuno sia venuto da me in incognito, eccezion fatta per il
segretario Reldresal il quale, come ho detto sopra, veniva in nome del
re. Non mi sarei tanto a lungo soffermato su questi particolari, se
non vi fosse coinvolta la reputazione di una nobile signora, per non
dire nulla della mia, sebbene allora mi fregiassi del titolo di
"nardac", che il tesoriere non aveva.
Tutti sanno infatti che lui è un "glumglum", un titolo più basso
dell'altro, come in Inghilterra un marchese sta ad un duca, quantunque
debba riconoscere che lui aveva la precedenza su di me in virtù della
sua carica. Queste calunnie, di cui ebbi notizia qualche tempo dopo,
per un caso banale sul quale non occorre soffermarsi, fecero sì che il
tesoriere si comportasse assai male con la moglie e ancora peggio con
me. Quando alla fine si accorse dell'errore, si riconciliò con la
consorte, ma con me i ponti erano ormai rotti e dovetti constatare
quanto la stessa simpatia dell'imperatore nei miei confronti
diminuisse rapidamente, tanto era influenzato da quel suo favorito.
7 - INFORMATO CHE SI TESSE UNA TRAMA PER ACCUSARLO DI ALTO TRADIMENTO,
L'AUTORE FUGGE A BLEFUSCU. SUE ACCOGLIENZE IN QUELLO STATO.
Prima di raccontare il modo in cui abbandonai questo regno, sarà
necessario informare il lettore di un intrigo che per due mesi fu
ordito contro di me.
Fino ad allora non avevo avuto nessuna consuetudine con le corti, alle
quali mi era stato impossibile accedere a causa delle mie modeste
condizioni. Avevo tuttavia letto e sentito parlare abbastanza
dell'indole dei prìncipi e dei ministri, ma non mi sarei mai aspettato
di scoprirne gli effetti più deleteri in un paese così lontano e per
di più governato, come credevo, secondo princìpi opposti a quelli
usati in Europa.
Mi stavo preparando ad andare a Blefuscu per rendere visita
all'imperatore, quando un dignitario di corte, al quale avevo reso
buoni servigi (al momento in cui era caduto in disgrazia presso Sua
Maestà), venne a trovarmi di notte in una lettiga chiusa, chiedendomi
udienza senza tuttavia mandare a dire il suo nome. Congedati i lacchè,
infilai la portantina con dentro il dignitario nel taschino del
panciotto; poi, dopo avere detto ad un servo fidato che ero indisposto
e che mi sarei coricato, sbarrai la porta di casa e, come sempre,
posai la portantina sul tavolo, sedendomi accanto. Dopo i convenevoli,
accortomi che sua signoria era molto turbato gliene chiesi la ragione;
lui mi pregò di ascoltarlo pazientemente, perché c'era di mezzo la mia
reputazione e la mia vita.
Queste che seguono sono le parole che annotai diligentemente subito
dopo la sua partenza: "Devi sapere che il Consiglio della Corona è
stato convocato più volte a causa tua e sempre in segreto, e che due
giorni or sono Sua Maestà ha preso una ferma decisione. Ti sarai
accorto che Skyris Bolgolam ("galbet" o alto ammiraglio) è stato, fino
dal tuo arrivo, tuo mortale nemico. Non conosco l'origine di questo
odio, ma è certo che esso, dopo la strepitosa vittoria su Blefuscu,
che ha oscurato la sua fama di ammiraglio, è aumentato enormemente.
Sua eminenza l'ammiraglio, in combutta con il tesoriere Flimnap, la
cui avversione nei tuoi confronti è nota per la faccenda della moglie,
con il generale Limtoc, il ciambellano Lalcon e il giudice supremo
Balmuff hanno preparato i capi di accusa contro la tua persona, per
tradimento ed altri delitti che comportano la pena capitale."
Questo preambolo mi mise in tale stato di agitazione, cosciente come
ero dei miei meriti e della mia innocenza, che fui più volte sul punto
di interromperlo, ma lui mi ingiunse di fare silenzio, proseguendo con
queste parole: "A rischio della vita e ricordando i favori che mi hai
reso, mi sono procurato informazioni sul processo che si vuole
istruire a tuo carico, insieme a questa copia dove sono riportati i
capi di accusa nei tuoi confronti:
CAPI D'ACCUSA CONTRO QUINBUS FLESTRIN (l'Uomo Montagna).
Articolo 1.
Premesso che, a norma dello statuto di Sua Maestà Imperiale, Calin
Deffar Plune, chiunque sia sorpreso a fare acqua entro i recinti del
palazzo reale è passibile dell'imputazione di alto tradimento, ciò
malgrado il citato Quinbus Flestrin, in flagrante violazione della
legge, col pretesto di spegnere le fiamme nell'appartamento della
amatissima consorte imperiale di Sua Maestà, ha malevolmente,
proditoriamente, diabolicamente soffocato detto incendio scoppiato nel
sopracitato appartamento, sito all'interno dei recinti del menzionato
Palazzo Reale, per mezzo di getti di urina, violando le norme
statutarie previste nel caso, eccetera, eccetera, in violazione del
decreto, eccetera, eccetera.
Articolo 2.
Il sopradetto Quinbus Flestrin, dopo che ebbe portato nel porto reale
la flotta imperiale di Blefuscu, avendo ricevuto l'ordine da Sua
Maestà di catturare tutte le altre navi rimanenti a Blefuscu e di
degradare quell'impero al rango di Provincia, per essere governato da
un nostro Viceré, nonché di distruggere e mettere a morte non solo i
Puntalarga esiliati ma quanti in quell'impero si rifiutassero di
abiurare immediatamente alla eresia puntalarghista, egli, il
sopracitato Flestrin, comportandosi da infame traditore nei confronti
della benefica e serena Maestà Imperiale, presentò istanza di essere
esonerato da tale servigio, adducendo il pretesto che gli ripugnava
forzare le coscienze o distruggere la libertà e la vita di un popolo
innocente.
Articolo 3.
Nel quale si ricorda che, mentre erano arrivati gli ambasciatori della
corte di Blefuscu per implorare da Sua Maestà la pace, egli, il
sopradetto Flestrin, da vero traditore ribelle, aiutò, appoggiò, offrì
ospitalità e ricreazioni ai sopra citati ambasciatori, sebbene fosse a
piena conoscenza che costoro erano gli emissari di un principe che,
fino a poco tempo prima, era stato nemico dichiarato di Sua Maestà
Imperiale e in guerra con Lui.
Articolo 4.
Nel quale si rileva che il detto Quinbus Flestrin, contravvenendo ai
doveri di un suddito fedele, è in procinto di recarsi alla Corte
dell'Imperatore di Blefuscu, quantunque provvisto unicamente di un
assenso verbale da parte della nostra Maestà Imperiale; e in nome di
detto permesso, intende intraprendere tale viaggio con animo falso e
proditorio, al fine di recare aiuto, sostegno e incitamenti
all'imperatore di Blefuscu, fino a poco tempo fa nemico e in guerra
aperta con la menzionata Maestà Imperiale.
"Devo dire che ci sono anche altri articoli, ma questi, di cui ti
ho letto un estratto, sono i più importanti. Certo, si deve
riconoscere che durante i numerosi dibattiti per metterti in stato di
accusa, Sua Maestà ha più volte dimostrato la sua volontà di clemenza,
ricordando i servigi che gli hai prestato e cercando di attenuare la
gravità delle imputazioni. Ma l'ammiraglio e il tesoriere hanno
insistito che tu sia condannato ad una morte atroce e infamante,
proponendo di appiccare il fuoco alla tua dimora durante la notte,
sotto la vigilanza del generale e di ventimila fanti armati di frecce
avvelenate e pronti a scagliartele sul volto e sulle mani. Si voleva
ordinare in tutta segretezza ai tuoi inservienti di cospargere il
letto e la biancheria di succhi velenosi, capaci di decomporre la
carne e di farti morire fra atroci sofferenze. Il generale stesso
aderì a questa proposta e per un certo tempo si costituì una salda
maggioranza a te sfavorevole. Ma Sua Maestà era deciso, nei limiti del
possibile, a risparmiarti la vita e riuscì ad avere dalla sua parte il
ciambellano di corte. Fu a questo punto che l'imperatore volle sentire
l'opinione di Reldresal, primo segretario agli interni, che si è
sempre dimostrato tuo amico. Le sue parole confermarono l'idea che ti
sei fatta di questa persona. Lui riconobbe la gravità delle accuse, ma
ricordò nello stesso tempo che si doveva ricorrere pur sempre alla
clemenza, la miglior virtù di un principe e della quale Sua Maestà
poteva di diritto andare fiero. Disse che era a tutti nota l'amicizia
che lo legava a te da tanto tempo e che di conseguenza le sue opinioni
potevano sembrare partigiane a quel consesso, tuttavia, in ossequio a
quanto gli era stato richiesto, avrebbe espresso in piena libertà le
sue idee. Disse allora che Sua Maestà, in riconoscenza dei buoni
servigi resi e in ottemperanza alla sua natura misericordiosa, avrebbe
dovuto risparmiarti la vita, limitandosi a accecarti entrambi gli
occhi. Con questa risoluzione egli umilmente credeva che si potesse in
qualche modo fare giustizia, mentre tutto il popolo avrebbe applaudito
quell'atto di clemenza imperiale, e con esso la generosità e la
giustizia di coloro che hanno l'onore di essere suoi consiglieri.
Aggiunse che la perdita della vista non avrebbe in alcun modo ridotta
la tua forza, grazie alla quale sei tanto utile a Sua Maestà poiché
anzi la cecità aumenta il coraggio, in quanto ci impedisce di vedere i
pericoli, se è vero che proprio il timore per i tuoi occhi era stato
il maggiore ostacolo nel portar via la flotta nemica e che, infine,
sarebbe stato per te sufficiente vedere attraverso gli occhi dei
ministri, così come fanno anche i monarchi più potenti.
"Questa proposta incontrò la più intransigente disapprovazione del
consiglio. L'ammiraglio Bolgolam non poté trattenere la sua ira e,
saltando in piedi su tutte le furie, disse che non si capacitava come
un segretario agli interni osasse proporre di salvare la vita di un
traditore; che i servigi che tu avevi reso erano, proprio per la
ragion di stato, la peggiore aggravante ai tuoi delitti; che la tua
capacità di spegnere incendi orinandovi sopra, come avevi fatto con
l'appartamento della regina (azione che, ricordò con orrore, avrebbe
potuto, in un'altra occasione, provocare l'inondazione del Palazzo;
che così come, grazie alla tua forza, avevi potuto trascinare fin qui
la flotta nemica, altrettanto bene avresti potuto riportarla al nemico
al primo dissapore che tu avessi avuto con noi; che infine aveva le
sue buone ragioni di crederti, in fondo al cuore, un Puntalarga e
poiché il tradimento cova nel cuore prima di manifestarsi, in
conseguenza di ciò ti accusava di tradimento, insistendo che tu fossi
messo a morte.
"Della stessa opinione si disse il gran tesoriere. Mise in luce in
quali misere condizioni si fosse ridotto l'erario, incapace ormai di
fare fronte al tuo mantenimento, sostenendo inoltre che la proposta,
avanzata dal segretario agli interni, di cavarti gli occhi, non solo
non costituiva un rimedio contro il danno, ma avrebbe contribuito ad
accrescerlo. Ti sarebbe infatti successo come a certi tipi di uccelli
che, una volta accecati, mangiano il doppio ingrassando rapidamente.
Concluse dicendo che Sua Maestà e il Consiglio, tuoi giudici naturali,
erano fermamente convinti della tua colpevolezza, di per sé ragione
sufficiente per condannarti alla pena capitale, anche senza le prove
formali richieste dalla lettera della legge.
"Ma Sua Maestà Imperiale, nettamente contrario alla pena di morte, si
compiacque graziosamente di osservare che, se il Consiglio riteneva la
perdita della vista una punizione troppo lieve, si sarebbe potuta
aggiungere ad essa qualche altra mutilazione. A questo punto il tuo
amico, segretario agli interni, dopo aver chiesto di essere ascoltato,
per replicare a quanto aveva sostenuto il tesoriere circa le
difficoltà incontrate dall'erario per mantenerti, disse che Sua
Eccellenza, che era il solo a disporre delle rendite imperiali,
avrebbe potuto ovviare facilmente a questo inconveniente tagliandoti
gradualmente i viveri; grazie a questo espediente ti saresti
infiacchito rapidamente, avresti perso l'appetito, consumandoti in
pochi mesi dopo di che il puzzo della tua carcassa non avrebbe certo
costituito un pericolo, ridotta come sarebbe stata della metà. E poi,
subito dopo la tua morte, cinque o seimila sudditi avrebbero dovuto
spolparti le ossa in fretta e furia e seppellire la carne nelle
contrade più remote del regno per prevenire epidemie, mentre il tuo
scheletro sarebbe rimasto come un monumento per l'ammirazione dei
posteri.
"Fu così che si giunse ad un compromesso per l'amicizia del
segretario. Si stabilì dunque di tenere segreto il progetto di farti
morire d'inedia, mentre venne verbalizzata la decisione di infliggerti
l'accecamento. A questo nessuno si oppose ad eccezione dell'ammiraglio
Bolgolam il quale, istigato dalla regina, di cui era un favorito,
continuò ad insistere sulla pena di morte. La regina, infatti, non
aveva mai smesso di odiarti dopo che tu spegnesti l'incendio
nell'infamante ed illegale maniera che sai.
"Entro tre giorni il tuo amico segretario verrà a leggerti i capi
d'accusa e a dimostrarti la grande clemenza e la simpatia di Sua
Maestà, grazie alla quale ti si condanna solamente alla perdita degli
occhi; pena, questa, alla quale Sua Maestà è sicuro che ti sottoporrai
con animo grato, mentre venti chirurghi reali avranno cura che
l'operazione, la quale consiste nello scagliarti acuminatissime frecce
nei globi oculari, mentre te ne starai disteso sul pavimento, venga
eseguita secondo le regole.
"Lascio a te prendere le misure più opportune, mentre io, per non
destare sospetti, devo svignarmela in gran segreto, come sono venuto."
Uscita sua Signoria, rimasi solo con mille dubbi e incertezze sul da
farsi. Secondo un'abitudine introdotta dall'attuale regnante e dal suo
ministero (che non trovava riscontro, come mi fu detto, nelle
procedure seguite nei tempi antichi), dopo che la Corte aveva
decretato un'esecuzione crudele, vuoi per appagare l'ira regale, o la
malvagità di qualche favorito, l'imperatore in persona teneva un
discorso al consiglio riunito in seduta plenaria, nel quale esprimeva
la sua grande clemenza e la sua generosità, come doti conosciute e
risapute in tutto il mondo. Questo discorso venne promulgato e diffuso
in tutto il reame e nulla diffuse il terrore nella popolazione quanto
i riferimenti encomiastici alla clemenza reale; perché si sapeva ormai
molto bene che, quanto più si insisteva e si propagandavano tali
encomi, tanto più disumana sarebbe stata la pena, e tanto più
innocente l'accusato destinato a subirla. Quanto a me, devo confessare
che, non essendo mai stato destinato alla vita di corte, né per
nascita, né per educazione, ed essendo quindi un pessimo giudice in
materia, non riuscivo a capire dove fosse tutta quella clemenza e
quella simpatia alla quale la sentenza faceva riferimento; anzi, e
forse mi sbaglio, mi sembrava più rigorosa che mite. Più di una volta
fui sul punto di accettare il processo, sperando di poter attenuare i
fatti menzionati nei vari capi d'accusa, visto che non li potevo
negare; ma troppe volte in vita mia ho assistito a processi di stato
che immancabilmente finivano secondo le direttive dei giudici, per
affidarmi, nella condizione in cui mi trovavo e con tali nemici, ad un
verdetto tanto pericoloso. Per un momento pensai di opporre resistenza
perché, finché fossi rimasto libero, difficilmente tutte le forze
riunite dell'impero avrebbero potuto soggiogarmi, mentre avrei potuto
con estrema facilità ridurre in macerie la capitale a furia di
sassate. Eppure respinsi con orrore questa idea, ricordandomi del
giuramento che avevo fatto a Sua Maestà, dei favori che avevo ricevuto
da lui, e del titolo di "nardac" che si era degnato di conferirmi. Né
ero entrato a tal punto nel ruolo di cortigiano, da persuadermi che la
severità oggi dimostratami dall'imperatore avrebbe potuto cancellare
tutti gli obblighi contratti nel passato.
Alla fine presi una decisione che potrà suscitare qualche perplessità
e non a sproposito; infatti ammetto che devo i miei occhi, e di
conseguenza la libertà, all'avventatezza e alla mancanza d'esperienza,
perché, se avessi conosciuto allora la vera natura di prìncipi e
ministri, quale poi mi è capitato di osservare in molte altre corti, e
i loro modi di trattare prigionieri sotto accusa meno colpevoli di me,
mi sarei sottoposto subito e di buon grado ad una condanna tanto
lieve. Ma con l'impulsività propria dei giovani, avendo il permesso
imperiale di far visita all'imperatore di Blefuscu, presi al volo
l'occasione prima dello scadere dei tre giorni, comunicando per
lettera al mio amico segretario che sarei partito il giorno stesso per
Blefuscu; senza attendere una risposta, mi diressi verso la costa
dell'isola dove si trovava all'ancora la nostra flotta. Afferrai una
grossa nave e, salpate le ancore, legai una corda alla prua poi, dopo
essermi spogliato, ci misi gli abiti e la coperta, che tenevo sotto il
braccio, e cominciai a trascinarmela dietro, un poi' guadando e un po'
nuotando, finché arrivai al porto reale di Blefuscu, dove la gente mi
aspettava da tempo.
Due guide mi portarono alla capitale che ha lo stesso nome. Le portai
in mano finché giungemmo a duecento metri dalle porte della città,
quindi le mandai ad avvertire un segretario di corte del mio arrivo e
a riferirgli che attendevo gli ordini di Sua Maestà. Un'ora più tardi
mi fu detto che Sua Maestà con tutta la famiglia reale e gli ufficiali
di corte stavano per venire incontro a ricevermi. Mi feci avanti per
un centinaio di metri e, mentre Sua Maestà e il seguito scendevano da
cavallo e l'imperatrice e le dame dalle carrozze, non mi sembrò che
quelle signorie dessero segni di paura o di imbarazzo. Mi stesi per
terra per baciare la mano a Sua Altezza e alla consorte imperiale, poi
gli dissi che ero venuto per mantenere la promessa fatta, con il
permesso del mio padrone, l'imperatore, per avere l'onore di vedere un
così potente monarca e offrirgli i miei servigi, compatibilmente ai
doveri che mi legavano al mio sovrano. Ma non feci alcun riferimento
al fatto che ero caduto in disgrazia, prima di tutto perché non ne
avevo avuto la comunicazione ufficiale e dunque avrei potuto essere
totalmente all'oscuro dei progetti a mio danno né d'altra parte potevo
pensare che l'imperatore di Lilliput avrebbe divulgato la notizia
mentre non ero in suo potere; su questo ultimo punto, tuttavia,
dovetti accorgermi presto che mi sbagliavo.
Non starò qui a infastidire il lettore con il resoconto
particolareggiato del mio ricevimento a corte, secondo la generosità
di un così gran principe; né ai disagi che dovetti affrontare per
mancanza di una casa e di un letto, costretto come fui a dormire per
terra avvolto nella mia coperta.
8 - GRAZIE AD UN FORTUNATO IMPREVISTO L'AUTORE TROVA IL MODO DI
LASCIARE BLEFUSCU E, DOPO ALCUNE TRAVERSIE, TORNA SANO E SALVO IN
PATRIA.
Tre giorni dopo il mio arrivo me ne andavo curiosando verso la costa
nord orientale dell'isola, quando vidi a mezzo miglio della riva
qualcosa che sembrava una barca rovesciata. Mi levai calze e scarpe e
cominciai a inoltrarmi nell'acqua per due o trecento metri, finché
vidi che si trattava proprio di una barca, che mi veniva incontro con
il flusso della marea e che qualche tempesta aveva probabilmente
strappato ad una nave. Tornai subito alla capitale per farmi prestare
da Sua Maestà venti dei più alti galeoni che gli erano rimasti dopo la
perdita della flotta e tremila marinai, al comando del suo
viceammiraglio. Mentre la flotta salpava per costeggiare l'isola,
raggiunsi con una scorciatoia il posto dove avevo trovato la barca. La
marea l'aveva portata ancora più vicina alla riva. I marinai d'altra
parte erano tutti provvisti di cordame che avevo in precedenza
attorcigliato insieme per renderlo più resistente. All'arrivo delle
navi, mi spogliai e camminai nell'acqua fino a un cento metri dalla
barca; qui fui costretto a fare una bella nuotata per raggiungerla. I
marinai mi lanciarono un capo della corda che legai stretta all'anello
di prua della barca, mentre l'altro capo venne legato a uno dei
vascelli. Ma mi sembrò subito una fatica improba, perché non riuscivo
a destreggiarmi nell'acqua dove non toccavo. Dovetti quindi nuotare
dietro la barca, spingendola con una mano più spesso che potevo,
finché, aiutato dalla marea, riuscii a raggiungere il punto dove si
toccava. Mi fermai per prendere fiato qualche minuto, poi detti
un'altra spinta alla barca con l'acqua che mi arrivava ormai alle
ascelle. Il più ormai era fatto e non mi rimase che tirare fuori il
cordame stivato in una nave, legando la barca al traino di nove
velieri che mi erano accanto. Con il favore del vento, le mie spinte e
il traino delle navi, portammo la barca a non più di quaranta metri
dalla riva e qui, aspettata la bassa marea, la trascinai in secco. Con
l'aiuto di duemila uomini, fornii di corde e paranchi, riuscii a
rimetterla con la chiglia sulla sabbia e fu allora che mi accorsi che
era leggermente danneggiata.
Non starò a seccare il lettore con la difficoltà che ebbi nel
trasportare quell'imbarcazione al porto reale di Blefuscu, facendola
scorrere su pali, la cui preparazione mi richiese dieci giorni di
fatiche; arrivato alla capitale fui accolto da una grande folla
estasiata alla vista di un così enorme vascello. Dissi all'imperatore
che la mia buona stella mi aveva fatto imbattere su quella barca,
capace di trasportarmi in un qualche paese dal quale avrei potuto
raggiungere la mia terra natale, per cui gli chiesi di potere
usufruire di materiali per rimetterla in sesto e di ottenere il
permesso di partire. Lui, dopo gentili espressioni di rincrescimento,
me lo concesse.
Per tutto quel tempo rimasi molto sorpreso che il nostro imperatore
non si fosse fatto vivo presso la corte di Blefuscu con qualche
messaggio che riguardasse la mia persona; in seguito fui segretamente
informato che Sua Maestà di Lilliput, ignaro che fossi al corrente del
suo progetto, era convinto che mi fossi recato a Blefuscu solo per
mantenere la promessa, e col suo assenso, come era noto a tutti, e che
sarei ritornato quando fossero finiti i festeggiamenti. Col passare
del tempo, tuttavia, cominciò a preoccuparsi del mio ritardo per cui,
consigliatosi con il gran tesoriere e gli altri della congrega, decise
di inviare un messo fidato con una copia delle accuse a mio carico.
Questo emissario avrebbe dovuto presentare all'imperatore di Blefuscu
la clemenza del suo padrone, il quale si era limitato a condannarmi
alla perdita degli occhi, comunicandogli inoltre che mi ero sottratto
alla giustizia per cui, se non avessi fatto ritorno entro due ore,
sarei stato privato del titolo di "nardac" e dichiarato traditore.
L'emissario aggiunse poi che, nel mutuo rispetto e rafforzamento
dell'amicizia dei due paesi, il suo padrone non dubitava che il
fratello di Blefuscu avrebbe fatto in modo di rispedirmi a Lilliput,
legato mani e piedi, per subire la punizione che spetta ai traditori.
L'imperatore di Blefuscu rifletté per tre giorni, poi fece conoscere
la sua risposta, piena di cortesia e di scuse, nella quale specificava
che, quanto al fatto di rinviarmi indietro tutto legato, suo fratello
sapeva bene che era impossibile; che se pure ero stato io a sottrargli
la flotta, tuttavia si sentiva in debito per quanto avevo fatto al
momento di ratificare la pace. Inoltre entrambi i sovrani si sarebbero
liberati ben presto di me, poiché avevo rinvenuto sulla spiaggia un
enorme vascello, capace di trasportarmi in mare e aggiunse che lui
stesso aveva ordinato di ripararlo sotto la mia direzione. In questo
modo sperava che in poche settimane entrambi gli imperi si sarebbero
liberati di una presenza tanto ingombrante.
Con questa risposta l'emissario fu rinviato a Lilliput, mentre
l'imperatore di Blefuscu mi raccontò il tutto a cose fatte, offrendomi
allo stesso tempo e in gran segreto la sua benevola protezione, se
avessi voluto restare al suo servizio. Ma sebbene lo ritenessi sincero
in questa proposta, ero ormai deciso a non riporre più fiducia nei
principi e nei ministri, almeno fino a quando l'avessi potuto evitare;
per cui gli presentai umili scuse, insieme alla più viva riconoscenza
per le sue buone intenzioni. Gli dissi che la buona o cattiva sorte mi
aveva fatto imbattere in una barca e che preferivo affidarmi
all'oceano, piuttosto che essere il pomo della discordia fra due
potenti sovrani. Non mi sembrò tanto dispiaciuto della mia decisione,
anzi, da un certo avvenimento, capii che il re e i ministri erano più
che felici della mia partenza.
Tutto questo contribuì ad affrettare i preparativi di un commiato
molto più imminente di quanto avessi creduto, e non mi mancarono certo
gli aiuti della corte, impaziente di vedermi andare via. Furono messi
a mia disposizione cinquecento sarti per fare le vele della barca,
ottenute sovrapponendo tredici strati del tessuto più robusto che
avevano, mentre io stesso faticai non poco a confezionare cordame e
sartie attorcigliando dieci, venti e anche trenta delle loro corde più
grosse e robuste. Per àncora presi un pietrone nel quale mi ero
imbattuto lungo la spiaggia dopo lunghe ricerche; per ingrassare la
barca mi dettero il sego di trecento buoi. Il difficile fu tagliare le
piante più grosse per farne i remi e l'alberatura, ma per fortuna ebbi
la collaborazione dei maestri d'ascia reali che levigarono i tronchi
dopo che li avevo sgrossati.
Dopo un mese fu tutto pronto e mi recai da Sua Maestà per prendere
commiato. Quando l'imperatore uscì dal palazzo con la famiglia reale,
mi distesi per baciargli la mano che lui benevolmente mi tendeva e
così feci con l'imperatrice e i prìncipi. Sua Maestà mi regalò
cinquanta borse di duecento "sprugs" ognuna e il suo ritratto a
grandezza naturale che sistemai subito in uno dei miei guanti perché
non si danneggiasse. Ma tante e tante furono le cerimonie della
partenza che non voglio star qui a importunare il lettore con la loro
descrizione.
Stivai la barca con la carne di un centinaio di buoi, trecento pecore,
pane e bevande in proporzione adeguata e tanti cibi precotti quanti ne
poterono confezionare quattrocento cuochi. Feci portare sulla barca
anche sei mucche, due tori e altrettante pecore e montoni per
moltiplicarne la razza nel mio paese; per dar loro da mangiare durante
il viaggio mi portai anche un fascio di fieno e un sacchetto di grano.
Mi sarebbe piaciuto imbarcare anche una dozzina di indigeni, ma
l'imperatore non me lo avrebbe consentito in nessun modo ed anzi, dopo
un'accurata ispezione nelle mie tasche, mi fece giurare sull'onore che
non avrei portato via nessuno dei suoi sudditi, sia pure con il loro
consenso.
Sistemata ogni cosa meglio che potevo, salpai il ventiquattro
settembre 1701 alle sei del mattino e, dopo avere percorso quattro
leghe in direzione nord, sospinto dal vento che spirava da sud-est,
alle sei della sera vidi un'isoletta a mezza lega in direzione
nordoccidentale. Mi avvicinai e gettai l'àncora dalla parte contro
vento di quell'isola che sembrava disabitata; allora mi ristorai un
po' e mi misi a dormire. Riposai della grossa e per sei ore filate
perché, un paio d'ore dopo che mi ero svegliato, spuntò il giorno;
feci colazione prima del sorgere del sole quindi, levata l'àncora e
con il favore del vento, ripresi il cammino nella direzione del giorno
precedente con la guida della bussola tascabile. Volevo raggiungere
possibilmente una di quelle isole che si trovano a nord-est della
terra di Van Diemen. Per tutta la giornata non vidi nulla, ma il
giorno dopo, verso le tre del pomeriggio, quando dai calcoli fatti
avevo percorso ventiquattro leghe da Blefuscu, vidi una vela che
seguiva una rotta simile alla mia verso sud-est. Lanciai dei richiami,
ma non ebbi risposta anche se, col calare del vento, stavo sempre più
avvicinandomi. Cercai di prendere vento più che potevo finché, dopo
mezzora, si accorsero di me, alzarono la bandiera e spararono un colpo
dl cannone. Mi è difficile trovare le parole per esprimere la gioia
ddavanti a quell'inaspettata occasione di rivedere la mia amata terra
e gli amati cari che vi avevo lasciati. La nave ammainò le vele ed
accostai ad essa alle sei della sera del 26 settembre. Il cuore mi
balzò in gola al vedere i colori dell'Inghilterra. Mi infilai pecore e
mucche nelle tasche della giacca e salii a bordo col mio piccolo
carico di provviste. Si trattava di una nave inglese da carico che,
attraverso i mari del nord e del sud, tornava dal Giappone; il
capitano, persona civilissima ed ottimo marinaio, era il signor John
Biddel di Deptford. Ci trovavamo a trenta gradi di latitudine sud. Fra
l'equipaggio di una cinquantina di persone incontrai un vecchio
compagno, certo Pietro Williams che mi parlò assai bene del capitano.
Questi mi trattò infatti con cortesia e volle sapere il posto che
avevo lasciato per ultimo e dove fossi diretto; risposi in poche
parole, ma quello pensò che vaneggiassi e che i pericoli affrontati mi
avessero dato di volta al cervello. Al che tirai fuori pecore e mucche
dalle tasche e lui, con grande meraviglia, dovette ricredersi. Allora
gli mostrai l'oro che mi aveva donato l'imperatore di Blefuscu, con il
ritratto di Sua Maestà a grandezza naturale e altre rarità di quel
paese. Gli detti due borse di duecento "sprugs" ciascuna e gli promisi
che, quando saremmo arrivati in Inghilterra, gli avrei regalato una
mucca e una pecora pregne.
Non starò ad annoiare il lettore con il resoconto del viaggio che per
la maggior parte fu veramente propizio. Arrivammo ai Downs
nell'Inghilterra meridionale il 13 aprile 1702 e devo lamentarmi di
una sola disgrazia. I topi di bordo mi avevano portato via una pecora
e ne ritrovai le ossa spolpate in un buco. Portai a terra tutti gli
altri animali del mio gregge, che feci pascolare in un campo da gioco
a Greenwich; trovarono un'erba tenera che mise loro un buon appetito,
sebbene avessi temuto il contrario. Né mi sarebbe stato possibile
tenerli in vita in un così lungo viaggio, se il capitano non mi avesse
dato i suoi biscotti più buoni che, ridotti in polvere e mescolati ad
acqua, avevano costituito il loro cibo quotidiano.
Durante il breve periodo che rimasi in Inghilterra, guadagnai
parecchio mostrando le mie bestie a persone di rango e, prima di
riprendere il mare per il mio secondo viaggio, le vendetti per
seicento sterline. Quando sono ritornato l'ultima volta, ho trovato
che l'allevamento è assai aumentato, specie quello delle pecore; per
cui spero che sarà di grande incremento per le manifatture della lana,
considerata la finissima qualità del vello.
Con mia moglie e la famiglia non rimasi che due mesi, perché il
vivissimo desiderio di scoprire terre straniere non mi permise di
restare più a lungo. A mia moglie lasciai mille e cinquecento sterline
e un buon alloggio a Redriff; il resto dei miei beni, parte in monete
e parte in merci, lo portai con me nella speranza di migliorare le mie
sostanze. Il vecchio zio Giovanni mi aveva lasciato in eredità della
terra vicino a Epping che rendeva una trentina di sterline l'anno, e
poi avevo affittato il mio terreno, detto del Toro Nero, a Fetter
Lane, che mi procurava un'analoga somma. Non c'era dunque pericolo che
la mia famiglia rischiasse di dover vivere della carità parrocchiale.
Mio figlio Gianni, così chiamato dal nome dello zio, era un ragazzo a
modo e frequentava la scuola, mia figlia Bettina (oggi sposa e madre)
aveva allora l'età in cui si impara l'uncinetto. Presi commiato da mia
moglie e dai miei figli, non senza lacrime da parte mia e loro, e
m'imbarcai sull'"Avventura", una nave da carico di trecento
tonnellate, comandata dal capitano Giovanni Nicholas di Liverpool
diretta a Surat. Il resoconto di questo viaggio sarà materia della
seconda parte del libro.
PARTE SECONDA.
VIAGGIO A BROBDINGNAG.
1 - UNA TEMPESTA TERRIBILE. IN CERCA D'ACOUA CON UNA LANCIA SULLA
QUALE SALE L'AUTORE PER ESPLORARE IL PAESE. ABBANDONATO SULLA
SPIAGGIA, VIENE CATTURATO DA UN ABITANTE DEL LUOGO E PORTATO A CASA DI
UN AGRICOLTORE. DESCRIZIONE DEGLI ABITANTI.
La natura e il destino mi hanno sempre costretto ad una vita attiva e
senza riposo, tanto che a due mesi dal mio riorno in patria mi
imbarcai nell'Inghilterra meridionale, il 20 giugno 1702,
sull'"Avventura", comandata dal capitano Giovanni Nicholas, della
Cornovaglia, diretta a Surat. Navigammo con il vento in poppa fino al
Capo di Buona Speranza, dove scendemmo per rifornirci d'acqua.
Scoperta una falla, scaricammo la merce per passare l'inverno in quei
posti, e poiché nel frattempo il capitano si era preso le febbri, non
fu possibile riprendere il mare fino alla fine di marzo. Spiegate le
vele, facemmo buon viaggio fino oltre lo stretto del Madagascar.
Quando fummo a nord di quell'isola, a circa cinque gradi di latitudine
sud, sebbene i venti soffino di solito in quei paraggi fra nord e
ovest dall'inizio di dicembre ai primi di maggio, il 19 aprile si alzò
un vento molto più impetuoso del solito che si mise a soffiare
incessantemente da occidente per venti giorni, dirottandoci ad est
delle isole Molucche e a circa tre gradi a nord della linea
dell'equatore, come rilevò il capitano il 2 di maggio. Quel giorno il
vento cadde e lasciò il posto a una calma assoluta di cui mi rallegrai
non poco. Ma lui, che aveva sulle spalle la lunga esperienza di quei
mari, ci ordinò di prepararci ad affrontare una tempesta che, infatti,
non si fece aspettare: il giorno dopo cominciò a soffiare il vento da
sud, chiamato il monsone di mezzogiorno.
Prevedendo che si sarebbe presto scatenata una burrasca, raccogliemmo
la vela di tarchia, pronti ad ammainare quella di trinchetto e poiché
volgeva al peggio, ci assicurammo che i cannoni fossero fissati
saldamente e ammainammo l'albero di mezzana. La nave si trovava al
largo e così pensammo che sarebbe stato meglio affrontare i marosi,
piuttosto che starcene lì a farci sballottare senza governo. Facemmo
quindi terzaruolo della vela di trinchetto accodando le scotte, mentre
il timone stava con la barra tutta a vento. La nave rispondeva a
meraviglia. Legammo quindi la drizza, ma la vela era squarciata da
cima a fondo, così dovemmo ammainare il pennone, tirando giù la vela
sul ponte e togliendo di mezzo qualsiasi cosa per farle posto. Era
proprio un violentissimo fortunale e i marosi s'infrangevano con
pericoloso e insolito vigore. Alammo la gomena dell'asta della ghia,
cercando di dare una mano al timoniere. Non volevamo infatti ammainare
la gabbia di maestra, perché con la sua spinta affrontavamo assai bene
le onde e sapevamo che la gabbia di maestra dava alla nave stabilità,
spingendola più sicura verso il mare, che non ci mancava di certo.
Quando si placò la tempesta, spiegammo le vele di trinchetto e di
maestra, facendo riprendere fiato alla nave. Venne poi la volta delle
vele di mezzana, della gabbia di maestra e di trinchetto. Veleggiavamo
a est-nord-est, sospinti dal vento di sud-ovest. Tirammo a bordo le
murate di destra, mettemmo fuori i bracci di sopravvento e le
mantiglie; ponemmo in opera i bracci di sottovento, procedendo con le
boline ben strette; infine alammo l'attrezzatura di mezzana verso il
vento, perché si gonfiasse il più possibile.
Durante la tempesta, seguita da un forte vento di sud-sud-ovest, la
nave era stata trascinata, secondo i calcoli, per circa cinquecento
leghe ad oriente, tanto che anche il più vecchio dei marinai non
sapeva capacitarsi in che parte del mondo fossimo andati a finire. Non
ci mancavano certo le provviste, il vascello era solido, l'equipaggio
in buona salute, ma l'acqua era agli sgoccioli. La cosa migliore era
quella di tenere la stessa rotta, piuttosto che dirigerci più a nord,
col pericolo di andare a finire nelle province settentrionali della
gran Tartaria o nei mari glaciali.
Il 16 giugno 1703 un mozzo annunciò terra dall'albero maestro. Il 17
potemmo vedere distintamente una grande isola o un continente, non
sapevamo infatti di quale dei due si trattasse, da cui si spingeva
verso sud una lingua di terra e un'insenatura dall'acqua troppo bassa
perché ci si potesse avventurare una nave di cento tonnellate.
Gettammo l'ancora a un miglio dall'insenatura e il capitano mandò una
dozzina dei suoi uomini armati, in una barca provvista di recipienti,
per vedere se c'era dell'acqua dolce. Chiesi il permesso di andare con
loro per potere visitare quella terra e fare possibilmente qualche
scoperta. Arrivati a terra non vedemmo né fiumi né sorgenti, né nessun
segno di abitanti. Gli uomini si misero quindi a esplorare la spiaggia
per scoprire qualche sorgente d'acqua dolce vicino al mare, mentre io,
da solo, mi inoltrai per un miglio dalla parte opposta in quella terra
desolata e rocciosa. Mi sentivo ormai stanco, e poiché non c'era nulla
che mi avesse interessato, me ne tornai indietro pian piano verso
l'insenaturaa. Quando fui in vista del mare vidi che gli uomini erano
già risaliti sulla scialuppa e remavano alla disperata verso la nave.
Stavo per chiamarli, ma sarebbe stato vano, quando vidi un essere
enorme che arrancava in mare dietro di loro più forte che poteva.
L'acqua non gli arrivava oltre i ginocchi e faceva passi enormi, ma
loro avevano per fortuna un vantaggio di un mezzo miglio, e poiché il
mare intorno era costellato di scogli acuminati, il mostro non riuscì
a raggiungere la barca. Questo mi fu detto dopo, perché al momento non
osai seguire le cose fino in fondo, ma corsi a perdifiato nella
direzione dalla quale ero venuto. Salii quindi per una ripida collina
che mi aprì una certa visuale sulla campagna circostante. Questa era
coltivata in ogni sua parte, ma quello che mi stupì fu l'altezza
dell'erba, forse fieno, capace di superare i sette metri.
Capitai in una strada maestra, tale infatti mi sembrava quello che per
gli abitanti del luogo non era che un viottolo attraverso un campo
d'orzo, e mi inoltrai per un tratto, senza riuscire a vedere nulla o
quasi da entrambi i lati, poiché si era ormai all'epoca del raccolto e
il grano arrivava almeno a tredici metri. Mi ci volle un'ora per
giungere alla fine del campo, recintato da una siepe alta più di
trenta metri e con alberi così maestosi che non mi fu possibile
calcolarne l'altezza. Per passare da un campo all'altro c'era un
cavalcasiepi a quattro gradini, tenuto fermo da un pietrone poggiato
sulla sommità. Non mi sognai nemmeno di dargli la scalata, perché i
gradini erano alti un due metri e la pietra più di sei. Stavo appunto
cercando un varco nella siepe, quando vidi all'improvviso un abitante
di quel paese nel campo vicino, grande come quello che si era messo ad
inseguire la barca. Era alto come un campanile e ad ogni passo
percorreva, ad occhio e croce, una decina di metri. Pieno di di un
terrore indicibile corsi a nascondermi fra il grano, da dove lo potei
osservare mentre, in cima al cavalcasiepi, guardava indietro verso il
campo percorso e lo udii gridare con una voce molto più alta di uno
squillo di tromba; anzi era tale il frastuono che scuoteva l'aria che,
in un primo momento, pensai che si trattasse di un tuono. Al che
vennero altri sette mostri alti come lui armati di falcetti, ognuno
dei quali era largo come sei delle nostre falci messe insieme. Vestiti
molto più dimessamente del primo, sembravano i suoi servi o i suoi
contadini e infatti, al suo comando, cominciarono a mietere il campo
dove mi trovavo. Cercai di tenermi il più possibile lontano da loro,
ma i miei movimenti erano impediti dagli steli del grano che
lasciavano varchi di non più di trenta centimetri e attraverso i quali
cercavo di insinuarmi. Mi detti comunque un gran daffare per
raggiungere una parte del campo dove il grano era stato abbattuto
dalla pioggia e dal vento; ma qui mi fu impossibile proseguire, perché
gli steli formavano un groviglio così stretto, che non mi permetteva
il passaggio; e poi le reste delle spighe abbattute erano così robuste
e acuminate che mi bucarono tutto lacerandomi le vesti. Sentii in quel
momento la voce dei mietitori a non più di cento metri alle mie
spalle. Allo stremo delle forze, e sopraffatto dalla disperazione, mi
distesi fra due solchi sperando di finire in quel luogo i miei giorni.
Compiansi mia moglie, vedova inconsolabile e i miei figli orfani,
deplorando la follia e l'ostinazione che, contro gli avvertimenti
degli amici e dei parenti, mi avevano portato ad intraprendere un
secondo viaggio. Stravolto com'ero, mi venne in mente Lilliput, i cui
abitanti mi guardavano come il prodigio più grande che si potesse
concepire, dove potevo tirare con una mano sola l'intera flotta
imperiale e dove feci quelle imprese che nelle cronache dell'Impero
resteranno a memoria perenne, testimonianza di milioni di uomini per i
posteri increduli. Ed ora riflettevo sull'umiliazione che avrei dovuto
provare nell'essere un'inezia in quel paese, quale potrebbe essere un
lillipuziano fra noi. Ma questa era in fondo l'ultima delle mie
disgrazie perché, se è vero che le creature umane sono più selvagge e
crudeli in proporzione alla loro mole, cosa altro potevo aspettarmi,
se non di diventare un boccone per il primo di questi barbari che
avesse avuto la fortuna di acchiapparmi? Hanno proprio ragione i
filosofi, quando dicono che grande o piccolo è solo questione di
paragoni; e potrebbe darsi il caso che i lillipuziani scoprano una
qualche terra dove gli abitanti sono rispetto a loro tanto minuscoli,
quanto loro lo erano nei miei riguardi. E chi può dire che questa
stessa prodigiosa razza di mortali possa essere a sua volta superata
di gran lunga in qualche remota parte del mondo, di cui nulla
sappiamo?
Atterrito e confuso com'ero, mi perdevo in queste riflessioni, quando
uno dei mietitori giunse a meno di dieci metri da me. Sapevo ormai che
alla prossima mossa sarei stato schiacciato dal suo piede o tranciato
dal suo falcetto per cui, quando quello stava per muoversi, gridai con
quanta forza avevo in corpo. Al che quella creatura colossale si fermò
di colpo, ossevò tutt'intorno per un po', finché mi vide acquattato
per terra. Mi osservò con la cautela di chi cerca di acchiappare un
qualche animaletto pericoloso evitandogli di mordere o di graffiare,
come mi è capitato di fare con le donnole in Inghilterra. Alla fine si
azzardò a prendermi dal di dietro, stringendomi la vita fra il pollice
e l'indice, portandomi all'altezza dei suoi occhi e a una distanza di
tre metri da essi, per potermi vedere meglio.
Capii al volo la sua intenzione e per fortuna ebbi la presenza di
spirito di non dibattermi mentre mi sollevava in aria, quantunque mi
stringesse forte ai fianchi per paura che gli scivolassi fra le dita.
Osai solo alzare gli occhi al cielo, giungendo le mani in atto
supplichevole, pronunciando poche parole in tono umile e implorante,
adatto alla condizione in cui mi trovavo, perché sentivo che in ogni
momento mi avrebbe potuto sbattere per terra, come in genere si fa con
certi animaletti rabbiosi che si vuole ammazzare. Per fortuna, lui
sembrò attratto dalla mia voce e dai gesti e cominciò a guardarmi più
con curiosità che con sospetto, meravigliato di sentirmi articolare la
voce in parole che pure non poteva comprendere. Nel frattempo non
potei trattenere i gemiti e le lacrime, girando la testa verso i
fianchi, come per fargli capire il dolore che mi procurava la stretta
delle sue dita. Lui sembrò capirmi, perché alzò la falda della giacca
deponendomici sopra con delicatezza, mettendosi a correre verso il suo
padrone, un facoltoso agricoltore, il primo che avevo visto nel campo.
Dopo che il contadino ebbe raccontato al suo padrone di avermi
trovato, come capii dal loro discorso, quest'ultimo, presa una
pagliuzza grossa come un bastone da passeggio, mi alzò le falde della
giacca, perché forse credeva che fossero delle protezioni naturali;
poi mi soffiò sui capelli per guardarmi meglio il volto. Allora chiamò
i vari garzoni e chiese loro se per caso avessero mai visto nei campi
creature come me e quindi mi posò pian piano per terra sulle quattro
gambe, ma io mi alzai subito in piedi e cominciai a passeggiare avanti
e indietro assai lentamente, come per fare capire a quella gente che
non avevo nessuna intenzione di fuggire. Loro si sedettero in circolo
intorno a me per osservare meglio le mie mosse: mi tolsi il cappello e
feci una gran riverenza verso l'agricoltore, poi m'inginocchiai
alzando le mani e gli occhi al cielo, parlando più forte che potevo.
Tirai fuori di tasca una borsa di monete d'oro e gliela porsi con
deferenza; lui la tenne sul palmo della mano, se la portò vicinissima
agli occhi per vedere di che cosa si trattava, poi, con la punta di
uno spillo che sfilò da una manica, la rigirò più volte, senza
tuttavia intuire cosa fosse. Gli feci capire di distendere la mano al
suolo ed allora, aperta la borsa, riversai tutto l'oro sulla palma.
Conteneva sei scudi spagnoli di quattro pistole l'uno ed altre venti o
trenta monete spicciole; vidi che si bagnava con la saliva la punta
del mignolo per prendere una o due monete d'oro, senza tuttavia
rendersi conto di che cosa si trattava. Mi fece capire a segni di
rimettere le monete nella scarsella e la scarsella in tasca, cosa che
pensai opportuno di fare, dopo avergliela offerta più volte.
L'agricoltore era ormai certo di trovarsi dinanzi ad una creatura
dotata di ragione. Fu così che tentò più volte di parlarmi con quella
sua voce che mi rintronava negli orecchi con il frastuono di un mulino
a vento, sebbene le sue parole fossero variamente articolate. Gli
risposi con tutto il fiato che avevo in corpo, in diverse lingue,
mentre lui avvicinava l'orecchio ad un paio di metri; ma invano,
perché era come se stessimo parlando fra sordi. Allora mandò i servi
di nuovo al lavoro e tirò fuori di tasca il fazzoletto, spianandolo e
piegandolo in due sulla mano distesa a terra con la palma rivolta
verso l'alto, facendo segno di saltarci sopra. Non mi fu difficile
obbedirgli, perché avevo davanti uno spessore di non più di trenta
centimetri e, per paura di cadere, mi distesi tutto lungo, mentre lui
mi rimboccò fino alla testa con il rimanente del fazzoletto. E in
questo modo mi portò a casa sua.
Appena arrivato, chiamò sua moglie aprendo il fazzoletto: quella fece
uno strillo e un salto indietro, come fanno le donne alla vista di un
ragno o di un rospo. Ma quando pian pianino ebbe preso un po' di
confidenza con me ed ebbe visto come obbedivo a puntino ai segni che
suo marito mi faceva, si riebbe ed anzi finì per affezionarmisi. Si
era ormai a mezzogiorno e una fantesca portò in tavola il pranzo che
consisteva in un'unica portata di carne, come si fa in casa dei
contadini, in un piatto dal diametro di sette metri. Quella famiglia
era composta dall'agricoltore e da sua moglie, tre figli e una nonna,
una vecchia più di là che di qua. Quando si furono seduti,
l'agricoltore mi posò a poca distanza da lui sulla tavola, alla
vertiginosa altezza di quasi dieci metri da terra.
Per paura di cadere cercavo di tenermi il più possibile lontano dagli
orli. La moglie tagliò uno spilluzzico di carne, poi sminuzzò del pane
sul piatto di legno e me lo mise davanti. Mi sentii in dovere di farle
una bella riverenza e quindi, estratti il mio coltello e la mia
forchetta, mi misi a mangiare con un gusto beato. La padrona mandò la
fantesca a prendere un bicchierino da liquore della capacità di due
galloni e lo riempì di vino; presi il vaso con tutte e due le mani e
alzando a gran fatica bevvi alla salute della signora, urlando i
migliori ossequi nella mia lingua, il che li fece scoppiare dal
ridere, tanto che rimasi mezzo intontito dal fracasso. Quel vinello
sapeva di sidro e non era poi male. Allora l'agricoltore mi fece segno
di andare vicino al suo piatto, ma mentre camminavo sulla tavola tutto
eccitato, come vorrà comprendere il lettore benevolo, inciampai su una
crosta cadendo bocconi sulla tovaglia, senza tuttavia farmi male. Mi
rialzai di scatto e vedendo che quella buona gente era rimasta
spaventata, presi il cappello, che tenevo sotto il braccio secondo la
buona creanza, e mulinandolo sopra il capo detti tre evviva per
dimostrare che non mi ero fatto niente. Mentre mi avvicinavo a quello
che d'ora in poi chiamerò il mio padrone, il più piccolo dei suoi
figli, che gli sedeva accanto, un moccioso screanzato di una decina
d'anni, mi sollevò per le gambe tenendomi sospeso tanto in alto, che
tremavo da capo a piedi; ma suo padre mi strappò dalle sue mani
affibbiandogli allo stesso tempo un tale ceffone sull'orecchio, da
scaraventare a terra un reggimento di cavalleria, ordinandogli di
alzarsi da tavola. Ma per paura che il bambino se la potesse prendere
con me, e conoscendo bene la crudeltà dei bambini nei confronti dei
passeri, dei conigli, dei cuccioli di gatti e di cani, mi inginocchiai
e, indicando il figlio, feci capire al mio padrone che lo perdonasse.
Il padre acconsentì e il bambino riprese il suo posto, mentre mi
avvicinai alla sua mano per baciargliela; allora il padrone gliela
prese costringendolo a farmi una specie di ruvida carezza.
Si era a metà del pranzo, quando la gatta prediletta balzò in grembo
alla padrona di casa. Sentii un rombo come avessi alle spalle una
dozzina di telai al lavoro e, girandomi, mi accorsi che erano le fusa
del gatto, un animale grande tre volte un bue, come potei capire dalla
testa e da una zampa che sporgevano sulla tavola, mentre la padrona
gli dava da mangiare accarezzandolo. L'aspetto feroce di questo
animale mi scombussolò tutto, sebbene mi trovassi dall'altro lato del
tavolo a più di quindici metri da lui, e la padrona lo tenesse stretto
per paura che, con un balzo, mi afferrasse coi suoi artigli. Ma non
c'era alcun pericolo, perché la gatta non mi degnò di uno sguardo
quando il padrone mi mise a meno di dieci metri da lei. D'altra parte
è un luogo comune e un'esperienza vissuta personalmente nei miei
viaggi, che fuggire o mostrarsi impaurito dinanzi ad un animale, è il
modo migliore per farsi inseguire. Così non detti il minimo segno di
spavento, mi misi anzi a passare e ripassare impettito davanti alla
testa della gatta, sempre più vicino, finché quella si tirò indietro
quasi avesse paura di me. Dei due o tre cani che entrarono nella
stanza, e ce ne sono sempre nelle case dei contadini, ebbi ancora meno
spavento, sebbene uno di questi fosse un mastino dalle dimensioni di
quattro elefanti messi insieme e l'altro un levriero, più alto ma meno
imponente.
Alla fine del pranzo, entrò la balia con in braccio un poppante di un
anno che, dopo avermi osservato per un po', cominciò a strillare così
forte, come fanno i bambini quando si impuntano per qualche capriccio,
che dal Ponte di Londra le sue grida si sarebbero sentite fino a
Chelsea. Presa da compassione, la madre mi prese e mi porse al bambino
il quale, afferratomi per la vita, si ficcò la mia testa in bocca; mi
misi a urlare così forte che il piccino si impaurì e mi lasciò cadere.
Mi sarei senza dubbio rotto l'osso del collo, se la madre non avesse
teso sotto di me il suo grembiule. Per placare il fanciullo, la balia
ricorse a un sonaglio, costituito da una specie di orcio con dentro
dei macigni e appeso al collo del poppante con un robusto canapo. Ma
fu tutto inutile, tanto che fu costretta a dargli da poppare come
ultimo rimedio. Devo confessare di non aver mai visto nulla di
ripugnante quanto la sua mostruosa mammella che, per altro, non saprei
a che cosa paragonare, per dare al curioso lettore un'idea della mole,
della forma e del colore: traboccava per un due metri buoni e ne aveva
almeno cinque di circonferenza. Il capezzolo era grosso quanto la metà
della mia testa ed era, come tutta la mammella, talmente chiazzato e
cosparso di lentiggini e pustole, che non c'era niente di più
nauseante; e posso dire di averlo visto molto bene poiché, mentre la
balia se ne stava seduta a dar da poppare a tutto suo agio, mi trovavo
sopra la tavola. Questo spettacolo mi fece riflettere sulla pelle
liscia e soave delle nostre donne che ci appare tanto attraente,
perché sono della nostra dimensione, mentre i difetti sarebbero
visibili solo attraverso una lente di ingrandimento. L'esperienza
infatti ci insegna che anche la pelle più bianca e vellutata appare
rugosa, ineguale e piena di chiazze vista a distanza ravvicinata.
Mi ricordo che quando ero a Lilliput, la carnagione di quella
minuscola gente mi sembrava la più bella di questo mondo ed anzi, fu
proprio là che, parlando con un dotto mio amico, mi sentii dire che la
mia faccia gli appariva assai più bella e liscia quando mi guardava da
terra, di quanto lo fosse allorché lo sollevavo più vicino. Mi
confessò che in questo caso gli si presentava davanti una vista
sconvolgente: grandi crateri mi butteravano la pelle, fra i peli della
barba dieci volte più grossi delle setole d'un cinghiale e le macchie
che rendevano disuguale e ripugnante la carnagione, sebbene possa
asserire a mio favore di non essermi mai abbronzato granché durante i
viaggi e di non essere in fondo un campione disonorevole della mia
razza. Se invece la discussione cadeva sulle dame della corte
imperiale, lui mi diceva che una era lentigginosa, un'altra aveva la
bocca a salvadanaro, un'altra ancora il naso a patata, mentre a me
sembravano tutte perfette. Riconosco che si tratta di un'ovvia
riflessione, ma ho dovuto pur farla perché il lettore non credesse che
queste creature fossero deformi; mentre al contrario sono una razza
ben fatta e, specie il mio padrone, sebbene fosse un contadino, aveva
un portamento eretto e dignitoso, tratti gradevoli e membra
proporzionate, quando lo guardavo dalla distanza di diciotto metri.
Finito il pranzo, l'agricoltore uscì di casa per raggiungere i
braccianti, non senza affidarmi prima alle cure e alla vigilanza della
moglie, come capii dalle parole e dai gesti che le rivolse. Ero stanco
e avevo un gran sonno, cosa che lei intuì benissimo, tanto e vero che
mi depose sul suo letto coprendomi con un fazzoletto, bianco e pulito,
ma più ruvido della vela maestra di un galeone.
Dormii per un paio d'ore, durante le quali sognai di essere a casa con
mia moglie e con i figli e quando mi svegliai nella solitudine di
quella stanza enorme, alta fra i sessanta e i novanta metri, larga una
cinquantina e sperduto in un letto di venti, sentii più pungente il
dolore che avevo nel cuore. La mia padrona mi aveva chiuso in camera,
mentre accudiva alle faccende. Un impellente bisogno mi spinse a
tentare di scendere dal letto, ma questo era alto otto metri e d'altra
parte pensai fosse inutile mettermi a urlare, vista la portata della
mia voce e la sterminata distanza che mi divideva dalla cucina dove si
trovavano gli altri. Mentre riflettevo sul da farsi, due topi si
arrampicarono su per le coperte e cominciarono a trotterellare
annusando qua e là per il letto. Uno di loro mi arrivò quasi al viso,
al che, in uno scatto di paura, sguainai la sciabola per difendermi.
Quegli orrendi animali ebbero il coraggio di attaccarmi da due parti
ed uno di loro osò allungarmi una zampa sul colletto, ma ebbi la
presenza di spirito di squarciargli la pancia prima che mi potesse
fare del male. Mi cadde ai piedi esanime e l'altro, vista la sorte del
compagno, sgusciò via non senza essersi beccato una sciabolata sul
groppone che gli assestai mentre fuggiva, facendogli perdere una vera
scia di sangue. Dopo questa avventura, mi misi a camminare lentamente
per il letto per riprendere fiato e recuperare la calma. Questi topi
erano grossi come mastini, ma più famelici e aggressivi, tanto che, se
mi fossi tolto il cinturone prima di coricarmi, a quest'ora sarei
stato senza dubbio ridotto in poltiglia e divorato. Misurata la coda
del topo morto, mi accorsi che per un pelo non arrivava ai due metri:
mi si rivoltava lo stomaco quando, ancora sanguinante, dovetti
trascinare via la carogna dal letto. Oltretutto, non essendo ancora
morto dovetti finirlo con un fendente sulla collottola.
Quando di lì a poco entrò la padrona e mi vide tutto insanguinato,
corse a prendermi per mano. Le indicai il topo morto, facendole capire
che non ero ferito; lei non si teneva dalla contentezza e chiamò la
fantesca che, preso il topo con un paio di molle, lo gettò dalla
finestra. La padrona mi mise su di un tavolino ed io ne approfittai
per mostrarle la spada insanguinata che, dopo averla asciugata con una
falda della giacca, rinfilai nel fodero. Avevo da sbrigare un paio di
quelle cosette che nessun altro poteva fare al mio posto e per questo
cercai di far capire alla padrona che mi mettesse per terra. Lei mi
accontentò, ed io non potevo far altro che indicarle la porta e
inchinarmi parecchie volte, poiché mi vergognavo di farle capire le
mie necessità con altri gesti. Alla fine, e non senza difficoltà, la
buona donna capì ciò che volevo, per cui, presomi di nuovo in mano, mi
portò in giardino deponendomi di nuovo per terra. Corsi a duecento
metri di distanza, le feci segno di non seguirmi e di non guardare
dalla mia parte, poi, nascostomi fra due foglie d'acetosa, mi liberai
dei miei bisogni.
Spero che il benevolo lettore vorrà scusarmi se mi soffermo su simili
particolari i quali, per quanto insignificanti possano apparire ad una
mente meschina e volgare, saranno certamente di valido aiuto per il
filosofo che voglia allargare l'orizzonte dei suoi pensieri e della
sua immaginazione e renderli utili al bene sia pubblico che privato.
Nel presentare infatti questa ed altre relazioni dei miei viaggi,
nelle quali raccontato la verità, senza fare ricorso agli ornamenti
della lingua, dello stile e della cultura, è stato questo il mio unico
scopo. Ma proprio questo viaggio mi ha, nel suo complesso, talmente
colpito l'immaginazione e mi è rimasto così impresso nella memoria,
che, trasferendolo nella scrittura, non ho omesso il minimo dettaglio.
E' stato solo ad una rilettura del mio scritto che ho cancellato
alcuni passi di scarsa importanza, per non essere accusato di
raccontare cose noiose e insignificanti, che spesso si imputano, e non
a torto, ai racconti dei viaggiatori.
2 - LA FIGLIA DELL'AGRICOLTORE. L'AUTORE E' PORTATO AL MERCATO E POI
NELLA CAPITALE. I PARTICOLARI DEL VIAGGIO.
La mia padrona aveva una figlia di nove anni, una bambina saggia per
la sua età, che sapeva cucire benissimo e con grazia i vestiti per la
bambola. Lei e sua madre sistemarono la culla della bambola facendone
il giaciglio dove potessi trascorrere la notte, poi misero la culla
nel cassetto di una credenza e questo fu appeso ad uno scaffale a muro
per paura dei topi. E per tutto il tempo che rimasi con questa gente
fu questo il mio letto che, man mano che riuscivo a farmi capire, resi
più comodo.
Questa ragazzina era così brava, che era bastato che mi spogliassi un
paio di volte in sua presenza, perché imparasse subito a vestirmi e a
spogliarmi, anche se evitavo sempre di darle questo fastidio, appena
mi lasciava fare da solo. Mi confezionò sette camice ed altri capi di
biancheria con la stoffa più fine che fu possibile trovare, sebbene
fosse più ruvida della tela di sacco. Ed era lei che mi lavava i panni
con le sue stesse mani. Inoltre mi faceva da maestra per insegnarmi la
loro lingua. Bastava che indicassi un oggetto, che lei me ne diceva il
nome e in pochi giorni fui capace di chiedere qualsiasi cosa volessi.
Era di animo buono e, per la sua età, non molto cresciuta, poiché
arrivava appena a tredici metri. Prima la famiglia, poi l'intero reame
mi chiamarono Grildrig, nome che lei mi aveva dato per prima e simile
al latino "nanunculus", all'italiano "omino" e all'inglese "mannikin".
Devo a lei la mia sopravvivenza e non ci separammo mai finché restai
in quel paese. La chiamavo Glumdalclitch, o piccola bambinaia, e sarei
un ingrato se non ricordassi l'attenzione e l'affetto che mi dimostrò
sempre, e inoltre vorrei essere in grado di ricompensarla come si
merita, invece di essere stato, come temo, causa involontaria della
sua disgrazia.
E nel frattempo si era diffusa in giro la notizia che il mio padrone
aveva trovato nei campi uno strano animale, piccolo come uno
"splaknuck", ma fatto in tutto e per tutto come un uomo, capace di
imitarlo in ogni azione, che parlava una lingua tutta sua, che pure
aveva imparato diverse parole della loro, che camminava su due gambe,
si comportava in modo amabile e mansueto, rispondeva ai richiami,
faceva quello che gli veniva detto, aveva membra ben proporzionate e
una carnagione più tenera di una bambina di tre anni di nobile
nascita. Fu così che un altro agricoltore che abitava vicino al mio
padrone ed era suo amico, venne a farci visita per verificare quanto
si diceva in giro. Mi misero subito in mostra posandomi sulla tavola
dove camminai ai loro comandi, sguainai e rinfoderai la spada, feci
l'inchino all'ospite del padrone, mi rivolsi a lui nella sua lingua
per chiedergli come stava e dargli il benvenuto, seguendo in tutto i
suggerimenti della mia piccola bambinaia. L'ospite, un vecchio dalla
vista corta, inforcò un paio d'occhiali per vedermi meglio ed io non
potei trattenermi dal ridere di cuore, perché i suoi occhi sembravano
come una luna piena che splende da due finestre contemporaneamente.
Gli altri risero con me appena capirono la causa della mia ilarità,
sebbene il vecchio fosse abbastanza stupido da prendersela e
arrabbiarcisi sopra. Era un dannato spilorcio e dovetti constatarlo
amaramente, quando mise in testa al mio padrone la maledetta idea di
mettermi in mostra come un portento alla fiera del villaggio, distante
una mezz'ora di cammino e a circa ventidue miglia dalla casa. Capii
subito che stavano architettando qualcosa di losco nei miei confronti,
quando vidi il mio padrone e il suo amico che parlottavano, indicando
di tanto in tanto dalla mia parte. In quel clima di paura mi sembrò
addirittura di avere capito il senso di alcune loro parole, ma la
mattina seguente fu la mia piccola bambinaia Glumdalclitch a riferirmi
il loro piano, dopo che era riuscita abilmente a far parlare sua
madre. La povera bambina mi pose in grembo, poi cominciò a piangere di
vergogna e di disperazione. Aveva paura che quella gente rozza potesse
farmi del male; avrebbero potuto stringermi fino a procurarmi la morte
o fracassarmi le ossa nel maneggiarmi. Lei aveva avuto modo di notare
la mia natura ritrosa e quanto fossi suscettibile nell'onore; capiva
con quale indignazione avrei affrontato l'idea di essere esibito alla
plebaglia, per denaro, come un mostricciattolo da baraccone. Disse che
papà e mamma le avevano promesso che sarei stato di sua proprietà, ma
ormai sapeva bene che sarebbe successo come con quell'agnellino
dell'anno scorso che, una volta ingrassato, fu venduto al macellaio.
Da parte mia, devo dire di essere rimasto molto meno rattristato della
mia bambinaia, perché avevo ben radicata in me la speranza che un
giorno avrei recuperato la libertà. Per quanto poi concerneva la
vergogna di essere mostrato come un prodigio, in quel paese mi sentivo
totalmente un estraneo; e chi mai avrebbe potuto rinfacciarmi quelle
sciagure al mio ritorno in Inghilterra, quando il Re in persona, se
fosse stato al mio posto, avrebbe dovuto subire lo stesso trattamento?
Seguendo il consiglio dell'amico, il padrone mi portò al mercato nella
città vicina rinchiuso in una scatola, portando con sé anche la
bambina, la mia piccola amica, che fece salire davanti a sé sul
cavallo. La scatola era chiusa, eccetto una porticina dalla quale
potevo entrare e uscire e alcuni fori fatti col succhiello per
permettermi di respirare. La bimba aveva avuto l'accortezza di
metterci dentro il materassino della bambola perché potessi sdraiarmi,
ma nonostante la brevità del percorso, fui sbatacchiato qua e là per
tutto il viaggio. Non bisogna infatti dimenticare che il cavallo
percorreva ad ogni passo la bellezza di dodici metri, provocando dei
sobbalzi paragonabili al beccheggio di una nave in preda alla più
furiosa delle tempeste, con una frequenza anche maggiore. Si trattava
di un viaggio poco più lungo che andare da Londra a Sant'Albano. Il
mio padrone prese alloggio alla locanda solita e, dopo aver parlato
per un po' con il locandiere e avere sistemato le cose, prese a nolo
un banditore, o "grultrud", perché desse notizia per tutta la città
che alla locanda dell'"Aquila Verde" era in mostra una creatura
portentosa, più piccola di un "splacnuck" (un animaletto di quei
luoghi assai minuto e lungo un metro e ottanta), simile in ogni parte
del corpo ad un essere umano, fornito di parola e capace di fare mille
mossettine.
Scelta la stanza più vasta della taverna, mi misero sulla tavola di un
trenta metri quadri. La mia piccola bambinaia si mise accanto alla
tavola, seduta su uno sgabello per proteggermi e dirmi cosa avrei
dovuto fare. Per evitare un sovraffollamento, il padrone fece entrare
solo trenta persone alla volta per assistere allo spettacolo. Seguivo
i comandi della bimba che ora mi diceva di camminare avanti e indietro
sul tavolo, ora mi faceva domande entro i limiti delle parole che
conoscevo e alle quali rispondevo più forte che potevo. Mi giravo più
volte verso gli spettatori, li ossequiavo, davo loro il benvenuto e
facevo loro altri discorsetti che avevo imparato. Poi alzavo un ditale
pieno di vino e, come fosse il mio calice, bevevo alla loro salute,
snudavo la spada mulinandola secondo le mosse della scherma inglese,
poi, preso un frammento di stoppia dalla bambina, facevo il lancio del
giavellotto imparato in gioventù.
Insomma in tutta la giornata feci dodici repliche, costretto a
ripetere sempre le stesse sciocchezze, finché fui mezzo morto di
fatica e di rabbia. Quelli che avevano assistito allo spettacolo,
riferivano tali meraviglie, e la gente premeva contro la porta della
locanda per entrare. Era nell'interesse del padrone che nessuno mi
toccasse, ad eccezione della bambina, e per questo aveva disposto
tutt'intorno al tavolo una fila di panche che mi tenevano fuori della
portata degli spettatori. Ci fu comunque uno screanzato di scolaro che
mi tirò una nocciolina in testa mancandomi per un pelo. Questa ricadde
con tale violenza che, se mi avesse colpito, mi avrebbe fatto saltare
il cervello, perché era grossa quasi come una zucca. Non mi dispiacque
certo vedere quel mascalzoncello preso a pedate e buttato fuori dalla
stanza.
Alla fine della giornata il mio padrone dichiarò pubblicamente che mi
avrebbe messo in mostra il prossimo giorno di mercato. Intanto,
seguendo le sue cure interessate, il padrone mi costruì un veicolo più
confortevole. Infatti ero così stanco dopo il viaggio e dopo aver dato
spettacolo per otto ore filate, che mi reggevo a mala pena in piedi,
senza avere la forza di pronunciare una parola. Mi ci vollero almeno
tre giorni per riprendermi, e dire che a casa non mi aspettava di
certo una vita tranquilla, perché tutti i signorotti del vicinato,
sentita la novità, vennero a vedermi a casa dell'agricoltore.
Entravano almeno una trentina alla volta, con mogli e figli (quel
paese è infatti assai popoloso) e per mostrarmi il padrone esigeva il
prezzo della sala al completo, anche se si trattava di una sola
famiglia. Per diverso tempo non ebbi un momento di pace per tutti i
giorni della settimana, ad eccezione del mercoledì, che è il loro
giorno di festa.
Il padrone, che cominciava a rendersi conto di quali guadagni gli
avrei procurato, decise di portarmi a fare il giro delle città più
importanti del regno. Sistemato il podere, procuratosi quanto era
necessario per un lungo viaggio, preso commiato dalla moglie, il 17
agosto 1703, a un due mesi dal mio arrivo su quella terra, il padrone
ed io ci mettemmo in cammino per la capitale, situata al centro del
regno e a circa tremila miglia dalla nostra casa. Sua figlia
Glumdalclitch salì sul cavallo dietro di lui, portando in grembo una
cassettina, nella quale ero rinchiuso, che si era legata alla vita. La
bambina l'aveva imbottita in ogni lato con la stoffa più fine che
aveva potuto trovare, poi ci aveva messo dentro il lettino della
bambola, coperte e tutto, rendendo l'ambiente il più possibile comodo.
Dietro di noi cavalcava, unica nostra compagnia, un ragazzo di fatica
che portava i bagagli.
Il padrone avea l'intenzione di presentarsi in tutte le città lungo il
cammino, disposto anche a deviare dalla via maestra di cinquanta
miglia o del doppio, per raggiungere quei villaggi o quelle dimore di
signorotti, dai quali si aspettava qualche guadagno. Il viaggio non fu
poi tanto faticoso, perché percorrevamo dalle centoquaranta alle
centosessanta miglia giornaliere; la buona Glumdalclitch, infatti,
ogni tanto diceva di essere sfinita, allo scopo di risparmiarmi. Di
quando in quando, su mia richiesta, lei mi faceva uscire dalla scatola
per prendere una boccata d'aria e ammirare il paesaggio, pur tenendomi
sempre ben stretto al guinzaglio. Passammo sopra cinque o sei fiumi
più larghi e più profondi del Nilo o del Gange; in quella terra anche
un ruscello ha la portata del Tamigi al Ponte di Londra. Il nostro
viaggio durò dieci settimane e organizzammo spettacoli in diciotto
città, senza contare i villaggi e le case private. Il 26 ottobre
arrivammo nella capitale che, nella loro lingua, è chiamata
Lorbrulgrud, o "Orgoglio dell'Universo". Il mio padrone alloggiò nella
strada principale, non lontano dal palazzo reale. Poi cominciò a fare
avvisi del solito tipo, con la descrizione della mia persona e del mio
ingegno; prese in affitto un salone immenso, ci fece mettere un tavolo
del diametro di diciotto metri, sul quale avrei tenuto le mie
rappresentazioni, facendolo circondare da una palizzata, tipo
ringhiera alta due metri, perché non cadessi di sotto. Detti
spettacolo dieci volte al giorno fra l'ammirazione generale. Parlavo
ormai la loro lingua decentemente e capivo benissimo quando mi
rivolgevano la parola, inoltre avevo imparato l'alfabeto e riuscivo a
tradurre anche qualche frase scritta; infatti Glumdalclitch mi aveva
insegnato a leggere quando eravamo a casa e nelle ore libere durante
il viaggio. Aveva sempre in tasca un libriccino, non molto più grande
di un atlante, che era un manuale di catechismo per bambine, sul quale
mi insegnò a riconoscere le lettere e quindi ad interpretare le
parole.