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 L'isola del tesoro

 



Robert Louis Stevenson.
L'ISOLA DEL TESORO.


A S. L. O.
gentiluomo americano
in ricambio di molte piacevoli ore
e coi più cari auguri
il seguente racconto disegnato
in armonia col suo classico gusto
l'affezionato amico autore
dedica.


ALL'ESITANTE ACQUIRENTE.
Storie marine in marinaresco tono
E tempeste e avventure e caldi e geli
E bastimenti ed isole e crudeli
Piraterie, ed interrato oro,
Ed ogni vecchia favola ridetta
Nei precisi antichi modi:
Se tutto ciò, come a me piacque un tempo,
Piaccia ai più savi giovani d'oggi:

Così sia, così accada! - Ma se no,
Se il giovane saputo non più brama,
Gli antichi amori suoi dimenticò,
Kingston, o Ballantine il valoroso,
O Cooper dalla selva e dal maroso:
Così pur sia! E rassegnato io possa
E i miei pirati entrare nella fossa
Ove dormono quelli e lor fantasmi!









INDICE.

PARTE PRIMA - IL VECCHIO FILIBUSTIERE.
Capitolo 1. Il vecchio lupo di mare all'"Ammiraglio Benbow":
pagina 7.
Capitolo 2. Can-Nero appare e scompare: pagina 17
Capitolo 3. La macchia nera: pagina 27.
Capitolo 4. Il baule da marinaio: pagina 37.
Capitolo 5. La fine del cieco: pagina 47.
Capitolo 6. Le carte del capitano: pagina 56.

PARTE SECONDA - IL CUOCO DI BORDO.
Capitolo 7. Vado a Bristol: pagina 66.
Capitolo 8. All'insegna del "Cannocchiale": pagina 75.
Capitolo 9. Polvere e armi: pagina 83.
Capitolo 10. Il viaggio: pagina 92.
Capitolo 11. Ciò che udii nel barile delle mele: pagina 101.
Capitolo 12. Consiglio di guerra: pagina 111.

PARTE TERZA - LE MIE AVVENTURE A TERRA:
Capitolo 13. Come incominciò la mia avventura: pagina 120.
Capitolo 14. Il primo colpo: pagina 128.
Capitolo 15. L'uomo dell'isola: pagina 136.

PARTE QUARTA - IL FORTINO.
Capitolo 16. Il dottore continua il racconto: come la nave fu
abbandonata: pagina 147.
Capitolo 17. Continua il racconto del dottore: l'ultimo viaggio
del piccolo canotto: pagina 155.
Capitolo 18. Continua il racconto del dottore: fine della prima
giornata di combattimento: pagina 162.
Capitolo 19. Il racconto è ripreso da Jim Hawkins: la guarnigione
del fortino: pagina 170.
Capitolo 20. L'ambasciata di Silver: pagina 179.
Capitolo 21. L'attacco: pagina 188.

PARTE QUINTA - LA MIA AVVENTURA IN MARE.
Capitolo 22. Come iniziai la mia avventura in mare: pagina 198.
Capitolo 23. La marea discende: pagina 208.
Capitolo 24. La crociera della piroga: pagina 216.
Capitolo 25. Ammaino il Jolly Roger: pagina 225.
Capitolo 26. Israel Hands: pagina 233.
Capitolo 27. "Pezzi da otto": pagina 246.

PARTE SESTA - IL CAPITANO SILVER.
Capitolo 28. Nel campo nemico: pagina 256.
Capitolo 29. Di nuovo la macchia nera: pagina 269.
Capitolo 30. Sulla parola: pagina 279.
Capitolo 31. La caccia al tesoro: l'indice di Flint: pagina 290.
Capitolo 32. La caccia al tesoro: la voce tra gli alberi: pagina
301.
Capitolo 33. La caduta di un capo: pagina 311.
Capitolo 34. e ultimo: pagina 320.







PARTE PRIMA - IL VECCHIO FILIBUSTIERE.


Capitolo 1. Il vecchio lupo di mare all'"Ammiraglio Benbow".

Pregato dal cavalier Trelawney, dal dottor Livesey e dal resto
della brigata, di scrivere la storia della nostra avventura
all'Isola del Tesoro, con tutti i suoi particolari, nessuno
eccettuato, salvo la posizione dell'isola; e ciò perché una parte
del tesoro ancora vi è nascosta, - io prendo la penna nell'anno di
grazia 17... e mi rifaccio al tempo in cui il mio padre gestiva la
locanda dell'"Ammiraglio Benbow" e il vecchio uomo di mare dal
viso abbronzato e sfregiato da un colpo di sciabola prese alloggio
presso di noi.
Lo ricordo come fosse ieri, quando entrò con quel suo passo
pesante, seguito dalla carriola che portava il baule. Alto,
poderoso, bruno, con un codino incatramato che gli ricadeva sopra
il suo bisunto abito blu: le mani rugose e ricoperte di cicatrici,
con le unghie rotte e orlate di nero; e, attraverso la guancia, il
taglio del colpo di sciabola d'un bianco livido e sporco. Roteò in
giro un'occhiata fischiettando fra sé, e poi, con la sua vecchia
stridula e tremula voce ritmata e arrochita dalle manovre
dell'àrgano, intonò quell'antica canzone di mare che doveva più
tardi così spesso percuotere i nostri orecchi:

"Quindici sulla cassa del morto,
Quindici uomini yò-hò-hò,
E una bottiglia di rum per conforto!"

Poi con un pezzo di bastone simile a una manovella batté contro la
porta, e come mio padre apparve, ordinò bruscamente un bicchiere
di rum. Appena gli fu portato, lo bevve lentamente assaporandolo
all'uso dei conoscitori, e intanto seguitava a guardare intorno a
sé esaminando le colline e la nostra insegna.
"Questo è un luogo adatto" disse alfine "e ottimamente situato.
Molta gente, amico mio?"
Mio padre rispose che no; poca assai: una desolazione.
"Bene. E' l'ancoraggio che fa per me. Ehi, tu" gridò all'uomo
della carriola "vieni, e aiuta a portar su il mio baule. Resterò
qui un pezzetto" continuò. "Sono un uomo alla buona, io: rum,
prosciutto, uova: altro non mi serve, e quella punta lassù per
osservar le navi che passano. Il mio nome? Capitano, potete
chiamarmi. Ah, capisco, capisco ciò che vi preoccupa... Prendete!"
E gettò sul banco tre o quattro monete d'oro. "Mi avvertirete
quando sarà finito" aggiunse, con uno sguardo fiero, da
comandante.
In verità, malgrado i suoi abiti frusti e il suo rozzo parlare,
egli non aveva l'aria d'un marinaio: si sarebbe piuttosto detto un
secondo o un padrone di nave, abituato a vedersi ubbidito o a
picchiare. L'uomo della carriola ci riferì ch'era sbarcato dalla
corriera la mattina davanti al "Giorgio Reale", che s'era
informato degli alberghi lungo la costa, e udito parlar bene del
nostro, lo aveva prescelto in grazia del suo isolamento. Questo fu
tutto quanto potemmo sapere sul conto del nostro ospite.
Egli era assai taciturno. Passava la sua giornata gironzolando
intorno alla cala, o per le colline, provvisto d'un cannocchiale
marino; e tutta la sera rimaneva in un angolo della sala accanto
al fuoco, a bere dei grog molto forti. A chi gli rivolgeva la
parola evitava per lo più di rispondere: dava un rapido e iroso
sguardo, e soffiava per le narici come una tromba d'allarme;
sicché tanto noi che gli avventori imparammo presto a lasciarlo
stare. Ogni giorno, quando rientrava dalla sua passeggiata, non
tralasciava di chiedere se qualche marinaio si fosse visto lungo
la strada. Noi credevamo dapprima fosse la mancanza d'una
compagnia di gente della sua specie che lo spingesse a tali
domande; finimmo però col capire che, al contrario, ciò che gli
premeva era evitare incontri. Quando un marinaio scendeva
all'"Ammiraglio Benbow" (come talvolta accadeva a chi si recava a
Bristol per la strada costiera) egli puntava il nuovo arrivato
attraverso la cortina dell'uscio prima di decidersi a passar nella
sala, e finché quello non alzava i tacchi, stava muto come un
pesce. Questo contegno non aveva peraltro nulla di misterioso ai
miei occhi, giacché io in certo modo dividevo le preoccupazioni
del capitano. Un giorno tirandomi in disparte m'aveva promesso un
pezzo d'argento di quattro pence per ogni primo del mese, a patto
che io facessi buona guardia e l'avvisassi non appena comparisse
un "marinaio con una gamba sola". Spesso accadeva che giungeva il
primo del mese, ed io dovevo richiedergli il mio salario: egli
allora mi rispondeva con quel suo pauroso soffiare attraverso le
narici, e con una guardataccia che mi atterriva: ma la settimana
non passava mai senza ch'egli si ravvedesse e mi consegnasse i
miei quattro pence ripetendomi l'ordine di stare attento al
marinaio con una gamba sola.
Non saprei dire come questo personaggio fosse diventato l'incubo
dei miei sogni. Nelle notti di tempesta, quando il vento scoteva i
quattro angoli della casa e i cavalloni infuriati mugghiavano
lungo la cala e contro le rupi, io me lo vedevo apparir dinanzi in
mille forme e con mille diaboliche espressioni. Ora aveva la gamba
tagliata fino al ginocchio, ora fino all'anca; ora non era più
uomo, ma una sorta di mostro nato proprio così, con una gamba
sola, e questa nel bel mezzo del corpo. Vederlo saltare, correre e
inseguirmi scavalcando siepi e fossati, era il più tremendo degli
incubi. E così, con tali bieche visioni, io pagavo abbastanza caro
il premio dei miei quattro pence mensili.
Ma, curioso a dirsi, malgrado il terrore che il marinaio dalla
gamba sola m'incuteva, io ero poi di fronte al capitano in persona
il meno pauroso fra tutti quanti l'avvicinavano.
Certe sere egli beveva assai più grog che non potesse sopportare;
allora si tratteneva lì a cantare le sue vecchie, sinistre,
selvagge canzoni di mare non curandosi d'alcuno; altre volte
offriva da bere in giro e costringeva la intimidita brigata ad
ascoltar le sue storie o accompagnare in coro i suoi ritornelli.
Quante volte ho udito la casa rintronare di "Yò-hò hò e una
bottiglia di rum", mentre i vicini, col timore della morte sul
capo, l'accompagnavano con tutta l'anima, cercando ognuno di
superare l'altro, a scanso di appunti! Perché in questi accessi
egli era l'uomo più insolente e prepotente del mondo: ora imponeva
silenzio battendo con la palma sulla tavola, ora pigliava fuoco
per una domanda che gli era rivolta, o perché nessuno osservava
nulla, il che per lui era segno che la compagnia non s'interessava
al racconto. E non tollerava che si lasciasse la sala prima che
egli ubriaco fradicio non avesse, barcollando, raggiunto il suo
letto.
Ciò che soprattutto sbigottiva l'uditorio erano le sue storie.
Spaventevoli storie d'impiccagioni, d'annegamenti, di burrasche di
mare, delle Isole delle Tartarughe, e di gesta e luoghi selvaggi
in terre spagnole. A sentir lui, era vissuto fra la più dannata
razza che Iddio seminasse per i mari; e il suo linguaggio brutale
urtava i nostri semplici paesani quasi al pari dei delitti ch'egli
descriveva. Mio padre sempre andava lamentando che quell'uomo
sarebbe stato la rovina dell'albergo, poiché ben presto la gente
si sarebbe stancata di venir lì per essere tiranneggiata, avvilita
e spedita a battere i denti nei propri letti; ma io credo invece
che la sua presenza ci fosse profittevole. E' vero che sul momento
gli avventori ci rimanevano male; ma poi provavano non so che
gusto a tornarci su col pensiero, e quasi amavano ciò che dava una
scossa alla monotona e sonnacchiosa vita del paese. C'era persino
tra i più giovani chi per lui ostentava ammirazione,
qualificandolo "un vero lupo di mare", un "autentico tizzo
d'inferno", e dicendo ch'erano gli uomini di siffatta tempra che
rendevano l'Inghilterra formidabile sul mare.
Veramente, in certo modo, egli lavorava alla nostra rovina,
giacché settimane e settimane e poi mesi e mesi si susseguivano
senza ch'egli desse segno di voler sloggiare, e intanto da lunga
data il suo denaro era finito e a mio padre non aveva l'animo di
insistere per averne dell'altra. Se appena egli vi alludeva, il
capitano soffiava attraverso il naso talmente forte che pareva
ruggisse, e con una fulminante occhiata cacciava via dalla sala il
mio povero padre. Io lo vedevo, mio padre, disperato torcersi le
mani dopo tali rabbuffi, e credo che l'affanno e il terrore nei
quali viveva affrettassero grandemente la sua immatura e
disgraziata fine.
Tutto il tempo che rimase con noi il capitano non mutò mai nulla
del suo vestiario, eccetto qualche calza comprata da un merciaio
ambulante. Essendosi rotto uno degli angoli del suo cappello a
tricorno, egli lo lasciava spenzolar giù sebbene gli desse
abbastanza noia quando tirava vento. Rivedo l'aspetto dell'abito
ch'egli stesso rappezzava nella sua stanza di sopra e che, già
prima della fine, era un mosaico di toppe. Mai scrisse né
ricevette una lettera; mai parlava con alcuno fuorché coi vicini;
e con questi, per lo più, solo quand'era ubriaco di rum. Nessuno
di noi mai aveva visto aperto il grosso baule marino.
Una volta soltanto il nostro uomo trovò chi gli tenne testa, e fu
verso la fine, quando il mio povero padre era già molto minato dal
male che doveva condurlo alla tomba. Il dottor Livesey giunse a
sera a veder l'infermo; si fece servire un boccone da mia madre,
poi se ne andò a fumare una pipata nella sala, in attesa che il
suo ca vallo gli fosse ricondotto dal villaggio, giacché al
vecchio "Benbow" non avevamo stallaggio. Io ve lo seguii, e
rammento ancora lo stridente contrasto che faceva il lindo e
rilisciato dottore con la sua parrucca candida come neve, i suoi
neri e scintillanti occhi e le sue compite maniere, con la rustica
plebaglia e soprattutto con quel sudicio torvo e ripugnante
spauracchio di pirata, acciaccato laggiù in quell'angolo dal rum,
con le braccia sulla tavola. D'improvviso costui - dico il
capitano - intonò la sua eterna canzone:

"Quindici sulla cassa del morto,
Yò-hò-hò, e una bottiglia di rum!
Satana agli altri non ha fatto torto,
Con la bevanda li ha spediti in porto.
Yò-hò-hò, e una bottiglia di rum!"

Io avevo da prima creduto che la "cassa del morto" fosse la stessa
grossa cassa ch'egli teneva di sopra nella stanza davanti; e
questa idea s'era fusa nei miei incubi con l'immagine del marinaio
dalla gamba sola. Ma da lungo tempo ormai noi avevamo cessato di
far attenzione al ritornello; solo agli orecchi del dottor Livesey
quella sera giungeva nuovo; ed io m'accorsi dell'impressione
tutt'altro che gradevole ch'egli ne riceveva, giacché alzò gli
occhi e guardò per un momento con aria irritata prima di decidersi
a continuare col vecchio giardiniere Taylor il suo discorso
intorno a una nuova cura delle affezioni reumatiche. Frattanto il
capitano s'andava accendendo della sua musica e alzando il tono; e
alla fine schiaffò sulla tavola con la palma quel tal colpo che
noi tutti sapevamo significava: Silenzio! Nessuna voce fu più
udita, ad eccezione di quella del dottor Livesey, che continuò a
parlare come prima, chiaro e cortese, tirando tra una frase e
l'altra una vistosa boccata di fumo. Il capitano lo fissò bieco un
istante, batté un nuovo colpo con la palma, gli lanciò un'altra
occhiataccia, e, accompagnando la frase con una triviale
bestemmia, gridò:
"Silenzio, laggiù a prua!"
"E' a me che il signore intende parlare?" disse il dottore; e non
appena il ribaldo gli ebbe, con un'altra bestemmia, risposto
affermativamente, "io non ho che una cosa da dirvi" replicò il
dottore "ed è che se voi continuate a tracannare rum, il mondo
sarà presto liberato da uno schifoso miserabile."
Spaventevole fu lo scoppio d'ira del vecchio gaglioffo. Scattò in
piedi, trasse e aprì un coltello a serramanico, e bilanciandolo
sulla palma della mano, stava per inchiodare al muro l'avversario.
Il dottore non si mosse. Parlandogli di sopra la spalla, con lo
stesso tono di voce, piuttosto rinforzato, per modo che l'intiera
sala potesse udire, ma perfettamente tranquillo e fermo, disse:
"Se non rimettete immediatamente in tasca quel coltello, vi giuro
sul mio onore che alle prossime assise sa rete impiccato."
Seguì tra i due una battaglia di sguardi: ma presto il capitano si
arrese: ripose l'arma e riprese il suo posto tremando come un cane
bastonato.
"E ora, signore" continuò il dottore "dal momento che io so che
razza d'arnese c'è nel mio distretto, potete star sicuro che
sarete sorvegliato giorno e notte. Io non sono soltanto dottore:
sono anche magistrato, e se appena mi giunge una lagnanza sul
conto vostro, fosse magari per una smargiassata come quella di
stasera, provvederò a farvi spazzar via di qui. Siete avvisato."
Poco dopo il cavallo del dottor Livesey giunse alla porta, ed egli
partì; ma per quella sera e molt'altre successive il capitano
rimase tranquillo.


Capitolo 2. Can-nero appare e scompare.

Poco tempo dopo ciò, capitò il primo di quei misteriosi eventi che
dovevano finalmente sbarazzarci del capitano se pure non, come
vedremo, delle conseguenze della sua presenza. Cominciava allora
un rigidissimo inverno, con lunghe aspre gelate e violente bufere;
e fin dal principio apparve chiaro che il mio povero padre
difficilmente avrebbe visto la primavera. Di giorno in giorno
declinava, e mia madre ed io, con sulle braccia il peso
dell'albergo, eravamo troppo occupati per prestare attenzione al
nostro fastidioso ospite.
Era un mattino di gennaio, assai per tempo, con un freddo che
passava le ossa, e tutta la baia biancheggiava di brina; le onde
baciavano dolcemente i ciottoli della riva, e il sole ancora basso
dorava appena la cresta delle colline e riluceva lontano sul mare.
Il capitano alzatosi più presto del solito era sceso alla spiaggia
col suo coltellaccio dondolante sotto le larghe falde del suo
abito blu, il cannocchiale sotto l'ascella, e il tricorno buttato
indietro sulla nuca. Vedo ancora il suo alito ondeggiare in aria
dietro a lui come fumo mentre egli si allontanava rapidamente.
L'ultimo suono che giunse ai miei orecchi mentre egli girava
dietro la grande rupe, fu un potente sbuffo d'ira, come se egli
ancora fosse travagliato dal pensiero del dottor Livesey.
Mia madre era in quel momento disopra col babbo; ed io stavo
apparecchiando la tavola per la colazione del capitano, quando
l'uscio della sala si aprì, ed uno sconosciuto si fece avanti. Era
pallido come cera; due dita gli mancavano alla mano sinistra; e,
per quanto portasse un coltellaccio, non pareva troppo aggressivo.
Ma io dovevo pur tener d'occhio la gente di mare, sia con una sola
gamba che con due, e quella apparizione mi sconcertò. Egli non
aveva l'aria di marinaio; pure, non so quale aroma marino lo
circondava.
Alla mia domanda cosa volesse, rispose ordinando del rum; ma,
mentre andavo a prenderlo, sedette a un tavolo e mi richiamò. Io
mi fermai col tovagliolo in mano.
"Vieni qui, ragazzo" disse lui. "Qui, più vicino."
Io mi avvicinai di un passo.
"E' questa qui la tavola del mio amico Bill?" chiese con una
strizzatina d'occhi.
Risposi che io il suo compagno Bill non lo conoscevo, e quella
tavola era per una persona che dimorava presso di noi, e che noi
chiamavamo il capitano.
"Perfettamente" fece lui. "Il mio compagno Bill può anche farsi
chiamar capitano se così gli aggrada. Ha un taglio su una guancia,
e maniere molto gentili, specie quando ha trincato, il mio
compagno Bill. Mettiamo, per modo di dire, che il tuo capitano
abbia una cicatrice su una guancia; mettiamo, per modo di dire,
che questa guancia sia la destra. Eh? Che ti dicevo io? E adesso,
sentiamo ancora: il mio amico Bill è in casa?"
Risposi che era uscito per una passeggiata.
"Da che parte, ragazzo mio? Da che parte ha preso?"
Gli indicai la rupe aggiungendo che il capitano sarebbe stato
presto di ritorno; e dopo che ebbi risposto a varie altre domande:
"Ah" disse lui "questo gli farà prò come un buon bicchiere, al mio
camerata Billl"
L'espressione del suo viso, pronunciando tali parole, era
tutt'altro che amabile, ed io avevo le mie buone ragioni per
pensare che lo straniero si sbagliava, dato che intendeva parlar
sul serio. Ma ciò non mi riguardava: e d'altra parte, che avrei
fatto? Egli rimase lì, attaccato all'uscio, sorvegliando l'angolo
della rupe come il gatto che aspetta il sorcio. Ad un certo punto
io scappai sulla strada, ma subito mi richiamò, e siccome io
tardavo un po' a ubbidire, il suo pallido volto prese
un'espressione feroce, e con una bestemmia che mi fece sobbalzare,
mi comandò di rientrare. Appena fui lì, tornò alle maniere di
prima, tra lusinghiere e beffarde, mi batté sulla spalla, mi disse
ch'ero un bravo ragazzo e che s'era innamorato di me.
"Ho io stesso un figliolo che ti assomiglia come due gocce
d'acqua, ed è tutto il mio orgoglio. Ma l'importante per i ragazzi
è la disciplina, piccolo mio, la disciplina. Se tu, per esempio,
avessi navigato con Bill, non ti saresti fatto chiamar due volte,
no di certo. Non era questo il metodo di Bill né di chi navigava
con lui. Ma ecco il mio compagno Bill, sicuramente, col suo
cannocchiale sotto il braccio, Dio lo benedica, è lui senza
dubbio. Rientriamo, piccolo mio, e mettiamoci dietro la porta: gli
faremo una piccola sorpresa a Bill, Dio lo benedica ancora una
volta."
Così dicendo lo sconosciuto mi sospinse nella sala e mi ficcò
nell'angolo dietro a sé in modo che rimanessimo nascosti dalla
porta aperta. Io ero inquieto e assai intimorito, come si può
immaginare, e la mia paura era accresciuta dal vedere che lo
stesso sconosciuto tremava a sua volta. Egli liberò l'impugnatura
del coltellaccio, provò a rimuovere la lama nel fodero, e durante
tutta l'attesa seguitò a trangugiar saliva quasi avesse, come si
suol dire, un rospo in gola.
Finalmente il capitano entrò sbattendo la porta dietro le spalle,
e senza guardare né a destra né a sinistra attraversò difilato la
sala dirigendosi alla tavola apparecchiata per la sua colazione.
"Bill" fece lo sconosciuto con una voce che mi parve si sforzasse
d'essere ferma e animosa.
Il capitano girò sui calcagni e guardò verso noi: il sangue sparì
dalla sua faccia che diventò livida fino alla punta del naso: egli
aveva l'aria d'uno che s'imbatta in uno spettro, o nel diavolo, o
in qualcosa di peggio, se un qualcosa di peggio vi fosse; e io
confesso che provai un senso di pietà a vederlo d'improvviso così
invecchiato e disfatto.
"Vieni qua, Bill, vieni qua. Tu mi riconosci, non è vero? Il tuo
vecchio camerata di bordo lo riconosci bene!"
Il capitano respirò convulso.
"Can-Nero!" disse.
"E chi altri vorresti che fossi?" replicò lo straniero
sensibilmente rassicurato. "Can-Nero meglio che mai, venuto a
salutare il suo vecchio camerata Bill all'albergo dell''Ammiraglio
Benbow'. Ah, Bill, visto, qualcosa abbiamo visto, noi due, dopo
che io ci lasciai questi due artigli" soggiunse alzando la mano
mutilata.
"Bene, vediamo" disse il capitano. "Tu mi hai ripescato; eccomi, e
dunque parla. Che c'è?"
"Sei ben tu" replicò Can-Nero. "Non c'è sbaglio, Bill. Io voglio
farmi servire un bicchiere di rum da questo caro ragazzo che ho
preso in simpatia, e noi ci metteremo a sedere, se così ti piace,
e parleremo schietto, come conviene a vecchi amici di bordo."
Quando io rientrai col rum, essi stavano già seduti; l'uno da un
lato, l'altro dall'altro della tavola del capitano: Can-Nero
vicino alla porta, di sbieco, in maniera da poter tener d'occhio
il suo vecchio compagno e, così mi sembrò, sorvegliare insieme la
propria linea di ritirata.
Costui mi ordinò di andarmene e di lasciare la porta spalancata.
"I buchi delle serrature non sono di mio gusto, ragazzo mio!"
aggiunse.
Io li lasciai soli, e mi ritirai nel bar.
Di lì, pur facendo del mio meglio per ascoltare, io per un pezzo
non sentii se non un sommesso parlottare, ma alla fine le voci si
alzarono e potei cogliere una o due parole, per lo più bestemmie,
del capitano.
"No, no, no, no; e basta!" gridò una prima volta.
E poi:
"Se finisce con la forca, sarà la forca per tutti, dico io!"
D'un tratto una formidabile esplosione di bestemmie mescolata con
altri rumori: tavola e sedie che si rovesciavano, un tintinnìo di
lame, e infine un urlo di dolore, dopo di che vidi Can-Nero
fuggire a precipizio e il capitano corrergli alle calcagna, tutt'e
due col coltellaccio alla mano, ed il primo che versava sangue
dalla spalla sinistra. Arrivato alla porta, il capitano vibrò al
fuggitivo un ultimo tremendo fendente che gli avrebbe certamente
spaccato la schiena in due se l'arma non si fosse intoppata nello
spessore dell'insegna dell'"Ammiraglio Benbow", incidendo
nell'orlo inferiore dell'asse una tacca che tuttora è visibile.
Quel colpo fu l'ultimo dello scontro. Non appena nella strada,
Can-Nero, malgrado la ferita, mise le ali ai piedi, e in mezzo
minuto si dileguò dietro il corno della collina. Il capitano dal
canto suo restò lì accanto all'insegna impalato e come inebetito.
Si passò più volte la mano sugli occhi, e alfine si decise a
rientrare.
"Jim, del rum!" E mentre così diceva, vacillava un poco, e con una
mano si appoggiava al muro.
"Siete ferito?" gridai.
"Del rum!" ripeté. "Devo andar via. Del rum! Del rum!"
Io corsi a prenderne; ma ero talmente sconvolto che ruppi un
bicchiere e guastai il rubinetto, e mentre ero così intrigato
sentii come un tonfo sordo nella sala; volai e trovai il capitano
disteso lungo per terra. Nello stesso tempo mia madre, allarmata
dalle grida e dallo strepito della zuffa, s'era precipitata giù
per aiutarmi. Fra tutti e due gli sollevammo il capo. Egli
respirava forte, affannosamente; i suoi occhi erano chiusi, il
viso terreo.
"Mio Dio, mio Dio!" gridò mia madre. "Che sventura per la nostra
casa! E il tuo povero padre infermo!"
Frattanto non sapevamo che fare, per soccorrere il capitano,
convinti com'eravamo, che nello scontro con lo sconosciuto avesse
ricevuto un colpo mortale. Presi il rum, nondimeno, e cercai di
fargliene entrare un po' in gola, ma i suoi denti erano serrati e
le mascelle dure come ferro. Un sollievo fu per noi quando la
porta si aprì e il dottor Livesey entrò per la solita visita a mio
padre.
"Oh, dottore" gridammo "che c'è da fare? Dov'è ferito?"
"Ferito? Storie!" disse il dottore. "Non più ferito di me o di
voi. Ha avuto un colpo, come gli avevo predetto. Via, signora
Hawkins, risalite da vostro marito, e, se possibile, non
raccontategli nulla. Quanto a me, devo far del mio meglio per
salvar la vita tre volte indegna di questo miserabile; e Jim qui
mi porterà un catino."
Quando io tornai col catino, il dottore aveva già rimboccato la
manica del capitano e messo a nudo il suo grosso e muscoloso
braccio. Esso era cosparso di tatuaggi. "Ecco la fortuna", "Buon
vento", "Billy Bones se ne infischia" si leggeva molto chiaramente
su l'avambraccio; e sopra, vicino alla spalla, si vedeva una
forca, con un uomo appeso: scena resa, a parer mio, con grande
bravura.
"Profetico!" esclamò il dottore toccando con la punta del dito il
tatuaggio. "E ora, mastro Billy Bones, se questo è il vostro nome,
vediamo un po' il colore del vostro sangue. Jim, hai paura del
sangue?"
"No, signore."
"Bene. Allora tieni il catino." E ciò dicendo tirò fuori la
lancetta e aprì una vena.
Non poco sangue si dovette cavare allo sciagurato prima ch'egli
aprisse gli occhi e volgesse intorno il suo sguardo annebbiato.
Prima riconobbe il dottore, con un brusco aggrottar di ciglia; poi
posò gli occhi su me, e apparve confortato. Ma d'improvviso cambiò
colore, e tentò di alzarsi gridando:
"Dov'è Can-Nero?"
"Non c'è nessun Can-Nero, qui" disse il dottore "all'infuori di
quello che vi frulla per il capo. Avete bevuto del rum, voi, e vi
ha preso un colpo, precisamente come vi avevo predetto, ed io vi
ho tratto or ora mio malgrado dalla fossa dove stavate già con un
piede. E adesso, signor Bones..."
"Non è questo il mio nome" interruppe lui.
"Non importa" ribatté il dottore. "E' il nome d'un filibustiere di
mia conoscenza, ed io vi chiamo così per far presto, ed ecco cosa
desidero dirvi: un bicchiere di rum non vi ammazzerà: ma se voi ne
berrete uno, ne berrete certo un altro e poi un altro; ed io
scommetto la mia parrucca che se non vi decidete a troncar di
netto, morirete, capite? mo-ri-re-te, e ve ne andrete diritto al
Creatore come l'uomo della Bibbia. Su, fate uno sforzo. Vi aiuterò
a mettervi a letto, per questa volta."
Con non poca fatica riuscimmo a trasportarlo al piano di sopra e
lo adagiammo sul suo letto.
Il suo capo ripiombò sul guanciale come se egli dovesse svenire.
"Dunque" aggiunse il dottore "ricordatevi bene: ve 1o dico per
scarico di coscienza: rum per voi significa morte."
Detto ciò, prendendomi per un braccio, uscì per vedere mio padre.
"Non è nulla" mi disse appena fuori dell'uscio. "Gli ho cavato
sangue abbastanza perché possa stare un poco tranquillo. Il meglio
per lui e per voi sarebbe che rimanesse una settimana dov'è. Ma se
lo coglie un altro colpo, è finita."



Capitolo 3. La macchia nera.

Verso mezzogiorno entrai dal capitano con qualche bibita
rinfrescante, e medicine. Egli si trovava ancora nel medesimo
stato, forse un tantino sollevato, e appariva insieme debole ed
eccitato.
"Jim" disse "tu sei l'unico, qui, che valga qualcosa; e tu sai
come io sono sempre stato buono con te. Non c'è stato mese che non
t'abbia pagato i tuoi quattro pence. E ora tu vedi, amico mio,
come sono malandato e abbandonato da tutti. Jim, tu mi devi dare
un bicchierino di rum; è vero che me lo dai, mio piccolo amico?
"Il dottore..." presi a dire.
Ma egli mi tagliò la parola con una voce fiacca ma appassionata.
"I dottori sono una massa di scope: e quel dottore, che vuoi che
sappia, lui, di gente di mare? Io sono stato in paesi dove
s'arrostiva, e i miei compagni la febbre gialla te li faceva
cascar come mosche, e i terremoti facevano ondeggiare la terra
come un mare: ebbene, che può sapere il dottore di paesi simili? e
io vivevo di rum, capisci? Bevanda, cibo: per me il rum era tutto:
come marito e moglie, eravamo; e se tu ora non mi dai il mio rum,
io non sarò più che una povera vecchia carcassa rigettata sugli
scogli, e il mio sangue ricadrà su te, Jim, e su quella maledetta
scopa di dottore."
Qui intramezzò una buona dose di bestemmie; e in tono lamentevole
continuò:
"Guarda, Jim, come tremano le mie dita. Non riesco a tenerle
ferme. Non ho bevuto una goccia in questa maledetta giornata. Quel
dottore è un cretino, ti dico. Se non bevo un po' di rum, Jim,
vedrò gli spettri: qualcuno già l'ho visto. Ho visto il vecchio
Flint là nell'angolo, dietro a te; come fosse dipinto, l'ho visto;
e se gli spettri mi prendono, come la mia vita è stata burrascosa,
morirò di spavento. Lo stesso tuo dottore ha detto che un
bicchiere non mi fa male. Ti do una ghinea d'oro, Jim, se mi porti
un bicchierino."
Egli s'andava sempre più riscaldando; e ciò m'inquietava per il
mio padre, che quel giorno era molto abbattuto e aveva bisogno di
quiete: a parte ciò, se le parole del dottore, che egli mi
ricordava, mi rassicuravano, il suo tentativo di corruzione non
mancava d'indispormi.
«Non voglio del vostro denaro" dissi io "se non quanto dovete a
mio padre. Vi darò un bicchiere, ma niente di più."
Appena l'ebbe a portata di mano, l'afferrò avidamente, e lo vuotò
d'un fiato.
"Ah, ah, ora va un po' meglio, proprio meglio. Ma sentiamo,
piccolo mio, quanto tempo ha detto il dottore che dovrei rimanere
in questa vecchia cuccetta?"
"Non meno d'una settimana."
"Per mille fulmini!" gridò. "Una settimana! E' impossibile. Tra
una settimana essi mi avranno già scagliato la macchia nera. I
tangheri stanno cercando di passarmi al vento, in questo dannato
momento; ruffiani incapaci di custodire quello che avevano
acciuffato, vorrebbero sgraffignare quello d'altri. Domando io se
è un trattare da gente di mare? Ma io ho l'anima del
risparmiatore, io. Mai sciupato né perso il mio buon denaro, io; e
li metterò di nuovo nel sacco. Non mi fanno mica paura. Mollerò
un'altra mano di terzeruoli, e li lascerò in coda un'altra volta."
Mentre così parlava s'era levato dal letto con grande fatica, e
appoggiandosi alla mia spalla e stringendomi fino quasi a farmi
gridare, moveva le gambe come fossero un peso morto. La violenza
del suo linguaggio faceva un triste contrasto con la fievolezza
della sua voce. Provo a sedersi sulla sponda del letto, e restò
immobile.
"Quel dottore mi ha finito" mormorò. "Mi ronzano le orecchie.
Rimettimi giù."
Ma prima che io potessi aiutarlo, era già ricaduto al suo posto di
prima dove rimase un momento in silenzio.
"Jim" disse alfine "hai visto quel marinaio?"
"Can-Nero?"
"Sì, Can-Nero. Lui è un cattivo soggetto, ma quelli che l'hanno
mandato sono peggio ancora. Ebbene, se io non riesco ad andarmene
via, ed essi mi lanciano la macchia nera, bada, ciò che a loro
preme è il mio vecchio baule; allora tu monti a cavallo - sai
montare a cavallo, no? - ebbene, tu monti a cavallo e vai - sì,
perdio - vai da quella vecchia ciabatta di dottore, e gli dici di
radunar tutti quanti - giudici e il resto- e lui li pescherà
all''Ammiraglio Benbow' - l'intera ciurmaglia del vecchio Flint,
uomini e ragazzi e compagnia. Io ero il primo ufficiale del
vecchio Flint, e sono io il solo che conosce il posto. Mi ha
confidato il segreto a Savannah, mentre stava per morire, vedi,
come potrei farlo io adesso. Ma tu non devi denunciarli a meno che
non mi lancino la macchia nera, o a meno che tu non riveda Can-
Nero, oppure il marinaio della gamba sola, Jim - lui soprattutto."
"Ma capitano, cos'e la macchia nera?"
"E' un avvertimento, amico mio. Te lo spiegherò se arriveranno a
quel punto. Ma tu hai da far buona guardia, e poi divideremo in
due - due parti uguali - parola d'onore."
Divagò ancora un poco mentre la sua voce sempre più s'affievoliva:
ma appena io gli ebbi somministrato la sua pozione ch'egli prese
docile come un ragazzo, osservando che "se c'era un uomo di mare
che mai avesse avuto bisogno di droghe, era proprio lui",
s'immerse in un sonno pesante come una sincope, dove io lo
lasciai.
Che cosa avrei fatto se le cose si fossero svolte in modo normale,
io non so. Probabilmente avrei tutto raccontato al dottore,
giacché ero martoriato dal dubbio che il capitano dovesse pentirsi
delle sue confidenze e liberarsi di me. Ma il mio povero padre
morì improvvisamente quella sera, il che relegò nell'ombra ogni
altra cosa. La nostra angoscia, le visite dei vicini, i
preparativi del funerale e per giunta le faccende della locanda da
sbrigare, mi tennero talmente occupato che non ebbi tempo di
ripensare al capitano e tanto meno alla mia paura.
Egli discese, a dir vero, il mattino seguente e consumò i suoi
pasti mangiando poco ma bevendo, io temo, più rum del solito,
giacché si servì egli stesso al bar col suo muso arcigno soffiando
attraverso il naso, senza che alcuno osasse contrariarlo. La sera
prima del funerale era più ubriaco che mai. Nulla di più
ripugnante che sentire quella voce, nella casa visitata dalla
morte, ricantare la vecchia sconcia canzone. Ma, per quanto
debole, egli ispirava a noi tutti una paura mortale, e il dottore
accorso improvvisamente presso un malato distante molte miglia,
era sempre rimasto dopo la disgrazia lontano dalla nostra casa.
Ho detto che il capitano era debole: effettivamente pareva sempre
più declinare, anziché riacquistar le sue forze. Egli si
strascinava su e giù per le scale; andava e veniva dalla sala al
bar, e talvolta cacciava il naso fuori dell'uscio per odorare il
mare, e camminava appoggiandosi al muro e respirando faticosamente
come chi sale un'erta. Con me direttamente non parlò più, ed io
penso che avesse dimenticato le sue confidenze. Ma il suo umore
s'era fatto più instabile; e, tenuto conto della sua depressione
fisica, più violento che mai. Quando era ubriaco ora aveva la
inquietante abitudine di sfoderare il suo coltellaccio e tenersi
la nuda lama sulla tavola a portata di mano. Con tutto ciò, si
curava meno della gente: sembrava chiuso nei suoi pensieri e
piuttosto assente. Una volta, per esempio, con nostra grande
sorpresa, intonò una specie di canzone d'amore campagnola, che
egli doveva aver imparato in gioventù, prima di mettersi a
navigare.
Così andarono le cose finché il giorno dopo del funerale verso le
tre di un pomeriggio pungente di freddo e nebbioso, mentre mi
trattenevo un momento sulla soglia dell'albergo pieno di tristezza
pensando a mio padre, scorsi sulla strada un individuo che
lentamente si avvicinava. Di certo era un cieco, poiché picchiava
davanti a sé con un bastone e portava una mascherina verde che gli
copriva occhi e naso. Incurvato dall'età o dagli stenti, indossava
un ampio, vecchio e cencioso soprabito da marinaio, con un
cappuccio, che gli dava un aspetto deforme. Mai vidi in vita mia
figura più sinistra. Un po' prima dell'albergo si fermò, e dando
alla sua voce un bizzarro tono di cantilena, e rivolgendosi al
vuoto, dinnanzi a lui, disse:
"C'è qualche buona creatura che voglia informare un povero cieco
che ha perduto la sua preziosa vista difendendo il proprio caro
paese nativo, l'Inghilterra - e Dio benedica Re Giorgio! - dove o
in quale parte di questa regione egli attualmente si trova?"
"Voi siete all''Ammiraglio Benbow', baia del Monte Nero, mio
brav'uomo" risposi.
"Sento una voce" riprese "una giovine voce. Vorresti darmi una
mano, mio caro ragazzo, e farmi entrare?"
Gli porsi la mano, e la sozza creatura senz'occhi, dalle parole
melate, l'agguantò di scatto come una tenaglia. Ne fui talmente
impaurito che cercai svincolarmi, ma il cieco mi strinse a sé con
uno strattone.
"E ora, ragazzo mio, conducimi dal capitano."
"Signore" obiettai "vi giuro sulla mia parola che non oso."
"Oh" ghignò lui. "E' così? Conducimi difilato, o ti rompo il
braccio."
Difatti me lo torse, mentre parlava, così forte, che mi sfuggì un
grido.
"Signore" spiegai "è per voi che dico ciò. Il capitano non è del
solito umore. Ha sempre il coltellaccio sguainato. Un altro
signore..."
"Andiamo", incalzò lui. "Su!"
Voce così crudele, fredda e odiosa io non sentii mai. Essa poté
sul mio animo più del dolore; sicché mi affrettai a ubbidire
varcando la soglia e dirigendomi al posto dove, abbrutito dal rum,
sedeva il vecchio infermo filibustiere.
Il cieco s'aggrappava a me stringendomi nel suo pugno di ferro, e
mi opprimeva col suo peso fino quasi a schiacciarmi.
"Conducimi dritto da lui, e quando gli sono davanti, di': 'Ecco un
amico per voi, Bill!' Se non lo fai, ti farò questo, io!" e
accompagnò la minaccia con un tal pizzicotto che io credetti di
svenire. Preso in quest'alternativa, e gelato dal terrore,
dimenticai la mia paura del capitano e, aperto l'uscio della sala,
dissi con voce tremante la frase impostami.
Il povero capitano alzò la fronte. In un batter di ciglia i fumi
del rum svanirono, ed egli rimase lì disubriacato con gli occhi
sbarrati e fissi. Più che sbigottimento si leggeva sul suo viso un
mortale malessere. Fece per alzarsi, ma credo che le forze non gli
sarebbero bastate.
"Stai, Bill, stai" disse il mendicante. "E' vero che non ci vedo,
ma se un dito si muove, lo sento. Gli affari sono affari. Porgi la
tua mano sinistra. E tu, piccolo, prendi quella mano per il polso,
e avvicinala alla mia destra."
Gli obbedimmo tutt'e due; ed io vidi in quel punto il cieco far
scivolare qualcosa dal cavo della mano con cui teneva il bastone,
in quella del capitano, che prestamente si richiuse.
"Ecco fatto" disse il cieco.
E tosto si sciolse da me, e con incredibile precisione e sveltezza
attraversò la sala e saltò nella strada. Ed io, rimasto lì
intontito, potei nel silenzio udire i colpi del suo bastone che
man mano s'andava allontanando.
Ci volle un po' di tempo prima che ci riavessimo dalla sorpresa;
alla fine, e quasi simultaneamente, io lasciai libero il suo
polso, ed egli ritirò la sua mano dando una acuta sbirciata al
palmo.
"Alle dieci!" gridò. "Sei ore di tempo. Gliela facciamo ancora!" E
scattò in piedi.
Ma subito barcollò, si portò una mano alla gola, rimase in bilico
un attimo, e con uno strano rantolo stramazzò lungo disteso con la
faccia sul pavimento.
Io mi precipitai sopra chiamando mia madre. Ma le nostre premure
non valsero a nulla. Fulminato dall'apoplessia il capitano era
morto. Strano a dirsi! Io non l'avevo di sicuro mai amato, per
quanto da ultimo mi ispirasse una certa pietà: ma quando lo vidi
spento ai miei piedi, scoppiai a piangere. Era la seconda morte
che io vedevo, e lo sgomento procuratomi dalla prima era ancora
vivo nel mio cuore.








Capitolo 4. Il baule marino.

Io non tardai naturalmente a raccontare a mia madre tutto ciò che
sapevo, come forse avrei dovuto fare molto prima, e subito vedemmo
quanto difficile e pericolosa fosse la nostra posizione. Del
denaro del capitano, se pur ve n'era, una parte spettava
indubbiamente a noi; ma era ben poco probabile che i suoi
camerati, e soprattutto i due campioni da me conosciuti, Can-Nero
e il cieco mendicante, fossero disposti a rinunciare al loro
bottino per saldare i debiti del morto. Ora, se io montavo a
cavallo e correvo come il capitano voleva per il dottor Livesey,
avrei lasciato mia madre sola e indifesa: non era dunque il caso
di pensare a ciò. D'altra parte, noi non ci sentivamo di rimanere
più a lungo nella nostra casa. Il cadere dei carboni nella griglia
del fornello, il semplice tic-tac dell'orologio, ci facevano
trasalire di spavento. Alle nostre orecchie pareva di sentire la
strada battuta da uno scalpiccìo che venisse mano a mano
avvicinandosi. Ed io, stretto fra il cadavere del capitano
giacente sul pavimento della sala, e il pensiero di
quell'abominevole cieco ronzante nei dintorni e pronto a
riapparire, passavo dei momenti in cui per il terrore non avevo
capello in testa che non fosse dritto. Tuttavia, qualche cosa
bisognava decidere. Decidemmo finalmente di uscir insieme a
cercare aiuto nel vicino villaggio. Detto fatto. A testa scoperta
come eravamo, ci slanciammo nella crescente oscurità della sera e
nella gelida nebbia.
Il villaggio era a poche centinaia di passi da noi, nascosto alla
vista, sull'altra costa della baia; e, ciò che molto mi
confortava, in direzione opposta a quella dove il cieco era
apparso, e dove presumibilmente si era eclissato. Il tragitto non
richiese più di qualche minuto, sebbene varie volte ci fermassimo
tendendo l'orecchio. Ma nessun rumore insolito: nulla, tranne il
leggiero frusciare della risacca sul lido, e il gracchiare dei
corvi nel bosco.
Era l'ora che si accendevano le candele nelle case, quando
entrammo nel villaggio, ed io mai dimenticherò il grande sollievo
che provai nel vedere a porte e finestre quei lumi d'oro. Ma fu
questo, ahimè, il massimo dell'aiuto che laggiù ci aspettava.
Poiché, e fa meraviglia che quella gente non se ne vergognasse,
nessuno di loro acconsentì a ritornare con noi all'"Ammiraglio
Benbow". Più ci dilungavamo a dipingere i nostri affanni, e più
loro, donne, uomini e ragazzi, si aggrappavano alle loro porte. Il
nome del capitano Flint, ignoto a me, era abbastanza popolare in
mezzo a loro, e non lo si udiva pronunciare senza raccapriccio.
Uomini che avevano accudito a lavori agricoli di là
dall'"Ammiraglio Benbow", raccontavano d'essersi imbattuti lungo
la strada in alcuni stranieri dall'aspetto di contrabbandieri, ed
essersi tirati in disparte; ed uno almeno aveva visto un piccolo
bragozzo all'ancora in quella che noi chiamavamo la Tana di Kitt;
e perciò bastava che uno fosse in relazione col capitano per
incutere loro una paura mortale. In conclusione, se trovammo
alcuni disposti a correre a cavallo dal dottor Livesey, il quale
abitava in tutt'altra direzione, nessuno volle aiutarci a
difendere la nostra casa.
Se la viltà è, come dicono, contagiosa, la discussione per contro
accende l'ardire: sicché dopo che ognuno ebbe detta la sua, parlò
mia madre. E dichiarò che non intendeva rinunciare al denaro che
apparteneva al suo povero orfano.
"Se nessuno di voi osa" esclamò "Jim ed io oseremo. Rifaremo la
strada che abbiamo fatta, e tante grazie a voi, massa di conigli
che non siete altro. Dovesse costarci la vita, noi apriremo quel
baule. Vuole prestarmi, signora Crossley, quella borsa? Mi servirà
per riportare indietro il nostro avere."
Naturalmente io dichiarai che avrei accompagnato mia madre; e non
meno naturalmente tutti quanti ad alte grida condannarono la
nostra temerità: ma anche allora non un solo uomo pronto a
seguirci saltò fuori. Tutto il loro aiuto si restrinse a munirci
di una pistola carica per difesa in caso di aggressione, e a
prometterci di farci trovar cavalli sellati nell'eventualità che
nel ritorno fossimo inseguiti, mentre un ragazzo sarebbe andato al
galoppo dal dottore, in cerca di soccorso armato.
Il mio cuore batteva a martello quando noi due nella notte gelata
uscimmo incontro alla pericolosa avventura. La luna piena
incominciava a sorgere e sembrava rossa attraverso i margini
superiori della nebbia; e ciò accresceva la nostra fretta, giacché
non c'era nessun dubbio che prima del nostro ritorno avrebbe fatto
giorno, e la nostra partenza sarebbe stata esposta a tutti gli
sguardi. Svelti e silenziosi sgusciavamo lungo le siepi senza
vedere né udire niente capace di aumentare la nostra inquietudine,
finché con indicibile sollievo la porta dell'"Ammiraglio Benbow"
si richiuse alle nostre spalle.
Io spinsi il chiavistello, e per un istante restammo soli e
ansimanti nel buio accanto al cadavere del capitano. Poi mia madre
prese una candela nel bar e tenendoci per mano c'inoltrammo nella
sala. Egli era lì come l'avevamo lasciato, con la schiena sul
pavimento, gli occhi spalancati, e un braccio proteso.
"Tira giù la persiana, Jim" bisbigliò mia madre. "Potrebbero
arrivare e vederci dal di fuori. "Ed ora" aggiunse appena io
ubbidii "dobbiamo trovargli la chiave che ha indosso, e io non so
chi di noi due lo vorrà toccare!"
Ed ebbe come un singulto.
Io mi buttai in ginocchio. Sul pavimento, presso la sua mano c'era
un piccolo disco di carta annerita da un lato. Nessun dubbio che
era "la macchia nera"; presolo in mano e rivoltatolo, lessi
sull'altro lato, scritto con scrittura ferma e chiara, questo
breve messaggio: "Tempo fino alle dieci di stasera."
"Mamma" dissi io "aveva tempo fino alle dieci" e proprio mentre
pronunciavo queste parole il nostro orologio cominciò a battere le
ore Quegli improvvisi colpi ci fecero sobbalzare: ma portavano una
buona notizia, giacché non erano che le sei.
"Su, Jim" riprese lei "quella chiave."
Frugai le sue tasche, una dopo l'altra. Alcuni spiccioli, un
ditale, un po' di refe, due grossi aghi, un rotolo di tabacco
morsicato in cima, il suo coltello dal manico ricurvo, una bussola
tascabile, e un acciarino: nient'altro saltò fuori.
Io cominciavo a disperare.
"Forse al suo collo" suggerì mia madre.
Superando una acuta ripugnanza, lacerai la camicia attorno al
collo; e lì, attaccata a un pezzo di spago incatramato, che
tagliai col suo stesso coltello, trovammo la chiave. Incoraggiati
da questa vittoria balzammo di furia al piano di sopra, nella
piccola stanza dove per tante notti egli aveva dormito e dove il
suo baule non era stato mosso dal giorno del suo arrivo.
Era all'apparenza uno dei soliti bauli marini, con sul coperchio
impressa a fuoco l'iniziale "B", e gli spigoli ammaccati e
consumati dal lungo e aspro uso.
"Dammi la chiave" disse mia madre. E malgrado la serratura fosse
dura, aprì in un batter d'occhio, ed alzò il coperchio.
Un acuto odore di tabacco e di catrame si sprigionò dall'interno,
ma nulla comparve all'infuori di un ottimo abito completo,
diligentemente spazzolato e piegato, che, al dire di mia madre,
non era mai stato indossato. Al disotto, cominciava la confusione:
un quadrante, un vaso di latta, alcuni rocchi di tabacco, due
belle paia di pistole, una barra d'argento, un vecchio orologio
spagnolo, e parecchie altre cianfrusaglie di scarso valore, quasi
tutte di provenienza straniera; un paio di bussole montate in
rame, e cinque o sei curiose conchiglie delle Indie Occidentali, a
proposito delle quali più volte dopo d'allora mi accadde di
domandarmi perché egli se le portasse dietro nella sua errabonda
criminosa e perseguitata esistenza.
Nulla fin qui di qualche valore, eccetto l'argento, e quei
gingilli; e nulla che in qualche modo rispondesse alle nostre
aspettative. Sotto c'era un vecchio cappotto da marinaio sbiancato
dalla salsedine in più d'una taverna di porto di mare. Con
impazienza mia madre lo tolse via, ed ecco in fondo al baule un
pacchetto avvolto in tela cerata, che pareva contenere carte, e un
sacchetto di tela che, urtato, rispose con un tintinnìo d'oro.
"Mostrerò a quei furfanti che io sono una donna onesta" disse mia
madre. "Prenderò ciò che mi spetta, e non un millesimo di più.
Porgi la borsa della signora Crossley." E incominciò a far
passare, dal sacchetto marino in quello che io le tendevo,
l'importo del debito del capitano: lunga e complicata faccenda
giacché le monete erano di tutti i paesi e valute; doppioni e
luigi d'oro, ghinee, pezzi da otto e non so che altre: tutte
quante mescolate a casaccio. E purtroppo le ghinee, che sole
permettevano a mia madre di fare il conto, erano le meno numerose.
D'un tratto, mentre eravamo a circa metà dell'operazione, posai
una mano sul braccio di lei: un rumore da me sentito nel silenzio
dell'aria ghiacciata mi aveva fatto saltare il cuore in gola: il
picchiettìo del bastone del cieco sulla strada indurita dal gelo.
E il rumore si veniva sempre più avvicinando, mentre immobili noi
trattenevamo il respiro. Poi un colpo violento fu sferrato contro
la porta, si sentì girare la maniglia e il catenaccio stridere
mentre il miserabile tentava di forzarlo, dopo di che seguì un
lungo silenzio, dentro come fuori. Finalmente il picchiettìo del
bastone ricominciò, e con indescrivibile nostra gioia adagio
adagio si affievolì, finché si spense nella lontananza.
"Mamma, prendiamo tutto quanto, e andiamo" dissi io, sicuro
com'ero che il fatto della porta chiusa a chiave dovesse crear
sospetto e tirarci addosso l'intero nido di vespe, mentre d'altra
parte della misura presa mi compiacevo fino a un punto
difficilmente immaginabile da chi mai si fosse scontrato con quel
terribile cieco.
Ma, per quanto squassata dallo spavento, mia madre mai avrebbe
toccato nulla più del suo diritto, allo stesso modo in cui era
inflessibilmente decisa a non accontentarsi di un millesimo di
meno.
"Manca ancora parecchio alle sette" diceva lei; sapeva cos'era il
fatto suo e intendeva averlo. E ancora stava discutendo con me,
quando un sottile fischio partito da lontano sopra la collina,
ferì il silenzio. Bastò, e ce ne fu d'avanzo, per entrambi.
"Porto via ciò che ho" fece lei, balzando in piedi.
"Ed io questo, per arrotondare il conto" aggiunsi io, arraffando
il plico di tela cerata.
Senza perder tempo, lasciando la candela accanto al baule vuoto,
scendemmo a tastoni la scala, aprimmo la porta, ed eccoci in piena
ritirata. Non era il caso di tardare un attimo. La nebbia andava
velocemente dileguandosi; già libera e nitida la luna illuminava
le alture; solo nella conca della vallicella e attorno alla porta
dell'albergo pendeva intatto ancora quasi un tenue velo di bruma,
coprendo i primi passi della nostra fuga. Assai prima che a metà
cammino e poco oltre il piede della collina, entrammo in piena
luce. Ma non bastava: già sentivamo il rumore di passi che si
avvicinavano di corsa, e volgendoci indietro a riguardare in
quella direzione, vedemmo una luce sbattuta di qua e di là che
rapidamente si avvicinava, segno evidente che uno di quelli che
venivano reggeva una lanterna.
"Figlio mio" proruppe mia madre "prendi il denaro, corri. Io mi
sento mancare."
Vidi la fine certa per tutti e due. Ah, con tutto il cuore
maledissi la codardia dei nostri vicini; e come ne volevo alla mia
povera madre per la sua onestà e avidità; la passata audacia e la
presente debolezza! Per fortuna avevamo raggiunto il ponticello;
la sostenni barcollante com'era fino alla sponda dell'argine dove
ella sospirò e mi si afflosciò sulle spalle. Io non so dove
trovassi la forza (e fu, temo, non senza brutalità) di trascinarla
ai piedi dell'argine, un po' sotto l'arco, ma non oltre un certo
punto, poiché l'arco era troppo basso, io non potevo fare altro se
non strisciarvi sotto. Così ci toccò restare, mia madre quasi
interamente esposta alla vista, ed entrambi a portata di voce
dall'albergo.










Capitolo 5. La fine del cieco.

La curiosità vinse in me la paura. Incapace di rimanere lì, tornai
indietro strisciando gatton gattoni, all'argine; da dove, nascosto
dietro un cespuglio di ginestre, potevo spiare la strada fin
davanti alla nostra porta.
Avevo appena raggiunto quel posto, quando i nostri nemici, in
numero di sette o otto, arrivarono correndo con furia disordinata,
preceduti di alcuni passi dall'uomo con la lanterna. Tre di essi
andavano insieme dandosi la mano, ed io malgrado la nebbia potei
riconoscere che quello di mezzo era il cieco. Poco dopo la sua
voce provò che non m'ero sbagliato.
"Giù la porta" gridò lui.
"Sì! Sì!" rispose un coro di due o tre; e si scagliarono contro
l'"Ammiraglio Benbow" seguiti dal portatore della lanterna. Poi li
vidi fermarsi e li udii confabulare a bassa voce come fossero
sorpresi di trovare la porta aperta. Ma la pausa durò poco, poiché
il cieco riprese a lanciare ordini. E la sua voce echeggiava più
forte e più agra, come se egli bruciasse d'impazienza e di rabbia.
"Dentro! Dentro! Dentro!" urlava, maledicendoli per l'indugio.
Quattro o cinque immediatamente ubbidirono, e due rimasero sulla
strada col terribile pezzente. Un silenzio, un grido di sorpresa,
e infine come un tuono dall'interno.
"Bill è morto!"
Ma di nuovo il cieco bestemmiava contro di loro e contro la loro
lentezza.
"Uno di voi che lo frughi" gridò "poltroni mangiaufo, e gli altri
su, a cercare il baule."
Sentii lo strepito dei loro passi veementi su per la nostra
vecchia scala, così da scuotere la casa; e subito dopo nuove voci
di stupore, finché la finestra della camera del capitano fu
spalancata con fracasso e tintinnìo di vetri infranti, e un uomo
si sporse al chiaro di luna, testa e spalle, rivolgendosi al cieco
nella strada.
"Pew" gridò "ci hanno preceduti. Qualcuno ha messo il baule
sottosopra."
"C'è?" ruggì Pew.
"Il denaro c'è."
"All'inferno il denaro. La carta di Flint, dico io."
"Non la troviamo in nessun posto" replicò l'uomo.
"Ehi, voi di sotto, c'è in dosso a Bill?"
A questo punto un altro camerata, quello probabilmente ch'era
rimasto a frugare il corpo del capitano, si affacciò sulla soglia
dell'albergo.
"Bill è già stato frugato" disse. "Non c'è nulla."
"E' la gente dell'albergo: è quel ragazzo. Ah, gli avessi cavati
gli occhi!" imprecò il cieco. "Erano lì poco fa: avevano chiuso a
chiave la porta quando io tentai d'entrare. Su, mocciosi, cercate
qui intorno, e trovatemeli."
"Non c'è dubbio: hanno lasciato il loro moccolo qui" disse il
compagno dalla finestra.
"Cercate intorno e trovatemeli. Buttate all'aria la casa!" ripeté
Pew picchiando in terra col bastone.
Nella nostra vecchia casa successe un quarantotto: passi pesanti
che pestavano su e giù, mobili rovesciati, porte sfondate a calci,
con un fracasso da rintronare il vicinato, finché gli uomini di
nuovo scesero dichiarando che in nessun luogo ci si poteva
scovare. Proprio in quel momento lo stesso fischio che già aveva
turbato mia madre e me mentre stavamo contando il denaro del
capitano, echeggiò di nuovo chiaro nella. notte, ma ora ripetuto
due volte. Io avevo prima pensato che fosse un avviso del cieco
destinato a lanciare la sua banda all'assalto; ora invece capii
che era un suono proveniente dall'alto della collina verso il
villaggio; e, a giudicarne dall'effetto prodotto sui
contrabbandieri, li avvertiva dell'approssimarsi d'un pericolo.
"Di nuovo Dirk" disse uno. "Due volte! Converrà sloggiare, amici."
"Sloggiate pure, vigliacchi!" gridò Pew. "Dirk non è mai stato
altro che uno stupido coniglio: non dovreste badargli. Devono
esser lì; non possono esser lontani; nelle mani, li avete.
Muovetevi, cercateli, razza di cani! Oh, il diavolo mi pigli!
Avessi la mia vista!"
Questa sfuriata parve produrre un qualche effetto. Due di essi
cominciarono a cercare qua e là tra la roba sconvolta, a
malincuore però, credo io, e tuttavia preoccupati ciascuno del
proprio rischio, mentre gli altri rimasero sulla strada
irresoluti.
"Avete sottomano un mucchio d'oro, idioti che siete, ed eccovi lì
impalati! Sareste ricchi come tanti re, se trovaste 'quello:' e
voi sapete che c'è, e vi ciondolate come marmotte. Ci fu mai uno
di voi che osasse tener testa a Bill? E io gli ho tenuto testa, io
cieco! E perderò la mia fortuna per causa vostra. Sarò un povero
dannato costretto a mendicare un sorso di rum, mentre potrei farmi
rotolare in carrozza! Se aveste appena il coraggio di un sorcio in
una forma di cacio, li avreste già acciuffati."
"Al diavolo Pew!" borbottò uno "abbiamo i doppioni, e basta."
"Probabilmente l'hanno nascosto, quel benedetto affare" disse un
altro. "Prendi le sterline, Pew, e smetti di sbraitare."
Sbraitare era il termine adatto, talmente imbestialito s'era Pew a
quelle obiezioni, finché la collera lo sopraffece completamente, e
come impazzito si mise a battere nel mucchio a casaccio, e il suo
bastone risuonò sordamente sulle spalle di più d'uno.
Essi a loro volta scaricarono un sacco di maledizioni e minacce
sullo sciagurato cieco, tentando invano di afferrargli il bastone
e strapparglielo di mano.
Questa contesa fu la nostra salvezza, poiché mentre ancora essa
bolliva, un altro rumore giunse ai nostri orecchi dalla cima della
collina verso il villaggio: uno scalpitare di cavalli spinti al
galoppo. Quasi nello stesso istante il lampo e la detonazione d'un
colpo di pistola partirono dal lato della siepe. Era evidentemente
l'estremo segnale del pericolo: difatti i filibustieri girarono
subito la schiena e si squagliarono correndo chi giù lungo la
spiaggia, chi di traverso su per la collina, e così via; così che
in mezzo minuto non rimase di essi, eccetto Pew, la minima
traccia.
Il perché l'avessero piantato: se per effetto dello spavento, o
per vendetta delle male parole e percosse, io non saprei: il fatto
è che egli restò solo, e andava su e giù tempestando col bastone
il terreno, come delirasse, chiamando a gran voce i compagni.
Finalmente, sbagliando direzione, prese a correre verso il
villaggio e mi oltrepassò gridando:
"Johnny, Can-Nero, Dirk" e altri nomi "non abbandonate il vostro
vecchio Pew, camerati... il vostro vecchio Pew!"
In quel momento il rumore della cavalcata raggiunse l'altura, e
quattro o cinque cavalieri apparvero nel chiaro di luna e si
lanciarono a galoppo serrato giù per il pendìo. Pew si accorse
allora del proprio errore; si voltò gridando, e si avventò dritto
in direzione del fosso dove ruzzolò. Ma in un batter d'occhio si
rialzò; e, inferocito com'era, prese un altro slancio che lo portò
sotto il primo dei cavalli che arrivavano. Il cavaliere provò a
evitarlo, ma invano. Pew cadde con un urlo che risuonò nella
notte, e quattro zampe ferrate lo calpestarono, oltrepassandolo.
Egli si piegò su un fianco, poi mollemente si abbatté sulla sua
faccia, e non si mosse più.
Io scattai in piedi, e detti una voce ai cavalieri. Essi
s'arrestarono inorriditi, e immediatamente li riconobbi. Uno di
loro, che stava in coda, era un ragazzo mandato dal villaggio in
cerca del dottor Livesey; gli altri erano ufficiali della dogana
che egli aveva incontrato a metà strada, e che aveva avuto
l'accortezza di portare con sé. Qualche voce circa il bragozzo
della Tana di Kitt era giunta fino all'orecchio del sovrintendente
Dance, spingendolo quella stessa notte sui nostri passi: e fu
questa la circostanza che salvò mia madre e me dalla morte.
Pew era morto, e ben morto. Quanto a mia madre, appena trasportata
al villaggio, alcune gocce d'acqua fredda e dei sali erano bastati
a farle riprendere i sensi: e ora, più che risentirsi del passato
spavento, badava a rimpiangere il resto del suo denaro. Frattanto
il sovrintendente galoppava di gran carriera verso la Tana di
Kitt, mentre ai suoi uomini era toccato smontare e calarsi a
tastoni giù per la riva conducendo e talvolta sostenendo i loro
cavalli, spinti dal timore d'una imboscata; sicché non deve far
meraviglia se arrivando alla Tana di Kitt trovarono che il
bragozzo aveva già levato l'ancora, pur non essendosi allontanato
molto da terra. Il sovrintendente chiamò. Risposero da bordo
avvertendolo di ripararsi dal chiaro di luna se non voleva
buscarsi un po' di piombo: e in quel medesimo istante il fischio
d'una pallottola gli sfiorò il braccio. Poco dopo il bragozzo
doppiava la punta del promontorio, e spariva. Il signor Dance
rimase lì, per dirla con le sue parole, come un pesce fuor
d'acqua, e tutto quanto poté fare fu di spedire un uomo a B... per
informare il cutter della dogana: "il che", disse lui "non servirà
proprio a nulla. Se la sono scapolata liscia, ed è un affare
finito. A parte ciò, sono contento d'aver pestato i calli a Mastro
Pew" aggiunse, avendo allora allora udito il mio racconto.
Io ritornai con lui all'"Ammiraglio Benbow". Non si può immaginare
in quale stato di sconvolgimento trovai la nostra povera casa.
Persino l'orologio era stato buttato a terra e fracassato da quei
gaglioffi nella loro disperata caccia a me e a mia madre; e
quantunque nulla fosse stato asportato all'infuori della borsa del
capitano e un di po' di moneta dal cassetto del bar, mi bastò un
colpo d'occhio per convincermi ch'eravamo rovinati. Il signor
Dance, poi, non riusciva a spiegarsi quello spettacolo.
"Hanno tolto il denaro, mi dici. Ma, allora, Hawkins, che diavolo
cercavano ancora? Dell'altro denaro forse?"
"No, signore, non credo" risposi. "In realtà, signore, credo di
aver io in tasca ciò che essi cercavano, e, per dirvi la verità,
desidererei metterlo al sicuro."
"Giusto, ragazzo mio" disse lui. "Puoi consegnarlo a me, se ti
pare."
"Io pensavo che, forse, il dottor Livesey..." presi a dire.
"Benissimo" interruppe lui con fervore "benissimo: un gentiluomo e
un magistrato. E adesso che ci penso, converrebbe a me pure
correre fin là, per fare il mio rapporto a lui o al cavaliere.
Mastro Pew è morto, dopo tutto: non che io mi rammarichi; ma è
morto, capisci, e la gente se ne avvarrà magari volentieri, se
può, per dare addosso ad un ufficiale delle dogane di Sua Maestà.
Ebbene, se ti piace, ti porto con me."
Lo ringraziai cordialmente, e ce ne ritornammo al villaggio dove i
cavalli aspettavano. Il tempo di informare mia madre della mia
intenzione, ed ecco tutti in sella.
"Dogger" disse il signor Dance "tu hai un buon cavallo, prenditi
in groppa questo ragazzo."
Non appena che io fui montato, tenendomi al cinturino di Dogger,
il sovrintendente diede il segnale, e la brigata si lanciò a gran
trotto sulla strada che conduceva alla casa del dottor Livesey.








Capitolo 6. Le carte del capitano.

Cavalcammo speditamente lungo tutto il cammino, finché ci
arrestammo alla porta del dottor Livesey.
La facciata della casa era completamente buia.
Il signor Dance mi ordinò di saltare a terra e bussare, e Dogger
mi prestò la staffa per discendere. Subito la porta si aprì, e
alla mia domanda se il dottore fosse in casa, la cameriera rispose
che era rientrato nel pomeriggio ma poi era di nuovo uscito per
recarsi a pranzare al castello e passare la serata col cavaliere.
"Ebbene, andiamo là, ragazzi" disse il signor Dance.
Questa volta, siccome il tragitto era breve, non salii a cavallo,
ma corsi dietro a Dogger tenendomi alla coreggia della sua staffa
fino al cancello, e poi su per il lungo viale dagli alberi spogli,
illuminato dalla luna, in fondo al quale la bianca mole del
castello si ergeva dominando da ogni lato i vasti e antichi
parchi.
Là il signor Dance smontò, e presomi con sé, detta una parola,
venne introdotto.
Il servo ci condusse lungo un corridoio tappezzato di stuoie,
facendoci infine entrare in una spaziosa biblioteca tutta foderata
di scaffali sormontati da busti, dove il cavaliere e il dottor
Livesey con la pipa in mano stavano seduti ai lati di un allegro
fuoco.
Io non avevo mai visto il cavaliere così da vicino. Era un pezzo
d'uomo alto più di sei piedi, quadrato, dalla faccia aperta e
fiera, che i lunghi viaggi di mare avevano arrossata e tagliuzzata
di rughe; le sue sopracciglia nerissime si movevano di frequente,
e ciò gli dava un'aria non cattiva, direi, ma piuttosto vivace e
altera.
"Venga, signor Dance" egli disse con un fare affabile e dignitoso.
"Buona sera, Dance" disse il dottore, con un cenno del capo. "E
buona sera a te, amico Jim. Che buon vento vi porta qui?"
Dritto in piedi e rigido, il sovrintendente prese a narrare il
fatto speditamente, come se recitasse una lezione, ed era curioso
di vedere come gli ascoltatori pendevano dalle sue labbra e di
quando in quando si scambiavano occhiate dimenticando, nella
meraviglia e commozione, di fumare. Udendo poi la prova di
coraggio di mia madre, il dottor Livesey si dette una pacca sulla
coscia, e il cavaliere gridò 'Brava' con un gesto che gli fece
spezzare contro il camino la sua lunga pipa. Molto prima che il
racconto fosse terminato, il signor Trelawney (era questo, come il
lettore ricorderà, il nome del cavaliere) era scattato in piedi, e
andava misurando a lunghi passi la sala; e il dottore si era
tolta, come per udire meglio, la parrucca incipriata, scoprendo la
testa dai capelli neri completamente rasati, il che gli dava uno
stranissimo aspetto
"Signor Dance" disse il cavaliere appena il sovrinendente ebbe
finito "lei è una degnissima persona. Quanto all'aver schiacciato
quel mostro di atrocità, io lo considero come un atto meritorio,
come schiacciare un serpente. Questo ragazzo poi, è un coraggioso,
a quanto so. Hawkins, vuoi suonare quel campanello? Il signor
Dance berrà un bicchiere di birra."
"Sicché, Jim" disse il dottore "tu hai ciò che loro cercavano,
no?"
"Eccolo qui" risposi io porgendo il pacchetto di tela.
Il dottore l'esaminò, girandolo e rigirandolo per ogni lato, come
se le dita gli pizzicassero dalla voglia di aprirlo, ma poi finì
per metterselo tranquillamente in tasca.
"Cavaliere" diss'egli "quando Dance avrà bevuta la birra gli
toccherà naturalmente tornare al servizio Sua Maestà; ma io penso
di trattenere qui Jim Hawkins: egli dormirà a casa mia; e
frattanto, col vostro permesso, non si potrebbe fargli avere un
po' di pasticcio freddo e dargli la cena?"
"Come volete, Livesey" disse il cavaliere "Hawkins s'é guadagnato
assai più di un pasticcio freddo."
E così mi fu servito a una piccola tavola un abbondante pasticcio
di piccione, ed io cenai di gusto, giacché avevo una fame da lupo;
mentre il signor Dance, ricolmato di complimenti, si era
congedato.
"E ora, cavaliere..." disse il dottore.
"E ora, Livesey..." disse a un tempo il cavaliere.
"Uno alla volta! Uno alla volta!" rise il dottore. "Credo che
avrete sentito parlare di questo Flint, nevvero?"
"Di Flint!" esclamò il cavaliere. "Se ho inteso parlare di Flint,
mi dite! Il più sanguinario dei pirati che abbia mai tenuto il
mare era lui. Barbablù, al paragone, era un bambino. Gli spagnoli
ne avevano una così smisurata paura che, vi assicuro, signore, io
qualche volta ero persino fiero di saperlo inglese. Con questi
occhi ho veduto i suoi velacci al largo di Trinidad; ebbene: quel
vigliacco di figlio di un ubriacone col quale navigavo, se la
svignò: sissignore, se la svignò, e si rifugiò nel Porto di
Spagna."
"Ebbene, io pure ho sentito parlare di lui in Inghilterra" riprese
il dottore. "Ma l'importante è sapere: aveva o no del denaro?"
"Del denaro?" saltò su il cavaliere. "Non avete dunque sentito la
storia? E che cosa cercavano quei furfanti, se non denaro? Di che
cosa mai s'interessano, se non di denaro? Per che cosa
rischierebbero la loro maledetta pelle, se non per il denaro?"
"E' ciò che sapremo presto" replicò il dottore. "Ma voi vi
riscaldate, e m'imbrogliate talmente con le vostre esclamazioni,
che io non riesco ad aprir bocca. Ciò che io vorrei sapere, è
questo: supponendo che io abbia qui nella mia tasca il filo capace
di condurmi dove Flint ha seppellito il suo tesoro, credete che
quel tesoro possa essere importante?"
"Importante? Per darvene un'idea, se noi possediamo il filo di cui
mi parlate, io armo un bastimento nel porto di Bristol, prendo con
me Hawkins e voi, e trovo il tesoro, dovessi impiegare un anno a
cercarlo!"
"Ottimamente! E allora, se a Jim non dispiace, apriremo il
pacchetto" disse il dottore.
E lo posò sulla tavola.
Ma siccome il pacchetto era cucito, fu costretto a prendere nella
sua borsa le forbici chirurgiche per tagliare i punti, dopo di che
venne fuori il contenuto: un quaderno, ed una carta suggellata.
"Prima di tutto vediamo il quaderno" disse il dottore.
Gentilmente egli mi aveva invitato a partecipare al piacere delle
ricerche; ed io, alzatomi dal tavolo, mi sporgevo ora al di sopra
delle sue spalle, insieme col cavaliere, a guardare il quaderno
aperto. Sulla prima pagina apparivano soltanto alcuni brani di
scritto, come quelli che un uomo con una penna in mano potrebbe
tracciare per oziosaggine o per esercizio. Uno di essi riportava
il testo del tatuaggio "Billy Bones se ne infischia". E poi c'era:
"Mr. W. Bones piloto", "Non più rum", "L'ha avuto al largo di Palm
Key" e alcuni altri scarabocchi: vocaboli isolati, per lo più, e
incomprensibili. Io non potei a meno di domandarmi chi era che
l'aveva avuto e che cosa aveva avuto. Una coltellata nella
schiena, forse.
"Poco ci si ricava, qui" disse il dottor Livesey, continuando a
sfogliare.
Le ulteriori dieci o dodici pagine erano riempite di curiose
annotazioni. C'era una data, a un capo della riga, e all'altro
capo una somma, come negli ordinari libri di commercio; con in
mezzo, invece di un testo esplicativo, un certo numero di
crocette. Al 12 giugno 1745, per esempio, una somma di settanta
sterline risultava chiaramente accreditata a qualcuno, ed in luogo
del motivo non si vedevano che sei crocette. In alcuni punti era
stato evidentemente aggiunto il nome della località, come "Al
largo di Caracas", oppure una semplice indicazione di latitudine e
longitudine, come 62 gradi, 17 primi, 20 secondi; 19 gradi, 2
primi, 40 secondi.
Le registrazioni abbracciavano un periodo di circa vent'anni; gli
importi crescevano a ogni fine di pagina. ed in ultimo, dopo
cinque o sei tentativi di addizione sbagliati, un gran totale era
stato fatto con aggiunte le parole: "Bones, il suo gruzzolo".
"Non ci capisco un'acca" disse il dottor Livesey.
"E' chiaro come la luce del sole" ribatté il cavaliere. "Questo è
il libro di conti di quella canaglia. Le crocette rappresentano
navigli affondati o città saccheggiate. Le somme indicano la parte
toccata al miserabile; e dove egli temeva un equivoco, aggiungeva,
come vedete, qualcosa di più preciso. Guardate: "Al largo di
Caracas". Qui si tratta di qualche disgraziato naviglio assalito
al largo di quella costa. Dio assista l'anima dei poveretti che
erano a bordo: da tanto tempo saranno diventati corallo."
"Giusto!" osservò il dottore. "Ecco che cosa significa aver
navigato. Giusto! E si vede che le somme aumentano mano a mano che
egli sale di grado."
Non c'era nient'altro nel quaderno all'infuori delle posizioni di
alcuni luoghi registrate negli ultimi fogli bianchi; e una tavola
di equivalenze per le monete francesi, inglesi e spagnole.
"Uomo avveduto!" esclamò il dottore. "E tale da non lasciarsi
facilmente imbrogliare."
"E ora" riprese il cavaliere "passiamo all'altro."
La carta era stata suggellata in parecchi punti adoperando come
sigillo un ditale: lo stesso ditale forse che io avevo rinvenuto
nella tasca del capitano. Il dottore ruppe con molta precauzione i
sigilli, e ne uscì la pianta d'un'isola con i dati di latitudine e
longitudine, fondali, nomi di alture, baie e imboccature, ed ogni
altra indicazione necessaria a poter portare un bastimento presso
la costa in un sicuro ancoraggio. Quest'isola misurava circa nove
miglia in lungo e cinque in largo, simile nella forma a un grosso
drago rampante, ed aveva due porti assai ben riparati, e nel
centro una collina denominata "Il Cannocchiale". Vi erano alcune
aggiunte di data posteriore; e, specialmente visibili, tre croci
in inchiostro rosso: due nella parte nord dell'isola, una al sud-
ovest; inoltre, accanto a quest'ultima, nel medesimo inchiostro
rosso, in una minuta e linda scrittura ben diversa dai tremolanti
caratteri del capitano, queste parole: "Qui il grosso del tesoro".
Sul rovescio del foglio, la stessa mano aveva tracciato i seguenti
ulteriori ragguagli:

"Grande albero, contrafforte del Cannocchiale, punto in direzione
Nord-Nord-Est, quarta a Nord.
Isola dello Scheletro Est-Sud-Est, quarta ad Est.
Dieci piedi.
La barra d'argento è nel nascondiglio nord; trovasi nella linea
del poggio est, dieci braccia a sud della prospiciente rupe nera.
Le armi saranno presto trovate, nella collina di sabbia,
all'estremità Nord. del capo della baia nord: direzione Est, e una
quarta Nord.
J. F."

Nient'altro: ma, pur nella sua brevità, e per quanto a me
incomprensibile, il documento colmò di gioia il cavaliere e il
dottore.
"Livesey" proruppe il cavaliere "voi lascerete immediatamente
questa vostra misera clientela. Io domani filo a Bristol. Tempo
tre settimane, tre settimane!, due settimane, dieci giorni forse,
avrò a mia disposizione il miglior bastimento d'Inghilterra, e la
schiuma degli equipaggi. Hawkins ci accompagnerà come mozzo. Tu,
Hawkins, sarai un mozzo eccellente. Voi, Livesey, sarete il medico
di bordo; io l'ammiraglio. Prenderemo con noi Redruth, Joyce e
Hunter. Avremo venti favorevoli, una rapida traversata, e
troveremo il posto senza la minima difficoltà, e denaro a palate e
a mucchi, da rotolarcisi dentro e affogarci fino alla fine dei
nostri giorni."
"Trewlaney" disse il dottore "io verrò con voi, e vi garantisco
che Jim farà altrettanto e si farà onore. Non v'è che una persona,
che mi preoccupi..."
"E chi è costui?" esclamò il cavaliere. "Ditemi il nome di questo
poco di buono."
"Voi" rispose il dottore "perché non siete capace di stare zitto.
Noi non siamo i soli a conoscere questo documento. Quei signori
che stanotte assalirono l'albergo, diavoli scatenati e disperati
se mai ve ne furono, come pure gli altri della combriccola rimasti
a bordo del bragozzo, ed altri ancora io credo non molto lontani
di qui, sono decisi come un sol uomo a tutto pur di entrare in
possesso di quel denaro. Nessuno di noi deve andare da solo finché
non saremo imbarcati. Jim ed io frattanto non ci staccheremo l'uno
dall'altro; voi andando a Bristol vi farete accompagnare da Joyce
e da Hunter; e nessun di noi dovrà lasciarsi sfuggire una sillaba
a proposito della nostra scoperta."
"Livesey" replicò il cavaliere "voi avete sempre ragione. Io sarò
muto come una tomba."




PARTE SECONDA - IL CUOCO DI BORDO.


Capitolo 7. Vado a Bristol.

Per approntare il nostro equipaggiamento ci volle più tempo di
quanto il cavaliere non immaginasse, e nessuno dei nostri iniziali
progetti, neppure quello del dottor Livesey di tenermi presso di
sé, poté essere attuato secondo le nostre intenzioni. Il dottore
aveva dovuto recarsi a Londra in cerca di un medico a cui
rimettere la propria clientela; il cavaliere era grandemente
occupato a Bristol, ed io ero rimasto al castello sotto la
sorveglianza del vecchio Redruth, il guardacaccia. Ero quasi
prigioniero, ma il mare riempiva i miei sogni con le più deliziose
visioni di strane isole ed avventure. Per ore e ore il mio
pensiero indugiava sulla carta della quale ricordavo esattamente i
particolari. Seduto accanto al fuoco nella stanza dell'intendente,
mi lasciavo trasportare dalla fantasia in quell'isola; ne
esploravo ogni angolo; cento volte mi arrampicavo su per il largo
dorso del monte denominato Il Cannocchiale, e dalla cima mi godevo
i più vari e meravigliosi panorami. A volte l'isola si popolava di
selvaggi, coi quali combattevamo; altre si riempiva di belve che
ci inseguivano: ma in nessuna di tutte queste allucinazioni vidi
mai cose tanto straordinarie e tragiche come quelle che dovevamo
incontrare nella realtà.
Passarono alcune settimane finché un bel giorno giunse
all'indirizzo del dottor Livesey una lettera con l'avvertenza: "Da
essere aperta, in caso di sua assenza, da Tom Redruth o dal
giovane Hawkins". Dissuggellatala, trovammo, o meglio trovai, dato
che il guardacaccia non se la cavava a leggere se non lo stampato,
le seguenti importanti notizie:

"Albergo dell'Ancora Vecchia - Bristol primo marzo 17...
"Caro Livesey, ignorando se siete di ritorno al castello o tuttora
a Londra, invio la presente in doppio ad ambedue le destinazioni.
Il bastimento è acquistato, equipaggiato, e pronto a salpare. Mai
vedeste una più graziosa goletta, un bambino sarebbe capace di
governarla; portata, duecento tonnellate; nome, 'Hispaniola.'
Me la procurò il mio vecchio amico Blandly, che si è comportato
come il migliore dei camerati, dandomi prova d'una bontà
stupefacente. Il mio meraviglioso compagno si è fatto in quattro
per servirmi, e la stessa cosa posso dire ha fatto ogni altra
persona a Bristol non appena saputo verso quale porto noi
metteremo la prua: vale a dire, il tesoro."

"Redruth" dissi interrompendo la lettura "questo non piacerà al
dottor Livesey. Il cavaliere ha pur finito per parlare."
"E chi più di lui ne aveva il diritto?" brontolò il guardacaccia.
"Sarebbe bella che il cavaliere dovesse aspettare il permesso del
dottor Livesey per aprir bocca."
Dopo ciò io rinunziai a qualsiasi commento e seguitai a leggere
difilato:

"Fu lo stesso Blandly a scovare la Hispaniola e adoperandosi con
incredibile accortezza riuscì ad ottenerla per un'inezia. C'è a
Bristol una categoria di gente estremamente prevenuta contro
Blandly. A sentir loro, questa onesta creatura sarebbe capace di
non so che, pur di far denaro; l''Hispaniola' gli apparteneva; me
l'avrebbe venduta a un prezzo esorbitante, e simili altre
evidentissime calunnie. Nessuno, peraltro, osa negare le doti
della nave.
Fin qui, nessun inciampo. Gli operai, attrezzatori ed altri, d'una
lentezza da stancare i santi: ma col tempo e la pazienza ci siamo
arrivati. Ciò che m'inquietava era l'equipaggio.
Io volevo una buona ventina d'uomini, per l'eventualità d'incontri
con indigeni o pirati o con quei dannati francesi, e m'era costato
una fatica del diavolo trovarne non più d'una mezza dozzina,
quando uno straordinario colpo di fortuna mi portò tra le gambe
proprio l'individuo che faceva per me. Ero sul molo e per puro
caso attaccai discorso con lui. Seppi ch'era un vecchio marinaio,
che aveva un'osteria, conosceva tutta quanta la gente di mare di
Bristol, si era guastata la salute rimanendo a terra, e cercava un
buon posto di cuoco a bordo per ritornare sul mare. Quel mattino
se n'era venuto zoppicando fin lì, diceva, per prendervi una
boccata d'aria salmastra.
Io ne fui profondamente commosso, come sarebbe capitato a voi
stesso, e per pura compassione lo ingaggiai lì per lì come cuoco
di bordo. Si chiama Long John Silver, e gli manca una gamba; ma
questo particolare conta per me come una raccomandazione, poiché
codesta gamba egli l'ha perduta servendo la Patria sotto gli
ordini dell'immortale Hawke. Eppure, non gli passano un centesimo
di pensione. In che tristi tempi viviamo, Livesey!
Ebbene, io credevo fin qui di non aver trovato che un cuoco, ed
era invece una intera ciurma che avevo scoperto. Fra tutti e due
riuscimmo in pochi giorni a radunare una brigata dei più induriti
vecchi lupi di mare che si potesse immaginare, non certo belli da
vedere, ma dei tipi, come il loro aspetto dimostra, dalla tempra
indomabile. Vi assicuro che potremmo affrontare una fregata.
Long John si è sbarazzato di due dei sei o sette che io già avevo
ingaggiati. Egli non durò fatica a persuadermi ch'erano dei
marinai d'acqua dolce per nulla adatti a un'impresa di così
maschia importanza.
Io sto magnificamente bene di corpo e di spirito: mangio come un
bue e dormo come un ceppo; ma non me la godrò se non quando
sentirò intorno all'àrgano lo scalpiccìo dei miei vecchi lupi di
mare. Al largo! Al diavolo il tesoro! E' la gloria di questo mare
che mi ha fatto girar la testa! Sicché, Livesey, venite senza
indugio: non perdete un'ora, se mi volete bene.
Mandate il giovane Hawkins a salutar sua madre accompagnato da
Redruth; e poi volate a Bristol.
John Trelawney.
"Poscritto. - Non vi ho detto che Blandly, il quale tra parentesi
ci manderà dietro una nave qualora dentro agosto non fossimo
ritornati, mi ha trovato un mirabile capitano, un uomo duro (il
che mi dispiace) ma, sotto ogni altro aspetto, una perla. Long
John Silver ha scovato un competentissimo nostromo, di nome Arrow.
Abbiamo pure un secondo che suona il piffero, Livesey: sicché le
cose fileranno lisce come sopra una nave da guerra, a bordo della
nostra incomparabile 'Hispaniola.'
Dimenticavo pure di dirvi che Silver è persona seria: so da sicura
fonte che ha presso una Banca un credito il cui importo non è mai
stato oltrepassato. Egli lascerà l'osteria nelle mani della
moglie; e siccome lei è una negra, due impenitenti celibi come voi
ed io hanno ben ragione di pensare che non è soltanto la salute,
ma anche la moglie, che lo risospinge a girare il mondo.
J. T."
"P.P.S. Hawkins può rimanere ventiquattr'ore presso sua madre."

E' facile immaginare la frenesia in cui mi mise questa lettera. Io
ero quasi fuori di me dalla gioia e guardavo con disprezzo il
vecchio Tom Redruth che non sapeva fare altro che brontolare e
gemere. Chiunque tra i guardacaccia in seconda avrebbe volentieri
preso il suo posto: ma tale non era il desiderio del cavaliere; e
i desideri del cavaliere erano legge, per i suoi servitori; fra i
quali nessuno, all'infuori del vecchio Redruth, si sarebbe mai
arrischiato di mormorare.
L'indomani mattina noi due a piedi ci recammo all'"Ammiraglio
Benbow", dove io trovai mia madre in buona salute e allegra. Il
capitano, causa di tanti dolori, si era trasferito là dove ai
malvagi è tolta la possibilità di poter nuocere agli altri. Il
cavaliere aveva fatto riparare ogni cosa, e ridipingere l'insegna
e i locali destinati al pubblico; aggiungendovi alcuni mobili, tra
cui splendeva una bella sedia a braccioli destinata a mia madre.
Alla quale aveva anche procurato un ragazzo apprendista, in
maniera che durante la mia assenza non sarebbe rimasta priva di
aiuto.
Fu guardando quel ragazzo, che per la prima volta io mi resi conto
della mia situazione. Fino a quel momento io avevo soltanto
pensato alle avventure cui andavo incontro; non alla casa che
stavo per lasciare; ed ora, alla vista di quello sgraziato
straniero che avrebbe preso il mio posto accanto a mia madre, fui
preso dalla prima crisi di lacrime. Io temo di avergli fatto fare
una vita da cane a quel ragazzo, poiché non essendo pratico dei
lavori, mi offrì mille occasioni di rimproverarlo e umiliarlo,
delle quali io non esitai ad approfittare.
La notte passò, e l'indomani nel pomeriggio Redruth ed io ci
rimettemmo in cammino. Io dissi addio a mia madre e alla baia
dov'ero vissuto fin dalla lontana infanzia, e al caro vecchio
"Ammiraglio Benbow", per quanto forse non più così caro dopo
essere stato ridipinto. Uno dei miei ultimi pensieri fu per il
capitano che tante volte avevo visto correre lungo la spiaggia col
suo cappello a tricorno, la sua guancia sfregiata, e il suo
vecchio cannocchiale di rame. Un minuto dopo avevamo girato
l'angolo, e la mia casa era scomparsa.
La diligenza ci raccolse verso sera al "Royal George", sulla
landa. Io mi trovai incastrato fra Redruth ed un corpulento
signore, e, malgrado gli scossoni della rapida corsa e la pungente
aria notturna, cominciai fin dal principio a sonnecchiare e poi
dormii sodo come un ceppo, per colline e per valli e di posta in
posta; e quando infine un pugno nelle costole mi fece riscuotere e
aprire gli occhi, mi accorsi che stavamo davanti a un vasto
fabbricato, in una via di città, ed era giorno fatto.
"Dove siamo?" chiesi.
"A Bristol" rispose Tom. "Scendi giù."
Il signor Trelawney aveva preso alloggio in un albergo situato in
cima al porto per poter da vicino sorvegliare i lavori della
goletta. Era quella la nostra mèta; e, con mio grande piacere, la
strada correva lungo le banchine, costeggiando una folla
innumerevole di bastimenti di ogni forma, attrezzatura e paese. Su
l'uno i marinai cantavano intenti alla loro fatica; sull'altro si
vedevano uomini lassù per aria sospesi a funi sottili all'occhio
come fili di ragnatele. Quantunque io avessi vissuto tutti i miei
giorni lungo la spiaggia, avevo l'impressione di accostarmi ora al
mare per la prima volta. L'odore del catrame e della salsedine mi
sembrava una novità. Vedevo sulle prue meravigliose polene che
s'erano specchiate nei più lontani oceani; e vecchi marinai dagli
anellini d'oro agli orecchi, dai baffi arricciati, dai codini
incatramati, dalla goffa e pesante andatura; e ne ero contento non
meno che se avessi assistito a una processione di re e di
arcivescovi.
Ed ora io pure avrei navigato: sopra una goletta, con un nostromo
che avrebbe suonato il piffero; e marinai dal codino incatramato
che avrebbero cantato: sul mare, verso un'isola sconosciuta, alla
ricerca di tesori nascosti!
Mentre mi andavo cullando in questo sogno, giungemmo a un tratto
davanti a un grande albergo, ed incontrammo il cavalier Trelawney,
vestito proprio come un ufficiale di marina, con un abito blu
scuro. Egli usciva dall'albergo col volto sorridente, imitando
alla perfezione l'andatura dondolante della gente di mare.
"Oh" esclamò "eccovi qui! E il dottore è arrivato ieri sera da
Londra. Bene! La brigata è al completo!"
"Signore" dissi io "quando partiamo?"
"Quando partiamo?" rispose. "Domani! Domani!



Capitolo 8. All'insegna del "Cannocchiale".

Dopo che ebbi fatta colazione, il cavaliere mi consegnò un
biglietto indirizzato a John Silver, all'insegna del
"Cannocchiale". Costeggiando la darsena, mi disse, e facendo bene
attenzione, avrei facilmente trovato la piccola osteria, con, per
insegna, un grande telescopio di rame. Io mi mossi, felice
dell'occasione di vedere ancora e meglio bastimenti e marinai; e
facendomi largo tra una moltitudine di gente e carri e balle di
mercanzie, mentre il lavoro della banchina era nel suo massimo
bollore, arrivai alla taverna.
Era un chiaro piccolo luogo allegro; dall'insegna ridipinta di
fresco, dalle finestre ornate di linde tende rosse, e dal
pavimento accuratamente coperto di sabbia. Posto fra due strade,
aveva una porta aperta su ciascun lato, il che dava abbastanza
luce alla bassa e larga sala, malgrado delle nuvole di fumo di
tabacco che l'ingombravano.
Gli avventori erano in gran parte gente di mare: e parlavano così
forte che io mi fermai sull'uscio, quasi timoroso di entrare.
Mentre esitavo, un uomo uscì da una stanza laterale, e in un colpo
d'occhio io mi convinsi che era lui, Long John. Aveva la gamba
sinistra tagliata fin sotto l'anca, e sotto l'ascella sinistra
portava una gruccia della quale si serviva con prodigiosa
destrezza, saltellandovi sopra come un uccello. Era alto di
corporatura e robusto, con una faccia larga come un prosciutto,
scialba e volgare, ma rischiarata da un intelligente sorriso. Con
irrequieta allegria fischiettava e si aggirava tra le tavole
distribuendo motti o pacche sulle spalle dei suoi ospiti
preferiti.
A dire il vero, già dalla prima allusione a Long John Silver
contenuta nella lettera del cavalier Trelawney, m'era entrato il
dubbio che si trattasse del marinaio dalla gamba sola la cui
apparizione avevo così a lungo spiata al vecchio "Ammiraglio
Benbow". Ma una sola occhiata all'uomo che mi stava davanti mi era
bastata. Avendo visto il Capitano, Can-Nero e il cieco Pew,
credevo ormai di sapere un pirata cos'era, una figura ben diversa,
a parer mio, da questo aperto e gioviale padrone di osteria.
Io presi subito coraggio, varcai la soglia e mi diressi verso di
lui che, appoggiato alla sua gruccia, stava discorrendo con un
cliente.
"E' lei il signor Silver?" dissi porgendo il biglietto.
"Sì, piccolo mio" rispose "è proprio questo il mio nome. E tu chi
sei?"
Ma, vista la lettera del cavaliere, mi parve avesse come un
sobbalzo.
"Oh" disse poi ad alta voce e porgendomi la mano "capisco. Tu sei
il nuovo mozzo; sono ben lieto di conoscerti."
E strinse la mia mano con la sua larga e solida presa.
In quel momento uno degli avventori in fondo alla sala si alzò di
scatto, lanciandosi verso l'uscita, e poiché questa gli era
vicino, in un batter d'occhio fu sulla strada. Ma la sua furia
aveva attirato la mia attenzione, ed in un lampo riconobbi in lui
l'uomo dal viso cereo, mancante di due dita, che per primo era
apparso all'"Ammiraglio Benbow".
"Oh" gridai "fermatelo! E' Can-Nero!"
"Non m'importa un cavolo di saper chi sia" esclamò Silver. "Non ha
pagato il conto. Harry, corri e acchiappalo."
Uno di quelli che stavano vicino alla porta saltò in piedi e si
diede a inseguirlo.
"Fosse pure l'ammiraglio Hawke pagherà il suo conto" strillò
Silver; e lasciando andar la mia mano: "Chi hai detto che è? Nero
che cosa?"
"Cane" dissi io. "Il cavalier Trelawney non vi ha parlato dei
pirati? E' uno di loro!"
"Ah sì? In casa mia! Ben, corri a dare una mano ad Harry. Uno di
quei brutti arnesi era lui? Morgan, eri tu che stavi bevendo con
lui? Vieni qua."
Il nominato Morgan, un vecchio marinaio dai capelli grigi e dalla
pelle color del mogano, si fece avanti, umile come una pecora,
masticando la sua cicca.
"Sicché, Morgan" interrogò Long John in tono molto severo "tu
questo Can... questo Can-Nero non l'avevi visto mai prima d'ora,
no?"
"No, signore" rispose Morgan con un inchino.
"Neppure di nome lo conoscevi, no?"
"No, signore."
"Per mille diavoli, Tom Morgan, è meglio per te!" esclamò l'oste.
"Se avessi avuto che fare con un individuo simile, non avresti mai
più messo piede in casa mia, puoi star sicuro. E che cosa ti stava
dicendo?"
"Non saprei precisamente, signore."
"O che ci hai sulle spalle? Una testa, o una rapa?" gridò Long
John. "Tu non sai precisamente, non sai! E magari non sapevi che
parlavi a qualcuno, eh? Suvvia, di che stava cianciando? Viaggi,
capitani, bastimenti? Sputa fuori! Cos'era?"
"Stavamo parlando di lavori di carenaggio" rispose Morgan.
"Di lavori di carenaggio? Un magnifico argomento non c'è che dire.
Ritorna pure al tuo posto, bestione."
E mentre Morgan s'allontanava, Silver mi aggiunse sottovoce, in
tono confidenziale, che mi parve molto lusinghiero:
"E' un onest'uomo, Tom Morgan, ma è stupido. E adesso" continuò ad
alta voce "vediamo... Can-Nero... No, non conosco questo nome...
Però, ho come un sospetto... ma sì che l'ho già visto, il
mariuolo. Veniva di solito qui con un mendicante cieco."
"Era lui, state pur sicuro" dissi io. "Io conobbi anche il cieco.
Si chiamava Pew."
"E' così" rincalzò Silver molto eccitato. "Pew! Era questo il suo
nome, senza dubbio. Ah che muso di gaglioffo aveva! Se noi
acciuffiamo questo Can-Nero sarà una bella notizia per il cavalier
Trelawney. Ben è un buon corridore: sono assai pochi i marinai che
gli stanno alla pari. Dovrebbe acchiapparlo, per Satanasso!
Parlava di lavori di carenaggio, eh? Te lo carenerò io!"
Mentre sbottava in queste frasi, arrancava su e giù per la taverna
appoggiato alla sua gruccia, battendo con il palmo sui tavolini, e
ostentando un calore tale che avrebbe persuaso un giudice
istruttore o un poliziotto. I miei sospetti, risvegliati dall'aver
trovato Can-Nero al "Cannocchiale", m'inducevano a osservare il
cuoco attentamente. Ma egli era troppo profondo, troppo svelto e
troppo scaltro per me, sicché quando quei due rientrarono
trafelati confessando che nella folla avevano perduta la pista, ed
erano stati scambiati per ladri e maltrattati, io mi sarei dato
garante dell'innocenza di Long John Silver.
"Vedi un po', Hawkins" diceva lui «vedi un po' quale spiacevole
affare per un uomo come me! Il capitano Trelawney che cosa
penserà? Ecco che io tengo in casa mia questo maledetto cane
olandese, e gli do da bere il mio rum! Tu arrivi e mi spieghi ogni
cosa, ed ecco che io gli lascio tutta la comodità di svignarsela
sotto i miei occhi! Ma tu, Hawkins, mi giustificherai presso il
capitano. Sei un ragazzo, ma sei una perla di ragazzo. Me ne sono
accorto appena entrasti. Ebbene, dimmi tu che cosa potevo fare io
strascicandomi su questa vecchia gruccia? Quando ero mastro
marinaio di prima classe gli sarei corso dietro e l'avrei
abbrancato con queste vecchie grinfie, l'avrei, ma ora..."
D'un tratto s'interruppe, e rimase lì, a bocca aperta, come se si
ricordasse di qualche cosa.
"Il conto!" esplose. "Tre bicchieri di rum! Ma guarda, imbecille
che sono, se dovevo dimenticare il mio conto!"
E si lasciò cadere sopra una panca; e rideva, rideva fino a farsi
venir le lacrime agli occhi. Io non potei fare a meno d'imitarlo;
e ridevamo insieme, uno scroscio dopo l'altro, tanto che la
taverna ne era intronata.
"Ah, che famosa foca sono io!" disse infine asciugandosi le
guance. "Noi due faremmo bene il paio, perché io pure meriterei il
posto di mozzo. Ma adesso tieniti pronto a virare. Il dovere è
dovere, camerata. Io mi metto il mio tricorno, e corro con te dal
capitano Trelawney a riferirgli la storia. Perché, bada, ragazzo
mio, è una cosa seria, e né tu né io ne usciamo in modo da farci
onore. Neanche tu, ti dico, sei stato svelto; né l'uno né l'altro,
siamo stati svelti. Ma, vivaddio, quella del conto è una bella
burla."
E daccapo ricominciò a ridere così di gusto che io, pur non
apprezzando come lui la facezia, fui di nuovo costretto a prender
parte alla sua ilarità.
Durante la nostra breve passeggiata lungo la banchina m'interessò
molto dandomi spiegazioni riguardo ai vari bastimenti che
passavamo in rassegna, la loro attrezzatura, portata, nazionalità,
e operazioni che si stavano eseguendo come uno scaricava, un altro
imbarcava mercanzia, un terzo si preparava a salpare -
aggiungendovi piccoli aneddoti di vita marinaresca o ripetendomi
qualche espressione nautica per farmela bene entrare in mente,
cosicché io cominciai a credere che in lui avrei avuto il più
prezioso compagno di bordo.
Giunti all'albergo, trovammo a un tavolo il cavaliere e il dottor
Livesey che stavano finendo di bere un boccale di birra con pane
abbrustolito, per poi recarsi a bordo della goletta per una visita
d'ispezione.
Long John raccontò la storia dal principio alla fine con molto
brio e scrupolosa esattezza, rivolgendosi a me di tanto in tanto
per dire: "E' stato così, non è vero, Hawkins?", al che io non
potevo fare a meno di assentire.
I due signori si rammaricarono che Can-Nero fosse riuscito a
svignarsela; ma tutti quanti convenimmo che non c'era niente da
fare; e Long John, dopo aver ricevuto i loro complimenti, prese la
sua stampella e ci lasciò.
"Tutti a bordo oggi alle quattro" gli gridò dietro il cavaliere.
"Va bene, va bene" confermò il cuoco dal corridoio.
"Cavaliere" disse il dottore "io non ho in generale eccessiva
fiducia nelle vostre scoperte; ma tengo a dirvi che questo John
Silver mi piace."
"Vale tanto oro quanto pesa" dichiarò il cavaliere.
"E ora" aggiunse il dottore "Jim può venire a bordo con noi, non è
vero?"
"Certamente" disse il cavaliere. "Prendi il tuo cappello, Hawkins,
e andiamo a visitare il bastimento."


Capitolo 9. Polvere e armi.

Poiché l'"Hispaniola" era ormeggiata alquanto fuori, ci toccò
passare sotto la prua e la poppa di molti altri navigli, i cui
cavi ora sfregavano la nostra chiglia ora ciondolavano sulla
nostra testa. Alla fine peraltro accostammo e mettemmo piede a
bordo, accolti e salutati dal secondo Arrow, un vecchio marinaio
guercio, dalla faccia abbronzata, che portava anelli agli orecchi.
Lui e il cavaliere pareva se la intendessero molto bene: io notai
però immediatamente che le cose non andavano altrettanto lisce fra
il signor Trelawney e il capitano.
Quest'ultimo era un uomo dall'aria severa, che sembrava scontento
di tutto ciò che lo circondava; e non tardò a dircene la ragione,
poiché eravamo appena scesi in cabina, che un marinaio ci
raggiunse.
"Signore" annunciò costui "il capitano Smollett chiede di poterle
parlare."
"Sono a sua disposizione" rispose il cavaliere. "Fatelo entrare."
Il capitano, che stava alle spalle del suo messaggero, entrò
immediatamente e chiuse l'uscio dietro di sé.
"Ebbene, capitano Smollett, cos'ha da dirmi? Tutto è in ordine,
spero, e possiamo prendere il mare? ~
"Signor mio" rispose il capitano "è meglio parlar franco, io
penso, sia pure a costo di dire cose sgradevoli. Non mi piace
questa crociera, non mi piace l'equipaggio, e non mi piace il mio
secondo. Non ho altro da aggiungere."
"Forse che non le piace il bastimento?" interrogò il cavaliere,
molto irritato, a quanto vidi.
"Riguardo al bastimento non posso parlare finché non l'abbia messo
alla prova" replicò il capitano. "A vederlo sembrerebbe una buona
vela. Di più non posso dire."
"E magari, signore, non le piacerà il suo armatore?"
"Un momento! Un momento!" intervenne il dottor Livesey. "Lasciamo
stare questioni che non servono che ad inasprirci. Il capitano ha
detto troppo o troppo poco, ed io ho bisogno di una spiegazione.
Lei, capitano, ha detto che non le piace questa crociera. Perché,
sentiamo?"
"Io sono stato ingaggiato in base al sistema così detto degli
ordini suggellati, per portare questa nave dove questo signore mi
ordinerà. Fin qui, d'accordo. Ma io trovo ora che non c'è nessuno
a bassa prua che non ne sappia più di me. E questo a loro sembra
bello, forse?"
"No, che non è bello" disse il dottor Livesey.
"Poi" continuò il capitano "vengo a sapere che andiamo alla
ricerca di un tesoro, e lo vengo a sapere (notino bene) dal mio
stesso equipaggio. Ora, andare alla ricerca di un tesoro è affare
delicato. Per conto mio non amo viaggi simili, tanto meno poi li
amo quando sono segreti, e quando il segreto, mi perdoni, signor
Trelawney, è stato messo in bocca al pappagallo."
"Il pappagallo di Silver?" chiese il cavaliere.
"E' un modo di dire" spiegò il capitano. "Divulgato, intendo dire.
Io ritengo che nessuno di lor signori sa che cosa l'aspetta: ma
devo dire ciò che penso: si tratta di vita o di morte, ed è un
gioco serrato."
"Questo è chiaro, e direi anche abbastanza giusto" osservò il
dottor Livesey. "Noi andiamo incontro al pericolo, ma non siamo
così ignoranti come lei crede. Poi, lei dice che non le piace
l'equipaggio. Non sono forse buoni marinai?"
«Non mi piacciono, signor mio" ribadì il capitano. "E dal momento
che ne parliamo, aggiungerò che la scelta dei miei marinai la si
sarebbe dovuta riserbare a me."
"Forse sì" replicò il dottore "il mio amico avrebbe forse dovuto
consultarla: ma la mancanza, se mancanza vi fu, non nascondeva
nessuna cattiva intenzione. E a lei non piace neppure il signor
Arrow?"
"Si mescola troppo con l'equipaggio, per essere un buon ufficiale.
Un ufficiale dovrebbe starsene da sé, non mettersi a bere con la
ciurma."
"Vuol dire che si ubriaca?" esclamò il cavaliere.
"No signore, ma soltanto che usa troppa familiarità."
"Sta bene. E ora, la conclusione, capitano?" interpellò il
dottore. "Sentiamo che cosa desidera."
"Lor signori sono proprio decisi a partire?"
"Decisissimi" rispose il cavaliere.
"Bene" riprese il capitano. "Allora, poiché mi hanno così
pazientemente ascoltato mentre dicevo cose che non ero in grado di
provare, prego lor signori di lasciarmi aggiungere poche parole.
Polvere e armi si stanno depositando a prua. Dal momento che sotto
la loro cabina c'è spazio, perché non piuttosto laggiù? Primo
punto. Poi, lei, cavaliere, ha portato con sé quattro della sua
gente, e mi si dice che qualcuno di essi dovrebbe dormire a prua.
Perché non dargli invece una cuccetta accanto alla cabina? Punto
secondo..."
"C'è altro ancora?" chiese il cavalier Trelawney.
"Ancora uno" disse il capitano. "Si è già troppo blaterato."
"Troppo davvero" convenne il dottore.
"Ripeterò ciò che ho sentito io stesso" proseguì il capitano; "che
loro hanno la carta di una isola; che ci sono sopra delle croci
indicanti il posto del tesoro; e che la posizione dell'isola è..."
e qui riferì latitudine e longitudine esatte.
"Mai ho detto questo, io" gridò il cavaliere "ad anima viva!"
"Eppure l'equipaggio lo sa" ribatté il capitano.
"Non può essere stato che lei, Livesey, oppure Hawkins" proclamò
il cavaliere..
"Poco importa chi sia stato" replicò il dottore.
Ed io m'accorsi che tanto lui quanto il capitano davano ben poco
peso alle proteste del signor Trelawney.
A dire il vero, neppure io gliene davo molto, tale sbracato
chiacchierone egli era: ma in questo caso penso che realmente
avesse ragione, e che nessuno avesse parlato della posizione
dell'isola.
"Ebbene, signori miei" continuò il capitano "io non so chi di voi
custodisca questa carta: ma pongo come punto essenziale che essa
sia tenuta segreta anche a me e al signor Arrow: senza di che mi
vedrei costretto a dimettermi."
"Capisco" osservò il dottore. «Noi dovremmo, secondo lei,
preoccuparci dei pericoli della situazione, trasformando la poppa
della nave in una fortezza, presidiandola coi servitori personali
del mio amico, e munendola di tutte le armi e polveri che sono a
bordo. In altri termini, ella teme un ammutinamento."
"Signore" disse il capitano Smollett, "senza volerla offendere le
contesto il diritto di mettermi parole in bocca. Un capitano,
signor mio, che prendesse il mare avendo sufficiente motivo di
pronunciare quelle parole, non meriterebbe nessuna scusa. Quanto
al signor Arrow lo ritengo sostanzialmente onesto; lo stesso
potrei dire d'una parte degli uomini, o magari, che so io, di
tutti. Ma io sono responsabile della sicurezza della nave e della
vita di quanti sono a bordo. Ho l'impressione che le cose non
vadano del tutto bene, e la prego di prendere alcune precauzioni,
o di lasciarmi rassegnare il mio mandato. Questo è tutto."
"Capitano Smollett" riprese il dottore con un sorriso "ha mai
sentito la favola della montagna e del topo? Mi perdoni, ma lei me
la fa ricordare. Quando entrò qui, scommetto la mia parrucca che
voleva dirci qualcosa più di ciò."
"Dottore" soggiunse il capitano, "lei ha la vista acuta. Mentre
venivo qui, mi aspettavo di essere congedato. Non pensavo che il
cavalier Trelawney mi avrebbe lasciato pronunciare più di una
parola."
"Non desidero sentire altro" gridò il cavaliere. "Non fosse stato
qui il dottor Livesey, l'avrei mandato al diavolo. Comunque, ormai
ho ascoltato. Farò ciò che desidera, ma ho di lei un pessimo
concetto."
"Come a lei piace, signore" disse il capitano. "Vedrà che so fare
il mio dovere."
E con queste parole si congedò.
"Trelawney" osservò il dottore "contrariamente a tutte le mie
idee, io penso che lei è riuscito a tirarsi a bordo due persone
oneste: quell'uomo e John Silver."
"Silver sì, se così le pare" esclamò il cavaliere "ma quanto a
quell'insopportabile ciarlatano, trovo la sua condotta indegna
d'un uomo, d'un marinaio, e più ancora d'un inglese."
"Bene" concluse il dottore "vedremo."
Quando venimmo sul ponte, gli uomini, sorvegliati dal capitano e
dal secondo Arrow, avevano già cominciato a trasportare armi e
polveri ritmando su voci in cadenza la loro fatica.
La nuova sistemazione era completamente di mio gusto. L'intera
goletta era stata messa sottosopra; sei cabine erano state
preparate nell'ultima parte poppiera della stiva, e questa serie
di cuccette comunicava col castello di prua soltanto attraverso
uno stretto passaggio a babordo. In un primo momento si era
stabilito che il capitano, Arrow, Hunter, Joyce, il dottore e il
cavaliere avrebbero occupato queste sei cabine. Ora invece, due
erano state destinate a me e a Redruth; e Arrow e il capitano
avrebbero dormito sul ponte, nella copertura della scala che era
stata allargata in modo da meritare quasi il nome di casseretto.
Naturalmente rimaneva sempre bassa di soffitto; tuttavia c'era
spazio per appendervi due amache, e lo stesso Arrow sembrava
soddisfatto di tale soluzione. Anche lui, forse, dubitava
dell'equipaggio: ma questa è una semplice congettura, poiché, come
il lettore vedrà, non ci fu dato di giovarci a lungo dei suoi
pareri.
Lavoravamo con ardore intorno alle munizioni e alle cuccette,
quando uno o due ritardatari accompagnati da Long John giunsero in
un canotto.
Il cuoco scavalcò la murata con la lestezza d'una scimmia, e visto
ciò che stavamo facendo, gridò:
"Ohé, camerati, che è questo?"
"Stiamo cambiando posto alle polveri" rispose uno di loro.
"Per mille diavoli, se facciamo questo perderemo la marea del
mattino."
"Miei ordini" tagliò corto il capitano. "Potete andare sotto,
amico mio. L'equipaggio avrà bisogno di cenare."
"Sta bene, signore, sta bene" rispose il cuoco; e toccandosi il
suo ciuffo di capelli, sparì in direzione della cucina.
"Ecco un brav'uomo, capitano" disse il dottore.
"Sì, lo si direbbe" replicò il capitano Smollett. "Adagio con
quello, ragazzi, adagio" proseguì rivolto agli uomini che
maneggiavano la polvere; e subito dopo, accortosi di me che stavo
osservando il cannone collocato a metà della nave, un pezzo in
bronzo da nove: "O tu, mozzo" gridò "via di lì. Corri dal cuoco,
che ti dia qualcosa da fare."
Poi, mentre io mi dileguavo, sentii che diceva forte al dottore:
"Non voglio dei privilegiati a bordo, io."
Inutile dire che io condividevo in pieno il modo di vedere del
cavaliere, e detestavo profondamente il capitano.







Capitolo 10. Il viaggio.

Tutta quella notte ci fu un grande trambusto a bordo per stivare a
dovere ogni cosa e ricevere canotti pieni di amici del cavaliere,
tra cui il signor Blandly, che venivano per augurare buona
traversata e felice ritorno. Non ebbi mai all'"Ammiraglio Benbow"
una notte dove faticassi la metà di tanto; sicché, quando poco
prima dell'alba il nostromo soffiò nel suo fischietto e la ciurma
s'affrettò alle barre dell'àrgano, io ero stanco come una bestia
da soma. Ma, anche due volte più stanco, non avrei abbandonato il
ponte: ogni cosa mi era così nuova e curiosa: i rapidi comandi, il
suono acuto del fischietto, le ombre degli uomini che correvano ai
loro posti nella debole luce dei fanali di bordo.
"Su, Porco Arrostito" gridò uno "dacci un ritornello."
"Quello d'una volta" gridò un altro.
"Sì, compagni, sì" rispose Long John, che stava lì vicino con la
sua gruccia sotto l'ascella; e senz'altro intonò la canzone a me
ben nota.

"Quindici sulla cassa del morto..."

E l'intero equipaggio riprese in coro:

"Yo, hò-hò, e una bottiglia di rum!"

Al terzo hò! concordi fecero forza sulle barre dell'àrgano.
Per quanto interessante fosse quella scena, io improvvisamente fui
riportato al vecchio "Ammiraglio Benbow" e mi sembrò di
distinguere nel coro la voce del capitano. Ma presto l'ancora
emerse e penzolò gocciolante dalla gru; presto le vele
incominciarono a portare; e la terra e le navi a fuggire da una
banda e dall'altra; e prima che io fossi sceso giù a schiacciare
un sonnellino, già l'"Hispaniola" si era incamminata verso l'Isola
del Tesoro.
Non è mia intenzione raccontare i particolari del viaggio. Esso fu
quanto mai prospero. L'"Hispaniola" si rivelò un ottimo legno;
l'equipaggio una accolta di validi marinai, e il capitano
all'altezza del suo compito. Ma prima che coprissimo tutte quelle
miglia alcune cose accaddero che meritano d'essere conosciute.
Anzitutto il signor Arrow si rivelò peggiore ancora che non
temesse il capitano. Non aveva nessuna autorità sulla ciurma. I
suoi uomini facevano allegramente il comodo loro. Né era questo il
più grosso guaio, poiché dopo alcuni giorni di navigazione
incominciò a comparire in coperta con certi occhi torbidi, le
guance infuocate, la parola ingarbugliata, ed altri sintomi di
ubriachezza. A più riprese fu messo agli arresti. A volte cadeva
facendosi male, altre rimaneva tutto il giorno disteso nella sua
cuccetta; altre ancora, smaltita la sbornia, faceva per un giorno
o due il suo dovere in maniera passabile.
Frattanto non riuscivamo a scoprire da dove egli traesse la
bevanda. Era un mistero per tutti. Né la nostra sorveglianza, per
quanto attenta, bastava a risolverlo. E se ne chiedevamo a lui, ci
rideva sul muso quand'era ubriaco; e quando era in sé giurava
solennemente di non aver visto mai altro che acqua.
Non soltanto era un cattivo ufficiale, e guastava gli altri con
l'esempio, ma continuando di questo passo correva diritto alla
morte, sicché nessuno a bordo fu troppo sorpreso o addolorato
quando una brutta notte con mare grosso egli scomparve e non se ne
seppe altro.
"E' andato!" gridò il capitano. "E cosi, eccoci liberati dalla
fatica di metterlo ai ferri."
Ma intanto eravamo privi di un ufficiale, e bisognò, naturalmente,
promuovere uno dell'equipaggio. Job Anderson, il nostromo, era il
più indicato. Costui, pur conservando il suo vecchio titolo,
assunse le funzioni di secondo. Il signor Trelawney aveva
navigato, e la sua esperienza ci giovava non poco, poiché egli
stesso con tempo tranquillo stava spesso di guardia. E il
quartiermastro, Israel Hands, era un vecchio e pratico uomo di
mare, prudente e astuto, del quale, in caso di necessità, ci si
poteva fidare.
Egli era l'amico del cuore di Long John Silver, e poiché mi accade
di nominarlo, parlerò del nostro cuoco di bordo: Porco-Arrostito,
come lo chiamavano i marinai.
A bordo, per aver le mani libere il più possibile, egli portava la
sua gruccia sospesa a una coreggia che gli girava intorno al
collo, ed era curioso vederlo puntare contro una paratia il piede
della gruccia, e appoggiato lì sopra, assecondando le ondulazioni
della nave, continuare a curare la sua cucina tranquillo come se
fosse a terra. Anche più curioso era, nel pieno della burrasca,
vederlo attraversare il ponte. Per aiutarlo nei posti più larghi,
erano state tese alcune cordicelle (dette gli orecchini di Long
John), ed egli si spostava da un punto all'altro, ora servendosi
della gruccia, ora trascinandosela dietro per la coreggia, con la
sveltezza di un uomo sano. Nondimeno, quelli tra i marinai che
prima avevano navigato con lui, vedendolo cosi ridotto lo
compiangevano.
"Porco-Arrostito non è un uomo qualunque" mi diceva il
quartiermastro. "Da ragazzo ha fatto i suoi studi, e parla come un
libro, quando ne ha voglia; e bravo poi! un leone è nulla, al
paragone di Long John! Io l'ho visto alle prese con quattro, e
fracassar loro la testa, una testa contro l'altra, lui disarmato!"
L'equipaggio intero lo rispettava egli obbediva. Con ciascuno di
loro aveva una speciale maniera di parlare e rendere servigi. A me
non si stancava di prodigar cortesie; e era contento di vedermi
nella cucina, che teneva pulita come uno specchio, coi piatti
rilucenti appesi al muro, e, in un angolo, dentro una gabbia, il
suo pappagallo.
"Vieni qua, Hawkins" diceva "a fare una chiacchierata con John.
Nessuno è più benvenuto di te, piccolo mio. Siedi, e ascolta le
novità. Ecco qui il capitano Flint: chiamo così il mio pappagallo
in memoria del famoso filibustiere, ecco qui il capitano Flint che
predice buona fortuna al nostro viaggio. Non è vero, capitano?"
E il pappagallo a gridare a perdifiato: "Pezzi da otto! Pezzi da
otto!" finché John non gli gettava il fazzoletto sopra la gabbia.
"Vedi, quest'uccello" egli diceva, "può avere i suoi duecent'anni,
mio caro Hawkins, i pappagalli vivono magari di più, e se c'è uno
che abbia visto più scelleratezze di lui, non può essere che il
diavolo. Lui ha navigato con England, il grande capitano England,
il pirata. Lui è stato nel Madagascar, nel Malabar, a Surinam, a
Providence, e a Porto Bello; lui ha visto ripescare le navi della
Plata, ed è là che imparò "Pezzi da otto": e non deve
meravigliarti: trecento e cinquanta mila, ce n'erano, Hawkins! E
si è trovato all'abbordaggio del 'Viceré delle Indie', al largo di
Goa. E a vederlo, lo diresti un bambino! Ma tu hai sentito l'odore
della polvere, non è vero, capitano?"
"Attenti! Pronti a virare!" strillò il pappagallo.
"Ah, è un cervello fino, questo qui!" diceva il cuoco, porgendogli
zucchero tratto dalla tasca, mentre l'uccello picchiava col becco
sulla gabbia e snocciolava una sfilza di bestemmie infernali.
"Così è, ragazzo mio" seguitava John. "Chi va al mulino
s'infarina. Così questo mio povero vecchio innocente uccello, che
vomita fuoco, e non troveresti, te l'assicuro, una creatura più
savia di lui. Bestemmierebbe, tanto per dire, alla stessa maniera
davanti al cappellano."
E John si toccava la fronte con tale gravità e compunzione che lo
si sarebbe creduto un sant'uomo.
Frattanto il cavaliere e il capitano Smollett seguitavano a
guardarsi in cagnesco. Il cavaliere non dissimulava il suo
disprezzo per il capitano; il capitano dal canto suo non parlava
se non interrogato; e la risposta era tagliente, e secca e breve e
non una sillaba di più. Egli riconosceva, una volta messo alle
strette, di essersi sbagliato riguardo all'equipaggio; che alcuni
di loro erano svelti da non poter desiderare di meglio; e tutti
quanti si erano comportati egregiamente. Quanto al bastimento, lo
amava alla follia.
"Naviga più stretto al vento di come un uomo non potrebbe esigere
dalla sua stessa moglie, signore. Però," soggiungeva "tutto ciò
che posso dire è che ancora non siamo ritornati, e questa crociera
non mi piace."
Il cavaliere a questo punto voltava le spalle, e andava su e giù
per il ponte col mento in aria.
"Se quest'uomo non la smette" mormorava tra i denti "è la volta
che scoppio."
Avemmo un po' di cattivo tempo, il che diede modo all'"Hispaniola"
di meglio provare le sue qualità. Tutti a bordo si mostravano
arcicontenti: né poteva essere altrimenti, poiché io credo che mai
equipaggio fu così viziato da quando Noè prese il mare. Il minimo
pretesto era buono per distribuire il doppio "grog"; si serviva la
torta in giorni fuori dai festivi; come, per esempio, se il
cavaliere apprendeva che ricorresse il compleanno di qualcuno;
oltre a ciò, c'era continuamente in coperta un barile di mele,
aperto nel mezzo, a disposizione di chi ne avesse voglia.
"Sistemi che mai resero un'oncia di bene" diceva il capitano al
dottor Livesey. "Accarezzate i marinai, e ne farete dei diavoli.
Questa è la mia convinzione."
Ma bene ci venne dal barile di mele, come sentirete; poiché senza
di quello noi saremmo rimasti completamente all'oscuro e tutti
morti per tradimento.
Ed ecco come avvenne il fatto.
Eravamo entrati nella zona degli alisei per prendere il vento
dell'isola che dovevamo raggiungere (non mi è concesso di
spiegarmi meglio) e correvamo verso di essa facendo buona guardia
giorno e notte. Era all'incirca l'ultimo giorno del nostro viaggio
di andata, volendo fare il computo più largo; durante la notte, od
al più tardi l'indomani mattina, avremmo dovuto avvistare l'Isola
del Tesoro. Navigavamo con la prua a Sud-Sud-Ovest con una brezza
costante di traverso e mare spianato. L'"Hispaniola" rullava
regolarmente, abbassando di tanto in tanto il bompresso con una
sbuffata di spruzzi. Tutte quante le vele, in alto e in basso,
portavano; e poiché la fine della prima parte della nostra
spedizione era così vicina, eravamo tutti di ottimo umore.
Era appena tramontato il sole ed io, smesso di lavorare, mi
dirigevo verso la mia cuccetta, quando mi prese voglia d'una mela.
Corsi in coperta. I marinai tutti a prua spiavano l'apparire
dell'isola. Il timoniere stava attento alle vele e intanto
fischiettava dolcemente. A parte il fruscìo dell'acqua contro il
tagliamare e i fianchi della nave, era questo l'unico suono che si
udisse.
Con tutto il corpo entrai nel barile, e trovai che mele non ve
n'era quasi più; ma stando lì dentro al buio, cullato dal rullìo
della barca e dal mormorìo dell'acqua, mi sarei presto
addormentato se qualcuno dalla pesante corporatura non fosse
venuto a sedersi rumorosamente lì contro. Il barile ebbe una
scossa mentr'egli vi urtò con le spalle, ed io stavo per saltar
fuori, quando costui incominciò a parlare. Era la voce di Silver;
e mi bastò udire dieci parole, che per tutto l'oro del mondo non
sarei più uscito; e rimasi lì, tutto tremante, in ascolto, preso
tra curiosità e spavento; poiché da quelle poche parole avevo
capito che la vita di tutti i galantuomini a bordo dipendeva
unicamente da me.





Capitolo 11. Ciò che udii nel barile delle mele.

"No, non io" diceva Silver "era Flint il capitano; io ero
quartiermastro, a causa della mia gamba di legno. Io perdetti la
mia gamba nella stessa bordata dove il vecchio Pew lasciò la
vista. Era un dottore in chirurgia quello che mi amputò la gamba,
uscito dall'Università con tutti i diplomi, latino fin che ne vuoi
e non so che altro, ma fu impiccato come un cane, e seccò al sole
con gli altri a Corso Castle. Erano uomini di Roberts, quelli là;
e tutta la loro` disgrazia derivò dall'aver cambiato i nomi delle
loro navi: "Royal", "Fortune", e così via. Ora, quando un
bastimento è battezzato con un nome, questo nome non si deve
toccare, io dico. Così fu con la "Cassandra" che ci trasportò sani
e salvi dal Malabar, dopo che England ebbe catturato il "Viceré
delle Indie"; così fu col vecchio "Walrus", la nave di Flint, che
io vidi allagata di sangue e carica d'oro che a momenti
affondava."
"Ah," gridò un'altra voce, quella del più giovane marinaio, in uno
scatto di ammirazione "era la perla della brigata, Flint!"
"Anche Davis era un uomo, sotto tutti i punti di vista" riprese
Silver. "Ma io non ho mai navigato con lui: prima con England, poi
con Flint; questo è tutto; e ora qui, per conto mio, per modo di
dire. Io misi da parte novecento sterline al tempo di England, e
duemila dopo Flint. Non c'è mica male per un uomo di prua, e tutto
in banca, al sicuro. Guadagnare non è niente; ciò che conta è
mettere da parte: credete a me. Cosa ne è degli uomini di England,
ora? Io non lo so. E di quelli di Flint? Eh, la maggior parte sono
qui a bordo, contenti di pizzicar la torta, mentre ieri andavano
mendicando, alcuni di loro. Il vecchio Pew, persa la vista, non
ebbe vergogna di scialacquare milleduecento sterline in un anno,
come un lord del Parlamento. Dov'è ora? Ebbene, ora è morto e
sotto coperta; ma nei suoi due ultimi anni il poveraccio crepava
di fame. Mendicava, rubava, sgozzava, e con tutto ciò crepava di
fame, per mille diavoli!"
"Ebbene, dopo tutto non importava" osservò il giovane.
"Non importa per gli imbecilli, puoi star sicuro; né per questo,
né per nient'altro" gridò Silver. "Ma tu, senti un po': tu sei
giovane, è vero, ma sei una perla d'uomo. Me ne accorsi appena ti
misi gli occhi addosso, e voglio parlarti come si parla a un
uomo."
Vi lascio immaginare ciò che provai sentendo quell'abominevole
briccone rivolgersi a un altro con le medesime parole lusingatrici
che già aveva adoperate con me. Credo che se fosse dipeso da me,
l'avrei ucciso attraverso il barile. E intanto continuava, lontano
dal supporre che c'era chi l'ascoltava.
"Così è per tutti i cavalieri di ventura. Essi vivono duramente, e
rischiano la corda, però mangiano e bevono come pascià, e quando
una crociera è finita, olà, sono centinaia di sterline e non di
soldi, che gli entrano in tasca. Il guaio è che la maggior parte
se ne va in rum e sciali, e tornano in mare con la sola camicia.
Ma questo non è il mio sistema. Io metto tutto da parte: un po'
qui, un po' là; e mai troppo in un posto solo, a scanso di
sospetti. Io ho cinquant'anni, tienilo a mente; finita questa
crociera mi metto a fare il signore sul serio. Mi dirai che era
tempo. Sì, ma intanto io ho vissuto comodamente; mai nulla di ciò
che mi piaceva mi sono lasciato mancare, e ho dormito sul soffice,
e tutto il tempo ho mangiato da ghiotto, eccetto che in mare. E
come ho cominciato? Da prua, come te."
"Va bene" replicò il giovane "ma tutto il denaro che avete da
parte ora è perduto, no? Dopo questo colpo non oserete mica farvi
più vedere a Bristol."
"O dove diavolo immagini che sia?" chiese Silver ironico.
"A Bristol, nelle banche o altri posti" rispose il compagno.
"C'era sì" disse il cuoco "c'era ancora quando salpammo l'àncora.
Ma a quest'ora è tutto nelle mani della mia vecchia governante. Il
'Cannocchiale' è venduto: affitto, avviamento, mobilia; e la
vecchia ragazza è partita per aspettarmi. Ti direi dove, perché di
te mi fido; ma non voglio suscitare gelosie tra i compagni."
"E voi vi fidate della vostra governante?" chiese l'altro.
"I cavalieri di ventura" rispose il cuoco "generalmente si fidano
poco gli uni degli altri, e hanno ragione, credilo pure. Ma io ho
il mio metodo, io. Quando un camerata mi gioca un tiro, uno che mi
conosce, intendo dire, significa che non gli piace troppo restare
al mondo insieme col vecchio John. C'era chi aveva paura di Pew, e
chi di Flint; ma lo stesso Flint aveva paura di me. Paura, aveva,
malgrado la sua arroganza. E la ciurma di Flint era la più rude
canaglia che tenesse i mari; lo stesso diavolo avrebbe avuto paura
di navigare con loro. Ebbene, ti dico, io non sono un
millantatore, e tu stesso hai visto come sono buon compagnone; ma
quando navigavo da quartiermastro, 'agnelli' non era un nome
adatto ai vecchi filibustieri di Flint. Ah, tu puoi esser sicuro
del fatto tuo, sul bastimento del vecchio John."
"Ebbene, voglio dire" replicò il giovane "che fino a un momento fa
l'affare non mi garbava, ma ora che vi ho sentito parlare, sono
con voi."
"Sei un bravo e sveglio ragazzo, tu" rispose Silver, dandogli una
così forte stretta di mano che il barile ne fu scosso. "Mai ho
visto persona meglio indicata per farne un cavaliere di ventura."
Io cominciavo ad afferrare il senso dei loro termini. "Cavaliere
di ventura" significava semplicemente e né più né meno che un
volgare pirata, e la breve scena da me sorpresa suggellava la
corruzione di uno dei marinai rimasti onesti, forse dell'ultimo
che ancora fosse a bordo. Ma su queste cose fui presto messo al
corrente, poiché Silver lanciò un piccolo fischio, ed un terzo
uomo sopraggiunse e sedette accanto agli altri due.
"Dick è dei nostri" disse Silver.
"Oh lo sapevo bene che Dick sarebbe stato dei nostri" ribatté la
voce del quartiermastro Israel Hands. "Non è uno stupido, Dick." E
masticò la sua cicca e sputò. "Ma senti un po', Porco-Arrostito,
si può sapere quanto tempo resteremo qui a ciondolare come una
chiatta? Ne ho abbastanza del capitano Smollett, io; mi ha rotto
abbastanza le scatole, corpo di mille bombe! Voglio andare in
quella cabina, io. Voglio i loro cetrioli, i loro vini, e il
resto."
"Israel," proruppe Silver "la tua testa non ha molto giudizio, e
non ne ha mai avuto. Però tu sei capace d'ascoltare, io penso:
almeno, le orecchie le hai abbastanza lunghe. Ora, ecco ciò che ti
dico: tu dormirai a prua, vivrai malamente, parlerai piano e non
ti ubriacherai finché io non darò il segnale: così sarà, ragazzo
mio, te l'assicuro io."
"E ho forse detto il contrario io?" borbottò il quartiermastro.
"Io chiedo soltanto: quando? Io non dico che questo."
"Quando? Per mille diavoli!" scattò Silver. "Ebbene, se vuoi
saperlo, te lo dirò. Più tardi che mi sarà possibile: ecco quando.
Abbiamo qui un marinaio di prim'ordine, il capitano Smollett, che
ci conduce. C'è il cavaliere e il dottore che hanno in mano una
carta e non so che altro. Questa carta io non so dove sia. Né tu
lo sai meglio di me. Allora, dunque, io desidero che il cavaliere
e il dottore trovino la "mercanzia", e ci aiutino a imbarcarla,
per tutti i diavoli. Dopo di che, vedremo. Se io fossi sicuro di
tutti voi, doppi figli di olandesi, aspetterei a fare il colpo
quando il capitano Smollett ci avesse riportato indietro fino a
metà cammino."
"Ebbene, a me pare che siamo tutti quanti bravi marinai, qui"
osservò il giovane Dìck.
"Vuoi dire che siamo tutti uomini di prua" insorse Silver. "Noi
possiamo sì seguire una rotta, ma chi è che ce la dà? E' lì dove
vi arenereste tutti dal primo all'ultimo, voi cavalieri di
ventura. Potessi fare a modo mio, aspetterei che il capitano
Smollett ci riportasse almeno fin negli alisei; allora niente più
maledetti sbagli di calcoli, né acqua a razione d'una cucchiaiata
al giorno. Ma io vi conosco bene voi! Mi sbarazzerò di loro
nell'isola, appena che la "mercanzia" sarà a bordo, ed è un
peccato. Ma voi non siete contenti finché non siete ubriachi.
Maledizione! Sono nauseato di dover a navigare con gente simile!"
"Piano! Piano!" protestò Israel. "E chi ti ha contraddetto?"
"Eh, pensate un po' quanti grandi bastimenti ho visto ammarinati,
io. E quanti diavoli di ragazzi seccare al sole sul Dock della
Forca," gridò Silver "e tutto per questa sciagurata smania di fare
in fretta, fare in fretta, fare in fretta. Capite? Qualcosa in
mare posso dire d'aver visto, io. Se voi seguiste semplicemente la
vostra rotta tenendovi stretti al vento, potreste passeggiare in
carrozza, voi. Ma voi, no! Oh, vi conosco bene. Domani avrete la
vostra boccata di rum, e andate a farvi impiccare."
"Che tu parli come un predicatore, lo si sa, John; però ci furono
pure altri capaci di manovrare e governare non meno bene di te"
ribatté Israel. "Ma loro ammettevano lo scherzo, loro. Non erano
affatto così superbi e intrattabili; e si prendevano le loro
punzecchiature da allegri compagnoni tutti quanti."
"Ah sì?" riprese Silver. "E dove sono ora? Pew, che era di quella
razza, finì mendicante. Flint, lo stesso, e morì bruciato dal rum
a Savannah. Oh, erano una graziosa brigata, erano. Soltanto, mi
sapete dire dove sono?"
"Ma" interruppe Dick "quando avremo quei signori nelle mani, che
ne faremo?"
"Ecco un uomo che mi va!" gridò il cuoco ammirato. "Questo si
chiama aver senso pratico. Ebbene, che pensereste voi?
Abbandonarli a terra? Sarebbe il metodo di England. O tagliarli a
pezzi come carne di porco? Così avrebbe fatto Flint o Billy
Bones."
"Billy era uomo da far questo" disse Israel. "'Uomo morto non
morde,' era solito dire. Be', lui stesso è morto, ora; e conosce
il poco e il molto, ora; e se mai rude marinaio entrò in porto, fu
Billy."
"Giusto" appoggiò Silver «rude e pronto, era. Ma badate: io sono
un uomo alla mano, un vero gentiluomo, nevvero? però stavolta la
cosa è seria. Il dovere è dovere, amici miei. Io sono per la
morte. Quando sarò al Parlamento, e mi farò scarrozzare nel mio
cocchio, non vorrei che qualcuno di questi "avvocati di mare"
della cabina ritornasse in paese ìmprovvisamente come il diavolo
alla preghiera. Aspettare, dico io: ma quando il momento arriva,
colpire!
"John," gridò il quartiermastro "tu sei un uomo!"
"Lo dirai quando avrai visto. Io per me non domando che una cosa:
Trelawney. Con queste mani gli sviterò la sua testa di vitello...
Dick!" aggiunse poi interrompendosi "alzati, da bravo, e prendimi
una mela, che possa inumidirmi la gola."
Potete immaginare il mio terrore. Sarei balzato fuori e scappato
via se ne avessi trovato la forza: ma cuore e muscoli mi
mancarono. Sentii Dick muoversi: ma qualcuno parve trattenerlo. E
la voce di Hands esclamò:
"Lascia stare, John, quella roba che puzza di sentina. Beviamo
piuttosto un sorso di rum."
"Dick" acconsentì Silver "io mi fido di te. C'è una misura sul
barilotto, fai attenzione. Eccoti la chiave: tu riempi una
mezzetta e la porti su."
"Così" pensavo tra me stretto dal terrore "Arrow doveva essersi
procurati i liquori che l'avevano ucciso."
Mentre Dick era via, Israel sussurrò qualcosa all'orecchio del
cuoco. Non furono che poche parole, tra le quali però io colsi
un'importante frase: "Nessun altro sarà con noi". Avevamo dunque
ancora degli uomini fedeli, a bordo.
Ritornato Dick, essi bevvero uno dopo l'altro, passandosi la
mezzetta. Uno augurò: "Alla nostra buona fortuna!". L'altro: "Al
vecchio Flint!".
E Silver, come cantando:
"Beviamo a noi, e teniamoci al vento. Torta, e bottino d'oro e
d'argento!"
In quel momento una piccola luce entrò nel barile, e alzando gli
occhi io vidi che la luna si era levata e stava inargentando la
cima dell'albero di mezzana e illuminando il biancore della vela
prodiera. Quasi nello stesso istante la voce della vedetta gridò:
"Terra!"









Capitolo 12. Consiglio di guerra.

Rapidi passi sul ponte: gente uscita a precipizio dalla cabina e
dal castello di prua. Sgusciato all'istante fuori del barile, io
m'insinuai dietro la vela di trinchetto, e dopo un giro a poppa
sboccai sul ponte, giusto in tempo per raggiungervi Hunter ed il
dottor Livesey che correvano verso la gru di sopravvento.
L'intero equipaggio era già lì radunato. Una zona di nebbia si era
alzata quasi insieme con la luna. Laggiù a sud est scorgevamo due
basse montagne distanti circa un paio di miglia; e, dietro una di
esse una terza più alta, la cui cima era ancora avviluppata dalla
nebbia. Tutte e tre sembravano aguzze e di forma conica.
Io vidi ciò come in sogno, poiché ancora non m'ero riavuto dalla
tremenda emozione di poco prima. Sentii poi la voce del capitano
Smollett che dava ordini. L'"Hispaniola" fu orientata per due
quarte più al vento, e ora seguiva una rotta che le avrebbe
permesso di accostare l'isola da levante.
"E adesso, ragazzi" disse il capitano quando le vele furono
piegate "c'e qualcuno tra voi che abbia mai visto quella terra?"
"Io, signore" rispose Silver. "Feci acqua lì una volta con un
bastimento mercantile su cui ero cuoco."
"L'ancoraggio è al sud, suppongo, dietro un isolotto?" chiese il
capitano.
"Sissignore: è detto l'isolotto dello Scheletro. Un tempo l'isola
stessa era un rifugio di pirati, e un marinaio che avevamo a bordo
conosceva i nomi di tutte le località Quella punta a nord la
chiamavano l'Albero di Trinchetto. Ci sono tre punte allineate da
nord a sud, signore: Trinchetto, Maestra, Mezzana. Ma la Maestra,
la più grande cioè, con la nuvola sopra, di solito la chiamavano
"Il Cannocchiale" perché ci mettevano una vedetta quando stavano
all'ancoraggio in riparazione, poiché è là che riparavano le loro
navi, signore, con licenza."
"Ho qui una carta" disse il capitano Smollett. "Guardate se è
questa la località."
Le pupille di John lampeggiarono nel prendere in mano la carta, ma
io gettando un'occhiata su essa compresi quale delusione
l'aspettava. Quella non era la carta che noi avevamo trovato nel
baule di Billy Bones, bensì una copia accurata contenente tutti i
particolari, nomi, altezza dei fondali, eccettuate soltanto le
crocette rosse e le postille. Per quanto acuto fosse la sua
delusione, Silver ebbe la forza di mascherarla.
"Sì, signore, questo è il posto, non c'è dubbio, e molto ben
disegnato. O chi mai può aver fatto questo?, mi domando io. I
pirati erano troppo ignoranti, penso. Ecco qui: 'Ancoraggio
Capitano Kidd': così appunto lo chiamava il mio camerata. C'è una
forte corrente che segue la costa sud, e poi risale verso il nord
per la costa ovest. Avete ben fatto, signore, a tenervi al vento
dell'isola. Almeno, se è vostra intenzione di prender terra e
carenare, nessun posto migliore esiste in queste acque."
"Grazie" disse il capitano Smollett. "Vi chiamerò più tardi per
darci una mano. Potete andare."
Io ero stupito dell'impassibilità con cui John rivelava la sua
conoscenza dell'isola, e non senza apprensione lo vidi
avvicinarmisi. Egli certo ignorava che io dal fondo del barile
avevo sorpreso la loro congrega; ma da quel momento un tale orrore
m'aveva preso della sua crudeltà, doppiezza e potenza, che a
stento riuscii a reprimere un brivido mentre egli mi posava la
mano sul braccio.
"Ah," disse "è un bel posto, quest'isola: delizioso per un ragazzo
che voglia scendere a terra. Tu ti bagnerai, ti arrampicherai
sugli alberi, darai la caccia alle capre, e t'inerpicherai su
quelle cime tu stesso come una capra. Vedi? Io mi sento
ringiovanire. A momenti dimenticavo la mia gamba di legno,
dimenticavo. E' una bella cosa esser giovane e aver dieci dita,
credi a me. Quando avrai voglia di fare una piccola escursione,
avverti il vecchio John: egli ti preparerà un boccone da portare
con te."
E battendomi sulla spalla col fare più amichevole, si staccò da me
zoppicando e si calò a bassa prua.
Il capitano Smollett, il cavaliere e il dottor Livesey stavano
discorrendo tra loro sul cassero di poppa; e per quanto ansioso io
fossi di raccontar loro la mia storia, non osavo apertamente
interromperli. Mentre stavo cercando un pretesto, il dottor
Livesey mi chiamò a sé. Aveva lasciato la sua pipa dabbasso, e da
fumatore appassionato voleva mandarmi a prenderla; ma appena gli
fui vicino abbastanza da potergli parlare senza che altri
udissero, proruppi: "Senta, dottore. Conduca il capitano e il
cavaliere in cabina, e poi trovi un pretesto per mandarmi a
chiamare. Ho delle terribili notizie."
Il dottore apparve turbato per un momento, ma non tardò a
dominarsi.
"Grazie, Jim," disse ad alta voce, come se io avessi soddisfatto
una domanda "è tutto ciò che desideravo sapere."
Dopo di che voltò le spalle e raggiunse gli altri due. Essi
confabularono insieme un poco; e sebbene nessuno di loro
trasalisse o alzasse la voce, o si lasciasse sfuggire una sillaba,
era chiaro che il dottor Livesey aveva loro riferito le mie
parole, poiché subito dopo sentii il capitano dare a Job Anderson
l'ordine di radunare tutta la gente sul ponte.
"Ragazzi" incominciò il capitano Smollett. "Devo dirvi una parola.
Questa terra che abbiamo avvistato e la mèta del nostro viaggio.
Il signor Trelawney da generoso gentiluomo qual è e quale tutti lo
conosciamo, mi ha chiesto proprio ora alcune informazioni, e
poiché io ho potuto affermargli che tutti a bordo, dal primo
all'ultimo, hanno adempiuto il proprio dovere, e come meglio io
non avrei desiderato, ebbene, lui ed io e il dottore scenderemo in
cabina a bere alla vostra salute e buona fortuna, e a voi sarà
servito un 'grog' che berrete alla salute e fortuna NOSTRA. Devo
dirvi che penso di ciò? Penso che è nobile e gentile da parte sua.
E se voi siete d'accordo con me, mandate un evviva marino al
gentiluomo che l'ha voluto."
L'evviva seguì, come c'era da aspettarsi, ma risuonò così pieno e
caloroso che, lo confesso, stentavo a credere che uscisse dal
petto di quei medesimi uomini che stavano tramando contro le
nostre vite.
"Ancora un evviva al capitano Smollett!" gridò Long John quando il
primo si fu acquietato.
E anche questo scoppiò unanime.
Dopo di che i signori scesero dabbasso, e quasi subito fu mandato
a dire che Jim Hawkins era desiderato in cabina.
Li trovai tutti tre seduti intorno al tavolo, con davanti una
bottiglia di vin di Spagna e uva passa. Il dottore fumava, tenendo
la sua parrucca sulle ginocchia, come sempre quando era agitato.
Dalla finestra di poppa, aperta sulla notte calda, si vedeva la
luna palpitare nella scia della nave.
"E dunque, Hawkins" proruppe il cavaliere "tu hai qualcosa da
dire. Parla."
Io obbedii, e nel più breve modo possibile riferii tutti i
particolari della conversazione di Silver. Nessuno m'interruppe,
nessuno si mosse: mi ascoltarono dal principio alla fine senza
staccarmi un momento gli occhi di dosso.
"Jim," disse il dottore "siedi."
Mi fecero posto alla loro tavola, mi servirono del vino, mi
riempirono le mani d'uva passa; e l'uno dopo l'altro con un
inchino bevvero alla mia salute, rallegrandosi della mia fortuna e
del mio coraggio.
"E ora, capitano" disse il cavaliere "riconosco che lei aveva
ragione e io torto. Sono stato un asino, lo confesso, e mi pongo
ai suoi ordini."
"Non più asino di me" ribatte il capitano. "Io non ho mai sentito
parlare di un equipaggio che avendo l'intenzione di ammutinarsi
non ne lasciasse trapelare qualche segno dando modo a chiunque
avesse occhi di avvertire il pericolo e provvedere. Ma
quest'equipaggio mi batte."
"Capitano" osservò il dottore "ciò, se permette, si deve a Silver.
Quello è un uomo straordinario."
"Starebbe bene appeso all'estremità d'un pennone, signore" rispose
il capitano. "Ma queste sono chiacchiere, che non portano a
niente. Io vedo tre o quattro punti, e con licenza del signor
Trelawney li enumererò."
"Lei, signore, è il capitano. A lei tocca parlare" disse il signor
Trelawney con signorile cortesia.
"Punto primo" incominciò il capitano. "Dobbiamo proseguire, poiché
tornare indietro non è possibile. Se io dessi l'ordine di virar di
bordo, essi immediatamente si rivolterebbero. Punto secondo,
abbiamo del tempo davanti a noi, almeno finché il tesoro non sia
trovato. Terzo punto, c'è qualche marinaio fedele. Ora, signore,
siccome prima o dopo bisognerà pur venire alle corte, così io
propongo di afferrare l'occasione per i capelli come si suol dire,
rompendola noi stessi per primi un bel giorno, mentre loro meno se
l'aspettano. Io credo che possiamo contare sui vostri personali
servitori, signor Trelawney?"
"Come su me stesso."
"Tre. E con noi, contando Hawkins, facciamo sette. E quanto ai
marinai onesti?"
"Molto probabilmente gli uomini di Trelawney" disse il dottore.
"Quelli che aveva scelti lui stesso, prima d'imbattersi in
Silver."
"No," chiarì il cavaliere "Hands era uno dei miei."
"E io che mi sarei fidato di Hands!" mormorò il capitano.
"E pensare che sono tutti inglesi!" esclamò il cavaliere.
"Verrebbe voglia di far saltare la nave."
"Ebbene, signori" riprese il capitano "il meglio che io possa dire
non è gran cosa. A noi conviene metterci in campana e fare buona
guardia. E' penoso, lo so. Si preferirebbe venir subito alle mani.
Ma non c'è rimedio fin tanto che non conosciamo i nostri uomini.
Mettersi in attesa e aspettare il vento buono: questo è il mio
parere."
"Jim, qui, può esserci d'aiuto meglio di chicchessia" disse il
dottore. "Gli uomini non diffidano di lui, e Jim è un ragazzo che
osserva."
"Hawkins, io ripongo in te un'immensa fiducia" aggiunse il
cavaliere.
Ma io ero troppo conscio della mia impotenza per non disperare; e
nondimeno, grazie a un curioso concorso di circostanze, doveva
proprio per mezzo mio giungere la salvezza. Frattanto noi avevamo
un bel dire, non erano più di sette su ventisei quelli su cui
sapevamo di poter fare assegnamento, e di questi sette uno era un
ragazzo, cosicché eravamo sei adulti da una parte, contro
diciannove dall'altra.










PARTE TERZA - LA MIA AVVENTURA A TERRA.


Capitolo 13. Come incominciò la mia avventura.

L'aspetto dell'isola, quando io salii sul ponte l'indomani
mattina, era completamente cambiato. Quantunque la brezza fosse
del tutto caduta, avevamo fatto un bel tratto di cammino durante
la notte, e eravamo ora imprigionati dalla bonaccia a circa mezzo
miglio a sud-est della piatta costa orientale. Boscaglie
grigiastre rivestivano gran parte della sua superficie. Questa
tinta uniforme era interrotta nella zona più bassa da strisce di
sabbia gialla e da una quantità di alberi elevati, della famiglia
dei pini, che sormontavano gli altri: alcuni isolati, altri a
gruppi; ma la colorazione generale era monotona e triste. I monti
innalzavano su questa vegetazione i loro picchi di nuda roccia.
Tutti erano di forma bizzarra, e il Cannocchiale, di tre o
quattrocento piedi il più alto dell'isola, presentava il più
strano profilo, balzando su ripido e scabro da ogni lato, per
rimanere in cima improvvisamente mozzato come un piedestallo su
cui collocare una statua.
L'"Hispaniola" rullava sulle onde gonfie. Le verghe squassavano i
bozzelli, la barra del timone sbatteva di qua e di là, e l'intera
nave scricchiolava, gemeva, s'impennava e abbatteva come una
creatura torturata. Io mi tenevo attaccato ai paterazzi, e ogni
cosa mi girava vertiginosamente intorno; poiché se ero abbastanza
buon marinaio mentre la nave filava, questo rimaner lì piantato e
sballottato come una bottiglia era cosa che non sopportavo senza
nausea, e soprattutto a digiuno.
Forse anche l'aspetto melanconico dell'isola con le sue cineree
foreste e i suoi rocciosi e selvaggi picchi, e lo spumeggiare e
tuonare delle onde contro l'irta riva acuivano il mio malessere;
fatto sta che malgrado il sole smagliante e infuocato, e
l'allegria degli uccelli marini che si tuffavano e gridavano
intorno a noi, e la prospettiva così grata sempre a chi approda
dopo una lunga navigazione, io mi sentivo il cuore oppresso, e fin
da quella prima occhiata imparai a odiare l'Isola del Tesoro.
Avevamo davanti una mattinata di fastidioso lavoro, poiché non
c'era indizio di vento; e bisognava mettere in mare i canotti e
tirare il bastimento a rimorchio per tre o quattro miglia, visto
che tanto era il cammino per doppiare la punta dell'isola, passare
lo stretto canale, e raggiungere il porto dietro l'isolotto dello
Scheletro. Io presi posto in una imbarcazione, dove, peraltro, non
avevo nulla da fare. Il calore era soffocante, e gli uomini curvi
sulla loro fatica brontolavano rabbiosamente. Anderson, che
governava il mio canotto, anziché richiamare l'equipaggiò
all'ordine, protestava peggio degli altri.
"Ma," disse infine con una bestemmia "non andrà sempre così."
Queste parole mi parvero un pessimo segno. Fino a quel giorno gli
uomini avevano compiuto il loro lavoro di buona voglia e con
slancio; ma la semplice vista dell'isola era bastata ad allentare
i vincoli della disciplina.
Durante tutto il tragitto Long John stette vicino al timoniere a
pilotare la nave. Egli conosceva lo stretto come la palma della
sua mano, e quantunque lo scandaglio indicasse più acqua che non
risultasse dalla carta, John non ebbe mai un momento di
esitazione.
"C'è una spinta violenta, qui, col riflusso" disse "ed è come se
questo canale fosse stato scavato con una vanga."
Gettammo l'àncora nel preciso punto segnato sulla carta, a circa
un terzo di miglio da ciascuna riva: la terra da un lato, e
l'isolotto dello Scheletro dall'altro. Il fondo era pura sabbia.
Il tuffo della nostra àncora sollevò una nuvola di uccelli che
gridando girarono sopra i boschi: ma in meno di un minuto si erano
di nuovo posati, e tutto era ridiventato quieto e silenzioso.
La rada era completamente riparata dalla costa e circondata da
boschi i cui alberi discendevano fino quasi a lambire il mare; le
rive erano in gran parte piatte; e le cime dei monti disposte a
cerchio formavano una specie di lontano anfiteatro. Due
fiumiciattoli o meglio due paludosi ruscelletti si scaricavano in
questo che chiamerei stagno; e la vegetazione su quella parte
della costa ostentava una specie di malvagio splendore. Da bordo
nulla potevamo scorgere né del fortino né della palizzata
completamente affondata nel verde; e se non fosse stato per la
carta spiegata sotto i nostri occhi, avremmo potuto illuderci
d'essere i primi ad ancorarci lì da quando l'isola era emersa
dalle acque.
Non c'era un alito di vento né si sentiva alcun rumore tranne il
tuonar della risacca mezzo miglio lontano lungo la spiaggia e
contro le scogliere di fuori. Caratteristiche esalazioni di foglie
imputridite e tronchi d'alberi marciti stagnavano sul posto
dell'ancoraggio. Io vidi il dottore arricciare il naso più volte,
come si fa quando si annusa un uovo guasto.
"Non so nulla del tesoro" disse "ma scommetterei che qui c'è la
malaria."
Se il contegno degli uomini era stato inquietante nel canotto,
diventò addirittura minaccioso non appena ritornati a bordo. Si
raggruppavano sul ponte a mormorare tra loro. Il più semplice
comando veniva accolto con aria cattiva ed eseguito di mala voglia
e trascuratamente. Persino ai marinai onesti doveva essersi
appiccicato il contagio, poiché non c'era un uomo a bordo che
riprendesse un altro. La rivolta, era chiaro, ci pendeva sul capo
come una nuvola carica di tempesta.
Né eravamo noi soli della cabina ad avvertire il pericolo. Long
John si dava molto da fare, correndo di gruppo in gruppo e
prodigandosi in consigli di calma. Nessuno avrebbe potuto offrire
un miglior esempio. Egli superava se stesso in buon volere e
cortesia; e a tutti dispensava sorrisi. Appena sentiva un comando,
eccolo sulla gruccia col più gioviale, "sì, sì signore"; e quando
non c'era altro da fare, intonava una canzone dietro l'altra, come
per coprire il malcontento dei compagni.
Fra tutti i lati oscuri di quel bieco pomeriggio, l'evidente ansia
di Long John appariva il più peggiore.
Noi tenemmo consiglio in cabina.
"Signore" disse il capitano rivolgendosi al cavaliere "se io
arrischio un altro ordine, l'intero equipaggio si ribellerà come
un sol uomo. Sì, signore, siamo a questo punto. Mettiamo che mi si
risponda male. Se io ribatto, eccoci ai ferri corti; se taccio,
Silver capisce che c'è sotto qualche cosa, e la partita è perduta.
Per il momento, noi non abbiamo che un uomo su cui poter contare."
"E sarebbe?" domandò il cavaliere.
"Silver, signore. Egli desidera non meno ardentemente di noi che
le cose si assestino. Questa non è che una bizza. Silver la
farebbe loro presto passare se ne avesse l'occasione, e ciò che io
vi propongo è di fornirgli quest'occasione. Concediamo agli uomini
il permesso di scendere a terra un pomeriggio. Se vanno tutti, la
nave è nostra. Se nessuno si muove, noi teniamo la cabina e Dio
proteggerà il nostro buon diritto. Se solo alcuni vanno, Silver,
credete a me, li riporterà a bordo dolci come agnelli."
Così fu deciso. Pistole cariche vennero distribuite a tutti gli
uomini sicuri; Hunter, Joyce, e Redruth furono messi al corrente
della situazione, e ricevettero le nostre confidenze con minor
sorpresa e maggior coraggio di quanto non avessimo immaginato;
dopo di che il capitano salì sul ponte, e arringò l'equipaggio.
"Ragazzi" disse "la giornata è stata calda, e siamo tutti stanchi
e non di buon umore. Un giro a terra non farà male a nessuno; i
canotti stanno ancora in acqua: potete prenderli, e chi ne ha
voglia può rimanere a terra tutto il pomeriggio. Farò tirare un
colpo di cannone mezz'ora prima del calar del sole."
Quegli sciocchi pensavano certo di trovarsi a inciampare nel
tesoro appena sbarcati, perché in un lampo il loro malumore si
dissipò, e mandarono un evviva che risvegliò l'eco di un monte
lontano, e spinse in aria un altro stormo di uccelli che stridendo
volteggiarono sopra l'ancoraggio.
Il capitano era uomo troppo accorto per rimanere in mezzo a loro.
Egli si dileguò subito lasciando a Silver il compito di regolare
la spedizione, il che credo fu un ottimo consiglio. Si fosse
trattenuto sul ponte, non avrebbe potuto più a lungo fingere
d'ignorare la reale situazione. Era chiaro come il sole. Silver
era il vero capitano e disponeva di un equipaggio in rivolta. Gli
onesti, e io potei presto assodare che ne rimanevano a bordo,
erano indubbiamente della gente assai stupida. O meglio, la verità
era questa, che l'esempio dei caporioni aveva più o meno
demoralizzato tutti quanti: e alcuni pochi, bravi ragazzi in
fondo, non si sarebbero lasciati portare o spingere un passo più
in là. Difatti, una cosa è essere poltrone e infingardo, altra
cosa è impadronirsi di una nave e trucidare una schiera di
innocenti.
La spedizione fu finalmente allestita. Sei rimanevano a bordo, ed
i tredici altri, compreso Silver, cominciarono a calarsi nei
canotti.
Fu allora che mi balenò in mente la prima di quelle idee pazze che
tanto contribuirono a salvarci la vita. Restando a bordo sei
uomini, era chiaro che i nostri non potevano pensare a
impadronirsi della nave; ma poiché le forze delle due parti si
bilanciavano, altrettanto chiaro era che, per il momento, la
cabina non necessitava del mio aiuto. Mi prese a un tratto la
voglia di scendere a terra. Con la lestezza di un gatto scivolai
giù dal bordo e mi acquattai a prua del canotto più vicino, che
quasi subito si mosse.
Nessuno si accorse di me, tranne il rematore di prua, che mi
disse:
"Sei tu, Jim? Abbassa la testa." Ma Silver dall'altro canotto si
voltò a guardare, e gettò una voce per sapere se ero io; e da quel
momento io cominciai a pentirmi di ciò che avevo fatto. Gli
equipaggi gareggiarono in velocità per guadagnare la riva; ma il
canotto che mi portava, avendo qualche vantaggio iniziale, ed
essendo insieme più leggero e meglio governato, sorpassò di molto
il suo concorrente. La prua del nostro aveva già urtato contro il
groviglio degli alberi della riva, ed io, afferrato un ramo, m'ero
lanciato fuori piombando nel più vicino cespuglio, quando Silver e
gli altri arrancavano ancora cinquanta metri indietro.
"Jim! Jim!" udii gridare alle mie spalle.
Ma io non diedi retta: saltando, curvandomi, spezzando rami per
aprirmi un passaggio, corsi e corsi dritto da vanti a me fin tanto
che le forze non mi abbandonarono.
Capitolo 14. Il primo colpo.

Ero talmente contento di aver piantato Long John, che incominciai
a divertirmi osservando con interesse lo strano luogo dov'ero
capitato.
Avevo attraversato una zona paludosa popolata di salici, giunchi e
curiosi alberi esotici, ed ero giunto sull'orlo d'un terreno
scoperto, ondulato e sabbioso, esteso circa un miglio, cosparso di
rari pini e d'un gran numero di alberi contorti, non diversi nella
struttura dalla quercia, ma dalla foglia grigio argentea come i
salici. All'estremità della radura si drizzava una delle montagne,
con due bizzarri picchi scoscesi che splendevano vivacemente al
sole.
Io provavo ora per la prima volta la gioia dell'esploratore.
L'isola era disabitata; i miei compagni di bordo li avevo lasciati
indietro, e nulla viveva davanti a me tranne mute bestie e
uccelli. Andavo girando tra gli alberi. Qua e là fiorivano piante
a me sconosciute, qua e là guizzavano serpenti, e uno tirò fuori
la testa da una fenditura di roccia, e sibilò verso me con un
rumore simile al fischio d'una trottola, senza che io neppure
sospettassi di aver davanti un nemico mortale, il famoso serpente
a sonagli.
Entrai poi nel folto di quella sorta di querce (querce
sempreverdi, le sentii poi chiamarle) che crescevano basse,
rasente la sabbia, come pruni, coi rami capricciosamente
intrecciati, dal fogliame fitto e compatto come stoppia. Il bosco
cominciava dalla cima di un monticello sabbioso e scendeva giù
guadagnando in estensione ed altezza, fino al margine della vasta
palude piena di canne, attraverso la quale il più vicino dei
piccoli ruscelli trovava la via per sboccare nell'ancoraggio.
Sotto il sole cocente si alzavano dalla palude esalazioni acri, e
il profilo del Cannocchiale tremolava dentro ai vapori.
Improvvisamente cominciò tra i giunchi una specie di tramestìo;
un'anitra selvatica volò via con un grido rauco, un'altra la
seguì; e subito sull'intero specchio della palude un'enorme nuvola
d'uccelli schiamazzanti roteò nell'aria. Immaginai che alcuni dei
miei compagni di bordo stessero avvicinandosi lungo i lati della
palude. E non m'ingannavo, poiché presto udii i lontani e sommessi
accenti d'una voce umana che, continuando io a tendere l'orecchio,
veniva a poco a poco facendosi più forte e più vicina.
Ciò mi mise in grande agitazione e timore. Strisciai sotto il
fogliame d'una quercia sempreverde, e là mi rannicchiai a
origliare, muto come un pesce.
Un'altra voce rispose, dopo di che la prima, che ora riconoscevo
per quella di Silver, riprese, e continuò a lungo con una
abbondanza torrenziale, interrotta solo di tratto in tratto
dall'altra. A giudicare dal tono, discutevano animatamente e quasi
litigavano: ma nessuna parola giungeva distinta ai miei orecchi.
Finalmente sembrò che i due si fermassero, e forse anche
sedettero, poiché non solo smisero di avvicinarsi, ma nella pausa
gli stessi uccelli si acquietarono e a poco a poco scesero a
riprendere i loro posti nello stagno.
A questo punto io mi accorsi che stavo trascurando la mia
faccenda. Dal momento che ero stato così scioccamente ardito da
accompagnarmi con quei disperati, il meno che potessi fare era di
spiarne le mosse, e mio evidente dovere era avvicinarmi loro il
più possibile, protetto dal fogliame degli alberi ricurvi.
Io potevo stabilire con sufficiente esattezza la direzione in cui
si trovavano gli interlocutori, non soltanto dal suono delle loro
voci, ma anche dal modo di comportarsi di alcuni uccelli che
tuttora svolazzavano spaventati sule teste degli intrusi.
Strisciando gatton gattoni con studiata lentezza mi diressi verso
loro, e alla fine alzando la testa potei, attraverso un buco tra
le foglie, spingere lo sguardo in una piccola radura verde vicino
alla palude e stretta tra gli alberi, dove Long John Silver e un
altro della ciurma stavano faccia a faccia discorrendo.
Il sole li investiva in pieno. Silver aveva gettato il suo
cappello sull'erba, e il suo largo, glabro e biondo viso, lucido
per il calore, era alzato verso quello del camerata in atto di
esortare.
"Amico mio" diceva "è perché ti stimo come l'oro, come l'oro, ti
dico, e puoi credermi sulla parola! Se io non ti fossi attaccato
come la pece, ti pare che sarei qui a metterti in guardia? Tutto è
deciso, tu non puoi né togliere né aggiungere nulla: è per salvar
la tua testa che ti parlo: che se uno di questi cani lo sapesse,
che accadrebbe di me, Tom? Dimmi tu, che accadrebbe di me?"
"Silver" replicò l'altro col volto in fiamme e la voce rauca come
quella del corvo, che tremava come una corda tesa "Silver, tu sei
un uomo d'età, e sei onesto, almeno tale sei ritenuto; e in più
hai del denaro, che tanti poveri marinai non hanno, e sei anche
bravo, se non sbaglio. E vorresti farmi credere che ti lasci
comandare da quella massa di gaglioffi? Oh no! Com'è vero che Dio
mi vede, preferirei perdere questa mano... Se io rinnego il mio
dovere..."
Qui fu interrotto da un improvviso rumore. Avevo scoperto uno dei
marinai onesti, ed ecco che, nel medesimo istante, un altro mi si
rivelava. Lontano nella palude qualcosa come un grido di collera
ferì l'aria; un altro subito lo seguì, e infine un urlo orribile e
prolungato. Le rocce del Cannocchiale lo riecheggiarono molte
volte; l'intera moltitudine degli uccelli di palude scattò di
nuovo in alto, oscurando il cielo con un repentino e tumultuoso
volo; e quell'urlo disperato mi risuonava ancora dentro mentre il
silenzio aveva da tempo ripreso il suo dominio, e soltanto il
frusciare degli uccelli che ridiscendevano, e il rombo della
risacca lontana turbavano la stanca quiete del pomeriggio.
Tom, al rumore, era balzato come un cavallo sotto lo sprone; ma
Silver non mosse ciglio: rimase là dov'era, leggermente appoggiato
alla sua gruccia, sorvegliando il compagno come un serpente pronto
a schizzare.
"John" disse il marinaio protendendo la mano.
"Giù le mani!" intimò Silver saltando indietro un metro con la
disinvolta rapidità di un esperto ginnasta.
"Giù le mani, se ti piace, John Silver" disse l'altro. "Se hai
paura di me, vuol dire che hai cattiva coscienza. Ma, in nome del
Cielo, che accade?"
"Che accade?" replicò Silver sorridendo, ma più in guardia che
mai, con gli occhi piccoli come capocchie di spillo nella larga
faccia, scintillanti come pezzetti di vetro. "Che accade? Oh, io
credo che si tratta di Alan..."
A queste parole il povero Tom avvampò di una luce eroica.
"Alan!" gridò. "Allora la sua anima riposi in pace. Era un vero
marinaio. Quanto a te, John Silver, tu fosti a lungo mio compagno,
ma ora non lo sei più. Se io muoio come un cane, morirò compiendo
il mio dovere. Tu hai fatto uccidere Alan, non è vero? Ebbene,
ammazza anche me, se ne hai il coraggio. Io ti sfido."
Detto ciò, quel bravo ragazzo voltò le spalle al cuoco e
s'incamminò verso la spiaggia. Ma non doveva andare lontano. Con
un muggito John si attaccò a un ramo d'albero, e liberata la sua
gruccia dall'ascella la scaraventò nell'aria. La strana freccia
colpì Tom con la punta proprio in mezzo alla schiena con tale
violenza che il poveretto, levate le braccia e emesso un gemito,
cadde.
Era ferito: ma se gravemente o no, chi poteva dirlo? A giudicare
dal rumore, credo che avesse la spina dorsale spezzata. Ma Silver
non gli lasciò tempo di riprendersi. Agile come una scimmia e pure
senza la gruccia, in un lampo gli fu addosso, per ben due volte
immerse il suo coltello fino al manico in quel corpo senza difesa.
Dal mio nascondiglio lo sentii ansimare forte mentre portava i
colpi.
Io non so cosa veramente sia svenire; ma so che per qualche
istante ciò che mi circondava sparì dalla mia vista, confuso
dentro un nebbioso caos. Silver, e gli uccelli, e l'alta vetta del
Cannocchiale turbinavano insieme, confusi, davanti ai miei occhi;
e non so quante campane e ronzii di voci lontane mi rintronavano
gli orecchi.
Quando ripresi coscienza, lo scellerato, gruccia sotto il braccio,
cappello in testa, già si era ricomposto. Davanti a lui, immobile
sull'erba, giaceva Tom: ma l'assassino non si curava minimamente
di lui, badando a pulire sopra un ciuffo d'erba il suo coltello
sporco di sangue. Ogni altra cosa era immutata: il sole continuava
spietato a risplendere sullo stagno maleodorante e sui picchi
delle montagne; ed io facevo fatica a persuadermi che un
assassinio era stato commesso ed una vita umana barbaramente
troncata un momento prima, sotto i miei occhi.
Ora John ficcò la mano nella tasca, e preso un fischietto se lo
portò alle labbra, tirandone fuori alcuni suoni modulati che si
propagarono nell'aria calda. Io non potevo capire, naturalmente,
il significato di quel segnale, ma istantaneamente esso risvegliò
i miei timori. Altri sarebbero arrivati. Io sarei forse stato
scoperto. Due dei nostri erano già stati tolti di mezzo. Dopo Tom
e Alan, non avrebbe potuto toccare a me?
Subito cominciai a districarmi, strisciando indietro più
velocemente e silenziosamente che potevo verso il punto in cui il
bosco si diradava. Intanto sentivo saluti scambiati fra il vecchio
filibustiere e i suoi camerati, e queste voci mi davano le ali.
Appena fuori del folto mi misi a correre come mai avevo corso in
vita mia, badando poco alla direzione della mia fuga, pur di
allontanarmi dagli assassini. E più correvo, più mi cresceva la
paura, finché si trasformò in una specie di delirio.
In verità, chi era più irreparabilmente perduto di me? Come avrei
osato io, al colpo del cannone, raggiungere i canotti tra quei
demoni fumanti ancora del loro delitto? Il primo che mi avesse
visto non mi avrebbe torto il collo come a un beccaccino? E la mia
stessa assenza non avrebbe denunciato loro la mia paura e perciò
la conoscenza della sorte che mi aspettava? Tutto finito, pensavo.
Addio "Hispaniola", addio cavaliere, addio dottore, addio
capitano! Che mi rimaneva se non morire di fame o per mano dei
rivoltosi?
Frattanto continuavo a correre, come ho detto, e senza
accorgermene ero giunto ai piedi della piccola montagna dai due
picchi, in una zona dell'isola dove le querce sempreverdi
crescevano meno fitte, e nel portamento e nelle dimensioni
somigliavano meglio ad alberi forestali. In mezzo a queste si
ergevano alcuni pini alti da cinquanta a settanta piedi, e l'aria
qui circolava più pura che laggiù nei pressi dello stagno.
Ma ecco che un nuovo allarme mi fece fermare col cuore in gola.
Capitolo 15. L'uomo dell'isola.

Dal fianco della montagna che qui era scoscesa e rocciosa, si
staccò una massa di ghiaia e precipitò strepitando e rimbalzando
tra gli alberi. Istintivamente girai gli occhi da quella parte, e
scorsi un'ombra rapida balzare dietro il tronco d'un pino. Cosa
fosse: se una scimmia, un orso o un uomo, non avrei saputo dire.
Mi sembrò nera, e pelosa: altro non colsi. Ma lo spavento della
nuova apparizione mi legò i piedi.
Ed eccomi la via sbarrata da ogni lato. Dietro a me, gli
assassini; davanti, quel coso imboscato. Che fare? Non esitai a
preferire agli ignoti i pericoli noti. Silver in persona mi sembrò
meno terribile al paragone di quella creatura dei boschi, sicché
voltai la schiena, e pur lanciando indietro sospettose occhiate da
sopra le spalle, ritornai sui miei passi nella direzione dei
canotti.
Subito l'ombra riapparve, e facendo un largo giro accennava a
tagliarmi la strada. Io ero stanco, sì certo; ma fossi pur stato
fresco come appena alzato, avrei lo stesso compreso che non era il
caso di voler gareggiare in velocità con un tale avversario. La
creatura schizzava da un albero all'altro simile a un daino,
muovendo su due gambe come noi; ma, cosa che mai vidi fare a un
uomo, correva quasi piegata in due. E tuttavia era un uomo; ormai
non potevo più dubitarne.
Mi tornarono in mente cose udite sui cannibali, e ci mancò poco
che gridassi al soccorso. Ma il semplice fatto che si trattava di
un uomo, sia pure selvaggio, mi rassicurava almeno un po'; mentre
la paura di Silver si ravvivava in proporzione. E perciò mi
fermai, e stavo cercando una via di scampo, quando mi balenò il
ricordo della mia pistola. Non ero dunque privo di mezzi di
difesa. A questo pensiero ripresi animo, volsi risoluto la fronte
all'uomo dell'isola, e gli mossi arditamente incontro.
Egli si era in quel momento nascosto dietro il tronco d'un altro
albero, ma doveva spiarmi attentamente, perché, vistomi avanzare
nella sua direzione, riapparve e fece un passo verso di me; poi
esitò, indietreggiò, si spinse di nuovo avanti, e finalmente, con
mio grande stupore e confusione, si buttò in ginocchio e tese le
mani giunte come a supplicare.
Io di nuovo mi fermai.
"Chi siete?" gli chiesi.
"Ben Gunn" rispose con una voce chioccia simile a una serratura
arrugginita "sono il povero Ben Gunn, e da tre anni non ho parlato
a un cristiano."
Mi accorsi allora che egli era un bianco come me, e le sue
fattezze erano piacenti. La sua pelle era bruciata dal sole, e le
labbra annerite; e due begli occhi azzurri brillavano sorprendenti
in quella faccia scura. Io non avevo mai visto o immaginato nessun
pezzente lacero e cencioso quanto costui che dei pezzenti era il
principe.
Brani di vecchie vele di bastimento e di vecchie incerate
marinaresche lo ricoprivano, e il complicato lavoro di
rattoppatura era tenuto insieme da un sistema di legature le più
strambe e diverse, come bottoni metallici, pezzi di giunco e
occhielli di cordicella catramata. Intorno alla vita portava un
cinturino di cuoio stretto da una fibbia di rame: l'unico oggetto
solido in tutto il suo vestiario.
"Tre anni!" esclamai. "Naufragato?
"No, ragazzo mio, 'marooned'."
Quel termine non mi giungeva nuovo: sapevo che si applica a quella
orribile forma di castigo, abbastanza in uso presso i pirati,
consistente nel lasciare il colpevole, con un po' di polvere e
qualche palla, su un'isola deserta e lontana.
"'Marooned' tre anni fa" riprese "e da allora ho vissuto di carne
di capra, di bacche e di ostriche. Un uomo in qualunque luogo si
trovi può ben bastare a se stesso. Ma, amico mio, il mio cuore
sospira un cibo cristiano. Non avresti per caso un pezzo di
formaggio? No? Ah quante notti ho sognato del formaggio,
soprattutto abbrustolito, e poi mi svegliavo, ed ecco, ero lì!"
"Se mai potrò ritornare a bordo" gli dissi "avrete formaggio a
bizzeffe."
Durante tutto questo tempo egli aveva continuato a palpare la
stoffa della mia giacca, ad accarezzare le mie mani, a osservare i
miei stivali; e, mentre mi ascoltava, a manifestare una gioia
infantile per trovarsi in presenza di un suo simile. Udendo però
le mie ultime parole drizzò la testa con una specie di sospettoso
stupore.
"Se mai puoi ritornare a bordo, tu dici? O perché? E chi te lo
impedirebbe?"
"Oh, non voi, lo so bene" risposi.
"No davvero," scattò. "Ma dimmi, ragazzo mio, come ti chiami?
"Jim."
"Jim, Jim" ripeteva con evidente compiacimento. "Ebbene, Jim, devi
sapere che ho vissuto una vita talmente brutta che arrossiresti a
sentirla raccontare. Adesso, per esempio, crederesti, a guardarmi,
che io abbia avuto una buona e tenera madre?"
"No, non precisamente."
"Vedi?" replicò. "Eppure io la ebbi, e molto pia. Ed io ero un
ragazzo gentile ed educato, ed ero capace di snocciolarti il
catechismo così spedito che non staccavi una parola dall'altra. Ed
ecco dove siamo arrivati, Jim, e si era cominciato con il giocare
alle fossette sulle lapidi benedette dei sepolcri! Così si era
incominciato, ma si andò ben più lontano; e mia madre mi aveva
detto e predetto tutto quanto, la mia santa donna. Ma è stata la
Provvidenza che mi ha condotto qui. Ho riflettuto a fondo su tutto
ciò in quest'isola solitaria, e sono ritornato alla religione. Non
mi ci lascerò più prendere a bere tanto rum: ma un goccino appena
per la buona fortuna, naturalmente, alla prima occasione che avrò.
Mi sono ripromesso di essere buono, e so come fare. E poi, Jim..."
Dette un'occhiata in giro, e abbassando il tono, bisbigliò:
"Io sono ricco."
Non ci voleva meno di tanto per convincermi che al poveraccio
chiuso nel suo lungo isolamento aveva dato di volta il cervello,
ed egli dovette leggermi in viso quel pensiero perché rincalzò con
ardore:
"Ricco, ti dico, ricco! E perché tu lo sappia, di te, Jim, voglio
fare un uomo. Ah, Jim, benedici pure la tua stella, che sei stato
il primo a incontrarmi."
A queste parole un'ombra improvvisa gli calò sulla faccia. Strinse
la mia mano come in una tenaglia, e alzò davanti ai miei occhi un
indice minaccioso.
"Jim, dimmi la verità: non è la nave di Flint, quella?"
A questo punto io ebbi una felice ispirazione. Cominciai a credere
di aver trovato un alleato, e subito risposi:
"No, non è la nave di Flint. Flint è morto, ma io vi dirò la
verità come desiderate: ci sono alcuni marinai di Flint a bordo,
ed è tanto peggio per noi altri."
"Per caso un uomo... con una gamba sola?" ansimò.
"Silver?"
"Sì, Silver, così si chiamava."
"E' il nostro cuoco, e anche il caporione."
Egli continuava a tenermi per il polso, e udendo ciò me lo torse.
"Se è Long John che ti manda, io sono fritto, lo so. Ma voi, lo
sapete in che acque navigate?"
Io cominciai ad attuare il mio disegno, e quasi in forma di
risposta gli raccontai l'intera storia del nostro viaggio e la
situazione in cui ci trovavamo. Egli mi ascoltò col più vivo
interesse, e alla fine mi batté un colpetto sulla nuca.
"Tu sei un buon ragazzo, Jim, ma voi tutti siete in una brutta
situazione, non ti pare? Ebbene, mettetevi nelle mani di Ben Gunn:
Ben Gunn è l'uomo che ci vuole. Ma dimmi: tu credi che il tuo
cavaliere si mostrerebbe generoso, qualora fosse aiutato mentre si
trova in questa brutta situazione, come puoi vedere?"
Io gli 'assicurai che il cavaliere era il più liberale degli
uomini.
«Bene! Ma, intendiamoci," riprese Ben Gunn "io non vorrei che mi
ricompensasse dandomi una livrea o roba simile, e mettendomi a
fare il guardaportone: non è a questo che io tengo, Jim. Ciò che a
me preme di conoscere è se sarebbe disposto a cedere qualche cosa
come un migliaio di sterline sul tesoro che ormai è già come suo."
"Sono sicuro di sì. Stando agli accordi, tutti i marinai avrebbero
avuto la loro parte."
"E il passaggio di ritorno?" aggiunse con l'aria d'uno che la sa
lunga.
"Oh! Il cavaliere è un gentiluomo. E del resto, se ci sbarazziamo
degli altri, avremo pur bisogno di qualcuno che ci aiuti a
manovrare il bastimento."
"Già" disse lui "Potrei essere utile."
E parve rasserenato.
"Ora"continuò "voglio dirti qualcosa; qualcosa, ma non più di
tanto. Io ero imbarcato con Flint quando sotterrò il tesoro: lui
con sei altri: sei forti marinai. Essi rimasero a terra circa una
settimana, e noi a bordeggiare col vecchio "Walrus". Un bel giorno
vedemmo il segnale, ed ecco Flint arrivare tutto solo in un
piccolo canotto con la testa fasciata da una sciarpa blu. Sorgeva
il sole, e lui dritto a prua sembrava pallido come un morto. Ma
intanto c'era, capisci; e gli altri sei, morti tutti, morti e
sotterrati. Come avesse fatto, nessuno a bordo se lo seppe
spiegare. Ci fu battaglia, in ogni modo, e assassinio, e morte
immediata; lui, pensa, contro sei! Billy Bones era il suo primo
ufficiale, Long John, quartiermastro. Gli chiesero dov'era
nascosto il tesoro. 'Oh' disse lui 'potete andare a terra, se così
vi piace, e rimanerci' disse; 'ma quanto al bastimento, deve
salpare per cercare altro, corpo di mille bombe!' Così disse.
"Orbene, tre anni dopo io ero su un'altra nave quando avvistammo
quest'isola. "Ragazzi" dico "lì c'è il tesoro di Flint. Vogliamo
scendere a cercarlo?" Al capitano la cosa non piacque, ma i miei
compagni furono tutti d'accordo; e sbarcammo. Per dodici giorni
cercarono, sempre più arrabbiati con me, finché un bel mattino
tornarono tutti a bordo. 'Quanto a te, Beniamino Gunn, eccoti un
moschetto" mi dissero "e una vanga e una marra. Puoi restare qui e
trovarlo da te, il tesoro di Flint' mi dissero. E dunque, Jim, tre
anni sono stato qui, e in tutto questo tempo senza un boccone da
cristiano. Ma ora, guarda, Jim, guardami bene. Ti pare che io
abbia l'aria di un uomo di bassa prua? No, non e vero? Né lo sono
assolutamente, dico io."
E qui strizzò l'occhio, e mi diede un energico pizzicotto.
"Tu riferisci queste parole al tuo cavaliere" aggiunse poi. "'Né
lo è, assolutamente': sono queste le parole. Tre anni rimasto solo
in quest'isola, e di giorno e di notte, e col bel tempo e con la
pioggia, e a volte (dirai) avrebbe magari voluto pregare (dirai) e
a volte magari pensare alla sua vecchia madre, potesse essere
ancora viva! (dirai), ma la maggior parte del suo tempo (è questo
che dovrai dire), la maggior parte del suo tempo Ben Gunn la
spendeva in un'altra faccenda. E qui gli darai un pizzicotto come
faccio io."
E di nuovo mi pizzicò nella maniera più confidenziale.
"Poi" continuò "tu salterai su, e gli dirai questo: Gunn è un
onest'uomo (gli dirai) e ripone di gran lunga più fiducia, di gran
lunga più fiducia, tieni a mente, in un gentiluomo di nascita che
in questi signori di ventura, essendo stato egli stesso uno di
questi."
"Bene" dissi io. "Non ho capito una sillaba di quel che avete
detto. Ma ciò non conta, dal momento che io non so come andare a
bordo."
"Ah," fece lui "questo è un guaio di sicuro. Ma c'è il mio
canotto, fabbricato da me, con le mie brave mani. Lo tengo lì, al
riparo della rupe bianca. Al peggio dei peggi potremo servircene a
notte inoltrata. Ih!" proruppe a un tratto. "Che succede?"
Perché proprio in quel punto, mentre il sole era ancora un'ora o
due lontano dal tramonto, tutti gli echi dell'isola si svegliarono
rispondendo con un lungo mugghio al tuono di un colpo di cannone.
"Hanno incominciato la battaglia" gridai. "Seguitemi."
E dimenticando tutti i miei terrori mi buttai a correre verso
l'ancoraggio, mentre il disgraziato nei suoi cenci caprini
trottava agile e leggero al mio fianco.
"A sinistra! A sinistra!" ansimava lui. "Tieniti a sinistra,
compagno Jim! Sotto gli alberi! E' lì che ho ucciso la mia prima
capra. Esse non osano più scendere fin lì: sono accampate sulle
montagne per paura di Ben Gunn. Ah! Quello è il 'citimero'
(cimitero voleva dire). Vedi i tumuli? Io vengo lì a pregare di
tanto in tanto, quando penso che sia press'a poco domenica. Non è
precisamente una cappella, ma ha un aspetto più serio che altrove;
e poi, senti, Ben Gunn era un po' sprovvisto: niente cappellano, e
nemmeno una bibbia e una bandiera, senti."
In questo modo continuava a parlare mentre io correvo, senza
aspettare né ricevere risposta.
Il colpo di cannone fu seguito dopo una lunga pausa da una scarica
di moschetteria.
Un'altra pausa, e poi, a meno di un quarto di miglio davanti a me,
io potei contemplare, sventolante al disopra delle cime degli
alberi, la bandiera britannica.