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Il piccolo Principe
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Il Piccolo Principe
Antoine Marie Roger de Saint-Exupéry
I
Un tempo lontano, quando avevo sei anni, in un libro sulle foreste
primordiali, intitolato "Storie vissute della natura", vidi un
magnifico disegno.
Rappresentava un serpente boa nell'atto di inghiottire un animale.
Eccovi la copia del disegno.
C'era scritto: "I boa ingoiano la loro preda tutta intera, senza
masticarla.
Dopo di che non riescono piu' a muoversi e dormono durante i sei mesi che la
digestione richiede".
Meditai a lungo sulle avventure della jungla.
E a mia volta riuscii a tracciare il mio primo disegno.
Il mio disegno numero uno. Era cosi':
Mostrai il mio capolavoro alle persone grandi, domandando se il disegno li
spaventava.
Ma mi risposero: " Spaventare? Perche' mai, uno dovrebbe essere spaventato
da un cappello?" .
Il mio disegno non era il disegno di un cappello.
Era il disegno di un boa che digeriva un elefante.
Affinche' vedessero chiaramente che cos'era, disegnai l'interno del boa.
Bisogna sempre spiegargliele le cose, ai grandi.
Il mio disegno numero due si presentava cosi':
Questa volta mi risposero di lasciare da parte i boa, sia di fuori che di
dentro, e di applicarmi invece alla geografia, alla storia, all'aritmetica e
alla grammatica.
Fu cosi' che a sei anni io rinunziai a quella che avrebbe potuto essere la mia
gloriosa carriera di pittore.
Il fallimento del mio disegno numero uno e del mio disegno numero due mi aveva
disarmato.
I grandi non capiscono mai niente da soli e i bambini si stancano a spiegargli
tutto ogni volta.
Allora scelsi un'altra professione e imparai a pilotare gli aeroplani.
Ho volato un po' sopra tutto il mondo: e veramente la geografia mi e' stata
molto utile.
A colpo d'occhio posso distinguere la Cina dall'Arizona, e se uno si perde nella
notte, questa sapienza e' di grande aiuto.
Ho conosciuto molte persone importanti nella mia vita, ho vissuto a lungo in
mezzo ai grandi.
Li ho conosciuti intimamente, li ho osservati proprio da vicino.
Ma l'opinione che avevo di loro non e' molto migliorata.
Quando ne incontravo uno che mi sembrava di mente aperta, tentavo l'esperimento
del mio disegno numero uno, che ho sempre conservato.
Cercavo di capire cosi' se era veramente una persona comprensiva.
Ma, chiunque fosse, uomo o donna, mi rispondeva: "E' un cappello".
E allora non parlavo di boa, di foreste primitive, di stelle.
Mi abbassavo al suo livello. Gli parlavo di bridge, di golf, di politica, di
cravatte.
E lui era tutto soddisfatto di avere incontrato un uomo tanto sensibile.
II
Cosi' ho trascorso la mia vita solo, senza nessuno cui poter parlare, fino a sei
anni fa quando ebbi un incidente col mio aeroplano, nel deserto del Sahara.
Qualche cosa si era rotta nel motore, e siccome non avevo con me ne' un
meccanico, ne' dei passeggeri, mi accinsi da solo a cercare di riparare il
guasto.
Era una questione di vita o di morte, perche' avevo acqua da bere soltanto per
una settimana.
La prima notte, dormii sulla sabbia, a mille miglia da qualsiasi abitazione
umana. Ero piu' isolato che un marinaio abbandonato in mezzo all'oceano, su una
zattera, dopo un naufragio.
Potete immaginare il mio stupore di essere svegliato all'alba da una strana
vocetta: "Mi disegni, per favore, una pecora?"
"Cosa?"
"Disegnami una pecora".
Balzai in piedi come fossi stato colpito da un fulmine.
Mi strofinai gli occhi piu' volte guardandomi attentamente intorno.
E vidi una straordinaria personcina che mi stava esaminando con grande serieta'.
Qui potete vedere il miglior ritratto che riuscii a fare di lui, piu' tardi.
Ma il mio disegno e' molto meno affascinante del modello.
La colpa non e' mia, pero'. Con lo scoraggiamento che hanno dato i grandi,
quando avevo sei anni, alla mia carriera di pittore, non ho mai imparato a
disegnare altro che serpenti boa dal di fuori o serpenti boa dal di dentro.
Ora guardavo fisso l'improvvisa apparizione con gli occhi fuori dall'orbita per
lo stupore.
Dovete pensare che mi trovavo a mille miglia da una qualsiasi regione abitata,
eppure il mio ometto non sembrava smarrito in mezzo alle sabbie, ne' tramortito
per la fatica, o per la fame, o per la sete, o per la paura.
Niente di lui mi dava l'impressione di un bambino sperduto nel deserto, a mille
miglia da qualsiasi abitazione umana.
Quando finalmente potei parlare gli domandai: "Ma che cosa fai qui?"
Con tutta risposta, egli ripete' lentamente come si trattasse di cosa di molta
importanza:
"Per piacere, disegnami una pecora..."
Quando un mistero e' cosi' sovraccarico, non si osa disubbidire.
Per assurdo che mi sembrasse, a mille miglia da ogni abitazione umana, e in
pericolo di morte, tirai fuori dalla tasca un foglietto di carta e la penna
stilografica.
Ma poi ricordai che i miei studi si erano concentrati sulla geografia, sulla
storia, sull'aritmetica e sulla grammatica e gli dissi, un po' di malumore, che
non sapevo disegnare. Mi rispose:
"Non importa. Disegnami una pecora..."
Non avevo mai disegnato una pecora e allora feci per lui uno di quei disegni che
avevo fatto tante volte: quello del boa dal di dentro; e fui sorpreso di
sentirmi rispondere:
"No, no, no! Non voglio l'elefante dentro il boa. Il boa e' molto
pericoloso e l'elefante molto ingombrante. Dove vivo io tutto e' molto piccolo.
Ho bisogno di una pecora: disegnami una pecora".
Feci il disegno.

Lo guardo' attentamente, e poi disse: "No! Questa pecora e' malaticcia.
Fammene un'altra".
Feci un altro disegno.
Il mio amico mi sorrise gentilmente, con indulgenza.
"Lo puoi vedere da te", disse, "che questa non e' una pecora.
E' un ariete. Ha le corna".
Rifeci il disegno una terza volta, ma fu rifiutato come i precedenti.
"Questa e' troppo vecchia. Voglio una pecora che possa vivere a
lungo".
Questa volta la mia pazienza era esaurita, avevo fretta di rimettere a posto il
mio motore. Buttai giu' un quarto disegno.
E tirai fuori questa spiegazione:
"Questa e' soltanto la sua cassetta. La pecora che volevi sta dentro".

Fui molto sorpreso di vedere il viso del mio piccolo giudice illuminarsi.
"Questo e' proprio quello che volevo.
Pensi che questa pecora dovra' avere una gran quantita' d'erba?"
"Perche'?"
"Perche' dove vivo io, tutto e' molto piccolo..."
"Ci sara' certamente abbastanza erba per lei, e' molto piccola la pecora
che ti ho data".
Si chino' sul disegno:
"Non cosi' piccola che - oh, guarda! - si e' messa a dormire..."
E fu cosi' che feci la conoscenza del piccolo principe.
III
Ci misi molto tempo a capire da dove venisse.
Il piccolo principe, che mi faceva una domanda dopo l'altra, pareva che non
sentisse mai le mie.
Cosi', quando vide per la prima volta il mio aeroplano (non lo disegnero'
perche' sarebbe troppo complicato per me), mi domando':
"Che cos'e' questa cosa?"
"Non e' una cosa - vola. E' un aeroplano. E' il mio aeroplano".
Ero molto fiero di fargli sapere che volavo.
Allora grido':
"Come? Sei caduto dal cielo!"
"Si", risposi modestamente.
"Ah! Questa e' buffa..."
E il piccolo principe scoppio in una bella risata che mi irrito'.
Voglio che le mie disgrazie siano prese sul serio.
Poi riprese: "Allora anche tu vieni dal cielo! Di quale pianeta
sei?"
Intravvidi una luce, nel mistero della sua presenza, e lo interrogai
bruscamente:
"Tu vieni dunque da un altro pianeta?"
Ma non mi rispose. Scrollo' gentilmente il capo osservando l'aeroplano.
"Certo che su quello non puoi venire da molto lontano..."
E si immerse in una lunga meditazione.
Poi, tirando fuori dalla tasca la mia pecora, sprofondo' nella contemplazione
del suo tesoro.
Vi potete bene immaginare come io fossi incuriosito da quella mezza confidenza
su "gli altri pianeti".
Cercai dunque di tirargli fuori qualche altra cosa:
"Da dove vieni, ometto? Dov'e' la tua casa? Dove vuoi portare la mia
pecora?"
Mi rispose dopo un silenzio meditativo:
"Quello che c'e' di buono, e' che la cassetta che mi hai dato, le servira'
da casa per la notte".
"Certo. E se sei buono ti daro' pure una corda per legare la pecora durante il giorno. E un paletto".
La mia proposta scandalizzo' il piccolo principe.
"Legarla? Che buffa idea!"
"Ma se non la leghi andra' in giro e si perdera'..."
Il mio amico scoppio' in una nuova risata:
"Ma dove vuoi che vada!"
"Dappertutto. Dritto davanti a se'..."
E il piccolo principe mi rispose gravemente:
"Non importa, e' talmente piccolo da me!"
E con un po' di malinconia, forse, aggiunse:
"Dritto davanti a se' non si puo' andare molto lontano..."
IV
Avevo cosi' saputo una seconda cosa molto importante!
Che il suo pianeta nativo era poco piu' grande di una casa.
Tuttavia questo non poteva stupirmi molto.
Sapevo benissimo che, oltre ai grandi pianeti come la Terra, Giove, Marte, Venere ai quali si e' dato un nome, ce ne sono centinaia ancora che sono a volte cosi' piccoli che si arriva si' e no a vederli col telescopio.
Quando un astronomo scopre uno di questi, gli da' per nome un numero.
Lo chiama per esempio: "l'asteroide 3251".
Ho serie ragioni per credere che il pianeta da dove veniva il piccolo principe
e' l'asteroide B 612.
Questo asteroide e' stato visto una sola volta al telescopio da un astronomo
turco.
Aveva fatto allora una grande dimostrazione della sua scoperta a un Congresso
Internazionale d'Astronomia.
Ma in costume com'era, nessuno lo aveva preso sul serio. I grandi sono fatti
cosi'.
Fortunatamente per la reputazione dell'asteroide B 612 un dittatore turco
impose al suo popolo, sotto pena di morte, di vestire all'europea.
L'astronomo rifece la sua dimostrazione nel 1920, con un abito molto
elegante.
E questa volta tutto il mondo fu con lui.
Se vi ho raccontato tanti particolari sull'asteroide B 612 e se vi ho rivelato
il suo numero, e' proprio per i grandi che amano le cifre.
Quando voi gli parlate di un nuovo amico, mai si interessano alle cose
essenziali.
Non si domandano mai: "Qual'e' il tono della sua voce?
Quali sono i suoi giochi preferiti? Fa collezione di farfalle?"
Ma vi domandano: "Che eta' ha? Quanti fratelli? Quanto pesa? Quanto
guadagna suo padre?" Allora soltanto credono di conoscerlo. Se voi dite ai
grandi:
"Ho visto una bella casa in mattoni rosa, con dei gerani alle finestre,
e dei colombi sul tetto"" loro non arrivano a immaginarsela.
Bisogna dire: "Ho visto una casa di centomila lire", e allora
esclamano: "Com'e' bella".
Cosi' se voi gli dite: "La prova che il piccolo principe e' esistito,
sta nel fatto che era bellissimo, che rideva e che voleva una pecora.
Quando uno vuole una pecora e' la prova che esiste".
Be', loro alzeranno le spalle, e vi tratteranno come un bambino.
Ma se voi invece gli dite: "Il pianeta da dove veniva e' l'asteroide B
612" allora ne sono subito convinti e vi lasciano in pace con le domande.
Sono fatti cosi'. Non c'e' da prendersela.
I bambini devono essere indulgenti coi grandi.
Ma certo, noi che comprendiamo la vita, noi che ce ne infischiamo dei numeri!
Mi sarebbe piaciuto cominciare questo racconto come una storia di fate.
Mi sarebbe piaciuto dire:
"C'era una volta un piccolo principe che viveva su di un pianeta poco piu'
grande di lui e aveva bisogno di un amico..."
Per coloro che comprendono la vita, sarebbe stato molto piu' vero.
Perche' non mi piace che si legga il mio libro alla leggera. E' un grande
dispiacere per me confidare questi ricordi. Sono gia' sei anni che il mio amico
se ne e' andato con la sua pecora e io cerco di descriverlo per non
dimenticarlo.
E' triste dimenticare un amico.
E posso anch'io diventare come i grandi che non s'interessano piu' che di
cifre.
Ed e' anche per questo che ho comperato una scatola coi colori e con le matite.
Non e' facile rimettersi al disegno alla mia eta' quando non si sono fatti altri
tentativi che quello di un serpente boa dal di fuori e quello di un serpente boa
dal di dentro, e all'eta' di sei anni.
Mi studiero' di fare ritratti somigliantissimi.
Ma non sono affatto sicuro di riuscirci.
Un disegno va bene, ma l'altro non assomiglia per niente.
Mi sbaglio anche sulla statura.
Qui il piccolo principe e' troppo grande.
La' e' troppo piccolo. Esito persino sul colore del suo vestito.
E allora tento e tentenno, bene o male.
E finiro' per sbagliarmi su certi particolari piu' importanti.
Ma questo bisogna perdonarmelo.
Il mio amico non mi dava mai delle spiegazioni. Forse credeva che fossi come
lui.
Io, sfortunatamente, non sapevo vedere le pecore attraverso le casse.
Puo' darsi che io sia un po' come i grandi.
Devo essere invecchiato.
V
Ogni giorno imparavo qualche cosa sul pianeta, sulla partenza, sul viaggio.
Veniva da se', per qualche riflessione.
Fu cosi' che al terzo giorno conobbi il dramma dei baobab.
Anche questa volta fu merito della pecora, perche' bruscamente il piccolo
principe mi interrogo', come preso da un grave dubbio:
"E' proprio vero che le pecore mangiano gli arbusti?"
"Si, e' vero".
"Ah! Sono contento".
Non capii perche' era cosi' importante che le pecore mangiassero gli arbusti.
Ma il piccolo principe continuo':
"Allora mangiano anche i baobab?"
Feci osservare al piccolo principe che i baobab non sono degli arbusti, ma degli
alberi grandi come chiese e che se anche non avesse portato con se' una mandria
di elefanti, non sarebbe venuto a capo di un solo baobab.
L'idea della mandria di elefanti fece ridere il piccolo principe:
"Bisognerebbe metterli gli uni su gli altri..."
Ma osservo' saggiamente:
"I baobab prima di diventar grandi cominciano con l'essere piccoli".
"E' esatto! Ma perche' vuoi che le tue pecore mangino i piccoli
baobab?"
"Be'! Si capisce", mi rispose come se si trattasse di una cosa
evidente.
E mi ci volle un grande sforzo d'intelligenza per capire da solo questo
problema.
Infatti, sul pianeta del piccolo principe ci sono, come su tutti i pianeti,
le erbe buone e quelle cattive.
Di conseguenza: dei buoni semi di erbe buone e dei cattivi semi di erbe cattive.
Ma i semi sono invisibili.
Dormono nel segreto della terra fino a che all'uno o all'altro pigli la fantasia
di risvegliarsi.
Allora di stira, e sospinge da principio timidamente verso il sole un
bellissimo ramoscello inoffensivo.
Ma se si tratta di una pianta cattiva, bisogna strapparla subito, appena la si
e' riconosciuta.
C'erano dei terribili semi sul pianeta del piccolo principe: erano i semi dei
baobab.
Il suolo ne era infestato. Ora, un baobab, se si arriva troppo tardi, non si
riesce piu' a sbarazzarsene.
Ingombra tutto il pianeta. Lo trapassa con le sue radici.
E se il pianeta e' troppo piccolo e i baobab troppo numerosi, lo fanno
scoppiare.
"E' una questione di disciplina", mi diceva piu' tardi il piccolo
principe.
"Quando si ha finito di lavarsi al mattino, bisogna fare con cura la
pulizia del pianeta. Bisogna costringersi regolarmente a strappare i baobab
appena li si distingue dai rosai ai quali assomigliano molto quando sono
piccoli.
E' un lavoro molto noioso, ma facile".
"E un giorno mi consiglio' di fare un bel disegno per far entrare bene
questa idea nella testa dei bambini del mio paese.
"Se un giorno viaggeranno ", mi diceva, "questo consiglio gli
potra' servire.
Qualche volta e' senza inconvenienti rimettere a piu' tardi il proprio lavoro.
Ma se si tratta dei baobab e' sempre una catastrofe.
Ho conosciuto un pianeta abitato da un pigro.
Aveva trascurato gli arbusti..."
E sull'indicazione del piccolo principe ho disegnato quel pianeta.
Non mi piace prendere il tono del moralista.
Ma il pericolo dei baobab e' cosi' poco conosciuto, e i rischi che correrebbe
chi si smarrisse su un asteroide, cosi' gravi, che una volta tanto ho fatto
eccezione.
E dico: "Bambini! Fate attenzione ai baobab!"
E per avvertire i miei amici di un pericolo che hanno sempre sfiorato, come me
stesso, senza conoscerlo, ho tanto lavorato a questo disegno.
La lezione che davo, giustificava la fatica.
Voi mi domanderete forse: Perche' non ci sono in questo libro altri disegni
altrettanto grandiosi come quello dei baobab?
La risposta e' molto semplice:
Ho cercato di farne uno, ma non ci sono riuscito.
Quando ho disegnato i baobab ero animato dal sentimento dell'urgenza.
VI
Oh, piccolo principe, ho capito a poco a poco la tua piccola vita
malinconica.
Per molto tempo tu non avevi avuto per distrazione che la dolcezza dei tramonti.
Ho appreso questo nuovo particolare il quarto giorno, al mattino, quando mi hai
detto:
"Mi piacciono tanto i tramonti. Andiamo a vedere un tramonto..."
"Ma bisogna aspettare..."
"Aspettare che?"
"Che il sole tramonti..."
Da prima hai avuto un'aria molto sorpresa, e poi hai riso di te stesso e mi
hai detto:
"Mi credo sempre a casa mia!..."
Infatti. Quando agli Stati Uniti e' mezzogiorno tutto il mondo sa che il sole
tramonta sulla Francia.
Basterebbe poter andare in Francia in un minuto per assistere al tramonto.
Sfortunatamente la Francia e' troppo lontana.
Ma sul tuo piccolo pianeta ti bastava spostare la tua sedia di qualche passo.
E guardavi il crepuscolo tutte le volte che volevi...
"Un giorno ho visto il sole tramontare quarantatre' volte!"
E piu' tardi hai soggiunto:
"Sai... quando si e' molto tristi si amano i tramonti..."
"Il giorno delle quarantatre' volte eri tanto triste?"
Ma il piccolo principe non rispose.
VII
Al quinto giorno, sempre grazie alla pecora, mi fu svelato questo segreto
della vita del piccolo principe.
Mi domando' bruscamente, senza preamboli, come il frutto di un problema meditato
a lungo in silenzio:
"Una pecora se mangia gli arbusti, mangia anche i fiori?"
"Una pecora mangia tutto quello che trova".
"Anche i fiori che hanno le spine?"
"Si. Anche i fiori che hanno le spine".
"Ma allora le spine a che cosa servono?"
Non lo sapevo. Ero in quel momento occupatissimo a cercare di svitare un bullone
troppo stretto del mio motore. Ero preoccupato perche' la mia panne cominciava
ad apparirmi molto grave e l'acqua da bere che si consumava mi faceva temere il
peggio.
"Le spine a che cosa servono?"
Il piccolo principe non rinunciava mai a una domanda che aveva fatta.
Ero irritato per il mio bullone e risposi a casaccio:
"Le spine non servono a niente, e' pura cattiveria da parte dei
fiori".
"Oh!"
Ma dopo un silenzio mi getto' in viso con una specie di rancore:
"Non ti credo! I fiori sono deboli. Sono ingenui.
Si rassicurano come possono. Si credono terribili con le loro spine..."
Non risposi. In quel momento mi dicevo:
"Se questo bullone resiste ancora, lo faro' saltare con un colpo di
martello".
Il piccolo principe disturbo' di nuovo le mie riflessioni.
"E tu credi, tu, che i fiori..."
"Ma no! Ma no! Non credo niente! Ho risposto una cosa qualsiasi. Mi occupo
di cose serie, io!"
Mi guardo' stupefatto.
"Di cose serie!"
Mi vedeva col martello in mano, le dita nere di sugna, chinato su un oggetto che
gli sembrava molto brutto.
"Parli come i grandi!"
Ne ebbi un po' di vergogna. Ma, senza pieta', aggiunse:
"Tu confondi tutto... tu mescoli tutto!"
Era veramente irritato. Scuoteva al vento i suoi capelli dorati.
"Io non conosco un pianeta su cui c'e' un signor Chermisi.
Non ha mai respirato un fiore. Non ha mai guardato una stella.
Non ha mai voluto bene a nessuno. Non fa altro che addizioni.
E tutto il giorno ripete come te: <Io sono un uomo serio! Io sono un uomo
serio!> e si gonfia di orgoglio.
Ma non e' un uomo, e' un fungo!"
"Che cosa?"
"Un fungo!"
Il piccolo principe adesso era bianco di collera.
"Da migliaia di anni i fiori fabbricano le spine .
Da migliaia di anni le pecore mangiano tuttavia i fiori.
E non e' una cosa seria cercare di capire perche' i fiori si danno tanto da fare
per fabbricarsi delle spine che non servono a niente?
Non e' importante la guerra fra le pecore e i fiori?
Non e' piu' serio e piu' importante delle addizioni di un grosso signore rosso?
E se io conosco un fiore unico al mondo, che non esiste da nessuna parte, altro
che nel mio pianeta, e che una piccola pecora puo' distruggere di colpo, cosi'
un mattino, senza rendersi conto di quello che fa, non e' importante
questo!"
Arrossi', poi riprese:
"Se qualcuno ama un fiore, di cui esiste un solo esemplare in milioni e
milioni di stelle, questo basta a farlo felice quando lo guarda.
E lui si dice: <Il mio fiore e' la' in qualche luogo>
Ma se la pecora mangia il fiore, e' come se per lui tutto a un tratto, tutte le
stelle si spegnessero!
E non e' importante questo!"
Non pote' proseguire. Scoppio' bruscamente in singhiozzi.
Era caduta la notte.
Avevo abbandonato i miei utensili.
Me ne infischiavo del mio martello, del mio bullone, della sete e della morte.
Su di una stella, un pianeta, il mio, la Terra, c'era un piccolo principe da
consolare!
Lo presi in braccio. Lo cullai. Gli dicevo:
"Il fiore che tu ami non e' in pericolo ... Disegnero' una museruola per la
tua pecora... e una corazza per il tuo fiore... Io... "
Non sapevo bene che cosa dirgli. Mi sentivo molto maldestro.
Non sapevo bene come toccarlo, come raggiungerlo...
Il paese delle lacrime e' cosi' misterioso.
VIII
Imparai ben presto a conoscere meglio questo fiore.
C'erano sempre stati sul pianeta del piccolo principe dei fiori molto semplici,
ornati di una sola raggiera di petali, che non tenevano posto e non disturbavano
nessuno.
Apparivano un mattino nell'erba e si spegnevano la sera.
Ma questo era spuntato un giorno, da un seme venuto chissa' da dove, e il
piccolo principe aveva sorvegliato da vicino questo ramoscello che non
assomigliava a nessun altro ramoscello.
Poteva essere una nuova specie di baobab.
Ma l'arbusto cesso' presto di crescere e comincio' a preparare un fiore.
Il piccolo principe che assisteva alla formazione di un bocciolo enorme, sentiva
che ne sarebbe uscita un'apparizione miracolosa, ma il fiore non smetteva piu'
di prepararsi ad essere bello, al riparo della sua camera verde.
Sceglieva con cura i suoi colori, si vestiva lentamente, aggiustava i suoi
petali ad uno ad uno.
Non voleva uscire sgualcito come un papavero.
Non voleva apparire che nel pieno splendore della sua bellezza.
Eh, si, c'era una gran civetteria in tutto questo!
La sua misteriosa toeletta era durata giorni e giorni.
E poi, ecco che un mattino, proprio all'ora del levar del sole, si era mostrato.
E lui, che aveva lavorato con tanta precisione, disse sbadigliando:
"Ah! mi sveglio ora. Ti chiedo scusa... sono ancora tutto
spettinato..."
Il piccolo principe allora non pote' frenare la sua ammirazione:
"Come sei bello !"
"Vero", rispose dolcemente il fiore, "e sono insieme al
sole..."
Il piccolo principe indovino' che non era molto modesto, ma era cosi'
commovente!
"Credo che sia l'ora del caffe' e latte", aveva soggiunto,
"vorresti pensare a me..."
E il piccolo principe, tutto confuso, ando' a cercare un innaffiatoio di acqua
fresca e servi' al fiore la sua colazione.
Cosi' l'aveva ben presto tormentato con la sua vanita' un poco ombrosa.
Per esempio, un giorno, parlando delle sue quattro spine, gli aveva detto:
"Possono venire le tigri, con i loro artigli!"
"Non ci sono tigri sul mio pianeta", aveva obiettato il piccolo
principe, "e poi le tigri non mangiano l'erba".
"Io non sono un'erba", aveva dolcemente risposto il fiore.
"Scusami..."
"Non ho paura delle tigri, ma ho orrore delle correnti d'aria... Non
avresti per caso un paravento?"
"Orrore delle correnti d'aria?"
"E' un po' grave per una pianta", aveva osservato il piccolo principe.
"E' molto complicato questo fiore..."
"Alla sera mi metterai al riparo sotto a una campana di vetro. Fa molto
freddo qui da te... Non e' una sistemazione che mi soddisfi. Da dove vengo
io..."
Ma si era interrotto. Era venuto sotto forma di seme.
Non poteva conoscere nulla degli altri mondi.
Umiliato di essersi lasciato sorprendere a dire una bugia cosi' ingenua, aveva
tossito due o tre volte, per mettere il piccolo principe dalla parte del
torto...
"E' questo un paravento?..."
"Andavo a cercarlo, ma tu non mi parlavi!"
Allora aveva forzato la sua tosse per fargli venire dei rimorsi.
Cosi' il piccolo principe, nonostante tutta la buona volonta' del suo amore,
aveva cominciato a dubitare di lui.

Aveva preso sul serio delle parole senza importanza che l'avevano reso
infelice.
"Avrei dovuto non ascoltarlo", mi confido' un giorno, "non
bisogna mai ascoltare i fiori. Basta guardarli e respirarli. Il mio, profumava
il mio pianeta, ma non sapevo rallegrarmene.
Quella storia degli artigli, che mi aveva tanto raggelato, avrebbe dovuto
intenerirmi."
E mi confido' ancora:
"Non ho saputo capire niente allora! Avrei dovuto giudicarlo dagli atti,
non dalle parole. Mi profumava e mi illuminava.
Non avrei mai dovuto venirmene via!
Avrei dovuto indovinare la sua tenerezza dietro le piccole astuzie. I fiori sono
cosi' contraddittori! Ma ero troppo giovane per saperlo amare".

IX
Io credo che egli approfitto', per venirsene via, di una migrazione di
uccelli selvatici.
Il mattino della partenza mise bene in ordine il suo pianeta.
Spazzo' accuratamente il camino dei suoi vulcani in attivita'.
Possedeva due vulcani in attivita'.
Ed era molto comodo per far scaldare la colazione del mattino.
E possedeva anche un vulcano spento.
Ma, come lui diceva, "non si sa mai" e cosi' spazzo' anche il camino
del vulcano spento.
Se i camini sono ben puliti, bruciano piano piano, regolarmente, senza
eruzioni. Le eruzioni vulcaniche sono come gli scoppi nei caminetti.
E' evidente che sulla nostra terra noi siamo troppo piccoli per poter spazzare
il camino dei nostri vulcani ed e' per questo che ci danno tanti guai.
Il piccolo principe strappo' anche con una certa malinconia gli ultimi germogli
dei baobab. Credeva di non ritornare piu'.
Ma tutti quei lavori consueti gli sembravano, quel mattino, estremamente dolci.
E quando innaffio' per l'ultima volta il suo fiore, e si preparo' a metterlo al
riparo sotto la campana di vetro, scopri' che aveva una gran voglia di piangere.
"Addio", disse al fiore.
Ma il fiore non rispose.
"Addio", ripete'.
Il fiore tossi'. Ma no era perche' fosse raffreddato.
"Sono stato uno sciocco", disse finalmente, "scusami, e cerca di
essere felice".
Fu sorpreso dalla mancanza di rimproveri. Ne rimase sconcertato, con la campana
di vetro per aria. Non capiva quella calma dolcezza.
"Ma si', ti voglio bene", disse il fiore, "e tu non l'hai saputo
per colpa mia. Questo non ha importanza, ma sei stato sciocco quanto me. Cerca
di essere felice. Lascia questa campana di vetro, non la voglio piu'".
"Ma il vento..."
"Non sono cosi' raffreddato. L'aria fresca della notte mi fara' bene. Sono
un fiore".
"Ma le bestie..."
"Devo pur sopportare qualche bruco se voglio conoscere le farfalle, sembra
che siano cosi' belle. Se no chi verra' a farmi visita? Tu sarai lontano e delle
grosse bestie non ho paura. Ho i miei artigli".
E mostrava ingenuamente le sue quattro spine.
Poi continuo':
"Non indugiare cosi', e' irritante. Hai deciso di partire e allora
vattene".
Perche' non voleva che io lo vedessi piangere. Era un fiore cosi' orgoglioso...
X
Il piccolo principe si trovava nella regione degli asteroidi 325, 326, 327,
328, 329 e 330. Comincio' a visitarli per cercare un'occupazione e per
istruirsi.
Il primo asteroide era abitato da un re.
Il re, vestito di porpora e d'ermellino, sedeva su un trono molto semplice e
nello stesso tempo maestoso.
"Ah! ecco un suddito", esclamo' il re appena vide il piccolo principe.
E il piccolo principe si domando':
"Come puo' riconoscermi se non mi ha mai visto?"
Non sapeva che per i re il mondo e' molto semplificato. Tutti gli uomini sono
dei sudditi.
"Avvicinati che ti veda meglio", gli disse il re che era molto fiero
di essere finalmente re per qualcuno.
Il piccolo principe cerco' con gli occhi dove potersi sedere, ma il pianeta era
tutto occupato dal magnifico manto di ermellino. Dovette rimanere in piedi, ma
era tanto stanco che sbadiglio'.
"E' contro all'etichetta sbadigliare alla presenza di un re", gli
disse il monarca, "te lo proibisco".
"Non posso farne a meno", rispose tutto confuso il piccolo principe.
"Ho fatto un lungo viaggio e non ho dormito..."
"Allora", gli disse il re, "ti ordino di sbadigliare. Sono anni
che non vedo qualcuno che sbadiglia, e gli sbadigli sono una curiosita' per me.
Avanti! Sbadiglia ancora. E' un ordine".
"Mi avete intimidito... non posso piu'", disse il piccolo principe
arrossendo.
"Hum! hum!" rispose il re. "Allora io... io ti ordino di
sbadigliare un po' e un po'..."
Borbotto' qualche cosa e sembro' seccato. Perche' il re teneva assolutamente a
che la sua autorita' fosse rispettata. Non tollerava la disubbidienza. Era un
monarca assoluto.
Ma siccome era molto buono, dava degli ordini ragionevoli.
"Se ordinassi", diceva abitualmente, "se ordinassi a un generale
di trasformarsi in un uccello marino, e se il generale non ubbidisse, non
sarebbe colpa del generale. Sarebbe colpa mia""
"Posso sedermi?" s'informo' timidamente il piccolo principe.
"Ti ordino di sederti", gli rispose il re che ritiro' maestosamente
una falda del suo mantello di ermellino.
Il piccolo principe era molto stupito. Il pianeta era piccolissimo e allora su
che cosa il re poteva regnare?
"Sire", gli disse, "scusatemi se vi interrogo..."
"Ti ordino di interrogarmi", si affretto' a rispondere il re.
"Sire, su che cosa regnate?"
"Su tutto", rispose il re con grande semplicita'.
"Su tutto?"
Il re con un gesto discreto indico' il suo pianeta, gli altri pianeti, e le
stelle.
"Su tutto questo?" domando' il piccolo principe.
"Su tutto questo..." rispose il re.
Perche' non era solamente un monarca assoluto, ma era un monarca universale.
"E le stelle vi ubbidiscono?"
"Certamente", gli disse il re. "Mi ubbidiscono immediatamente.
Non tollero l'indisciplina".
Un tale potere meraviglio' il piccolo principe.
Se l'avesse avuto lui, avrebbe potuto assistere non a quarantatre' , ma a
settantadue, o anche a cento, a duecento tramonti nella stessa giornata, senza
dover spostare mai la sua sedia! E sentendosi un po' triste al pensiero del suo
piccolo pianeta abbandonato, si azzardo''a sollecitare una grazia dal re:
"Vorrei tanto vedere un tramonto... Fatemi questo piacere... Ordinate al
sole di tramontare..."
"Se ordinassi a un generale di volare da un fiore all'altro come una
farfalla, o di scrivere una tragedia, o di trasformarsi in un uccello marino; e
se il generale non eseguisse l'ordine ricevuto, chi avrebbe torto, lui o
io?"
"L'avreste voi", disse con fermezza il piccolo principe.
"Esatto. Bisogna esigere da ciascuno quello che ciascuno puo' dare",
continuo' il re.
"L'autorita' riposa, prima di tutto, sulla ragione. Se tu ordini al tuo
popolo di andare a gettarsi in mare, fara' la rivoluzione. Ho il diritto di
esigere l'ubbidienza perche' i miei ordini sono ragionevoli".
"E allora il mio tramonto?" ricordo' il piccolo principe che non si
dimenticava mai di una domanda una volta che l'aveva fatta.
"L'avrai, il tuo tramonto, lo esigero', ma, nella mia sapienza di governo,
aspettero' che le condizioni siano favorevoli".
"E quando saranno?" s'informo' il piccolo principe.
"Hem! hem!" gli rispose il re che intanto consultava un grosso
calendario, "hem! hem! sara' verso, verso, sara' questa sera verso le sette
e quaranta! E vedrai come saro' ubbidito a puntino".
Il piccolo principe sbadiglio'. Rimpiangeva il suo tramonto mancato. E poi
incominciava ad annoiarsi.
"Non ho piu' niente da fare qui", disse il re. "Me ne vado".
"Non partire", rispose il re che era tanto fiero di avere un suddito,
"non partire, ti faro' ministro!"
"Ministro di che?"
"Di... della giustizia!"
"Ma se non c'e' nessuno da giudicare?"
"Non si sa mai" gli disse il re. "Non ho ancora fatto il giro del
mio regno. Sono molto vecchio, ma c'e' posto per una carrozza e mi stanco a
camminare".
"Oh! ma ho gia' visto io", disse il piccolo principe sporgendosi per
dare ancora un'occhiata sull'altra parte del pianeta. "Neppure laggiu' c'e'
qualcuno".
"Giudicherai te stesso", gli rispose il re. "E' la cosa piu'
difficile. E' molto piu' difficile giudicare se stessi che gli altri. Se riesci
a giudicarti bene e' segno che sei veramente un saggio".
"Io", disse il piccolo principe, "io posso giudicarmi ovunque.
Non ho bisogno di abitare qui".
"Hem! hem!" disse il re. "Credo che da qualche parte sul mio
pianeta ci sia un vecchio topo. Lo sento durante la notte. Potrai giudicare
questo vecchio topo. Lo condannerai a morte di tanto in tanto. Cosi' la sua vita
dipendera' dalla tua giustizia. Ma lo grazierai ogni volta per economizzarlo.
Non ce n'e' che uno".
"Non mi piace condannare a morte", rispose il piccolo principe,
"preferisco andarmene".
"No", disse il re.
Ma il piccolo principe che aveva finiti i suoi preparativi di partenza, non
voleva dare un dolore al vecchio monarca:
"Se Vostra Maesta' desidera essere ubbidito puntualmente, puo' darmi un
ordine ragionevole. Potrebbe ordinarmi, per esempio, di partire prima che sia
passato un minuto. Mi pare che le condizioni siano favorevoli..."
E siccome il re non rispondeva, il piccolo principe esito' un momento e poi con
un sospiro se ne parti'.
"Ti nomino mio ambasciatore", si affretto' a gridargli appresso il re.
Aveva un'aria di grande autorita'.
"Sono ben strani i grandi", si disse il piccolo principe durante il
viaggio.
XI
Il secondo pianeta era abitato da un vanitoso.
"Ah! ah! ecco la visita di un ammiratore", grido' da lontano il
vanitoso appena scorse il piccolo principe.
Per i vanitosi tutti gli altri uomini sono degli ammiratori.
"Buon giorno", disse il piccolo principe, "che buffo cappello
avete!"
"E' per salutare", gli rispose il vanitoso. "E' per salutare
quando mi acclamano, ma sfortunatamente non passa mai nessuno da queste
parti".
"Ah si?" disse il piccolo principe che non capiva.
"Batti le mani l'una contro l'altra", consiglio' percio' il vanitoso.
Il piccolo principe batte' le mani l'una contro l'altra e il vanitoso saluto'
con modestia sollevando il cappello.
E' piu' divertente che la visita al re, si disse il piccolo principe, e
ricomincio' a batter le mani l'una contro l'altra.
Il vanitoso ricomincio' a salutare sollevando il cappello.
Dopo cinque minuti di questo esercizio il piccolo principe si stanco' della
monotonia del gioco: "E che cosa bisogna fare", domando', "perche'
il cappello caschi?"
Ma il vanitoso non l'intese.
I vanitoso non sentono altro che le lodi.
"Mi ammiri molto, veramente?" domando' al piccolo principe.
"Che cosa vuol dire ammirare?"
"Ammirare vuol dire riconoscere che io sono l'uomo piu' bello, piu'
elegante, piu' ricco e piu' intelligente di tutto il pianeta".
"Fammi questo piacere. Ammirami lo stesso!"
"Ti ammiro", disse il piccolo principe, alzando un poco le spalle,
"ma tu che te ne fai?"
E il piccolo principe se ne ando'.
Decisamente i grandi sono ben bizzarri, diceva con semplicita' a se stesso,
durante il suo viaggio.
XII
Il pianeta appresso era abitato da un ubriacone.
Questa visita fu molto breve, ma immerse il piccolo principe in una grande
malinconia.
"Che cosa fai?" chiese all'ubriacone che stava in silenzio davanti a
una collezione di bottiglie vuote e a una collezione di bottiglie piene.
"Bevo" rispose, in tono lugubre, l'ubriacone.
"Perche' bevi?" domando' il piccolo principe.
"Per dimenticare", rispose l'ubriacone.
"Per dimenticare che cosa?" s'informo' il piccolo principe che
cominciava gia' a compiangerlo.
"Per dimenticare che ho vergogna", confesso' l'ubriacone abbassando la
testa.
"Vergogna di che?" insistette il piccolo principe che desiderava
soccorrerlo.
"Vergogna di bere!" e l'ubriacone si chiuse in un silenzio definitivo.
Il piccolo principe se ne ando' perplesso.
I grandi, decisamente, sono molto, molto bizzarri, si disse durante il viaggio.
XIII
Il quarto pianeta era abitato da un uomo d'affari.
Questo uomo era cosi' occupato che non alzo' neppure la testa all'arrivo del
piccolo principe.
"Buon giorno", gli disse questi. "La vostra sigaretta si e'
spenta".
"Tre piu' due fa cinque. Cinque piu' sette: dodici.
Dodici piu' tre: quindici. Buon giorno.
Quindici piu' sette fa ventidue.
Ventidue piu' sei: ventotto. Non ho tempo per riaccenderla.
Ventisei piu' cinque trentuno.
Ouf! Dunque fa cinquecento e un milione seicento ventiduemila settecento
trentuno".
"Cinquecento e un milione di che?"
"Hem! Sei sempre li'? Cinquecento e un milione di ... non lo so piu'. Ho
talmente da fare!
Sono un uomo serio, io, non mi diverto con delle frottole!
Due piu' cinque: sette..."
"Cinquecento e un milione di che?" ripete' il piccolo principe che mai
aveva rinunciato a una domanda una volta che l'aveva espressa.
L'uomo d'affari alzo' la testa:
"Da cinquantaquattro anni che abito in questo pianeta non sono stato
disturbato che tre volte.
La prima volta e' stato ventidue anni fa, da una melolonta che era caduta
chissa' da dove.
Faceva un rumore spaventoso e ho fatto quattro errori in una addizione.
La seconda volta e' stato undici anni fa per una crisi di reumatismi.
Non mi muovo mai, non ho il tempo di girandolare.
Sono un uomo serio, io.
La terza volta ... eccolo! Dicevo dunque cinquecento e un milione".
"Milione di che?"
L'uomo d'affari capi' che non c'era speranza di pace.
"Milioni di quelle piccole cose che si vedono qualche volta nel
cielo".
"Di mosche?"
"Ma no, di piccole cose che brillano".
"Di api?"
"Ma no. Di quelle piccole cose dorate che fanno fantasticare i poltroni. Ma
sono un uomo serio, io! Non ho il tempo di fantasticare".
"Ah! di stelle?"
"Eccoci. Di stelle".
"E che ne fai di cinquecento milioni di stelle?"
"Cinquecento e un milione seicentoventiduemilasettecentotrentuno. Sono un
uomo serio io, sono un uomo preciso."
"E che te ne fai di queste stelle?"
"Che cosa me ne faccio?"
"Si".
"Niente. Le possiedo io".
"Tu possiedi le stelle?"
"Si".
"Ma ho gia' veduto un re che..."
"I re non possiedono. Ci regnano sopra. E' molto diverso".
"E a che ti serve possedere le stelle?"
"MI serve ad essere ricco".
"E a che ti serve essere ricco?"
"A comperare delle altre stelle, se qualcuno ne trova".
Questo qui, si disse il piccolo principe, ragiona un po' come il mio ubriacone.
Ma pure domando' ancora:
"Come si puo' possedere le stelle?"
"Di chi sono?" rispose facendo stridere i denti l'uomo d'affari.
"Non lo so, di nessuno".
"Allora sono mie che vi ho pensato per il primo".
"E questo basta?"
"Certo. Quando trovi un diamante che non e' di nessuno, e' tuo. Quando
trovi un'isola che non e' di nessuno, e' tua. Quando tu hai un'idea per il
primo, la fai brevettare, ed e' tua. E io possiedo le stelle, perche' mai
nessuno prima di me si e' sognato di possederle".
"Questo e' vero", disse il piccolo principe. "Che te ne
fai?"
"Le amministro. Le conto e le riconto", disse l'uomo d'affari.
"E' una cosa difficile, ma io sono un uomo serio!"
Il piccolo principe non era ancora soddisfatto.
"Io, se possiedo un fazzoletto di seta, posso metterlo intorno al collo e
portarmelo via. Se possiedo un fiore, posso cogliere il mio fiore e portarlo con
me. Ma tu non puoi cogliere le stelle".
"No, ma posso depositarle alla banca".
"Che cosa vuol dire?"
"Vuol dire che scrivo su un pezzetto di carta il numero delle mie stelle e
poi chiudo a chiave questo pezzetto di carta in un cassetto".
"Tutto qui?"
"E' sufficiente".
E' divertente, penso' il piccolo principe, e abbastanza poetico.
Ma non e' molto serio.
Il piccolo principe aveva sulle cose serie delle idee molto diverse da quelle
dei grandi.
"Io", disse il piccolo principe, "possiedo un fiore che innaffio
tutti i giorni. Possiedo tre vulcani dei quali spazzo il camino tutte le
settimane. Perche' spazzo il camino anche di quello spento. Non si sa mai.
E' utile ai miei vulcani, ed e' utile al mio fiore che io li possegga.
Ma tu non sei utile alle stelle..."
L'uomo d'affari apri' la bocca ma non trovo' niente da rispondere e il piccolo
principe se ne ando' .
Decisamente i grandi sono proprio straordinari, si disse semplicemente durante
il viaggio.