| home | menu | biografia | libri | rom | altipiano | carapigna |
| maestri | biblioteca | shoah | ebraica | benzi | scrittori | cerca libro |
|
|
Pinocchio
|
Pinocchio
di Carlo Collodi
Come andò che maestro Ciliegia, falegname, trovò un pezzo di legno, che
piangeva e rideva come un bambino.
C'era una volta...
- Un re! - diranno subito i miei piccoli lettori.
No, ragazzi, avete sbagliato. C'era una volta un pezzo di legno.
Non era un legno di lusso, ma un semplice pezzo da catasta, di quelli che
d'inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e per
riscaldare le stanze.
Non so come andasse, ma il fatto gli è che un bel giorno questo pezzo di legno
capitò nella bottega di un vecchio falegname, il quale aveva nome mastr'Antonio,
se non che tutti lo chiamavano maestro Ciliegia, per via della punta del suo
naso, che era sempre lustra e paonazza, come una ciliegia matura.
Appena maestro Ciliegia ebbe visto quel pezzo di legno, si rallegrò tutto e
dandosi una fregatina di mani per la contentezza, borbottò a mezza voce:
- Questo legno è capitato a tempo: voglio servirmene per fare una gamba di
tavolino.
Detto fatto, prese subito l'ascia arrotata per cominciare a levargli la scorza e
a digrossarlo, ma quando fu lì per lasciare andare la prima asciata, rimase col
braccio sospeso in aria, perché sentì una vocina sottile, che disse
raccomandandosi:
- Non mi picchiar tanto forte!
Figuratevi come rimase quel buon vecchio di maestro Ciliegia!
Girò gli occhi smarriti intorno alla stanza per vedere di dove mai poteva
essere uscita quella vocina, e non vide nessuno! Guardò sotto il banco, e
nessuno; guardò dentro un armadio che stava sempre chiuso, e nessuno; guardò
nel corbello dei trucioli e della segatura, e nessuno; apri l'uscio di bottega
per dare un'occhiata anche sulla strada, e nessuno! O dunque?...
- Ho capito; - disse allora ridendo e grattandosi la parrucca, - si vede che
quella vocina me la sono figurata io. Rimettiamoci a lavorare.
E ripresa l'ascia in mano, tirò giù un solennissimo colpo sul pezzo di legno.
- Ohi! tu m'hai fatto male! - gridò rammaricandosi la solita vocina.
Questa volta maestro Ciliegia resta di stucco, cogli occhi fuori del capo per la
paura, colla bocca spalancata e colla lingua giù ciondoloni fino al mento, come
un mascherone da fontana. Appena riebbe l'uso della parola, cominciò a dire
tremando e balbettando dallo spavento:
- Ma di dove sarà uscita questa vocina che ha detto ohi?... Eppure qui non c'è
anima viva. Che sia per caso questo pezzo di legno che abbia imparato a piangere
e a lamentarsi come un bambino? Io non lo posso credere. Questo legno eccolo
qui; è un pezzo di legno da caminetto, come tutti gli altri, e a buttarlo sul
fuoco, c'è da far bollire una pentola di fagioli... O dunque? Che ci sia
nascosto dentro qualcuno? Se c'è nascosto qualcuno, tanto peggio per lui. Ora
l'accomodo io!
E cosi dicendo, agguantò con tutt'e due le mani quel povero pezzo di legno e si
pose a sbatacchiarlo senza carità contro le pareti della stanza.
Poi si messe in ascolto, per sentire se c'era qualche vocina che si lamentasse.
Aspettò due minuti, e nulla; cinque minuti, e nulla; dieci minuti, e nulla!
- Ho capito, - disse allora sforzandosi di ridere e arruffandosi la parrucca, -
si vede che quella vocina che ha detto ohi, me la sono figurata io! Rimettiamoci
a lavorare.
E perché gli era entrata addosso una gran paura, si provò a canterellare per
farsi un po' di coraggio.
Intanto, posata da una parte l'ascia, prese in mano la pialla, per piallare e
tirare a pulimento il pezzo di legno; ma nel mentre che lo piallava in su e in
giù, senti la solita vocina che gli disse ridendo:
- Smetti! tu mi fai il pizzicorino sul corpo!
Questa volta il povero maestro Ciliegia cadde giù come fulminato. Quando
riaprì gli occhi, si trovò seduto per terra.
Il suo viso pareva trasfigurato, e perfino la punta del naso, di paonazza come
era quasi sempre, gli era diventata turchina dalla gran paura.
Maestro Ciliegia regala il pezzo di legno al suo amico Geppetto, il quale lo
prende per fabbricarsi un burattino maraviglioso che sappia ballare, tirar di
scherma e fare i salti mortali.
In quel punto fu bussato alla porta.
- Passate pure, - disse il falegname, senza aver la forza di rizzarsi in piedi.
Allora entrò in bottega un vecchietto tutto arzillo, il quale aveva nome
Geppetto; ma i ragazzi del vicinato, quando lo volevano far montare su tutte le
furie, lo chiamavano col soprannome di Polendina, a motivo della sua parrucca
gialla che somigliava moltissimo alla polendina di granturco.
Geppetto era bizzosissimo. Guai a chiamarlo Polendina! Diventava subito una
bestia e non c'era più verso di tenerlo.
- Buon giorno, mastr'Antonio, - disse Geppetto. - Che cosa fate costì per
terra?
- Insegno l'abbaco alle formicole.
- Buon pro vi faccia!
- Chi vi ha portato da me, compar Geppetto?
- Le gambe. Sappiate, mastr'Antonio, che son venuto da voi, per chiedervi un
favore.
- Eccomi qui, pronto a servirvi, - replicò il falegname, rizzandosi su i
ginocchi.
- Stamani m'è piovuta nel cervello un'idea.
- Sentiamola.
- Ho pensato di fabbricarmi da me un bel burattino di legno; ma un burattino
maraviglioso, che sappia ballare, tirare di scherma e fare i salti mortali. Con
questo burattino voglio girare il mondo, per buscarmi un tozzo di pane e un
bicchier di vino; che ve ne pare?
- Bravo Polendina! - gridò la solita vocina, che non si capiva di dove uscisse.
A sentirsi chiamar Polendina, compar Geppetto diventò rosso come un peperone
dalla bizza, e voltandosi verso il falegname, gli disse imbestialito:
- Perché mi offendete?
- Chi vi offende?
- Mi avete detto Polendina!...
- Non sono stato io.
- Sta un po' a vedere che sarò stato io! Io dico che siete stato voi.
- No!
- Si!
- No!
- Si!
E riscaldandosi sempre più, vennero dalle parole ai fatti, e acciuffatisi fra
di loro, si graffiarono, si morsero e si sbertucciarono.
Finito il combattimento, mastr'Antonio si trovò fra le mani la parrucca gialla
di Geppetto, e Geppetto si accorse di avere in bocca la parrucca brizzolata del
falegname.
- Rendimi la mia parrucca! - gridò mastr'Antonio.
- E tu rendimi la mia, e rifacciamo la pace.
I due vecchietti, dopo aver ripreso ognuno di loro la propria parrucca, si
strinsero la mano e giurarono di rimanere buoni amici per tutta la vita.
- Dunque, compar Geppetto, - disse il falegname in segno di pace fatta, - qual
è il piacere che volete da me?
- Vorrei un po' di legno per fabbricare il mio burattino; me lo date?
Mastr'Antonio, tutto contento, andò subito a prendere sul banco quel pezzo di
legno che era stato cagione a lui di tante paure. Ma quando fu lì per
consegnarlo all'amico, il pezzo di legno dette uno scossone e sgusciandogli
violentemente dalle mani, ando a battere con forza negli stinchi impresciuttiti
del povero Geppetto.
- Ah! gli è con questo bel garbo, mastr'Antonio, che voi regalate la vostra
roba? M'avete quasi azzoppito!...
- Vi giuro che non sono stato io!
- Allora sarò stato io!...
- La colpa è tutta di questo legno...
- Lo so che è del legno: ma siete voi che me l'avete tirato nelle gambe!
- Io non ve l'ho tirato!
- Bugiardo!
- Geppetto, non mi offendete; se no vi chiamo Polendina!...
- Asino!
- Polendina!
- Somaro!
- Polendina!
- Brutto scimmiotto!
- Polendina!
A sentirsi chiamar Polendina per la terza volta, Geppetto perse il lume degli
occhi, si avvento sul falegname; e lì se ne dettero un sacco e una sporta.
A battaglia finita, mastr'Antonio si trovo due graffi di piu sul naso, e
quell'altro due bottoni di meno al giubbetto. Pareggiati in questo modo i loro
conti, si strinsero la mano e giurarono di rimanere buoni amici per tutta la
vita.
Intanto Geppetto prese con se il suo bravo pezzo di legno, e ringraziato mastr'Antonio,
se ne tornò zoppicando a casa.
Geppetto, tornato a casa, comincia subito a fabbricarsi il burattino e gli mette il nome di Pinocchio. prime monellerie del burattino.
La casa di Geppetto era una stanzina terrena, che pigliava luce da un
sottoscala. La mobilia non poteva essere più semplice: una seggiola cattiva, un
letto poco buono e un tavolino tutto rovinato. Nella parete di fondo si vedeva
un caminetto col fuoco acceso; ma il fuoco era dipinto, e accanto al fuoco c'era
dipinta una pentola che bolliva allegramente e mandava fuori una nuvola di fumo,
che pareva fumo davvero.
Appena entrato in casa, Geppetto prese subito gli arnesi e si pose a intagliare
e a fabbricare il suo burattino.
- Che nome gli metterò? - disse fra sé e sé. - Lo voglio chiamar Pinocchio.
Questo nome gli porterà fortuna. Ho conosciuto una famiglia intera di Pinocchi:
Pinocchio il padre, Pinocchia la madre e Pinocchi i ragazzi, e tutti se la
passavano bene. Il più ricco di loro chiedeva l'elemosina.
Quando ebbe trovato il nome al suo burattino, allora cominciò a lavorare a
buono, e gli fece subito i capelli, poi la fronte, poi gli occhi.
Fatti gli occhi, figuratevi la sua maraviglia quando si accorse che gli occhi si
muovevano e che lo guardavano fisso fisso.
Geppetto, vedendosi guardare da quei due occhi di legno, se n'ebbe quasi per
male, e disse con accento risentito:
- Occhiacci di legno, perché mi guardate?
Nessuno rispose.
Allora, dopo gli occhi, gli fece il naso; ma il naso, appena fatto, cominciò a
crescere: e cresci, cresci, cresci diventò in pochi minuti un nasone che non
finiva mai.
Il povero Geppetto si affaticava a ritagliarlo; ma più lo ritagliava e lo
scorciva, e più quel naso impertinente diventava lungo.
Dopo il naso, gli fece la bocca.
La bocca non era ancora finita di fare, che cominciò subito a ridere e a
canzonarlo.
- Smetti di ridere! - disse Geppetto impermalito; ma fu come dire al muro.
- Smetti di ridere, ti ripeto! - urlò con voce minacciosa.
Allora la bocca smesse di ridere, ma cacciò fuori tutta la lingua.
Geppetto, per non guastare i fatti suoi, finse di non avvedersene, e continuò a
lavorare.
Dopo la bocca, gli fece il mento, poi il collo, le spalle, lo stomaco, le
braccia e le mani.
Appena finite le mani, Geppetto senti portarsi via la parrucca dal capo. Si
voltò in su, e che cosa vide? Vide la sua parrucca gialla in mano del
burattino.
- Pinocchio!... rendimi subito la mia parrucca!
E Pinocchio, invece di rendergli la parrucca, se la messe in capo per sé,
rimanendovi sotto mezzo affogato.
A quel garbo insolente e derisorio, Geppetto si fece triste e melanconico, come
non era stato mai in vita sua, e voltandosi verso Pinocchio, gli disse:
- Birba d'un figliuolo! Non sei ancora finito di fare, e già cominci a mancar
di rispetto a tuo padre! Male, ragazzo mio, male!
E si rasciugò una lacrima.
Restavano sempre da fare le gambe e i piedi.
Quando Geppetto ebbe finito di fargli i piedi, sentì arrivarsi un calcio sulla
punta del naso.
- Me lo merito! - disse allora fra sé. - Dovevo pensarci prima! Ormai è tardi!
Poi prese il burattino sotto le braccia e lo posò in terra, sul pavimento della
stanza, per farlo camminare.
Pinocchio aveva le gambe aggranchite e non sapeva muoversi, e Geppetto lo
conduceva per la mano per insegnargli a mettere un passo dietro l'altro.
Quando le gambe gli si furono sgranchite, Pinocchio cominciò a camminare da sé
e a correre per la stanza; finché, infilata la porta di casa, saltò nella
strada e si dette a scappare.
E il povero Geppetto a corrergli dietro senza poterlo raggiungere, perché quel
birichino di Pinocchio andava a salti come una lepre, e battendo i suoi piedi di
legno sul lastrico della strada, faceva un fracasso, come venti paia di zoccoli
da contadini.
- Piglialo! piglialo! - urlava Geppetto; ma la gente che era per la via, vedendo
questo burattino di legno, che correva come un barbero, si fermava incantata a
guardarlo, e rideva, rideva e rideva, da non poterselo figurare.
Alla fine, e per buona fortuna, capitò un carabiniere, il quale, sentendo tutto
quello schiamazzo e credendo si trattasse di un puledro che avesse levata la
mano al padrone, si piantò coraggiosamente a gambe larghe in mezzo alla strada,
coll'animo risoluto di fermarlo e di impedire il caso di maggiori disgrazie.
Ma Pinocchio, quando si avvide da lontano del carabiniere che barricava tutta la
strada, s'ingegnò di passargli, per sorpresa, frammezzo alle gambe, e invece
fece fiasco.
Il carabiniere, senza punto smoversi, lo acciuffò pulitamente per il naso (era
un nasone spropositato, che pareva fatto apposta per essere acchiappato dai
carabinieri), e lo riconsegnò nelle proprie mani di Geppetto; il quale, a
titolo di correzione, voleva dargli subito una buona tiratina d'orecchi. Ma
figuratevi come rimase quando, nel cercargli gli orecchi, non gli riuscì di
poterli trovare: e sapete perché? Perché, nella furia di scolpirlo, si era
dimenticato di farglieli.
Allora lo prese per la collottola, e, mentre lo riconduceva indietro, gli disse
tentennando minacciosamente il capo:
- Andiamo a casa. Quando saremo a casa, non dubitare che faremo i nostri conti!
Pinocchio, a questa antifona, si buttò per terra, e non volle più camminare.
Intanto i curiosi e i bighelloni principiavano a fermarsi lì dintorno e a far
capannello.
Chi ne diceva una, chi un'altra.
- Povero burattino! - dicevano alcuni, - ha ragione a non voler tornare a casa!
Chi lo sa come lo picchierebbe quell'omaccio di Geppetto!...
E gli altri soggiungevano malignamente:
- Quel Geppetto pare un galantuomo! ma è un vero tiranno coi ragazzi! Se gli
lasciano quel povero burattino fra le mani, è capacissimo di farlo a pezzi!...
Insomma, tanto dissero e tanto fecero, che il carabiniere rimise in libertà
Pinocchio e condusse in prigione quel pover'uomo di Geppetto. Il quale, non
avendo parole lì per lì per difendersi, piangeva come un vitellino, e
nell'avviarsi verso il carcere, balbettava singhiozzando:
- Sciagurato figliuolo! E pensare che ho penato tanto a farlo un burattino per
bene! Ma mi sta il dovere! Dovevo pensarci prima!...
Quello che accadde dopo, è una storia da non potersi credere, e ve la
racconterò in quest'altri capitoli.
La storia di Pinocchio col Grillo-parlante, dove si vede come i ragazzi cattivi hanno a noia di sentirsi correggere da chi ne sa più di loro.
Vi dirò dunque, ragazzi, che mentre il povero Geppetto era condotto senza
sua colpa in prigione, quel monello di Pinocchio, rimasto libero dalle grinfie
del carabiniere, se la dava a gambe giù attraverso ai campi, per far più
presto a tornarsene a casa; e nella gran furia del correre saltava greppi
altissimi, siepi di pruni e fossi pieni d'acqua, tale e quale come avrebbe
potuto fare un capretto o un leprottino inseguito dai cacciatori. Giunto dinanzi
a casa, trovò l'uscio di strada socchiuso. Lo spinse, entrò dentro, e appena
ebbe messo tanto di paletto, si gettò a sedere per terra, lasciando andare un
gran sospirone di contentezza.
Ma quella contentezza durò poco, perché sentì nella stanza qualcuno che fece:
- Crì -crì -crì !
- Chi è che mi chiama? - disse Pinocchio tutto impaurito.
- Sono io!
Pinocchio si voltò e vide un grosso Grillo che saliva lentamente su su per il
muro.
- Dimmi, Grillo: e tu chi sei?
- Io sono il Grillo-parlante, ed abito in questa stanza da più di cent'anni.
- Oggi però questa stanza è mia, - disse il burattino, - e se vuoi farmi un
vero piacere, vattene subito, senza nemmeno voltarti indietro.
- Io non me ne anderò di qui, - rispose il Grillo, - se prima non ti avrò
detto una gran verità.
- Dimmela e spicciati.
- Guai a quei ragazzi che si ribellano ai loro genitori e che abbandonano
capricciosamente la casa paterna! Non avranno mai bene in questo mondo; e prima
o poi dovranno pentirsene amaramente.
- Canta pure, Grillo mio, come ti pare e piace: ma io so che domani, all'alba,
voglio andarmene di qui, perché se rimango qui, avverrà a me quel che avviene
a tutti gli altri ragazzi, vale a dire mi manderanno a scuola e per amore o per
forza mi toccherà studiare; e io, a dirtela in confidenza, di studiare non ne
ho punto voglia e mi diverto più a correre dietro alle farfalle e a salire su
per gli alberi a prendere gli uccellini di nido.
- Povero grullerello! Ma non sai che, facendo così, diventerai da grande un
bellissimo somaro e che tutti si piglieranno gioco di te?
- Chetati. Grillaccio del mal'augurio! - gridò Pinocchio. Ma il Grillo, che era
paziente e filosofo, invece di aversi a male di questa impertinenza, continuò
con lo stesso tono di voce:
- E se non ti garba di andare a scuola, perché non impari almeno un mestiere,
tanto da guadagnarti onestamente un pezzo di pane?
- Vuoi che te lo dica? - replicò Pinocchio, che cominciava a perdere la
pazienza. - Fra tutti i mestieri del mondo non ce n'è che uno solo, che
veramente mi vada a genio.
- E questo mestiere sarebbe?...
- Quello di mangiare, bere, dormire, divertirmi e fare dalla mattina alla sera
la vita del vagabondo.
- Per tua regola, - disse il Grillo-parlante con la sua solita calma, - tutti
quelli che fanno codesto mestiere finiscono sempre allo spedale o in prigione.
- Bada, Grillaccio del mal'augurio!... se mi monta la bizza, guai a te!
- Povero Pinocchio! Mi fai proprio compassione!...
- Perché ti faccio compassione?
- Perché sei un burattino e, quel che è peggio, perché hai la testa di legno.
A queste ultime parole, Pinocchio saltò su tutt'infuriato e preso sul banco un
martello di legno lo scagliò contro il Grillo-parlante. Forse non credeva
nemmeno di colpirlo: ma disgraziatamente lo colse per l'appunto nel capo, tanto
che il povero Grillo ebbe appena il fiato di fare crì -crì -crì , e poi
rimase lì stecchito e appiccicato alla parete.
Pinocchio ha fame, e cerca un uovo per farsi una frittata; ma sul più bello, la frittata gli vola via dalla finestra.
Intanto cominciò a farsi notte, e Pinocchio, ricordandosi che non aveva
mangiato nulla, senti un'uggiolina allo stomaco, che somigliava moltissimo
all'appetito.
Ma l'appetito nei ragazzi cammina presto; e di fatti dopo pochi minuti
l'appetito diventò fame, e la fame, dal vedere al non vedere, si converti in
una fame da lupi, una fame da tagliarsi col coltello.
Il povero Pinocchio corse subito al focolare, dove c'era una pentola che bolliva
e fece l'atto di scoperchiarla, per vedere che cosa ci fosse dentro, ma la
pentola era dipinta sul muro. Figuratevi come restò. Il suo naso, che era già
lungo, gli diventò più lungo almeno quattro dita.
Allora si dette a correre per la stanza e a frugare per tutte le cassette e per
tutti i ripostigli in cerca di un po' di pane, magari un po' di pan secco, un
crosterello, un osso avanzato al cane, un po' di polenta muffita, una lisca di
pesce, un nocciolo di ciliegia, insomma di qualche cosa da masticare: ma non
trovò nulla, il gran nulla, proprio nulla.
E intanto la fame cresceva, e cresceva sempre: e il povero Pinocchio non aveva
altro sollievo che quello di sbadigliare: e faceva degli sbadigli cosi lunghi,
che qualche volta la bocca gli arrivava fino agli orecchi. E dopo avere
sbadigliato, sputava, e sentiva che lo stomaco gli andava via.
Allora piangendo e disperandosi, diceva:
- Il Grillo-parlante aveva ragione. Ho fatto male a rivoltarmi al mio babbo e a
fuggire di casa... Se il mio babbo fosse qui, ora non mi troverei a morire di
sbadigli! Oh! che brutta malattia che è la fame!
Quand'ecco gli parve di vedere nel monte della spazzatura qualche cosa di tondo
e di bianco, che somigliava tutto a un uovo di gallina. Spiccare un salto e
gettarvisi sopra, fu un punto solo. Era un uovo davvero.
La gioia del burattino è impossibile descriverla: bisogna sapersela figurare.
Credendo quasi che fosse un sogno, si rigirava quest'uovo fra le mani, e lo
toccava e lo baciava, e baciandolo diceva:
- E ora come dovrò cuocerlo? Ne farò una frittata?... No, è meglio cuocerlo
nel piatto!... O non sarebbe più saporito se lo friggessi in padella? O se
invece lo cuocessi a uso uovo da bere? No, la più lesta di tutte è di cuocerlo
nel piatto o nel tegamino: ho troppa voglia di mangiarmelo! Detto fatto, pose un
tegamino sopra un caldano pieno di brace accesa: messe nel tegamino, invece
d'olio o di burro, un po' d'acqua: e quando l'acqua principiò a fumare, tac!;..
spezzò il guscio dell'uovo, e fece l'atto di scodellarvelo dentro.
Ma invece della chiara e del torlo, scappò fuori un pulcino tutto allegro e
complimentoso, il quale, facendo una bella riverenza, disse:
- Mille grazie, signor Pinocchio, d'avermi risparmiata la fatica di rompere il
guscio! Arrivedella, stia bene e tanti saluti a casa!
Ciò detto distese le ali e, infilata la finestra che era aperta, se ne volò
via a perdita d'occhio.
Il povero burattino rimase lì, come incantato, cogli occhi fissi, colla bocca
aperta e coi gusci delI'uovo in mano. Riavutosi, peraltro, dal primo
sbigottimento, cominciò a piangere, a strillare, a battere i piedi in terra,
per la disperazione, e piangendo diceva:
- Eppure il Grillo-parlante aveva ragione! Se non fossi scappato di casa e se il
mio babbo fosse qui, ora non mi troverei a morire di fame! Oh! che brutta
malattia che è la fame!...
E perché il corpo gli seguitava a brontolare più che mai, e non sapeva come
fare a chetarlo, pensò di uscir di casa e di dare una scappata al paesello
vicino, nella speranza di trovare qualche persona caritatevole che gli avesse
fatto l'elemosina di un po' di pane.
Pinocchio si addormenta coi piedi sul caldano, e la mattina dopo si sveglia coi piedi tutti bruciati.
Per l'appunto era una nottataccia d'inferno. Tuonava forte forte, lampeggiava
come se il cielo pigliasse fuoco, e un ventaccio freddo e strapazzone,
fischiando rabbiosamente e sollevando un immenso nuvolo di polvere, faceva
stridere e cigolare tutti gli alberi della campagna. Pinocchio aveva una gran
paura dei tuoni e dei lampi: se non che la fame era più forte della paura:
motivo per cui accostò l'uscio di casa, e presa la carriera, in un centinaio di
salti arrivò fino al paese, colla lingua fuori e col fiato grosso, come un cane
da caccia.
Ma trova tutto buio e tutto deserto. Le botteghe erano chiuse; le porte di casa
chiuse; le finestre chiuse; e nella strada nemmeno un cane. Pareva il paese dei
morti.
Allora Pinocchio, preso dalla disperazione e dalla fame, si attaccò al
campanello d'una casa, e cominciò a suonare a distesa, dicendo dentro di sé:
- Qualcuno si affaccierà.
Difatti si affacciò un vecchino, col berretto da notte in capo, il quale gridò
tutto stizzito:
- Che cosa volete a quest'ora?
- Che mi fareste il piacere di darmi un po' di pane?
- Aspettami costì che torno subito, - rispose il vecchino, credendo di aver da
fare con qualcuno di quei ragazzacci rompicollo che si divertono di notte a
suonare i campanelli delle case, per molestare la gente per bene, che se la
dorme tranquillamente.
Dopo mezzo minuto la finestra si riaprì e la voce del solito vecchino gridò a
Pinocchio:
- Fatti sotto e para il cappello.
Pinocchio si levò subito il suo cappelluccio; ma mentre faceva l'atto di
pararlo, sentì pioversi addosso un'enorme catinellata d'acqua che lo annaffiò
tutto dalla testa ai piedi, come se fosse un vaso di giranio appassito.
Tornò a casa bagnato come un pulcino e rifinito dalla stanchezza e dalla fame e
perché non aveva più forza di reggersi ritto, si pose a sedere, appoggiando i
piedi fradici e impillaccherati sopra un caldano pieno di brace accesa.
E lì si addormentò; e nel dormire, i piedi che erano di legno, gli presero
fuoco e adagio adagio gli si carbonizzarono e diventarono cenere.
E Pinocchio seguitava a dormire e a russare, come se i suoi piedi fossero quelli
d'un altro. Finalmente sul far del giorno si svegliò, perché qualcuno aveva
bussato alla porta.
- Chi è? - domandò sbadigliando e stropicciandosi gli occhi.
- Sono io, - rispose una voce.
Quella voce era la voce di Geppetto.
Geppetto torna a casa, rifà i piedi al burattino e gli dà la colazione che il pover'uomo aveva portata con sé.
Il povero Pinocchio, che aveva sempre gli occhi fra il sonno, non s'era
ancora avvisto dei piedi, che gli si erano tutti bruciati: per cui appena sentì
la voce di suo padre, schizzò giù dallo sgabello per correre a tirare il
paletto; ma invece, dopo due o tre traballoni, cadde di picchio tutto lungo
disteso sul pavimento.
E nel battere in terra fece lo stesso rumore, che avrebbe fatto un sacco di
mestoli. cascato da un quinto piano.
- Aprimi! - intanto gridava Geppetto dalla strada.
- Babbo mio, non posso, - rispondeva il burattino piangendo e ruzzolandosi per
terra.
- Perché non puoi?
- Perché mi hanno mangiato i piedi.
- E chi te li ha mangiati?
- Il gatto, - disse Pinocchio, vedendo il gatto che colle zampine davanti si
divertiva a far ballare alcuni trucioli di legno.
- Aprimi, ti dico! - ripetè Geppetto, - se no quando vengo in casa, il gatto te
lo do io!
- Non posso star ritto, credetelo. O povero me! povero me che mi toccherà a
camminare coi ginocchi per tutta la vita!...
Geppetto, credendo che tutti questi piagnistei fossero un'altra monelleria del
burattino, pensò bene di farla finita, e arrampicatosi su per il muro, entrò
in casa dalla finestra.
Da principio voleva dire e voleva fare: ma poi quando vide il suo Pinocchio
sdraiato in terra e rimasto senza piedi davvero, allora sentì intenerirsi; e
presolo subito in collo, si dette a baciarlo e a fargli mille carezze e mille
moine, e, coi luccioloni che gli cascavano giù per le gote, gli disse
singhiozzando:
- Pinocchiuccio mio! Com'è che ti sei bruciato i piedi?
- Non lo so, babbo, ma credetelo che è stata una nottata d'inferno e me ne
ricorderò fin che campo. Tonava, balenava e io avevo una gran fame e allora il
Grillo-parlante mi disse: "Ti sta bene; sei stato cattivo, e te lo
meriti", e io gli dissi: "Bada, Grillo!...", e lui mi disse:
"Tu sei un burattino e hai la testa di legno" e io gli tirai un
martello di legno, e lui morì ma la colpa fu sua, perché io non volevo
ammazzarlo, prova ne sia che messi un tegamino sulla brace accesa del caldano,
ma il pulcino scappò fuori e disse: "Arrivedella... e tanti saluti a
casa" e la fame cresceva sempre, motivo per cui quel vecchino col berretto
da notte, affacciandosi alla finestra mi disse: "Fatti sotto e para il
cappello" e io con quella catinellata d'acqua sul capo, perché il chiedere
un po' di pane non è vergogna, non è vero? me ne tornai subito a casa, e
perché avevo sempre una gran fame, messi i piedi sul caldano per rasciugarmi, e
voi siete tornato, e me li sono trovati bruciati, e intanto la fame l'ho sempre
e i piedi non li ho più! Ih!... ih!... ih!... ih!...
E il povero Pinocchio cominciò a piangere e a berciare così forte, che lo
sentivano da cinque chilometri lontano.
Geppetto, che di tutto quel discorso arruffato aveva capito una cosa sola, cioè
che il burattino sentiva morirsi dalla gran fame, tirò fuori di tasca tre pere,
e porgendogliele, disse:
- Queste tre pere erano per la mia colazione: ma io te le do volentieri.
Mangiale, e buon pro ti faccia.
- Se volete che le mangi, fatemi il piacere di sbucciarle.
- Sbucciarle? - replicò Geppetto meravigliato.
- Non avrei mai creduto, ragazzo, mio, che tu fossi così boccuccia e così
schizzinoso di palato. Male! In questo mondo, fin da bambini, bisogna avvezzarsi
abboccati e a saper mangiare di tutto, perché non si sa mai quel che ci può
capitare. I casi son tanti!...
- Voi direte bene, - soggiunse Pinocchio, - ma io non mangerò mai una frutta,
che non sia sbucciata. Le bucce non le posso soffrire.
E quel buon uomo di Geppetto, cavato fuori un coltellino, e armatosi di santa
pazienza, sbucciò le tre pere, e pose tutte le bucce sopra un angolo della
tavola.
Quando Pinocchio in due bocconi ebbe mangiata la prima pera, fece l'atto di
buttar via il torsolo: ma Geppetto gli trattenne il braccio, dicendogli:
- Non lo buttar via: tutto in questo mondo può far comodo.
- Ma io il torsolo non lo mangio davvero!... - gridò il burattino, rivoltandosi
come una vipera.
- Chi lo sa! I casi son tanti!... - ripetè Geppetto, senza riscaldarsi.
Fatto sta che i tre torsoli, invece di essere gettati fuori dalla finestra,
vennero posati sull'angolo della tavola in compagnia delle bucce.
Mangiate o, per dir meglio, divorate le tre pere, Pinocchio fece un lunghissimo
sbadiglio e disse piagnucolando:
- Ho dell'altra fame!
- Ma io, ragazzo mio, non ho più nulla da darti.
- Proprio nulla, nulla?
- Ci avrei soltanto queste bucce e questi torsoli di pera.
- Pazienza! - disse Pinocchio, - se non c'è altro, mangerò una buccia.
E cominciò a masticare. Da principio storse un po' la bocca; ma poi, una dietro
l'altra, spolverò in un soffio tutte le bucce: e dopo le bucce, anche i
torsoli, e quand'ebbe finito di mangiare ogni cosa, si battè tutto contento le
mani sul corpo, e disse gongolando:
- Ora sì che sto bene!
- Vedi dunque, - osservò Geppetto, - che avevo ragione io quando ti dicevo che
non bisogna avvezzarsi né troppo sofistici né troppo delicati di palato. Caro
mio, non si sa mai quel che ci può capitare in questo mondo. I casi son
tanti!...
Geppetto rifa i piedi a Pinocchio e vende la propria casacca per comprargli l'Abbecedario.
Il burattino, appena che si fu levata la fame, cominciò subito a bofonchiare
e a piangere, perché voleva un paio di piedi nuovi.
Ma Geppetto, per punirlo della monelleria fatta lo lasciò piangere e disperarsi
per una mezza giornata: poi gli disse:
- E perché dovrei rifarti i piedi? Forse per vederti scappar di nuovo da casa
tua?
- Vi prometto, - disse il burattino singhiozzando, - che da oggi in poi sarò
buono...
- Tutti i ragazzi, - replicò Geppetto, - quando vogliono ottenere qualcosa,
dicono così.
- Vi prometto che anderò a scuola, studierò e mi farò onore...
- Tutti i ragazzi, quando vogliono ottenere qualcosa, ripetono la medesima
storia.
- Ma io non sono come gli altri ragazzi! Io sono più buono di tutti e dico
sempre la verità. Vi prometto, babbo, che imparerò un'arte e che sarò la
consolazione e il bastone della vostra vecchiaia.
Geppetto che, sebbene facesse il viso di tiranno, aveva gli occhi pieni di
pianto e il cuore grosso dalla passione di vedere il suo povero Pinocchio in
quello stato compassionevole, non rispose altre parole: ma, presi in mano gli
arnesi del mestiere e due pezzetti di legno stagionato, si pose a lavorare di
grandissimo impegno.
E in meno d'un'ora, i piedi erano bell'e fatti; due piedini svelti, asciutti e
nervosi, come se fossero modellati da un artista di genio.
Allora Geppetto disse al burattino:
- Chiudi gli occhi e dormi!
E Pinocchio chiuse gli occhi e fece finta di dormire. E nel tempo che si fingeva
addormentato, Geppetto con un po' di colla sciolta in un guscio d'uovo gli
appiccicò i due piedi al loro posto, e glieli appiccicò così bene, che non si
vedeva nemmeno il segno dell'attaccatura.
Appena il burattino si accorse di avere i piedi, saltò giù dalla tavola dove
stava disteso, e principiò a fare mille sgambetti e mille capriole, come se
fosse ammattito dalla gran contentezza.
- Per ricompensarvi di quanto avete fatto per me, - disse Pinocchio al suo
babbo, - voglio subito andare a scuola.
- Bravo ragazzo!
- Ma per andare a scuola ho bisogno d'un po' di vestito.
Geppetto, che era povero e non aveva in tasca nemmeno un centesimo, gli fece
allora un vestituccio di carta fiorita, un paio di scarpe di scorza di albero e
un berrettino di midolla di pane.
Pinocchio corse subito a specchiarsi in una catinella piena d'acqua e rimase
così contento di sé, che disse pavoneggiandosi:
- Paio proprio un signore!
- Davvero, - replicò Geppetto, - perché, tienlo a mente, non è il vestito
bello che fa il signore. ma è piuttosto il vestito pulito.
- A proposito, - soggiunse il burattino, - per andare alla scuola mi manca
sempre qualcosa: anzi mi manca il più e il meglio.
- Cioè?
- Mi manca l'Abbecedario.
- Hai ragione: ma come si fa per averlo?
- è facilissimo: si va da un libraio e si compra.
- E i quattrini?
- Io non ce l'ho.
- Nemmeno io, - soggiunse il buon vecchio, facendosi tristo.
E Pinocchio, sebbene fosse un ragazzo allegrissimo, si fece tristo anche lui:
perché la miseria, quando è miseria davvero, la intendono tutti: anche i
ragazzi.
- Pazienza! - gridò Geppetto tutt'a un tratto rizzandosi in piedi; e infilatasi
la vecchia casacca di fustagno, tutta toppe e rimendi, uscì correndo di casa.
Dopo poco tornò: e quando tornò aveva in mano l'Abbecedario per il figliuolo,
ma la casacca non l'aveva più. Il pover'uomo era in maniche di camicia, e fuori
nevicava.
- E la casacca, babbo?
- L'ho venduta.
- Perché l'avete venduta?
- Perché mi faceva caldo.
Pinocchio capì questa risposta a volo, e non potendo frenare l'impeto del suo
buon cuore, saltò al collo di Geppetto e cominciò a baciarlo per tutto il
viso.
Pinocchio vende l'Abbecedario per andare a vedere il teatrino dei burattini.
Smesso che fu di nevicare, Pinocchio col suo bravo Abbecedario nuovo sotto il
braccio, prese la strada che menava alla scuola: e strada facendo, fantasticava
nel suo cervellino mille ragionamenti e mille castelli in aria, uno più bello
dell'altro.
E discorrendo da sé solo diceva:
- Oggi, alla scuola, voglio subito imparare a leggere: domani poi imparerò a
scrivere e domani l'altro imparerò a fare i numeri. Poi, colla mia abilità,
guadagnerò molti quattrini e coi primi quattrini che mi verranno in tasca,
voglio subito fare al mio babbo una bella casacca di panno.
Ma che dico di panno? Gliela voglio fare tutta d'argento e d'oro, e coi bottoni
di brillanti. E quel pover'uomo se la merita davvero: perché, insomma, per
comprarmi i libri e per farmi istruire, è rimasto in maniche di camicia... a
questi freddi! Non ci sono che i babbi che sieno capaci di certi sacrifizi!...
Mentre tutto commosso diceva così gli parve di sentire in lontananza una musica
di pifferi e di colpi di grancassa: pì pì pì zum, zum, zum, zum.
Si fermò e stette in ascolto. Quei suoni venivano di fondo a una lunghissima
strada traversa, che conduceva a un piccolo paesetto fabbricato sulla spiaggia
del mare.
- Che cosa sia questa musica? Peccato che io debba andare a scuola, se no...
E rimase lì perplesso. A ogni modo, bisognava prendere una risoluzione: o a
scuola, o a sentire i pifferi.
- Oggi anderò a sentire i pifferi, e domani a scuola: per andare a scuola c'è
sempre tempo, - disse finalmente quel monello facendo una spallucciata.
Detto fatto, infilò giù per la strada traversa, e cominciò a correre a gambe.
Più correva e più sentiva distinto il suono dei pifferi e dei tonfi della
grancassa: pì pì
pì.. zum, zum, zum, zum.
Quand'ecco che si trovò in mezzo a una piazza tutta piena di gente, la quale si
affollava intorno a un gran baraccone di legno e di tela dipinta di mille
colori.
- Che cos'è quel baraccone? - domandò Pinocchio, voltandosi a un ragazzetto
che era lì del paese.
- Leggi il cartello, che c'è scritto, e lo saprai.
- Lo leggerei volentieri, ma per l'appunto oggi non so leggere.
- Bravo bue! Allora te lo leggerò io. Sappi dunque che in quel cartello a
lettere rosse come il fuoco c'è scritto: GRAN TEATRO DEI BURATTINI...
- è molto che è incominciata la commedia?
- Comincia ora.
- E quanto si spende per entrare?
- Quattro soldi.
Pinocchio, che aveva addosso la febbre della curiosità, perse ogni ritegno, e
disse senza vergognarsi al ragazzetto, col quale parlava:
- Mi daresti quattro soldi fino a domani?
- Te li darei volentieri, - gli rispose l'altro canzonandolo, - ma oggi per
l'appunto non te li posso dare.
- Per quattro soldi, ti vendo la mia giacchetta, - gli disse allora il
burattino.
- Che vuoi che mi faccia di una giacchetta di carta fiorita? Se ci piove su, non
c'è più verso di cavartela da dosso.
- Vuoi comprare le mie scarpe?
- Sono buone per accendere il fuoco.
- Quanto mi dai del berretto?
- Bell'acquisto davvero! Un berretto di midolla di pane! C'è il caso che i topi
me lo vengano a mangiare in capo!
Pinocchio era sulle spine. Stava lì lì per fare un'ultima offerta: ma non
aveva coraggio; esitava, tentennava, pativa. Alla fine disse:
- Vuoi darmi quattro soldi di quest'Abbecedario nuovo?
- Io sono un ragazzo, e non compro nulla dai ragazzi, - gli rispose il suo
piccolo interlocutore, che aveva molto più giudizio di lui.
- Per quattro soldi l'Abbecedario lo prendo io, - gridò un rivenditore di panni
usati, che s'era trovato presente alla conversazione.
E il libro fu venduto lì sui due piedi. E pensare che quel pover'uomo di
Geppetto era rimasto a casa, a tremare dal freddo in maniche di camicia, per
comprare l'Abbecedario al figliuolo!
I burattini riconoscono il loro fratello Pinocchio e gli fanno una grandissima festa; ma sul più bello, esce fuori il burattinaio Mangiafoco, e Pinocchio corre il pericolo di fare una brutta fine.
Quando Pinocchio entrò nel teatrino delle marionette, accadde un fatto che
destò mezza rivoluzione.
Bisogna sapere che il sipario era tirato su e la commedia era già incominciata.
Sulla scena si vedevano Arlecchino e Pulcinella, che bisticciavano fra di loro
e, secondo il solito, minacciavano da un momento all'altro di scambiarsi un
carico di schiaffi e di bastonate.
La platea, tutta attenta, si mandava a male dalle grandi risate, nel sentire il
battibecco di quei due burattini, che gestivano e si trattavano d'ogni vitupero
con tanta verità, come se fossero proprio due animali ragionevoli e due persone
di questo mondo.
Quando all'improvviso, che è che non è, Arlecchino smette di recitare, e
voltandosi verso il pubblico e accennando colla mano qualcuno in fondo alla
platea, comincia a urlare in tono drammatico:
- Numi del firmamento! sogno o son desto? Eppure quello laggiù è Pinocchio!...
- è Pinocchio davvero! - grida Pulcinella.
- è: proprio lui! - strilla la signora Rosaura, facendo capolino di fondo alla
scena.
- è: Pinocchio! è Pinocchio! - urlano in coro tutti i burattini, uscendo a
salti fuori delle quinte.
è Pinocchio! è il nostro fratello Pinocchio! Evviva Pinocchio.
- Pinocchio, vieni quassù da me, - grida Arlecchino, - vieni a gettarti fra le
braccia dei tuoi fratelli di legno!
A questo affettuoso invito Pinocchio spicca un salto, e di fondo alla platea va
nei posti distinti; poi con un altro salto, dai posti distinti monta sulla testa
del direttore d'orchestra, e di lì schizza sul palcoscenico.
è: impossibile figurarsi gli abbracciamenti, gli strizzoni di collo, i
pizzicotti dell'amicizia e le zuccate della vera e sincera fratellanza, che
Pinocchio ricevè in mezzo a tanto arruffio dagli attori e dalle attrici di
quella compagnia drammatico-vegetale.
Questo spettacolo era commovente, non c'è che dire: ma il pubblico della
platea, vedendo che la commedia non andava più avanti, s'impazientì e prese a
gridare:
- Vogliamo la commedia, vogliamo la commedia!
Tutto fiato buttato via, perché i burattini, invece di continuare la recita,
raddoppiarono il chiasso e le grida, e, postosi Pinocchio sulle spalle, se lo
portarono in trionfo davanti ai lumi della ribalta.
Allora uscì fuori il burattinaio, un omone così brutto, che metteva paura
soltanto a guardarlo. Aveva una barbaccia nera come uno scarabocchio
d'inchiostro, e tanto lunga che gli scendeva dal mento fino a terra: basta dire
che, quando camminava, se la pestava coi piedi. La sua bocca era larga come un
forno, i suoi occhi parevano due lanterne di vetro rosso, col lume acceso di
dietro, e con le mani faceva schioccare una grossa frusta, fatta di serpenti e
di code di volpe attorcigliate insieme.
All'apparizione inaspettata del burattinaio, ammutolirono tutti: nessuno fiatò
più. Si sarebbe sentito volare una mosca. Quei poveri burattini, maschi e
femmine, tremavano tutti come tante foglie.
- Perché sei venuto a mettere lo scompiglio nel mio teatro? - domandò il
burattinaio a Pinocchio, con un vocione d'Orco gravemente infreddato di testa.
- La creda, illustrissimo, che la colpa non è stata mia!...
- Basta cosi! Stasera faremo i nostri conti.
Difatti, finita la recita della commedia, il burattinaio andò in cucina,
dov'egli s'era preparato per cena un bel montone, che girava lentamente infilato
nello spiedo. E perché gli mancavano la legna per finirlo di cuocere e di
rosolare, chiamò Arlecchino e Pulcinella e disse loro:
- Portatemi di qua quel burattino che troverete attaccato al chiodo. Mi pare un
burattino fatto di un legname molto asciutto, e sono sicuro che, a buttarlo sul
fuoco, mi darà una bellissima fiammata all'arrosto.
Arlecchino e Pulcinella da principio esitarono; ma impauriti da un'occhiataccia
del loro padrone, obbedirono: e dopo poco tornarono in cucina, portando sulle
braccia il povero Pinocchio, il quale, divincolandosi come un'anguilla fuori
dell'acqua, strillava disperatamente:
- Babbo mio, salvatemi! Non voglio morire, non voglio morire!...
Mangiafoco starnutisce e perdona a Pinocchio, il quale poi difende dalla morte il suo amico Arlecchino.
Il burattinaio Mangiafoco che (questo era il suo nome) pareva un uomo
spaventoso, non dico di no, specie con quella sua barbaccia nera che, a uso
grembiale, gli copriva tutto il petto e tutte le gambe; ma nel fondo poi non era
un cattiv'uomo. Prova ne sia che quando vide portarsi davanti quel povero
Pinocchio, che si dibatteva per ogni verso, urlando "Non voglio morire, non
voglio morire!", principiò subito a commuoversi e a impietosirsi e, dopo
aver resistito un bel pezzo, alla fine non ne poté più, e lasciò andare un
sonorissimo starnuto.
A quello starnuto, Arlecchino, che fin allora era stato afflitto e ripiegato
come un salcio piangente, si fece tutto allegro in viso, e chinatosi verso
Pinocchio, gli bisbigliò sottovoce:
- Buone nuove, fratello. Il burattinaio ha starnutito, e questo è segno che
s'è mosso a compassione per te, e oramai sei salvo.
Perché bisogna sapere che, mentre tutti gli uomini, quando si sentono
impietositi per qualcuno, o piangono o per lo meno fanno finta di rasciugarsi
gli occhi, Mangiafoco, invece, ogni volta che s'inteneriva davvero, aveva il
vizio di starnutire. Era un modo come un altro, per dare a conoscere agli altri
la sensibilità del suo cuore.
Dopo aver starnutito, il burattinaio, seguitando a fare il burbero, gridò a
Pinocchio:
- Finiscila di piangere! I tuoi lamenti mi hanno messo un'uggiolina in fondo
allo stomaco... Sento uno spasimo, che quasi quasi...
Etcì etcì - e fece altri due starnuti.
- Felicità! - disse Pinocchio.
- Grazie! E il tuo babbo e la tua mamma sono sempre vivi? - gli domandò
Mangiafoco.
- Il babbo, sì la mamma non l'ho mai conosciuta.
- Chi lo sa che dispiacere sarebbe per il tuo vecchio padre, se ora ti facessi
gettare fra quei carboni ardenti! Povero vecchio! lo compatisco!.. Etcì etcì
etcì - e fece altri tre starnuti.
- Felicità! - disse Pinocchio.
- Grazie! Del resto bisogna compatire anche me, perché, come vedi, non ho più
legna per finire di cuocere quel montone arrosto, e tu, dico la verità, in
questo caso mi avresti fatto un gran comodo! Ma oramai mi sono impietosito e ci
vuol pazienza. Invece di te, metterò a bruciare sotto lo spiedo qualche
burattino della mia Compagnia... Olà, giandarmi!
A questo comando comparvero subito due giandarmi di legno, lunghi lunghi, secchi
secchi, col cappello a lucerna in testa e colla sciabola sfoderata in mano.
Allora il burattinaio disse loro con voce rantolosa:
- Pigliatemi lì quell'Arlecchino, legatelo ben bene, e poi gettatelo a bruciare
sul fuoco. Io voglio che il mio montone sia arrostito bene!
Figuratevi il povero Arlecchino! Fu tanto il suo spavento, che le gambe gli si
ripiegarono e cadde bocconi per terra.
Pinocchio, alla vista di quello spettacolo straziante, andò a gettarsi ai piedi
del burattinaio e piangendo dirottamente e bagnandogli di lacrime tutti i peli
della lunghissima barba, cominciò a dire con voce supplichevole:
- Pietà, signor Mangiafoco!...
- Qui non ci son signori! - replicò duramente il burattinaio.
- Pietà, signor Cavaliere!...
- Qui non ci son cavalieri!
- Pietà, signor Commendatore!...
- Qui non ci son commendatori!
- Pietà, Eccellenza!...
A sentirsi chiamare Eccellenza il burattinaio fece subito il bocchino tondo, e
diventato tutt'a un tratto più umano e più trattabile, disse a Pinocchio:
- Ebbene, che cosa vuoi da me?
- Vi domando grazia per il povero Arlecchino!...
- Qui non c'è grazia che tenga. Se ho risparmiato te, bisogna che faccia
mettere sul fuoco lui, perché io voglio che il mio montone sia arrostito bene.
- In questo caso, - gridò fieramente Pinocchio, rizzandosi e gettando via il
suo berretto di midolla di pane, - in questo caso conosco qual è il mio dovere.
Avanti, signori giandarmi! Legatemi e gettatemi là fra quelle fiamme. No, non
è giusta che il povero Arlecchino, il vero amico mio, debba morire per me!...
Queste parole, pronunziate con voce alta e con accento eroico, fecero piangere
tutti i burattini che erano presenti a quella scena. Gli stessi giandarmi,
sebbene fossero di legno, piangevano come due agnellini di latte.
Mangiafoco, sul principio, rimase duro e immobile come un pezzo di ghiaccio: ma
poi, adagio adagio, cominciò anche lui a commuoversi e a starnutire. E fatti
quattro o cinque starnuti, aprì affettuosamente le braccia e disse a Pinocchio:
- Tu sei un gran bravo ragazzo! Vieni qua da me e dammi un bacio.
Pinocchio corse subito, e arrampicandosi come uno scoiattolo su per la barba del
burattinaio, andò a posargli un bellissimo bacio sulla punta del naso.
- Dunque la grazia è fatta? - domandò il povero Arlecchino, con un fil di voce
che si sentiva appena.
- La grazia è fatta! - rispose Mangiafoco: poi soggiunse sospirando e
tentennando il capo: - Pazienza! Per questa sera mi rassegnerò a mangiare il
montone mezzo crudo, ma un'altra volta, guai a chi toccherà!...
Alla notizia della grazia ottenuta, i burattini corsero tutti sul palcoscenico
e, accesi i lumi e i lampadari come in serata di gala, cominciarono a saltare e
a ballare. Era l'alba e ballavano sempre.
Il burattinaio Mangiafoco regala cinque monete d'oro a Pinocchio, perché le porti al suo babbo Geppetto: e Pinocchio, invece, si lascia abbindolare dalla Volpe e dal Gatto e se ne va con loro.
Il giorno dipoi Mangiafoco chiamò in disparte Pinocchio e gli domandò:
- Come si chiama tuo padre?
- Geppetto.
- E che mestiere fa?
- Il povero.
- Guadagna molto?
- Guadagna tanto, quanto ci vuole per non aver mai un centesimo in tasca. Si
figuri che per comprarmi l'Abbecedario della scuola dovè vendere l'unica
casacca che aveva addosso: una casacca che, fra toppe e rimendi, era tutta una
piaga.
- Povero diavolo! Mi fa quasi compassione. Ecco qui cinque monete d'oro. Vai
subito a portargliele e salutalo tanto da parte mia.
Pinocchio, com'è facile immaginarselo, ringraziò mille volte il burattinaio,
abbracciò, a uno a uno, tutti i burattini della Compagnia, anche i giandarmi: e
fuori di sé dalla contentezza, si mise in viaggio per tornarsene a casa sua.
Ma non aveva fatto ancora mezzo chilometro, che incontrò per la strada una
Volpe zoppa da un piede e un Gatto cieco da tutt'e due gli occhi, che se ne
andavano là là, aiutandosi fra di loro, da buoni compagni di sventura. La
Volpe che era zoppa, camminava appoggiandosi al Gatto: e il Gatto, che era
cieco, si lasciava guidare dalla Volpe.
- Buon giorno, Pinocchio, - gli disse la Volpe, salutandolo garbatamente.
- Com'è che sai il mio nome? - domandò il burattino.
- Conosco bene il tuo babbo.
- Dove l'hai veduto?
- L'ho veduto ieri sulla porta di casa sua.
- E che cosa faceva?
- Era in maniche di camicia e tremava dal freddo.
- Povero babbo! Ma, se Dio vuole, da oggi in poi non tremerà più!...
- Perché?
- Perché io sono diventato un gran signore.
- Un gran signore tu? - disse la Volpe, e cominciò a ridere di un riso sguaiato
e canzonatore: e il Gatto rideva anche lui, ma per non darlo a vedere, si
pettinava i baffi colle zampe davanti.
- C'è poco da ridere, - gridò Pinocchio impermalito. - Mi dispiace davvero di
farvi venire l'acquolina in bocca, ma queste qui, se ve ne intendete, sono
cinque bellissime monete d'oro.
E tirò fuori le monete avute in regalo da Mangiafoco.
Al simpatico suono di quelle monete la Volpe, per un moto involontario, allungò
la gamba che pareva rattrappita, e il Gatto spalancò tutt'e due gli occhi, che
parvero due lanterne verdi: ma poi li richiuse subito, tant'è vero che
Pinocchio non si accorse di nulla.
- E ora, - gli domandò la Volpe, - che cosa vuoi farne di codeste monete?
- Prima di tutto, - rispose il burattino, - voglio comprare per il mio babbo una
bella casacca nuova, tutta d'oro e d'argento e coi bottoni di brillanti: e poi
voglio comprare un Abbecedario per me.
- Per te?
- Davvero: perché voglio andare a scuola e mettermi a studiare a buono.
- Guarda me! - disse la Volpe. - Per la passione sciocca di studiare ho perduto
una gamba.
- Guarda me! - disse il Gatto. - Per la passione sciocca di studiare ho perduto
la vista di tutti e due gli occhi.
In quel mentre un Merlo bianco, che se ne stava appollaiato sulla siepe della
strada, fece il solito verso e disse:
- Pinocchio, non dar retta ai consigli dei cattivi compagni: se no, te ne
pentirai!
Povero Merlo, non l'avesse mai detto! Il Gatto, spiccando un gran salto, gli si
avventò addosso, e senza dargli nemmeno il tempo di dire ohi se lo mangiò in
un boccone, con le penne e tutto.
Mangiato che l'ebbe e ripulitasi la bocca, chiuse gli occhi daccapo e
ricominciò a fare il cieco, come prima.
- Povero Merlo! - disse Pinocchio al Gatto, - perché l'hai trattato così male?
- Ho fatto per dargli una lezione. Così un'altra volta imparerà a non metter
bocca nei discorsi degli altri.
Erano giunti più che a mezza strada, quando la Volpe, fermandosi di punto in
bianco, disse al burattino:
- Vuoi raddoppiare le tue monete d'oro?
- Cioè?
- Vuoi tu, di cinque miserabili zecchini, farne cento, mille, duemila?
- Magari! E la maniera?
- La maniera è facilissima. Invece di tornartene a casa tua, dovresti venire
con noi.
- E dove mi volete condurre?
- Nel paese dei Barbagianni.
Pinocchio ci pensò un poco, e poi disse risolutamente:
- No, non ci voglio venire. Oramai sono vicino a casa, e voglio andarmene a
casa, dove c'è il mio babbo che m'aspetta. Chi lo sa, povero vecchio, quanto ha
sospirato ieri, a non vedermi tornare. Pur troppo io sono stato un figliolo
cattivo, e il Grillo-parlante aveva ragione quando diceva: "I ragazzi
disobbedienti non possono aver bene in questo mondo". E io l'ho provato a
mie spese, Perché mi sono capitate dimolte disgrazie, e anche ieri sera in casa
di Mangiafoco, ho corso pericolo... Brrr! mi viene i bordoni soltanto a
pensarci!
- Dunque, - disse la Volpe, - vuoi proprio andare a casa tua? Allora vai pure, e
tanto peggio per te!
- Tanto peggio per te! - ripetè il Gatto.
- Pensaci bene, Pinocchio, perché tu dai un calcio alla fortuna.
- Alla fortuna! - ripetè il Gatto.
- I tuoi cinque zecchini, dall'oggi al domani sarebbero diventati duemila.
- Duemila! - ripetè il Gatto.
- Ma com'è mai possibile che diventino tanti? - domandò Pinocchio, restando a
bocca aperta dallo stupore.
- Te lo spiego subito, - disse la Volpe. - Bisogna sapere che nel paese dei
Barbagianni c'è un campo benedetto, chiamato da tutti il Campo dei miracoli. Tu
fai in questo campo una piccola buca e ci metti dentro per esempio uno zecchino
d'oro. Poi ricuopri la buca con un po' di terra: l'annaffi con due secchie
d'acqua di fontana, ci getti sopra una presa di sale, e la sera te ne vai
tranquillamente a letto. Intanto, durante la notte, lo zecchino germoglia e
fiorisce, e la mattina dopo, di levata, ritornando nel campo, che cosa trovi?
Trovi un bell'albero carico di tanti zecchini d'oro, quanti chicchi di grano
può avere una bella spiga nel mese di giugno.
- Sicché dunque, - disse Pinocchio sempre più sbalordito, - se io sotterrassi
in quel campo i miei cinque zecchini, la mattina dopo quanti zecchini ci
troverei?
- è un conto facilissimo, - rispose la Volpe, - un conto che puoi farlo sulla
punta delle dita. Poni che ogni zecchino ti faccia un grappolo di cinquecento
zecchini: moltiplica il cinquecento per cinque e la mattina dopo ti trovi in
tasca duemila cinquecento zecchini lampanti e sonanti.
- Oh che bella cosa! - gridò Pinocchio, ballando dall'allegrezza. - Appena che
questi zecchini gli avrò raccolti, ne prenderò per me duemila e gli altri
cinquecento di più li darò in regalo a voi altri due.
- Un regalo a noi? - gridò la Volpe sdegnandosi e chiamandosi offesa. - Dio te
ne liberi!
- Te ne liberi! - ripetè il Gatto.
- Noi, - riprese la Volpe, - non lavoriamo per il vile interesse: noi lavoriamo
unicamente per arricchire gli altri.
- Gli altri! - ripetè il Gatto.
- Che brave persone! - pensò dentro di sé Pinocchio: e dimenticandosi lì sul
tamburo, del suo babbo, della casacca nuova, dell'Abbecedario e di tutti i buoni
proponimenti fatti, disse alla Volpe e al Gatto:
- Andiamo pure. Io vengo con voi.
L'osteria del Gambero Rosso.
Cammina, cammina, cammina, alla fine sul far della sera arrivarono stanchi
morti all'osteria del Gambero Rosso.
- Fermiamoci un po' qui, - disse la Volpe, - tanto per mangiare un boccone e per
riposarci qualche ora. A mezzanotte poi ripartiremo per essere domani, all'alba,
nel Campo dei miracoli.
Entrati nell'osteria, si posero tutti e tre a tavola: ma nessuno di loro aveva
appetito.
Il povero Gatto, sentendosi gravemente indisposto di stomaco, non poté mangiare
altro che trentacinque triglie con salsa di pomodoro e quattro porzioni di
trippa alla parmigiana: e perché la trippa non gli pareva condita abbastanza,
si rifece tre volte a chiedere il burro e il formaggio grattato!
La Volpe avrebbe spelluzzicato volentieri qualche cosa anche lei: ma siccome il
medico le aveva ordinato una grandissima dieta, così dovè contentarsi di una
semplice lepre dolce e forte con un leggerissimo contorno di pollastre
ingrassate e di galletti di primo canto. Dopo la lepre si fece portare per
tornagusto un cibreino di pernici, di starne, di conigli, di ranocchi, di
lucertole e d'uva paradisa; e poi non volle altro. Aveva tanta nausea per il
cibo, diceva lei, che non poteva accostarsi nulla alla bocca.
Quello che mangiò meno di tutti fu Pinocchio. Chiese uno spicchio di noce e un
cantuccino di pane, e lasciò nel piatto ogni cosa. Il povero figliuolo col
pensiero sempre fisso al Campo dei miracoli, aveva preso un'indigestione
anticipata di monete d'oro.
Quand'ebbero cenato, la Volpe disse all'oste:
- Dateci due buone camere, una per il signor Pinocchio e un'altra per me e per
il mio compagno. Prima di ripartire schiacceremo un sonnellino. Ricordatevi
però che a mezzanotte vogliamo essere svegliati per continuare il nostro
viaggio.
- Sissignori, - rispose l'oste e strizzò l'occhio alla Volpe e al Gatto, come
dire: "Ho mangiata la foglia e ci siamo intesi!...".
Appena che Pinocchio fu entrato nel letto, si addormentò a colpo e principiò a
sognare. E sognando gli pareva di essere in mezzo a un campo, e questo campo era
pieno di arboscelli carichi di grappoli, e questi grappoli erano carichi di
zecchini d'oro che, dondolandosi mossi dal vento, facevano zin, zin, zin, quasi
volessero dire: "Chi ci vuole venga a prenderci". Ma quando Pinocchio
fu sul più bello, quando, cioè, allungò la mano per prendere a manciate tutte
quelle belle monete e mettersele in tasca, si trovò svegliato all'improvviso da
tre violentissimi colpi dati nella porta di camera.
Era l'oste che veniva a dirgli che la mezzanotte era suonata.
- E i miei compagni sono pronti? - gli domandò il burattino.
- Altro che pronti! Sono partiti due ore fa.
- Perché mai tanta fretta?
- Perché il Gatto ha ricevuto un'imbasciata, che il suo gattino maggiore,
malato di geloni ai piedi, stava in pericolo di vita.
- E la cena l'hanno pagata?
- Che vi pare? Quelle lì sono persone troppo educate perché facciano un
affronto simile alla signoria vostra.
- Peccato! Quest'affronto mi avrebbe fatto tanto piacere! - disse Pinocchio,
grattandosi il capo. Poi domandò:
- E dove hanno detto di aspettarmi quei buoni amici?
- Al Campo dei miracoli, domattina, allo spuntare del giorno.
Pinocchio pagò uno zecchino per la cena sua e per quella dei suoi compagni, e
dopo partì.
Ma si può dire che partisse a tastoni, perché fuori dell'osteria c'era un buio
così buio, che non ci si vedeva da qui a lì. Nella campagna all'intorno non si
sentiva alitare una foglia. Solamente alcuni uccellacci notturni, traversando la
strada da una siepe all'altra, venivano a sbattere le ali sul naso di Pinocchio,
il quale, facendo un salto indietro per la paura, gridava: - Chi va là? - e
l'eco delle colline circostanti ripeteva in lontananza: - Chi va là? chi va
là? chi va là?
Intanto, mentre camminava, vide sul tronco di un albero un piccolo animaletto
che riluceva di una luce pallida e opaca, come un lumino da notte dentro una
lampada di porcellana trasparente.
- Chi sei? - gli domandò Pinocchio.
- Sono l'ombra del Grillo-parlante, - rispose l'animaletto, con una vocina fioca
fioca, che pareva venisse dal mondo di là.
- Che vuoi da me? - disse il burattino.
- Voglio darti un consiglio. Ritorna indietro e porta i quattro zecchini, che ti
sono rimasti, al tuo povero babbo che piange e si dispera per non averti più
veduto.
- Domani il mio babbo sarà un gran signore, perché questi quattro zecchini
diventeranno duemila.
- Non ti fidare, ragazzo mio, di quelli che promettono di farti ricco dalla
mattina alla sera. Per il solito, o sono matti o imbroglioni! Dai retta a me,
ritorna indietro.
- E io, invece, voglio andare avanti.
- L'ora è tarda!...
- Voglio andare avanti.
- La nottata è scura...
- Voglio andare avanti.
- La strada è pericolosa...
- Voglio andare avanti.
- Ricordati che i ragazzi che vogliono fare di loro capriccio e a modo loro,
prima o poi se ne pentono.
- Le solite storie. Buona notte, Grillo.
- Buona notte, Pinocchio, e che il cielo ti salvi dalla guazza e dagli
assassini!
Appena dette queste ultime parole, il Grillo-parlante si spense a un tratto,
come si spenge un lume soffiandoci sopra, e la strada rimase più buia di prima.
Pinocchio, per non aver dato retta ai buoni consigli del Grillo-parlante,
s'imbatte negli assassini.
- Davvero, - disse fra sé il burattino rimettendosi in viaggio, - come siamo
disgraziati noialtri poveri ragazzi! Tutti ci sgridano, tutti ci ammoniscono,
tutti ci danno consigli. A lasciarli dire, tutti si metterebbero in capo di
essere i nostri babbi e i nostri maestri; tutti: anche i Grilli-parlanti. Ecco
qui: perché io non ho voluto dar retta a quell'uggioso di Grillo, chi lo sa
quante disgrazie, secondo lui, mi dovrebbero accadere! Dovrei incontrare anche
gli assassini! Meno male che agli assassini io non ci credo, né ci ho creduto
mai. Per me gli assassini sono stati inventati apposta dai babbi, per far paura
ai ragazzi che vogliono andare fuori la notte. E poi se anche li trovassi qui
sulla strada, mi darebbero forse soggezione? Neanche per sogno. Anderei loro sul
viso, gridando: "Signori assassini, che cosa vogliono da me? Si rammentino
che con me non si scherza! Se ne vadano dunque per i fatti loro, e zitti!".
A questa parlantina fatta sul serio, quei poveri assassini, mi par di vederli,
scapperebbero via come il vento. Caso poi fossero tanto ineducati da non voler
scappare, allora scapperei io, e così la farei finita...
Ma Pinocchio non poté finire il suo ragionamento, perché in quel punto gli
parve di sentire dietro di sé un leggerissimo fruscio di foglie.
Si voltò a guardare e vide nel buio due figuracce nere tutte imbacuccate in due
sacchi da carbone, le quali correvano dietro a lui a salti e in punta di piedi,
come se fossero due fantasmi.
- Eccoli davvero! - disse dentro di sé: e non sapendo dove nascondere i quattro
zecchini, se li nascose in bocca e precisamente sotto la lingua.
Poi si provò a scappare. Ma non aveva ancor fatto il primo passo, che sentì
agguantarsi per le braccia e intese due voci orribili e cavernose, che gli
dissero:
- O la borsa o la vita!
Pinocchio non potendo rispondere con le parole, a motivo delle monete che aveva
in bocca, fece mille salamelecchi e mille pantomime per dare ad intendere a quei
due incappati, di cui si vedevano soltanto gli occhi attraverso i buchi dei
sacchi, che lui era un povero burattino, e che non aveva in tasca nemmeno un
centesimo falso.
- Via, via! Meno ciarle e fuori i denari! - gridavano minacciosamente i due
briganti.
E ii burattino fece col capo e colle mani un segno come dire: "Non ne
ho".
- Metti fuori i denari o sei morto, - disse l'assassino più alto di statura.
- Morto! - ripetè l'altro.
- E dopo ammazzato te, ammazzeremo anche tuo padre!
- Anche tuo padre!
- No, no, no, il mio povero babbo no! - gridò Pinocchio con accento disperato:
ma nel gridare così, gli zecchini gli suonarono in bocca.
- Ah! furfante! Dunque i denari te li sei nascosti sotto la lingua? Sputali
subito!
E Pinocchio, duro!
- Ah! tu fai il sordo? Aspetta un poco, che penseremo noi a farteli sputare!
Difatti, uno di loro afferrò il burattino per la punta del naso e quell'altro
lo prese per la bazza, e lì cominciarono a tirare screanzatamente, uno per in
qua e l'altro per in là, tanto da costringerlo a spalancare la bocca: ma non ci
fu verso. La bocca del burattino pareva inchiodata e ribadita.
Allora l'assassino più piccolo di statura, cavato fuori un coltellaccio, provò
a conficcarglielo, a guisa di leva e di scalpello, fra le labbra: ma Pinocchio,
lesto come un lampo, gli azzannò la mano coi denti, e dopo avergliela con un
morso staccata di netto, la sputò; e figuratevi la sua maraviglia quando,
invece di una mano, si accorse di aver sputato in terra uno zampetto di gatto.
Incoraggiato da questa prima vittoria, si liberò a forza dalle unghie degli
assassini e, saltata la siepe della strada, cominciò a fuggire per la campagna.
E gli assassini a correre dietro a lui, come due cani dietro una lepre: e quello
che aveva perduto uno zampetto correva con una gamba sola, né si è saputo mai
come facesse.
Dopo una corsa di quindici chilometri, Pinocchio non ne poteva più. Allora,
vistosi perso, si arrampicò su per il fusto di un altissimo pino e si pose a
sedere in vetta ai rami. Gli assassini tentarono di arrampicarsi anche loro, ma
giunti a metà del fusto sdrucciolarono e, ricascando a terra, si spellarono le
mani e i piedi.
Non per questo si dettero per vinti: che anzi, raccolto un fastello di legna
secche a piè del pino, vi appiccarono il fuoco. In men che non si dice, il pino
cominciò a bruciare e a divampare, come una candela agitata dal vento.
Pinocchio, vedendo che le fiamme salivano sempre più, e non volendo far la fine
del piccione arrosto, spiccò un bel salto di vetta all'albero, e via a correre
daccapo attraverso ai campi e ai vigneti. E gli assassini dietro, sempre dietro,
senza stancarsi mai.
Intanto cominciava a baluginare il giorno e si rincorrevano sempre; quand'ecco
che Pinocchio si trovò sbarrato il passo da un fosso largo e profondissimo,
tutto pieno di acquaccia sudicia, color del caffè e latte. Che fare? "Una,
due, tre!" gridò il burattino, e slanciandosi con una gran rincorsa,
saltò dall'altra parte. E gli assassini saltarono anche loro, ma non avendo
preso bene la misura, patatunfete!... cascarono giù nel bel mezzo del fosso.
Pinocchio che sentì il tonfo e gli schizzi dell'acqua, urlò ridendo e
seguitando a correre:
- Buon bagno, signori assassini.
E già si figurava che fossero bell'e affogati, quando invece, voltandosi a
guardare, si accorse che gli correvano dietro tutti e due, sempre imbacuccati
nei loro sacchi e grondanti acqua come due panieri sfondati.
Gli assassini inseguono Pinocchio; e, dopo averlo raggiunto, lo impiccano a un
ramo della Quercia grande.
Allora il burattino, perdutosi d'animo, fu proprio sul punto di gettarsi in
terra e di darsi per vinto, quando nel girare gli occhi all'intorno vide fra
mezzo al verde cupo degli alberi biancheggiare in lontananza una casina candida
come la neve.
- Se io avessi tanto fiato da arrivare fino a quella casa, forse sarei salvo, -
disse dentro di sé.
E senza indugiare un minuto riprese a correre per il bosco a carriera distesa. E
gli assassini sempre dietro.
E dopo una corsa disperata di quasi due ore, finalmente tutto trafelato arrivò
alla porta di quella casina e bussò.
Nessuno rispose.
Tornò a bussare con maggior violenza, perché sentiva avvicinarsi il rumore dei
passi e il respiro grosso e affannoso dè suoi persecutori.
Lo stesso silenzio.
Avvedutosi che il bussare non giovava a nulla, cominciò per disperazione a dare
calci e zuccate nella porta. Allora si affacciò alla finestra una bella
bambina, coi capelli turchini e il viso bianco come un'immagine di cera, gli
occhi chiusi e le mani incrociate sul petto, la quale senza muovere punto le
labbra, disse con una vocina che pareva venisse dall'altro mondo:
- In questa casa non c'è nessuno. Sono tutti morti.
- Aprimi almeno tu! - gridò Pinocchio piangendo e raccomandandosi.
- Sono morta anch'io.
- Morta? e allora che cosa fai costì alla finestra?
- Aspetto la bara che venga a portarmi via.
Appena detto così, la bambina disparve, e la finestra si richiuse senza far
rumore.
- O bella bambina dai capelli turchini, - gridava Pinocchio, - aprimi per
carità! Abbi compassione di un povero ragazzo inseguito dagli assass...
Ma non poté finir la parola, perche sentì afferrarsi per il collo, e le solite
due vociaccie che gli brontolarono minacciosamente:
- Ora non ci scappi più!
Il burattino, vedendosi balenare la morte dinanzi agli occhi, fu preso da un
tremito così forte, che nel tremare, gli sonavano le giunture delle sue gambe
di legno e i quattro zecchini che teneva nascosti sotto la lingua.
- Dunque? - gli domandarono gli assassini, - vuoi aprirla la bocca,
sì o no? Ah! non rispondi?... Lascia fare: ché questa volta te la faremo aprir
noi!...
E cavato fuori due coltellacci lunghi lunghi e affilati come rasoi,
zaff... gli affibbiarono due colpi nel mezzo alle reni.
Ma il burattino per sua fortuna era fatto d'un legno durissimo, motivo per cui
le lame, spezzandosi, andarono in mille schegge e gli assassini rimasero col
manico dei coltelli in mano, a guardarsi in faccia.
- Ho capito, - disse allora uno di loro, - bisogna impiccarlo! Impicchiamolo!
- Impicchiamolo, - ripetè l'altro.
Detto fatto, gli legarono le mani dietro le spalle e passatogli un nodo scorsoio
intorno alla gola, lo attaccarono penzoloni al ramo di una grossa pianta detta
la Quercia grande.
Poi si posero là, seduti sull'erba, aspettando che il burattino facesse
l'ultimo sgambetto: ma il burattino, dopo tre ore, aveva sempre gli occhi
aperti, la bocca chiusa e sgambettava più che mai.
Annoiati finalmente di aspettare, si voltarono a Pinocchio e gli dissero
sghignazzando:
- Addio a domani. Quando domani torneremo qui, si spera che ci farai la
garbatezza di farti trovare bell'e morto e con la bocca spalancata.
E se ne andarono.
Intanto s'era levato un vento impetuoso di tramontana, che soffiando e
mugghiando con rabbia, sbatacchiava in qua e in là il povero impiccato,
facendolo dondolare violentemente come il battaglio di una campana che suona a
festa. E quel dondolio gli cagionava acutissimi spasimi, e il nodo scorsoio,
stringendosi sempre più alla gola, gli toglieva il respiro.
A poco a poco gli occhi gli si appannavano; e sebbene sentisse avvicinarsi la
morte, pure sperava sempre che da un momento all'altro sarebbe capitata qualche
anima pietosa a dargli aiuto. Ma quando, aspetta aspetta, vide che non compariva
nessuno, proprio nessuno, allora gli tornò in mente il suo povero babbo... e
balbettò quasi moribondo:
- Oh babbo mio! se tu fossi qui!...
E non ebbe fiato per dir altro. Chiuse gli occhi, aprì la bocca, stirò le
gambe e, dato un grande scrollone, rimase lì come intirizzito.
La bella Bambina dai capelli turchini fa raccogliere il burattino: lo mette a
letto, e chiama tre medici per sapere se sia vivo o morto.
In quel mentre che il povero Pinocchio impiccato dagli assassini a un ramo
della Quercia grande, pareva oramai più morto che vivo, la bella Bambina dai
capelli turchini si affacciò daccapo alla finestra, e impietositasi alla vista
di quell'infelice che, sospeso per il collo, ballava il trescone alle ventate di
tramontana, battè per tre volte le mani insieme, e fece tre piccoli colpi.
A questo segnale si sentì un gran rumore di ali che volavano con foga
precipitosa, e un grosso falco venne a posarsi sul davanzale della finestra.
- Che cosa comandate, mia graziosa Fata? - disse il Falco abbassando il becco in
atto di reverenza (perché bisogna sapere che la Bambina dai capelli turchini
non era altro, in fin dei conti, che una buonissima Fata, che da più di mill'anni
abitava nelle vicinanze di quel bosco):
- Vedi tu quel burattino attaccato penzoloni a un ramo della Quercia grande?
- Lo vedo.
- Orbene: vola subito laggiù: rompi col tuo fortissimo becco il nodo che lo
tiene sospeso in aria e posalo delicatamente sdraiato sull'erba a piè della
Quercia.
Il Falco volò via e dopo due minuti tornò dicendo:
- Quel che mi avete comandato, è fatto.
- E come l'hai trovato? Vivo o morto?
- A vederlo, pareva morto, ma non dev'essere ancora morto perbene, perché,
appena gli ho sciolto il nodo scorsoio che lo stringeva intorno alla gola, ha
lasciato andare un sospiro, balbettando a mezza voce: "Ora mi sento
meglio!".
Allora la Fata, battendo le mani insieme, fece due piccoli colpi, e apparve un
magnifico Can-barbone, che camminava ritto sulle gambe di dietro, tale e quale
come se fosse un uomo.
Il Can-barbone era vestito da cocchiere in livrea di gala. Aveva in capo un
nicchiettino a tre punte gallonato d'oro, una parrucca bianca coi riccioli che
gli scendevano giù per il collo, una giubba color di cioccolata coi bottoni di
brillanti e con due grandi tasche per tenervi gli ossi che gli regalava a pranzo
la padrona, un paio di calzoni corti di velluto cremisi, le calze di seta, gli
scarpini scollati, e di dietro una specie di fodera da ombrelli, tutta di raso
turchino, per mettervi dentro la coda, quando il tempo cominciava a piovere.
- Su da bravo, Medoro! - disse la Fata al Can-barbone; - Fai subito attaccare la
più bella carrozza della mia scuderia e prendi la via del bosco. Arrivato che
sarai sotto la Quercia grande, troverai disteso sull'erba un povero burattino
mezzo morto. Raccoglilo con garbo, posalo pari pari su i cuscini della carrozza
e portamelo qui. Hai capito?
Il Can-barbone, per fare intendere che aveva capito, dimenò tre o quattro volte
la fodera di raso turchino, che aveva dietro, e partì come un barbero.
Di lì a poco, si vide uscire dalla scuderia una bella carrozzina color
dell'aria, tutta imbottita di penne di canarino e foderata nell'interno di panna
montata e di crema coi savoiardi. La carrozzina era tirata da cento pariglie di
topini bianchi, e il Can-barbone, seduto a cassetta, schioccava la frusta a
destra e a sinistra, come un vetturino quand'ha paura di aver fatto tardi.
Non era ancora passato un quarto d'ora, che la carrozzina tornò, e la Fata, che
stava aspettando sull'uscio di casa, prese in collo il povero burattino, e
portatolo in una cameretta che aveva le pareti di madreperla, mandò subito a
chiamare i medici più famosi del vicinato.
E i medici arrivarono subito, uno dopo l'altro: arrivò, cioè, un Corvo, una
Civetta e un Grillo-parlante.
- Vorrei sapere da lor signori, - disse la Fata, rivolgendosi ai tre medici
riuniti intorno al letto di Pinocchio, - vorrei sapere da lor signori se questo
disgraziato burattino sia morto o vivo!...
A quest'invito, il Corvo, facendosi avanti per il primo, tastò il polso a
Pinocchio: poi gli tastò il naso, poi il dito mignolo dei piedi: e quand'ebbe
tastato ben bene, pronunziò solennemente queste parole:
- A mio credere il burattino è bell'e morto: ma se per disgrazia non fosse
morto, allora sarebbe indizio sicuro che è sempre vivo!
- Mi dispiace, - disse la Civetta, - di dover contraddire il Corvo, mio illustre
amico e collega: per me, invece, il burattino è sempre vivo; ma se per
disgrazia non fosse vivo, allora sarebbe segno che è morto davvero!
- E lei non dice nulla? - domandò la Fata al Grillo-parlante.
- Io dico che il medico prudente quando non sa quello che dice, la miglior cosa
che possa fare, è quella di stare zitto. Del resto quel burattino lì non m'è
fisonomia nuova: io lo conosco da un pezzo!...
Pinocchio, che fin allora era stato immobile come un vero pezzo di legno, ebbe
una specie di fremito convulso, che fece scuotere tutto il letto.
- Quel burattino lì, - seguitò a dire il Grillo-parlante, - è una birba
matricolata...
Pinocchio aprì gli occhi e li richiuse subito.
- è un monellaccio, uno svogliato, un vagabondo. Pinocchio si nascose la faccia
sotto i lenzuoli.
- Quel burattino lì è un figliuolo disubbidiente, che farà morire di
crepacuore il suo povero babbo!...
A questo punto si sentì nella camera un suono soffocato di pianti e di
singhiozzi. Figuratevi come rimasero tutti, allorché sollevati un poco i
lenzuoli, si accorsero che quello che piangeva e singhiozzava era Pinocchio.
- Quando il morto piange, è segno che è in via di guarigione, - disse
solennemente il Corvo.
- Mi duole di contraddire il mio illustre amico e collega, - soggiunse la
Civetta, - ma per me, quando il morto piange è segno che gli dispiace a morire.
Pinocchio mangia lo zucchero, ma non vuol purgarsi: Però quando vede i becchini
che vengono a portarlo via, allora si purga. Poi dice una bugia e per gastigo
gli cresce il naso.
Appena i tre medici furono usciti di camera, la Fata si accostò a Pinocchio
e, dopo averlo toccato sulla fronte, si accorse che era travagliato da un
febbrone da non si dire.
Allora sciolse una certa polverina bianca in un mezzo bicchier d'acqua, e
porgendolo al burattino, gli disse amorosamente:
- Bevila, e in pochi giorni sarai guarito.
Pinocchio guardò il bicchiere, storse un po' la bocca, e poi dimanda con voce
di piagnisteo:
- è dolce o amara?
- è amara, ma ti farà bene.
- Se è amara, non la voglio.
- Dà retta a me: bevila.
- A me l'amaro non mi piace.
- Bevila: e quando l'avrai bevuta, ti darò una pallina di zucchero, per rifarti
la bocca.
- Dov'è la pallina di zucchero?
- Eccola qui, - disse la Fata, tirandola fuori da una zuccheriera d'oro.
- Prima voglio la pallina di zucchero, e poi beverò quell'acquaccia amara...
- Me lo prometti?
- Sì...
La fata gli dette la pallina, e Pinocchio, dopo averla sgranocchiata e ingoiata
in un attimo, disse leccandosi i labbri:
- Bella cosa se anche lo zucchero fosse una medicina!... Mi purgherei tutti i
giorni.
- Ora mantieni la promessa e bevi queste poche gocciole d'acqua, che ti
renderanno la salute.
Pinocchio prese di mala voglia il bicchiere in mano e vi ficcò dentro la punta
del naso: poi se l'accostò alla bocca: poi tornò a ficcarci la punta del naso:
finalmente disse:
- è troppo amara! troppo amara! Io non la posso bere.
- Come fai a dirlo se non l'hai nemmeno assaggiata?
- Me lo figuro! L'ho sentita all'odore. Voglio prima un'altra pallina di
zucchero... e poi la beverò!...
Allora la Fata, con tutta la pazienza di una buona mamma, gli pose in bocca un
altro po' di zucchero; e dopo gli presentò daccapo il bicchiere.
- Così non la posso bere! - disse il burattino, facendo mille smorfie.
- Perché?
- Perché mi dà noia quel guanciale che ho laggiù sui piedi.
La Fata gli levò il guanciale.
- è inutile! Nemmeno così la posso bere...
- Che cos'altro ti dà noia?
- Mi dà noia l'uscio di camera, che è mezzo aperto.
La Fata andò e chiuse l'uscio di camera.
- Insomma, - gridò Pinocchio, dando in uno scoppio di pianto, - quest'acquaccia
amara, non la voglio bere, no, no, no!...
- Ragazzo mio, te ne pentirai...
- Non me n'importa...
- La tua malattia è grave...
- Non me n'importa...
- La febbre ti porterà in poche ore all'altro mondo...
- Non me n'importa...
- Non hai paura della morte?
- Punto paura!... Piuttosto morire, che bevere quella medicina cattiva.
A questo punto, la porta della camera si spalancò ed entrarono dentro quattro
conigli neri come l'inchiostro, che portavano sulle spalle una piccola bara da
morto.
- Che cosa volete da me? - gridò Pinocchio, rizzandosi tutto impaurito a sedere
sul letto.
- Siamo venuti a prenderti, - rispose il coniglio più grosso.
- A prendermi?... Ma io non sono ancora morto!...
- Ancora no: ma ti restano pochi minuti di vita avendo tu ricusato di bevere la
medicina, che ti avrebbe guarito dalla febbre!...
- O Fata, o Fata mia,- cominciò allora a strillare il burattino, - datemi
subito quel bicchiere. Spicciatevi, per carità, perché non voglio morire no...
non voglio morire...
E preso il bicchiere con tutt'e due le mani, lo votò in un fiato.
- Pazienza! - dissero i conigli. - Per questa volta abbiamo fatto il viaggio a
ufo.
E tiratisi di nuovo la piccola bara sulle spalle, uscirono di camera
bofonchiando e mormorando fra i denti.
Fatto sta che di lì a pochi minuti, Pinocchio saltò giù dal letto, bell'e
guarito; perché bisogna sapere che i burattini di legno hanno il privilegio di
ammalarsi di rado e di guarire prestissimo.
E la Fata, vedendolo correre e ruzzare per la camera, vispo e allegro come un
gallettino di primo canto, gli disse:
- Dunque la mia medicina t'ha fatto bene davvero?
- Altro che bene! Mi ha rimesso al mondo!...
- E allora come mai ti sei fatto tanto pregare a beverla?
- Egli è che noi ragazzi siamo tutti così! Abbiamo più paura delle medicine
che del male.
- Vergogna! I ragazzi dovrebbero sapere che un buon medicamento preso a tempo
può salvarli da una grave malattia e fors'anche dalla morte...
- Oh! ma un'altra volta non mi farò tanto pregare! Mi rammenterò di quei
conigli neri, colla bara sulle spalle... e allora piglierò subito il bicchiere
in mano, e giù!...
- Ora vieni un po' qui da me e raccontami come andò che ti trovasti fra le mani
degli assassini.
- Gli andò che il burattinaio Mangiafoco mi dette alcune monete d'oro, e mi
disse: "Tò, portale al tuo babbo!" e io, invece, per la strada trovai
una Volpe e un Gatto, due persone molto per bene, che mi dissero: "Vuoi che
codeste monete diventino mille e duemila? Vieni con noi, e ti condurremo al
Campo dei Miracoli". E io dissi: "Andiamo"; e loro dissero:
"Fermiamoci qui all'osteria del Gambero Rosso e dopo la mezzanotte
ripartiremo". Ed io, quando mi svegliai, loro non c'erano più, perché
erano partiti. Allora io cominciai a camminare di notte, che era un buio che
pareva impossibile, per cui trovai per la strada due assassini dentro due sacchi
da carbone, che mi dissero: "Metti fuori i quattrini"; e io dissi:
"Non ce n'ho"; perché le quattro monete d'oro me l'ero nascoste in
bocca, e uno degli assassini si provò a mettermi le mani in bocca, e io con un
morso gli staccai la mano e poi la sputai, ma invece di una mano sputai uno
zampetto di gatto. E gli assassini a corrermi dietro e, io corri che ti corro,
finché mi raggiunsero, e mi legarono per il collo a un albero di questo bosco,
col dire: "Domani torneremo qui, e allora sarai morto e colla bocca aperta,
e così ti porteremo via le monete d'oro che hai nascoste sotto la lingua".
- E ora le quattro monete dove le hai messe? - gli domandò la Fata.
- Le ho perdute! - rispose Pinocchio; ma disse una bugia, perché invece le
aveva in tasca. Appena detta la bugia, il suo naso, che era già lungo, gli
crebbe subito due dita di più.
- E dove le hai perdute?
- Nel bosco qui vicino.
A questa seconda bugia il naso seguitò a crescere.
- Se le hai perdute nel bosco vicino, - disse la Fata, - le cercheremo e le
ritroveremo: perché tutto quello che si perde nel vicino bosco, si ritrova
sempre.
- Ah! ora che mi rammento bene, - replicò il burattino, imbrogliandosi, - le
quattro monete non le ho perdute, ma senza avvedermene le ho inghiottite mentre
bevevo la vostra medicina.
A questa terza bugia, il naso gli si allungò in un modo così straordinario,
che il povero Pinocchio non poteva più girarsi da nessuna parte. Se si voltava
di qui batteva il naso nel letto o nei vetri della finestra, se si voltava di
là, lo batteva nelle pareti o nella porta di camera, se alzava un po' di più
il capo, correva il rischio di ficcarlo in un occhio alla Fata.
E la Fata lo guardava e rideva.
- Perché ridete? - gli domandò il burattino, tutto confuso e impensierito di
quel suo naso che cresceva a occhiate.
- Rido della bugia che hai detto.
- Come mai sapete che ho detto una bugia?
- Le bugie, ragazzo mio, si riconoscono subito! perché ve ne sono di due
specie: vi sono le bugie che hanno le gambe corte, e le bugie che hanno il naso
lungo: la tua per l'appunto è di quelle che hanno il naso lungo.
Pinocchio, non sapendo più dove nascondersi per la vergogna, si provò a
fuggire di camera; ma non gli riuscì. Il suo naso era cresciuto tanto, che non
passava più dalla porta.
Pinocchio ritrova la Volpe e il Gatto, e va con loro a seminare le quattro
monete nel Campo dè Miracoli.
Come potete immaginarvelo, la Fata lasciò che il burattino piangesse e
urlasse una buona mezz'ora, a motivo di quel suo naso che non passava più dalla
porta di camera; e lo fece per dargli una severa lezione perché si correggesse
dal brutto vizio di dire le bugie, il più brutto vizio che possa avere un
ragazzo. Ma quando lo vide trasfigurato e cogli occhi fuori della testa dalla
gran disperazione, allora, mossa a pietà, battè le mani insieme, e a quel
segnale entrarono in camera dalla finestra un migliaio di grossi uccelli
chiamati Picchi, i quali, posatisi tutti sul naso di Pinocchio, cominciarono a
beccarglielo tanto e poi tanto, che in pochi minuti quel naso enorme e
spropositato si trovò ridotto alla sua grandezza naturale.
- Quanto siete buona, Fata mia, - disse il burattino, asciugandosi gli occhi, -
e quanto bene vi voglio!
- Ti voglio bene anch'io, - rispose la Fata, - e se tu vuoi rimanere con me, tu
sarai il mio fratellino e io la tua buona sorellina...
- Io resterei volentieri... ma il mio povero babbo?
- Ho pensato a tutto. Il tuo babbo è stato digià avvertito: e prima che faccia
notte, sarà qui.
- Davvero?... - gridò Pinocchio, saltando dall'allegrezza. - Allora, Fatina
mia, se vi contentate, vorrei andargli incontro! Non vedo l'ora di poter dare un
bacio a quel povero vecchio, che ha sofferto tanto per me!
- Vai pure, ma bada di non ti sperdere. Prendi la via del bosco, e sono
sicurissima che lo incontrerai.
Pinocchio partì: e appena entrato nel bosco, cominciò a correre come un
capriolo. Ma quando fu arrivato a un certo punto, quasi in faccia alla Quercia
grande, si fermò, perché gli parve di aver sentito gente fra mezzo alle
frasche. Difatti vide apparire sulla strada, indovinate chi?... la Volpe e il
Gatto, ossia i due compagni di viaggio, coi quali aveva cenato all'osteria del
Gambero Rosso.
- Ecco il nostro caro Pinocchio! - gridò la Volpe, abbracciandolo e baciandolo.
- Come mai sei qui?
- Come mai sei qui? - ripetè il Gatto.
- è una storia lunga, - disse il burattino, - e ve la racconterò a comodo.
Sappiate però che l'altra notte, quando mi avete lasciato solo nell'osteria, ho
trovato gli assassini per la strada...
- Gli assassini?... O povero amico! E che cosa volevano?
- Mi volevano rubare le monete d'oro.
- Infami!... - disse la Volpe.
- Infamissimi! - ripetè il Gatto.
- Ma io cominciai a scappare, - continuò a dire il burattino, - e loro sempre
dietro: finché mi raggiunsero e m'impiccarono a un ramo di quella quercia.
E Pinocchio accennò la Quercia grande, che era lì a due passi.
- Si può sentir di peggio? - disse la Volpe. - In che mondo siamo condannati a
vivere? Dove troveremo un rifugio sicuro noi altri galantuomini?...
Nel tempo che parlavano così, Pinocchio si accorse che il Gatto era zoppo dalla
gamba destra davanti, perché gli mancava in fondo tutto lo zampetto cogli
unghioli: per cui gli domandò:
- Che cosa hai fatto del tuo zampetto?
Il Gatto voleva rispondere qualche cosa, ma s'imbrogliò. Allora la Volpe disse
subito:
- Il mio amico è troppo modesto,- e per questo non risponde. Risponderò io per
lui. Sappi dunque che un'ora fa abbiamo incontrato sulla strada un vecchio lupo,
quasi svenuto dalla fame, che ci ha chiesto un po' d'elemosina. Non avendo noi
da dargli nemmeno una lisca di pesce, che cosa ha fatto l'amico mio, che ha
davvero un cuore di Cesare?... Si è staccato coi denti uno zampetto delle sue
gambe davanti e l'ha gettato a quella povera bestia, perché potesse sdigiunarsi.
E la Volpe nel dir così, si asciugò una lacrima.
Pinocchio, commosso anche lui, si avvicinò al Gatto, sussurrandogli negli
orecchi:
- Se tutti i gatti ti somigliassero, fortunati i topi!...
- E ora che cosa fai in questi luoghi? - domandò la Volpe al burattino.
- Aspetto il mio babbo, che deve arrivare qui di momento in momento.
- E le tue monete d'oro?
- Le ho sempre in tasca, meno una che la spesi all'osteria del Gambero Rosso.
- E pensare che, invece di quattro monete, potrebbero diventare domani mille e
duemila! Perché non dai retta al mio consiglio? Perché non vai a seminarle nel
Campo dei miracoli?
- Oggi è impossibile: vi anderò un altro giorno.
- Un altro giorno sarà tardi, - disse la Volpe.
- Perché?
- Perché quel campo è stato comprato da un gran signore e da domani in là non
sarà più permesso a nessuno di seminarvi i denari.
- Quant'è distante di qui il Campo dei miracoli?
- Due chilometri appena. Vuoi venire con noi? Fra mezz'ora sei là: semini
subito le quattro monete: dopo pochi minuti ne raccogli duemila e stasera
ritorni qui colle tasche piene. Vuoi venire con noi?
Pinocchio esitò un poco a rispondere, perché gli tornò in mente la buona
Fata, il vecchio Geppetto e gli avvertimenti del Grillo-parlante; ma poi finì
col fare come fanno tutti i ragazzi senza un fil di giudizio e senza cuore;
finì, cioè, col dare una scrollatina di capo, e disse alla Volpe e al Gatto:
- Andiamo pure: io vengo con voi.
E partirono.
Dopo aver camminato una mezza giornata arrivarono a una città che aveva nome
"Acchiappa-citrulli". Appena entrato in città, Pinocchio vide tutte
le strade popolate di cani spelacchiati, che sbadigliavano dall'appetito, di
pecore tosate che tremavano dal freddo, di galline rimaste senza cresta e senza
bargigli, che chiedevano l'elemosina d'un chicco di granturco, di grosse
farfalle, che non potevano più volare, perché avevano venduto le loro
bellissime ali colorite, di pavoni tutti scodati, che si vergognavano a farsi
vedere, e di fagiani che zampettavano cheti cheti, rimpiangendo le loro
scintillanti penne d'oro e d'argento, oramai perdute per sempre.
In mezzo a questa folla di accattoni e di poveri vergognosi passavano di tanto
in tanto alcune carrozze signorili con dentro o qualche volpe, o qualche gazza
ladra o qualche uccellaccio di rapina.
- E il Campo dei miracoli dov'è? - domandò Pinocchio.
- è qui a due passi.
Detto fatto traversarono la città e, usciti fuori dalle mura, si fermarono in
un campo solitario che, su per giù, somigliava a tutti gli altri campi.
- Eccoci giunti, - disse la Volpe al burattino. - Ora chinati giù a terra,
scava con le mani una piccola buca nel campo e mettici dentro le monete d'oro.
Pinocchio ubbidì. Scavò la buca, ci pose le quattro monete d'oro che gli erano
rimaste: e dopo ricoprì la buca con un po' di terra.
- Ora poi, - disse la Volpe, - vai alla gora qui vicina, prendi una secchia
d'acqua e annaffia il terreno dove hai seminato.
Pinocchio andò alla gora, e perché non aveva lì per lì una secchia, si levò
di piedi una ciabatta e, riempitala d'acqua, annaffiò la terra che copriva la
buca. Poi domandò:
- C'è altro da fare?
- Nient'altro, - rispose la Volpe. - Ora possiamo andar via. Tu poi ritorna qui
fra una ventina di minuti e troverai l'arboscello già spuntato dal suolo e coi
rami tutti carichi di monete. Il povero burattino, fuori di sé dalla
contentezza, ringraziò mille volte la Volpe e il Gatto, e promise loro un
bellissimo regalo.
- Noi non vogliamo regali, - risposero quei due malanni. - A noi ci basta di
averti insegnato il modo di arricchire senza durar fatica, e siamo contenti come
pasque.
Ciò detto salutarono Pinocchio, e augurandogli una buona raccolta, se ne
andarono per i fatti loro.
Pinocchio è derubato delle sue monete d'oro e, per gastigo, si busca quattro
mesi di prigione.
Il burattino, ritornato in città, cominciò a contare i minuti a uno a uno;
e, quando gli parve che fosse l'ora, riprese subito la strada che menava al
Campo dei miracoli.
E mentre camminava con passo frettoloso, il cuore gli batteva forte e gli faceva
tic, tac, tic, tac, come un orologio da sala, quando corre davvero. E intanto
pensava dentro di sé:
- E se invece di mille monete, ne trovassi su i rami dell'albero duemila?... E
se invece di duemila, ne trovassi cinquemila?... E se invece di cinquemila ne
trovassi centomila? Oh che bel signore, allora, che diventerei!... Vorrei avere
un bel palazzo, mille cavallini di legno e mille scuderie, per potermi
baloccare, una cantina di rosoli e di alchermes, e una libreria tutta piena di
canditi, di torte, di panettoni, di mandorlati e di cialdoni colla panna.
Così fantasticando, giunse in vicinanza del campo, e lì si fermò a guardare
se per caso avesse potuto scorgere qualche albero coi rami carichi di monete: ma
non vide nulla. Fece altri cento passi in avanti, e nulla: entrò sul campo...
andò proprio su quella piccola buca, dove aveva sotterrato i suoi zecchini, e
nulla. Allora diventò pensieroso e, dimenticando le regole del Galateo e della
buona creanza, tirò fuori una mano di tasca e si dette una lunghissima
grattatina di capo.
In quel mentre sentì fischiare negli orecchi una gran risata: e voltatosi in
su, vide sopra un albero un grosso pappagallo che si spollinava le poche penne
che aveva addosso.
- Perché ridi? - gli domandò Pinocchio con voce di bizza.
- Rido, perché nello spollinarmi mi son fatto il solletico sotto le ali.
Il burattino non rispose. Andò alla gora e riempita d'acqua la solita ciabatta,
si pose nuovamente ad annaffiare la terra che ricuopriva le monete d'oro.
Quand'ecco che un'altra risata, anche più impertinente della prima, si fece
sentire nella solitudine silenziosa di quel campo.
- Insomma, - gridò Pinocchio, arrabbiandosi, - si può sapere, Pappagallo mal
educato, di che cosa ridi?
- Rido di quei barbagianni, che credono a tutte le scioccherie e che si lasciano
trappolare da chi è più furbo di loro.
- Parli forse di me?
- Sì, parlo di te, povero Pinocchio, di te che sei così dolce di sale, da
credere che i denari si possano seminare e raccogliere nei campi, come si
seminano i fagioli e le zucche. Anch'io l'ho creduto una volta, e oggi ne porto
le pene. Oggi (ma troppo tardi!) mi son dovuto persuadere che per mettere
insieme onestamente pochi soldi, bisogna saperseli guadagnare o col lavoro delle
proprie mani o coll'ingegno della propria testa.
- Non ti capisco, - disse il burattino, che già cominciava a tremare dalla
paura.
- Pazienza! Mi spiegherò meglio, - soggiunse il Pappagallo. - Sappi dunque che,
mentre tu eri in città, la Volpe e il Gatto sono tornati in questo campo: hanno
preso le monete d'oro sotterrate, e poi sono fuggiti come il vento. E ora chi li
raggiunge, è bravo!
Pinocchio restò a bocca aperta, e non volendo credere alle parole del
Pappagallo, cominciò colle mani e colle unghie a scavare il terreno che aveva
annaffiato. E scava, scava, scava, fece una buca così profonda, che ci sarebbe
entrato per ritto un pagliaio: ma le monete non ci erano più.
Allora, preso dalla disperazione, tornò di corsa in città e andò difilato in
tribunale, per denunziare al giudice i due malandrini, che lo avevano derubato.
Il giudice era uno scimmione della razza dei Gorilla: un vecchio scimmione
rispettabile per la sua grave età, per la sua barba bianca e specialmente per i
suoi occhiali d'oro, senza vetri, che era costretto a portare continuamente, a
motivo di una flussione d'occhi, che lo tormentava da parecchi anni.
Pinocchio, alla presenza del giudice, raccontò per filo e per segno l'iniqua
frode, di cui era stato vittima; dette il nome, il cognome e i connotati dei
malandrini, e finì col chiedere giustizia.
Il giudice lo ascoltò con molta benignità: prese vivissima arte al racconto:
s'intenerì, si commosse: e quando il burattino non ebbe più nulla da dire,
allungò la mano e suonò il campanello.
A quella scampanellata comparvero subito due can mastini vestiti da giandarmi.
Allora il giudice, accennando Pinocchio ai giandarmi, disse loro:
- Quel povero diavolo è stato derubato di quattro monete d'oro: pigliatelo
dunque e mettetelo subito in prigione.
Il burattino, sentendosi dare questa sentenza fra capo e collo, rimase di
princisbecco e voleva protestare: ma i giandarmi, a scanso di perditempi
inutili, gli tapparono la bocca e lo condussero in gattabuia.
E lì v'ebbe a rimanere quattro mesi: quattro lunghissimi mesi: e vi sarebbe
rimasto anche di più, se non si fosse dato un caso fortunatissimo. Perché
bisogna sapere che il giovane Imperatore che regnava nella città di
Acchiappa-citrulli, avendo riportato una gran vittoria contro i suoi nemici,
ordinò grandi feste pubbliche, luminarie, fuochi artificiali, corse di barberi
e velocipedi, e in segno di maggiore esultanza, volle che fossero aperte le
carceri e mandati fuori tutti i malandrini.
- Se escono di prigione gli altri, voglio uscire anch'io, - disse Pinocchio al
carceriere.
- Voi no, - rispose il carceriere, - perché voi non siete del bel numero...
- Domando scusa, - replicò Pinocchio, - sono un malandrino anch'io.
- In questo caso avete mille ragioni, - disse il carceriere; e levandosi il
berretto rispettosamente e salutandolo, gli aprì le porte della prigione e lo
lasciò scappare.
Liberato dalla prigione, si avvia per tornare a casa della Fata; ma lungo la
strada trova un serpente orribile, e poi rimane preso alla tagliuola.
Figuratevi l'allegrezza di Pinocchio, quando si sentì libero. Senza stare a
dire che è e che non è, uscì subito fuori della città e riprese la strada
che doveva ricondurlo alla Casina della Fata.
A motivo del tempo piovigginoso, la strada era diventata tutta un pantano e ci
si andava fino a mezza gamba.
Ma il burattino non se ne dava per inteso.
Tormentato dalla passione di rivedere il suo babbo e la sua sorellina dai
capelli turchini, correva a salti come un cane levriero, e nel correre le
pillacchere gli schizzavano fin sopra il berretto. Intanto andava dicendo fra
sé e sé:
- Quante disgrazie mi sono accadute... E me le merito! perché io sono un
burattino testardo e piccoso... e voglio far sempre tutte le cose a modo mio,
senza dar retta a quelli che mi voglion bene e che hanno mille volte più
giudizio di me!... Ma da questa volta in là, faccio proponimento di cambiar
vita e di diventare un ragazzo ammodo e ubbidiente... Tanto ormai ho bell'e
visto che i ragazzi, a essere disubbidienti, ci scapitano sempre e non ne
infilano mai una per il sù verso. E il mio babbo mi avrà aspettato?... Ce lo
troverò a casa della Fata? è tanto tempo, pover'uomo, che non lo vedo più,
che mi struggo di fargli mille carezze e di finirlo dai baci! E la Fata mi
perdonerà la brutta azione che le ho fatto?... E pensare che ho ricevuto da lei
tante attenzioni e tante cure amorose... e pensare che se oggi son sempre vivo,
lo debbo a lei! Ma si può dare un ragazzo più ingrato e più senza cuore di
me?...
Nel tempo che diceva così, si fermò tutt'a un tratto spaventato e fece quattro
passi indietro.
Che cosa aveva veduto?...
Aveva veduto un grosso Serpente, disteso attraverso alla strada, che aveva la
pelle verde, gli occhi di fuoco e la coda appuntuta, che gli fumava come una
cappa di camino.
Impossibile immaginarsi la paura del burattino: il quale, allontanatosi più di
mezzo chilometro, si mise a sedere sopra un monticello di sassi, aspettando che
il Serpente se ne andasse una buona volta per i fatti suoi e lasciasse libero il
passo della strada.
Aspettò un'ora; due ore; tre ore; ma il Serpente era sempre là, e, anche di
lontano, si vedeva il rosseggiare dè suoi occhi di fuoco e la colonna di fumo
che gli usciva dalla punta della coda.
Allora Pinocchio, figurandosi di aver coraggio, si avvicinò a pochi passi di
distanza, e facendo una vocina dolce, insinuante e sottile, disse al Serpente:
- Scusi, signor Serpente, che mi farebbe il piacere di tirarsi un pochino da una
parte, tanto da lasciarmi passare?
Fu lo stesso che dire al muro. Nessuno si mosse.
Allora riprese colla solita vocina:
- Deve sapere, signor Serpente, che io vado a casa, dove c'è il mio babbo che
mi aspetta e che è tanto tempo che non lo vedo più!... Si contenta dunque che
io seguiti per la mia strada?
Aspettò un segno di risposta a quella dimanda: ma la risposta non venne: anzi
il Serpente, che fin allora pareva arzillo e pieno di vita, diventò immobile e
quasi irrigidito. Gli occhi gli si chiusero e la coda gli smesse di fumare.
- Che sia morto davvero?... - disse Pinocchio, dandosi una fregatina di mani
dalla gran contentezza: e senza mettere tempo in mezzo, fece l'atto di
scavalcarlo, per passare dall'altra parte della strada. Ma non aveva ancora
finito di alzare la gamba, che il Serpente si rizzò all'improvviso, come una
molla scattata: e il burattino, nel tirarsi indietro, spaventato, inciampò e
cadde per terra.
E per l'appunto cadde così male, che restò col capo conficcato nel fango della
strada e con le gambe ritte su in aria.
Alla vista di quel burattino, che sgambettava a capofitto con una velocità
incredibile il Serpente fu preso da una tal convulsione di risa, che ridi, ridi,
ridi, alla fine, dallo sforzo del troppo ridere, gli si strappò una vena sul
petto: e quella volta morì davvero.
Allora Pinocchio ricominciò a correre per arrivare a casa della Fata prima che
si facesse buio. Ma lungo la strada non potendo più reggere ai morsi terribili
della fame, saltò in un campo coll'intenzione di cogliere poche ciocche d'uva
moscadella. Non l'avesse mai fatto!
Appena giunto sotto la vite, crac... sentì stringersi le gambe da due ferri
taglienti, che gli fecero vedere quante stelle c'erano in cielo.
Il povero burattino era rimasto preso da una tagliuola appostata là da alcuni
contadini per beccarvi alcune grosse faine, che erano il flagello di tutti i
pollai del vicinato.
Pinocchio è preso da un contadino, il quale lo costringe a far da can da guardia a un pollaio.
Pinocchio, come potete figurarvelo, si dette a piangere, a strillare, a
raccomandarsi: ma erano pianti e grida inutili, perché lì all'intorno non si
vedevano case, e dalla strada non passava anima viva.
Intanto si fece notte.
Un po' per lo spasimo della tagliuola, che gli segava gli stinchi, e un po' per
la paura di trovarsi solo e al buio in mezzo a quei campi, il burattino
principiava quasi a svenirsi; quando a un tratto vedendosi passare una Lucciola
di sul capo, la chiamò e le disse:
- O Lucciolina, mi faresti la carità di liberarmi da questo supplizio?...
- Povero figliuolo! - replicò la Lucciola, fermandosi impietosita a guardarlo.
- Come mai sei rimasto colle gambe attanagliate fra codesti ferri arrotati?
- Sono entrato nel campo per cogliere due grappoli di quest'uva moscadella, e...
- Ma l'uva era tua?
- No...
- E allora chi t'ha insegnato a portar via la roba degli altri?...
- Avevo fame...
- La fame, ragazzo mio, non è una buona ragione per potere appropriarsi la roba
che non è nostra...
- è vero, è vero! - gridò Pinocchio piangendo, - ma un'altra volta non lo
farò più.
A questo punto il dialogo fu interrotto da un piccolissimo rumore di passi, che
si avvicinavano.
Era il padrone del campo che veniva in punta di piedi a vedere se qualcuna di
quelle faine, che mangiavano di nottetempo i polli, fosse rimasta al
trabocchetto della tagliuola.
E la sua maraviglia fu grandissima quando, tirata fuori la lanterna di sotto il
pastrano, s'accorse che, invece di una faina, c'era rimasto preso un ragazzo.
- Ah, ladracchiolo! - disse il contadino incollerito, - dunque sei tu che mi
porti via le galline?
- Io no, io no! - gridò Pinocchio, singhiozzando. - Io sono entrato nel campo
per prendere soltanto due grappoli d'uva!...
- Chi ruba l'uva è capacissimo di rubare anche i polli. Lascia fare a me, che
ti darò una lezione da ricordartene per un pezzo.
E aperta la tagliuola, afferrò il burattino per la collottola e lo portò di
peso fino a casa, come si porterebbe un agnellino di latte.
Arrivato che fu sull'aia dinanzi alla casa, lo scaraventò in terra: e
tenendogli un piede sul collo, gli disse:
- Oramai è tardi e voglio andare a letto. I nostri conti li aggiusteremo
domani. Intanto, siccome oggi mi è morto il cane che mi faceva la guardia di
notte, tu prenderai subito il suo posto. Tu mi farai da cane di guardia.
Detto fatto, gl'infilò al collo un grosso collare tutto coperto di spunzoni di
ottone, e glielo strinse in modo da non poterselo levare passandoci la testa
dentro. Al collare c'era attaccata una lunga catenella di ferro: e la catenella
era fissata nel muro.
- Se questa notte, - disse il contadino, - cominciasse a piovere, tu puoi andare
a cuccia in quel casotto di legno, dove c'è sempre la paglia che ha servito di
letto per quattr'anni al mio povero cane. E se per disgrazia venissero i ladri,
ricordati di stare a orecchi ritti e di abbaiare.
Dopo quest'ultimo avvertimento, il contadino entrò in casa chiudendo la porta
con tanto di catenaccio: e il povero Pinocchio rimase accovacciato sull'aia,
più morto che vivo, a motivo del freddo, della fame e della paura. E di tanto
in tanto, cacciandosi rabbiosamente le mani dentro al collare, che gli serrava
la gola, diceva piangendo:
- Mi sta bene!... Pur troppo mi sta bene! Ho voluto fare lo svogliato, il
vagabondo... ho voluto dar retta ai cattivi compagni, e per questo la sfortuna
mi perseguita sempre. Se fossi stato un ragazzino per bene, come ce n'è tanti,
se avessi avuto voglia di studiare e di lavorare, se fossi rimasto in casa col
mio povero babbo, a quest'ora non mi troverei qui, in mezzo ai campi, a fare il
cane di guardia alla casa d'un contadino. Oh, se potessi rinascere un'altra
volta!... Ma oramai è tardi, e ci vuol pazienza! Fatto questo piccolo sfogo,
che gli venne proprio dal cuore, entrò dentro il casotto e si addormentò.
Pinocchio scuopre i ladri e, in ricompensa di essere stato fedele, vien posto in libertà.
Ed era già più di due ore che dormiva saporitamente; quando verso la
mezzanotte fu svegliato da un bisbiglio e da un pissi-pissi di vocine strane,
che gli parve di sentire nell'aia. Messa fuori la punta del naso dalla buca del
casotto, vide riunite a consiglio quattro bestiuole di pelame scuro, che
parevano gatti. Ma non erano gatti: erano faine, animaletti carnivori,
ghiottissimi specialmente di uova e di pollastrine giovani. Una di queste faine,
staccandosi dalle sue compagne, andò alla buca del casotto e disse sottovoce:
- Buona sera, Melampo.
- Io non mi chiamo Melampo, - rispose il burattino.
- O dunque chi sei?
- Io sono Pinocchio.
- E che cosa fai costì?
- Faccio il cane di guardia.
- O Melampo dov'è? dov'è il vecchio cane, che stava in questo casotto?
- è morto questa mattina.
- Morto? Povera bestia! Era tanto buono!... Ma giudicandoti alla fisonomia,
anche te mi sembri un cane di garbo.
- Domando scusa, io non sono un cane!...
- O chi sei?
- Io sono un burattino.
- E fai da cane di guardia?
- Purtroppo: per mia punizione!...
- Ebbene, io ti propongo gli stessi patti, che avevo col defunto Melampo: e
sarai contento.
- E questi patti sarebbero?
- Noi verremo una volta la settimana, come per il passato, a visitare di notte
questo pollaio, e porteremo via otto galline. Di queste galline, sette le
mangeremo noi, e una la daremo a te, a condizione, s'intende bene, che tu faccia
finta di dormire e non ti venga mai l'estro di abbaiare e di svegliare il
contadino.
- E Melampo faceva proprio così? - domandò Pinocchio.
- Faceva così, e fra noi e lui siamo andati sempre d'accordo. Dormi dunque
tranquillamente, e stai sicuro che prima di partire di qui, ti lasceremo sul
casotto una gallina bell'e pelata, per la colazione di domani. Ci siamo intesi
bene?
- Anche troppo bene!... - rispose Pinocchio: e tentennò il capo in un certo
modo minaccioso, come se avesse voluto dire: "Fra poco ci
riparleremo!".
Quando le quattro faine si credettero sicure del fatto loro, andarono difilato
al pollaio, che rimaneva appunto vicinissimo al casotto del cane, e aperta a
furia di denti e di unghioli la porticina di legno, che ne chiudeva l'entratina,
vi sgusciarono dentro, una dopo l'altra. Ma non erano ancora finite d'entrare,
che sentirono la porticina richiudersi con grandissima violenza.
Quello che l'aveva richiusa era Pinocchio; il quale, non contento di averla
richiusa, vi posò davanti per maggior sicurezza una grossa pietra, a guisa di
puntello.
E poi cominciò ad abbaiare: e, abbaiando proprio come se fosse un cane di
guardia, faceva colla voce bu-bu-bu-bu.
A quell'abbaiata, il contadino saltò dal letto e, preso ii fucile e
affacciatosi alla finestra, domandò:
- Che c'è di nuovo?
- Ci sono i ladri! - rispose Pinocchio.
- Dove sono?
- Nel pollaio.
- Ora scendo subito.
E infatti, in men che non si dice amen, il contadino scese: entrò di corsa nel
pollaio e, dopo avere acchiappate e rinchiuse in un sacco le quattro faine,
disse loro con accento di vera contentezza:
- Alla fine siete cascate nelle mie mani! Potrei punirvi, ma sì vil non sono!
Mi contenterò, invece, di portarvi domani all'oste del vicino paese, il quale
vi spellerà e vi cucinerà a uso lepre dolce e forte. E' un onore che non vi
meritate, ma gli uomini generosi come me non badano a queste piccolezze!...
Quindi, avvicinatosi a Pinocchio, cominciò a fargli molte carezze, e, fra le
altre cose, gli domandò:
- Com'hai fatto a scuoprire il complotto di queste quattro ladroncelle? E dire
che Melampo, il mio fido Melampo, non s'era mai accorto di nulla...
Il burattino, allora, avrebbe potuto raccontare quel che sapeva: avrebbe potuto,
cioè, raccontare i patti vergognosi che passavano fra il cane e le faine: ma
ricordatosi che il cane era morto, pensò subito dentro di sé: - A che serve
accusare i morti?... I morti son morti, e la miglior cosa che si possa fare è
quella di lasciarli in pace!...
- All'arrivo delle faine sull'aia, eri sveglio o dormivi? - continuò a
chiedergli il contadino.
- Dormivo, - rispose Pinocchio, - ma le faine mi hanno svegliato coi loro
chiacchiericci, e una è venuta fin qui al casotto per dirmi: "Se prometti
di non abbaiare e di non svegliare il padrone, noi ti regaleremo una pollastra
bell'e pelata!...". Capite, eh? Avere la sfacciataggine di fare a me una
simile proposta! Perché bisogna sapere che io sono un burattino, che avrò
tutti i difetti di questo mondo: ma non avrò mai quello di star di balla e di
reggere il sacco alla gente disonesta!
- Bravo ragazzo! - gridò il contadino, battendogli sur una spalla. - Cotesti
sentimenti ti fanno onore: e per provarti la mia grande soddisfazione, ti lascio
libero fin d'ora di tornare a casa.
E gli levò il collare da cane.
Pinocchio piange la morte della bella Bambina dai capelli turchini: poi trova un Colombo che lo porta sulla riva del mare, e lì si getta nell'acqua per andare in aiuto del suo babbo Geppetto.
Appena Pinocchio non sentì più il peso durissimo e umiliante di quel
collare intorno al collo, si pose a scappare attraverso i campi, e non si fermò
un solo minuto, finché non ebbe raggiunta la strada maestra, che doveva
ricondurlo alla Casina della Fata.
Arrivato sulla strada maestra, si voltò in giù a guardare nella sottoposta
pianura, e vide benissimo a occhio nudo il bosco, dove disgraziatamente aveva
incontrato la Volpe e il Gatto: vide, fra mezzo agli alberi, inalzarsi la cima
di quella Quercia grande, alla quale era stato appeso ciondoloni per il collo:
ma guarda di qua, guarda di là, non gli fu possibile di vedere la piccola casa
della bella Bambina dai capelli turchini.
Allora ebbe una specie di tristo presentimento e datosi a correre con quanta
forza gli rimaneva nelle gambe, si trovò in pochi minuti sul prato, dove
sorgeva una volta la Casina bianca. Ma la Casina bianca non c'era più. C'era,
invece, una piccola pietra di marmo sulla quale si leggevano in carattere
stampatello queste dolorose parole:
QUI GIACE
LA BAMBINA DAI CAPELLI TURCHINI
MORTA DI DOLORE
PER ESSERE STATA ABBANDONATA DAL SUO
FRATELLINO PINOCCHIO
Come rimanesse il burattino, quand'ebbe compitate alla peggio quelle parole, lo
lascio pensare a voi. Cadde bocconi a terra e coprendo di mille baci quel marmo
mortuario, dette in un grande scoppio di pianto. Pianse tutta la notte, e la
mattina dopo, sul far del giorno, piangeva sempre, sebbene negli occhi non
avesse più lacrime: e le sue grida e i suoi lamenti erano così strazianti e
acuti, che tutte le colline all'intorno ne ripetevano l'eco.
E piangendo diceva:
- O Fatina mia, perché sei morta?... perché, invece di te, non sono morto io,
che sono tanto cattivo, mentre tu eri tanto buona?... E il mio babbo, dove
sarà? O Fatina mia, dimmi dove posso trovarlo, che voglio stare sempre con lui,
e non lasciarlo più! più! più!... O Fatina mia, dimmi che non è vero che sei
morta!... Se davvero mi vuoi bene... se vuoi bene al tuo fratellino, rivivisci...
ritorna viva come prima!... Non ti dispiace a vedermi solo e abbandonato da
tutti? Se arrivano gli assassini. mi attaccheranno daccapo al ramo
dell'albero... e allora morirò per sempre. Che vuoi che faccia qui, solo in
questo mondo? Ora che ho perduto te e il mio babbo, chi mi darà da mangiare?
Dove anderò a dormire la notte? Chi mi farà la giacchettina nuova? Oh! sarebbe
meglio, cento volte meglio, che morissi anch'io! Sì, voglio morire!... ih! ih!
ih!...
E mentre si disperava a questo modo, fece l'atto di volersi strappare i capelli:
ma i suoi capelli, essendo di legno, non poté nemmeno levarsi il gusto di
ficcarci dentro le dita.
Intanto passò su per aria un grosso Colombo, il quale soffermatosi, a ali
distese, gli gridò da una grande altezza:
- Dimmi, bambino, che cosa fai costaggiù?
- Non lo vedi? piango! - disse Pinocchio alzando il capo verso quella voce e
strofinandosi gli occhi colla manica della giacchetta.
- Dimmi, - soggiunse allora il Colombo - non conosci per caso fra i tuoi
compagni, un burattino, che ha nome Pinocchio?
- Pinocchio?... Hai detto Pinocchio? - ripetè il burattino saltando subito in
piedi. - Pinocchio sono io!
Il Colombo, a questa risposta, si calò velocemente e venne a posarsi a terra.
Era più grosso di un tacchino.
- Conoscerai dunque anche Geppetto? - domandò al burattino.
- Se lo conosco? E' il mio povero babbo! Ti ha forse parlato di me? Mi conduci
da lui? Ma è sempre vivo? Rispondimi per carità: è sempre vivo?
- L'ho lasciato tre giorni fa sulla spiaggia del mare.
- Che cosa faceva?
- Si fabbricava da sé una piccola barchetta per traversare l'Oceano. Quel
pover'uomo sono più di quattro mesi che gira per il mondo in cerca di te: e non
avendoti potuto trovare, ora si è messo in capo di cercarti nei paesi lontani
del nuovo mondo.
- Quanto c'è di qui alla spiaggia? - domandò Pinocchio con ansia affannosa.
- Più di mille chilometri.
- Mille chilometri? O Colombo mio, che bella cosa potessi avere le tue ali!...
- Se vuoi venire, ti ci porto io.
- Come?
- A cavallo sulla mia groppa. Sei peso di molto?...
- Peso? tutt'altro! Son leggiero come una foglia.
E lì, senza stare a dir altro, Pinocchio saltò sulla groppa al Colombo e messa
una gamba di qua e l'altra di là, come fanno i cavallerizzi, gridò tutto
contento: - Galoppa, galoppa, cavallino, ché mi preme di arrivar presto!...
Il Colombo prese l'aire e in pochi minuti arrivò col volo tanto in alto, che
toccava quasi le nuvole. Giunto a quell'altezza straordinaria, il burattino ebbe
la curiosità di voltarsi in giù a guardare: e fu preso da tanta paura e da
tali giracapi che, per evitare il pericolo di venir disotto, si avviticchiò
colle braccia, stretto stretto, al collo della sua piumata cavalcatura.
Volarono tutto il giorno. Sul far della sera, il Colombo disse:
- Ho una gran sete!
- E io una gran fame! - soggiunse Pinocchio.
- Fermiamoci a questa colombaia pochi minuti; e dopo ci rimetteremo in viaggio,
per essere domattina all'alba sulla spiaggia del mare. Entrarono in una
colombaia deserta, dove c'era soltanto una catinella piena d'acqua e un cestino
ricolmo di veccie.
Il burattino, in tempo di vita sua, non aveva mai potuto patire le veccie: a
sentir lui, gli facevano nausea, gli rivoltavano lo stomaco: ma quella sera ne
mangiò a strippapelle, e quando l'ebbe quasi finite, si voltò al Colombo e gli
disse:
- Non avrei mai creduto che le veccie fossero così buone!
- Bisogna persuadersi, ragazzo mio, - replicò il Colombo, - che quando la fame
dice davvero e non c'è altro da mangiare, anche le veccie diventano squisite!
La fame non ha capricci né ghiottonerie!
Fatto alla svelta un piccolo spuntino, si riposero in viaggio, e via! La mattina
dopo arrivarono sulla spiaggia del mare. Il Colombo posò a terra Pinocchio, e
non volendo nemmeno la seccatura di sentirsi ringraziare per aver fatto una
buona azione, riprese subito il volo e sparì.
La spiaggia era piena di gente che urlava e gesticolava guardando il mare.
- Che cos'è accaduto? - domandò Pinocchio a una vecchina.
- Gli è accaduto che un povero babbo, avendo perduto il figliolo, gli è voluto
entrare in una barchetta per andare a cercarlo di là dal mare; e il mare oggi
è molto cattivo e la barchetta sta per andare sott'acqua...
- Dov'è la barchetta?
- Eccola laggiù, diritta al mio dito, - disse la vecchia, accennando una
piccola barca che, veduta in quella distanza, pareva un guscio di noce con
dentro un omino piccino piccino.
Pinocchio appuntò gli occhi da quella parte, e dopo aver guardato attentamente,
cacciò un urlo acutissimo gridando:
- Gli è il mì babbo! gli è il mì babbo!
Intanto la barchetta, sbattuta dall'infuriare dell'onde, ora spariva fra i
grossi cavalloni, ora tornava a galleggiare: e Pinocchio ritto sulla punta di un
alto scoglio non finiva più dal chiamare il suo babbo per nome e dal fargli
molti segnali colle mani e col moccichino da naso e perfino col berretto che
aveva in capo.
E parve che Geppetto, sebbene fosse molto lontano dalla spiaggia, riconoscesse
il figliuolo, perché si levò il berretto anche lui e lo salutò e, a furia di
gesti, gli fece capire che sarebbe tornato volentieri indietro, ma il mare era
tanto grosso, che gl'impediva di lavorare col remo e di potersi avvicinare alla
terra.
Tutt'a un tratto, venne una terribile ondata, e la barca sparì.
Aspettarono che la barca tornasse a galla: ma la barca non si vide più tornare.
- Pover'omo! - dissero allora i pescatori, che erano raccolti sulla spiaggia: e
brontolando sottovoce una preghiera si mossero per tornarsene alle loro case.
Quand'ecco che udirono un urlo disperato, e, voltandosi indietro, videro un
ragazzetto che, di vetta a uno scoglio, si gettava in mare gridando:
- Voglio salvare il mio babbo!
Pinocchio, essendo tutto di legno, galleggiava facilmente e nuotava come un
pesce. Ora si vedeva sparire sott'acqua, portato dall'impeto dei flutti, ora
riappariva fuori con una gamba o con un braccio, a grandissima distanza dalla
terra. Alla fine lo persero d'occhio e non lo videro più.
- Povero ragazzo! - dissero alIora i pescatori, che erano raccolti sulla
spiaggia: e brontolando sottovoce una preghiera tornarono alle loro case.
Pinocchio arriva all'isola delle Api industriose e ritrova la Fata.
Pinocchio, animato dalla speranza di arrivare in tempo a dare aiuto al suo
povero babbo, nuotò tutta quanta la notte.
E che orribile nottata fu quella! Diluviò, grandinò, tuonò spaventosamente, e
con certi lampi che pareva di giorno.
Sul far del mattino, gli riuscì di vedere poco distante una lunga striscia di
terra. Era un'isola in mezzo al mare.
Allora fece di tutto per arrivare a quella spiaggia: ma inutilmente. Le onde,
rincorrendosi e accavallandosi, se lo abballottavano fra di loro, come se fosse
stato un fuscello o un filo di paglia. Alla fine, e per sua buona fortuna, venne
un'ondata tanto prepotente e impetuosa, che lo scaraventò di peso sulla rena
del lido.
Il colpo fu così forte che, battendo in terra, gli crocchiarono tutte le
costole e tutte le congiunture: ma si consolò subito col dire:
- Anche per questa volta l'ho proprio scampata bella!
Intanto a poco a poco il cielo si rasserenò; il sole apparve fuori in tutto il
suo splendore e il mare diventò tranquillissimo e buono come un olio.
Allora il burattino distese i suoi panni al sole per rasciugarli e si pose a
guardare di qua e di là se per caso avesse potuto scorgere su quella immensa
spianata d'acqua una piccola barchetta con un omino dentro. Ma dopo aver
guardato ben bene, non vide altro dinanzi a sé che cielo, mare e qualche vela
di bastimento, ma cosi lontana, che pareva una mosca.
- Sapessi almeno come si chiama quest'isola! - andava dicendo. - Sapessi almeno
se quest'isola è abitata da gente di garbo, voglio dire da gente che non abbia
il vizio di attaccare i ragazzi ai rami degli alberi; ma a chi mai posso
domandarlo? A chi, se non c'è nessuno?...
Quest'idea di trovarsi solo, solo, solo in mezzo a quel gran paese disabitato,
gli messe addosso tanta malinconia, che stava lì lì per piangere; quando
tutt'a un tratto vide passare, a poca distanza dalla riva, un grosso pesce, che
se ne andava tranquillamente per i fatti suoi, con tutta la testa fuori
dell'acqua. Non sapendo come chiamarlo per nome, il burattino gli gridò a voce
alta, per farsi sentire:
- Ehi, signor pesce, che mi permetterebbe una parola?
- Anche due, - rispose il pesce, il quale era un Delfino così garbato, come se
ne trovano pochi in tutti i mari del mondo.
- Mi farebbe il piacere di dirmi se in quest'isola vi sono dei paesi dove si
possa mangiare, senza pericolo d'esser mangiati?
- Ve ne sono sicuro, - rispose il Delfino. - Anzi, ne troverai uno poco lontano
di qui.
- E che strada si fa per andarvi?
- Devi prendere quella viottola là, a mancina, e camminare sempre diritto al
naso. Non puoi sbagliare.
- Mi dica un'altra cosa. Lei che passeggia tutto il giorno e tutta la notte per
il mare, non avrebbe incontrato per caso una piccola barchettina con dentro il
mì babbo?
- E chi è il tuo babbo?
- Gli è il babbo più buono del mondo, come io sono il figliuolo più cattivo
che si possa dare.
- Colla burrasca che ha fatto questa notte, - rispose il delfino, - la
barchettina sarà andata sott'acqua.
- E il mio babbo?
- A quest'ora l'avrà inghiottito il terribile Pesce-cane, che da qualche giorno
è venuto a spargere lo sterminio e la desolazione nelle nostre acque.
- Che è grosso di molto questo Pesce-cane? - domandò Pinocchio, che digià
cominciava a tremare dalla paura.
- Se gli è grosso!... - replicò il Delfino. - Perché tu possa fartene
un'idea, ti dirò che è più grosso di un casamento di cinque piani, ed ha una
boccaccia così larga e profonda, che ci passerebbe comodamente tutto il treno
della strada ferrata colla macchina accesa.
- Mamma mia! - gridò spaventato il burattino: e rivestitosi in fretta e furia,
si voltò al delfino e gli disse: - Arrivedella, signor pesce: scusi tanto
l'incomodo e mille grazie della sua garbatezza.
Detto ciò, prese subito la viottola e cominciò a camminare di un passo svelto;
tanto svelto, che pareva quasi che corresse. E a ogni più piccolo rumore che
sentiva, si voltava subito a guardare indietro, per la paura di vedersi
inseguire da quel terribile pesce-cane grosso come una casa di cinque piani e
con un treno della strada ferrata in bocca.
Dopo mezz'ora di strada, arrivò a un piccolo paese detto "Il paese delle
Api industriose". Le strade formicolavano di persone che correvano di qua e
di là per le loro faccende: tutti lavoravano, tutti avevano qualche cosa da
fare. Non si trovava un ozioso o un vagabondo nemmeno a cercarlo col lumicino.
- Ho capito, - disse subito quello svogliato di Pinocchio, - questo paese non è
fatto per me! Io non son nato per lavorare! Intanto la fame lo tormentava,
perché erano oramai passate ventiquattr'ore che non aveva mangiato più nulla;
nemmeno una pietanza di veccie.
Che fare?
Non gli restavano che due modi per potersi sdigiunare: o chiedere un po' di
lavoro, o chiedere in elemosina un soldo o un boccone di pane.
A chiedere l'elemosina si vergognava: perché il suo babbo gli aveva predicato
sempre che l'elemosina hanno il diritto di chiederla solamente i vecchi e
gl'infermi. I veri poveri, in questo mondo, meritevoli di assistenza e di
compassione, non sono altro che quelli che, per ragione d'età o di malattia, si
trovano condannati a non potersi più guadagnare il pane col lavoro delle
proprie mani. Tutti gli altri hanno l'obbligo di lavorare: e se non lavorano e
patiscono la fame, tanto peggio per loro.
In quel frattempo, passò per la strada un uomo tutto sudato e trafelato, il
quale da sé tirava con gran fatica due carretti carichi di carbone.
Pinocchio, giudicandolo dalla fisonomia per un buon uomo, gli si accostò e,
abbassando gli occhi dalla vergogna, gli disse sottovoce:
- Mi fareste la carità di darmi un soldo, perché mi sento morir dalla fame?
- Non un soldo solo, - rispose il carbonaio, - ma te ne do quattro, a patto che
tu m'aiuti a tirare fino a casa questi due carretti di carbone.
- Mi meraviglio! - rispose il burattino quasi offeso, - per vostra regola io non
ho fatto mai il somaro: io non ho mai tirato il carretto!...
- Meglio per te! - rispose il carbonaio. - Allora, ragazzo mio, se ti senti
davvero morir dalla fame, mangia due belle fette della tua superbia e bada di
non prendere un'indigestione.
Dopo pochi minuti passò per la via un muratore, che portava sulle spalle un
corbello di calcina.
- Fareste, galantuomo, la carità d'un soldo a un povero ragazzo, che sbadiglia
dall'appetito?
- Volentieri; vieni con me a portar calcina, - rispose il muratore, - e invece
d'un soldo, te ne darò cinque.
- Ma la calcina è pesa, - replicò Pinocchio, - e io non voglio durar fatica.
- Se non vuoi durar fatica, allora, ragazzo mio, - divertiti a sbadigliare, e
buon pro ti faccia.
In men di mezz'ora passarono altre venti persone, e a tutte Pinocchio chiese un
po' d'elemosina, ma tutte gli risposero:
- Non ti vergogni? Invece di fare il bighellone per la strada, và piuttosto a
cercarti un po' di lavoro, e impara a guadagnarti il pane! Finalmente passò una
buona donnina che portava due brocche d'acqua.
- Vi contentate, buona donna, che io beva una sorsata d'acqua alla vostra
brocca? - disse Pinocchio, che bruciava dall'arsione della sete.
- Bevi pure, ragazzo mio! - disse la donnina, posando le due brocche in terra.
Quando Pinocchio ebbe bevuto come una spugna, borbottò a mezza voce,
asciugandosi la bocca:
- La sete me la sono levata! Così mi potessi levar la fame!... La buona
donnina, sentendo queste parole, soggiunse subito:
- Se mi aiuti a portare a casa una di queste brocche d'acqua, ti darò un bel
pezzo di pane.
Pinocchio guardò la brocca, e non rispose né sì né no.
- E insieme col pane ti darò un bel piatto di cavolfiore condito coll'olio e
coll'aceto, - soggiunse la buona donna.
Pinocchio dette un'altra occhiata alla brocca, e non rispose né sì né no.
- E dopo il cavolfiore ti darò un bel confetto ripieno di rosolio. - Alle
seduzioni di quest'ultima ghiottoneria, Pinocchio non seppe più resistere e,
fatto un animo risoluto, disse:
- Pazienza! Vi porterò la brocca fino a casa!
La brocca era molto pesa, e il burattino, non avendo forza da portarla colle
mani, si rassegnò a portarla in capo.
Arrivati a casa, la buona donnina fece sedere Pinocchio a una piccola tavola
apparecchiata e gli pose davanti il pane, il cavolfiore condito e il confetto.
Pinocchio non mangiò, ma diluviò. Il suo stomaco pareva un quartiere rimasto
vuoto e disabitato da cinque mesi.
Calmati a poco a poco i morsi rabbiosi della fame, allora alzò il capo per
ringraziare la sua benefattrice; ma non aveva ancora finito di fissarla in
volto, che cacciò un lunghissimo ohhh!... di maraviglia e rimase là incantato,
cogli occhi spalancati, colla forchetta per aria e colla bocca piena di pane e
di cavolfiore.
- Che cos'è mai tutta questa maraviglia? - disse ridendo la buona donna.
- Egli è... - rispose balbettando Pinocchio, - egli è... egli è... che voi
somigliate... voi mi rammentate... sì, sì, sì, la stessa voce... gli stessi
occhi.. gli stessi capelli... sì, sì, sì... anche voi avete i capelli
turchini... come lei!... O Fatina mia!... O Fatina mia!... ditemi che siete voi,
proprio voi!... Non mi fate più piangere! Se sapeste!... Ho pianto tanto, ho
patito tanto..
E nel dir così, Pinocchio piangeva dirottamente, e gettandosi ginocchioni per
terra, abbracciava i ginocchi di quella donnina misteriosa.