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 Attraverso lo specchio

 


ATTRAVERSO LO SPECCHIO
di Lewis Carroll


LO SPECCHIO

Una cosa era certa: che il micino bianco non c'entrava affatto: la colpa era tutta del nero. Durante l'ultimo quarto d'ora Dina, la gatta madre, aveva lavata la faccia al micino bianco (operazione che il micino dopo tutto, aveva sopportato con dignità); era quindi chiaro che esso non aveva potuto aver parte nel misfatto.
Il modo come Dina lavava la faccia ai figli era questo: prima teneva il poverino per l'orecchio con una zampa, e poi con l'altra gli stropicciava tutto quanto il muso, contro pelo, principiando dal naso; e proprio poco prima, come ho detto, era stata occupatissima col micino bianco, che se ne stava tranquillo e calmo tentando di far le fusa, certo col sentimento che tutto si faceva per il suo bene.
Ma il gattino nero era stato lavato prima in quel pomeriggio; e così, mentre Alice se ne stava rannicchiata in un cantuccio della maestosa poltrona, in una specie di dormiveglia, esso s'era dato a una gran partita di salti col gomitolo che Alice aveva pazientemente fatto dalla matassa di lana, rotolandolo su e giù finchè l'aveva tutto ingarbugliato. Ed ora ecco il gomitolo sparso sul tappeto tutto nodi e grovigli, col gattino in mezzo che cerca di acchiapparsi la coda.
- Ah, brutto micio - gridò Alice acchiappando il gattino e dandogli un bacio per fargli capire d'essere in collera. - Veramente Dina avrebbe dovuto insegnarti a essere più educato! Tu devi farlo, Dina, tu sai che devi farlo! - essa aggiunse, dando un'occhiata di rimprovero alla gatta madre, e parlando col suo miglior tono di disapprovazione. E poi, arrampicatasi di nuovo sulla poltrona, dopo aver preso con sè il gattino e la lana, cominciò a rifare il gomitolo. Ma andava innanzi lentamente, perchè nel frattempo chiacchierava, un po' per il gattino e un po' per sè. Sulle ginocchia di lei il micio sedeva in aria triste, fingendo di osservare il progresso del gomitolo e di tanto in tanto sporgendo una zampetta, e pianamente toccando la palla, come per dire che, potendo, avrebbe aiutato il lavoro volentieri.
- Sai che è domani, micino? - cominciò Alice. - Se fossi venuto alla finestra con me, tu l'avresti indovinato... Ma Dina ti lavava la faccia e non hai potuto. Io guardavo i ragazzi che raccoglievano le fascine e le frasche per la fiammata di carnevale. Ce ne vogliono molte di fascine, micino. Ma faceva tanto freddo e nevicava tanto, che dovettero andarsene. Non importa, micino, domani andremo a vedere la fiammata. - Qui Alice avvolse due o tre volte il filo intorno al collo del gattino, per vedervi l'effetto; ma nell'atto le sfuggì il gomitolo che rotolò sul pavimento, disfacendosi di nuovo per molti metri di filo.
- Sai, micino, io ero così arrabbiata, - continuò Alice, appena si furono riaccomodati sulla poltrona, - quando vidi tutto il danno che avevi fatto. Avrei quasi aperto la finestra per gettarti nella neve! E l'avresti meritato, brigantaccio! Che hai da dire? Non m'interrompere! - essa continuò, levando un dito. - Ora ti dirò tutte le tue cattive azioni. Prima: questa mattina, hai strillato due volte, mentre Dina ti lavava la faccia. E non puoi negarlo, micino, l'ho sentito io. Che cosa dici? (fingendo che il gatto abbia parlato) - Ch'essa t'aveva fatto entrar una zampa nell'occhio? Colpa tua, se tenevi gli occhi aperti: se li avessi tenuti ben chiusi, non sarebbe accaduto. Ora sono inutili le scuse, ascolta. Secondo: tu hai tirato Nevina per la coda mentre io le mettevo innanzi il tegame del latte. Che cosa? Avevi sete anche tu? Come sai che non fosse assetata anche lei? Terzo: hai disfatto il gomitolo mentre io guardavo da un'altra parte. Sono tre mancanze, Frufrù, e tu non hai avuto ancora nessun castigo. Tu sai che ti riserbo i castighi per mercoledì di quest'altra settimana. Immagina un po' se a me avessero riserbato tutti i castighi per un dato giorno? Quanto farebbero alla fine d'un anno? Credo che arrivato quel giorno, mi dovrebbero mandare in prigione. Supponendo anzi che ciascun castigo dovesse consistere nel rimanere senza desinare, allora, arrivato quel terribile giorno, dovrei fare a meno di cinquanta desinari in una volta sola. A dir la verità, non m'importerebbe molto. Sarei più contenta di rimaner digiuna che di mangiarli. «Senti la neve contro i vetri della finestra, Frufrù? Che suono dolce! Come se uno stesse baciando la finestra dal di fuori. Forse la neve vuol bene agli alberi e ai campi e li bacia così soavemente! E poi li copre ben bene, sai, con una coperta bianca, e forse dice: «Andate a letto, cari, andate a letto, cari!» E l'estate quando si svegliano, Frufrù, si vestono tutti di verde e si mettono a ballare... quando soffia il vento... Oh che bellezza! - esclama Alice, lasciando cadere il gomitolo di lana per battere le manine.
«E io desidererei tanto che fosse vero! Certo che i boschi par che dormano in autunno, quando ingialliscono le foglie.
«Frufrù, ti piace giocare a scacchi? Ora non ridere, caro, io te lo domando seriamente. Perchè, quando poco fa stavamo giocando, tu guardavi come se sapessi il giuoco; e quando ho detto: «Scacco matto» tu hai fatto le fusa. Sì, è stato un magnifico scacco matto, e veramente avrei potuto vincere se non fosse stato per quel brutto cavaliere che si sviò fra i miei pezzi. Frufrù caro, fingiamo...»
E qui vorrei saper riferire se non altro una metà delle cose che soleva dire Alice, quando cominciava con la sua parola favorita: «Fingiamo...» Ella aveva avuto il giorno prima una lunghissima discussione con la sorella, soltanto perchè aveva cominciato: «Fingiamo d'essere re e regine»: sua sorella, alla quale piaceva d'essere sempre molto esatta, aveva risposto che non potevano perchè erano soltanto in due, e Alice era stata costretta finalmente a dire: «Allora tu puoi essere una, e io sarò tutti gli altri.» E una volta aveva veramente atterrita la vecchia governante strillandole a un tratto nell'orecchio: «Signorina, fingiamo che io sia una iena affamata e voi un orso!»
Ma questo vuol dir divagare dal discorso di Alice al micio:
- Fingiamo che tu sia la Regina Rossa, Frufrù. Sai che penso? Che se tu stessi seduto e incrociassi le braccia, saresti preciso come lei. Prova subito, caro.
E Alice prese la Regina Rossa dal tavolo e la mise innanzi al micino come il modello da imitare; ma la cosa non riuscì, principalmente, disse Alice, perchè il gattino non volle piegar bene le braccia. Così, per punirlo, lo tenne di fronte allo specchio, perchè guardasse quant'era goffo.
-...E se non stai buono, - aggiunse, - ti faccio andare nello specchio. Ti piacerebbe di andare nello specchio? Ora, se stai attento, Frufrù, e non parli tanto, ti dirò tutta la mia idea intorno alla Casa dello Specchio. Prima di tutto, v'è la stanza che si vede attraverso lo Specchio: è precisa come il salotto dove stiamo; però tutte le cose son messe alla rovescia. Salendo su una sedia la veggo tutta... tutta tranne la parte dietro il caminetto. Quanto mi piacerebbe veder quella parte! Chi sa se nell'inverno c'è il fuoco: se il nostro focolare non fa fumo, non s'indovina mai; ma se c'è fumo di qua, c'è fumo anche di là. Ma chi sa, può essere una finzione, per dare a credere che ci sia il fuoco anche di là. I libri, poi, somigliano ai nostri libri; ma le parole sono stampate a rovescio. Questo lo so; perchè ho tenuto un libro contro lo specchio, e nell'altra stanza ne hanno pigliato un altro.
«Ti piacerebbe di stare nella Casa dello Specchio, Frufrù? Chi sa, se ti darebbero il latte là dentro? Forse il latte della Casa dello Specchio non è buono da bere... E ora, Frufrù, arriviamo al corridoio. Se si lascia aperta la porta del nostro salotto si vede un pezzettino del corridoio della Casa dello Specchio: somiglia molto al corridoio nostro, ma chi sa se più in là non è diverso. Oh, Frufrù, che bellezza se potessimo entrare nella Casa dello Specchio! Son certa che ci sono tante belle cose. Fingiamo di poterci entrare, Frufrù, fingiamo che lo specchio sia morbido come un velo, e che si possa attraversare. To', adesso sta diventando come una specie di nebbia... Entrarci è la cosa più facile del mondo.»
Alice stava sulla mensola del caminetto mentre diceva così, sebbene non sapesse spiegarsi come fosse arrivata lassù. E certo il cristallo cominciava a svanire, come una nebbia lucente.
L'istante dopo Alice attraversava lo specchio e saltava agilmente nella stanza di dietro. La prima cosa che fece fu di guardare se ci fosse il fuoco nel caminetto, e fu tanto contenta di vedere che ce n'era uno vero, pieno di fiamme vive, come quello che aveva lasciato nel salotto.
«Così, qui starò calda come nell'altra stanza, - pensò Alice, - più calda, veramente, perchè qui non ci sarà nessuno che mi farà allontanare dal caminetto. Che bellezza, quando mi vedranno attraverso lo specchio e non potranno toccarmi!»
Poi cominciò a guardare intorno intorno, e si accorse che ciò che poteva essere veduto dalla vecchia stanza era comune e poco interessante, ma che tutto il resto era assolutamente diverso. Per esempio, i ritratti appesi al muro sembravano tutti vivi e lo stesso orologio sul caminetto (come comprendete, nello specchio si vedeva solo la parte di dietro) aveva la faccia di un vecchietto e sogghignava.
«Questa stanza non è tenuta pulita come l'altra» - diceva Alice a sè stessa, vedendo alcuni pezzi della scacchiera fra la cenere del focolare; ma un istante dopo con un piccolo «oh» di sorpresa s'inginocchiò per guardarli. Innanzi ai suoi occhi i pezzi della scacchiera sfilavano per due.
- Ecco il Re Rosso e la Regina Rossa, - disse Alice (sottovoce, per tema di spaventarli) - ed ecco il Re Bianco e la Regina Bianca che si seggono sull'orlo della paletta; ed ecco i due Castelli che camminano a braccetto... Non credo che possano sentirmi, - essa continuò, chinando un po' di più la testa; - e son sicura che neanche possono vedermi. Mi par quasi di diventare invisibile...
Allora qualche cosa cominciò a squittire sul tavolo dietro Alice, e le fece volger la testa appena in tempo per vedere una delle Pedine Bianche rotolare e cominciare a dar calci: ella la guardò con molta curiosità per vedere il seguito.
- È la voce di mia figlia! - gridò la Regina Bianca, passando accanto al Re e urtandolo con tanta violenza che lo fece stramazzare fra la cenere. - Mia preziosissima Lilla!... Mio regale tesoro, - e cominciò ad arrampicarsi selvaggiamente sull'alare.
- Tua regale sventataccia! - disse il Re sfregandosi il naso che aveva battuto cadendo. Egli aveva diritto di essere un po' irritato con la Regina, perchè era coperto di cenere dalla testa ai piedi.
Alice era ansiosissima di rendersi utile. La povera Lilla smaniava e strillava disperatamente; ed allora ella raccolse in fretta la Regina e la mise sul tavolo accanto alla sua rumorosa figlioletta.
La Regina si sedette ansando: il rapido viaggio per l'aria le aveva tolto il respiro, e per un minuto o due non potè far altro che abbracciare silenziosamente la piccola Lilla. Ripreso fiato, gridò al Re Bianco che sedeva imbronciato nella cenere:
- Bada al vulcano.
- Che vulcano? - disse il Re, guardando ansiosamente nel fuoco, come se credesse più che probabile scoprirne uno.
- M'ha soffiato! - balbettò la Regina, che non respirava ancora bene. - Bada di tornare qui... in modo regolare... non farti soffiare!
Alice osservava il Re, mentre egli si sforzava pianamente d'arrampicarsi d'asse in asse, e finalmente gli disse:
- A quella velocità ci metterai un secolo ad arrivare al tavolo. Sarà meglio che io ti aiuti, non è vero?
Ma il Re parve non accorgersi di quelle parole: era assolutamente evidente ch'egli non poteva nè udirla nè vederla.
Così Alice lo prese molto cortesemente, e lo sollevò più adagio della Regina. in modo da non togliergli il respiro; ma prima di metterlo sul tavolo, pensò bene, vedendolo con tanta cenere addosso, di spolverarlo un poco.
Essa narrò dopo di non aver mai visto in tutta la sua vita una faccia come quella fatta dal Re, nel momento ch'egli si trovò in aria tenuto da una mano invisibile e diligentemente spolverato: ne parve così stupito che non fiatò, ma gli occhi e la bocca andarono man mano diventando più grandi e più rotondi, finchè la mano di lei lo scosse fra tante risate che ci mancò poco non lo lasciasse ricadere sul pavimento.
- Oh! non far quelle smorfie, caro! - esclamò a un tratto dimenticando che il Re non poteva udirla. - Mi fai ridere tanto che appena posso tenerti! E non spalancar tanto la bocca! Si riempirà di cenere... Ecco, mi pare che ora sii abbastanza pulito! - ella aggiunse, allisciandogli i capelli e mettendolo sul tavolo accanto alla Regina.
A un tratto il Re stramazzò supino, e rimase perfettamente calmo; e Alice ebbe un po' paura per ciò che aveva fatto, e girò un po' per la stanza per trovare un po' d'acqua e gettargliela in faccia. Ma non potè trovare che una boccetta d'inchiostro, e quando ritornò con la boccetta, vide che il Re s'era riavuto e che parlava con la Regina in un timido bisbiglio... così basso, che Alice potè con difficoltà udire ciò che si dicevano.
Il Re diceva:
- Ti assicuro, mia cara, che ero diventato freddo fino alla punta dei baffi.
E la Regina rispondeva:
- Tu non hai baffi.
- La paura di quell'istante, - continuò il Re, - non la dimenticherò mai.
- La dimenticherai, - disse la Regina. - se tu non l'annoti nel taccuino.
Alice osservò con grande curiosità che il Re traeva di tasca un taccuino enorme, e cominciava a scrivere. Improvvisamente le saltò in mente una idea, e afferrò l'estremità della matita che sorpassava la spalla del Re e cominciò a scrivere per lui.
Il povero Re apparve imbarazzato e dolente, e lottò per qualche tempo con la matita senza dir nulla; ma Alice era più forte di lui. Finalmente egli balbettò:
- Cara mia, debbo procurarmi una matita più sottile. Questa non la so adoperare. Scrive cose che io non capisco.
- Che cosa? - disse la Regina guardando nel libro (in cui Alice aveva scritto: «Il Cavaliere Bianco scivola dall'alare. Egli non sa stare in equilibrio») - Questa non è un'annotazione che ti riguarda.
Vi era un libro sul tavolo accanto, e Alice, mentre se ne stava seduta a guardare il Re Bianco (perchè ancora si sentiva un po' in ansia per lui e aveva l'inchiostro pronto per gettarglielo sul viso, in caso dovesse svenire di nuovo) si mise a voltare le pagine per trovar qualche parte che potesse leggere, «perchè è stampato tutto in una lingua che io non conosco», diceva fra sè.

Era così:

irrat ilgil i e eccoc a are'S
,ottehcsip len navallertrig
irranicnec i icsol ittut
.ottets egnol navaigguffus

Essa guardò impacciata per qualche tempo; ma finalmente le venne un lampo di luce:
- Naturalmente è un libro della Casa dello Specchio. E se io lo metto contro uno specchio, le parole si raddrizzeranno.

Questa era la poesia che Alice lesse:

S'era a cocce e i ligli tarri
girtrellavan nel pischetto,
tutti losci i cencinarri
suffuggiavan longe stetto.

«Figlio attento al Giabervocco:
ha gli artigli ed ha le zanne,
ed attento, attento aI Tocco,
e disprezza il frumio Stranne!»

Egli prese in man la spada -
da gran tempo lo cercava -
e sull'albero di nada
in pensiero riposava.

Mentre stava sì in pensiero
ecco il Giabervocco appare
per il bosco artugio e fiero
tutte alunche fiamme pare.

Uno e due! Ecco che fa
l'itra spada zacche, zacche.
L'erpa testa ei lascia, e va
galonfando pel pirracche.

«Hai ucciso il Giabervocco!
Vieni, figlio, che t'abbracci,
vieni, figlio, al bardelocco
dei dì lieti di limacci!»

S'era a cocce e i ligli tarri
girtrellavan nel pischetto,
tutti losci i cencinarri
suffuggiavan longe stetto.

- Sembra bella, - essa disse, quando l'ebbe finita, - ma è piuttosto diffìcile a capire! (Come vedete, non confessava neanche a sè stessa che non poteva comprenderla.) Però mi pare che mi riempia la testa d'idee... Soltanto non so di che si tratti. Certo qualcuno uccise qualche cosa: comunque sia questo è chiarissimo...
«Ma, ohi! - pensò Alice, levandosi immediatamente, - se non faccio in fretta, dovrò ritornare oltre lo specchio, prima d'aver visitato il resto della casa. Vado prima a dare un occhiata al giardino.»
In un istante era fuori della stanza e correva giù per le scale... Veramente correre non è la parola esatta. La sua era una nuova invenzione per far le scale rapidamente e facilmente, come diceva Alice a sè stessa. Essa poggiava la punta delle dita sulla ringhiera, e andava leggermente giù senza neanche toccare i gradini coi piedi; poi volò giù per l'atrio, e sarebbe andata dritta alla porta nello stesso modo, se non si fosse afferrata al pilastro. Sentiva un po' di vertigine passando così per aria e fu lieta quando si accorse che camminava di nuovo nel modo solito.

II

IL GIARDINO DEI FlORI VIVI

«Vedrei il giardino molto meglio, - disse Alice fra sè, - se potessi arrivare in cima a quella collina. Ecco un sentiero che ci va dritto dritto... almeno... no, no... non ci va... - (dopo aver fatto pochi passi lungo il sentiero e aver girato parecchi angoli acuti) - ma credo che finalmente ci andrà. Ma che strane voltate che fa! Somiglia più a un cavaturaccioli che a un viottolo. Ecco, di qui si va alla collina, mi pare... No, non ci si va. Si rivà dritto a casa. E allora proverò per l'altra via.»
E così fece: vagando su e giù, e girando un angolo dopo l'altro, e alla fine tornando sempre alla casa. In verità, una volta, girando un angolo più velocemente del solito, gli corse incontro prima di potersi fermare.
«È inutile parlarne, - disse Alice, guardando la casa e facendo le viste di discutere con essa, - per ora non voglio rientrare. Dovrei ripassare un'altra volta per lo specchio, e mi ritroverei nella vecchia stanza... e addio a tutte le mie avventure!»
Così, risolutamente volgendo le spalle alla casa, ripigliò la via giù per il sentiero, decisa di andar dritta fino alla collina. Andò bene per pochi minuti, e stava dicendo: «Questa volta sul serio ci arriverò...» quando il sentiero fece una brusca voltata e si scosse (come ella disse poi) e l'istante appresso Alice s'avvide di camminare in realtà verso la porta.
- Oh, è troppo cattiva! - ella esclamò. Non ho visto mai una casa venirmisi a cacciare così tra i piedi. Mai!
Però la collina era in piena vista, e non c'era da far altro che mettersi di nuovo in viaggio. Questa volta ella arrivò ad una grande aiuola, tutta orlata di margherite, e con un salice piangente nel mezzo.
- Oh Giglio, - disse Alice, rivolgendosi a uno stelo che oscillava graziosamente al vento, vorrei che tu potessi parlare.
- Noi possiamo parlare, - disse il Giglio, - se c'è qualcuno con cui metta conto di parlare.
Alice fu così stupita che rimase senza parola per un minuto. Finalmente, siccome il Giglio non faceva che oscillare, ripigliò a discorrere timidamente... quasi con un bisbiglio.
- E tutti i fiori parlano?
- Come te, - disse il Giglio, - e molto più forte.
- Sai, - disse la Rosa, - cominciar noi non sta bene, e veramente tu parlavi; dicevo a me stessa: «Il suo viso ha qualche significato, sebbene non sia furbo». Pure, tu hai il colore giusto, e col colore giusto si va lontano.
- Non m'importa nulla del colore, - disse il Giglio. - Starebbe meglio se ella avesse i petali un po' più arricciati.
Ad Alice non piaceva di essere giudicata, e così cominciò a fare delle domande.
- Non avete paura d'esser piantati qui fuori, con nessuno che vi accudisca?
- V'è l'albero nel mezzo, - disse la Rosa, a che altro servirebbe?
- Ma che potrebbe fare innanzi a un pericolo? - chiese Alice.
- Troncarlo, - disse la Rosa.
- È per questo, - disse una Margherita, - che il suo fusto si chiama tronco.
- Non sai questo? - gridò un'altra Margherita, e tutte cominciarono a strillare in coro, finchè l'aria parve tutta assordata da quelle stridule voci.
- Silenzio, tutte! - gridò il Giglio, agitandosi irosamente da un lato all'altro, fremente di rabbia. - Siccome sanno che io non posso raggiungerle, - balbettò, piegando verso Alice la testa tremante, - si mettono a gridare a quel modo.
- Non ci badare, disse Alice con accento carezzevole, e, chinandosi sulle margherite, che stavano ricominciando, bisbigliò: - Se non state zitte, vi colgo.
Vi fu un istante di silenzio e parecchie delle margheritine rosee diventarono bianche.
- Benissimo! - disse il Giglio. - Le margherite hanno un carattere pessimo. Quando una parla, cominciano tutte, e non ci vuol altro per seccare chi le sente.
- Come va che voi potete parlare così bene? - disse Alice, sperando di addolcirlo con un complimento. - Sono stata in tanti giardini, ma non ho mai sentito parlare i fiori.
- Metti giù la mano e tasta il suolo, - disse il Giglio. - Saprai il perchè.
Alice obbedì.
- È molto duro, - ella disse, - ma non capisco che c'entri.
- Nella maggior parte dei giardini. - disse il Giglio, - fanno i letti dei fiori troppo soffici, e così i fiori dormono sempre.
La ragione era ottima, e Alice fu lieta di apprenderla.
- Non ci avevo pensato, - disse.
- Credo che tu non pensi mai! - disse la Rosa con un tono piuttosto severo.
Non ho visto mai una fisionomia più stupida, - disse la Viola così improvvisamente, che Alice diede un balzo.
- Tieni a posto quella lingua! - grido il Giglio. - Come se tu vedessi mai nessuno. Tu nascondi la testa sotto le foglie e vi russi tanto che ne sai del mondo quanto può saperne un germoglio.
- Ci sono soltanto io nel giardino o c'è altra gente? - chiese Alice, non volendo raccogliere l'ultima osservazione della Rosa.
- V'è un altro fiore nel giardino che può muoversi come te, - disse la Rosa. - Vorrei sapere come fai... («Tu sempre vuoi sapere» disse il Giglio), ma è più affaccendata di te.
- È come me? - chiese Alice sollecita, perchè un pensiero le era lampeggiato: «V'è un'altra bambina in qualche parte del giardino?»
- Si' ha la stessa tua goffa statura, - disse la Rosa, - ma è più rossa, e i suoi petali sono più corti, credo.
- Sono più stretti, come quelli della dalia, disse il Giglio, - e le cadono intorno intorno come i tuoi.
- Non è colpa tua, - aggiunse cortesemente la Rosa, - se cominci a impallidire... e i tuoi petali cominciano a insudiciarsi.
Non piacque ad Alice questa osservazione, e, per cambiar discorso, chiese:
- Viene qui qualche volta?
- Credo che la vedrai presto, - disse la Rosa, - ella è della specie a nove punte, sai?
- Dove le porta? - chiese Alice, curiosa.
- Intorno alla testa, naturalmente, - rispose la Rosa. - Mi domandavo perchè tu non le avessi. Credevo che quello fosse il tipo normale.
- Viene! - gridò lo Spron di Cavaliere. Sento i suoi passi, tump tump, sulla ghiaia del viale.
Alice si volse rapidamente, e vide la Regina Rossa.
- È cresciuta molto, - fu la sua prima osservazione.
Era cresciuta davvero. Quando Alice l'aveva raccolta dalla cenere era alta non più di otto centimetri, ed in quel momento era di mezza testa più alta d'Alice.
- Effetto dell'aria fresca, - disse la Rosa, - qui abbiamo un'aria meravigliosa.
- Vorrei andarle incontro, - disse Alice, perchè sebbene i discorsi dei fiori fossero interessanti, capiva che sarebbe stato molto più importante conversare con una vera Regina.
- Forse non potrai andarci, - disse la Rosa; - ti consiglierei d'andare dall'altra parte.
Questo parve una sciocchezza ad Alice, e non disse nulla, e s'avviò verso la Regina Rossa. Con sua grande sorpresa, immediatamente la perse di vista, e s'avvide di camminare ancora verso la porta.
Si ritrasse un po' irritata e, cercando per ogni dove la Regina (che scoperse finalmente a grande distanza), pensò finalmente di tentar di camminare nella direzione opposta.
Le riuscì magnificamente. Non aveva fatto neanche un minuto di strada che si trovò a faccia a faccia con la Regina Rossa e in piena vista della collina alla quale aveva mirato per tanto tempo.
- Donde vieni? - disse la Regina Rossa, - e dove vai? Guardami in viso, parla dolcemente, e intanto non agitar le dita.
Alice obbedì a tutte queste ingiunzioni, e rispose, come meglio potè, di aver smarrita la sua via.
- Non so che intendi per la tua via, - disse la Regina; - tutte le vie qui attorno appartengono a me... ma d'altra parte, perchè sei venuta qui fuori? - aggiunse con tono più cortese. - Fa un inchino mentre pensi a ciò che dici. Si guadagna tempo.
Alice si mostrò molto meravigliata, ma aveva troppo timore per la Regina per non crederle. «Proverò quando ritorno a casa, diceva fra sè, la prima volta che sarò un po' in ritardo pel desinare.»
- È ora di rispondere, - fece la Regina, guardando un orologetto, - apri un po' più la bocca quando parli, e di' sempre: «Vostra Maestà.»
- Volevo soltanto visitare il giardino, Vostra Maestà...
- Ora va bene, - disse la Regina, battendole sulla testa, cosa che ad Alice non piacque affatto, - ma se mi parli di «giardino» ho veduto giardini a petto ai quali questo sarebbe un deserto.
Alice non osò di contrastare questa asserzione, e continuò:
- Cercavo la strada che mena in cima alla collina.
- Se mi parli di «collina», - interruppe la Regina, - io potrei mostrarti colline a petto alle quali questa potresti chiamarla «vallata.»
- No, che non potrei, - disse Alice, che si sorprese finalmente a contraddirla; - una collina non può essere una vallata, è un'assurdità...
La Regina Rossa scosse la testa:
- Chiamala assurdità, se ti piace, - disse, - ma io ho sentito delle assurdità a petto alle quali questa sarebbe più piena di significati di un dizionario.
Alice fece di nuovo un inchino, perchè, dal tono con cui la Regina parlava, temeva di averla offesa; e si misero a camminare in silenzio finchè arrivarono alla cima della collinetta.
Per alcuni minuti Alice se ne stette in silenzio, guardando la campagna in tutte le direzioni... Era una campagna stranissima. Un gran numero di ruscelletti l'attraversavan dritti da un lato e l'altro, e il terreno che li separava era diviso in quadrati da un gran numero di piccole siepi verdi che andavan da un ruscello all'altro.
- Mi pare disegnata proprio come una grande scacchiera, - disse Alice finalmente. - Vi dovrebbero essere qua e là degli uomini che si muovono... ed eccoli, ci sono! - aggiunse deliziata, e il cuore le comincio a battere più celere mentre continuava: - Si giuoca un giuoco colossale di scacchi... per tutto il mondo... se questo e un mondo. Oh, che divertimento! Vorrei essere del giuoco. Non m'importerebbe d'essere una Pedina, purchè potessi essere là con loro, ma naturalmente mi piacerebbe di più essere Regina.
Diede un timido sguardo alla vera Regina, mentre diceva così, e la sua compagna accennò un gentile sorriso e disse:
- Se ti piace, si può far subito. Puoi essere la Pedina della Regina Bianca, perchè Lilla è troppo giovane per giocare; e intanto tu sei nella seconda Casella; quando arriverai all'ottava Casella sarai Regina.
Proprio in quel momento, chi sa come, cominciarono a correre.
Alice non potè mai capire, ripensandoci dopo, come avesse cominciato: tutto ciò che ricordava si era che correvano l'una dietro l'altra, tenendosi per mano, e che la Regina andava così veloce che ella stentava a mantenere lo stesso passo; e pure la Regina continuava a strillare: «Più presto, più presto!» ma Alice non poteva andare più presto, e non aveva più un filo di fiato per dirlo.
E il più strano si era che gli alberi e tutti gli altri oggetti d'intorno non cambiavan mai di posto: per quanto veloci esse andassero, non si lasciavan dietro mai niente: «Forse tutte le cose si muovono con noi...» diceva tra sè Alice, non sapendo che pensare. E la Regina pareva indovinasse i suoi pensieri, perchè gridava: «Più presto! Non tentar di parlare!»
Non che Alice avesse l'intenzione di farlo.
Le era rimasto così poco fiato, che non sapeva se avrebbe mai potuto riparlar più: e la Regina gridava: «Più presto! più presto!» e se la trascinava appresso.
- Siamo arrivate? - potè finalmente domandare Alice, con un soffio.
- Arrivate? - rispose la Regina. - Ci siamo passate dieci minuti fa. Più presto!
E corsero per qualche tempo in silenzio, col vento che soffiava nelle orecchie di Alice, dandole la sensazione di strapparle i capelli.
- Su! su! - gridava la Regina. - Più presto! più presto!
E andavano così veloci che finalmente parve traversassero l'aria a volo, sfiorando a pena coi piedi il suolo, finchè improvvisamente, nell'istante che Alice si sentiva assolutamente esausta, si fermarono, ed ella si trovò seduta senza respiro in terra e con la testa che le girava.
La Regina l'adagiò contro un albero, e cortesemente le disse:
- Ora puoi riposarti un poco.
Alice si guardò intorno, sorpresa.
- Ma mi pare che in tutto questo tempo non ci siamo mosse da quest'albero. Non c'è nulla di cambiato in questo luogo.
- È naturale, - disse la Regina; - che cosa avresti voluto?
- Ma nel nostro paese, - disse Alice, che ancora ansava un poco, - generalmente si arriva altrove... dopo che si è corso tanto tempo come abbiamo fatto noi.
- Che razza di paese! - disse la Regina. Qui invece, per quanto si possa correre si rimane sempre allo stesso punto. Se si vuole andare in qualche altra parte, si deve correre almeno con una velocità doppia della nostra.
- Non ci vorrei provare! - disse Alice. Son contenta di starmene qui... soltanto ho caldo e sete.
- So che cosa ti piacerebbe ora, - disse la Regina con affabilità, cavando una scatolina di tasca. - Mangia un biscotto!
Alice pensò che non sarebbe stato cortese dir di no, benchè non fosse quello che desiderava. Prese il biscotto e fece del suo meglio per mangiarlo: era molto secco. In vita sua non s'era mai sentita in tanto pericolo di strozzarsi.
- Mentre tu ti rinfreschi, - disse la Regina, - io prenderò le misure.
E cavò di tasca la fettuccia del metro, e cominciò a misurare il terreno e a ficcare qua e là dei piccoli pioli.
- Alla fine di due metri, - ella disse, mettendo un piolo per segnar la distanza, - ti darò le istruzioni... Vuoi un altro biscotto?
- No, grazie, - disse Alice, - ne ho abbastanza d'uno.
- La sete è spenta, spero? - disse la Regina.
Alice non sapeva che dire, ma fortunatamente la Regina non aspettò la risposta, e continuò:
- Alla fine di tre metri, le ripeterò, per non fartele dimenticare. Alla fine di quattro, ti dirò addio. Alla fine di cinque, me ne andrò.
In quel momento aveva finito di mettere i pioli, e Alice stette a guardare con grande interesse, mentre la Regina ritornava all'albero, e cominciava a camminare pianamente giù per la fila.
Al piolo del secondo metro, ella si volse e disse:
- Una pedina, sai, fa due caselle nella sua prima mossa. Così andrai rapidamente per la terza Casella - per ferrovia, direi, - e ti troverai subito nella quarta. Bene, la quarta Casella appartiene a Tuidledum e Tuidledì... la quinta la maggior parte è acqua... La sesta appartiene a Unto Dunto... Ma non mi dici nulla?
- Io... io non sapevo di dover dir qualche cosa... proprio ora, - balbettò Alice.
- Avresti dovuto dire, - continuò la Regina con tono di grave rimprovero: «Siete molto gentile a dirmi tante cose». Ma facciamo conto che tu l'abbia detto... La settima Casella è tutta foresta... ma uno dei Cavalieri t'indicherà la via... e nell'ottava Casella noi saremo Regine insieme, e tutto sarà festa e allegria.
Alice si levò e fece un inchino. e si risedè di nuovo.
Al prossimo piolo, la Regina si voltò ancora e disse:
- Parla in francese quando una cosa non sai pensarla nella tua lingua... volgi all'infuori le dita dei piedi camminando... e ricorda chi sei.
Questa volta non aspettò che Alice s'inchinasse, ma si diresse velocemente al prossimo piolo, dove si voltò un momento per dire «addio», e quindi corse in gran fretta all'ultimo.
Come avvenisse, Alice non seppe mai; ma, non appena raggiunto l'ultimo piolo, la Regina non c'era più. Se si fosse dileguata in aria o se fosse corsa velocemente nel bosco («essa può correre tanto presto», pensava Alice), non vi fu assolutamente mezzo d'indovinare: era sparita, e Alice cominciò a ricordarsi d'essere una Pedina e che il suo dovere era di muoversi.

III

GL'INSETTI DELLO SPECCHIO

Naturalmente la prima cosa da fare era di esaminare attentamente il paese attraverso il quale doveva viaggiare.
«È come studiar la geografia, - pensava Alice, mentre si levava in punta di piedi con la speranza di vedere un po' più oltre. - Fiumi principali... non ve ne sono. Montagne principali... La sola montagna qui son io, ma credo di non aver nome. Città principali... Ah!... e che sono quelle bestie che fanno il miele laggiù? Non possono essere api... le api non si potrebbero vedere alla distanza di un miglio.»
E per qualche tempo rimase silenziosa, guardandone una che s'aggirava tra i fiori, ficcando la proboscide nei loro calici. «Proprio come un'ape», pensava Alice.
Però era tutt'altro che un'ape: infatti, era un elefante... come Alice scoprì presto, con uno stupore che le tolse quasi il respiro. «E che enormi fiori debbono essere!» - si disse poi. - «Qualche cosa come dei villini senza tetto e con uno stelo... e che gran quantità di miele debbono fare! Voglio andar giù a... No, non voglio andare ancora», continuò arrestandosi, dopo aver cominciato a correre giù per la collina, tentando di trovar qualche scusa per quel suo improvviso timore. «Non andrò mai giù tra quelle bestie senza una pertica per scacciarle... E che divertimento sarà quando mi si domanderà se mi è piaciuta la passeggiata! Io dirò:...Oh, m'è piaciuta tanto... (qui fece la sua solita scrollatina di testa), soltanto c'era tanta polvere e tanto caldo, e gli elefanti m'hanno seccato un poco.»
«È meglio andar giù per l'altra via,» disse dopo una pausa: - «e forse potrò vedere gli elefanti più tardi. Inoltre così arriverò nella Terza Casella.»
E con questa scusa corse giù per la collina e saltò oltre il primo dei sei ruscelletti.

* * *

- I biglietti, per favore! - disse la Guardia, cacciando la testa allo sportello.
In un istante tutti cavarono fuori i biglietti. Erano biglietti della stessa dimensione delle persone e pareva che riempissero la vettura.
- Su, il tuo biglietto, bambina, - continuò la Guardia, guardando severamente Alice.
E molte voci dissero tutte insieme («come il coro d'un canto» pensava Alice):
- Non lo fare aspettare, bambina, chè il suo tempo vale mille lire al minuto.
- Mi dispiace di non averlo, - disse Alice tutta impaurita: - nel luogo dove sono partita, non c'era l'ufficio del bigliettario.
E di nuovo il coro delle voci continuò:
- Non c'era spazio per l'ufficio nel luogo donde essa è partita. Il terreno lì vale mille lire il centimetro.
- Le scuse sono inutili, - disse la Guardia, - dovevi comprare il biglietto dal macchinista.
E ancora una volta il coro delle voci continuò:
- L'uomo che conduce la macchina. Ebbene, il fumo solo vale mille lire lo sbuffo.
Alice diceva fra sè: «È inutile tentar di parlare.» E siccome non aveva parlato, non sentì il coro delle voci, ma con sua gran sorpresa s'accorse che tutti pensavano in coro (io spero che voi comprendiate che cosa significa pensare in coro... perchè debbo confessare che io non lo comprendo):
- È meglio non dire nulla. La lingua vale mille lire la parola.
«Stanotte mi sognerò le mille lire, son certo che le sognerò», pensava Alice.
In quel momento la Guardia la stava fissando prima con un telescopio, poi con un microscopio, e poi con un binocolo. Infine disse:
- Tu viaggi in senso inverso!
E così dicendo, chiuse lo sportello e se ne andò.
- Una bambina così piccola, - disse il signore che le sedeva di fronte, vestito di carta bianca, - dovrebbe sapere in che senso viaggia, anche se essa non sa come si chiama.
Un Caprone, che sedeva accanto al signore in bianco, chiuse gli occhi e disse a voce alta:
- Essa doveva sapere la via dell'ufficio dei biglietti, anche se non sa leggere.
Ma uno Scarabeo che sedeva accanto al Caprone (era una stranissima vettura tutta piena di passeggeri d'ogni specie) disse, giacchè pareva che si seguisse la regola di parlare a turno:
- Essa dovrà essere rimandata di qui come bagaglio.
Alice non potè vedere quello che aveva parlato dopo lo Scarabeo, ma poi sentì una voce affannata e cava:
- Si cambia la macchina!... - disse la voce, che poi fu come soffocata e costretta a interrompersi.
- Sembra la voce di un cavallo, - diceva Alice fra sè; e una voce straordinariamente sottile, accanto all'orecchio di lei, disse:

- Tu dovresti fare un bisticcio su questo: un bisticcio su cava e cavallo.

Allora una voce gentile in distanza disse:
- Sapete, le bisogna mettere l'etichetta: «Ragazza, fragile.»
E dopo questa, altre voci continuarono: («Quanta gente c'è in questa vettura!» pensava Alice):
- Essa deve andare per posta, perchè ha un collo addosso. Deve essere mandata come un dispaccio per telegramma... Deve tirare il treno da sè per il resto del viaggio...
E altre proposte di questo genere.
Ma il signore vestito di carta bianca si chinò un po' e le bisbigliò all'orecchio:
- Non badare a ciò che si dice, cara, ma prendi un biglietto di ritorno tutte le volte che il treno si ferma.
- Veramente non lo farò, - disse Alice con qualche impazienza, - io non appartengo a questo viaggio di strada ferrata... Poco fa ero in un bosco... e vorrei poter tornare indietro.
Disse la piccola voce accanto al suo orecchio:

- Adesso potresti fare un giuoco di parole: qualche cosa, sai, su volere e potere.

- Non mi seccare, - disse Alice, invano guardandosi per scoprire donde venisse la voce; - se ti piacciono tanto i giuochi di parole, perchè non ne fai uno tu?
La piccola voce trasse un profondo sospiro: segno evidente di grande infelicità, e Alice avrebbe detto qualche parola di consolazione, «se il sospiro fosse stato come tanti altri!» ella si diceva. Ma era così straordinariamente minuscolo, che non si sarebbe assolutamente sentito, se non le fosse sonato accanto all'orecchio. Per conseguenza ella avvertiva un forte solletico all'orecchio che la stornava dal pensiero dell'infelicità della povera creaturina.
Continuò la piccola voce:

- So che tu sei un'amica una cara amica, una vecchia amica. Benchè io sia un insetto, tu non mi farai male.

- Che specie di insetto? - Alice chiese con ansia.
Ciò che voleva veramente sapere era se pungesse o no, ma pensò che non era una domanda che si potesse educatamente mettere.

- Che! allora non ti.....

cominciò la vocettina, quando fu soffocata da un acuto strillo che veniva dalla macchina, e tutti si levarono impauriti. Alice tra gli altri.
Il Cavallo che aveva messo la testa allo sportello, la ritrasse tranquillamente dicendo:
- Si tratta di saltare un ruscello.
Tutti parvero soddisfatti di questa spiegazione, ma Alice si sentiva un po' nervosa all'idea di un treno che doveva saltare. «Però, ci porterà alla quarta Casella, e questa è una consolazione!» disse fra sè.
- L'istante dopo sentì la vettura levarsi dritta in aria, e nella paura che la invase, Alice s'afferrò all'oggetto più vicino, che poi era la barba del Caprone.

* * *

Ma la barba, toccata, parve svanire, e Alice si trovò tranquillamente seduta sotto un albero, mentre la Zanzara (che era l'insetto che le aveva parlato) si equilibrava su un ramoscello che le pendeva sulla testa, facendosi vento con le ali.
Certo, era una Zanzara colossale: «della dimensione di una gallina,» pensò Alice. Pure, non ne ebbe paura, dopo che avevano conversato tanto tempo insieme.
-...Allora non ti piacciono tutti gli insetti, - continuò la Zanzara, come se nulla fosse accaduto.
- Mi piacciono quando sanno parlare, disse Alice. - Nessuno di essi parla mai, nel paese donde vengo
- E che razza di insetti ti allietano, e donde vieni? - chiese la Zanzara.
- Gli insetti non mi allietano affatto, - spiego Alice, - piuttosto ne ho paura... almeno di quelli grandi. Ma posso dirti i nomi di alcuni.
- Naturalmente, essi rispondono ai loro nomi? - osservò con indifferenza la Zanzara.
- Non l'ho mai saputo.
- E che servirebbe aver il nome, e non rispondere?
- Non serve ad essi, - disse Alice; ma serve alle persone che li nominano, credo. Se no, perchè ogni cosa avrebbe un nome?
- Non so, - rispose la Zanzara. - Nel bosco laggiù non ci sono nomi... Ma continua con la lista degli insetti: così perdi il tempo.
- Prima, la Mosca cavallina, - cominciò Alice, contando i nomi sulle dita.
- Oh, bene, - disse la Zanzara, - a mezza strada da quel cespuglio, vedrai la Mosca dei cavallucci di legno. È fatta interamente di legno, e va di ramo in ramo dondolandosi su sè stessa.
- E di che vive? - chiese Alice con grande curiosità.
- Linfa e segatura, - disse la Zanzara; avanti con la tua lista.
Alice mirò la Mosca dei cavallucci di legno con grande interesse, e dicendo fra sè che certo, per sembrare così lucente e appiccicaticcia, era stata riverniciata di fresco, continuò:
- E v'è il Moscone della carne.
- Guarda il ramo sulla tua testa, - disse la Zanzara, - e vedrai il Moscone della carne. Ha il corpo di salsiccia, le ali di costoletta e la testa di braciola.
- E di che vive? - chiese Alice, come prima.
- Di salame e di pasticcio di sanguinaccio, - rispose la Zanzara, - e fa il nido in un tegame.
- E poi c'è la Mosca del formaggio, - continuò Alice, dopo aver guardato ben bene l'insetto, che aveva la testa nel fuoco, mentre essa diceva: «Forse questa è la ragione perchè agl'insetti piace di volare intorno alle candele».
- Puoi veder strisciare ai tuoi piedi, - disse la Zanzara (Alice ritrasse i piedi impaurita) - una Mosca del pane e formaggio. Le sue ali sono fette sottili di pane e burro, il suo corpo è di Gorgonzola, gli occhi di Gruyera.
- E di che vive?
- Di maccheroni e di pere.
Ma in mente di Alice sorse un'obiezione.
- E se non ne trova? - essa disse.
- Morirebbe, è naturale.
- Qui deve accadere molto spesso, - osservò Alice pensosa.
- Accade sempre, - disse la Zanzara.
E allora, Alice rimase un minuto o due meditabonda. La Zanzara si divertiva intanto a zirlarle intorno alla testa: finalmente si adagiò di nuovo, e osservò:
- Io credo che tu non abbi l'intenzione di perdere il nome.
- Veramente no, - disse Alice con una certa ansia.
- E pure io non so, - continuò la Zanzara con tono d'indifferenza: - pensa il guadagno che faresti, se lo perdessi ritornando a casa. Per esempio, se la governante volesse chiamarti per la lezione, direbbe: «Vieni qui...» e dovrebbe interrompersi, perchè non avrebbe un nome con cui chiamarti, e tu allora non dovresti rispondere.
- Io credo che questo non servirebbe a nulla, - disse Alice: - la governante mi farebbe scuola lo stesso. Se non ricordasse il nome, mi chiamerebbe «signorina» come fa la cameriera.
- Bene, «signorina» vuol dire piccola signora, - osservò la Zanzara, - e allora... s'ignora la chiamata. Questo è un bisticcio. Mi piacerebbe che l'avessi pensato tu.
- Perchè ti piacerebbe che l'avessi pensato io? - chiese Alice. - È un brutto bisticcio.
Ma la Zanzara non rispose e trasse un profondo sospiro, mentre due grosse lagrime le solcavano le gote.
- Non dovresti far dei bisticci, - disse Alice, - se ti addolora tanto.
Poi venne un altro di quei malinconici sospiri, e tosto la povera Zanzara parve essersi dissolta con esso, perchè Alice guardò di nuovo da quella parte, e non vide più nulla sul ramoscello. E allora, siccome si sentiva intirizzire per esser stata così a lungo seduta, s'alzò e si mise a camminare.
Arrivò subito a una pianura, con un bosco dall'altro lato: sembrava molto più oscuro dell'ultimo bosco, e Alice ebbe paura di entrarci. Però, ripensandoci meglio, decise di andare innanzi: «Perchè certamente non ritornerà più» essa si diceva, e quella era l'unica via per l'Ottava Casella.
- Questo dev'essere il bosco, - disse meditabonda, - dove le cose non hanno nomi. Chi sa che sarà del mio, quando c'entrerò! Non mi piacerebbe di perderlo... perchè dovrebbero darmene un altro, e certo sarebbe brutto. Sarebbe divertente trovare la creatura che portasse il mio vecchio nome. Proprio come i manifesti quando la gente perde i cani: «Risponde al nome di Menelik: aveva un collare d'ottone»; figurarsi, chiamare ogni cosa che s'incontra «Alice», finchè una risponde. Ma se fosse savia, non risponderebbe affatto.
Divagava a questo modo, quando raggiunse il bosco, che le sembrò molto freddo e ombroso. «Ma ad ogni modo è un gran conforto, - si diceva entrando sotto gli alberi, - dopo tanto caldo, entrare nel... nel... che cosa?» ella continuò, piuttosto sorpresa di non poter trovar la parola. «Vado sotto il... sotto il... sotto questo, sai» e mise la mano sul tronco dell'albero. «Chi sa come si chiama! Credo che non abbia nome... sì, certo, non l'ha.»
Stette silenziosa per un minuto a pensare; e poi ricominciò: «E allora è realmente accaduto, dopo tutto. E ora, qual è il mio nome? Voglio ricordarlo, se posso. Sono proprio decisa.» Ma l'essere decisa non significava nulla, e tutto ciò che potè dire, dopo molto scervellarsi, fu: «Al, so che comincia per Al.»
Proprio in quel punto venne a passare una cerva, che guardò Alice coi suoi grandi gentili occhi, ma non sembrò per nulla impaurita.
- Qua, qua! - disse Alice, sporgendo la mano e provando a carezzarla.
Ma quella diede un piccolo balzo, e poi la guardò calma di nuovo.
- Come ti chiami? - disse finalmente la Cerva, con una soavissima voce.
«Vorrei saperlo», pensava la povera Alice, e rispose tutta rattristata:
- In questo momento, nulla.
- Pensaci ancora, - disse la Cerva, - così non può essere.
Alice pensò ancora, ma non venne a capo di nulla.
- Per favore, e tu non puoi dirmi come ti chiami? - ella disse timidamente. - Forse m'aiuteresti a ricordare il mio nome.
- Te lo dirò, se vieni un po' più oltre, disse la Cerva. - Qui non posso ricordarlo.
Così esse viaggiarono insieme per il bosco, Alice con le braccia strette affettuosamente intorno al morbido collo della Cerva, finchè non arrivarono in un'altra pianura, dove la Cerva balzò improvvisamente in aria e si liberò dal braccio di Alice.
- Io sono una Cerva, - esclamo con voce di gioia. - E povera me, tu sei una creatura umana.
Tosto uno sguardo di sgomento apparve nei suoi begli occhi bruni, e l'istante dopo essa s'era slanciata lontano a grande velocità.
Alice la seguì con lo sguardo, li lì sul punto di scoppiare in lagrime per aver perduta così improvvisamente quella piccola compagna di viaggio.
«Però, so il mio nome ora, - ella si disse: - questa è una consolazione. Alice... Alice... non lo dimenticherò più. E ora chi sa quale di queste due frecce dovrei seguire!»
Non era molto difficile rispondere a questa domanda, perchè nel bosco c'era una strada sola e la freccia su tutti e due i cartelli aveva la punta rivolta in quella direzione.
«Lo deciderò, - si disse Alice, - quando la strada si dividerà e le frecce indicheranno diverse vie.»
Ma la cosa non sembrava probabile. Ella continuò ad andare, ad andare, per molto tempo, e dovunque la strada si divideva era sicura di vedere due frecce che indicavano la stessa via, una col cartello: «Alla casa di Tuidledum» e l'altra: «Alla casa di Tuidledì.»
- Credo, - disse finalmente Alice, - che essi abitino nella stessa casa. Non so perchè non ci abbia pensato prima. Ma non potrò starvi a lungo. C'entrerò per dire: «Come state ?» e domanderò loro d'indicarmi la via per uscire dal bosco. Se potessi soltanto arrivare all'ottava Casella prima di notte!
Così continuò ad andare innanzi, parlando a sè stessa mentre camminava, perchè, nel voltare intorno a un angolo acuto, s'imbattè in due grassi omini, così all'improvviso che non potè fare a meno di dare un balzo indietro, ma per riaversi l'istante dopo, già assolutamente certa ch'essi dovevano essere

IV

TUIDLEDUM E TUIDLEDI'

Essi se ne stavano sotto un albero, ciascuno con un braccio intorno al collo dell'altro, e Alice seppe subito chi fosse l'uno e chi l'altro; perchè uno aveva un «Dum» ricamato sul collare e l'altro un «Dì».
«Certo tutti e due portano scritto «Tuiddle di dietro sul collare», ella disse fra sè.
Se ne stavano così calmi, che ella dimenticando assolutamente ch'erano vivi, stava per girar loro intorno per veder la parola «Tuiddle» scritta di dietro sul collare, quando fu sorpresa da una voce che veniva da quello segnato «Dum».
- Se credi che noi siamo statue di cera, - egli disse, - avresti dovuto pagare, sai. Le statue di cera non sono fatte per esser vedute gratis. No.
- Viceversa, - aggiunse quello segnato «Dì» - se credi che siamo vivi, avresti dovuto parlare.
- Mi dispiace tanto, - fu tutto ciò che Alice potè dire, perchè le parole d'una vecchia canzone continuavano a risonarle nel cervello come il tic-tac d'un pendolo, ed ella non potè fare a meno dal gridare:

Tuidledum e Tuidledì
si sfidarono a duello:
Tuidledum a Tuidledì
avea rotto un campanello.
Proprio allora volò un corvo
nero assai più della pece:
ei guardò gli eroi sì torvo
che ambedue scappar li fece.

- Io so a che pensi, - disse Tuidledum, - ma non e così, no.
- Viceversa, - continuò Tuidledì, - se fosse così, potrebbe essere; e se fosse così, sarebbe; ma siccome non è, non è. È logico.
- Io cercavo, - disse Alice molto cortesemente, - la via per uscire dal bosco: si fa così scuro! Volete farmi il favore d'indicarmela?
Ma i due grassi omini si guardarono l'un l'altro e sogghignarono.
Somigliavano così esattamente a un paio di grossi e grassi scolaretti, che Alice non potè fare a meno dall'indicare col dito Tuidledum e dire:
- Caposquadra!
- No, - esclamò vivacemente Tuidledum, e richiuse la bocca con uno scrocchio.
- Vice-caposquadra! - disse Alice, passando a Tuidledì, sebbene fosse assolutamente certa ch'egli avrebbe risposto «Viceversa!» come infatti rispose.
- Hai cominciato male! - esclamò Tuidledum. - La prima cosa da fare in una visita è di dire: «Come state?» e stringer le mani.
E qui i due fratelli si diedero un abbraccio, e poi sporsero le mani che erano libere per stringer la mano ad Alice.
Alice non voleva stringer prima la mano di uno per tema di offender la suscettibilità dell'altro; così, per cavarsi dalla difficoltà, s'impossessò delle due mani insieme. Il momento dopo essi stavano danzando in circolo. Questo le sembrò una cosa naturalissima (essa dopo se ne ricordò), e neanche fu sorpresa d'udir sonare una musica che veniva dall'albero sotto il quale danzavano, ed era fatta (a quel che si poteva intendere) dai rami che si sfregavan gli uni attraverso gli altri come violini ed archi.
- Ma certo fu buffo, (diceva Alice dopo, narrando la storia di tutto alla sorella) sorprendermi a cantare «Ecco l'ambasciatore». Non so quando cominciassi, ma è certo che avevo cantato per tanto tempo.
Gli altri due ballerini che erano grossi e grassi, rimasero presto senza fiato.
- Fare quattro giri in una danza è già troppo, - balbettò Tuidledum, e improvvisamente essi interruppero il ballo come improvvisamente l'avevano incominciato: nello stesso momento cessò la musica.
Allora essi lasciarono le mani di Alice, e la stettero a guardare per un minuto: vi fu una pausa piuttosto imbarazzante, perchè Alice non sapeva come cominciare una conversazione con persone con le quali aveva poco prima ballato:
- Ora non starebbe bene dire: «Come state?» - essa si diceva - siamo arrivati già più lontano di questo, mi pare.
E poi finalmente disse:
- Spero che non siate stanchi.
- Niente affatto. E grazie molte per averlo domandato, - disse Tuidledum.
- Obbligatissimo, - aggiunse Tuidledì. Ti piace la poesia?
- S...ì, piuttosto... un po' di poesia - disse Alice dubbiosa. - Mi indichereste la strada che conduce fuori del bosco?
- Che cosa le reciterò? - disse Tuidledì, guardando con uno sguardo solenne Tuidledum, e non raccogliendo l'osservazione di Alice.
- Il Tricheco e il Legnaiuolo è la più lunga, - rispose Tuidledum, dando al fratello un abbraccio affettuoso.
Tuidledì cominciò immediatamente:

Dardeggiava il sol sul mare

Qui Alice s'arrischiò a interromperlo:
- Se è molto lunga, - disse nella sua più cortese maniera, - mi fareste il favore di dirmi prima qual'è la strada...
Tuidledì sorrise con affabilità, e cominciò di nuovo:

Dardeggiava il sol sul mare
col suo massimo vigore,
chè volea l'acqua appianare
e prestarle il suo splendore.
Strana idea, ch'era già notte
fonda come in una botte.

Ahi, la luna a viso afflitto
su lucea languidamente,
e dicea: «Con che diritto
a quest'ora è il sol presente ?
È scortese, e dico poco,
a guastarmi così il giuoco.»

Era il mar più che bagnato,
più che asciutta era la rena:
senza nubi il ciel stellato,
perchè l'aria era serena;
non volava uccello alcuno...
non ce n'era neppur uno.

Camminavan con piacere
il Tricheco e il Legnaiuolo,
ma che pianto nel vedere
tanta sabbia sparsa al suolo!
Disser tosto, senza asprezza:
«Se si spazza, che bellezza!

Se tre serve con tre panni
stesser notte e dì a spazzare»
fe' il Tricheco - «in tre o quattr'anni,
la potrebbero levare.»
«Chi sa!» - fece il Legnaiuolo,
e piangea da un occhio solo.

«O bell'Ostriche, sul lido
come è dolce passeggiare!»
fe' il Tricheco: «Il vostro nido
or lasciate in fondo al mare;
ed in nostra compagnia
state un poco in allegria.»

Lo guardò l'Ostrica vecchia,
ma una sillaba non disse,
strizzò l'occhio e in un'orecchia
un'unghietta si confisse,
quasi a dir di non volere
di lì togliersi a giacere.

Ma tre Ostriche piccine
accettarono l'invito,
ed uscir con le vestine
bianche e il viso assai pulito,
senza piedi - è naturale -
ma con scarpe di coppale.

Altre tre seguir le prime,
poi tre altre in un istante,
ed infine sulle cime
delle spume, tante e tante,
che saltando d'onda in onda
s'aggrappavano alla sponda.

Il Tricheco e il Legnaiuolo
si diresser lungo il mare,
e sull'argine del molo
stetter quindi a riposare.
Tutte in fila, curiosette
aspettavan le Ostrichette.

«È già l'ora» fe' il Tricheco,
«di parlar di molte cose,
di corazze... e scarpe... e greco,
di prezzemolo e di rose,
e perchè di marmo è il mare,
e se il bue sta sull'alare.»

Disser l'Ostriche: «Aspettate
un momento pel discorso;
siamo grasse e siam sudate,
più d'un miglio abbiamo corso!»
Fece il Legnaiuolo: «Bene,
riposarvi vi conviene.»

«Ciò che occorre sopratutto»,
fe' il Tricheco, «è un po' di pane,
pepe, aceto, burro e tutto,
per il pasto di stamane.
Siete già, Ostriche care,
pronte per il desinare?»

«Non con noi!» gridâro a un tratto
tutte le Ostriche atterrite,
«voi, così gentili, un atto
così fello concepite?»
«Bella notte!» fe' il Tricheco:
«ammirate il cielo meco?

Con voi tutto io mi consolo,
squisitissime Ostrichette.»
Interruppe il Legnaiuolo:
«Son sottili queste fette,
falle grosse; ho un appetito,
formidabile, inaudito!»

«È un infamia questo tiro»,
fe' il Tricheco. «Poverine!
dopo un così lungo giro
macerarle in salsa fine!»
L'altro fe' con un sussurro:
«Spargi, caro, molto burro.»

«Per voi piango,» fe' il Tricheco,
con parole assai commosse.
Ne ripete i pianti l'eco,
mentre ei sceglie le più grosse,
e di lagrime un ruscello
va asciugandosi bel bello!

Disse il Legnaiuolo: «Care
mie, la gita è stata bella!
Se tornar volete al mare,
ce n'andremo in comunella.»
Ma - mangiate ad una ad una -
non rispose - ahimè! - nessuna.

- Mi piace più il Tricheco, - disse Alice: - perchè era un po' rattristato per le povere ostriche!
- Egli mangiò più del Legnaiuolo, però, - disse Tuidledì. - E si teneva il fazzoletto in faccia, in modo che il Legnaiuolo non potè contare quante se ne prendeva... viceversa!
- Questa fu una viltà, - disse Alice indignata. - Allora mi piace più il Legnaiuolo, se ne mangiò meno del Tricheco.
- Ma egli ne mangiò più che ne potè, disse Tuidledum.
Era come un indovinello. Dopo una pausa, Alice cominciò:
- Allora erano due cattivi...
Si frenò subito, in apprensione, all'udir come uno sbuffo di locomotiva nel bosco, accanto a lei, pur temendo invece che più probabilmente fosse una bestia feroce.
- Bazzicano dei leoni e delle tigri qui? chiese timidamente.
- È il Re Rosso che russa, - disse Tuidledum.
Onestamente Alice non poteva dir che cosa fosse. Egli aveva in testa un alto berretto rosso, con un'etichetta, e se ne stava rannicchiato quasi come in un mucchio polveroso, russando sonoramente, «quasi che la testa dovesse esplodergli», come notò Tuidledum.
- Temo che si acchiapperà un raffreddore col dormire sull'erba umida, - disse Alice, che era una bambina assai cauta.
- Ora egli sogna, - disse Tuidledì, - e che credi che sogni?
Alice disse:
- Nessuno lo può indovinare.
- Sogna di te! - esclamò Tuidledì, battendo le mani con aria di trionfo. - E se cessasse di sognare di te, dove credi che tu saresti?
- Dove sono ora, naturalmente, - disse Alice.
- Niente affatto, - ribattè Tuidledì con tono di sprezzo; - non saresti in nessuna parte. Perchè tu sei soltanto una specie d'idea nel suo sogno.
- Se il Re si dovesse svegliare, - aggiunse Tuidledum, - tu ti spegneresti... puf!... proprio come una candela.
- Non è vero! - esclamò Alice indignata. - E poi, se io sono una specie d'idea nel suo sogno, mi piacerebbe di sapere che cosa siete voi.
- Idem, - disse Tuidledum.
- Idem, idem, - gridò Tuidledì.
E strillò tanto che Alice non potè fare a meno di dire:
- Zitto! Lo sveglierai, se fai tanto rumore.
- È inutile di parlare di svegliarlo, -; disse Tuidledum, - quando sei soltanto un'idea nel suo sogno. Sai benissimo che non sei vera.
- Io sono vera! - disse Alice, e cominciò a piangere.
- E inutile piangere, tanto non diverrai più vera col piangere, - osservò Tuidledì. Non v'è ragione di piangere.
- Se io non fossi vera, - disse Alice, sorridendo un poco a traverso le lagrime (tutto le sembrava così ridicolo) - non potrei piangere.
- Non crederai, spero, che le tue siano lagrime vere? - la interruppe Tuidledum con tono di grande disprezzo.
- Io so che essi dicono delle sciocchezze, diceva fra sè Alice, - ed è stupido piangere.
Così si asciugò le lagrime, e continuò più allegramente che potè:
- A ogni modo, sarebbe meglio uscire dal bosco, perchè si fa veramente molto buio. Credete che si metterà a piovere?
Tuidledum spiegò un grosso ombrello sulla sua testa e su quella del fratello, e guardò di fra le stecche.
- No, credo di no, - egli disse, - almeno qui sotto. Niente affatto.
- Ma pioverà al di fuori?
- Se così vuole, - disse Tuidledì: - noi non obiettiamo. Viceversa...
«Egoisti!» - pensò Alice, e stava appunto per dire «Buona sera» e lasciarli, quando Tuidledum fece un salto di sotto l'ombrello, e l'afferrò per il polso.
- Vedi questo? - egli disse, con voce d'ira soffocata, e gli occhi gli si spalancarono e s'ingiallirono in un istante, mentre indicava col dito tremante un piccolo oggetto bianco sotto l'albero.
- Ebbene, è un sonaglio, - disse Alice dopo un attento esame del piccolo oggetto bianco. Sai, non un serpente a sonagli, - aggiunse in fretta per tema di spaventarlo, - ma un sonaglietto vecchio e rotto per giunta.
- Lo sapevo! - gridò Tuidledum, cominciando a pestare i piedi e a strapparsi i capelli con ira selvaggia. - È guasto, naturalmente.
- E si mise a fissare Tuidledì, che immediatamente si sedette in terra e cercò di nascondersi sotto l'ombrello.
Alice gli mise la mano su un braccio, e disse, in tono carezzevole:
Perchè devi disperarti per un sonaglio vecchio?
- Ma non è vecchio! - esclamò Tuidledum più furioso che mai. - È nuovo, ti dico... l'ho comprato ieri,... il mio bel sonaglio nuovo! - e la sua voce si levò in un perfetto urlo.
Durante questo tempo, Tuidledì faceva del suo meglio per chiuder l'ombrello e nascondervisi; ma la cosa era così ardua, che l'attenzione di Alice fu distolta dal fratello in collera. Ma Tuidledì, per quanto facesse, non ci riuscì, e finì con l'arrotolarsi insieme con l'ombrello, lasciando la testa fuori; e così rimase, aprendo e chiudendo la bocca e gli occhi... «da sembrare piuttosto un pesce che altro», pensò Alice.
- Naturalmente è necessario fare un duello, - disse Tuidledum con tono più calmo.
- Credo di sì, - rispose l'altro imbronciato, uscendo fuori dell'ombrello: - soltanto è necessario ch'essa ci vesta.
Così i due fratelli andarono a braccetto nel bosco, e ritornarono dopo un minuto con le braccia piene di oggetti, quali cuscini, coperte, tappeti, coperchi di tegami e secchi da carbone.
- Spero che tu sappi appuntar degli spilli e legar delle corde, - osservò Tuidledum. - In un modo o nell'altro noi dobbiamo indossare tutte queste cose.
Alice dopo narrò di non aver mai assistito a tanto fracasso in vita sua: di tutto il trambusto di quei due, e della gran quantità di cose che si misero addosso, e del fastidio che le diedero nel legarli con le funi e abbottonarli.
- Veramente sembreranno più fasci di vecchi utensili che altro, quando saranno pronti, - essa si disse, mentre accomodava un guanciale intorno al collo di Tuidledì «per impedir che la testa gli fosse troncata,» come egli diceva.
- Sai, - egli aggiunse gravemente, - è una delle cose più gravi che possono accadere a uno in duello, aver la testa troncata.
Alice scoppiò in una grande risata, ma tentò di cambiarla in tosse, per tema di offendere la suscettibilità di Tuidledì.
Son diventato pallido? - disse Tuidledum, avanzandosi per farsi legare l'elmo. (Egli lo chiamava elmo, benchè somigliasse molto più a un paiuolo).
- Veramente... sì... un poco, - rispose gentilmente Alice.
- Ordinariamente io son molto coraggioso, - egli continuò sottovoce, - ma oggi ho il mal di testa.
- Ed io ho il mal di denti, - disse Tuidledì che aveva sentito le parole del fratello. - Io sto peggio di te.
- Allora sarebbe meglio di non combattere oggi, - suggerì Alice, pensando che quella fosse l'occasione di rappacificarli.
- Noi dobbiamo battagliare un poco, ma non ci tengo a continuare a lungo, - disse Tuidledum; - che ora è?
Tuidledì guardo l'orologio, e disse:
- Le quattro e mezzo.
- Combattiamo fino alle sei, e poi desineremo, - disse Tuidledum.
- Benissimo, - disse l'altro con malinconia, - ed essa può guardare... Soltanto farà bene a non avvicinarsi troppo. Io ordinariamente, colpisco tutto ciò che veggo... quando sono veramente eccitato.
- E io colpisco tutto ciò che posso raggiungere, - gridò Tuidledum, - lo vegga o no.
Alice rise:
- Voi dovete colpir gli alberi molto spesso, o credo.
Tuidledum si guardò intorno con un sorriso soddisfatto.
- Non credo, egli disse, - che rimarrà un solo albero in piedi qui intorno intorno, finchè non avremo finito.
- E tutto questo per un sonaglio, - disse Alice, sempre sperando di farli vergognare di cominciare un duello per una inezia.
- Non ci avrei badato tanto, - disse Tuidledum - se non fosse stato un sonaglio nuovo.
- «Io vorrei che venisse quel brutto corvo», pensava Alice.
- V'è una sola spada, sai, - disse Tuidledum al fratello; - ma - tu puoi tenere l'ombrello... che è molto aguzzo. Soltanto bisogna sbrigarsi a cominciare. Si sta facendo così buio.
- Molto buio, - disse Tuidledì.
Si faceva buio così rapidamente che Alice penso che s'avvicinasse un temporale.
- Che nuvola nera! - ella disse. - E come viene presto. To' mi pare che abbia le ali.
È il corvo! - gridò Tuidledum con un acuto strillo di terrore, e i due fratelli levarono le calcagna e si dileguarono in un attimo.
Alice prese a correre per il bosco, e si fermò sotto un grosso albero.
- Qui non può raggiungermi, - essa pensava. - Esso è così grande che non si potrà infilare fra gli alberi. Ah, se non agitasse tanto le ali... nel bosco soffia un uragano... ecco uno scialle che vola.

V

LANA E ACQUA

Mentre così parlava acchiappò lo scialle e guardò per veder la persona alla quale apparteneva; l'istante dopo apparve la Regina Bianca che correva precipitosamente attraverso il bosco, con le mani aperte, come se volasse; e Alice le andò gentilmente incontro con lo scialle.
- Son molto lieta d'averlo potuto acchiappare! - disse Alice, mentre aiutava la Regina a rimetterselo.
La Regina Bianca la guardò come atterrita, continuando a ripetere a sè stessa con un bisbiglio qualche cosa che sonava come: «Pane e burro, pane e burro», e Alice capì che se voleva conversare, doveva pensarci lei. Così cominciò, con una certa solennità, con una frase che aveva sentito leggere dalla sorella:
- Si para qui innanzi la Regina Bianca?
- Se questo si chiama pararsi! - disse la Regina. - A me non pare!
- Alice pensò che non fosse conveniente intavolare una discussione appena all'inizio della conversazione; così sorrise e disse:
- Se Vostra Maestà vorrà insegnarmi il miglior modo di cominciare, lo farò come meglio potrò.
- È inutile! - gemè la povera Regina, è da due ore che lo sto facendo da me.
Sarebbe stato bene, come sembrava ad Alice, che la Regina che era in un acconciatura straordinariamente negletta, si fosse fatta vestire da qualche altra persona.
- «Tutto è stato messo storto!» - pensava Alice, e poi aggiunse ad alta voce:
- Posso accomodarvi lo scialle?
- Io non so che abbia, - disse la Regina, con tono melanconico. - È irritato, credo. L'ho appuntato di qui, l'ho appuntato di là, ma non c'è modo di compiacerlo.
- Ma non può star dritto, se lo appuntate tutto da un lato, - disse Alice bellamente accomodandoglielo; - e poveretta me, in che stato avete i capelli!
- Ci s'è impigliata la spazzola, - disse la Regina con un sospiro, - e ieri ho perduto il pettine.
Alice attentamente liberò la spazzola, e fece del suo meglio per riordinarle i capelli.
- Vedete come state meglio ora! - ella disse, dopo aver cambiato di posto a molte spille.-
Veramente vi converrebbe prendere una cameriera
- Certo che ti piglierei con piacere, - disse la Regina. - Quattro soldi la settimana e marmellata ogni domani.
Alice non si potè tenere dal ridere, mentre diceva:
- Io non voglio mettermi a servizio di nessuno, e non ho che farne della marmellata.
- È ottima, - disse la Regina.
- A ogni modo oggi non voglio nulla.
-E non potresti averla, anche se la volessi, - disse la Regina: - non sai? il patto è marmellata domani e marmellata ieri, ma non mai oggi.
- Qualche volta deve pur venire il giorno della marmellata
- No, non può, - disse, la Regina. - È marmellata ogni domani: oggi non è domani, sai.
- Non vi capisco, sapete, - disse Alice, - è una terribile confusione.
- Ecco che succede col vivere all'indietro, - disse gentilmente la Regina: - in principio uno si sente un po' di vertigine.
- Vivere all'indietro! - ripete Alice nel massimo stupore, - non ho mai sentito una cosa simile!
- ...ma v'è un gran vantaggio: che la memoria lavora in tutti e due i sensi.
- Io son certa che la mia lavora in un senso solo, - osservò Alice. - Non può ricordare le cose prima che accadano.
- Che miserabile razza di memoria quella che lavora solo all'indietro! - osservò la Regina. - Oh, le cose che accaddero la settimana dopo la prossima! - riprese la Regina con tono indifferente. - Per esempio, ora, - essa continuò, incollandosi un gran quadrato di taffetà sul dito mentre parlava, - ecco l'Alfiere del Re. Essendo stato punito, ora è in prigione; e il processo non comincerà che mercoledì prossimo; naturalmente, il delitto è l'ultimo ad accadere.
- E se, non lo commette? - disse Alice.
- Tanto meglio, non è vero? - disse la Regina, legandosi il taffetà intorno al dito con un pezzo di nastro.
Alice naturalmente non poteva dir di no.
- Sì, che sarebbe meglio; ma non sarebbe meglio non essere punito?
- Hai torto, però, - disse la Regina. - Tu non sei stata mai punita?
- Soltanto per delle mancanze.
- E te ne trovasti molto meglio, dopo! disse la Regina con accento di trionfo.
- Sì, ma io avevo commesso le mancanze, per le quali ero punita, - disse Alice, - questa è la differenza.
- Ma se tu non le avessi commesse, - disse la Regina, - sarebbe stato molto meglio ancora; meglio e meglio e meglio.
La voce diveniva più acuta ad ogni «meglio», finchè non fu che un grido gutturale.
Alice stava appunto per dire: «C'è un errore in qualche punto...» quando la Regina cominciò a strillare con tanta forza ch'essa non potè finire la frase.
- Oh, oh, oh! - strillava la Regina, scotendo la mano come se volesse gettarla lontano, - il mio dito sanguina! Oh, oh, oh!
Le sue strida erano così simili ai fischi d'una macchina a vapore, che Alice dovè mettersi le mani alle orecchie.
- Che cosa avete? - disse, non appena ebbe la speranza di farsi sentire, - vi siete punto il dito?
- Non me lo son punto ancora, - disse la Regina, - ma presto me lo pungerò... Oh, oh, oh!
- Quando credete che ve lo pungerete? chiese Alice con una voglia matta di ridere.
- Quando mi rimetterò lo scialle un'altra volta, - gemeva la povera Regina. - Il fermaglio s'aprirà subito. Oh, oh!
- Mentre diceva così, il fermaglio s'aperse, la Regina vi portò a precipizio le dita, tentando di richiuderlo.
- Badate! - gridava Alice, - lo tenete storto.
Ed essa prese il fermaglio; ma era troppo tardi: la spilla aveva ferito il dito della Regina.
- Ed ecco perchè il dito mi sanguinava, - ella disse ad Alice. - Ora comprendi come vanno le cose qui.
- Ma perchè non strillate ora? - chiese Alice, levando le mani per tapparsi di nuovo le orecchie.
- Perchè ho già strillato quanto dovevo strillare, - disse la Regina. - A che servirebbe mettersi a strillare un'altra volta?
Frattanto schiariva:
- Il corvo dev'essersene andato, credo, disse Alice. - Son così contenta che se ne sia andato. Credevo che fosse già notte.
- Anch'io vorrei poter essere contenta! disse la Regina. - Soltanto non ricordo la regola. Tu devi essere felicissima, vivendo in questo bosco ed essendo contenta tutte le volte che ti piace.
- Soltanto qui son così sola, - disse Alice con voce melanconica: e al pensiero della sua solitudine, due grosse lagrime le corsero per le guance.
- Oh, non piangere così! - gridò la povera Regina, torcendosi le mani disperata. - Considera che sei già grande. Considera quanta strada hai fatta oggi. Considera che ora è. Considera qualunque cosa. Ma non piangere.
Alice non potè non sorridere, anche attraverso le lagrime.
- E voi potete fare a meno dal piangere, col considerare tutte queste cose? - essa chiese.
- Ecco come si fa, - disse la Regina con gran decisione, - come sai, nessuno può fare due cose in un volta. Per cominciare, consideriamo prima la tua età... quanti anni hai?
- Sette e mezzo in punto.
- Non è necessario dire «in punto», - osservò la Regina. - Posso crederlo senza di questo. Ora darò io a te qualche cosa da credere. Io ne ho esattamente cento e uno, cinque mesi e un giorno.
- Questo non lo posso credere, - disse Alice.
- No? - disse la Regina in tono di compatimento. - Provatici. Fa un respiro lungo, e poi chiudi gli occhi.
Alice si mise a ridere.
- È inutile che mi ci provi, - ella disse, - non si può credere alle cose impossibili.
- Forse non hai la pratica necessaria, - disse la Regina. - Quando io avevo la tua età, m'esercitavo per mezz'ora al giorno. Ebbene, a volte credevo nientemeno che a sei cose impossibili prima della colazione... Ecco che se ne va di nuovo lo scialle.
Il fermaglio s'era aperto mentre essa parlava, e un'improvvisa raffica di vento fece volar lo scialle della Regina attraverso un ruscello. La Regina spalancò di nuovo le braccia, e si mise a corrergli dietro, e questa volta riuscì ad acchiapparlo da sè.
- L'ho preso, l'ho preso! - gridò con tono di trionfo come la vispa Teresa con la farfalla. - Vedrai che ora me l'appunterò da me.
- Allora, il vostro dito sta meglio? - disse Alice con molta cortesia, mentre traversava il ruscelletto dietro la Regina.

* * *

- Oh benissimo! - gridò la Regina, con una voce che si faceva sempre più acuta. - Benissimo. Be-e-enissirmo. Be-e-ehh!
L'ultima parola finì in un lungo belato, così simile a quello d'una pecora che Alice diede un balzo.
Guardò la Regina, che pareva si fosse completamente coperta di lana. Si sfregò gli occhi e guardò di nuovo. Non poteva comprendere ciò che fosse accaduto. Si trovava essa in una bottega? E quella che sedeva all'altro lato del banco era veramente una Pecora? Per quanto si sfregasse gli occhi, era proprio così: si trovava in una piccola oscura botteguccia, appoggiata coi gomiti al banco, di fronte a una vecchia Pecora, che sedeva in una poltroncina facendo la calza e che, di tanto in tanto, levava gli occhi dal lavoro per guardarla a traverso un paio di grosse lenti.
- Che vuoi comprare? - disse finalmente la Pecora, lasciando per un momento la calza.
- Ancora non lo so, - disse Alice con dolcezza. - Vorrei, se fosse possibile, dare prima un'occhiata intorno intorno.
Tu puoi guardar di fronte e ai due lati, se vuoi, - disse la Pecora, - ma non intorno intorno a meno che tu non possegga degli occhi sulla nuca.
Ma Alice non li aveva, e così si limitò a volgersi in giro e guardar gli scaffali, avvicinandosi di volta in volta.
La bottega sembrava zeppa di ogni sorta di strani oggetti... ma il più strano di tutto si era che tutte le volte che Alice si metteva a guardar fisso uno scaffale, per veder bene ciò che conteneva, quello diventava improvvisamente vuoto, sebbene gli altri d'intorno fossero perfettamente colmi
- Qui gli oggetti se ne volano via! - ella disse finalmente, in un tono di lamento, dopo aver passato un minuto o quasi a inseguir vanamente un grande oggetto lucente, che le sembrava a volte una bambola e a volte una scatola da lavoro, ed era sempre nello scaffale al di sopra di quello in cui guardava. - E questo e il più irritante di tutti... ma io vi dirò, - essa aggiunse, come un subitaneo pensiero le sorse, - che lo seguirò fino all'ultimo scaffale in cima. Non vorrà andarsene pel soffitto, spero.
Ma anche questo mezzo non le riuscì: l'oggetto traversò tranquillamente il soffitto, come se ci fosse lungamente avvezzo.
- Sei una bambina o una trottola? - disse la Pecora, mentre prendeva un altro paio di ferri da calza. - Mi farai venire la vertigine, se continui ad aggirarti a quel modo.
Essa ora lavorava con quattordici paia di ferri contemporaneamente, e Alice non poteva non guardarla con grande meraviglia.
- Come può fare con tanti ferri? - pensava la bambina imbarazzata. - E più sta, e più mi sembra che diventi un porcospino.
- Sai remare? - chiese la Pecora, dandole un paio di ferri, mentre parlava.
- Sì, un poco... ma non per terra... e non coi ferri da calza... - cominciò a dire Alice, quando improvvisamente i ferri che aveva in mano diventarono remi, e si trovò con la Pecora in una barchetta che scivolava fra due sponde. Non potè far altro che remare.
- Remigante! - gridò la Pecora, prendendo un altro paio di ferri.
Non sembrando che questa osservazione avesse bisogno d'una risposta, Alice non disse nulla, ma tirò innanzi. V'era qualche cosa di strano nell'acqua, ella pensava, perchè di tanto in tanto i remi affondavano, ed eran tratti fuori con gran difficoltà.
- Remigante, Remigante, - gridò di nuovo la Pecora, prendendo altri ferri. - Tosto piglierai un granchio.
- Un bel granchiolino, - pensava Alice, mi piacerebbe.
- Non hai sentito che dicevo Remigante? gridò irata la Pecora, prendendo addirittura un fascio di ferri.
- Sì, che l'ho sentito, disse Alice, - l'avete detto tanto spesso... e ad alta voce. Per favore dove sono i granchi?
. - Nell'acqua naturalmente, - disse la Pecora, ficcandosi alcuni ferri nei capelli, chè n'aveva piene le mani. - Remigante, dico!
- Perchè dire «Remigante» tante volte? - chiese finalmente Alice, piuttosto seccata. - Io non sono un uccello.
- Si che lo sei, - disse la Pecora, - sei una piccola oca.
A questo Alice s'offese un po'. Così per un minuto o due non vi fu conversazione. La barca scivolava silenziosa sull'acqua; a volte fra letti d'alghe (nelle quali s'impigliavano più che mai i remi), e a volte sotto gli alberi, ma sempre con le stesse alte. sponde. accigliate da un lato e dall'altro
- Oh, per favore! vi sono dei giunchi profumati, - gridò Alice in un improvviso accesso di gioia. Ve ne sono tanti e come son belli!
- È inutile dirmi «per favore», a proposito dei giunchi, - disse la Pecora senza levar la testa dalla calza. - Non ce li ho messi io, e non son io che li toglierò.
- No, ma io volevo dire... per favore, possiamo fermarci a coglierne un po'? - si scusò Alice. - Se non vi dispiace di fermare per un minuto la barca.
- Come debbo fermarla? - disse la Pecora. - Se cessi di remare, si fermerà da sè.
Cosi la barca fu lasciata in balia della corrente, finchè scivolò pianamente fra i giunchi oscillanti. E le piccole maniche furono attentamente rimboccate, e le piccole braccia affondate fino al gomito, per afferrare i giunchi più in basso che potevano prima di romperli... e per un poco Alice dimenticò ogni cosa della pecora e delle calze, incurvandosi sul fianco della barca, con l'estremità della chioma scarmigliata nell'acqua, mentre con lucenti e avidi occhi acchiappava un ciuffo dietro l'altro dei cari giunchi odorosi.
- Spero soltanto che la barca non si rovesci, - essa si disse. - Oh, che bel ciuffo!... Solo che non ci arrivo!
Ed era una cosa veramente irritante («come se fosse fatto apposta» ella pensava) che, sebbene ella cercasse di cogliere molti bei giunchi che la barca rasentava, v'era sempre un ciuffo più grazioso che non si raggiungeva.
- I più belli sono sempre più oltre! - esclamò finalmente, con un sospiro, all'ostinazione dei giunchi nel crescer così lontano, mentre con le guance accese e i capelli e le mani gocciolanti, si arrampicava di nuovo al suo posto e cominciava a mettere in ordine quei suoi nuovi tesori.
Che importava ora a lei che i giunchi avessero cominciato a scolorarsi e a perdere tutto il loro profumo e la loro bellezza del primo istante della raccolta? Anche i giunchi veri durano pochissimo... e quelli, essendo giunchi immaginari si liquefecero quasi come la neve, ammucchiati com'erano ai suoi piedi. Ma Alice ci badò appena, perchè v'erano tante altre cose strane alle quali pensare.
Esse non erano andate molto più innanzi quando la pala di uno dei remi s'impegolò nell'acqua e non volle uscirne più (così Alice raccontò; dopo), ed avvenne che il manico la colpì sotto il mento, e, nonostante una serie di piccoli strilli «Oh, oh, oh!» da parte della povera Alice, la divelse dal suo posto e la fece stramazzare sul mucchio dei giunchi.
- Ma essa non s'era fatto male, e si levò subito in piedi: la Pecora continuava a far la calza, come se nulla fosse accaduto.
- È un piccolo granchio che tu hai preso, ella osservò, mentre Alice ritornava al suo posto, molto confortata di trovarsi ancora in barca.
- Sì? Non l'ho visto, - disse Alice, affacciandosi cautamente sul fianco della barca, e guardando nell'acqua scura. - Non l'avrei lasciato andare... Mi piacerebbe tanto di portarmi un granchiolino a casa.
Ma la Pecora sorrise ironicamente, e continuò a far la calza.
- Vi sono molti granchi qui? - disse Alice.
- Granchi, e tutto quello che vuoi, - disse la Pecora, a tua scelta. Soltanto deciditi. Che cosa vuoi comprare?'
Comprare? - echeggiò Alice, in un tono che era mezzo di stupore e mezzo di paura, perchè i remi, e la barca e il fiume erano in un istante svaniti, ed essa si ritrovava nella piccola oscura botteguccia.
- Vorrei comprare un uovo, - essa disse timidamente. - A quanto li vendi?
- Cinquantun centesimi per uno, venti centesimi per due, - rispose la Pecora.
- Allora due costano meno di uno! - disse Alice sorpresa, cavando il borsellino.
- Ma se ne compri due, devi mangiarli tutti e due, - disse la Pecora.
- Allora ne piglio uno, - disse Alice mettendo i soldi sul banco, perchè essa diceva fra sè: «non saranno molto freschi.»
La Pecora prese i soldi, e li mise in una cassetta; poi disse:
- Io non metto gli oggetti nelle mani degli avventori... Non starebbe bene... te lo prenderai da te.
E così dicendo, si diresse in fondo della bottega, e su uno scaffale mise l'uovo dritto.
«Chi sa perchè non starebbe bene? - pensava Alice, andando a tentoni fra i tavolini e le sedie, perchè la bottega in fondo era oscurissima.
Più cammino, e più sembra che l'uovo s'allontani. È una sedia questa, sì o no? To', ha messo i rami. Strano che qui crescano gli alberi. To', ecco un ruscello. Ma questa è la bottega più strana che io m'abbia visto.»
Ella continuò ad andare innanzi, sempre più sbalordita a ogni passo, mentre ogni cosa diventava un albero nell'istante che l'avvicinava, ed essa s'aspettava che l'uovo dovesse far precisamente lo stesso.