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Storie allegre

 

CARLO COLLODI
Storie allegre


L'omino anticipato.
Ossia la storia di tutti quei ragazzi che vogliono parere uomini prima del tempo.

1. Il signor Gigino.

Quando lo conobbi io, aveva appena dieci anni. Di nome si chiamava Gigino.
Non era né bello né brutto. Aveva un par d'occhietti cerulei: i capelli biondissimi, d'un biondo chiaro come la stoppa: il naso un po' ritto e voltato in su e le gambe un tantino magre più del bisogno.
Nell'insieme, poteva dirsi un buon figliuolo. A scuola non faceva miracoli, ma il maestro mostravasi contento: in casa poi era il cucco della mamma e l'occhio diritto del babbo. Guai se le sorelle e i fratelli maggiori avessero torto un capello a Gigino! C'era da far nascere una specie di finimondo.
Volete che vi dica il più gran difetto di questo ragazzo? Durerete fatica a crederlo, eppure è così: il suo più gran difetto era quello di vergognarsi a passar per un ragazzo: voleva per forza parere un giovinotto, un uomo fatto!
A domandargli quanti anni avesse, per il solito rispondeva:
«Il babbo e la mamma dicono che ne ho dieci: ma lo dicono per farmi arrabbiare...»
«O dunque quanti anni hai?»
«A dir poco poco, ne devo avere dodici per i diciotto: un altr'anno sarò di leva...»
«Come fai a saperlo?»
«Chi può saperlo meglio di me? Gli anni sono miei, e nessuno me li può levare.»
Fatto sta che Gigino, mentre pretendeva di essere un giovinotto e un omino maturato prima del tempo, si dava a conoscere per un ragazzo più ragazzo di molti altri. Era bizzoso, capriccioso, svogliato, ghiotto di zucchero e di pasticcini: un po' bugiardo: prepotente e permaloso co' suoi compagni di scuola, e fanatico dei balocchi fino al segno di pigolare tutti i giorni qualche soldo per comprarsi un burattino o un cavallo di terra cotta col fischio nella coda.
Voi forse mi domanderete: «In qual modo, dunque, il signor Gigino mostrava questa sua gran passione di farsi credere un giovinotto?»
Ve lo dico subito: la sua passione stava tutta nel desiderio di potersi vestire da uomo, come il suo fratello maggiore che aveva oramai vent'anni compiti: vale a dire, invece del solito berrettino, avrebbe preferito un bel cappello a tuba: invece della giacchettina, un soprabito di panno nero, e invece della golettina rovesciata, che lascia libero il collo, un bel golettone ritto e inamidato, come il collare dei preti.

2. Il cappello a tuba.

Fra tutte queste galanterie, la più agognata per il nostro Gigino era il cappello a tuba.
Un giorno, sfogandosi con la Veronica, la cameriera che per il solito lo accompagnava a spasso, arrivò fino a dire: «Credilo, Veronica, per un cappello a tuba darei tutti i miei libri di scuola.»
«O perché non se la fa comprare dal babbo?» ripigliò la cameriera, ridendo come una matta.
«E perché ridi?» domandò Gigino impermalito.
«Rido, perché a vedere un ragazzo, come lei, col cappello a tuba, mi parrebbe di vedere un fungo porcino.»
«Povera donna! ti compatisco...»
«La mi compatisca quanto la vuole, ma a me i ragazzi vestiti da ominini grandi mi somigliano tante maschere fuori di carnevale...»
La mattina dopo (era per l'appunto giovedì, giorno di vacanza per la scuola) il nostro Gigino, frugando nell'armadio di guardaroba, gli venne fatto di trovare un vecchio cappello di felpa, tutto bianco dalla polvere. Era un vecchio cappello del suo babbo.
Tutto allegro, come se avesse trovato un tesoro, se lo portò via di sotterfugio; e ritiratosi nella sua camera, si pose a spazzolarlo e a strigliarlo, come se fosse stato un cavallo.
Quel povero cappello in alcuni punti era diventato bianchiccio a cagione del pelo andato via: ma Gigino, senza perdersi d'animo, vi rimediò subito, e presa la boccettina dell'inchiostro, restituì alla felpa del cappello il suo bellissimo color morato.
Poi se lo pose in testa: ma il cappello era così largo, che gli calava fino al principio del naso.
Gigino non se ne dette per inteso: e andandosi a guardare nello specchio, cominciò a dire gongolando dalla gioia:
«Ecco qui... non sono più il medesimo: paio proprio un altro... neanche la mamma mi riconoscerebbe!... Bisogna convenire che il cappello a tuba è quello che fa parere uomini... Se gli uomini portassero i berretti, come noi, sarebbero tanti ragazzi... Che cosa pagherei di farmi vedere con questo cappello dai miei compagni di scuola!... Chi lo sa come m'invidierebbero!... E il maestro?... Scommetto che, se andassi a scuola con questo cappello, anche il maestro avrebbe un po' di soggezione di me... Oh! che bell'idea!...».
Detto fatto, Gigino ebbe lì per lì una bellissima idea. Levatosi il cappello, corse da sua madre e le disse: «Ti contenti, mamma, che vada qui dal cartolaro, sulla cantonata, per comprare un quinternino di carta?»
«Mi prometti di tornar subito?»
«In un lampo.»
«E non ti fermare dinanzi alle vetrine delle botteghe.»
«Che mi credi un ragazzo?»
E senza stare a dir altro, Gigino ritornò in camera; e dopo due minuti era giù in mezzo alla strada, con in testa il suo bellissimo cappello a tuba, ritinto a nuovo.
La gente si voltava a guardarlo, e rideva: ma lui si pavoneggiava ed era contento come una pasqua.
Per altro le contentezze in questo mondo durano poco: tant'è vero che prima di arrivare alla bottega del cartolaro, il nostro Gigino incontrò due monelli di strada, che incominciarono a girargli d'intorno e a fargli delle grandi riverenze e dei grandi salamelecchi, gridando con quanto fiato avevano in gola:
«Sor Dottore, buon giorno a lei!... Ben arrivato sor Dottore!»
Altri monelli sopraggiunsero strillando:
«Guarda che bel Cappellone!... Sor Cappellone, la si rigiri!... Evviva Cappellone!...».
E lì grandi risate, urli, fischi, un baccano indiavolato, da levar di cervello.
Il povero Gigino, che avrebbe pagato Dio sa che cosa per aver le ali come un uccello e tornarsene volando a casa dalla sua mamma, si provò più volte a farsi largo e a svignarsela, ma i monelli, riunitisi in cerchio, gli chiudevano ogni via di salvezza.
«Mi pare una bella porcheria!» gridò piangendo. «Io vado per i fatti miei, e non do noia a nessuno... e non voglio che nessuno dia noia a me...»
«Bravo Cappellone, urlò un ragazzaccio, più sbarazzino degli altri. Bravo Cappellone!... tu ragioni meglio d'un libro stampato... e meriti la mancia.»
E nel dir così, gli diè sul cappello un colpo così screanzato, che il cocuzzolo volò via di netto, e il povero Gigino rimase con la sola tesa penzoloni intorno alla testa.
Figuratevi lo scoppio delle risate!
Appena tornato a casa, il nostro amico si chiuse in camera per bagnarsi con l'acqua fresca un bel graffio sul naso, raccapezzato in mezzo a quel gran parapiglia.

3. Il goletto insaldato.

Il graffio del naso non era ancora guarito per bene, che già il nostro amico Gigino, per la solita grulleria di vestire da uomo fatto, ne meditava un'altra delle sue.
Una mattina, avendo trovata la Veronica in guardaroba, che rassettava della biancheria, le disse con una manierina incantevole:
«Dimmi, Veronica, mi faresti un piacere?»
«Si figuri!»
«Ma prima mi devi promettere...»
«Che cosa?»
«Di non dir nulla alla mamma.»
«Si comincia male» osservò la cameriera, alzando la testa e guardando in viso il ragazzo. «Dev'essere dunque un segreto?»
«Un segreto, no... ma ecco, vorrei...»
«Animo via: sentiamo di che si tratta.»
«Si tratta di un goletto da collo del mio fratello Augusto.»
«Come c'entra il suo fratello Augusto?»
«Bisogna sapere che Augusto mi ha regalato uno de' suoi goletti da collo: ma per me è troppo grande... e vorrei che tu mi facessi il piacere di ristringerlo.»
«E un ragazzino, come lei, vuol mettersi un golettaccio alto e insaldato a quel modo, che pare un collare? Quei goletti, abbia pazienza, staranno bene agli uomini e ai giovinotti, perché oramai la moda vuole così, e con la moda non ci si ragiona: ma i ragazzetti della sua età fanno miglior figura con la goletta arrovesciata, e che lascia scoperto e libero il collo. La tenga a mente, sor Gigino, che i ragazzi bisogna che vestano da ragazzi: se no, c'è da scambiarli per tanti uomini rimasti nanerucoli e piccini.»
«O che sarebbe una vergogna? Io sento che il babbo e la mamma, quando vogliono dire un gran bene di qualche ragazzo, lo sai come dicono? Dicono sempre: quello è un ragazzo che par proprio un omino.»
«Verissimo: ma non intendono dire che paia un omino, perché porta i goletti ritti e insaldati, come usano gli uomini: neanche per sogno! Intendono dire che il tale o il tal altro ragazzo pare un omino, perché non è bizzoso, perché non è scapato, perché ha giudizio, perché studia e si fa onore e perché preferisce i libri ai balocchi.»
«Basta, basta, Veronica: il resto me lo dirai un'altra volta. Me lo fai dunque questo piacere?»
«Eppure scommetto che se il suo babbo fosse tanto buono da comprarle un cappello a tuba, lei non si vergognerebbe a farsi vedere in mezzo alla strada con quella cupola in capo!»
Gigino guardò in viso la Veronica, e abbassando la voce domandò:
«Hai saputo forse qualche cosa?...».
«Di che?»
«Del cappello...»
«Cioè?»
«Dunque non sai nulla?... Meno male... Che cosa, dunque, dicevi?»
«Dicevo che lei sarebbe capacissimo di mettersi in testa un cappello a tuba e di andare magari a farsi vedere da tutti!...»
«Sicuro che ci anderei.»
«Ma non pensa ai fischi e alle risate dei monelli di strada?»
«Dimmi, Veronica, che hai saputo per caso qualche cosa?...»
«Di che?»
«Meno male: non hai saputo nulla!... Dicevi dunque?»
«Dicevo che i ragazzacci di strada sono anche impertinenti... e non so se si contenterebbero soltanto di ridere e di fischiare.»
«E che vuoi tu che mi facessero di peggio?»
«Chi lo sa! Potrebbero alzare le mani e sentirsi il pizzicorino di lasciar cadere sul suo cappello qualche solennissima latta...»
«Latta?... E che roba sono le latte?»
«Sono quei colpacci a mano aperta affibbiati per celia o per davvero sul cappello degli altri.»
«E se qualche ragazzaccio si pigliasse la confidenza di sciuparmi il cappello, tu credi che io non ne avrei il coraggio?...»
«Il coraggio di far che cosa?»
«Di scappare e di andar subito a raccontarlo alla mamma?... Per tua regola, io non ho paura di nessuno.»
«Lo so che lei è dimolto coraggioso: tant'è vero che la sera, quand'è entrato a letto, vuol sempre la candela accesa. Guai a lasciarlo al buio!»
«Che cosa c'entra la candela col coraggio? Il coraggio è una cosa, e la candela è un'altra: ne convieni? E poi devi sapere che il mio maestro di ginnastica ha promesso fra sei o sett'anni d'insegnarmi la scherma... e quando saprò la scherma... allora, te lo dico io, non avrò più paura di nessuno. Ma insomma, Veronica, me lo fai questo piacere, sì o no?»
Gigino, mi dispiace a doverlo dire, aveva un altro difetto, comunissimo del resto a molti ragazzi, quello, cioè, che quando cominciava a chiedere una cosa, non la finiva più, fino a tanto che non l'aveva ottenuta. E a furia di ripetere e di pigolare la medesima cosa diventava così noioso e così seccatore, da sfondare lo stomaco.
Prova ne sia che la Veronica, pur di levarsi di torno quel tormento, prese dispettosamente il goletto, e tagliatone un pezzo e ricucitolo alla meglio con pochi punti, lo ridusse adattato al collo del suo padroncino.
Chi più beato, chi più felice di Gigino? Ballando e saltando corse a rinchiudersi nella sua camerina, e lì tanto fece e tanto annaspò, che finalmente poté guardarsi nello specchio col suo nuovo goletto intorno al collo.
Ma il nuovo goletto era così alto e così duramente insaldato, che il povero figliuolo sentiva tagliarsi la gola! Non poteva più abbassare la testa: non poteva voltarsi né di qua né di là: pareva proprio un impiccato. Eppure quel giuccherello era contento, tanto contento, che sarebbe difficile figurarselo!
La sua prima idea fu quella di chiedere alla mamma il solito permesso per andare dal solito cartolaro a comprare le solite penne: ma poi, tornandogli in mente la gran disgrazia toccata all'infelice cappello a tuba, pensò meglio di scendere giù nel giardino. Se non foss'altro, scansando il pericolo d'incontrare i monelli di strada, si sarebbe levato il gusto di farsi vedere dal giardiniere, dalla moglie del giardiniere e dal loro bambinetto.
Appena arrivato sulla porta del giardino, il primo a venirgli incontro fu Melampo, un grosso cane da guardia, che cominciò subito a guardarlo male e a ringhiare, come se avesse voluto mangiarlo.
«Che cos'ha Melampo?» gridò Gigino al figliuolo del giardiniere. «Che forse non mi conosce più? Non riconosce il suo padrone?»
«Come vuol che faccia a riconoscerlo, con codesto golettone che gli fascia tutta la gola?... Lo creda, sor Gigino, duro fatica a riconoscerlo anch'io... Da ieri a oggi, l'è così imbruttito... con rispetto parlando!»
«Imbruttito?... Sarebbe a dire?...»
«Lo creda, sor Gigino, la mi pare un galletto, quando gli hanno tirato il collo... Che gli è venuto forse un tumore, Dio ci liberi tutti?»
«È meglio che me ne vada, senza risponderti... se no, te ne direi delle belle» masticò Gigino fra i denti: e si avviò verso il pergolato.
Ma costretto a camminare a testa alta e non potendo vedere dove metteva i piedi, inciampò dopo pochi passi in un secchione pieno d'acqua lasciato per dimenticanza nel mezzo, e cadde lungo disteso sulla ghiaia del viale.
E la sua caduta fu così divertente, che alcune galline, le quali stavano beccando lì dintorno, invece di fuggire spaventate, cominciarono a sbattere le ali e a fare coccodè coccodè, tale e quale come se ridessero di genio alla vista di quel ragazzo così buffo per il suo golettone insaldato. Basti dire che fra quelle galline, ve ne fu una che, nello sforzo del gran ridere, scodellò senza avvedersene un bellissimo ovo fresco.
Gigino, come potete immaginarvelo, tornò a casa tutto mortificato, e c'è da compatirlo! Se col suo goletto avesse messo di buon umore solamente il ragazzo del giardiniere, pazienza! Ma far ridere anche le galline, è troppo! Veramente, è troppo!

4. La scherma.

E qui bisogna ritornare un passo indietro, come dicono i raccontatori di novelle.
Dovete dunque sapere, miei piccoli e carissimi lettori, che il brutto caso di quel povero cappello a tuba, strapazzato, percosso e diviso in due pezzi sulla pubblica via, non rimase un segreto per i compagni di scuola del nostro amico Gigino.
Uno scolaro, per combinazione, venne a saperlo: e quando un ragazzo sa qualche cosa, potete aspettarvi che dopo cinque minuti lo sanno anche tutti gli altri ragazzi. Così sapessero tutti l'Aritmetica, la Storia e la Geografia!
Fatto sta, che fra i compagni di scuola di Gigino trovavasi un certo Amerigo chiamato di soprannome il Biondo, perché di capelli e di carnagione era biondo come un cannello di brace.
Il Biondo non aveva che una sola passione (bruttissima passione): quella di divertirsi e di ridere alle spalle degli altri ragazzi. Inventava per tutti qualche canzonatura o qualche scherzo impertinente. A chi le dava, e a chi le prometteva.
Figuratevi la sua contentezza, quando gli raccontarono la storia della famosa latta cascata sul cappello a tuba del povero Gigino!
Prese subito di mira l'amico, e non gli dètte più pace; non lo lasciò più ben'avere un minuto solo.
Tutte le volte che nell'andare a scuola s'imbatteva in lui, affibbiavagli subito un bello scappellotto sul berretto: e poi, fingendosi dolente e mortificato, diceva con voce di piagnisteo:
«Scusa, sai: mi pareva che tu avessi in testa il cappello a tuba!... Non lo farò più!...».
Il nostro Gigino, a questi scherzi sguaiati ci soffriva, proprio ci soffriva: e avrebbe dato volentieri una buona lezione al suo accanito persecutore: ma la paura era quella che lo tratteneva: e la paura è stata sempre una gran tara per tutte quelle persone che vorrebbero aver coraggio.
Alla fine, non potendone più, fece un animo risoluto, e disse al suo maestro di ginnastica:
«Senta, signor maestro, io vorrei che lei m'insegnasse subito la scherma».
«Che cosa vuoi far della scherma?»
«Voglio battermi...»
«Con chi?»
«Con nessuno.»
«Benissimo: il signor Nessuno è l'unico avversario adattato per te!» urlò il maestro, dando in una gran risata.
«Eppure anche il babbo dice sempre che, quando sarò più grande, dovrò imparare la scherma...»
«Quando sarai più grande, sì: ma che cosa vuoi far oggi della scherma? oggi che sei un ragazzino alto poco più d'un soldo di cacio? oggi che non hai nemmeno la forza di reggere in mano il fioretto?...»
«Scusi: che cosa sarebbe il fioretto?»
«Te lo spiegherò un'altra volta.»
«Scusi, signor maestro: non potrebbe darmi qualche lezione, tanto per cominciare?...»
«Voglio contentarti. Per oggi t'insegnerò il modo di stare in guardia.»
«Mi dispiace... ma in guardia oggi non ci posso stare, perché dopo la scuola, mi aspettano a casa».
Il maestro fece di tutto per non dare in uno scoppio di risa: quindi riprese:
«Animo! Mettiti là, ritto, impettito della persona. Benissimo! Ora porta la mano sinistra dietro la schiena... Nossignore! codesta non è la mano sinistra: codesta è la destra... Va bene così: ora con la destra impugna questo bastoncino, che farà da fioretto».
«Scusi, signor Maestro, che cos'è il fioretto?»
«Te lo spiegherò un'altra volta. Ora allunga il braccio destro, e facendo un passo in avanti, muoviti verso di me, come se tu volessi colpirmi.»
«E poi?»
«E poi la lezione è finita.»
«È tutta questa la scherma?»
«Per la tua età, ne hai imparata anche troppa e te ne avanza».
Dopo quella lezione di scherma, Gigino diventò una specie di gigante Golia. Nessuno gli faceva più paura. Tant'è vero che un giorno, essendosi preso a parole col Biondo, gli disse sul viso:
«Sono stufo delle tue sguajataggini: dopo la scuola ci batteremo».
Detto fatto, i due avversari si ritrovarono insieme sopra una piazzetta deserta, uno di faccia all'altro.
«Attento!» disse Gigino al Biondo. «Allunga il braccio destro, e passa la mano sinistra dietro la schiena.»
«Parli con me? Io per tua regola non ho tempo da perdere in tanti complimenti, e mi sbrigo subito.»
E senza aggiungere altre parole, caricò sulle spalle dell'avversario un carico di pugni, quanti potrebbe portarne un ciuchino.
Il nostro amico tornò a casa tutto indolenzito: e lungo la strada si consolava di tanto in tanto, dicendo fra sé:
«È vero che ne ho toccate! Ma quella lì non era scherma, quelli erano pugni».

5. La cascata da cavallo.

Venuto il tempo delle vacanze, Gigino andò a passare due mesi in campagna insieme con la sua mamma.
Il babbo rimase in città, perché essendo il tempo delle elezioni, e volendo riuscire eletto deputato alla Camera, aveva bisogno di girare dalla mattina alla sera come un fattorino della posta.
A poca distanza dalla villa del nostro amico c'era una casa colonica abitata dalla famigliola del contadino: vale a dire padre, madre e due ragazzetti.
Il maggiore di questi due ragazzi aveva forse la stessa età di Gigino, e si chiamava Cecco, il minore era un bambinetto di quattr'anni appena.
«Come si chiama questo bimbo?» domandò Gigino alla mamma.
«Il suo nome vero sarebbe Brandimarte: ma noi, qui in famiglia, gli si dice Formicola, perché egli è piccino come un baco da seta.»
Gigino, come potete immaginarvelo, passava tutte le sue giornate in casa del contadino, ed era diventato l'amico indivisibile di Cecco.
Una volta, fra le altre, gli domandò:
«Che cosa si potrebbe fare per divertirsi un poco?»
«Senta, sor Gigino, vuol dar retta a me? Io ci ho un bel carrettino di legno a quattro ruote: lei c'entri dentro, e farà da padrone, e io farò da cavallo e tirerò il carretto.»
«Codesti mi paiono balocchi da ragazzi!» disse Gigino, pigliando l'aria d'un uomo serio e sbadigliando senza averne voglia.
«O che lei è vecchio?»
«Non ti dirò di esser vecchio: ma oramai tutti mi scambiano per un giovinotto.»
«Io, per esempio», soggiunse Cecco, «se dovessi scambiarlo con qualcuno, lo scambierei con un ragazzo...»
«Un ragazzo io?... Ma non sai che fra dieci anni sarò di leva e mi toccherà a fare il soldato?»
«Io non ci ho colpa», rispose Cecco stringendosi nelle spalle.
«E fuori del carretto a quattro ruote, non avresti nessun altro passatempo?...»
«L'anno passato ce l'avevo...»
«Che cosa avevi?»
«Un cavallino bianco così addomesticato e alla mano, che veniva dietro come un pulcino, quando gli si butta il panico...»
«E ora è morto?»
«È lo stesso che sia morto, perché il padrone l'ha venduto.»
«E quando lo ricomprate il cavallo?»
«Il cavallo ce l'abbiamo, ma sarebbe quasi meglio di non averlo. Di quei cavallacci cattivi!... La si figuri, che a fargli una carezza, abbassa subito gli orecchi e mette fori certi dentoni, che paiono manichi di coltello.»
«E corre dimolto?»
«Gli è uno scappatore peggio di un berbero. Se l'avessi a montar io!... Neanche se mi ci cucissero sopra con lo spago.»
«Non ti vergogni di esser tanto pauroso?»
«No».
«Hai torto: un ragazzo della tua età dovrebbe avere molto più coraggio...»
«Lo so anch'io: ma per aver coraggio, bisognerebbe non aver paura.»
«Quando avevo la tua età, non c'era cavallo che mi mettesse in soggezione: anzi quanto più erano scappatori e focosi, e più ci avevo piacere.»
«Mi levi una curiosità», rispose Cecco, guardando il padroncino con un'aria un po' canzonatoria, «che ne ha montati dimolti lei dei cavalli?»
«Te lo lascio immaginare!...»
«Per esempio... quanti?»
«Ci vorrebb'altro a contarli tutti!...»
«Dunque lei monterebbe anche il matto?»
«Chi è il matto?»
«Gli è appunto quel cavallaccio, che abbiamo nella stalla.»
«E perché lo chiamate il matto?»
«Perché è una bestia, con la quale non si può ragionare.»
«Mi conduci a vederlo?»
«La si figuri!»
I due ragazzi, senza far altre parole, si alzarono dalla panchina dove stavano seduti e si avviarono verso la stalla. Giunti alla porta, Gigino disse a Cecco:
«Mena fuori il matto!»
Cecco ubbidì.
Quando Gigino ebbe visto l'animale, disse scrollando il capo in atto di compassione:
«Questo, caro mio, non è un cavallo: questa è una pecora.»
«Eppure scommetto che lei...»
«Io?... Io per tua regola ho cavalcato certi cavalli, che tu non te li sogni nemmeno.»
(Si capisce bene che Gigino, parlando così, diceva un sacco di bugie: ma le diceva per la sua solita smania di farsi credere un giovinotto.)
«Vuol provare a montarci sopra, a bisdosso?»
«A bisdosso? cioè?»
«Vale a dire, senza sella.»
«Volentieri. Va' a prendermi una sedia.»
«Che cosa ne vuol fare?»
«Ora lo vedrai.»
«Ma che un cavallerizzo, come lei, ha bisogno della sedia? Io, quando voglio montare a cavallo, mi attacco ai peli della criniera, spicco un bel salto, e in men che si dice, mi trovo con una gamba di qui e una di là...»
«Ognuno ha le sue opinioni: io, senza una sedia, non posso montare a cavallo.»
Cecco portò una seggiolaccia tutta sgangherata: Gigino vi si arrampicò, e inforcando il cavallo con la gamba sinistra, invece che con la destra, si trovò col viso e con tutta la persona voltata verso la coda dell'animale.
Allora Cecco, sbellicandosi dalle risa, cominciò a gridare:
«No, sor Gigino, no, l'ha sbagliato uscio: la si rigiri di lì; perché la testa del cavallo è da quell'altra parte».
«Lo so, lo so» rispose Gigino con molta disinvoltura «ma per tua regola quando io monto a cavallo, ho la precauzione di voltarmi prima dalla parte della coda...»
«Perché?»
«Perché, caro mio, le precauzioni non sono mai troppe.»
«Ora ho capito», disse Cecco, che non aveva capito nulla.
Intanto, a furia di sforzi inauditi, Gigino si rivoltò con tutta la persona verso la testa del cavallo: e compiuta appena questa difficile manovra, sarebbe sceso volentieri: ma gli mancò il tempo.
L'irrequieto animale, senza aspettare l'invito del cavaliere staccò subito un mezzo galoppo. Figuratevi Gigino! lui, che non aveva cavalcato mai altri cavalli, che un bellissimo puledro di legno, compratogli dalla sua mamma per regalo del Capo d'anno! Quanti salti e quanti balzelloni sulla groppa secca del Matto! Il povero figliuolo ora dondolava da una parte, ora dondolava dall'altra... e Cecco! Quella birba di Cecco, a gambe larghe in mezzo alla strada, godendosi la scena del suo padroncino, che da un momento all'altro era lì lì per fare un gran capitombolo, si mandava a male dalle grandi risate.
E il momento del capitombolo arrivò pur troppo. Gigino cadde, come un fagotto di cenci, fra la polvere della strada, e il cavallo, senza darsene per inteso, andò a mangiar erba nel campo vicino.
«S'è fatto molto male?» gli domandò Cecco, che era corso a gran carriera per aiutarlo.
«E perché mi dovrei esser fatto male?»
«È stata una brutta cascata!»
«Povero grullo! Che credi che sia cascato? Neanche per sogno. Volevo scendere, e nello scendere ho messo un piede in fallo e sono sdrucciolato. È una disgrazia che può accadere a tutti.»
«Davvero! L'altro giorno, per esempio, sdrucciolai anch'io...»
«Scendendo da cavallo?»
«No: mettendo un piede sopra una buccia di fico. E questo corno, che gli è venuto qui sulla fronte?...»
Gigino si toccò la fronte con la mano, e sentito che c'era davvero un piccolo gonfio, disse con la solita disinvoltura:
«Si vede che, nello scendere, ho battuto un ginocchio. Basta che io batta un ginocchio, perché mi venga subito un corno nella testa. Ho la pelle così delicata!...».

6. Il sigaro.

Volete saperne un'altra? Pochi giorni dopo, sull'ora del desinare, il nostro amico entrò in casa del contadino e trovò tutta la famigliola a tavola: vale a dire, Tonio, il capoccia, la sua moglie Betta, e i due ragazzi Cecco e Formicola, quest'ultimo chiamato così, perché (come già sapete) era piccolino e minuto quanto un baco da seta.
Che cos'era andato a fare il signor Gigino?
Oh! non abbiate paura che il suo bravo perché ce l'aveva! Altro se ce l'aveva!
Tonio e la Betta, tanto per far vedere il buon cuore, gli domandarono subito se voleva favorire, ossia se voleva prendere un morso di pane e di formaggio fresco.
Gigino ringraziò, e atteggiandosi a persona annoiata, s'intrattenne a cinguettare del più e del meno. Appena però si accorse che il desinare stava per finire, tirò fuori di tasca un bel sigaro toscano, e spezzandolo nel mezzo col garbo di un vecchio fumatore, ne offerse la metà al capoccia Tonio.
«Mi dispiace», disse il contadino tutto complimentoso, «mi dispiace di non poter fare onore alle sue grazie...»
«Perché?»
«Perché non fumo, e non ho mai fumato.»
«Davvero?»
«Il sigaro, con rispetto parlando, m'è parso sempre una gran porcheria. Lo dice anche il nostro medico...»
«Bravo furbo! E tu sei tanto bono da dar retta al medico?»
«Gli do retta sicuro! Cred'ella che il nostro medico sia uno zuccone? La se lo levi dal capo: è un omo che la sa lunga dimolto e ci vede bene, e quando i suoi malati moiono, gli è proprio segno che non volevano più campare.»
«E che cosa dice il vostro medico dei sigari?»
«Dice che i sigari sono la peste del genere umano e la sorgente di tutti i malanni che vengono sulla lingua, in gola e in fondo allo stomaco.»
«Grullerie! Ti pare che se i sigari facessero male davvero, il governo li lascerebbe vendere in tutte le botteghe?»
«Scusi: e lei che fuma?»
«Altro se fumo!»
Gigino, dicendo così, diceva al solito una grossa bugia, perché fino a quel giorno non aveva fumato mai.
«E il sigaro non gli guasta l'appetito?»
«Guastarmi l'appetito? a me? Per tua regola ho una salute di bronzo, e quando ho fumato un mazzo di sigari, sto meglio di prima. E tu, Cecco, sei fumatore?»
«Vorrei vedere anche questa!», gridò la Betta inviperita, alzandosi in piedi e puntando le mani sulla tavola.
«Io», rispose il ragazzo ridendo, «fumo qualche volta: ma fumo i sigari di cioccolata...»
«Ti compatisco!», disse Gigino. «Sei ancora troppo ragazzo per i nostri sigari... Mi vuoi dare un fiammifero acceso?»
«Volentieri.»
Cecco accese un fiammifero di legno e lo presentò al padroncino; il quale, trovandosi oramai all'impegno, si armò di un coraggio da leoni e ficcatosi mezzo sigaro fra le labbra, cominciò a fumarlo.
Tutti, com'è naturale, lo guardavano con maraviglia, come si guarderebbe una bestia rara: quand'ecco il bambinetto chiamato Formicola, che voltandosi alla mamma, disse con una vocina piagnucolosa:
«Mamma, lo fai smettere il sor Gigino?»
«Che cosa ti fa il sor Gigino?»
«Mi fa le boccacce!»
E Formicola aveva ragione: perché il nostro amico, fra una fumata e l'altra, faceva con la bocca certi versacci sguaiati, da metter quasi paura.
Poi tutt'a un tratto diventò bianco come un panno lavato. Avrebbe voluto rizzarsi in piedi, ma le gambe gli si ripiegavano.
«Si sente male?» gli domandò premurosamente la Betta.
Gigino si provò a rispondere qualche cosa: ma non ebbe fiato. Invece sbadigliò, e dopo uno sbadiglio lungo lungo, sputò tre o quattro volte e fece con la bocca un certo garbo... mi sono spiegato?
Allora Tonio corse subito a prendere una catinella... Fosse almeno arrivato a tempo!
Povero Gigino! Dopo un'ora di trambusto di stomaco, che somigliava alla morte, se ne tornò alla villa mezzo intontito: e salendo le scale, diceva fra sé e sé: "Quanto avrei fatto meglio a fumare un sigaro di cioccolata!..."

7. La giubba a coda di rondine.

Finita la villeggiatura, il bravo Gigino dové presentarsi agli esami per essere ammesso alla terza ginnasiale.
A sentir lui, era sicurissimo di uscir vittorioso: ma invece, come suol dirsi, rimase schiacciato.
Credete forse che se ne accorasse?
Nemmeno per sogno. Anzi, quando il babbo e la mamma lo rimproverarono per aver fatto una meschina figura e per aver perduto inutilmente un anno di scuola, volete sapere come rispose?
«Che cosa fa un anno di più o un anno di meno? Sono forse un vecchio? Ho appena nove anni, e non mi manca il tempo per ricattarmi.»
Sissignori! Quel monello, quando era spinto dalla vanità di vestirsi da giovinotto, si cresceva gli anni a manciate: quando poi voleva scusarsi della poca voglia di studiare, allora, a lasciarlo discorrere, ridiventava un bambino di nove o dieci anni appena.
Per altro, trovandosi qualche volta solo, andava rimuginando col pensiero la storia burrascosa del famoso cappello a tuba, la risata delle galline per il suo golettone inamidato, gli scapaccioni avuti dal Biondo, sebbene il Biondo non sapesse la scherma, la cascata da cavallo con l'accompagnamento d'un bel corno in mezzo alla testa, e le fumate di quel sigaro traditore, che lo aveva costretto a fare i gattini... modo pulito per non dire che lo aveva costretto a rimetter fuori alla luce del sole tutta la colazione divorata con tanto gusto poche ore prima.
E ripensando a tutte queste cose, e facendo nella sua testina un piccolo calcolo a mezz'aria, venne finalmente a capacitarsi che questa vanità di atteggiarsi a giovinotto prima del tempo, gli aveva fruttato più dispiaceri, che vere consolazioni di amor proprio soddisfatto.
E giurò sul serio di voler mutar vita e di rassegnarsi oramai a rimaner ragazzo fino a tanto che il calendario non gli avesse regalato qualche anno di più.
E mantenne il giuramento per parecchi mesi.
Ebbe in questo periodo di prova molte tentazioni: ma riuscì a spuntarle, e rimase sempre padrone del campo.
Ma purtroppo una sera...
Vi racconterò quest'ultima disgrazia di Gigino, ma ve la racconterò con parole quasi allegre per non farvi piangere.
Una sera, in casa sua, c'era festa da ballo.
Gigino, non volendo sfigurare di fronte agli altri, andò per tempo a chiudersi in camera: e lì si pettinò, si lisciò, e si agghindò, come un vero figurino di Parigi. Aveva una bella camicia bianca, col goletto rovesciato, e una giacchettina di panno nero, che gli tornava a pennello.
Quando sentì che il pianoforte accennava i primi preludi della polca e della marzurka, corse subito... ma prima di entrare in sala, fece capolino alla porta e vide...
Vide un brulichio di cravatte bianche e di giubbe a coda di rondine.
La giubba a coda di rondine era stata sempre la sua gran passione, il suo sogno dorato.
Prova ne sia che una volta, essendo venuto il sarto a riportargli una giacchettina di velluto, gli domandò in tutta segretezza:
«Scusi: a questa giacchettina non si potrebbero attaccare di dietro due falde?».
«Volendo, si può far tutte: ma le pare che la giubba sia un vestito adattato per i ragazzi della sua età?»
«Quanti anni bisogna avere per mettersi la giubba?»
«Per lo meno, diciotto o vent'anni.»
«Mi pare una bella prepotenza! Dunque, perché siamo ragazzi, dovremo sempre vestire a modo degli altri?...»
«Arrivedella sor Gigino.»
E il sarto se ne andò scrollando il capo e mordendosi i baffi.
La sera della festa da ballo, il nostro amico sentendosi rinfocolare la passione per la giubba, almanaccò col suo cervellino di grillo questo bellissimo ragionamento:
«Se mi mettessi la giubba del mio fratello Augusto?... Augusto è a Roma... e fino a lunedì non ritorna. La sua giubba mi torna benissimo... un po' larga, se vogliamo, un po' lunga... ma in mezzo a quella folla di ballerini e di ballerine, chi se ne avvede?».
E lì, fatto un animo risoluto, entrò nella camera del fratello, prese la giubba e se la infilò.
Figuratevi quando fece la sua comparsa in sala! Scoppiò una risata, che non finiva più. Ridevano tutti: anche il pianoforte. Una signorina, fra le altre, rise tanto e poi tanto, che venne presa da un singhiozzo convulso, e fu portata fuori della sala quasi svenuta.
Allora nacque un mezzo scompiglio.
Il pianoforte smesse di suonare: le coppie che ballavano, si sciolsero: la quadriglia rimase a mezzo, e tutti si affollarono per conoscere la causa di quello svenimento.
«Povera giovinetta! Ha riso troppo! e il troppo ridere qualche volta fa male!», dicevano alcuni.
«E il motivo di quel riso convulso?» domandavano altri.
«La giubba del sor Gigino.»
«Vediamola questa famosa giubba.»
«Vediamola davvero.»
E lì dintorno a Gigino, il quale impermalito di far da zimbello ai curiosi, dètte in uno scoppio di pianto e fuggì dalla sala come un gatto frustato.
Da quella sera in poi, Gigino, messo il capo a partito, si liberò dalla ridicola passione di vestirsi a uso giovinotto, prima del tempo.
E fece bene: perché i ragazzi, vestiti da ragazzi, figurano molto più di quel marmocchi, che hanno la pretesa di mascherarsi da omini anticipati.



Pipì.
O lo scimmiottino color di rosa

1. Perché a Pipì fu dato il soprannome di «scimmiottino color di rosa»

Nel famosissimo bosco di Vattel'a pesca, c'era una volta una piccola famigliola composta di sette scimmie: il babbo, la mamma e cinque scimmiottini alti quanto un soldo di cacio.
Questa famigliola abitava fra i rami di un albero gigantesco, in mezzo a una foresta, e pagava quindici susine l'anno di pigione a un vecchio gorilla prepotente, che si era messo in capo di essere il padrone di casa.
Dei cinque scimmiottini, quattro avevano il pelame di un colore scuro come la cioccolata; ma il quinto, invece, ossia il più piccolo di loro, fosse scherzo di natura o altro, fatto sta che era tutto ricoperto, salvo il musino, da una finissima lanugine di color vermiglio carnicino, come le foglie della rosa maggese. Ed è per questa ragione che in casa e fuori di casa lo chiamavano tutti in canzonatura col soprannome di Pipì, parola che nella lingua parlata delle scimmie, vuol dire precisamente color di rosa.
Pipì non somigliava punto né a' suoi fratelli, ne agli altri scimmiottini del vicinato.
Aveva un musino vispo e intelligente; un par di occhietti furbi, che non stavano fermi un minuto: una bocchina che rideva sempre, e un personalino asciutto e flessibile, come un gambo di giunco. Era, insomma, come suol dirsi, uno scimmiottino fatto proprio col pennello.
Vedendolo così di prim'acchito, si poteva quasi scambiarlo per un ragazzino di otto o nove anni, per la gran ragione che Pipì faceva il chiasso e i balocchi, come un ragazzo: correva dietro alle farfalle e andava in cerca di nidi, come i ragazzi: era ghiottissimo delle frutta acerbe, come i ragazzi: mangiava ogni cosa e mangiava sempre, come i ragazzi: e dopo aver mangiato ben bene, si ripuliva la bocca con le mani, come fanno i ragazzi e segnatamente i ragazzi poco puliti.
Ma la più gran passione di Pipì volete sapere qual era?
Era quella di scimmiottare tutto quello che vedeva fare agli uomini.
Un giorno, fra gli altri, mentre andava per la foresta a caccia di cicale e di grilli, vide a poca distanza un giovanetto seduto a piè d'un albero, che se ne stava tranquillamente fumando la sua pipa.
A quella vista, Pipì spalancò tanto d'occhi e rimase come incantato.
"Oh!" diceva dentro di sé "se potessi avere una pipa anch'io!... Oh se potessi anch'io farmi uscire que' bei nuvoli di fumo dalla bocca!... Oh se potessi tornarmene a casa, fumando come un camminetto acceso! Chi lo sa con che occhi d'invidia mi guarderebbero i miei quattro fratelli!"
Mentre allo scimmiottino frullavano per il capo queste bellissime cose, ecco che il giovinetto, un po' per la stanchezza e un po' per il gran bollore della giornata, lasciò andare due sonori sbadigli, e posata la sua pipa sull'erba, si addormentò.
Che cosa fece allora quel birichino di Pipì?
Si avvicinò pian pianino, in punta di piedi, al giovinetto che dormiva: e rattenendo perfino il fiato... allungò adagino adagino una zampa... prese con una velocità incredibile la pipa che era posata sull'erba... e poi, via a gambe come il vento.
Appena arrivato a casa, chiamò subito, tutt'allegro, il babbo, la mamma e i fratelli; e in presenza a loro, infilatosi quel pipone fra i labbri, cominciò a fumare con lo stesso garbo e con la stessa disinvoltura, come avrebbe fatto un vecchio marinaio.
La mamma e i fratelli, a vedergli uscir di bocca quelle nuvole di fumo, ridevano come matti: ma il suo babbo che era uno scimmione pieno di giudizio e di esperienza di mondo, gli disse in tono di avvertimento salutare:
«Bada, Pipì! A furia di scimmiottare gli uomini, un giorno o l'altro diventerai un uomo anche tu... e allora! Allora te ne pentirai amaramente, ma sarà troppo tardi!»
Impensierito da queste parole, Pipì gettò via la pipa di bocca e non fumò più.
Eppure bisogna convenire che quella pipa rubata gli portò disgrazia.
Difatti, pochi giorni dopo, Pipì venne colpito da un orribile infortunio! Lo sciagurato perdé per sempre la sua bellissima coda: una coda così bella, che bastava averla vista una volta, per non potersela mai più dimenticare.
Come andò che Pipì perdé la sua magnifica coda?
È una storia crudele e dolorosa, che fa venire le lacrime agli occhi soltanto a pensarvi; e io ve la racconterò in quest'altro capitolo.

2. Come andò che Pipì perse la sua bellissima coda

Bisogna dunque sapere che, appena usciti fuori di quella foresta, dove stavano di casa Pipì e la sua famigliola, si trovava subito un gran lago abitato da un vecchio coccodrillo, che contava oramai duemil'anni di vita.
Arabà-Babbà (così chiamavasi il vecchio coccodrillo), divenuto cieco degli occhi a cagione dell'età decrepita, e non potendo più guadagnarsi un boccon di pane col sudore della sua fronte, era condannato a starsene dalla mattina alla sera rasente alla riva del lago, con la testa fuori dell'acqua e con la bocca sempre spalancata, aspettando che tutti quelli che passavano di là, uomini o bestie che fossero, mossi a compassione di lui, gli gettassero in bocca qualche cosa di masticabile, tanto da non morir di fame e da tirarsi avanti almeno per un altro migliaio d'anni.
E tutti i passanti, uomini o bestie che fossero, bisogna dir la verità, non mancavano mai di fare un po' di elemosina al povero vecchio.
E anche Pipì lo soccorreva frequentemente: ma quella birba, spesso e volentieri, invece di dargli o una frutta o un pesciolino morto, si divertiva a mettergli in bocca ora una manciata di sassolini, ora un fastello di stecchi e di ortica, ora un chiodo o un arpione arrugginito, trovati per caso lungo la strada.
Ma il vecchio coccodrillo non si arrabbiava per questi scherzi sguaiati. Tutt'altro.
Risputava tranquillamente i sassolini, gli stecchi, le ortiche e i chiodi, e soltanto scoteva leggermente il capo, come per dire:
«Bada, monello! O prima o poi, una le paga tutte!...».
Un giorno Pipì, quasi impermalito di vedere che i suoi scherzi non facevano né caldo né freddo, domandò al coccodrillo, atteggiandosi a ingenuo e a innocentino:
«Dite, Arabà: dacché siete al mondo, ne avete trovati mai degl'impertinenti, che vi abbiano fatto qualche dispetto o qualche burla sgarbata?»
«Se ne ho trovati, scimmiottino mio! Nel mondo, per tua regola, c'è più impertinenti che mosche.»
«Dite, Arabà: e quando i monelli vi fanno qualche dispetto, voi non vi risentite mai?»
«Caro mio! In tanti anni di vita ho imparato che la più gran virtù dei vecchi è quella di saper sopportare i giovani con pazienza e rassegnazione.»
«Dunque, dacché siete al mondo, non vi siete arrabbiato mai, mai, mai?»
Il coccodrillo, prima di rispondere, ci pensò un poco, e poi disse:
«Una volta sola. E sai chi fu che mi fece andare su tutte le furie? Fu uno scimmiottino, su per giù, della tua età....»
«E che cosa vi fece questo scimmiottino?» domandò Pipì, con una curiosità vivissima.
«Questo monellaccio, non saprei dirti come, era venuto a sapere che io curavo moltissimo il solletico sulla punta del naso. Allora che cosa inventò per darmi noia? Salì sopra uno di questi alberi, che circondano il lago, e, calandosi di ramo in ramo, arrivò con la punta della sua coda a farmi il pizzicorino sul naso. Figurati io! Mi trovai attaccato da una tal convulsione di riso, che durai a ridere e a ballare nell'acqua per una settimana intera! Credevo quasi di morire!»
«Davvero?... Oh povero Arabà!...», disse Pipì con falsa compassione.
E dopo se ne andò di corsa: e a quante scimmie e scimmiottini incontrava per la strada, ripeteva a tutti ridendo queste parole:
«Volete divertirvi? volete veder ballare il vecchio Arabà? Venite domattina sul lago e io vi farò assistere a questo bellissimo spettacolo».
La mattina dopo, come potete immaginarvelo, c'era sulla riva del lago una folla immensa.
Tutti aspettavano che Arabà ballasse il trescone.
Quand'ecco Pipì che salito sopra un albero sporgente sull'acqua, cominciò a calarsi giù di ramo in ramo, e tenendosi penzoloni per aria, si allungò e si distese tanto, da poter toccare con la punta della sua coda il naso del coccodrillo.
Ma il coccodrillo, appena sentì la coda di Pipì, chiuse la bocca e zaff... con un semplice morso dato a tempo, gliela staccò di netto fin dal primo nodello.
Lo scimmiottino cacciò un grido acutissimo di dolore: e buttandosi di sotto all'albero, si dette a scappare verso la foresta.
Arrivato vicino a casa, vi lascio pensare come rimase, quando, portandosi una mano di dietro, si accorse che la sua coda non c'era più.
La coda era rimasta in bocca al coccodrillo, che a quell'ora l'aveva bell'e digerita.
Preso dalla disperazione e vergognandosi a farsi vedere dalla sua famiglia in quello stato compassionevole di scimmiottino scodato, Pipì infilò per una viottola solitaria, camminando all'impazzata fino a notte chiusa, senza sapere neanche lui dove andasse a battere il capo.
Finalmente, non potendone più dalla stanchezza e dal sonno, si sdraiò sopra un monticello di frasche secche per riposarsi un poco.
E in quel mentre che era lì lì per appisolarsi, sentì negli orecchi una voce minacciosa, che gli gridò imperiosamente:
«Rendimi la mia pipa!...».
Lo scimmiottino, svegliandosi tutto spaventato, voleva fuggire; ma non poté: perché in men che non si dice, si trovò preso, rinchiuso in un sacco e caricato sulla groppa di una bestia con quattro zampe, che cominciò a correre di gran carriera.
"Che bestia sarà mai quella che mi porta via con tanta foga?", pensava lo scimmiottino tremando dalla paura. "Se per caso è un leone, sono bell'e perduto!... Se per disgrazia è una tigre, peggio che mai!... Se è una iena o un leopardo, non c'è più scampo per me!... Oh me disgraziato! Che bestia sarà mai quella che mi porta via con tanta foga?..."
Per buona fortuna, la bestia ragliò... e allora Pipì sentì allargarsi il cuore dalla contentezza.
Quel raglio fu l'unica consolazione che avesse il povero Pipì durante il suo misterioso viaggio, rinchiuso in un sacco!

3. Pipì cade in un gran fiume e vien ripescato

Dopo aver camminato tre giorni e tre notti, senza prendere un minuto di riposo, finalmente la bestia che portava in groppa il sacco con lo scimmiottino dentro, si fermò tutt'a un tratto, e data una gropponata, scaricò il sacco in mezzo a una solitaria campagna.
E la gropponata fu così brusca e violenta, che il sacco, cadendo a terra, seguitò a ruzzolare sull'erba per un mezzo chilometro. Figuratevi quante capriole dové fare, al buio, il povero scimmiottino.
Ma il momento più brutto per lui fu quando si provò a rompere il sacco per uscir fuori.
Adoperò gli unghioli, e non concluse nulla: adoperò i denti, e nulla. Rifinito allora dallo strapazzo e dalla fame, cominciò a piangere come un bambino.
«Chi è che piange?», domandò un grosso topo, che passava per caso da quella parte.
«Sono io!... sono un povero scimmiottino che muore di fam...»
Ma non poté finire la parola, perché gli fu troncata a mezzo da un lunghissimo e sonoro sbadiglio, che gli scappò di bocca.
«Esci fuori, e mangerai.»
«Si fa presto a dire esci fuori: ma la vuoi intendere che non posso uscire?»
«Perché?»
«Perché non mi riesce di rompere il sacco.»
«Lascia fare: il sacco lo romperò io.»
Detto fatto, il topo si distese lungo sull'erba, e cominciò a rosicchiare con quanta forza aveva ne' denti.
Ma il sacco non cedeva, perché era più duro del cuoio.
«Quanto tempo ti ci vorrà per bucarlo?», domandò lo scimmiottino.
»Il sacco resiste: ma in quattro o cinque mesi spero di averlo bucato!»
«Cinque mesi?», strillò di dentro il povero Pipì, «ma dopo cinque mesi troverai nel sacco appena i miei ossi e i miei unghioli!...»
E ricominciò a piangere più forte che mai.
«Chi è che piange?», domandò un vitello, che pascolava lì vicino.
«È un disgraziato scimmiottino, che non può uscire di dentro da quel sacco», rispose il topo.
«Perché non può uscire?»
«Perché il sacco è così duro, che non c'è verso di romperlo.»
«Lascia fare a me, che con un cozzo delle mie corna, lo sfonderò, come se fosse fatto di foglie di lattuga.»
E il vitello, senza stare a dir altro, si tirò indietro; e presa la rincorsa, andò a testa bassa a battere una terribile cornata nel sacco.
«Ohi! son morto!...», gridò di dentro il povero Pipì: e non disse altro.
Intanto il sacco, a quell'urto screanzato, riprese di nuovo a ruzzolare per terra, come una vescica piena d'aria: e il topo e il vitello a corrergli dietro per fermarlo: e il sacco via... ruzzolava sempre più lesto... e il topo e il vitello a rincorrerlo a salti e con la lingua di fuori.
E dopo aver corso una giornata intera, e, quando erano proprio lì lì per raggiungerlo, il sacco fece altri due ruzzoloni e giù... cadde in un fiume così profondo e così largo, che non si vedevano le sponde da una parte all'altra.
La mattina dopo alcuni pescatori bussarono alla porta di un bel palazzo, e al servitore che veniva ad aprire, chiesero premurosamente:
«È alzato il padroncino Alfredo?»
«Il padroncino», rispose il portiere, «è nella sala terrena, che prende il caffè e latte.»
«Avvisatelo, che stamani all'alba abbiamo pescato nel fiume il famoso sacco...»
«Che cos'è mai questo sacco?»
«Gli è quello che il padroncino aspetta da parecchi giorni.»
Appena il portiere ebbe fatta l'imbasciata, tornò in un attimo sulla porta e disse ai pescatori:
«Passate subito.»
I pescatori entrarono col sacco sulle spalle, e giunti alla presenza del padrone, lo posarono delicatamente sul pavimento.
«Apritelo!», disse il giovinetto Alfredo.
«È impossibile, signor padrone. Ci siamo provati a sfondarlo con gli scalpelli, con le scuri e co' trapani... ma il sacco è più duro del macigno.»
«Prendete questo spillo, e bucatelo.»
E nel dir così, il giovinetto Alfredo si levò dal fazzoletto da collo uno spillo d'oro, sormontato da una grossa perla, sulla quale (cosa singolarissima!) si vedeva dipinta la testa di una bella bambina coi capelli turchini.
I pescatori presero lo spillo in mano, e guardandosi fra loro stupefatti, pareva che volessero dire: "Com'è possibile che con questo spilluccio d'oro si possa forare un sacco, che ha resistito ai trapani e agli scalpelli?".
«Bucate subito quel sacco» ripeté Alfredo con voce di comando.
I pescatori, per atto di ubbidienza, si chinarono, provandosi a infilare la punta dello spillo: e immaginatevi quale fu la loro meraviglia, quando si accorsero che lo spillo entrava con tanta facilità, come se il sacco fosse stato di polenta o di panna montata.
Appena bucato leggermente, il sacco si aprì in due parti, e lasciò vedere un povero scimmiottino, tutto malconcio, che dava appena gli ultimi segni di vita.
Alfredo prese lo scimmiottino in collo e gli bagnò la bocca con un po' di latte tiepido.
A poco per volta Pipì si riebbe ed aprì la bocca. Allora Alfredo gli pose in bocca una pallina di zucchero e un crostino imburrato.
Pipì inghiottì il crostino e lo zucchero, senza far nemmeno l'atto di masticarli.
Poi aprì gli occhi e li fissò negli occhi di quel simpatico giovinetto, che aveva per lui tante cure e tante attenzioni: e pareva quasi che volesse ringraziarlo.
Alla fine, quando a furia di latte, di crostini e di palline di zucchero, Pipì ebbe ripreso tutte le sue forze, allora saltò in terra, e stando ritto sulle gambe di dietro, cominciò a coprir di baci la mano del suo piccolo benefattore.
I pescatori, tutta gente d'ottimo cuore, commossi a questa scena, facevano i luccioloni e si rasciugavano gli occhi: ma il padroncino Alfredo disse loro:
«Andate alle vostre faccende e chiudete la porta di sala: ho grandissimo desiderio di parlare a quattr'occhi con questo scimmiottino».

4. Pipì diventa l'amico del giovinetto Alfredo

Quando Alfredo e Pipì si trovarono soli, cominciarono a guardarsi l'uno con l'altro, senza fiatare e senza fare il più piccolo gesto.
E si guardarono per un pezzo.
Alla fine Alfredo, non potendo più star serio, dette in una gran risata: e lo scimmiottino fece altrettanto.
E risero tutt'e due sgangheratamente, senza sapere il perché, come ridono i ragazzi un po' giuccherelli, quando si lasciano prendere dalle convulsioni del riso.
Sfogati che si furono, Alfredo disse allo scimmiottino:
«Come ti chiami di nome?»
«Pipì.»
«E il tuo casato?»
Lo scimmiottino ci pensò un poco; e poi, grattandosi lesto lesto il capo, rispose:
«Pipì senza casato.»
«Quanti anni hai?»
«Sono il più piccino de' miei fratelli.»
«E i tuoi fratelli che età hanno?»
«Sono più giovani del babbo e della mamma.»
«Ho capito tutto», disse il giovinetto ridendo. Poi gli domandò:
«E la coda dove l'hai lasciata?»
«Non lo so.»
«Come non lo sai?»
«L'avrò perduta per la strada! Sono così scapato!...»
«Eh via! ti par possibile che uno scimmiottino possa perdere la coda per la strada?»
«Allora vuol dire che l'avrò lasciata a casa. Sono partito con tanta fretta, che non ho avuto il tempo di vedere se avevo preso con me tutto il bisognevole.»
«Dimmi Pipì; le dici mai le bugie?»
«Qualche volta... specialmente quando mi vergogno a dire la verità...»
«Ti fa torto: le bugie non vanno dette mai.»
«Non le dirò più.»
«Raccontami dunque la verità. Com'è che hai perduta la coda?»
Pipì, invece di rispondere, cominciò a strofinarsi gli occhi, poi disse piangendo:
«Me... l'hanno... mangiata!...».
«E chi te l'ha mangiata?»
«Arabà-Babbà, un coccodrillaccio, che mangerebbe anche il fuoco!...»
«E come avvenne che te la mangiò?»
«Io volevo fare il chiasso... e lui fece per davvero.»
«Oh povero Pipì!»
«E che bella coda! Una coda, lo creda, signore... Come si chiama lei?»
«Alfredo.»
«E il casato?»
«Alfredo senza casato.»
«Lo creda, signor Alfredo senza casato, una coda che faceva gola soltanto a vederla. Quella coda era tutto il mio patrimonio.»
«E perché sei scappato di casa?»
«Non sono scappato... mi hanno chiuso in un sacco e mi hanno portato via.»
«E ora che cosa pensi di fare?»
«Qualche cosa farò. Io mi accomodo a tutto.»
«Per esempio?»
«Io mi contento di poco. A me mi basta di mangiare, di bere e di andare a spasso. Non domando nulla di più.»
«Sei discreto davvero! Ma chi ti darà da mangiare?»
«Io confido in lei.»
«Perché no? Io son pronto a darti da mangiare: a patto però che tu sappia guadagnartelo. Sei avvezzo a lavorare?»
«Se debbo dir la verità, invece di lavorare, io mi diverto molto più a veder lavorare gli altri.»
«Vuoi prendere il posto di mio cameriere?»
«Si figuri!», rispose Pipì, stropicciandosi insieme le due zampine davanti per la grande allegrezza.
«Fra pochi giorni», rispose il giovinetto Alfredo, «io partirò per fare un lungo viaggio. Durante questo viaggio, vuoi tu essere il mio cameriere, il mio compagno di avventure?»
«Si figuri!»
«A colazione ti darò ogni mattina cinque pere, cinque albicocche e un bel cantuccio di pan fresco: ti piace il pan fresco?»
«Si figuri!»
«A desinare mangerai alla mia tavola, e ti farò portare un piatto di pesche, di susine e di albicocche: ti piacciono le albicocche?»
«Si figuri!»
«A cena mangerai otto noci e quattro fichi dottati: ti piacciono i fichi dottati?»
«Si figuri!»
«Tutte le volte poi che farai qualche balordaggine o qualche cattiveria, allora con questo frustino ti affibbierò una carezza sulle gambe: ti piacciono le carezze fatte col frustino?»
«Mi piacciono di più i fichi dottati», mugolò Pipì grattandosi il capo con tutt'e due le zampe.
«Accetti dunque i miei patti?» domandò Alfredo.
«Accetto tutto... fuori però che quelle carezze...»
«Anche le carezze col frustino: se no, vattene!...»
«Ma le carezze... me le affibbierà adagino... senza farmi male... non è vero?»
«Te le affibbierò secondo i tuoi meriti. Dunque?...»
«Dunque fin da questo momento, io sono il suo cameriere, il suo segretario e il suo compagno di viaggio.»
Allora Alfredo andò verso la tavola e sonò un campanello d'argento. A quella chiamata si presentò il solito servo sulla porta.
«Fate passare subito il sarto, con la paniera di tutto il vestiario.»
Il servo uscì: e dopo due minuti entrò il sarto con la paniera.
«Vestitemi quello scimmiottino con la livrea di mio cameriere», disse Alfredo.
Il sarto, senza farselo ripetere, prese dalla paniera due scarpine scollate di pelle lustra, con un bel fiocchetto di seta sul davanti e le calzò in piedi a Pipì.
Poi gl'infilò un paio di calzoncini rossi da legarsi al ginocchio: e dal ginocchio in giù gli abbottonò un paio di piccole ghette color di uliva fradicia.
Poi gli avvolse intorno al collo un fazzoletto bianco, inamidato e stirato a uso cravatta: lo aiutò a infilarsi una sottoveste di panno giallo e una giubbettina a coda di rondine, di panno nero, che gli tornava una pittura: e finalmente gli accomodò in testa un cappellino a cilindro, col suo bravo brigidino da una parte, come hanno tutti i camerieri dei grandi signori.
Quando Pipì fu vestito tutto da capo ai piedi, Alfredo gli disse:
«Su, da bravo, vieni qua da me e va' a guardarti in quello specchio».
Lo scimmiottino si mosse franco e spedito; ma non essendo avvezzo a portare le scarpe, fece un bellissimo sdrucciolone e cadde lungo disteso.
Figuratevi le risate di Alfredo e del sarto.
Il povero Pipì faceva di tutto per rizzarsi, ma non gli riusciva. Puntava con sforzi inauditi i piedi in terra, ma i piedi scivolavano sui mattoni inverniciati: ed era subito un'altra musata battuta sul pavimento.
Alla fine si rizzò: e toccandosi il naso che era tutto sbucciato, disse piangendo al padroncino:
«Io... con le scarpe non so camminare... Io voglio andare scalzo».
«Fatti coraggio», disse Alfredo, «con un po' di pazienza ti avvezzerai anche alle scarpe. In questo mondo ci si avvezza a tutto.»
«Ma io ci patisco troppo.»
«Pazienza! In questo mondo ci si avvezza anche a patire, diceva il mio babbo. Su, su: vieni a guardarti allo specchio.»
Lo scimmiottino si mosse una seconda volta: ma camminava a sentita, con passo di formica, pianin pianino, come se avesse camminato sulle uova.
Giunto dinanzi allo specchio, diè appena una prima occhiata a volo; e tiratosi indietro spaventato, cominciò a strillare disperatamente:
«Oh come sono brutto!... Oh povera mamma mia, come hanno sciupato il tuo scimmiottino!... Non sono più io!... Non sono più Pipì!... Mi hanno vestito da uomo... e sono diventato un mostro da far paura. Non voglio più star qui: voglio andarmene... voglio tornarmene a casa mia. Non voglio più questi vestitacci; no, no, no!...».
E, gridando e avvoltolandosi per terra, si levò le scarpe e le buttò nel camminetto: tirò il cappello sul viso del sarto, si strappò il fazzoletto bianco dal collo: e spiccato un gran salto, uscì fuori dalla finestra e si dette a correre per i campi.
Povero Pipì! correva e correva: ma non aveva ancora fatto cento passi, che sentì afferrarsi per i calzoncini dalla parte di dietro, e si trovò sollevato da terra, in bocca a un grosso cane di Terranuova.

5. Pipì promette all'amico Alfredo di accompagnarlo in un lungo viaggio, ma promette, senza credersi obbligato a mantenere

Il cane di Terranuova era uno di quei cani pasticcioni, intelligenti, amorosi, che si affezionano al padrone, come l'amico all'amico.
Non gli mancava altro che la parola per essere quasi un uomo. Di soprannome lo chiamavano Filiggine, a motivo del suo pelame nero morato, come la cappa del camino.
Quando Alfredo si accorse che Pipì tirava a scappare, fece un fischio a Filiggine: e Filiggine, in quattro salti, raggiunse lo scimmiottino, e presolo, come già s'è detto, per i calzoncini dalla parte di dietro, lo riportò pari pari in casa del padrone.
«Perché volevi scappare?», gli domandò Alfredo in tono di rimprovero.
«Perché... perché...»
«Su, su! Rispondi con franchezza.»
«Perché io voglio tornare a far lo scimmiottino insieme col mio babbo, con la mia mamma e coi miei fratelli... e non voglio mascherarmi da uomo...»
«E allora perché, poco fa, hai accettato di essere il mio compagno di viaggio?»
«Perché credevo che fosse una cosa... e invece è un'altra.»
«Vuoi dunque proprio andartene?»
«Anche subito... Ma lei mi faccia il piacere di non mandarmi dietro quel solito canaccio nero... perché se no, Filiggine, dopo cinque minuti, mi riporta di peso in questa stanza.»
«Non aver paura. Filiggine senza il mio comando, non si muove di qui. E quanto sei lontano da casa tua?»
«Dimolti, ma dimolti chilometri.»
«E prima di metterti in viaggio, non senti bisogno di mangiar qualche cosa?»
A dirla schietta, lo scimmiottino non aveva l'ombra della fame: ma tentato dalla sua gran ghiottoneria, rispose abbassando gli occhi e facendo finta di vergognarsi:
«Un bocconcino lo mangerei volentieri...».
Alfredo sonò il campanello d'argento, e il servo portò in tavola un cestino pieno ricolmo di bellissime pesche.
Lo scimmiottino non le mangiò, ma le divorò in un baleno.
Dopo le pesche, vide presentarsi un canestro di ciliegie così grosse, così mature e così rilucenti, che facevano venire l'acquolina in bocca soltanto a guardarle.
Pipì se le sgranocchiò tutte, a tre e quattro per volta: ma non volendo passare per uno scimmiottino ineducato, lasciò nel canestro i nòccioli, le foglie e i gambi.
Quando si sentì pieno fino agli occhi, allora si alzò da tavola, e fatta una bella riverenza, disse al padroncino di casa:
«Arrivedella signor Alfredo: scusi tanto l'incomodo e mille grazie della sua cortesia.»
«Addio, Pipì. Fa' buon viaggio, e tanti saluti a casa.»
Lo scimmiottino si avviò per andarsene: ma in quel mentre vide entrare il cameriere con un paniere di frutta, che mandavano un odorino da far resuscitare un morto.
«E quelle che frutta sono?», domandò, tornando due passi indietro.
«Quelle son nespole del Giappone», rispose Alfredo. «Le avevo fatte preparare per la tua cena di stasera.»
Pipì rimase un po' pensieroso: e poi disse:
«Pazienza!». E fattosi un animo risoluto, si avviò di nuovo per partire.
Giunto però sulla porta di sala, si trattenne alcuni minuti. Quindi, volgendosi al giovinetto, gli chiese:
«Scusi, signor Alfredo, che ore sono?»
«Mezzogiorno preciso.»
«Mezzogiorno?... A dir la verità, mi pare un po' tardi per mettersi in viaggio.»
«Tutt'altro che tardi. Ti restano ancora sette ore di giorno chiaro, e in sette ore si fa dimolta strada.»
«Ha ragione e dice bene. Dunque arrivedella, signor Alfredo, scusi tanto l'incomodo e mille grazie della sua cortesia.»
E questa volta partì davvero. Ma dopo un quarto d'ora Alfredo se lo vide ricomparire in sala, tutto ansante e trafelato.
«Che cosa c'è di nuovo?», gli domandò il giovinetto.
«C'è di nuovo», rispose Pipì, «che questo sole sfacciato mi dà una gran noia e mi fa abbarbagliare gli occhi. Non potrebbe, di grazia, prestarmi un ombrellino di tela da pararmi il sole?»
«Volentieri.»
Alfredo chiamò il cameriere: e il cameriere portò subito un grazioso parasole, dipinto con grandi fogliami di bellissimi colori azzurri e verdi.
Pipì prese l'ombrellino, l'aprì, e cominciò a girare intorno alla stanza, dando continuamente delle lunghissime occhiate al canestro delle nespole giapponesi.
«Amico mio», disse allora Alfredo, «se indugi un altro poco, farai notte senza avvedertene, e ti toccherà a viaggiare al buio.»
«Io di giorno non so camminare», rispose Pipì. «O non sarebbe meglio che partissi questa sera dopo cena?»
«Padronissimo di fare come credi meglio.»
E nel dir così, Alfredo lasciò balenare in pelle in pelle un risolino canzonatorio, che pareva volesse dire:" Caro il mi' ghiottone! Ho bell'e capito qual è il tuo debole: lascia fare a me, che ti domerò io!".
Quando fu l'ora della cena, Pipì, senza nemmeno aspettare di essere invitato, andò a sedersi alla tavola dov'era seduto Alfredo: ma questi pigliando un tono di voce serio e padronale, gli disse:
«Che cosa fate costì?»
«Vengo a cena anch'io.»
«Le persone che vengono alla mia tavola, le voglio veder vestite decentemente. Andate subito a mettervi la giubba.»
«Io... con la giubba... non so mangiare. La giubba non me la metto.»
«Allora ritiratevi là, in fondo alla sala, e contentatevi di assistere alla mia cena.»
Quando Pipì si accorse che Alfredo diceva sul serio, si dette a piangere e a strillare: e piangendo e strillando scappò dalla stanza: ma dopo poco tornò.
Quando rientrò nella stanza, aveva la sua giubbettina infilata e tutta abbottonata, come un piccolo milorde.
«Così va bene», disse Alfredo. «Mettetevi ora a sedere, e buon appetito!»
Il canestro delle nespole fu portato in tavola.
Inutile starvi a dire che, dopo un quarto d'ora, il canestro era vuoto, e lo scimmiottino era pieno, da non poterne più.
«Ora poi me ne vado davvero», disse alzandosi da tavola con grandissima fretta.
Ma nel mentre che stava armeggiando per levarsi di dosso la giubbettina, il cameriere si presentò in sala con un magnifico vassoio di melagrane.
«Che odorino!», gridò Pipì, annusando e lasciando gli occhi sul vassoio delle frutta. «O quelle melagrane per chi sono?»
«Erano per la tua colazione di domani. Ma ormai tu parti, e le mangerò io.»
«Io... partirei volentieri, ma di notte non so camminare. O non sarebbe meglio che partissi domattina, dopo fatto colazione?»
«La tua camerina è già preparata. Buona notte.»
La mattina dopo, all'ora di colazione, lo scimmiottino si presentò puntualmente vestito con la giubba di panno nero: ma il signor Alfredo, dopo averlo squadrato da capo ai piedi, gli disse con accento vivace e risentito:
«Chi vi ha insegnato a presentarvi alla tavola di un gentiluomo, senza scarpe ai piedi e senza fazzoletto al collo? Andate subito a mettervi le scarpe e la cravatta.»
Pipì, confuso e mortificato, cominciò a grattarsi la testa e il naso, e piagnucolando disse:
«Ih... ih... ih... le scarpe mi fanno male... e il fazzoletto mi serra la gola. Piuttosto voglio andar via subito... voglio tornarmene a casa mia.»
«Levatevi dunque dalla mia presenza.»
Pipì si avviò mogio mogio verso la porta della sala: ma prima di uscire, si voltò per dare un'ultima occhiata al vassoio delle melagrane. Poi se ne andò.
«Questa volta è partito davvero», disse Alfredo tutto afflitto. «E me ne dispiace. Gli volevo bene a quello scimmiottino. Che cosa dirà la mia buona fata, quando saprà che l'ho scacciato? Eppure, era lei che me l'aveva fatto capitare fin qui, proprio in casa, consigliandomi a prenderlo per mio segretario e per mio compagno di viaggio!... Ma oramai quel che è fatto, è fatto, e ci vuol pazienza.»
Mentre Alfredo parlava in questo modo fra sé e sé, gli parve che fosse bussato alla porta della sala e nel tempo stesso si udì una vocina di fuori che disse:
«Signor Alfredo, che mi ha chiamato?»
«Chi è?», gridò il giovinetto rizzandosi in piedi.
«Sono io.»
La porta si aprì e comparve lo scimmiottino.
Aveva in piedi le sue scarpettine scollate e portava la testa ritta e impalata, perché il fazzoletto da collo, moltissimo inamidato, gli segava terribilmente la gola.
A quella vista inaspettata, è impossibile immaginarsi l'allegrezza di Alfredo. Andò incontro a Pipì, lo abbracciò, lo baciò, gli fece un mondo di carezze, come si farebbero a un carissimo amico, dopo vent'anni di lontananza.
Giurarono di non lasciarsi mai più e di fare insieme questo gran viaggio intorno alla terra.
Il bastimento sul quale dovevano imbarcarsi, era aspettato di giorno in giorno.
Finalmente il bastimento arrivò.
La sera della partenza, Alfredo e Pipì pranzarono insieme, come erano soliti di fare. E durante il pranzo parlarono di mille cose, dissero un visibilio di barzellette, e risero e stettero allegrissimi come due ragazzi alla vigilia delle vacanze autunnali.
Alzatisi da tavola, Alfredo disse guardando l'orologio:
«Il bastimento parte a mezzanotte. Dunque abbiamo appena un'ora di tempo per dare un'occhiata ai bauli e per vestirci tutti e due in abito da viaggio».
In cinque minuti io son pronto, disse Pipì, e ballando e saltando entrò nella sua camerina.
E quando fu lì, cominciò subito a levarsi la giubbettina di panno nero per infilare una piccola giacca di tela bianca; invece delle scarpine calzò un paio di stivaletti a doppio suolo, e invece del solito cappello si ficcò in testa un elegante berrettino di seta celeste.
Poi andò a guardarsi allo specchio: ma nel mentre che se ne stava tutto contento, pavoneggiandosi e facendo con la bocca e con gli occhi mille versacci grotteschi, sentì un piccolo rumore, come se qualcuno di fuori si arrampicasse per salire fino alla sua finestra di camera.
Da principio ebbe una gran paura: ma, fattosi coraggio, aprì la finestra e vide... vide due zampe che lo abbracciarono stretto intorno al collo e intese una voce soffocata dalla consolazione e dalla gioia, che mugolava teneramente.
«Oh mio povero Pipì!... Finalmente ti ho ritrovato.»

6. Pipì mancando alla sua promessa, corre a far baldoria

Pipì riconobbe subito la voce di suo padre e tutto commosso gridò:
«Che cosa fate qui, babbo mio, a quest'ora?»
«È un mese che ti cerco da per tutto.»
«E la mia mamma, dov'è?»
«È laggiù!»
«Dove?»
«In fondo a questo campo.»
«E i miei fratellini?»
«Sono laggiù anche loro.»
«E che cosa fanno in fondo al campo?»
«Ti aspettano a braccia aperte.»
«Oh come li rivedrei volentieri!»
«Vieni dunque a vederli!»
«Se ci verrei!... Figuratevelo voi! Ma in questo momento non posso... proprio non posso...»
E dicendo così lo scimmiottino cominciò a piangere dirottamente e a graffiarsi per disperazione gli orecchi.
«E perché non puoi?», gli domandò singhiozzando il vecchio genitore.
«Perché ho promesso a un amico...»
«E che promessa gli hai fatto?»
«Gli ho promesso di partire questa sera con lui, e di accompagnarlo in un gran viaggio che egli deve fare intorno al mondo.»
«E tu, per tener compagnia a un amico, avrai il coraggio di abbandonare la tua povera famiglia? Senza di te, noi moriremo tutti di dolore!»
«Oh! non dite così: se no mi metterete al punto di mancare alla promessa...»
«E a che ora dovresti partire?»
«Fra pochi minuti.»
«Vieni almeno a dire addio a' tuoi fratelli, che ti aspettano in fondo al campo.»
«E se il signor Alfredo in questo frattempo mi chiamasse?»
«Chi è il signor Alfredo?»
«È l'amico.»
«Se ti chiama... e tu lascialo chiamare.»
«E se il bastimento partisse?...»
«E tu lascialo partire.»
Lo scimmiottino, tutto contento di aver trovato una buona scusa per non mantenere la sua promessa, rispose scotendo il capo:
«Sarà quel che sarà... A buon conto prima di partire per questo gran viaggio, voglio rivedere la mia mamma e i miei fratellini.»
Detto fatto, montò sulla finestra, e spiccando un gran salto, si buttò di sotto. Allora si sentì un tonfo, come quello di un grosso pietrone cascato in un fosso pieno d'acqua e di mota.
«Babbo mio, aiutatemi, se no son morto!» grido Pipì con urlo disperato.
Che cos'era avvenuto?
Era avvenuto che la terra di quel campo, a cagione delle grandi piogge dei giorni precedenti, era così rammollita e fangosa, che lo scimmiottino, cadendovi sopra, vi era rimasto affondato fino alla gola.
Per buona fortuna suo padre fece in tempo a salvarlo: ma quando Pipì uscì fuori dal pantano, non aveva più in piedi gli stivaletti. Gli stivaletti erano rimasti seppelliti un metro sotto terra.
«Pazienza!», disse ridendo. «Me ne ricomprerò un altro paio, prima di montare sul bastimento.»
E senza stare a perder tempo, babbo e figliolo presero una viottola lungo il campo, e cominciarono a correre. Ma non avevano ancora fatto venti passi, che Pipì sentì volarsi al disopra della testa un uccello notturno, il quale con una beccata gli portò via il berrettino da viaggio.
«Uccellaccio del mal'augurio, rendimi subito il mio berretto», urlò lo scimmiottino.
«Cucù!», fece l'uccello, e continuò il suo volo.
«Pazienza! Mi ricomprerò un altro berrettino prima di montare sul bastimento.»
E babbo e figliolo ripresero a correre: ma sul più bello, un grosso pruno uscito dalla siepe, afferrò co' suoi spunzoni i calzoncini e il giubbettino di Pipì, e li ridusse in minutissimi stracci.
«Ora eccomi qui senza calzoni e senza giubbettino!...»
«Pazienza!», gli disse il suo babbo. «Te li ricomprerai prima di montare sul bastimento.»
«Oh povero me! povero me!», gridò lo scimmiottino simulando un gran dispiacere. «Di tutto il mio bel vestiario da viaggio, non mi è rimasto altro che la camicia e il fazzoletto da collo.»
E nel dir così, fece l'atto di cercarsi la camicia, ma invece della camicia si trovò addosso un camiciotto di foglie d'ortica. Tastò con le mani per accertarsi se almeno il fazzoletto da collo c'era sempre, ma invece del fazzoletto sentì sgusciarsi fra le dita una serpe grossa come un'anguilla di mare.

7. Pipì comincia a pentirsi di aver mancato alla sua promessa

Il povero Pipì, nel toccar quella serpe, che si trovò avvoltolata al collo invece della cravatta, fu preso da uno spavento indicibile.
Avrebbe voluto urlare, ma la lingua gli era rimasta appiccicata al palato: avrebbe voluto correre e fuggir via, ma le gambe gli facevano giacomo-giacomo, ossia gli ciondolavano avanti e indietro, tale e quale come se fossero le gambe d'un morto, che si fosse provato a camminare.
Alla fine, non potendosi più reggere in piedi, si lasciò cascare per terra come un cencio, dicendo con un fil di voce:
«Muoio!...».
«Che cosa ti senti?», gli domandò suo padre, tutto sgomento.»
«Un gran male!...»
«E dove lo senti?»
«In tutta la persona.»
«E che male sarebbe?...»
«Il male della paura!...»
«Un gran brutto male, bambino mio: l'unico male per il quale i medici non abbiano saputo trovare ancora una medicina. Prova a farti un po' di coraggio...»
«Ho provato.»
«E ora come ti par di stare?»
«Peggio di prima.»
«Ma qual è la cagione di tutto questo spavento?»
«Una gran disgrazia, babbo mio, sta per cascarmi addosso!»
«E come fai a saperlo?»
«Ho avuto, in pochi minuti, troppi indizi... troppi segnali. Vi ricordate i miei stivaletti nuovi rimasti affogati nella mota? E il giubbettino e i calzoni fatti in pezzi da quel dispettosaccio di pruno? E la camicia di tela fina diventata, tutt'a un tratto, di foglie di ortica? E quella brutta serpe, che or ora mi è scappata di mano? Eccola sempre lì, eccola sempre lì!... Guardatela!...»
«Chi?»
«La serpe...»
Il babbo di Pipì si voltò a guardare verso il punto indicato, e vide difatti in mezzo alla profonda oscurità della notte, una grossa serpe, che risplendeva tutta di vivissima luce rossa, come se fosse stata una serpe di cristallo, con in corpo un lampione acceso da tranvai.
La serpe, stando a collo ritto, teneva i suoi occhi fissi in quelli dello scimmiottino.
«Che cosa vuoi da me?», gli domandò Pipì, facendosi un coraggio da leone.
«Vengo a portarti i saluti del signor Alfredo», rispose la serpe.
«Povero signor Alfredo!... È forse partito per il suo viaggio?»
«È partito pochi minuti fa, e mi ha raccontato che tu avevi promesso di accompagnarlo.»
«È vero, è vero, è vero!... Domani forse partirò anch'io e spero di poterlo raggiungere in alto mare.»
«Speriamolo davvero! A buon conto, ricordati, scimmiottino mio bello, che quando si promette una cosa, bisogna mantenerla! Hai capito?»
Appena dette queste parole, la serpe sparì nel buio della notte e non si vide più.
Allora Pipì, tormentato in cuore da una specie di rimorso, fu quasi sul punto di dire addio a suo padre e di prendere la strada più corta, che menava alla spiaggia del mare: ma mentre stava lì per decidersi, vide lontano lontano alcune fiaccole accese, che si movevano in qua e in là, e sentì una musica allegra di pifferi, di tamburi e di mandolini.
«Che cos'è quella musica e quei lumi?», domandò tutto meravigliato.
«Come? Non ti riesce d'indovinarlo?»
«No.»
«Sono i tuoi fratellini, che vengono a incontrarti con la fiaccolata e a suon di banda!...»
«Oh che piacere! Oh che bello spettacolo! Corriamo, babbo, corriamo...»
E tutti e due si dettero a correre lungo la viottola: e Pipì, che aveva riacquistata in un attimo la forza delle sue gambine svelte e sottili, non solo correva, ma si sarebbe detto che volava come un uccello.
E ora chi mi dà le parole adatte per descrivere la scena del primo incontro? Credetelo a me: fu una scena così affettuosa e commovente, che è impossibile immaginarsela senza averla veduta coi propri occhi. Basti dire che l'allegrezza dei quattro fratelli nel rivedere il loro fratellino minore, che oramai credevano perduto per sempre, fu così tempestosa e smodata, che gli saltarono addosso tutti insieme e ci corse poco che non lo soffocassero sotto un diluvio di baci, di abbracciamenti e di carezze.
Quand'ebbero sfogati gli affetti del loro cuore, cominciarono a strillare in coro: curacà! curacà! curacà! (nel dialetto familiare delle scimmie bisogna sapere che curacà vuol dire: a cena! a cena! a cena!). Detto fatto, si posero seduti per terra intorno a una gran cesta di pesche, di albicocche e di fichi d'India, e lì, ridendo, grattandosi e facendo con la bocca mille smorfie e mille versacci in segno di grande esultanza, mangiarono a più non posso, come se fossero digiuni da due settimane.
E non solo mangiarono, ma bevvero allegramente: e bevvero un certo liquore spiritoso, fatto d'uva rossa strizzata, che somigliava come due gocciole d'acqua al nostro vino. E ne bevvero così a spugna, che dopo mezz'ora, dormivano tutti e russavano come tante marmotte.
Quand'ecco che, sul più bello del sonno, furono svegliati da un'orribile voce che gridò: «Guai, a chi si muove!...».

8. Il terribile assassino Golasecca e i suoi compagni. Golasecca si mette in tasca il povero Pipì e lo porta via

Lascio ora pensare a voi come rimanessero, quando, balzando in piedi e spalancando gli occhi, si videro circondati da una masnada di brutti figuri, neri come l'inchiostro e tutti armati di sciabole e di bastoni.
«Pover'a noi, siamo bell'e morti!», gridarono gli scimmiottini.
«Che morti e non morti?», replicò Pipì. «Per vostra regola, a morire c'è sempre tempo.»
«Ma chi saranno quei ceffi affumicati?», domandò un di loro.
«Ci vuol poco a indovinarlo: saranno assassini» rispose un altro.
«E che cosa vogliono da noi?»
«Ci vorranno derubare.»
«Derubare?», disse Pipì, ridendo. «Scusate, miei cari fratelli: quanti quattrini avete?»
«Nemmen'uno.»
«Allora il più ricco di tutti sono io...»
«O tu quanto hai?»
«A me», rispose Pipì, «mi mancano solamente cinque centesimi per fare un soldo.» Poi continuò, grattandosi il naso: «Che assassini originali! Nessuno di loro ha il coraggio di farsi avanti».
E diceva la verità.
Difatti, tutti que' brutti figuri, che riuniti assieme formavano una specie di cerchio, se ne stavano lì ritti impalati, senza fare un gesto, senza batter occhio, senza brontolare una mezza parola.
Allora Pipì, avanzandosi in mezzo, disse con bella maniera:
«Scusino, signori assassini; che ci farebbero il piacere di lasciarci passare?».
Nessuno rispose: nessuno fiatò.
«Grazie tante della loro cortesia», soggiunse lo scimmiottino. «Debbono dunque sapere che noi siamo una povera famiglia: il babbo, la mamma, e cinque figlioli, e vorremmo tornare a casa nostra: che si contentano lor signori?»
Al solito, nessuna risposta.
«Ho capito: e grazie tante della loro cortesia. Su, babbo, da bravo! Poiché questi signori sono contenti, spiccate un bel salto, e passando loro di sopra al capo, andate ad aspettarci sulla strada.»
Lo scimmione fece il salto: e dopo lui, lo fece la moglie: poi i quattro figlioli.
«Ora tocca a me», disse Pipì, che era rimasto solo in mezzo al cerchio formato dagli assassini: ma quando fu sul punto di prendere la rincorsa e di slanciarsi... che è, che non è... tutti quegli assassini diventarono così lunghi e così alti, che parevano tanti campanili.
«Pipì! Pipì!», gridavano di fuori i suoi fratelli, chiamandolo con urli disperati.
Ma il povero scimmiottino non aveva più fiato di rispondere.
«Che cosa pensi di fare?», gli domandò allora il capo della masnada, uscendo finalmente dal suo ostinato silenzio.
«Penso di tornarmene a casa mia...»
«T'inganni, povero Pipì! Tu non tornerai a casa.»
«Pazienza! Resterò qui.»
«Nemmeno: tu verrai con me...»
«Con lei?... Neanche se mi fa legare...»
«Tu verrai con me.»
«Neanche se mi regala cento panieri di ciliegie.»
«Tu verrai con me.»
«Neanche morto!»
Il capo della masnada, senza aggiungere altre parole, si chinò, e preso il povero scimmiottino per la collottola, se lo pose nella tasca della sua casacca. Poi abbottonò la tasca con tre bottoni, che parevano tre ruote da carrozza.
«Ora possiamo andare», disse ai suoi compagni: e tutti insieme si avviarono verso la strada maestra.
È impossibile ridire la disperazione, i pianti e gli urli dei fratellini di Pipì. Lo chiamavano con acutissime grida: ma non ebbero altra consolazione che quella di vedere le zampettine del povero scimmiottino, che uscivano fuori dalla tasca del capo-masnada, e si movevano con una lestezza vertiginosa, come se volessero raccomandarsi e chiedere aiuto.

9. All'Osteria delle Mosche.

Quando gli assassini si furono allontanati una ventina di chilometri, il terribile Golasecca (era questo il soprannome del capo-masnada) si fermò in mezzo a un campo e, voltandosi ai suoi compagni, disse loro con una vociaccia roca, che pareva il brontolio d'un tuono lontano:
«Ora potete ritornarvene alla Capanna Nera. Aspettatemi là, e fra quattro o cinque giorni ci rivedremo».
«Scusate, maestro», gli domandò uno di quei brutti ceffi, «avete pensato a portare con voi qualche cosa da mangiare?»
«Non ho portato nulla.»
«Male! E se per la strada vi viene un po' d'appetito?»
«Pazienza! Se non trovo altro, mi rassegnerò a mangiare questo scimmiottino, che ho qui in tasca.»
Il povero Pipì, udendo tali parole, cominciò dalla passione a grattarsi il naso e gli orecchi.
«Ma se voi mangiate lo scimmiottino», riprese il solito brutto ceffo, «che cosa vi dirà la Fata dai capelli turchini?»
«La Fata non potrà farmi nessun rimprovero: perché io le ho promesso di portarglielo vivo o morto. In ogni caso se mi verrà voglia di mangiarmelo per la strada, serberò intatta la pelle, perché la Fata possa vederla con i propri occhi e accertarsi così che ho adempito lealmente i suoi comandi.»
«Avete ragione, maestro. Dunque buon viaggio e sollecito ritorno.»
Appena gli assassini ebbero preso congedo dal loro condottiero, si attaccarono sotto le braccia delle grandi ali di tela incerata e, spiccato il volo, si alzarono in aria con grandissimo fracasso, come un branco di corvi spaventati.
Golasecca, rimasto solo, seguitò il suo viaggio attraverso ai campi, ai fiumi, e alle boscaglie, senza fermarsi mai, mai, mai!
Dopo aver camminato due giorni e due notti, sentì uscire dalla tasca della sua giacca una vocina soffocata, che pareva venisse di sottoterra, la quale disse con tono di piagnisteo:
«Ho fame!... Ho tanta fame!».
Golasecca, invece di rispondere, si accarezzò la sua lunghissima barba di caprone, e raddoppiando il passo, tirò diritto per i fatti suoi.
Ma dopo pochi minuti, ecco la solita vocina, che diceva raccomandandosi:
«Sor assassino, che mi darebbe un chicco d'uva, o una ciliegia, o anche una mezza pera solamente? Sono digiuno da tanti giorni, e sento che lo stomaco mi va via. Lo creda, sor assassino, ho una fame così grande, che la vedo anche al buio!...».
«Se hai fame», rispose Golasecca, ridendo di un riso sguaiato e canzonatore, «fruga nella mia tasca, e ci troverai tante ghiottonerie, da prendere un'indigestione.»
«Sono tre giorni che frugo: ma non mi riesce di trovarci nulla.»
«Allora mangia la fodera della mia tasca.»
«La prima fodera l'ho bell'e mangiata: la seconda è troppo dura e non mi riesce di roderla.»
«L'hai mangiata davvero?», urlò Golasecca, andando su tutte le furie. «Brutto scimmiottino! Lasciami arrivare all'Osteria delle Mosche, e non dubitare che aggiusteremo i nostri conti!...»
Intanto si era fatto notte.
E che notte orribile e indiavolata! Il cielo appariva tutto coperto di nuvoloni; lampeggiava e tonava: e gli alberi della foresta, sbatacchiati da un violentissimo vento, si divincolavano, cigolavano e urlavano, come tante anime disperate.
A mezzanotte in punto, Golasecca arrivò dinanzi all'Osteria delle Mosche: ma l'osteria era chiusa.
Picchiò alla porta una volta, due volte, tre volte: e nessuno rispose.
Allora, con quanto fiato aveva ne' polmoni, si diè a gridare:
«Apri, Moccolino!... Apri!... Sono io!».
Moccolino era il nome dell'oste; e tutti lo chiamavano così, perché a cagione della sua figura sottile sottile, lunga lunga, e sbiancata sbiancata, somigliava tale e quale a un moccolino di cera gialla.
La sua osteria stava aperta solamente di giorno. Appena si faceva notte, Moccolino a scanso di seccature e di dispiaceri, chiudeva prudentemente la porta, spengeva il fornello e i lumi e se ne andava a letto.
E una volta entrato a letto, non apriva più a nessuno, anche se fosse rovinato il mondo. Dato il caso che qualche disgraziato, smarritosi di nottetempo nella foresta, avesse bussato all'osteria, Moccolino non se ne dava per inteso: o dormiva o faceva finta di dormire.
Quando Golasecca si accorse che l'oste, prendendosi gioco di lui, si ostinava a non volergli aprire, che cosa fece? Cominciò a distendere le braccia e le gambe, e a furia di distendersi e di allungarsi, diventò di una statura così alta e gigantesca, che il tetto dell'osteria gli arrivava appena a mezza vita.
Allora, lavorando con tutte e due le mani, si dette a scoperchiare il tetto; e i mattoni, gli embrici e i tegoli volavano via, come foglie portate dal vento.
Moccolino, impaurito da tutto quel fracasso infernale, cacciò il capo fuori delle lenzuola, e fingendo di essersi svegliato lì per lì, gridò con voce tremante:
«Chi è che mi chiama?»
«Sono io», rispose Golasecca, piegandosi e infilando il capo dentro la buca che aveva aperta nel tetto.
Per l'appunto questa buca rispondeva nella stanza dove dormiva l'oste, il quale sentì gelarsi il sangue, quando al fioco chiarore del lumino da notte, vide affacciata al soffitto della sua camera la minacciosa ghigna del terribile capo-masnada.
«Che cosa volete da me, maestro Golasecca?», domandò Moccolino, che dallo spavento non aveva più fiato in corpo.
«Che cosa voglio?... Voglio prenderti per un ciuffo dei capelli e scagliarti lontano mille miglia.»
«Deh! non lo fate!... Abbiate pietà di me.»
«Non meriti pietà.»
«Abbiate almeno pietà del mio bambino. Povero Guiduccio! Se rimanesse solo in questa casa, me lo mangerebbero i lupi.»
«No, no... io non voglio essere mangiato... dai lupi», disse fra il sonno il figlioletto dell'oste, che dormiva nella stessa camera del babbo, in un lettino a parte.
Alle parole di quel bambino, Golasecca mutò fisonomia: e preso un tono di voce un po' più umano, disse all'oste:
«Su da bravo! Salta subito il letto e preparami da cena.»
Moccolino ubbidì alla prima: ma era tanta la paura e la confusione che aveva addosso, che non sapeva nemmeno lui come fare a vestirsi. Credé di aver preso le calze, e invece si ostinava a infilare i piedi nel berretto da notte. Accortosi dell'errore, si messe le scarpe, e sopra alle scarpe infilò le calze. Poi infilò la giacchetta, e sulla giacchetta la camicia, e sulla camicia la sottoveste, finché trovandosi in mano i calzoni e non rammentandosi più a che cosa servivano, li ripiegò perbene e li chiuse dentro l'armadio.
Scese quindi al pianterreno e aprì la porta dell'osteria.
Golasecca, che aveva ripresa la statura d'un uomo comune, entrò dentro scotendosi i panni che gocciolavano: e postosi a sedere dinanzi a una tavola apparecchiata, domandò all'oste:
«Che cosa mi dai per cena?».
«Tutto quello che desidera Vostra Signoria. Non deve far altro che comandare.»
«Che cosa c'è di carne?»
«Nulla di carne.»
«E di formaggio?»
«Nulla di formaggio.»
«E di pane?»
«Nulla di pane.»
«Che cosa posso dunque mangiare?», domandò l'assassino, tentennando il capo e cominciando a perdere la pazienza.
«Se Vostra Signoria desidera della frutta...»
«Che cos'hai di frutta?»
«Ciliegie, mandorle e pesche.»
«Dammi un bel piatto di pesche.»
«E a me, un bel piatto di ciliegie», disse una vocina, che uscì dalle tasche del vestito di Golasecca.
«Chi è che ha chiesto le ciliegie?», balbettò l'oste, tutto impaurito e maravigliato.
«Sono io», rispose la solita vocina.
«Non dubitare», interruppe Golasecca, e digrignando i denti, «non dubitare, Pipì, che le ciliegie te le darò io... e ti darò qualcos'altro! A buon conto, esci subito fuori, e facciamo i nostri conti.»
«Così dicendo, il capo-masnada sbottonò la tasca della sua giacca, e lo scimmiottino, senza tanti complimenti, saltò in mezzo alla tavola e si pose a sedere sopra una zuppiera di porcellana.

10. Come andò che Nanni, il gatto dell'Osteria delle Mosche, prese il posto di Pipì nella tasca dell'assassino

Allora Golasecca voltandosi a Pipì con un cipiglio da far paura, gli domandò:
«Chi è che ha mangiato la fodera della mia tasca?.»
Lo scimmiottino, come se non dicessero a lui, cominciò a guardare in qua e in là: ma poi, fissando i suoi occhietti mobilissimi e irrequieti in faccia al capo-masnada, disse con voce carezzevole:
«Vi contentate, sor assassino, che vi parli sinceramente? Io non ho veduto mai una barba così bella come la vostra! Voi avete la più bella barba del mondo!».
«Lasciamo star la barba e rispondiamo a tono: chi è che ha mangiato la fodera della mia tasca?»
«E se fosse la barba solamente, vorrebbe dir poco», soggiunse lo scimmiottino. «Egli è che tutti dicono che voi siete la più buona pasta d'uomo di questo mondo! Un vero cuor di Cesare! La perfetta cortesia travestita da brigante!...»
«Lasciamo stare il buon cuore e la cortesia: chi è che ha mangiato la fodera della mia tasca?»
«E se foste buono soltanto, sarebbe poco o nulla: egli è che siete anche bello! Volete che ve lo dica? Degli uomini belli ne ho veduti dimolti; ma un uomo bello come voi, non l'ho visto mai!»
«Bisognava avermi visto trent'anni fa!», replicò Golasecca lisciandosi i baffi e il barbone e ingegnandosi di apparire grazioso. «Allora ero bello davvero! Eh, Moccolino? Ditelo voi.»
«La prima volta, che vi ho conosciuto io, eravate un sole! un sole di mezzogiorno!», rispose l'oste.
«Oggi siete un sole sul tramonto!», soggiunse Pipì, «ma un tramonto magnifico! un tramonto che val più di un'aurora!...»
«Mi avvedo, caro scimmiottino, che tu hai molto spirito e molto ingegno: e per questo ti voglio bene» disse Golasecca commosso. «Scendi giù dalla zuppiera e vieni a sederti accanto a me. Ceneremo insieme. Moccolino! Porta subito in tavola un piatto di pesche e un piatto di ciliegie per il mio amico Pipì. L'amico Pipì è uno scimmiottino sincero e amante della verità, e se per caso incontra un uomo veramente bello, non ha nessuna paura a dirgli in viso: "Tu sei il più bell'uomo di questo mondo!"».
Fatto sta che mangiarono tutt'e due con grande appetito: e la cena fu piuttosto lunghetta.
Sul finir della cena, lo scimmiottino domandò al capo-masnada:
«Se non fossi troppo indiscreto, potrei sapere dove volete portarmi?».
«A casa della Fata dai capelli turchini.»
«E che vuole da me questa buona donna?»
«Essa è adirata.»
«E la ragione?»
«Perché dice che tu avevi promesso di accompagnare il suo figlio Alfredo in un lungo viaggio: e che poi hai mancato alla tua promessa.»
«Quanto è lontana di qui la casa della Fata?»
«Più di mille chilometri.»
«Io non ci voglio venire.»
«Padrone tu di non volerci venire» rispose Golasecca, facendosi serio «ma io ti ci porterò per forza!»
«Voi non mi ci porterete...»
«Perché?»
«Perché io scapperò!»
«Scapperai?», urlò l'assassino, mugghiando come un toro ferito. «A buon conto, rientra subito dentro la mia tasca, e domani all'alba partiremo.»
Così dicendo, Golasecca abbrancò con una mano lo scimmiottino e lo ripose al buio, assicurando la tasca con quei soliti tre bottoni grandi e spropositati, come tre ruote da carrozza. Poi, cavatasi la giacca, la gettò sopra una sedia: e appoggiando il capo al muro, disse a Moccolino:
«Io farò un sonnellino su questa panca: e tu bada bene all'alba di venirmi a svegliare.»
«Dormite tranquillo», rispose l'oste: e presa la candela, se ne tornò su, nella sua cameretta.
Ora bisogna sapere che Golasecca aveva un bruttissimo vizio: quello cioè di russare: e russando, faceva con la bocca un certo fischio lamentevole e prolungato, come quello che fanno gli uccellini quando vedono calare il falco.
Nel sentir questo fischio, Nanni, il bellissimo gatto soriano di Moccolino, entrò in punta di piedi nella stanza, annusando qua e là, forse con la speranza di trovare qualche uccelletto scappato di gabbia.
Ma, invece dell'uccelletto, trovò una giacca sopra una seggiola, e sentì che dalla tasca della giacca usciva un calduccino e uno strano odorino di carne.
"Che animale ci sia rinchiuso qui dentro?", cominciò allora a dire fra sé: "Un topino, no dicerto: perché sarebbe troppo grosso. Forse un pezzo di vitella arrosto? Nemmeno, perché questo non è odore di carne cotta. O dunque?...".
E tornò ad annusare: e dopo avere annusato e annusato, quell'odore era per lui come un libro stampato: non ci capiva nulla.
Ma intanto che stava lì almanaccando e leccandosi le basette, gli parve di udire un piccolissimo rumore. Rizzò subito gli orecchi e postosi in ascolto, sentì dentro la tasca un canto fioco fioco, che fece:
«Chicchirichì!».
«È un galletto», disse allora Nanni, miagolando dalla gran contentezza, «è un galletto di certo. L'odore veramente non parrebbe di carne gallinacea; ma questi gallettacci sono così furbi e traditori!... Mi ricordo sempre che una volta sul palcoscenico d'un teatro, portai via un galletto cotto in umido con le patate; e, nell'andare a casa, mi diventò ripieno di stoppa, di borraccina e di altre porcherie.»
«Chicchirichì!», si udì fare una seconda volta.
«Mi chiami, eh?», disse Nanni dentro di sé. «Ora vengo subito a trovarti; non dubitare. È tanti giorni che mi tocca a mangiar lucertole e grilli!... Un po' di carne di galletto mi rimetterà lo stomaco a nuovo!»
E cominciò a lavorare di unghie e di denti per aprire i bottoni della tasca.
Appena, però, ne ebbe aperto uno, vide saltar fuori uno scimmiottino tutto garbato e complimentoso, il quale gli disse: «Ho sentito, mio caro gatto soriano, che tu desideri di mangiare un po' di carne di galletto: ed è per farti piacere che ti ho lasciato in fondo a quella tasca un mezzo gallettino di primo canto. Se vuoi cavarti questa voglia, entra dentro, e buon appetito».
Nanni, senza farsi ripetere l'invito, entrò di corsa nella tasca: ma non era ancora finito d'entrare, che il bottone della tasca si richiuse subito sopra di lui.
«Ci sei dentro? e tu stacci!», disse Pipì, stropicciandosi tutt'allegro le zampe davanti. «E mentre che tu, povero Nanni, cerchi nella tasca il gallettino di primo canto... che non c'è stato mai, io me ne anderò lontano di qui... e tanti saluti a casa.»
Quando lo scimmiottino ebbe borbottato fra i denti queste parole, aprì pian piano la porta dell'osteria e disparve fra gli alberi foltissimi della foresta.
Per l'appunto quella notte era una nebbia così fitta, che non ci si vedeva da qui a lì.

11. Golasecca, dopo essere stato accecato, ritrova lo Scimmiottino color di rosa

Lo scimmiottino poteva essersi allontanato dall'Osteria delle Mosche appena un cento di passi, quando l'oste Moccolino, saltando giù dal letto e affacciandosi a capo della scala, gridò con quanta ne aveva in gola:
«Ehi, maestro Golasecca, se volete partire, spicciatevi, perché fra poco è giorno!».
«Me ne vado subito», replicò il capo-masnada, «e la cena ve la pagherò al mio ritorno.»
«Padron mio riveritissimo! Buon viaggio e scarpe larghe!»
Golasecca cercò al buio la sua giacca: e dopo averla trovata e messa addosso, portò subito la mano sulla tasca per assicurarsi dello scimmiottino.
Ma nel far questa mossa, cacciò un grido acutissimo di dolore, sentendosi portar via la pelle della mano da una terribile unghiata.
«Brigante d'uno scimmiotto! Ti diverti anche a graffiarmi? Guai a te se ti provi a ripetere lo scherzo! Faccio giuro di strapparti le unghie a una a una!...»
E così dicendo, uscì dall'osteria, e chiuse la porta dietro di sé.
Dopo aver fatto tre ore di strada, tornò a guardarsi la mano, e vide che la mano sanguinava sempre. Allora andò su tutte le furie, e tanto per avere un po' di sfogo, tirò sulla tasca un solennissimo pugno.
«Gnaoooo!», gridò di dentro una voce, con miagolìo lamentevole.
«Ah! ti prendi gioco di me? Ti diverti a farmi il verso del gatto?... To'! Allora prendi anche questo!»
E giù un secondo pugno, più forte del primo.
«Gnaooo... gnaooo... gnaooo...», ripeté la solita voce con un miagolìo bizzoso e arrabbiato.
«Dunque non vuoi smettere? Non vuoi farla finita?»
E stava già per lasciar cascare il terzo pugno, quando, invece si diè a guaire come un can frustato, a cagione di un'altra unghiata traditora, che gli aveva lacerato tutto il fianco in modo da far compassione.
Allora Golasecca, fuori di sé dal dolore, perse la pazienza: e tirate fuori un paio di forbici arrotate, borbottò minacciosamente fra i denti:
«Ora, ora ti guarisco io dalla malattia delle unghie. Da oggi in là, brutto scimmiottino, sta' pur sicuro che non graffierai nemmeno la pappa bollita!».
E levatasi la giacca, e sbottonati i bottoni della tasca, si preparava a ficcarci dentro le mani... quando tutt'a un tratto, uscì fuori un grosso gatto soriano, che avventatosi colle zampe agli occhi del capo-masnada, non c'era verso che volesse staccarsi. Era Nanni, il gatto dell'oste Moccolino. Alla fine si staccò, e fuggì via per i campi.
Golasecca, urlando dalla rabbia e dallo spasimo, avrebbe voluto inseguirlo: ma lo sciagurato non ci vedeva più! I feroci unghioli del gatto lo avevano accecato!
Golasecca vagò per cento giorni e cento notti in mezzo ai boschi, senza incontrar mai un pastore o un taglialegna, da potergli domandare la strada per ritornare a casa. Una volta, quando i lupi lo vedevano di lontano, se la davano a gambe per la gran paura che avevano di lui: ora sapendolo cieco, e incapace di difendersi, gli facevano mille lazzi e mille dispetti. Una volta, gli uccelli e le lepri, all'avvicinarsi di questo spaventoso cacciatore, sparivano come tante ombre: ora gli stessi passerotti, perfino i passerotti di nido, passandogli accanto, gli sbattevano per divertimento le loro ali sul naso, e le lepri e i leprottini gli ballavano fra i piedi la polca e la tarantella. Che bel coraggio! e che bella bravura non è vero, miei piccoli lettori?... Eppure è così: anche fra i ragazzi, se ne trovano pur troppo di questi passerotti e di questi leprottini, che si prendono mille confidenze sguaiate con tutti quegli infelici, che per ragione di età e di malanni non possono più difendersi né farsi rispettare.
Fatto sta che, una notte, mentre Golasecca andava giù per una viottola, fra gli alberi altissimi della foresta, cercando al tasto chiocciole e lumache per mettere insieme un po' di cena, si trovò sbarrata la strada dal muro di una piccola casa. Bussò, tutto contento, alla porta.
«Chi è?», domandò una voce di dentro.
«Sono un povero cieco, smarrito nel bosco, che cerca un po' di ricovero per passar la nottata.»
«Povero ciechino! Entrate pure!», ripeté quella voce: e la porta si aprì.
Lascio ora pensare a voi come rimase il nostro amico Pipì, quando si accorse di aver ricevuto in casa il suo tremendo persecutore.

12. Pipì è fatto imperatore

Come mai Pipì si trovava in quella casina solitaria, framezzo ai boschi? Che cos'era stato di lui, dopo la sua famosa fuga dall'Osteria delle Mosche?
Per rispondere a queste domande bisogna ritornare un passo indietro.
Dovete dunque sapere che lo scimmiottino, appena ebbe rinchiuso a tradimento il povero Nanni nella tasca di Golasecca, si diè a fuggire attraverso gli alberi della foresta, senza curarsi dove sarebbe andato a battere il capo. Il desiderio acutissimo che lo pungeva, era quello di trovare la strada che doveva ricondurlo a casa: ma, invece, correva all'impazzata di qua e di là, dove le gambe e la paura lo portavano. Ad ogni soffio di vento e ad ogni stormir di foglie, gli pareva sempre di aver dietro ai calcagni il terribile capo-masnada, col gatto in tasca. Alla fine, sul far del giorno, incontrò una tribù intera di scimmie, che urlavano, strillavano e si picchiavano fra di loro. Informatosi della cagione di tanto diavoleto, venne a sapere che la tribù era adunata per eleggere il proprio imperatore.
Allora Pipì, entrato in mezzo alla folla, accennò di voler parlare.
Si fece subito un gran silenzio: e Pipì prese a dire così:
«Miei carissimi confratelli! Sento che volete eleggervi un capo, e che a questo capo volete dare il titolo d'imperatore. Fin qui, nulla di male: perché oramai si sa che tutti i gusti son gusti, come diceva quel filosofo, che provava piacere a farsi pestare i piedi. Ma finora, fra quanti siamo qui presenti, non ne vedo che uno solo, il quale sia veramente degno di essere nominato imperatore...».
«Chi sarebbe mai questo tale? Pronunzia subito il suo nome», urlarono mille voci.
Pipì abbassò gli occhi, e non rispose nulla.
«Chi sarebbe questo tale?», ripeterono le solite voci, urlando più forte. «Vogliamo sapere il nome... il nome... il nome!...»
«Volete proprio saperlo?», disse allora Pipì. «Mi dispiace doverlo confessare in pubblico: ma l'unico che sia degno di essere eletto imperatore... sono io!...»
«Viva Pipì! Viva il nostro imperatore! Viva l'imperatore di tutte le scimmie!», gridò quella immensa folla entusiasmandosi e battendo le mani.
Fu portata subito in mezzo alla piazzetta una vecchia seggiola impagliata che, veduta di dietro somigliava moltissimo a un trono imperiale: e Pipì vi si assise sopra con sussiego e maestà.
Intanto una numerosa fanfara musicale, composta di cento cembali e di cento corni di bove, cominciò a sonare l'inno dell'incoronazione.
Quattro scimmiotti, vestiti da paggi, presentarono al nuovo imperatore un bel vassoio tessuto di giunchi, sul quale vedevasi la corona e lo scettro imperiale.
La corona era fatta di mele lazzarole infilate in un cerchietto di ferro: e lo scettro era una canna di zucchero bell'e candito.
Pipì prese la corona dal vassoio, e dopo averla con molta dignità annusata, se la pose in capo. Quindi afferrò lo scettro, e non potendo reggere alla tentazione, cominciò a succiarlo e a masticarlo: ma, per buona fortuna, uno scimmiotto, che era lì accanto e che faceva da cerimoniere, gli dette nel gomito per avvertirlo dell'atto sconveniente. Allora il nuovo imperatore smesse subito di succiare; e per rimediare allo scandalo dato, pensò bene di durare un quarto d'ora a leccarsi le dita.
In quel mentre, si fecero avanti sedici scimmioni, che portavano sulle spalle una magnifica lettiga, adorna di foglie, di fiori e di bellissime frutta.
La scimmia, che faceva la parte di gran cerimoniere, dopo avere strisciato due profondi inchini, disse rispettosamente al nuovo imperatore:
«Maestà, su, da bravo! Ora tocca a voi».
«Tocca a me? E che cosa debbo fare?»
«Per amore o per forza, degnatevi di saltare su quella lettiga.»
«E quando sarò saltato lassù, dove mi condurrete?»
«Al palazzo imperiale, dov'è la vostra residenza e il vostro letto.»
Pipì, a queste parole, fece una certa smorfia, che tradotta in lingua parlata, pareva che volesse significare: "A dir la verità, io dormirei più volentieri sopra un ramo d'albero, come ho fatto finora, che sopra un letto imperiale". Tant'è vero che rivoltosi al gran cerimoniere gli domandò con tono agro-dolce:
«Scusate, amico: io sono il vostro imperatore, non è vero?».
«Verissimo.»
«E che cosa vuol dire imperatore?»
«Vuol dire che voi siete una scimmia, che comandate a tutte le altre scimmie, e che ogni vostro cenno e desiderio dev'essere immediatamente obbedito.»
«Quand'è così, dichiaro francamente che, invece di andare in lettiga, preferisco di camminare a piedi.»
«Mi dispiace, Maestà: ma voi non potete farlo.»
«Perché non posso farlo?»
«Perché un imperatore, che cammina a piedi, non è più un imperatore. Camminando a piedi, diventa una scimmia come tutte le altre scimmie.»
«Eppure avete detto che ogni mio desiderio dev'essere contentato.»
«Verissimo. Ricordatevi però, Maestà, che la più bella prerogativa che abbiano i regnanti, è quella di non poter far nulla a modo loro.»
«Ho capito, e vi ringrazio», disse Pipì. E, spiccato un salto, andò a sedersi sulla lettiga.
La fanfara, allora, cominciò a sonare alla viv'aria, e l'immenso corteggio si mosse con grand'ordine e con solennissima pompa.
Giunto al palazzo, l'imperatore si assise subito ad una tavola bell'e apparecchiata nella gran sala da pranzo. Il povero Pipì, sebbene fosse diventato imperatore, aveva un appetito che somigliava moltissimo alla fame, come un fratello potrebbe somigliare a una sorella: ma non riuscì a contentare il brontolio del suo stomaco, perché i vassoi pieni d'ogni ghiottoneria, appena portati in tavola, erano subito vuotati e spolverati dai commensali, che gli facevano corona.
«Il pranzo finì: e lo scimmiottino aveva più fame di prima.»
«Pazienza!», disse fra sé e sé. «Ora me ne anderò a letto, e dormendo, mi dimenticherò che non ho mangiato.»
Detto fatto, entrò nella camera imperiale: e dopo poco russava come un ghiro.
Quand'ecco che sul più bello, si trovò svegliato da una sinfonia indiavolata di cembali e di corni e da migliaia e migliaia di voci, che gridavano:
«Viva l'imperatore! Fuori l'imperatore!».
«Maestà», disse il gran cerimoniere, entrando in camera, «alzatevi e affacciatevi al balcone. I vostri sudditi vogliono vedervi.»
«Peccato!», brontolò Pipì, stropicciandosi gli occhi. «Dormivo così bene!»
E sbadigliando e barcollando si affacciò al balcone.
«Viva il nostro imperatore!», gridò novamente quell'immensa folla di scimmiotti radunati sotto le finestre della reggia.
«Grazie, amici», rispose Pipì, dimenando la testa in atto di salutare. «Sento che avete una bellissima voce, e me ne rallegro tanto con voi. E non avendo altro da dirvi, buona notte e ci rivedremo domani.»
A queste parole, la folla si sciolse tranquillamente, e Pipì tornò ad accovacciarsi sul suo letto imperiale.
Ma in quel mentre che stava lì per riprendere il sonno, ecco una nuova sinfonia di corni, di cembali e di urli popolari.
«Che cos'è stato?», domandò alzando il capo.
«Maestà», rispose il gran cerimoniere, entrando in camera «i vostri sudditi desiderano vedervi un'altra volta. Degnatevi affacciarvi al balcone.»
«Eccomi subito», disse Pipì. «Pregate intanto i miei amici a concedermi un minuto di tempo, tanto che io possa lavarmi il viso.»
Passò un minuto, ne passarono due, cinque, venti, e l'imperatore non si vedeva apparire.
Andarono allora a cercarlo in camera, e non lo trovarono più. L'imperatore era sparito.