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Dalla Terra alla Luna
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Jules Verne.
DALLA TERRA ALLA LUNA.
1. IL GUN-CLUB.
Durante la Guerra di Secessione negli Stati Uniti a Baltimora, in
pieno Maryland, nacque un nuovo club assai influente. Tutti sanno con
quale energia si sia tradotto in opera l'istinto militare di questo
popolo di mercanti e di meccanici. Comuni negozianti scavalcarono i
loro banconi per improvvisarsi capitani, colonnelli e generali senza
avere mai frequentato la scuola militare di West Point e tuttavia
eguagliarono nell'arte della guerra i colleghi del vecchio continente,
collezionando al pari di questi vittoria su vittoria a suon di
proiettili, di milioni e di uomini.
Ma fu nella scienza della balistica che gli Americani sorpassarono di
gran lunga gli Europei. Non che le loro armi avessero raggiunto un più
alto grado di perfezionamento, ma esse avevano dimensioni inusitate e
di conseguenza gittate sconosciute fino a quel momento. In fatto di
alzo zero, di tiro diretto e indiretto, di fuoco di striscio, di
infilata o di sbarramento, Inglesi, Francesi e Prussiani non hanno più
niente da imparare; ma i loro cannoni, i loro obici e i loro mortai
non sono che semplici rivoltelle a paragone della formidabile
artiglieria americana.
Tutto questo non deve stupire nessuno. Gli Yankees, questi
insuperabili maestri nella meccanica, sono ingegneri, come gli
Italiani sono musicisti e i Tedeschi filosofi... dalla nascita. Niente
di più naturale, dunque, che vederli applicare alla scienza della
balistica la loro audace ingegnosità. Il risultato è che i loro
giganteschi cannoni, assai meno utili delle macchine da cucire, sono
ugualmente sbalorditivi e ancora più ammirati. In questo campo si
conoscono nomi prestigiosi, come Parrott, Dahlgreen, Rodman. Ai vari
Armstrong, ai Pallisser e ai Treuille de Beaulieu non restò altro che
inchinarsi davanti ai loro rivali d'oltre oceano.
Dunque, gli artiglieri occuparono sempre il primo posto durante
l'atroce conflitto tra Nordisti e Sudisti; i giornali dell'Unione
proclamavano a grandi titoli le loro invenzioni e non c'era un solo
bottegaio e sprovveduto "booby" (bighellone), che non si spremesse le
meningi giorno e notte per calcolare traiettorie insensate.
E' risaputo che quando un americano ha un'idea che gli frulla in testa
cerca un secondo americano che la condivida. Se sono in tre nominano
un presidente e due segretari; in quattro, nominano anche un
archivista l'impresa comincia a funzionare. In cinque, si convocano in
assemblee generale e il club è costituito. Così appunto avvenne a
Baltimora. Il primo che inventò il nuovo cannone si associò con il
primo che lo fuse e con i primo che lo perforò. Fu questo il germe del
Gun-Club. Un mese dopo la sua fondazione il club contava già
milleottocentotrentatré soci effettivi e
trentamilacinquecentosettantacinque soci corrispondenti.
Condizione "sine qua non" per chiunque volesse essere ammesso questa
associazione era di aver inventato o almeno perfezionato un cannone;
in mancanza del cannone bastava una qualsiasi arma da fuoco. Ma, per
dirla com'era, gli inventori di pistole a quindici colpi, di carabine
a ripetizione e di sciabole-pistole non godevano di grande
considerazione. A precederli erano immancabilmente gli artiglieri.
«La stima che essi riscuotono», dichiarò un giorno uno fra i più
brillanti oratori del Gun-Club, «è proporzionata al volume dei loro
mortai e al quadrato delle distanze raggiunte dai loro proiettili!».
Ancora un passo e avremmo avuto anche nel campo morale la legge di
Newton sulla gravitazione universale.
Gettate le fondamenta del Club, ci si può immaginare ciò che il genio
inventivo degli Americani seppe produrre. Gli armamenti assunsero
proporzioni colossali e i proiettili, andando oltre i limiti previsti,
erano in grado di tagliare in due chi gli capitava a tiro. Tali
invenzioni presero un vantaggio enorme sui timidi pezzi
dell'artiglieria europea. E' sufficiente dare un'occhiata alle cifre
che seguono.
In passato, «ai bei tempi», una palla da trentasei, alla distanza di
oltre novanta metri, attraversava trentasei cavalli presi di fianco e
sessantotto uomini. Si era all'infanzia di quest'arte bellica. Da
allora i proiettili ne hanno fatta di strada. Il cannone Rodman, che
lanciava una palla di mezza tonnellata a oltre undici chilometri di
distanza, avrebbe abbattuta con facilità centocinquanta cavalli e
trecento uomini. Al Gun-Club si propose addirittura di eseguirne la
prova in modo solenne. Ma se i cavalli acconsentivano a farne
l'esperienza, furono gli uomini a rifiutarla, sfortunatamente.
Comunque fosse, l'effetto di quei cannoni era assai micidiale e a ogni
scarica i combattenti cadevano come spighe sotto la falce. Cosa
valeva, al confronto con questi proiettili, la famosa palla che a
Coutras, nel 1587, mise fuori combattimento venticinque uomini, e
quell'altra che a Zorndoff, nel 1758, uccise quaranta fantaccini, o il
cannone austriaco di Kesselsdorf che nel 1742 a ogni sparo stendeva al
suolo settanta nemici? Che cos'erano le sorprendenti esplosioni di
Jena e di Austerlitz, che decisero le sorti della battaglia? Si era
visto ben altro durante la Guerra di Secessione! Nella battaglia di
Gettysburg, un proiettile conico lanciato da un cannone rigato colpì
centosettantatré confederati; e, nella traversata del Potomac, una
palla Rodman spedì in un mondo evidentemente migliore ben
duecentoquindici sudisti. C'è anche da ricordare un formidabile
mortaio, inventato da J.-T. Maston, distinto membro e segretario a
vita del Gun-Club, il cui risultato fu ben diversamente mortale,
poiché allo sparo di prova uccise trecentotrentasette persone... ma
per la verità, l'aveva fatto esplodendo!
Che altro aggiungere a queste cifre già tanto eloquenti per se stesse?
Nulla. Nessuna contestazione quindi al calcolo fatto dall'esperto in
statistiche Pictairn: dividendo il numero delle vittime cadute sotto i
proiettili per quello dei soci del Gun-Club, egli trovò che ciascuno
di questi signori aveva ucciso «in media» duemila
trecentosettantacinque uomini, più una frazione.
Se esaminiamo attentamente queste cifre, ci rendiamo conto che l'unica
preoccupazione di questa comunità di menti elette era la distruzione
dell'umanità a scopo filantropico e che il perfezionamento delle armi
da guerra veniva considerato un mezzo di civilizzazione.
In fondo questa accolta di gran bravi figlioli era un'assemblea di
Angeli Sterminatori.
Va detto, inoltre, che questi Yankees, coraggiosi a tutta prova, non
si fermarono a semplici formule, ma pagarono di persona. Tra di loro
si annoveravano ufficiali di ogni grado, tenenti o generali, militari
di ogni età, alcuni che erano agli inizi della carriera militare e
altri che invecchiavano sugli affusti di cannone. Molti rimasero sui
campi di battaglia e i loro nomi sono scritti nell'albo d'oro del Gun-
Club, e tra i reduci la maggior parte portava i segni di una
indiscutibile audacia. Grucce, gambe di legno, braccia artificiali,
mani a uncino, mascelle di gomma, crani d'argento, nasi di platino,
niente mancava alla collezione e il predetto Pictairn calcolò anche
che nel Gun-Club si arrivava a un braccio intero ogni quattro persone,
e soltanto a due gambe ogni sei.
Ma quei baldi artiglieri non se ne curavano affatto e ogni volta che
un bollettino di guerra comunicava che il numero delle vittime era
dieci volte superiore a quello dei proiettili sparati si sentivano
fieri, e a buon diritto.
Tuttavia un giorno, un triste e malaugurato giorno, fu firmata la pace
dai superstiti, a poco a poco cessarono le detonazioni, i mortai
tacquero, gli obici vennero imbavagliati, i cannoni rientrarono a
testa bassa negli arsenali, i proiettili disinnescati finirono come
ornamento nei giardini pubblici, i truci ricordi sbiadirono, il cotone
tornò a germogliare rigogliosamente nei campi abbondantemente
concimati, si smisero gli abiti di lutto insieme con le lacrime e il
Gun-Club restò a lungo inattivo.
Alcuni lavoratori ostinati e sgobboni continuarono a fare calcoli
balistici, a sognare bombe gigantesche e obici incomparabili. Ma senza
la pratica, a che pro queste vane teorie? Perciò le sale di riunione
si facevano deserte, i domestici sonnecchiavano nelle anticamere, i
giornali ammuffivano sui tavoli, gli angoli bui rintronavano di un
triste russare, e i soci del Club, un tempo così fragorosi, ora
ammutoliti da una pace tanto disastrosa, parevano intorpiditi nei
sogni di un'artiglieria platonica!
- E' davvero una cosa desolante - disse una sera il prode Tom Hunter,
mentre le sue gambe di legno quasi si carbonizzavano nel caminetto del
salotto. - Niente da fare! Niente da sperare! Che vita tediosa! Dove
sono andati i bei tempi in cui il cannone ci risvegliava ogni mattina
con le sue allegre detonazioni?
- Altri tempi - fece eco l'arguto Bilsby, cercando di distendere le
braccia che gli mancavano. - Allora sì che c'erano delle
soddisfazioni! Uno inventava il proprio obice e appena fuso andava a
sperimentarlo di fronte al nemico. Poi si tornava al campo con
l'incoraggiamento di Sherman e la stretta di mano di McClellan! (1)
Oggi invece anche i generali sono tornati dietro la scrivania e,
anziché palle di cannone, spediscono inoffensive balle di cotone! Ah,
per santa Barbara, il futuro dell'artiglieria è ormai morto, in
America!
- Sì, Bilsby - esclamò il colonnello Blomsberry. - Sono crudeli
disillusioni queste! Un bel giorno si lasciano le proprie tranquille
abitudini, si abbandona Baltimora per correre sui campi di battaglia,
si combatte da eroi per due o tre anni, poi si perde il frutto di
tante fatiche per addormentarsi in un ozio deplorevole e starsene con
le mani in tasca.
A dire il vero, il valente colonnello si sarebbe trovato per altro
imbarazzatissimo se avesse voluto mettere in atto queste ultime
parole, e non già perché gli mancassero le tasche...
- E nessuna guerra in vista! - ribatté il famoso J.-T. Maston,
grattandosi il cranio di guttaperca con il suo uncino di ferro. - Non
una nuvola all'orizzonte e pensare che c'è tanta strada da percorrere
nella scienza dell'artiglieria! Io che vi parlo ho appena ultimato
proprio stamani un disegno, per esteso e in sezione, di un mortaio
destinato a mutare le leggi della guerra!
- Davvero? - replicò Tom Hunter, pensando involontariamente all'ultimo
esperimento dell'illustre J.-T. Maston.
- Davvero - fece eco costui. - Ma a che giovano tanti progetti portati
a buon fine, tante difficoltà superate? Non si lavora forse in
perdita? I popoli del Nuovo Mondo sembrano essersi data parola di
vivere in pace, mentre la nostra bellicosa "Tribune" (2) pronostica
future catastrofi dovute allo scandaloso incremento della popolazione!
- E intanto, Maston, - intervenne il colonnello Blomsberry - in Europa
continuano a battersi in difesa dei vari nazionalismi!
- E con questo?
- Voglio dire che laggiù ci sarebbe qualcosa da fare, se accettassero
i nostri servizi...
- Che dite mai? - esclamò Bilsby. - Dedicarsi alla balistica
nell'interesse di stranieri!
- Sempre meglio che starsene qui a fare niente - ribatté il colonnello
- Sarebbe meglio, non c'è dubbio - disse J.-T. Maston. - Ma a un
espediente del genere non si deve neppure pensare.
- E perché mai? - domandò il colonnello.
- Perché le idee che nel Vecchio Mondo si hanno sul progresso sono in
contrasto con le nostre abitudini di Americani. Quella gente non
immagina neanche che si possa diventare generale in capo senza aver
prima prestato servizio come sottotenente, la qual cosa sarebbe come
dire che uno non può essere buon puntatore se non si è fuso da sé il
cannone! E questo è semplicemente...
- Assurdo! - intervenne Tom Hunter, continuando a tagliuzzare i
braccioli della sua poltrona a colpi di "bowie-knife" (3). - E stando
così le cose, non ci resta che andarcene a piantare tabacco o a
distillare olio di balena!
- Come sarebbe a dire!? - scattò J.-T. Maston con voce rombante. - Non
dovremo impiegare gli ultimi anni della nostra vita al perfezionamento
delle armi da fuoco? Non ci si offriranno dunque più nuove occasioni
di migliorare la traiettoria dei nostri proiettili? Il cielo non si
illuminerà più del bagliore dei nostri cannoni? E nessun incidente
internazionale ci permetterà di dichiarare guerra a qualche potenza
transatlantica? I Francesi non manderanno a picco neanche una delle
nostre navi a vapore e gli Inglesi non imprigioneranno, a dispetto del
diritto delle genti, tre o quattro nostri connazionali?
- No, Maston, - rispose il colonnello Blomsberry - non avremo questa
fortuna, no! Nessuno di questi incidenti si verificherà, e se si
verificasse, noi non ne approfitteremo. La suscettibilità degli
Americani si va smorzando di giorno in giorno e finiremo per essere
governati dalle donne!
- E' vero, ci stiamo umiliando - confermò Bilsby.
- E ci umiliano - soggiunse Tom Hunter.
- E' fin troppo vero - ribatté J.-T. Maston con più impeto. - Ci sono
per aria mille ragioni per battersi e nessuno si fa avanti! Si fa
economia di braccia e di gambe, a profitto di gente che non sa che
farsene. Eccovi, senza cercare tanto lontano, un buon motivo per
dichiarare guerra: l'America del Nord non apparteneva, prima, agli
Inglesi?
- Non v'è dubbio - rispose Tom Hunter, tormentando rabbiosamente i
tizzoni con la punta della sua stampella.
- Ebbene, - riprese a dire J.-T. Maston - perché mai l'Inghilterra non
dovrebbe appartenere a sua volta agli Americani?
- Più che giusto - ammise il colonnello Blomsberry.
- Andate a proporlo al Presidente degli Stati Uniti - esclamò J.-T.
Maston - e vedrete come vi riceverà!
- Ci accoglierà male - mormorò Bilsby fra i quattro denti che aveva
salvati dalla battaglia.
- In fede mia, - disse J.-T. Maston - alle prossime elezioni il
Presidente farà bene a non contare sul mio voto!
- E neppure sul nostro - fecero eco i bellicosi veterani.
- Frattanto, - soggiunse J.-T. Maston - ecco la mia conclusione: se
non mi si fornisce l'opportunità di sperimentare il mio nuovo mortaio
su un vero campo di battaglia, io do le dimissioni da socio del Gun-
Club e corro a seppellirmi nelle praterie dell'Arkansas.
- E noi vi seguiremo - risposero gli interlocutori dell'ardimentoso
J.-T. Maston.
Le cose stavano a questo punto, gli animi si surriscaldavano e il Club
pareva minacciato da una imminente dissoluzione, quando un fatto
inatteso venne a scongiurare la dolorosa catastrofe.
Il giorno seguente a quello in cui si era svolta la conversazione
riferita, ogni membro effettivo del Club riceveva una circolare
redatta in questi termini:
"Baltimora, 3 ottobre.
Il presidente del Gun-Club ha l'onore di avvertire i suoi colleghi che
nella seduta del 5 corrente farà loro una comunicazione di vivissimo
interesse. Li prega, pertanto, di rinunciare a ogni altro impegno per
non mancare all'invito fatto con la presente.
Molto cordialmente vostro
IMPEY BARBICANE,
presidente del Gun-Club."
NOTE.
Nota 1. William Tecumseh Sherman (1820-1891) e George Brinton
McClellan (1826-1885) guidarono le truppe nordiste nella Guerra di
Secessione (Nota del Traduttore).
Nota 2. Il più focoso giornale abolizionista dell'Unione.
Nota 3. Coltello a lama larga.
2. COMUNICAZIONE DEL PRESIDENTE BARBICANE.
Alle otto di sera del 5 ottobre, una folla compatta gremiva i saloni
del Gun-Club, al numero 21 della Union Square. Tutti i membri del Club
residenti a Baltimora avevano aderito all'invito del loro presidente.
Quanto ai membri corrispondenti, le corriere li avevano sbarcati a
centinaia nelle vie della città, e per quanto grande fosse la sala
delle riunioni, tutta quella folla di scienziati non vi aveva trovato
posto; perciò si dovettero accontentare delle sale adiacenti, dei
corridoi e dei cortili esterni, dove si confondevano con la massa dei
curiosi che si accalcava alle porte; ognuno cercava di farsi largo per
accaparrarsi le prime file, avido di conoscere l'importante
comunicazione del presidente Barbicane; si spingevano, si urtavano, si
schiacciavano con quella libertà di movimento peculiare alle masse
educate al «self-control».
Un forestiero che quella sera si fosse trovato a Baltimora non avrebbe
potuto ottenere nemmeno a prezzo d'oro l'accesso al salone delle
riunioni, riservato unicamente ai membri residenti e corrispondenti.
Nessun altro all'infuori di costoro vi era ammesso e i notabili della
città, gli amministratori del Comune, i «selectmen» (1), avevano
dovuto mischiarsi alla folla dei loro amministrati per poter afferrare
a volo le notizie che trapelavano dall'interno.
Il salone delle riunioni offriva allo sguardo uno spettacolo
originale. Quell'aula era del tutto appropriata al suo impiego. Alte
colonne, formate da cannoni sovrapposti, ai quali grossi mortai
servivano da piedestallo, reggevano l'elegante trabeazione della
volta, vero merletto di ferro battuto. Trofei di schioppi, di
tromboni, di archibugi e carabine, armi da fuoco antiche e moderne di
ogni specie, erano disposti a ventaglio sulle pareti in pittoreschi
intrecci. Da un migliaio di pistoloni, collocati a foggia di
lampadari, usciva una vivida fiamma a gas; l'illuminazione era
completata da girandole di rivoltelle e doppieri fatti di fucili
legati in fasci. Modelli di cannoni, blocchi di bronzo, bersagli
crivellati, lastre perforate dai proiettili del Gun-Club, corone di
bombe, collane di palle, e tutti gli attrezzi dell'artiglieria
riempivano di meraviglia gli occhi dei presenti per la loro magnifica
disposizione, facendo supporre che il loro impiego fosse più
decorativo che micidiale.
Il posto d'onore era riservato a un frammento, custodito in una
splendida vetrina, di culatta rotto e contorto dalla potenza della
polvere da sparo, resto prezioso del cannone di J.-T. Maston.
Il presidente, assistito da quattro segretari, occupava l'ampio
spiazzo all'estremità della sala. Il suo seggio, montato su un affusto
scolpito, aveva nell'insieme l'aspetto di un mortaio di grosso
calibro, puntato a novanta gradi e sospeso per gli orecchioni, di modo
che il presidente poteva a suo piacere imprimergli, come a una
"rocking-chair" (2), un dondolìo assai piacevole, specialmente durante
la calura estiva. Sul tavolo, fatto con una lunga lastra metallica
sostenuta da sei cannoncini corti e grossi, c'era un artistico
calamaio ricavato da un frammento d'obice deliziosamente cesellato e
un campanello a detonazione che all'occorrenza sparava come un
revolver. Durante le sedute più tumultuose questo campanello di nuovo
genere riusciva a fatica a coprire le voci di quella legione
d'artiglieri sovreccitati.
Di fronte al tavolo del presidente erano stati disposti gli sgabelli,
a zigzag come i camminamenti delle trincee, e formavano un succedersi
di bastioni e di cortine dove prendevano posto i membri del Gun-Club;
si poteva a buon diritto affermare che quella sera «c'era gente sulla
barricata». Il presidente infatti era fin troppo bene conosciuto e si
sapeva che egli non era il tipo da disturbare i suoi colleghi senza un
motivo di massima gravità.
Impey Barbicane era un uomo di quarant'anni, compassato, freddo,
austero, di temperamento molto serio e meditativo, esatto come un
cronometro, autoritario, inflessibile; di maniere spicce, spirito
avventuroso ma tendente al pratico anche nelle imprese più temerarie;
uomo per eccellenza della Nuova Inghilterra, nordista colonizzatore,
discendente di quelle "Teste Rotonde" (3) così funeste agli Stuart,
nemico implacabile dei nobilucci del Sud, di quegli antichi Cavalieri
della madre-patria. In una parola, uno Yankee tutto d'un pezzo.
Barbicane aveva accumulato una rilevante fortuna con il commercio del
legname; incaricato durante la guerra dell'organizzazione delle
artiglierie, si mostrò fertile di invenzioni; di idee avanzate,
contribuì in maniera determinante al progresso di quest'arma, dando un
incomparabile impulso alla scienza sperimentale.
Era un uomo di media statura e aveva, rara eccezione nel Gun-Club,
tutte le membra intatte. Il suo profilo marcato pareva disegnato con
la squadra e il tiralinee e, se si vuol dare credito al detto che per
indovinare gli istinti di un uomo basti osservarne i tratti esteriori
del volto, guardato così Barbicane aveva tutte le caratteristiche
dell'uomo energico, audace e di sangue freddo.
In quel momento se ne stava immobile sulla sua poltrona, chiuso in sé,
muto, assorto all'ombra dell'ampio cappello, quel cilindro di seta
nera, che sembra avvitato sui crani degli Americani.
Attorno a lui i colleghi discorrevano rumorosamente, ma non lo
distraevano; essi si interrogavano tra loro, formulavano supposizioni,
scrutavano il loro presidente tentando, ma invano, di decifrare
l'incognita della sua imperturbabile fisionomia.
Appena l'orologio a fulminante della grande sala ebbe scoccato le
otto, Barbicane si alzò di scatto come sospinto da una molla. Ci fu
subito assoluto silenzio e l'oratore, con tono alquanto enfatico,
prese la parola:
- Egregi colleghi, da molto tempo ormai una sterile pace è venuta a
gettare i membri del Gun-Club in un deplorevole ozio. Dopo anni così
ricchi di avventure e di conquiste, abbiamo dovuto tralasciare i
nostri lavori e arrestarci di colpo sulla via del progresso. Io non
esito a proclamare a gran voce che qualsiasi guerra, che venisse a
rimetterci le armi in pugno, sarebbe bene accetta...
- Sì, la guerra! - gridò l'impetuoso J.-T. Maston.
- Non interrompete, silenzio! - si protestò da ogni parte.
- Ma la guerra, - proseguì Barbicane - la guerra è impensabile nelle
circostanze attuali, e per quanto possa sperarla il nostro illustre
collega che mi ha interrotto, passeranno molti anni prima che i nostri
cannoni tuonino su un campo di battaglia. Pertanto conviene decidersi
a cercare, in un altro ordine di idee, un nuovo alimento per la voglia
di agire che ci divora.
L'assemblea comprese che il presidente stava per toccare il punto
delicato della questione e raddoppiò l'attenzione.
- Da alcuni mesi, miei egregi colleghi, - riprese a dire Barbicane -
mi sto domandando se, pur restando nel campo della nostra
specializzazione, non potessimo intraprendere qualche grandioso
esperimento degno del secolo diciannovesimo. Ho pertanto cercato,
lavorato, calcolato e dai miei studi è scaturita la convinzione che
noi dovremmo riuscire in un'impresa che ad ogni altra nazione
sembrerebbe impossibile. E questo progetto, lungamente elaborato,
costituirà appunto l'argomento della mia comunicazione: è un progetto
degno di voi, degno del Gun-Club, e destinato a suscitare gran rumore
nel mondo.
- Molto rumore? - domandò un artigliere eccitato.
- Molto rumore nel vero senso della parola - rispose Barbicane.
- Basta con le interruzioni! - ripeterono più voci.
- Vi prego allora, egregi colleghi, - riprese il presidente - di
accordarmi tutta la vostra attenzione.
Un fremito percorse l'assemblea. Barbicane, con rapido gesto, si
assicurò il cappello a cilindro sulla testa, poi riprese il discorso
con voce calma:
- Non c'è nessuno tra voi, egregi colleghi, che non abbia visto la
Luna o che almeno non ne abbia sentito parlare. Non vi meravigliate se
mi soffermo a parlarvi dell'astro delle notti. A noi forse è riservato
l'onore d'essere i Cristoforo Colombo di quel mondo sconosciuto.
Comprendetemi, assecondatemi con tutte le vostre energie e io vi
condurrò alla sua conquista, e il suo nome verrà ad aggiungersi a
quello dei trentasei Stati che formano questo grande paese
dell'Unione!
- Urrà per la Luna! - gridò a una sola voce il Gun-Club.
- La Luna è stata oggetto di molti studi - riprese a dire Barbicane; -
la sua massa, la sua densità, il suo peso, il suo volume, la sua
formazione, i suoi movimenti, la sua distanza e il ruolo che essa
svolge nel sistema solare, sono perfettamente calcolati; esistono
carte selenogràfiche (4) tracciate con perfezione tale da eguagliare,
se non superare, quella delle carte terrestri, mentre la fotografia ci
ha fornito del nostro satellite delle immagini di incomparabile
bellezza (5). In breve, della Luna conosciamo tutto quello che le
scienze matematiche, l'astronomia, la geologia e l'ottica possono
insegnarci; tuttavia, finora non si è mai stabilita una comunicazione
diretta con essa.
Un moto d'interesse e di stupore accolse queste parole.
- Permettetemi, - egli riprese - di ricordarvi in poche parole come
certi spiriti fantasiosi, imbarcatisi in viaggi immaginari, abbiano
preteso di penetrare i segreti del nostro satellite. Nel
diciassettesimo secolo, un certo David Fabricius si vantò d'aver visto
con i propri occhi alcuni abitanti della Luna. Nel 1649, il francese
Jean Baudoin pubblicò il "Viaggio fatto nel mondo della Luna da
Domingo Gonzales, avventuriero spagnolo". Nello stesso periodo, Cyrano
de Bergerac pubblicò il racconto della celebre spedizione che tanto
successo riscosse in Francia. Più tardi un altro francese - quella
gente si occupa molto della Luna - di nome Fontenelle scrisse "La
pluralità dei Mondi"; un capolavoro per il suo tempo; ma la scienza,
nella sua marcia verso il progresso, schiaccia anche i capolavori!
Verso il 1835, un opuscolo tratto da una pubblicazione del "New York
American" raccontava che John Herschell, inviato al Capo di Buona
Speranza per compiervi studi di astronomia, con l'uso di un telescopio
perfezionato da illuminazione interna, aveva avvicinato la Luna alla
distanza di ottanta iarde (6). Egli avrebbe potuto così distinguervi
caverne entro cui vivevano ippopotami, verdi montagne frangiate di
ricami d'oro, montoni dalle corna d'avorio, caprioli bianchi e strani
abitanti con ali membranose simili a quelle dei pipistrelli.
L'opuscolo, opera di un americano di nome Locke (7), ebbe un grande
successo. Ma quando si scoprì che si trattava di una mistificazione, i
Francesi furono i primi a riderne.
- Ridere di un americano! - sbottò J.-T. Maston. - Ecco qui un casus
belli!
- Tranquillizzatevi, mio buon amico. I Francesi, prima di riderne,
erano stati sfacciatamente gabbati dal nostro compatriota. Per
concludere questa storia, dirò che un certo Hans Pfaal di Rotterdam si
è lanciato con un pallone gonfiato con gas estratto dall'azoto, che è
trentasette volte più leggero dell'idrogeno, e dopo diciannove giorni
di viaggio raggiungeva la Luna. Questo viaggio, come i precedenti
tentativi, era semplicemente frutto di fantasia, ma si tratta di un
libro popolare in America, scritto da un genio strano e speculativo.
Sto parlando di Poe!
- Urrà per Edgar Poe! - gridarono tutti, elettrizzati dalle parole del
presidente.
- Ho terminato - riprese Barbicane - con questi tentativi che
chiamerei puramente letterari e del tutto insufficienti a stabilire
serie relazioni con l'astro delle notti. Tuttavia devo ammettere che
alcuni spiriti pratici hanno cercato di mettersi in comunicazione con
esso, seriamente. Qualche anno fa un geometra tedesco fece la proposta
di inviare una commissione di scienziati nelle steppe della Siberia.
In questa sconfinata pianura si sarebbero dovute disegnare con
riflettori luminosi immense figure geometriche, tra cui il quadrato
dell'ipotenusa, dai Francesi volgarmente chiamato «Ponte degli asini».
E il geometra spiegava: «Qualsiasi essere intelligente dovrebbe
comprendere il significato scientifico di questa figura. I Seleniti,
se esistono, risponderanno con una figura simile e, una volta
stabilito il contatto, sarebbe facile creare un alfabeto che permetta
di capirsi con gli abitanti della Luna». Così affermava il geometra
tedesco, ma il suo progetto non fu mai eseguito e, fino ad oggi, tra
la Terra e il suo satellite non esiste alcun legame diretto. Ora, al
genio pratico degli Americani è riservato l'onore di stabilire questo
contatto con il mondo siderale. Il mezzo per arrivarci è semplice,
facile, sicuro, immancabile e costituirà l'oggetto della mia proposta.
Queste parole furono accolte da un frastornante uragano di
acclamazioni; non uno dei presenti che non fosse dominato, trascinato,
rapito dalle parole dell'oratore.
- Lasciatelo finire! Silenzio! Ascoltiamolo! - Si gridava da tutte le
parti.
Appena tornata la calma, Barbicane riprese il filo del discorso con
accento più grave:
- Conoscete quali progressi abbia compiuto da qualche anno a questa
parte la balistica e a quale grado di perfezione sarebbero giunte le
armi da fuoco se la guerra fosse continuata. Né ignorate che, in linea
generale, la forza di resistenza dei cannoni e la potenza di
propulsione dell'esplosivo sono illimitate. Ebbene, partendo da questo
principio, mi sono domandato se, mettendo un cannone di calibro
sufficiente in determinate condizioni di resistenza e con una adeguata
carica di esplosivo, non sia possibile lanciare un proiettile sulla
Luna.
A queste parole un «oh!» di stupore sfuggì dalle labbra degli
ascoltatori; poi si fece silenzio, un silenzio simile alla calma che
precede il tuono. E infatti il tuono scoppiò, e fu un tuono di
applausi, di grida, di clamori che fece tremare l'aula. Il presidente
cercò di finire il discorso. senza riuscirci. Ci vollero dieci minuti
prima che potesse proseguire.
- Lasciatemi finire - riprese con tono distaccato. - Ho affrontato
risolutamente il problema, studiandolo sotto tutti i punti di vista; e
dai miei incontestabili calcoli risulta che un proiettile, dotato di
una velocità iniziale di undicimila metri al minuto secondo e diretto
verso la Luna, arriverebbe necessariamente fino a essa. Mi onoro
perciò, egregi colleghi, di proporvi di tentare questo piccolo
esperimento.
NOTE.
Nota 1. Amministratori della città eletti dalla popolazione.
Nota 2. Sedia a dondolo in uso negli Stati Uniti.
Nota 3. "Roundhead" (= testa rotonda) nome dato per la prima volta ai
Puritani (repubblicani) durante la guerra civile inglese nel 1642.
Nota 4. Dalla parola greca "seléne", che significa Luna.
Nota 5. Famose le magnifiche stampe della superficie lunare ottenute
da Waren de la Rue.
Nota 6. Una iarda corrisponde a poco meno di un metro, cioè a 0,91
centimetri.
Nota 7. L'opuscolo venne pubblicato in Francia dal repubblicano
Laviron, ucciso poi durante l'assedio di Roma.
3. EFFETTI DELLA COMUNICAZIONE DI BARBICANE.
E' impossibile descrivere l'effetto prodotto dalle ultime parole
dell'onorevole presidente. Grida, urla, un susseguirsi di mugolii, di
«urrà», di «hip! hip! hip!» e di tutte quelle onomatopee di cui è
ricca la lingua americana! Ci furono un'animazione e una confusione
indescrivibili. Le bocche gridavano, le mani applaudivano, i piedi
facevano tremare il pavimento della sala. Tutte le armi di quel museo
di artiglieria, sparando nello stesso istante, non avrebbero agitato
con maggior violenza le onde sonore. Ma questo non deve sorprendere,
poiché esistono artiglieri rumorosi quanto i loro cannoni.
Barbicane si manteneva calmo in mezzo a tutti quei clamori
entusiastici; forse desiderava rivolgere ancora qualche parola ai suoi
colleghi, perché i suoi gesti reclamavano il silenzio e il campanello
a scoppio si produceva in violente detonazioni. Non lo sentivano
neanche. Il presidente fu presto strappato dalla sua poltrona e
portato in trionfo; poi dalle mani dei colleghi passò tra le braccia
della folla non meno eccitata.
Non c'è niente che possa stupire un americano. Si è spesso ripetuto
che la parola «impossibile» non c'è nella lingua francese;
evidentemente non si prende in mano il vocabolario giusto. In America
tutto è facile, tutto è semplice, e in quanto a difficoltà meccaniche,
esse sono morte prima di nascere. Tra il progetto di Barbicane e la
sua realizzazione nessun autentico Yankee si sarebbe permesso di
intravedere la pur minima difficoltà. Quel che è detto è fatto.
La passeggiata trionfale del presidente si protrasse fino a tarda sera
con un'autentica fiaccolata. Irlandesi, Tedeschi, Francesi, Scozzesi,
tutti questi individui eterogenei di cui si compone la popolazione del
Maryland, gridavano nella loro lingua materna e gli «evviva», gli
«urrà», i «bravo» si intrecciavano tra loro in un crescendo
indescrivibile.
Intanto la Luna, come se avesse compreso che si trattava di lei,
brillava nel cielo con serena magnificenza eclissando, con la sua
vivida luce, i fuochi circostanti. Quegli Yankees rivolgevano lo
sguardo verso il disco scintillante; alcuni la salutavano con la mano,
altri chiamavano la Luna con nomi dolcissimi, altri ancora la
misuravano con un'occhiata da intenditori o alzavano i pugni con gesto
minaccioso; un ottico della Jone's Fall Street fece affari d'oro,
dalle otto alla mezzanotte, vendendo cannocchiali. Gli Americani si
comportavano già da padroni, mentre ammiravano l'astro della notte
come una dama d'alto rango. Sembrava che la bianca Diana appartenesse
a quegli audaci conquistatori e facesse già parte del territorio
dell'Unione. Eppure non si trattava che di lanciarle contro un
proiettile, maniera abbastanza brutale per mettersi in contatto, sia
pure con un satellite, ma così si costuma tra le nazioni civili.
A mezzanotte suonata, l'entusiasmo ancora non diminuiva, anzi si
manteneva sullo stesso tono in tutte le classi della popolazione; il
magistrato, l'intellettuale, il negoziante, il mercante, il facchino,
gli intelligenti come i "green" (1), si sentivano scossi nelle fibre
più sensibili del loro animo; si trattava di un'impresa nazionale;
così la città alta e la città bassa, la banchina bagnata dalle acque
del Patapsco, le navi imprigionate nei bacini rigurgitavano di una
folla ebbra di gioia, di gin e di whisky; ognuno cercava di dire la
sua e tutti insieme peroravano, discutevano, litigavano, approvavano,
applaudivano, dal signore disteso indolentemente sul canapé del bar,
davanti al bicchiere di "sherry-cobbler" (2), fino al barcaiolo che si
ubriaca, nelle sordide taverne di Fells-Point, di quella spaventosa
bevanda chiamata in gergo popolaresco "thorough knock me down", un
pugno sullo stomaco.
Finalmente verso le due della notte tornò la calma. Il presidente
Barbicane riuscì a rincasare, lacero, pestato, distrutto. Ercole in
persona non avrebbe resistito a un simile entusiasmo. Lentamente la
folla lasciò le piazze e le strade. Le ferrovie dell'Ohio, di
Susquehanna, di Filadelfia e di Washington che convergono a Baltimora
gettarono i forestieri ai quattro canti degli Stati Uniti e la città
si ricompose in una relativa pace.
Sarebbe un errore credere che solo Baltimora fosse in agitazione
quella notte. Le grandi città dell'Unione, New York, Boston, Albany,
Washington, Richmond, Crescent City (3), Charleston la Mobile, dal
Texas al Massachusetts, dal Michigan alla Florida, tutte presero parte
al delirio collettivo. Infatti i trentamila soci corrispondenti del
Gun-Club erano a conoscenza della lettera del loro presidente e
attendevano con uguale impazienza la famosa comunicazione del 5
ottobre. Così quella sera, a mano a mano che le parole uscivano dalle
labbra dell'oratore, esse correvano sui fili del telegrafo attraverso
gli Stati Uniti alla velocità di trecentomila chilometri al secondo
(4). Perciò si può ben dire, con assoluta certezza, che gli Stati
Uniti d'America, grandi dieci volte la Francia, gridassero un solo
«urrà», e che venticinque milioni di cuori, gonfi d'orgoglio,
battessero all'unisono.
Il giorno dopo, millecinquecento giornali, tra quotidiani,
settimanali, quindicinali e mensili, si impossessarono della
questione; la esaminarono sotto i diversi aspetti, fisici,
meteorologici, economici e morali, dal punto di vista del peso
politico o della civiltà. Si domandavano se la Luna fosse un mondo
compiuto o ancora in evoluzione. Somigliava forse alla Terra all'epoca
in cui non vi era ancora l'atmosfera? Quale spettacolo avrebbe offerto
la faccia invisibile della Terra? Benché per ora si trattasse soltanto
di inviare un proiettile sull'astro delle notti, tutti erano convinti
che ciò costituisse l'avvio a una serie di ricerche; tutti speravano
che fosse l'America a svelare un giorno gli ultimi segreti di quel
disco meraviglioso, ma qualcuno sembrava temesse quella conquista che
forse avrebbe mutato sensibilmente l'equilibrio nel continente
europeo.
Una volta discusso il progetto, nessun giornale ne mise in dubbio la
sua realizzazione; bollettini, circolari, pieghevoli e riviste varie
pubblicate da gruppi di esperti, letterarie o religiose, fecero a gara
per mettere in risalto i vantaggi dell'impresa, e la «Società di
Storia Naturale» di Boston, la «Società Americana delle Scienze e
delle Arti» di Albany, la «Società Geografica e Statistica» di New
York, la «Società Filosofica Americana» di Filadelfia e l'«Istituzione
Smithsoniana» di Washington inviarono un migliaio di lettere di
felicitazione al Gun-Club con offerte immediate di servizi e di
denaro.
Mai proposta fu suffragata da tante adesioni; d'esitazioni, di dubbi,
d'inquietudini, nemmeno l'ombra. Quanto all'umorismo, alle caricature
ai motteggi che l'idea di inviare un razzo sulla Luna avrebbe
suscitato in Europa e particolarmente in Francia, qui avrebbero reso
un cattivo servizio ai loro autori; tutti i "lifepreservers" (5) del
mondo non sarebbero bastati a difenderli contro l'indignazione
popolare. Vi sono cose di cui non è lecito ridere, nel Nuovo Mondo.
Impey Barbicane divenne dunque, da quel giorno, uno dei più illustri
cittadini degli Stati Uniti, qualcosa come un Washington della
scienza; basta uno solo dei tanti episodi per dimostrare fin dove può
arrivare l'improvvisa infatuazione di un popolo per un uomo.
Alcuni giorni dopo il famoso raduno al Gun-Club, il capocomico di una
compagnia teatrale inglese annunciò al teatro di Baltimora la
rappresentazione della commedia "Much ado about nothing" (6), Ma un
gruppo di cittadini, leggendo in questo titolo un'allusione offensiva
ai progetti del presidente Barbicane, invase la sala, fracassò le
poltroncine obbligando il malcapitato capocomico a mutare il titolo
della locandina. Costui, da uomo di spirito, inchinandosi alla volontà
del pubblico, sostituì la contestata commedia con "As you like it"
(7), che per diverse settimane realizzò favolosi incassi.
NOTE.
Nota 1. I verdi. Nel parlare comune l'espressione sta a indicare la
gente ingenua.
Nota 2. Miscela di rhum, di succo d'arancia, zucchero, cannella e noce
moscata. Questa bevanda di colore giallastro, si aspira dal bicchiere
con una cannuccia.
Nota 3. Soprannome di New Orleans.
Nota 4. Nel testo: 248.447 miglia al secondo, cioè la velocità della
corrente elettrica.
Nota 5. Arma tascabile fatta con osso di balena flessibile e con una
palla di metallo.
Nota 6. "Molto rumore per nulla", una commedia di Shakespeare, del
1598-1599.
Nota 7. "Come vi piace", altra commedia di Shakespeare, del 1599-1600.
4. LA RISPOSTA DELL'OSSERVATORIO DI CAMBRIDGE.
Intanto Barbicane non badava minimamente alle ovazioni di cui era
oggetto. Il primo pensiero fu quello di convocare i colleghi negli
uffici del Gun-Club. Qui si discusse il da farsi e si convenne di
consultare gli astronomi per la parte astronomica dell'impresa; appena
conosciute le loro risposte, sarebbero passati allo studio dei mezzi
meccanici, e niente sarebbe stato trascurato per assicurare il
successo del grande esperimento.
Venne redatta una nota assai precisa, contenente domande ben
circostanziate, e la si inviò all'Osservatorio di Cambridge nel
Massachusetts. Questa città, dove sorse la prima università degli
Stati Uniti, era meritatamente celebre per la sua scuola di
astronomia. Vi si riunivano studiosi di grande prestigio ed era in
questo Osservatorio che funzionava il gigantesco cannocchiale che
aveva permesso a Bond di dissolvere la nebulosa di Andromeda e a
Clarke di scoprire il satellite di Sirio. Questa celebre istituzione
giustificava in pieno la fiducia del Gun-Club.
La risposta, tanto impazientemente attesa, arrivò due giorni più tardi
al presidente Barbicane. Era concepita in questi termini:
IL DIRETTORE DELL'OSSERVATORIO DI CAMBRIDGE AL PRESIDENTE DEL GUN-CLUB
DI BALTIMORA.
Cambridge, 7 ottobre.
"Appena ricevuta la vostra rispettabile del 6 corrente, indirizzata
all'Osservatorio di Cambridge in nome dei membri del Gun-Club di
Baltimora, i nostri esperti si sono immediatamente riuniti e, in
proposito, hanno giudicato di rispondere come segue:
Le domande proposte sono queste:
1) E' possibile inviare un proiettile sulla Luna?
2) Qual è la precisa distanza che separa la Terra dal suo satellite?
3) Quale sarà la durata della traiettoria del proiettile al quale sarà
impressa una velocità iniziale sufficiente, e, di conseguenza, in che
momento occorrerà lanciarlo perché incontri la Luna in un determinato
punto?
4) In quale momento esattamente la Luna si presenterà nelle condizioni
più favorevoli per essere raggiunta dal proiettile?
5) In quale punto del cielo si dovrà puntare il cannone destinato ad
effettuare il tiro?
6) Quale posizione occuperà la Luna nel cielo al momento in cui il
proiettile verrà lanciato?
Sulla prima domanda: - E' possibile inviare un proiettile sulla Luna?
Sì, è possibile inviare un proiettile sulla Luna, a condizione che
esso sia dotato della velocità iniziale di dodicimila iarde al secondo
(1). I calcoli dimostrano che questa velocità è sufficiente. Man mano
che ci si allontana dalla Terra, la sua forza di attrazione, e di
conseguenza il peso di qualsiasi corpo, diminuisce in relazione
inversa al quadrato della distanza: vale a dire, ad esempio, che per
una distanza tre volte maggiore, l'attrazione è nove volte meno forte.
Ne consegue che il peso del proiettile diminuirà rapidamente e si
annullerà del tutto al momento in cui l'attrazione della Luna
equilibrerà quella della Terra e ciò avverrà ai quarantasette
cinquantaduesimi del percorso. In questo punto il proiettile non avrà
più nessun peso e se supererà questo stadio esso cadrà sulla Luna per
effetto dell'attrazione lunare. La possibilità teorica
dell'esperimento è quindi dimostrata. Quanto alla riuscita pratica,
essa dipende unicamente dalla potenza di tiro del cannone utilizzato.
Sulla seconda domanda. - Qual è la distanza esatta che separa la Terra
dal suo satellite?
La Luna non descrive intorno alla Terra una circonferenza, bensì una
ellisse, di cui il nostro pianeta occupa uno dei fuochi. Ne consegue
che la Luna si trova ora più vicina a noi; ora più lontana, ossia,
come si dice in linguaggio astronomico, ora è all'apogèo e ora al
perigèo. Ebbene, la differenza tra la maggiore e la minore distanza è
abbastanza considerevole perché la si possa trascurare. La Luna
infatti quand'è all'apogèo si trova a duecentoquarantasettemila
cinquecentocinquanta miglia, e quand'è al perigèo dista
duecentodiciottomila seicentocinquanta miglia soltanto, il che
equivale a una differenza di ventottomila ottocentonovantacinque
miglia (chilometri 28895), cioè più di un nono dell'intero percorso.
Dunque, a base dei calcoli, si assumerà la distanza perigèa della Luna
(chilometri 363925).
Sulla terza domanda. - Quale sarà la durata della traiettoria del
proiettile al quale sarà impressa la velocità iniziale sufficiente, e,
di conseguenza, in che momento occorrerà lanciarlo perché incontri la
Luna in un determinato punto?
Se il proiettile conservasse indefinitamente la velocità iniziale di
dodicimila iarde al secondo che gli è stata impressa alla partenza,
non impiegherebbe che 9 ore per giungere a destinazione, ma poiché
questa velocità iniziale andrà progressivamente decrescendo, a calcoli
fatti, si desume che il proiettile impiegherà trecentomila secondi,
cioè ottantatré ore e venti minuti, per arrivare nel punto in cui
l'attrazione terrestre e quella lunare si equilibrano, e da quel punto
esso cadrà sulla Luna in cinquantamila secondi, cioè in tredici ore,
cinquantatré minuti primi e venti secondi. Converrà, dunque, lanciare
il proiettile novantasette ore, tredici minuti primi e venti secondi
prima che la Luna arrivi al punto prefissato.
Sulla quarta domanda: - In quale momento esattamente la Luna si
presenterà nelle condizioni più favorevoli per essere raggiunta dal
proiettile?
Dopo quanto si è detto sopra, bisognerà anzitutto scegliere l'epoca in
cui la Luna sarà nel suo perigèo e, allo stesso tempo, il momento in
cui essa passerà allo zenit (2), il che diminuirà ancora il percorso
di una distanza pari a quella del raggio terrestre, e cioè di
tremilanovecentodiciannove miglia (ossia 6367 chilometri). Così il
tragitto definitivo sarà di duecentoquattordicimila
novecentosessantasei miglia. Ma se la Luna passa al suo perigèo una
volta al mese, non è detto però che essa si trovi sempre, in quel
momento, anche allo zenit. Tale coincidenza non si verifica che a
lunghi intervalli. Bisognerà dunque attendere la rara combinazione di
un passaggio simultaneo della Luna allo zenit e al perigèo. Ora, per
una fortunata circostanza, il 4 dicembre del prossimo anno la Luna si
troverà nelle due condizioni: a mezzanotte sarà al suo perigèo, cioè
alla minor distanza dalla Terra, e passerà, nello stesso tempo, allo
zenit.
Sulla quinta domanda: - In quale punto del cielo si dovrà puntare il
cannone destinato a effettuare il tiro?
Ammesse le precedenti osservazioni, il cannone dovrà essere puntato
allo zenit del luogo di ubicazione; in tal modo il tiro sarà
perpendicolare al piano dell'orizzonte e il proiettile si sottrarrà
più presto agli effetti dell'attrazione terrestre. Ma, perché la Luna
salga allo zenit di un luogo, occorre che questo luogo non sia, in
latitudine, più alto della declinazione dell'astro, in altre parole,
che sia compreso tra 0 e 28 gradi di latitudine nord o sud (3). Da
ogni altro punto, il suo tiro dovrebbe essere necessariamente obliquo
ciò nuocerebbe alla riuscita dell'esperimento.
Sulla sesta domanda: - Quale posizione occuperà la Luna nel cielo al
momento in cui il proiettile verrà lanciato?
Nel momento in cui il proiettile sarà lanciato nello spazio, la Luna,
che avanza ogni giorno di tredici gradi, dieci minuti e trentacinque
secondi, dovrà trovarsi lontano dal punto zenit quattro volte questa
cifra e cioè cinquantadue gradi, quarantadue minuti e venti secondi,
spazio che corrisponde al percorso che essa compirà durante la corsa
del proiettile. Ma, dovendo tener conto anche della deviazione che il
movimento di rotazione della Terra farà subire al proiettile, e poiché
questo raggiungerà la Luna soltanto dopo avere deviato di una misura
uguale a sedici raggi terrestri che, contati sull'orbita della Luna,
corrispondono a circa undici gradi, questi undici gradi vanno aggiunti
a quelli calcolati sul menzionato ritardo della Luna, vale a dire
sessantaquattro gradi in cifra tonda. Così dunque, al momento del
tiro, il raggio visuale diretto alla Luna dovrà formare con la
verticale del luogo un angolo di sessantaquattro gradi.
Queste sono le risposte alle domande poste all'Osservatorio di
Cambridge dai membri del Gun-Club.
Riassumendo:
1) Il cannone dovrà essere collocato in un paese situato tra 0 e 28
gradi gradi di latitudine nord o sud.
2) Dovrà essere puntato allo zenit del luogo.
3) La velocità iniziale impressa al proiettile sarà di dodicimila
iarde al secondo.
4) Il lancio dovrà essere effettuato il primo dicembre dell'anno
venturo, alle undici meno tredici minuti e venti secondi.
5) Il proiettile raggiungerà la Luna quattro giorni dopo la partenza,
il 4 dicembre, a mezzanotte esatta, nel momento in cui la Luna sarà
allo zenit.
Pertanto i membri del Gun-Club dovranno iniziare subito i preparativi
necessari per una simile impresa per essere pronti a operare nel
momento stabilito, perché se si lasciasse passare questa data del 4
dicembre, non ritroverebbero la Luna nelle medesime condizioni di
perigèo e di zenit se non dopo diciotto anni e undici giorni.
La direzione dell'Osservatorio di Cambridge si pone a loro totale
disposizione per ogni altra domanda di astronomia teorica e unisce con
la presente le sue felicitazioni a quelle di tutta l'America.
Per la direzione:
J.-M. BELFAST
direttore dell'Osservatorio
di Cambridge.
NOTE.
Nota 1. Cioè: 11 chilometri circa.
Nota 2. Lo zenit è il punto del cielo situato verticalmente sopra la
testa di un osservatore.
Nota 3. Soltanto nelle regioni del globo comprese tra l'equatore e il
ventottesimo parallelo la culminazione della Luna la porta allo zenit;
oltre il ventottesimo grado, la Luna è tanto più distante dallo zenit
quanto più ci si avvicina ai poli.
5. IL ROMANZO DELLA LUNA.
Un osservatore dotato di acutissima vista e collocato in quel centro
sconosciuto intorno al quale gravita il mondo avrebbe potuto osservare
miriadi di atomi riempire lo spazio all'epoca in cui l'universo era
immerso nel caos. Ma a poco a poco, col trascorrere dei secoli, si
produsse un mutamento profondo; si manifestò una legge di attrazione
alla quale gli atomi, erranti fino allora, obbedirono; questi atomi si
combinarono chimicamente secondo la loro affinità, divennero molecole
e formarono quelle masse nebulose di cui sono disseminate le
profondità del cosmo.
Queste masse si animarono improvvisamente di un movimento di rotazione
intorno al loro punto centrale. Questo centro, formato di molecole
mobili, si mise a roteare su se stesso e cominciò progressivamente a
condensarsi; quindi, secondo le leggi della meccanica, man mano che il
suo volume diminuiva a causa della condensazione, il movimento di
rotazione del centro accelerava sempre più e, col persistere di questi
due effetti, si formò la stella principale, centro della massa
nebulosa.
Continuando a guardare attentamente, l'osservatore avrebbe visto
allora altre molecole della massa comportarsi come la stella
principale, condensarsi allo stesso modo per effetto di un movimento
di rotazione in progressivo aumento e gravitarle intorno sotto forma
di innumerevoli stelle. Si era formata la nebulosa, e di queste gli
astronomi ne contano attualmente circa cinquemila.
Tra queste cinquemila nebulose ce n'è una denominata Via Lattea,
formata da diciotto milioni di stelle, ognuna delle quali è diventata
il centro di un mondo solare.
Se poi l'osservatore di questi diciotto milioni di astri ne avesse
esaminato uno tra i più modesti e meno brillanti (1), una stella di
quarta grandezza che si chiama orgogliosamente Sole, avrebbe visto
svilupparsi successivamente sotto i suoi occhi tutti i fenomeni ai
quali è dovuta la formazione dell'universo.
Egli avrebbe visto questo Sole, ancora allo stato gassoso e composto
di molecole mobili, ruotare sul proprio asse per portare a termine il
suo lavoro di condensazione. Questo movimento, fedele alle leggi della
meccanica, si sarebbe accelerato con la diminuzione del volume, e
sarebbe arrivato il momento in cui la forza centrifuga avrebbe avuto
partita vinta sulla forza centripeta, quella che tende a riportare le
molecole verso il centro.
A questo punto un altro fenomeno si sarebbe verificato dinanzi agli
occhi del nostro osservatore, cioè le molecole situate sul piano
dell'equatore, schizzando via come la pietra da una fionda della quale
improvvisamente si strappi l'elastico, avrebbero formato intorno al
Sole tanti anelli concentrici come quelli di Saturno. A loro volta,
questi anelli di materia cosmica, catturati in un movimento di
rotazione attorno alla massa centrale, si sarebbero frantumati e
scomposti in nebulosità secondarie, cioè in pianeti.
Se l'osservatore avesse concentrato adesso tutta la sua attenzione su
questi pianeti, li avrebbe visti comportarsi alla stessa maniera del
Sole e dare inizio alla formazione di uno o più anelli cosmici,
origine di quegli astri d'ordine inferiore che chiamiamo satelliti.
Così, dunque, risalendo dall'atomo alla molecola, dalla molecola alla
massa nebulosa, dalla massa nebulosa alla nebulosa, dalla nebulosa
alla stella principale, dalla stella principale al Sole, dal Sole al
pianeta e dal pianeta al satellite, si hanno tutte quelle
trasformazioni subìte dai corpi celesti dai primi giorni del mondo.
Il sole, che ci sembra sperduto nelle immensità del mondo siderale, è
invece legato, secondo le attuali teorie scientifiche, alla nebulosa
della Via Lattea. Centro di un mondo, per quanto piccolo ci possa
apparire in mezzo alle regioni dell'etere, è invece enorme, perché il
suo volume è un milione e quattrocentomila volte quello della Terra.
Intorno a lui gravitano otto pianeti (2), usciti dalle sue viscere nei
primi giorni della Creazione.
Essi sono, andando dai più vicini ai più lontani: Mercurio, Venere,
Terra, Marte, Giove, Saturno, Urano e Nettuno. Inoltre, fra Marte e
Giove, circolano regolarmente altri corpi meno considerevoli, forse i
frantumi erranti di un astro esploso in varie migliaia di frammenti,
di cui fino a oggi il telescopio ne ha individuati novantasette (3).
Di questi servitori che il Sole mantiene nella loro orbita ellittica
grazie alla legge di gravità, alcuni posseggono a loro volta dei
satelliti. Urano ne ha otto, otto anche Saturno, Giove quattro,
Nettuno forse tre, la Terra uno soltanto (4); quest'ultimo, uno dei
meno importanti del sistema solare, si chiama Luna, ed è quello che
l'audace genio americano pretendeva di conquistare.
L'astro delle notti, per la sua relativa vicinanza alla Terra, per lo
spettacolo sempre rinnovantesi delle sue fasi, fin dai tempi più
remoti ha condiviso con il Sole l'attenzione degli abitanti della
Terra; ma il Sole abbacina la vista e lo splendore della sua luce
obbliga i suoi ammiratori ad abbassare lo sguardo.
La bionda Diana invece, più umana, si offre compiacentemente alla
vista nella sua grazia modesta; è dolce a vedersi, poco ambiziosa, e
tuttavia si permette a volte di eclissare il radioso Apollo, suo
fratello, senza essere mai eclissata da lui. I Maomettani, consci
della gratitudine che devono a questa fedele amica della Terra, hanno
regolato i mesi sul suo movimento di rivoluzione (5).
I popoli primitivi ebbero un culto particolare verso questa casta dea.
Gli Egiziani la chiamarono Iside, i Fenici Astarte, i Greci
l'adorarono sotto il nome di Artemide, figlia di Latona e di Giove, e
interpretarono le sue eclissi come misteriose visite fatte da Artemide
(Diana per i Romani) al bell'Endimione. A credere a un'antica
leggenda, il leone di Nemea prima della sua apparizione sulla Terra
aveva percorso le plaghe della Luna; il poeta Agesianatte, citato da
Plutarco, celebra nei suoi versi gli occhi dolci, il bel naso e
l'amabile bocca, formati dalle parti luminose dell'adorabile Selene.
Ma se gli Antichi compresero assai bene il carattere, il temperamento,
in una parola, le qualità morali della Luna dal punto di vista
mitologico, ciononostante anche i più eruditi tra loro rimasero molto
ignoranti in fatto di selenografia.
Tuttavia molti astronomi dei secoli passati scoprirono alcuni
particolari che oggi la scienza ha confermato. Se gli Arcadi pretesero
di avere abitato la Terra quando la Luna non esisteva ancora, se Tazio
la considerò un frammento distaccatosi dal disco solare, se Clearco,
discepolo di Aristotele, la ridusse a uno specchio lucente sul quale
si riflettono le immagini dell'oceano, se altri, infine, non videro in
essa che un concentrato di vapori esalati dalla Terra, o un globo
mezzo fuoco e mezzo ghiaccio che gira intorno a se stesso, qualche
esperto, con osservazioni sapienti, in mancanza di strumenti ottici,
ipotizzò la maggior parte delle leggi che regolano l'astro delle
notti.
Così Talete di Mileto, nel 460 avanti Cristo, formulò l'ipotesi che la
Luna fosse rischiarata dal Sole. Aristarco di Samo dette la giusta
spiegazione delle sue fasi. Cleomene insegnò che essa brillava di luce
riflessa. Il caldeo Beroso scoprì che la durata del suo movimento di
rivoluzione era uguale a quello di rotazione e in tal modo spiegò
perché la Luna ci presenti sempre la stessa faccia. Infine Ipparco,
due secoli prima della nascita di Cristo, riconobbe alcune
disuguaglianze nei movimenti apparenti del satellite della Terra.
Queste diverse osservazioni vennero in seguito confermate e furono
utili agli astronomi di epoche più recenti. Tolomeo nel secondo
secolo, l'arabo Abul-Wefa nel decimo, completarono i rilievi di
Ipparco sulle ineguaglianze che la Luna subisce, sotto l'azione del
Sole, nel seguire la linea ondulata della sua orbita. Poi Copernico,
nel quindicesimo secolo, e Tycho Brahe nel sedicesimo, esposero
compiutamente le leggi che regolano l'universo e la parte che ha la
Luna nell'insieme dei corpi celesti.
A quell'epoca i suoi movimenti erano già quasi tutti determinati, ma
si sapeva ben poco della sua costituzione fisica. Fu Galileo a
spiegare, finalmente, i fenomeni luminosi che si producono in certe
fasi, con l'esistenza di montagne alle quali attribuì un'altezza di
quattromilacinquecento tese (6).
Dopo di lui, Hevelius, un astronomo di Danzica, limitò le più alte
vette a non oltre duemila e seicento tese; ma il suo collega Riccioli
le riportò a settemila.
Herschell, verso la fine del secolo diciottesimo, avvalendosi di un
potente telescopio, ridusse ulteriormente le misure precedenti,
attribuendo alle montagne più alte un'altezza non superiore a
millenovecento tese e stabilì a sole quattrocento tese la media delle
differenti altitudini. Ma anche Herschell si sbagliava e per risolvere
definitivamente la questione ci vollero le osservazioni di Shroeter,
Louville, Halley, Nasmyth, Bianchini, Pastorf, Lohrman, Gruithuysen, e
soprattutto i pazienti studi di Beer e Moedeler. Grazie a questi
studiosi, oggi conosciamo esattamente l'altezza delle montagne della
Luna: Beer e Moedeler hanno calcolato ben 1905 altezze, di cui sei
superiori a duemilaseicento tese, e ventidue oltre le
duemilaquattrocento (7). La vetta più alta domina dall'altezza di
tremilaottocento e una tese la superficie del disco lunare.
Nello stesso tempo veniva completata la ricognizione della Luna;
l'astro appariva perforato da crateri e a ogni nuova esplorazione si
affermava sempre più la sua natura essenzialmente vulcanica. Dalla
mancanza di rifrazione dei raggi provenienti dai pianeti occultati da
essa si giunse alla conclusione che l'atmosfera doveva essere quasi
del tutto assente. Questa mancanza d'aria portava con sé la mancanza
d'acqua. Dunque era chiaro che i Seleniti, per poter vivere in quelle
condizioni, dovevano essere dotati di un organismo speciale e
differire in modo particolare dagli abitanti della Terra.
Intanto gli strumenti, grazie ai nuovi metodi di osservazione,
frugavano la Luna senza posa e non lasciarono inesplorato nessun punto
della sua superficie, anche se il suo diametro misura
duemilacentocinquanta miglia (8) e la sua superficie è la tredicesima
parte di quella del globo (9), mentre il suo volume equivale alla
quarantanovesima parte della sfera terrestre; ma ormai nessuno dei
suoi segreti poteva sfuggire all'occhio dell'astronomo e questi abili
studiosi spinsero ancora oltre le loro prodigiose osservazioni.
Così essi notarono che, durante il plenilunio, il disco lunare mostra
alcune parti rigate da linee bianche, mentre durante le fasi le righe
sono nere. Studiando con maggior attenzione, arrivarono a rendersi
conto della natura di queste linee. Erano solchi lunghi e stretti,
scavati fra bordi paralleli, e terminavano generalmente ai margini dei
crateri; avevano una lunghezza compresa tra le dieci e le cento miglia
e una larghezza di ottocento tese. Gli astronomi le denominarono
canali, ma non andarono oltre al nome. Non si riuscì infatti a
risolvere totalmente il problema se questi solchi fossero o no letti
prosciugati di fiumi. Anche gli Americani speravano di chiarire, un
giorno o l'altro, questo aspetto geologico. Si riservavano inoltre di
appurare la verità sulla serie di spalti paralleli scoperti sulla
superficie lunare da Gruithuysen, dotto professore di Monaco di
Baviera, che li riteneva dei sistemi di fortificazioni innalzati dagli
ingegneri seleniti. Questi due punti, ancora oscuri, e indubbiamente
molti altri, non potevano essere chiariti se non dopo una esplorazione
diretta della Luna.
Riguardo all'intensità della sua luce non c'era più nulla da
apprendere; si sapeva che essa è trecentomila volte più debole di
quella del Sole e che il suo calore non esercita azione apprezzabile
sul termometro; quanto al fenomeno conosciuto col nome di luce
cenerina, esso trova la sua naturale spiegazione nell'effetto prodotto
dai raggi del Sole rinviati dalla Terra alla Luna, che sembrano
disegnare il disco lunare, completandolo quando, nella prima e
nell'ultima fase, si presenta a forma di spicchio.
Tale era lo stato delle cognizioni acquisite sul conto del satellite
della Terra, che il Gun-Club si proponeva di completare sotto tutti i
punti di vista, cosmografici, geologici, politici e morali.
NOTE.
Nota 1. Il diametro di Sirio, secondo Wollaston, dovrebbe essere
dodici volte quello del Sole.
Nota 2. Quando Verne scriveva queste pagine, nel 1865, non era ancora
stato scoperto il nono pianeta, Plutone, rilevato per la prima volta
nel 1930, con fotografia telescopica, da Clyde Tombaugh.
Nota 3. Qualcuno di questi asteroidi è talmente piccolo che se ne può
fare il giro nello spazio di un solo giorno andando a passo di marcia.
Nota 4. Secondo le più recenti scoperte, il numero dei satelliti dei
vari pianeti e il seguente: Giove 12, Saturno 9, Urano 5, Nettuno 2,
Marte 2 (Nota del Traduttore).
Nota 5. Ventinove giorni e mezzo, circa.
Nota 6. Tesa: antica misura pari a metri 2,33.
Nota 7. La vetta del Monte Bianco è a 4813 metri sul livello del mare.
Nota 8. Ottocentosessantanove leghe, cioè poco più di un quarto del
raggio terrestre.
Nota 9. Trentotto milioni di chilometri quadrati.
6. QUELLO CHE NON E' POSSIBILE IGNORARE E QUELLO CHE NON E' PIU'
LECITO CREDERE NEGLI STATI UNITI.
La proposta di Barbicane ebbe come risultato immediato di rimettere
all'ordine del giorno tutti i problemi astronomici relativi all'astro
delle notti. Ognuno si mise a studiarlo assiduamente. Sembrava che la
Luna fosse apparsa all'orizzonte per la prima volta e che nessuno
l'avesse ancora vista brillare nel cielo. Essa venne di moda; fu la
«star» del momento senza mostrarsi meno modesta e prese il primo posto
tra le «stelle» senza tradire alcuna fierezza. I giornali
rispolverarono i vecchi aneddoti che attribuivano una certa importanza
a questo «Sole dei lupi»; ricordarono il potere che per ignoranza le
attribuivano i primitivi; ne tesserono le lodi in tutti i toni; ancora
un poco e qualcuno avrebbe riferito i suoi motti di spirito; l'intera
America parve malata di selenomania.
Dal canto loro le riviste scientifiche trattarono in special modo i
problemi riguardanti l'impresa del Gun-Club; la lettera
dell'Osservatorio di Cambridge venne pubblicata, commentata e
approvata senza riserve.
In breve, neppure al più sprovveduto degli Yankees fu più lecito
ignorare anche uno solo dei fenomeni concernenti il satellite della
Terra, né la più ottusa delle vecchie signore poté ancora ammettere
errori e superstizioni nei suoi confronti. La scienza giungeva fino a
loro sotto tutte le forme; li penetrava dagli occhi e dalle orecchie;
impossibile restare asini... in fatto di astronomia.
Fino a quel momento molte persone ignoravano come si fosse arrivati a
calcolare la distanza che separa la Luna dalla Terra. Si colse
l'occasione per spiegare a questa gente che tale distanza si ottiene
con la misurazione del parallasse della Luna. Se la parola
«parallasse» poteva stupire costoro, si spiegava che si trattava
dell'angolo formato da due linee diritte tracciate a partire da
ciascuna estremità del raggio terrestre fino alla Luna . Qualora
avessero dubitato della perfezione di questo metodo, si dimostrava
immediatamente che questa distanza media non soltanto era di
duecentotrentaquattromila trecentoquarantasette miglia, ma anche che
gli astronomi non si sbagliavano neppure di settanta miglia.
Per quanti non avevano familiarità con i movimenti della Luna, i
giornali pubblicarono quotidianamente degli articoli illustrativi per
dimostrare che essa possiede due moti distinti, il primo chiamato di
rotazione, su un asse immaginario, il secondo detto di rivoluzione
intorno alla Terra, ed entrambi si compiono in pari tempo, cioè in
ventisette giorni e un terzo (1).
Il movimento di rotazione è quello che crea il giorno e la notte sulla
superficie della Luna; con la differenza che, per ogni mese lunare,
non c'è che una notte e un giorno, ognuno dei quali dura
trecentocinquantaquattro ore e un terzo. Buon per lei, però, che la
faccia rivolta al globo terrestre è rischiarata da questo con
intensità pari alla luce di quattordici Lune. Quanto all'altra faccia,
sempre invisibile, essa ha ovviamente trecentocinquantaquattro ore di
notte assoluta, temperata soltanto da quel «pallido chiarore che cade
dalle stelle». Il fenomeno si spiega esclusivamente con la
particolarità che i movimenti di rotazione e di rivoluzione avvengono
in tempi perfettamente uguali, fenomeno comune, secondo Cassini ed
Herschell, ai satelliti di Giove e molto probabilmente anche a tutti
gli altri satelliti.
Qualche persona ben disposta, ma alquanto riluttante, non afferrava
subito il fenomeno che, se la Luna mostra invariabilmente la stessa
faccia alla Terra durante il moto di rivoluzione, ciò è dovuto al
fatto che, nel medesimo lasso di tempo, essa compie un giro su se
stessa. A costoro si diceva: «Entrate nella vostra sala da pranzo e
girando intorno al tavolo continuate a guardare sempre al centro; al
termine della vostra passeggiata circolare avrete compiuto un giro su
voi stessi, perché il vostro occhio avrà percorso successivamente
tutti i punti della stanza. Ebbene, la stanza è il cielo, la tavola è
la Terra e la Luna siete voi!». Ed essi se ne andavano ammirati del
paragone.
Dunque, la Luna mostra continuamente la stessa faccia alla Terra;
tuttavia, per essere esatti, bisogna aggiungere che, a causa di un
certo ondeggiamento da nord a sud e dall'ovest all'est, chiamato
«librazione», essa lascia vedere un poco più della metà del suo disco,
cioè i cinquantasette centesimi circa.
Allorché anche gli ignoranti ne seppero quanto il direttore
dell'Osservatorio di Cambridge circa il movimento di rotazione della
Luna, essi si diedero gran pensiero del suo movimento di rivoluzione
intorno alla Terra; e allora venti riviste scientifiche si
affrettarono a istruirli. Fu spiegato che il firmamento con le sue
miriadi di stelle può considerarsi come un vasto quadrante su cui la
Luna passeggia indicando l'ora esatta a tutti gli abitanti della
Terra; che in questo movimento la Luna presenta le sue differenti
fasi; che la Luna è piena quando si trova in opposizione al Sole, cioè
quando i tre astri sono sulla stessa linea e la Terra sta nel mezzo;
che la Luna è nuova quand'è in congiunzione col Sole, cioè si trova
tra esso e la Terra; infine che la Luna è nel suo primo quarto o
nell'ultimo, quando essa fa con il Sole e la Terra un angolo retto, di
cui la Luna occupa il vertice.
Alcuni Yankees perspicaci dedussero allora che le eclissi si possono
verificare soltanto al momento della congiunzione o della opposizione,
e ragionavano bene. La Luna, in congiunzione, può eclissare il Sole,
invece quand'è in opposizione è la Terra che a sua volta può
eclissarla, e se queste eclissi non si verificano due volte ad ogni
lunazione, ciò si deve al fatto che il piano secondo il quale si muove
la Luna è inclinato sulla eclittica, vale a dire sul piano secondo il
quale si muove la Terra.
Quanto all'altezza che l'astro delle notti può raggiungere al di sopra
dell'orizzonte, la lettera dell'Osservatorio di Cambridge aveva detto
tutto al riguardo. Si sapeva dunque che questa altezza varia a seconda
della latitudine del punto di osservazione. Ma le sole zone del globo
sulle quali la Luna passa allo zenit, ossia viene a trovarsi al di
sopra della testa di chi la osserva, sono necessariamente soltanto
quelle comprese tra il ventottesimo grado nord e il ventottesimo grado
sud. Di qui l'importante raccomandazione di compiere l'esperimento da
un punto qualsiasi di questa zona del globo affinché il proiettile
possa essere lanciato perpendicolarmente e sfuggire così più presto
all'attrazione della gravità. Era condizione essenziale per il
successo dell'impresa e costituiva una seria preoccupazione per la
pubblica opinione.
Per ciò che riguardava la linea seguita dalla Luna nella sua
rivoluzione intorno alla Terra, l'Osservatorio di Cambridge aveva
sufficientemente spiegato, anche agli ignoranti degli altri paesi, che
questa linea è una curva rientrante, quindi non un cerchio ma una
ellisse di cui la Terra occupa uno dei due fuochi. Queste orbite
ellittiche sono comuni a tutti i pianeti, come pure a tutti i
satelliti, e la meccanica razionale dimostra che non potrebbe essere
diversamente. Si era ben compreso allora che la Luna al suo apogèo si
trovava più lontana dalla Terra, e più vicina quand'era al perigèo.
Ecco dunque ciò che gli Americani avevano imparato, volenti o nolenti,
e quanto nessuno poteva decentemente ignorare. Ma se la diffusione di
queste esatte nozioni fu rapidissima, persistettero ancora molti
errori e certe illusorie credenze meno facili da estirpare.
C'era della brava gente, per esempio, che continuava a sostenere che
la Luna era una vecchia cometa la quale, percorrendo la sua orbita
allungata intorno al Sole, si era trovata a passare vicino alla Terra,
che l'aveva catturata nella sua sfera di attrazione. Questi astronomi
da salotto pretendevano di spiegare in questo modo l'aspetto bruciato
della Luna, disgrazia irreparabile di cui incolpavano l'astro radioso.
Ma costoro non sapevano cosa rispondere quando gli si faceva osservare
che le comete hanno una atmosfera mentre la Luna ne ha pochissima o
niente affatto.
Altri ancora, appartenenti forse alla razza dei tremebondi,
manifestavano certi timori per la Luna. Costoro avevano sentito dire
che, dopo le osservazioni fatte ai tempi dei califfi, il suo movimento
di rivoluzione si accelerava in una certa proporzione; da ciò
deducevano, a fil di logica d'altronde, che a una accelerazione di
movimento doveva corrispondere una diminuzione della distanza tra i
due astri e che, prolungando questo effetto all'infinito, un bel
giorno la Luna sarebbe caduta sulla Terra. Tuttavia, costoro si
tranquillizzarono e smisero di temere per la sorte delle generazioni
future, quando venne loro insegnato che, secondo i calcoli di Laplace,
illustre matematico francese, questa accelerazione del movimento è
contenuta in limiti molto ristretti e che a essa seguirà presto una
decelerazione equivalente. In tal modo, l'equilibrio del sistema
solare sarebbe rimasto inalterato nei secoli futuri.
Restava infine la categoria dei superstiziosi ignoranti; costoro non
si accontentavano di ignorare, ma pretendevano di sapere ciò che non
è, e a proposito della Luna mostravano di saperla lunga. Alcuni
consideravano il suo disco come fosse un grande specchio levigato, per
mezzo del quale si potevano mirare i vari punti della Terra e
scambiarsi i propri pensieri. Altri pretendevano che su mille nuove
Lune osservate, novecentocinquanta avessero subìto notevoli mutamenti,
come cataclismi, rivoluzioni, terremoti, diluvi, eccetera; pertanto
erano convinti della misteriosa influenza dell'astro delle notti sui
destini umani; consideravano la Luna come il «vero contrappeso»
dell'esistenza; pensavano che ogni Selenita fosse unito a un abitante
della Terra da un legame di simpatia; come il dottor Mead, sostenevano
che il sistema vitale è completamente sottomesso alla Luna,
caparbiamente convinti che durante la Luna nuova nascessero
soprattutto maschi, e femminucce durante l'ultimo quarto, eccetera. Ma
finalmente si dovette desistere da tali assurde pretese e fare ritorno
alla semplice verità, e se la Luna, privata delle sue misteriose
influenze, perdette ogni potere nell'animo dei suoi cortigiani, se
qualcuno le voltò le spalle, la stragrande maggioranza si schierò
dalla sua parte. Quanto agli Yankees, essi non nutrirono altra
ambizione se non quella di conquistare il nuovo continente dello
spazio e di piantare sulla sua vetta più alta la bandiera stellata
degli Stati Uniti.
NOTE.
Nota 1. E' la durata della rivoluzione siderale, cioè del tempo che la
Luna impiega per tornare ad allinearsi con la Terra e con una medesima
stella.
7. INNO AL PROIETTILE.
L'Osservatorio di Cambridge, nella memorabile lettera del 7 ottobre,
aveva trattato la questione dal punto di vista astronomico; ora si
doveva risolverla da quello meccanico. A questo riguardo, le
difficoltà pratiche sarebbero apparse insormontabili in ogni altro
Paese che non fosse l'America. Qui esse non furono che un gioco.
Il presidente Barbicane, senza perdere tempo, aveva nominato in seno
al Gun-Club una commissione esecutiva, che in tre sedute avrebbe
dovuto risolvere tre grossi problemi, quello del cannone, quello del
proiettile e quello del propellente. La commissione era composta da
quattro membri molto esperti in materia: Barbicane, con voce
preponderante in caso di parità di voti, il generale Morgan, il
maggiore Elphiston e, infine, l'inevitabile J.-T. Maston, al quale
vennero affidate le funzioni di segretario relatore.
L'8 ottobre la commissione si riunì in casa del presidente Barbicane
al numero 3 di Republican Street. Poiché era importante che lo stomaco
non venisse a turbare con i suoi morsi una così seria discussione, i
quattro membri del Gun-Club si sedettero a un tavolo stipato di panini
imbottiti e di considerevoli teiere. Quindi J.-T. Maston avvitò la
penna al suo uncino di ferro e la seduta ebbe inizio.
Barbicane prese la parola:
- Miei cari colleghi, - disse - tocca a noi l'onore di risolvere uno
dei più importanti problemi della balistica, scienza che eccelle su
tutte, che tratta del moto dei proiettili ossia dei corpi lanciati
nello spazio da una forza di propulsione e poi abbandonati a se
stessi.
- Oh, la balistica! la balistica! - esclamò J.-T. Maston con voce
commossa.
- Forse sarebbe sembrato più logico dedicare questa prima seduta al
problema della propulsione... - riprese Barbicane.
- E' così - intervenne il generale Morgan.
- E tuttavia, - riprese Barbicane - dopo matura riflessione, mi sono
convinto che la questione del proiettile dovesse precedere quella del
cannone, giacché le dimensioni di quest'ultimo dipendono dalle
dimensioni del proiettile che dovrà lanciare.
- Domando la parola - esclamò J.-T. Maston.
La parola gli fu accordata, con la deferenza che il suo eroico passato
meritava.
- Miei valorosi amici, - esordì con accento ispirato - il nostro
presidente ha ragione di dare la precedenza alla questione del
proiettile. Questa palla, che noi stiamo per lanciare sulla Luna, è il
nostro messaggero, il nostro ambasciatore, e io vi domando il permesso
di considerarla da un punto di vista puramente morale.
Questo nuovo modo di considerare una palla da cannone accese
singolarmente la curiosità dei membri della commissione; essi
accordarono quindi la massima attenzione alle parole di J.-T. Maston.
- Miei cari colleghi, - soggiunse costui - sarò breve; lascerò da
parte la palla fisica, la palla che uccide, per non considerare che il
proiettile matematico, il proiettile morale. La palla da cannone è, a
parer mio, la più splendida affermazione della potenza umana; è nel
proiettile che questo si riassume tutta intera. Creando questo
ordigno, l'uomo si è avvicinato in massimo grado al Creatore.
- Molto bene! - esclamò il maggiore Elphiston.
- Infatti, - riprese l'oratore - se Dio ha fatto le stelle e i
pianeti, l'uomo ha fatto la palla da cannone, criterio delle velocità
terrestri, immagine in piccolo degli astri erranti nello spazio, i
quali in realtà non sono altro che dei proiettili. A Dio la velocità
della corrente elettrica, la velocità della luce, la velocità delle
stelle, la velocità delle comete, la velocità dei pianeti, la velocità
dei satelliti, la velocità del suono, la velocità del vento! Ma a noi
la velocità del proiettile, cento volte superiore alla velocità dei
treni e dei cavalli più rapidi.
J.-T. Maston si era trasfigurato in volto; la sua voce assumeva
accenti lirici intonando questo inno sacro al proiettile.
- Volete delle cifre? - continuò. - Eccone alcune molto eloquenti.
Prendiamo semplicemente la modesta palla da 24 (1); se la sua velocità
è ottocentomila volte minore di quella della luce, settantasei volte
minore di quella della Terra nel suo movimento intorno al Sole,
tuttavia appena uscita dal cannone supera la velocità del suono (2):
percorre 467 metri al secondo, 4 chilometri e 670 metri in 10 secondi,
28 chilometri al minuto, 1670 chilometri all'ora, 40077 chilometri al
giorno. Vale a dire la velocità dei punti dell'equatore nel movimento
di rotazione del globo e 14630000 chilometri all'anno. Teoricamente
impiegherebbe dunque undici giorni per arrivare alla Luna, dodici anni
per arrivare al Sole, trecentosessant'anni per raggiungere Nettuno ai
limiti del mondo solare. Ecco che cosa sarebbe in grado di fare questa
modesta palla da cannone, opera delle nostre mani! Pensate cosa sarà
mai quando, ventuplicando la velocità iniziale, la lanceremo alla
bellezza di undici chilometri al secondo! Ah, superba palla da
cannone! splendido proiettile! Mi piace pensare che tu sarai ricevuto
lassù con gli onori dovuti a un ambasciatore della Terra!
Uno scroscio di applausi salutò la conclusione della altisonante
perorazione e J.-T. Maston, commosso, tornò a sedersi tra le
congratulazioni dei colleghi.
- E ora che abbiamo dato larga parte alla poesia, - disse Barbicane -
veniamo al sodo della questione.
- Siamo pronti - risposero i membri della commissione, ingoiando
ciascuno una mezza dozzina di panini imbottiti.
- Sapete quale è il problema da risolvere - riprese il presidente. -
Si tratta di imprimere al nostro proiettile la velocità di dodicimila
iarde al secondo (undici chilometri). Ho motivi per credere che ci
riusciremo. Ma intanto esaminiamo le velocità ottenute fino ad oggi:
il generale Morgan potrà fornirci preziose informazioni al riguardo.
- Tanto più facilmente, - rispose il generale - in quanto durante la
guerra facevo parte della commissione di collaudo. Premetto che i
cannoni da cento di Dahlgreen, che lanciavano il proiettile a
duemilacinquecento tese, gli imprimevano la velocità iniziale di
cinquecento iarde al secondo.
- Bene. E il Columbiad Rodman? (3) - domandò il presidente.
- Il Columbiad Rodman, collaudato al Forte Hamilton, presso New York,
lanciava un proiettile di mezza tonnellata alla distanza di sei
miglia, alla velocità di ottocento iarde al secondo, risultato mai
ottenuto da Armstrong e Palliser in Inghilterra.
- Oh, questi Inglesi! - interruppe J.-T. Maston, puntando il suo
uncino verso oriente.
- Così, dunque, - riprese Barbicane - queste ottocento iarde
rappresenterebbero la velocità massima ottenuta finora?
- Sì - rispose Morgan.
- Osservo, tuttavia, - interferì nuovamente J.-T. Maston - che se il
mio cannone non fosse scoppiato...
- Sì, ma è scoppiato - ribatté Barbicane con un gesto benevolo. -
Prendiamo allora come punto di partenza la velocità di ottocento
iarde. Bisognerà moltiplicarla per venti. Perciò, rinviando a un'altra
seduta la discussione sui mezzi atti a produrre questa velocità,
vorrei richiamare la vostra attenzione, miei cari colleghi, sulle
dimensioni che bisognerà dare al proiettile. Capirete facilmente che
questa volta non si tratta più di proiettili di mezza tonnellata al
massimo.
- Perché no? - domandò il maggiore.
- Perché questo proiettile - rispose animatamente J.-T. Maston -
dev'essere abbastanza grosso da attirare l'attenzione degli abitanti
della Luna, ammesso che ve ne siano.
- Sì, - disse Barbicane - e per una ragione ancora più importante.
- Che intendete dire, Barbicane? - domandò il maggiore.
- Voglio dire che non basta inviare un proiettile e non occuparsene
più; bisogna che noi lo seguiamo durante tutto il percorso, fino al
momento del suo allunaggio.
- Eh? - fecero a un tempo il maggiore e il generale, alquanto
sorpresi.
- Non c'è dubbio - ribatté Barbicane col tono di chi è sicuro di sé; -
altrimenti il nostro esperimento resterebbe senza pratico risultato.
- Ma allora, - replicò il maggiore - volete dare a questo proiettile
dimensioni enormi.
- No, vi prego di ascoltarmi. Voi sapete che gli strumenti ottici
hanno raggiunto una grande perfezione; con certi telescopi siamo
riusciti a ottenere ingrandimenti fino a seimila volte e osservare la
Luna come se fosse a una distanza di 64 chilometri. E a tale distanza
un corpo del diametro di 20 metri riesce perfettamente visibile (4).
Non si è potuto finora spingere oltre la potenza di penetrazione dei
telescopi, poiché ciò sarebbe a danno della nitidezza delle immagini;
e la Luna, che è una superficie riflettente, non manda una luce
sufficiente per consentire un ingrandimento oltre questo limite.
- Ebbene, che farete allora? - domandò il generale. - Darete al
proiettile un diametro di 20 metri?
- No.
- Cercherete allora di rendere la Luna più luminosa?
- Per l'appunto.
- Ah, questa sì che è grossa! - esclamò J.-T. Maston.
- E' molto semplice, invece - rispose Barbicane. - Infatti, se riesco
a diminuire la densità dell'atmosfera che la luce della Luna deve
attraversare, non avrò reso questa luce più intensa?
- Evidentemente sì.
- Ebbene, per ottenere questo risultato, basterà collocare il
telescopio in cima a una montagna assai elevata. Ed è appunto ciò che
faremo.
- Mi arrendo, mi arrendo - rispose il maggiore. - Avete un modo, voi,
di semplificare le cose!... E che ingrandimento sperate di ottenere
così?
- Un ingrandimento di quarantottomila volte, che è come dire portare
la Luna alla distanza di soli nove chilometri, e così gli oggetti, per
essere visibili, basterà che abbiano un diametro di appena tre metri.
- Perfetto! - esclamò J.-T. Maston. - Il nostro proiettile avrà dunque
tre metri di diametro?
- Precisamente.
- Permettetemi di dirvi, tuttavia, - intervenne il maggiore Elphiston
- che il proiettile avrà ancora un peso tale...
- Oh, maggiore, - disse Barbicane - prima di discutere del peso,
lasciate che vi ricordi che i nostri padri hanno fatto cose
meravigliose a questo riguardo. Lungi da me la convinzione che la
balistica non abbia fatto progressi, ma è bene sapere che fin dal
medioevo, furono ottenuti risultati sorprendenti, e oserei dire più
sorprendenti dei nostri.
- Per esempio? - fece Morgan.
- Le prove! - esclamò animatamente J.-T. Maston.
- Niente di più facile - rispose Barbicane! - Ho esempi che appoggiano
le mie affermazioni. Durante l'assedio di Costantinopoli, posto da
Maometto Secondo nel 1453, vennero lanciate palle di pietra del
rispettabile peso di mille e novecento libbre, e perciò di proporzioni
notevoli.
- Oh, oh! - esclamò il maggiore - mille e novecento libbre non sono un
peso da poco.
- A Malta, al tempo dei cavalieri, un certo cannone del Forte di
Sant'Elmo lanciava palle di duemila e cinquecento libbre.
- Impossibile.
- C'è da dire però che, secondo uno storico francese, durante il regno
di Luigi Undicesimo, un mortaio lanciò una palla che pesava soltanto
cinquecento libbre; ma questa bomba, partita dalla Bastiglia, un luogo
dove i pazzi imprigionavano i savi, andò a finire a Charenton, una
prigione in cui i savi tenevano chiusi i pazzi.
- Quest'è bella! - disse J.-T. Maston.
- Insomma, che altro abbiamo visto, dopo? I cannoni Armstrong lanciano
proiettili di cinquecento libbre e i Columbiad Rodman palle di mezza
tonnellata! Si direbbe che quello che si è guadagnato in lunghezza, lo
si è perduto in peso. Ora, se noi indirizziamo i nostri sforzi da
questo lato, con i progressi che intanto ha fatto la scienza dobbiamo
arrivare a decuplicare il peso delle palle lanciate da Maometto
Secondo e dai cavalieri di Malta
- E' evidente - disse il maggiore; - ma quale metallo intendete
impiegare per il proiettile?
- Semplicemente ghisa - disse il generale Morgan.
- Poh, ghisa! - esclamò J.-T. Maston con una smorfia sprezzante. - E'
un materiale troppo comune per un proiettile destinato alla Luna.
- Non esageriamo, onorevole collega - rispose Morgan. - La ghisa è più
che sufficiente.
- Ebbene, - ribatté il maggiore Elphiston - siccome il peso è
proporzionale al volume, un proiettile di ghisa, con tre metri di
diametro, avrebbe ancora un peso enorme!
- Sì, se fosse pieno; no, se sarà vuoto - disse Barbicane.
- Vuoto? Si tratterebbe dunque di un obice?
- Un obice in cui si potranno mettere dei dispacci, - replicò J.-T.
Maston - e un intero campionario dei prodotti della Terra.
- Un obice per l'appunto - rispose Barbicane. - Dev'essere
assolutamente così. Una palla da cento e otto pollici in ghisa peserà
più di duecentomila libbre, ed è un peso evidentemente troppo
considerevole; perciò dovendo conservare una certa stabilità al
proiettile, propongo di non oltrepassare il peso di ventimila libbre.
- E quale risulterebbe in tal caso lo spessore delle pareti? - domandò
il maggiore.
- Se seguiamo la proporzione regolamentare, - continuò Morgan - un
diametro di cento e otto pollici (5) esige pareti di due piedi almeno.
- Troppo - osservò Barbicane; - tenete conto che non si tratta qui di
un proiettile destinato a perforare delle lamiere; saranno quindi
sufficienti pareti abbastanza robuste per resistere alla pressione dei
gas della polvere. Ecco dunque qual è il problema: che spessore dovrà
avere un proiettile di ghisa per non superare il peso di ventimila
libbre? Il nostro provetto computista, il valoroso Maston, ce lo farà
sapere all'istante.
- Niente di più facile - disse l'onorevole segretario della
commissione.
E così dicendo si affrettò a buttar giù sulla carta alcune formule
algebriche; si videro spuntare sotto la sua penna una serie di "pi"
greco e di "x" elevati al quadrato. Parve che estraesse a mente anche
una certa radice cubica. Poi disse:
- Le pareti avranno due pollici di spessore (50 millimetri).
- Basterà? - domandò il maggiore in tono dubbioso.
- No, - rispose il presidente Barbicane - no, evidentemente.
- E allora che si fa? - soggiunse Elphiston imbarazzato.
- Impiegheremo un altro metallo che non sia la ghisa.
- Rame? - domandò Morgan.
- No, è ancora troppo pesante; ho qualcosa di meglio da proporvi.
- Che cosa, dunque? - disse il maggiore.
- Alluminio - rispose Barbicane.
- Alluminio?! - esclamarono i tre colleghi del presidente.
- Sì, amici miei. Voi sapete che un illustre chimico francese, Henri
Sainte-Claire Deville, è riuscito, nel 1854, a ottenere l'alluminio in
massa compatta. Ora, questo prezioso metallo ha il candore
dell'argento, l'inalterabilità dell'oro, la tenacia del ferro, la
fusibilità del rame e la leggerezza del cristallo; lo si può lavorare
con facilità ed è estremamente diffuso in natura perché forma la base
della maggior parte delle rocce; è inoltre tre volte più leggero del
ferro e pare sia stato creato apposta per fornirci la materia del
nostro proiettile!
- Evviva l'alluminio! - esclamò il segretario della commissione,
sempre rumoroso nei suoi momenti di entusiasmo.
- Ma, mio caro presidente, - disse il maggiore - non credete che il
prezzo per l'estrazione dell'alluminio sia troppo elevato?
- Lo era - rispose Barbicane; - ai primi tempi della sua estrazione
una libbra di alluminio costava dai duecentosessanta ai duecento
ottanta dollari; poi è sceso a ventisette dollari, e oggi vale nove
dollari.
- Ma nove dollari alla libbra, - replicò il maggiore, che non si
arrendeva tanto facilmente - è sempre un prezzo esorbitante!
- Non c'è dubbio, mio caro maggiore, ma non è un prezzo inabbordabile.
- E quanto peserà il proiettile? - domandò Morgan.
- Ecco qui i risultati dei miei calcoli - rispose Barbicane; - un
proiettile di cento e otto pollici di diametro e di dodici pollici di
spessore (6), se fosse in ghisa peserebbe sessantasettemila
quattrocentoquaranta libbre; in alluminio il suo peso sarà ridotto a
diciannovemila duecentocinquanta libbre.
- Perfetto! - esclamò Maston. - Questo rientra nel nostro programma.
- Perfetto, perfetto! - fece eco il maggiore. - Ma non pensate che a
nove dollari la libbra questo proiettile ci verrà a costare...
- Centosettantatremila duecentocinquanta dollari, lo so benissimo; ma
non c'è niente da temere, amici miei, non sarà il denaro a mancarci
per la nostra impresa, ve lo garantisco io.
- Pioverà nelle nostre casse! - aggiunse J.-T. Maston.
- Ebbene, che ne pensate dell'alluminio? - domandò il presidente.
- Adottato! - esclamarono i tre membri della commissione.
- Quanto alla forma da dare al proiettile, - riprese a dire Barbicane
- non ha grande importanza, poiché, una volta superata l'atmosfera, la
palla si troverà lanciata nel vuoto; propongo dunque un proiettile
rotondo, che potrà girare su se stesso, a suo piacere, e si comporterà
con la libertà che vuole.
Ebbe così termine la prima seduta della commissione; era stato risolto
definitivamente il problema del proiettile e J.-T. Maston fu molto
lieto al pensiero di inviare un proiettile di alluminio ai Seleniti,
perché «ciò avrebbe fornito loro un'altissima opinione degli abitanti
della Terra».
NOTE.
Nota 1. Intendesi, 24 libbre. La libbra inglese equivale a chilogrammi
0,453.
Nota 2. Così quando uno ode la detonazione non può più essere colpito
dal proiettile.
Nota 3. Gli Americani diedero il nome di Columbiad a queste enormi
macchine di distruzione.
Nota 4. Il maggiore telescopio esistente oggi (a Monte Palomar in
California) permette di osservare la Luna come se essa si trovasse a
35 chilometri di distanza. Si è raggiunta cioè la potenza di
avvicinamento doppia di quella, già considerevolissima, del famoso
telescopio di Parigi, a cui si riferisce Verne (Nota del Traduttore).
Nota 5. Il pollice americano equivale a 25 millimetri.
Nota 6. Rispettivamente 220 e 25 centimetri.
8. STORIA DEL CANNONE.
Le decisioni prese in quella seduta produssero un grande effetto
nell'opinione pubblica. Qualche timoroso si mostrò alquanto spaventato
all'idea di un proiettile di ventimila libbre (nove tonnellate),
lanciato nello spazio. Ognuno si domandava quale cannone potesse mai
imprimere una velocità iniziale sufficiente per una simile massa. La
seconda seduta della commissione doveva rispondere positivamente a
queste domande.
La sera del giorno dopo, i quattro membri del Gun-Club sedevano
davanti a nuove montagne di panini imbottiti e in riva a un vero
oceano di tè. La discussione prese subito il suo corso e, questa
volta, senza preamboli.
- Miei cari colleghi, - disse Barbicane - ci occuperemo della
costruzione del cannone, della sua lunghezza, della sua forma, della
sua composizione e del suo peso. E' probabile che arriveremo a dargli
delle dimensioni gigantesche; ma per quanto grandi siano le
difficoltà, il nostro genio industriale avrà facilmente partita vinta.
Vogliate dunque ascoltarmi e non risparmiatemi le obiezioni più
rigorose. Io non le temo!
Un mormorio di assenso accolse queste parole.
- Non dimentichiamo - continuò Barbicane - a che punto siamo arrivati
con la discussione di ieri; adesso il problema si presenta sotto
quest'altro aspetto: imprimere una velocità iniziale di dodicimila
iarde al secondo a un proiettile di cento otto pollici di diametro e
pesante ventimila libbre.
- Qui sta il vero problema, effettivamente - intervenne il maggiore
Elphiston.
- Proseguo - disse Barbicane. - Che cosa succede quando un proiettile
viene lanciato nello spazio? Viene sollecitato da tre forze
indipendenti: la resistenza dell'aria, l'attrazione della Terra e la
spinta di propulsione che gli viene impressa. Esaminiamo queste tre
forze. La resistenza circostante, cioè quella dell'aria, avrà poca
importanza. In effetti l'atmosfera terrestre non è che di quaranta
miglia. Ora, con una velocità di dodicimila iarde, il proiettile
l'attraverserà in cinque secondi, e questo tempo è talmente breve da
considerare insignificante la resistenza dell'involucro d'aria.
Passiamo allora all'attrazione della Terra, cioè al peso dell'obice.
Sappiamo che il suo peso diminuirà in ragione inversa al quadrato
della distanza; infatti ecco che cosa ci insegna la fisica: quando un
corpo abbandonato a se stesso cade sulla superficie della Terra, la
sua caduta è di quindici piedi (1) nel primo secondo, e se questo
stesso corpo fosse trasportato duecentocinquantasettemila e
centoquarantadue miglia, vale a dire alla distanza che ci separa dalla
Luna, la sua caduta verso la Terra sarebbe ridotta nel primo secondo a
mezza linea, un quarto di millimetro. E' la quasi immobilità. Si
tratta, dunque, di vincere progressivamente questa azione del peso.
Come ci riusciremo? Con la forza di propulsione.
- Qui sta il difficile! - osservò Morgan.
- E' vero, - disse il presidente - ma noi ce la faremo perché la forza
di spinta che ci occorre ci verrà dalla lunghezza del cannone e dalla
quantità della polvere che impiegheremo; e la carica non è limitata
che dalla resistenza del cannone. Occupiamoci perciò delle dimensioni
che dovrà avere il cannone. Poiché questo non è destinato a essere
mosso, è chiaro che potremo stabilirlo in condizioni di resistenza
pressoché illimitate.
- Tutto questo è evidente - rispose il generale.
- Finora, - disse Barbicane, - i cannoni più lunghi, i nostri enormi
Columbiad, non hanno sorpassato i venticinque piedi di lunghezza; e
noi stupiremo non poca gente con le proporzioni che saremo obbligati a
dargli.
- Ah, certo! - esclamò J.-T. Maston. - Per conto mio, chiedo un
cannone di mezzo miglio, al minimo!
- Un pezzo da mezzo miglio! - fecero eco il maggiore e il generale.
- Sì, un pezzo da mezzo miglio, e sarà ancora corto della metà.
- Suvvia, Maston, - intervenne Morgan - state esagerando.
- Niente affatto! - replicò il focoso segretario. - Non capisco perché
mi abbiate tacciato d'esagerazione.
- Perché andate troppo lontano, voi!
- Sappiate, signore, - rispose J.-T. Maston, assumendo l'espressione
dei grandi momenti - sappiate che un artigliere è come un proiettile:
non potrà mai andare troppo lontano.
La disputa stava degenerando negli insulti personali, ma il presidente
intervenne.
- Calma, amici miei, e ragioniamo; evidentemente ci occorre un cannone
di grande volata, poiché la lunghezza del pezzo accresce lo scoppio
del gas accumulato sotto il proiettile; ma è inutile oltrepassare
certi limiti.
- Esatto - disse il maggiore.
- Quali sono le norme usate in simili casi? Ordinariamente la
lunghezza di un cannone è da venti a venticinque volte il diametro del
proiettile e il cannone pesa dalle duecentotrentacinque alle
duecentoquaranta volte più di questo.
- Non è abbastanza - intervenne con impeto J.-T. Maston.
- Ne convengo, mio buon amico, ed effettivamente seguendo questa
proporzione, per un proiettile lungo nove piedi e pesante ventimila
libbre, il cannone non avrebbe che una lunghezza di
duecentoventicinque piedi e un peso di sette milioni e duecentomila
libbre.
- E' ridicolo - intervenne di nuovo J.-T. Maston. - Tanto varrebbe
allora usare una pistola.
- La penso anch'io così, - rispose Barbicane - ed è per questo che mi
propongo di quadruplicare questa lunghezza e di costruire un cannone
di novecento piedi (320 metri).
Il generale e il maggiore mossero alcune obiezioni; ciononostante la
proposta, appoggiata calorosamente dal segretario del Gun-Club, venne
definitivamente approvata.
- E ora, - disse Elphiston - che spessore dare alle sue pareti?
- Uno spessore di sei piedi - rispose Barbicane.
- Non penserete certo di montare una simile massa su un affusto -
domandò il maggiore.
- Sarebbe magnifico, però! - esclamò J.-T. Maston.
- Ma poco pratico - disse Barbicane. - No, penso di far fondere il
cannone sul posto, di stringerlo con cerchi di ferro forgiato e di
fasciarlo con una spessa muratura di pietra e calce, in modo che possa
sfruttare tutta la resistenza del terreno circostante. Una volta fuso
il pezzo, l'anima verrà alesata con cura e calibrata in modo da
eliminare il vento (2) del proiettile; così non si avrà alcuna perdita
di gas e tutta la forza di spinta della polvere verrà sfruttata.
- Urrà! urrà! - gridò J.-T. Maston. - Abbiamo finalmente il cannone
che fa per noi.
- Non ancora! - rispose Barbicane, cercando di calmare l'impaziente
amico con un gesto della mano.
- Perché mai?
- Perché non abbiamo ancora discusso della sua forma. Sarà un cannone,
un obice o un mortaio?
- Un cannone - intervenne Morgan.
- Un obice - disse il maggiore.
- Un mortaio! - gridò J.-T. Maston.
Si stava avviando una nuova vivacissima discussione, in cui ognuno
proponeva la sua arma preferita, ma a questo punto il presidente
tagliò corto.
- Amici miei, - disse - vedrò di mettervi tutti d'accordo; il nostro
Columbiad prenderà allo stesso tempo da tutte e tre queste bocche da
fuoco. Sarà un cannone, perché la camera di scoppio avrà lo stesso
diametro dell'anima. Sarà un obice, perché lancerà un obice. E
finalmente sarà un mortaio, perché verrà puntato con un angolo di
novanta gradi e perché, senza possibilità di rinculo, tenacemente
fissato al suolo, comunicherà al proiettile tutta la forza di spinta
accumulata nei suoi fianchi.
- Adottato, adottato! - risposero i membri della commissione.
- Una semplice domanda - disse Elphiston: - questo cannone-obice-
mortaio sarà rigato?
- No, - rispose Barbicane - no; ci occorre una velocità iniziale
enorme e sapete bene che il proiettile esce meno rapidamente dal
cannone rigato che dal cannone ad anima liscia.
- Giusto.
- Questa volta è pronto, finalmente! - esclamò J.-T. Maston.
- Non è ancora detta l'ultima parola - intervenne il presidente.
- Perché?
- Perché non sappiamo ancora di che metallo sarà fatto.
- Decidiamolo subito.
- Adesso vi farò la mia proposta.
I quattro membri della commissione ingoiarono una dozzina di panini
ciascuno, bevvero una tazza di tè, poi la discussione riprese.
- Miei cari colleghi, - disse Barbicane - il nostro cannone dovrà
essere molto tenace e solido, resistente al calore, insolubile e
inossidabile all'azione corrosiva degli acidi.
- Non ci sono dubbi al riguardo - rispose il maggiore; - non avremo
l'imbarazzo della scelta dal momento che ci occorrerà una
considerevole quantità di metallo.
- Allora, - disse Morgan - io propongo per la costruzione del
Columbiad la migliore lega finora conosciuta, vale a dire cento parti
di rame, dodici di stagno e sei di ottone.
- Amici miei, - rispose il presidente - ammetto che questa lega abbia
dato risultati eccellenti, ma in questo caso costerebbe troppo cara e
sarebbe di difficile impiego. Penso quindi che si debba, sì, adoperare
un materiale eccellente, ma di basso prezzo, come la ghisa. Non siete
di questo parere, maggiore?
- Sì, perfettamente - rispose Elphiston.
- Infatti, - riprese Barbicane - la ghisa costa dieci volte di meno
del bronzo; è facile a fondersi e si può colare semplicemente negli
stampi di sabbia; offre una rapida manipolazione ed economia di denaro
e di tempo. Del resto, questo materiale è eccellente, e ricordo che
durante la guerra, all'assedio di Atlanta, alcuni pezzi in ghisa
spararono mille colpi ciascuno, a intervalli di venti minuti, senza
dare segni di usura.
- Tuttavia, la ghisa è molto fragile - obiettò Morgan.
- Sì, ma è anche molto resistente; ad ogni modo, posso garantirvi che
non esploderemo.
- Si può esplodere ed essere onesti - sentenziò J.-T. Maston.
- Evidentemente - rispose Barbicane. - Prego dunque il nostro buon
segretario di calcolare il peso di un cannone in ghisa lungo novecento
piedi, con un diametro interno di nove piedi e pareti di sei piedi di
spessore.
- All'istante! - rispose J.-T. Maston.
E, come aveva fatto il giorno avanti, allineò le sue formule con
meravigliosa abilità, e in capo a un minuto comunicò:
- Questo cannone peserà sessantottomila e quaranta tonnellate.
- E a due "cents" la libbra, verrà a costare...
- Due milioni cinquecentodiecimila settecentouno dollari.
J.-T. Maston, il maggiore e il generale rivolsero a Barbicane
un'occhiata inquieta.
- Ebbene, signori, - disse il presidente - vi ripeto quello che vi ho
detto ieri: state tranquilli, i milioni non ci mancheranno.
E con questa assicurazione del presidente, la commissione si sciolse,
dopo avere concordato la terza riunione per la sera del giorno
seguente.
NOTE.
Nota 1. Ossia 4 metri e 90 centimetri nel primo secondo; alla distanza
in cui si trova la Luna la caduta non sarebbe più che 1 millimetro e
un terzo ossia di 590 millesimi di linea, essendo la linea circa 0,5
millimetri.
Nota 2. «Vento», in balistica, è lo spazio che a volte esiste tra il
proiettile e la parete interna del pezzo che lo lancia.