home menu biografia libri rom altipiano carapigna
maestri biblioteca shoah ebraica benzi scrittori cerca libro

                                                                                                                           

 

 Dalla Terra alla Luna

 

 
 
    Jules Verne.
    DALLA TERRA ALLA LUNA.

    1. IL GUN-CLUB.
    Durante  la  Guerra  di  Secessione negli Stati Uniti a Baltimora,  in
    pieno Maryland, nacque un nuovo club assai influente.  Tutti sanno con
    quale  energia  si  sia tradotto in opera l'istinto militare di questo
    popolo di mercanti e di meccanici.  Comuni negozianti  scavalcarono  i
    loro  banconi per improvvisarsi capitani,  colonnelli e generali senza
    avere mai frequentato la scuola militare  di  West  Point  e  tuttavia
    eguagliarono nell'arte della guerra i colleghi del vecchio continente,
    collezionando  al  pari  di  questi  vittoria  su  vittoria  a suon di
    proiettili, di milioni e di uomini.
    Ma fu nella scienza della balistica che gli Americani sorpassarono  di
    gran lunga gli Europei. Non che le loro armi avessero raggiunto un più
    alto grado di perfezionamento,  ma esse avevano dimensioni inusitate e
    di conseguenza gittate sconosciute fino a quel momento.  In  fatto  di
    alzo  zero,  di  tiro  diretto e indiretto,  di fuoco di striscio,  di
    infilata o di sbarramento, Inglesi, Francesi e Prussiani non hanno più
    niente da imparare;  ma i loro cannoni,  i loro obici e i loro  mortai
    non   sono  che  semplici  rivoltelle  a  paragone  della  formidabile
    artiglieria americana.
    Tutto  questo  non  deve  stupire   nessuno.   Gli   Yankees,   questi
    insuperabili  maestri  nella  meccanica,   sono  ingegneri,  come  gli
    Italiani sono musicisti e i Tedeschi filosofi... dalla nascita. Niente
    di più naturale,  dunque,  che vederli applicare  alla  scienza  della
    balistica  la  loro  audace  ingegnosità.  Il  risultato  è che i loro
    giganteschi cannoni,  assai meno utili delle macchine da cucire,  sono
    ugualmente  sbalorditivi  e  ancora  più ammirati.  In questo campo si
    conoscono nomi prestigiosi, come Parrott, Dahlgreen,  Rodman.  Ai vari
    Armstrong,  ai Pallisser e ai Treuille de Beaulieu non restò altro che
    inchinarsi davanti ai loro rivali d'oltre oceano.
    Dunque,  gli artiglieri  occuparono  sempre  il  primo  posto  durante
    l'atroce  conflitto  tra  Nordisti  e Sudisti;  i giornali dell'Unione
    proclamavano a grandi titoli le loro invenzioni e non  c'era  un  solo
    bottegaio e sprovveduto "booby" (bighellone),  che non si spremesse le
    meningi giorno e notte per calcolare traiettorie insensate.
    E' risaputo che quando un americano ha un'idea che gli frulla in testa
    cerca un secondo americano che la condivida.  Se sono in tre  nominano
    un  presidente  e  due  segretari;   in  quattro,  nominano  anche  un
    archivista l'impresa comincia a funzionare. In cinque, si convocano in
    assemblee generale e il club è  costituito.  Così  appunto  avvenne  a
    Baltimora.  Il  primo  che  inventò il nuovo cannone si associò con il
    primo che lo fuse e con i primo che lo perforò. Fu questo il germe del
    Gun-Club.  Un  mese  dopo  la  sua  fondazione  il  club  contava  già
    milleottocentotrentatré           soci           effettivi           e
    trentamilacinquecentosettantacinque soci corrispondenti.
    Condizione "sine qua non" per chiunque volesse essere  ammesso  questa
    associazione  era  di aver inventato o almeno perfezionato un cannone;
    in mancanza del cannone bastava una qualsiasi arma da fuoco.  Ma,  per
    dirla com'era,  gli inventori di pistole a quindici colpi, di carabine
    a  ripetizione  e  di  sciabole-pistole   non   godevano   di   grande
    considerazione. A precederli erano immancabilmente gli artiglieri.
    «La  stima  che  essi  riscuotono»,  dichiarò  un giorno uno fra i più
    brillanti oratori del Gun-Club,  «è proporzionata al volume  dei  loro
    mortai e al quadrato delle distanze raggiunte dai loro proiettili!».
    Ancora  un  passo  e  avremmo avuto anche nel campo morale la legge di
    Newton sulla gravitazione universale.
    Gettate le fondamenta del Club,  ci si può immaginare ciò che il genio
    inventivo  degli  Americani  seppe  produrre.  Gli armamenti assunsero
    proporzioni colossali e i proiettili, andando oltre i limiti previsti,
    erano in grado di tagliare in  due  chi  gli  capitava  a  tiro.  Tali
    invenzioni    presero   un   vantaggio   enorme   sui   timidi   pezzi
    dell'artiglieria europea.  E' sufficiente dare un'occhiata alle  cifre
    che seguono.
    In passato,  «ai bei tempi»,  una palla da trentasei, alla distanza di
    oltre novanta metri,  attraversava trentasei cavalli presi di fianco e
    sessantotto  uomini.  Si  era  all'infanzia di quest'arte bellica.  Da
    allora i proiettili ne hanno fatta di strada.  Il cannone Rodman,  che
    lanciava  una  palla  di mezza tonnellata a oltre undici chilometri di
    distanza,  avrebbe abbattuta con  facilità  centocinquanta  cavalli  e
    trecento  uomini.  Al  Gun-Club si propose addirittura di eseguirne la
    prova in  modo  solenne.  Ma  se  i  cavalli  acconsentivano  a  farne
    l'esperienza, furono gli uomini a rifiutarla, sfortunatamente.
    Comunque fosse, l'effetto di quei cannoni era assai micidiale e a ogni
    scarica  i  combattenti  cadevano  come  spighe  sotto la falce.  Cosa
    valeva,  al confronto con questi proiettili,  la famosa  palla  che  a
    Coutras,  nel  1587,  mise  fuori combattimento venticinque uomini,  e
    quell'altra che a Zorndoff, nel 1758, uccise quaranta fantaccini, o il
    cannone austriaco di Kesselsdorf che nel 1742 a ogni sparo stendeva al
    suolo settanta nemici?  Che cos'erano le  sorprendenti  esplosioni  di
    Jena  e di Austerlitz,  che decisero le sorti della battaglia?  Si era
    visto ben altro durante la Guerra di Secessione!  Nella  battaglia  di
    Gettysburg,  un  proiettile conico lanciato da un cannone rigato colpì
    centosettantatré confederati;  e,  nella traversata del  Potomac,  una
    palla   Rodman   spedì   in   un   mondo  evidentemente  migliore  ben
    duecentoquindici  sudisti.  C'è  anche  da  ricordare  un  formidabile
    mortaio,  inventato  da J.-T.  Maston,  distinto membro e segretario a
    vita del Gun-Club,  il cui  risultato  fu  ben  diversamente  mortale,
    poiché  allo  sparo di prova uccise trecentotrentasette persone...  ma
    per la verità, l'aveva fatto esplodendo!
    Che altro aggiungere a queste cifre già tanto eloquenti per se stesse?
    Nulla.  Nessuna contestazione quindi al calcolo fatto dall'esperto  in
    statistiche Pictairn: dividendo il numero delle vittime cadute sotto i
    proiettili  per quello dei soci del Gun-Club,  egli trovò che ciascuno
    di    questi    signori    aveva    ucciso    «in    media»    duemila
    trecentosettantacinque uomini, più una frazione.
    Se esaminiamo attentamente queste cifre, ci rendiamo conto che l'unica
    preoccupazione  di  questa comunità di menti elette era la distruzione
    dell'umanità a scopo filantropico e che il perfezionamento delle  armi
    da guerra veniva considerato un mezzo di civilizzazione.
    In  fondo  questa  accolta  di gran bravi figlioli era un'assemblea di
    Angeli Sterminatori.
    Va detto, inoltre, che questi Yankees,  coraggiosi a tutta prova,  non
    si fermarono a semplici formule,  ma pagarono di persona.  Tra di loro
    si annoveravano ufficiali di ogni grado, tenenti o generali,  militari
    di  ogni  età,  alcuni  che erano agli inizi della carriera militare e
    altri che invecchiavano sugli affusti di cannone.  Molti rimasero  sui
    campi di battaglia e i loro nomi sono scritti nell'albo d'oro del Gun-
    Club,  e  tra  i  reduci  la  maggior  parte  portava  i  segni di una
    indiscutibile audacia.  Grucce,  gambe di legno,  braccia artificiali,
    mani a uncino,  mascelle di gomma,  crani d'argento,  nasi di platino,
    niente mancava alla collezione e il predetto  Pictairn  calcolò  anche
    che nel Gun-Club si arrivava a un braccio intero ogni quattro persone,
    e soltanto a due gambe ogni sei.
    Ma  quei  baldi artiglieri non se ne curavano affatto e ogni volta che
    un bollettino di guerra comunicava che il  numero  delle  vittime  era
    dieci  volte  superiore  a  quello dei proiettili sparati si sentivano
    fieri, e a buon diritto.
    Tuttavia un giorno, un triste e malaugurato giorno, fu firmata la pace
    dai superstiti,  a poco a poco  cessarono  le  detonazioni,  i  mortai
    tacquero,  gli  obici  vennero  imbavagliati,  i cannoni rientrarono a
    testa bassa negli arsenali,  i proiettili disinnescati  finirono  come
    ornamento nei giardini pubblici, i truci ricordi sbiadirono, il cotone
    tornò   a   germogliare   rigogliosamente  nei  campi  abbondantemente
    concimati,  si smisero gli abiti di lutto insieme con le lacrime e  il
    Gun-Club restò a lungo inattivo.
    Alcuni  lavoratori  ostinati  e  sgobboni  continuarono a fare calcoli
    balistici, a sognare bombe gigantesche e obici incomparabili. Ma senza
    la pratica,  a che pro queste vane teorie?  Perciò le sale di riunione
    si  facevano deserte,  i domestici sonnecchiavano nelle anticamere,  i
    giornali ammuffivano sui tavoli,  gli angoli bui  rintronavano  di  un
    triste  russare,  e  i  soci  del Club,  un tempo così fragorosi,  ora
    ammutoliti da una pace  tanto  disastrosa,  parevano  intorpiditi  nei
    sogni di un'artiglieria platonica!
    -  E' davvero una cosa desolante - disse una sera il prode Tom Hunter,
    mentre le sue gambe di legno quasi si carbonizzavano nel caminetto del
    salotto. - Niente da fare! Niente da sperare!  Che vita tediosa!  Dove
    sono  andati i bei tempi in cui il cannone ci risvegliava ogni mattina
    con le sue allegre detonazioni?
    - Altri tempi - fece eco l'arguto Bilsby,  cercando di  distendere  le
    braccia   che   gli   mancavano.   -   Allora  sì  che  c'erano  delle
    soddisfazioni!  Uno inventava il proprio obice e appena fuso andava  a
    sperimentarlo  di  fronte  al  nemico.  Poi  si  tornava  al campo con
    l'incoraggiamento di Sherman e la stretta di mano  di  McClellan!  (1)
    Oggi  invece  anche  i  generali  sono  tornati dietro la scrivania e,
    anziché palle di cannone, spediscono inoffensive balle di cotone!  Ah,
    per  santa  Barbara,  il  futuro  dell'artiglieria  è ormai morto,  in
    America!
    - Sì,  Bilsby - esclamò  il  colonnello  Blomsberry.  -  Sono  crudeli
    disillusioni  queste!  Un bel giorno si lasciano le proprie tranquille
    abitudini,  si abbandona Baltimora per correre sui campi di battaglia,
    si  combatte  da  eroi  per due o tre anni,  poi si perde il frutto di
    tante fatiche per addormentarsi in un ozio deplorevole e starsene  con
    le mani in tasca.
    A  dire  il  vero,  il valente colonnello si sarebbe trovato per altro
    imbarazzatissimo se  avesse  voluto  mettere  in  atto  queste  ultime
    parole, e non già perché gli mancassero le tasche...
    -  E  nessuna  guerra  in  vista!  -  ribatté il famoso J.-T.  Maston,
    grattandosi il cranio di guttaperca con il suo uncino di ferro.  - Non
    una  nuvola all'orizzonte e pensare che c'è tanta strada da percorrere
    nella scienza dell'artiglieria!  Io che vi parlo  ho  appena  ultimato
    proprio  stamani  un disegno,  per esteso e in sezione,  di un mortaio
    destinato a mutare le leggi della guerra!
    - Davvero? - replicò Tom Hunter, pensando involontariamente all'ultimo
    esperimento dell'illustre J.-T. Maston.
    - Davvero - fece eco costui. - Ma a che giovano tanti progetti portati
    a buon fine,  tante  difficoltà  superate?  Non  si  lavora  forse  in
    perdita?  I  popoli  del  Nuovo  Mondo sembrano essersi data parola di
    vivere in pace,  mentre la nostra bellicosa "Tribune"  (2)  pronostica
    future catastrofi dovute allo scandaloso incremento della popolazione!
    - E intanto, Maston, - intervenne il colonnello Blomsberry - in Europa
    continuano a battersi in difesa dei vari nazionalismi!
    - E con questo?
    - Voglio dire che laggiù ci sarebbe qualcosa da fare,  se accettassero
    i nostri servizi...
    -  Che  dite  mai?  -  esclamò  Bilsby.  -  Dedicarsi  alla  balistica
    nell'interesse di stranieri!
    - Sempre meglio che starsene qui a fare niente - ribatté il colonnello
    -  Sarebbe  meglio,  non  c'è dubbio - disse J.-T.  Maston.  - Ma a un
    espediente del genere non si deve neppure pensare.
    - E perché mai? - domandò il colonnello.
    - Perché le idee che nel Vecchio Mondo si hanno sul progresso sono  in
    contrasto  con  le  nostre  abitudini  di Americani.  Quella gente non
    immagina neanche che si possa diventare generale in  capo  senza  aver
    prima  prestato servizio come sottotenente,  la qual cosa sarebbe come
    dire che uno non può essere buon puntatore se non si è fuso da  sé  il
    cannone! E questo è semplicemente...
    -  Assurdo!  -  intervenne  Tom  Hunter,  continuando  a tagliuzzare i
    braccioli della sua poltrona a colpi di "bowie-knife" (3).  - E stando
    così  le  cose,  non  ci  resta  che  andarcene a piantare tabacco o a
    distillare olio di balena!
    - Come sarebbe a dire!? - scattò J.-T. Maston con voce rombante. - Non
    dovremo impiegare gli ultimi anni della nostra vita al perfezionamento
    delle armi da fuoco?  Non ci si offriranno dunque più nuove  occasioni
    di  migliorare  la traiettoria dei nostri proiettili?  Il cielo non si
    illuminerà più del bagliore dei nostri  cannoni?  E  nessun  incidente
    internazionale  ci  permetterà  di dichiarare guerra a qualche potenza
    transatlantica?  I Francesi non manderanno a picco neanche  una  delle
    nostre navi a vapore e gli Inglesi non imprigioneranno, a dispetto del
    diritto delle genti, tre o quattro nostri connazionali?
    - No,  Maston,  - rispose il colonnello Blomsberry - non avremo questa
    fortuna,  no!  Nessuno di questi incidenti si  verificherà,  e  se  si
    verificasse,  noi  non  ne  approfitteremo.  La  suscettibilità  degli
    Americani si va smorzando di giorno in giorno e  finiremo  per  essere
    governati dalle donne!
    - E' vero, ci stiamo umiliando - confermò Bilsby.
    - E ci umiliano - soggiunse Tom Hunter.
    - E' fin troppo vero - ribatté J.-T.  Maston con più impeto. - Ci sono
    per aria mille ragioni per battersi e nessuno  si  fa  avanti!  Si  fa
    economia  di  braccia  e di gambe,  a profitto di gente che non sa che
    farsene.  Eccovi,  senza cercare tanto lontano,  un  buon  motivo  per
    dichiarare  guerra:  l'America del Nord non apparteneva,  prima,  agli
    Inglesi?
    - Non v'è dubbio - rispose Tom  Hunter,  tormentando  rabbiosamente  i
    tizzoni con la punta della sua stampella.
    - Ebbene, - riprese a dire J.-T. Maston - perché mai l'Inghilterra non
    dovrebbe appartenere a sua volta agli Americani?
    - Più che giusto - ammise il colonnello Blomsberry.
    -  Andate  a  proporlo al Presidente degli Stati Uniti - esclamò J.-T.
    Maston - e vedrete come vi riceverà!
    - Ci accoglierà male - mormorò Bilsby fra i quattro  denti  che  aveva
    salvati dalla battaglia.
    -  In  fede  mia,  -  disse  J.-T.  Maston - alle prossime elezioni il
    Presidente farà bene a non contare sul mio voto!
    - E neppure sul nostro - fecero eco i bellicosi veterani.
    - Frattanto,  - soggiunse J.-T.  Maston - ecco la mia conclusione:  se
    non  mi si fornisce l'opportunità di sperimentare il mio nuovo mortaio
    su un vero campo di battaglia,  io do le dimissioni da socio del  Gun-
    Club e corro a seppellirmi nelle praterie dell'Arkansas.
    -  E  noi  vi seguiremo - risposero gli interlocutori dell'ardimentoso
    J.-T. Maston.
    Le cose stavano a questo punto, gli animi si surriscaldavano e il Club
    pareva minacciato da  una  imminente  dissoluzione,  quando  un  fatto
    inatteso venne a scongiurare la dolorosa catastrofe.
    Il  giorno  seguente  a  quello  in cui si era svolta la conversazione
    riferita,  ogni membro  effettivo  del  Club  riceveva  una  circolare
    redatta in questi termini:
    "Baltimora, 3 ottobre.
    Il presidente del Gun-Club ha l'onore di avvertire i suoi colleghi che
    nella  seduta  del 5 corrente farà loro una comunicazione di vivissimo
    interesse. Li prega, pertanto,  di rinunciare a ogni altro impegno per
    non mancare all'invito fatto con la presente.
    Molto cordialmente vostro
    IMPEY BARBICANE,
    presidente del Gun-Club."
    NOTE.
    Nota  1.   William  Tecumseh  Sherman  (1820-1891)  e  George  Brinton
    McClellan (1826-1885) guidarono le truppe  nordiste  nella  Guerra  di
    Secessione (Nota del Traduttore).
    Nota 2. Il più focoso giornale abolizionista dell'Unione.
    Nota 3. Coltello a lama larga.







    2. COMUNICAZIONE DEL PRESIDENTE BARBICANE.
    Alle  otto di sera del 5 ottobre,  una folla compatta gremiva i saloni
    del Gun-Club, al numero 21 della Union Square. Tutti i membri del Club
    residenti a Baltimora avevano aderito all'invito del loro  presidente.
    Quanto  ai  membri  corrispondenti,  le corriere li avevano sbarcati a
    centinaia nelle vie della città,  e per quanto grande  fosse  la  sala
    delle riunioni,  tutta quella folla di scienziati non vi aveva trovato
    posto;  perciò si dovettero accontentare  delle  sale  adiacenti,  dei
    corridoi e dei cortili esterni,  dove si confondevano con la massa dei
    curiosi che si accalcava alle porte; ognuno cercava di farsi largo per
    accaparrarsi  le  prime  file,   avido   di   conoscere   l'importante
    comunicazione del presidente Barbicane; si spingevano, si urtavano, si
    schiacciavano  con  quella  libertà  di movimento peculiare alle masse
    educate al «self-control».
    Un forestiero che quella sera si fosse trovato a Baltimora non avrebbe
    potuto ottenere nemmeno a  prezzo  d'oro  l'accesso  al  salone  delle
    riunioni,  riservato  unicamente ai membri residenti e corrispondenti.
    Nessun altro all'infuori di costoro vi era ammesso e i notabili  della
    città,  gli  amministratori  del  Comune,  i «selectmen» (1),  avevano
    dovuto mischiarsi alla folla dei loro amministrati per poter afferrare
    a volo le notizie che trapelavano dall'interno.
    Il  salone  delle  riunioni  offriva  allo  sguardo   uno   spettacolo
    originale.  Quell'aula era del tutto appropriata al suo impiego.  Alte
    colonne,  formate da  cannoni  sovrapposti,  ai  quali  grossi  mortai
    servivano  da  piedestallo,  reggevano  l'elegante  trabeazione  della
    volta,  vero  merletto  di  ferro  battuto.  Trofei  di  schioppi,  di
    tromboni,  di archibugi e carabine, armi da fuoco antiche e moderne di
    ogni specie,  erano disposti a ventaglio sulle pareti  in  pittoreschi
    intrecci.   Da  un  migliaio  di  pistoloni,  collocati  a  foggia  di
    lampadari,  usciva  una  vivida  fiamma  a  gas;  l'illuminazione  era
    completata  da  girandole  di  rivoltelle  e  doppieri fatti di fucili
    legati in fasci.  Modelli di  cannoni,  blocchi  di  bronzo,  bersagli
    crivellati,  lastre  perforate dai proiettili del Gun-Club,  corone di
    bombe,  collane  di  palle,  e  tutti  gli  attrezzi  dell'artiglieria
    riempivano  di meraviglia gli occhi dei presenti per la loro magnifica
    disposizione,   facendo  supporre  che  il  loro  impiego  fosse   più
    decorativo che micidiale.
    Il  posto  d'onore  era  riservato  a  un frammento,  custodito in una
    splendida vetrina,  di culatta rotto e contorto  dalla  potenza  della
    polvere da sparo, resto prezioso del cannone di J.-T. Maston.
    Il  presidente,  assistito  da  quattro  segretari,  occupava  l'ampio
    spiazzo all'estremità della sala. Il suo seggio, montato su un affusto
    scolpito,  aveva  nell'insieme  l'aspetto  di  un  mortaio  di  grosso
    calibro, puntato a novanta gradi e sospeso per gli orecchioni, di modo
    che  il  presidente  poteva  a  suo  piacere  imprimergli,  come a una
    "rocking-chair" (2), un dondolìo assai piacevole, specialmente durante
    la calura estiva.  Sul tavolo,  fatto con una lunga  lastra  metallica
    sostenuta  da  sei  cannoncini  corti  e  grossi,  c'era  un artistico
    calamaio ricavato da un frammento d'obice deliziosamente  cesellato  e
    un  campanello  a  detonazione  che  all'occorrenza  sparava  come  un
    revolver.  Durante le sedute più tumultuose questo campanello di nuovo
    genere  riusciva  a  fatica  a  coprire  le  voci  di  quella  legione
    d'artiglieri sovreccitati.
    Di fronte al tavolo del presidente erano stati disposti gli  sgabelli,
    a zigzag come i camminamenti delle trincee,  e formavano un succedersi
    di bastioni e di cortine dove prendevano posto i membri del  Gun-Club;
    si  poteva a buon diritto affermare che quella sera «c'era gente sulla
    barricata».  Il presidente infatti era fin troppo bene conosciuto e si
    sapeva che egli non era il tipo da disturbare i suoi colleghi senza un
    motivo di massima gravità.
    Impey  Barbicane  era  un  uomo di quarant'anni,  compassato,  freddo,
    austero,  di temperamento molto serio e  meditativo,  esatto  come  un
    cronometro,  autoritario,  inflessibile;  di  maniere spicce,  spirito
    avventuroso ma tendente al pratico anche nelle imprese più  temerarie;
    uomo  per eccellenza della Nuova Inghilterra,  nordista colonizzatore,
    discendente di quelle "Teste Rotonde" (3) così  funeste  agli  Stuart,
    nemico implacabile dei nobilucci del Sud,  di quegli antichi Cavalieri
    della madre-patria. In una parola, uno Yankee tutto d'un pezzo.
    Barbicane aveva accumulato una rilevante fortuna con il commercio  del
    legname;   incaricato  durante  la  guerra  dell'organizzazione  delle
    artiglierie,  si mostrò  fertile  di  invenzioni;  di  idee  avanzate,
    contribuì in maniera determinante al progresso di quest'arma, dando un
    incomparabile impulso alla scienza sperimentale.
    Era  un  uomo  di media statura e aveva,  rara eccezione nel Gun-Club,
    tutte le membra intatte.  Il suo profilo marcato pareva disegnato  con
    la squadra e il tiralinee e,  se si vuol dare credito al detto che per
    indovinare gli istinti di un uomo basti osservarne i tratti  esteriori
    del  volto,  guardato  così  Barbicane  aveva tutte le caratteristiche
    dell'uomo energico, audace e di sangue freddo.
    In quel momento se ne stava immobile sulla sua poltrona, chiuso in sé,
    muto,  assorto all'ombra dell'ampio cappello,  quel cilindro  di  seta
    nera, che sembra avvitato sui crani degli Americani.
    Attorno  a  lui  i  colleghi  discorrevano  rumorosamente,  ma  non lo
    distraevano; essi si interrogavano tra loro, formulavano supposizioni,
    scrutavano il  loro  presidente  tentando,  ma  invano,  di  decifrare
    l'incognita della sua imperturbabile fisionomia.
    Appena  l'orologio  a  fulminante  della  grande sala ebbe scoccato le
    otto,  Barbicane si alzò di scatto come sospinto da una molla.  Ci  fu
    subito  assoluto  silenzio  e  l'oratore,  con tono alquanto enfatico,
    prese la parola:
    - Egregi colleghi,  da molto tempo ormai una sterile pace è  venuta  a
    gettare  i membri del Gun-Club in un deplorevole ozio.  Dopo anni così
    ricchi di avventure e  di  conquiste,  abbiamo  dovuto  tralasciare  i
    nostri  lavori  e arrestarci di colpo sulla via del progresso.  Io non
    esito a proclamare a gran voce che qualsiasi  guerra,  che  venisse  a
    rimetterci le armi in pugno, sarebbe bene accetta...
    - Sì, la guerra! - gridò l'impetuoso J.-T. Maston.
    - Non interrompete, silenzio! - si protestò da ogni parte.
    -  Ma la guerra,  - proseguì Barbicane - la guerra è impensabile nelle
    circostanze attuali,  e per quanto possa sperarla il  nostro  illustre
    collega che mi ha interrotto, passeranno molti anni prima che i nostri
    cannoni tuonino su un campo di battaglia.  Pertanto conviene decidersi
    a cercare, in un altro ordine di idee, un nuovo alimento per la voglia
    di agire che ci divora.
    L'assemblea comprese che il presidente  stava  per  toccare  il  punto
    delicato della questione e raddoppiò l'attenzione.
    - Da alcuni mesi,  miei egregi colleghi,  - riprese a dire Barbicane -
    mi  sto  domandando  se,   pur  restando  nel   campo   della   nostra
    specializzazione,   non   potessimo  intraprendere  qualche  grandioso
    esperimento degno del  secolo  diciannovesimo.  Ho  pertanto  cercato,
    lavorato,  calcolato  e  dai miei studi è scaturita la convinzione che
    noi  dovremmo  riuscire  in  un'impresa  che  ad  ogni  altra  nazione
    sembrerebbe  impossibile.  E  questo  progetto,  lungamente elaborato,
    costituirà appunto l'argomento della mia comunicazione: è un  progetto
    degno di voi,  degno del Gun-Club, e destinato a suscitare gran rumore
    nel mondo.
    - Molto rumore? - domandò un artigliere eccitato.
    - Molto rumore nel vero senso della parola - rispose Barbicane.
    - Basta con le interruzioni! - ripeterono più voci.
    - Vi prego allora,  egregi colleghi,  - riprese  il  presidente  -  di
    accordarmi tutta la vostra attenzione.
    Un  fremito  percorse  l'assemblea.  Barbicane,  con rapido gesto,  si
    assicurò il cappello a cilindro sulla testa,  poi riprese il  discorso
    con voce calma:
    -  Non  c'è nessuno tra voi,  egregi colleghi,  che non abbia visto la
    Luna o che almeno non ne abbia sentito parlare. Non vi meravigliate se
    mi soffermo a parlarvi dell'astro delle notti. A noi forse è riservato
    l'onore d'essere i  Cristoforo  Colombo  di  quel  mondo  sconosciuto.
    Comprendetemi,  assecondatemi  con  tutte  le  vostre  energie e io vi
    condurrò alla sua conquista,  e il suo nome  verrà  ad  aggiungersi  a
    quello   dei   trentasei   Stati   che  formano  questo  grande  paese
    dell'Unione!
    - Urrà per la Luna! - gridò a una sola voce il Gun-Club.
    - La Luna è stata oggetto di molti studi - riprese a dire Barbicane; -
    la sua massa,  la sua densità,  il suo peso,  il suo  volume,  la  sua
    formazione,  i  suoi  movimenti,  la  sua distanza e il ruolo che essa
    svolge nel sistema  solare,  sono  perfettamente  calcolati;  esistono
    carte  selenogràfiche (4) tracciate con perfezione tale da eguagliare,
    se non superare, quella delle carte terrestri, mentre la fotografia ci
    ha fornito  del  nostro  satellite  delle  immagini  di  incomparabile
    bellezza  (5).  In  breve,  della  Luna conosciamo tutto quello che le
    scienze matematiche,  l'astronomia,  la geologia  e  l'ottica  possono
    insegnarci;  tuttavia, finora non si è mai stabilita una comunicazione
    diretta con essa.
    Un moto d'interesse e di stupore accolse queste parole.
    - Permettetemi,  - egli riprese - di ricordarvi in poche  parole  come
    certi  spiriti fantasiosi,  imbarcatisi in viaggi immaginari,  abbiano
    preteso  di  penetrare   i   segreti   del   nostro   satellite.   Nel
    diciassettesimo secolo, un certo David Fabricius si vantò d'aver visto
    con i propri occhi alcuni abitanti della Luna.  Nel 1649,  il francese
    Jean Baudoin pubblicò il  "Viaggio  fatto  nel  mondo  della  Luna  da
    Domingo Gonzales, avventuriero spagnolo". Nello stesso periodo, Cyrano
    de  Bergerac  pubblicò  il racconto della celebre spedizione che tanto
    successo riscosse in Francia.  Più tardi un altro  francese  -  quella
    gente  si  occupa  molto  della  Luna - di nome Fontenelle scrisse "La
    pluralità dei Mondi";  un capolavoro per il suo tempo;  ma la scienza,
    nella  sua  marcia  verso il progresso,  schiaccia anche i capolavori!
    Verso il 1835,  un opuscolo tratto da una pubblicazione del "New  York
    American"  raccontava  che  John  Herschell,  inviato al Capo di Buona
    Speranza per compiervi studi di astronomia, con l'uso di un telescopio
    perfezionato da illuminazione interna,  aveva avvicinato la Luna  alla
    distanza  di ottanta iarde (6).  Egli avrebbe potuto così distinguervi
    caverne entro cui vivevano ippopotami,  verdi  montagne  frangiate  di
    ricami d'oro,  montoni dalle corna d'avorio, caprioli bianchi e strani
    abitanti  con  ali  membranose  simili  a  quelle   dei   pipistrelli.
    L'opuscolo,  opera  di un americano di nome Locke (7),  ebbe un grande
    successo. Ma quando si scoprì che si trattava di una mistificazione, i
    Francesi furono i primi a riderne.
    - Ridere di un americano! - sbottò J.-T.  Maston.  - Ecco qui un casus
    belli!
    -  Tranquillizzatevi,  mio buon amico.  I Francesi,  prima di riderne,
    erano  stati  sfacciatamente  gabbati  dal  nostro  compatriota.   Per
    concludere questa storia, dirò che un certo Hans Pfaal di Rotterdam si
    è lanciato con un pallone gonfiato con gas estratto dall'azoto,  che è
    trentasette volte più leggero dell'idrogeno,  e dopo diciannove giorni
    di  viaggio  raggiungeva  la Luna.  Questo viaggio,  come i precedenti
    tentativi,  era semplicemente frutto di fantasia,  ma si tratta di  un
    libro  popolare in America,  scritto da un genio strano e speculativo.
    Sto parlando di Poe!
    - Urrà per Edgar Poe! - gridarono tutti, elettrizzati dalle parole del
    presidente.
    - Ho  terminato  -  riprese  Barbicane  -  con  questi  tentativi  che
    chiamerei  puramente  letterari  e del tutto insufficienti a stabilire
    serie relazioni con l'astro delle notti.  Tuttavia devo ammettere  che
    alcuni  spiriti pratici hanno cercato di mettersi in comunicazione con
    esso, seriamente. Qualche anno fa un geometra tedesco fece la proposta
    di inviare una commissione di scienziati nelle steppe  della  Siberia.
    In  questa  sconfinata  pianura  si  sarebbero  dovute  disegnare  con
    riflettori luminosi immense figure geometriche,  tra cui  il  quadrato
    dell'ipotenusa, dai Francesi volgarmente chiamato «Ponte degli asini».
    E  il  geometra  spiegava:  «Qualsiasi  essere  intelligente  dovrebbe
    comprendere il significato scientifico di questa figura.  I  Seleniti,
    se  esistono,  risponderanno  con  una  figura  simile  e,  una  volta
    stabilito il contatto,  sarebbe facile creare un alfabeto che permetta
    di  capirsi  con gli abitanti della Luna».  Così affermava il geometra
    tedesco, ma il suo progetto non fu mai eseguito e,  fino ad oggi,  tra
    la Terra e il suo satellite non esiste alcun legame diretto.  Ora,  al
    genio pratico degli Americani è riservato l'onore di stabilire  questo
    contatto  con  il  mondo siderale.  Il mezzo per arrivarci è semplice,
    facile, sicuro, immancabile e costituirà l'oggetto della mia proposta.
    Queste  parole  furono  accolte  da   un   frastornante   uragano   di
    acclamazioni; non uno dei presenti che non fosse dominato, trascinato,
    rapito dalle parole dell'oratore.
    - Lasciatelo finire!  Silenzio! Ascoltiamolo! - Si gridava da tutte le
    parti.
    Appena tornata la calma,  Barbicane riprese il filo del  discorso  con
    accento più grave:
    -  Conoscete  quali  progressi abbia compiuto da qualche anno a questa
    parte la balistica e a quale grado di perfezione sarebbero  giunte  le
    armi da fuoco se la guerra fosse continuata. Né ignorate che, in linea
    generale,  la  forza  di  resistenza  dei  cannoni  e  la  potenza  di
    propulsione dell'esplosivo sono illimitate. Ebbene, partendo da questo
    principio,  mi sono domandato  se,  mettendo  un  cannone  di  calibro
    sufficiente in determinate condizioni di resistenza e con una adeguata
    carica  di  esplosivo,  non sia possibile lanciare un proiettile sulla
    Luna.
    A queste  parole  un  «oh!»  di  stupore  sfuggì  dalle  labbra  degli
    ascoltatori;  poi si fece silenzio,  un silenzio simile alla calma che
    precede il tuono.  E infatti il  tuono  scoppiò,  e  fu  un  tuono  di
    applausi,  di grida, di clamori che fece tremare l'aula. Il presidente
    cercò di finire il discorso. senza riuscirci.  Ci vollero dieci minuti
    prima che potesse proseguire.
    -  Lasciatemi  finire  - riprese con tono distaccato.  - Ho affrontato
    risolutamente il problema, studiandolo sotto tutti i punti di vista; e
    dai miei incontestabili calcoli risulta che un proiettile,  dotato  di
    una  velocità iniziale di undicimila metri al minuto secondo e diretto
    verso la Luna,  arriverebbe necessariamente  fino  a  essa.  Mi  onoro
    perciò,  egregi  colleghi,  di  proporvi  di  tentare  questo  piccolo
    esperimento.

    NOTE.
    Nota 1. Amministratori della città eletti dalla popolazione.
    Nota 2. Sedia a dondolo in uso negli Stati Uniti.
    Nota 3.  "Roundhead" (= testa rotonda) nome dato per la prima volta ai
    Puritani (repubblicani) durante la guerra civile inglese nel 1642.
    Nota 4. Dalla parola greca "seléne", che significa Luna.
    Nota  5.  Famose le magnifiche stampe della superficie lunare ottenute
    da Waren de la Rue.
    Nota 6.  Una iarda corrisponde a poco meno di un metro,  cioè  a  0,91
    centimetri.
    Nota  7.  L'opuscolo  venne  pubblicato  in  Francia  dal repubblicano
    Laviron, ucciso poi durante l'assedio di Roma.
















    3. EFFETTI DELLA COMUNICAZIONE DI BARBICANE.
    E' impossibile  descrivere  l'effetto  prodotto  dalle  ultime  parole
    dell'onorevole presidente.  Grida, urla, un susseguirsi di mugolii, di
    «urrà»,  di «hip!  hip!  hip!» e di tutte quelle onomatopee di  cui  è
    ricca  la  lingua americana!  Ci furono un'animazione e una confusione
    indescrivibili.  Le bocche gridavano,  le mani applaudivano,  i  piedi
    facevano tremare il pavimento della sala.  Tutte le armi di quel museo
    di artiglieria,  sparando nello stesso istante,  non avrebbero agitato
    con  maggior violenza le onde sonore.  Ma questo non deve sorprendere,
    poiché esistono artiglieri rumorosi quanto i loro cannoni.
    Barbicane  si  manteneva  calmo  in  mezzo  a   tutti   quei   clamori
    entusiastici; forse desiderava rivolgere ancora qualche parola ai suoi
    colleghi,  perché i suoi gesti reclamavano il silenzio e il campanello
    a scoppio si produceva  in  violente  detonazioni.  Non  lo  sentivano
    neanche.  Il  presidente  fu  presto  strappato  dalla  sua poltrona e
    portato in trionfo;  poi dalle mani dei colleghi passò tra le  braccia
    della folla non meno eccitata.
    Non  c'è  niente che possa stupire un americano.  Si è spesso ripetuto
    che  la  parola  «impossibile»  non   c'è   nella   lingua   francese;
    evidentemente non si prende in mano il vocabolario giusto.  In America
    tutto è facile, tutto è semplice, e in quanto a difficoltà meccaniche,
    esse sono morte prima di nascere.  Tra il progetto di Barbicane  e  la
    sua  realizzazione  nessun  autentico  Yankee  si  sarebbe permesso di
    intravedere la pur minima difficoltà. Quel che è detto è fatto.
    La passeggiata trionfale del presidente si protrasse fino a tarda sera
    con un'autentica fiaccolata. Irlandesi, Tedeschi, Francesi,  Scozzesi,
    tutti questi individui eterogenei di cui si compone la popolazione del
    Maryland,  gridavano  nella  loro  lingua materna e gli «evviva»,  gli
    «urrà»,   i  «bravo»  si  intrecciavano  tra  loro  in  un   crescendo
    indescrivibile.
    Intanto  la  Luna,  come  se  avesse  compreso che si trattava di lei,
    brillava nel cielo con serena  magnificenza  eclissando,  con  la  sua
    vivida  luce,  i  fuochi  circostanti.  Quegli  Yankees rivolgevano lo
    sguardo verso il disco scintillante; alcuni la salutavano con la mano,
    altri  chiamavano  la  Luna  con  nomi  dolcissimi,  altri  ancora  la
    misuravano con un'occhiata da intenditori o alzavano i pugni con gesto
    minaccioso;  un  ottico  della  Jone's  Fall Street fece affari d'oro,
    dalle otto alla mezzanotte,  vendendo cannocchiali.  Gli Americani  si
    comportavano  già  da  padroni,  mentre ammiravano l'astro della notte
    come una dama d'alto rango.  Sembrava che la bianca Diana appartenesse
    a  quegli  audaci  conquistatori  e  facesse  già parte del territorio
    dell'Unione.  Eppure non  si  trattava  che  di  lanciarle  contro  un
    proiettile,  maniera abbastanza brutale per mettersi in contatto,  sia
    pure con un satellite, ma così si costuma tra le nazioni civili.
    A mezzanotte suonata,  l'entusiasmo  ancora  non  diminuiva,  anzi  si
    manteneva  sullo stesso tono in tutte le classi della popolazione;  il
    magistrato, l'intellettuale, il negoziante, il mercante,  il facchino,
    gli  intelligenti come i "green" (1),  si sentivano scossi nelle fibre
    più sensibili del loro animo;  si trattava  di  un'impresa  nazionale;
    così  la città alta e la città bassa,  la banchina bagnata dalle acque
    del Patapsco,  le navi imprigionate nei bacini  rigurgitavano  di  una
    folla  ebbra di gioia,  di gin e di whisky;  ognuno cercava di dire la
    sua e tutti insieme peroravano, discutevano, litigavano,  approvavano,
    applaudivano,  dal  signore disteso indolentemente sul canapé del bar,
    davanti al bicchiere di "sherry-cobbler" (2), fino al barcaiolo che si
    ubriaca,  nelle sordide taverne di Fells-Point,  di quella  spaventosa
    bevanda  chiamata  in  gergo popolaresco "thorough knock me down",  un
    pugno sullo stomaco.
    Finalmente verso le due della notte  tornò  la  calma.  Il  presidente
    Barbicane riuscì a rincasare,  lacero,  pestato,  distrutto. Ercole in
    persona non avrebbe resistito a un simile  entusiasmo.  Lentamente  la
    folla  lasciò  le  piazze  e  le  strade.  Le  ferrovie dell'Ohio,  di
    Susquehanna,  di Filadelfia e di Washington che convergono a Baltimora
    gettarono  i  forestieri ai quattro canti degli Stati Uniti e la città
    si ricompose in una relativa pace.
    Sarebbe un errore credere  che  solo  Baltimora  fosse  in  agitazione
    quella notte.  Le grandi città dell'Unione,  New York, Boston, Albany,
    Washington,  Richmond,  Crescent City (3),  Charleston la Mobile,  dal
    Texas al Massachusetts, dal Michigan alla Florida, tutte presero parte
    al  delirio  collettivo.  Infatti i trentamila soci corrispondenti del
    Gun-Club erano a  conoscenza  della  lettera  del  loro  presidente  e
    attendevano  con  uguale  impazienza  la  famosa  comunicazione  del 5
    ottobre. Così quella sera,  a mano a mano che le parole uscivano dalle
    labbra dell'oratore,  esse correvano sui fili del telegrafo attraverso
    gli Stati Uniti alla velocità di trecentomila  chilometri  al  secondo
    (4).  Perciò  si  può ben dire,  con assoluta certezza,  che gli Stati
    Uniti d'America,  grandi dieci volte la Francia,  gridassero  un  solo
    «urrà»,   e  che  venticinque  milioni  di  cuori,  gonfi  d'orgoglio,
    battessero all'unisono.
    Il   giorno   dopo,   millecinquecento   giornali,   tra   quotidiani,
    settimanali,   quindicinali   e   mensili,   si  impossessarono  della
    questione;   la  esaminarono  sotto   i   diversi   aspetti,   fisici,
    meteorologici,  economici  e  morali,  dal  punto  di  vista  del peso
    politico o della civiltà.  Si domandavano se la Luna  fosse  un  mondo
    compiuto o ancora in evoluzione. Somigliava forse alla Terra all'epoca
    in cui non vi era ancora l'atmosfera? Quale spettacolo avrebbe offerto
    la faccia invisibile della Terra? Benché per ora si trattasse soltanto
    di inviare un proiettile sull'astro delle notti,  tutti erano convinti
    che ciò costituisse l'avvio a una serie di ricerche;  tutti  speravano
    che  fosse  l'America  a  svelare un giorno gli ultimi segreti di quel
    disco meraviglioso,  ma qualcuno sembrava temesse quella conquista che
    forse   avrebbe   mutato  sensibilmente  l'equilibrio  nel  continente
    europeo.
    Una volta discusso il progetto,  nessun giornale ne mise in dubbio  la
    sua realizzazione;  bollettini,  circolari, pieghevoli e riviste varie
    pubblicate da gruppi di esperti, letterarie o religiose, fecero a gara
    per mettere in risalto i  vantaggi  dell'impresa,  e  la  «Società  di
    Storia  Naturale»  di  Boston,  la  «Società Americana delle Scienze e
    delle Arti» di Albany,  la «Società Geografica e  Statistica»  di  New
    York, la «Società Filosofica Americana» di Filadelfia e l'«Istituzione
    Smithsoniana»  di  Washington  inviarono  un  migliaio  di  lettere di
    felicitazione al Gun-Club  con  offerte  immediate  di  servizi  e  di
    denaro.
    Mai proposta fu suffragata da tante adesioni;  d'esitazioni, di dubbi,
    d'inquietudini, nemmeno l'ombra. Quanto all'umorismo,  alle caricature
    ai  motteggi  che  l'idea  di  inviare  un  razzo  sulla  Luna avrebbe
    suscitato in Europa e particolarmente in Francia,  qui avrebbero  reso
    un  cattivo servizio ai loro autori;  tutti i "lifepreservers" (5) del
    mondo  non  sarebbero  bastati  a  difenderli  contro   l'indignazione
    popolare.  Vi  sono cose di cui non è lecito ridere,  nel Nuovo Mondo.
    Impey Barbicane divenne dunque,  da quel giorno,  uno dei più illustri
    cittadini  degli  Stati  Uniti,  qualcosa  come  un  Washington  della
    scienza;  basta uno solo dei tanti episodi per dimostrare fin dove può
    arrivare l'improvvisa infatuazione di un popolo per un uomo.
    Alcuni giorni dopo il famoso raduno al Gun-Club,  il capocomico di una
    compagnia  teatrale  inglese  annunciò  al  teatro  di  Baltimora   la
    rappresentazione  della  commedia "Much ado about nothing" (6),  Ma un
    gruppo di cittadini,  leggendo in questo titolo un'allusione offensiva
    ai  progetti  del  presidente Barbicane,  invase la sala,  fracassò le
    poltroncine obbligando il malcapitato capocomico a  mutare  il  titolo
    della locandina. Costui, da uomo di spirito, inchinandosi alla volontà
    del  pubblico,  sostituì  la  contestata commedia con "As you like it"
    (7), che per diverse settimane realizzò favolosi incassi.

    NOTE.
    Nota 1.  I verdi.  Nel parlare comune l'espressione sta a indicare  la
    gente ingenua.
    Nota 2. Miscela di rhum, di succo d'arancia, zucchero, cannella e noce
    moscata.  Questa bevanda di colore giallastro, si aspira dal bicchiere
    con una cannuccia.
    Nota 3. Soprannome di New Orleans.
    Nota 4.  Nel testo: 248.447 miglia al secondo,  cioè la velocità della
    corrente elettrica.
    Nota  5.  Arma tascabile fatta con osso di balena flessibile e con una
    palla di metallo.
    Nota 6.  "Molto rumore per nulla",  una commedia di  Shakespeare,  del
    1598-1599.
    Nota 7. "Come vi piace", altra commedia di Shakespeare, del 1599-1600.










    4. LA RISPOSTA DELL'OSSERVATORIO DI CAMBRIDGE.
    Intanto  Barbicane  non  badava  minimamente  alle ovazioni di cui era
    oggetto.  Il primo pensiero fu quello di convocare  i  colleghi  negli
    uffici  del  Gun-Club.  Qui  si  discusse il da farsi e si convenne di
    consultare gli astronomi per la parte astronomica dell'impresa; appena
    conosciute le loro risposte,  sarebbero passati allo studio dei  mezzi
    meccanici,  e  niente  sarebbe  stato  trascurato  per  assicurare  il
    successo del grande esperimento.
    Venne  redatta  una  nota  assai  precisa,   contenente  domande   ben
    circostanziate,  e  la  si  inviò  all'Osservatorio  di  Cambridge nel
    Massachusetts.  Questa città,  dove sorse la  prima  università  degli
    Stati   Uniti,   era  meritatamente  celebre  per  la  sua  scuola  di
    astronomia.  Vi si riunivano studiosi di grande prestigio  ed  era  in
    questo  Osservatorio  che  funzionava  il  gigantesco cannocchiale che
    aveva permesso a Bond di dissolvere  la  nebulosa  di  Andromeda  e  a
    Clarke  di scoprire il satellite di Sirio.  Questa celebre istituzione
    giustificava in pieno la fiducia del Gun-Club.
    La risposta, tanto impazientemente attesa, arrivò due giorni più tardi
    al presidente Barbicane. Era concepita in questi termini:
    IL DIRETTORE DELL'OSSERVATORIO DI CAMBRIDGE AL PRESIDENTE DEL GUN-CLUB
    DI BALTIMORA.
    Cambridge, 7 ottobre.
    "Appena ricevuta la vostra rispettabile del  6  corrente,  indirizzata
    all'Osservatorio  di  Cambridge  in  nome  dei  membri del Gun-Club di
    Baltimora,  i nostri esperti si  sono  immediatamente  riuniti  e,  in
    proposito, hanno giudicato di rispondere come segue:
    Le domande proposte sono queste:
    1) E' possibile inviare un proiettile sulla Luna?
    2) Qual è la precisa distanza che separa la Terra dal suo satellite?
    3) Quale sarà la durata della traiettoria del proiettile al quale sarà
    impressa una velocità iniziale sufficiente,  e, di conseguenza, in che
    momento occorrerà lanciarlo perché incontri la Luna in un  determinato
    punto?
    4) In quale momento esattamente la Luna si presenterà nelle condizioni
    più favorevoli per essere raggiunta dal proiettile?
    5)  In  quale punto del cielo si dovrà puntare il cannone destinato ad
    effettuare il tiro?
    6) Quale posizione occuperà la Luna nel cielo al  momento  in  cui  il
    proiettile verrà lanciato?
    Sulla prima domanda: - E' possibile inviare un proiettile sulla Luna?
    Sì,  è  possibile  inviare un proiettile sulla Luna,  a condizione che
    esso sia dotato della velocità iniziale di dodicimila iarde al secondo
    (1). I calcoli dimostrano che questa velocità è sufficiente.  Man mano
    che  ci  si  allontana dalla Terra,  la sua forza di attrazione,  e di
    conseguenza il  peso  di  qualsiasi  corpo,  diminuisce  in  relazione
    inversa al quadrato della distanza: vale a dire,  ad esempio,  che per
    una distanza tre volte maggiore, l'attrazione è nove volte meno forte.
    Ne consegue che il peso del  proiettile  diminuirà  rapidamente  e  si
    annullerà  del  tutto  al  momento  in  cui  l'attrazione  della  Luna
    equilibrerà  quella  della  Terra  e  ciò  avverrà  ai   quarantasette
    cinquantaduesimi del percorso.  In questo punto il proiettile non avrà
    più nessun peso e se supererà questo stadio esso cadrà sulla Luna  per
    effetto    dell'attrazione    lunare.     La    possibilità    teorica
    dell'esperimento è quindi dimostrata.  Quanto alla  riuscita  pratica,
    essa dipende unicamente dalla potenza di tiro del cannone utilizzato.
    Sulla seconda domanda. - Qual è la distanza esatta che separa la Terra
    dal suo satellite?
    La  Luna non descrive intorno alla Terra una circonferenza,  bensì una
    ellisse,  di cui il nostro pianeta occupa uno dei fuochi.  Ne consegue
    che  la  Luna si trova ora più vicina a noi;  ora più lontana,  ossia,
    come si dice in linguaggio astronomico,  ora è  all'apogèo  e  ora  al
    perigèo.  Ebbene, la differenza tra la maggiore e la minore distanza è
    abbastanza considerevole  perché  la  si  possa  trascurare.  La  Luna
    infatti   quand'è  all'apogèo  si  trova  a  duecentoquarantasettemila
    cinquecentocinquanta   miglia,    e   quand'è   al    perigèo    dista
    duecentodiciottomila   seicentocinquanta   miglia  soltanto,   il  che
    equivale  a  una  differenza  di  ventottomila  ottocentonovantacinque
    miglia  (chilometri 28895),  cioè più di un nono dell'intero percorso.
    Dunque, a base dei calcoli, si assumerà la distanza perigèa della Luna
    (chilometri 363925).
    Sulla terza domanda.  - Quale sarà la  durata  della  traiettoria  del
    proiettile al quale sarà impressa la velocità iniziale sufficiente, e,
    di conseguenza,  in che momento occorrerà lanciarlo perché incontri la
    Luna in un determinato punto?
    Se il proiettile conservasse indefinitamente la velocità  iniziale  di
    dodicimila  iarde  al  secondo che gli è stata impressa alla partenza,
    non impiegherebbe che 9 ore per giungere  a  destinazione,  ma  poiché
    questa velocità iniziale andrà progressivamente decrescendo, a calcoli
    fatti,  si  desume  che il proiettile impiegherà trecentomila secondi,
    cioè ottantatré ore e venti minuti,  per arrivare  nel  punto  in  cui
    l'attrazione terrestre e quella lunare si equilibrano, e da quel punto
    esso  cadrà sulla Luna in cinquantamila secondi,  cioè in tredici ore,
    cinquantatré minuti primi e venti secondi. Converrà, dunque,  lanciare
    il  proiettile novantasette ore,  tredici minuti primi e venti secondi
    prima che la Luna arrivi al punto prefissato.
    Sulla quarta domanda: -  In  quale  momento  esattamente  la  Luna  si
    presenterà  nelle  condizioni  più favorevoli per essere raggiunta dal
    proiettile?
    Dopo quanto si è detto sopra, bisognerà anzitutto scegliere l'epoca in
    cui la Luna sarà nel suo perigèo e,  allo stesso tempo,  il momento in
    cui  essa passerà allo zenit (2),  il che diminuirà ancora il percorso
    di una distanza  pari  a  quella  del  raggio  terrestre,  e  cioè  di
    tremilanovecentodiciannove  miglia  (ossia  6367 chilometri).  Così il
    tragitto     definitivo      sarà      di      duecentoquattordicimila
    novecentosessantasei  miglia.  Ma  se la Luna passa al suo perigèo una
    volta al mese,  non è detto però che essa si  trovi  sempre,  in  quel
    momento,  anche  allo  zenit.  Tale  coincidenza non si verifica che a
    lunghi intervalli.  Bisognerà dunque attendere la rara combinazione di
    un passaggio simultaneo della Luna allo zenit e al perigèo.  Ora,  per
    una fortunata circostanza,  il 4 dicembre del prossimo anno la Luna si
    troverà  nelle due condizioni: a mezzanotte sarà al suo perigèo,  cioè
    alla minor distanza dalla Terra, e passerà,  nello stesso tempo,  allo
    zenit.
    Sulla  quinta  domanda: - In quale punto del cielo si dovrà puntare il
    cannone destinato a effettuare il tiro?
    Ammesse le precedenti osservazioni,  il cannone dovrà  essere  puntato
    allo  zenit  del  luogo  di  ubicazione;  in  tal  modo  il  tiro sarà
    perpendicolare al piano dell'orizzonte e il  proiettile  si  sottrarrà
    più presto agli effetti dell'attrazione terrestre.  Ma, perché la Luna
    salga allo zenit di un luogo,  occorre che questo luogo  non  sia,  in
    latitudine,  più alto della declinazione dell'astro,  in altre parole,
    che sia compreso tra 0 e 28 gradi di latitudine nord  o  sud  (3).  Da
    ogni altro punto,  il suo tiro dovrebbe essere necessariamente obliquo
    ciò nuocerebbe alla riuscita dell'esperimento.
    Sulla sesta domanda: - Quale posizione occuperà la Luna nel  cielo  al
    momento in cui il proiettile verrà lanciato?
    Nel momento in cui il proiettile sarà lanciato nello spazio,  la Luna,
    che avanza ogni giorno di tredici gradi,  dieci minuti e  trentacinque
    secondi,  dovrà  trovarsi lontano dal punto zenit quattro volte questa
    cifra e cioè cinquantadue gradi,  quarantadue minuti e venti  secondi,
    spazio  che  corrisponde al percorso che essa compirà durante la corsa
    del proiettile. Ma,  dovendo tener conto anche della deviazione che il
    movimento di rotazione della Terra farà subire al proiettile, e poiché
    questo  raggiungerà  la Luna soltanto dopo avere deviato di una misura
    uguale a sedici raggi terrestri che,  contati sull'orbita della  Luna,
    corrispondono a circa undici gradi, questi undici gradi vanno aggiunti
    a  quelli  calcolati  sul  menzionato ritardo della Luna,  vale a dire
    sessantaquattro gradi in cifra tonda.  Così  dunque,  al  momento  del
    tiro,  il  raggio  visuale  diretto  alla  Luna  dovrà  formare con la
    verticale del luogo un angolo di sessantaquattro gradi.
    Queste  sono  le  risposte  alle  domande  poste  all'Osservatorio  di
    Cambridge dai membri del Gun-Club.
    Riassumendo:
    1)  Il  cannone  dovrà essere collocato in un paese situato tra 0 e 28
    gradi gradi di latitudine nord o sud.
    2) Dovrà essere puntato allo zenit del luogo.
    3) La velocità iniziale impressa  al  proiettile  sarà  di  dodicimila
    iarde al secondo.
    4)  Il  lancio  dovrà  essere  effettuato  il primo dicembre dell'anno
    venturo, alle undici meno tredici minuti e venti secondi.
    5) Il proiettile raggiungerà la Luna quattro giorni dopo la  partenza,
    il  4 dicembre,  a mezzanotte esatta,  nel momento in cui la Luna sarà
    allo zenit.
    Pertanto i membri del Gun-Club dovranno iniziare subito i  preparativi
    necessari  per  una  simile  impresa  per  essere pronti a operare nel
    momento stabilito,  perché se si lasciasse passare questa data  del  4
    dicembre,  non  ritroverebbero  la  Luna  nelle medesime condizioni di
    perigèo e di zenit se non dopo diciotto anni e undici giorni.
    La direzione dell'Osservatorio di Cambridge  si  pone  a  loro  totale
    disposizione per ogni altra domanda di astronomia teorica e unisce con
    la presente le sue felicitazioni a quelle di tutta l'America.
    Per la direzione:
    J.-M. BELFAST
    direttore dell'Osservatorio
    di Cambridge.
    NOTE.
    Nota 1. Cioè: 11 chilometri circa.
    Nota  2.  Lo zenit è il punto del cielo situato verticalmente sopra la
    testa di un osservatore.
    Nota 3.  Soltanto nelle regioni del globo comprese tra l'equatore e il
    ventottesimo parallelo la culminazione della Luna la porta allo zenit;
    oltre il ventottesimo grado,  la Luna è tanto più distante dallo zenit
    quanto più ci si avvicina ai poli.




    5. IL ROMANZO DELLA LUNA.
    Un osservatore dotato di acutissima vista e collocato in  quel  centro
    sconosciuto intorno al quale gravita il mondo avrebbe potuto osservare
    miriadi  di  atomi  riempire lo spazio all'epoca in cui l'universo era
    immerso nel caos.  Ma a poco a poco,  col trascorrere dei  secoli,  si
    produsse  un mutamento profondo;  si manifestò una legge di attrazione
    alla quale gli atomi, erranti fino allora, obbedirono; questi atomi si
    combinarono chimicamente secondo la loro affinità,  divennero molecole
    e   formarono  quelle  masse  nebulose  di  cui  sono  disseminate  le
    profondità del cosmo.
    Queste masse si animarono improvvisamente di un movimento di rotazione
    intorno al loro punto centrale.  Questo centro,  formato  di  molecole
    mobili,  si  mise a roteare su se stesso e cominciò progressivamente a
    condensarsi; quindi, secondo le leggi della meccanica, man mano che il
    suo volume diminuiva a causa  della  condensazione,  il  movimento  di
    rotazione del centro accelerava sempre più e, col persistere di questi
    due  effetti,  si  formò  la  stella  principale,  centro  della massa
    nebulosa.
    Continuando  a  guardare  attentamente,  l'osservatore  avrebbe  visto
    allora   altre   molecole  della  massa  comportarsi  come  la  stella
    principale,  condensarsi allo stesso modo per effetto di un  movimento
    di  rotazione  in progressivo aumento e gravitarle intorno sotto forma
    di innumerevoli stelle.  Si era formata la nebulosa,  e di queste  gli
    astronomi ne contano attualmente circa cinquemila.
    Tra  queste  cinquemila  nebulose  ce  n'è  una denominata Via Lattea,
    formata da diciotto milioni di stelle,  ognuna delle quali è diventata
    il centro di un mondo solare.
    Se  poi  l'osservatore  di  questi diciotto milioni di astri ne avesse
    esaminato uno tra i più modesti e meno brillanti (1),  una  stella  di
    quarta  grandezza  che  si chiama orgogliosamente Sole,  avrebbe visto
    svilupparsi successivamente sotto i suoi occhi  tutti  i  fenomeni  ai
    quali è dovuta la formazione dell'universo.
    Egli  avrebbe visto questo Sole,  ancora allo stato gassoso e composto
    di molecole mobili,  ruotare sul proprio asse per portare a termine il
    suo lavoro di condensazione. Questo movimento, fedele alle leggi della
    meccanica,  si  sarebbe  accelerato  con la diminuzione del volume,  e
    sarebbe arrivato il momento in cui la forza centrifuga  avrebbe  avuto
    partita vinta sulla forza centripeta,  quella che tende a riportare le
    molecole verso il centro.
    A questo punto un altro fenomeno si sarebbe  verificato  dinanzi  agli
    occhi  del  nostro  osservatore,  cioè  le  molecole situate sul piano
    dell'equatore, schizzando via come la pietra da una fionda della quale
    improvvisamente si strappi l'elastico,  avrebbero formato  intorno  al
    Sole  tanti  anelli concentrici come quelli di Saturno.  A loro volta,
    questi anelli  di  materia  cosmica,  catturati  in  un  movimento  di
    rotazione  attorno  alla  massa  centrale,  si  sarebbero frantumati e
    scomposti in nebulosità secondarie, cioè in pianeti.
    Se l'osservatore avesse concentrato adesso tutta la sua attenzione  su
    questi  pianeti,  li avrebbe visti comportarsi alla stessa maniera del
    Sole e dare inizio alla  formazione  di  uno  o  più  anelli  cosmici,
    origine di quegli astri d'ordine inferiore che chiamiamo satelliti.
    Così,  dunque, risalendo dall'atomo alla molecola, dalla molecola alla
    massa nebulosa,  dalla massa nebulosa alla  nebulosa,  dalla  nebulosa
    alla stella principale,  dalla stella principale al Sole,  dal Sole al
    pianeta  e  dal  pianeta  al  satellite,   si   hanno   tutte   quelle
    trasformazioni subìte dai corpi celesti dai primi giorni del mondo.
    Il sole,  che ci sembra sperduto nelle immensità del mondo siderale, è
    invece legato,  secondo le attuali teorie scientifiche,  alla nebulosa
    della  Via  Lattea.  Centro  di un mondo,  per quanto piccolo ci possa
    apparire in mezzo alle regioni dell'etere, è invece enorme,  perché il
    suo  volume  è un milione e quattrocentomila volte quello della Terra.
    Intorno a lui gravitano otto pianeti (2), usciti dalle sue viscere nei
    primi giorni della Creazione.
    Essi sono,  andando dai più vicini ai più lontani:  Mercurio,  Venere,
    Terra,  Marte,  Giove,  Saturno, Urano e Nettuno. Inoltre, fra Marte e
    Giove, circolano regolarmente altri corpi meno considerevoli,  forse i
    frantumi  erranti  di un astro esploso in varie migliaia di frammenti,
    di cui fino a oggi il telescopio ne ha individuati novantasette (3).
    Di questi servitori che il Sole mantiene nella loro  orbita  ellittica
    grazie  alla  legge  di  gravità,  alcuni  posseggono a loro volta dei
    satelliti.  Urano ne ha  otto,  otto  anche  Saturno,  Giove  quattro,
    Nettuno forse tre,  la Terra uno soltanto (4);  quest'ultimo,  uno dei
    meno importanti del sistema solare,  si chiama Luna,  ed è quello  che
    l'audace genio americano pretendeva di conquistare.
    L'astro delle notti,  per la sua relativa vicinanza alla Terra, per lo
    spettacolo sempre rinnovantesi delle  sue  fasi,  fin  dai  tempi  più
    remoti  ha  condiviso  con  il  Sole l'attenzione degli abitanti della
    Terra;  ma il Sole abbacina la vista e lo  splendore  della  sua  luce
    obbliga i suoi ammiratori ad abbassare lo sguardo.
    La  bionda  Diana  invece,  più umana,  si offre compiacentemente alla
    vista nella sua grazia modesta; è dolce a vedersi,  poco ambiziosa,  e
    tuttavia  si  permette  a  volte  di eclissare il radioso Apollo,  suo
    fratello,  senza essere mai eclissata da  lui.  I  Maomettani,  consci
    della gratitudine che devono a questa fedele amica della Terra,  hanno
    regolato i mesi sul suo movimento di rivoluzione (5).
    I popoli primitivi ebbero un culto particolare verso questa casta dea.
    Gli  Egiziani  la  chiamarono  Iside,   i  Fenici  Astarte,   i  Greci
    l'adorarono sotto il nome di Artemide,  figlia di Latona e di Giove, e
    interpretarono le sue eclissi come misteriose visite fatte da Artemide
    (Diana  per  i  Romani)  al  bell'Endimione.  A  credere  a  un'antica
    leggenda,  il  leone  di Nemea prima della sua apparizione sulla Terra
    aveva percorso le plaghe della Luna;  il poeta Agesianatte,  citato da
    Plutarco,  celebra  nei  suoi  versi  gli  occhi dolci,  il bel naso e
    l'amabile bocca, formati dalle parti luminose dell'adorabile Selene.
    Ma se gli Antichi compresero assai bene il carattere, il temperamento,
    in una parola,  le qualità  morali  della  Luna  dal  punto  di  vista
    mitologico,  ciononostante anche i più eruditi tra loro rimasero molto
    ignoranti in fatto di selenografia.
    Tuttavia  molti  astronomi  dei  secoli  passati   scoprirono   alcuni
    particolari che oggi la scienza ha confermato. Se gli Arcadi pretesero
    di avere abitato la Terra quando la Luna non esisteva ancora, se Tazio
    la  considerò un frammento distaccatosi dal disco solare,  se Clearco,
    discepolo di Aristotele,  la ridusse a uno specchio lucente sul  quale
    si riflettono le immagini dell'oceano, se altri, infine, non videro in
    essa  che  un  concentrato  di vapori esalati dalla Terra,  o un globo
    mezzo fuoco e mezzo ghiaccio che gira intorno  a  se  stesso,  qualche
    esperto,  con osservazioni sapienti,  in mancanza di strumenti ottici,
    ipotizzò la maggior parte  delle  leggi  che  regolano  l'astro  delle
    notti.
    Così Talete di Mileto, nel 460 avanti Cristo, formulò l'ipotesi che la
    Luna  fosse  rischiarata  dal Sole.  Aristarco di Samo dette la giusta
    spiegazione delle sue fasi. Cleomene insegnò che essa brillava di luce
    riflessa.  Il caldeo Beroso scoprì che la durata del suo movimento  di
    rivoluzione  era  uguale  a  quello  di rotazione e in tal modo spiegò
    perché la Luna ci presenti sempre la stessa  faccia.  Infine  Ipparco,
    due   secoli   prima   della  nascita  di  Cristo,   riconobbe  alcune
    disuguaglianze nei movimenti apparenti del satellite della Terra.
    Queste diverse osservazioni vennero in  seguito  confermate  e  furono
    utili  agli  astronomi  di  epoche  più  recenti.  Tolomeo nel secondo
    secolo,  l'arabo Abul-Wefa  nel  decimo,  completarono  i  rilievi  di
    Ipparco  sulle  ineguaglianze che la Luna subisce,  sotto l'azione del
    Sole,  nel seguire la linea ondulata della sua orbita.  Poi Copernico,
    nel  quindicesimo  secolo,  e  Tycho  Brahe  nel sedicesimo,  esposero
    compiutamente le leggi che regolano l'universo e la parte  che  ha  la
    Luna nell'insieme dei corpi celesti.
    A  quell'epoca i suoi movimenti erano già quasi tutti determinati,  ma
    si sapeva ben  poco  della  sua  costituzione  fisica.  Fu  Galileo  a
    spiegare,  finalmente,  i  fenomeni luminosi che si producono in certe
    fasi,  con l'esistenza di montagne alle quali attribuì  un'altezza  di
    quattromilacinquecento tese (6).
    Dopo  di lui,  Hevelius,  un astronomo di Danzica,  limitò le più alte
    vette a non oltre duemila e seicento tese;  ma il suo collega Riccioli
    le riportò a settemila.
    Herschell,  verso  la fine del secolo diciottesimo,  avvalendosi di un
    potente  telescopio,   ridusse  ulteriormente  le  misure  precedenti,
    attribuendo   alle  montagne  più  alte  un'altezza  non  superiore  a
    millenovecento tese e stabilì a sole quattrocento tese la media  delle
    differenti altitudini. Ma anche Herschell si sbagliava e per risolvere
    definitivamente  la  questione ci vollero le osservazioni di Shroeter,
    Louville, Halley, Nasmyth, Bianchini, Pastorf, Lohrman, Gruithuysen, e
    soprattutto i pazienti studi di  Beer  e  Moedeler.  Grazie  a  questi
    studiosi,  oggi  conosciamo esattamente l'altezza delle montagne della
    Luna: Beer e Moedeler hanno calcolato ben 1905  altezze,  di  cui  sei
    superiori    a    duemilaseicento   tese,    e   ventidue   oltre   le
    duemilaquattrocento (7).  La vetta più  alta  domina  dall'altezza  di
    tremilaottocento e una tese la superficie del disco lunare.
    Nello  stesso  tempo  veniva  completata  la  ricognizione della Luna;
    l'astro appariva perforato da crateri e a ogni nuova  esplorazione  si
    affermava  sempre  più  la sua natura essenzialmente vulcanica.  Dalla
    mancanza di rifrazione dei raggi provenienti dai pianeti occultati  da
    essa  si  giunse  alla conclusione che l'atmosfera doveva essere quasi
    del tutto assente.  Questa mancanza d'aria portava con sé la  mancanza
    d'acqua.  Dunque era chiaro che i Seleniti, per poter vivere in quelle
    condizioni,   dovevano  essere  dotati  di  un  organismo  speciale  e
    differire in modo particolare dagli abitanti della Terra.
    Intanto  gli  strumenti,  grazie  ai  nuovi  metodi  di  osservazione,
    frugavano la Luna senza posa e non lasciarono inesplorato nessun punto
    della   sua   superficie,    anche   se   il   suo   diametro   misura
    duemilacentocinquanta  miglia (8) e la sua superficie è la tredicesima
    parte di quella del globo (9),  mentre il  suo  volume  equivale  alla
    quarantanovesima  parte  della  sfera terrestre;  ma ormai nessuno dei
    suoi segreti poteva sfuggire all'occhio dell'astronomo e questi  abili
    studiosi spinsero ancora oltre le loro prodigiose osservazioni.
    Così essi notarono che,  durante il plenilunio, il disco lunare mostra
    alcune parti rigate da linee bianche,  mentre durante le fasi le righe
    sono  nere.  Studiando  con maggior attenzione,  arrivarono a rendersi
    conto della natura di queste linee.  Erano solchi  lunghi  e  stretti,
    scavati fra bordi paralleli, e terminavano generalmente ai margini dei
    crateri; avevano una lunghezza compresa tra le dieci e le cento miglia
    e  una  larghezza  di  ottocento  tese.  Gli astronomi le denominarono
    canali,  ma non andarono oltre  al  nome.  Non  si  riuscì  infatti  a
    risolvere  totalmente  il problema se questi solchi fossero o no letti
    prosciugati di fiumi.  Anche gli Americani speravano di  chiarire,  un
    giorno o l'altro,  questo aspetto geologico. Si riservavano inoltre di
    appurare la verità sulla serie  di  spalti  paralleli  scoperti  sulla
    superficie  lunare  da  Gruithuysen,  dotto  professore  di  Monaco di
    Baviera, che li riteneva dei sistemi di fortificazioni innalzati dagli
    ingegneri seleniti. Questi due punti,  ancora oscuri,  e indubbiamente
    molti altri, non potevano essere chiariti se non dopo una esplorazione
    diretta della Luna.
    Riguardo   all'intensità  della  sua  luce  non  c'era  più  nulla  da
    apprendere;  si sapeva che essa è trecentomila  volte  più  debole  di
    quella  del  Sole e che il suo calore non esercita azione apprezzabile
    sul termometro;  quanto  al  fenomeno  conosciuto  col  nome  di  luce
    cenerina, esso trova la sua naturale spiegazione nell'effetto prodotto
    dai  raggi  del  Sole  rinviati  dalla  Terra alla Luna,  che sembrano
    disegnare  il  disco  lunare,  completandolo  quando,  nella  prima  e
    nell'ultima fase, si presenta a forma di spicchio.
    Tale  era  lo stato delle cognizioni acquisite sul conto del satellite
    della Terra,  che il Gun-Club si proponeva di completare sotto tutti i
    punti di vista, cosmografici, geologici, politici e morali.
    NOTE.
    Nota  1.  Il  diametro  di Sirio,  secondo Wollaston,  dovrebbe essere
    dodici volte quello del Sole.
    Nota 2. Quando Verne scriveva queste pagine, nel 1865,  non era ancora
    stato scoperto il nono pianeta,  Plutone,  rilevato per la prima volta
    nel 1930, con fotografia telescopica, da Clyde Tombaugh.
    Nota 3.  Qualcuno di questi asteroidi è talmente piccolo che se ne può
    fare il giro nello spazio di un solo giorno andando a passo di marcia.
    Nota 4.  Secondo le più recenti scoperte,  il numero dei satelliti dei
    vari pianeti e il seguente: Giove 12, Saturno 9,  Urano 5,  Nettuno 2,
    Marte 2 (Nota del Traduttore).
    Nota 5. Ventinove giorni e mezzo, circa.
    Nota 6. Tesa: antica misura pari a metri 2,33.
    Nota 7. La vetta del Monte Bianco è a 4813 metri sul livello del mare.
    Nota  8.  Ottocentosessantanove leghe,  cioè poco più di un quarto del
    raggio terrestre.
    Nota 9. Trentotto milioni di chilometri quadrati.






    6.  QUELLO CHE NON E' POSSIBILE IGNORARE E  QUELLO  CHE  NON  E'  PIU'
    LECITO CREDERE NEGLI STATI UNITI.
    La  proposta  di  Barbicane ebbe come risultato immediato di rimettere
    all'ordine del giorno tutti i problemi astronomici relativi  all'astro
    delle notti.  Ognuno si mise a studiarlo assiduamente. Sembrava che la
    Luna fosse apparsa all'orizzonte per la  prima  volta  e  che  nessuno
    l'avesse  ancora vista brillare nel cielo.  Essa venne di moda;  fu la
    «star» del momento senza mostrarsi meno modesta e prese il primo posto
    tra  le  «stelle»  senza   tradire   alcuna   fierezza.   I   giornali
    rispolverarono i vecchi aneddoti che attribuivano una certa importanza
    a  questo «Sole dei lupi»;  ricordarono il potere che per ignoranza le
    attribuivano i primitivi; ne tesserono le lodi in tutti i toni; ancora
    un poco e qualcuno avrebbe riferito i suoi motti di spirito;  l'intera
    America parve malata di selenomania.
    Dal  canto  loro  le riviste scientifiche trattarono in special modo i
    problemi   riguardanti   l'impresa   del    Gun-Club;    la    lettera
    dell'Osservatorio   di   Cambridge  venne  pubblicata,   commentata  e
    approvata senza riserve.
    In breve,  neppure al più sprovveduto  degli  Yankees  fu  più  lecito
    ignorare  anche  uno  solo dei fenomeni concernenti il satellite della
    Terra,  né la più ottusa delle vecchie signore poté  ancora  ammettere
    errori e superstizioni nei suoi confronti.  La scienza giungeva fino a
    loro sotto tutte le forme;  li penetrava dagli occhi e dalle orecchie;
    impossibile restare asini... in fatto di astronomia.
    Fino  a quel momento molte persone ignoravano come si fosse arrivati a
    calcolare la distanza  che  separa  la  Luna  dalla  Terra.  Si  colse
    l'occasione  per  spiegare a questa gente che tale distanza si ottiene
    con  la  misurazione  del  parallasse  della  Luna.   Se   la   parola
    «parallasse»  poteva  stupire  costoro,  si  spiegava  che si trattava
    dell'angolo formato da  due  linee  diritte  tracciate  a  partire  da
    ciascuna  estremità  del  raggio  terrestre  fino alla Luna .  Qualora
    avessero dubitato della perfezione di  questo  metodo,  si  dimostrava
    immediatamente   che   questa  distanza  media  non  soltanto  era  di
    duecentotrentaquattromila trecentoquarantasette miglia,  ma anche  che
    gli astronomi non si sbagliavano neppure di settanta miglia.
    Per  quanti  non  avevano  familiarità  con i movimenti della Luna,  i
    giornali pubblicarono quotidianamente degli articoli illustrativi  per
    dimostrare  che essa possiede due moti distinti,  il primo chiamato di
    rotazione,  su un asse immaginario,  il secondo detto  di  rivoluzione
    intorno  alla  Terra,  ed entrambi si compiono in pari tempo,  cioè in
    ventisette giorni e un terzo (1).
    Il movimento di rotazione è quello che crea il giorno e la notte sulla
    superficie della Luna;  con la differenza che,  per ogni mese  lunare,
    non   c'è   che  una  notte  e  un  giorno,   ognuno  dei  quali  dura
    trecentocinquantaquattro ore e un terzo.  Buon per lei,  però,  che la
    faccia  rivolta  al  globo  terrestre  è  rischiarata  da  questo  con
    intensità pari alla luce di quattordici Lune. Quanto all'altra faccia,
    sempre invisibile,  essa ha ovviamente trecentocinquantaquattro ore di
    notte assoluta,  temperata soltanto da quel «pallido chiarore che cade
    dalle  stelle».   Il  fenomeno  si  spiega   esclusivamente   con   la
    particolarità  che i movimenti di rotazione e di rivoluzione avvengono
    in tempi perfettamente uguali,  fenomeno comune,  secondo  Cassini  ed
    Herschell,  ai  satelliti di Giove e molto probabilmente anche a tutti
    gli altri satelliti.
    Qualche persona ben disposta,  ma alquanto riluttante,  non  afferrava
    subito  il  fenomeno che,  se la Luna mostra invariabilmente la stessa
    faccia alla Terra durante il moto di  rivoluzione,  ciò  è  dovuto  al
    fatto  che,  nel  medesimo  lasso di tempo,  essa compie un giro su se
    stessa.  A costoro si diceva: «Entrate nella vostra sala da  pranzo  e
    girando  intorno al tavolo continuate a guardare sempre al centro;  al
    termine della vostra passeggiata circolare avrete compiuto un giro  su
    voi  stessi,  perché  il  vostro  occhio avrà percorso successivamente
    tutti i punti della stanza. Ebbene, la stanza è il cielo,  la tavola è
    la  Terra  e la Luna siete voi!».  Ed essi se ne andavano ammirati del
    paragone.
    Dunque,  la Luna mostra continuamente la  stessa  faccia  alla  Terra;
    tuttavia,  per  essere esatti,  bisogna aggiungere che,  a causa di un
    certo ondeggiamento da nord  a  sud  e  dall'ovest  all'est,  chiamato
    «librazione», essa lascia vedere un poco più della metà del suo disco,
    cioè i cinquantasette centesimi circa.
    Allorché   anche   gli   ignoranti  ne  seppero  quanto  il  direttore
    dell'Osservatorio di Cambridge circa il movimento di  rotazione  della
    Luna,  essi  si diedero gran pensiero del suo movimento di rivoluzione
    intorno  alla  Terra;   e  allora  venti   riviste   scientifiche   si
    affrettarono  a  istruirli.  Fu  spiegato che il firmamento con le sue
    miriadi di stelle può considerarsi come un vasto quadrante su  cui  la
    Luna  passeggia  indicando  l'ora  esatta  a  tutti gli abitanti della
    Terra;  che in questo movimento la Luna  presenta  le  sue  differenti
    fasi; che la Luna è piena quando si trova in opposizione al Sole, cioè
    quando  i  tre astri sono sulla stessa linea e la Terra sta nel mezzo;
    che la Luna è nuova quand'è in congiunzione col Sole,  cioè  si  trova
    tra  esso  e  la  Terra;  infine  che la Luna è nel suo primo quarto o
    nell'ultimo, quando essa fa con il Sole e la Terra un angolo retto, di
    cui la Luna occupa il vertice.
    Alcuni Yankees perspicaci dedussero allora che le eclissi  si  possono
    verificare soltanto al momento della congiunzione o della opposizione,
    e ragionavano bene.  La Luna,  in congiunzione, può eclissare il Sole,
    invece quand'è  in  opposizione  è  la  Terra  che  a  sua  volta  può
    eclissarla,  e  se  queste eclissi non si verificano due volte ad ogni
    lunazione, ciò si deve al fatto che il piano secondo il quale si muove
    la Luna è inclinato sulla eclittica,  vale a dire sul piano secondo il
    quale si muove la Terra.
    Quanto all'altezza che l'astro delle notti può raggiungere al di sopra
    dell'orizzonte,  la lettera dell'Osservatorio di Cambridge aveva detto
    tutto al riguardo. Si sapeva dunque che questa altezza varia a seconda
    della latitudine del punto di osservazione.  Ma le sole zone del globo
    sulle  quali  la  Luna passa allo zenit,  ossia viene a trovarsi al di
    sopra della testa di chi la  osserva,  sono  necessariamente  soltanto
    quelle comprese tra il ventottesimo grado nord e il ventottesimo grado
    sud.  Di qui l'importante raccomandazione di compiere l'esperimento da
    un punto qualsiasi di questa zona del  globo  affinché  il  proiettile
    possa  essere  lanciato  perpendicolarmente e sfuggire così più presto
    all'attrazione  della  gravità.   Era  condizione  essenziale  per  il
    successo  dell'impresa  e  costituiva  una seria preoccupazione per la
    pubblica opinione.
    Per  ciò  che  riguardava  la  linea  seguita  dalla  Luna  nella  sua
    rivoluzione  intorno  alla  Terra,  l'Osservatorio  di Cambridge aveva
    sufficientemente spiegato, anche agli ignoranti degli altri paesi, che
    questa linea è una curva rientrante,  quindi non  un  cerchio  ma  una
    ellisse  di  cui  la  Terra  occupa uno dei due fuochi.  Queste orbite
    ellittiche sono comuni  a  tutti  i  pianeti,  come  pure  a  tutti  i
    satelliti,  e  la meccanica razionale dimostra che non potrebbe essere
    diversamente.  Si era ben compreso allora che la Luna al suo apogèo si
    trovava più lontana dalla Terra, e più vicina quand'era al perigèo.
    Ecco dunque ciò che gli Americani avevano imparato, volenti o nolenti,
    e quanto nessuno poteva decentemente ignorare.  Ma se la diffusione di
    queste esatte  nozioni  fu  rapidissima,  persistettero  ancora  molti
    errori e certe illusorie credenze meno facili da estirpare.
    C'era della brava gente,  per esempio,  che continuava a sostenere che
    la Luna era una vecchia cometa la quale,  percorrendo  la  sua  orbita
    allungata intorno al Sole, si era trovata a passare vicino alla Terra,
    che l'aveva catturata nella sua sfera di attrazione.  Questi astronomi
    da salotto pretendevano di spiegare in questo modo l'aspetto  bruciato
    della Luna, disgrazia irreparabile di cui incolpavano l'astro radioso.
    Ma costoro non sapevano cosa rispondere quando gli si faceva osservare
    che  le  comete  hanno una atmosfera mentre la Luna ne ha pochissima o
    niente affatto.
    Altri  ancora,   appartenenti  forse  alla   razza   dei   tremebondi,
    manifestavano  certi timori per la Luna.  Costoro avevano sentito dire
    che, dopo le osservazioni fatte ai tempi dei califfi, il suo movimento
    di  rivoluzione  si  accelerava  in  una  certa  proporzione;  da  ciò
    deducevano,  a  fil  di logica d'altronde,  che a una accelerazione di
    movimento doveva corrispondere una diminuzione della  distanza  tra  i
    due  astri  e  che,  prolungando  questo effetto all'infinito,  un bel
    giorno la Luna  sarebbe  caduta  sulla  Terra.  Tuttavia,  costoro  si
    tranquillizzarono  e  smisero di temere per la sorte delle generazioni
    future, quando venne loro insegnato che, secondo i calcoli di Laplace,
    illustre matematico francese,  questa accelerazione  del  movimento  è
    contenuta  in  limiti  molto ristretti e che a essa seguirà presto una
    decelerazione equivalente.  In  tal  modo,  l'equilibrio  del  sistema
    solare sarebbe rimasto inalterato nei secoli futuri.
    Restava  infine la categoria dei superstiziosi ignoranti;  costoro non
    si accontentavano di ignorare,  ma pretendevano di sapere ciò che  non
    è,  e  a  proposito  della  Luna  mostravano di saperla lunga.  Alcuni
    consideravano il suo disco come fosse un grande specchio levigato, per
    mezzo del quale  si  potevano  mirare  i  vari  punti  della  Terra  e
    scambiarsi  i  propri pensieri.  Altri pretendevano che su mille nuove
    Lune osservate, novecentocinquanta avessero subìto notevoli mutamenti,
    come cataclismi, rivoluzioni, terremoti,  diluvi,  eccetera;  pertanto
    erano  convinti  della misteriosa influenza dell'astro delle notti sui
    destini umani;  consideravano  la  Luna  come  il  «vero  contrappeso»
    dell'esistenza;  pensavano che ogni Selenita fosse unito a un abitante
    della Terra da un legame di simpatia; come il dottor Mead, sostenevano
    che  il  sistema  vitale  è  completamente   sottomesso   alla   Luna,
    caparbiamente   convinti   che   durante   la  Luna  nuova  nascessero
    soprattutto maschi, e femminucce durante l'ultimo quarto, eccetera. Ma
    finalmente si dovette desistere da tali assurde pretese e fare ritorno
    alla semplice verità,  e se la  Luna,  privata  delle  sue  misteriose
    influenze,  perdette  ogni  potere nell'animo dei suoi cortigiani,  se
    qualcuno le voltò le spalle,  la  stragrande  maggioranza  si  schierò
    dalla  sua  parte.  Quanto  agli  Yankees,  essi  non  nutrirono altra
    ambizione se non quella  di  conquistare  il  nuovo  continente  dello
    spazio  e  di  piantare  sulla sua vetta più alta la bandiera stellata
    degli Stati Uniti.
    NOTE.
    Nota 1. E' la durata della rivoluzione siderale, cioè del tempo che la
    Luna impiega per tornare ad allinearsi con la Terra e con una medesima
    stella.


    7. INNO AL PROIETTILE.
    L'Osservatorio di Cambridge,  nella memorabile lettera del 7  ottobre,
    aveva  trattato  la  questione dal punto di vista astronomico;  ora si
    doveva  risolverla  da  quello  meccanico.   A  questo  riguardo,   le
    difficoltà  pratiche  sarebbero  apparse  insormontabili in ogni altro
    Paese che non fosse l'America. Qui esse non furono che un gioco.
    Il presidente Barbicane,  senza perdere tempo,  aveva nominato in seno
    al  Gun-Club  una  commissione  esecutiva,  che  in tre sedute avrebbe
    dovuto risolvere tre grossi problemi,  quello del cannone,  quello del
    proiettile  e  quello del propellente.  La commissione era composta da
    quattro  membri  molto  esperti  in  materia:  Barbicane,   con   voce
    preponderante  in  caso  di  parità  di voti,  il generale Morgan,  il
    maggiore Elphiston e,  infine,  l'inevitabile J.-T.  Maston,  al quale
    vennero affidate le funzioni di segretario relatore.
    L'8  ottobre  la commissione si riunì in casa del presidente Barbicane
    al numero 3 di Republican Street. Poiché era importante che lo stomaco
    non venisse a turbare con i suoi morsi una così seria  discussione,  i
    quattro membri del Gun-Club si sedettero a un tavolo stipato di panini
    imbottiti  e  di considerevoli teiere.  Quindi J.-T.  Maston avvitò la
    penna al suo uncino di ferro e la seduta ebbe inizio.
    Barbicane prese la parola:
    - Miei cari colleghi,  - disse - tocca a noi l'onore di risolvere  uno
    dei  più  importanti problemi della balistica,  scienza che eccelle su
    tutte,  che tratta del moto dei proiettili ossia  dei  corpi  lanciati
    nello  spazio  da  una  forza  di  propulsione  e poi abbandonati a se
    stessi.
    - Oh,  la balistica!  la balistica!  - esclamò J.-T.  Maston con  voce
    commossa.
    -  Forse  sarebbe  sembrato più logico dedicare questa prima seduta al
    problema della propulsione... - riprese Barbicane.
    - E' così - intervenne il generale Morgan.
    - E tuttavia,  - riprese Barbicane - dopo matura riflessione,  mi sono
    convinto  che la questione del proiettile dovesse precedere quella del
    cannone,   giacché  le  dimensioni  di  quest'ultimo  dipendono  dalle
    dimensioni del proiettile che dovrà lanciare.
    - Domando la parola - esclamò J.-T. Maston.
    La parola gli fu accordata, con la deferenza che il suo eroico passato
    meritava.
    -  Miei  valorosi  amici,  -  esordì  con accento ispirato - il nostro
    presidente ha  ragione  di  dare  la  precedenza  alla  questione  del
    proiettile. Questa palla, che noi stiamo per lanciare sulla Luna, è il
    nostro messaggero, il nostro ambasciatore, e io vi domando il permesso
    di considerarla da un punto di vista puramente morale.
    Questo   nuovo  modo  di  considerare  una  palla  da  cannone  accese
    singolarmente  la  curiosità  dei  membri  della   commissione;   essi
    accordarono quindi la massima attenzione alle parole di J.-T. Maston.
    -  Miei  cari  colleghi,  - soggiunse costui - sarò breve;  lascerò da
    parte la palla fisica, la palla che uccide, per non considerare che il
    proiettile matematico, il proiettile morale. La palla da cannone è,  a
    parer  mio,  la più splendida affermazione della potenza umana;  è nel
    proiettile  che  questo  si  riassume  tutta  intera.  Creando  questo
    ordigno, l'uomo si è avvicinato in massimo grado al Creatore.
    - Molto bene! - esclamò il maggiore Elphiston.
    -  Infatti,  -  riprese  l'oratore  -  se  Dio  ha fatto le stelle e i
    pianeti, l'uomo ha fatto la palla da cannone,  criterio delle velocità
    terrestri,  immagine  in  piccolo degli astri erranti nello spazio,  i
    quali in realtà non sono altro che dei proiettili.  A Dio la  velocità
    della  corrente elettrica,  la velocità della luce,  la velocità delle
    stelle, la velocità delle comete, la velocità dei pianeti, la velocità
    dei satelliti, la velocità del suono, la velocità del vento!  Ma a noi
    la  velocità  del proiettile,  cento volte superiore alla velocità dei
    treni e dei cavalli più rapidi.
    J.-T.  Maston si era trasfigurato  in  volto;  la  sua  voce  assumeva
    accenti lirici intonando questo inno sacro al proiettile.
    -  Volete  delle cifre?  - continuò.  - Eccone alcune molto eloquenti.
    Prendiamo semplicemente la modesta palla da 24 (1); se la sua velocità
    è ottocentomila volte minore di quella della luce,  settantasei  volte
    minore  di  quella  della  Terra  nel  suo  movimento intorno al Sole,
    tuttavia appena uscita dal cannone supera la velocità del  suono  (2):
    percorre 467 metri al secondo, 4 chilometri e 670 metri in 10 secondi,
    28 chilometri al minuto,  1670 chilometri all'ora, 40077 chilometri al
    giorno.  Vale a dire la velocità dei punti dell'equatore nel movimento
    di  rotazione  del globo e 14630000 chilometri all'anno.  Teoricamente
    impiegherebbe dunque undici giorni per arrivare alla Luna, dodici anni
    per arrivare al Sole,  trecentosessant'anni per raggiungere Nettuno ai
    limiti del mondo solare. Ecco che cosa sarebbe in grado di fare questa
    modesta palla da cannone,  opera delle nostre mani!  Pensate cosa sarà
    mai quando,  ventuplicando la velocità  iniziale,  la  lanceremo  alla
    bellezza  di  undici  chilometri  al  secondo!  Ah,  superba  palla da
    cannone! splendido proiettile!  Mi piace pensare che tu sarai ricevuto
    lassù con gli onori dovuti a un ambasciatore della Terra!
    Uno  scroscio  di  applausi  salutò  la  conclusione della altisonante
    perorazione  e  J.-T.  Maston,  commosso,   tornò  a  sedersi  tra  le
    congratulazioni dei colleghi.
    - E ora che abbiamo dato larga parte alla poesia,  - disse Barbicane -
    veniamo al sodo della questione.
    - Siamo pronti -  risposero  i  membri  della  commissione,  ingoiando
    ciascuno una mezza dozzina di panini imbottiti.
    -  Sapete quale è il problema da risolvere - riprese il presidente.  -
    Si tratta di imprimere al nostro proiettile la velocità di  dodicimila
    iarde  al  secondo  (undici chilometri).  Ho motivi per credere che ci
    riusciremo.  Ma intanto esaminiamo le velocità ottenute fino ad  oggi:
    il generale Morgan potrà fornirci preziose informazioni al riguardo.
    -  Tanto più facilmente,  - rispose il generale - in quanto durante la
    guerra facevo parte della commissione  di  collaudo.  Premetto  che  i
    cannoni  da  cento  di  Dahlgreen,  che  lanciavano  il  proiettile  a
    duemilacinquecento tese,  gli  imprimevano  la  velocità  iniziale  di
    cinquecento iarde al secondo.
    - Bene. E il Columbiad Rodman? (3) - domandò il presidente.
    - Il Columbiad Rodman,  collaudato al Forte Hamilton, presso New York,
    lanciava un proiettile  di  mezza  tonnellata  alla  distanza  di  sei
    miglia,  alla  velocità  di ottocento iarde al secondo,  risultato mai
    ottenuto da Armstrong e Palliser in Inghilterra.
    - Oh,  questi Inglesi!  - interruppe J.-T.  Maston,  puntando  il  suo
    uncino verso oriente.
    -  Così,   dunque,  -  riprese  Barbicane  -  queste  ottocento  iarde
    rappresenterebbero la velocità massima ottenuta finora?
    - Sì - rispose Morgan.
    - Osservo, tuttavia,  - interferì nuovamente J.-T.  Maston - che se il
    mio cannone non fosse scoppiato...
    -  Sì,  ma  è  scoppiato - ribatté Barbicane con un gesto benevolo.  -
    Prendiamo allora come punto  di  partenza  la  velocità  di  ottocento
    iarde. Bisognerà moltiplicarla per venti. Perciò, rinviando a un'altra
    seduta  la  discussione  sui  mezzi  atti  a produrre questa velocità,
    vorrei richiamare la vostra  attenzione,  miei  cari  colleghi,  sulle
    dimensioni  che bisognerà dare al proiettile.  Capirete facilmente che
    questa volta non si tratta più di proiettili di  mezza  tonnellata  al
    massimo.
    - Perché no? - domandò il maggiore.
    -  Perché  questo  proiettile  -  rispose animatamente J.-T.  Maston -
    dev'essere abbastanza grosso da attirare l'attenzione  degli  abitanti
    della Luna, ammesso che ve ne siano.
    - Sì, - disse Barbicane - e per una ragione ancora più importante.
    - Che intendete dire, Barbicane? - domandò il maggiore.
    -  Voglio  dire  che non basta inviare un proiettile e non occuparsene
    più;  bisogna che noi lo seguiamo durante tutto il percorso,  fino  al
    momento del suo allunaggio.
    -  Eh?  -  fecero  a  un  tempo  il  maggiore e il generale,  alquanto
    sorpresi.
    - Non c'è dubbio - ribatté Barbicane col tono di chi è sicuro di sé; -
    altrimenti il nostro esperimento resterebbe senza pratico risultato.
    - Ma allora,  - replicò il maggiore - volete dare a questo  proiettile
    dimensioni enormi.
    -  No,  vi  prego  di ascoltarmi.  Voi sapete che gli strumenti ottici
    hanno raggiunto una  grande  perfezione;  con  certi  telescopi  siamo
    riusciti  a ottenere ingrandimenti fino a seimila volte e osservare la
    Luna come se fosse a una distanza di 64 chilometri.  E a tale distanza
    un  corpo  del diametro di 20 metri riesce perfettamente visibile (4).
    Non si è potuto finora spingere oltre la potenza di  penetrazione  dei
    telescopi,  poiché ciò sarebbe a danno della nitidezza delle immagini;
    e la Luna,  che è una  superficie  riflettente,  non  manda  una  luce
    sufficiente per consentire un ingrandimento oltre questo limite.
    -  Ebbene,  che  farete  allora?  -  domandò il generale.  - Darete al
    proiettile un diametro di 20 metri?
    - No.
    - Cercherete allora di rendere la Luna più luminosa?
    - Per l'appunto.
    - Ah, questa sì che è grossa! - esclamò J.-T. Maston.
    - E' molto semplice, invece - rispose Barbicane. - Infatti,  se riesco
    a  diminuire  la  densità  dell'atmosfera  che la luce della Luna deve
    attraversare, non avrò reso questa luce più intensa?
    - Evidentemente sì.
    -  Ebbene,  per  ottenere  questo  risultato,   basterà  collocare  il
    telescopio in cima a una montagna assai elevata.  Ed è appunto ciò che
    faremo.
    - Mi arrendo, mi arrendo - rispose il maggiore. - Avete un modo,  voi,
    di  semplificare  le cose!...  E che ingrandimento sperate di ottenere
    così?
    - Un ingrandimento di quarantottomila volte,  che è come dire  portare
    la Luna alla distanza di soli nove chilometri, e così gli oggetti, per
    essere visibili, basterà che abbiano un diametro di appena tre metri.
    - Perfetto! - esclamò J.-T. Maston. - Il nostro proiettile avrà dunque
    tre metri di diametro?
    - Precisamente.
    - Permettetemi di dirvi,  tuttavia, - intervenne il maggiore Elphiston
    - che il proiettile avrà ancora un peso tale...
    - Oh,  maggiore,  - disse Barbicane - prima  di  discutere  del  peso,
    lasciate   che  vi  ricordi  che  i  nostri  padri  hanno  fatto  cose
    meravigliose a questo riguardo.  Lungi da me  la  convinzione  che  la
    balistica  non  abbia  fatto  progressi,  ma è bene sapere che fin dal
    medioevo,  furono ottenuti risultati sorprendenti,  e oserei dire  più
    sorprendenti dei nostri.
    - Per esempio? - fece Morgan.
    - Le prove! - esclamò animatamente J.-T. Maston.
    - Niente di più facile - rispose Barbicane! - Ho esempi che appoggiano
    le  mie  affermazioni.  Durante l'assedio di Costantinopoli,  posto da
    Maometto Secondo nel  1453,  vennero  lanciate  palle  di  pietra  del
    rispettabile peso di mille e novecento libbre, e perciò di proporzioni
    notevoli.
    - Oh, oh! - esclamò il maggiore - mille e novecento libbre non sono un
    peso da poco.
    -  A  Malta,  al  tempo  dei cavalieri,  un certo cannone del Forte di
    Sant'Elmo lanciava palle di duemila e cinquecento libbre.
    - Impossibile.
    - C'è da dire però che, secondo uno storico francese, durante il regno
    di Luigi Undicesimo,  un mortaio lanciò una palla che pesava  soltanto
    cinquecento libbre; ma questa bomba, partita dalla Bastiglia, un luogo
    dove  i  pazzi imprigionavano i savi,  andò a finire a Charenton,  una
    prigione in cui i savi tenevano chiusi i pazzi.
    - Quest'è bella! - disse J.-T. Maston.
    - Insomma, che altro abbiamo visto, dopo? I cannoni Armstrong lanciano
    proiettili di cinquecento libbre e i Columbiad Rodman palle  di  mezza
    tonnellata! Si direbbe che quello che si è guadagnato in lunghezza, lo
    si  è  perduto  in peso.  Ora,  se noi indirizziamo i nostri sforzi da
    questo lato,  con i progressi che intanto ha fatto la scienza dobbiamo
    arrivare  a  decuplicare  il  peso  delle  palle  lanciate da Maometto
    Secondo e dai cavalieri di Malta
    - E' evidente - disse  il  maggiore;  -  ma  quale  metallo  intendete
    impiegare per il proiettile?
    - Semplicemente ghisa - disse il generale Morgan.
    - Poh,  ghisa! - esclamò J.-T. Maston con una smorfia sprezzante. - E'
    un materiale troppo comune per un proiettile destinato alla Luna.
    - Non esageriamo, onorevole collega - rispose Morgan. - La ghisa è più
    che sufficiente.
    - Ebbene,  - ribatté  il  maggiore  Elphiston  -  siccome  il  peso  è
    proporzionale  al  volume,  un  proiettile di ghisa,  con tre metri di
    diametro, avrebbe ancora un peso enorme!
    - Sì, se fosse pieno; no, se sarà vuoto - disse Barbicane.
    - Vuoto? Si tratterebbe dunque di un obice?
    - Un obice in cui si potranno mettere dei dispacci,  -  replicò  J.-T.
    Maston - e un intero campionario dei prodotti della Terra.
    -   Un   obice  per  l'appunto  -  rispose  Barbicane.   -  Dev'essere
    assolutamente così.  Una palla da cento e otto pollici in ghisa peserà
    più  di  duecentomila  libbre,  ed  è  un  peso  evidentemente  troppo
    considerevole;  perciò  dovendo  conservare  una  certa  stabilità  al
    proiettile, propongo di non oltrepassare il peso di ventimila libbre.
    - E quale risulterebbe in tal caso lo spessore delle pareti? - domandò
    il maggiore.
    -  Se  seguiamo  la proporzione regolamentare,  - continuò Morgan - un
    diametro di cento e otto pollici (5) esige pareti di due piedi almeno.
    - Troppo - osservò Barbicane;  - tenete conto che non si tratta qui di
    un  proiettile  destinato  a  perforare delle lamiere;  saranno quindi
    sufficienti pareti abbastanza robuste per resistere alla pressione dei
    gas della polvere.  Ecco dunque qual è il problema: che spessore dovrà
    avere  un  proiettile  di  ghisa per non superare il peso di ventimila
    libbre? Il nostro provetto computista, il valoroso Maston,  ce lo farà
    sapere all'istante.
    -   Niente   di  più  facile  -  disse  l'onorevole  segretario  della
    commissione.
    E così dicendo si affrettò a buttar giù  sulla  carta  alcune  formule
    algebriche;  si  videro  spuntare sotto la sua penna una serie di "pi"
    greco e di "x" elevati al quadrato.  Parve che estraesse a mente anche
    una certa radice cubica. Poi disse:
    - Le pareti avranno due pollici di spessore (50 millimetri).
    - Basterà? - domandò il maggiore in tono dubbioso.
    - No, - rispose il presidente Barbicane - no, evidentemente.
    - E allora che si fa? - soggiunse Elphiston imbarazzato.
    - Impiegheremo un altro metallo che non sia la ghisa.
    - Rame? - domandò Morgan.
    - No, è ancora troppo pesante; ho qualcosa di meglio da proporvi.
    - Che cosa, dunque? - disse il maggiore.
    - Alluminio - rispose Barbicane.
    - Alluminio?! - esclamarono i tre colleghi del presidente.
    - Sì,  amici miei.  Voi sapete che un illustre chimico francese, Henri
    Sainte-Claire Deville, è riuscito, nel 1854, a ottenere l'alluminio in
    massa  compatta.   Ora,   questo  prezioso  metallo  ha   il   candore
    dell'argento,  l'inalterabilità  dell'oro,  la  tenacia del ferro,  la
    fusibilità del rame e la leggerezza del cristallo;  lo si può lavorare
    con  facilità ed è estremamente diffuso in natura perché forma la base
    della maggior parte delle rocce;  è inoltre tre volte più leggero  del
    ferro  e  pare  sia  stato  creato apposta per fornirci la materia del
    nostro proiettile!
    - Evviva l'alluminio!  -  esclamò  il  segretario  della  commissione,
    sempre rumoroso nei suoi momenti di entusiasmo.
    -  Ma,  mio caro presidente,  - disse il maggiore - non credete che il
    prezzo per l'estrazione dell'alluminio sia troppo elevato?
    - Lo era - rispose Barbicane;  - ai primi tempi della  sua  estrazione
    una  libbra  di  alluminio  costava  dai  duecentosessanta ai duecento
    ottanta dollari;  poi è sceso a ventisette dollari,  e oggi vale  nove
    dollari.
    -  Ma  nove  dollari  alla libbra,  - replicò il maggiore,  che non si
    arrendeva tanto facilmente - è sempre un prezzo esorbitante!
    - Non c'è dubbio, mio caro maggiore, ma non è un prezzo inabbordabile.
    - E quanto peserà il proiettile? - domandò Morgan.
    - Ecco qui i risultati dei miei calcoli  -  rispose  Barbicane;  -  un
    proiettile  di cento e otto pollici di diametro e di dodici pollici di
    spessore  (6),   se  fosse  in   ghisa   peserebbe   sessantasettemila
    quattrocentoquaranta  libbre;  in alluminio il suo peso sarà ridotto a
    diciannovemila duecentocinquanta libbre.
    - Perfetto! - esclamò Maston. - Questo rientra nel nostro programma.
    - Perfetto, perfetto!  - fece eco il maggiore.  - Ma non pensate che a
    nove dollari la libbra questo proiettile ci verrà a costare...
    - Centosettantatremila duecentocinquanta dollari,  lo so benissimo; ma
    non c'è niente da temere,  amici miei,  non sarà il denaro a  mancarci
    per la nostra impresa, ve lo garantisco io.
    - Pioverà nelle nostre casse! - aggiunse J.-T. Maston.
    - Ebbene, che ne pensate dell'alluminio? - domandò il presidente.
    - Adottato! - esclamarono i tre membri della commissione.
    - Quanto alla forma da dare al proiettile,  - riprese a dire Barbicane
    - non ha grande importanza, poiché, una volta superata l'atmosfera, la
    palla si troverà lanciata nel vuoto;  propongo  dunque  un  proiettile
    rotondo, che potrà girare su se stesso, a suo piacere, e si comporterà
    con la libertà che vuole.
    Ebbe così termine la prima seduta della commissione; era stato risolto
    definitivamente  il  problema  del proiettile e J.-T.  Maston fu molto
    lieto al pensiero di inviare un proiettile di alluminio  ai  Seleniti,
    perché  «ciò avrebbe fornito loro un'altissima opinione degli abitanti
    della Terra».
    NOTE.
    Nota 1. Intendesi, 24 libbre. La libbra inglese equivale a chilogrammi
    0,453.
    Nota 2.  Così quando uno ode la detonazione non può più essere colpito
    dal proiettile.
    Nota  3.  Gli  Americani  diedero il nome di Columbiad a queste enormi
    macchine di distruzione.
    Nota 4.  Il maggiore telescopio esistente oggi  (a  Monte  Palomar  in
    California)  permette  di osservare la Luna come se essa si trovasse a
    35  chilometri  di  distanza.  Si  è  raggiunta  cioè  la  potenza  di
    avvicinamento  doppia  di quella,  già considerevolissima,  del famoso
    telescopio di Parigi, a cui si riferisce Verne (Nota del Traduttore).
    Nota 5. Il pollice americano equivale a 25 millimetri.
    Nota 6. Rispettivamente 220 e 25 centimetri.
    8. STORIA DEL CANNONE.
    Le decisioni prese in  quella  seduta  produssero  un  grande  effetto
    nell'opinione pubblica. Qualche timoroso si mostrò alquanto spaventato
    all'idea  di  un  proiettile  di  ventimila  libbre (nove tonnellate),
    lanciato nello spazio.  Ognuno si domandava quale cannone potesse  mai
    imprimere  una velocità iniziale sufficiente per una simile massa.  La
    seconda seduta della commissione  doveva  rispondere  positivamente  a
    queste domande.
    La  sera  del  giorno  dopo,  i  quattro  membri del Gun-Club sedevano
    davanti a nuove montagne di panini imbottiti  e  in  riva  a  un  vero
    oceano  di  tè.  La  discussione  prese subito il suo corso e,  questa
    volta, senza preamboli.
    - Miei  cari  colleghi,  -  disse  Barbicane  -  ci  occuperemo  della
    costruzione del cannone,  della sua lunghezza,  della sua forma, della
    sua composizione e del suo peso.  E' probabile che arriveremo a dargli
    delle   dimensioni   gigantesche;   ma  per  quanto  grandi  siano  le
    difficoltà, il nostro genio industriale avrà facilmente partita vinta.
    Vogliate dunque  ascoltarmi  e  non  risparmiatemi  le  obiezioni  più
    rigorose. Io non le temo!
    Un mormorio di assenso accolse queste parole.
    -  Non dimentichiamo - continuò Barbicane - a che punto siamo arrivati
    con la discussione di ieri;  adesso  il  problema  si  presenta  sotto
    quest'altro  aspetto:  imprimere  una  velocità iniziale di dodicimila
    iarde al secondo a un proiettile di cento otto pollici di  diametro  e
    pesante ventimila libbre.
    -  Qui  sta il vero problema,  effettivamente - intervenne il maggiore
    Elphiston.
    - Proseguo - disse Barbicane.  - Che cosa succede quando un proiettile
    viene   lanciato   nello  spazio?   Viene  sollecitato  da  tre  forze
    indipendenti: la resistenza dell'aria,  l'attrazione della Terra e  la
    spinta  di  propulsione che gli viene impressa.  Esaminiamo queste tre
    forze.  La resistenza circostante,  cioè quella dell'aria,  avrà  poca
    importanza.  In  effetti  l'atmosfera  terrestre non è che di quaranta
    miglia.  Ora,  con una velocità di  dodicimila  iarde,  il  proiettile
    l'attraverserà  in cinque secondi,  e questo tempo è talmente breve da
    considerare  insignificante  la  resistenza   dell'involucro   d'aria.
    Passiamo  allora all'attrazione della Terra,  cioè al peso dell'obice.
    Sappiamo che il suo peso diminuirà  in  ragione  inversa  al  quadrato
    della distanza;  infatti ecco che cosa ci insegna la fisica: quando un
    corpo abbandonato a se stesso cade sulla superficie  della  Terra,  la
    sua  caduta  è  di  quindici piedi (1) nel primo secondo,  e se questo
    stesso   corpo   fosse   trasportato   duecentocinquantasettemila    e
    centoquarantadue miglia, vale a dire alla distanza che ci separa dalla
    Luna, la sua caduta verso la Terra sarebbe ridotta nel primo secondo a
    mezza  linea,  un  quarto  di millimetro.  E' la quasi immobilità.  Si
    tratta,  dunque,  di vincere progressivamente questa azione del  peso.
    Come ci riusciremo? Con la forza di propulsione.
    - Qui sta il difficile! - osservò Morgan.
    - E' vero, - disse il presidente - ma noi ce la faremo perché la forza
    di  spinta che ci occorre ci verrà dalla lunghezza del cannone e dalla
    quantità della polvere che impiegheremo;  e la carica non  è  limitata
    che dalla resistenza del cannone.  Occupiamoci perciò delle dimensioni
    che dovrà avere il cannone.  Poiché questo non è  destinato  a  essere
    mosso,  è  chiaro  che  potremo stabilirlo in condizioni di resistenza
    pressoché illimitate.
    - Tutto questo è evidente - rispose il generale.
    - Finora, - disse Barbicane,  - i cannoni più lunghi,  i nostri enormi
    Columbiad,  non  hanno sorpassato i venticinque piedi di lunghezza;  e
    noi stupiremo non poca gente con le proporzioni che saremo obbligati a
    dargli.
    - Ah,  certo!  - esclamò J.-T.  Maston.  - Per conto  mio,  chiedo  un
    cannone di mezzo miglio, al minimo!
    - Un pezzo da mezzo miglio! - fecero eco il maggiore e il generale.
    - Sì, un pezzo da mezzo miglio, e sarà ancora corto della metà.
    - Suvvia, Maston, - intervenne Morgan - state esagerando.
    - Niente affatto! - replicò il focoso segretario. - Non capisco perché
    mi abbiate tacciato d'esagerazione.
    - Perché andate troppo lontano, voi!
    - Sappiate,  signore,  - rispose J.-T. Maston, assumendo l'espressione
    dei grandi momenti - sappiate che un artigliere è come un  proiettile:
    non potrà mai andare troppo lontano.
    La disputa stava degenerando negli insulti personali, ma il presidente
    intervenne.
    - Calma, amici miei, e ragioniamo; evidentemente ci occorre un cannone
    di  grande  volata,  poiché la lunghezza del pezzo accresce lo scoppio
    del gas accumulato sotto il  proiettile;  ma  è  inutile  oltrepassare
    certi limiti.
    - Esatto - disse il maggiore.
    -  Quali  sono  le  norme  usate  in  simili  casi?  Ordinariamente la
    lunghezza di un cannone è da venti a venticinque volte il diametro del
    proiettile  e  il  cannone  pesa   dalle   duecentotrentacinque   alle
    duecentoquaranta volte più di questo.
    - Non è abbastanza - intervenne con impeto J.-T. Maston.
    -  Ne  convengo,  mio  buon  amico,  ed effettivamente seguendo questa
    proporzione,  per un proiettile lungo nove piedi e  pesante  ventimila
    libbre,    il    cannone    non   avrebbe   che   una   lunghezza   di
    duecentoventicinque piedi e un peso di sette  milioni  e  duecentomila
    libbre.
    -  E'  ridicolo - intervenne di nuovo J.-T.  Maston.  - Tanto varrebbe
    allora usare una pistola.
    - La penso anch'io così,  - rispose Barbicane - ed è per questo che mi
    propongo  di  quadruplicare questa lunghezza e di costruire un cannone
    di novecento piedi (320 metri).
    Il generale e il maggiore mossero alcune obiezioni;  ciononostante  la
    proposta,  appoggiata calorosamente dal segretario del Gun-Club, venne
    definitivamente approvata.
    - E ora, - disse Elphiston - che spessore dare alle sue pareti?
    - Uno spessore di sei piedi - rispose Barbicane.
    - Non penserete certo di montare una simile  massa  su  un  affusto  -
    domandò il maggiore.
    - Sarebbe magnifico, però! - esclamò J.-T. Maston.
    -  Ma  poco pratico - disse Barbicane.  - No,  penso di far fondere il
    cannone sul posto,  di stringerlo con cerchi di ferro  forgiato  e  di
    fasciarlo con una spessa muratura di pietra e calce, in modo che possa
    sfruttare tutta la resistenza del terreno circostante.  Una volta fuso
    il pezzo,  l'anima verrà alesata con  cura  e  calibrata  in  modo  da
    eliminare il vento (2) del proiettile; così non si avrà alcuna perdita
    di gas e tutta la forza di spinta della polvere verrà sfruttata.
    - Urrà!  urrà!  - gridò J.-T.  Maston. - Abbiamo finalmente il cannone
    che fa per noi.
    - Non ancora!  - rispose Barbicane,  cercando di calmare  l'impaziente
    amico con un gesto della mano.
    - Perché mai?
    - Perché non abbiamo ancora discusso della sua forma. Sarà un cannone,
    un obice o un mortaio?
    - Un cannone - intervenne Morgan.
    - Un obice - disse il maggiore.
    - Un mortaio! - gridò J.-T. Maston.
    Si  stava  avviando  una nuova vivacissima discussione,  in cui ognuno
    proponeva la sua arma preferita,  ma  a  questo  punto  il  presidente
    tagliò corto.
    - Amici miei,  - disse - vedrò di mettervi tutti d'accordo;  il nostro
    Columbiad prenderà allo stesso tempo da tutte e tre queste  bocche  da
    fuoco.  Sarà  un  cannone,  perché la camera di scoppio avrà lo stesso
    diametro dell'anima.  Sarà  un  obice,  perché  lancerà  un  obice.  E
    finalmente  sarà  un  mortaio,  perché  verrà puntato con un angolo di
    novanta gradi e perché,  senza  possibilità  di  rinculo,  tenacemente
    fissato  al suolo,  comunicherà al proiettile tutta la forza di spinta
    accumulata nei suoi fianchi.
    - Adottato, adottato! - risposero i membri della commissione.
    - Una semplice domanda -  disse  Elphiston:  -  questo  cannone-obice-
    mortaio sarà rigato?
    -  No,  -  rispose  Barbicane  - no;  ci occorre una velocità iniziale
    enorme e sapete bene che  il  proiettile  esce  meno  rapidamente  dal
    cannone rigato che dal cannone ad anima liscia.
    - Giusto.
    - Questa volta è pronto, finalmente! - esclamò J.-T. Maston.
    - Non è ancora detta l'ultima parola - intervenne il presidente.
    - Perché?
    - Perché non sappiamo ancora di che metallo sarà fatto.
    - Decidiamolo subito.
    - Adesso vi farò la mia proposta.
    I  quattro  membri  della commissione ingoiarono una dozzina di panini
    ciascuno, bevvero una tazza di tè, poi la discussione riprese.
    - Miei cari colleghi,  - disse Barbicane -  il  nostro  cannone  dovrà
    essere  molto  tenace  e  solido,  resistente al calore,  insolubile e
    inossidabile all'azione corrosiva degli acidi.
    - Non ci sono dubbi al riguardo - rispose il maggiore;  -  non  avremo
    l'imbarazzo   della   scelta   dal   momento   che  ci  occorrerà  una
    considerevole quantità di metallo.
    - Allora,  - disse  Morgan  -  io  propongo  per  la  costruzione  del
    Columbiad la migliore lega finora conosciuta,  vale a dire cento parti
    di rame, dodici di stagno e sei di ottone.
    - Amici miei,  - rispose il presidente - ammetto che questa lega abbia
    dato risultati eccellenti,  ma in questo caso costerebbe troppo cara e
    sarebbe di difficile impiego. Penso quindi che si debba, sì, adoperare
    un materiale eccellente, ma di basso prezzo, come la ghisa.  Non siete
    di questo parere, maggiore?
    - Sì, perfettamente - rispose Elphiston.
    -  Infatti,  -  riprese Barbicane - la ghisa costa dieci volte di meno
    del bronzo;  è facile a fondersi e si può colare  semplicemente  negli
    stampi di sabbia; offre una rapida manipolazione ed economia di denaro
    e di tempo.  Del resto,  questo materiale è eccellente,  e ricordo che
    durante la guerra,  all'assedio di  Atlanta,  alcuni  pezzi  in  ghisa
    spararono  mille colpi ciascuno,  a intervalli di venti minuti,  senza
    dare segni di usura.
    - Tuttavia, la ghisa è molto fragile - obiettò Morgan.
    - Sì, ma è anche molto resistente; ad ogni modo,  posso garantirvi che
    non esploderemo.
    - Si può esplodere ed essere onesti - sentenziò J.-T. Maston.
    -  Evidentemente  -  rispose Barbicane.  - Prego dunque il nostro buon
    segretario di calcolare il peso di un cannone in ghisa lungo novecento
    piedi,  con un diametro interno di nove piedi e pareti di sei piedi di
    spessore.
    - All'istante! - rispose J.-T. Maston.
    E,  come  aveva  fatto  il  giorno avanti,  allineò le sue formule con
    meravigliosa abilità, e in capo a un minuto comunicò:
    - Questo cannone peserà sessantottomila e quaranta tonnellate.
    - E a due "cents" la libbra, verrà a costare...
    - Due milioni cinquecentodiecimila settecentouno dollari.
    J.-T.  Maston,  il  maggiore  e  il  generale  rivolsero  a  Barbicane
    un'occhiata inquieta.
    - Ebbene,  signori, - disse il presidente - vi ripeto quello che vi ho
    detto ieri: state tranquilli, i milioni non ci mancheranno.
    E con questa assicurazione del presidente,  la commissione si sciolse,
    dopo  avere  concordato  la  terza  riunione  per  la  sera del giorno
    seguente.
    NOTE.
    Nota 1. Ossia 4 metri e 90 centimetri nel primo secondo; alla distanza
    in cui si trova la Luna la caduta non sarebbe più che 1  millimetro  e
    un  terzo ossia di 590 millesimi di linea,  essendo la linea circa 0,5
    millimetri.
    Nota 2. «Vento»,  in balistica,  è lo spazio che a volte esiste tra il
    proiettile e la parete interna del pezzo che lo lancia.