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L'occhio di alabastro
I misteri dello scarabeo d'oro
Piemme ed.




 



 1

La dieta di Piai

 


- Non ci credo! Non è possibile! - disse Thothis a sua sorella Ashira.

La ragazzina, seduta sotto un alto carrubo, si portò le mani sul petto e incrociò le dita all’altezza del cuore.

- Te  lo giuro! Prima ha rifiutato la pagnotta imbottita con cetriolini dolci e formaggio salato che Kheti gli aveva offerto. Poi si è avvicinato al cesto dei rifiuti, e cercando di non farsi notare - Ashira scattò in piedi e mimò la scena, - si è sbarazzato della sua merenda!

Questo poi era davvero troppo.

- Ma siamo parlando proprio di Piai? Del nostro Piai? - chiese Thothis.

- E di chi, se no?  - intervenne dall’alto Kheti, seduto insieme al suo fratello gemello Ani sul ramo più robusto del carrubo. - Non vi siete accorti che a scuola, negli ultimi quattro o cinque giorni, ha fatto sempre la stessa cosa?

Thothis rifletté un attimo sulla faccenda. Forse il loro amico stava male. O forse loro avevano esagerato un po’, ultimamente, nel prenderlo in giro per il suo faccione da luna piena e per il suo pancione prominente.

Oltre tutto, dei cinque ragazzi di Tavialis che componevano la Banda del Vecchio Sicomoro, Piai era quello più sfortunato. A scuola andava così così. Nelle gare di corsa arrivava sempre ultimo. Aveva l’abitudine di cacciarsi nei guai e qualche mese prima, quando un bandito di nome Sair-Ranshup aveva imperversato nella loro provincia, era stato sequestrato e rinchiuso in un sarcofago insieme a una puzzolentissima mummia.[1]

Thothis sollevò lo sguardo verso Kheti, che dalla sua posizione non perdeva di vista le acque del Nilo.

- Ancora niente? -  chiese.

- Niente. Vedo una decina di barche di papiro. Più in là mi sembra di scorgere anche una chiatta per il trasporto di pietrame. Ma nessuna nave, sinora.

L’imbarcazione che stavano aspettando, la Figlia di Khemet, sarebbe potuta sbucare da un momento all’altro superando con il vento in poppa il limite estremo dell’Ansa di Katopek.

- Io forse lo so, perché Piai si comporta così - disse Ani, calandosi dall’albero. - Avete notato come si agita, ogni volta che parla di sua cugina Meryth?

- Che c’entra ora sua cugina? - chiese Thothis.

- C’entra eccome! Ragiona. E’ da quando lei è arrivata a Tavialis da Edfu, che Piai si è messo a dieta.

- Ma voi l’avete conosciuta?

- Come avremmo potuto? In tutti questi giorni il nostro amico l’ha tenuta segregata in casa! Ogni volta che parla di lei comincia a balbettare. E poi…  

- Zitto! - lo bloccò Thothis.

Sul sentiero alle loro spalle era comparso Piai. Si avvicinò con il suo solito passo ciondolante e si sedette sotto il carrubo.

- Allora? - chiese. - Arriva o non arriva questa nave?

Aveva un’espressione molto triste.

- Be’, che avete da guardarmi?

- Hai mangiato, oggi? - gli chiese Thothis.

- E come sta Meryth? - aggiunse impietosamente Ani.

Il viso del ragazzo s’imporporò e poi virò su un bel viola paonazzo.

- Mia cugina sta bene - biascicò. - Ma a voi che importa se  ho mangiato o no?

- Si sta facendo tardi - cambiò subito discorso Ashira. - Forse sarà meglio che io e mio fratello rientriamo in città. Se avvisterete la nave potrete raggiungerci più tardi.

Strada facendo Thothis meditò ancora sulle stranezze di Piai.

In ogni caso da lì a due giorni sarebbero partiti tutti insieme a bordo della Figlia di Khemet, e avrebbero avuto ben altro a cui pensare.

Kenhikhopeshef, lo scriba cieco che da circa un anno si era ritirato a vivere nella grande Villa delle Palme Dum, li aveva invitati ad accompagnarlo sino a Piramesse Meriamon, la capitale dell’Alto e del Basso Egitto che ospitava la corte del Faraone donna Tausret, e loro avevano acconsentito con entusiasmo. Solo Piai aveva incontrato qualche difficoltà. Ma alla fine anche i suoi genitori gli avevano dato il permesso di partecipare al viaggio, a patto che sua cugina Meryth potesse accompagnarlo.

Quando giunsero alla Villa trovarono il vecchio Kenhi, così come i ragazzi chiamavano lo scriba, intento a discutere sotto il pergolato con un uomo basso e tarchiato, che indossava una tunica bianca ricamata e aveva il capo rasato. 

L’ospite parlava gesticolando con ambedue le mani e l’espressione del viso di Kenhikhopeshef non prometteva niente di buono.

- Forse non è il caso di avvicinarsi - sussurrò Ashira. 

- Andiamo in giardino - propose Thothis.

I due ragazzi si sedettero su una panchina sistemata all’ombra di un salice piangente, da dove potevano tenere d’occhio il pergolato.

- Chissà chi è quell’uomo - fece la ragazzina. - Ha il viso di un brigante. Ma la sua tunica sembra quella di un sacerdote.

- Non è un semplice sacerdote - venne su una voce alle sue spalle. - E’ il Secondo Profeta del tempio di Amon-Ra a Tebe. Il suo nome è Harkhuf, e domani s’imbarcherà anche lui insieme a voi, sulla Figlia di Khemet.

A parlare era stato Makombo, il guerriero nubiano che viveva con lo scriba e che provvedeva a ogni suo bisogno.

- Harkhuf non mi piace affatto - continuò. - E so per certo che non piace neanche a Kenhikhopeshef. C’è qualcosa di subdolo e d’irritante in lui, e ho paura che…

Makombo lasciò le ultime parole sospese in aria. - Se solo potessi venire anch’io, con voi! - esclamò. - Ma purtroppo non mi è possibile. La settimana prossima arriverà a Tavialis un ispettore medico della Casa della Vita di Thinis, per acquistare un giovane ippopotamo.

Il nubiano aveva messo su un allevamento di quei grossi bestioni, e da qualche tempo i suoi affari andavano piuttosto bene, visto che il grasso del loro sottopancia e l’avorio delle loro zanne venivano utilizzati per curare molte malattie.

- Cos’è che ti preoccupa? - lo interrogò Ashira.

Makombo sembrò esitare.

- Che vi ha detto Kenhikhopeshef, sui motivi di questo viaggio?

- Poco o niente - ammise Thothis. - Sappiamo solo che è stato incaricato di consegnare qualcosa alla corte reale di Piramesse Meriamon. Ma non sappiamo di cosa si tratta.

- Non dite al vecchio Kenhi che ve ne ho parlato. Ma quel qualcosa che deve consegnare, chiuso in un scrigno tempestato di turchesi e di scaglie d’avorio, scotta più di un tizzone ardente. Dovete promettermi che terrete gli occhi bene aperti. E che non perderete di vista Kenhikhopeshef neanche per un attimo. 

I ragazzi assentirono e senza aggiungere altro il nubiano imboccò il sentiero che s’inoltrava nella piantagione di palme dum ormai abbandonata che dava il nome alla villa.

- Mmmm… - fece Thothis. - Che ne pensi? Forse faremmo bene a riunire la Banda del Vecchio Sicomoro, prima di partire.

- Sei tu il capo - disse Ashira. - E devi prendere tu questa decisione. Però forse hai ragione - soggiunse preoccupata. - Qualsiasi cosa intendesse dire Makombo, sento puzza di guai.

Quando l’ospite di Kenhikhopeshef si allontanò, i due ragazzi si avvicinarono al pergolato.

- Sedetevi vicino a me - li invitò lo scriba, accorgendosi subito della loro presenza. - Avete visto quell’uomo con cui stavo parlando? - la sua voce si fece bassa e roca - Quando ero molto più giovane, e sul trono sedeva ancora Ramses il Grande, un simile personaggio non sarebbe mai stato ammesso, tra i sacerdoti di Amon-Ra.

- Makombo ci ha detto che è il Secondo Profeta del Tempio. Cosa significa, esattamente? - chiese Ashira.

- Il Secondo Profeta celebra i servizi di culto nelle più importanti cerimonie religiose, insieme al Grande Sacerdote -. Il vecchio Kenhi aggrottò la fronte: - Vi ha detto altro, Makombo?

Thothis scambiò una rapida occhiata con sua sorella.

- No. Solo che quell’uomo non ti piace.

Kenhikhopeshef sembrò sollevato. - Ho le mie buone ragioni, credetemi. Ma ora parliamo d’altro. Tra due giorni si parte, finalmente. Avete preparato i vostri bagagli?

- Sono quasi pronti. 

In quel momento i due gemelli e Piai irruppero sotto il pergolato.

- L’abbiamo vista! - il viso di Kheti era raggiante. - La Figlia di Khemet ha attraversato lo specchio d’acqua davanti all’Ansa di Katopek e ha puntato la prua verso il porto.

- A quest’ora di sicuro avrà attraccato! - aggiunse con lo stesso entusiasmo Ani. - Ha una gigantesca vela gialla, altissime fiancate verdi e la prua sollevata a forma di ombrella di papiro!

Solo Piai non disse niente. Si sedette su una seggiola, un po’ in disparte e quando il vecchio Kenhi li congedò informò i suoi amici che sarebbe rientrato subito a casa.

- Aspetta - lo fermò Ashira. Fece un cenno a Thothis.

- Domani sera ci riuniremo tutti al rifugio segreto - disse il capo della Banda del Vecchio Sicomoro.

- Che succede? - chiese Kheti allarmato.

- Makombo ci ha detto delle cose che sarà meglio sappiate anche voi, prima di partire.

- Che tipo di cose?

-  Ne parleremo domani - tagliò corto Thothis.

Ignorando le proteste dei suoi amici il ragazzo rientrò a casa insieme a sua sorella, evitò per un pelo la governante Neferure, che come al solito voleva affibbiargli qualche commissione, e si rifugiò subito nella sua camera da letto.

Si avvicinò all’armadio a muro, scostò una pila di asciugamani, prese un cofanetto e ne tirò fuori una pietra ovale, dura e piatta. Su uno dei due versi era stata incastonata una sottile piastra d’avorio brunito, sulla quale appariva la figura di uno scarabeo nero. Sul verso opposto, incisi in rilievo, c’erano invece due geroglifici. Uno scorpione senza pungiglione e un arco da guerra incrociato con la testa di un ibis, l’emblema sacro del dio Thot.

- Lo porterai con te a bordo della nave? - Ashira era entrata in punta di piedi nella stanza.

Thothis rigirò tra le mani l’amuleto magico che aveva trovato qualche mese prima nelle paludi di Tavialis. Anche se non riusciva a capire come ciò potesse accadere, quella pietra riusciva a evocare strane visioni di qualcosa che era già successo o che doveva ancora succedere. 

- Forse potrà tornarci utile - disse.

- Ragazzi! - una voce risuonò nel corridoio.

Era Inhermes.

- Ciao papà - lo salutò Thothis, nascondendo l’amuleto.

- Eravate da Kenhikhopeshef alla Villa delle Palme Dum, questo pomeriggio?

- Sì.

- Cosa è successo? Rientrando da Tebe ho incontrato Harkhuf, il Secondo Profeta del Tempio. Quell’uomo ha la lingua più velenosa di un camaleonte del deserto. Avreste dovuto sentire quello che ha detto del vecchio Kenhi!

- Credo che abbiano avuto qualche discussione - ammise Thothis. - Conosci bene il Secondo Profeta?

- Lo conosco come lo conoscono tutti i mercanti della provincia di Tebe, visto che è lui che amministra i beni del Tempio. E’ vero che s’imbarcherà con voi sulla Figlia di Khemet?

- Sì.

- Allora farete bene a tenervi lontani da lui, ragazzi. Harkhuf ha fama di avere un pessimo carattere.

Thothis si lasciò andare sul letto. Quel viaggio tanto atteso, forse non sarebbe stato così sereno come aveva immaginato.

 

 2

La cugina Meryth

 


Thothis osservò l’emblema totemico del bue sacro disegnato sulla fiancata della nave, che ne stabiliva la provincia di provenienza.

- La Figlia di Khemet è stata costruita nei cantieri di Athribis - disse. Indicò la poppa di forma quadrata e la chiglia che affondava profondamente sotto il pelo dell’acqua. - Forse chi l’ha progettata ha preso spunto da un modello siriano. E’ una vecchia nave che potrebbe affrontare anche il mare, volendo, e chissà che non abbia già solcato le acque del Verdissimo.[2]

- Si sta facendo tardi - gli ricordò Ashira. - E abbiamo un bel po’ di strada da fare, per arrivare al Vecchio Sicomoro.

Nel pomeriggio i due ragazzi avevano finito di  preparare i bagagli e poi si erano avvicinati al porto di Tavialis, per dare un’occhiata da vicino alla Figlia di Khemet. La nave era splendida e gli uomini dell’equipaggio si stavano dedicando alla pulizia del ponte, mentre il capitano, un uomo piccolo di statura ma dalle braccia straordinariamente robuste, controllava con il capovoga l’assetto dell’albero e dell’unico pennone che avrebbe retto la grande vela quadra.

- Ora possiamo andare - disse Thothis, dopo aver dato un’ultima occhiata al livello del fiume, che in quei primi giorni della stagione di akhit aveva cominciato a ingrossarsi. Da lì a qualche mese il Nilo avrebbe raggiunto il suo massimo livello, superando gli argini e inondando i campi.

Presero la strada che aggirava la periferia della città, imboccarono lo stretto sentiero che costeggiava le paludi di Tavialis e raggiunsero il Vecchio Sicomoro.

Ashira spostò il cespuglio posticcio appoggiato al tronco secolare del grande albero, riarso a metà da un fulmine, e scese i gradini che portavano alla grotta naturale che avevano scoperto per caso qualche tempo prima.

Ani, Kheti e Piai erano già sul posto. I primi due erano intenti a cambiare l’acqua dei piattini votivi messi ai piedi della piccola statua della dea Hator, la dolce Signora del Sicomoro che proteggeva il loro rifugio segreto, mentre Piai aggiungeva altro olio alla grossa lucerna di bronzo che illuminava la caverna.

Ashira gli si avvicinò.

 - Come stai?

Il ragazzo sollevò le spalle.

- Sediamoci - disse Thothis.

- Allora, cosa bolle in pentola questa volta? - gli chiese Kheti.

Il capo della Banda del Vecchio Sicomoro riferì ai suoi amici le parole di Makombo.

- Siete sicuri che il guerriero nubiano non vi abbia giocato uno scherzo? - Ani fece una smorfia. - Kenhikhopeshef ha assicurato ai nostri genitori che il viaggio non avrebbe comportato alcun pericolo. Se solo immaginassero che le cose non stanno così…

- Makombo era preoccupato per il vecchio Kenhi, non per noi -  ribatté Ashira. - Come se un pericolo incombente minacciasse lui e lui soltanto.

Thothis riferì anche quello che suo padre gli aveva detto a proposito di Harkhuf, il Secondo Profeta del Tempio.

- Non capisco - intervenne Kheti. - Se il vecchio Kenhi non va d’accordo con quell’uomo, perché l’ha invitato a partecipare al viaggio? E poi mi sembra improbabile che lo scriba sia all’oscuro dei timori di Makombo. In tutta questa storia c’è qualcosa che non quadra.

- Può darsi che Kenhikhopeshef non l’abbia affatto invitato - disse Ashira. - Può darsi che anche il Secondo Profeta qualcosa a che fare con lo scrigno che deve essere consegnato a Piramesse Meriamon.

- In ogni caso non possiamo correre rischi e faremo bene a portare con noi le nostre armi. Gli archi, le frecce, i bastoni e le fionde - arrivò alla conclusione Thothis - A casa diremo che ci serviranno per andare a caccia, durante le soste che la nave farà per rifornirsi di acqua e di viveri.

- D’accordo - si arrese Ani. - Ma tu, Thothis, oltre al pugnale di guerra di tuo nonno Paefraui, forse dovresti portare anche qualcos’altro.

- Ci ho già pensato -. Il ragazzo allungò una mano in tasca e tirò fuori da un sacchetto di pelle la pietra ovale.

Nel vederla Piai si lasciò sfuggire un gemito.

- Lo sapevo - protestò. - Di nuovo quell’amuleto magico! Non vi bastano i guai che ci ha già procurato? -. Si accorse dell’espressione sul viso dei suoi amici e corresse il tiro. - Cioè, no. Non intendevo dire questo -. Tossì e si raschiò la gola: - E poi non sono preoccupato per me, ragazzi. Stavo solo pensando a…

- A tua cugina Meryth! - sbottò Kheti. - Mi sa che questa volta ti sei preso una bella cotta, amico mio! Si può sapere cos’ha di tanto speciale, questa ragazza?

Mentre il viso di Piai diventava dello stesso colore della cresta di un gallo, qualcuno spostò il cespuglio che nascondeva l’entrata.

- Posso entrare?

 Thothis e Ashira balzarono in piedi. Chi poteva aver scoperto il loro rifugio segreto?

- Allora è questo, il covo della terribile Banda del Vecchio Sicomoro! - si presentò scendendo i gradini, una ragazzina vestita con una corta tunica celeste. Si rivolse a Piai: - Ciao cugino. Tua madre mi ha chiesto di venire a cercarti, la cena è quasi pronta ormai.

Thothis fulminò con lo sguardo quella linguaccia lunga del suo amico. Solo lui poteva aver spifferato alla ragazzina l’esatta ubicazione della caverna.

Prima che potesse dirgli quello che si meritava, la nuova venuta fece però due passi avanti e il suo viso apparve in piena luce.

- Tu devi essere Ashira, spero che diventeremo amiche - sorrise. Si girò verso i  gemelli. - Voi invece dovete essere Ani e Kheti. E tu - spalancò gli occhioni a mandorla e battè lentamente le ciglia - non puoi essere che Thothis. Piai mi ha parlato molto di te.

Ashira osservò i tratti delicati del suo viso e i lunghi capelli neri che partivano dal centro del capo parzialmente rasato, per poi scivolare sulle spalle raccolti in un’unica treccia. Meryth era davvero molto bella. Ma ciò che la stupì di più fu la reazione dei due gemelli e di Thothis.

Ani e Kheti non riuscivano a staccarle gli occhi di dosso. In quanto all’eroico capo della Banda del Vecchio Sicomoro, aveva pressappoco la stessa espressione di una triglia bollita.

Ashira non resistette alla tentazione e gli assestò una gomitata sullo stomaco.

- Chiudi quella bocca - gli sussurrò all’orecchio. - O finirà che qualche mosca ci entrerà dentro!  

Quella sera, dopo cena, Ashira raggiunse Thothis in giardino e si sedette vicino a lui davanti alle cappelle dedicate agli iakh iker, gli spiriti degli antenati. Una leggera luce rischiarava ancora il cielo a Occidente e nel prato i grilli e le cicale avevano cominciato il loro concerto a mille voci.

- Ora capisco perché Piai si è messo a dieta - disse. - Povero Piai! Quella ragazzina gli ha proprio fatto perdere la testa. Ho l’impressione che ne vedremo delle belle, durante il viaggio… -. Si accorse che Thothis non la stava ascoltando. - Hai sentito quello che ho detto?

- Mmmm… Certo.

La ragazza strappò un filo d’erba, lo portò alle labbra e sorrise.

- Ho chiesto a Neferure di prepararci la colazione un po’ prima, domani mattina - continuò, senza cambiare tono di voce. - Occhi di rospo e scaglie di coccodrillo…

- Mmmm… Sì.

- Lo so che tu avresti preferito le zanne di giraffa che ti piacciono tanto. Ma sai com’è, le zanne di giraffa scarseggiano al mercato, nel primo mese di akhit

- Si…

- Però anche le scaglie di coccodrillo, se ben cucinate sulla brace con un filo d’olio di pipistrello…

- Eh? Ma cosa stai dicendo? - tornò improvvisamente  in sé Thothis.

- Non cosa sto dicendo - scoppiò a ridere Ashira. - Ma a chi lo sto dicendo! A un ragazzino con la testa per aria che non riesce a smettere di pensare a una certa Meryth dai lunghi capelli e dagli occhioni dolcissimi...

- Uff! - sbuffò il capo della Banda del Vecchio Sicomoro. - Non stavo pensando a nessuna Meryth, io! -. Si alzò e mentendo spudoratamente aggiunse: - Stavo riflettendo ancora sul vecchio Kenhi e sul Secondo Profeta del Tempio. Sono molto preoccupato sai, e forse…

- Rientriamo in casa, fratellino - lo interruppe Ashira, prendendolo sottobraccio e facendo finta di credergli. - Domani è il gran giorno. E vedrai che dopo una buona dormita ti risveglierai senza questi fastidiosissimi pensieri!



[1] Vedi Il mistero della mummia scomparsa

[2] Gli antichi egizi chiamavano il Mediterraneo “Il Verdissimo

 


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