| home | menu | biografia | libri | rom | altipiano | carapigna |
| maestri | biblioteca | shoah | ebraica | benzi | scrittori | cerca libro |
I libri di Alberto Melis
|
copertina provvisoria |
Il ricordo che non avevo
Ci sono pagine di Storia dimenticate, come quella del Porrajmos, il genocidio nazista del Popolo Rom. Matteo, Angela e Nazifa Bebé seguono le tracce lasciate da nonno Gabriel, che portano fino a Lodz e all'Obóz Cygański, il "lager degli zingari"...
Mondadori Junior Oro In libreria: Settembre 2010
Il ricordo che non avevo su Facebook
|
|
Dal Capitolo 11 (...) Rupa
che non aveva ali - Beh, cosa
aspetti? Angela,
seduta su una delle assi di poppa del barcone, il cui fondo era ancora
umido per la pioggia del giorno prima, attendeva impaziente che
cominciassi a leggere il seguito della storia di Nanosh. Ma io continuai
per qualche istante a fissare il panorama che si scorgeva oltre la
sponda opposta del fiume, un campo incolto costellato da radi cespugli
e, più in là, il solito groviglio di strisce d’asfalto soffocate dal
traffico e la distesa di palazzi grigi e anonimi che si smarriva a
perdita d’occhio. Quando
poco prima avevamo superato il boschetto di aceri, uno stormo di piccoli
gabbiani era sceso in picchiata sulle acque dell’Aniene, prima di
impennarsi di nuovo verso l’alto e di scomparire alla nostra vista. E
io all’improvviso avevo avuto una strana sensazione. Quella di
trovarmi in un posto lontanissimo e sperduto, una terra straniera e di
nessuno dove fino a pochi giorni prima non mi sarei mai sognato di
posare i piedi. -
Hai mai pensato che è come se noi e Nazifa Bebé vivessimo in due città
diverse – dissi ad Angela – anche se tra Ponte Mammolo e le nostre
case ci sono solo poche centinaia di metri di distanza? Lei
scosse la testa. Poi sussurrò: - Però ho pensato che intorno ai rom
anche oggi sono stati costruiti delle barriere impenetrabili. Solo che
queste barriere non somigliano a quelle cinte dal filo spinato di
Litzmannstadt o di Auschwitz, ma sono dentro ciascuno di noi. Per
un po’ riflettei su quelle parole. Poi passai ad Angela il quaderno
che Mariam ci aveva consegnato e lasciai che fosse lei a leggere a voce
alta il secondo capitolo del racconto di nonno Gabriel. -
Quando i soldati dalle facce di lupo fecero scendere dai camion Nanosh e
la sua gente – cominciò – la notte si stava stingendo in un’alba
nebbiosa e livida. Fu poco dopo che il piccolo rom vide da vicino, per
la prima volta nella sua vita, la ciminiera sbuffante di una locomotiva
a vapore… Per
tutto il tempo in cui Angela continuò a leggere, io rimasi in assoluto
silenzio, con le ginocchia sollevate sul petto e le braccia allacciate
intorno alle gambe. Nanosh
e la sua kumpanìa erano stati portati in una stazione
ferroviaria, dove ad attenderli c’erano altri soldati con le divise
nere, che li avevano obbligati a salire sul primo vagone di un
lunghissimo treno merci. I portelloni del vagone non erano stati chiusi
subito e il bambino, stretto con sua sorella Mirsada tra suo padre e sua
madre, aveva potuto vedere centinaia e centinaia di altri rom che
incolonnati in lunghe file venivano fatti salire sul treno, mentre
l’aria si riempiva delle grida assordanti dei soldati e dei disperati
gemiti dei vecchi e dei bambini. Faceva
un freddo cattivo. Ma
Nanosh, che aveva messo Nùvero al riparo sotto la sua giacca, non
riusciva a capire se era per quello che Mirsada e Keja erano scosse da
lunghi brividi, o se era perché i beng, i diavoli, avevano
deciso di uscire dalle pieghe più oscure della terra per inghiottire il
Popolo degli Uomini. Quando
ormai quasi tutti i rom erano stati fatti salire sul convoglio, davanti
ai vagoni era comparsa un'ultima colonna di prigionieri, formata quasi
esclusivamente da bambini e da donne. Nanosh aveva riconosciuto una di
loro, la più anziana di tutte, che aveva la pelle del viso scura come
un pezzo di cuoio e lunghe trecce bianche che le ricadevano sul petto
magro. Si chiamava Rupa ed era una paramisaris, una narratrice di
swatura e di paramitsha, le antiche storie e fiabe dei rom
Lovara. Qualche
mese prima la kumpanìa di Nanosh e quella di Rupa si erano accampate
insieme, vicino a un campo di trifoglio. E quella notte la vecchia,
seduta sull’erba davanti al fuoco, aveva fumato la pipa con gli altri
anziani e aveva raccontato ai bambini la leggenda di Vadni Rasa,
l’oca selvatica che come i rom non stava mai ferma nello stesso posto,
perché inseguiva il respiro del vento ovunque esso andasse a posarsi. Nanosh
aveva pensato che se Rupa avesse posseduto le stesse ali di Vadni
Rasa, l’oca selvatica, di certo si sarebbe librata in volo e
sarebbe fuggita lontano. Ma Rupa, come tutti loro, non aveva ali. E
quando uno degli ufficiali l’aveva brutalmente spintonata, lei si era
voltata verso di lui e l’aveva colpito sul viso, maledicendolo a gran
voce. Era stato allora che Konstant aveva coperto con entrambe le mani
gli occhi di Mirsada, perché non vedesse quello che stava per
succedere. L’ufficiale
aveva afferrato Rupa per una delle lunghe trecce, e mentre lei
continuava a dibattersi e a gridare l’aveva costretta a mettersi in
ginocchio. Poi aveva estratto una pistola dalla fondina e l’aveva
puntata sulla sua fronte. Un
attimo dopo, mentre il fischio della locomotiva annunciava che da lì a
poco i portelloni dei vagoni sarebbero stati chiusi e che il treno si
sarebbe mosso, il fragore dello sparo si era spento sotto i tetti delle
pensiline e l’anziana Rupa si era rovesciata a terra senza più voce e
senza più vita. (...)
Nota
finale dell’autore Qualche
anno fa scrissi un romanzo in cui uno dei personaggi secondari era un
vecchio signore ebreo, anche lui un “nonno”, che era stato
internato nel ghetto di Lodz. Fu durante la stesura di quella storia,
man mano che approfondivo le mie ricerche su quello che l’esercito
nazista chiamava Litzmannstadt, che scoprii la vicenda dei cinquemila
rom Lovara austriaci che vi vennero deportati nell’autunno del 1941.
Da allora, molte volte ho pensato di scrivere un altro romanzo che
riportasse in qualche modo alla luce la loro storia e, insieme, la
storia del Porrajmos, cioè dello sterminio per mano nazista di
più di mezzo milione di “zingari”. Ma
non è stato solo questo il motivo che mi ha spinto a dare vita e voce
ai protagonisti di questo romanzo., per il quale non posso certo dire,
utilizzando la formula di rito, che “ogni riferimento a fatti e
persone realmente esistenti è puramente casuale”. Infatti,
anche se questa storia è solo frutto di fantasia, dentro di essa
compaiono avvenimenti che sono realmente successi e persone che sono
realmente esistite. Ho
conosciuto i miei primi amici rom molti anni fa, in un pomeriggio in
cui celebravano la Festa di Primavera. E da allora ho continuato a
frequentarli e a vivere le loro storie spesso intrise di dolore e
sofferenza. Per questo ho preso la decisione di lasciare qualche loro
traccia in queste pagine, a partire dalla piccola comunità rom (in
realtà rumeni e non montenegrini) che viveva un tempo a Roma nei
pressi del cavalcavia di Ponte Mammolo, e che davvero subì delle
odiose e brutali aggressioni. Per
il resto, le tracce che ho disseminato, riguardano soprattutto alcuni
nomi a cui ho voluto rendere un omaggio. Quello di Omo Selimovic, un
anziano rom xoraxané montenegrino, che mi raccontò alcuni
terribili episodi riguardanti il Porrajmos. E quello di Nazifa
Bebé Ahmetovic, una bambina dassikanè bosniaca, che nella
realtà non incontrò lo stesso destino della protagonista di questo
romanzo, perché morì tragicamente all’età di sette anni. Da
allora è passato molto tempo. E in tutto questo tempo ho continuato a
conservare le sue foto e a domandarmi quale sarebbe stata la sua vita,
se avesse avuto la possibilità di crescere e di andare a scuola, come
oggi fanno tanti altri ragazzini e ragazzine rom, in qualche caso
ottenendo straordinari successi. Le parole della poesia che la
ragazzina rom recita in questo romanzo, sono tratte da un racconto
inedito pubblicato sul mio sito personale (www.albertomelis.it/nazifa.htm),
insieme alle ultime immagini della vera Nazifa Bebé. In
chiusura di questa nota, desidero ringraziare due persone a cui questo
romanzo deve molto. La mia carissima amica Angela Tropea, per
l’impareggiabile e affettuosa consulenza prestatami sulla lingua dei
rom xoraxané. E Jan Yoors, lo scrittore e pittore fiammingo oggi
scomparso, che a dodici anni andò a vivere con una kumpanìa lovara e
più tardi descrisse la sua esperienza in un libro straordinario (Tsiganes
– Sur la route avec les Rom Lovara), che mi è stato
preziosissimo per conoscere gli usi, i costumi e i modi di dire dei
Rom Lovara. Alberto Melis |