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Le straordinarie avventure di Testa di Pietra

 

1 - Il tradimento di Davis

"Per tutti i campanili della Bretagna!... Giù le armi o vi cacciamo tutti nel lago, miserabili!..."
"No, mastro Testa di Pietra!..."
"Come!... Non obbedite? Siamo in quattro contro quattro ed io solo valgo per due uomini."
"Noi non deporremo le armi. Consegnateci le due lettere che avete ricevuto dal generale Washington e dal baronetto Sir William Mac-Lellan, il comandante della famosa Tuonante."
"Chi ti ha detto questo, mastro Davis?" urlò Testa di Pietra.
"Io l'ho saputo e quelle lettere non devono giungere al forte di Ticonderoga."
"Ti hanno ingannato stupidamente, mastro Davis. Bella guida che avevamo preso con noi per giungere, da New York, sulle rive del Champlain!"
"Orsù, basta, per centomila corna di bisonte!... Noi non siamo uomini da lasciarci abbattere da voi."
"A me, Piccolo Flocco!... A me, assiani... Gettiamo nel lago questi traditori."
"Mastro Testa di Pietra," disse l'uomo che si chiamava Davis, "non vi consiglio d'impegnare la lotta, perché abbiamo bagnati i vostri fucili."
"Abbiamo le scuri e poi non ti credo, canaglia."
"Per maggior precauzione, finché dormivate, abbiamo tolte le selci dei vostri fucili. Potete assicurarvene subito."
"Anche questa hai fatto!... Vuoi la nostra morte?"
"No, solamente quelle due lettere che io devo consegnare al generale Burgoyne, poi vi lasceremo ritornare tranquillamente a New York."
"Burgoyne!... Chi è?"
"Il nuovo generale che ha preso il comando delle forze che aveva il generale Carcellon. Ma vi è specialmente una persona che desidera avere quei documenti."
"Canta!... Canta!..." gridò Testa di Pietra, il quale aveva impugnato il fucile per la canna, dopo essersi assicurato che il traditore non avesse mentito affermando che le loro armi da fuoco erano ridotte ormai inservibili. "Non abbiamo affatto fretta."
"Se volete saperlo, è il marchese d'Halifax."
"Il fratello del baronetto Mac-Lellan?"
"Precisamente."
Testa di Pietra aveva mandato un vero ruggito ed aveva fatto due o tre passi innanzi roteando terribilmente il pesante fucile.
Il mastro della Tuonante, che tanta parte attiva aveva preso all'assedio di Boston e in altri combattimenti contro gl'inglesi, guidando i corsari delle Bermude insieme al baronetto, era un uomo di forme massicce che poteva rivaleggiare, per sviluppo di muscoli, con un gorilla africano, con la barba brizzolata, irta come quella delle bestie feroci.
Ciò che soprattutto colpiva erano le enormi dimensioni del suo cranio. Non vi era da stupirsene poiché si sa che quasi tutti i bretoni, i figli delle pianure pietrose e delle coste quasi inospitali, hanno delle teste assai sviluppate e così dure che possono talvolta resistere persino ad un gran colpo di sciabola d'arrembaggio.
Dietro di lui venivano un giovane marinaio di ventidue o ventitré anni, bruno come un algerino, gli occhi nerissimi e i capelli pure, e due assiani, soldati mercenari che l'Inghilterra comperava dai principi della Germania, due bei giovanotti di alta statura, dalla pelle rosea, i capelli e i baffetti biondi e gli occhi azzurri come l'acqua del mare.
Di fronte a loro però stavano altri quattro uomini. Mastro Davis, una famosa guida canadese che conosceva tutti i grandi e i piccoli laghi delle regioni nordiche e che era stato assoldato dal generale Washington, il quale lo aveva creduto un uomo onesto.
Era un uomo sulla quarantina, dalle forme quasi massicce come quelle di Testa di Pietra, enormemente barbuto, assai brutto, ciò che faceva sospettare che fosse un meticcio con molte gocce di sangue irochese o algonchino nelle vene, piuttosto che un puro canadese.
Gli altri tre erano anche loro dei pezzi grossi, larghi di spalle e ricchi di muscoli, tutti di alta statura e dai lineamenti poco rassicuranti. Non dovevano però avere nelle loro vene sangue indiano a giudicare dalla loro pelle assai bianca.
Erano certamente discendenti di vecchi coloni francesi, sperdutisi poi nelle immense foreste dell'Ovest dopo che gl'inglesi avevano espugnato ferocemente Quebec e Montreal.
Erano tutti armati di fucili che tenevano puntati verso i quattro avversari privi ormai di armi da fuoco, tentando di mantenersi saldi in gambe poiché la piccola nave andava alla deriva fra grosse ondate.
Quella navicella era una fusta, larga di fianchi, alta di bordo, con un solo albero altissimo che portava una sola vela di dimensioni straordinarie, di fortissima tela per resistere ai furiosi venti delle regioni nordiche. Navicella veramente non si poteva chiamare, poiché stazzava non meno di centocinquanta tonnellate ed era capace d'imbarcare anche una trentina d'uomini.
"Mastro Davis!..." gridò Testa di Pietra, la cui barba diventava sempre più arruffata. "Chi è che andrà a finire in fondo al lago? Noi non ne abbiamo nessun desiderio poiché l'acqua è troppo fredda in questa stagione, e poi si dice che quelle del Champlain abbiano delle profondità straordinarie."
"Può darsi," rispose il meticcio canadese, tenendo sempre puntato l'archibugio. "Ma mi pare che sia ora di finirla con le chiacchiere, mastro Testa di Pietra. Se ci scaldassimo un pò le mani ed in fretta?"
"A colpi d'ascia? Ci tengo sempre," rispose il lupo di mare. "Di teste ne ho spaccate io non poche nei diversi arrembaggi che noi, corsari delle Bermude, davamo alle navi inglesi per aiutare gli americani."
Davis scosse la testa.
"No," disse poi. "Io non sono un vero marinaio e sarei certo di cadere subito sotto i vostri primi colpi. Finiamola: fuori le lettere."
"Per tutti i campanili della Bretagna, io non le ho!..." gridò Testa di Pietra facendo un altro passo avanti, seguito subito dai suoi tre compagni. "Tengo in tasca solamente la mia famosa pipa entro la quale hanno fumato quattro generazioni. Ah!... Come tira ancora dopo due o trecent'anni!..."
"Basta con gli scherzi!..."
In quel momento una grossa ondata si rovesciò sul tribordo della fusta, scotendola tutta e facendo retrocedere i canadesi.
"Lascia che qualcuno dei miei uomini prenda il timone!..." gridò Davis che diventava sempre più furioso. "Non siamo che a un miglio dalla costa e finiremo per naufragare."
"Che cos'è un naufragio per un marinaio? Un bellissimo divertimento, mastro mio. Nessuno dei tuoi uomini passerà a poppa, alla barra."
"Mettete allora uno dei vostri."
"Allora resteremo in tre mentre voi, birbanti, siete in quattro. Il timoniere non potrebbe prender parte alla lotta."
"Finitela!..." gridò Davis mentre una seconda ondata, accompagnata da un colpo di vento freddissimo, si rovesciava sulla fusta.
"Si vede proprio che tu non sei mai stato marinaio ma solamente canottiere dei laghi. Ti spaventi per un po' d'acqua!... Se il lago Champlain questa notte è di cattivo umore, lasciamolo fare."
"Ma voi volete gettarci alla costa!... Io ho indovinato ormai il vostro pensiero. Ricordatevi però che tutti i canadesi sono nuotatori abilissimi che possono dare dei punti ai castori."
"Ne ho molto piacere. Così, se la fusta si spaccherà, nessuno andrà a finire in fondo al lago."
Fu Davis questa volta che gettò un ruggito da belva feroce.
"Ah!... Non volete cedere sapendovi privi d'armi da fuoco?" gridò, digrignando i denti lunghi e gialli come quelli d'un orso grigio. "Ora basta!... Per l'ultima volta arrendetevi e datemi le lettere che il marchese d'Halifax mi pagherà."
"Con qualche sacco di sterline," disse Testa di Pietra, ironicamente. "Diventeresti un signore se quelle lettere mi fossero state veramente consegnate."
"Sì, per Arnold, il comandante del forte di Ticonderoga, o per Saint-Clair, il nuovo comandante che Washington ha mandato con tremila uomini a rinforzare la guarnigione del forte."
"Tò!... tò!... quante cose sai tu!... Ed io che non ho mai udito nominare quei generali americani!..."
"Voi mentite!... Arnold è troppo popolare in America e perfino i negri saprebbero dirmi chi è."
"Eppure, mastro Davis," disse Testa di Pietra, facendo intanto un altro passo avanti, "ti assicuro che non lo conosco."
Il meticcio sembrava sconcertato dalla grande calma del bretone e lanciava delle fugaci occhiate ai suoi uomini come per chiedere loro un pronto aiuto.
"Quando la finiremo con questa conversazione?" disse finalmente. "Di chiacchiere ne abbiamo fatte già troppe."
"Niente affatto," rispose il bretone, il quale si preparava ad un furioso attacco. "Sono appena sonate le dodici all'orologio di Piccolo Flocco, il quale possiede una magnifica macchina a ripetizione. La notte è abbastanza chiara, il lago non è poi tanto cattivo da spaventarci, nessuno, almeno per il momento, ci minaccia, quindi possiamo..."
Con un salto da orso nero il bretone si era gettato improvvisamente sul traditore tentando di rompergli il cranio con il calcio del fucile.
Rimbombò uno sparo proprio nel momento in cui una terza ondata, più alta delle altre, si rovesciava sulla fusta mandando a gambe levate i canadesi i quali non avevano i piedi dei marinai.
Davis aveva fatto fuoco nel momento in cui cadeva e la palla si era perduta lontana.
"Arrendetevi!..." urlò Testa di Pietra. "Siete in nostro potere!"
I tre canadesi che seguivano Davis si erano provati a sparare, ma le loro armi, bagnate da quell'ondata, non avevano preso fuoco ed essi erano fuggiti sulla prua della fusta, impugnando rapidamente le asce.
Già Testa di Pietra credeva di tenere il bandito, quando questi, per la seconda volta, gli sfuggì slanciandosi sulle sartie e spingendosi fino alla cima del grande albero, sopra la crocetta.
"Per centomila balene sventrate!..." gridò il bretone. "Mi è scappato e non abbiamo niente per fucilarlo. Quell'uomo è più agile di certe scimmie che ho veduto nei miei numerosi viaggi sulle coste africane. Ehi, Piccolo Flocco, che cosa ne dici tu di questa bella sorpresa?"
"Bada ai canadesi, Testa di Pietra," rispose il giovanotto. "Hanno gettato i fucili per impugnare le asce d'arrembaggio e sembra che aspettino qualche comando dal loro capo."
"Ma quella gente non oserà nemmeno avvicinarci," rispose il bretone, il quale si era pure armato di un'ascia. "Attaccare noi marinai!... Ah!... Ah!... Questi uomini ci avevano proprio presi per dei veri merli."
"Guarda di non fare la fine di un merlo o di qualche uccello marino," disse Piccolo Flocco. "Mentre tu chiacchieri come le pescatrici di Batz, quel brigante che si è rifugiato sull'albero sta cambiando la carica del suo archibugio."
"Quel pappagallo?"
"È un canadese e tu sai che le genti che abitano questi laghi sono sempre stati famosi cacciatori."
"Corpo di una balena!... Che io invecchi davvero?"
Poi, alzandosi tutto, gridò con voce tonante:
"In ritirata sul castello di poppa!... Improvvisate una barricata coi barili pieni di farina e di lardo che ci sono nella stiva. Su, desti!..."
"Ora comandi come un ammiraglio."
"Ora lo sono," rispose il bretone, serio serio. "Non è questo il momento di commettere delle imprudenze. Sgombrate!..."
Balzarono attraverso il ponte, lesti ancora come scoiattoli, e si rifugiarono a poppa, la quale si alzava di più della prora.
I due assiani che, se parlavano poco, agivano molto, si precipitarono nel quadro e cominciarono a portare in coperta dei barili che contenevano dei viveri, improvvisando rapidamente una barricata.
Piccolo Flocco si era intanto gettato sulla barra del timone poiché la fusta andava alla deriva rapidamente, come se fosse trasportata da qualche corrente, e le onde si succedevano alle onde sempre più impetuose, mentre un vento freddissimo si scatenava, cacciando dinanzi enormi ammassi di nebbia assai folta.
Una tempesta pareva che fosse lì lì per scoppiare e mettere a soqquadro le acque del Champlain.
Testa di Pietra aveva rovesciato l'abitacolo di poppa, sradicandolo con una poderosa strappata, e vi si era nascosto dietro per sorvegliare il suo "pappagallo".
Il "pappagallo", si capisce, era Davis il quale era l'uomo più pericoloso per tutti, avendo potuto mettere in salvo il suo grosso archibugio prima che l'ondata glielo bagnasse.
Il miserabile, con le gambe ben strette intorno alla crocetta, onde resistere ai colpi di rollio e di beccheggio che si alternavano, stava appunto ricaricando la sua arma.
Non era un'operazione facile da compiersi lassù, a dodici metri di altezza, con le grandi oscillazioni che descriveva l'albero, la cui vela era stata sventrata da un colpo di coltello.
Però non poteva tardare a riuscirvi e, essendo un canadese, ossia un abilissimo tiratore, poteva ammazzare qualcuno.
Testa di Pietra fece spingere tre o quattro barili dietro la ribolla del timone per mettere al coperto Piccolo Flocco che aveva preso, per il momento, la direzione della fusta, e si rannicchiò dietro la seconda barricata che era stata pure rinforzata con rapidità prodigiosa dai due robustissimi tedeschi.
"Mastro Davis!..." gridò allora. "Hai finito di caricare il tuo catenaccio?"
"È quasi pronto," grugnì il bandito.
"E chi vuoi ammazzare prima di tutti?"
"Voi, per prendervi le lettere."
"Tu sei diventato pazzo."
"No, mastro, il mio cervello è ben solido e chiuso con sessanta chiavarde."
"Bum!... Trombone!... Ma tu devi avere indosso una le... le... le... aiutami, Piccolo Flocco, che hai studiato più di me. Come si direbbe?"
"Una letterite acuta," rispose il giovane dando un colpo di barra alla fusta per portarla fuori da un grosso cavallone che veniva dal largo.
"Bravo, per tutti i campanili della Bretagna! I curati di Pontiguen dovevano essere ben più istruiti di quelli di Batz. Ti farò dare un dieci quando torneremo laggiù, un giorno, dal tuo insegnante se sarà ancora vivo."
"Uhm!... Era troppo vecchio."
"Mastro Testa di Pietra!..." gridò Davis il quale aveva finito di caricare il suo archibugio. "Vi siete deciso ad arrendervi?"
"Era la domanda che stavo per rivolgere a te," disse il bretone.
"Come!... Col fucile che ho fra le mani?"
"Caricato troppo tardi, mio caro. Ormai siamo dietro due barricate che saranno sufficienti ad arrestare le tue palle di mollica di pane. Stai lassù, in alto, come un pappagallo e non ti sei accorto che noi ormai ci siamo protetti."
"Siete stati troppo lesti."
"Sfido io!... Siamo marinai e non già canottieri dei laghi o camminatori dei boschi."
"Vi ucciderò egualmente!..." urlò Davis, il quale si agitava furiosamente sopra la crocetta, puntando e ripuntando il suo vecchio fucile. "Io ne ho abbastanza!"
"E io più di te, amico."
"Sparo!..."
"Spara."
"Poi vi prenderò le lettere."
"Letterite acuta!... Letterite acuta!..."
"Badate che avrete da fare i conti coi miei canadesi, uomini che non hanno mai avuto paura di misurarsi anche in un corpo a corpo."
"Corpo della taverna delle <Trenta Corna di Bisonte>, di Boston. Quel pappagallo, se continua così, diventerà meraviglioso, vero, Piccolo Flocco?"
"Diventerà un canarino," rispose il giovane timoniere, il quale teneva pure lui d'occhio il fucile del meticcio.
"Sparo!... Sparo!... Sparo!..." urlò Davis al colmo della collera.
"Uno... due... tre..." disse Testa di Pietra. "Quell'animale, colla sua palla ci guasterà qualche prosciutto salato che si trova nei barili o fracasserà chissà quanti biscotti."
"E solleverà una nuvola di farina," disse Piccolo Flocco ridendo.
"Copriti!..."
"Ho dei barili dinanzi a me."
"Non mostrare nemmeno un pezzetto d'orecchio, bravo figliolo. So anch'io che questi canadesi sono famosi tiratori."
Pur chiacchierando, si era ben nascosto dietro l'abitacolo ed i barili, insieme ai due assiani i quali fino allora si erano mantenuti perfettamente tranquilli. Già sapevano che Testa di Pietra non era un uomo da lasciarsi facilmente vincere, e l'avevano provato a Boston, all'Isola Lunga ed a New York. Ne aveva fatte quel diavolo d'uomo, insieme a Piccolo Flocco, di tutti i colori, giocando gl'inglesi più di venti volte, anche senza l'aiuto del suo comandante, il baronetto Sir William Mac-Lellan e dell'equipaggio della Tuonante.
Il bretone si era appena allungato dietro l'abitacolo, quando Hulrik, il più giovane dei due assiani, gli tirò fortemente una manica.
"Che cosa vuoi?" gli chiese.
"Patre, io non afer più feduto un canadese."
"Un colpo d'acqua l'avrà portato via o sarà sceso nella cabina di prora a far colazione."
"In questo momento? Ah no, patre!..."
"Lasciami stare. Ho da seguire il catenaccio di mastro Davis."
Il "pappagallo", come avevano battezzato il meticcio, pareva che esitasse a sparare.
Era bensì vero che in quel momento la tempesta cominciava a scatenarsi e che avventava sulla fusta onde su onde, rendendo quasi impossibile il tiro anche ad un provetto bersagliere causa le continue scosse che si ripercotevano specialmente sulla cima del grande albero.
"Può consumare tutte le sue munizioni senza mandarci all'altro mondo," disse Testa di Pietra. "Sia benedetta questa tempesta che metterà quasi fuori combattimento quel pericoloso personaggio. Sparare di lassù ed imbroccare il bersaglio non sarà cosa facile. Ah!... Povero mastro Davis!... Volevi prendere noi mentre saremo noi che ti acchiapperemo, presto o tardi!..."
"Ed i canadesi, pon padre," disse Hulrik.
"Non mi preoccupo affatto di loro. Mi sembrano diventati tre conigli."
"Due, patre. Uno non più tornato in coperta."
"Tanto meglio: un avversario di meno."
In quel momento una raffica violenta si abbatté sulla fusta squarciando di colpo la gran vela, la quale scomparve, come un gigantesco gabbiano, fra le nebbie.
"Ecco un brutto affare," disse il bretone, che non poteva star zitto un solo momento. "Non abbiamo più stabilità e la burrasca pare che voglia stringere bene i denti."
Un colpo di fucile rimbombò sulla cima del grande albero. Davis aveva fatto fuoco e aveva mandato la sua palla a seppellirsi dentro un grosso barile pieno di farina, spaccando una doga a poca distanza dalla testa di Hulrik.
Il bretone scoppiò in una risata.
"Mio caro Davis," disse poi, "voglio darti un consiglio."
"Di arrendermi?" chiese il traditore.
"No, di scendere in coperta per poter sparare meglio."
"Non sarò così stupido."
"Ed allora riprendi pure la tua musica."
"Basterebbe che questa fusta rimanesse qualche minuto immobile e vi spazzerei via tutti. Sono un tiratore."
"Lo abbiamo veduto," rispose Testa di Pietra ironicamente. "Hai bucato un povero barile che ha dato del sangue bianco e polveroso invece di quello rosso."
"La fusta salta troppo."
"Allora scendi e unisciti ai tuoi canadesi. Ah!... Come va, caro Davis, che prima erano tre e che ora sulla prora non se ne vedono che due soli?"
"Il terzo sarà andato a cacciare le foche. Chirry è un meraviglioso nuotatore che non teme né le onde, né il freddo."
"E tu intanto, birbante, torni a caricare il tuo catenaccio."
"Volete che rimanga quassù? C'è il vento che in certi momenti minaccia di portarmi via."
"Avanti!... Carica, carica bandito. Il generale Washington ha avuto un torto solo: quello di non farti fucilare prima di sceglierti come guida."
"Ma che!... Impiccare!..." gridò Piccolo Flocco, il quale aveva il suo bel da fare a tenere la barra della fusta, poiché i colpi d'acqua si succedevano sempre più impetuosi, sollevati da un vento freddissimo che soffiava da ponente.
"Tu sarai il primo che ucciderò..." urlò Davis. "Pel momento rinuncio a mastro Testa di Pietra che ammazzerò più tardi."
"Trombone!..." gridarono i due bretoni.
"Ah sì!... Aspettate il mio terzo colpo. Peccato che i miei canadesi, che hanno i fucili bagnati e che non hanno polvere, non possano aiutarmi. A quest'ora noi saremmo padroni della fusta e anche delle lettere."
"Comanda loro che ci assalgano colle asce." disse Testa di Pietra. "Noi siamo pronti a riceverli."
"Non hanno il mio fegato e poi non hanno il piede saldo come i marinai."
"Brava gente che hai presa con te!... Si rifiutano di scaldarsi le mani con quattro colpi d'arma bianca. È vero che le asce fanno paura. Hai finito, pappagallo?"
"Anche del pappagallo mi date?" urlò Davis sempre più furibondo. "È troppo!... Ucciderò prima voi!..."
Mastro Testa di Pietra proruppe in una gran risata che si perdette nel vento.
"Piccolo Flocco, rallegrati," disse poi. "L'amico Davis ti ammazzerà dopo di me. Ha cambiato idea."
"Respiro," rispose il giovanotto. "Mi dispiaceva morire prima di te."
Davis lanciò una bestemmia e si affrettò a ricaricare il suo archibugio.
Intanto i due canadesi rimanevano immobili sulla prora della fusta, stringendo le loro asce in mano. Del terzo nessuna nuova. Era annegato o si era nascosto nella camera comune?
Quella sparizione misteriosa cominciava a preoccupare Testa di Pietra, il quale era per natura diffidente assai e temeva qualche brutta sorpresa.
Intanto la fusta continuava a saltare disperatamente, avvicinandosi alla costa, cacciatavi dalle onde. Come abbiamo detto, la vela era stata portata via, sicché il legno non aveva più nessuna stabilità.
Piccolo Flocco faceva sforzi disperati per evitare un urto, ma con poca speranza di riuscirvi.
Se vi fosse stata qualche cala sulla costa, avrebbe ancora saputo portare in salvo tutti, mentre invece le rive si succedevano alle rive, con pochissimi squarci appena capaci di servire da rifugio ad un canotto.
"Pel borgo di Pontiguen!..." borbottava il giovane marinaio. "Non sarà su questa barca che noi attraverseremo il Champlain per toccare Ticonderoga. Finiremo per naufragare e fra non molte ore. È vero che noi siamo abituati ai naufragi e che abbiamo avuto sempre la fortuna di portare a casa la pelle."
Mastro Testa di Pietra continuava a sorvegliare il suo "pappagallo" il quale, stringendo disperatamente le gambe intorno alla crocetta onde non venire scagliato nel lago o precipitato sul ponte della fusta, si arrabattava per ricaricare il suo fucile, mentre i due assiani avevano portato sopra altri barili e dei grossi tavoloni, onde rendere la barricata inattaccabile.
"Come va, Piccolo Flocco?" chiese il vecchio lupo di mare, dopo essersi ben assicurato che Davis non avesse ancora terminata la sua difficile impresa.
"Male, mio caro mastro," rispose il giovane timoniere. "Noi finiremo per romperci le corna contro la costa. Ci vorrebbe un po' di tela."
"Chi andrebbe a spiegarla sotto il <pappagallo>? Io no di certo."
"È vero, vecchio mio, e poi forse non vi sarà nemmeno una vela di ricambio su questa carcassa."
"E ci lasceremo fucilare da quel furfante?"
"Con questi soprassalti Davis non riuscirà mai a mandare una palla a destinazione. Sia pure un gran tiratore, ma non sarà dalla cima dell'albero che ci manderà all'altro mondo."
Testa di Pietra si levò il grosso berretto di panno e si grattò furiosamente la testa.
"Eppure io devo consegnare le lettere," mormorò. "Ed il forte è ancora così lontano!.:. Ah!... La terribile missione!... Sarei rimasto più volentieri a New York a trincare coi miei camerati."
Alzò le spalle, si piantò in testa il berretto con un pugno formidabile e guardò ferocemente Davis, il quale non aveva ancora finito di ricaricare la sua arma.
"Bisogna finirla," disse. "Così è impossibile andare avanti. Quel <pappagallo> finirà per tenerci occupati in modo da non poter più occuparci della fusta. Se ci sbaglia ancora andremo ad assalire i canadesi. I fucili non tarderanno ad asciugarsi. Poi Davis avrà da fare i conti con Hulrik, un tiratore più abile di me, che so meglio maneggiare i grossi cannoni che le armi leggere, che non sento affatto fra le mie zampe d'orso. Eppure mi pare impossibile che nel quadro non ci sia qualche fucile o pistola. Wolf!..."
"Pon patre," rispose subito il fratello di Hulrik, il quale stava accomodando la barricata. "Che cosa folere?"
"Scendi nel quadro, cerca, fruga dappertutto e trovami un'arma da fuoco. Bisogna snidare quel <pappagallo> che ci tiene immobilizzati col suo catenaccio. Già qui non c'è niente da fare per il momento."
"Sì, patre."
"Torna prima che Davis possa sparare il suo secondo colpo."
"Io folare, pon patre," rispose il giovanotto slanciandosi a precipizio dentro il quadro.
Davis, che doveva essersi accorto di quella sparizione, si mise a sagrare peggio d'un mulattiere spagnolo.
"Che cosa tentate, mastro Testa di Pietra?" gridò a piena voce, per vincere i soffi delle raffiche che urlavano sempre più intorno all'albero. "Volete dare fuoco alla nave?"
"Io cerco solamente il mezzo di farti scendere," rispose il bretone. "Io non ho mai amato le fiamme."
"È carico il tuo catenaccio?"
"Non ancora ma spero di riuscirvi. Questa nave non rimane un momento immobile e la polvere mi sfugge fra le dita."
"Ho molto piacere di saperlo."
"Ma vi ucciderò."
"Per prendermi le famose lettere che tu hai sognate?"
"Che voi avete, perché lo so!..." urlò Davis. "Le voglio!..."
"Già, valgono sacchi di sterline," rispose Testa di Pietra, ironicamente. "Letterite acuta."
"Me lo ha detto il marchese che voi le avete."
"Come!... Il marchese si trovava a New York quando noi siamo partiti? Cercava un altro colpo di spada da suo fratello?"
"Io non so nulla. Morte e dannazione!... Ecco la terza carica di polvere che mi sfugge fra le dita."
"Allora noi, bel pappagallo, butteremo giù l'albero e ti faremo cadere nel lago."
"Pon patre," disse in quel minuto Wolf, saltando sulla barricata. "Io afer trovato due pistole di lunga misura."
"Nessun fucile?"
"Nessuno, pon patre."
"Dalle a tuo fratello. Sono cariche?"
"Ho portato anche della polvere e delle palle."
"Allora tutto va bene."
"Non va bene un corno!..." gridò in quel momento Piccolo Flocco, il quale si affaticava sempre al timone, con nessun risultato. "Siamo sugli scogli!... La costa non è che a trecento metri e non vedo nessuna apertura. Io non posso più fare fronte a queste ondacce!"
"Per tutti i campanili della Bretagna..." gridò Testa di Pietra. "Che si debba morire proprio questa notte, noi che siamo sfuggiti sempre alle cannonate ed alla mitraglia!... Ah doik!... Cattiva fortuna!..."
"Testa di Pietra!..."
"Che cosa c'è ancora?"
"Anche gli altri due canadesi sono misteriosamente scomparsi."
"Che affoghino tutti!..."
"E la chiglia rade gli scogli."
"Non so che cosa farci."
"E non vi è nemmeno una scialuppa!..."
"Salteremo in acqua anche noi."
"Con questo freddo?"
"Ohé, Piccolo Flocco, diventi poltrone? Ha paura del freddo!... Ah che gioventù!... Già non hanno fatto le campagne dei pescatori di merluzzi."
Un terribile colpo di tallone che subì la fusta, lo fece quasi stramazzare sulla barricata.
Proprio allora David, il quale era finalmente riuscito a ricaricare il suo catenaccio, fece fuoco mandando la palla assai lontana.
Hulrik fu pronto a rispondere con due pistolettate.
Sulla cima del grande albero si udì un grido, poi si vide il bandito lasciar cadere l'arma ancora fumante, issarsi sulla crocetta, prendere un grande slancio e scomparire fra le acque turbinanti del lago, sollevando un gran fiotto di spuma.
"Finalmente siamo padroni noi della barca!..." gridò Testa di Pietra, il quale si era slanciato verso la murata di babordo per vedere se scorgeva il traditore. "Anche senza guida sapremo attraversare il lago."
"Con questa fusta?" chiese Piccolo Flocco dando un colpo di barra.
"Con questa."
"È perduta, la sua carena si è aperta e gli scogli si succedono agli scogli."
"Che Davis ci abbia gettato qualche malefizio?"
"Io so che al forte con questa barca non andremo mai. Odi?"
"Per le trenta corna della taverna di Boston!... La chiglia se ne va pezzo a pezzo. Non sono sordo."
Una terribile ondata sollevò in quel momento la fusta e la scagliò attraverso una doppia linea di scogli.
Si udì un rombo spaventevole ed il grande albero cadde attraverso la coperta allungandosi subito sulle acque sconvolte.
"Frittata completa!..." esclamò Testa di Pietra, grattandosi nuovamente la nuca. "Non me l'aspettavo così presto. Cane d'un Davis, ci ha immobilizzati così lontani dal forte! Bah!... Sono cose che succedono agli uomini di guerra."
Alzò, come aveva l'abitudine, le spalle e si mise a guardare il lago il quale si gonfiava rapidamente, ruggendo.


2 - Il naufragio

Il lago Champlain è uno dei più piccoli del Canada, quantunque abbia una estensione notevole, che non può competere però coi giganteschi bacini dell'Ontario, dell'Eric e degli Uroni.
Gl'inglesi, che già da tempo presentivano l'insurrezione americana, vi avevano costrutti numerosi forti fra i quali si vantava il Ticonderoga per vastità di cinte, di artiglierie e di guarnigione. Essendo il Champlain in comunicazione col mare, potevano salire la riviera del San Lorenzo, sorvegliare Quebec e Montreal e portare le loro navi, anche grosse, dovunque su quel vasto specchio d'acqua.
Gli americani però, dopo aver espugnato Boston, aver liberato le province del Sud e conquistato New York, quantunque avessero subito sovente sanguinose disfatte, si erano precipitati sul Champlain per togliere ai loro avversari i forti; ed infatti, guidati dal generale Arnold, uomo animoso ma altrettanto ambizioso, nel 1775 erano riusciti ad impadronirsi di tutte le coste del lago, costringendo le guarnigioni ad abbandonare più che in fretta le loro posizioni, senza dar loro la possibilità di sparare un solo colpo di fucile.
La guerra, che da tre anni si trascinava al di là del Canada, si era ora concentrata sul Champlain, premendo a Washington di assicurarsi le spalle, e tremila uomini valorosi, quantunque con scarse artiglierie e scarse salmerie, si erano insediati nel Ticonderoga, certi di poterlo difendere poiché, come abbiamo detto, era veramente imponente ed era costato sacchi di sterline e non pochi anni di lavoro.
Gl'inglesi però, che trovavano grandi difficoltà ad arruolare truppe negli stati tedeschi e che abbondavano solamente di navi, non erano stati pronti alla riscossa, sicché il lago era caduto interamente nelle mani degli americani.
La bufera però non doveva tardare a scoppiare. Molte navi cariche di truppe mercenarie e d'irlandesi avevano lasciata l'Inghilterra, decise a spazzare via i "pezzenti di Washington", come li chiamavano con profondo disprezzo.
L'impresa di ricacciare gli americani dal Canada era stata affidata al generale Burgoyne, vecchio soldato che aveva molta esperienza e molta audacia, e che aveva combattuto in molte battaglie; impresa difficile certamente, ma che gl'inglesi, colla loro solita ostinazione, contavano di condurre a buon fine rapidamente, quantunque l'inverno fosse cominciato e si presentasse assai crudo.
Il male è che le guarnigioni americane che avevano occupati i forti del Champlain, ignoravano completamente la terribile tegola che stava per piombare sulle loro teste.
Avevano creduto che gli ultimi inglesi condotti dal generale Carleton, ormai scoraggiati, si fossero avviati verso il basso San Lorenzo per far ritorno in Inghilterra e si erano ingannati.
La conquista del Canada, strappata violentemente alla Francia cinquant'anni prima, era costata troppi uomini e troppi denari per lasciarla ora nelle mani degli americani.
Fortunatamente un legno corsaro olandese, che era salpato dall'Europa, aveva potuto forzare la crociera inglese ed affondare le sue ancore nella splendida Baia di New York.
Il comandante, sapendo in quali critiche condizioni si trovava Washington, scarso ormai di truppe e quindi impotente a mandare altre truppe al Canada, si era affrettato ad avvertirlo della grossa spedizione di Burgoyne la quale stava per abbattersi sul Champlain.
Urgeva mandare un uomo fidato a Ticonderoga con istruzioni che non ammettevano ritardi, ma le regioni intorno al lago erano abitate da Uroni e da Algonchini, i più formidabili guerrieri dell'America settentrionale e che ormai l'Inghilterra aveva arruolati in gran numero onde massacrassero quanti americani potevano cadere nelle loro mani e si divertissero a vederli spegnersi lentamente, fra le più orribili torture, ben legati al famoso palo dei prigionieri.
Era un'impresa assai difficile anche perché l'inverno era cominciato, eppure urgeva mettere in guardia Arnold e Saint-Clair, onde non si facessero sorprendere, e prendere le loro misure per far fronte alla grossa burrasca che si avanzava sul Champlain.
Fra i tanti animosi era stato scelto Testa di Pietra, il famoso cannoniere della Tuonante, uomo ormai diventato popolarissimo in America. Mac-Lellan, il suo capitano, l'aveva subito proposto ed il bretone se n'era andato con Piccolo Flocco, i due assiani, diventati ormai americani, ed una scorta di tre canadesi guidati da Davis.
La traversata del Canada fino al lago era stata compiuta felicemente dal piccolo drappello, malgrado che gl'indiani fossero già in gran numero sul sentiero di guerra e pronti sempre a scotennare e torturare, ma Davis, che godeva la fiducia di Washington, non aveva tardato a rivelarsi quale veramente era. Comperato dagli inglesi, ai quali premevano le due lettere che Testa di Pietra effettivamente recava con sé, non aveva tardato a smascherarsi.
Suo compito era quello di impedire, a qualunque costo, che Testa di Pietra potesse vedere Arnold e Saint-Clair, di trattenerlo lontano da Ticonderoga e di carpirgli, alla prima occasione, le lettere.
Come avesse saputo che il generale Washington ed il baronetto Sir William avevano consegnate quelle due carte al valoroso marinaio, era rimasto un mistero. I traditori però, vinti dall'oro inglese non mancavano neanche fra l'esercito americano.
A Montreal aveva acquistata quella vecchia nave, abbandonata dagli inglesi nella loro precipitosa ritirata, con poche ghinee poiché non valeva di più essendo in pessime condizioni, ed era sceso verso il lago, risoluto a compiere il tradimento.
Testa di Pietra aveva cercato qualche altro veliero migliore, ma gli inglesi avevano portate via, nella loro ritirata precipitosa, tutte le navi migliori.
Giunti finalmente al lago con quella fusta semisdrucita, avevano errato alcuni giorni a casaccio, finché improvvisamente era scoppiata la rivolta dei canadesi, e proprio quando l'uragano si addensava minaccioso.
Il resto si sa.

"Per tutti i campanili della Bretagna!...," esclamò Testa di Pietra quando vide che la fusta. gettata attraverso gli scogli, stava per rompersi completamente. "Come ce la caveremo ora, Piccolo Flocco? Il generale ci aveva messo ai fianchi una grande canaglia senza sospettare certamente che fosse stata comperata dalle ghinee inglesi."
"O da quelle del marchese d'Halifax?" rispose il giovane marinaio.
"Di questo affare parleremo più tardi, se riusciremo a raggiungere la costa ancora vivi. Io so molte cose confidatemi dal baronetto e le ho sempre tenute ben tappate nel cervello. L'odio di quei due fratelli è tremendo, spaventoso. Hulrik!..."
"Eccomi, pon patre," rispose prontamente l'assiano.
"Con quei due colpi di pistola sei certo di aver ucciso quella canaglia?"
"Forse ferito, pon patre. Le armi valevano poco, malgrado la lunghezza delle loro canne. Io afere fatto tutto mio possibile per rompere la testa a quel pirpante, ma la barca saltava troppo e la mira era difficile."
"Col gran salto che ha fatto si sarà rotto le costole sui bassifondi," disse Piccolo Flocco.
"La fusta non era ancora attraverso le scogliere ed io ho il dubbio che quel <pirpante>, come lo chiama Hulrik, sia ancora riuscito a salvarsi. Le genti che abitano le rive dei laghi canadesi sono sempre state famose nel nuoto."
"E gli altri?"
"Che cosa vuoi che ti dica io, mio giovane marinaio?! Sono scomparsi anche loro e probabilmente saranno riusciti a raggiungere la costa. Meno male che hanno lasciato qui i loro fucili e le loro munizioni. Stupidi!... Potevano gettare le une e le altre nel lago per disarmarci completamente."
"Ed ora che cosa facciamo, Testa di Pietra? La fusta si è piantata sulla cima di qualche scoglio e deve bere acqua in abbondanza."
"Non rimarremo nemmeno noi qui," rispose il vecchio bretone. "Mi spaventa però il pericolo indiano."
"Che gl'inglesi li abbiano proprio arrolati?"
"Ne sono più che sicuro, ed aver a che fare cogli Uroni e cogli Algonchini è una cosa che dà da pensare. Sai che quei barbari non risparmiano le capigliature e non vorrei lasciare la mia nelle mani di qualche guerriero. Pazienza se si accontentassero di togliermi la mia famosa pipa, ma con quella gente non c'è da fidarsi."
"E sono molti questi indiani?" chiese Wolf, il quale parlava la lingua inglese più correttamente del fratello minore.
"Ve ne sono delle migliaia e migliaia," rispose Testa di Pietra. "Oltre che cogli Uroni e gli Algonchini. avremo da fare anche i conti cogli Ossinisolni e coi Mandava che godono una tristissima fama per le loro crudeltà. Quel furfante di Davis, che il diavolo se lo porti, ha compiuta la sua missione mentre noi abbiamo quasi da cominciare la nostra. Ci ha arrestati quando ci credevamo sicuri di filare diretti verso il gran forte. Non è però riuscito a togliermi quello che più desiderava."
"Ehi, Testa di Pietra, lascia gl'indiani ed il meticcio e pensa invece a portarci alla costa. La fusta ormai non navigherà mai più," disse Piccolo Flocco.
"E dove e come? Aspetteremo prima che la tempesta si calmi un pò e poi fa ancora troppo scuro".
"E se le onde ci spazzano via?"
"Non dire delle sciocchezze. I marinai non si lasciano portare via."
"E gli Assiani?"
"Sono già mezzi marinai. Ora andiamo a vedere se questa barca è proprio sfondata. Hulrik, prendi una lanterna ed accompagnami. Ce ne sono nel quadro?"
"Sì, pon patre. Io aferne veduto alcune."
"Marcia avanti e tu, Piccolo Flocco, taglia i paterazzi e le sartie del grand'albero. Questo troncone pesa troppo sulla fusta. Wolf ha delle buone braccia e ti aiuterà efficacemente. Fate presto poiché il Champlain non accenna affatto a calmarsi."
Il lago infatti, sollevato da furiose raffiche che si succedevano senza tregua, diventava sempre più cattivo.
Grosse ondate si formavano dovunque, si accavallavano rabbiosamente e poi correvano a sfasciarsi contro le coste con dei rombi spaventevoli.
Era una vera burrasca quella che stava per scatenarsi e quelle che infuriano sui laghi canadesi godono pessima fama in causa della violenza del vento che si scatena ben più che sul mare.
Testa di Pietra, che già aveva ben vedute altre burrasche su tutti gli oceani del globo, si affrettò a scendere nel quadro di poppa dove già l'assiano aveva accesa una lanterna. Pel momento non credeva ad un naufragio completo e non si preoccupava affatto delle grosse ondate.
"Per tutti i campanili della Bretagna!..." esclamò aprendosi il passo fra i barili che ingombravano la piccola stanza. "Piccolo Flocco ha ragione. Questa barca non andrà mai al forte."
Si era messo in ascolto mentre l'assiano teneva alta la lanterna e fece un gesto di scoraggiamento.
"Frittata completa," disse. "La barca beve allegramente come una vecchia ubriacona e non vi è nessuna pompa a bordo di questa carcassa. Bah!... Andiamo a vedere, Hulrik."
Una scaletta stretta, ingombra anche quella di pacchi e di cordami, immetteva nella stiva.
Testa di Pietra scese gli otto gradini e si trovò subito colle scarpe bagnate. La fusta continuava a bere ad ogni colpo d'acqua che si sfasciava sui suoi fianchi e gorgogliava impunemente fra i puntali ormai sgangherati.
"Corpo d'una fregata sventrata!... È stato un bel colpo," disse il bretone. "Un pezzo di scoglio si è cacciato proprio attraverso la carena e nessun carpentiere riuscirebbe a turare ormai un tale buco."
"Noi non navigare più, patre?" chiese l'assiano.
"Pel momento è impossibile."
"E dofe trofare altra barca?"
"Che cosa vuoi che ti dica io! Su questo lago non devono trovarsi a portata di mano."
"Tu sei preoccupato, patre."
"Ed ho le mie buone ragioni, figliolo. Io considero ormai la nostra impresa come completamente fallita e tutto in causa di quel cane di Davis. Se non l'hai ucciso e se dovessi un giorno incontrarlo ti assicuro che non lo risparmierò. Vira di bordo e risaliamo in coperta. Qui non c'è niente da fare."
Risalì la scaletta sagrando e giunse sul ponte sempre seguito dal fedele assiano.
Piccolo Flocco e Wolf avevano allora finito di tagliare a colpi d'ascia tutte le griselle, i paterazzi ed altri cordami che trattenevano l'albero e la fusta, sbarazzata da quel peso, si era un po' raddrizzata rovesciandosi invece sul tribordo, ciò che migliorava alquanto la sua posizione mettendola un pò al riparo dai continui assalti delle onde.
"Finito?" chiese il vecchio bretone.
"L'albero già naviga per conto suo," rispose Piccolo Flocco. "Cominciava a picchiare terribilmente contro i fianchi della barca e minacciava di aprirci una grossa falla."
"Con tutto ciò noi siamo immobilizzati."
"E ci resteremo, vecchio mio, se non ci costruiamo una zattera per poter raggiungere la costa."
"L'ho pensato anch'io, ma finché questo lago non si calma non riusciremo a calarla in acqua. Aspettiamo dunque."
"Che resista la fusta?"
"Lo spero. Ha un pezzo di scoglio piantato attraverso la carena."
"Me l'ero immaginato," disse Piccolo Flocco. "Che cosa pensi di fare, Testa di Pietra?"
Il vecchio bretone sprofondò le callose mani nelle immense tasche dei suoi pantaloni e si mise a guardare la costa la quale era coperta, fin dove giungevano gli sguardi, di pini bianchi altissimi, i quali torcevano le loro punte sotto le sferzate delle raffiche che aumentavano sempre.
"Ci sono due miglia da attraversare," disse finalmente, "ed ho veduto laggiù, se gli occhi non mi hanno tradito, uno squarcio che segna forse la foce di qualche fiume. Già, ci vuole una zattera, ma per ora sarà meglio pensare a mandare giù un boccone, giacché il signor lago tarda un po' a risvegliarsi. Tu, Hulrik, va a cercare qualche barile che contenga dei prosciutti, e tu, Wolf, incaricati delle gallette. Quei cani di canadesi non ci hanno permesso di cenare e <sacco vuoto non sta in piedi>, dice un vecchio proverbio. Tu poi, Piccolo Flocco, va a vedere se ci sono delle bottiglie da vuotare. Davis ne aveva imbarcate tre o quattro casse a Montreal."
"Sei un uomo ammirabile," disse il giovane marinaio. "La fusta è pericolante e tu pensi alla colazione."
"Dobbiamo approfittare, mio caro. Su, lesti, giacché le onde ci lasciano un po' di tregua. Oh!... Oh!... Un lume!..."
"Dove?" chiese Piccolo Flocco, balzando avanti.
"L'ho scoperto solamente ora."
"Non ardeva prima?"
"No."
"Un fuoco od un fanale?"
"Un fanale no di certo. È un falò che brucia sulle rive di quella spaccatura che io ho scoperta."
"Che qualche accampamento indiano si sia stabilito in questi dintorni e proprio in questo momento?"
"I miei occhi sono ancora buoni, ma non possono forare le foreste. So che della legna brucia e che deve essere stata accesa solamente da qualche minuto, poiché prima non ho veduto nessun punto luminoso sulla costa."
"E nemmeno io, Testa di Pietra. L'avrei scorto subito. Oh!..."
"Ti sei rotto un dente?"
"No, sono troppo saldi per andarsene, e poi così presto."
"Allora, cosa volevi dire?"
"Che quel fuoco può essere stato acceso dai canadesi per asciugarsi. Non saranno giunti in buono stato alla costa con quest'acqua così fredda che pare che da un momento all'altro voglia congelarsi."
"Uhm!..." fece il vecchio bretone, il quale continuava a fissare il fuoco. "Sarà un po' difficile. Suppongo invece che vi si trovi qualche capanna abitata forse da qualche colono. Ve ne sono di quelli che vanno d'accordo cogl'indiani perché comprano da loro le pellicce vendendo polveri, armi e soprattutto liquori."
"E non ne scotennano qualcuno di quando in quando?"
"Io non farei quel mestiere. Quei coloni devono guadagnare immensamente e tornare in Francia assai ricchi, quando però ci tornano."
"E non saranno molti probabilmente."
"Lo credo anch'io. Gl'indiani canadesi sono i più feroci di tutti quelli che abitano l'America settentrionale e non possono vedere gli uomini male cucinati."
"Come male cucinati?"
"Perché dicono che il Grande Spirito ci ha male biscottati, mentre invece ha lasciato abbruciare troppo i negri."
"Sicché loro sono i soli che hanno la giusta cottura."
"E se ne vantano e disprezzano noi che abbiamo invece delle pelli ben sovente rosee. Ehi, Hulrik!... E la colazione è pronta?"
"Sì, pon patre," rispose l'assiano. "Afere trovato anche salsicciotti affumicati e pottiglie di pirra."
"Allora, Piccolo Flocco, possiamo mettere in moto i nostri denti," disse il vecchio bretone.
"Con questa burrasca?..."
"Chi ci bada? Siamo abituati ai colpi di vento e d'acqua."
I due assiani avevano preparato il desco dietro le barricate onde metterlo al coperto dalle onde, ed avevano fatto le cose per bene, infischiandosene del vento, il quale d'altronde non giungeva più con grande violenza, e dei soprassalti che subiva la povera fusta.
Il cielo però era gravido di nubi di un colore nerastro con qualche orlo quasi fiammeggiante ed accennava a continuare la sua musica.
I due bretoni ed i due assiani, dopo essersi ben assicurati che la barca non accennasse, almeno pel momento, a piegarsi completamente sul tribordo, diedero un formidabile assalto ai prosciutti ed ai salsicciotti inaffiandoli copiosamente di eccellente birra inglese che allora superava quella tedesca.
Dal mezzodì del giorno precedente non avevano più mandato giù nulla poiché Davis li aveva sorpresi nel momento in cui stavano per prepararsi la cena.
Testa di Pietra, quand'ebbe finito, tirò fuori la sua famosa pipa, la caricò di forte tabacco olandese giunto a New York di contrabbando e, dopo aver faticato un poco ad accenderla poiché il vento aveva ripresa la sua pazza corsa sconvolgendo le acque del lago che poco prima accennavano a spianarsi. disse:
"Ora vi posso dire che io tengo nascoste veramente due lettere che devo consegnare nelle mani dei soli comandanti del forte di Ticonderoga. Una mi è stata consegnata da Washington e l'altra dal baronetto Mac-Lellan."
"E come Davis ha potuto saperlo?" chiese Piccolo Flocco, stringendo i denti. "Io vorrei spiegare questa faccenda."
"Ci deve essere sotto la mano del marchese d'Halifax. Credi tu che abbia rinunciato, quantunque la bionda scozzese sia ormai diventata moglie del nostro capitano, alla sua passione? Quel miserabile, che dispone di grandi ricchezze, deve aver corrotto con le ghinee non solo dei canadesi ma fors'anche degli americani che avvicinano Washington."
"E così Davis avrà potuto sapere che tu eri incaricato d'una importante missione."
"Missione che ignoro quasi completamente, poiché il generale ed il capitano non mi hanno detto altro che di giungere al forte e di guardarmi dai pericoli."
"Mettendoci ai fianchi quel galantuomo di Davis," disse Piccolo Flocco. "Ah!... Non averlo scoperto prima!..."
"Si vede che i due comandanti avevano piena fiducia di lui," disse Testa di Pietra, dopo aver lanciato in aria, una dietro l'altra, tre grosse boccate di fumo. "Ora io mi domando come noi potremo giungere al forte senza una barca e senza una guida."
"Uomini come noi non debbono tornare indietro."
"Ehi, Piccolo Flocco, per chi mi prendi? Non sono ancora diventato vecchio e non tornerò di certo a New York senza aver veduto Arnold e Saint-Clair e aver consegnate loro le lettere. Il male è che abbiamo le gambe rotte e che qui non troveremo degli amici."
"Che sia proprio vero che gl'inglesi stanno per giungere e riprendersi tutti i forti?"
"Davis lo ha detto e lui deve saperla lunga."
"Corriamo dunque il pericolo di venire presi prima di giungere a Ticonderoga ed impiccati sui pennoni di qualche brigantino come corsari. Bella prospettiva!..."
"Gl'inglesi non ci hanno ancora presi."
Vuotò la sua famosa pipa, bevve un altro sorso di birra e si alzò per guardare se il fuoco brillava ancora.
Proprio allora il lago ricominciava a ridestarsi ed il vento riprendeva forza ululando sinistramente.
La tregua era cessata. La tempesta si scatenava rapida con mille fragori sollevando nuovamente le acque del Champlain.
Testa di Pietra tirò fuori l'orologio e, con qualche sforzo, riuscì a precisare la posizione delle lancette.
"Due e venti: siamo ben lontani dall'alba. Doe mal! Va male!..."
Piccolo Flocco lo aveva raggiunto.
"Testa di Pietra," disse con voce alterata, "Wolf mi ha detto or ora di aver veduto del fumo circolare per la stiva e che pareva provenisse da prora."
"Come!... Il fuoco a bordo!... Acceso da chi?"
"Forse da quel canadese che era misteriosamente sparito."
"Per tutti i campanili della Bretagna!... Tempesta e fuoco!... Quelle canaglie volevano proprio distruggere questa povera barca!... Ci poteva capitare di peggio?"
"Ed a bordo non vi è nessuna pompa."
"Lo so io. Forse c'era, e quel cane di Davis, quando ha comperata la fusta, l'ha fatta levare."
"Che corriamo il pericolo di saltare in aria?"
"Le munizioni sono a poppa e ci vorrà del tempo prima che il fuoco raggiunga il quadro. Orsù, non perdiamo tempo o noi morremo, prima dell'alba, annegati o arrostiti."
"Che cosa pensi di fare?"
"Tentare di gettare in acqua una zattera. Bestia, avrei dovuto approfittare della tregua che ci aveva accordato il lago. Ora sarà forse troppo tardi, ma noi tutto dobbiamo tentare per raggiungere la costa. Vi sono casse e barili in abbondanza, le funi non mancano ed abbiamo le asce."
In quell'istante giunsero i due assiani i quali avevano fatta una rapida visita alla camera comune di prora che cominciava già a fumare.
"Patre," disse Hulrik, "canadesi afere incendiata la fusta. Tutta stifa piena di fuoco."
"E noi finora non ce n'eravamo accorti!..." esclamò Testa di Pietra. "Covava dunque l'incendio?"
"Ora non cofare più, patre. Lingue di fuoco invadono stifa."
"È vero," confermò Wolf. "Il fuoco guadagna rapidamente."
"Credi impossibile spegnerlo?"
"Troppo tardi. Il fuoco ha raggiunto dei barili di petrolio e monta, monta."
Testa di Pietra si diede un gran pugno sul solidissimo cranio, afferrò l'ascia e si slanciò a poppa, verso la barricata, gridando:
"Presto, facciamo un galleggiante."
"Se non sarà ormai troppo tardi," disse Piccolo Flocco.
La burrasca tornava ad accanirsi sul lago mettendo le acque sottosopra e urlava paurosamente nella notte tornata quasi completamente buia. Non era proprio quello il vero momento di gettare una zattera qualunque colle ondate che si rompevano sulla doppia fila di scogliere con interminabili muggiti.
La fusta avrebbe potuto nondimeno ancora resistere, bene arenata come si trovava e con un pezzo di roccia attraverso la chiglia che la teneva salda; disgraziatamente l'incendio era scoppiato e non era pei naufraghi il momento di esitare.
Si erano messi tutti alacremente al lavoro legando casse e barili e staccando le grosse tavole delle murate, per formare almeno una piccola piattaforma.
Testa di Pietra, cannoniere, carpentiere e maestro d'ascia, che aveva costruito durante le sue lunghe navigazioni un bel numero di zattere, perché di naufragi ne aveva fatti parecchi, dirigeva il lavoro ed inchiodava e legava tutti gli oggetti galleggianti che si trovavano sulla coperta della fusta.
Le ondate però, che montavano già rabbiosamente all'assalto, rendevano estremamente difficile quella impresa, poiché si succedevano quasi senza interruzione.
Fortunatamente dei giganteschi sprazzi d'acqua si rovesciavano anche attraverso il boccaporto di prora, penetrando fin dentro la camera comune e la stiva e rallentando così lo sviluppo dell'incendio.
Gran fumo però usciva, un fumo nero e fetente che sapeva di grassi e di petroli, attraversato, di quando in quando, da qualche grosso fascio di scintille che il vento subito spingeva verso la costa, disperdendone in tutte le direzioni come una piccola pioggia di stelle filanti.
Dalla stiva cupi rumori salivano. Dei barili pieni di materie più o meno oleose, morsi dalle vampe che li investivano, dovevano scoppiare in gran numero.
Testa di Pietra, mentre i suoi compagni si accingevano a lanciare i galleggianti, aveva raccolte le tre carabine dei canadesi, ormai diventate bene asciutte, essendo diventato il ponte caldo malgrado la continua invasione delle acque e quella di Davis, poi si era precipitato nel quadro e, quantunque vi fosse molto fumo, aveva posto in salvo le due cassette delle munizioni.
"Siamo pronti?" chiese, salendo in fretta onde le polveri non gli scoppiassero in mano, poiché anche dal boccaporto di poppa le scintille cominciavano ad irrompere.
"Tutto è legato," rispose Piccolo Flocco. "Non so però se giungeremo alla costa asciutti."
"Era da prevederlo. Su, gettiamo, caliamo e tenete ben salde le funi. Io m'incarico delle armi che sono più preziose di tutto in queste regioni."
"E viveri, niente da imbarcare?" chiese Wolf.
"Non vale la pena. Le onde ce li porterebbero via prima di lasciarci approdare. La selvaggina non ci mancherà sotto quei boschi."
Cominciarono a calare tavole, barili e casse badando di non farsi portare via dalle onde e scesero sulla prima fila degli scogli i quali emergevano ancora di qualche metro.
L'acqua era bassa in quel luogo, ma più innanzi appariva profonda a giudicare dal grande movimento della risacca.
I due bretoni ed i due assiani, immersi fino ai fianchi, raccolsero strettamente i loro galleggianti e, dopo una lotta accanita contro le onde che cercavano di disperderli, formarono alla meglio una zattera.
Come vi erano riusciti coll'uragano che imperversava senza tregua non avrebbero potuto dirlo nemmeno loro.
Si erano appena allungati sulle tavole legate sopra le casse ed i barili, onde non farsi portare via dalle ondate che incalzavano, quando una luce sinistra brillò sulla fusta, seguita da un gran rombo che si ripercosse perfino sotto gli alberi della costa.
"Ah, canaglie!..." gridò Testa di Pietra. "Volevano le nostre povere ossa. Quel canadese, che è scomparso così misteriosamente, doveva aver preparato una specie di mina. Davis, non avendo potuto ottenere da me le lettere, ci aveva condannati a morte quando ormai si era veduto vinto."
Una luce vivissima si diffondeva sulle scogliere, alzandosi al di sopra della fusta che l'esplosione aveva completamente sgangherata. Malgrado i continui assalti delle onde, l'incendio divampava con rapidità spaventosa.
Le fiamme, se soffocate dalle acque in un luogo, erompevano da altre parti, poiché quasi tutta la coperta della barca era stata squarciata dalla violenza dell'esplosione e offriva molti passaggi.
"Corpo della mia pipa di famiglia!..." rispose Testa di Pietra, il quale già non poteva rimanere zitto solo un momento. "C'è da rabbrividire a pensare al brutto tiro che ci avevano preparato quegli antropofagi. Erano peggiori degl'indiani."
"Parla meno e bada di non farti portar via," disse Piccolo Flocco.
"Ho sempre chiacchierato io, anche in mezzo alle più grosse tempeste. Noi di Batz non possiamo frenare la nostra lingua."
"Siamo sopra la seconda fila di scogli e la risacca diventa violentissima."
"Corpo d'una fregata sventrata!... Mi credi sempre mezzo cieco? E poi con quella magnifica torcia che ci illumina anche un cieco avrebbe già scorti questi ostacoli."
"Non andrà all'aria la zattera?"
"Speriamo di no. Qualche barile e qualche cassa si sfonderanno ma la massa resisterà vittoriosamente all'urto delle onde. Ehi, Hulrik, come va?"
"Penissimo, patre," rispose l'assiano, "essere però tutto bagnato."
"Non lo sarà meno tuo fratello ed anche noi non siamo asciutti."
Il galleggiante, sempre danzando disordinatamente, era stato spinto sulla seconda fila di scogli i quali però lasciavano delle larghe aperture, tali da permettere il passaggio anche ad una grossa barca.
"Ma se tutto va benissimo," disse Testa di Pietra che non si spaventava affatto dei soprassalti terribili che subiva la zattera. "Fra mezz'ora noi saremo alla costa e andremo a far visita a quei signori che hanno acceso quel fuoco. Ohé!... Tenetevi saldi!... Ecco il passaggio più difficile!..."
Il galleggiante, sollevato da una grossa ondata che l'assaliva muggendo sinistramente, varcò felicemente la seconda scogliera senza che i barili e le casse si fracassassero.
In quel momento il fuoco che ardeva sulla fusta si spense quasi di colpo, ed una profonda oscurità avvolse i naufraghi.
Quel fuoco misterioso, però, che ardeva dentro la spaccatura, bastava a guidarli. La risacca per un caso strano li spingeva appunto in quella direzione.
"Ma se l'ho detto io che tutto sarebbe finito bene," disse Testa di Pietra, il quale si era impadronito di un mezzo pennone onde servirsene come timone. "Il peggio, purtroppo, verrà poi. Un naufragio, per marinai della nostra razza, è nulla, quasi uno scherzo che si accetta volentieri. È bensì vero che questi scherzi, a lupi di mare poco navigati, talvolta costano cari. Ehi, Piccolo Flocco!..."
"Che il diavolo ti porti un po', mastro," rispose il giovane il quale si affannava, insieme ai due assiani, a stringere le funi che di quando in quando, per la scomparsa di qualche barile o di qualche cassa, si allentavano.
"Siamo passati?"
"Sì, la scogliera è ormai dietro di noi a tre o quattrocento metri."
"Peccato che la fusta si sia spenta troppo presto, ma noi giungeremo, più o meno fracassati, egualmente alla costa. La scorgi tu?"
"Non vedo che quel lume, mastro. L'oscurità è così profonda in questo momento che non distinguo più nemmeno i grandi pini."
"È la nebbia che si abbatte sul lago."
"La vedo anch'io, mastro, e si avanza con furia."
"Dovrebbe rallentare un po'."
"Sì, per far piacere alle nostre pelli marine."
In quel momento, verso la costa, si alzò un razzo azzurro il quale salì tentennando e scoppiò con fragore, spandendo intorno a sé, ad una cinquantina di metri, un turbinio di scintille variopinte.
"Ci fanno dei segnali!..." gridò Testa di Pietra. "Né gl'indiani né i canadesi possiedono razzi, dunque speriamo di trovare finalmente un galantuomo che ci accordi un po' di ospitalità. Abbiamo bisogno di un buon fuoco."
Aveva appena terminato di parlare quando si udirono due grossi spari.
"Un altro segnale," disse Piccolo Flocco. "Si direbbe che siamo aspettati sulla costa."
"L'uomo che ha acceso quel fuoco deve ben aver veduto la fusta ardere. Ci sono scogli ancora dinanzi a noi?"
"Non ne vedo."
"Chi ha le armi e le munizioni?"
"Hulrik."
"Bada Hulrik di non fartele portar via."
"Non afer questo timore, patre," rispose il tedesco.
La zattera intanto continuava ad avanzare a grandi sbalzi, spinta dai movimenti delle acque e dai venti scatenati.
I barili e le casse non cessavano di cozzare rumorosamente, nondimeno ben pochi erano quelli che si fracassavano.
Una gigantesca ondata prese il galleggiante, lo sollevò con grande impeto e con mille ruggiti e poi lo scagliò proprio dinanzi alla spaccatura.
La risacca se ne impadronì, lo fece oscillare vivamente, poi lo depose, quasi senza violenza, su una costa sabbiosa coperta di giganteschi alberi.
"Gambe!..." gridò Testa di Pietra. "Se giunge un'altra onda verremo riportati al largo!..."
I quattro uomini, così miracolosamente sfuggiti alle furie del Champlain, presero le loro armi e si slanciarono a terra.
Avevano percorso appena cento passi e stavano dirigendosi verso la luce misteriosa, quando una voce grossa, rauca, gridò:
"Chi siete e dove andate?"
Un uomo, di forme massicce, armato di due grossi archibugi, era improvvisamente comparso dinanzi ai naufraghi, i quali, non potendo per il momento servirsi delle armi da fuoco, avevano impugnato le asce.
Testa di Pietra finse di arrabbiarsi.
"Come!... Con i vostri segnali e con il vostro fuoco ci fate naufragare e ci chiedete subito chi siamo come se fossimo dei ladri. Siamo marinai francesi e tedeschi sperduti su questo lago e che la tempesta ha gettato alla costa."
"Da dove venivate?"
"Da Montreal."
"Ah!... Scesi lungo la grande riviera," disse lo sconosciuto. "E andavate?..."
"Signore," disse Testa di Pietra, il quale cominciava a scaldarsi, "mi pare che voi ci sottoponiate ad un vero interrogatorio. Mi sembra che questo non sia né il momento né il luogo di dare delle spiegazioni. Vedete bene che siamo inzuppati d'acqua e sentite pure come il vento soffia freddo."
"Avete ragione. Perdonatemi, ma, vivendo isolato in mezzo alle grandi foreste canadesi, avevo il diritto di sapere chi erano le persone che dovevo ospitare."
"Non dico che abbiate tutti i torti."
"Se non m'inganno, voi siete bretone."
"È vero, sono di Batz."
"Lo era anche mio padre. Seguitemi: se è vero che i miei segnali e il mio fuoco vi hanno fatti naufragare, cercherò di riparare al male fattovi involontariamente. Avete nulla da raccogliere sulla zattera?"
"I barili e le casse le ritireremo domani, se le onde non le sfasceranno."
"Venite: comincia a piovere."
I cinque uomini salirono la costa, si cacciarono sotto i grandi alberi che si piegavano furiosamente sotto i colpi di vento e, dopo aver percorsi cinquecento passi, si trovarono dinanzi ad una vasta capanna, costruita con grossi tronchi che le davano quasi l'aspetto d'un fortino e che internamente era vivamente illuminata.
"La mia dimora," disse lo sconosciuto. "Entrate, asciugatevi e contate di essere come in una casa della vostra Bretagna."
"Dove l'ospitalità è sacra," disse Testa di Pietra.
Attraversarono un piccolo ponte levatoio gettato su un piccolo corso d'acqua ed entrarono nella vasta capanna.


3 - Jor il canadese

Lo sconosciuto si avvicinò ad un fuoco che ardeva su un grosso fornello fabbricato tutto in mattoni, riattizzò la legna e si mostrò in piena luce.
Come abbiamo detto era di forme massicce e pareva che avesse una cinquantina d'anni. I suoi capelli erano assai brizzolati, la sua barba piuttosto lunga pure e il suo viso aveva dei lineamenti duri ed energici animati da un paio d'occhi che sprigionavano ancora un vivo splendore.
Indossava un vestito di grosso panno azzurro cupo che lo faceva rassomigliare ad un marinaio, però calzava mocassini indiani di pelle gialla con svariati disegni sulle costure, al posto dove gli Irochesi e gli Algonchini appendono le capigliature dei nemici vinti.
Malgrado l'età piuttosto avanzata, non doveva aver perduto né la sua forza né la sua agilità.
Testa di Pietra e i suoi compagni si guardarono intorno e si accorsero di essere entrati in uno di quei depositi che i coloni canadesi tengono in buon numero sul Champlain, per esercitare il traffico delle pelli con gl'indiani.
Infatti la capanna era ingombra di pellicce d'ogni genere: ve ne erano di lupi, di volpi, di alci, di raccoon od orsi lavoratori, di caribou che somigliano assai alle renne e non mancavano anche delle pelli di bisonte accuratamente conciate dagl'indiani i quali sono veri maestri nel conservare e rendere pieghevoli le loro pellicce, con dei processi semplicissimi e che sono tutti a base di cervelli diluiti con acqua e ben sbattuti.
Vi erano poi casse, barili e barilotti d'ogni tinta che dovevano contenere probabilmente dei viveri e degli oggetti di scambio per gli indiani. Formavano un'enorme catasta in fondo alla sala, ammonticchiati alla rinfusa.
"Voi siete un trafficante, è vero?" chiese Testa di Pietra allo sconosciuto.
"Traffico con i pellerossa."
"Mestiere pericoloso, signor..."
"Riberac."
"Ecco un bel nome francese."
Il trafficante alzò le spalle, sorrise, poi trascinò una tavola nel centro del deposito accendendo un grosso fanale da marina, quantunque veramente il camino proiettasse una luce abbastanza viva.
"Non ho sedie," disse. "Prendetevi dei barili e asciugatevi come meglio potete al fuoco. Con questo freddo non fa piacere portare indosso tanta acqua."
"Siamo veramente intirizziti, ma qui dentro regna una bella temperatura e fra qualche ora noi saremo asciutti," rispose Testa di Pietra.
"Siete stati dunque molto in acqua?"
"Qualche ora e la risacca era pessima."
"Voi tutti siete gente robusta e non soffrirete per ciò."
Aprì una cassa, levò alcune bottiglie e parecchi bicchieri e cominciò a versare.
"È gin del migliore, che non vendo agl'indiani. Lo serbo solamente per me e per qualche raro amico. Bevete pure, perché ne sono ben provvisto."
Aprì poi una seconda cassa e trasse fuori pacchi di tabacco e mazzi di grossi sigari del Maryland, delle gallette e della frutta secca.
"Servitevi," disse. "Da questo momento vi considero come miei ospiti, anzi come degli amici. Rimarrete qui finché vorrete poiché io solo sono stato la causa del naufragio della vostra fusta, facendo quei segnali."
Stette un momento silenzioso, poi, guardando Testa di Pietra che si arrosolava dinanzi al braciere e che era tutto occupato ad asciugare la sua famosa pipa, gli chiese a bruciapelo:
"Non eravate in maggior numero?"
"Come fate a saperlo?"
"Perché la vostra barca l'ho veduta navigare un po' prima che tramontasse il sole. Dev'essere successo qualche combattimento fra di voi poiché più tardi ho udito parecchi colpi di fucile e delle grida furiose."
"Una parte del mio equipaggio, formato da canadesi, capitanati da un meticcio che era incaricato di guidarci attraverso il lago, si era ribellato e non so ancora come siamo sfuggiti ad un vero massacro poiché non avevamo che delle scuri."
"E li avete respinti o costretti a sbarcare?" chiese il trafficante il quale pareva s'interessasse vivamente.
"Sono state le onde che li hanno portati via durante il primo scoppio della bufera. Si trovavano sulla prora, che era assai bassa, e uno ad uno li abbiamo veduti sparire."
"Che siano annegati?"
"Il lago era pessimo in quel momento e per di più i quattro canadesi indossavano vesti pesantissime."
"Certo. nessuno di quei disgraziati sarà riuscito a raggiungere la costa."
"Disgraziati!... Canaglie e fior di canaglie!..." gridò Testa di Pietra. "Avevano preparata una vera mina nel ventre della fusta per farci saltare in aria. Fortunatamente avevamo fatto a tempo a gettare in acqua una piccola zattera."
"Quella che si è arenata alla foce del fiume. Così cattivi erano quegli uomini? Eravate voi il loro comandante?"
"Sì, ed avevo trattato quei bricconi come se fossero dei veri marinai bretoni, e li avevo pagati bene!"
"Voi o qualche altro?"
Testa di Pietra staccò il bicchiere dalle labbra e guardò con diffidenza il trafficante. "Perché da qualche altro?" chiese poi. "Vorreste spiegarvi, signor Riberac?"
"Da qualche generale americano per esempio."
"A bordo della mia fusta non ve n'era nessuno."
"In conclusione dove eravate diretti?"
"Verso il forte di Ticonderoga."
"Ah!... Quello che gl'inglesi ora si preparano, con grandi sforzi, ad espugnare? Si dice che vogliano prendersi una strepitosa rivincita contro Arnold che è il braccio destro di Washington."
"Mi permettete una domanda?"
"Dite pure."
"Parteggiate per gli americani o per gl'inglesi?" chiese Testa di Pietra.
"Per nessuno," rispose con voce secca il trafficante. "Io non mi occupo che dei miei commerci e se vi sono delle persone che sentono il desiderio di trucidarsi, non mi riguarda affatto. Io sono rimasto affatto estraneo a questa guerra maledetta."
"Perché maledetta?"
"Perché gl'inglesi hanno assoldati gli Uroni e gli Algonchini impedendomi così ormai di vendere un vecchio fucile od un barilotto di polvere o della paccotiglia lucente a buon prezzo. Se si sono già messi sul sentiero di guerra, un giorno o l'altro piomberanno anche qui e mi porteranno via tutto, compresa la capigliatura."
"Non siete amico di quei terribili guerrieri?"
"Amico!... Fidatevi di quella gente anche quando avete fumato con loro venti volte il calumet della pace! Mi hanno lasciato vivere perché avevano bisogno di vendermi le loro pelli in cambio di armi e liquori. Se non avessi avuto questo magazzino ben fornito, chissà da quanto tempo mi avrebbero scotennato."
"E, sapendo ora che è ben pieno di ogni grazia di Dio, con la scusa di essersi messi sul sentiero della guerra vi svaligeranno." disse Testa di Pietra.
"Oh, prevedo la mia rovina," rispose il trafficante. "Non valeva la pena di passare dieci anni fra queste boscaglie battute da grossi orsi per poi rimanere senza un luigi. Bell'affare che ho fatto!..."
"Venite con noi."
"Dove?"
"Al forte."
"Chi ci procurerà un canotto capace di affrontare le collere di questo lago che, se è piccolo, è troppo sovente di cattivo umore? Solamente gl'indiani ne posseggono, ma io non andrò certo ad espormi al pericolo di farmi spaccare la testa con un buon colpo di tomahawh."
"Sicché saremo anche noi costretti a rimaner qui," disse il bretone, impallidendo. "Siamo aspettati a Ticonderoga.."
"Affari urgenti?"
"Pressantissmi, mi pare di avervelo detto."
"Può darsi, ma non ricordo. Io ho sempre il mio cervello occupato nei miei affari e non sempre presto attenzione a quello che mi si dice."
"Che cosa ci consigliate di fare?"
"Di rimanere qui. Che cosa vi manca? Avete delle splendide e soffici pelli che vi serviranno benissimo da letto. Come ho detto, metto il mio magazzino a vostra disposizione."
"Non si potrebbe giungere egualmente al forte facendo il giro del lago? Noi non siamo uomini da spaventarci per il freddo."
"Vi occorrerebbero sette od otto settimane e cadreste fatalmente fra le braccia degl'indiani."
"Corpo d'un cannone scoppiato!..." esclamò Testa di Pietra con voce irata. "Che cosa siamo venuti allora a fare qui se non abbiamo più nessuna barca?"
"Io accetterei il consiglio del signor Riberac." disse Piccolo Flocco. "Se non possiamo muoverci restiamo qui."
"E gl'inglesi? Arnold non saprà della loro poderosa riscossa."
"Vuoi che attraversiamo il lago a nuoto, col freddo cane che fa fuori? Siamo stati vigliaccamente traditi, ecco tutto."
"E se gl'indiani vengono qui?"
"Ci difenderemo come orsi grigi, vecchio mastro. Qui i fucili e la polvere non mancano, e il magazzino è solido come un vero fortino. Come vedi non mancano nemmeno le feritoie."
"Voi parlate bene," disse il trafficante. "Mi terrete compagnia e chissà che non riesca a salvarvi dalle furie sanguinarie degl'indiani, poiché ora che ci penso, godo la protezione della madre di uno dei più valorosi sackem degli Uroni ed essa potrebbe, se volesse, salvarci tutti."
"Uhm!... Fidatevi di quelle canaglie sempre assetate di sangue," disse Testa di Pietra.
Si era alzato, essendosi ormai ben asciugato. e si era messo a girare come una bestia feroce per il magazzino, picchiandosi pugni su pugni sulla testa.
Girò tre o quattro volte intorno alla tavola, poi si fermò gridando:
"Cane d'un Davis!... Se il mio soldato non ti ha mandato a tener compagnia ai pesci del lago e dovessi incontrarti, non ti risparmierei di certo. Vile canaglia che hai tradito la causa americana!..."
Proprio in quel momento nel magazzino risonò come un risolino soffocato.
Testa di Pietra aveva fatto un salto.
"Avete udito voi?" chiese con voce alterata.
"Io, nulla," disse il trafficante, il cui volto era diventato subito oscuro.
"Ma io sì," disse Piccolo Flocco, il quale si era alzato rapidamente, subito imitato dai due assiani.
"Un risolino, è vero?" chiese il mastro.
"Che mi parve provenisse da quella parte," rispose il giovane, indicando la massa di pelli, di botti e di casse che occupavano tutto il fondo della capanna.
"E anche noi, patre," dissero i due assiani.
"Che cosa dite voi, signor Riberac?" chiese il vecchio bretone il quale si era prontamente armato d'una scure. "Che durante la vostra assenza sia entrato qui qualche animale?"
"Io non credo," rispose il trafficante. "Nessuna bestia è mai entrata qui dentro."
"Sarà meglio accertarcene."
"Mi getterete tutto all'aria."
"Rimetteremo tutto a posto, non dubitate. E poi non potrebbe essersi nascosto qualche indiano per farci la tosatura sanguinosa durante il nostro sonno?"
"Non credo che i pellerossa abbiano già spinte le loro avanguardie fino su queste rive. Vi giungeranno, ma quando giungeranno le navi inglesi."
"Dite quello che volete, noi vogliamo frugare tutta quella parte del magazzino," disse Testa di Pietra con voce un po' irritata. "Ci hanno tesi troppi agguati e non desideriamo affatto subirne ancora qualche altro."
"Dubitereste di me?"
"Mai più, signor Riberac."
"Se volete divertirvi a scombussolare tutto il mio magazzino. fate pure," disse il trafficante un po' piccato.
"Non vi guasteremo nulla. Voglio scovare la bestia o l'uomo che ha riso."
"Tempo perduto."
"Non importa. A me, amici."
Il trafficante fece un gesto d'impazienza e si sedette dinanzi al fuoco accendendo un grosso sigaro del Maryland.
I due bretoni e i due tedeschi si erano messi alacremente al lavoro, spostando casse, cassoni, barili, grosse botti che prima non avevano osservate e giganteschi rotoli di pelli. Agivano rapidamente, aprendosi un passaggio onde giungere alla parete formata anche quella di grossi tronchi.
Erano quasi certi di trovare là qualche sorpresa.
Dopo una buona mezz'ora riuscirono finalmente nel loro intento e non poterono trattenere un grido di sorpresa.
Dietro le grosse botti esisteva un bel vuoto di cui il trafficante, chissà per quali motivi, aveva creduto bene di non servirsi.
Testa di Pietra che si era munito del grosso fanale di marina si guardò intorno e notò che il pavimento era abbondantemente bagnato.
"Eppure l'acqua qui non deve entrare," disse. "Come spiegare questo mistero?"
"E come spiegare quell'apertura che deve immettere al di fuori? Possibile che il trafficante ne ignorasse l'esistenza?" disse Piccolo Flocco.
"Vediamo!... Vediamo!..." rispose il vecchio bretone il quale cominciava ad inquietarsi.
Si avanzò verso la parete e vide subito un passaggio aperto fra i tronchi d'albero e così ampio da poter permettere di far entrare nel magazzino anche un orso grigio.
"Una galleria?" si chiese. "Perché non è stata turata? Ah, guarda, guarda, Piccolo Flocco, le tracce dell'acqua giungono fino qui."
I due bretoni si guardaron l'un l'altro, poi nello stesso tempo dissero:
"Andiamo a vedere."
Sempre più inquieti entrarono nel passaggio, il quale si apriva quasi a fior di terra ed era sempre assai largo ed alto, e si spinsero risolutamente avanti impugnando le asce. I due tedeschi li seguivano pronti ad ogni sbaraglio.
Percorsi dieci o quindici metri, si trovarono improvvisamente in piena foresta.
"L'animale o l'uomo che ha fatto udire quella specie di riso, deve essere uscito di qui," disse il vecchio bretone.
Alzò il fanale e scrutò le tenebre. L'alba tardava poiché il cielo era coperto da immense nubi le quali, di quando in quando, si squarciavano per lasciar cadere delle grosse gocce d'acqua.
"Vedi nulla?" chiese Piccolo Flocco.
"No," rispose Testa di Pietra.
"Ritorniamo per domandare a quello strano trafficante se conosceva l'esistenza di questo passaggio segreto?"
"Aspetta un po'."
Si era curvato proiettando sul terreno inzuppato dalla pioggia la luce vivissima del grosso fanale.
"Ah!... Il brigante!..." gridò.
"Che cosa hai scoperto?" chiese Piccolo Flocco.
"Le orme di due grosse scarpe armate di chiodi. Ora, come si sa, i pellerossa non usano che dei mocassini ben cuciti senza un pezzo qualunque di metallo. Dunque l'uomo che è uscito dal magazzino non può essere che un canadese od un inglese. Qui gl'indiani non c'entrano affatto."
"E sei ben sicuro che quell'uomo fosse proprio uscito dal fortino del trafficante?"
"Per il borgo di Batz!... Le punte delle scarpe sono rivolte verso la foresta. L'uomo dunque dev'essere uscito dalla baracca del trafficante."
"Che sia quello che ha riso?"
"Lo sospetto."
"E chi credi che possa essere?"
"Mi è venuto un sospetto che nessuno mi leverà mai più."
"Che sia Davis o qualcuno dei suoi canadesi?"
"Che abbia cercato di mettersi al sicuro nel magazzino del trafficante!"
"Lo avevo pensato anch'io. Che sia già lontano quell'uomo?"
"Io non credo che abbia avuto il tempo di guadagnare molta via. Se ci muoviamo subito possiamo avere qualche probabilità di acciuffarlo."
"Sarà una caccia all'uomo un po' pericolosa. Non abbiamo nemmeno un fucile."
"Piove e non servirebbe gran che."
Testa di Pietra si volse verso i due assiani e disse loro:
"Voi tornate nel magazzino a tenere compagnia al signor Riberac, e badate soprattutto che non cerchi di prendere il largo. Quell'uomo non è franco e forse ha conosciuto Davis. Non dite nulla del passaggio per ora."
"Ja, patre," risposero i due tedeschi girando sui talloni con una mossa tutta militaresca.
Testa di Pietra impugnò ben salda l'ascia colla destra, strinse colla sinistra il grosso fanale e si slanciò dietro le orme che erano profondamente impresse sul terreno inzuppato di acqua.
Pioveva a dirotto e dalla parte del lago si udiva la risacca muggire fortemente. Un vento freddo scendeva dal settentrione, ululando sotto gli alti abeti e sfrondando i rami.
"Bella notte per cacciare un uomo," disse Testa di Pietra il quale, di quando in quando, si curvava per osservare le orme del fuggiasco. "Certamente si starebbe meglio dinanzi al fuoco tracannando una bottiglia di quell'ottimo gin ed a fumare la pipa, ma quell'uomo assolutamente mi occorre e lo seguirò finché si sarà fermato. I bretoni, anche marinai se hanno teste dure, hanno buone gambe che non si atrofizzano sui ponti delle navi."
Camminavano lesti, guardando attentamente sotto i grandi alberi che le raffiche di quando in quando scotevano con estrema violenza, pronti a piombare sul fuggiasco, sicurissimi che non dovesse avere un notevole vantaggio.
"Sotto, sotto, Piccolo Flocco," diceva Testa di Pietra. "Vedrai che noi lo prenderemo."
"E dove ci condurrà?"
"Anche all'inferno noi andremo a prenderlo e... oh!..."
Aveva alzato il fanale e l'ascia, e fissava il tronco d'un grosso pino nero di dimensioni enormi. Non era un colosso tale da gareggiare coi pini della California, tuttavia era sempre un vero gigante.
"Ehi, Piccolo Flocco!..." gridò. "Non ti pare di vedere un buco od una spaccatura alla base di questa pianta?"
"È così vasta, quell'entrata, da permettere anche ad un orso di rifugiarsi dentro quel pino che la malattia ha vuotato forse in buona parte."
"Che cosa mi parli di orsi?"
"Se avessimo inseguito una bestia a quattro gambe?"
"Sì, che portava scarponi armati di chiodi," disse il vecchio bretone. "Dentro quel pino ci dev'essere una specie di caverna che noi non trascureremo di visitare. Aspetta un po'".
Si abbassò e proiettò sul terreno i raggi del grosso fanale. Un grido di trionfo gli uscì dalle labbra.
"Ecco qui le orme che si dirigono appunto verso quel pino. Il mariolo si è nascosto là dentro e non ci sfuggirà più."
"Che sia armato di fucile?"
"Con questa pioggia non gli servirebbe. Se ha qualche ascia lo ridurremo subito all'impotenza.
"Sii prudente, Testa di Pietra."
"Questo non è il momento di esserlo. Io voglio acciuffare quell'uomo, poiché non si tratta di un orso. Che fortuna che ha avuto a trovare quel rifugio! Non creda però di sfuggirci."
Alzò nuovamente la lampada e lanciò il fascio di luce in direzione della spaccatura. Il pino, come tanti suoi confratelli, si era aperto verso la base ed assai largamente, divorato dalle carie. le quali, a poco a poco, finiscono per vuotare quasi completamente quei grandi vegetali. Dinanzi allo squarcio si allungava una massa poltigliosa che sprigionava un acuto odore di resina.
"Per la taverna delle <Trenta Corna di Bisonte>!..." sussurrò l'eterno chiacchierone. "L'amico si è trovato un ottimo rifugio contro la pioggia ed il freddo. Doveva capitargli, nella sua fuga, anche questa fortuna, ma non durerà molto poiché ora ci siamo noi."
Fece alcuni passi in avanti e, giunto dinanzi allo squarcio, si mise a gridare:
"Ehi, quel signore che fugge senza augurare la buonanotte agli abitanti del fortino vorrebbe mostrare il muso?"
Nessuno rispose.
"Allora vi verremo a prendere," continuò Testa di Pietra. "Intanto vi avverto che siamo formidabilmente armati e che siamo uomini da non spaventarci per un corpo a corpo all'arma bianca. Volete rispondere?"
Lo scrosciare violentissimo della pioggia solamente rispose. Dall'interno del pino non era uscito alcun suono che rassomigliasse ad una voce umana.
"Testa di Pietra," disse Piccolo Flocco. "che abbiamo preso un grosso granchio?"
"No, perché il granchio si trova proprio lì dentro."
"Allora sarà occupato a sorbire il caffè giacché tu ammetti che si tratta veramente d'un uomo."
"Ha paura."
Una voce rauca, furiosa, questa volta echeggiò nell'interno del pino.
"Io aver paura!..."
"Ah!... Finalmente, birbante, ti sei deciso ad aprire la bocca. Ma non ti pare, Piccolo Flocco, d'aver già udito quella voce?"
"Sì, sulla fusta," rispose il giovane marinaio. "Quello che stiamo per prendere deve essere uno dei tre canadesi. Ve n'era uno che parlava nel naso."
"Diavolo d'un diavolo!... Ora so con chi abbiamo a che fare."
"Con Jor, il luogotenente di Davis, è vero?"
"Precisamente, Piccolo Flocco. Ecco una cattura importante e che ci spiegherà molte cose. Signor Jor, avete finito di vuotare la vostra tazza di caffè, se qualcuno ve l'avrà preparata?"
"Andate all'inferno!..." rispose il canadese. "Badate che anche io sono armato e che non mi lascerò prendere così facilmente come sperate."
"Di pistole, di carabine, di sciabole d'arrembaggio e di asce?"
"Basta, mastro Testa di Pietra."
"Ah, finalmente mi avete riconosciuto. Volete uscire?"
"No: sto troppo bene qui dentro."
"Hai ragione, furfante! qui fuori piove a dirotto."
"Andate a cercarvi un altro asilo. Di pini più o meno cariati se ne trovano facilmente in queste foreste. E poi qui non c'è posto."
Testa di Pietra proiettò per la seconda volta il fascio di luce del fanale dentro la spaccatura e vide subito un'ampia caverna legnosa, tutta cosparsa di polvere resinosa, capace di contenere anche venti uomini.
"Spegnete quel lume!..." urlò il canadese con voce adirata. "Mi offende gli occhi!"
"I tuoi occhi si abitueranno subito. Ti decidi a uscire?"
"No, e sono pronto a difendermi."
"Siamo in due."
"Foste anche in quattro non avrei paura d'impegnare la lotta."
"Trombone!... la tua voce nasale trema e questo è un brutto indizio per un uomo che deve misurarsi con della gente salda come lo siamo noi."
"Provatevi ad entrare, se osate!..."
"A me, Piccolo Flocco!... Questo furfante vuole spaventarci."
"E farci bagnare per bene," aggiunse il giovane marinaio. "Non cessa di piovere."
"Saremo subito al coperto."
Il vecchio bretone passò sugli ammassi di polvere legnosa ch'erano sgorgati, a poco a poco, dalla caverna e saltò dentro il pino con l'ascia alzata.
In mezzo a quel rifugio abbastanza comodo stava uno dei tre canadesi della fusta, anche lui armato di scure.
Era un omaccione alto e grosso, col viso quasi tutto coperto da una foltissima barba arruffata e due occhi nerissimi. pieni di lampi minacciosi.
"Buon giorno, signor Jor," disse il vecchio bretone con il suo solito accento ironico. "Ben felice di rivedervi. Avrei preferito però che al vostro posto si trovasse Davis. Potete darmi qualche notizia di lui?"
"Non ne so nulla," disse il canadese, il quale si era appoggiato alla parete per non correre il pericolo di essere sorpreso anche alle spalle. "Io non l'ho più veduto."
"Sicché, non sai se sia vivo o morto?"
"Quando io ho veduto la fusta correre addosso agli scogli, sono saltato in acqua. Davis c'era ancora insieme a due miei compagni."
"Sicché non sai che la fusta ci è stata incendiata sotto i piedi dopo aver preparata una specie di mina?"
"Allora io non ero più sulla barca. Mi premeva di salvare la mia pelle e non ho esitato a gettarmi fra le onde. "Ho veduto una grande fiammata seguita da un rombo assai forte, ma non ho potuto accertarmi se era la vostra barca che si sventrava o qualche naviglio inglese."
"Già, le navi inglesi sono proprio qui a corrermi dietro."
"Lo vedrete fra qualche giorno, e vi dirò anche che voi non andrete a Ticonderoga."
"Perché?"
"Perché tutti i comandanti inglesi hanno ricevuto l'ordine di catturarvi, vivo o morto."
"Come lo sai tu?"
"Me l'ha detto Davis."
"Siete delle belle canaglie," disse il bretone. "Canadesi, ossia francesi, che vi siete lasciati corrompere dalle ghinee inglesi."
"Io non ho mai avuto un pezzo d'oro inglese. Era Davis che faceva tutto, e se si è venduto avrà incassato lui, a suo completo beneficio."
"A chi vorresti raccontare queste storie? A noi? Siamo troppo furbi per credere a certe sciocchezze."
"A me poco importa," rispose il canadese. "Volete sapere altro? Allora potete andarvene e lasciarmi tranquillo. Nell'incendio della fusta io non c'entro affatto, quindi voi non dovete conservare rancore contro di me."
"E la ribellione? Tutti insieme avete cercato di assassinarci, canaglie," disse Testa di Pietra.
"Ma no, si voleva solamente sbarazzarci di voi senza però uccidervi."
"Con quei colpi di fuoco che ci ha sparati contro Davis?"
"Io non sono Davis," rispose il canadese. "Voi non mi avete veduto sparare."
"Non l'avete fatto perché i fucili si erano bagnati."
"Avrebbero potuto sparare ancora."
"Non dirlo ad un mastro cannoniere. Davis, Davis, tutto Davis. E poi non sapevate nulla delle sue intenzioni?"
"Parlava poco e non amava fare delle confidenze."
"Chi ha pagato Davis?"
"Ah, io non lo so."
"Scommetto d'indovinarlo."
"Dite pure."
"Il marchese d'Halifax, il fratellastro del baronetto Sir Mac-Lellan."
"Chi sono quelle persone?"
"Corpo d'una pipa rotta!... In tutta l'America si sa dell'odio che regna fra quei due fratelli per causa d'una bionda miss: Mary di Wentwort."
"Non so nulla."
"Non hai udito parlare nemmeno della Tuonante, la nave corsara delle Bermude, che con i suoi grossi pezzi ha deciso la resa di Boston agli americani?"
"Sì, vagamente."
"Tu non sai nulla insomma, mentre, essendo il luogotenente di Davis, dovresti sapere molte cose. Seguici!..."
"Dove?" chiese il canadese alzando l'ascia.
"Nel magazzino del trafficante che già tu conosci perché prima di rifugiarti qui ti eri nascosto dietro le botti e le balle di pelle."
"Io non so dove si trovi quel trafficante. Questa spiaggia non l'ho mai percorsa prima d'ora."
"Se abbiamo trovato la dentro le tue tracce!..."
"Avrete sognato."
"Tu cerchi di giocarci."
Il canadese alzò le spalle e dardeggiò su Testa di Pietra uno sguardo feroce.
"Domandane al mio compagno," disse il vecchio bretone.
"Sì, voi prima di esservi rifugiato qui eravate nascosto nel magazzino del trafficante, del signor Riberac," disse Piccolo Flocco.
"Voi avevate bevuto troppo e la vostra vista non poteva più servirvi," rispose il canadese sbuffando.
"Come sai tu, amico, che noi abbiamo vuotato qualche bottiglia di gin mentre ci asciugavamo?" chiese Testa di Pietra.
"Lo suppongo poiché io nulla ho veduto."
"Io credo invece che tu abbia conosciuto quel misterioso trafficante."
"Non l'ho veduto e non l'ho mai udito nominare."
"Menti spudoratamente, canaglia!... Tu conoscevi l'esistenza di quel magazzino, poiché ti ci eri rifugiato."
"Storie," disse il canadese, alzando rabbiosamente le spalle.
Poi alzò l'ascia e urlò rabbiosamente:
"Lasciatemi il passo o vi uccido!..."
"E ti credi capace di tanto?"
"Difendetevi perché vi attacco!..."
"Se non c'è bisogno!..."
Testa di Pietra con una mossa fulminea si era gettato sul bandito, l'aveva abbracciato strettamente e lo aveva atterrato di colpo, disarmandolo subito.
"Te lo avevo detto che avevi paura ad impegnare una lotta contro due marinai che maneggiano meglio le asce che le carabine."
"Dammi l'arma e vedrai come io vi farò a pezzi!..." urlò il canadese, il quale era trattenuto al suolo da Piccolo Flocco.
"Dovevi farlo prima," rispose Testa di Pietra, levandosi da una delle sue dodici tasche un buon pezzo di funicella incatramata.
"Mi avete sorpreso."
"Facciamo sempre così, noi corsari. Se aspettassimo i colpi dei nemici con le braccia incrociate, non esisterebbe più uno della nostra specie."
"Ebbene, che cosa volete fare ora di me?" chiese il canadese con voce rauca, tentando di dibattersi sotto le strette vigorose del giovane marinaio.
"Ora andiamo a bere una bottiglia di gin nel fortino del signor Riberac e ad asciugarci dinanzi ad un buon fuoco."
"Non mi ucciderete?"
"Ci credi dei pellerossa?"
"Io non mi fido di nessuno."
"Basta la parola di un bretone per tranquillizzarti? Porgi le mani."
"Mi volete legare anche?"
"Ti libereremo quando saremo giunti al magazzino."
"Vi do la mia parola d'onore che non cercherò di sfuggirvi."
"Anche i banditi hanno un onore," disse Testa di Pietra, ironicamente. "Come sono buffi!..."
"L'avete finita?" urlò il canadese. "Io non sono mai stato un corsaro."
"Ehi, bell'uomo! i corsari hanno dell'onore da vendere a tutti perché combattono per la libertà dei popoli oppressi, e soprattutto sono leali. Non vuoi che ti leghiamo le mani? Sia pure, ti concediamo anche questo, ma tu camminerai dinanzi a noi."
"Se non so dove si trova quel magazzino!..."
"Ti guideremo noi."
Prese l'ascia del canadese e la lanciò contro la parete con tale forza da affondarvi completamente la lama.
"Sfido chiunque a levarla di là," disse. "Su, Jor, coraggio, ormai sei preso, ma non dispero di mettere le mani, un giorno o l'altro, anche sulle spalle di Davis. Fra qualche ora l'alba spunterà e con gl'indiani che si sono già messi sul sentiero della guerra, non conviene farci vedere sotto questi boschi. Tu che sei canadese sai quanto sono crudeli gli Uroni e gli Algonchini e anche gli altri che fanno parte delle cinque nazioni dei laghi."
"Lo so," brontolò Jor, alzandosi rapidamente. "Preferisco trovarmi vostro prigioniero piuttosto che venire preso da quelle belve che non risparmiano nessuno e che mandano all'altro mondo un disgraziato fra i più atroci supplizi."
"Sei deciso a seguirci? È già cessato di piovere, se non m'inganno."
"Sono a vostra disposizione," rispose il canadese.
"Adagio: apri prima la casacca. Potresti avere qualche pistola nascosta regalata dal generoso trafficante."
"Non ho che i pugni."
"Che valgono ben poco contro i miei in una partita di boxe."
"E poi, come vedete, sono ancora tutto inzuppato dell'acqua del lago. Un'arma da fuoco non sparerebbe."
"Fra poco ti asciugherai dinanzi ad un bel fuoco. La legna non manca nel fortino."
"Sono pronto a seguirvi," disse il canadese, con i denti stretti. "Mi confesso vinto."
"Era tempo," rispose il bretone. "Coraggio. Noi non ti vogliamo ammazzare anche se lo meriteresti. Piccolo Flocco, tieni d'occhio quest'uomo. Tu hai le gambe più agili delle mie."
Il canadese ebbe un'ultima esitazione, poi si decise. Ormai aveva compreso che ogni resistenza sarebbe stata vana e che avrebbe potuto finire tragicamente.
"Eccomi," disse.
I tre uomini uscirono dalla caverna legnosa e si cacciarono sotto il bosco. Testa di Pietra illuminava la via col fanale.
La grossa pioggia era cessata. tuttavia la tempesta infuriava sempre. montando dal lago e scaraventando attraverso i grandi pini nembi di nebbia freddissima prossima a congelarsi.
"Io non so da qual parte andare," disse il canadese. "Vi ho già detto che non conosco questo paese."
"Ti guiderà Piccolo Flocco," disse il vecchio lupo di mare. "Non sarebbe veramente necessario, poiché tu sei uscito dal fortino del trafficante, checché tu ne dica."
"Storie."
"A te il fanale, Piccolo Flocco. Io guardo alle spalle quest'uomo con l'ascia alzata. Se cerca di fuggire lo accoppo!..."
"Vi prometto di seguirvi docilmente," disse il canadese. "Ormai sono nelle vostre mani."
"Conosci la via, Piccolo Flocco?"
"Sì, mastro. Sono certo di giungere al fortino senza ingannarmi. Entreremo per il passaggio segreto?"
"Certamente: di là siamo usciti e da quella parte vi rientreremo."
Poi mormorò: "Ed ora andiamo a fare i conti anche con quel caro signor Riberac."


4 - Il brigantino inglese

Piccolo Flocco procedeva con precauzione per tema d'ingannarsi sulla vera direzione del magazzino che le tenebre, ancora foltissime, rendevano assolutamente invisibile, anche per l'uomo dallo sguardo più acuto.
E poi vi erano mille ostacoli da superare ad ogni istante, perché il vento, mentre i tre uomini si affrettavano nella caverna, aveva abbattute molte piante che dovevano superare a fatica non trattandosi sempre di pini e di betulle di modeste dimensioni.
Ruggiva intanto sul lago la bufera e si udivano le onde sfasciarsi rabbiosamente contro le scogliere.
Le raffiche passavano ad intervalli al di sopra della foresta ululando cupamente e schiantando gran numero di rami.
La pioggia ricominciava, a tratti, sfrondando le foglie poiché lasciava cadere dei goccioloni sconosciuti nei nostri climi.
I tre uomini, investiti continuamente dal vento e dall'acqua, avevano percorso duecento metri, cercando sempre di orizzontarsi, quando verso il lago si udì rimbombare una cannonata.
"Pezzo da ventotto!..." esclamò Testa di Pietra, il quale s'era subito fermato. "Il ventotto è un cannone inglese."
"Che qualche nave di Burgoyne sia già giunta?" chiese Piccolo Flocco.
"È probabile," rispose il vecchio bretone.
"Qualche esploratore?"
"Va a domandarlo al comandante che la guida."
"Che cerchi di approdare qui?"
"Non vi sono ancoraggi per le navi qui, quindi sono tranquillo, per il momento."
"Perché per il momento?"
"Perché se gl'inglesi sono già giunti, non so come faremo a recarci a Ticonderoga. Ci taglieranno la via dalla parte del lago e noi rimarremo sempre immobilizzati in mezzo a questi boschi con gl'indiani alle costole. Siamo però sempre i due bretoni della Tuonante, e in qualche modo ce la caveremo. A New York non tornerò certamente senza aver compiuta la mia missione. Bum!... Un'altra cannonata!... Che quella nave sia in pericolo? Speriamo che tocchi qualche scogliera come la nostra fusta e che si rompa."
"Tu che hai l'orecchio più esercitato del mio, dal rombo sapresti dirmi a quale distanza può trovarsi la nave?"
"A sette od otto miglia per lo meno," rispose Testa di Pietra. "Andiamo avanti e lasciamo che spari. Dobbiamo già essere presso il passaggio segreto."
"Sta quasi di fronte a noi," rispose il giovane marinaio, il quale, pure parlando, non aveva cessato di camminare.
"Affrettiamoci, siamo nuovamente inzuppati ed il vento è freddissimo."
Attraversarono una piccola macchia di betulle e giunsero dinanzi al passaggio.
"Lo conosci, Jor?" chiese Testa di Pietra al canadese. "Tu devi essere uscito proprio di lì."
"Io non ho mai veduta questa galleria. Da quando sono approdato non ho fatto altro che aggirarmi sotto i boschi.".
"Là, là!... Tu vuoi farci bere grosso, è vero? Sei abbastanza scaltro, ma noi non siamo degli stupidi. Vuoi che ti dica una cosa?"
"Dite pure."
"Tu devi aver conosciuto il signor Riberac."
"Vi ho già detto di non aver mai udito questo nome," rispose il canadese, il quale seguiva da presso Piccolo Flocco.
"Lo sapremo fra poco," disse Testa di Pietra.
Percorsero la breve galleria piena di umidità e impregnata di un tanfo di legnami e di radici corrose e giunsero finalmente al magazzino, entrando nello spazio lasciato misteriosamente libero dietro le grosse botti e le balle di pellicce.
Testa di Pietra fu pronto ad afferrare Jor per una mano, per tema che gli giocasse qualche sorpresa e spinse lo sguardo dentro il vasto stanzone.
I due tedeschi erano seduti dinanzi al fuoco e fumavano gli eccellenti sigari del Maryland avendo ognuno, a portata di mano, una bottiglia di gin.
Il trafficante invece passeggiava intorno alla tavola col viso assai abbuiato.
"Signor Riberac, siamo già di ritorno," disse Piccolo Flocco il quale portava sempre la lanterna. "Dobbiamo darvi una bella notizia."
"Che avete ucciso qualche orso?" chiese il trafficante fermandosi di colpo ed aggrottando la fronte. "Quando piove escono dalle loro tane e non è difficile incontrarli in questi dintorni."
"Abbiamo catturato un uomo," disse Testa di Pietra, spingendo innanzi il canadese. "Lo conoscete?"
Il trafficante guardò Jor e diventò pallidissimo, ma si rimise subito e rispose:
"Io non ho mai veduto quella faccia."
"Eppure si era nascosto nel vostro magazzino."
"Oh!... È impossibile!... Da qual parte è entrato, dunque?"
"Da una galleria che immetteva in piena foresta, aperta dietro il vostro fortino."
"Che storie mi venite a raccontare. mastro?"
"Delle storie autentiche, signor mio."
"Quand'io, dieci anni or sono, ho acquistato questo magazzino da un altro francese che era stato mezzo scotennato dagl'indiani, non ho notato che vi fosse qualche passaggio. Se me ne fossi accorto mi sarei affrettato a turarlo onde impedire che qualche malandrino s'introducesse qui durante il mio sonno."
"È strano!..."
"Eppure è così."
"Eppure quest'uomo, che faceva parte dell'equipaggio della nostra fusta, ha saputo scoprirlo e si è riposato dietro le botti, lasciando dovunque le sue tracce."
"È vero?" chiese il trafficante, guardando il canadese.
"Io ho già detto che non sapevo nemmeno che qui si trovasse un fortino," rispose il prigioniero il quale si era seduto dinanzi al fuoco fra i due tedeschi. "Mi hanno preso dentro una caverna scavata in un pino malato dove stavo riposandomi."
"Tu menti!..." urlò Testa di Pietra. "Ti abbiamo inseguito."
"La notte era troppo scura per vedere un uomo fuggire."
"Ma noi avevamo il fanale."
"Avete inseguito forse qualche indiano, non me."
"Hai udito, Piccolo Flocco?"
"Quell'uomo gioca di audacia," rispose il giovane marinaio, il quale intanto aveva fatto segno ai due tedeschi di sorvegliarlo strettamente. "Negare tutto è il suo sistema. Fra poco ci dirà che non ha mai conosciuto nemmeno Davis."
"È probabile," rispose il vecchio bretone. "Noi però lo costringeremo a parlare se vorrà uscire vivo dalle nostre mani."
"Voi dimenticate che siete in casa mia," disse il trafficante picchiando fortemente il pugno sulla tavola. "Io ho accordato ospitalità a degli uomini bianchi, compatrioti di mio padre e non a dei pellerossa."
"Noi faremo quello che vorremo," disse risolutamente Testa di Pietra. "Basta tradimenti, per tutti i campanili della Bretagna!..."
"Avete avuto finora da lamentarvi di me?" chiese il trafficante, il quale si era un po' impressionato vedendo Piccolo Flocco chiudere a gran corsa la porta del fortino, e sbarrarla.
"No, ma noi siamo caduti, mi pare, senza volerlo, entro una vera trappola."
"Perché, marinaio?" chiese Riberac con voce alterata.
"Ve lo dirò più tardi. Noi però siamo in quattro e se anche giungessero gli inglesi non entrerebbero facilmente qui."
"GI'inglesi!..."
"Non avete udito tonare per due volte il cannone sul lago?"
"No."
"E tu, Hulrick?"
"Quel colpo afer fatto tremare la casa."
"E tu, Wolf?"
"Ho gli orecchi che ancora mi ronzano," rispose il secondo tedesco.
"Signor Riberac, sareste per caso sordo?" chiese Testa di Pietra il quale cominciava ad irritarsi. "Mi pare però che siate anche cieco, poiché non riconoscete più l'uomo che abbiamo condotto qui dentro e che si nascondeva qui come un piccolo orso. Che cosa venite a raccontarci che non conoscevate il passaggio segreto? Dovevamo proprio scoprirlo noi!"
"Io comincio a trovarvi noioso, marinaio, e perciò vi prego di lasciare la mia casa e di andare a cercarvi un altro rifugio."
"Se fuori piove!... Noi non lasceremo questo camino che spande un calore così dolce. E poi vedete bene che siamo bagnati."
"Dovevate rimanere qui."
"Per farci assassinare forse da questo canadese? Abbiamo preferito scovare questo pericoloso malandrino."
"Io vi ripeto che quell'uomo non è mai venuto a vendermi pelli e che perciò non l'ho mai veduto prima d'ora."
"Ne sono convinto: mentite tutti e due qui dentro, canaglie!..." urlò Testa di Pietra impugnando l'ascia. "Voi vi conoscete perfettamente."
"Vorreste uccidermi?" chiese il trafficante diventando pallido come un cencio lavato.
"Noi non siamo dei pellerossa, però siamo tali uomini da imitare quei terribili guerrieri."
"Che cosa volete? Il mio magazzino insieme a tutte le ricchezze che contiene? Qui dentro, solamente in pelli, vi sono diecimila dollari."
"Che erediteranno i vostri parenti se avrete la sfortuna di morire. I corsari sono pirati. Noi siamo caduti in una seconda trappola. Il marchese d'Halifax deve aver ben speso per procurarsi dei briganti della vostra specie."
"A me date del brigante!..." gridò il signor Riberac.
"E ve lo ripeto in faccia."
"Uscite!..."
"Da dove?"
"Sono in casa mia."
"La porta è chiusa, il passaggio segreto è troppo umido e noi non desideriamo affatto prenderci qualche pericolosa costipazione che potrebbe tramutarsi in una bronchite o, peggio ancora, in una polmonite, magari doppia. Si sta troppo bene qui. Vengano gl'inglesi o gl'indiani: mostreremo loro dei denti lunghi come un pino."
"Sicché, a quanto pare, mi considerate vostro prigioniero."
"Precisamente, caro signor Riberac figlio di un bretone."
"Lasciate andare quel caro: non ci tengo affatto."
"Corpo d'un tuono!..." gridò Testa di Pietra. "Siete dei banditi e come tali vi tratteremo."
"Noi ci difenderemo," disse il trafficante facendo un salto verso la parete per staccare un fucile.
Piccolo Flocco, che lo sorvegliava attentamente, fu prontissimo a tagliargli il passo.
"Briganti!..." gridò il trafficante furioso. "A me, Jor."
"To'!... To'!... Come va ora, caro signor Riberac, che lo conoscete questo canadese? Fino a pochi momenti fa avevate sostenuto di non averlo mai conosciuto," disse Testa di Pietra. "Vi siete tradito."
Il trafficante si morse le labbra e fece un gesto di furore.
"Orsù, spiegatemi come da un momento all'altro vi siete ricordato di avere avuto ancora a che fare con questo canadese."
"Andatevene!... Questa è casa mia!..." urlò il trafficante schiumante di rabbia. "Se non ve ne andate farò venire gl'indiani e vi farò scotennare."
"In quale modo andrete ad avvertirli?"
"Ho dei tamburi dentro quelle grosse botti, che contavo di vendere agl'inglesi alla prima occasione e questo rullo è conosciuto dagli Uroni."
"Non vi lasceremo suonare, così nessuno verrà, almeno per ora, a disturbarci. Vi arrendete? Io prendo possesso dalla vostra casa in nome del generale Washington, avendo egli accordato a me pieni poteri."
"Il vostro generale è un ladro!..."
"Chiudete il becco, caro signor Riberac, e lasciatevi legare. Non voglio che mi scappiate."
"Legarmi!..."
"E lasciatevi anche mettere dentro una di quelle grosse botti. Jor avrà pure una prigione eguale."
Il trafficante, livido di collera, tentò nuovamente di gettarsi verso il fucile, ma anche questa volta gli fu impedito d'impadronirsene da un'altra mossa di Piccolo Flocco.
"Banditi!..." urlò. "E vi ho accolti come amici!..."
Testa di Pietra scoppiò in una fragorosa risata.
"Come amici per poi consegnarci agl'inglesi. Alla larga da queste belle amicizie: se ne può fare a meno."
Durante quel colloquio il canadese non aveva pronunciata una parola. Era sempre rimasto dinanzi al fuoco non pensando che ad asciugarsi.
Anche quando il trafficante l'aveva chiamato per impegnare la lotta, non s'era mosso. D'altronde indosso non aveva nessun'arma e pareva che si fosse rassegnato al suo destino.
"Wolf, Hulrick, portate qui due di quelle botti. Scegliete le più grosse."
I due tedeschi gettarono i sigari, legarono prima le mani dietro al dorso al canadese perché non approfittasse della loro assenza per tentare qualche colpo di testa e si spinsero verso l'estremità del magazzino, gettando in aria balle di pelli e rovesciando casse per aprirsi un passaggio più largo.
Il trafficante si era lasciato quasi cadere su una pelle d'orso che si stendeva dietro la tavola, prendendosi il capo fra le mani e continuando a mormorare:
"Assassini!... Briganti!..."
Piccolo Flocco lo sorvegliava col fucile che aveva staccato dalla parete, seduto su una cassa.
"Signor Riberac," disse Testa di Pietra, "non spaventatevi, ché noi non siamo gente feroce, anzi tutt'altro. Volete un bicchierino del vostro eccellente gin? Vi darà un pò di forza."
"Andate all'inferno!..."
"Non così presto, caro signore. E poi noi dobbiamo ancora fare quattro chiacchiere senza arrabbiarci. Sapreste dirmi dove si trovano ora gl'inglesi?"
"Io non ho mai lasciato la mia casa, quindi nulla posso sapere."
"Ditemi allora come e quando avete conosciuto Jor."
"Ci siamo incontrati un giorno sulle rive del lago, durante una partita di caccia ai caribou."
"Quando?"
"Un anno fa per lo meno."
"E Davis, il meticcio, che guidava la mia fusta, non l'avete conosciuto?"
"Mai: questo nome mi è affatto sconosciuto."
"Non vi credo."
Il trafficante si alzò, si sedette presso il camino su una cassa vuota, poi disse:
"Avete ragione. Ho conosciuto anche quella spia degli inglesi."
"Dove?"
"Su queste rive."
"Chi ve lo ha presentato?"
"Il marchese d'Halifax."
"Era già dunque venuto prima sul lago, quel lord?"
"Sì, per prepararvi l'agguato."
"Per tutti i campanili della Bretagna!... L'ha dunque anche con me quel gran signore? Signor Riberac, non dimenticate che io sono francese, che vostro padre lo era pure e che nelle vostre vene scorre sangue francese."
Una rapida commozione alterò il viso, diventato pallido, del trafficante.
"Mio padre è morto a Montreal mentre respingeva gl'inglesi," disse poi. "Fu spaccato in due da una palla di cannone," aggiunse con voce cupa il signor Riberac.
"E voi vi siete gettato fra le braccia degli uccisori di vostro padre!... Il vostro cuore non aveva mai palpitato vedendo ondeggiare i tre colori della grande Francia?"
"Forse sì, ma... io ero allora un fanciullo e la guerra aveva rovinato completamente la mia famiglia ed ho dovuto cedere dinanzi all'oro inglese per non morire di fame. Tutti i canadesi dovevano cedere dinanzi alla ferocia del Leopardo dell'Europa, per non vedere le loro case completamente distrutte."
"E perché quando il prode Washington mandò in queste contrade Arnold, siete rimasti inerti invece di aiutare la libertà americana? Si veniva a liberarvi dal pesante giogo dell'Inghilterra."
"Eravamo troppo terrorizzati e le forche avevano un gran lavoro per tutti quelli che osavano parlare di Washington. Le popolazioni di Quebec e di Montreal hanno veduto molti francesi muovere le gambe nel vuoto colla lingua pendente. È vero, Jor?"
"Sì," rispose il canadese.
"Torniamo a noi," disse Testa di Pietra, il quale si tirava rabbiosamente la barba. "È Davis che ha preparato tutto per perderci?"
"Voleva solamente impadronirsi di due lettere, che voi dovete portare ad Arnold ed a Saint-Clair, ed immobilizzarvi nella mia casa."
"Finché gl'inglesi fossero venuti ad appiccarci," disse il bretone con voce ironica.
Il trafficante credette opportuno non rispondere.
Testa di Pietra caricò la sua famosa pipa, l'accese, lanciò in aria tre o quattro nuvole di fumo denso, poi riprese:
"Sicché noi eravamo aspettati qui."
"Tutto era preparato per impedirvi di giungere a Ticonderoga."
"Ma Davis è morto?"
"Io non l'ho più veduto."
"E tu, Jor?"
"Nemmeno," rispose il canadese. "Ho lasciato la fusta molto tempo prima che saltasse in aria. Quando mi sono gettato in acqua, Davis, dall'alto del grand'albero, sparava contro di voi."
"E perché sei fuggito?"
"Forse perché il sangue francese aveva parlato. Mi ripugnava servire quel losco Davis che è un meticcio con ben poche gocce di sangue di uomini bianchi. Vedendo che cercava di assassinarvi, io l'ho abbandonato."
"Ed i tuoi due compagni?"
"Di quelli non ne so nulla, ve lo giuro. Forse sono annegati insieme al maledetto meticcio che aveva tratto tutti noi al tradimento più infame. Il lago era battuto da grosse ondate e non so nemmeno io come ho potuto raggiungere la costa, vestito come ero."
"E ti sei rifugiato qui."
"Non lo nego più; sono fuggito pel passaggio segreto per tema che mi uccideste."
"Piccolo Flocco," disse il bretone, "che cosa faresti tu?"
"Darei fuoco al fortino e mi metterei in marcia verso Ticonderoga." rispose il giovane.
"Senza canotti?"
"Andremo per terra."
"E perderemo settimane e settimane," disse Testa di Pietra. "Giungeremo troppo tardi per avvertire i due valorosi comandanti americani della grossa tegola che sta per cadere sulle loro teste. Signor Riberac, che cosa ci consigliate di fare?"
"Di rimanere qui," rispose il trafficante. "Come vi ho detto i pellerossa, lo so per certo, ormai marciano verso le coste del lago per unirsi agli inglesi. Cadreste quindi subito nelle loro mani, tanto più che io so pure che il marchese d'Halifax ha promesso un grosso premio per la vostra cattura."
"E se vengono qui a cercarci?"
"Vi nasconderemo dentro quelle grosse botti ed avendo io delle amicizie fra i sackem Uroni, non mi riuscirà difficile persuaderli che voi non vi trovate qui."
"Il nostro passaggio dunque è stato segnalato anche agli indiani."
"È proprio così"
"Dagli agenti del marchese."
Testa di Pietra si tirò rabbiosamente la barba.
"Ecco una missione ben pericolosa," disse. "Senza un canotto noi non potremo mai giungere al forte. Non vi è la possibilità di procurarcene uno?..."
"In questo momento no, ma forse potreste avere qualche scialuppa dalla nave inglese che poco fa ha sparato."
"In quale modo? Non siamo così forti da tentare un abbordaggio."
"Fra poco, se il tempo si calmerà, verrà qui un agente od un ufficiale del marchese, accompagnato certamente da alcuni marinai."
"Lo aspettavate dunque?"
"Sì, ve lo confesso."
"Per dare informazioni su di noi."
"Precisamente."
"Allegri, Piccolo Flocco, siamo diventati personaggi importanti che si sono lasciati però ben giocare. Eppure noi siamo bretoni e nemmeno i tedeschi sono minchioni."
In quel momento un'altra cannonata rimbombò sul lago.
"Bisogna che risponda," disse il trafficante. "Devo sparare tre colpi di fucile, che è il segnale convenuto."
"E se non rispondeste?"
"Oh, verrebbero ugualmente qui per chiedermi notizie della fusta che voi montavate."
"Corpo di trecento campanili!... Che razza d'imbroglio! I bretoni però son sempre bretoni e non si lasceranno prendere come le anitre."
I tedeschi avevano portato due gigantesche botti e le avevano aperte, levando dall'interno dei grossi tamburi come si usavano in quell'epoca.
Vedendo quegli strumenti, Testa di Pietra ebbe un sorriso.
"Serviranno a noi," disse. "Una volta con quattro soli tamburi io ho abbordata una nave, ma avevo dei tamburini solidi e lesti di mano. Ah!... ah!... Il bel gioco che farò agli inglesi per portar via loro la scialuppa! Soneremo una carica indiavolata e li faremo scappare senza lasciare loro il tempo d'imbarcarsi. Ma a noi occorrono anche delle armi da fuoco e delle munizioni, signor Riberac. Siamo pronti a pagarvele."
"Non occorre: voi siete francesi ed io devo ben pagare la cattiva azione che ho commessa insieme ai canadesi di Davis. Ho delle bellissime carabine inglesi ed anche delle pistole dal tiro assai lungo. Metto tutto a vostra disposizione."
"Ecco un traffcante generoso," disse Testa di Pietra.
Riberac ebbe un pallido sorriso, poi disse:
"Non dimentico che voi sareste stati nel vostro pieno diritto di ammazzarmi: generosità per generosità. Seguitemi."
Si avvicinò ad una gran cassa, l'aprì e mostrò ai due bretoni carabine e pistole, di fabbrica certamente inglese, le migliori di quell'epoca, colle relative munizioni rinchiuse entro grossi corni di bue e sacchetti di pelle oscura.
"Un piccolo arsenale," disse Testa di Pietra scegliendo subito. "Armi veramente di precisione: me ne intendo io. Su. Piccolo Flocco, ed anche voi assiani. Non perdiamo tempo. perché gl'inglesi possono giungere da un momento all'altro. Ah!... E da quale parte entreranno?"
"Dalla porta."
"Non conoscono il passaggio segreto?"
"No, lo conoscevano solo i canadesi."
"Allora faremo trasportare quattro tamburi nella galleria. Ci serviranno bene. Carichiamole armi ed aspettiamo la visita degl'inglesi. Io e Piccolo Flocco ci nasconderemo dietro i barili e le balle di pelli per sorvegliare da vicino quella gente; e voi, Wolf ed Hulrik, ci aspetterete all'uscita del passaggio segreto. Ora, signor Riberac, volete rispondere ai segnali che fa la nave?"
"Sarebbe necessario. Già, se anche io rimanessi zitto, l'agente del marchese verrebbe ugualmente."
"Noi così potremo vederlo."
"Ed anche udirlo."
"Senza che voi ci tradiate?"
"Io ho dei gravi torti verso di voi ed ora farò del mio meglio per giocare gl'inglesi ed imbrogliarli. Ormai mi sento francese."
"E di Jor possiamo fidarci?"
"Ora sì. Di Davis non risponderei, ma quello era un meticcio."
"Tuttavia, per precauzione, Piccolo Flocco rimarrà qui a sorvegliarlo," disse Testa di Pietra.
"Fate come volete," rispose il canadese. "Mi accompagnate? Così vedremo la nave che sta per giungere."
"Una domanda ancora."
"Dite pure."
"Che su quel veliero possa trovarsi il marchese d'Halifax?"
"Può darsi."
"Ah, ma non oserà sbarcare lui."
"Non credo."
Prese il grosso archibugio, aprì la porta del fortino ed uscì attraversando rapidamente il piccolo ponte.
Il vecchio bretone l'aveva seguito portando le sue armi già caricate, una carabina e due pistole a canne lunghe, a doppio tiro.
L'uragano accennava a calmarsi, però il lago doveva essere ancora sconvolto, a giudicare dai muggiti delle onde che si ripercotevano come cannonate dentro l'immensa foresta. Un po' di luce avanzava da oriente, aprendosi il passaggio fra gli strappi dei vapori ancora galoppanti per l'aria, spinti sempre da un vento crudissimo. I due uomini camminarono in silenzio per dieci minuti e giunsero finalmente sulle rive del Champlain.
Un bel brigantino di forme snelle, armato di due dozzine di cannoni, bordeggiava al di là della scogliera, virando di bordo ad ogni istante.
"È l'inglese che aspettavo," disse Riberac. "Sono puntuali quegli uomini dell'Europa nordica nel trattare i loro affari."
"L'avete già veduto?"
"Sì, è comparso qui tre settimane or sono. Dava la caccia alla vostra fusta."
"E quella brava gente non è stata capace di prenderci!... Eppure montavamo una barca sgangherata che avanzava come i granchi."
"Vi avranno perduti di vista. In questi ultimi giorni molta nebbia ha avvolto il lago."
"Questo è vero," rispose il bretone.
Sulla prora del brigantino brillò una linea di fuoco seguita tosto da una fragorosa detonazione.
Il trafficante attese che l'eco si spegnesse, rumoreggiando sotto i grandi pini e le betulle, poi scaricò il suo grosso archibugio verso il lago.
Ricaricò subito l'arma e sparò altre due volte.
Il brigantino, quantunque le acque fossero sempre agitatissime, si mise in panna, ossia attraversò il vento, al di là delle scogliere contro le quali si era fracassata la fusta, e lanciò un razzo azzurro.
"Va bene," disse il trafficante. "Mi hanno capito e fra poco l'agente del marchese sarà in casa mia. Non facciamoci trovare qui. Non voglio che vi vedano. D'altronde quell'uomo conosce la strada."
"Aspettiamo che mettano in acqua la scialuppa," disse Testa di Pietra. "Mi preme contare i marinai che la monteranno."
"Per accopparli?"
"Non mi impegnerò a fondo, siate sicuro. Noi li faremo semplicemente scappare con una carica di tamburi."
"Su quel brigantino ci deve essere un numeroso equipaggio e se dovesse sbarcare tutto, poveri noi!..."
"Un uomo e sei marinai," disse il trafficante. "Vedete?"
"La nostra impresa sarà poco difficile," rispose il vecchio bretone.
Una grossa scialuppa era stata calata, montata da sette uomini e si era subito diretta verso la spiaggia, lottando vigorosamente contro la risacca.
"Torniamo," disse il trafficante. "Vi darò una prova che io ho abbracciato ormai la causa americana. Voi ascolterete tutto quello che mi dirà il signor Oxford."
"È l'agente del marchese?"
"Sì, e, a quanto pare, il suo braccio destro."
"Se potessimo farlo prigioniero!"
"Avreste poi addosso tutto l'equipaggio del brigantino e non so quale brutto momento potrebbe farvi passare."
"Se mi prendono mi appiccano: il marchese l'ha a morte con me ed anche con Piccolo Flocco. Gliene abbiamo fatte troppe a lui. Vedremo: mi saprò regolare."
"Siate prudente, non dimenticate che siamo solamente in sei."
Accelerando il passo giunsero al magazzino passando pel passaggio segreto.
I due assiani stavano seduti sui tamburi e fumavano tranquillamente.
"Tenetevi pronti a tutto," disse loro Testa di Pietra.
"Sì, patre," risposero i due valorosi soldati, battendo le mani sulle carabine.
Il trafficante ed il vecchio bretone trovarono, nella vasta sala, seduti dinanzi al fuoco, Piccolo Flocco e Jor i quali chiacchieravano come se fossero vecchi amici.
"Jor," disse Riberac, "porta dei bicchieri e molte bottiglie. Gl'inglesi stanno per giungere e tu sai che quella gente è sempre assetata più delle spugne."
"E noi, Piccolo Flocco, andiamo a nasconderci in mezzo alle balle di pellicce," disse Testa di Pietra. "Non facciamoci vedere almeno per ora."
"Sono molti gl'inglesi?"
"Sette."
"Con pochi colpi di carabina li metteremo in piena rotta."
"Niente affatto. Porterebbero via la scialuppa e noi non potremmo più attraversare il lago. Avranno maggiore effetto i tamburi sonati al momento opportuno. Signor Riberac, conto sulla vostra lealtà."
"La Francia aiuta gli americani e noi canadesi, ossia francesi, cercheremo di fare altrettanto. Tenetevi tranquillo e pienamente rassicurato delle mie buone intenzioni che anche Jor condivide."
"Ora sì," disse il marinaio della fusta.
"Silenzio," disse in quel momento Piccolo Flocco, il quale si era spinto verso la porta. "Gl'inglesi stanno per giungere."
"Nascondiamoci," disse Testa di Pietra.
In un lampo i due bretoni attraversarono il magazzino e scomparvero dietro le casse, i barili e le balle di pelli.
Un momento dopo gl'inglesi entravano nel fortino.


5 - La carica dei tamburi

Il drappello che il brigantino aveva mandato a terra, nonostante il pessimo tempo e i gravi pericoli che presentava la risacca all'approdo, si componeva di sette uomini.
Sei erano marinai di forme gagliarde, biondi, rosei e cogli occhi azzurri, armati di carabina e di sciabole d'abbordaggio, gente che doveva aver veduto già il fuoco e che non doveva temere una sorpresa.
Il settimo invece era un uomo sulla cinquantina. che indossava un costume senza però i gradi d'oro vistosi, come usavano le genti di mare che uscivano da qualche accademia dell'Inghilterra.
Era alto, magro, coi capelli un po' brizzolati, gli occhi color dell'acciaio, il viso un po' rugoso ed accuratamente sbarbato.
Alla cintura portava due grosse pistole a doppia carica ed una piccola ascia.
Il trafficante si era affrettato a muovergli incontro, dicendo:
"Signor Oxford, fate conto di essere sul brigantino. Come sta il marchese d'Halifax?"
L'uomo magro corrugò la fronte, lanciò un rapido sguardo intorno e vedendo il canadese il quale era sempre seduto dinanzi al fuoco, gli chiese con voce un po' altezzosa:
"Chi è?"
"Il luogotenente di Davis. Potete parlare liberamente. Sa tutto."
"Bel servizio che ci hanno reso quei canadesi!... Non sono stati capaci di impadronirsi di quel Testa di Pietra."
"La tempesta li ha traditi, signore, e la fusta si è spaccata sulle scogliere. Non avete scorti gli avanzi?"
"Sì, ma dovevano essere ben cattivi marinai gli uomini di Davis. E dov'è quell'uomo?"
"Qui non è giunto. Pare che sia annegato con due suoi compagni dopo aver preparata una mina nella prora della barca e averla fatta esplodere. Io ero sulla spiaggia ed ho veduto il lampo e poi saltare in aria il ponte."
"Sono stati degli imbecilli," disse il segretario del marchese. "Volevamo prendere vivi Testa di Pietra e il suo compagno Piccolo Flocco. Dei tedeschi traditori che hanno abbracciato la causa americana non ci preoccupavamo affatto. Avevamo però preparato due solidi lacci per appiccarli."
Spinse col piede una cassa e si sedette presso il camino, accettando un bicchiere di gin che gli presentava Jor.
"Sicché, a quanto ho potuto capire, partita perduta," disse con voce dura. "Ed il marchese non ha contate le ghinee. Quelle due lettere voi non le avete."
"Io non ero a bordo della fusta. Il mio posto era qui."
"Sapete che da quelle due lettere dipende tutto il piano di guerra degli americani di Ticonderoga?"
"Me lo avete infatti detto."
"E poi noi volevamo sapere se il baronetto Mac-Lellan sarebbe venuto qui. Suo fratello lo aspetta per restituirgli i due colpi di spada che ha ricevuto a Boston prima ed all'Isola Lunga più tardi. Dunque non si sa dove si trovi Testa di Pietra?"
"Qui non è giunto. Si sa però che ha potuto lasciare la fusta prima che avvenisse lo scoppio."
"Dove si troverà ora? Quelle due lettere sono assolutamente necessarie al marchese."
"Né io né Jor lo sappiamo."
"Si sarà rifugiato sotto i boschi con suoi compagni."
"Gl'indiani Uroni sono stati avvertiti di catturarli?"
"Ci ho pensato io," rispose Riberac.
"Si sono già mossi?"
"Non devono essere lontani."
"Chi li comanda?"
"Un sackem già famoso che si chiama Caribou Bianco."
"Fidato?"
"Mah!... Fidatevi di quella gente."
"Li avete pagati quegli indiani?"
"Ho distribuito a loro tutte le ghinee che mi avevate dato ed anche le casse piene di armi da fuoco."
Il signor Oxford fece un gesto di malumore, vuotò un altro bicchiere di gin, subito imitato dai suoi sei marinai, poi batté violentemente il pugno sulla cassa che gli serviva da sedile.
"Mi aspettavo ben altro da voi," disse poi con collera. "Il marchese ha pagato e come!..."
"Che cosa aspettavate?"
"Di trovare qui Testa di Pietra e Piccolo Flocco ben assicurati."
"Se non sono giunti io non potevo fare nulla. E poi, andate a misurarvi con quegli uomini."
"Lo so. Se Washington avesse avuto diecimila di quegli uomini, già da tempo noi avremmo perduto tutte le nostre colonie. Eppure Testa di Pietra bisogna catturarlo."
"Dove trovarlo ora?"
"All'inferno non sarà andato di certo," disse il signor Oxford.
"Qualche orso potrebbe averlo divorato. Voi non conoscete le nostre foreste che sono piene di animali ferocissimi."
Il segretario del marchese alzò le spalle.
"Bah!... Non sono uomini da farsi mangiare come bistecche."
Guardò Jor il quale continuava a sturare bottiglie ed a versare ai marinai, che si erano pure accomodati su delle casse e su dei barili.
"Credi tu che Davis sia perito nel naufragio?"
"Lo ignoro, signore. Io non l'ho più veduto. D'altronde ero saltato nel lago prima di lui per non farmi accoppare dai bretoni che lavoravano a colpi d'ascia."
"Vi può essere dunque qualche speranza che si sia salvato anche lui. Era un abilissimo nuotatore."
"Poteva gareggiare coi castori, signore," rispose Jor. "Il lago però era pessimo ed eravamo circondati dalle scogliere. Potrebbe essergli toccata qualche grave disgrazia."
"Era conosciuto dagli Uroni?"
"Sì, perché tra quei guerrieri ha parecchi parenti. Come sapete, Davis è un mezzo sangue indiano."
"E poi, se si fosse salvato, sarebbe venuto subito qui," disse il trafficante. "L'aspettavo da parecchi giorni."
Il segretario del marchese tracannò un altro bicchiere poi chiese:
"Sicché che cosa si fa? Testa di Pietra ci è assolutamente necessario."
"Fate sbarcare una compagnia di soldati e mandateli a perlustrare i boschi. Io non vi saprei dare nessun altro consiglio."
"Farò la proposta al marchese. Degli americani avete avuto notizie?"
"E poco rassicuranti per voi. Si dice che delle bande distaccate dal Ticonderoga siano sbarcate con delle fuste e con dei grossi canotti non molto lungi da qui."
"Chi ve l'ha detto?"
"Un cacciatore di orsi che ho incontrato tre giorni or sono."
"Sicché possiamo correre il pericolo di essere sorpresi da quegli straccioni da un momento all'altro?..."
"Ciò è possibile."
"Voi rimanete qui con Jor. Già non vi faranno del male anche se vi cattureranno. Io vado ad avvertire subito il marchese di quanto succede."
"Gli americani non fucilano i prigionieri," rispose Riberac. "E poi guarderemo di non farci prendere."
"Ah!... Quel Testa di Pietra!... Eppure bisogna che quell'uomo finisca sotto le nostre unghie!... Egli solo deve sapere se il baronetto Mac-Lellan giungerà per aiutare Amold e Saint-Clair."
"Finché non lo si troverà non ne sapremo nulla, signor Oxford."
"Quando tornerò a bordo il marchese mi farà una scenata, giacché lui credeva di avere ormai in mano quelle due lettere. Farà tempesta sul brigantino: tempesta grossa."
Fece segno ai sei marinai di alzarsi.
"Andiamo," disse poi, "Non desidero affatto farmi prendere dagli americani, se è vero che sono già giunti fino qui."
"Io mi aspetto di vederli giungere da un momento all'altro," disse Riberac. "La notte scorsa, in lontananza, ho udito rullare un tamburo."
In quel momento tre o quattro grosse balle di pelli precipitarono al suolo, rimbalzando poi perfino sui barili e le casse.
Il segretario del marchese era diventato livido ed aveva rapidamente impugnato le pistole.
"Vi sono altre persone qui?..." chiese con voce minacciosa al trafficante.
"Che io sappia, no. Le volpi entrano sovente e mi gettano in aria tutto per depredarmi. Mi fanno dei gravi guasti e non ho mai saputo da quale parte possano entrare."
"Non vi è un'altra porta laggiù in fondo?"
"Io non l'ho mai veduta."
"Che abbiano scavato qualche galleria rosicchiando i tronchi del vostro magazzino?"
"Non mi sono mai preoccupato di verificarlo."
"O che gli americani si siano aperti un passaggio per sorprendervi?"
"Tutto è possibile. Per i miei traffici coi pellerossa, io mi assento sovente per delle settimane. To'!... Altre balle che cadono!... Che le volpi, spinte dalla fame, vogliano rovinarmi diecimila dollari di mercanzia?... Altro che le ghinee del marchese! Io me ne sarei già andato da tempo mettendo in salvo tutto."
"Il lord è generoso e saprà ricompensarvi."
"Uhm!..." fece il trafficante.
"Ne rispondo io. Marinai, andate un po' a vedere se ci sono delle volpi o degli uomini nascosti qui. Le vostre carabine sono cariche?"
"Sì," risposero i sei inglesi i quali si reggevano malamente sulle gambe per il troppo gin bevuto.
"Muovetevi, ubriaconi!..." gridò il segretario del marchese. "Quando vi trovate dinanzi a delle bottiglie diventate stupidi e non sapete più far nulla."
"Eh!... Avete bevuto anche voi, signore." disse un marinaio che portava qualche gallone rosso sulle maniche.
"Non tanto come voi. Obbedite o vi farò impiccare tutti!... Sapete che il marchese non scherza."
"E se gli americani fossero nascosti dietro quella specie di barricata e ci abbattessero tutti con una scarica a bruciapelo?"
"Ci sarebbero già saltati addosso, e poi, là in fondo, non vi è nessuna porta, è vero o non è vero, signor Riberac?"
"No, nessuna," rispose il trafficante il quale con Jor si era seduto nuovamente dinanzi al camino.
"Allora andiamo," disse il marinaio gallonato. "Accontentiamo il signor Oxford per evitare più tardi un pezzo di canapa stretta per bene intorno al nostro collo."
Quantunque fossero assai malfermi in gambe, i sei uomini si accostarono all'alta barricata tenendo le dita sui grilletti delle carabine, pronti a rispondere a una possibile scarica, ma, fatti pochi passi, si fermarono guardandosi l'un l'altro con ansietà.
Altre balle di pelli erano cadute dall'alto, rotolando all'impazzata per l'ampio magazzino.
Il signor Oxford era diventato pallidissimo.
Si volse furioso verso il trafficante dicendogli:
"Voi nascondete qui della gente!..."
"Né io né Jor abbiamo veduto entrar nessuno," rispose Riberac.
"Eppure dietro quella barricata deve nascondersi qualcuno."
"Veramente anch'io non so spiegarmi come quelle balle, che erano state ben accomodate fra le casse e i barili, possano cadere."
"Andate a vedere voi."
"Io sono un trafficante e non un uomo di guerra."
"Sì, ché avrete battagliato chissà quante volte con gl'indiani per salvarvi la capigliatura."
"Sono amico di tutte le tribù e non ho bisogno..."
Si era bruscamente interrotto chiedendo poi al segretario del marchese:
"Avete udito?"
"Un grugnito?"
"Che può essere il fremito di qualche grosso orso."
"Entrato da dove?"
"Quello lo sapremo. Dalla porta del magazzino no di certo."
I sei marinai, che avevano pure udito quella specie di grugnito, avevano dato indietro bestemmiando.
Il signor Oxford mandò un grido di collera:
"Siamo in nove e stiamo qui a chiacchierare. Bisogna dunque che mi metta io alla vostra testa."
"E credo che farete bene," disse il trafficante fingendo di armare il grosso archibugio. "Andate avanti e noi tutti vi seguiremo."
"E se ci trovassimo improvvisamente addosso qualche gigantesco orso grigio? Voi sapete che quei bestioni non hanno paura nemmeno di venti uomini e che resistono a tutte le palle mercé la loro corazza di grasso."
"È impossibile che si tratti di un orso. Il tetto non è stato sfondato e la cinta nemmeno: come avrebbe potuto introdursi?"
"È a voi che lo domando."
"Ed io lo domando a voi," disse Riberac. "Io dico che a quest'ora ci avrebbe assaliti."
"E qualcuno di noi non sarebbe più vivo," aggiunse Jor.
"Eppure dobbiamo andare a vedere," disse il segretario. "Il marchese mi aspetta e non è uomo da pazientare."
Impugnò le pistole e mosse animosamente verso la barricata, tirandosi dietro i sei marinai che parevano più ubriachi che mai, forse per il gran caldo che regnava nello stanzone, il trafficante e Jor i quali ridevano silenziosamente sapendo già bene di quale orso si trattava.
Si era inoltrato nel passaggio aperto dai due assiani per trasportare le due grosse botti, quando la barricata, formata fortunatamente soltanto di balle di pelli, gli si rovesciò addosso coprendolo completamente.
"L'orso!... L'orso!..." avevano gridato i marinai che saltavano indietro, mentre precipitavano anche delle casse e dei barili.
Spararono a casaccio alcuni colpi, poi si precipitarono verso il centro dello stanzone, barricandosi dietro la tavola che avevano prontamente rovesciata insieme alle due grosse botti che erano piene di tamburi.
Riberac e Jor erano rimasti soli.
"Testa di Pietra è stato degno della sua testa." disse il primo.
"Ha rapito il segretario del marchese proprio sotto i nostri occhi." rispose il secondo.
"E con che maestria! Nessuno di noi ha veduto. Quell'uomo è un vero diavolo ed il suo compagno non lo è meno."
"Come sbarazzarci ora di questi marinai?"
"Gin ce n'è. Li ubriacheremo se non se ne andranno."
"Mi pare che abbiamo più voglia di scappare a bordo del brigantino che di rimanere qui," rispose Jor.
"Andiamo a vedere che cosa è successo del segretario."
"Portato via, signor Riberac."
"Lo so. Testa di Pietra lo avrà trasportato nel passaggio segreto. È uomo di azione, quel bretone, e non esita mai."
Per rassicurare un po' i marinai, i quali apparivano in preda ad un vivo spavento, varcarono la barricata e videro, all'entrata del passaggio segreto, Piccolo Flocco il quale rideva a crepapelle.
"Testa di Pietra ne ha fatto una delle sue?" gli chiese Riberac.
"Ha rapito il segretario del marchese."
"E cosa vuole farne?"
"Che ne so io?... Farà battere la carica e s'impadronirà della scialuppa che a lui è assolutamente necessaria e fors'anche a voi. Ormai da queste parti spira cattiva aria, ora che gl'inglesi si preparano ad invadere il Champlain. Se non ci rifugiamo più che in fretta a Ticonderoga correremo pericolo di finirla."
"È quello che penso," rispose il trafficante. "Mi rincresce una cosa sola: lasciare tutte le mie ricchezze in mano agl'indiani i quali non hanno mai conosciuta la riconoscenza."
"Qualcuno pagherà: il baronetto è ricco quanto il marchese."
"Ohé!..." gridò in quel momento il capo dei marinai. "Avete trovato il segretario?"
Riberac e Jor saltarono sopra la barricata, dopo aver fatto a Piccolo Flocco un gesto che voleva significare di attenderlo; poi il primo disse:
"È scomparso: qualche orso deve averlo divorato."
"Avete veduta la bestia?"
"No: dev'essere fuggita subito."
"Da quale parte?"
"Abbiamo trovato una specie di sotterraneo," disse il trafficante. "Deve essere stato scavato a mia insaputa, o dagli indiani o dalle bestie feroci attirate dall'odore dei miei prosciutti."
"Ah!... Voi avete dei prosciutti!..." gridarono i marinai.
"E squisiti."
"Portatene qui una cassa. Giacché il segretario è scomparso facciamo baldoria," disse il graduato. "Il marchese ci aspetterà. Noi non siamo poi sempre i suoi schiavi."
"Ho anche dei salsicciotti affumicati, veri di Heidelberg, e della birra veramente ottima."
"Niente birra!..." urlarono i marinai. "Gin!... Gin!..."
"Come desiderate," disse il trafficante. "Ne ho una buona provvista che contavo appunto di vendere agli equipaggi inglesi."
"Ma noi non pagheremo nemmeno uno scellino," gridò il graduato. "Siamo in sei e voi non siete che due."
"Io regalo," disse Riberac.
"Voi siete un vero padre."
"Jor, porta delle casse e dà da mangiare a questa gente."
"Un momento, signore," disse il graduato. "E se l'orso ricomparisse? Il signor Oxford doveva avere ben poche polpe intorno alle sue ossa ed un orso grigio si sarà appena guastato un dente."
"Abbiamo chiuso il passaggio con due grosse botti e più nessun animale potrà ormai entrare. Sono botti cariche di farina che pesano due quintali ciascuna.
Jor stava per portare una cassa contenente dei prosciutti, quando verso il passaggio segreto si udirono dei tamburi rullare una carica furiosa.
"Gli americani!..." gridò Riberac. "Fuggite!... Hanno preso il mio magazzino per di dietro!..."
"Scappa!... Scappa!..." urlarono i marinai i quali non avevano nessuna voglia d'impegnare una lotta e che avevano già dimenticato il segretario del marchese.
Saltarono attraverso la tavola e i barili e si diressero verso la porta ch'era rimasta aperta, bestemmiando.
Intanto i tamburi continuavano a rullare furiosamente, con un fracasso assordante.
Pareva che guidassero all'attacco una grossa compagnia di americani.
Riberac chiuse e sprangò la porta. Poi disse a Jor:
"Andiamo a vedere che cosa fa Testa di Pietra."
"Testa di Pietra è qui," disse il bretone, comparendo improvvisamente e scaraventando contro la parete il grosso tamburo. "Se ne sono andati?"
"Tutti," rispose Riberac.
"Prima di tutto lasciate che vi ringrazi della vostra lealtà."
"Non era necessario: e il segretario del marchese?"
"L'ho portato via dopo averlo mezzo soffocato perché non gridasse. Quell'uomo può diventar prezioso in mano nostra."
"E la scialuppa?"
"Ora penseremo anche a quella. Diavolo!... Lasciatemi un po' respirare."
Vedendo su una cassa un bicchiere di gin ancora pieno, lo vuotò, poi disse:
"Spegnete il fuoco e andiamocene."
I tamburi avevano cessato di rullare. Piccolo Flocco e i due assiani dovevano aver lasciato il passaggio segreto portandosi dietro il segretario.
"Andiamo," disse Testa di Pietra. "Qui non c'è più nulla da fare." Con due secchie d'acqua spensero la fiammata per evitare che qualche scintilla si comunicasse alla cinta, poi, prese le armi, attraversarono di corsa lo stanzone e si slanciarono attraverso il passaggio segreto.
"Piccolo Flocco," gridò Testa di Pietra, uscendo.
"Ti aspettavo," rispose il giovane marinaio, facendosi avanti.
"E i due assiani?"
"Portano il segretario del marchese che è più morto che vivo."
"Ci siamo tutti?"
"Sì," disse Riberac.
"Alla conquista della scialuppa, ora!... Ci prenderemo delle cannonate, forse, ma si sa che quelle grosse bestie giungono difficilmente a destinazione. Avanti!..."