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Le novelle marinaresche di mastro Catrame
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Un lupo di mare
Non avete udito mai parlare di mastro Catrame? No?...
Allora vi dirò quanto so di questo marinaio d'antico stampo, che godette molta
popolarità nella nostra marina: ma non troppe cose, poiché, quantunque lo
abbia veduto coi miei occhi, abbia navigato molto tempo in sua compagnia e
vuotato insieme con lui non poche bottiglie di quel vecchio e autentico Cipro
che egli amava tanto, non ho mai saputo il suo vero nome, né in quale città o
borgata della nostra penisola o delle nostre isole egli fosse nato.
Era, come dissi, un marinaio d'antico stampo, degno di figurare a fianco di quei
famosi navigatori normanni che scorrazzarono per sì lunghi anni l'Atlantico,
avidi di emozioni e di tempeste, che si spinsero dalle gelide coste dei mari del
nord fino a quelle miti del mezzogiorno, che colonizzarono la nebbiosa Islanda e
conquistarono il lontano Labrador, quattro o forse cinquecento anni prima che il
nostro grande Colombo mettesse piede sulle ridenti isole del golfo messicano.
Quanti anni aveva mastro Catrame? Nessuno lo sapeva, perché tutti l'avevano
conosciuto sempre vecchio. È certo però che molti giovedì dovevano pesare sul
suo groppone, giacché egli aveva la barba bianca, i capelli radi, il viso
rugoso, incartapecorito, cotto e ricotto dal sole, dall'aria marina e dalla
salsedine. Ma non era curvo, no, quel vecchio lupo di mare!
Procedeva, è vero, di traverso come i gamberi, si dondolava tutto, anche quando
il vascello era fermo e il mare perfettamente tranquillo, come se avesse indosso
la tarantola, tanta era in lui l'abitudine del rollio e del beccheggio; ma
camminava ritto, e quando passava dinanzi al capitano o agli ufficiali teneva
alto il capo come un giovinotto, e da quegli occhietti d'un grigio ferro, che
pareva fossero lì lì per chiudersi per sempre, sprizzava un bagliore come di
lampo. Ma che orsaccio era quel mastro Catrame! Ruvido come un guanto di ferro,
brutale talvolta, quantunque in fondo non fosse cattivo: poi superstizioso come
tutti i vecchi marinai, e credeva ai vascelli fantasmi, alle sirene, agli
spiriti marini, ai folletti, ed era avarissimo di parole. Pareva che faticasse a
far udire la sua voce, si spiegava quasi sempre a monosillabi e a cenni, non
amava perciò la compagnia e preferiva vivere in fondo alla tenebrosa cala,
dalla quale non usciva che a malincuore. Si sarebbe detto che la luce del sole
gli faceva male e che non poteva vivere lontano dall'odore acuto del catrame, e
forse per questo gli avevano imposto quel nomignolo, che poi doveva, col tempo,
diventare il suo vero nome.
Chi aveva mai veduto quell'uomo scendere in un porto? Nessuno senza dubbio.
Aveva un terrore istintivo per la terra, e quando la nave si avvicinava alla
spiaggia, lo si vedeva accigliato, lo si udiva brontolare, e poi spariva e
andava a rintanarsi in fondo del legno. Di là nessuno poteva trarlo; guai anzi
a provarsi! Mastro Catrame montava allora in bestia, alzava le braccia e quelle
manacce callose, incatramate, dure come il ferro e irte di nodi, piombavano con
sordo scricchiolio sulle spalle dell'imprudente, e i mozzi di bordo sapevano se
pesavano!
Per tutto il tempo che la nave rimaneva in porto, mastro Catrame non compariva
più in coperta. Accovacciato in fondo alla cala, passava il tempo a sgretolare
biscotti con quei suoi denti lunghi e gialli, ma solidi quanto quelli del
cignale, a tracannare con visibile soddisfazione un buon numero di bottiglie di
vecchio Cipro, alle quali spezzava il collo per far più presto, e a consumare
non so quanti pacchetti di tabacco.
Quando però udiva le catene contorcersi nelle cubìe(1) e attorno all'argano, e
lo sbattere delle vele e il cigolare delle manovre correnti entro i rugosi
boscelli, si vedeva la sua testaccia apparire a poco a poco a fior del
boccaporto e, dopo essersi assicurato che la nave stava per ritornare in alto
mare, compariva in coperta a comandare la manovra.
Sembrava allora un altro uomo, tanto che si sarebbe detto che invecchiava di
mano in mano che si avvicinava alla terra e che ringiovaniva di mano in mano che
se ne allontanava per tornare sul mare. Forse per questo si sussurrava fra i
giovani marinai che egli fosse uno spirito del mare e che doveva esser nato
durante una notte tempestosa da un tritone e da una sirena, poiché quello
strano vecchio pareva si divertisse quando imperversavano gli uragani, e
dimostrava una gioia maligna che sempre più cresceva, allora che più
impallidivano dallo spavento i volti dei suoi compagni di viaggio.
Da che cosa provenisse quell'odio profondo che mastro Catrame nutriva per la
terra? Nessuno lo sapeva, e io non più degli altri, quantunque mi fossi più
volte provato ad interrogarlo. Egli si era contentato di guardarmi fisso fisso e
di voltarmi bruscamente le spalle, dopo però avermi fatto il saluto d'obbligo,
poiché mastro Catrame era un rigido osservatore della disciplina di bordo.
Del resto tutti lo lasciavano in pace, mai lo interrogavano, poiché lo temevano
e sapevano per esperienza che aveva la mano sempre pronta ad appioppare un
sonoro scapaccione, malgrado l'età, e qualche volta anche faceva provare la
punta del suo stivale. Gli uni lo rispettavano per l'età, gli altri per paura.
Lo stesso capitano lo lasciava fare quello che voleva, sapendo che in fatto di
abilità marinaresca non aveva l'eguale, che poteva contare su di lui come su
d'un cane affezionato, sebbene ringhioso, e che valeva a far stare a dovere
l'equipaggio anche con una sola occhiata, né mancava mai al suo servizio.
Una sera però, mentre dai porti del Mar Rosso navigavamo verso i mari
dell'India, mastro Catrame, contrariamente al solito, commise una mancanza che
fece epoca a bordo del nostro veliero: fu trovato nientemeno che ubriaco
fradicio in fondo alla cala!... Come mai quell'orso, che da tanti anni aveva
dato un addio ai forti liquori che tanto piacciono ai marinai e che mai una
volta si era veduto barcollare pel soverchio bere, si era ubriacato? Il caso era
grave; ci doveva entrare qualche gran motivo, e il nostro capitano, che voleva
veder chiaro in tutto, ordinò un'inchiesta, su per giù come fanno le nostre
autorità quando accade qualche grosso avvenimento.
E la nostra inchiesta approdò a buon porto, poiché si constatò con tutta
precisione che mastro Catrame si era ubriacato per errore! Qualche burlone aveva
mescolato fra le bottiglie di Cipro una di rhum più o meno autentico, e il
vecchio lupo l'aveva tracannata tutta senza nemmeno accorgersi della
sostituzione.
Un mastro che si ubriaca durante la navigazione non la può passar liscia, e
tanto meno doveva passarla mastro Catrame, che era così rigido osservatore
delle discipline marinaresche. Quale brutto esempio, se lo si fosse graziato!
Il capitano con tutta serietà ordinò che si portasse il colpevole sul ponte
appena l'ebrezza fosse passata, e avvertì l'equipaggio di tenersi pronto per un
consiglio straordinario. Dopo due ore mastro Catrame, ancora stordito da quella
abbondante libazione, che avrebbe potuto riuscire fatale a uno stomaco meno
corazzato, compariva in coperta torvo, accigliato, coi peli del volto irti. I
suoi occhietti correvano dall'uno all'altro marinaio, come se volessero scoprire
il colpevole di quella brutta gherminella.
Il capitano, appena lo vide, gli andò incontro, lo prese ruvidamente per un
braccio e lo fece sedere su di un barile che era stato collocato ai piedi
dell'albero maestro. Con un cenno fece radunare attorno al colpevole
l'equipaggio, poi, affettando una gran collera che non provava e facendo la voce
grossa per darsi maggior importanza, disse:
- Papà Catrame, - lo chiamava così, - sapete che i regolamenti di bordo
condannano il marinaio che si ubriaca durante il servizio?
Il lupo di mare fece un cenno affermativo e barbugliò un "fate".
- Quest'uomo è colpevole? - chiese il capitano, volgendosi verso l'equipaggio,
che rideva sotto i baffi, sapendo già come doveva finire quella commedia.
- Sì, sì, - confermarono tutti.
- Se tu fossi più giovane, ti farei chiudere nella cabina coi ferri alle mani e
ai piedi; ma sei troppo vecchio. Ebbene, io cambio la pena condannandoti a
sciogliere quella lingua, che è sempre muta, per dodici sere.
- Orsù, papà Catrame, taglia i gherlini(2) che la tengono legata, accendi la
tua pipa e narraci dodici storie, le più belle che sai - e ne devi sapere, veh!
- e tu, dispensiere, reca una bottiglia del più vecchio vino di Cipro che
troverai nella mia cabina, onde la lingua del vecchio orso non si secchi. Avete
capito?
Una salva d'applausi accolse le parole del capitano, a cui fece eco un sordo
grugnito di mastro Catrame, non so poi se di contentezza per essere sfuggito ai
ferri o di malcontento per dover sciogliere la lingua.
Il vascello maledetto
Ecco papà Catrame seduto sul barilotto, colle gambe incrociate alla maniera
dei turchi, e circondato da tutti i marinai i quali sbarrano tanto d'occhi e
aguzzano per bene gli orecchi per non perdere una sillaba dl quanto egli sta per
narrare.
L'Oceano Indiano era così calmo da permettere a tutti - il timoniere eccettuato
- di prendere parte a quelle narrazioni interessanti e meravigliose. Un leggero
vento che veniva dalle coste d'Africa spingeva la nave verso l'Est, a quella
terra strana che si chiama India, e dalla quale eravamo ancora lontani, tanto da
poter udire tutte le dodici novelle richieste dal nostro amabile capitano.
Mastro Catrame, dopo d'aver reclamato con un gesto e un'occhiata uno scrupoloso
silenzio da parte di tutto l'uditorio, tracannò d'un sol fiato un grande
bicchiere di vecchio Cipro per snebbiarsi il cervello, spezzò coi lunghi denti
gialli da vecchio topo un eccellente sigaro d'Avana che gli porgeva il capitano,
l'accese con visibile soddisfazione, poi disse con voce grossa e da oltre tomba:
- Io appartengo a una generazione che è quasi tutta spenta, poiché sono
vecchio, vecchio assai, e tutti quelli che m'hanno veduto mozzo riposano in
fondo alla grande tazza(3) da molti anni, o dentro il ventre di qualche grosso
pescecane.
Si fermò, quand'ebbe ciò detto, guardandoci con malizia per vedere quale
effetto avesse prodotto quella lugubre prefazione che metteva i brividi, poiché
aveva una intonazione strana, paurosa; poi continuò:
- Sono vissuto in un'epoca in cui si credeva alla comparsa dei vascelli
fantasmi, agli esorcismi per calmare le tempeste o per sciogliere le grandi
trombe marine, alle sirene che venivano a cantare sotto la poppa delle navi
attirando gli incauti marinai, agli spiriti del mare, a Nettuno, il re degli
abissi oceanici, alla comparsa dei marinai naufragati, ai mostri, alle streghe,
alle figlie della spuma. Voi non credete più a tutto ciò, le chiamate leggende
paurose, inventate da uomini ubriachi o dalla fantasia tetra dei popoli nordici;
ma v'ingannate. Papà Catrame ha veduto molto: le sirene, i morti, i vascelli
fantasmi e più ancora.
Il vecchio lupo di mare, dopo questo secondo esordio non meno lugubre del primo,
girò intorno un altro sguardo. Nessuno fiatava, né batteva ciglio: eravamo
tutti impressionati e i volti dei mozzi e dei giovani marinai erano impalliditi.
Solo il capitano si manteneva impassibile, e le sue labbra si erano atteggiate
ad un sorriso beffardo.
Papà Catrame rimase alcuni istanti silenzioso per raccogliere meglio le idee,
indi riprese:
- Non ricordo più l'epoca, poiché sono trascorsi moltissimi anni ed io ero
ancora un ragazzo, non più mozzo, ma non ancora marinaio. Avevo preso imbarco
su di una grande fregata a tre ponti, un tipo di nave che non si trova più,
poiché tutto è cambiato ora, cambiate le navi, come le abitudini marinaresche.
- Si chiamava la Santa Barbara: ma il capitano, uno spregiudicato che non temeva
né Dio, né il diavolo, che bestemmiava da mane a sera come il leggendario
olandese del vascello fantasma, e non credeva in nulla, le aveva imposto un
altro nome: il Caronte.
- Brutte storie correvano sul conto di quella fregata, comandata da quel
dannato, un vero dannato, ve lo dice papà Catrame! Si diceva che tutte le
notti, nel fondo della tenebrosa cala, si udivano dei misteriosi fragori e dei
gemiti; che nelle corsìe(4) si vedevano passare delle ombre bianche che poi
scomparivano, e che sulla cima degli alberi appariva sovente una fiammella
azzurra. Si diceva ancora che tutte le notti un marinaio nero nero, col viso
coperto da una lunga barba rossa, entrava nella cabina del capitano per giocare
e bere. Chi fosse, io non ve lo saprei dire; ma i marinai del Caronte
sussurravano che doveva essere messer Belzebù: altri invece asserivano che era
uno dei marinai fatti ingiustamente appiccare dal capitano, poiché quell'uomo
era crudele e aveva ucciso parecchi dei suoi per un nonnulla. Insomma tutti
avevano paura, e quando la nave approdava, non pochi marinai disertavano,
temendo di finirla male in compagnia di quel tizzone d'inferno.
- Un abate, che un tempo era stato amico del capitano, aveva cercato di
persuadere il testardo bestemmiatore a ridare alla nave il primiero nome e a
ravvedersi, ma non era riuscito a nulla; anzi aveva avuto in risposta delle
minacce; e il nome di Caronte era rimasto.
- Avevamo percorsi parecchi oceani e, cosa davvero strana, nessuna tempesta ci
era toccata; ma i rumori continuavano a bordo della fregata, e di notte nessun
marinaio avrebbe osato scendere solo e senza lume in fondo alla cala. Si sarebbe
lasciato frustare a sangue col gatto a nove code(5) piuttosto di calarsi in
quella nera voragine.
- Così però non la poteva durare. Il bestemmiatore era ormai giudicato: il
vascello dell'olandese dannato doveva aver bisogno di un marinaio, e voi dovete
sapere che su quella nave maledetta, destinata a navigare in eterno fra una
continua tempesta, non salgono che gli empi e i crudeli. Avevamo lasciate le
coste dell'Africa diretti all'America meridionale, al Callao. Appena lasciato il
porto, un marinaio cadde da un pennone e si annegò prima che si avesse avuto il
tempo di mettere le imbarcazioni in acqua; al secondo giorno un pennone cadeva
dall'albero di trinchetto e piombava ai piedi del capitano, che per poco non
rimase ucciso; al terzo giorno una procellaria venne a svolazzare tre volte
sopra la nostra nave e precisamente sopra la cabina del bestemmiatore.
- La procellaria è l'uccello delle tempeste e porta con sé la sventura. Allora
si credeva che fosse l'anima di un marinaio morto, e fra l'equipaggio si
sussurrò subito che era quella del disgraziato caduto dall'albero e che veniva
ad avvertirci di qualche grave sciagura.
- Un superstizioso terrore aveva invaso tutto l'equipaggio. Un viaggio così
male cominciato non doveva finire bene: qualche cosa di grave stava per
accadere, lo si sentiva per istinto; ma il capitano non se ne preoccupava, anzi
pareva che, come l'olandese maledetto, volesse sfidare il destino e i decreti
del Cielo. Bestemmiava più del solito, maltrattava l'equipaggio più
dell'usato, beveva e giocava da mane a sera.
- Ma ecco che un giorno, quando ci trovavamo nei pressi del Capo Horn, l'aria si
fa buia ed il mare monta. Sulla sconfinata distesa d'acqua calano, come un
immenso stormo di corvi, le tenebre, e il vento fischia attraverso l'alberatura
in un modo diverso dal solito, poiché quei fischi erano stridenti, e di tratto
in tratto pareva che nel fondo degli abissi marini urlassero dei dannati.
- Nella stiva si udivano dei fragori paurosi; era un rotolare di catene,
quantunque là catene non ve ne fossero, erano boati profondi, poi gemiti. Voi
direte che erano i puntelli dei ponti, i corbetti(6) o il fasciame che
scricchiolava. No! Ve lo dice papà Catrame!
Un fremito di paura corse per le membra di tutto l'uditorio a quella solenne
affermazione del vecchio marinaio. I mozzi si strinsero attorno ai marinai, e i
marinai addosso agli ufficiali. In quel momento si sarebbe udita volare una
mosca, tanto era profondo il silenzio che regnava sulla nave, e si sentivano
distinti i palpiti di tutti i cuori. Gli occhi di ciascuno erano fissi fissi sul
mastro, che pareva assumesse proporzioni gigantesche e che diventasse di momento
in momento più bianco, più diafano, e come uno dei paurosi fantasmi che
popolavano la cala del Caronte.
- Verso il tramonto, - riprese papà Catrame con voce cupa, - ecco apparire in
lontananza il Capo Horn, il temuto promontorio dell'America meridionale. Parve
allora che il mare raddoppiasse la sua ira, non altrimenti che quello del Capo
di Buona Speranza, quando l'olandese maledetto vendette l'anima al diavolo, per
superarlo malgrado la tempesta.
- In cielo guizzavano lampi abbaglianti e il tuono rombava incessantemente,
facendo tremare perfino gli alberi della nostra nave; fra le nubi sibilava e
strideva il vento, e le onde si accavallavano con una rabbia tale che non vidi
più mai dopo d'allora, quantunque abbia affrontato di poi non so quanti
uragani.
- L'equipaggio, spaventato, smarrito, pregava; ma il capitano, no imprecava
orrendamente contro il Cielo e invocava Satana per aiutarlo a superare il
promontorio.
- Ed ecco ad un tratto apparire sulle spumeggianti onde un punto nero che si
avvicina a noi con fulminea rapidità: era la procellaria, quella stessa che era
venuta a svolazzare tre volte sul ponte, dopo la morte del marinaio.
- Girò ancora tre volte attorno a noi e si fermò sopra il nostro vento(7)
dell'albero di mezzana.
- "È l'anima del marinaio!" - esclamarono tutti. - "Sciagura!
sciagura!..."
- "Ritorni all'inferno!" - urlò il capitano, e, puntato un fucile,
fece fuoco due volte contro l'uccello, ma senza colpirlo, poiché volò via
lentamente, fece tre giri ancora attorno al Caronte e sparve fra le onde.
- Ci allontanammo dal capitano, inorriditi, esclamando:
"Sciagura!... sciagura!..."
- Egli ci rispose con un uragano di imprecazioni orribili.
- Il mastro d'equipaggio, un vecchio dalla barba bianca, che credeva come me al
ritorno delle anime, scese nella sua cabina, prese la croce e la piantò sulla
prua del legno.
- Quell'atto rese più che mai furibondo il bestemmiatore. Slanciatosi giù dal
ponte di comando, balzò sul castello di prua e gettò la croce in mare!
- Quasi subito un lampo livido balenò fra le nubi, seguito da un rombo così
spaventevole che cademmo tutti tramortiti sul ponte. Quando ci rialzammo la
giustizia di Dio era compiuta: l'empio giaceva ai piedi dell'albero maestro
senza vita: un fulmine l'aveva ucciso!...
- Allora sulla linea fosca dell'orizzonte vedemmo il mare alzarsi a prodigiosa
altezza, mentre sulle alte rocce del Capo Horn lampeggiava; poi apparve fra una
luce sanguigna un gran vascello tutto nero, colle vele pure nere sciolte al
vento e guidato da un uomo di statura gigantesca. Era il vascello dell'olandese
maledetto, che veniva a reclamare l'anima del bestemmiatore!
- Correva con una velocità spaventevole, urtato da tutte le parti da onde
mostruose e sulla cima dei suoi alberi brillavano tre fiamme azzurre. Percorse
un tratto dell'orizzonte, poi scomparve improvvisamente come se si fosse
inabissato.
- Voi mi direte che era una nave qualunque, ingrandita dalla nostra paura,
poiché voi non credete al vascello fantasma; ma io l'ho veduto coi miei occhi,
e gli occhi di papà Catrame erano buoni in quel tempo! Voi direte che ho
creduto di vedere, ma io vi affermo che ho veduto bene e nessuno potrà mai
farmi credere il contrario.
- Volete sapere di più? Quando l'indomani gettammo in mare il cadavere del
bestemmiatore, lo vedemmo alzarsi tre volte sopra l'acqua; poi le onde se lo
presero e lo portarono lontano lontano, verso il luogo ove era scomparso il
vascello fantasma.
- Papà Catrame è qui ancora, ma il capitano del Caronte è a bordo
dell'olandese, dannato anche lui a navigare eternamente sul mare tempestoso fra
il Capo Horn e quello di Buona Speranza!...
Un silenzio glaciale accolse la sinistra chiusa del vecchio marinaio. Nessuno
fiatava, all'infuori del capitano, che sorrideva sempre: si sarebbe detto che
tutti avevano paura di volgersi per la tema di scorgere il vascello maledetto
solcare l'orizzonte. Su tutti i volti si leggeva un superstizioso terrore e i
mozzi specialmente erano pallidissimi.
Papà Catrame centellinò un altro bicchiere di Cipro, si mise la bottiglia
sotto il braccio, ci augurò la buona notte con tono canzonatorio e discese dal
barile per tornare nella cala, quando il nostro capitano, che non aveva cessato
di sorridere durante la intera narrazione, gli fe' cenno di arrestarsi:
- È questa la tua storia? - gli chiese con voce beffarda.
- Sì, - rispose il mastro, stupito per quella interrogazione.
- Dunque tu credi all'esistenza del vascello fantasma?
- Se credo!... L'ho veduto coi miei propri occhi!
- O hai creduto di vederlo?
Mastro Catrame lo guardò con certi occhi che pareva volessero dire: "Ma
voi impazzite?"
- Catrame, - disse il capitano, diventato serio. - Non ti è mai passato pel
capo il dubbio di aver veduto male o di essere stato ingannato da qualche
fenomeno?
- Mai, signore, - rispose il mastro, sempre più stupito.
- Dimmi allora: hai mai udito parlare del miraggio, o, se meglio ti piace, della
fata morgana?
- Non so cosa volete dire.
- Allora ti spiegherò io. Sul mare, come sugli ampi deserti, specialmente sul
Sahara, per esempio, avviene talvolta un fenomeno strano, ma spiegabilissimo.
- Quando gli strati dell'aria, dilatati pel contatto caldo col suolo o con una
distesa d'acqua che ha una certa temperatura ed aventi una densità differente,
non si mescolano a quelli soprastanti, fanno vedere delle curiosissime illusioni
d'ottica: di una semplice roccia ti fanno vedere un'isola verdeggiante, di un
canotto un vascello, di un vascello un naviglio mostruoso, di un uomo un
gigante, eccetera. Ora cosa pensi tu dell'apparizione del preteso olandese?
- Che gli scienziati hanno inventato delle belle frottole, signore.
- No, Catrame: la frottola ce l'hai data da bere tu, o meglio sei stato
corbellato da un semplice miraggio. Il grande vascello che tu hai veduto e che
credevi appartenesse all'olandese maledetto, il quale, se non lo sai, non è mai
esistito, era una nave qualunque che passava all'orizzonte, ingrandita e
trasformata dalla fata morgana. Ah, Catrame, come sei credulo!...
Il mastro lo guardava trasognato. Stette parecchi minuti immobile fissando il
capitano, poi si allontanò a lenti passi e sparve pel boccaporto. Benché
quella spiegazione scientifica fosse giusta, fu poco persuasiva pel nostro
equipaggio, ed io scommetterei che quella notte più d'un marinaio non dormì e
che gli uomini di guardia aguzzarono più volte gli occhi per vedere se
all'orizzonte appariva il legno dell'olandese maledetto.
Il passaggio della linea
Per tutto il giorno seguente papà Catrame non comparve sul ponte della nave.
Rintanato nella cala, aveva dormito come un ghiro, russando come una trottola d'Allemagna.
Svegliatosi, sorseggiò ciò che era rimasto nella bottiglia e divorò con un
appetito da pescecane la razione recatagli dai mozzi.
Del resto, la sua presenza in coperta non era necessaria, poiché il tempo si
manteneva tranquillo, l'oceano era liscio come uno specchio, e il vento debole.
Quando però il sole scomparve all'orizzonte e la luna si alzò in cielo,
riflettendosi vagamente nell'azzurra e limpida superficie del mare, si udì la
scala del boccaporto maestro scricchiolare, e poco dopo si vide apparire il
vecchio marinaio.
Aspirò avidamente una boccata d'aria marina, percorse il legno da prua a poppa,
con quel suo dondolamento che lo faceva rassomigliare a un orso bianco, diede
una sbirciata alle vele senza guardare in viso nessuno, caricò flemmaticamente
la sua corta pipa, nera come la camicia di uno spazzacamino, poi andò a sedersi
con tutta gravità sul barile e parve immerso in profondi pensieri.
Tosto i marinai, a due, a tre alla volta, i più coraggiosi prima, i paurosi
poi, ed i superstiziosi ultimi, s'avvicinarono silenziosamente al vecchio
marinaio, circondandolo. Il capitano fu l'ultimo a giungere, tenendo in mano
un'altra bottiglia.
Tutti rispettavano il raccoglimento del vecchio, e certo nessuno avrebbe osato
strapparlo alle sue meditazioni; ma la pazienza non era la virtù del capitano.
- Olà, papà Catrame, sei morto? - gli chiese.
II vecchio alzò il capo e, fissando il comandante, gli domandò a bruciapelo: -
Credete al re del mare, voi?
Il capitano scoppiò in una risata fragorosa, ma nessun marinaio lo imitò.
Bensì tutti lo guardarono con stupore, come se fossero meravigliati che egli
non prestasse fede a ciò che narrava papà Catrame.
Il lupo di mare non mostrò tuttavia di offendersi, però la sua fronte si
corrugò, e, battendo con quelle mani callose e irte di nodi i bordi del barile,
esclamò: - Me lo direte poi!
Ricadde nelle sue meditazioni, ma per pochi istanti, poiché ad un tratto si
scosse, come se avesse trovato quello che cercava nei suoi lontani ricordi, e
disse: - Oggi non si costuma più; i lodevoli usi degli antichi marinai sono
messi da un lato come ferravecchi inservibili, e non si crede che valga la pena
di rendere omaggio a Nettuno, il re degli abissi marini. Che importa se le navi
affondano più spesso che una volta? Sono casi, dicono gli scettici; sono
accidenti, affermano gli spregiudicati. Al diavolo le superstizioni dei vecchi
marinai! Lasciamo da parte le leggende, distruggiamo tutto, ché il mondo deve
rifarsi. Non è cosi?
Papà Catrame fece udire un riso stridulo, beffardo, che aveva un non so che di
strano, e che parve si ripetesse fino in fondo alla stiva.
- La linea! - riprese poi. - Chi oggi, passando la linea, rende omaggio al re
del mare? Peuh! Hanno altro pel capo i marinai moderni, che di pensare a
Nettuno! Ma quale vendetta si prende talora questo re del mare! Oh che! credete
forse che gli antichi marinai abbiano inventato la cerimonia per far ridere voi,
spregiudicati? O credete che un tempo pensassero a divertirsi frammezzo alle
onde incalzanti e ai sibili diabolici del vento? No, no; e papà Catrame, se
così vi parla, ne ha il motivo.
- Voi siete giovani, e nulla sapete sul passaggio della linea, che oggi si
celebra al più con una innaffiata del ponte; ma un tempo era una cerimonia
importante, e nessun marinaio, per quanto audace, avrebbe osato passarvi sopra,
poiché la vendetta di Nettuno presto o tardi lo avrebbe infallantemente
colpito.
Ora ve lo proverò.
Papà Catrame rattizzò la pipa col suo pollice incombustibile, sorseggiò un
buon bicchiere che gli offriva il capitano, reclamò con un gesto maestoso il
più assoluto silenzio, e dopo di essersi accomodato sul barile, principiò la
sua seconda e non meno interessante narrazione.
- Un destino strano, incomprensibile, mi spinse sempre a prendere imbarco sulle
peggiori navi della nostra marina; e io non le cercavo, veh! Quasi tutti i
capitani che ho servito nella mia lunga, lunghissima carriera marinaresca, erano
bestemmiatori o scredenti. Non badavano alle nostre tradizioni, non badavano ai
nostri vecchi usi, non credevano né alle sirene, né alle figlie della spuma,
né ai mostri marini, a nulla insomma.
- Mi ero imbarcato in qualità di gabbiere su di una vecchia corvetta, di cui
ora non ricordo il nome, poiché sono passati da quell'epoca lunghi anni. Era
una gran nave però, buona veliera, un po' vecchia, sì, ma colle costole ancora
robuste, destinata ai lunghi viaggi dell'Oceano Atlantico e dell'Indiano, e
perciò costretta a passare sovente la linea equatoriale.
- Il capitano aveva sempre, fino allora, conservato l'usanza di rendere il
dovuto omaggio al re del mare, quando dall'emisfero settentrionale passava
nell'emisfero australe, e mai aveva avuto a pentirsene. Anzi soleva dire che,
appunto per quello, la sua corvetta godeva una buona protezione; ed infatti mai
una tempesta fatale l'aveva sorpresa, e quelle ordinarie le aveva facilmente
vinte.
- Ma gli uomini purtroppo cambiano, e anche il nostro capitano, seguendo
l'andazzo dei tempi, a poco a poco si era mutato, diventando uno spregiudicato.
- Avvenne or dunque che la nostra corvetta si trovò un giorno nei pressi della
linea equatoriale. Voi già sapete che questa linea è puramente geografica, e
perciò invisibile: è un semplice parallelo, egualmente distante dai due poli.
- L'equipaggio, fedele alle tradizioni marinaresche, cominciò a fare i
preparativi onde procedere al battesimo, e rendere quindi il dovuto omaggio a
Nettuno, il quale si dice abiti in prossimità della linea.
- Oh, allora erano bei tempi! Voi siete giovani, e non potete avere che una
pallida idea di quella cerimonia che faceva battere il cuore del marinaio,
perché sapeva di compiere un dovere che lo metteva al coperto dal furore degli
oceani.
- Quando echeggiava sul ponte di comando: "Ecco la linea!" una viva
emozione s'impadroniva di tutti: ufficiali, marinai e mozzi, eccoli tutti in
movimento per prepararsi alla festa.
- La gran gala, formata dalle bandiere di tutti gli Stati del mondo e dalle
bandiere dei segnali, saliva maestosamente in aria, distendendosi fra l'albero
di mezzana e la punta del bompresso, e il vessillo nazionale s'innalzava
maestosamente sul picco della randa, salutato da un colpo di cannone.
- Si frugavano e rifrugavano le casse di tutti, si spogliavano le cabine
dell'ufficialità e dei passeggeri per ornare l'opera morta, e dappertutto si
stendevano tappeti, arazzi e scialli variopinti, tramutando la nave in
un'immensa sala, sfolgorante pei lucenti metalli dell'attrezzatura e per le
tinte vivaci di tutto quel pandemonio di bandiere svolazzanti e di stoffe
spiegate al vento.
- Il mastro d'equipaggio e una dozzina dei più robusti marinai scomparivano,
mentre gli altri preparavano le pompe e i mastelli pel battesimo, tanto più
gradito al re del mare quanto più era abbondante
- Nel momento preciso che il vascello passava la linea, ecco giungere sotto
l'anca di tribordo o di babordo un'imbarcazione adorna di arazzi e di bandiere,
montata da una dozzina di tritoni e da un vecchio che raffigurava Nettuno. Una
voce grossa grossa si alzava dal mare, chiedendo:
"È battezzato il vascello?"
- "No!" - rispondeva l'equipaggio.
- "Ammainate la scala, dunque!" - comandava la voce grossa.
- La scala d'onore veniva tosto calata: i marinai si schieravano a prua coi
mastelli pieni d'acqua, dinanzi e attorno alle pompe; gli ufficiali e i
passeggeri a poppa.
- Il re del mare saliva gravemente sul ponte. Era un vecchio dalla lunga barba,
adorno di conchiglie, recante in capo una corona di metallo e nella sinistra un
tridente. Lo seguivano dodici marinai camuffati da tritoni, carichi di
conchiglie e di alghe marine.
- Il re, che era rappresentato dal mastro, si avanzava verso il capitano,
seguito da tutto il suo stato maggiore, e dopo di aver ricevuto un lungo inchino
da parte dell'intera ufficialità, chiedeva al comandante: "Hai pagato il
tuo tributo al re del mare?"
- "No", - rispondeva il capitano.
- "Allora ti battezzo".
- Così dicendo, prendeva una tinozza piena d'acqua e la rovesciava sul capo di
lui inondandolo completamente.
- Quello era il segnale del battesimo generale. Le pompe, energicamente
manovrate, inondavano passeggeri e ufficiali, e le tinozze si vuotavano sul capo
di tutti. Torrenti d'acqua correvano da prua a poppa, recando il dovuto tributo
al re del mare, e la battaglia si prolungava fino al completo esaurimento delle
forze di ambe le parti.
- La nave, così battezzata, poteva allora sfidare impunemente i furori degli
oceani, poiché Nettuno la proteggeva; ma guai a non farlo! Il tributo d'acqua
si cambiava in una ecatombe umana, e papà Catrame, che è ancora qui, vivo per
miracolo, lo sa!
Il vecchio marinaio per la terza volta s'interruppe, girando sull'attento
equipaggio un lungo sguardo, come per accertarsi che tutti lo ascoltavano
religiosamente; ricaricò la pipa, l'accese, indi continuò: - Come vi dissi, la
nostra corvetta era giunta nei pressi della linea: fra qualche ora doveva
lasciare l'emisfero settentrionale per entrare in quello meridionale.
- Il nostro mastro, rigido osservatore delle tradizioni marinaresche, si recò
sul ponte di comando seguito da tutto l'equipaggio, e disse al capitano:
"La linea è vicina, signore; Nettuno esige il suo tributo".
- "Vada al diavolo Nettuno e tutti i suoi tritoni" rispose lo
scettico.
- Il mastro impallidì.
- "Volete chiamare la sfortuna a bordo, signore", - disse.
- "Me ne rido della collera di Nettuno, io".
- "Ma l'equipaggio..."
- "Basta così", - rispose ruvidamente il capitano. - "Sono
padrone io a bordo: andatevene!"
- Salì sul ponte di comando, ordinò di sciogliere tutte le vele, perfino gli
scopamari e i coltellacci, e, per colmo di spavalderia insensata, fece ammainare
la bandiera, onde togliere al re del mare ogni idea che lo si volesse salutare.
- La corvetta, spinta da un buon vento, s'inoltrò verso la linea; ma, cosa
strana davvero, camminava più lenta del solito, e pareva che ad ogni istante
fosse lì lì per arrestarsi. I marinai sussurravano che erano i tritoni del re
del mare che si aggrappavano alla carena per non lasciarla passare; ma il
capitano crollava il capo e faceva aggiungere sempre nuove vele a quelle già
sciolte.
- A mezzogiorno preciso la corvetta passava la linea. Quasi nel medesimo istante
un fremito agitò la tranquilla distesa dell'oceano, e dalla profondità degli
abissi uscì un cupo rimbombo. Poco dopo un'onda immensa sorse agli estremi
confini dell'orizzonte, si distese e venne a rompersi con cupi muggiti sulla
prua della nave.
- Ci guardammo l'un l'altro, stupiti e spaventati, e, parola di papà Catrame,
vi era di che spaventarsi. Interrogammo ansiosamente gli ufficiali: ci dissero
che, per un caso strano, un fenomeno, non so se maremoto o cos'altro, era
avvenuto nel momento preciso in cui passavamo la linea. Ci credete voi? Io no, e
scommetterei che non ci credevano neanche gli ufficiali, perché erano pallidi
come tutti noi.
- Anche il capitano era diventato serio serio, e la sua fronte si era
aggrottata; ma egli era testardo come un guascone, e non voleva credere a
Nettuno, né alla potenza di questo re.
- Ed ecco ad un tratto sorgere all'orizzonte una nube, nera come il bitume. Voi
non lo crederete forse; ma io, con questi occhi ho veduto che quella nube aveva
tre punte acute, rassomiglianti a un gigantesco tridente. Eravamo tutti muti per
lo spavento: ufficiali, marinai e mozzi erano diventati pallidissimi allo
scorgere quella sinistra nube, nel cui seno guizzavano lampi sanguigni.
- Pareva che Nettuno avesse rizzato dinanzi a noi il suo immane tridente per
impedirci il passo; e così doveva essere, poiché poco dopo il vento girava
bruscamente al sud, soffiando di fronte a noi. Cresceva la sua violenza di
minuto in minuto, poi era caldo come se uscisse dalle voragini dell'inferno, e
sollevava con forza irresistibile l'oceano, alzando la gran nube, che si
estendeva minacciosamente sopra il nostro capo, e conservando sempre la sua
bizzarra forma.
- Dagli abissi del mare uscivano muggiti e boati profondi, il vento urlava su
tutti i toni attraverso il sartiame dell'alberatura, nell'aria rombava
incessantemente il tuono e lampeggiava. Talvolta tra le raffiche furiose, ci
pareva di udire una voce possente che ci gridasse: "Non passa la linea chi
non mi saluta!..."
- Invano il nostro capitano, che non voleva arrendersi al re del mare, comandava
manovre, girava di bordo per prendere vento largo, e tentava di avanzare
bordeggiando: la nave veniva respinta dalle onde e dal vento. Tre volte
ripassammo la linea, e tre volte fummo ricacciati nell'emisfero settentrionale.
- Scoppiavano le vele, cedevano le manovre correnti, si piegavano come
stuzzicadenti gli alberi e i pennoni, si sfondavano le murate, cresceva la paura
in tutti; ma il testardo non voleva capitolare, e tornava sempre più irato alla
carica, deciso di mandarci tutti a bere nella grande tazza salata, piuttosto che
retrocedere.
- Parve che la fortuna sorridesse all'audace, poiché a mezzanotte, dopo dodici
ore di lotta disperata, la corvetta ripassava la linea, entrando nell'emisfero
australe. Ma Nettuno aveva decretato la fine del testardo comandante.
- Un'ora dopo, una montagna d'acqua rovesciava la corvetta sul tribordo. Cosa
sia poi accaduto, non ho mai potuto saperlo con precisione. Mi ricordo
confusamente d'aver veduto non so quante onde precipitarsi con orribile
frastuono sul povero legno, di aver udito urla, invocazioni disperate, gemiti,
scricchiolii, uno spezzarsi di legni, poi più nulla.
- Quando rinvenni, mi trovai nel fondo di una scialuppa, solo sul burrascoso
oceano. Come ero là? Non lo seppi mai.
- La tempesta mi portò lontano lontano dal luogo del naufragio. Rimasi in mare
dieci giorni, mangiando una delle mie scarpe e aprendomi due volte una vena per
dissetarmi.
- Quando una nave mi raccolse, ero ridotto in uno stato da far compassione:
giallo come un melone, asciutto come un'aringa, tutto pelle ed ossa. Dei miei
compagni non ebbi più notizia; si sono salvati, o riposano in fondo agli abissi
marini? Io lo ignoro ancora; ma se qualcuno fosse sopravvissuto a quell'orribile
catastrofe, l'avrei incontrato in qualche angolo del mondo e invece nessuno mai
mi apparve. Sono tutti morti: il cuore me lo dice.
Papà Catrame col dorso della mano spazzò via due lagrime che gli solcavano le
incartapecorite gote, si mise la pipa in tasca e scosse malinconicamente il
capo, brontolando: - Non si creda più ora al re del mare!...
- A quale re? - chiese il capitano. - A quello creato dalla vostra balzana
fantasia? Non è così, mastro Catrame? Un tempo si poteva credere all'esistenza
di Nettuno forse, come si è creduto all'esistenza delle sirene e a cento altre
corbellerie; ma oggi no, vecchio mio. Simili storie si lasciano ai marinai
vecchi e barbogi...
- Ma la corvetta...
- Una tempesta qualunque l'ha affondata, Catrame.
- Ma quell'onda immensa...
- Un maremoto, mastro mio.
- Ma quella nube...
- Una nube pur che sia. Forse che non ne hai mai vedute di quelle che hanno tre,
cinque, dieci, venti punte?... Va' a dormire, papà Catrame, e lascia là
Nettuno che non è mai esistito e il battesimo della linea che non è un omaggio
reso al re degli abissi, ma una carnevalata inventata da allegri marinai. Va',
va' e bevi il resto della mia bottiglia.
La campana dell'inglese
Anche durante la terza giornata papà Catrame non comparve in coperta. Voleva
essere solo per frugare nei vecchi ricordi, onde prepararci una delle sue
funebri leggende, o l'età gli pesava troppo sul groppone? Chi può dirlo?
Quando però alla sera lasciò la cala e salì sul ponte, mi parve che fosse di
cattivo umore. Non salutò nessuno, non guardò né il mare, né l'alberatura, e
non chiese se fosse accaduto alcunché di straordinario. Andò a sedersi sul suo
barile, si prese il capo fra le mani e parve assopito.
Dovevamo aspettarci qualche paurosa storia, poiché il narratore non era d'un
umore da farci ridere. Cosa mai ruminava nel suo vecchio cervello imbevuto di
pregiudizi?
Niente d'allegro di certo, tanto più ch'egli era un vecchio triste come le
leggende che ci raccontava, e fantastico come le popolazioni che vivono sotto i
nebbiosi orizzonti dei mari del nord.
- Papà Catrame, - disse il capitano, - cosa ti frulla pel capo questa sera, che
hai un viso da funerale?
- Sono triste, - rispose il vecchio, scuotendosi.
- Forse che il mio Cipro ti mette indosso la malinconia? Se è cosi, andrò a
torcere il collo a quel birbone di musulmano che me lo ha venduto.
- Il vostro Cipro è eccellente.
- Forse che sei ammalato?
Papà Catrame scosse il capo, come per dire di no; poi alzò lentamente gli
occhi e, fissandoli su di noi, disse, con voce che faceva un certo senso: -
Credete voi alla campana dei morti?
Ci guardammo in viso l'un l'altro con stupore, misto a una certa paura. Di quale
campana intendeva parlare il vecchio mastro?
Non rispondendo nessuno, chiese: - Avete mai udito suonare la campana sotto il
mare, durante le tempeste, prima o dopo una disgrazia?
- Papà Catrame, - disse il capitano, - vaneggi, o sogni?...
- No, - rispose il vecchio con energia, - non sogno e non vaneggio; e qualcuno
di voi deve averla udita qualche volta.
- Le antiche storie narrano, - diss'egli, dopo alcuni istanti di silenzio, - che
durante le tempeste, le vittime del mare salgono alla superficie e suonano la
campana, per chiedere ai naviganti una prece. Voi sorridete ora, perché non
credete alle vecchie narrazioni marinaresche; ma aspettate un po'! Più tardi,
voi tutti che mi ascoltate, crederete alla campana dei morti, perché papa
Catrame l'ha udita suonare in mezzo all'ampio oceano.
- Che storia funebre dev'esser quella che ci racconterai! - disse il capitano. -
Se continui di questo passo, spaventerai tanto questi miei lupicini, che al
primo approdo scapperanno tutti, per non ritornare più mai sul mare.
Papà Catrame alzò le spalle, accese il suo pezzo di sigaro per umettarsi la
lingua, poi cominciò la sua terza novella, fra l'attenzione generale.
- Avevo stretta amicizia con un marinaio inglese, imbarcato sullo stesso legno
che io montavo. Non saprei proprio dirvi che tipo fosse: era stravagante,
eccentrico come tutti i suoi compatrioti, superstizioso come una femminuccia e
di umore sempre tetro.
- Parlava poco, beveva invece molto, e quando traballava, non faceva che parlare
dei morti, poiché aveva sempre una lugubre idea nel cervello, quella di morire
molto presto.
- Ogni volta che la nave lasciava un porto, egli veniva a bordo colle tasche
completamente vuote, convinto che quello doveva essere l'ultimo viaggio. Del
resto, era un eccellente camerata, con un cuore grande assai, e pagava sovente
da bere ai compagni più poveri, faceva piaceri a tutti, e, soprattutto, era un
bravo marinaio, rispettoso verso gli ufficiali, audace nelle tempeste e buon
cristiano; poiché quantunque inglese di nascita, era irlandese di origine, e
voi sapete che gl'irlandesi sono cattolici come noi.
Mastro Catrame si grattò la testa, come per fare scaturire dal cervello qualche
cosa, poi disse: - Si chiamava... Aspettate un po'... la memoria si è fatta
debole, e non ha mai ritenuto i nomi... Sì,... è così,... quell'originale si
chiamava Morthon, un nome non allegro, come ben vedete; e forse per questo
parlava sempre di morti.
- Avevamo lasciato i porti dell'America del Sud, diretti alle isole Mascarene,
non ricordo più se a quella di Borbone, o a quella dell'Unione. Morthon, fedele
alle sue abitudini, aveva dissipato nelle taverne del Brasile e della Repubblica
Argentina tutti i suoi risparmi, ed era tornato a bordo un'ora prima della
partenza, colle tasche penzolanti.
- Avevo notato però che si era imbarcato di assai cattivo umore, e che il suo
viso, butterato dal vaiolo, aveva un'aria da funerale, come dovevo averla io
poco fa, quando lo disse il capitano. Presentiva forse la sua imminente fine? Io
lo credo, poiché quel povero marinaio non doveva più rivedere né le nebbiose
spiagge della sua Inghilterra, né le verdeggianti sponde della Erinni
(Irlanda).
- Un giorno, o meglio, una sera, che eravamo di quarto sul ponte, egli mi si
avvicinò col viso disfatto, gli occhi strabuzzati, e mi chiese: "L'odi
tu?..."
- "Che cosa?" - domandai io sorpreso.
- "Non odi proprio nulla?"
- "Nulla, fuorché il vento che geme fra il sartiame e le vele".
- "È strano!" - disse.
- "Compare Morthon, hai sonno stasera: va' nella tua cuccia", gli
dissi.
- Egli mi guardò con due occhi pieni di terrore, e si allontanò più tetro che
mai.
- La sera seguente eccolo avvicinarsi ancora a me, col viso ancora stravolto e
bagnato di un freddo sudore, e farmi le stesse domande. Io cominciavo a credere
che il cervello di quel povero inglese si fosse guastato, e non vi feci più
caso.
- Cinque sere dopo, trovandoci noi quasi in mezzo all'Atlantico australe,
Morthon, che di giorno in giorno diventava più cupo e più taciturno, mi
afferrò bruscamente per un braccio serrandomelo come una morsa, e trascinatomi
violentemente verso poppa, mi chiese con voce affannosa:
- "Ma non l'odi tu?"
- "Tu sei pazzo, Morthon", - gli risposi. - "Quale strana idea
tormenta il tuo cervello?"
- Egli mi guardò fisso, quasi non credesse alle mie parole, poi emise un
profondo sospiro, come se gli si fosse levato di dosso un gran peso che gli
opprimeva il cuore, e si terse il sudore che gl'inondava il pallido viso.
- "Non m'inganni tu?" - chiese dopo pochi istanti. - "Non odi
proprio nulla? Ascolta bene, Catrame, ascolta attentamente".
- Mi curvai sul bordo, tesi per bene gli orecchi e ascoltai a lungo, ma nessun
suono strano giunse fino a me all'infuori del rompersi delle onde. Guardai
Morthon; egli mi fissava con due occhi da far paura, con un'ansietà estrema,
come se dalla mia risposta dipendesse la sua vita.
- "Non odo nulla che possa spaventarti tanto", - gli dissi. -
"Parla: cosa odi tu?"
- "Ho udito suonare poco fa una campana, e sono cinque sere che quei
funebri rintocchi giungono ai miei orecchi", - mi rispose con voce rotta.
- Lo guardai con spavento. Un'antica leggenda marinaresca dice che, quando un
marinaio ode la campana, è segno che sta per morire, poiché è la campana dei
camerati che riposano nel fondo degli abissi oceanici che lo chiama. Se Morthon
la udiva, evidentemente stava per morire, poiché i compagni lo aspettavano
nell'umida tomba, nel regno dei coralli.
- Non volli spaventarlo, e gli dissi che era una pazzia il credere alle antiche
leggende, che la sua era un'idea fissa nel cervello, e che non s'inquietasse.
Non mi rispose: s'allontanò pensieroso, tetro, borbottando fra sé non so quali
parole.
- Non lo rividi più per parecchi giorni. Seppi poi che si era ammalato, e che
di quando in quando veniva colto da accessi furiosi. Due settimane dopo
ricomparve in coperta, e appena mi vide, mi disse: "Catrame, so che sono
condannato, perché la campana la odo sempre. Se morrò, ricordati di me; e
quando mi getteranno in mare, recita una prece pel tuo vecchio camerata. Ma
bada, Catrame! Se tu ti dimenticassi, verrei anch'io a suonarti la
campana..."
- La sera stessa una violenta bufera si scatenava sull'Atlantico, nella notte
Morthon cadeva dalla cima del contropappafico, sfracellandosi il cranio sui
gradini del ponte di comando!... La campana de naufraghi l'aveva chiamato!...
Papà Catrame si fermò: pareva in preda ad una viva emozione, ed era diventato
più pallido del solito. Afferrò la bottiglia di Cipro, ne tracannò una buona
metà, come se volesse soffocare quei dolorosi ricordi, poi, con voce lenta,
monotona, riprese: - All'indomani, mentre continuava a imperversare la tempesta,
il cadavere del disgraziato mio camerata veniva gettato in mare, senza che si
potesse recitare l'uffizio dei morti, poiché le onde non ci davano tregua e la
nave correva serio pericolo. In mezzo a quella confusione non mi ricordai le
ultime parole del morto, e la prece andò in fumo.
- Non pensavo quasi più a Morthon, quando la terza notte dopo la sua morte,
mentre il mare era tranquillo e a bordo regnava un profondo silenzio, udii
squillare in fondo agli abissi una campana.
- Credetti di essermi ingannato, e mi curvai sul bordo per meglio ascoltare.
Sotto le acque io udii distintamente suonare una campana; rabbrividii, e
credetti per un momento d'impazzire per lo spavento. Morthon manteneva la sua
promessa!
- M'inginocchiai sulla prua della nave, e mormorai una prece per l'anima del
povero inglese. Subito quel funebre suono cessò, né da quella sera più mai lo
udii.
Noi rimanemmo tutti silenziosi, guardando con spavento papà Catrame, e,
tendendo gli orecchi, ci pareva di udire echeggiare sotto le onde dell'Oceano
Indiano la campana dell'inglese. Uno scroscio di risa ci strappò dal nostro
raccoglimento.
Era il capitano che così rideva.
- Che lugubre storia! - diss'egli. - Dimmi, papà Catrame: avevi bevuto molto
quella sera?
Il vecchio lanciò su di lui uno sguardo irato, poi rispose: - Nemmeno un sorso
d'acqua.
- Allora sei stato ingannato, vecchio mio.
- Forse che i vostri famosi scienziati hanno trovato la spiegazione di quel
funebre suono? - chiese il mastro con pungente ironia.
- Gli scienziati non c'entrano; ma la spiegazione te la darà un uomo di mare.
- Ah! - esclamarono i marinai con tono incredulo.
- Dimmi, Catrame, - riprese il capitano, - quando udisti la campana, dove si
trovava la tua nave?
- Presso l'isola di Los Picos.
- Allora ti dirò che il suono veniva di là.
- Ecco una cosa che non crederò mai, signore.
- E perché?
- Perché non ci sono né chiese, né conventi colà.
- Lo so.
- E nemmeno uomini.
- Lo so.
- E dunque? Che l'abbiano suonata le rocce?
- No: le onde, - rispose il capitano con voce solenne.
- Voi mi fate impazzire! - esclamò il mastro; - non vi comprendo più.
- Catrame, - riprese il capitano dopo alcuni istanti di silenzio, - quando
presso ad un'isola deserta contornata da banchi o da scogliere pericolose non vi
è un faro che avverta le navi, sai che cosa si mette?
- Non lo so, - rispose il mastro brusco brusco.
- Si mette una botte galleggiante o un gavitello qualunque sospendendo a una
gabbia di ferro una campana.
- Concludo: il tuo inglese era un pazzo, un maniaco che si era fisso in capo di
morire, e il suono funebre che tu hai udito, veniva dalla campana collocata per
ordine dell'Ammiragliato inglese presso i banchi di Los Picos, onde avvertire le
navi del pericolo. Non erano né i morti né gli uomini che la suonavano, ma
semplicemente le onde che scuotevano il galleggiante gavitello. Hai capito,
vecchio superstizioso?
In quell'istante nel ventre del nostro legno udimmo echeggiare un campana. Ci
alzammo tutti di scatto, pallidi, atterriti; papà Catrame, cadde dal barile,
emettendo un grido.
Il capitano proruppe in una seconda e più clamorosa risata.
- Ecco cosa fa la paura! - disse. - Credete che sia la campana de morti, e
invece è la nostra che chiama alla guardia gli uomini di quarto!... Buona sera,
papà Catrame, e bada che l'inglese non venga, qui sta notte, a tirarti le
gambe!
La croce di Salomone
Alla quarta novella di mastro Catrame, nessun uomo dell'equipaggio si fece
vivo. Tutti avevano paura delle funebri leggende di quel vecchio, tremavano ad
ogni rumore che si udiva nel fondo della stiva, paventando la comparsa dei
fantasmi del Caronte; impallidivano se una nave qualunque passasse
all'orizzonte, nel pensiero che fosse quella dell'olandese maledetto, e
trasalivano ogni volta che le onde muggivano più forte contro i fianchi del
vascello, credendo di udire la campana dell'inglese o di veder comparire il re
del mare.
Ne avevano fin troppo di quelle leggende, e se papà Catrame continuava su quel
tono, molto probabilmente nessuno sarebbe più rimasto a bordo, appena la nave
avesse toccato i porti dell'India.
Quella sera papà Catrame rimase un bel pezzo solo, seduto sul barile; ma egli
non parve inquietarsi di ciò. Trasse di tasca un largo foglio di carta, prese
un pezzo di carbone, scrisse alcune righe con un carattere zoppo e gobbo, ed
appiccicò quella specie di cartello sull'albero di maestra.
Ciò fatto, tornò al suo barile, si accomodò meglio che poté e, accesa la
vecchia sua pipa, si mise a fumare come un turco.
Tutti avevamo notato la singolare manovra del vecchio e, spinti da una
irresistibile curiosità, ci avvicinammo all'albero per vedere cosa stava
scritto sul foglio.
Ci volle non poca fatica a decifrare quegli sgorbi, poiché mastro Catrame
scriveva come un marinaio, facendo certe aste grosse e certe code che non si
sapeva dove andavano a terminare. Alla fine però riuscimmo a leggere fra la
più alta meraviglia la seguente bizzarra dicitura: "Come una croce di
Salomone facesse diventare mastro Catrame re di un'isola!"
- Cosa significa quella roba li? - chiese un gabbiere.
- Perbacco! - esclamò il capitano. - È il titolo della novella di stasera.
- Come! Papà Catrame è stato re?... - esclamarono tutti.
- Lo dice lui.
- Che storia è mai questa?
- E c'entra una croce di Salomone!
- Papà Catrame è impazzito!
- L'inglese gli ha tirato le gambe e la paura gli ha sconvolto il cervello.
- Silenzio! - esclamò il capitano con tono imperioso. - Non si giudicano le
persone prima dei fatti... Marche! Andiamo a udire la novella del vecchio
lupo!...
Quando papà Catrame ci vide tutti intorno seduti dinanzi al suo barile, ci
guardò con un sorriso di compiacenza e si stropicciò allegramente le mani.
Senza dubbio era contento della sua trovata originale per farci accorrere.
- Tu, papà Catrame, ci prometti stasera una storia meravigliosa - disse il
capitano, - e pare che questa volta non c'entrino né vascelli fantasmi, né
morti che suonano le campane. Se ci farai stare allegri ti prometto non una, ma
sei bottiglie di vino di Spagna, di quello che fa andare in solluchero gli
uomini della tua età.
- Sarò allegro, - rispose il mastro con un sorriso sardonico.
- Niente leggende dunque, stasera?
- La leggenda entra sempre nelle mie narrazioni.
Il capitano fece una smorfia di malcontento; ma papà Catrame lo rassicurò con
un gesto.
- Se fosse una storia sinistra, non sarei qui a raccontarla, - disse. - Toccò a
me; ma sebbene abbia corso un brutto pericolo e per poco non sia stato messo
allo spiedo come un capretto, non è punto paurosa.
- Apri per bene il becco e canta, vecchio mio.
- Le trombe! - esclamò mastro Catrame. - Ecco un fenomeno che fa raddrizzare i
capelli ai più vecchi e ai più audaci marinai, che fa impallidire i capitani e
gli ufficiali e quasi morire di paura i passeggeri che si avventurano
sull'oceano.
- Chi di noi non ha tremato di spavento all'avvicinarsi di quelle colonne
d'acqua turbinose, che sconvolgono il mare, che abbattono quanto incontrano sul
loro passo, che travolgono le navi più gigantesche, sollevandole come semplici
pagliuzze, per poi cacciarle rotte capovolte in fondo agli abissi? Chi non...
- Olà! papà Catrame, - disse il capitano interrompendolo. - Cosa c'entrano le
trombe colla croce di Salomone, il tuo regno e il tuo spiedo?
- Un po' di pazienza, signore.
- Lascia le trombe marine e tira avanti, dunque. Tutti le conosciamo, perbacco!
- Voi forse avrete udito parlare del tremendo naufragio dell'Albert nell'Oceano
Pacifico, parecchi anni or sono, al 14° di latitudine sud e al 204° di
longitudine est.
- Lo udii narrare quando ero ragazzo, - rispose il capitano. - So che fu
sollevato da una tromba marina e poi cacciato a fondo.
- Sapete per quale motivo si perdette?
- No! - esclamarono tutti.
- Per una croce di Salomone che il mastro di bordo non ebbe il tempo di fare.
- Oh! - esclamarono i marinai con tono incredulo, mentre il capitano rideva a
crepapelle.
- Ascoltate e poi giudicate, - aggiunse mastro Catrame imperturbabilmente. -
Come vi sarete già immaginato, io facevo parte dell'equipaggio dell'Albert, un
grande veliero che batteva bandiera inglese e che era destinato al trasporto
degli emigranti dal Celeste Impero nella California.
- Avevamo già attraversato quattro volte il grande oceano e, quantunque poche
volte lo avessimo trovato degno di chiamarsi Pacifico, pure nulla di grave ci
era mai toccato. Durante il quinto viaggio, nei pressi dell'arcipelago dei
Navigatori, che si chiama anche di Samoa, ecco un furioso uragano assalire la
nostra nave.
- Si lotta disperatamente per non venire trascinati verso una delle tante isole
che ingombrano quel grande mare, sapendo che erano popolate da certi brutti musi
color cioccolatta e regolizia, i quali hanno la brutta abitudine di cacciare
nella pentola o di mettere allo spiedo quei disgraziati che il loro buon padre -
l'oceano - spinge sulle loro spiagge. Tutti i nostri sforzi riescono vani. La
nave traballa come un marinaio che ha bevuto tre bottiglie di rhum, si rovescia
ora sul babordo ed ora sul tribordo, imbarcando vere montagne d'acqua; i suoi
alberi oscillano come fossero per andare in pezzi; la prora, percossa sempre
più furiosamente, comincia a fendersi, e l'oceano fa la sua comparsa nella
stiva.
- Si poteva ancora sperare; ma no, ché il diavolo volle metterci anche lui la
coda. Erano le quattro pomeridiane, non un minuto di più né di meno, quando
vedemmo staccarsi dalla massa delle nubi una specie di cono. A poco a poco si
allunga, si raccorcia, poi torna ad allungarsi, come se venisse attirato da una
forza misteriosa.
- Sotto a quella specie di tromba il mare si alzava a spaventosa altezza, poi
ricadeva, formando una specie di vortice, indi tornava ad alzarsi come se avesse
una voglia matta di stringere la mano a quel pezzo di nube.
- Quel brutto gioco durava da dieci minuti, quando finalmente mare e nube si
unirono. Ecco la tromba formata, ma quale tromba! Era una colonna grossa quanto
un'isola; la nube aspirava il mare con furia estrema, il vento la portava con un
moto rotatorio vertiginoso e la spingeva addosso a noi che non eravamo più in
grado di evitarla, poiché il timone si era spezzato e tutte le nostre vele
erano ridotte a pochi brandelli...
Papà Catrame si fermò per riprendere lena e per vuotare un altro bicchiere di
Cipro; poi, guardandoci fissi, ci chiese bruscamente:
- Credete voi all'efficacia della croce di Salomone?
- Sì, - risposero alcuni.
- No, - dissero altri.
Il capitano invece si strinse nelle spalle e sorrise beffardamente.
- Allora dirò, a quelli che non credono, che non hanno mai provato a fare una
croce di Salomone dinanzi a una tromba marina, poiché, se l'avessero fatta,
avrebbero veduto la terribile colonna d'acqua rompersi all'istante, - disse
mastro Catrame con un tono cattedratico. - Credete voi che i nostri vecchi non
abbiano spezzato delle trombe, per insegnare a noi questo mezzo infallibile? Ora
si dice che vi sia un altro mezzo. Ma che! È la croce che ci vuole, e ve lo
dice papà Catrame!
- L'ho veduta fare non una, ma dieci, venti, cinquanta volte, e la tromba si è
rotta sempre prima di giungere addosso alla nave, oppure ha girato al largo.
Bastava che il più vecchio marinaio di bordo si recasse a poppa, tracciasse la
magica croce o sul coronamento o sulla ribolla(8) del timone e la colonna
roteante si sfasciava.
- Ma basta; ripigliamo la narrazione, o non la finirò prima di domani mattina.
Aspettate un po'!... ah sì! per mille boccaporti!... È proprio così: la
tromba si avvicinava con rapidità vertiginosa e noi ci trovavamo nell'assoluta
impossibilità di evitarla. Bisognava adunque tracciare subito la croce, o per
noi era proprio finita.
- Il nostro mastro o bosmano, come lo chiamano i marinai d'oltre Manica, un
vecchio di non so quanti anni, per la prima volta in vita sua perde la flemma e
la rigidità della sua razza, e corre, anzi vola verso poppa per tracciare sul
coronamento la magica croce. Ma anche in questo disgraziato viaggio, ecco messer
Belzebù che ci mette la sua coda, e il povero bosmano scivola rompendosi la
testa.
- La tromba, non più frenata dalla potenza misteriosa della croce, ci piomba
addosso, ci investe, ci alza in aria. Se dovessi dirvi cosa ho veduto e provato
in quel momento, vi giuro che non saprei farlo nemmeno oggi.
- Ho udito un frangersi di legnami, un laceramento di vele, poi fischi strani,
muggiti orribili, e ho veduto turbinare la nave fra il mare e le nubi, in mezzo
a una immensa colonna d'acqua. Mi sono sentito sollevare a prodigiosa altezza,
poi mi sono trovato, non so ancora come, sotto le onde. Quando tornai a galla
non vidi più né la tromba, né la nave, né i miei compagni; però tutto
all'intorno galleggiavano, urtandosi furiosamente, pezzi di fasciame, pezzi
d'alberi, antenne, casse, botti e non so quanti altri oggetti.
- La catastrofe era completa; l'Albert era stato inghiottito dalla tromba
marina, dopo di essere stato disarticolato dalla violenza dell'acqua.
- Ero io l'unico superstite di quel tremendo naufragio, o qualche altro si
trovava presso di me? Pel momento non riuscii a saperlo, poiché nessuna voce
umana rispose alle mie disperate grida. Più tardi però, un anno o due dopo,
appresi con gioia che parecchi miei compagni si erano miracolosamente salvati e
fra loro anche quel disgraziato bosmano, unica causa della perdita dell'Albert.
Ah! se quel malaugurato inglese non avesse avuto tanta fretta, forse sarei
ancora a bordo di quel magnifico veliero e chissà con quale paga!...
Papà Catrame mandò un sospirone lungo quanto la gomena di un'ancora, che mise
in allegria tutto l'uditorio, prese animo mandando giù una mezza bottiglia che
il camerotto(9) gli porgeva, si pulì le labbra col dorso della mano e continuò
la narrazione.
- Vi confesso che avevo indosso una grande paura nel trovarmi solo sull'immenso
oceano, in balìa delle onde che mi cacciavano in corpo non so quanti bicchieri
d'acqua, facendomi sternutare come chi fiuta tabacco per la prima volta. E avevo
maggior paura sapendo di trovarmi in paraggi abitati da non pochi di quei
divoratori di marinai che si chiamano pescecani. Non volevo però morire prima
di lottare e disputare la mia pelle alle onde, dibattendomi come il diavolo
nell'acqua santa.
- Dopo di aver errato una buona mezz'ora, ora spinto innanzi, ora indietro, ed
ora sballottato con molto poca gentilezza, raggiunsi finalmente un rottame dell'Albert.
Era un pezzo della nostra cucina, la coperta se non m'inganno, e mi faceva molto
comodo, tanto anzi che mi vi sdraiai sopra e, non lo crederete, mi addormentai
d'un sonno così profondo che vi assicuro non mi avrebbe svegliato nemmeno la
gran campana di Pechino.
- Figuratevi quale fu il mio stupore quando, riaperti gli occhi, mi trovai non
più sul tetto della mia cucina, non più sull'oceano, ma mollemente disteso
sopra la fresca erba, all'ombra di superbi alberi che avevano foglie lunghe un
paio di metri, non so più se fossero cocchi artocarpi o areche; ma ciò poco
conta.
- Mi levai a sedere credendomi lo zimbello d'un sogno, e solo allora mi accorsi
che ero circondato da trenta o quaranta brutti musi, color del pepe e della
cioccolatta, nudi come Adamo, cioè no, poiché portavano un anello infilato nel
naso, e sul capo due o tre penne d'uccelli del paradiso.
- Vedendomi ancor vivo, quei furfanti sbarrarono certe bocche da mettere i
brividi. Pareva che loro si aprisse mezza la testa d'un sol colpo, e mostravano
certe file di denti da fare invidia a un coccodrillo. Ridevano come pazzi
battendosi il ventre con ambe le mani, e si stropicciavano l'un l'altro il naso
con tale energia da allungarlo mezzo palmo.
- Credetti di venire colto dalla febbre terzana, e ne avevo ben il motivo, non
ignorando che quegli allegri messeri hanno la brutta abitudine di mangiare i
naufraghi, e mi pareva di sentirmi precipitare in un pentolone a bollire colla
salsa verde o di sentirmi passare attraverso il corpo un immane spiedo.
- Vi giuro che in quel momento mandai di cuore alla malora quel furfante di
bosmano, causa unica di tutte le mie disgrazie, poiché se quella benedetta
croce...
- Sappiamo il resto, papà Catrame, - interruppe il capitano. - Lascia lì la
croce di Salomone e tira innanzi, che sono curioso di sapere come finì il tuo
regno.
- Ripiglio il filo, - disse il mastro. - La mia paura durò pochi minuti,
poiché colla più grande sorpresa vidi quei selvaggi, che a prima vista avevo
scambiato per antropofaghi voracissimi, usarmi mille sorta di cortesie. Gli uni
mi strofinavano le membra, gli altri mi rinfrescavano con certi ventagli di
foglie o mi offrivano frutta o venivano a strofinare il loro naso contro il mio
in segno di amicizia, usando gl'isolani del Pacifico salutarsi in questo
bizzarro modo.
- Quando mi videro tranquillo e sazio, con cenni mi invitarono a seguirli e mi
condussero in un grande villaggio, dalla cui popolazione venni accolto con
grandi dimostrazioni di gioia. Colà mi posero in capo una corona di piume, mi
passarono nel naso un anello di rame e mi condussero finalmente in una comoda
capanna, facendomi capire che d'ora innanzi io ero il loro re!
- "Corbezzoli!" - esclamai. - "Mai marinaio fu così
fortunato!"
- Più tardi però dovevo accorgermi che specie di fortuna era quella toccatami!
Mi sento ancora venire i brividi, tutte le volte che ci penso.
- Ma non divaghiamo. Eccomi adunque re di quell'isola in causa di quella
disgraziata croce. I miei sudditi si facevano in quattro per portarmi i prodotti
più succulenti della terra e del mare. Nella mia capanna piovevano tutte le
mattine pesci d'ogni specie, maialetti arrostiti con certe radici appetitose,
frutta squisite e vasi ripieni d'una specie di birra assai piccante. Figuratevi
se papà Catrame, che è sempre stato un gran divoratore, come lo sono in
generale tutti i marinai, non approfittava di tanto ben di Dio! Mangiavo come un
lupo tre colazioni al mattino, due pranzi nel pomeriggio e tre o anche quattro
cene durante la notte. In capo ad un mese ero diventato tanto grasso che dovetti
far allargare la porta della mia regale dimora e rifare quattro volte il
mantello di tela di gelso regalatomi dal mio popolo.
- Non esito a credere che sarei diventato grosso come un elefante o per lo meno
quanto un rinoceronte, se avessi continuato quella vita beata; ma così non
doveva avvenire.
- Un bel mattino, anzi un brutto mattino, ricevo la visita di sei grandi
dignitari, sei capi valorosi, ma anche maestri di gastronomia, a quanto seppi
poi. Credetti che venissero a trovarmi per affari riguardanti il mio regno, anzi
mi ero messo in capo l'idea che venissero a trattare il mio matrimonio con
qualche bellezza color regolizia, onde la mia dinastia non si spegnesse con me;
ma indovinate quale fu la mia meraviglia quando li vidi avvicinarsi con certe
facce sospette, che tradivano un'ardente bramosia, ed esaminarmi con profonda
attenzione, palpandomi le braccia e le cosce. Li udii discorrere tra di loro in
una lingua che non conoscevo, poi mi fecero un profondo inchino e se ne
andarono.
- Rimasi perplesso, non sapendo a cosa attribuire quella accurata visita.
Credetti che i miei sudditi avessero paura che io non mangiassi abbastanza e che
deperissi, sicché quel giorno feci sei colazioni, quattro pranzi e cinque cene.
Ahimè! dovevano essere le ultime!
- Alla sera, mentre stavo digerendo tranquillamente la mia quinta cena, ecco
tornare i sei visitatori accompagnati dal cuoco di corte e sottopormi ad
un'altra minuziosa visita. Quand'ebbero terminato se ne andarono con un nuovo e
più rispettoso inchino: mentre però uscivano, udii queste misteriose parole:
"È fissato per domani! Siamo intesi!"
- Cominciai a pensare seriamente. Cosa c'entrava il cuoco di corte? Quell'uomo
non era un alto dignitario e avevo ben diritto di offendermi di quella mancanza
di etichetta. E poi, a che intendevano di alludere con quel "a
domani"? Diventai inquieto e andai a cercare il mio primo ministro.
- Lo trovai in cucina occupato a far pulire un pentolone così grande da
contenere due uomini!...
- Potete immaginare se rimasi stupito. Come mai il mio primo ministro si
occupava del vasellame di cucina?
- "Kara-Olo!" - esclamai con severo cipiglio. - "È così che voi
curate gli affari dello Stato? Poffare! un ministro che fa lavorare i guatteri!...
Vergognatevi, pezzo d'asino!..."
- "Maestà", diss'egli umilmente. - "Procuro che tutto sia pronto
pel grande banchetto di domani".
- "Un banchetto?" - esclamai. - "Forse che il mio popolo intende
di offrirmi un pranzo nazionale?"
- Questa volta fu Kara-Olo che mi guardò con sorpresa.
- "Ma siete voi che date il pranzo alla popolazione!" - esclamò.
- "Io!..."
- "Ma sì, maestà", - rispose candidamente il mio primo ministro. -
"Siete abbastanza grasso, e stavo misurando questa pentola per assicurarmi
se era capace di contenervi!..."
- Compresi tutto fin troppo! Si stava per mangiare il re, Catrame I! Era per
questo che mi avevano portato tante e tante ghiottonerie! Rimasi un bel pezzo
senza respirare e senza muovermi. Io scommetto che in quel momento dovevo essere
bianco come un gabbiano e che, se mi avessero aperta una vena, non sarebbe
uscita una sola goccia di sangue.
- Mi trascinai nel mio appartamento, bagnato da capo a piedi d'un gelido sudore.
Non so quante ore rimasi accasciato sul mio trono. Quando tornai in me, la notte
stava per andarsene, ma un silenzio assoluto regnava ancora nel mio villaggio.
Avevo preso una risoluzione disperata.
- Presi un pennello tinto di nero e vergai, con mano abbastanza sicura, queste
parole sulla parete della mia regale dimora:
RINUNCIO AL TRONO: MANGIATE IN MIA VECE IL MIO PRIMO MINISTRO. - CATRAME I
- Diedi un pugno alla mia corona, aprii il mio coltello da marinaio, che avevo
gelosamente conservato, infilai la porta, attraversai il bosco e, giunto sulla
riva del mare, balzai in una canoa, abbandonando senza rimpianto il mio regno e
i miei sudditi.
- Otto giorni dopo venivo raccolto da un bastimento danese. La paura di venire
raggiunto e messo a cuocere nella salsa verde e la fame m'avevano ridotto in
così breve tempo a pelle ed ossa.
- Se i miei ex sudditi mi avessero veduto, non so di quanto si sarebbero
allungati i loro nasi.
E così, - disse il capitano, - tu, papà Catrame, per una croce di Salomone non
fatta sei diventato re. Bella fortuna, perbacco!...
- Tanto bella, signore, - rispose papà Catrame con gravità, - che vi avrei
regalato la mia corona col massimo piacere.
- Sarei almeno diventato grasso.
- Per ingrassare poi i vostri sudditi. Buona notte: torno nella mia cala!...
- Un momento, Catrame.
- Desiderate, capitano?
- Darti un consiglio. Quando vedrai una tromba marina, lascia andare la croce di
Salomone, che è stata inventata per gli sciocchi o per i superstiziosi, e fa'
sparare un colpo di cannone; senza palla, se così ti piace. Basterà la
detonazione per romperla: te lo assicuro io. Buona notte, Catrame, primo ed
ultimo!
I fantasmi dei mari del Nord
La quinta sera l'ex re dei selvaggi non comparve in coperta. Era risalito
all'ora del pranzo, aveva divorato la sua razione con un appetito da vecchio
pescecane, poi, vedendo che il mare era sempre tranquillo e il vento costante,
si era rintanato, portando con sé una grossa provvista di biscotti e gli avanzi
del pasto.
L'equipaggio, che ci prendeva gusto a quelle narrazioni più o meno fantastiche,
si era radunato per tempo attorno al barile, disputandosi i primi posti; ma
papà Catrame non si fece vivo. Era ammalato, oppure aveva alzato un po' troppo
il gomito? Non lo si poté sapere, poiché il vecchio orso mai ce lo disse, e il
camerotto, che mandammo nella cala per vedere e saperci riferire qualche cosa,
tornò in coperta con la faccia pesta da una ciabatta tiratagli contro.
Aspettammo fino alle nove, poi fino alle dieci, ma invano. Alcuni, malgrado il
superstizioso terrore che ispirava quello strano vecchio e la brutta accoglienza
toccata al camerotto, ardirono scendere in fondo alla stiva; ma non ci seppero
dire altro che l'orso marino russava come un tasso, anzi come un contrabbasso
scordato.
Il capitano, che voleva molto bene al suo mastro e che chiudeva uno e anche
tutti e due gli occhi sulle originalità di lui, ordinò che per quella sera lo
si lasciasse tranquillo.
- Avrà la lingua stanca, - diss'egli ridendo. - Perbacco! Ha parlato più in
queste sere, che in tutta la sua vita.
Tutti obbedirono, ma un vivo malumore regnò a bordo e gli uomini di guardia si
annoiarono mortalmente, specialmente quelli del primo quarto, che si erano
abituati a passarlo dinanzi al barile del vecchio marinaio.
L'indomani papà Catrame riapparve in coperta all'ora del pasto; ma anche questa
volta si portò via gli avanzi e andò a celarsi in fondo alla cala. Giunta la
sera, non diede segno di vita.
- Ah! briccone! - esclamò il capitano. - Che il furbo creda di aver terminata
la sua pena? Olà! Due uomini scendano nella cala e dicano al mastro che, se non
viene a sciogliere la lingua, lo passo ai ferri per gli altri otto giorni.
Andate!
Dieci minuti dopo papà Catrame era nuovamente seduto sul suo barile, circondato
da tutto l'equipaggio, ansioso di udire la quinta novella.
Il mastro era di umore cattivo e certo aveva obbedito pel solo timore che il
capitano facesse eseguire alla lettera la minaccia di passarlo ferri. Non
dovevamo aspettarci quindi una allegra storiella; lo leggevamo negli occhi del
narratore.
- È pronta la tua lingua? - chiese il capitano, assumendo un'aria arcigna.
Papà Catrame fece un gesto affermativo.
- Parla adunque!
Il mastro curvò la testa sul petto per concentrarsi, mentre attorno lui si
faceva un religioso silenzio; frugò e rifrugò nel suo cervello alcuni minuti,
poi socchiudendo gli occhi grigi ci chiese:
Avete mai fatto voi un viaggio nelle regioni polari?
Nessuno rispose, eccettuato il capitano che borbottò un sì.
- Comprendo, - riprese papà Catrame con ironia. - A nessuno di voi garba
sfidare i freddi intensi del polo artico o antartico. Bei marinai, perbacco! Le
costipazioni vi hanno fatto paura!... Là... là!... i marinai moderni tremano
dinanzi ad un orso bianco e non osano affrontare i fantasmi polari!... I
fantasmi del polo!... Ecco il titolo della mia quinta novella, e se non vi
garba, buona notte a tutti e vado nella cala.
- Adagio, papà Catrame, - disse il capitano - Questa sera non andrai a dormire
nella tua tana prima di averci narrata la quinta novella, a meno che tu non
preferisca di dormire colle manette. Orsù, fantasmi o folletti, orsi o lupi,
tira innanzi, ché tutti ti ascoltiamo. Ehi, camerotto, versa un buon bicchiere
al nostro narratore e recagli una dozzina quei grossi sigari di Manilla,
affinché cessi il broncio e ci mostri un viso un po' più da cristiano.
Diamine! Hai una cera da turco questa sera, mio caro orso marino.
Il vecchio mastro, che era di umore assai nero, si rabbonì un po'; vuotò con
visibile soddisfazione l'eccellente Cipro del capitano, e diede fuoco a uno di
quei deliziosi sigari, inghiottendo ed eruttando vere nubi di fumo.
- Il polo artico! - riprese egli. - Chi non si sente correre un brivido
nell'avvicinarsi a quell'oceano misterioso, coperto di immensi campi di
ghiaccio, scintillanti ai sanguigni riflessi dell'aurora boreale e coperti da
quei pesanti e diacciati nebbioni, che pare si aprano a stento dinanzi
all'affilato sperone delle navi? - È là, in quelle solitudini desolate, dove
non cresce una pianta sulle gelide isole, che si stende una notte non interrotta
di sei mesi; è di là che si staccano quegli immensi campi di ghiaccio che le
correnti portano fino sulle coste della Norvegia e su quelle della Scozia e
dell'Irlanda; là dove gelano il vino, il petrolio, l'acquavite, il cognac e
perfino il mercurio, e non soltanto i nasi, ma le mani e i piedi ai disgraziati
marinai che si avventurano fra quelle alte latitudini o spinti dall'avidità del
guadagno o dall'amore per la scienza o dalla potente curiosità di sollevare il
velo che si stende attorno a quel punto misterioso che si chiama polo; è là
infine dove si vedono talvolta delle ombre giganti errare fra i nebbioni e le
nevi, che appariscono animali immensi dalle forme strane e fantasmi enormi che
passano a fianco delle navi e dinanzi agli occhi degli atterriti equipaggi; che
si odono fra i fischi del vento boreale urla, muggiti orribili, scrosci
spaventevoli che nessuno saprà mai da quali creature sono emessi, ma che le
leggende dei popoli nordici attribuiscono ai maghi che circondano il punto
misterioso, quel punto che costò la vita a tanti marinai di tutte le nazioni
del mondo e che ora dormono il sonno eterno sotto i campi di ghiaccio, nel seno
di quell'oceano spaventevole.
- Cospettaccio! - esclamò un giovane gabbiere. - Mi fate venire la pelle d'oca,
papà Catrame! Che racconto lugubre!...
Il vecchio orso fece intendere un grugnito minaccioso e agitò nervosamente le
braccia. Se il gabbiere fosse stato più vicino, avrebbe sentito quanto erano
pesanti le sue mani.
- Asino! - brontolò il vecchio. - Se m'interrompi ancora, t'insegnerò io a
rispettare il tuo mastro. O che! sono diventato io il tuo buffone forse?...
Ventre di balena! Se...
- Ohè, papà Catrame, basta! - disse il capitano. - Questa sera pizzichi
troppo. Ripiglia il filo; e voi... silenzio, o vi faccio fare un bagno.
L'imprudente gabbiere si ritirò lestamente dietro all'albero cogli occhi bassi;
ma l'irascibile mastro brontolò due buoni minuti prima di riprendere la sua
disgraziata narrazione.
- Dovete sapere adunque, che avevo preso imbarco su di un brigantino, il quale
aveva per scopo di esplorare non so quali isole dell'Oceano Artico, onde
rintracciare gli avanzi di due navi colà perdutesi assieme agli uomini che le
montavano e ad un ammiraglio che le guidava verso il polo.
- Forse l'ammiraglio Franklin? - chiese il capitano, che era diventato assai
attento.
- Mi pare che si chiamasse appunto così, - rispose papà Catrame.
- Allora voi andavate in cerca dell'Erebo e del Terror o degli avanzi di queste
navi.
- Sì, sì, le chiamavano appunto così, - disse il mastro, dopo alcuni istanti
di riflessione. - Ma ciò non importa, tanto più che non abbiamo trovato né
l'una, né l'altra, e che siamo tornati a casa mezzo morti dal freddo, tutti
ammalati di scorbuto, cioè non tutti, poiché due o tre sono stati portati via
dai fantasmi del polo.
Il capitano proruppe in un'allegra risata.
- Ridete! - esclamò papà Catrame colla più alta meraviglia. - Forse che voi
non avete mai udito parlare di quei fantasmi giganteschi? Tutti i marinai che si
sono avventurati fra quelle gelide e desolate regioni li hanno veduti, e anche i
marinai che non hanno mai messo piede al di là del circolo artico lo sanno,
poiché i popoli nordici ne parlano da secoli e secoli.
- Lo so, - rispose il capitano ridendo sempre, - anzi dirò che anch'io ho
veduto dei mostri immensi, dei fantasmi spaventevoli e molte cose ancora.
- E non credete?
- Continua ora la tua narrazione; udiamo cosa dicono i marinai di quelle
apparizioni paurose.
Mastro Catrame crollò il capo con una mossa che fece ridere tutti, facendo nel
medesimo tempo un gesto di commiserazione per l'incredulità del suo capitano,
poi riprese lentamente:
- Lasciato il porto di Liverpool, ci dirigemmo verso il nord, e il vento fu
così favorevole che ventidue giorni dopo ci trovavamo in un mare assai vasto,
che i geografi hanno voluto chiamare baia di Baffin. Guardate un po' se un mare
si deve chiamare baia!... Eppure è così, non sarò certamente io che
rimetterò le cose a posto.
- Ma lasciamo questa questione e tiriamo innanzi a gonfie vele. Non so dirvi con
precisione dove la nostra nave si trovasse, quando una sera calò sul mare un
nebbione così fitto che gli uomini di poppa non riuscivano a distinguere un
oggetto qualunque posto un palmo al là del loro naso, e quelli di prua a
discernere la scotta(10) della trinchettina, che pure, come voi tutti sapete,
viene a legarsi sulla murata prodiera.
- Fino allora l'equipaggio aveva affrontato i freddi e i ghiacci con molto
coraggio, nulla di straordinario essendo accaduto durante quel primo mese di
navigazione; ma quella sera una inquietudine generale regnò a bordo, essendosi
sparsa la voce che noi andavamo in cerca di due equipaggi morti in mezzo a quei
deserti di neve. I vecchi marinai, sia perché erano spaventati o perché
volevano provare il coraggio dei giovani, diedero la stura alle lugubri leggende
polari, narrazioni paurose che facevano venire altro che la pelle d'oca, come
disse poco fa il gabbiere. Nani e giganti venivano a galla a centinaia, insieme
coi mostri orrendi che abitano gli abissi boreali, genî del mare cattivi e
buoni, dalle lunghe barbe e coperti di pelli dal lungo vello; poi i marinai
morti in quelle regioni, che vagavano fra i nebbioni, e chi più ne sa, più ne
metta.
- Comunque sia, al calar di quel nebbione, un certo terrore si manifestò fra
l'equipaggio poiché le antiche leggende nordiche dicono che è allora appunto
che appariscono i maghi, i naufraghi e i mostri. Io però, che ero un po'
incredulo, mi tenevo tranquillo e altro non cercavo che di riscaldarmi con dei
buoni bicchieri di brandy e di gin, liquori che abbondavano a bordo del veliero
americano. La nebbia intanto continuava a calare sempre più densa, sempre più
pesante, come se volesse schiacciarci, e in mezzo a quell'oscura atmosfera si
udiva il vento fischiare e ululare sopra le nostre teste, fra gli alberi, i
pennoni e i cordami; sul gelido mare echeggiavano di tratto in tratto dei sordi
fragori, e delle larghe ondate venivano a rompersi con lunghi muggiti contro i
fianchi della nostra nave.
- Io credo che fossero ghiacci che si capovolgevano; ma i marinai, il cui
spavento cresceva di minuto in minuto, sussurravano che erano i morti delle due
navi naufragate o i maghi del polo o i re marini.
- Vi confesso che nel vedere quel nebbione diventare sempre più fosco,
nell'udire continuamente quei fragori e quegli ululati, cominciavo anch'io a
provare qualche cosa di più dell'inquietudine e che certi momenti sentivo il
cuore diventarmi piccolo piccolo.
Poco dopo la mezzanotte, ecco apparire improvvisamente, attraverso quel freddo e
pesantissimo nebbione, come una luce sanguigna che balenava or qua e or là,
diventando talora intensa e talvolta diminuendo bruscamente, come se fosse lì
per spegnersi. Cosa era? Io non ve lo saprei dire, quantunque il nostro capitano
ci assicurasse che doveva essere un'aurora boreale che appariva al di là del
nebbione. Io però stento anche ora a crederlo, poiché, qualunque cosa dicano i
signori scienziati, non ho mai veduto un'aurora di quella specie, la quale si
muoveva come se avesse indosso la tarantola.
- Ah! papà Catrame! - esclamò il capitano.
- Aspettate, signore, - rispose il mastro serio serio. - Quantunque quella luce
color del sangue facesse su tutti noi un certo effetto, non ci spaventammo
troppo, essendo sempre assai lontana, o almeno pareva che lo fosse. Ma il brutto
venne dopo.
Mi ero recato a poppa per accendere la mia pipa, quando udii un grande chiasso
alzarsi a prua, cioè chiasso precisamente no, perché erano grida di terrore.
- "Capitano! capitano!" - gridavano gli uni.
- "Si salvi chi può!" - vociavano gli altri.
- "I leoni!... gli elefanti!... i mostri del mare!..."
- Corsi verso prua e vidi uno spettacolo che mai non scorderò, dovessi vivere
per tutta l'eternità.
- Su di una costa dirupata, che la luce misteriosa tingeva pure di rosso, vidi
avanzarsi verso il mare un mostro enorme, alto almeno dieci metri, con una coda
immensa, la cui estremità spazzava la neve, e una bocca così vasta da mangiare
due uomini in un sol boccone. Dietro a quello ne vidi parecchi altri, tutti
enormemente grandi, galoppare con balzi giganteschi verso di noi e schierarsi
sulla spiaggia. Li contai: erano tredici, notate bene, tredici!
- Eravamo tutti istupiditi dallo spavento, pallidi come cadaveri, coi capelli
irti e gli occhi sbarrati e senza voce. Che specie di mostri erano quelli? Erano
forse i giganteschi animali che si ritrovano in quasi tutte le leggende dei
popoli nordici, oppure d'altra specie e più voraci? Io so che al polo o nelle
terre che lo circondano vivono orsi bianchi, lupi, volpi, buoi muschiati; ma
ignoravo che vi fossero altri animali, e di quella grandezza poi!...
Il mastro guardò il capitano per vedere quale viso facesse, e noi pure lo
guardammo: egli rideva tranquillamente!
- Non mi credete? - chiese il vecchio mastro, lasciando andare un poderoso pugno
sull'orlo del barile. - Non ero ubriaco io!...
- Ti credo, papà Catrame, e sono anzi certo che tu hai veduto coi tuoi propri
occhi quei mostri: ma continua e lascia che io rida a mio comodo.
- Ventre di foca!...
- Non irritarti, orsaccio; tira innanzi.
- Quegli animalacci si fermarono alcuni minuti sulla sponda, guardandoci e
agitando le loro smisurate code, come se si sentissero spinti dal desiderio di
gettarsi contro la nave e divorarci tutti, cosa poco difficile davvero per
quelle bocche immani; poi, non so se avessero preso paura di qualche nuovo
animale più potente o d'altro, fecero un dietro fronte e scomparvero con
fantastica rapidità in mezzo alla sanguigna atmosfera.
- Non saprei dire quanto tempo rimanemmo senza essere capaci di pronunciare una
sola parola, tanto era lo spavento che ci aveva invasi. Supplicammo il capitano
di allontanarsi da quella costa, temendo un improvviso ritorno di quei mostri,
assicurandolo che dovevano averceli mandati i maghi che vegliano attorno al
polo; ma egli si strinse nelle spalle e minacciò di metterci ai ferri se
parlavamo ancora di simili corbellerie!... Corbellerie, le chiamava lui!...
Ventre di foca!... Se quegli animali avessero posto piede sul ponte, chi sa che
pasto avrebbero fatto di noi tutti. Già, si sa, gl'increduli ci sono sempre
stati, e quelli lì non prestano fede alle leggende del mare.
- Ma i maghi del polo non dovevano tardare a dare una smentita a quel signor
capitano, dimostrando a fatti la loro esistenza e l'immane loro possa.
- Infatti una mezz'ora più tardi, in mezzo a quella luce che balzava ad ogni
istante dal Nord-Ovest al Nord-Est, con delle vibrazioni strane, come se dietro
di essa soffiasse un vento impetuoso, ecco apparire improvvisamente due barche
immense, lunghe almeno cinquanta metri, montate da due giganti alti più di
trenta braccia, i quali tenevano in pugno due smisurati remi a doppia pala.
Avevano le membra coperte da lunghi peli, un cappuccio villoso avvolgeva la loro
testa e sul dinanzi di quelle barche colossali si ergeva una specie di rampone
da balenieri; ma che rampone!... Scommetterei che misurava almeno quaranta metri
e che la sola punta pesava un mezzo quintale.
- Si avvicinarono alla nostra nave, che era immobile in mezzo al fitto nebbione,
poi si arrestarono a cinque o seicento metri. Si scambiarono dei cenni,
additandosi il nostro legno, indi tracciarono nell'aria dei segni misteriosi, e
ci gridarono per tre volte, con una voce che pareva il ringhio d'un animale
irritato: Tombok! tombok! tombok!...
- Io non so che cosa significassero quelle parole, e nessuno mai lo seppe; ma
certo era un ordine perentorio di tornare indietro, se non volevamo seguire
sotto i ghiacci eterni dell'oceano polare i disgraziati equipaggi delle due navi
comandate dall'ammiraglio inglese.
- Vedendo che la nave non si muoveva e che, allibiti dallo spavento come
eravamo, non pronunciavamo parola, alzarono simultaneamente i loro immensi
ramponi e diressero le acute punte contro di noi. Guai se li avessero lanciati!
Io sono persuaso che avrebbero passato da parte a parte i fianchi corazzati del
veliero colla massima facilità.
- Fu quello un terribile momento per tutti noi; eravamo come inchiodati sul
ponte e, per quanti sforzi facessimo per fuggire, una mano misteriosa ci
tratteneva là, ai nostri posti; volevamo gridare, ma le nostre lingue pareva
che fossero ingommate al palato e non emettevano che dei suoni inarticolati.
- Il capitano, che era il solo che non provasse quella strana emozione e quella
specie di paralisi che aveva colpito le nostre membra e la nostra lingua,
vedendo le minacciose mosse dei due giganti, trasse una pistola e fece fuoco.
- Allora accadde un fenomeno curioso e insieme spaventevole. Il colpo di pistola
parve ai nostri orecchi che fosse forte come lo scoppio d'un cannone; i due
giganti girarono le barche e scomparvero non so dove, poiché più non si
videro; la luce sanguigna si spense di colpo e la nebbia ci avvolse più
strettamente come se volesse schiacciare la nave o gravitare tanto su di essa da
affondarla. Poi in mezzo a quella gelida tenebrìa udimmo scricchiolii acuti,
tonfi, cozzi violenti e fragori sinistri che parevano prodotti da montagne di
ghiaccio spaccantisi e capovolgentisi, e il vascello fu sollevato e scosso
furiosamente da muggenti ondate, le cui creste spumeggianti rimbalzavano sopra
le murate con mille urli.
- Ricorderò sempre quella notte passata fra i ghiacci del polo, in quella
regione dei fantasmi e dei mostri; notte fatale, poiché parecchi dei nostri
marinai perdettero la vita pochi giorni appresso. Infatti dopo
quell'avvertimento il nostro veliero fu preso dai ghiacci, stritolato dalle
pressioni che senza dubbio venivano dalle magiche arti di quei due giganti e dei
loro tredici animali. Andò a picco durante una notte tempestosa, fra la nebbia
e la neve che calavano furiosamente su quelle terre desolate e su quei gelidi
mari, e parecchi miei camerati lo seguirono in fondo agli abissi.
- Io sono qui a raccontare quel viaggio disastroso, poiché ebbi la fortuna di
venire raccolto l'anno seguente da un baleniere danese sulle sponde del canale
di Lancaster; ma quei disgraziati dormono a fianco degli equipaggi dell'infelice
ammiraglio, coperti dagli eterni ghiacci dell'oceano polare, dimenticati da
tutti. Il mare muggirà sulle loro teste, l'aurora boreale illuminerà la loro
umida tomba; ma nessuna creatura vivente mai forse si spingerà fino a quelle
alte latitudini, per recare un fiore o spargere una lagrima sulle vittime dei
fantasmi polari.
Papà Catrame alzò il capo e, guardando fisso fisso il capitano, disse:
- Ridete ora, voi che a nulla credete!
- Sui disgraziati che il mare travolse nei suoi abissi no, ma sui tuoi mostri e
sui tuoi giganti lascia, papà Catrame, che rida.
- Non credete voi dunque alla leggende nordiche?
- No.
- E avete veduto anche voi dei mostri e dei giganti nelle regioni polari?
- Sì, papà Catrame. Dimmi: sai cos'è il miraggio?
- Sì, mi avete detto che fa vedere navi capovolte, città rovesciate, isole che
non esistono e...
- Sai come si chiama il miraggio polare?
- Miraggio al polo!... Eh! via, voi scherzate!
- Si chiama rifrazione, e questo fenomeno è più frequente nei climi freddi che
in quelli caldi, e ti fa apparire una volpe cinquanta volte più grande, un
battello lungo come una corazzata, un uomo alto come lo spettro di Brokken nella
Foresta Nera, eccetera. La luce sanguigna era l'aurora boreale, i tredici mostri
erano lupi o volpi, i due giganti due poveri esquimesi montati sui loro kayak,
ed essi, a loro volta, ingannati dalla rifrazione avevano preso il vostro
vascello per una balena immensa o per qualche cosa di simile. Ah! papà Catrame!
A quante cose credevano i nostri vecchi marinai!...
Il mastro non rispose. Fece un gesto di commiserazione, scosse più volte il
capo, borbottò fra sé non so che cosa e se ne andò senza augurarci la buona
notte. Se la paura di passare dritto ai ferri non l'avesse trattenuto, sono
certo che avrebbe dato del pazzo all'incredulo capitano.
I fuochi misteriosi
Il giorno seguente l'oceano fu agitatissimo, essendosi levato un vento assai
caldo, che veniva dai deserti della costa araba, la quale non distava che poche
decine di leghe.
Due volte, durante la giornata, fummo costretti a prendere terzaruoli(11) sulle
vele basse, onde diminuire la superficie della tela, e ad imbrogliare i
pappafichi e i contropappafichi(12).
Verso il tramonto però, il vento diminuì sensibilmente, ed anche il mare si
calmò un poco, sicché papà Catrame, che senza dubbio aveva molto calcolato su
quel cambiamento di tempo, sperando di evitare la sesta novella, di buona o
cattiva voglia fu costretto a prendere posto sul barile. Ma quel vecchio orso
prima di sciogliere la lingua brontolò assai, perdette un buon quarto d'ora nel
caricare la pipa e si soffiò il naso almeno dodici volte e con un tal fracasso
da assordarci.
Quando però si fu sfogato a modo suo, mettendo a dura prova la pazienza
dell'uditorio, si decise ad aprire la bocca.
- Narrano le leggende... - incominciò.
- Basta di leggende! - esclamò il capitano. - Auff! non la finirai più adunque
con quelle vecchie storie?
- Non vi garbano?
- Ne ho le tasche piene, papà Catrame.
Il mastro si mise a sogghignare, ma in certo modo da far rabbrividire tutto
l'equipaggio.
- Ah! - esclamò egli, lisciandosi il mento e tirandosi la bianca barba. - Non
vogliono udire le antiche leggende? Benissimo... Allora cambieremo rotta e
correremo prima un paio di bordate.
Ci guardò poi uno per uno, come volesse prima assicurarsi che c'eravamo tutti,
indi ci chiese:
Avete mai veduto voi, durante certe notti, brillare dei fuochi sul mare?...
- Abbiamo veduto il fuoco di sant'Elmo scintillare sulla cima degli alberi, -
rispondemmo.
Papà Catrame si strinse nelle spalle, mentre un sorriso beffardo gli spuntava
sulle sottili labbra.
- Sant'Elmo e i suoi fuochi non hanno a che fare colla mia domanda. Vi ho
chiesto se avete veduto dei fuochi apparire in mezzo alle onde.
- Mi pare di averne veduto uno su di una spiaggia deserta, - disse un timoniere.
- Tu sei un asino; chiudi la bocca e non aprirla se non ti do il permesso. Si
dice...
Si fermò per vedere quale faccia avesse il capitano, ma, vedendolo tutto
attento, continuò:
- Si dice adunque, e non solo da poco tempo, ma da molti secoli, che su certi
mari di quando in quando appariscono, e specialmente di notte, dei fuochi che
pare salgano dalla profondità degli oceani e che mandano una luce intensa. Cosa
siano, io non ve lo saprei dire; ma si diedero molte spiegazioni più o meno
stravaganti, più o meno vere, più o meno paurose. Alcuni dicono che si formano
per una combinazione di gas, sviluppatisi da qualche grosso cetaceo galleggiante
a fior d'acqua; altri che sono accesi da feroci predatori entro gusci, per
attirare le navi contro qualche vicina scogliera e quindi impadronirsi degli
avanzi; altri ancora affermano che provengono da vulcani sottomarini; ma i più
ritengono che siano segnali misteriosi che fanno i naufraghi del mare per
attirare le navi in qualche grave pericolo ed avere nuovi compagni in fondo agli
abissi marini, o per salvarle. Credete ora a quella versione che meglio vi
piace; a me poco cale, giacché so che non credereste a ciò che io voglio dire
in proposito.
- Per Giove! - esclamò il capitano. - Ci vuol poco a indovinare che tu credi
alle fiamme dei naufraghi!
- Sì, di quelli morti malamente, - proruppe il mastro con profonda convinzione.
- Ma lasciamo là; io credo, mentre voi non credete affatto; ebbene, non se ne
parli più e tiriamo innanzi, o, prima che finisca la mia pena, non mi rimarrà
un pezzo di lingua.
- La storia che sto per raccontarvi si è svolta appunto nei mari della grande
penisola indiana.
- Montavo in quel tempo un vascello olandese, poiché io ebbi sempre la mania di
cambiare sovente nave, onde percorrere l'orbe terracqueo in tutti i sensi e
apprendere le manovre che sono in uso presso i marinai delle altre nazioni.
- Portava un nome così barbaro che non me lo ricordo più, per quanto abbia
messo a prova il mio cervellaccio; ma questa dimenticanza non influisce, né
diminuisce l'interesse della mia novella. Vi dirò però che quella nave non
godeva la fiducia di nessuno, e che era destinata a finir male.
- Infatti, quando venne varata, tre marinai erano rimasti uccisi, e voi sapete
che una nave battezzata col sangue, anziché collo champagne, non porta fortuna;
più tardi un piroscafo americano le aveva dato una tale speronata sotto l'anca
di babordo, da mandarla a picco in tredici minuti, proprio dinanzi al porto di
Rotterdam, e voi non ignorate che una nave rimessa a galla non è mai sicura,
poiché si dice che abbia una forte tendenza a ritornare in fondo al mare.
- Saranno ubbie di vecchi marinai superstiziosi, ma io vi dico che quella nave
camminava molto male; che quando la si caricava affondava più di tutte le
altre; che quando veniva colta da una tempesta, tendeva sempre a precipitare
negli avvallamenti delle onde, come se avesse una voglia matta di tornar a
riposare in fondo all'oceano, senza occuparsi di quei poveri diavoli che la
montavano. E poi, se aveste udito come gemeva! pareva che si lagnasse ad ogni
colpo di mare; scricchiolava tutta, i suoi puntelli si piegavano come
stuzzicadenti, le sue costole cedevano e si udiva la chiglia torcersi con
profondi brontolii. Vi assicuro che la spina dorsale di quella compatriota del
vascello fantasma non era gran fatto solida, e tutti noi che la montavamo
provammo più volte delle forti paure.
- Aggiungete che a bordo correva una strana diceria, che faceva impallidire
tutti gli uomini dell'equipaggio ogni volta che tornava al loro pensiero. Si
diceva che un vecchio marinaio che passava per un indovino di prima forza e che
aveva assistito all'immersione della nostra nave dopo la speronata
dell'americano, aveva fatto un brutto pronostico, cioè aveva detto che sarebbe
tornata ad affondare il giorno in cui avesse incontrato uno di quei fuochi
misteriosi che sorgono dal fondo dell'oceano.
- Io sarò superstizioso, ma ho sempre creduto che certe navi abbiano una
tendenza spiccata a scendere negli strati oscuri del mare e non galleggino che a
grande stento. La mia doveva essere una di quelle, tanto più che era stata
disgraziata fino dal principio della sua discesa nelle onde.
- Ride qualcuno di voi?... Increduli!... Vi auguro di montare una nave eguale a
quella olandese, e vorrei essere presente il giorno in cui vi toccasse la
disgrazia che colpi papà Catrame e i suoi compagni. Ora aprite gli orecchi e
non fiatate più!
- Malgrado il funebre augurio del vecchio indovino e i grandi difetti della
nave, avevamo fatto parecchi viaggi senza che ci toccasse alcun che di grave.
Però tutte le notti gli uomini di guardia aguzzavano gli sguardi, temendo
sempre di scorgere la fatal fiamma, e ogni volta che scorgevano un punto
luminoso, la luce di un faro o il fanale di posizione di qualche nave,
trasalivano e correvano a svegliare i compagni, temendo che il nostro legno
cominciasse a inabissarsi. Tanta era anzi la certezza di sentirselo mancare
sotto i piedi, che alcuni asserivano d'averlo veduto abbassarsi di parecchi
pollici nel momento che la suoneria di bordo batteva i dodici tocchi, per poi
risalire lentamente al primiero livello, appena i primi albori rischiaravano
l'orizzonte.
- Era un vascello stregato? - chiesero alcuni marinai, che si sentivano
accapponire la pelle a quel racconto pauroso.
- Che ne so io! - rispose papà Catrame. - Vi dirò che anch'io credetti una
volta di sentire la nave abbassarsi lentamente e che, quando rimontò, la vidi
tracciare attorno a se stessa un largo cerchio di spuma, precisamente come fanno
le balene e i grandi mammiferi marini, allorché salgono alla superficie del
mare per respirare...
Papà Catrame s'interruppe per lasciare che la curiosità impressionasse meglio
l'uditorio, si bagnò il gorgozzule con un sorso di Cipro, si lisciò per la
centesima volta il mento e la barba, - aveva tale manìa quella sera, - poi con
un certo accento che fece correre più d'un brivido, riprese il filo della
narrazione.
- Avevamo lasciato il Madagascar con un carico d'avorio nero diretti a
Calcutta... Ah! voi sbarrate gli occhi e mi guardate come tanti punti
ammirativi?... Non sapete dunque cosa sia l'avorio nero? Ecco gli scienziati
moderni!... Quell'avorio era composto di schiavi africani destinati alle
piantagioni di indaco, essendo allora la tratta permessa, senza che
gl'incrociatori delle nazioni europee si immischiassero, come fanno oggi in quel
genere speciale di merci viventi. Erano certi pezzi d'uomini alti come i nostri
granatieri, con certi muscoli e certi pugni che, se vi davano uno scapaccione,
vi mandavano da poppa a prua a baciare il bompresso(13).
- Quella disgraziata nave aveva preso il largo di mala voglia. Non so cosa
avesse, ma camminava più lentamente d'una lumaca; quando eravamo costretti a
bordeggiare, si inchinava tanto da far temere che da un istante all'altro si
rovesciasse o, come diciamo noi, s'ingavonasse; e quando le onde la scuotevano,
s'abbassava pesantemente negli avvallamenti e non voleva saperne di rimontare.
Si sarebbe detto che aveva un'anima e che quell'anima aveva giurato di andar a
riposare in fondo a quel mare da cui gli uomini l'avevano tratta. Se vi narrassi
degli scricchiolii che emetteva e dei fragori che si udivano in fondo alla stiva
ad ogni colpo di mare, vi farei rizzare i capelli.
- In certi momenti pareva che qualche mostro battesse sotto la chiglia, come per
avvertirla che era tempo di tornare sotto le onde. Ed infatti, specialmente di
notte, si udivano dei fragori inesplicabili, che sembravano prodotti da un
immane martello. Eppure navigavamo in pieno oceano e la carena né toccava, né
urtava contro alcuna scogliera, né sopra alcun banco.
- Eravamo giunti a circa cento leghe dalla foce del Gange, un fiume immenso che
solca l'India e sulle cui sponde sorge Calcutta. Bene o male, la nave si era
spinta fino a quel punto, ma non pareva disposta a tirare molto innanzi, poiché
camminava sempre più lentamente e gli scricchiolii erano diventati così
insistenti e così acuti, che c'impedivano perfino di dormire.
- Il capitano, temendo che da un istante all'altro il legno si disarticolasse in
causa della cattiva sua costruzione, procedette ad una visita, ma non riscontrò
alcuna avaria; solo s'accorse che sotto l'anca di tribordo, e cioè nel punto
dove lo sperone del piroscafo americano l'aveva colpita, penetravano poche gocce
d'acqua. I puntelli parevano solidi, i corbetti sempre uniti al fasciame, i
bagli a posto, le ruote di prua e di poppa salde e il paramezzale appariva
dritto, ciò che indicava come la chiglia non avesse ceduto d'un solo
centimetro, malgrado i numerosi viaggi che aveva fatto e le non poche tempeste
superate.
- Calò la notte, buia come la culatta di un cannone o il fondo d'un barile di
catrame, senza luna e senza stelle. Il mare era diventato color dell'inchiostro:
però in mezzo alle larghe ondate si scorgevano di tratto in tratto dei fugaci
bagliori. Era un principio di quel fenomeno che chiamano fosforescenza marina e
che è comune nei mari dei climi caldi, oppure li produceva qualche causa
misteriosa? Non ve lo saprei dire.
- Anche il vento quella sera aveva nei suoi fischi un non so che di strano, che
faceva su tutti noi una certa impressione.
- Le undici erano suonate da pochi minuti nella cabina del capitano, ed io avevo
montato il mio quarto di guardia da poco più di un'ora, quando il timoniere,
che stava appoggiato alla ribolla del timone, giacché in quel tempo la ruota
ancora non era in uso, mi disse:
- "Catrame, ascolta attentamente".
- Rabbrividii, paventando qualche cosa di sinistro, e tesi gli orecchi.
- Udii distintamente tre forti colpi che venivano dalla carena del legno e che
rintronavano nella stiva. Pareva proprio che qualcuno avesse vibrato tre potenti
martellate contro la chiglia, e, fossero i miei occhi o la paura o la realtà,
vidi la nave trabalzare tre volte e ricadere pesantemente, sollevando una grande
onda circolare.
- "Che la nave abbia toccato?" - chiesi sottovoce.
- "È impossibile", - mi rispose il timoniere. - "Siamo ancora
lontani dalle coste indiane e, che io sappia, il golfo del Bengala non ha
bassifondi".
- "Che i negri vogliano spaventarci?"
- "Va' a vedere se dormono".
- Feci appello al mio coraggio e scesi nel frapponte.
- Gli schiavi stavano sdraiati uno addosso l'altro e dormivano profondamente,
anzi russavano sonoramente come tante grancasse. Risalii in coperta più
spaventato di prima e nel momento in cui montavo i due ultimi gradini, udii
risuonare nelle profondità del legno altri tre colpi sordi, simili a quelli di
prima.
- La cosa cominciava ad impensierirmi: o il legno toccava su qualche bassofondo,
o stava per avverarsi la sinistra profezia del vecchio marinaio. Di lì non si
poteva scappare.
- Riferii al timoniere quanto avevo veduto e udito. Lo vidi diventare pallido
come un morto e farsi il segno della croce.
- "Vedi alcun fuoco apparire sul mare?" - mi chiese balbettando.
- Girai gli occhi in tutte le direzioni, ma era buio; anche quei misteriosi
bagliori che poco prima si scorgevano attorno alla nave, erano scomparsi.
- Trascorse un'altra mezz'ora fra la più viva ansietà per tutti noi, ed i
misteriosi rumori non si ripeterono. Però la nave scricchiolava più di prima,
e ai nostri orecchi giungeva una specie di gorgoglio, che pareva prodotto da una
fuga d'acqua. Non ci facemmo gran caso, credendo che fossero le onde che
s'infrangessero contro la prua.
- Ad un tratto ecco risuonare distintamente i tre colpi di prima; ma questa
volta erano così potenti che tutti gli uomini di quarto li udirono.
- Non saprei descrivervi il terrore che s'impadronì di tutti noi, in quel
terribile momento. Se fosse apparso dinanzi alla prua della stregata nave un
mostro spaventevole, non avremmo provato un'emozione così forte, poiché un
certo coraggio tutti l'avevamo; ma quell'inesplicabile mistero ci faceva
agghiacciare il sangue e rizzare i capelli.
- D'improvviso un grido immenso echeggiò a prua, ma un grido di terrore e di
disperazione. Guardai: là, sulla oscura linea dell'orizzonte, una grande fiamma
d'una limpidezza ammirabile, che spandeva sul mare circostante una viva luce,
brillava. Era una fiamma perfettamente immobile, tranquilla, più larga che
lunga, ma che nel mezzo formava tre punte acute.
- Eravamo perduti: la sinistra profezia del vecchio marinaio olandese si
avverava!...
- Quasi nel medesimo tempo udimmo sorgere dal frapponte urla terribili. Gli
schiavi sentivano per istinto che la loro ultima ora era suonata, o scorgevano
anch'essi, attraverso alle pareti della nave, la misteriosa fiamma?
- Pazzi di terrore, ci eravamo aggruppati tutti a prua, e guardavamo sempre
quella luce. Una forza inesplicabile ci teneva come inchiodati sul ponte, e ci
sentivamo affascinati da quel bagliore che rischiarava il lontano orizzonte,
nell'egual modo dell'uccello che si sente affascinare dagli occhi del serpente.
- Una voce ci strappò da quella immobilità strana:
- "Si salvi chi può!... la nave affonda!..."
- Era stato il capitano a gettare quel grido d'allarme. Ci curvammo sui bordi e
vedemmo che la nave affondava lentamente con un largo dondolìo. In un baleno
calammo in acqua i canotti. Nel momento di entrarvi udimmo i poveri negri
mandare grida strazianti. Essi pure si erano accorti che il vascello andava a
picco.
- Seguito da alcuni coraggiosi compagni, scesi nel frapponte e tentai di
spezzare le catene che stringevano quei disgraziati, ma il tempo mancava.
- La nave oscillava fortemente, scricchiolava sinistramente, fremeva tutta, e
giù nella cala si udivano i muggiti delle acque irrompenti nella stiva e
l'urtarsi dei legnami galleggianti.
- Fuggii in coperta assieme a coloro che mi avevano seguito. Balzai nel canotto
ormeggiato sotto la poppa e ci allontanammo colla massima celerità, onde non
venire travolti e inghiottiti dal gorgo.
- La nave affondava lentamente, ma irresistibilmente, come se fosse attratta in
fondo al mare da una forza misteriosa. Girava su di se stessa come si trovasse
in mezzo di un vortice; dal frapponte si elevavano urla d'angoscia emesse dai
poveri negri, i quali vedevano montare l'acqua senza poterla evitare perché
trattenuti dalle catene e si sentivano a poco a poco affogare; gli alberi
oscillavano come se fossero lì lì per spezzarsi o cadere in coperta con tutta
l'attrezzatura, e dal fondo del legno provenivano di quando in quando dei colpi
sordi, prolungati, che si ripetevano nei nostri cuori, mentre all'orizzonte
brillava più limpida che mai la grande fiamma!...
- Ad un tratto una sorda detonazione rintronò nella profondità del vascello e
il ponte, sotto la spinta dell'aria interna, compressa dal montare continuo
dell'acqua, saltò in aria come sotto la spinta d'una polveriera che scoppia.
Allora il legno affondò rapidamente: sparvero le sue murate, i primi pennoni,
poi i secondi, i terzi, gli ultimi, e finalmente le punte degli alberetti.
- Per alcuni istanti udimmo risuonare sotto le acque le urla del nostro carico
vivente, poi un'onda, una specie di muraglia liquida, si distese muggendo sul
mare e la nave stregata scese in fondo agli immensi e tenebrosi abissi del golfo
del Bengala.
- Quasi subito la fiamma che brillava all'orizzonte si spense, e ci trovammo
avvolti nella più profonda oscurità.
- Guardai l'orologio: erano le tre del mattino meno sei minuti. Rabbrividii:
proprio in quell'ora, due anni prima, quella nave era calata in mare sotto la
speronata del piroscafo americano!...
- Due ore dopo le nostre scialuppe approdavano a Sangor, la prima isola che
s'incontra alla foce del Gange. Prima di sbarcare guardammo verso il Sud: il
mare era deserto e ancora tenebroso e la fiamma non era più riapparsa. La
profezia del vecchio olandese si era avverata!...
Mastro Catrame scosse il capo e parve immergersi in profondi pensieri. Un
funebre silenzio seguì quella paurosa narrazione; eravamo tutti vivamente
impressionati e i nostri occhi scorrevano il mare indiano, temendo di scorgere
ad ogni istante quella misteriosa fiamma. Anche il capitano taceva.
Mastro Catrame stette alcuni minuti raccolto, poi, alzando lentamente il capo e
fissando il capitano, gli chiese:
- Non ridete ora?
Guardammo l'interrogato: aveva il capo chino sul petto, le braccia strettamente
incrociate, e pareva che facesse uno sforzo straordinario per sciogliere
quell'enigma.
- Non ridete? - ripeté il vecchio.
Nemmeno questa volta il capitano rispose; egli pensava sempre.
Un sorriso di trionfo apparve sulle labbra di papà Catrame. Scese dal barile,
si mise sotto il braccio la sua bottiglia semivuota e se n'andò senza
guardarci.
Ma mentre scendeva la scala che metteva nella stiva, udivamo risuonare, ad
intervalli, il suo riso beffardo.