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La città del Re lebbroso
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Capitolo I
La morte del S'hen-mheng
Un rombo metallico, che si ripercosse lungamente, con una vibrazione
argentina, nell'ampia sala sorretta da venti colonne di legno dipinte a vivaci
colori e cogli zoccoli coperti da lamine d'oro, fece bruscamente sussultare
Lakon-tay.
L'invidiato ministro, preposto alla sorveglianza dei S'hen-mheng, i sacri
elefanti bianchi del re, dinanzi a cui piccoli e grandi s'inchinavano, udendo
quel colpo di gong sentì un fremito corrergli per tutto il corpo, mentre la sua
fronte leggermente abbronzata si imperlava di grosse stille di sudore.
Con una mossa lenta, si alzò dal largo cuscino di seta azzurra a frange e
ricami d'oro che gli serviva da sedile, mormorando con voce semispenta:
"M'annuncerà questo colpo la vita o la morte? La maledizione eterna di
Sommona Kodom o la felicità? L'odio del re e del popolo, o nuovi onori e nuove
grandezze? Oh mia Len-Pra, mia povera figlia!"
A quel nome, un'angoscia inesprimibile alterò il viso del ministro.
"O mia Len-Pra," ripeté con voce tremante.
Poi con una mossa risoluta, che denotava l'uomo audace, fece alcuni passi
innanzi, dirigendosi verso una porta di legno di tek, adorna di dorature, e
dicendo a se stesso con voce energica:
"Lakon-tay non deve aver paura e saprà sfidare il castigo, pur sapendosi
vittima dell'odio feroce d'un nemico sconosciuto."
Posò la destra sulla maniglia d'argento e aperse la porta, scostando le ricche
cortine di seta gialla a grandi fiori azzurri che pendevano lungo gli stipiti.
Un uomo entrò, curvandosi fino al suolo con profondo rispetto.
Era un giovane di venticinque anni, dal portamento ardito e non cascante e molle
come quello dei veri Siamesi, col naso affilato, gli zigomi sporgenti, gli occhi
neri e lampeggianti, le labbra sanguigne ed i denti nerissimi pel continuo uso
del betel.
Dal costume che indossava, una lunga camicia di seta bianca, con maniche
larghissime come quelle dei Cinesi, si riconosceva in lui un mahatlek, ossia un
paggio di corte.
"Che cosa vuoi, Feng?" chiese il ministro, con voce tremante. "Mi
porti la speranza o la morte?"
"Disgrazia, mio signore," gemette il paggio, tornando a curvarsi fino
a terra. "Anche l'ultimo S'hen-mheng muore."
Lakon-tay fece un gesto disperato e si coperse la faccia con ambo le mani.
"Sommona Kodom mi ha maledetto!" esclamò.
Stette alcuni istanti immobile, ritto in mezzo all'ampia sala dorata,
scintillante agli ultimi raggi di sole penetranti fra i vetri variopinti delle
vaste finestre dentellate, poi si scosse dicendo con voce quasi calma:
"Parla."
"Il S'hen-mheng ha rifiutato il suo cibo ordinario, perfino le canne da
zucchero ed i pasticcini di riso preparati dalle principesse reali e di cui era
sempre stato ghiottissimo, poi con un colpo di proboscide ha ucciso il capo dei
guardiani."
"Ed ora?" chiese Lakon-tay, con un sordo gemito.
"Si è coricato sulle ginocchia e soffia come se avesse del fuoco in
corpo."
"E i suoi occhi?"
"Sono smorti e piangono."
"È stato avvertito il re?"
"Nessuno osa."
"Quei vili hanno paura!"
"Dicono che spetta a voi, che siete il ministro dei S'hen-mheng."
"E quello che dovrà pagare per tutti," disse Lakon-tay con voce cupa,
facendo un gesto di minaccia.
Prese ruvidamente il paggio per un braccio, andò a chiudere la porta, poi lo
trasse verso l'opposta estremità della sala, chiedendogli a bruciapelo:
"Credi tu naturale la morte di sette elefanti bianchi nello spazio d'un
solo mese?"
"Perché mi fai questa domanda, mio signore?" chiese il paggio
guardandolo con stupore.
"Rispondi!" gridò il ministro, torcendogli il braccio.
"Mio signore, chi avrebbe osato alzare la mano su quei sacri animali, che
racchiudono nel loro corpo l'anima di Sommona Kodom, il dio venerato da tutti i
sudditi e dal re?"
"Chi?... Chi?... Qualcuno che ha giurato la mia perdita," disse il
ministro con voce furente. "Qualcuno che non teme la vendetta del nostro
dio, pur di raggiungere il suo scopo. Tu che hai sempre dormito nel palazzo
degli elefanti bianchi, hai mai notato alcunché di straordinario?"
"Mai, signore, te lo giuro."
"Nessuno si è avvicinato a loro durante la notte?"
"Non mi parve."
"Hai sempre assaggiato i cibi che si davano ai S'hen-mheng?"
"Sempre."
"Eppure qualcuno deve averli uccisi."
"E chi?" chiese il paggio. "Tu non hai nemici, sei amato da tutti
per la tua generosità e la tua onestà. Chi potrebbe desiderare la perdita del
più valoroso generale del Siam, vincitore dei Birmani, dei Cambogiani e degli
Stienghi?"
"Che ne so io?" disse il ministro. "Oggi forse lo ignoro, ma può
darsi che un giorno, se sarò ancora vivo, riesca a scoprirlo. Vivo!... La morte
dell'ultimo S'hen-mheng segnerà anche la mia e fors'anche quella di Len-Pra."
"Di tua figlia!" esclamò il paggio con orrore.
In quel momento si fece udire un lontano barrito, che si ripercosse perfino
dentro la sala.
"Sono barriti d'agonizzante," disse Lakon-tay piegando la fronte.
"Sommona Kodom lo chiama a sé."
Si diresse verso la porta, che aperse impetuosamente. Uno scalone superbo,
coperto di tappeti meravigliosi, con balaustrate di legno di sandalo, conduceva
nei giardini reali, in mezzo ai quali s'alzava il padiglione destinato ai S'hen-mheng.
Il ministro, che camminava velocemente, percorse parecchi viali fiancheggiati da
banani colossali che spandevano un'ombra deliziosa, senza badare se la sua ricca
camicia di seta cinese si lacerava contro le spine degli arbusti, e giunse in un
vasto cortile, dove s'alzava un palazzo costruito tutto in legno, sormontato da
una infinità di campanili dai tetti arcuati ed irti di punte dorate.
Una viva agitazione regnava nei dintorni del palazzo.
Numerosi talapoini, ossia sacerdoti e monaci buddisti, coi volti rasati, la
testa e le ciglia pure rasate, i piedi nudi e il corpo infagottato in tre pezze
di stoffa di cotone giallo, il colore reale, si aggiravano presso le numerose ed
ampie porte, discutendo a bassa voce.
Più lontano, degli oya e degli oc-pra, ossia dei nobili, riconoscibili per le
loro scatole d'oro contenenti la loro provvista di betel e pel cerchio d'oro che
ornava i loro berretti conici; dei kang-may, ossia dei consiglieri reali; dei
mandarini che avevano i fianchi cinti fino alle ginocchia di larghe fasce di
seta, orlate di ricami d'oro e d'argento, chiacchieravano sommessamente,
mostrando tutti dei visi scuri e preoccupati.
Vedendo comparire il ministro, tutti cessarono di parlare e i loro sguardi
inquieti si fissarono su di lui, come per chiedergli se avesse finalmente potuto
trovare un rimedio così potente da trattenere ancora nel corpo dell'ultimo S'hen-mheng
l'anima di Sommona Kodom, che pareva ormai decisa a tornare nel nirupan, il
paradiso o luogo di riposo eterno dei Siamesi.
Lakon-tay, tutto assorto nei suoi pensieri e nelle sue angosce, pareva non
essersi nemmeno accorto della presenza di tutti quei grandi dignitari, accorsi
ad assistere all'agonia del sacro elefante bianco. Egli non ascoltava d'altronde
altro che i rauchi barriti del S'hen-mheng, che gli annunciavano una imminente
catastrofe.
Passò in mezzo ai talapoini e ai paggi della corte del Signor elefante bianco,
senza rispondere ai loro profondi inchini, ed entrò nel palazzo.
In un angolo d'una sala immensa, che aveva le pareti di marmo bianco e la volta
sostenuta da parecchie file di colonne pure di marmo con incrostazioni d'oro,
sopra un folto tappeto di Persia scintillante d'argento, stava sdraiato il S'hen-mheng.
Era un colossale elefante, alto quasi quattro metri, con zanne lunghissime, la
pelle quasi biancastra, chiazzata di macchie grigie, e assai più rugosa di
quella degli altri pachidermi, anzi quasi squamosa.
Era adorno come nei giorni solenni dei ricevimenti, giacché quei fortunati
animali hanno i loro giorni di visita come i re e le principesse. Ricchissimi
anelli d'oro massiccio, con rubini e smeraldi di valore inestimabile, gli
ornavano le lunghissime zanne; fra i due occhi aveva la mezzaluna pure d'oro
massiccio con diamanti e perle, sostenente nove cerchi d'oro destinati ad
allontanare i malefici; agli orecchi, degli enormi pendenti sfolgoranti di
pietre preziose, e sul dorso una magnifica gualdrappa di seta, intessuta con oro
e tempestata di zaffiri, di rubini, di smeraldi e di diamanti.
Accanto aveva il driving-hook, l'uncino di cui si serviva il suo mahut, ossia
conduttore favorito, per guidarlo, un capolavoro di ricchezza e di buon gusto,
con cesellature meravigliose, il manico di cristallo di rocca e la punta d'oro
ornata di pietre di gran valore.
Con tutte quelle ricchezze che portava indosso e che sarebbero state più che
sufficienti a rendere felice ed orgoglioso il più esigente monarca dell'Indocina,
il S'hen-mheng non sembrava affatto contento. Doveva essere ben ammalato il
Signor elefante bianco, per non apprezzare più quelle ricchezze!...
E lo era davvero ammalato, quel colossale pachiderma.
Colla gigantesca testa appoggiata su una zampa, la proboscide stesa al suolo
come gli fosse diventata ormai troppo pesante, gemeva dolorosamente, mentre
grosse lagrime gli cadevano dagli occhi.
Il suo immenso corpaccio tremava tutto, il suo respiro era rauco ed affannoso e
dalla sua epidermide si staccavano in gran numero delle squame, che i paggi
della sua corte ed i mahut s'affrettavano a raccogliere religiosamente ed a
collocare in un'urna d'oro.
Di quando in quando, il colosso con uno sforzo sollevava la testa, spazzava il
tappeto colla tromba e mandava un lungo barrito, che si ripercuoteva lungamente
sotto le volte dell'immensa sala di marmo.
Poi un impeto di furore improvvisamente lo assaliva, e con un violento colpo di
proboscide scagliava lontano le canne da zucchero e i dolci pasticcini che le
principesse di sangue reale avevano manipolato espressamente per lui.
Lakon-tay si avvicinò al colosso, accompagnato dal mahut favorito, il solo che
il Signor elefante bianco ancora rispettasse, poiché tutti gli altri dovevano
tenersi lontani se non volevano finire come il capo dei guardiani, che era stato
appena allora portato via, il cranio ridotto in una poltiglia di ossa e di
carne.
L'elefante, vedendolo, fissò su di lui uno sguardo che non era punto benevolo e
alzò minacciosamente la proboscide, come se si preparasse a colpire.
Lakon-tay, vedendo quella mossa, diventò pallidissimo e un doloroso sospiro gli
uscì dalle labbra. Gli pareva che il Signor elefante bianco lo accusasse, con
quell'atto, della propria morte che ormai pareva imminente.
Il mahut favorito fu pronto a trarre indietro il ministro, temendo giustamente
una nuova disgrazia.
"Sta per morire, vero?" chiese Lakon-tay con voce semispenta.
"Non ho più speranze, mio signore," rispose il mahut.
"Non sono riusciti a indovinare la causa della sua malattia?"
"Nessuno capisce niente, signore. Anche mezz'ora fa è stato visitato da un
medico che gode grande fama in tutta la città."
"Che cosa ha detto?"
"Che pel Signor elefante bianco, ormai non vi è più rimedio."
"Beve sempre?"
"E avidamente, come se avesse nel suo sacro corpo un fuoco che gli brucia
le viscere."
"Ed è il settimo che muore così," disse Lakon-tay, facendo un gesto
di disperazione. "Quali disastri piomberanno sul nostro paese, quando anche
l'ultimo S'hen-mheng sarà spirato? E non se ne trovano più!..."
"Anche gli ultimi cacciatori spediti nei dintorni del lago di Nonhang sono
tornati a mani vuote, dichiarando che non ne esiste alcuno in quelle
foreste," disse il mahut.
"Sventura su noi," balbettò Lakon-tay. "Sommona Kodom ci
abbandona, eppure i nostri talapoini hanno innalzato nuove pagode e raddoppiato
le offerte. Perché il nostro dio è in collera con noi?"
"Non lo so, signore."
"E se invece che a Sommona Kodom queste disgrazie fossero da attribuire a
una mano sacrilega?" chiese ad un tratto il ministro, che pareva fosse
perseguitato da un sospetto.
Il mahut lo guardò con terrore, mentre il suo viso diventava improvvisamente
smorto e un tremito scuoteva le sue membra.
"Signore, che cosa dite?" chiese con voce alterata.
"Che la morte dei sette S'hen-mheng non mi sembra naturale," rispose
Lakon-tay. "Questo fuoco misterioso che divora le loro viscere può essere
stato prodotto da un maleficio."
"Che il re della Birmania, geloso dei nostri S'hen-mheng, li abbia fatti
maledire dai suoi talapoini?"
Lakon-tay stava per rispondere, quando un barrito spaventevole, che fece
accorrere precipitosamente tutti i sacerdoti, i nobili, i paggi ed i guardiani,
fece tremare la sala. Il S'hen-mheng si era rizzato sulle ginocchia, agitando
furiosamente la proboscide e le larghe orecchie. I suoi occhi mandavano fiamme e
un tremito fortissimo scuoteva l'enorme corpo.
Un grido sfuggì da cento bocche:
"Il S'hen-mheng muore!"
Con uno sforzo disperato l'elefante riuscì ad alzarsi in piedi. Era
spaventevole: barriva orribilmente e pareva che fosse lì lì per scagliarsi su
tutta quella gente e polverizzarla.
Stette un momento così ritto, colla proboscide tesa, poi rovinò al suolo con
fracasso orribile, schiantandosi una zanna e spezzando la gran placca d'oro che
gli ornava la fronte.
Dalla proboscide gli uscì un getto di sangue nero.
"Morto!" gridarono i talapoini, i paggi ed i guardiani, cadendo in
ginocchio.
Il favorito del S'hen-mheng si avvicinò a Lakon-tay, che pareva pietrificato
dal terrore.
"Signore," gli disse, mentre i suoi occhi si empivano di lagrime.
"Avvertite il re della sventura che è piombata sulla sua casa."
Capitolo II
Il re del Siam
La dolce Parvati, la sposa del dio Sivah, così venerato dagl'indiani,
trovandosi un giorno nel bagno, si divertiva a raccogliere le bianche pellicole
che si staccavano dal suo grazioso corpo.
Le preziose particelle di quell'essere divino vennero modellate dalle sue dita,
come l'argilla dalle mani di uno scultore. Tosto delle forme umane cominciarono
a delinearsi, ed una statuetta di bimbo uscì dalla vasca di diaspro, entro cui
la bellissima dea si bagnava.
La dea - narra sempre la leggenda indiana - le soffiò allora nella bocca, un
vagito s'udì: era un essere umano che apriva gli occhi alla luce.
Era trascorso quasi un anno, quando il terribile Sivah, tornando dalla guerra
contro i giganti maligni che volevano bruciare il mondo, con sua sorpresa e
collera, trovò nel palazzo reale un nuovo rampollo di cui non s'aspettava
l'esistenza. Colto da un tremendo accesso di furore, trasse la scimitarra tinta
mille volte nel sangue dei nemici e tagliò netto il collo a quel fanciullo.
La dolce Parvati raccontò allora con quale innocente artificio aveva animato
quella statua, di cui aveva ad un tempo fornito la materia prima e la
manifattura, e siccome vi sono dei casi in cui gli stessi dèi accettano
volentieri le ipotesi più favorevoli, Sivah non sollevò alcun dubbio
sull'innocenza della diletta sposa.
"Sono stato un po' vivace," le disse. "Ho l'abitudine di agire
troppo precipitosamente in tutte le cose mie, ma conosco un mezzo per riparare
al mal fatto."
Appena pronunciate quelle parole, con un colpo della sua formidabile scimitarra
fece saltare la testa del suo elefante da guerra e la posò sulle spalle del
bimbo decapitato.
Grazie a quel miracolo di chirurgia, solo possibile ad un dio, il maestoso
Ganesha, la cui testa d'elefante si dondola sul suo corpo d'uomo, fu annoverato
fra gli dei dell'India.
Protetto da una tale divinità, l'elefante non doveva mancare di essere
considerato come un animale superiore allo stesso uomo, sia per la sua mole, sia
per la sua straordinaria intelligenza, sia per la sua forza prodigiosa.
Dovevano i popoli confinanti o quasi confinanti coll'India rimanere insensibili
ad un tale avvenimento? Assolutamente no, e l'elefante fu senz'altro accettato
dai Birmani prima e dai Siamesi poi, come una divinità protettrice di quegli
stati.
Fecero però delle eccezioni. Possedendo quei paesi fortunati degli elefanti
bianchi, quantunque rarissimi, invece di innalzare agli onori gli elefanti più
o meno grigi, diedero la preferenza a quelli... ammalati!... Ormai è noto che i
famosi elefanti bianchi non sono altro che degli albini, anzi peggio che peggio,
dei... lebbrosi, sfuggiti dai loro stessi compagni come appestati! Ma la scelta
degli elefanti bianchi o quasi bianchi o macchiati di bianco come oggetti di
ammirazione e di venerazione aveva un'origine religiosa.
Sia i Birmani che i Siamesi sono tutti adoratori di Budda, dio che i primi
venerano sotto il nome di Gautama ed i secondi sotto quello di Sommona Kodom.
Ora le antiche leggende narrano che questo Sommona era nato dio per sua propria
virtù, che, perfettamente istruito in tutte le scienze, era penetrato fino dal
primo istante della sua nascita nei segreti più reconditi della natura, e che
la sua divinità si era manifestata con una lunga serie di prodigi e di miracoli
stupefacenti.
Un giorno il dio, essendosi seduto all'ombra d'una pianta chiamata tampo, salì
in cielo su un trono sfolgorante d'oro e di pietre preziose, e si dice che gli
spiriti celesti, abbagliati da tanto splendore, abbandonarono il loro divino
soggiorno e gli si prostrarono dinanzi per adorarlo.
Tanta gloria avrebbe eccitato la gelosia e il furore del fratello Thevetat, che
doveva essere una specie di Caino; quell'invidioso, sostenuto da un potente
partito, cospirò contro il dio, fondando un nuovo culto che fu abbracciato dai
re e dai principi.
Il mondo si divise allora in due grandi fazioni, l'una delle quali seguiva
Sommona Kodom come modello di virtù, e l'altra lo scellerato Thevetat che colle
sue massime ree istigava gli uomini al vizio.
Arse la guerra, ed il malvagio fu precipitato, al pari di Satana, in un abisso
fiammeggiante.
Narrano ancora le antiche leggende Siamesi e birmane che il dio, per
perfezionare meglio la sua anima, passò nel corso di cinquecento anni per i
corpi di vani animali, fra cui quello d'un elefante bianco.
Era dunque naturale che quei popoli venerassero un simile animale e supponessero
che nel suo corpo rivivesse l'anima del dio.
Ecco spiegato il motivo per cui Siamesi e Birmani hanno, anche oggidì, tanta
venerazione per quei rari animali, che per i primi rappresentano Sommona Kodom,
e per gli altri Gautama ossia Budda.
Perciò la morte dell'ultimo S'hen-mheng non doveva mancare di produrre una
disastrosa impressione non solo sull'animo del re, bensì dell'intera
popolazione; ed era il settimo che spirava nello spazio di poche settimane!...
Quali catastrofi, quali tremendi disastri si preparavano per quel regno, privo
della protezione del suo dio?
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
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Lakon-tay uscì dal palazzo dei S'hen-mheng colla morte nel cuore, pallido,
disfatto, per recarsi dal re a dargli il terribile annuncio. Non era uomo che
avesse paura della morte il ministro degli elefanti bianchi, oh no!
Prima di essere innalzato a quella carica, da tutti i grandi della corte
ardentemente agognata, Lakon-tay era stato uno dei più famosi generali del
regno, ed aveva combattuto valorosamente contro i Cambogiani, gli Stienghi e i
Birmani che avevano violato le frontiere.
Quello che tormentava il suo animo era la triste sorte che forse era serbata
alla dolce Len-Pra, la sua unica figlia che egli adorava pazzamente e che certo
doveva venire travolta nella disgrazia che colpiva il padre.
Era certo che il re non avrebbe mancato di accusarlo della misteriosa morte dei
sette S'hen-mheng e che si sarebbe mostrato implacabile contro di lui,
quantunque egli avesse speso puntualmente, fino all'ultimo tical1, le rendite
della provincia di Ubon destinate al mantenimento di quei sacri pachidermi, e
nulla avesse dimenticato per soddisfare il loro insaziabile appetito.
Uscì solo, senza guardare in viso nessuno, come un delinquente ormai
condannato, cupo e affranto, a testa bassa, le unghie conficcate nel petto, e
cominciò a percorrere, camminando quasi a zig-zag, i viali che conducevano ai
palazzi reali, le cui cupole scintillavano agli ultimi raggi del sole morente,
sullo sfondo di un cielo fiammeggiante.
Nessuno aveva osato seguirlo, nemmeno il mahut favorito dal povero S'hen-mheng,
perché tutti temevano d'essere coinvolti nella disgrazia che aveva colpito il
ministro.
Dopo aver percorso parecchi viali che costeggiavano dei graziosi laghetti, dove
si cullavano dolcemente eleganti barchette ricche di dorature e coi cuscini di
seta, e dove si bagnavano in gran numero le gru coronate dalle lunghe gambe e
bande di aironi, Lakon-tay, sempre assorto nei suoi tetri pensieri, si trovò,
quasi senza saperlo, dinanzi al palazzo abitato dal re.
Nel 1865 - epoca in cui comincia questa storia - il palazzo reale di Bangkok era
ancora annoverato fra le meraviglie del reame.
Era cinto tutto da muraglie altissime, che si prolungavano per parecchi
chilometri, rivestite internamente da lastre di marmo bianco.
Nel centro di quell'immenso recinto sorgeva il mahapregat, ossia la gran sala
dove il re usava ricevere gli ambasciatori delle potenze occidentali ed
orientali, e dove si conservavano per un anno, racchiuse in un'urna d'oro, le
ceneri dei defunti re; sala ricca di dorature meravigliose, eseguite dai più
valenti artisti non solo del Siam bensì anche della Cina.
Più oltre si trovava un altro ampio salone, a cui si accedeva per una gradinata
di marmo fiancheggiata da gigantesche statue Cinesi, e nel quale si trovava il
trono a forma di altare, ricco di pietre preziose e coperto da un baldacchino
diviso in sette scompartimenti, sotto cui il re riceveva i grandi della corte.
Lakon-tay si diresse verso quella sala, che era attigua alle stanze reali del
monarca e della regina.
Era sicuro di trovare il re senza dover troppo attendere.
Salì col cuore trepidante la scala di marmo, appoggiandosi due volte alle
enormi statue che gli pareva lo guardassero sogghignando; poi, facendo uno
sforzo disperato, varcò la soglia senza rispondere al saluto del soldato di
guardia che gli aveva presentato l'archibugio, e forse senza nemmeno vederlo.
Un ciambellano di corte, che indossava un magnifico vestito di seta rossa a
fiori gialli, e aveva ai polsi numerosi braccialetti d'oro e ai piedi babbucce a
punta rialzata con perle e ricami d'argento, vedendo entrare Lakon-tay si
affrettò a muovergli incontro, accompagnato da due paggi pure sfarzosamente
vestiti.
"Il re?" gli chiese brevemente il ministro degli elefanti bianchi,
facendo uno sforzo supremo.
"È appena tornato nelle sue stanze, mio signore," rispose il
ciambellano. "Ha finito or ora il ricevimento della missione francese e
credo che non abbia avuto nemmeno il tempo di spogliarsi."
"Va' a dirgli che mi urge vederlo."
"Lakon-tay è sempre gradito a Sua Maestà... Ma che cosa hai, mio signore?
Tu tremi e sei trasfigurato."
"Disgrazia, disgrazia," gemette il generale.
"Il S'hen-mheng?..."
"Morto..."
Il ciambellano fece rapidamente alcuni passi indietro, come se temesse al pari
degli altri di venir coinvolto nella disgrazia che stava per piombare sul povero
ministro.
Fece un inchino meno profondo del solito e scomparve per una delle porte
laterali che metteva negli appartamenti riservati al re.
"Tutti mi abbandonano e mi sfuggono come un lebbroso," mormorò
Lakon-tay. "Ieri erano vili servi, ora che sto per perdere la mia carica e
forse la vita, sono tanti principi."
S'appoggiò a una delle colonne, fissando le lastre di marmo bianco che
coprivano il pavimento della vasta sala.
Lo strepito d'una porta che s'apriva lo trasse bruscamente dai suoi tristi
pensieri. Alzò gli occhi e trasalì.
Ritto sul primo gradino che conduceva alla piattaforma del trono e ancora
vestito del grande costume di gala, stava ritto il re, collo sguardo cupo e la
fronte aggrottata.
Phra-Bard-Somdh-Pra-Phara-Mendr-Maha-Monghut, re del Siam, era ancora un
bell'uomo, quantunque di età già matura, dalla pelle un po' abbronzata e dal
portamento dignitoso, come si addiceva ad un monarca potente, anzi il più
potente di tutti gli stati dell'Indocina.
Indossava ancora, come abbiamo detto, l'abito di gran gala, avendo appena
terminato allora di ricevere un'ambasciata straordinaria inviatagli dal governo
francese.
Sandet-Pra-Paramindr-Maha, suo figlio, che gli successe sul trono nel 1868,
adottò, anche nei grandi ricevimenti, il costume dei generali inglesi; ma i
suoi avi ci tenevano invece a fare pompa dell'abito regale siamese, il quale, se
non era troppo comodo, faceva colpo sugli stranieri per la sua straordinaria
ricchezza e per la sua strana forma.
Phra-Bard aveva dunque sul capo la famosa corona reale, una specie di piramide
d'oro massiccio, alta più d'un piede, ornata all'intorno di diamanti e di
rubini, che doveva ben pesargli sul cranio; indossava una giubba di tessuto
pesante, a lamine d'oro, che s'incrociava sotto la cintura, tutta adorna di
perle e di pietre preziose di valore inestimabile; calzoni larghi, pure cosparsi
di lamine e di pietre; e ai piedi aveva delle babbucce... che avrebbero potuto
far felice una sultana, tanto erano ricche di rubini e di smeraldi.
Il re doveva già essere stato informato dal ciambellano della morte dell'ultimo
dei sette S'hen-mheng, poiché la sua faccia tradiva una profonda
preoccupazione, e i suoi occhi erano animati da una fiamma sinistra.
Lakon-tay, facendo uno sforzo supremo, attraversò rapidamente la sala e si
lasciò cadere in ginocchio dinanzi al re, dicendogli:
"Se mi credi colpevole, o mio re, uccidimi: sei nel tuo diritto."
Phra-Bard rimase silenzioso, dardeggiando però sul disgraziato ministro uno
sguardo che non prometteva nulla di buono.
Ad un tratto la collera, a malapena frenata, scoppiò con violenza inaudita.
"Sei un miserabile!" gridò il re. "Io avevo affidato a te i miei
elefanti bianchi, perché ti credevo l'uomo più atto a coprire quella carica, e
tu me li hai fatti morire tutti. Tu hai nel tuo vile corpo la maledizione di
Sommona Kodom!"
"Giacché tu, o mio re, mi credi colpevole, uccidimi," ripeté il
disgraziato ministro, senza osar alzare gli sguardi verso il monarca.
"Però ti giuro che la mia coscienza nulla ha da rimproverarsi; io ho speso
regolarmente, fino all'ultimo tical, la rendita della provincia che tu avevi
destinato alla corte dei S'hen-mheng, ed ho fatto il possibile perché a loro
nulla mancasse.
Che colpa ho io se qualcuno, che non teme la punizione di Sommona Kodom, che
sfida la giusta collera del suo re e che si nasconde nelle tenebre, ha osato
gettare il maleficio sugli elefanti bianchi?"
"Credi, con questa stolta accusa, di stornare da te la mia collera?"
chiese il re.
"Lakon-tay ti ha mostrato, allorché combatteva contro i Cambogiani e
contro i Birmani, come non avesse paura della morte. Perché dovrei temerla ora
che non sono più giovane?"
Phra-Bard, colpito da quelle parole, si rasserenò leggermente. La fiamma
minacciosa che gli brillava poco prima negli occhi si dileguò, e anche le rughe
della fronte a poco a poco si spianarono.
"Tu hai un sospetto, generale?" chiese, dopo qualche istante di
silenzio.
"La morte dei S'hen-mheng, in così breve tempo, non mi pare naturale, o
mio signore," rispose il ministro.
"E chi avrebbe osato gettare un maleficio sui S'hen-mheng? Dove trovare nel
mio regno un uomo che abbia tanto coraggio da sfidare l'ira di Sommona Kodom?"
"E se quell'uomo fosse uno straniero, uno che non credesse al nostro
dio?" disse Lakon-tay, che s'aggrappava a tutto per ritardare la sua
perdita.
"Uno straniero!" esclamò Phra-Bard, che per la seconda volta era
stato colpito dalle risposte del suo ministro.
"Tu sai, o mio signore, che molti t'invidiano la tua potenza e la
protezione che godi da parte di Sommona Kodom."
"E i miei S'hen-mheng," si lasciò sfuggire, forse involontariamente,
il monarca." Il mio vicino, il re di Birmania, che possiede un solo
elefante bianco e già molto vecchio, mi aveva proposto, or non è molto, una
somma favolosa perché gli cedessi uno dei miei S'hen-mheng."
Ma subito dopo, quasi si fosse pentito di aver pronunciato quelle parole,
aggiunse con un cattivo sorriso:
"No, non può essere possibile, il re di Birmania è buddista al pari di
noi, e non avrebbe osato sfidare la collera di Sommona Kodom, che protegge pure
il suo regno e che il suo popolo adora al pari del mio. Se ciò fosse avvenuto,
Sommona ci avrebbe fatto ritrovare altri elefanti bianchi, mentre tutte le
spedizioni, da me organizzate con immense spese, sono tornate a mani vuote.
Tu solo sei colpevole di aver causato la morte dei S'hen-mheng per inesperienza
o per altre cause che io ancora ignoro; grandi e popolo ti accusano, e domani
chiederanno giustizia."
"Allora fammi uccidere," rispose Lakon-tay. "Un generale che ha
sfidato la morte sui campi di battaglia, per la gloria e la grandezza della
nazione, non ha paura."
Phra-Bard, in preda ad una viva eccitazione, si mise a passeggiare per l'ampia
sala, senza rispondere al ministro. Aveva la fronte tempestosa ed il cupo lampo
era tornato a brillare nei suoi occhi, indizi certi d'una collera violentissima.
Ad un tratto si fermò dinanzi a Lakon-tay, che era rimasto sempre in ginocchio
sul primo gradino del trono, dicendogli con voce aspra:
"Che cosa accadrà ora del mio regno, privo della protezione degli elefanti
bianchi, che racchiudevano l'anima di Sommona Kodom? Quali tremende sventure
piomberanno sul Siam? Carestie, epidemie, invasioni di nemici, disastri
inenarrabili, inondazioni e terremoti; e forse suonerà l'ultima ora per la mia
dinastia.
E tutto ciò lo dovremo a te, miserabile, che non hai saputo curare la salute
dei nostri S'hen-mheng ed hai irritato il nostro dio.
Levati dalla mia presenza e torna a casa tua, dove attenderai i miei ordini. Il
popolo ed i grandi vorranno giustizia e l'avranno."
"Grazia per Len-Pra," gemette il disgraziato ministro.
"Tua figlia diverrà schiava, a meno che..."
"Prosegui, mio signore," disse Lakon-tay, nei cui sguardi brillò
lampo di speranza.
"...a meno che tu non trovi il modo di procurarmi almeno un S'hen-mheng."
"Se colla mia vita potessi trovarlo, non esiterei a sacrificarla, mio
signore."
"Tu sei maledetto da Sommona Kodom e la tua vita non vale, oggi, quella del
mio ultimo servo. Vattene e attendi a casa tua il mio castigo."
Ciò detto Phra-Bard, che pareva in preda ad una collera furiosa, si diresse
verso una delle porte di ebano, incrostate d'avorio e di madreperla, che
mettevano negli appartamenti reali, e l'aperse violentemente.
"Oh mio signore, grazia per Len-Pra," gridò il disgraziato ministro.
Il re richiuse la porta con fracasso, senza degnarsi di volgersi, e scomparve.
Lakon-tay si alzò in piedi, coi lineamenti sconvolti da un intenso dolore.
"Tutto è finito," disse, "ma i grandi ed il popolo non
assisteranno alla mia punizione. Il vecchio generale, vincitore dei Birmani e
dei Cambogiani, non ha paura della morte."
Si diresse verso la gradinata che conduceva ai giardini reali, con passo calmo.
Non si accorse nemmeno che la sentinella di guardia dinanzi alla porta, che
probabilmente non aveva perduto una parola di quel burrascoso colloquio, non gli
rese il solito saluto.
Ormai era un uomo caduto in disgrazia, che valeva meno dell'ultimo paggio di
corte.
Riattraversò, sempre immerso nei suoi dolorosi pensieri, i giardini, nei cui
viali cominciavano già ad addensarsi le prime tenebre, e si diresse verso la
palazzina dalla quale era uscito prima di recarsi nella sala dei S'hen-mheng.
Feng, il suo fedele paggio, lo aspettava sulla porta della magnifica sala,
presso il gong sospeso sulla soglia. Vedendo comparire il padrone così
disfatto, intuì la disgrazia che lo aveva colpito.
"Oh mio povero signore," esclamò, colle lagrime agli occhi. "Il
Signor elefante bianco è morto dunque?"
"Sì," rispose il generale con voce rauca. "Tutto è
finito!"
"E il re?"
Invece di rispondere, Lakon-tay entrò nella sala e con un gesto rabbioso gettò
lungi da sé l'alto cappello a punta, di stoffa bianca, adorno d'un largo
cerchio dorato con incisioni che rappresentavano dei fiori, insegna della sua
carica; poi si strappò di dosso, lacerandola, la veste di seta gialla dalle
maniche larghissime e la lunga sciarpa che gli avvolgeva i fianchi, facendo
tutto a brandelli.
"Che cosa fai, mio signore?" chiese Feng, spaventato.
"Mi sbarazzo delle insegne del mio grado," disse Lakon-tay, coi denti
stretti. "Io non sono più il ministro della corte dei S'hen-mheng; oggi
sono un miserabile senza carica, uno schiavo, forse un condannato ad una morte
infame.
Ma Lakon-tay non poserà la testa sotto le larghe zampe dell'elefante carnefice
e non darà al suo occulto nemico, né ai grandi, né al popolo, una tale
soddisfazione.
Il vecchio generale mostrerà a tutti come sa morire un prode che ha sfidato il
fuoco dei nemici del suo re.
Maledette insegne del mio grado... Che il vento vi disperda.
Feng, dammi un'altra veste, onde nessuno più riconosca in me il ministro della
corte dei S'hen-mheng."
"Mio signore..."
"Taci e obbedisci!..."
Feng, che conosceva troppo bene il suo padrone, uscì per tornare poco dopo con
una bracciata di pezze di stoffa dette pagne, di varie lunghezze e di varie
tinte, che i Siamesi indossano in vari modi incrociandole attorno al corpo, alle
gambe e alle braccia; e dei calzoni larghissimi, nonché parecchi cappelli in
forma di fungo o di cono o d'imbuto.
Lakon-tay si vestì frettolosamente, si gettò sulle spalle una fascia di seta
assai larga che poi avvolse intorno al collo, in modo da coprirsi anche parte
del viso, e uscì.
"Mio signore," gli disse Feng, che si disponeva a seguirlo. "Devo
farti preparare il palanchino?"
"No," rispose seccamente il generale. "Va' ad attendermi a casa
mia e non dire nulla a Len-Pra."
Scese una ricchissima gradinata di marmo, percorse un corridoio e aperse una
porticina, slanciandosi nella via.
Era uscito dal palazzo reale.
Capitolo III
Len-Pra
Lakon-tay era il vero tipo del siamese, ma non aveva però quel portamento
cascante, molle, snervato che si osserva in quasi tutti gli abitanti di quel
regno e che produce su noi una pessima impressione.
Era un bell'uomo, piuttosto alto, ancora vigoroso malgrado i suoi cinquant'anni,
dal petto ampio e dalle braccia muscolose che indicavano l'uomo abituato a
maneggiare la pesante catana dei comandanti.
Aveva invece, al pari dei suoi compatrioti, la tinta della pelle olivastra con
indefinibili sfumature rossastre, gli zigomi assai sporgenti, la fronte un po'
stretta, che terminava in alto quasi a punta al pari del mento, le labbra grosse
e rosse. Ma i suoi occhi non erano smorti, piccoli, senza fuoco, col bulbo quasi
interamente giallo: erano invece due bellissimi occhi neri, dal lampo
vivacissimo e dal taglio perfetto, che anche le dame Siamesi gli avrebbero
invidiato.
Lakon-tay si era creata una posizione altissima, esclusivamente col proprio
valore.
Di temperamento ardente e battagliero, era entrato giovanissimo nell'esercito,
pensando che forse sarebbe stato quello l'unico mezzo per raggiungere una
posizione elevata, giacché suo padre, un modesto costruttore di velieri, non
gli aveva lasciato che una piccola fortuna.
Il giovane, che aveva coraggio da vendere ai suoi compatrioti, i quali hanno
invece la brutta fama di essere pusillanimi, si era fatto subito largo,
distinguendosi in parecchi scontri, poiché il Siam era allora in guerra cogli
stati vicini.
A trent'anni, dopo aver respinto e battuto sanguinosamente i Peguani che erano
tre volte superiori di numero, aveva già ricevuto dal re la prima scatola d'oro
per conservare il betel, distintivo di nobiltà, giacché nel Siam la nobiltà
non è ereditaria.
A trentacinque, già generale, dopo aver battuto le truppe birmane che avevano
già varcato le frontiere, minacciando d'invadere tutto il Siam, aveva ricevuto
la seconda, più grande e più elegante, ed il cerchio d'oro con fiori cesellati
da mettersi sul cappello, che gli conferiva il titolo di oya, ossia di grande
personaggio.
Cessate le guerre, il valoroso generale si era ritirato come privato cittadino
nella sua natia Bangkok, per godersi finalmente un po' di tranquillità e
crearsi una famiglia prima di diventare troppo vecchio.
Phra-Bard invece, che non aveva dimenticato i servigi resi alla patria dal prode
generale, lo aveva poco dopo chiamato alla corte, creandolo ministro della sua
casa prima, poi ministro della corte dei S'hen-mheng, la carica più alta e più
invidiata da tutti i notabili Siamesi.
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Lakon-tay, in preda a cupi pensieri, si allontanò dal palazzo reale camminando
come un ebbro, cogli occhi socchiusi e la testa china sul petto, seguendo la
riva del Menam, le cui acque riflettevano vagamente le ultime luci del
crepuscolo.
Bangkok è la Venezia dell'oriente e la principale città del Siam dopo la
decadenza di Ajuthia, l'antica capitale dello stato, lasciata deperire per un
capriccio inesplicabile dei monarchi Siamesi, i quali, al pari di quelli
Birmani, amano sovente abbandonare le grandi città per dare splendore ad altre
minori.
Bangkok, quantunque salita agli onori di città da poco più di un secolo, ha
oggi, compresi i sobborghi, quasi quaranta chilometri di sviluppo e un milione
di abitanti e gode fama di essere opulenta se non inespugnabile, malgrado i suoi
nomi fastosi.
Ed infatti Krung-tlepha-mahasi-ayuthaja-mahadilok-rascathani, come la chiamano i
Siamesi, che ci tengono ai nomi lunghissimi e che significa "la grande
regal città degli angeli, la bella e la inespugnabile", non potrebbe
resistere un'ora sola al fuoco d'una delle nostre moderne corazzate, quantunque,
per renderla imprendibile, i Siamesi abbiano bagnato le fondamenta delle sue
porte con sangue umano.
Al pari di Venezia, la città sorge sopra alcune isolette fangose, divise in due
gruppi da un braccio principale del Menam.
La città che si estende sulla riva destra del fiume non è che una accozzaglia
di casupole; quella che s'innalza sulla sinistra è veramente magnifica e cinta
da mura merlate con torri e bastioni, e vi si agglomerano, non si sa come, non
meno di seicentomila abitanti.
È là che sorge il palazzo reale, dinanzi a cui tutti i passanti devono
scoprirsi e chiudere l'ombrello, per non correre il pericolo di vedersi fatti
bersaglio da durissime pallottole di terra, che gli arcieri di guardia scagliano
con ammirabile maestria.
Ed è pure là che s'innalzano la grandiosa piramide di phrachedi, che lancia la
sua cima a oltre cento metri, edificio ammirabile per linee architettoniche e
sotto la cui mole si crede siano sepolte le reliquie preziose di Sommona Kodom;
i templi grandiosi dei talapoini, dai tetti a tre piani, coperti di lamine d'oro
che brillano ai raggi del sole; la pagoda di vatbaromanivat colle sue magnifiche
porte d'ebano ad intarsi di madreperla scolpite e lavorate con un'arte che non
ha l'eguale, colle sue colonne e coi suoi tetti coperti di dorature che sono
costate somme favolose; ed è là finalmente che si ammira la pagoda di
vat-scetuphon che racchiude una colossale statua di Budda, ossia di Sommona
Kodom, tutta coperta d'oro e d'un valore inestimabile.
Lakon-tay, sempre assorto nei suoi pensieri, continuava a seguire la riva del
fiume, insensibile alla pittoresca grandiosità di quel superbo corso d'acqua,
che vince tutti gli altri in bellezza.
Migliaia e migliaia di case galleggianti già illuminate, ormeggiate alla riva
da grosse gomene di canna d'India e tenute a galla da enormi fasci di bambù
legati a cento a cento, ondulavano graziosamente, scricchiolando, mentre
nell'interno si udivano chiacchierii di donna, risate di fanciulli e voci di
uomini.
Ondate di fumo sfuggivano dai camini e fuochi multicolori brillavano sulle
zattere e dentro le case, mentre la fresca brezza notturna che veniva dal mare
portava fino alla riva i mille strani odori delle cucine Siamesi.
Lakon-tay seguì il fiume, finché ebbe oltrepassato tutta la città
galleggiante, urtando di frequente qualche passante; e scese verso i quartieri
bassi, camminando sempre come un sonnambulo, finché giunse in un luogo deserto,
dove si vedevano scintillare nelle tenebre dei fuochi giganteschi che ardevano
fra una pagoda ed un tumulo gigantesco, una vera montagna di mattoni di forme
strane, come se ne ritrovano sovente disegnate sulle lacche giapponesi, e che
rappresentano il Fusi-yama, la montagna di fuoco.
Degli uomini seminudi, armati di lunghe picche, s'aggiravano silenziosamente
intorno a quei fuochi, ora apparendo alla vivida luce della fiamma ed ora
scomparendo fra le ondate di fumo denso, mentre dall'alto calavano pesantemente
stormi di grossi avvoltoi neri, che gracchiavano sinistramente.
Quel luogo era la necropoli di Bangkok; la pagoda era quella di vat-saket;
l'enorme ammasso di mattoni la Phuk-kao-thong, ossia la montagna d'oro, e quegli
uomini bruciavano i cadaveri delle persone morte nella giornata.
Lakon-tay si fermò, quasi sorpreso di trovarsi in quel luogo funebre, e guardò
con stupore quelle fiamme che facevano crepitare le carni dei cadaveri, spinti
dai crematori sui tizzoni ardenti.
Una voce lo trasse da quella contemplazione.
"Padrone, che cosa fai qui?"
Era Feng, il quale da lontano lo aveva seguito, spaventato dall'aspetto tetro
del generale.
Lakon-tay si voltò senza rispondere.
"Che cosa vieni a fare qui, padrone?" chiese nuovamente il giovane.
"Non è qui la tua casa."
"Non lo so," rispose Lakon-tay. "Camminavo senza vedere né
sapere dove andassi, e mi sono trovato fra questi morti.
Triste presagio. Quegli avvoltoi scarneranno ben presto anche il mio cadavere,
giacché io non sono uomo da sopravvivere alla disgrazia che mi ha colpito. La
mia morte calmerà la collera del re e salverà dalla schiavitù mia
figlia."
"Scaccia questi funebri pensieri, mio padrone," disse Feng, che aveva
le lacrime agli occhi. "Forse la tua innocenza verrà un giorno
riconosciuta e potrai tornare ministro. Pensa quale dolore proverebbe la dolce
Len-Pra, se tu morissi."
"Mia figlia ha nelle vene sangue di guerrieri, perché anche sua madre era
figlia d'un prode condottiero, e saprà rassegnarsi alla sua sventura.
No, Lakon-tay non sopravviverà alla sua disgrazia. Che cosa diverrei io domani
accusato di aver fatto morire i protettori del regno, i S'hen-mheng? Un
miserabile, in patria, disprezzato dai grandi e dal popolo, un essere
maledetto."
"Tu che hai salvato il regno dalle invasioni dei Cambogiani e dei Birmani e
che hai domato i miei compatrioti? O mio signore!"
"È passato troppo tempo da allora," rispose Lakon-tay con voce cupa.
"Vieni a casa tua, padrone: Len-Pra, non vedendoti, sarà inquieta."
Lakon-tay soffocò un gemito e si lasciò condurre da Feng, senza più opporre
resistenza.
Risalirono silenziosamente la riva del fiume, ritornando nei quartieri più
centrali, costituiti non più da capanne, bensì da phe elegantissime, quelle
graziose palazzine che si specchiano nelle limpide acque del Menam, e che,
quantunque esteriormente non offrano nulla di interessante, poco hanno da
invidiare ai tanto decantati bungalow di Calcutta.
Sono piccoli lavori d'architettura puramente siamese, colle travature
graziosamente scolpite, con porte doppie e persiane variopinte che durante il
giorno si tengono alzate, onde si possa vedere l'altare di Sommona Kodom; e sono
circondate da una larga e comoda veranda dalla ringhiera elegantissima, piena di
poltrone di bambù e di vasi contenenti arbusti tagliati in forma d'animali più
o meno fantastici.
Ad un tratto, Feng si arrestò dinanzi a una phe di dimensioni più vaste delle
altre, situata proprio sulla riva del fiume, coi muri di legno scolpito,
abbelliti da strati di lacca, una vasta veranda che correva in giro, e un
giardinetto chiuso da una elegante cancellata di legno dipinto in rosso.
"Ci siamo, padrone," disse dolcemente a Lakon-tay.
Il generale, che pareva si fosse allora risvegliato da un triste sogno, alzò
gli occhi verso la veranda che la luna, allora sorta, illuminava, facendo
scintillare dei grandi vasi di porcellana dorati e niellati, entro cui
crescevano delle peonie di Cina e delle camelie.
"Ah!"mormorò. "E Len-Pra?"
"Ti aspetterà nella sala da pranzo."
Con una mossa lenta, quasi automatica, Lakon-tay aperse la porta d'ebano
incrostata di madreperla e salì lentamente alcuni gradini, poi percorse un
corridoio ed entrò in una stanza a pianterreno, illuminata da una grande
lampada dorata, con un globo sottilissimo di porcellana azzurra, che proiettava
sulle pareti, tappezzate di seta di Cina dello stesso colore, e sul lucidissimo
pavimento di legno di tek, una luce scialba e dolce come quella dell'astro
notturno.
Vi erano pochi mobili, tutti di fattura squisita. Una tavola d'ebano già
apparecchiata, con tondi e vassoi d'argento cesellato, delle sedie di bambù
dalla spalliera assai inclinata e d'una leggerezza straordinaria, delle mensole
sostenenti vasi della Cina e del Giappone, pieni di peonie color fuoco, dei
tavolini laccati ed incrostati di madreperla, coperti di ninnoli, di vasetti, di
bottigliette contenenti forse dei profumi o degli unguenti meravigliosi, di
pallottole d'avorio traforato e di piccole statue di bronzo e d'oro raffiguranti
Sommona Kodom.
"Dov'è Len-Pra?" chiese il generale, lasciandosi cadere in una
poltrona.
Una voce armoniosa, dolcissima, si fece subito udire dietro le tende di seta che
si gonfiavano sotto i soffi profumati dell'aria notturna, poi una fanciulla
entrò, muovendo rapidamente verso il generale.
Era Len-Pra.
La figlia del vincitore dei Birmani e dei Cambogiani aveva una figurina
graziosa, sottile come un giunco, squisitamente modellata; una bella testolina,
un viso dai lineamenti perfino troppo regolari per una indocinese, un profilo
quasi caucasico, una boccuccia perfetta, occhi nerissimi e lampeggianti come
quelli di suo padre, leggermente obliqui.
La bella capigliatura, nera e abbondante, le cadeva in pittoresco disordine
sulla larga veste di seta azzurra a ricami d'oro; la pelle, quasi mai esposta al
sole, era appena abbronzata, con sfumature che ricordavano certi riflessi
dell'alba; aveva le braccia nude e adorne di ricchissimi braccialetti, e i piedi
racchiusi in babbucce di seta gialla con ricami di perle, così piccoli da poter
reggere vittoriosamente il confronto con quelli tanto decantati delle donne
Cinesi.
Vedendo suo padre così accasciato, quasi interamente abbandonato sulla
poltrona, col viso cupo e lo sguardo semispento, Len-Pra mandò un grido.
"Che cos'hai, padre mio?" gli chiese.
"Nulla, fanciulla mia," rispose il disgraziato generale,
risollevandosi con uno sforzo supremo. "Sono semplicemente preoccupato per
la malattia del S'hen-mheng."
"Tu stai male e sei oppresso da qualche cosa di più grave d'una
preoccupazione," disse la giovane.
"No, non è nulla."
"È dunque gravemente ammalato anche l'ultimo dei S'hen-mheng?" chiese
Len-Pra impallidendo.
"È un po' triste, tuttavia noi lo salveremo."
"Se dovesse morire?"
"Non vi è alcun pericolo per ora. Fa' portare la cena, e siedi presso di
me, mia piccola Len-Pra. Desidero ritirarmi presto questa sera. Domani questa
stanchezza sarà scomparsa."
La fanciulla percosse con un martelletto d'ebano un piccolo gong sospeso sotto
la lampada, e poco dopo entrarono due giovani valletti portando, su dei grandi
vassoi d'argento, parecchi tondi pieni di vivande fumanti, di frutta e di tuberi
di varie specie.
Il popolo siamese passa per uno dei più frugali della terra e anche per il meno
esigente, quantunque, in quel regno fortunato, i viveri costino una vera
miseria, così poco anzi che per un fund, ossia per circa cento lire, si possono
comperare, su qualunque mercato, tre polli!...
Il popolo si nutre ordinariamente al pari del cinese di riso, condito con un
miscuglio puzzolente che somiglia, in peggio, al curry indiano, composto di
gamberetti di mare lasciati prima putrefare e di parecchie erbe e droghe
fortissime. Non sdegna però, specialmente il popolo campagnolo, i topi, le
lucertole, le locuste, i vermi di terra. In ciò è eguale, per gusto, al
cinese.
I ricchi preferiscono invece i pesci freschi o salati che si vendono in
quantità prodigiose sul mercato galleggiante di Bangkok, gli steli di bambù, i
fagiolini ricciuti, conditi con olio di cocco, che se fresco, ha un sapore
gradevolissimo, degno dei migliori olii della Riviera genovese e della Provenza;
raramente invece mangiano polli e quasi mai carni d'animali, perché la loro
religione proibisce di ucciderli, quantunque permetta loro di mangiarne se
uccisi da altri che non siano Buddisti.
Lakon-tay, che voleva nascondere le sue angosce e anche il triste disegno che
meditava, si mise ad assaggiare le vivande portate, inaffiandole abbondantemente
con tazze colme di trau, un liquore distillato dal riso, mescolato a calce ed a
sciroppo di canna da zucchero, che i Siamesi pretendono sia atto a riparare le
energie fisiche estenuate dalla continua traspirazione.
Il disgraziato cercava di stordirsi e di acquistare un'allegria fittizia.
Terminato il pasto, si fece portare la scatola d'oro regalatagli dal re, piena
di noci di areche e di betel con un po' di calce, e si mise a masticare
lentamente quel miscuglio piccante, che annerisce i denti e che fa sputar saliva
color del sangue, mentre Len-Pra preparava il tè, versandolo in microscopiche
chicchere di porcellana cinese, sulle quali era dipinto, nello stile nazionale,
il cielo degli Indù colle falangi dei thevada.
"Mia dolce Len," disse ad un tratto il generale, che da alcuni minuti
era ricaduto nei suoi tristi pensieri. "Tu hai compiuto già da tre
settimane i tuoi quindici anni, mentre io sono vecchio, e mi potrebbe da un
momento all'altro toccare qualche disgrazia."
"Che cosa dici, padre mio? Quali neri pensieri turbano questa sera il tuo
cervello?"
"Nessuno," rispose il generale, soffocando un sospiro. "Prendo
precauzioni, in vista di certi avvenimenti che potrebbero verificarsi."
"Tu mi spaventi, padre."
"No, Len-Pra."
"Che cosa vuoi concludere allora?"
"Che alla tua età devi sapere dove si trovano le ricchezze che un giorno
ti dovranno spettare in eredità.
All'estremità del nostro giardino, in un forziere che io ho immerso nella
vasca, si trovano rinchiuse tutte le gioie della famiglia e le verghe d'oro che
ho accumulato in tanti anni di economia.
Vi è là dentro tanto da farti ricca, giacché, nei saccheggi delle città
cambogiane e birmane, mi è toccata come mia parte una fortuna considerevole.
Nessuno sa che le mie ricchezze si trovino immerse in quel bacino, che è
guardato dai due gaviali onde garantirle dai ladri. Ecco quello che volevo
dirti."
"Potevi dirmelo un altro giorno, o fra parecchi anni, padre," disse
Len-Pra. "Tu sei ancora robusto e nessuna malattia ti minaccia."
"È vero, ma per precauzione ho preferito dirtelo questa sera."
Si alzò, voltando le spalle alla lampada per nascondere la profonda emozione
che gli alterava il viso, e si diresse verso un angolo della stanza, dove stava
un gran bacino d'argento pieno d'acqua, con entro un altro bacino di rame
sottilissimo, già quasi tutto sommerso.
Era un orologio ad acqua, usato anche oggi dai Siamesi. Nel secondo bacino, più
piccolo del primo e leggerissimo, vi è un buco quasi invisibile che permette
all'acqua di entrare a poco a poco finché lo fa colare a picco.
"Un'altra ora è passata," disse, mentre il bacino s'immergeva.
In lontananza, i gong del palazzo reale echeggiavano rumorosamente, invitando
gli abitanti a spegnere i lumi ed a coricarsi.
"È tardi," disse Lakon-tay con voce ferma. "Le ombre dei morti
lasciano il cielo e scendono sulla terra. Va' a coricarti mia dolce Len."
S'accostò alla fanciulla, che lo guardava con una profonda mestizia, la fissò
un momento, poi le depose un bacio sulla fronte.
"Va', fanciulla," le disse. "Avrò ancora da fare un po' prima di
coricarmi."
Mentre Len-Pra si ritirava nella sua stanza, Lakon-tay uscì sulla veranda,
aspirando avidamente l'aria fresca della notte, carica di profumi deliziosi.
Il Menam, illuminato dalla luna salita ormai in cielo, svolgeva la sua immensa
curva, scintillante come se le sue acque fossero d'argento, scorrendo fra la
moltitudine di case galleggianti e mormorando dolcemente, in un incessante
scricchiolio di zattere e di barche che si alzavano per la marea montante.
I lumi delle case acquatiche a poco a poco si spegnevano e le canzoni dei
battellieri morivano sulla superficie dell'immenso fiume, mentre lontano lontano
echeggiavano ancora i dolcissimi suoni d'un tro2.
La città s'addormentava a poco a poco, mentre la luna saliva sempre fra miriadi
di stelle scintillanti in un cielo purissimo, facendo balenare i tetti dorati
delle pagode e le punte ardite delle piramidi gigantesche; e la brezza notturna
faceva tintinnare i campanelluzzi delle phra-chedi e tremolare le immense foglie
dei cocchi che servivano di sfondo a quel superbo quadro.
Lakon-tay, appoggiato alla ricca balaustrata della veranda, laccata e dorata,
teneva gli sguardi fissi su un punto lontano, dove si vedevano talora brillare
dei fuochi ed innalzare nubi nerissime. Guardava verso la necropoli.
"Domani anche il mio corpo sarà là," disse. "No, Lakon-tay non
deve sopravvivere alla sua disgrazia. Siano maledetti i vili che hanno uccisi i
S'hen-mheng! Che la maledizione di Sommona Kodom li perseguiti in questa e
nell'altra vita. Len-Pra mi perdonerà di averla privata del padre e
comprenderà che la mia morte era necessaria. Almeno sfuggirà alla schiavitù
che l'attende."
Un grido che echeggiò in quell'istante proprio sopra il tetto della casa lo
fece trasalire.
"L'uccello della notte si è posato sulla mia phe," disse con un
triste sorriso. "Forse l'anima di mia moglie. Sì, vengo a
raggiungerti."
Percorse con passo fermo tutta la veranda e aprì una porta, entrando nella sua
stanza da letto.
Capitolo IV
Il dottore bianco
La stanza del generale era ampia e arredata con molto buon gusto, quantunque
predominasse in tutti i mobili lo stile cinese piuttosto che il siamese.
Le pareti erano coperte di quella meravigliosa carta di seta, con fiori,
uccelli, lune e draghi, così cara ai Cinesi; il soffitto era tutto scolpito e
dorato, il pavimento di porcellana a disegni stravaganti, che raffiguravano
animali fantastici. Alle finestre ricche tende di seta verde cupe, nel mezzo un
ampio letto di forme massicce, con coperte di seta e una zanzariera poi qua e
là, negli angoli e lungo le pareti, divanetti, mobili leggerissimi laccati ed
incrostati d'avorio e d'argento, poi vasi giapponesi e Cinesi, e vasi Siamesi
d'oro, meravigliosamente cesellati; e di fronte al letto, su una mensola di
ebano, una statuetta di Sommona Kodom.
Appesi alle pareti, disposti con un disordine pittoresco, si vedevano tondi
istoriati di antichissima porcellana, armi di varie specie, e drappi preziosi
tempestati di rubini, che ricordavano nei loro disegni e nelle loro tinte gli
splendidi tessuti dei Birmani.
Lakon-tay, appena entrato, si diresse lentamente verso un angolo in cui, sopra
una mensola d'argento, si vedeva una larga spada dalla lama diritta a due tagli,
colla guardia piccolissima, specie di enorme rasoio. Era la sua catana di
guerra, un'arma di fabbrica giapponese, taglientissima, già tinta e ritinta un
tempo nel sangue dei Birmani e dei Cambogiani.
La impugnò con mano ferma e la guardò per alcuni istanti, alla luce della
lampada azzurra che ardeva proprio sopra il letto; poi, senza che un muscolo del
suo viso trasalisse, se l'accostò alla gola.
Ad un tratto però abbassò l'arma, poi la gettò su uno dei divanetti.
"No," disse. "Il sangue farebbe troppa impressione alla dolce
Len-Pra."
Stette un momento irresoluto, poi si diresse verso un tavolino giapponese, su
cui stavano parecchi vasi di porcellana, delle tazze e delle caraffe piene
d'acqua e di liquori.
"La morte mi coglierà nel sonno," mormorò.
Aprì uno di quei vasetti e ne tolse una palla di colore brunastro, grossa come
una piccola noce di cocco, che tagliò a metà con un coltello dal manico d'oro.
Levò dall'interno, che era un po' molle, un pezzetto che gettò in una tazza
già piena d'acqua.
Mescolò per alcuni minuti finché quel pezzetto di pasta fu sciolto, alzò la
tazza e la vuotò d'un fiato.
Poi attraversò la stanza, sempre calmo, sempre impassibile, e si adagiò sul
letto, mormorando: "Addio, mia dolce Len-Pra. Possa la mia morte placare la
collera del re e salvarti dalla schiavitù."
Un tremito scosse il suo corpo.
"Ecco il sonno eterno che si avanza," mormorò ancora.
E chiuse le palpebre divenute pesantissime, mentre sulla veranda l'uccello della
notte faceva echeggiare per tre volte di seguito il suo funebre grido.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
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Feng, il paggio affezionato, che nutriva verso il generale una devozione senza
limiti, aveva intuito che Lakon-tay maturava nel suo cervello, eccitato dalla
disgrazia che ormai stava per coglierlo, un triste disegno.
Già, nel Siam, il suicidio è cosa comune quanto nel Giappone. Un alto
personaggio che cade in disgrazia, difficilmente osa affrontare la derisione dei
personaggi che un giorno gli furono inferiori, e non sa rassegnarsi alla caduta.
Preferiscono suicidarsi, perché fra i Siamesi, cosa davvero inesplicabile per
un popolo che si fa un dovere di non uccidere l'animale più nocivo e di non
schiacciare il più vile insetto, il suicidio è considerato come un trionfo ed
una sublime virtù.
Anzi colui che si impicca è perfino creduto degno di pubbliche lodi, chissà
per quali strane e vecchie costumanze, e si decreta al suo cadavere un'apoteosi.
Feng, che era stato raccolto ancora fanciullo sui confini del Laos, in un
villaggio di selvaggi Stienghi devastato dalla guerra, conosceva ormai da troppo
tempo il suo padrone per non indovinarne i pensieri. Il suo istinto d'uomo
selvaggio l'aveva avvertito che una ben più grave disgrazia stava per piombare
sulla casa e colpire soprattutto la dolce Len-Pra.
Quindi, appena terminata la cena, si era celato fra i vasi di peonie che
abbellivano la veranda, deciso a impedire al padrone di sopprimersi.
L'aveva veduto soffermarsi sulla terrazza, aveva udito le sue parole, aveva
udito pure il funebre grido dell'uccello della notte che presagiva una imminente
disgrazia.
Non osando però seguirlo appena era entrato nella stanza, non aveva avuto il
tempo di vederlo prendere la catana; era giunto invece dinanzi ai vetri della
porta quando il generale stava vuotando la tazza.
Dapprima credette che avesse trangugiato un bicchiere d'acqua o di trau, ma
vedendolo poco dopo sdraiarsi sul letto e rimanere immobile, come fulminato, il
sospetto che avesse bevuto qualche veleno gli balenò istantaneamente nel
cervello.
Risoluto a strapparlo a qualunque costo alla morte, il bravo giovane, in preda
ad un profondo turbamento, spinse poderosamente la porta, la quale, non essendo
stata chiusa internamente, cedette al primo urto. In due salti fu presso il
letto.
Lakon-tay, pallidissimo, coi lineamenti solo un po' alterati, dormiva o pareva
dormisse profondamente. Il suo respiro però era affannoso e attorno ai suoi
occhi cominciava ad apparire un cerchio azzurrastro.
"Che cosa può aver bevuto il mio padrone?" si chiese Feng con
angoscia.
Si precipitò verso il tavolino su cui stava ancora la tazza, e un grido gli
sfuggì: Aveva scorto la palla di materia brunastra tagliata in due, che
Lakon-tay non aveva più ricollocata nel vaso di porcellana.
"Ha bevuto dell'oppio disciolto nell'acqua!" esclamò.
"Disgraziato padrone!"
Si precipitò fuori della stanza, attraversò in un lampo la veranda ed entrò
come una bomba nel salotto.
Len-Pra, inquieta per i discorsi fatti dal padre, vi era tornata, non essendo
riuscita ad addormentarsi. Anch'essa aveva udito le grida dell'uccello notturno
e, superstiziosa al pari delle sue compatriote, le era balenato il pensiero che
una disgrazia stesse per piombare sulla casa.
Vedendo entrare Feng cogli occhi dilatati dal terrore, il viso sconvolto,
ansante, mandò un grido.
"Feng!" esclamò. "Che cos'hai?"
"Un medico, signora... tuo padre... suicidato... l'oppio..."
"Qui!... di fronte!... dallo straniero dalla pelle bianca... Ah! Padre
mio!"
Feng era già nel vestibolo, urtando i servi che accorrevano da tutte le parti
perché avevano udito il grido di Len-Pra. Scese a precipizio i gradini e si
slanciò nella via.
Di fronte alla phe del generale, s'alzava un'elegante palazzina di legno, col
tetto acuminato e le grondaie arcuate, di stile più cinese che siamese, e colla
solita veranda.
Feng salì rapidamente i tre gradini, e col manico del coltello, che teneva
nella fascia, percosse fragorosamente ed a più riprese il disco di bronzo
sospeso sopra la porta, gridando contemporaneamente:
"Aprite, signor uomo bianco! Il mio padrone muore!"
Alla seconda battuta la porta si aperse e comparve un uomo vestito di bianco,
con in capo un casco di flanella pure bianca, come usano gl'inglesi e gli
olandesi nelle loro colonie d'oltremare, e con in mano una lanterna cinese coi
vetri di talco.
Era un bel giovane di venticinque o ventisei anni, di statura piuttosto alta, di
forme eleganti ed insieme vigorose, dalla pelle un po' abbronzata, cogli occhi
nerissimi ed i capelli e la barba pure neri.
"Chi muore?" chiese in buon siamese.
"Il mio signore, Lakon-tay."
"Il ministro dei S'hen-mheng?" esclamò l'europeo con stupore.
"Si è avvelenato, signore."
"Attendi un istante."
L'europeo rientrò nella palazzina, in preda ad una visibile emozione, poi ne
uscì di nuovo tenendo in mano una cassetta di legno laccato, contenente
probabilmente degli antidoti.
"Presto, precedimi," disse brevemente.
Attraversarono velocemente la via e salirono nell'abitazione del ministro,
facendosi largo fra i servi, che gridavano e piangevano sulle scale,
strappandosi le vesti e graffiandosi i volti.
"Ordina a questi uomini che stiano zitti," disse l'europeo allo
Stiengo. "Non è colle grida che si guarisce un moribondo."
Preceduto da Feng, attraversò la veranda ed entrò nella stanza del ministro.
Len-Pra, cogli occhi pieni di lacrime, in preda ad una disperazione straziante,
vegliava sola al capezzale di suo padre, sforzandosi, ma invano, di destarlo da
quel sonno che a poco a poco lo traeva verso la morte.
Vedendo entrare l'europeo, gli si precipitò incontro, gridandogli con voce
singhiozzante:
"Salvatelo, signore, e tutto il tesoro di mio padre sarà vostro."
Il giovane si limitò a sorridere ed a scoprirsi il capo, figgendo i suoi occhi
nerissimi in quelli della graziosa fanciulla. Poi s'avvicinò al letto e tastò
il polso di Lakon-tay.
"Siamo in tempo," disse. "La morte non sarebbe giunta prima d'un
paio d'ore. Non temete, fanciulla, io lo salverò."
"Fatelo, e tutto vi apparterrà, ed io vi sarò riconoscente finché avrò
un soffio di vita."
L'europeo per la seconda volta sorrise, dicendo a mezza voce:
"Mi basterà la riconoscenza della bella Len-Pra."
S'avvicinò al tavolo, su cui stavano ancora la tazza e la palla d'oppio che
Lakon-tay aveva tagliato quasi per metà.
"È parna," disse, "l'oppio migliore, ma anche il più
pericoloso. Bah! Vinceremo la sua potenza mortale."
Aperse la cassetta, ne estrasse una fiala contenente un liquido color del rubino
e versò in una tazza alcune gocce, aggiungendovi poi dell'acqua. Il liquido
spumeggiò per qualche istante spandendo un odore acuto, poi tornò limpido.
"Ciò basterà per salvare vostro padre, Len-Pra," disse il giovane
medico.
S'impadronì d'un coltello colla lama d'acciaio e il manico d'oro che aveva
veduto su una mensola, s'appressò al letto, aperse a forza i denti del generale
e gli versò in bocca la misteriosa miscela.
Tosto un fremito scosse il corpo di Lakon-tay, fremito che durò qualche minuto,
e la respirazione, che poco prima era affannosa, divenne quasi subito regolare e
tranquilla.
"Salvato?" chiese Len-Pra, alzando sull'europeo i suoi begli occhi
bagnati di lacrime.
"Aspettate un quarto d'ora o venti minuti, e vostro padre aprirà gli
occhi.
Ah! Quegli indiani hanno degli antidoti veramente meravigliosi, che gli Europei,
con tutta la loro scienza, non hanno potuto ancora trovare. È stata una vera
fortuna, Len-Pra, che abbiate pensato a me. Non so se un altro medico, e
specialmente uno dei vostri, avrebbe potuto strappare vostro padre alla morte.
La dose d'oppio era forte, ma..."
"Dite, signor dottore."
"Quale dispiacere può aver spinto vostro padre, ministro potente ed
invidiato, favorito del re, valoroso fra i valorosi, a cercare la morte?"
"Non lo so, signore. Era tornato questa sera assai turbato e triste."
"Che sia morto l'ultimo S'hen-mheng?" disse il medico. "Mi hanno
detto che ieri mattina era assai ammalato e che alla corte regnava una profonda
preoccupazione."
"Il S'hen-mheng morto!" esclamò Len-Pra facendo un gesto di
disperazione.
"Sì... morto..." mormorò una voce presso di lei.
Lakon-tay aveva aperto gli occhi e si era alzato, appoggiandosi sui gomiti.
Len-Pra gettò un grido di gioia.
"Ah! Padre mio!"
Il generale rimase immobile, cogli occhi dilatati, guardando ora la figlia ed
ora lo straniero, certo stupito di trovarsi ancora vivo.
"Padre mio!" gridò nuovamente Len-Pra. "Non rimproverarmi
d'averti strappato alla morte."
La fronte del generale, che prima si era aggrottata, si rasserenava.
Gettò ambe le braccia al collo di Len e se la strinse al petto con un moto
improvviso, dicendo:
"Perdonami, mia dolce Len, se io avevo cercato fra le braccia della morte
di sottrarmi alla disgrazia che piomberà sulla nostra casa, ma al vecchio
generale era mancato il coraggio di sfidare il disprezzo della corte e la
collera del re."
"Voi, il più prode guerriero del Siam!" esclamò l'europeo.
Lakon-tay guardò il medico, poi gli tese la mano, dicendo:
"Lo straniero nostro vicino. È a voi che debbo la vita, vero? Grazie per
la mia Len, alla quale avete conservato il padre, che era risoluto a
morire."
"Sono ben lieto di avervi salvato, generale," rispose l'europeo.
"I valorosi come voi sono ben rari nel Siam."
Un mesto sorriso sfiorò le labbra di Lakon-tay.
"Un dimenticato, ormai," disse con voce triste, "e fors'anche un
maledetto dai grandi e dal popolo, i quali mi accuseranno di essere stato io
l'autore della morte dei S'hen-mheng, i protettori del regno."
"Il quale regno potrà prosperare anche senza gli elefanti più o meno
bianchi," rispose l'europeo. "Credetelo, generale, sono vecchie
superstizioni che un giorno spariranno anche dal Siam."
"Forse avete ragione," disse Lakon-tay, "ma nessuno potrà
persuadere né i grandi né il popolo e nemmeno i talapoini."
"Ecco un uomo moderno," disse il dottore, sorridendo. "Per noi
europei, perdonerete se parlo franco, gli elefanti, di qualunque colore siano,
sono tutti animali né superiori né inferiori agli altri."
"E voi, europei, ne sapete ben più di noi," disse il generale.
"Condividete dunque la mia opinione?"
"Come uomo, sì, come siamese, no. Dovrei rinnegare la mia religione e le
credenze dei miei avi."
"E noi crediamo in Sommona Kodom," mormorò Len-Pra.
"Avete veduto il re?" chiese l'europeo.
"Ieri sera, dopo la morte dell'ultimo S'hen-mheng."
"Sapete, generale, che mi sembra per lo meno strana la morte di quei sette
elefanti in così breve tempo?"
Lakon-tay fissò sull'europeo uno sguardo riconoscente.
"Anche voi sospettate che quella morte non sia naturale?" chiese.
"Sì, generale. Avete qualche nemico potente alla corte?"
"Tutti ne hanno: l'invidia ne fa sorgere dovunque."
"Qualcuno che aspirasse al vostro posto?"
"Ve n'è più d'uno, ma io non credo che costoro abbiano osato sfidare
l'ira di Sommona Kodom."
"Comunque, un sospetto voi l'avete."
"Sì," rispose il generale.
"Frugate bene nella vostra memoria: quel nemico può venire a galla."
"Ah!..."
"L'avete trovato?"
"Len-Pra," disse il generale, "lasciaci soli. La confidenza che
devo fare a questo europeo deve essere, per ora, ignorata da te."
La fanciulla tese la sua piccola mano verso il medico, che gliela strinse
sorridendo, e uscì, dicendo: "La mia riconoscenza, finché avrò un soffio
di vita."
"Parlate adagio, non stancatevi," disse l'europeo, volgendosi verso il
generale. "Siete ancora un po' debole."
"Non provo che un po' di sonnolenza."
"Non ritenterete la prova, spero."
"No, ve lo prometto, perché ora ho un desiderio terribile di vendicarmi
dei nemici che hanno giurato la mia perdita."
"Parlate."
"Le vostre domande mi hanno fatto nascere un sospetto, che prima non mi era
mai balenato nel cervello. Sì... nella morte degli elefanti bianchi deve
esserci entrata la mano di Mien-Ming."
"Chi è costui?"
"Un Cambogiano che dal nulla è riuscito a diventare, non so per quali male
arti, puram3, ed a guadagnarsi il favore del re."
"Un avventuriero?"
"Che era stato prima ai servigi del re di Birmania, un uomo falso, doppio,
capace di commettere qualsiasi delitto, assetato d'ambizione e tuttavia temuto,
perché è protetto dal re."
"Aveva qualche motivo per tentare la vostra perdita?"
"Sì, quello di vendicarsi d'avergli io negato la mano di Len-Pra."
"Ve l'aveva chiesta?"
"Tre mesi or sono."
"Ed ecco che un mese dopo il primo S'hen-mheng moriva," disse
l'europeo, che era diventato pensieroso. "Non avete però alcuna prova che
possa essere stato lui."
"Nessuna e poi, anche avendone qualcuna, nemmeno io avrei potuto lottare
contro un uomo così potente."
"È buddista?"
"Io credo che sia un adoratore di Fo o di Confucio, come la maggior parte
dei Cambogiani."
"Ecco una preziosa informazione," disse l'europeo. "Un confuciano
può ridersene di Sommona Kodom, a cui non crede. Deve però aver avuto dei
complici."
"Certo, signore, fra i paggi, i servi od i mahut dei S'hen-mheng."
"Sono amico di alcuni grandi della corte," disse l'europeo, alzandosi.
"Spero di ottenere il permesso di visitare l'elefante bianco che è morto
ora. Conosco bene i veleni io: vedremo."
"L'alba sta per spuntare e voi siete ormai fuori pericolo."
"Come potrò ricompensarvi per avermi conservato alla mia dolce Len?"
chiese il generale con voce commossa.
"Accettandomi come vostro alleato, per combattere i vostri misteriosi
nemici," rispose l'europeo. "Gli italiani amano la lotta e qui vi
sarà ben da lottare, generale. Un valoroso come voi non deve cadere così sotto
i colpi d'un avventuriero.
Daremo battaglia, mio generale, e spero che vinceremo e che smaschereremo
quell'uomo, se potremo provare che sia realmente colpevole.
Ci rivedremo più tardi, dopo il mezzodì."
Capitolo V
Il puram del re
L'ultimo dei S'hen-mheng era appena spirato e Lakon-tay era appena uscito per
recare al re la triste notizia, quando un uomo, approfittando della commozione
generale che regnava nella sala degli elefanti, usciva inosservato per una
porticina che metteva dietro le mura della cinta reale.
Quell'uomo era uno dei servi incaricati di vegliare l'ultimo S'hen-mheng, e che
nel momento in cui Lakon-tay manifestava al mahut favorito i suoi sospetti, si
era trovato così vicino a loro da non perdere una sola parola.
Camminava rapidamente lungo la cinta, guardandosi di frequente alle spalle, come
se temesse di essere seguito da qualcuno, e pareva in preda ad un profondo
orgasmo.
I suoi occhi obliqui, che tradivano in lui un Cambogiano, scrutavano i viali, e
la sua pelle giallastra diventava livida al minimo rumore.
Giunto presso una delle tante porte della cinta, trasse dalla sua larga fascia
una chiave e l'aperse con precauzione.
Al di fuori un giovane dalla pelle scurissima pareva lo attendesse, tenendo per
la briglia uno di quei piccoli e ardenti cavalli del paese, bardati
all'orientale, con staffe corte e larghe e gualdrappa rossa e infioccata,
trapunta in oro.
"È in casa il tuo padrone?" chiese il servo con precipitazione.
"Sì, e ti attende," rispose il giovane.
Con un salto il servo fu in sella e raccolse le briglie, dicendo:
"Lascia andare".
Il cavallo, sentendosi libero, partì di carriera, sollevando un nembo di
polvere.
L'uomo seguì per qualche chilometro la cinta del palazzo reale, poi si slanciò
fra le tortuose e fangose vie della vecchia città, atterrando tre o quattro
passanti che non avevano avuto il tempo di evitarlo, finché sbucò sul gran
viale costeggiante il Menam, fiancheggiato da bellissime phe colle verande
illuminate da enormi lanterne cinesi, di carta oliata variopinta o coi vetri di
talco.
Il Cambogiano lo lasciò galoppare per alcune centinaia di metri, poi con una
violenta strappata lo arrestò dinanzi ad una phe grandiosa, d'architettura
cinese, coi tetti arcuati ed irti di punte e di comignoletti scintillanti d'oro.
Alcuni servi, sfarzosamente vestiti di seta gialla a fiorami di vari colori,
stavano chiacchierando e masticando del betel sulla gradinata marmorea della
palazzina.
"Il vostro padrone?" chiese il Cambogiano, balzando a terra con
un'agilità da cavallerizzo perfetto.
"È nel suo gabinetto," rispose un valletto.
"Solo?"
"Solo: devo annunziarti?"
"Non occorre: ho troppa premura."
Entrò, salendo una gradinata di legno di tek, coperta da tappeti di feltro
variopinti e colle ringhiere di metallo dorato e, senza nemmeno bussare, aperse
una porta di ebano con laminette d'argento.
In un elegante salotto, tappezzato tutto in seta cinese ricamata in rosso, un
uomo stava sopra un immenso cuscino, fumando una pipa formata da una conchiglia,
dal cui camino si sprigionavano nuvolette di fumo oleoso e punto profumato.
Era un uomo piuttosto obeso, interamente calvo, fra i quarantacinque ed i
cinquant'anni, dalla fronte bassa, gli zigomi assai sporgenti, gli occhi obliqui
come quelli dei Cinesi e la pelle giallastra.
In tutta la sua persona c'era un non so che di falso e di ripugnante, malgrado
la ricchezza delle sue vesti di seta azzurra cosparse di rubini e di perle, le
collane che dovevano costare dei tesori, ed il sorriso che non abbandonava mai
le sue labbra.
Vedendo entrare il servo dell'elefante bianco, si levò di colpo, esclamando:
"Tu, Kopom!..."
"Io, signore."
"Il S'hen-mheng?"
"Morto or ora."
Un sorriso di gioia feroce comparve sulle labbra dell'uomo grasso.
"Sono finalmente vendicato!" esclamò con voce giuliva. "Ah!
Lakon-tay ha osato respingere la mano di Mien-Ming, il possente puram del re! Mi
conosceva troppo male quell'imbecille. Credeva di essere invulnerabile, ed è
caduto come un colosso d'argilla.
Non si offende impunemente un uomo par mio, e Len-Pra un giorno, dovessi
travolgere nella rovina tutto il Siam, sarà mia.
Folle! Sfidare la mia collera! Non basta il coraggio: ed ecco la sua fama
compromessa, la sua popolarità perduta, il suo onore fatto a pezzi, mentre
avrebbe potuto diventare potente quanto me.
L'offesa che m'ha fatto la pagherà cara e Len-Pra piangerà lacrime di sangue!
Come era, quando è uscito per recarsi dal re?"
"Irriconoscibile, mio signore," rispose il Cambogiano.
"Che scoppio di collera da parte del re!" disse Mien-Ming, con un
brutto sorriso. "Me la immagino la scena. Il mio veleno non doveva fallire
nemmeno contro l'ultimo dei S'hen-mheng."
"Un veleno terribile, signore."
"Ho chiuso io stesso, entro un bambù del mio giardino, il più alto ed il
più grosso, il baffo d'una tigre, ed ho spremuto colle mie dita il liquido del
verme che era nato. Non mi sono però accontentato di questo, e vi ho unito una
forte dose d'un veleno vegetale che avevo raccolto nei nostri boschi della
Cambogia.
Nessuno avrà avuto alcun sospetto, è vero, Kopom?"
A quelle parole il viso del Cambogiano si rannuvolò, e il suo turbamento non
sfuggì allo sguardo acuto del puram del re.
"Mi sembri inquieto," gli disse il gran giustiziere, con voce aspra.
"Che cos'hai?"
"Lakon-tay non mi parve convinto che la morte dei S'hen-mheng fosse
naturale," rispose Kopom, con voce esitante.
"Che cosa ti ha detto?" chiese il puram, aggrottando la fronte.
"A me, nulla, ma ha manifestato dei sospetti parlando col mahut
dell'elefante bianco."
"Sospetta di me?"
"Oh no, signore, del re di Birmania."
Mien-Ming scoppiò in una risata.
"Che imbecille! Tutti i prodi sono bambini! Il re di Birmania! E a quale
scopo avrebbe fatto avvelenare i S'hen-mheng del re del Siam?"
"Per gelosia."
"Ciò è cosa che non ci riguarda, vero, Kopom? Sono fedeli i tuoi
complici?"
"Sono tutti Cambogiani, e non credono alle trasmigrazioni di Sommona Kodom."
Il puram del re s'avvicinò ad un pesante mobile in legno di tek, una specie di
forziere tutto intagliato e laminato in oro, aperse uno sportello e ne estrasse
un sacchetto di pelle, che pareva pesantissimo.
Levò quattro verghe d'oro e le porse al Cambogiano, i cui sguardi erano
diventati ardenti, al veder scintillare nelle mani del puram il fulvo metallo.
"Ecco qui mille tical che dividerai coi tuoi complici," disse. "A
più tardi il resto, giacché la vostra impresa non è ancora terminata. Un
giorno tu sarai mandarino."
"Non vi sono più S'hen-mheng da uccidere, mio signore!" disse Kopom.
"Ma vi è Len-Pra da rapire," rispose Mien-Ming. "Credi tu che io
non voglia raccogliere i frutti della mia vendetta?"
"Dovremo uccidere il generale?"
"No, almeno per ora. Mi basta allontanarlo."
"Che cosa devo fare?"
"Recarti alla pagoda di vot-baromanivet e avvertire Kodom di recarsi qui
all'istante. Prenderai una lettiga con otto servi.
Faremo fare della strada a quel bravo talapoino, giacché ambisce di diventare
il capo della comunità!
Fa' presto: quell'uomo mi preme."
Kopom mi mise nella cintura le verghe d'oro, fece al briccone un profondo
inchino e uscì correndo.
Non erano trascorsi venti minuti, quando Mien-Ming, che si era ricoricato sul
largo cuscino di seta, riaccendendo la sua pipa carica d'oppio e sorseggiando
una tazza di tè bollente, udì il gong sospeso alla porta risuonare
fragorosamente.
"Deve essere quel bravo talapoino," mormorò. "Che gambe ha quel
Kopom!"
Si alzò posando la pipa su una mensola d'argento e si diresse verso la porta,
mormorando fra sé:
"Riceviamolo degnamente, quantunque lo ritenga un briccone mio pari."
Un uomo magrissimo, col viso incartapecorito e rugoso, entrò, facendo un
profondo inchino e dicendo con una voce fessa, punto piacevole:
"Che Sommona Kodom guardi il puram del re."
Quell'uomo aveva il capo scoperto e privo di capelli, i piedi nudi; il suo corpo
era avvolto in tre pezzi di seta gialla, il colore riservato al re: il primo gli
avviluppava il braccio sinistro e metà del corpo fino alla cintura, lasciando
nudo il braccio destro: il secondo dalla cintura gli scendeva fino ai polpacci
delle gambe: il terzo invece gli avvolgeva le reni come una larga fascia e
sosteneva una lunga corona formata di cento e otto globetti, di cui si servono
tutti i talapoini per recitare le loro preghiere in lingua bali.
Oltre ad aver il capo rasato, aveva così anche la faccia e perfino le
sopracciglia.
I talapoini sono monaci buddisti e, soprattutto nel Siam, formano delle
corporazioni potentissime e assai rispettate non solo dal popolo e dai grandi,
ma anche dallo stesso re: posseggono un numero infinito di val, ossia di
conventi, che racchiudono dei tesori favolosi.
Ve ne sono di parecchi ordini, e tutti devono vivere di carità e mendicare ogni
giorno alle porte dei ricchi e anche dei poveri; e non tornano mai ai loro
monasteri a mani vuote, anzi sempre carichi come muli, giacché nessuno oserebbe
rifiutare a così santi uomini una moneta o del riso od altro.
Ricevono poi offerte dai grandi e dallo stesso re, il quale anzi tutti i giorni
accoglie i monaci della pagoda di Mong-kut, che formano fra i talapoini una
specie di aristocrazia, e che devono venire nutriti a spese della corte.
Il talapoino che era entrato nel salotto di Mien-Ming non era un monaco
qualunque, anzi per i suoi meriti e per le sue virtù era stato innalzato alla
carica di sancrato, titolo che corrisponderebbe alla dignità di vescovo, e ne
portava le insegne dorate sul talapa che teneva in mano, una specie di ventaglio
di seta gialla, che quei religiosi portano sempre con sé, onde coprirsi il viso
ogni volta che incontrano delle donne.
"Che cosa desideri da me, puram?" chiese il monaco, dopo essersi
seduto su un seggiolone di bambù, offertogli premurosamente da Mien-Ming.
"Sai, sancrato, che il S'hen-mheng è morto?"
"L'ho appreso or ora e non puoi immaginarti, puram, il dolore immenso che
mi ha cagionato quella notizia."
"Ed a me del pari," disse il puram sospirando, "e prevedo che
gravi disgrazie colpiranno il nostro povero paese, se non si troverà qualche
altro S'hen-mheng che incarni l'anima di Sommona Kodom."
"Possibile che non ne esista più alcuno nelle folte foreste del
settentrione? Che il nostro paese sia stato maledetto?"
"Tutte le spedizioni organizzate dal re sono tornate a mani vuote, e temo
anch'io che qualche possente stregone o qualche genio malvagio abbia gettato la
jettatura sul regno."
"Qualche naghar?"4
"O una di quelle terribili garude5 di cui parlano le nostre storie e i
nostri libri sacri; a meno che..."
"Parla, puram," disse il talapoino.
"La notte di ieri io l'ho trascorsa pregando dinanzi alla statua di Sommona
Kodom, nella pagoda di vat-scetuphon, affinché il dio m'indicasse il luogo dove
potessi trovare un altro S'hen-mheng e salvare così il regno dai disastri che
non tarderanno a colpirlo."
"E te lo ha indicato?" chiese il talapoino, con ansietà.
"Tornando a casa verso l'alba, mi sono sentito cogliere da un sonno
irresistibile e poco dopo m'è apparso in sogno Sommona Kodom."
"Il dio?"
"Sì."
"E ti ha parlato?"
"Mi ha parlato," rispose il puram imperturbabile. "Egli montava
una gigantesca garude dalle penne d'oro, col rostro e gli artigli di rubini e
gli occhi di fuoco.
M'invitò a salirvi, dicendomi:
"Ti voglio condurre, giacché mi hai tanto pregato, in un luogo ove tu
troverai il driving-hook6 che io ho sepolto prima di abbandonare la terra, e
senza il quale non si potrà trovare alcun elefante bianco".
Poi l'aquila riprese il volo con rapidità prodigiosa; seguendo il corso del
Menam, finché si librò sopra una città semidiroccata, con alte cupole e
porticati immensi, popolata solamente da pipistrelli."
"Ecco dove si trova il driving-hook", mi disse allora il dio.
"Cercalo, perché senza quello il Siam non avrà mai alcun S'hen-mheng."
Poi scomparve, senz'altro aggiungere."
Mien-Ming tacque un momento, poi, volgendosi verso il monaco, che pareva lo
ascoltasse ancora, gli chiese:
"Tu che sei fra tutti i sancrati il più istruito e che conosci tutti i
libri antichi hai mai udito parlare di una città simile?"
"Sì, i libri fanno menzione di quattro grandi città, cadute in rovina da
secoli e secoli, e che sarebbero state popolate un giorno da un popolo immenso,
e narrano che in una di esse sarebbe stato veramente sepolto il driving-hook di
Sommona Kodom, dopo la sua ultima trasformazione."
"Anch'io ho udito, nella mia gioventù (quando non ero ancora sceso nel
Siam, perché sono Cambogiano), parlare di rovine imponenti e soprattutto d'una
immensa città, che si dice fosse stata eretta da un re lebbroso."
"Dove si troverebbe quella città?" chiese il monaco.
"Ho udito parlare del lago misterioso di Tuli-Sap," disse il
Cambogiano.
"Se Sommona Kodom ti ha ispirato, tu devi parlare subito al re, onde si
organizzi una spedizione che vada a cercare nella città del re lebbroso il
driving-hook."
Il puram scosse la testa, poi fissando sul monaco, che lo guardava con stupore,
i suoi occhi obliqui dal lampo giallastro, gli disse:
"Tu che sei uomo di religione, credi che Sommona Kodom mi sia apparso in
sogno per indicarmi veramente il modo con cui il Siam potrà riavere i S'hen-mheng?"
"Sì, giacché tu lo avevi pregato una notte intera."
"Ebbene, io dò a te l'incarico di recarti dal re e di dirgli che Sommona
Kodom ti è comparso in sogno. Tu, ministro della religione, sarai meglio
creduto di me."
"Ma tu, puram, rinunci agli onori che ti spetterebbero se il driving-hook
si trovasse."
"Li cedo a te, quegli onori; io ne ho avuti abbastanza."
Il monaco cadde in ginocchio dinanzi al puram, esclamando:
"Tu sei l'uomo più generoso che io abbia conosciuto sulla terra. Che cosa
potrò fare per te?"
"Salvare Lakon-tay e stornare dal suo capo la collera del re. Non voglio
che quel prode cada in disgrazia," disse il Cambogiano, fingendo una
profonda commozione.
"In qual modo?"
"Consigliare il re a mandare Lakon-tay in cerca del driving-hook. Se egli
lo trova, come spero, perché anch'io non dubito che Sommona Kodom m'abbia
indicato il luogo dove è sepolto, la sua riabilitazione sarà completa."
"Oh, uomo generoso! Tu sei il più leale e il più cavalleresco puram del
regno!" esclamò il talapoino.
"Va', un palanchino t'aspetta alla porta della mia casa ed il re a
quest'ora non deve essersi ancora coricato. Conto su di te e sulla tua
segretezza, sancrato."
Capitolo VI
La cremazione del S'hen-mheng
I tam-tam del palazzo reale avevano appunto battuto le quattro del
pomeriggio, quando il medico entrò nella elegante phe di Lakon-tay.
Aveva l'aspetto d'un uomo assai preoccupato, e la sua ampia fronte era solcata
da una profonda ruga, indizio che un profondo pensiero lo turbava.
Sul pianerottolo della scala Len-Pra, più leggiadra del solito, con un
giubbettino di seta bianca tutto fronzoli e ricami d'oro, i calzoni ampi di seta
azzurra che le scendevano fino sotto il ginocchio, e una superba peonia color
del fuoco piantata sul pettine d'oro che le reggeva i nerissimi capelli, lo
aspettava.
Dalla veranda lo aveva veduto uscire dalla sua palazzina e si era affrettata a
muovergli incontro.
Il giovane scorgendola trasalì, e fissò sulla bella fanciulla uno sguardo
ardente. La ruga era improvvisamente scomparsa dalla sua fronte e anche la
preoccupazione dal suo animo.
"Mi aspettavate, Len-Pra?" chiese l'europeo, con una certa commozione.
"Sì, signor straniero," rispose la fanciulla con voce dolce, mentre
un rapido fremito agitava le sue mani, che già il dottore teneva fra le sue.
"Vostro padre?"
"È già alzato. Quanto siete abili voi, uomini dell'occidente: nulla vi è
impossibile."
"Bah! Un semplice antidoto."
"Venite, signor uomo bianco."
Attraversarono la veranda ed entrarono nella stanza del generale.
Lakon-tay, che pareva ormai completamente guarito, se ne stava seduto su un
divanetto di seta gialla, chiacchierando col fido Feng.
"Buone nuove, dottore?" chiese, alzandosi senza fare alcun sforzo.
"Ho finito or ora di esaminare il sangue vomitato da quel povero
elefante."
"Avete potuto vederlo?"
"Il re me ne ha accordato il permesso. Voi sapete che Phra-Bard-Somdh nulla
nega agli europei che sono nei suoi stati."
"È vero," rispose il generale. "Egli li apprezza come si
meritano."
Il dottore fissò per alcuni istanti il generale, poi disse con voce grave:
"I vostri sospetti non erano infondati: il S'hen-mheng è stato ucciso da
un potente veleno, somministratogli da qualche vostro nemico."
"Come avete potuto accertarvene?"
"Esaminando ed analizzando un po' di sangue che mi avevano concesso di
raccogliere. Vi ho trovato delle tracce di veleni potenti."
"Siete ben sicuro, dottore, di non esservi ingannato?"
"Noi medici europei possediamo oggi mezzi sufficienti per scoprire, anche
in un po' di sangue, la traccia di un veleno.
Se avessi potuto avere anche gl'intestini del S'hen-mheng, avrei potuto
conoscere più esattamente quali specie di veleni sono stati somministrati dai
vostri nemici."
"Voi tutto sapete e tutto potete," disse il generale. "Non mi
avete salvato dalla morte? I nostri medici sarebbero stati impotenti a compiere
un simile miracolo."
Fece cenno a Len-Pra ed a Feng di lasciarli soli, poi, rivolgendosi al dottore,
che pareva fosse ricaduto nelle sue preoccupazioni, gli chiese con una certa
ansietà:
"Avete appreso nulla delle intenzioni del re a mio riguardo?"
"Brutte nuove," disse il dottore. "Voi dovete avere dei nemici
potenti che esigono la vostra completa rovina. Ho saputo che il re è furibondo
per la morte dell'ultimo S'hen-mheng."
"Che cosa mi consigliate di fare?" chiese Lakon-tay, con voce cupa.
"Lottare sempre per la vostra riabilitazione."
"Se io facessi una denuncia al re sull'avvelenamento del S'hen-mheng?"
"Chi vi crederebbe?"
"È vero," rispose il generale.
"Anche se io appoggiassi la vostra denuncia, vi tratterebbero da pazzo o da
visionario."
"Che cosa farà il re?"
"Lo ignoro, ma temo che la vostra disgrazia, per ora, sia completa. Anche
il popolo v'incolpa della morte del S'hen-mheng."
"Sarebbe stato meglio che voi mi aveste lasciato morire," disse
Lakon-tay, facendo un gesto di sconforto supremo.
"E Len-Pra?"
"Sì, è vero; perdonate, signore; sono stato ingrato, pronunciando quelle
parole in vostra presenza."
Il quel momento un colpo di tam-tam echeggiò nella via, ripercuotendosi sulla
veranda.
Qualcuno, certo qualche personaggio importante a giudicarlo dalla violenza del
colpo, aveva percosso la lastra di bronzo sospesa sulla porta della phe.
Lakon-tay trasalì.
"Chi può essere?"
"Un paggio del re," disse in quel momento Feng, entrando. "Ha
recato per voi, mio signore, questo messaggio."
Nelle mani teneva un cartone di dimensioni enormi, d'un metro quadrato per lo
meno, come usano i Cinesi, con delle lettere monumentali tracciate in oro. Ai
due lati superiori erano disegnati due elefanti ed a quelli inferiori due figure
che rappresentavano Sommona Kodom.
"Un messaggio del re!" esclamò il generale, facendosi scuro in viso.
"Annuncia la mia disgrazia?"
"Leggete," disse il dottore.
"È un invito per assistere alla cremazione del S'hen-mheng," disse
Lakon-tay.
"Che la collera del re si sia calmata?" chiese il medico.
"Comincio a crederlo, giacché m'invita a prendere posto nella tribuna
reale, assieme a mia figlia ed al portatore della mia scatola.
Dottore, verrete con me, è vero? Già Len-Pra non ama assistere alle
cremazioni."
"Quando si farà?"
"Fra due ore, al tramonto del sole."
"È uno spettacolo che merita di essere veduto," rispose l'europeo.
"Accetto il vostro gentile invito. Che il re voglia parlarvi?"
"Vedremo, signore. Questo messaggio reale mi pare di buon augurio,"
disse Lakon-tay, il cui viso si era rasserenato. "Dottore, andate a
prendere il tè con Len-Pra. Mia figlia è felice quando vi vede; la sua
riconoscenza verso di voi che mi avete salvato non morrà mai nel suo
cuore."
Un'ora dopo, Lakon-tay, che aveva indossato il costume di gala tutto in seta
gialla a fiori e ricamata in oro, stretto alla cintura da una larga fascia che
reggeva la catana, e l'italiano lasciavano la phe su due palanchini portati da
otto robusti schiavi, preceduti da due servi che portavano l'uno la scatola
d'oro, contenente il betel del generale, e l'altro un ombrello rosso, con granfe
d'oro, distintivo che il re concede solamente ai grandi del regno.
I ricchi Siamesi e così pure i Birmani e anche i Tonchinesi non escono mai
senza il portatore della scatola contenente il betel, del cui miscuglio sono
avidissimi, e neppure senza il portatore d'ombrello. Sono distintivi di
nobiltà, che dànno loro il diritto di farsi largo dovunque.
Procedendo di corsa, gli schiavi giunsero ben presto nei pressi del palazzo
reale, dinanzi a cui, su una piazza immensa che si stendeva fino alla riva del
Menam, doveva essere cremato il corpaccio del sacro elefante.
Una folla enorme aveva già occupato la piazza, pigiandosi contro le logge
destinate ai grandi dello stato e alla corte reale che erano state costruite
durante la notte da migliaia e migliaia d'operai.
Nel mezzo era già stata eretta la pira, una gigantesca piramide quadrilatera,
mozza alla cima, che si alzava per ben cinquanta metri, formata da enormi
tronchi d'albero, congiunti fra loro da anelli di ferro coperti di carta dorata.
Da ogni lato della piramide si staccava un'ala lunga tredici metri e diretta
verso uno dei quattro punti cardinali, che si congiungeva ad un'altra torre,
eguale nella forma a quella centrale, ma di più modeste proporzioni.
Diciotto parasoli, di seta gialla con frange d'oro, donati dal re al S'hen-mheng
quando era ancora in vita e che rappresentavano altrettanti titoli di nobiltà,
circondavano la piramide, mentre la bandiera reale sventolava sul padiglione
scarlatto dell'elefante bianco.
I Siamesi nelle loro cerimonie funebri spendono somme enormi, e le cremazioni
dei grandi e dei re o delle principesse di sangue reale si fanno con un sfarzo
inaudito.
Basti dire che la sola cremazione della moglie di Tian-fa, annegatasi
accidentalmente nel Menam il 31 novembre 1882, costò la bagatella di
cinquecentomila sterline!
I due palanchini portanti il generale ed il dottore, sempre preceduti dai due
portatori della scatola d'oro e dell'ombrello, si apersero un solco fra quella
folla che i soldati a stento trattenevano, distribuendo senza misericordia
vergate tali da strappare urla di dolore, e giunsero finalmente sotto una delle
logge che era già stata invasa da parecchi dignitari colle loro famiglie.
Lakon-tay, un po' commosso, salì la gradinata, seguito dal dottore e dai due
portatori, e prese posto dietro le file dei dignitari. La sua comparsa produsse
però un profondo effetto fra quegli orgogliosi mandarini, che lo credevano
ormai completamente liquidato. Vi furono esclamazioni di stupore, sussurrii poco
benevoli e nessun saluto.
Anzi, i più vicini lasciarono i loro posti, come se temessero di venire
contaminati dall'assassino del sacro elefante.
Lakon-tay, assai turbato ed immerso in tristi pensieri, fortunatamente non si
accorse di quelle dimostrazioni ostili. Egli aveva subito fissato gli occhi
sulla loggia reale, dove, sotto un baldacchino di seta gialla con lunghe frange,
circondato da ombrelli altissimi colle aste d'oro ed a più ordini, se ne stava
seduto il re, fra i principi e le principesse di sangue reale.
Il potente monarca non indossava, come il giorno innanzi, l'incomodo costume
delle grandi occasioni; anzi, mentre i principi ed i dignitari facevano sfoggio
di vesti ricamate d'oro e di perle e di decorazioni sfolgoranti di diamanti e
rubini, portava una semplice veste di seta grigia, senza guarnizioni, stretta
alla cintura da una fascia di seta azzurra, sostenente una corta sciabola in
forma di scimitarra.
Phra-Bard pareva fosse di cattivo umore e rimaneva immobile sulla sua poltrona
dorata, senza porgere orecchio a ciò che gli dicevano i ministri ed i principi.
Solamente, di quando in quando, allungava la destra verso la grande e
ricchissima scatola d'oro che aveva sul coperchio lo stemma reale in rubini, per
prendere qualche pizzico di betel.
Ad un tratto però Lakon-tay, che lo spiava ansiosamente, lo vide volgersi con
una certa vivacità a guardare verso la loggia. I suoi occhi si fissarono per un
momento sul generale, poi si volsero altrove.
"Vi ha notato," disse il dottore.
"Sì, mi ha guardato," rispose il generale.
"Non mi sembra che sia di buon umore."
"Lo è di rado: non l'ho veduto sorridere che due o tre volte, in tanti
anni che lo avvicino."
"Ecco i talapoini che giungono: la pramana7 comincia. E dov'è
l'elefante?"
"Si trova già entro la piramide," rispose Lakon-tay.
"Che cosa ne faranno poi delle sue ceneri?"
"Le getteranno nel Menam, che è il nostro maggior fiume sacro. Le ossa che
rimarranno si metteranno in un'urna d'oro, che verrà poi deposta nella pagoda
di boromanivst, dove si conservano gli avanzi dei re del Siam e di tutti gli
altri elefanti bianchi."
Uno stuolo di talapoini e di talapoinesse, vestiti tutti di seta bianca, il
colore usato nelle cerimonie funebri, s'avanzava verso la piramide, salmodiando
massime morali nella lingua dei Bali, fiancheggiato da gruppi di suonatori che
soffiavano disperatamente entro i pi, specie di chiarine dal suono assai aspro,
percuotevano furiosamente degli enormi tapon dalla forma e della grossezza d'un
barile, e sbatacchiavano i crab, certe specie di bastoni di legno sonoro, che
servono d'accompagnamento alle voci.
Seguivano poi gruppi di ballerini e di ballerine, che avevano alle dita certi
unghioni di rame giallo e portavano sul capo degli alti berretti conici ornati
di pietre false; poi squadre di schiavi che reggevano dei canestri pieni di
resine, di polvere di sandalo e di fiori; quindi dieci o dodici carri, scortati
da suonatori di tong, quegli strani strumenti musicali fatti a forma di
bottiglia, chiusi in fondo da una pelle che si batte col pugno.
Su tutti quei carri vi erano statue enormi di legno dorato, rappresentanti
leoni, tigri, elefanti, mostri favolosi e serpenti colossali.
La processione fece due volte il giro dell'enorme piramide, gettando profumi,
fiori e materie resinose, sempre urlando, salmodiando e suonando, poi un
talapoino ad un cenno del re annodò ad un angolo della costruzione un largo
nastro di seta bianca, legando l'altro capo ad un mucchio di libri sacri: era il
mistico legame tra il defunto S'hen-mheng ed i libri di Sommona Kodom.
Quando il nastro fu teso, successe un profondo silenzio: talapoini, talapoinesse
e suonatori non fiatavano più. Allora il re scese dal palco reale, tenendo in
mano una fiaccola accesa, mentre alcuni soldati spargevano al suolo della
polvere da sparo, formando una lunga striscia.
Phra-Bard, visibilmente commosso, diede fuoco alla polvere.
Una striscia di fuoco serpeggiò per la piazza, comunicandosi alle materie
resinose che circondavano l'immensa pira.
Per alcuni istanti non si vide che una nuvola immensa di fumo nero avvolgere la
piramide, poi fra quelle ondate di fumo guizzarono gigantesche lingue di fuoco,
proiettando sulla folla dei bagliori sinistri.
L'immensa mole che racchiudeva il corpaccio del S'hen-mheng, formata quasi tutta
di tronchi d'albero resinosi, bruciava con rapidità incredibile, lanciando in
aria fasci di scintille.
Tutti i principi, le principesse e i grandi dignitari dello stato accorrevano da
tutte le parti a gettare sul rogo una torcia, mentre i talapoini e le
talapoinesse mandavano grida acutissime, e rombavano con un fracasso infernale i
tapon e i tong.
I ballerini e le ballerine intanto intrecciavano danze, eseguendo il rabam, un
ballo riservato per le cerimonie funebri.
La pira fiammeggiava ormai dalla base alla cima ed il fuoco si propagava alle
quattro ali e alle quattro torri.
I tronchi scoppiettavano, poi cadevano al suolo con sinistri fragori, mentre si
espandeva per l'aria un acre odore di carne bruciata: l'enorme animale rosolava
entro quella immane fornace, tuonando come se nel suo corpaccio avessero messo
dei petardi.
Le torri, meno elevate e più leggere, crollavano fragorosamente, lanciando in
alto turbini di fumo e di scintille; le gallerie delle quattro ali si
sfasciavano, ma la piramide resisteva ancora.
Le tenebre erano calate, eppure sulla piazza ci si vedeva meglio che se fosse
mezzodì. Perché il cielo pareva tutto in fiamme.
Ad un tratto l'enorme edificio oscillò, come se una poderosa scossa di
terremoto avesse sollevato il suolo, poi quelle migliaia e migliaia di tronchi
fiammeggianti si sfasciarono e l'intera massa crollò con un fracasso
spaventevole, formando un immenso braciere alto parecchi metri.
Il corpo del S'hen-mheng, sepolto sotto quell'ammasso di tronchi già
carbonizzati, si inceneriva rapidamente.
"È finita," disse il dottore. "Possiamo andarcene,
generale."
Lakon-tay, che era più commosso di quanto sembrasse, si era già alzato, quando
un paggio del re lo accostò, sussurrandogli all'orecchio:
"Sua Maestà vi aspetta nel suo palazzo."
"Il re mi chiama!" esclamò il generale. "Sono un uomo
finito."
"Voi non sapete ancora che cosa desidera," disse il dottore,
quantunque in fondo all'animo condividesse le angosce del disgraziato generale.
"Non sarà certo per mantenermi in carica o per annunciarmi la cattura di
qualche altro elefante," rispose Lakon-tay con voce triste. "Il meglio
che mi possa toccare sarà l'esilio in qualche lontana provincia."
L'europeo diventò pallido e il suo pensiero corse a Len-Pra, a quella deliziosa
fanciulla che già tante volte aveva ammirato sulla veranda della phe e per la
quale già da tempo nutriva, quasi senza saperlo, una profonda affezione.
"Ebbene," diss'egli con voce risoluta dopo un breve silenzio, "vi
seguirò anche nell'esilio. Guarire degli ammalati qui od altrove, per me fa lo
stesso."
"Mi seguirete nell'esilio?" chiese il generale, con stupore.
"Sì," rispose l'italiano, "e voglio lavorare alla vostra
riabilitazione. No, un prode a cui lo stato deve la salvezza della patria, non
deve cadere sotto i colpi dei nemici."
Lakon-tay, profondamente commosso, strinse la mano del bravo giovane.
"Ah! Questi europei!" mormorò. "Quanta nobiltà d'animo
posseggono, mentre qui non vivono che l'intrigo e la vigliaccheria!"
Il rogo stava per estinguersi e il re si era ritirato colla sua corte,
rientrando nella cinta dell'immenso palazzo reale. Fare attendere quel potente
monarca era troppo pericoloso.
"Andiamo," disse Lakon-tay, con voce risoluta. "Mi aspetterete
davanti alla porta, è vero, dottore?"
"Non vi lascerò solo," rispose l'italiano. "Ormai ho unito la
mia sorte alla vostra."
Scesero dalla loggia, che a poco a poco si era vuotata, e si diressero verso la
porta d'occidente che s'apriva sulla vasta piazza e che era guardata da una
compagnia d'arcieri della guardia reale, vestiti di seta rossa, con ampi calzoni
alla turca e coi cappelli a forma di piramide.
Con grande sorpresa di Lakon-tay, le guardie gli presentarono le armi e fecero
squillare i pi. Ciò era di buon augurio, poiché se la sua disgrazia fosse
stata ormai decretata, nessun onore gli sarebbe stato più reso.
Un po' incoraggiato da quell'accoglienza, fece cenno al dottore di attenderlo ed
entrò nel vasto cortile d'onore, alla cui estremità s'apriva il salone delle
udienze.
Quando salì la gradinata, vide Phra-Bard passeggiare con una certa agitazione
fra le splendide colonne che reggevano il soffitto di mosaico d'oro, ancora
vestito di seta grigia, colla corta scimitarra appesa alla fascia.
Il viso del monarca non si era ancora rasserenato, anzi profonde rughe solcavano
la sua fronte ed un brutto lampo illuminava i suoi occhi nerissimi e leggermente
obliqui.
Vedendo Lakon-tay si arrestò di colpo, fissando sul generale uno sguardo acuto
come la punta d'uno spillo.
"Eccomi, maestà," disse il generale, dopo essersi inchinato fino a
terra.
"Tu hai combattuto anche alle frontiere cambogiane, contro gli Stienghi, è
vero?" gli chiese il monarca senza rispondere al suo saluto.
"Sì, maestà, e mercé la protezione di Sommona Kodom, anche quella volta
ho salvato il regno da una invasione," rispose Lakon-tay, con voce
tranquilla.
"Tu allora, che sei rimasto in quei paesi lungo tempo, devi conoscere una
leggenda."
"Quale, maestà?"
"Hai mai udito parlare del driving-hook di Sommona Kodom?"
Lakon-tay guardò il re con una certa sorpresa, chiedendosi che cosa potesse
significare quella strana domanda, poi rispose:
"Sì, ne ho udito parlare."
"Sai dove sarebbe stato sepolto?"
"In una pagoda d'una vecchia città, a quanto mi hanno narrato."
"Che sorge presso il lago misterioso di Tuli-Sap."
"Così mi hanno detto."
"Ebbene, sappi ora che Sommona Kodom, interrogato dai talapoini, ha fatto
comprendere che senza quel driving-hook più nessun elefante bianco si farà
vedere né catturare.
L'uncino di cui si serviva il mahut, quando Sommona era incarnato in un
elefante, è necessario per evitare le spaventevoli calamità che presto o tardi
piomberanno sul regno non più protetto da alcun S'hen-mheng.
Vuoi la tua riabilitazione ed il mio perdono, e vuoi evitare a tua figlia la
schiavitù? Va' a trovarmelo."
"Ma, maestà... se non esistesse?"
"Sommona ha parlato ai talapoini. Oseresti mettere in dubbio le parole del
dio?" chiese il re con collera. "Sono trecent'anni che si parla di
quel driving-hook."
"Potrò io scoprirlo?"
"Questo è affar tuo: ti concedo tre giorni per fare i tuoi preparativi.
Va', Lakon-tay: ti ho dato il mezzo per riabilitarti."
Capitolo VII
La spia
Il dottor Roberto Galeno, figlio d'un celebre medico che aveva fatto la sua
fortuna alla corte del Kedivè d'Egitto e poi a quella del marajah di Mysore,
aveva ereditato dal padre una intensa passione per la vita avventurosa.
Laureatosi appena ventenne, primo fra tutti i suoi compagni, all'università di
Padova, dopo un paio d'anni di pratica in quell'ospedale, aveva dato un addio
alla città natia, disgustato anche dall'oppressione straniera, e si era
imbarcato a Venezia sul primo veliero in partenza per le Indie.
Ricchissimo, abilissimo e munito anche di lettere di raccomandazione per i rajah
e i marajah dell'India, quattro mesi dopo salutava con gioia le torbide acque
del sacro Gange e le immense canne delle prime jungle.
Dopo aver percorso l'India misteriosa, dal capo Comorin alle immense catene
dell'Himalaja, aveva fissato la sua residenza nel Mysore, dove già suo padre
aveva lasciato tanti graditi ricordi e dove il suo nome era ricordato con una
specie di venerazione.
Spirito però irrequieto, non vi si era fermato a lungo e, dopo un anno, aveva
ripreso le sue peregrinazioni visitando le grandi isole del mare della Sonda,
ora operando e guarendo, ora cacciando piccoli e grossi animali ed ora studiando
quei popoli così interessanti. A venticinque anni, un po' stanco di quella vita
randagia, desideroso di riposarsi alcuni mesi, era sbarcato a Bangkok,
l'opulenta capitale del Siam, la piccola Venezia dell'oriente.
Voleva conoscere anche i Siamesi, prima di tornarsene definitivamente in Europa,
e possibilmente anche i Cambogiani, popolo in quell'epoca non più conosciuto di
quello dayacho che abita le impenetrabili foreste del Borneo.
La pittoresca città, col suo magnifico fiume, le sue alte pagode dalle cupole
dorate sfolgoranti al sole, aveva subito conquistato l'anima del medico... ed
egli si era fermato più del previsto, affittando una graziosa palazzina che si
trovava, come abbiamo veduto, di fronte alla phe del generale.
Conoscitore profondo di tutte le malattie che travagliano e decimano le
popolazioni orientali, non aveva tardato a formarsi una numerosa clientela,
specialmente fra i ricchi della città e anche fra i grandi della corte, che
credevano più alla scienza d'un europeo, uomo stimato soprattutto nel Siam e
nella Birmania, che ai ciarlatani del paese.
Per parecchi mesi non si era mai occupato del suo vicino, che abitava quella
splendida phe; ma una sera verso il tramonto, mentre stava sulla sua veranda
leggendo un trattato di chirurgia, i suoi occhi per la prima volta si erano
incontrati in quelli di Len-Pra.
La bellissima fanciulla, che stava raccogliendo delle peonie fra le piante che
adornavano la sua ricca veranda, accortasi di essere osservata da quello
straniero, si era affrettata a ritirarsi; ma la sera seguente, alla stessa ora,
il dottore l'aveva riveduta formare un altro mazzo di peonie color di fuoco.
Per la prima volta in vita sua, un sentimento nuovo, dolcissimo era penetrato
nel cuore dell'italiano. Che cos'era? Non sapeva veramente spiegarselo; sapeva
solo che quando rivedeva la figlia del prode generale, andava a riposare più
contento. E per molte sere i due giovani, entrambi belli, si erano guardati
silenziosamente, fino al giorno in cui il tentato suicidio di Lakon-tay li aveva
per la prima volta avvicinati.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Il dottore, sempre un po' preoccupato dalla disgrazia, che forse in quel momento
stava per colpire il disgraziato generale, passeggiava nervosamente dinanzi alla
porta del palazzo reale, chiedendosi con una profonda ansietà come sarebbe
terminato quel colloquio col possente monarca.
Conosceva abbastanza bene gli orientali per non farsi troppe illusioni, ed aveva
anche conosciuto più d'un rajah o d'un marajah dell'India e dell'Indocina,
monarchi capricciosi, testardi, vendicativi e anche molto superstiziosi.
Cominciava già ad impazientirsi, quando finalmente vide apparire Lakon-tay. Con
un solo sguardo capì che quel colloquio non doveva essere stato troppo
amichevole, a giudicare dal viso rannuvolato dell'ex ministro della corte dei S'hen-mheng.
"Cattive nuove, generale?" gli chiese premurosamente.
"Andiamo nella mia phe," rispose Lakon-tay. "Esamineremo insieme
la situazione e voi giudicherete."
Salirono nei palanchini e partirono quasi a passo di corsa, avendo il generale
avvertito i portatori di andare molto in fretta.
Un quarto d'ora dopo il generale e Roberto si trovavano nella stanza dove per la
prima volta si erano veduti e dove il medico aveva compiuto quella meravigliosa
guarigione.
Lakon-tay, dopo aver fatto avvertire Len-Pra che avrebbe cenato più tardi,
chiuse a chiave la porta della veranda onde nessuno entrasse; poi, dopo aver
invitato il dottore a sedersi, lo informò minutamente dell'esito del suo
colloquio con Phra-Bard.
Roberto lo ascoltò senza interromperlo, non celando però la sua sorpresa e
chiedendosi in cuor suo se quella non fosse una nuova trovata degli occulti
nemici del generale, per perderlo completamente, tanto gli pareva inverosimile
quella storia del driving-hook di Sommona Kodom.
"È tutto?" chiese finalmente, quando Lakon-tay tacque. "Che cosa
ne pensate voi di questa missione?"
"Mi pare che il re pensi seriamente a riabilitarmi."
"O a perdervi?"
"Non lo credo."
"Quel famoso driving-hook esiste veramente?" chiese l'italiano.
"Sono molti secoli che se ne parla, senza che si sia mai fatto alcun
tentativo per cercarlo. I talapoini affermano che se il re lo possedesse, gli
elefanti bianchi non mancherebbero mai alla corte reale.
Io che ho combattuto per due anni alle frontiere cambogiane, contro gli Stienghi
e contro gli stessi Cambogiani, ho udito sovente parlare di immense città d'una
architettura meravigliosa, che si troverebbero nascoste nelle immense foreste
del settentrione, ad oriente del lago Tuli-Sap.
Narrano le nostre antiche storie che, molti secoli addietro, in quelle foreste
esisteva un regno chiamato Khmer, che occupava una estensione immensa, che ebbe
centoventi re e che poteva disporre di cinque milioni di combattenti.
Come quel regno sia scomparso, ancor oggi è un mistero; ma che sia esistito non
si può mettere in dubbio, anzi era celebre fra i grandi stati indocinesi.
Di esso sono rimaste rovine imponenti, fra cui una città che gli Stienghi
chiamano Angkor-tom e che sarebbe stata la capitale di quel regno."
"Esiste ancora?"
"Sì, e gl'indigeni, che io ho più volte interrogati, mi hanno raccontato
che quella città, che sarebbe stata costruita da un re lebbroso, ha ancora le
due immense cinte in ottimo stato, meravigliosi edifizi, torri, gallerie, archi
trionfali ed una pagoda colossale entro cui sarebbe stato sepolto il
driving-hook adoperato dal mahut incaricato di condurre l'elefante che incarnava
lo spirito di Sommona Kodom."
"Che sia stato veramente sepolto colà, quel driving-hook?"
"I nostri libri sacri lo affermano."
"E se non esistesse?" chiese l'italiano, che non credeva molto alle
leggende.
"Perché gli antichi talapoini avrebbero mentito?" chiese Lakon-tay.
"Chi lo avrebbe sepolto?"
"Il mahut, per ordine dell'elefante."
Il dottore non poté trattenere un sorriso d'incredulità. Già alle cinquecento
incarnazioni del dio non prestava alcuna fede, malgrado le affermazioni di tutti
i libri sacri dei Siamesi e anche dei Birmani.
"Ditemi, generale," riprese. "Fu fatta una descrizione di quel
miracoloso uncino?"
"Sì: ha la punta d'oro, con due cerchi di rubini, ed il manico è formato
da uno smeraldo."
"Uno smeraldo così enorme!"
"Vi stupite? Nella nostra pagoda di vat-scetuphon si conserva una statuetta
di Sommona Kodom, fatta con un solo smeraldo che ha 68 millimetri di altezza e
32 di spessore."8
"Sì, ne ho udito parlare," rispose il dottore. "Ed ora che cosa
contate di fare?"
"Obbedire," disse Lakon-tay.
"Andrete a cercarlo?"
"Sì, perché da quel driving-hook dipende la mia riabilitazione e la
salvezza di Len-Pra.
Conosco troppo bene il re: è leale e generoso, ma vuole essere obbedito. Io, ai
suoi occhi, sono colpevole di aver causato la morte dei S'hen-mheng e tutti,
popolo e grandi, mi accusano, quantunque la mia coscienza nulla abbia da
rimproverarmi."
"E Len-Pra?"
Il generale stava per rispondere, quando un lieve rumore, come d'un ramo che si
spezzi, attrasse improvvisamente la sua attenzione.
Quel rumore si era udito presso una delle due finestre che erano state lasciate
aperte e che guardavano sul giardino, verso il fiume. Lakon-tay si alzò
vivamente e si diresse rapidamente verso la finestra, sollevando la leggera
tenda di seta azzurra che si gonfiava ai soffi della fresca brezza notturna.
Delle piante rampicanti, dalle larghe e foltissime foglie, coprivano quasi
l'intera facciata della casa, incorniciando le finestre e spingendosi fino sul
tetto. Lakon-tay si curvò sul davanzale; ma poiché la luna non si era ancora
alzata e i cocchi ed i tamarindi del giardino proiettavano una folta ombra, non
scorse nulla di sospetto.
"Eppure un ramo è stato spezzato sotto la finestra," disse al dottore
che lo aveva raggiunto.
"E da chi?"
"Non lo so."
"Che qualcuno abbia osato entrare nel giardino e arrampicarsi fino alla
finestra, per sorprendere i nostri discorsi?"
"Forse mi sarò ingannato, dottore. Chi potrebbe avere interesse ad
ascoltarci?"
Stettero qualche minuto alla finestra; poi, non udendo alcun rumore sospetto,
rientrarono.
"Dunque, voi partirete?" rispose il dottore.
"Sì."
"Quando?"
"Domani, dopo il mezzodì, sul mio balon."
"E Len-Pra?"
"Verrà con me," disse il generale. "È una fanciulla che ha buon
sangue nelle vene, che ha viaggiato molte volte, che mi ha accompagnato anche
nelle foreste del settentrione, quando guerreggiavo contro gli Stienghi.
D'altronde non mi fiderei a lasciarla qui."
"Che cosa temete?"
"Avete dimenticato Mien-Ming?"
"Ah... Il puram Cambogiano!..."
"Quell'uomo sarebbe capace di tutto, anche di approfittare della mia
assenza per rapirmi Len."
"Guardate," disse Roberto, che pareva avesse preso una improvvisa
risoluzione. "Se vi facessi la proposta di accompagnarvi? Fareste acquisto,
oltre che d'un medico, d'un buon fucile e d'un discreto cacciatore."
Lakon-tay, con una mossa improvvisa strinse le mani del dottore.
"Voi, seguirmi! Voi condividere i pericoli d'un così lungo viaggio fra le
selvagge tribù del settentrione?"
"Se non vi sono d'incomodo!..."
"Ah!... Grazie, dottore, grazie! Uomini come voi non si rifiutano. Un
europeo in questo paese vale meglio d'una compagnia di soldati del re."
"Quando partiremo?"
"Domani, dopo il mezzodì, vi ho detto."
"Chi verrà con noi?"
"Feng, che è uno Stiengo; io l'ho raccolto sei anni or sono, quasi
morente, su un campo di battaglia, e l'ho curato colle mie mani, ed egli è
d'una fedeltà a tutta prova. Ci sarà prezioso quando avremo raggiunto le
foreste del settentrione."
"Fino a dove rimonteremo il Menam?"
"Fino ad Ajuthia, dove incroceremo e risaliremo, finché sarà possibile,
il Nam-Sak. Venite a cenare, dottore. Tracceremo meglio il nostro
itinerario."
Si erano già alzati, quando verso la stessa finestra di prima udirono degli
scricchiolii, come se altri rami si spezzassero, poi un fruscio di foglie e
infine un colpo sordo. Si sarebbe detto che un corpo umano si fosse lasciato
cadere nel giardino.
Lakon-tay si precipitò nuovamente verso la finestra, tenendo in mano una
pistola dalla canna lunghissima ed arabescata, che aveva preso da una mensola.
"Ci spiavano!" gridò.
Il dottore lo aveva seguito, infilando le mani nell'alta fascia di seta rossa
che portava sotto la giacca di flanella bianca, e nella quale teneva forse
qualche arma.
La luna cominciava allora ad apparire sulle cime delle foreste circondanti la
città, ma fra le aiole e nei viali del giardino non si scorgeva alcun essere
umano.
"Eppure qualcuno o qualcosa è caduto," disse Lakon-tay, con
inquietudine.
"Che qualche scimmia sia entrata nel vostro giardino e si sia arrampicata
fin qui?" chiese il dottore. "Ne ho veduto parecchie nei giardini
confinanti col vostro."
"Può darsi," rispose il generale, facendo un gesto di dubbio.
"Manderò Feng e qualche altro servo a visitare il giardino. Andiamo a
cenare, dottore: è già tardi."
Capitolo VIII
L'agguato
Si erano appena ritirati, quando un'ombra umana si alzò in mezzo ad una
folta aiola di peonie di Cina, scivolando rapidamente verso la cancellata che
cingeva il giardino.
Era un uomo quasi interamente nudo, non avendo che un cortissimo sottanino
stretto ai fianchi; la sua pelle, assai bruna, luccicava come se fosse stata
unta recentemente con olio di cocco.
Sospeso ad una sottile cintura, portava uno di quei coltellacci dalla lama larga
e dalla punta quadra usati dai Birmani e dai Cambogiani, arma terribile, che
d'un sol colpo tronca la testa sia ad un uomo che ad una belva.
Quell'individuo, che pareva dotato di un'agilità straordinaria, si inoltrò
tenendosi sotto l'ombra proiettata dagli alberi, che crescevano numerosi nel
giardino, raggiunse la cancellata, vi si inerpicò scavalcando le punte senza
ferirsi e con un rapido volteggio si lasciò cadere sulla riva del Menam.
Aveva appena eseguito quella manovra, quando vide una torcia apparire
all'estremità del giardino.
"Se tardavo un po', mi prendevano," mormorò. "Ora inseguitemi,
se ne siete capaci. Kopom ha i garretti solidi e sfida i cervi."
Si slanciò a corsa sfrenata, tenendosi curvo verso terra e seguendo la riva del
fiume, che in quel luogo era ombreggiata da una doppia fila di alberi di cocco,
dalle immense foglie piumate.
Continuò a correre per una decina di minuti, poi, quando si credette
sufficientemente lontano dalla palazzina del generale, accostò alle labbra un
piccolo pi, traendone alcune note stridenti e acutissime.
Dopo alcuni istanti, verso la riva opposta, si udì rullare un tong, poi una
barca lunghissima, stretta, colla prua alta e affilata, montata da alcuni
uomini, se ne staccò, scivolando silenziosamente sulle acque del maestoso
fiume.
Non aveva alcuna lanterna di carta oliata a bordo, né alcuna doratura sui
fianchi. Era una di quelle lunghe canoe scavate col ferro e col fuoco nel tronco
d'un albero gigantesco, adorna sul davanti di una testa di drago e guidata da
una pagaia di dimensioni straordinarie che serviva da timone.
Otto paia di remi la spingevano rapidissimamente, essendo i Siamesi battellieri
insuperabili.
In dieci minuti attraversò il fiume, che in quel luogo era larghissimo, e
approdò dinanzi a una capanna semidiroccata, che un tempo doveva aver servito
d'asilo a qualche pescatore.
Un uomo solo, corpulento, le spalle avvolte in una larga sciarpa di seta nera
che gli nascondeva parte del viso, scese sulla riva.
Era Mien-Ming, il possente puram segreto del re.
"Sei riuscito?" chiese a Kopom che gli era mosso incontro.
"Sì, mio signore," rispose il Cambogiano.
"Hai udito tutto?"
"Tutto, ma per poco non sono stato sorpreso; le piante che coprono la
facciata della phe per due volte hanno ceduto sotto il mio peso, e sono sfuggito
alla morte per un vero miracolo, giacché il generale si era armato d'una
pistola."
"E non t'ha scorto?"
"No, perché mi sono tenuto fermo contro il muro, ammassando sopra di me le
foglie. Se in quel momento un altro ramo si fosse spezzato, non so se sarei qui
a raccontarti l'esito della mia pericolosa impresa."
"Che cos'hai udito?" chiese il puram con vivacità.
"Partono domani, dopo il mezzodì."
"Chi partono?"
"Il generale e anche Len-Pra."
Una rauca bestemmia sfuggì dalle labbra contratte del puram.
"Anche Len-Pra, hai detto?" chiese con voce sibilante. "Ne sei
certo?"
"Ti dirò anche, signore, che la conduce con sé per impedire a te di
rapirla."
Il puram era diventato pallido.
"Che sospetti di me?"
"Non lo so, padrone."
"Anche per la morte dei S'hen-mheng?"
"Di ciò non ha parlato."
"Ma teme che io approfitti della sua assenza per rapirgliela?"
"Sì, padrone."
Il puram fece un gesto di furore.
"Avrò dunque inventato la storia del sogno inutilmente?" esclamò,
digrignando i denti e camminando come una belva feroce lungo la riva del fiume.
"Ah! Conduce con sé Len-Pra! La vuole esporre ai pericoli di quel lungo
viaggio per impedirmi di rapirgliela! La portasse anche in Cina, Mien-Ming non
rinuncerà ai suoi progetti.
Quella fanciulla mi ha stregato e bisogna che diventi mia, dovessi scatenare una
rivoluzione nel Siam e ucciderle il padre.
Non mi conosci ancora, Lakon-tay, e non sai di che cosa sono capace io! Hai
osato rifiutare la mano di Len a me, puram, l'uomo più potente e più temuto
del regno dopo Phra-Bard? Imbecille! Me la pagherai cara!"
Dopo quello sfogo violento, Mien-Ming tornò verso il Cambogiano, che non aveva
lasciato il suo posto.
"Hai altro da dirmi?" gli chiese.
"Sì, padrone," rispose Kopom.
"Parla."
"Un uomo bianco, un europeo, accompagnerà Lakon-tay."
"Chi è?" chiese Mien-Ming, aggrottando la fronte.
"Quel dottore di cui ti ho parlato," rispose Kopom.
Il viso del puram assunse un'espressione d'odio terribile.
"Quel medico che tu, per molte sere, hai sorpreso in atto di scambiare
sguardi con Len-Pra?" chiese.
"Sì, puram."
Mien-Ming strinse i pugni, come se volesse stritolare qualcosa.
"Ecco un uomo che bisogna sopprimere," disse poi con voce cupa.
"Un europeo?"
"Fosse anche un principe, un re od un demonio, quell'uomo non seguirà
Len-Pra, né Lakon-tay nell'alto Menam. È rientrato nella sua palazzina?"
"Non ancora, padrone."
"Hai paura tu?"
"Ti ho dato già molte prove di essere coraggioso."
"Quanti uomini vuoi?"
"Quattro mi basteranno.
"Hai il coltellaccio?"
"Eccolo," disse Kopom, facendo scintillare alla luce della luna la
larga lama tagliente come un rasoio.
"Bisogna però che nessuno se ne accorga."
"Lo attirerò in qualche luogo deserto. Egli è un medico e non sì
rifiuterà di prestare aiuto ad un moribondo.
Se io lo assalissi presso la phe di Lakon-tay, le sue grida attirerebbero i
servi del generale e fors'anche il generale stesso."
"Come agirai?"
"Lascia fare a me, puram; ho il mio progetto," disse il Cambogiano,
sorridendo. "Sarà ben bravo se mi sfuggirà."
"Sii prudente: io ti seguirò da lontano, pronto a proteggerti colla mia
autorità, nel caso che sopraggiungesse qualche guardia notturna.
Tu sai come io ricompenso i tuoi servigi, e ti ho promesso di farti diventare un
giorno mandarino e di appagare la tua ambizione."
"Lo so, padrone: la tua protezione vale quanto quella del re. Farò molta
strada," concluse il briccone, con un tristo sorriso.
Mien-Ming si accostò alla scialuppa, scambiando alcune parole coi battellieri.
Quattro abbandonarono tosto i banchi e balzarono a terra, cacciandosi entro le
fasce dei coltellacci simili a quello che aveva il Cambogiano. Erano uomini
robusti, tarchiati, dalla tinta fosca, gli occhi obliqui col bulbo giallo, e
indossavano una semplice camicia di cotone grossolano che scendeva fino alle
ginocchia.
Kopom li guardò attentamente ad uno ad uno, poi, soddisfatto da quell'esame
disse: "Ecco dei bei tipi di Malesi, che valgono come dieci Siamesi."
"Uomini senza scrupoli e dalla mano pronta," rispose Mien-Ming.
"I miei uomini non li recluto che fra i Malesi o i Cambogiani."
"Addio, padrone, e conta su di me," disse Kopom.
Risalì la riva seguito dai quattro battellieri e si diresse con passo rapido
verso la phe del generale. Quando giunse nella via che separava le due
palazzine, si volse verso i Malesi, dicendo loro:
"Andate a nascondervi dietro quel muricciolo e, quando mi vedrete assieme
all'uomo bianco, mi seguirete senza farvi scorgere.
Non assalite se prima non udite il fischio del mio pi.
Vi sono cento tical da guadagnare, che il padrone pagherà senza battere
ciglio."
I quattro banditi scomparvero dietro il muricciolo.
Kopom si collocò presso un angolo della palazzina del dottore e si mise a
guardare attentamente le finestre della phe di Lakon-tay, le quali erano ancora
illuminate.
"L'uccello è ancora lì dentro," mormorò. "Il puram sarà
contento! Io un giorno sarò mandarino, e poi, col tempo, chissà, puram del re
anch'io. Gli affari vanno a meraviglia."
Il Cambogiano era un briccone che per ambizione, per doppiezza e per scaltrezza
valeva Mien-Ming.
Era anch'egli un avventuriero, come ve ne sono tanti in quei paesi, senza fede e
senza legge, il quale non aveva che un solo scopo: quello di salire in alto.
Aveva cominciato la sua carriera come mahut, ossia conduttore di elefanti alla
corte del re di Cambogia, e si era fatto subito distinguere per la sua abilità,
per il suo coraggio e soprattutto per la sua furberia. Malgrado però tutti i
suoi sforzi, temeva di finire la sua carriera ed i suoi sogni di grandezza fra
gli elefanti reali, quando un avvenimento inatteso gli permise di montare il
primo gradino.
Il S'hen-mheng del re di Cambogia, il solo che possedeva, perché in quel paese
i colossi di quella tinta biancastra sono molto più rari che nel Siam, dopo
venticinque anni era morto d'indigestione.
Il re, desolato e spaventato, dopo aver speso invano somme enormi per farne
cercare un altro, si rivolse a Phra-Bard il quale, più fortunato, ne possedeva
in quell'epoca ben sette, che godevano tutti una eccellente salute.
Malgrado gli offrisse tesori favolosi, il re del Siam rispose con un rifiuto
categorico.
Arse d'ira il monarca Cambogiano, e nel suo cuore giurò la distruzione dei S'hen-mheng
Siamesi!
Aveva avuto campo, in parecchie occasioni, di apprezzare l'abilità, il coraggio
e la scaltrezza di Kopom, e gli diede l'incarico di vendicarlo, promettendogli
una somma ragguardevole e la sua protezione.
Munito di raccomandazioni potenti, Kopom riuscì così a farsi accettare, senza
troppe difficoltà, fra i servi della corte degli elefanti bianchi del re del
Siam, e subito cominciò la sua opera di distruzione.
Un mese dopo il primo S'hen-mheng, il più bello ed il più robusto, colpito da
una malattia misteriosa che lo faceva deperire ogni giorno di più, era già
cadavere.
Invano i medici Siamesi cercarono le cause di quella morte strana. Un solo uomo
però indovinò che il veleno non doveva essere stato estraneo alla fine del
povero elefante: Mien-Ming, che nella sua qualità di Cambogiano era maestro in
fatto di veleni.
Il puram si guardò bene però di suscitare qualsiasi sospetto nell'animo del
re, perché quella morte favoriva i suoi disegni.
Era in quell'epoca che Lakon-tay, governatore della corte dei S'hen-mheng,
l'aveva rifiutato come sposo della dolce Len-Pra, e nell'anima bieca del puram
era nato un odio profondo, inestinguibile contro il valoroso generale.
Il puram si propose perciò di sorvegliare personalmente il suo compatriota, ed
una notte, nascosto dietro una colonna della immensa sala nella quale i
guardiani dormivano, scoperse Kopom nel momento in cui stava versando, nel vaso
d'argento colmo d'acqua d'un elefante, il contenuto d'una fiala.
Il puram avrebbe potuto, con una semplice parola, perdere l'avvelenatore; invece
lo risparmiò perché, come abbiamo detto, la distruzione dei S'hen-mheng doveva
segnare la caduta di Lakon-tay. Gli promise di non denunciarlo e fece
dell'avvelenatore la sua anima dannata, facendogli balenare la speranza di farlo
creare un giorno mandarino.
Come abbiamo veduto, il Cambogiano aveva ottenuto per parte sua il suo scopo,
vendicandosi del rifiuto del generale; e Kopom era salito di un altro gradino,
sotto la potente protezione del puram, che stimava ben più sicura di quella del
re di Cambogia, dal quale non aveva ottenuto, per l'eccidio degli elefanti, che
una somma non troppo elevata, nessuno degli onori promessi...
Il briccone si trovava nascosto dietro l'angolo della palazzina da una buona
mezz'ora, e cominciava già ad impazientirsi, quando vide la porta della phe di
Lakon-tay aprirsi ed uscire l'europeo.
Il Cambogiano attese che avesse attraversato la via, che a quell'ora era
deserta, poi, uscendo rapidamente dall'ombra, lo raggiunse, prima che avesse il
tempo di salire i tre gradini della palazzina e di percuotere il gong.
Roberto, udendo quell'uomo accostarsi, si voltò bruscamente, con una mano entro
la larga fascia, chiedendogli:
"Che cosa vuoi?"
"Sei tu il medico bianco che guarisce gli ammalati?" chiese Kopom, con
voce gemente.
"Sì, sono io."
"La mia donna sta per morire, signor uomo bianco, e mi hanno detto che tu
solo puoi salvarla. Io sono un povero battelliere, ma se tu riesci a
conservarmela in vita, ti fornirò di pesce tutto l'anno."
Il dottore a quella strana promessa sorrise.
"Conserva il tuo pesce per la tua famiglia," gli disse. "Dove
abiti?"
"Presso il fiume."
"Lontano?"
"Cinquecento passi."
"Precedimi, quantunque sia un po' tardi."
"Grazie, signor uomo bianco," disse il briccone, fingendosi
profondamente commosso. "Sommona Kodom pregherà per te, uomo
generoso."
"Lascia in pace Budda e spicciati."
Il Cambogiano invece di precederlo gli si mise al fianco allungando il passo.
Con un rapido sguardo si assicurò che i quattro Malesi avevano lasciato il
muricciolo e che lo seguivano silenziosamente, tenendosi sotto la cupa ombra dei
tamarindi e degli alberi di cocco che fiancheggiavano la via.
L'italiano, il quale di nulla sospettava, e aveva creduto alle parole di
quell'uomo che aveva scambiato per un povero battelliere del Menam, lo seguiva,
immerso nei suoi pensieri.
Il Cambogiano si dirigeva verso il fiume e precisamente verso la capanna
abbandonata, pensando che in caso di bisogno avrebbe potuto far accorrere anche
i battellieri della scialuppa. Stava per discendere la riva, quando finse di
fare un passo falso, lasciandosi cadere al suolo.
Il dottore si curvò per aiutarlo a rialzarsi; ma ad un tratto si sentì
stringere il collo da due mani nervose, mentre nell'oscurità echeggiava un
fischio.
Il Cambogiano con una mossa fulminea l'aveva afferrato e lo teneva stretto, per
lasciar tempo ai Malesi di accorrere.
"Che cosa fai, canaglia?" gridò l'italiano con voce strozzata.
"Accorrete: lo tengo, lo ten..."
Il Cambogiano non poté finire la frase.
Il dottore era robusto ed aveva una muscolatura d'acciaio. Con un pugno ben
applicato, schiacciò il naso del ribaldo, poi, svincolatosi bruscamente, con
una poderosa pedata lo mandò a ruzzolare fra i canneti del fiume.
"Prendi, birbante!" gridò.
Poi con un salto si slanciò sul margine della diga, per rimontare la via che
costeggiava il fiume.
Solo allora s'accorse che il battelliere non era solo. I quattro Malesi stavano
per precipitarglisi addosso, tenendo in pugno i larghi e terribili coltellacci
Birmani.
"Ah... Volete assassinarmi!" gridò il dottore.
Cacciò le mani entro la fascia che portava sotto la giacca e le ritrasse
stringendo in ognuna una pistola.
Due lampi balenarono, seguiti da due detonazioni e da due rantoli.
Due uomini caddero l'uno sull'altro, senza mandare un grido; gli altri, dopo una
breve esitazione, si precipitarono all'impazzata giù per la riva, balzando nel
fiume e scomparendo sott'acqua.
Il dottore, ancora sorpreso da quell'aggressione ingiustificabile, era rimasto
sulla cima della discesa per vedere se i due uomini tornassero a galla, quando,
nel volgere gli sguardi verso la capanna, scorse altre persone che salivano
cautamente la riva.
Immaginandosi che fossero altri compagni del battelliere e trovandosi colle
pistole scariche, stimò prudenza battere precipitosamente in ritirata.
Se aveva delle braccia solide, aveva anche delle gambe buone. In due salti
raggiunse la via che costeggiava la riva e si slanciò verso la sua casa, che
non era lontana più di cinque o seicento metri.
Già non distava che qualche centinaio di passi, quando vide due uomini muniti
di lanterna di carta oliata corrergli incontro.
Si arrestò, indeciso sul da farsi, credendoli nuovi avversari, quando una voce
a lui ormai ben nota gridò:
"Veniamo in vostro soccorso, dottore!"
Erano il generale e Feng, entrambi armati di fucile e di catane.
"Siete voi che avete fatto fuoco?" chiese Lakon-tay, con voce
alterata.
"Sì, generale," rispose Roberto.
"Contro chi?"
"Contro degli uomini che avevano tentato di assassinarmi, dopo avermi
attirato verso il fiume."
"Dalla veranda vi avevo veduto parlare con un uomo, poi allontanarvi,
quindi ho udito due colpi di pistola.
Credendo che foste stato voi, sono accorso. Chi può avervi preparato un
agguato? E poi, assalire un europeo!... Un simile caso non è avvenuto mai in
Bangkok."
"Non si dirà più così," rispose Roberto, sorridendo. "Me la
sono cavata bene e ho ucciso due dei miei aggressori."
"Chi erano?"
"Mi parvero battellieri o pescatori."
"Andiamo a vederli. Abbiamo due buone carabine e le catane e nessuno oserà
affrontarci. Avete mai avuto questioni con qualche battelliere?"
"Mai, generale."
"Che quei miserabili vi abbiano assalito per derubarvi?"
"Lo suppongo."
"O che ci sia sotto la mano di qualcuno dei miei nemici?"
"A quale scopo?"
"Non so, forse per impedirvi di seguirmi."
"Se fosse così, hanno completamente fallito il loro scopo."
Si misero in cammino, dirigendosi verso il fiume, preceduti da Feng, il quale
rischiarava la via e teneva la carabina armata.
In pochi minuti giunsero sulla riva del Menam. Per non cadere in una imboscata
scesero a ispezionare la capanna e la trovarono deserta.
Anche sulla riva non si scorgeva alcun essere umano.
"Avranno avuto una barca nascosta fra i canneti e avranno attraversato il
fiume," disse il dottore.
"È probabile," rispose Lakon-tay.
Risalirono la riva per cercare i due cadaveri; anche quelli erano scomparsi. I
loro compagni, per evitare che i due morti potessero venire riconosciuti,
dovevano averli portati via e gettati nel fiume.
Si vedevano invece sulla sabbia due larghe macchie rosse e l'impronta di
numerosi piedi nudi.
"Non potremo sapere nulla," disse il dottore. "Che il diavolo se
li porti, e che..."
Si interruppe, prendendo per mano il generale.
"Vi ricordate del rumore che abbiamo udito presso la finestra, quando
eravamo nella vostra stanza?"
"Sì," rispose il generale, "ed aggiungo che ora sono convinto
che qualcuno abbia udito i nostri discorsi."
"Era possibile una scalata?"
"Sì, essendo la facciata della casa coperta di piante rampicanti,
abbastanza robuste per reggere il peso di un uomo."
"Ci hanno spiati."
"Ne sono convinto anch'io."
"E a quale scopo?"
"Per conoscere i miei progetti. Quando hanno saputo che voi mi
accompagnerete hanno cercato di sopprimervi."
"Non ne capisco il motivo."
"Nemmeno io per ora; ma chissà che un giorno non riusciamo a
capirlo."
"Andiamo, dottore, vi scorteremo fino alla porta della vostra casa e domani
faremo i nostri preparativi."
Capitolo IX
Sul Menam
A mezzodì, dopo aver pranzato in compagnia, Lakon-tay ed il dottore a piedi
e Len-Pra in palanchino lasciarono la phe, avviandosi verso il fiume.
Premeva loro abbandonare la città prima che quei misteriosi nemici rinnovassero
contro il dottore l'attentato che per poco non aveva avuto terribili e
irreparabili conseguenze.
Nella mattinata avevano tutto preparato per quel lungo viaggio, che poteva
durare moltissimi mesi, in regioni assolutamente selvagge e popolate da tribù
bellicose, poco ben disposte verso gli stranieri in generale e verso i Siamesi
in particolare.
Il balon, ossia la grande scialuppa del generale, era stata fatta venire dal
cantiere dove era stata inviata in riparazione qualche settimana prima, e Feng,
che aveva ricevuto tutte le istruzioni, l'aveva equipaggiata con gente scelta e
robusta e fornita di tutto il necessario occorrente per quella pericolosa
spedizione: viveri, armi, vesti di ricambio, coperte, tende ed altre cose
ancora, suggerite dal dottore che non era nuovo ai lunghi viaggi.
Roberto aveva indossato un nuovo costume di leggera flanella bianca, si era
strette le gambe entro alte uose di cuoio per difenderle dai morsi dei serpenti,
numerosi non meno che nell'India e nelle foreste Siamesi, e riparato il capo da
un casco di midolla di bambù coperto di tela, leggero e ottimo riparo contro i
colpi di sole.
Lakon-tay, che apprezzava la praticità dei vestiti europei, aveva rinunciato
senza rimpianti alle sue camicie, alle sue fasce di seta ricamate e alle sue
babbucce dalla punta rialzata, assolutamente inefficaci a riparare i piedi dalle
erbe dure e talvolta taglienti delle foreste, per indossare un costume simile a
quello del dottore.
Ad una cosa sola non aveva rinunciato: all'alto cappello conico in forma di
pagoda, col cerchio d'oro, distintivo del suo grado, e forse aveva fatto bene,
contando appunto su quel distintivo datogli dal re per farsi rispettare e anche
temere.
Len-Pra invece indossava una graziosa casacchina di seta fiorata a ricami d'oro,
stretta alla cintura da un'alta fascia, calzoncini di seta azzurra non così
ampi come usano le nobili Siamesi, aveva sostituito alle scarpette degli stivali
altissimi, di pelle gialla, e si era messa in capo un ampio cappello di paglia a
forma di fungo, ornato d'un piccolo gallone dorato.
Prima di lasciare la phe, Lakon-tay aveva mandato il suo maggiordomo al palazzo
reale con un messaggio per Phra-Bard, in cui lo avvertiva che, obbedendo ai suoi
ordini, partiva per le regioni settentrionali del regno, alla ricerca del
desiderato driving-hook.
Stavano per giungere sulla riva del fiume, dove il balon li aspettava, quando
notarono presso la bellissima barca uno sconosciuto che stava chiacchierando coi
battellieri.
Non pareva che fosse un siamese, quantunque ne indossasse il costume; aveva la
pelle più fosca, la faccia più larga con una certa espressione di selvaggia
ferocia, ed era forse più tarchiato e più robusto.
"Chi sarà quell'uomo che sta interrogando i vostri battellieri?"
chiese il dottore, che, dopo l'aggressione notturna, era diventato
eccessivamente sospettoso. "Non sarà uno dei vostri, suppongo."
"Qualche curioso," rispose il generale.
"Sapete perché vi ho fatto questa domanda?"
"No davvero, dottore."
"Perché gli uomini che ieri sera mi hanno aggredito, avevano tutti quella
taglia e quelle spalle così massicce."
"Quel curioso mi sembra un malese."
"Ebbene, se gli assalitori che tentarono di assassinarmi non erano Malesi,
certo però che rassomigliavano."
"Mi mettete addosso dei sospetti, dottore," disse Lakon-tay. "Ora
sapremo chi è quell'uomo."
Lo sconosciuto, vedendo avvicinarsi il palanchino, cercò di allontanarsi dal
balon, ma il generale con una mossa abile e pronta gli sbarrò la via,
impedendogli di risalire la riva.
"Chi sei tu e che cosa volevi dai miei battellieri?" gli chiese con
voce quasi minacciosa.
Lo sconosciuto, che dal tipo s'indovinava per malese, razza che si è largamente
diffusa in tutti i reami indocinesi, guardò il generale con una certa sorpresa,
poi rispose:
"Chiedevo se vi era un posto per me, mio signore. Sono un povero
battelliere che cerca lavoro."
"Interrogavi i miei uomini su altre cose, mi parve."
"Chiedevo loro se andavano lontano."
"Per incarico di qualcuno forse?" chiese il dottore.
Il malese lanciò sull'europeo uno sguardo fosco, poi alzò le spalle dicendo:
"Non so, frengi (europeo), che cosa tu voglia dire."
Ciò detto, con un salto che dimostrava in quell'uomo un'agilità da scimmia,
balzò sulla riva, allontanandosi rapidamente.
"Lasciate che vada a farsi impiccare altrove," disse Roberto, vedendo
il generale fare atto di inseguirlo.
Feng, che si trovava nel balon, era accorso.
"Che cosa chiedeva quel malese ai nostri uomini?" chiese Lakon-tay al
fedele Stiengo.
"Cercava di interrogarli per sapere dove eravamo diretti, signore,"
rispose.
"Glielo hanno detto?"
"No, perché ho tenuto nascosto a tutti lo scopo del nostro viaggio."
"Sii prudente, mio bravo Feng," disse il generale. "Non
occupiamoci più di quell'uomo ed imbarchiamoci."
Aiutarono a scendere Len-Pra, conducendola sotto il baldacchino di seta che si
ergeva nel centro del balon, si sedettero accanto a lei sui soffici cuscini di
seta cremisi e diedero il segnale della partenza.
Tosto le dieci pagaie, manovrate da dieci robusti garzoni, si tuffarono
nell'acqua ed il balon si staccò dalla riva rimontando la corrente del maestoso
Menam.
Nelle loro barche i Siamesi sfoggiano un lusso inaudito, e tanta è la loro
passione per quei mezzi di trasporto, che non vi è famiglia, per quanto povera,
che non abbia la sua imbarcazione.
Avendo nel loro paese degli alberi immensi, si servono dei tronchi di quelle
piante per costruire i loro balon, i quali sovente hanno più di cento piedi di
lunghezza. Sono però anche abili costruttori di navi, assai leggere, molto
lunghe e strette ed eccellenti velieri, da preferirsi alle pesanti e tozze
giunche dei Cinesi e dei Tonchinesi.
Il balon di Lakon-tay non aveva che cinquanta piedi di lunghezza, con una
larghezza di dieci ed era stato scavato nel tronco d'un albero di tek, legno
quasi incorruttibile e che può durare perfino un secolo, rimanendo sempre
immerso. I costruttori gli avevano dato forme elegantissime e l'avevano, col
ferro e col fuoco, reso leggerissimo senza comprometterne la solidità.
La prora, altissima ed affilata, reggeva una mostruosa testa di drago dipinta in
rosso e giallo; i bordi erano scolpiti artisticamente e dorati; la poppa, un po'
meno alta della prua, era munita d'una specie di sedile imbottito, su cui stava
il timoniere armato d'un lungo remo che doveva servire da timone.
Nel centro s'alzava un bellissimo cup, specie di baldacchino di seta a frange
d'oro, sorretto da quattro eleganti colonnine dorate, e arredato con soffici
cuscini pure di seta, bastanti per quattro persone e volendo anche per sei, e
sui quali i padroni potevano anche coricarsi comodamente.
Ai due lati due parasoli di seta, distintivo di nobiltà, si ergevano per
parecchi metri, l'uno color rosso, l'altro azzurro.
Dieci rematori, quattro a prua, seduti a due a due sui banchi, e sei dietro il
cup, muniti di pagaie corte coi manici dorati, che immergevano
perpendicolarmente, imprimevano alla leggiadra imbarcazione delle spinte
vigorose, che la facevano filare come una scialuppa a vapore.
Erano tutti giovani, dalle membra poderose, dai muscoli sviluppatissimi, quasi
nudi, non avendo indosso che un corto langut ed una fascia stretta ai fianchi
che saliva fino alla metà del petto. Erano stati scelti con cura da Feng fra i
numerosi schiavi del generale e si poteva contare assolutamente sulla loro
fedeltà e sulla loro devozione.
Il balon, spinto da quelle dieci pagaie manovrate con energia, filò dinanzi al
palazzo reale e alle colossali pagode che giganteggiavano sulla riva e ben
presto si trovò fuori dalla città, fra due rive coperte da una lussureggiante
vegetazione.
Numerose barche e anche dei balon s'incrociavano ancora, giacché il movimento
fluviale è sempre vivo fino ad Ajuthia, l'antica capitale siamese. Più su
s'arresta e cessa affatto oltre Na-kohn, giacché i Siamesi concentravano tutto
il loro commercio nel basso corso del fiume.
Grosse barche, assai panciute, con vele formate da giunchi intrecciati
strettamente e coperte da una tettoia, guidate solamente da un paio di
battellieri, scendevano per trasportare alla capitale il raccolto dei campi;
lunghissime canoe, montate da famiglie intere, cariche di frutta e di tuberi,
s'incrociavano col balon, affrettandosi a cedere il passo alla vista degli
ombrelli; gondole somiglianti a quelle veneziane, col rostro di legno anziché
di metallo, radevano le rive.
Di quando in quando anche qualche cannoniera, di ritorno dai paesi
settentrionali, passava rapida come una freccia, spinta da cinquanta o sessanta
remiganti, che regolavano la battuta al suono d'una campana percossa dal
comandante con un martelletto di legno. Erano belle scialuppe, di forme robuste,
un po' pesanti, scavate in un solo tronco di tek, e munite a prora d'un piccolo
pezzo di cannone destinato a spazzare i pirati d'acqua dolce, anche allora non
rari nell'alto corso del Menam.
Sulle due rive, lontane l'una dall'altra non meno di due chilometri, delle
splendide vedute si offrivano agli sguardi del dottore.
Ora erano gruppetti di capanne, seminascoste fra mazzi enormi di bambù
ondeggianti alla brezza; ora qualche pagoda dalla cupola slanciata, che
rifulgeva sotto i raggi del sole come un blocco d'oro; ora erano invece risaie
sconfinate sulle quali volteggiavano stormi infiniti di uccelli acquatici, e poi
campi di canne da zucchero, piantagioni di pepe, gruppi e macchioni di banani,
di palme svariate, di mangostani, di giganteschi durion i cui rami si piegavano
sotto il peso delle grossissime frutta, irte di punte, ma contenenti una polpa
deliziosa che se puzza d'aglio fradicio, si fonde in bocca come un gelato e ha
il sapore di una crema squisitissima e profumata.
Di quando in quando, torme di bufali, dallo sguardo torbido e sanguigno e dalla
fronte armata di corna enormi, guidati da un ragazzetto nudo come la mano,
s'aprivano il passo fra le alte canne che ingombravano le rive, e s'immergevano
nel fiume, divertendosi ad avvoltolarsi nel fango. Oppure si profilava
improvvisamente, su quello sfondo verdeggiante, l'imponente massa grigia di
qualche enorme elefante, occupato a saccheggiare le frutta degli alberi
selvatici.
Sui sentieri costeggianti il fiume si vedevano invece passare drappelli di
contadini carichi dei raccolti delle loro ortaglie, che canticchiavano
allegramente; qualche talapoino dalle vesti gialle sdrucite, in cerca di
questua; o qualcuno di quei bettolieri ambulanti di razza cinese che sono così
numerosi nelle campagne Siamesi, tipi caratteristici e bizzarri, che portano la
loro bottega appesa ad un bambù tenuto in bilico su una spalla: il fornello
acceso sospeso davanti, ed una scatola a vari piani, contenente i tondi e le
provviste, di dietro.
Già da sei ore il balon aveva lasciato la capitale, ormai scomparsa dietro
l'immensa cortina di verzura, e il generale aveva dato ordine di cercare un buon
approdo per passarvi la notte, non essendovi in vista alcun villaggio, quando la
sua attenzione fu improvvisamente attirata da una decina di cavalieri, che
galoppavano sfrenatamente sul sentiero costeggiante la riva destra del fiume.
Quantunque essi scomparissero subito dietro gli alberi e i mazzi giganteschi di
bambù che crescevano lungo la sponda, egli ebbe però il tempo di osservarli.
"Non sembravano Siamesi costoro," disse al dottore, che si era alzato
per guardarli prima che sparissero.
"Avevano le forme troppo massicce per esserlo," rispose Roberto che,
senza sapere precisamente perché, aveva provato un'inesplicabile inquietudine.
"Saranno servi di qualche mandarino, che si recano ad Ajuthia a prendere
forse qualche elefante. Mi hanno detto che quel parco già rigurgita di colossi
e che il re ha ordinato di venderne una buona parte. Le battute fatte quest'anno
sono state favolose."
"Vi è un parco immenso nell'antica capitale?"
"Gigantesco, e non vi si trovano mai meno di cinque o seicento
elefanti."
"Tutti appartenenti al re?" chiese il dottore.
"Tutti gli elefanti che vengono catturati in qualunque punto del regno sono
di proprietà reale," rispose Lakon-tay.
"Sicché se io, rischiando la pelle, ne prendessi uno, dovrei consegnarlo
agli ufficiali di Phra-Bard?"
"Certo, mio caro dottore."
"Anche se catturato nelle foreste del settentrione, in pieno paese
selvaggio?"
"Sì, se vorreste evitare una grave punizione."
"E se ne uccidessi qualcuno?"
"Non la passereste liscia, anche nella vostra qualità di europeo,"
rispose Lakon-tay. "Il re è gelosissimo dei suoi diritti sugli elefanti
che si trovano nelle terre del suo regno."
"Sicché se un povero diavolo venisse assalito da uno di quei colossi, non
avrebbe nemmeno il diritto di difendersi?" chiese il dottore.
"No."
"Questa è strana; vi assicuro però, generale, che non mi lascerei
certamente schiacciare o stritolare per rispettare i diritti di Phra-Bard."
"Vi dirò che gli elefanti, se sono in truppe, evitano l'incontro degli
uomini e cercano tutti i mezzi per sfuggirli. Anch'essi ormai conoscono, al pari
delle tigri e delle pantere, la potenza delle armi da fuoco, e non desiderano
certo provare la penetrazione dei proiettili.
Credetemi, gli elefanti hanno la pelle grossissima, eppure sono di una
sensibilità estrema, tanto che la puntura di una zanzara li irrita."
"Mi hanno detto che vi sono certi solitari, scacciati, non so per quali
motivi, dal loro branco, che sono estremamente pericolosi e affrontano
risolutamente gli uomini che incontrano, invece di sfuggirli."
"È vero," rispose il generale.
"Che cosa dovrebbero dunque fare quei disgraziati indigeni, in simili
incontri?"
"Fuggire senza cercare di difendersi o di offendere l'elefante."
"Io non lo farò di certo."
"Nei paesi che dovremo percorrere non vi saranno ufficiali reali incaricati
di sorvegliare gli elefanti che scorrazzano per le immense boscaglie del
settentrione," disse Lakon-tay, ridendo. "Quindi potrete difendervi e
anche uccidere senza avere dei fastidi.
Dottore, ecco là una piccola insenatura dove potremo piantare il nostro campo
senza essere disturbati e cenare tranquillamente senza accendere il fuoco nella
nostra imbarcazione."
"E che luogo delizioso," disse Len-Pra, che ascoltava i loro discorsi,
mollemente sdraiata sui soffici cuscini di seta. "Non vi pare,
dottore?"
"Un luogo dove, domani mattina, potremo cacciare per qualche ora,"
rispose Roberto.
Ad un cenno di Lakon-tay, Feng, il quale teneva il lungo remo che funzionava da
timone, diresse il balon verso la riva destra, che formava una curva rientrante,
fiancheggiata da meravigliosi gruppi di banani dalle foglie immense, e da alberi
di cocco piegantisi sotto il peso delle loro enormi noci.
Il sole calava allora rapidamente in mezzo a una nuvola rossastra, mentre
immense bande di trampolieri scendevano sulle rive del fiume, nascondendosi fra
le canne e fra gli ammassi di bambù, e già le tenebre cominciavano ad
addensarsi sotto le foreste di tek che si stendevano per miglia e miglia lungo
le sconfinate risaie.
"Il luogo è deserto e passeremo una notte tranquilla," disse
Lakon-tay. "Nessuno verrà a disturbarci."
"Nemmeno le tigri?" chiese Roberto.
"Siamo ancora poco lontani da Bangkok per trovare quelle signore,"
rispose il generale. "Abitano le jungle e non le incontreremo che dopo
l'antica capitale, quantunque qualche volta se ne sia incontrata qualcuna anche
a sud di quella città."
Ormeggiarono il balon alla riva, poi mentre Feng, aiutato da un battelliere,
accendeva il fuoco per preparare la cena, gli altri rizzarono le tende di grosso
feltro per i padroni ed improvvisarono con pochi bastoni e poche foglie di
banano, che avevano però dimensioni enormi, delle leggere tettoie.
Nel Siam e così pure in tutte le altre regioni dell'Indocina non è prudente
coricarsi senza aver prima innalzato un riparo, specialmente lungo il corso dei
fiumi e soprattutto in prossimità delle coste e dei delta. Le notti sono
umidissime, piuttosto fredde a paragone dell'intenso calore che regna di giorno,
e si fa presto a prendere un colpo di febbre che non sempre si riesce a vincere
e che, anche domata, ricompare dopo molti anni.
Il dottore, Lakon-tay e Len-Pra, in attesa che la cena fosse pronta, fecero una
breve esplorazione nei dintorni per sgranchirsi le gambe, raccogliendo qua e là
delle banane che erano giunte a perfetta maturazione, e sparando qualche colpo
di fucile contro gli uccelli acquatici che non si erano ancora ritirati nei loro
nidi; poi tornarono verso l'accampamento, che era stato illuminato da parecchi
fuochi.
Cenarono alla lesta, scambiarono quattro chiacchiere, poi, scelti gli uomini di
guardia, si ritirarono ognuno nella rispettiva tenda, dopo essersi ben accertati
che non vi fossero serpenti o scolopendre.
Capitolo X
L 'audacia d'un carnivoro
L'indomani, il balon riprendeva la sua corsa verso il settentrione, filando
fra due rive assai sinuose, coperte da una vegetazione meravigliosa e svariata,
che serviva d'asilo a miriadi di uccelli ed a battaglioni di lucertole volanti.
Superbi banani dalle foglie immense formavano dei gruppi enormi e pittoreschi,
crescendo accanto a macchie di mangostani, di artocarpi che si piegavano sotto
il peso delle loro frutta rugose e grossissime, di durion altissimi, di tonki
dalla cui corteccia i Siamesi ottengono un'ottima carta, di faang che
somministrano una bellissima tintura rossa e di tek, i quali però non
raggiungevano ancora le dimensioni straordinarie dei loro confratelli del
settentrione. Di quando in quando apparivano delle risaie immense, tagliate con
cura a quadri, oppure delle piantagioni di canne da zucchero; ma poco dopo la
foresta riprendeva il suo impero.
Numerosi volatili svolazzavano fra albero ed albero od attraversavano
velocemente il fiume, facendo brillare al sole le tinte vivaci delle loro penne.
Erano piccioni rossi, più grossi e anche più squisiti dei nostri; caipha,
chiamati, per la bellezza delle loro penne, galline del cielo; tortore, gru e
aironi, ed altri ancora che il dottore non aveva mai veduto.
Di tanto in tanto, un baccano assordante rompeva improvvisamente il silenzio che
regnava sulla grande fiumana: erano urla, strida, sghignazzamenti, fischi
prolungati, poi latrati rauchi. Una banda di macachi nemestrini, disturbata nei
suoi saccheggi dall'improvviso apparire del balon, si rifugiava precipitosamente
sulla cima degli alberi costeggianti il fiume, e di là sfogava il suo malumore
con grida discordi, con boccacce e con una tempesta di frutta, per sparire poco
dopo nel folto della foresta, al primo colpo di fucile che sparava il dottore.
Il bravo giovane non perdeva inutilmente il suo tempo. Seduto a prua, a fianco
di Len-Pra che era armata d'una leggera ed elegante carabina indiana, di quando
in quando tirava qualche colpo contro gli aironi e le gru, che attraversavano il
fiume e di rado li mancava, facendo stupire la figlia del generale colla
precisione dei suoi tiri.
"Che cacciatore!" esclamava la leggiadra fanciulla con sincera
ammirazione. "Io non potrò mai eguagliarvi."
"Eppure anche poco fa mi avete dato un saggio della vostra valentia,
Len-Pra," rispondeva il dottore. "Avete fulminato, a ottanta metri,
quella bella gru coronata che Feng sta spennacchiando."
"Un caso, dottore."
"E quell'airone che avete abbattuto poi, a cinquanta metri? Poche donne,
credetelo, Len, saprebbero fare altrettanto."
"Anche le europee?"
"Meno ancora."
"La campagna contro gli Stienghi mi ha agguerrito," rispose la
fanciulla.
"E chi vi ha insegnato a colpire così bene?"
"Feng."
"Un uomo di guerra?"
"Quei selvaggi non conoscono troppo le armi da fuoco e preferiscono l'arco.
Ma, quando hanno una carabina fra le mani, non c'è nessuno che li eguaglia
nell'esattezza del tiro, e mio padre lo ha esperimentato. Quante crudeli perdite
ha subito laggiù, dopo l'introduzione delle armi che tuonano. I Siamesi che
egli conduceva alla vittoria lo sanno."
"E Feng?"
"È un tiratore meraviglioso," rispose Len-Pra. "A cento metri
attraversa una noce di cocco."
"Vorrei fare qualcosa di simile anch'io," disse il dottore.
"Fucilate le gru a cento metri: che cosa vorreste di più?"
"E fucilerei volentieri quella barca che va alla deriva," disse
Roberto, che si era improvvisamente alzato. "Devono vedere gli ombrelli,
eppure non ci lasciano il passo libero."
"Quella grossa scialuppa?"
"Si direbbe che voglia investirci."
"Il battelliere si sarà addormentato."
Feng fece echeggiare la campana sospesa sull'asta di poppa, ma nessuno rispose a
quell'avviso.
Una grossa barca, coperta da una tettoia di foglie di banano e di areca che
riparava forse qualche carico di riso o di frutta, era comparsa ad una svolta
del fiume, e scendeva a casaccio, col pericolo d'investire le scialuppe che in
quel momento salivano o scendevano la corrente essendovi un villaggio in vista.
Il generale, che stava masticando un po' di betel sotto il baldacchino,
avvertito del pericolo che minacciava il balon, si alzò, dirigendosi a prua.
"Si direbbe che quella scialuppa sia stata abbandonata dal suo
equipaggio," disse. "Se così non fosse, la vista degli ombrelli la
farebbe deviare. Dottore, vedete nessuno a bordo?"
"No," rispose Roberto, che teneva sempre la carabina in mano, in
attesa di fare un buon colpo contro le gru e gli aironi.
"Nemmeno tu, Len?"
"No, padre," rispose la fanciulla.
"Se nessuno la guida, finirà per spaccarsi contro la riva o contro qualche
banco. Che il suo equipaggio si sia ubriacato di toddy?"
Feng, che già aveva molte difficoltà a mantenere il balon sulla buona via, a
causa della violenza della corrente che si faceva sentire molto forte in quel
luogo, si mise di nuovo a battere furiosamente la campana, e nemmeno questa
volta ottenne risposta.
Anche gli equipaggi di altre due grosse barche che si erano staccate dalla riva,
dove avevano caricato delle canne da zucchero, e che fiancheggiavano il balon,
avevano suonato invano le loro campane.
"Quella barcaccia deve aver spezzato l'ormeggio mentre i battellieri erano
a terra," disse il dottore. "Se vi fosse qualcuno a bordo, anche se
fosse addormentato con tutto questo fracasso si sveglierebbe."
"Feng, disse il generale," passa a babordo e accosta la riva più che
puoi. Il fiume descrive una curva qui e la corrente si farà sentire più
forte."
"Vuoi accostare quella barca, padrone?"
"Se è possibile, sì," rispose il generale. "Andremo a vedere se
l'equipaggio è ubriaco o morto."
La barca, che pareva fosse eccessivamente carica, non era che a duecento metri,
e scendeva il fiume un po' sbandata a tribordo.
Il dottore, che era salito sull'alta prua del balon per meglio osservarla, a un
tratto mandò un grido d'orrore.
"Che cosa avete, signor Roberto?" chiese Len, vedendolo impallidire.
"Vi sono dei morti su quella scialuppa," rispose l'italiano.
"Dei morti!" esclamò Lakon-tay, raggiungendolo.
"Vedo i cadaveri, orrendamente dilaniati, di tre fanciulle."
"Che i pirati abbiano assalito quelle disgraziate per saccheggiare la
scialuppa?"
"E che vedendoci comparire si siano nascosti nella stiva?" aggiunse
Len.
"Feng, la mia carabina," gridò il generale.
Lo Stiengo gliela aveva appena portata, quando una bestiaccia dal mantello
giallastro variegato di nero balzò fuori con uno slancio immenso da un ammasso
di canne da zucchero che occupavano la poppa della scialuppa abbandonata,
saltando sulla tettoia.
I battellieri del balon, vedendola, abbandonarono precipitosamente i remi,
rovesciandosi attraverso i banchi.
"L'ong-unap!" urlarono, pazzi di terrore. "In acqua!"
"Fermi tutti!" gridò il generale. "Chi fugge è uomo
morto!"
La belva che era balzata sulla tettoia della scialuppa era una superba tigre
reale, di dimensioni straordinarie.
Come si trovava su quella barca? Probabilmente, spinta dalla fame, vedendola
passare a breve distanza dalla riva, fra le cui canne doveva tenersi imboscata,
aveva spiccato un salto ed era piombata sulle tre fanciulle che stavano remando.
Il caso veramente non era nuovo.
Il dottore, Lakon-tay e Len, quantunque fossero armati di carabine caricate con
palle coniche di piombo indurito, erano rimasti così sorpresi da quella
inaspettata comparsa, da dimenticarsi lì per lì di servirsene.
Quella breve esitazione fu una vera fortuna pel terribile carnivoro. Con uno
scatto improvviso si slanciò sul balon che era distante soli pochi metri,
cadendo sui banchi di mezzo, poco prima abbandonati dai battellieri; poi con un
secondo salto, più lungo del primo, si slanciò su una delle due barche che
seguivano a brevissima distanza quella del generale, radendo quasi la riva.
Con un colpo di zampa atterrò il timoniere, senza fargli troppo male, poi si
scagliò senza fermarsi sulla seconda barca, e finalmente, con un ultimo e più
agile salto toccò la riva, cadendo in mezzo alle macchie di canne che
crescevano numerose in quel luogo.
Il dottore, Lakon-tay e Len, dopo il primo istante di stupore, d'altronde
naturalissimo, scaricarono le loro carabine quasi macchinalmente, senza mirare,
ma ormai la fortunata belva era scomparsa nella vicina foresta, mandando un
rauco a-ugh.
"Scappata!" gridò il dottore, gettando via con dispetto il fucile.
I battellieri, rimessisi dal loro spavento, abbordarono la scialuppa abbandonata
che stava per investire il balon.
Un orribile spettacolo si offerse ai loro sguardi.
Sui banchi di prua giacevano tre giovani donne Siamesi atrocemente mutilate dai
denti e dalle unghie della sanguinaria belva. Una mancava del braccio destro,
che doveva aver servito di pasto alla tigre affamata, un'altra aveva la testa
stritolata e in parte rosicchiata, e la terza il petto squarciato da un tremendo
colpo d'artiglio.
"Una vera strage," disse il dottore, che era salito a bordo della
barca. "Il medico più abile non potrebbe ormai fare più nulla per quelle
disgraziate."
"Ma è impossibile che fossero sole," disse Lakon-tay. "Assieme a
loro ci sarà stato qualche fratello o padre."
"Che la tigre abbia divorato quel disgraziato?"
"No, io suppongo che quel povero uomo, vedendo piombare a bordo la tigre,
si sia salvato a nuoto."
"Senza tentare di difenderle!" esclamò Len.
"Sarà stato senz'armi," rispose Lakon-tay. "Nulla avrebbe potuto
fare contro una simile belva, che affronta coraggiosamente anche gli uomini
meglio armati."
"Lasceremo andare questa barca alla deriva?" chiese il dottore.
"La faremo rimorchiare fino a quel villaggio che sorge là, sul margine
della foresta," rispose Lakon-tay.
Gli altri due barconi erano giunti. Feng, per ordine del generale, incaricò gli
equipaggi di condurre la scialuppa fino al villaggio e di fare delle ricerche
sul suo proprietario.
Vedendo i due ombrelli che si rizzavano a fianco del baldacchino e soprattutto
il cerchio d'oro che Lakon-tay portava sull'alto cappello conico, essi si
guardarono bene dal rifiutarsi di eseguire l'ordine.
Legarono la scialuppa e ripresero lentamente la salita del fiume, mentre il
balon si allontanava rapidamente sotto la spinta dei suoi numerosi remi.
"Un bel caso," disse il dottore. "Non avrei mai creduto di
trovare un simile animale così vicino alla capitale."
"Non c'è da stupirsi," rispose Lakon-tay. "Che cosa volete? Qui
le tigri sono troppo rispettate, sicché invece di diminuire come nell'India,
aumentano sempre."
"Le tigri sono rispettate?" esclamò il dottore.
"E come! Trovatemi un contadino che osi affrontare la signora tigre che gli
decima il bestiame! Anche se avesse a sua disposizione dieci carabine, non
oserebbe farle fuoco addosso."
"Che manchino di coraggio i vostri compatrioti, al punto di lasciarsi
depredare e anche mangiare?"
"Tutt'altro, dottore, e ve lo dimostrerò subito con alcuni esempi. Gli è
che rispettano troppo le tigri, forse per la loro forza e per la loro ferocia.
Vi stupirà forse, eppure qui da noi, come nella vicina Birmania e anche nel
Tonchino e nella Cambogia, la gente invece di tentare di distruggere quei
malefici animali, cerca di propiziarseli."
"E in qual modo?"
"Parlando delle tigri con profondo rispetto e anche un po' adorandole.
Entrate in una casa di contadini e troverete sempre l'immagine d'una tigre
dipinta od appesa a qualche parete. Ma non è tutto: si fanno perfino, in suo
onore, dei sacrifici propiziatori, e quando la si nomina non si manca mai di
chiamarla "la signora tigre" per paura che altrimenti si
offenda."
"Se queste cose me le raccontasse un altro, parola d'onore che non vi
presterei fede," disse Roberto.
"Eppure è così, dottore.
"Sicché, se una tigre assale uno di quei poveri diavoli..."
"Non vi dirò che non si difendano, però cercano di fare alla belva il
minor male possibile e poi di scusarsi."
"Ah! generale!" esclamò Roberto.
"Non mi credete? Ora vi narrerò un fatto occorso nel paese degli Stienghi,
quando combattevo contro quelle tribù selvagge e bellicose.
Un indigeno che aveva preso ai miei servizi, sapendo che io desideravo delle
canne da zucchero, che non si trovavano nei dintorni, un giorno, avendone scorte
alcune in una palude, lasciò il drappello che io guidavo per andare a
raccoglierne.
Era uno Stiengo assai robusto e anche assai coraggioso, che aveva già dato
molte prove di valore in parecchi scontri. Disgraziatamente quel giorno non
aveva preso con sé la carabina, che io gli avevo regalato per ricompensarlo dei
suoi preziosi servizi.
La palude era pessima e il fango così tenace, che gli riusciva assai penoso
l'avanzarsi. Nondimeno aveva raggiunto il gruppo di canne da zucchero che
cresceva su un minuscolo isolotto, quando tutto d'un tratto si vide piombare
addosso una tigre enorme.
Come vi dissi, lo Stiengo era un valoroso. Se non aveva la carabina non si era
però dimenticato di portare con sé uno di quei larghi coltellacci, a lama
quadra, usati dai vicini Birmani.
Fece intrepidamente fronte al feroce carnivoro e si difese così bene, da
troncargli una delle zampe anteriori e ferirlo gravemente al fianco destro. La
belva, così mutilata, rotolò nel fango, dibattendosi disperatamente.
Un altro, vedendola in quelle condizioni, non avrebbe esitato a finirla! E
invece, sapete che cosa fece lo Stiengo?"
"Le domandò perdono d'essere stato costretto a maltrattarla in quel
modo," disse il dottore, ridendo.
"Precisamente," rispose il generale. "Invece di raccogliere le
canne che aveva già tagliato e di lasciare prontamente la palude, quello
stupido selvaggio si accostò alla belva, che ruggiva di dolore, dicendole:
"Perdonami di averti così mal conciata, ma la colpa non è mia. Perché
volevi mangiarmi, mentre io ti ho sempre ricordato nelle mie preghiere e mai ti
ho mancato di rispetto? Forse che nella mia capanna, sulla parete che fronteggia
la porta d'ingresso, non vi è sempre appesa la tua immagine, e non t'ho io
onorato con sacrifici ed offerte, secondo i vecchi usi del mio paese?"
E chissà quanto avrebbe continuato per discolparsi d'averla conciata in quel
modo, quando la belva, che continuava a dibattersi in mezzo al fango, trovato un
punto d'appoggio, con uno sforzo supremo ed uno scatto improvviso si slanciò
sul suo feritore, lacerandogli orribilmente il braccio sinistro e tentando di
stritolargli il capo fra le potenti mascelle.
Lo Stiengo, che infine non era così stupido da lasciarsi ammazzare solo per non
attirarsi la collera delle altre tigri, perduta la pazienza le vibrò due altre
coltellate, spaccandole il cranio."
"E credo che fosse nel suo diritto," disse il dottore.
"Guarì perfettamente bene delle sue ferite, ma visse in una continua
angoscia, convinto che le sorelle della morta non avrebbero tardato a
vendicarla," disse Lakon-tay.
"E l'hanno mangiato davvero?"
"No, però due mesi dopo egli faceva l'incontro d'un'altra belva.
Una sera tornava dalle risaie per recarsi a casa. Era una sera oscura, pioveva a
dirotto, e nella foresta che era costretto ad attraversare il vento ululava
sinistramente, scuotendo fortemente i rami degli alberi.
Lo Stiengo cominciava a pentirsi di aver tardato tanto a far ritorno al suo
villaggio, quando, giunto ad un certo punto del sentiero aperto nella foresta,
vide coricata, proprio in mezzo a quel passaggio, una tigre."
"M'immagino la paura che avrà provato quel pover'uomo," disse Len,
che ascoltava con vivo interesse quel racconto.
"Lo Stiengo quella sera era armato d'un fucile a due colpi; invece non
aveva preso con sé la cartucciera. Non aveva quindi a sua disposizione che due
sole palle, troppo poche, il più delle volte, per abbattere una tigre.
Nondimeno si fece coraggio e s'accostò alla tigre che non accennava ad
andarsene, le fece un profondo inchino e le chiese umilmente il permesso di
lasciarlo passare, aggiungendo che se la prima volta aveva ucciso la belva che
lo aveva assalito nella palude, era stato costretto a farlo suo malgrado. La
tigre lo ascoltò dimenando la coda e brontolando, senza però lasciare il
sentiero.
Lo Stiengo invano ripeté la domanda, giurando su Budda d'aver sempre professato
il massimo rispetto per la razza delle signore tigri, assicurando che si
considerava come loro inferiore e servo umilissimo; ma senza ottenere miglior
esito.
Lo Stiengo allora per la seconda volta perdette la pazienza. La notte diventava
sempre più oscura e la pioggia scrosciava violentissima e, per giungere al
villaggio, non vi era che quel sentiero aperto in mezzo a un caos di piante
spinose.
Mise un ginocchio a terra, mirò attentamente per alcuni istanti, poi fece
fuoco.
Quando, appena diradatasi la nuvoletta di fumo, vide la tigre sempre allo stesso
posto, non osò sparare anche il secondo colpo e fuggì all'impazzata, tornando
alla risaia, dove si costruì alla meglio un riparo con delle foglie d'areche.
Allorché l'indomani, spuntato il sole, ritornò nella foresta, scoperse il
cadavere della tigre.
La palla, per una fortunata combinazione, le aveva attraversato il cuore, e la
feroce belva era stata fulminata sul posto.
Quel caso persuase il bravo Stiengo a non credere più alle storie che si
narravano sulla invulnerabilità di quelle fiere. Stracciò l'immagine, non
l'adorò più, soppresse i sacrifizi e... divenne il più temuto cacciatore di
tigri della regione, tanto che il governatore dovette frenarlo, per timore che
potesse servirsi dei baffi."
"Dei baffi, avete detto!" esclamò il dottore, guardandolo con
stupore.
"Sì, giacché quel funzionario trovava troppo pesante il suo servizio di
controllore rigoroso dei baffi delle tigri," rispose il generale.
"Quale storia mi narrate voi ora?"
"Ah! Voi non sapete dunque che il nostro codice e anche quello del vicino
Tonchino puniscono severamente chi strappa un solo baffo ad una tigre?"
"No, non lo sapevo, e non saprei neanche trovare il motivo d'una simile
proibizione."
"Il governo vuole impedire ai sudditi di ricavarne il comcenop."
"Che cos'è?"
"Un veleno potentissimo, tale anzi che basta versarne una porzione
infinitesimale in una tazza d'acqua, per fulminare istantaneamente colui che la
beve, e senza che resti alcuna traccia di avvelenamento."
"E come si fa ad ottenerlo?"
"Si fa una incisione longitudinale in un bambù e vi si introduce un baffo
strappato a una tigre, poi si chiude la fessura con una fasciatura ben stretta
spalmata di cera, onde la pianta possa continuare a svilupparsi e anche a
fiorire.
Si dice che quel pelo si trasformi ben presto in un verme, il quale vive
benissimo nel cuore del bambù ingrossandosi.
Dopo qualche mese si taglia la pianta, si raccoglie con cura la defecazione del
verme e questa serve a fornire il terribile veleno."
"Credete voi a ciò?"
"Non so, dottore. Quello che posso dirvi è che nei nostri codici vi è un
articolo che prescrive a tutti i cacciatori, sotto la comminatoria di pene
severissime, di bruciare tutti i baffi delle tigri uccise; e vi dirò anche che,
quando una di quelle belve viene sorpresa ed ammazzata, le autorità del cantone
sono obbligate a recarsi sul posto per constatare se i baffi sono stati
regolarmente arsi.
Ora credete quello che volete, mio caro dottore."
In quel momento parecchi tocchi di tam-tam echeggiarono verso l'alto corso del
fiume, seguiti da grida acutissime.
"Che cosa succede?" chiese il generale, alzandosi.
"Aspettate che abbiamo superato quella curva e lo sapremo, padrone,"
disse Feng che si era accostato a loro, dopo aver ceduto il timone a un
battelliere.
Capitolo XI
Il parco dei gaviali
Il fiume, che era sempre larghissimo e che descriveva di frequente delle
curve assai accentuate, in quel luogo formava un brusco angolo, impedendo così
all'equipaggio del balon di poter scorgere ciò che succedeva dietro gli
altissimi alberi che costeggiavano senza interruzione le rive.
Le grida erano quasi subito cessate; si udiva invece ancora, di quando in
quando, un colpo di tam-tam che la brezza, soffiando dal settentrione, portava
fino agli orecchi dell'equipaggio e dei passeggeri.
"Vi sarà qualche villaggio dietro quella punta," disse Lakon-tay, che
ascoltava attentamente. "Forse si sta celebrando qualche festa o qualche
matrimonio."
"È sicuro il fiume?" chiese il dottore.
"Fino ad Ajuthia non vi sono da temere cattivi incontri. Le cannoniere del
re impediscono ai pirati d'acqua dolce, che non sono rari sull'alto corso e
anche sul Nam-Sak, di scendere fin qui."
"Sicché può darsi che più tardi facciamo l'incontro dei briganti."
"Oh! Non sono molto temibili per gente come noi che ha delle buone
carabine. Io che ho dovuto purgare le province settentrionali da quegli squali
d'acqua dolce, so che sono pessimamente armati."
"Che cos'è quell'immenso affare che sembra sommerso?" chiese in quel
momento Len.
La punta era stata superata e, presso la riva sinistra, dinanzi ad un gruppetto
di capanne e di tettoie, era apparsa una strana costruzione di dimensioni
enormi, semiimmersa nel fiume e sormontata da un albero altissimo munito di
numerose corde, che alcuni uomini seminudi stavano maneggiando tenendosi sulla
spiaggia.
Sembrava un bacino, avente almeno duecentocinquanta metri quadrati di
estensione, formato da grossissimi bambù piantati nel fondo del fiume, un po'
staccati l'uno dall'altro onde non impedire l'accesso all'acqua, e coperto da un
tetto leggermente inclinato, fatto con panconi di legno di tek, con un'apertura
nel centro, da dove si rizzava l'albero.
"Che cosa può essere?" chiese il dottore, che non riusciva a
comprendere a quale scopo potesse servire quella strana costruzione.
"Non lo indovinate?"
"No, generale."
"È semplicemente un parco di gaviali. Là dentro ve ne saranno
probabilmente delle centinaia, e mi pare che quegli indigeni si preparino a
issarne qualcuno.
Vi sarà molta richiesta sul mercato d'Ajuthia, e la coda è un manicaretto
assai ricercato dai ghiottoni."
"Un parco di gaviali!" esclamò il dottore.
"Sì, e non sarà certamente il primo né l'ultimo che troveremo, prima di
giungere alla vecchia capitale. Gli allevatori fanno dei buoni guadagni, ve lo
assicuro."
"E si allevano quei ributtanti rettili per mangiarli!"
"Certo. E come vengono disputate le code sul mercato! Si pagano quasi a
peso d'oro."
"Puah! Carne profumata di muschio!"
"Ma non cattiva, credetemi, a parte il profumo che non a tutti forse può
piacere," rispose Lakon-tay. "Ne ho mangiato più volte anch'io nei
pranzi offerti dai mandarini di Ajuthia e di Tschai-Nat e non l'ho trovata
sgradevole, anzi."
"E come fanno ad allevarli?"
"Come vedete, prima costruiscono quell'enorme bacino, impiegando del
legname solidissimo, poi vi gettano dentro due o trecento piccoli gaviali, quei
parenti prossimi dei coccodrilli.
Durante i due primi anni non si occupano di loro, bastando ai piccoli rettili le
erbe che crescono in fondo al fiume; quando hanno raggiunto quell'età, si
comincia a offrire loro qualcosa di più solido, affinché si sviluppino
rapidamente.
Infatti dopo, il secondo anno il gaviale mette i denti. Da quel momento
ingrossano e si allungano con una rapidità incredibile. Allora si gettano loro
in pasto, la mattina e la sera, attraverso l'apertura del tetto, carogne
d'animali, cesti d'immondizie ed avanzi d'ogni specie. Al terzo anno, quando
hanno già raggiunto i quattro o i cinque metri di lunghezza, si comincia a
pescarli."
Il parco prospera prodigiosamente, tanto che è necessario, dopo qualche tempo,
moltiplicare le pesche, per lasciare uno spazio sufficiente ai prigionieri.
Voi già sapete che le femmine dei gaviali e dei coccodrilli non depongono meno
di venti e anche ventidue uova all'anno. Potete quindi immaginare come il numero
dei rinchiusi aumenti rapidamente."
"E mi dite che i proprietari fanno tanti guadagni?"
"Diventano rapidamente ricchi, poiché la carne del gaviale, come vi dissi,
è sempre ricercata, specialmente dai Cinesi e dagli Annamiti, i quali la
preferiscono a qualunque altra."
"Ci terrei di più a mangiare una bistecca di bue," disse il dottore.
"Questione di gusto, signor Roberto. Fermiamoci e assisteremo ad una pesca
emozionante, ve lo assicuro."
Il balon, guidato da Feng, si era accostato al parco, e ora vi girava intorno.
Attraverso i bambù, che distavano l'uno dall'altro alcuni pollici, si vedevano
i terribili rettili contorcersi furiosamente e si udivano muggire, mentre
dall'apertura del tetto apparivano di quando in quando delle mascelle
formidabili, armate di denti acutissimi. Senza dubbio ce n'erano parecchie
centinaia rinchiusi in quella gabbia; dovevano essere furiosi di trovarsi così
stretti ed erano probabilmente assai affamati.
Di tanto in tanto i muggiti aumentavano improvvisamente, formando un baccano
assordante, e si udiva il tetto rimbombare sotto i colpi di coda dei
prigionieri.
Certo, delle violente risse dovevano scoppiare fra quei bruti, risse destinate a
terminare colla morte di qualcuno che doveva servire di pasto ai vincitori.
"Se riuscissero a spezzare i bambù, che spaventevole assalto ci
darebbero," disse il dottore.
"Sono di una solidità a tutta prova," rispose Lakon-tay. "Il
governo permette l'erezione di parchi lungo il fiume, ma esige che siano
robusti."
Compiuto il giro dell'immenso bacino, approdarono dinanzi alle capanne, sulle
cui pareti si vedevano stese numerose corazze di rettili, messe a seccare.
Una dozzina di indigeni, fra Siamesi, Cinesi e Tonchinesi, armati di coltellacci
e di scuri, stavano facendo scorrere le funi collegate all'albero che sorgeva
nel mezzo del parco, per fare abbassare una specie di gabbia di bambù.
Il loro capo, vedendo risplendere sul cappello di Lakon-tay i cerchi d'oro,
s'accostò al balon a testa scoperta, dicendo:
"Che cosa desideri, mio signore? Posso esserti utile in qualche cosa?"
"I tuoi uomini si preparano a pescare qualche gaviale?" chiese
Lakon-tay.
"Sì, mio signore. Vi è una barca che ne aspetta dieci per questa sera,
essendo stati richiesti dai mercanti di Ajuthia."
"Desideriamo vederne prendere qualcuno."
"I miei uomini sono pronti e tu, mio signore, non avrai da attendere
molto."
La gabbia era stata tirata sulla riva, dove si ergeva una piattaforma alta
alcuni metri da terra.
Un giovane vigoroso, che dal tipo sembrava un tonchinese e che, oltre ad essere
armato di una catana dalla lama pesantissima e assai affilata, portava attorno
al corpo un nodo scorsoio di pelle grossa e durissima, salì nella gabbia,
gridando:
"Aoh!"
I suoi compagni manovrarono le corde, e la gabbia, sollevandosi sopra la
piattaforma, andò a urtare contro l'albero, passando sopra il tetto del parco.
"Se quelle corde si spezzassero!" esclamò il dottore, che non aveva
potuto frenare un brivido d'orrore.
"Quel pover'uomo non si salverebbe certo," rispose Lakon-tay.
"Saliamo sulla piattaforma; di lassù godremo meglio lo spettacolo."
Scesero a terra, accompagnati da Feng, e salirono su quella specie di terrazza
che dominava, per la sua elevazione, tutto il recinto. Vedendo l'uomo dondolarsi
sopra l'apertura del tetto, venti o trenta teste erano emerse, spalancando le
terribili mascelle.
I rettili, affamati, facevano sforzi disperati per balzare fuori, colla speranza
di azzannare la gabbia, ma, pigiati com'erano in quello stretto spazio, appena
appena potevano muoversi.
D'altronde, i compagni del tonchinese si erano affrettati ad innalzare la
gabbia, arrestandola a cinque metri dall'apertura.
Il coraggioso pescatore sciolse allora il laccio, lo allargò, e dopo aver
guardato per qualche po' i rettili per scegliere il più grosso, lo lanciò. Fra
i gaviali si manifestò per qualche istante una certa agitazione, specialmente
quando videro l'uomo attaccare il laccio ad una carrucola, poi la gabbia
allontanarsi nuovamente, tratta alla riva da quelli che erano rimasti sotto la
piattaforma.
"Uno è già prigioniero," disse Lakon-tay.
"Come faranno a levarlo dal parco?" chiese Len.
"Ora vedrai."
I compagni del tonchinese, dopo aver tirato la gabbia, afferrarono un'altra fune
comunicante colla carrucola, gridando:
"Oh! Alza!"
Alla seconda strappata, più vigorosa della prima, si vide un gaviale innalzarsi
fuori dall'apertura. Era un mostro di dimensioni poco comuni, che misurava per
lo meno cinque metri e che avrebbe somministrato carne in abbondanza ai
ghiottoni di Ajuthia.
Il rettile, sentendosi strappare dal suo elemento e trascinare in alto, dapprima
parve assai sorpreso e non cercò di dibattersi; ma quando si trovò a metà
dell'albero e provò le prime strette del laccio, la sua rabbia scoppiò
tremenda.
La corda gli era stata lanciata attorno alla gola, prendendo dentro anche una
zampa, e sotto quel peso enorme si era stretta in modo tale, da produrre un
solco profondissimo nella carne.
Sentendosi così preso ed intuendo il pericolo, il gaviale cominciò a
dibattersi freneticamente, colla speranza di spezzare quella maledetta corda che
lo strozzava. Si contorceva disperatamente, muggendo con furore, avventava
contro l'albero colpi di coda violentissimi che scrosciavano come se sparassero
dei piccoli pezzi d'artiglieria, poi cercava di azzannarlo staccando larghi
pezzi di legno, quindi colle tre zampe rimastegli libere tentava di
arrampicarsi, senza riuscire nel suo intento.
Sfinito da quegli sforzi, s'arrestava alcuni momenti colle mascelle spalancate,
soffiando e sbuffando, gli occhi iniettati di sangue, poi tornava a balzare ed a
contorcersi con maggior rabbia, non ottenendo altro scopo che quello di
stringere sempre più il nodo che lo strangolava.
Lo spettacolo era spaventevole e prometteva di durare a lungo, giacché tutti i
coccodrilli posseggono una vitalità che forse il solo pescecane supera.
L'albero, scosso da quei soprassalti, vibrava tutto, dalla base alla cima, e
talvolta perfino si piegava; ma non v'era pericolo che si spezzasse, quantunque
il rettile raddoppiasse i suoi contorcimenti.
"Ecco una scena che difficilmente si dimentica," disse il dottore.
"È piuttosto ripugnante," disse Len.
"Durerà assai?"
"Qualche volta devono aspettare un paio d'ore, prima di trarre alla riva
questi animalacci," disse Lakon-tay. "Hanno la pelle assai dura."
I soprassalti continuavano, però a poco a poco diventavano sempre meno
impetuosi. Le forze del mostro si esaurivano e l'asfissia cominciava a
manifestarsi.
Le mascelle, sempre spalancate e ormai agitate da un tremito convulso, invano
cercavano d'aspirare l'aria, e la coda non si contorceva che a lunghi
intervalli. Anche le zampe pendevano quasi inerti.
Ad un tratto la bocca si chiuse e il tremito cessò; erano già trascorsi ben
più di venti minuti.
I pescatori, per assicurarsi della sua morte, lo innalzarono fino alla cima
dell'albero, poi allentarono bruscamente la corda facendolo precipitare fino
quasi sul tetto del parco.
A quella scossa brutale che aveva per scopo di spezzargli completamente la spina
dorsale e le vertebre, il rettile fece un ultimo soprassalto, aprì ancora una
volta le mascelle con un crepitio strano ed insieme lugubre, poi l'enorme corpo
rimase inerte, penzoloni lungo l'albero.
"Eccolo finito," disse Lakon-tay. "Possiamo andarcene, o non
potremo giungere questa sera ad Ajuthia."
Gettarono al capo dei pescatori alcuni tical e tornarono al balon, rimettendosi
in viaggio.
Il Menam, un po' sopra quel minuscolo villaggio, cominciava a restringersi,
mentre la corrente diventava più rapida.
Su entrambe le rive si rizzavano dei bellissimi alberi che lanciavano le loro
cime a quaranta e perfino a cinquanta metri di altezza, dai tronchi slanciati e
ricchi di un abbondante fogliame verde cupo. Erano dei cay-cay, alberi dai cui
frutti, o meglio dal nocciolo di questi i Siamesi e anche gli altri popoli dell'Indocina
ricavano una materia grassa che surroga benissimo la cera e dà una fiamma
vivissima che non produce alcun odore sgradevole.
In mezzo a quei colossi, già tutti carichi di frutti che rassomigliavano a
prugne, bande di scimmie appartenenti a varie specie si rincorrevano di ramo in
ramo, mentre sulle cime volteggiavano dei grossi tucani rinoceronti, armati di
becchi smisurati e muniti di una specie di cresta che rassomigliava ad una
enorme virgola.
Di quando in quando, cominciavano ad apparire dei villaggi, per lo più
miserabili, formati di poche capanne costruite su palizzate, per impedire alle
tigri e alle pantere di forzare le porte nelle loro incursioni notturne, o di
rovesciare le malferme pareti d'argilla e di rami malamente intrecciati.
Quei villaggi indicavano la vicinanza dell'antica capitale del regno, giacché i
contadini Siamesi non amano allontanarsi troppo dai grossi centri, per timore
dei pirati d'acqua dolce e più di tutto delle belve, contro le quali si sentono
impotenti a lottare, mancando generalmente di audacia e anche di buone armi da
fuoco, le sole ormai temute da quelle terribili predatrici.
Anche il fiume cominciava ad animarsi. Delle grosse barche cariche di derrate e
munite di vele immense si staccavano dalle rive salendo verso il nord e anche
delle piccole galere di forme eleganti e leggere, strette e lunghe, con un solo
ponte e le ancore di legno di tek, avanzavano spinte da un numero considerevole
di remi.
Vedendo il balon, che filava rapidissimo per giungere all'antica capitale prima
che la notte scendesse, si affrettavano a trarsi da parte e salutavano i
viaggiatori con un cortese: "Buona giornata, signori." Poi facevano
echeggiare il disco di bronzo sospeso all'albero poppiero.
Alle sei di sera, verso il nord, dopo che il balon ebbe superato una curva
considerevole, sul nitido orizzonte apparvero improvvisamente le altissime
guglie delle pagode d'Ajuthia, indorate dagli ultimi raggi del sole tramontante.
Le dorature delle cupole scintillavano vivamente, come tanti piccoli soli,
mentre più all'est giganteggiava l'imponente piramide sacra innalzata a Sommona
Kodom, una massa enorme che s'eleva a gradini, con statue numerose ed un Budda
colossale verso la cima, e corridoi vastissimi che servono d'asilo tranquillo a
milioni di pipistrelli.
"Ecco laggiù la porta benedetta col sangue umano," disse Lakon-tay,
indicando al dottore un bastione altissimo, in parte diroccato, sotto cui
s'apriva un'arcata.
"Perché benedetta con sangue umano?" chiese Roberto.
"Ignorate dunque che, fino a pochi anni or sono, qui si usavano bagnare le
nuove porte della città con sangue di uomini e anche di donne?"
"Ne avevo udito vagamente parlare, senza prestarvi fede."
"Anch'io nella mia gioventù corsi il pericolo di venire schiacciato dalla
trave fatale, e non sfuggii alla morte che per un miracolo, o meglio per la
velocità delle mie gambe.
Avevano innalzato le mura attorno a Raeng, per renderla più sicura contro le
frequenti invasioni dei Birmani, e si dovevano aprire due porte.
Per avere le vittime necessarie alla benedizione, si ricorre ad un crudele
stratagemma. Si collocano presso le porte alcuni soldati i quali fingono, di
quando in quando, di chiamare qualcuno.
Tutti quelli che passano senza voltarsi, non vengono importunati, ma i primi che
guardano indietro, vengono subito afferrati e destinati al sacrificio.
Più nessuno può salvare quei disgraziati. Si destina il giorno della festa, si
fanno banchettare sontuosamente i prigionieri, poi si conducono dinanzi alla
porta che si deve benedire e si schiacciano sotto una trave pesantissima.
Quando sono tutti morti, i talapoini ed il governatore dànno loro l'incarico di
vegliare affinché nessun nemico s'introduca di soppiatto in città."
"Una ben feroce derisione," disse il dottore.
"Ora invece, da un po' di tempo, quelle crudeli cerimonie sono state
abolite da Phra-Bard."
Dei barriti formidabili interruppero in quel momento la loro conversazione.
Sulla riva destra, fra i manghi ed i cay-cay, era improvvisamente comparsa una
truppa di colossali elefanti.
Quei giganti erano una decina e si preparavano a scendere nel fiume per
rinfrescarsi ed avvoltolarsi nel fango.
"Elefanti selvaggi?" chiese il dottore, che si era alzato per meglio
ammirare quei superbi pachidermi.
"Semiselvaggi," rispose Lakon-tay. "Là si estende il gran parco
di Ajuthia. Ah! Se potessi farvi assistere a qualche battuta di quei colossi!
Che spettacolo vedreste, dottore!
Siamo nella stagione delle battute e non è improbabile che ne vedremo qualcuna.
Domani, o questa sera stessa, lo sapremo dal governatore della città che è mio
amico. Feng, sii prudente! Entriamo nel canale, e lì di traffico ve ne sarà
fin troppo."
Avevano abbandonato il corso principale del fiume e imboccato un canale non
troppo largo, che serviva di congiunzione al Nam-Sak.
L'avvertimento del generale giungeva a tempo. Quel corso d'acqua era ingombro
d'un numero infinito di galere, di barconi, di balon più o meno adorni e di
scialuppe d'ogni forma e d'ogni portata, che s'incrociavano in tutti i sensi,
rendendo il passaggio difficilissimo.
A destra e a sinistra, trattenute alla riva da grosse gomene vegetali, si
estendevano lunghe file di case galleggianti, sorrette da immense zattere, sulle
quali si rincorrevano truppe di ragazzi e di ragazzine quasi nude, e dove
numerosi pescatori mettevano ad asciugare delle lunghissime reti.
Si udivano chiacchiere di donne, canti di battellieri, scrosci di risa e
numerosi alterchi.
Il balon filò con velocità moderata fra quelle case e quella moltitudine di
barche e un quarto d'ora dopo si arrestò dinanzi al quai di legno della vecchia
capitale siamese.
Ajuthia non ha la decima parte del movimento di Bangkok, quantunque sia sempre
la seconda città del regno, ed ha una popolazione di gran lunga inferiore a
quella della rivale, contando a malapena trentamila abitanti. Come però tutte
le città antiche, ha avuto giorni di splendore, specialmente quando era
capitale del regno e sede dei monarchi Siamesi.
Fondata verso il 1360 dal re U-Fong, sulle rovine d'un'altra antichissima
città, sorse rapidamente mercé la munificenza dei monarchi, arricchendosi di
pagode meravigliose che superano anche oggidì, per ricchezza, quelle di
Bangkok; ma decadde anche presto.
Conserva ancora il suo palazzo reale, che, quantunque costruito tutto in legno
di tek e bambù, ha resistito per tanti secoli alle intemperie; invece i suoi
templi, che occupavano una superficie di molte miglia quadrate, sono quasi tutti
in rovina.
Le male erbe ne hanno già coperto molti; tuttavia si possono ammirare ancora
cupole superbe, arcate meravigliose, colonnati magnifici, guglie che sembrano
coperte di trine d'oro, e una statua di Sommona Kodom alta ben diciotto metri,
rivestita di lamine di rame, che vale dei tesori, perché s'impiegarono per la
sua erezione ben 25.000 libbre di quel metallo, 2.000 d'argento e 400 d'oro.
La costruzione meglio conservata è la piramide di Puha-thon, che s'innalza in
una pianura situata a nord-est della città, e fu eretta a ricordo di una
strepitosa vittoria riportata sul re del Pegù; massiccia, è però bellissima,
e lancia la sua punta a centoventi piedi.
Tutto il resto non è che una rovina, essendo crollati perfino i muri di cinta
dei giardini reali e gli edifici dell'antico quartiere degli stranieri che pure
erano in mattoni.
Tale d'altronde è il destino di tutte le città indocinesi quando vengono
abbandonate dalla corte: si lasciano crollare senza che nessuno se ne preoccupi.
Ecco il motivo per cui in quelle regioni si trovano così sovente, anche in
mezzo ai boschi, delle rovine che un giorno dovevano aver appartenuto a città
opulente e grandiose.
Essendo ormai calata la notte, Lakon-tay, il dottore e Len decisero di rimanere
a bordo del balon, giacché vi era spazio sufficiente per dormire sotto il
baldacchino e c'erano coperte di lana e di seta oltre ai soffici cuscini. Il
generale però incaricò Feng di portare i suoi saluti al governatore, di cui
era amico, avendo essi combattuto insieme contro i Birmani.