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I corsari delle Bermude

 

 

1

LA CACCIA ALLA CORVETTA

Il sole tramontava fra una nuvolaglia grigiastra che si era distesa, a poco a poco, gonfiata dal vento di ponente, sopra l'Atlantico.
Le onde, che riflettevano la luce, rumoreggiavano, correndo velocemente sull'immensa distesa fra le coste americane e le quattrocento Bermude poste, come tanti ridotti, intorno alla grande Bermuda, la unica isola abitata di quel vasto arcipelago sperduto in mezzo al grande Oceano orientale.
Due navi avanzavano, coperte di vele fino al pomo degli alberetti, rollando dolcemente sotto i colpi delle onde che le investivano sulla dritta, sollevandole con fragore.
Il vento di libeccio, abbastanza fresco, gonfiava le tele, sibilando fra le centinaia e centinaia di cordami, sartie, manovre scorrenti e fisse e dentro le griselle.
Una era una corvetta, lunga, sottile, ma di portata abbastanza grossa, perché ventiquattro cannoni uscivano dai suoi babordi mentre sul cassero e sul largo castello di prora si allungavano, disposti in barbetta, quattro grossi pezzi da caccia.
Era coperta di vele, come abbiamo detto, dal ponte ai contrapappafichi. Perfino gli scopamari ed i coltellacci erano stati spiegati al di fuori dei pennoni bassi, delle gabbie e dei pappafichi.
L'altra invece era una grossa giunca, larga di fianchi, pesante, di stazzatura assai inferiore alla corvetta che la precedeva, con pochissime artiglierie piazzate tutte in coperta.
Entrambi i navigli portavano un numero considerevole di uomini.
Sulla cima dell'albero maestro della corvetta sventolava una bandiera rossa, segnale di fuoco permanente, ad ogni ora, ad ogni istante, contro tutti e contro tutto; sulla giunca una bandiera rigata, bianca e azzurra, senza stelle, perché gli Stati Uniti allora non si erano ancora costituiti in Confederazione.
Era l'ora della cena. Sulla coperta della corvetta, centocinquanta uomini, di razze diverse, stavano divorando, in piedi, la, cena, con lo invidiabile appetito marinaresco.
Colle gambe allargate per reggersi ai colpi delle onde, il piatto posato sul berretto, ingollavano avidamente il merluzzo, sognando la guardia franca.
D'un tratto un grido scende dall'albero maestro e li fa sussultare.
- Vela a sinistra!
Il gabbiere installato sulla crocetta dell'albero maestro tace per qualche istante, poi la sua voce piomba più imperiosa sulla ciurma:
- Due vele sottovento! Ci dànno la caccia!
I piatti, in un baleno, volano in mare insieme al contenuto. Cento uomini si gettano verso le murate, alle quali sono appoggiati numerosi archibugi dalla canna lunghissima e non poche carabine rigate, di marca inglese.
Gli altri corrono alle batterie, pronti a far tuonare i ventiquattro pezzi.
Il secondo di bordo, un bell'uomo sulla trentina, piuttosto alto, con una ricca barba nera e gli occhi che sprizzano lampi, non ha staccato dalle labbra la sua pipa, né ha interrotta la sua passeggiata sul piccolo ponte di comando.
Ha solamente voltato la testa ed ha fissato per qualche po' il lontano orizzonte.
Trascorsero due o tre minuti, poi la voce del gabbiere scese ancora dall'alto:
- Ci cacciano!... Son proprio due!
Il secondo interruppe la sua passeggiata, si tolse la pipa, e dopo aver gettato in aria una gran boccata di fumo, chiese con voce perfettamente tranquilla:
- Ne sei ben sicuro, Piccolo Flocco?
- Sì, signor Howard.
- Fregate o vascelli d'alto bordo?
- La luce fugge troppo presto, tuttavia credo che quelle due navi siano d'alto bordo anziché fregate.
- Ah diavolo! - borbottò il signor Howard. - La cosa cambia aspetto. È necessario avvertire il baronetto.
Poi alzò la voce:
- Testa di Pietra! - gridò.
Un uomo di forme massicce, che poteva rivaleggiare per sviluppo di muscoli con un gorilla africano, colla barba brizzolata, dai peli irti come quelli di certe bestie selvagge, e con la testa enormemente grossa, si staccò dai due grossi pezzi da caccia che si trovavano sul castello di prora e scese sulla tolda, gridando:
- Eccomi, signor Howard.
Pareva un vero orso grigio, per le forme e le mosse pesanti. Guai però se uno si fosse imbattuto in quel vecchio figlio della vecchia Armorica, la terra delle pietre e delle teste quadre della Bretagna, che ha sempre dato alla Francia i suoi migliori marinai!
Il nostro uomo attraversò la coperta senza troppo affrettarsi, dondolandosi comicamente, e salì sul ponte di comando, togliendosi prima dalla bocca un grosso pezzo di tabacco che stava masticando con una certa voluttà.
- E dunque, tenente? - chiese, dopo d'aver salutato militarmente.
- Che cosa ne pensate, mastro? - chiese il signor Howard fissandolo.
- Penso, tenente, che abbiamo ventiquattro buoni pezzi e quattro cannoni da caccia piazzati sui ponti, - rispose il bretone.
- E se fossero navi d'alto bordo?
- Certo, l'affare sarebbe un po' serio, tenente; tuttavia abbiamo a bordo centocinquanta uomini che non hanno mai avuto paura di chicchessia, comandati da un prode come sir William.
- Noi: ma la giunca?
- Ah! quello è il punto debole - rispose il bretone. - Coi suoi otto pezzi riuniti potrebbe fare qualcosa; ma la polvere è tanto necessaria agli assediati di Boston!
- Serberemo la nostra. Ne abbiamo duemila quintali.
- I quali in un combattimento costituiranno un grave pericolo.
- Lo so... Va' a chiamare il comandante.
- Sarà di cattivo umore. Da quando quell'uomo che comanda la giunca è giunto alle Bermude, il baronetto è sempre di cattivo umore.
- Taci: non sai nulla dei segreti di sir William.
- Hum! Ci deve essere sotto una donna. Che il diavolo se le porti via tutte!
In quel momento, per la terza volta, la voce del gabbiere cadde sonora dalla crocetta dell'albero maestro.
- Ci stringono!
Testa di Pietra lanciò intorno uno sguardo.
- Ci stringono - disse. - Bel tempo per montare all'abbordaggio! Prima che il sole ritorni, chi sa che cosa avrà preparato il baronetto!
- Va' Testa di Pietra! - disse il tenente. - Chiacchieri come le donnicciuole del borgo di Batz.
- Il mio borgo! - rispose il bretone con un sorriso misto ad un sospiro.
Scese la scala, col suo passo pesante, mise il pezzo di tabacco nel berretto. cacciandolo sotto la fodera, e si diresse verso il quadro.
- Diavolo secco! - borbottò. - Il comandante non sarà certo di buon umore. Si direbbe che dopo la nostra partenza dalle Bermude l'hanno stregato. Qui sotto c'è una donna, ne sono sicuro. Mary! Quante volte l'ho udito questo nome sfuggire dalle sue labbra! Mary! Che strega infernale sarà costei? Ma io, a vent'anni, sono scappato in mare per non rompermi il collo con quelle streghe e mi sono trovato bene. Vento, luce, sole, azzurro infinito, valgono più di tutti gli occhi azzurri delle fanciulle della nostra terra di pietre. Bah! Povera gioventù!
Entrò nel quadro, sempre borbottando e facendo gesti. Scesa la seconda scala, sostò un momento, grattandosi, la capigliatura quasi argentata.
- Per il borgo di Batz! - mormorò. - Sono certo di trovarlo di cattivo umore.
S'avanzò nel corridoio, strascicando i suoi piedi da elefante per annunciare la sua visita, poi spinse una porta.
Un salottino elegantissimo, alle cui finestre, erano tende di seta azzurra guarnite di pizzi di Bruxelles, illuminato da un alto candelabro d'argento, si offrì ai suoi sguardi. In mezzo, fra i divani di seta a fiori rossi e gialli, seduto dinanzi ad un tavolino d'ebano, stava un bel giovane di ventisei o ventisette anni, di statura piuttosto alta, dal colorito pallido, cogli occhi azzurri e la barba ed i capelli biondo fulvi. Invece di portare la bianca parrucca, aveva i capelli sciolti sulle spalle, leggermente ondulati.
Stava bevendo: dinanzi a lui una bottiglia ed un bicchiere scintillavano sotto la luce delle candele. Vedendo entrare il mastro della corvetta, il giovane, che pareva immerso in un dolce sogno, aveva avuto un leggero soprassalto.
- Testa di Pietra! - esclamò. - Che cosa vuoi? Che non possa mai riposare un momento? Non vi è sul ponte il signor Howard?
Il mastro gli lanciò uno sguardo compassionevole e scosse la testa, poi disse:
- È lui che mi ha mandato, sir William.
- È scoppiato il fuoco a bordo?
- Ah no, sir.
- E allora?
- È il fuoco invece che sta per caderci addosso.
- Sulla mia corvetta? Ah!
- Ci sono due navi che cercano di stringerci.
- Due sole?
- Ma non si sa ancora se siano due fregate o vascelli d'alto bordo, capitano. L'oscurità ci ha impedito di poterle scorgere a tempo.
Il baronetto prese il bicchiere che gli stava dinanzi, lo vuotò lentamente, guardandolo nel fondo come se cercasse di scorgervi qualche immagine, poi disse:
- Sei ben sicuro che siano due?
- Sapete che Piccolo Flocco ha la vista lunga.
Sir William si alzò, girò intorno alla tavola, tormentando colla sinistra la guardia della pesante sciabola d'abbordaggio, poi, fermandosi improvvisamente, chiese:
- Americani o inglesi?
- Per il borgo di Batz!... Non hanno navi d'alto bordo gli yankees, lo sapete meglio di me; perciò bisogna concludere che siano proprio inglesi, distaccate da qualche squadra delle Antille.
- Hai ragione Testa di Pietra. E così tutta la mia gente è inquieta?
- Trovarsi fra due navi d'alto bordo non deve essere certamente una cosa allegra, comandante, quantunque la corvetta sia solida, bene armata e montata dagli ultimi corsari delle Bermude, che non hanno mai avuto nulla da invidiare a quelli del Golfo del Messico.
- Che cosa dice il signor Howard?
- Ha semplicemente comandato ai vostri uomini di prepararsi alla battaglia. Ha fegato, il vostro luogotenente, ve l'assicuro io.
- Se non fosse stato tale, non l'avrei certamente imbarcato, - rispose il baronetto con un sorriso. Si appoggiò al tavolino, incrociando le. braccia, poi, dopo d'aver riflettuto un momento chiese:
- Sentiamo un po'. Che cosa farebbe al mio posto il mastro d'equipaggio, che gode fama d'essere un vecchio squalo dell'Atlantico?
- Per il borgo di Batz! Cercherei di svignarmela prima del sorgere del sole.
- Tentando una falsa rotta?
- Sì, comandante.
- E se non riuscisse?
- Allora monteremo all'abbordaggio come una muta di cani rabbiosi, e chi le prenderà le terrà.
- Ventotto pezzi, forse contro cento o centocinquanta uomini, attaccati da due parti, forse contro cinquecento, sarebbe un giuoco pericoloso; non ho nessuna voglia di morire, devo andare a Boston, - disse il Corsaro. - Vi è la giunca che ci segue: ecco lo scoglio. Bah! l'affonderemo.
- Coi suoi cento quintali di polveri? - esclamò il bretone, allargando gli occhi. - Sapete che gli americani hanno estremo bisogno di munizioni.
- Per ora si contenteranno delle polveri che si trovano nella stiva. Non ho la potenza di Dio. Vi sono rasoi a bordo e in abbondanza, mi pare.
- Rasoi? Volete segare le gole agl'inglesi?
- Poi vi sono molte casse di vestiti da donna che abbiamo preso a quella nave proveniente da Belfast e destinati alle belle cubane; casse piene di cappelli per signorine ed ombrellini e guanti e ventagli. Ne abbiamo abbastanza per mettere a posto le due navi.
- Coi rasoi, le sottane, gli ombrelli e i ventagli! - esclamò il bretone. - Scherzate, sir William.
- Sarà un bellissimo scherzo che mi farà risparmiare polvere, palle ed uomini - disse poi. - La giunca se ne vada.
- Che sia diventato pazzo per quella misteriosa Mary? - borbottò Testa di Pietra, guardandolo con spavento. - Peccato! Così audace e valente!
Il Corsaro depose il bicchiere, rifece il giro della tavola, poi, fermandosi davanti al bretone, il quale non si era ancora rimesso dal suo stupore, gli disse:
- Fa' affilare i rasoi e fà cadere i baffi e le barbe ai nostri uomini. Se vuoi cipria, ne ho alcune scatole che metto a tua disposizione. Poi farai aprire tutte le casse che abbiamo preso all'inglese e vestirai i miei uomini come tante miss e ladies. Non dimenticare i parasoli, i guanti, i ventagli e i cappelli. Voglio che la mia nave, prima che il sole ritorni, sia carica di belle o brutte donzelle.
- Per il borgo...
- Lascia Batz ed il, suo cadente campanile! - rispose il Corsaro. - Ah, vi è la giunca! Manderai quattro o cinque scialuppe per portare il suo equipaggio sulla nostra corvetta, poi farai sfondare uno dei suoi fianchi e la lascerai colare a fondo.
- Insieme alle polveri?
- Non abbiamo il tempo necessario per trasbordarle, mio caro pesce-cane. Se gl'inglesi ci sorprenderanno ai primi chiarori dell'alba, il mio scherzo potrebbe finir male. E poi ci sono troppi baffi e troppe barbe da tagliare e otto ore non sono molte.
- E voi credete di evitare un disastroso combattimento a colpi di rasoio?
- Certo.
- Hum!
- Ne dubiti?
- Un poco.
- Possiedi una vecchia pipa alla quale tieni molto?
- La comprò mio nonno a Smirne, centocinquantanni or sono.
- Benissimo, - disse il baronetto. - Se riuscirò nel mio giuoco, mi regalerai quel vecchio ricordo di famiglia; se perderò ti darò cento ghinee, che andrai a raccogliere in fondo al mare dopo la battaglia, perché il baronetto William Mac Lellan morrà sul ponte di comando, ma non si arrenderà. Va', Testa di Pietra.
Il bretone rimase qualche istante immobile, come trasognato, poi se ne andò col suo passo che marcava, ora il rollio ed ora il beccheggio.
Sir William, appena rimasto solo, era tornato a sedersi dinanzi al tavolino.
- Mary! - mormorò. - Sposa di lui? Mai, mai!.. L'infame che ha pure nelle vene il sangue di mio padre, me l'ha rapita; ma saprò riprendergliela. Sono un bastardo, dicono nella Scozia; un bastardo, dice mio fratello, perché sono nato da un'altra donna che non si chiamava lady Anna dei duchi di Lorne. Che colpa ho se mio padre si è innamorato d'un'altra donna che non era inglese e che non poteva sposare? Un marchese d'Halifax non sono, è vero. Giorgio IV mi ha creato nobile, eppure sono costretto, scozzese, a volgere le armi contro l'Inghilterra... Succeda quello che deve succedere, riavrò Mary o mi uccideranno dentro le mura di Boston.
Si accomodò i capelli fulvi, prese da un tavolino un paio di grosse pistole, e salì lestamente la scala che conduceva sul ponte, mormorando:
- Andiamo a vedere se i barbieri lavorano.


2

UN CURIOSO STRATAGEMMA

Le stelle scomparivano alla luce del sole che stava per sorgere. Il vento aveva disperso i vapori che si erano addensati prima del tramonto, sicché il giorno si presentava splendido, quantunque la larga ondata dell'Atlantico turbasse non poco la superficie del mare.
La corvetta procedeva tranquillamente con tutte le vele sciolte. Era sola, poiché la giunca che la seguiva durante la notte era scomparsa nei profondi abissi dell'Oceano insieme al suo carico di polveri.
Sulla tolda, trenta marinai stavano appoggiati alle murate, fingendo di osservare gli uccelli che salutavano l'imminente comparsa dell'astro diurno.
Sul ponte di comando il baronetto passeggiava nervosamente, insieme col suo luogotenente, il signor Howard.
Al largo, sopravento, due navi l'alto bordo, due treponti con numerosi sabordi guerniti di grosse artiglierie, cercavano, con frequenti bordate, di raggiungere la corvetta. Sulle loro maestre fiammeggiava la bandiera rossa, segnale di imminente combattimento; sull'artimone, la bandiera inglese col suo quarto screziato.
Il vento di levante le spingeva rapidamente, facendo buona presa sulle loro moli colossali e sul numero immenso di vele, alle quali erano stati perfino aggiunti gli scopamari ed i coltellacci, per ottenere maggior velocità.
- Piccolo Flocco non si era ingannato, - disse sir William, fermandosi bruscamente. - Che vista d'aquila ha quel giovane! Diventerà un buon marinaio. Che ne dite, Howard?
- Che siamo presi in una trappola.. - rispose il luogotenente.
- Invece sono convinto di fare un magnifico scherzo a quei due elefanti marini. Sono tutte tagliate le barbe?
- Anche i baffi, sir William.
- Sono tutti vestiti?
- La stiva è piena di miss e di ladies. Non saranno troppo graziose, tuttavia, vedute a distanza, faranno una rispettabile figura.
- Specialmente coi parasoli, - disse il Corsaro. Se le cose andranno male, gl'inglesi vedranno uno spettacolo curioso: due navi d'alto bordo assalite da signore dai muscoli di ferro, che maneggeranno le pesanti sciabole d'abbordaggio meglio dei vecchi filibustieri del golfo del Messico e della Tortue. Ah! Un colpo in bianco!
Una delle due navi, quella che si trovava più vicina, aveva tirato un colpo di cannone a polvere: era l'ordine di mettersi in panna e di mostrare la bandiera.
- Su in alto i colori d'Inghilterra! - comandò il Corsaro. - Che le graziose ragazze salgano tutte sul ponte ed aprano i parasoli!!
La bandiera inglese, salì, ondeggiando, fino al picco della mezzana, e mostrò al sole, la sua stoffa rossa col quadro in alto. Quasi nel medesimo tempo la coperta, il castello di prora, ed il cassero venivano invasi da un centinaio di miss, vestite elegantemente, con ampi cappelli piumati e le mani inguantate. Cento parasoli di tutte le tinte si aprirono d'un colpo solo e si agitarono festosamente
Non sarebbe necessario dire che sotto quei cappelli si scorgevano certi visi da far paura. Fortunatamente gl'inglesi erano troppo lontani per potersi accertare se tutte quelle giovani erano belle o brutte.
Il Corsaro aveva puntato il cannocchiale sulla prima nave, la quale veleggiava lentamente a circa cento gomene, tentando di portarsi sottovento della corvetta per poterla prendere fra due fuochi, mantenendosi la sua compagna sul sopravento. Essendo la distanza relativamente breve ed il cannocchiale potentissimo, sir William poté subito rendersi conto dello stupore che si era manifestato sul ponte della nave a quell'inaspettato spiegamento di forze femminili e di ombrelli multicolori. Gli uomini che la governavano si erano precipitati tutti verso la murata di sinistra, agitando i berretti ed i fazzoletti per rendere il gentile saluto.
- Buon segno! - mormorò sir William.
Alcune bandiere però salirono sull'alberetto della maestra della grossa nave, segnalando:
- Il vostro nome!
Il luogotenente del Corsaro fu pronto a far rispondere con altre bandiere:
- Il Tuonante.
- Da dove venite?
- Dalle Bermude?
- Chi sono quelle miss?
- Naufraghe che ho raccolto quarantotto ore or sono sullo scafo d'una nave francese disalberta.
- A quale squadra appartenete?
- A quella dell'ammiraglio Rodney, - rispose la corvetta.
- È già giunta alle Antille?
- Non ancora.
- Continuate pure la vostra rotta e guardatevi dai corsari americani che corrono il mare in buon numero.
Le bandiere inglesi scesero e salirono tre volte, poi la corvetta, che si era messa attraverso il vento, orientò rapidamente le sue vele e si rimise in marcia colla prora verso sud-est. Non era veramente la sua rotta, ma fu necessaria la manovra per meglio ingannare i due formidabili avversari.
Le due navi d'alto bordo la seguirono per qualche miglio, poi si volsero decisamente verso l'est, dirette probabilmente a Boston che le truppe americane assediavano da presso.
- Che cosa ne dite, signor Howard? - chiese sir William, il quale seguiva col cannocchiale le due navi per spiarne le mosse.
- Che nessuno, all'infuori di voi, avrebbe avuto più splendida idea, sir, - rispose il luogotenente. - I nostri uomini rideranno un bel pezzo di questa mascherata che li ha salvati da morte certa. Tuttavia non fidiamoci: i due comandanti inglesi potrebbe sorgere qualche sospetto.
- Apriremo bene gli occhi, mio caro signor Howard, e non riprenderemo la nostra giusta rotta che questa sera, a notte inoltrata.
In quel momento Testa di Pietra comparve sul ponte di comando tenendo fra le callose mani, dentro un astuccio di legno tutto tarlato, una pipa nera come un pezzo di carbone e che puzzava orribilmente di tabacco.
- Capitano, disse, facendo un goffo inchino - avete vinto la scommessa e vi consegno la pipa dei miei avi.
Il baronetto proruppe in una gran risata.
- È vero; ho vinto - disse poi. - Avrei il diritto di prenderti la famosa pipa di schiuma dell'Asia Minore, ma non fumerò mai in quell'anticaglia inzuppata di nicotina. Tienila pure e prendi invece questa ghinea con la quale potrai bere alla mia salute sotto le mura di Boston.
- Per il borgo di Batz! - esclamò il vecchio lupo di mare, mettendosi precipitosamente in una delle sue profondissime tasche il ricordo di famiglia ed il pezzo d'oro insieme. - Quando vi sarà necessaria una pelle da marinaro per l'altro mondo, pensate alla mia, capitano.
- Per una pipa!
- Ricordi di famiglia, sir William, - disse il luogotenente. - È il blasone della sua stirpe.
- Sì, della tribù dei pipardi, - rispose gravemente il mastro.
- Vattene a bere un bicchiere: te lo permetto, - disse il baronetto.
Testa di Pietra, malgrado i suoi cinquant'anni, fece una piroetta coll'agilità d'un gabbiere e, dopo aver salutato, scese a precipizio la scala, gridando:
- Piccolo Flocco, a me!
Un giovanotto di circa venti anni, bruno come un algerino cogli occhi e i capelli nerissimi, si lasciò scivolare con un'agilità da acrobata, lungo uno dei paterazzi dell'albero maestro, e con un gran volteggio cadde quasi addosso al mastro dicendo:
- Eccomi!
- Ho una ghinea in tasca, figliolo mio.
- Tò! Sono diventato vostro figlio in questo momento? Se è per levarvi la ghinea, ci sto.
- Eterno monello! Ti ho quasi adottato.
- Speriamo allora in una grossa eredità.
- Che andrai a raccogliere a Batz, se la troverai. Il baronetto mi ha dato il permesso di bere un bicchiere, ma sai che i bicchieri della marina sono più grossi delle bottiglie. Vieni ad aiutarmi, piccolo furfante!
Mentre i due amici andavano in cerca del dispensiere di bordo, i marinai non più vestiti da miss, affluivano sulla tolda, ridendo a crepapelle del magnifico tiro giuocato agli equipaggi delle due navi d'alto bordo.
Il Corsaro era rimasto sul ponte di comando ed esplorava, con una certa ansietà, l'azzurra superficie del mare, che la grande corrente dei Golfo increspava. I due velieri erano ormai scomparsi, tuttavia il baronetto appariva inquieto.
- Ci spiano di lontano? - si chiedeva. - Ho veduto un punto nero che potrebbe essere una scialuppa lasciata appositamente indietro per sorvegliarci. Il giuoco potrebbe, da un momento all'altro, farsi molto serio.
Il signor Howard, che lo osservava attentamente e che aveva indovinato le inquietudini del baronetto, disse:
- Abbiamo il vento abbastanza favorevole per deviare verso le coste della Florida. Qualche giorno perduto non sarà la rovina degli americanoidi.
Si era fermato. Improvvisamente la fronte spaziosa del Corsaro si corrugò.
- Signor Howard, - disse questi con voce alterata - volete chiamarmi il comandante della giunca che ho fatto affondare? Desidererei rivederlo.
- Siete molto strano, sir William - disse il luogotenente.
- Eh! voi non sapete quali tempeste devastino il mio cuore... Lo aspetto nel quadro.
Scese dal ponte, lanciò un ultimo sguardo nell'Oceano scintillante di azzurro e di luce, poi a lenti passi entrò nel quadro e sedette dinanzi al tavolino su cui stava sempre una bottiglia.
Il suo pugno da marinaio piombò, come un colpo di tuono sul tavolino, mentre dalle sua labbra usciva una rabbiosa imprecazione:
- Maledetti i battiti del mio cuore!... Follie, dicono! Ah, no! Alla mia età non sono né follie né fantasie... Dove finirebbe la gioventù? Eppur Testa di Pietra è mille volte più felice di me! Ma non tutti possono nascere topi della cala.
Sospirò a lungo, si alzò con un moto brusco, fece un gesto come se avesse voluto stritolare qualche cosa, poi si mise a passeggiare per la saletta nervosamente.
Ad un tratto sì fermò.
Un uomo era entrato seguito dal luogotenente Howard. Era d'aspetto imponente, già un po' avanzato negli anni, con una lunga barba grigia che gli scendeva fino a mezzo il petto e gli occhi d'un azzurro profondo e d'una strana limpidezza nel medesimo tempo.
- Mi desiderate, sir William? - chiese.
- Si, colonnello Moultrie, - rispose il baronetto. - Desidero che mi ripetiate ciò che vi ha detto Mary di Wentwort.
- Mi pare di avervelo detto, sir Mac Lellan
- Che cosa volete? Ho sempre timore d'aver udito male.
- Che Mary di Wentwort, se non andrete a liberarla, malgrado l'assedio e la pioggia di palle infuocate e di bombe che gli americani scagliano contro le mura di Boston, diverrà la moglie del marchese d'Halifax.
- Mai! Mai! - urlò il baronetto. - Ella ha giurato fede eterna a Mac Lellan.
- Lo so - rispose il colonnello americano. - Me lo ha confessato. Disgraziatamente per voi, il marchese d'Halifax la tiene in sua mano e potrebbe approfittare dell'assedio per costringerla a diventare sua moglie.
- Credete impossibile, a uomini risoluti a tutto, di entrare in Boston? - chiese il baronetto, tergendosi la fronte che si era coperta di sudore.
- Forse, passando per la galleria sotterranea che conduce ai ridotti del Corno.
- Sarà ben guardato quel passaggio?
- Certo, sir William, - rispose il colonnello.
- Non importa; sapremo forzarlo ed entreremo nella piazza a dispetto di tutti.
Si era alzato in preda ad una viva agitazione, passandosi e ripassandosi una mano sulla fronte tempestosa.
- Chi avrebbe mai detto - disse poi, con voce irata - che il mio fratellastro potesse giungere al punto di rapirmi la fidanzata? Eppure colonnello, è proprio così,
- Voi non siete figlio del marchese d'Halifax? - chiese l'americano.
- Sì, mio padre, rimasto vedovo e passato in Francia, s'innamorò di una giovane e bellissima castellana, la quale gradì subito i suoi omaggi. Nacqui nel momento in cui ferveva la guerra nelle Fiandre. Mio padre cadde sul campo di battaglia. Mia madre poco dopo moriva, lasciandomi solo al mondo, ma possessore d'un castello nella Turenna e di vaste tenute. Un vecchio scudiero, che era stato in gioventù famoso spadaccino, si occupò della mia educazione. Col tempo però quel paese mi divenne odioso, ed avendo ereditato anche un piccolo castelluccio in Bretagna, andai a stabilirmi sulle rive del mare. A quindici anni ero un valente marinaio, oltre ad essere un abile uomo d'armi.
"Quante volte ho guidato le barche dei contrabbandieri! E quante volte, durante la guerra, ho dato la caccia alle orde spagnuole fino in mezzo al mare di Biscaglia!".
"Avevo venticinque anni e spadroneggiavo la Manica col mio Tuonante, che avevo armato a mie spese e che batteva colori di Francia. Un giorno, mentre riposavo nel mio castelluccio, di ritorno da una lunga crociera, venne a trovarmi un gentiluomo inglese incaricato di rimettermi documenti da parte del marchese d'Halifax".
"Fino allora ben poco avevo saputo intorno a mio padre ed ignoravo che avesse avuto un figlio dalla sua prima moglie, la duchessa d'Argyle. Il marchese mi rimetteva la mia nomina di baronetto inglese, sotto il nome di William. Mac Lellan, firmata dal Re d'Inghilterra, come mio padre ne aveva espresso il desiderio nel suo testamento, e nel medesimo tempo m'invitava a lasciare la marina francese e raggiungerlo nel suo castello d'Alstal, situato in un'isola delle Ebridi. Fino allora avevo creduto di avere nelle mie vene sangue puramente francese".
"Mio fratello, arrivato che fui nel vecchio castello dei duchi d'Argyle, mi fece comprendere che, non dovevo portare le armi contro il paese di mio padre".
"La mia fama di fortunato corsaro era già notissima in Inghilterra e la mia corvetta era ben conosciuta su quelle coste. Acconsentii a non ritornare mai più in Francia per riprendere le armi contro la mia nuova patria, e mi rimisi in mare sotto la bandiera inglese.
"Passarono alcuni anni, e durante le tempeste invernali, che battevano i fianchi delle Ebridi con una furia formidabile, ritornavo al mio nido, al castello d'Argyle, la cui baia era profonda e sicura. Appunto durante uno di quei ritorni conobbi Mary di Wentwort, una gentildonna scozzese imparentata ai duchi di Fife e di Lorme, le due più alte nobiltà dell'Inghilterra settentrionale. Vederla ed amarla fu per me una sola cosa. Mi sapeva corsaro intrepido e mi amò".
"Il marchese d'Halifax, come seppi poi, aveva già messo gli occhi su quella pallida perla del nord. Egli credeva che il bastardo non potesse competere con lui. Invece il corsaro vinse e fu deciso il nostro matrimonio. Ignoravo allora che mio fratello, fratello per modo di dire, amasse alla follia la fanciulla.
"Tutto era pronto per il matrimonio, poiché Mary Wentwort mi aveva giurato, di fronte al mare, durante le notti di luna, il suo amore".
"Ah! quella notte!... Abbracciati sotto il raggio della luna che sorgeva sull'orizzonte, ascoltavamo il ritmo sonoro delle onde. Voi, colonnello, non siete mai stato marinaio e non potete comprendere la grande poesia del mare. È una musica divina".
Sir William, il quale pareva in preda ad una grande eccitazione, si era bruscamente fermato, poi fece, un gesto largo, piantò la sinistra sulla sua sciabola d'abbordaggio, e riprese, con voce rotta di quando in quando da un singhiozzo:
- Ero partito per Edimburgo, dove volevo acquistare gioielli per colei che doveva diventare la mia sposa. Non l'avessi mai fatto! Quel viaggio, durato appena una settimana, spezzò la mia vita.
- Perché? - domandò il colonnello Moultrie.
- Perché quei sette giorni bastarono al marchese d'Halifax per compiere il più infame tradimento.
Si era nuovamente interrotto.
- Signor Howard, - disse con voce rauca - datemi da bere. Ardo.
Il luogotenente prese da una mensola tre bicchieri ed una bottiglia piena d'un liquido color dell'ambra e dopo averla sturata, versò.
Il Corsaro afferrò uno dei tre bicchieri, lo vuotò d'un colpo, stette alcuni istanti ancora muto, cogli occhi fissi sulla spumeggiante scia che si lasciava indietro la corvetta, poi si volse bruscamente verso il colonnello ed il luogotenente.
- Me l'aveva rapita - gridò - cinque giorni prima del mio ritorno ed era partito per l'America insieme col generale Howe, che conduceva laggiù fanti tedeschi, assoldati nell'Assia e nel Brunswick.
- Brigante! - esclamò il colonnello.
È inutile che vi dica quale schianto provò il mio cuore. Chiamai a raccolta i miei uomini e veleggiai alla volta di Boston, poiché avevo saputo che le forze che conduceva Howe erano destinate a rinforzare quel presidio. Fu una corsa folle attraverso l'Atlantico, ma quando giunsi alle Bermude le forze inglesi erano già sbarcate e gli americani avevano assediata la piazza. Rinnegai la mia nuova patria e ritornai corsaro, sfogando il mio dolore in continui combattimenti contro le navi che inalberavano un vessillo ormai da me odiato. Siete venuto a dirmi, colonnello, che Mary di Wentwort a giorni sarà costretta a sposare il marchese d'Halifax e che spera da me un aiuto. Accada quello che accada, entrerò a Boston.
Aveva appena finito di parlare, quando il colonnello ed il luogotenente lo videro chinarsi improvvisamente, tenendo la testa verso il sabordo spalancato, attraverso il quale entrava a fiotti un superbo raggio di sole.
- Un colpo di cannone sparato da lontano - disse, - Sul ponte! sul ponte!


3

UN COMBATTIMENTO TERRIBILE

Quando il Corsaro ed i suoi due compagni salirono in coperta, la corvetta aveva già cambiato rotta per riprendere la sua corsa verso le coste americane. Il vento, che accennava ad aumentare, ve la spingeva con una velocità di otto o nove nodi all'ora.
L'equipaggio, era tutto in coperta e discuteva animatamente.
Il Corsaro montò sul ponte di comando, prese il cannocchiale ed esplorò attentamente in tutte le direzioni.
- Nulla - disse a Howard ed al colonnello. - Eppure è stato un colpo di cannone. Testa di Pietra! - chiamò.
Il bretone, che stava discutendo animatamente con Piccolo Flocco, il suo inseparabile compagno, fu pronto ad accorrere. I suoi piedi da pachiderma erano diventati leggeri come quelli d'una gazzella.
- Hai udito quel colpo lontano? - gli chiese il Corsaro.
- Il mio orecchio si è conservato ottimamente, sebbene ne abbia uditi frastuoni di quei mostri di bronzo!
- Non può essere stato un colpo di tuono?
- Ma no, sir William. Non vi è una nube in nessun luogo.
- Che cosa ne pensi?
- Dico, capitano, che siamo sorvegliati.
- Dalle due navi d'alto bordo, vero?
- Si, e scommetterei nuovamente la mia pipa che le rivedremo ben presto. Fortunatamente il vento aumenta e la corvetta, quando è battuta, può lasciarsi indietro anche le fregate. Vi pare, sir William?
Il Corsaro non rispose. Passeggiava sul ponte, a testa bassa, con le mani affondate nelle tasche. Pareva che borbottasse qualche cosa.
Ad un tratto si fermò e, guardando fisso il bretone, il quale stava caricando tranquillamente la famosa pipa, gli disse:
- Che tutti gli uomini si tengano pronti ad occupare i posti di combattimento.
- E gli americani?
- Ammassali sul castello di prora, dietro i due pezzi da caccia. Sono valenti archibugieri e colle loro lunghe carabine spazzeranno per bene i ponti delle due navi inglesi. Non sempre si può aver fortuna, ma confido nel valore del mio equipaggio e nella velocità del mio Tuonante. Tu, che sei il miglior artigliere, mira coi cannoni da caccia gli alberi di quelle tartarughe. Giù cinque o sei vele, e non avremo più da temere.
- Per il borgo di Batz! mi metterò un paio d'occhiali sul naso per vederci meglio, e che Dio mi danni se non abbatterò un paio d'ali a quelle corridore dell'oceano.
- Conto su di te.
- E scommetto la mia pipa che...
- Vattene, al diavolo, insieme a quel puzzolente ricordo di famiglia.
Testa di Pietra rispose con una risata, discese la scala, batté l'acciarino ed accese il vecchio ricordo facendolo funzionare a tutta lena.
Howard, un luogotenente ammirabile, era sceso in coperta disponendo gli uomini per la battaglia che si annunciava imminente.
Nessuna vela si mostrava all'orizzonte, ma tutti sentivano il pericolo e si preparavano animosamente a respingerlo.
La giornata trascorse senza che Piccolo Flocco, sempre in alto sulle crocette della maestra, avesse annunciato nulla di nuovo. L'orizzonte era limpido, e la brezza aumentava sempre col calare del sole. La corvetta filava meravigliosamente, con tutte le sue vele al vento, compresi gli scopamari, i coltellacci e i coltellaccini. Sir William non aveva abbandonato il ponte di comando un solo istante. Spiava attentamente il nemico, che navigava certamente di là dalla linea visiva dell'orizzonte.
Al cadere del sole la brezza si era tramutata in un vento così forte, che il Corsaro era stato costretto a far ritirare gli scopamari e i coltellacci e raccogliere i pappafichi ed i contrapappafichi
Anche l'Atlantico era diventato irrequieto. Le onde si alzavano a poco a poco e si distendevano, rumoreggiando e rompendosi fragorosamente contro la poppa.
Alle nove una profonda oscurità avvolgeva mare e cielo. Solo poche meduse, naviganti quasi a fior d'acqua e che si lasciavano trasportare dal Gulf Stream, scintillavano come globi elettrici. Tutti erano ai loro posti, pronti a impegnare risolutamente la lotta e tutti sentivano ormai il nemico che cercava di sorprendere la corvetta. Sir William era sempre sul ponte a fianco di Howard. Aveva riacquistato il suo sangue freddo e pareva che, per un momento, avesse dimenticato Mary di Wentwort ed il marchese d'Halifax. Il suo sguardo solo era irrequieto e spaziava continuamente sull'orizzonte ormai tenebroso. Una altra ora era trascorsa, quando la voce di Piccolo Flocco, il quale non viveva che fra le coffe e le crocette, gridò:
- Badate!... Corriamo fra due ombre! Sono le navi d'alto bordo!
Dopo un breve silenzio, il Corsaro interrogò:
- A dritta l'una ed a sinistra l'altra?
- Si, capitano.
- Per San Patrick, - esclamò sir William, - Che occhi hanno i due comandanti inglesi! Come hanno fatto a scoprirci con questa oscurità? Ah! ci vogliono prendere? La vedremo, signori miei! - Poi, alzando la voce gridò:
- Dieci uomini nella stiva a guardia degli stoppacci. Se ci foreranno, chiudere subito le ferite.
Si volse verso il luogotenente:
- Vi affido il servizio dei pezzi del cassero. Per quelli del castello ci penserà Testa di Pietra.
In quel momento un lampo ruppe la profonda oscurità a meno di sei gomere da sinistra, seguito da un rombo non intimavano più il "ferma" con un colpo in bianco, bensì con una palla di cannone e probabilmente di buon calibro.
Il Corsaro si era curvato tendendo l'orecchio.
Si udì come un laceramento.
- Strappo alla gabbia di trinchetto - disse. - Che pessimi artiglieri! Ci volevano due palle incatenate, miei cari, per prendere in mezzo l'albero.
Fra il silenzio che regnava sulla corvetta, si udì la voce del luogotenente prima e poi quella di Testa di Pietra.
- Dobbiamo rispondere.
- No - rispose sir William, il quale aveva imboccato il portavoce. - Non c'è premura. Timonieri!
- Signore!
- Poggia sempre al nord. Vedi quell'ombra enorme?
- Sì, capitano.
- Attacca su quella. Pronti i gabbieri! Fuori i grappini d'abbordaggio!
Un altro lampo balenò e questa volta a dritta, alla medesima distanza, ed un altro proiettile fischiò sulla coperta della corvetta, colpendo la testa di un gabbiere che stava salendo le griselle di trinchetto con un carico di grappini d'abbordaggio. Il disgraziato non ebbe nemmeno il tempo di mandare un ah! e precipitò in mare.
- Per San Patrik! - esclamò il Corsaro. - Si massacra la mia gente! Ecco il buon momento per passare a colpi di bordate.
Imboccò di nuovo il portavoce e gridò con voce tonante:
- Non vi trattengo più, ragazzi! Coprite le inglesi di ferro e di piombo!
La corvetta che, più rapida delle due pesantissime navi d'alto bordo ed infinitamente più maneggevole, stava per oltrepassare le due poderose avversarie, si coprì di fiamma e di fumo.
Sparavano le batterie di dritta e di sinistra ed i quattro grossi pezzi da caccia. Appena cessato quel frastuono, seguì una terribile scarica di moschetteria. I cinquanta americani della giunca, ammassati sul castello di prora saettavano con una tempesta di palle le due navi inglesi, spazzandone gli altissimi ponti.
Le due navi d'alto bordo non indugiarono a rispondere.
Quella che si trovava sopravvento fu la prima a scatenare tutti i suoi pezzi di dritta; ma sia che in quel momento gli artiglieri si fossero ingannati sulla velocità della corvetta, o che qualche improvvisa ondata avesse fatto perdere loro le mire, la bordata passò a venti passi dalla poppa della fuggitiva senza recarle nessun danno.
L'altra però, che si trovava a miglior portata, essendo più avanti, fu pronta ad imitare la consorella. Un uragano di ferro e di ghisa passò sulla tolda della corvetta, massacrando o storpiando una diecina d'uomini.
Una palla passò vicinissima al viso del Corsaro, mozzandogli per un istante il respiro. L'alberatura per altro non aveva subito danno alcuno, sicché la nave aveva potuto continuare la sua velocissima marcia.
- Per San Patrick! - esclamò il Corsaro. - Tirano come novizi! Signor Howard! Testa di Pietra! Sotto, a palle incatenate!
Per la seconda volta la corvetta si coprì di fuoco e di fumo.
Per cinque o sei minuti un frastuono orrendo coprì i muggiti delle onde. Le tre navi si scambiavano, incessantemente, palle incatenate, bordate di mitraglia, nembi di piombo, sparati però alla cieca, poiché la notte era oscurissima e la corvetta filava rapida, cambiando spesso di rotta con brevi bordate, per far perdere agli avversari il punto di mira.
I ventotto pezzi della corvetta, manovrati da abili artiglieri che stavano fermi dietro ai sabordi, tiravano meravigliosamente, aspettando il momento opportuno per tempestare le navi nemiche. Alternavano palle e mitraglia, fracassando pennoni e rompendo manovre; ma forse il maggior danno lo recavano i cinquanta americani. Dietro le murate del castello di prora sparavano senza posa colle loro lunghe e pesanti carabine colpendo, ad ogni scarica, con precisione incredibile.
Già la corvetta si credeva fuori di portata delle artiglierie avversarie, quando il treponti che veleggiava sottovento, con una manovra rapidissima le attraversò il passo.
Sir William soffocò una bestemmia, poi imboccò il portavoce e gridò:
- Timone all'orza!... Cazza la randa! Contrabbraccio a sinistra! Pronti per l'abbordaggio! Tuoni per San Patrik! Prenderemo il treponti, se non lo caleremo a fondo. Testa di Pietra! Signor Howard! Palle incatenate dentro l'alberatura. Rasatemi quel colosso come una ciabatta.
La risposta fu pronta. La corvetta virò sulla sinistra e scaricò i suoi dodici pezzi contro i treponti, poi virò sulla dritta e sparò una fianconata terribile. Nel medesimo istante i quattro pezzi da caccia scagliavano le loro palle incatenate attraverso l'alberatura dell'avversario.
Fra il tuonare delle artiglierie si udì un crac secco, poi una voce alzarsi sul castello di prora.
- Per il borgo di Batz! L'ho preso il volteggiatore maledetto. Era tempo! La catena ha segato o tagliato la maestra. Ala ferita non vola! Ci corra dietro, l'uccellaccio!
Un urrà fragoroso salutò quel colpo maestro del vecchio.
- All'abbordaggio! All'abbordaggio! - urlano centocinquanta e più voci.
Il treponti si è inclinato sulla dritta, oppresso dal peso dell'altissimo albero che, troncato quasi alla base da due palle incatenate, bagna il suo mostravento in acqua.
La gran nave è immobile. Non può più bordare e si presenta magnificamente per una grande bordata. Fra le urla della ciurma e degli americani che domandano di correre all'abbordaggio, la voce metallica del Corsaro si fa udire:
- Fuoco di bordate e filate all'ovest! Passiamo!
La corvetta, abilmente guidata, sfugge ancora una volta alla fiancata del secondo treponti che giunge troppo in ritardo, scaglia quattordici palle nel ventre della immobilizzata e con una magnifica bordata sfugge alla stretta, scaricando i suoi due pezzi da caccia di poppa, carichi a mitraglia. Qualche palla passa, ronzando sordamente, attraverso alla sua attrezzatura, ma ormai è troppo tardi. Fugge con pieno vento in poppa, ridendosi ormai del fuoco di quei centoventi pezzi.
Howard continua a sparare i due pezzi da caccia poppieri, per proteggere la ritirata. Testa di Pietra invece ha fatto gettare in mare i morti, trasportare i feriti all'infermeria, poi ha caricato tranquillamente la sua pipa, l'ha accesa ed è salito sul ponte di comando, dicendo al Corsaro:
- È finita. Gliel'abbiamo fatta a quei signori dalle giacche rosse e dalle calottine minuscole... La rotta capitano?
- Diritti su Boston - rispose William. - Quanti morti?
- Ne ho fatti gettare quattordici nella grande tazza - rispose il bretone con un sospiro.
- E feriti?
- Ve ne sono sette all'infermeria e disgraziatamente uno rimarrà storpio per tutta la sua vita.
- Mille sterline a sua disposizione.
- Per il borgo di Batz! Mi sarei lasciato portare via anch'io una gamba per guadagnare una tal somma. Anche zoppo avrei potuto comprarmi una grossa barca da pesca e guidarla attraverso la Manica.
- Fa' sfondare quattro barilotti di rhum, e dà da bere ai miei bravi. Bada che non si ubriachino. Boston non è lontana e chissà che cosa ci attende dinanzi alla sua baia. Non sarà facile forzare il blocco; tuttavia non dispero.
Le cannonate erano cessate e le due navi di alto bordo erano scomparse nel tenebroso orizzonte. Solamente il vento sibilava attraverso l'attrezzatura.
E la corvetta filava sull'Atlantico colla prora verso la costa americana


4

L'INSURREZIONE AMERICANA

Coll'atto memorabile del 4 luglio 1776, le colonie inglesi dell'est dichiaravano la propria indipendenza e la loro ferma volontà di staccarsi finalmente dalla madre patria, che da due secoli ne suggeva il sangue migliore, senza dare compensi.
Gli enormi balzelli che l'Inghilterra imponeva, sempre più gravi, alle sue colonie d'America per far fronte alle spese della guerra contro i Borboni di Francia e di Spagna e la negazione dei diritti politici ai coloni, furono le due cause da cui scaturirono le prime scintille, le quali non dovevano tardare a mettere in fiamme tutti gli Stati dell'est, poiché allora quelli dell'ovest e del sud si trovavano ancora sotto la dominazione spagnola.
Quantunque a corto di denaro, privi d'artiglierie e male armati, gli americani avevano salutato con entusiasmo la convenzione del luglio che proclamava l'indipendenza delle vecchie colonie inglesi.
Improvvisano generali, alla cui testa mettono il grande Washington, improvvisano colonnelli ed ufficiali, chiamano a raccolta la balda gioventù e dichiarano guerra alla possente Inghilterra.
La Francia e la Spagna, di sottomano, li aiutano. Corsari arditi li forniscono di artiglierie, di polvere, di fucili, e abili ufficiali francesi guidati dal giovane marchese Lafayette, accorrono in buon numero per offrire a quei coloni, ignari delle cose guerresche, la loro spada, la loro esperienza ed il loro sangue.
L'Inghilterra da principio non si era gran che preoccupata della proclamazione dell'indipendenza delle sue colonie d'oltremare. Si stimava troppo forte per non dover subito domare quegli insolenti piantatori di cotone e di tabacco e quei meschini mercanti che avevano osato sfidare la sua potenza.
Disgraziatamente per lei, s'ingannava. Aveva dinanzi a sé un nemico altrettanto formidabile, tenace, risoluto a tutto, pronto a sopportare con animo fiero tutti gli orrori della guerra che doveva, più tardi, rendergli la libertà e fargli innalzare lo stellato vessillo.
Dopo le prime avvisaglie, gli americani avevano subito deciso d'investire Boston, che era la più ricca e la più popolosa città del Massachussetts. Situata su una baia splendida, capace di contenere le più grosse squadre del mondo, e completamente riparata dalle ondate dell'Atlantico da una lunga isola, si prestava meravigliosamente ad una lunga difesa, specialmente per chi fosse sempre padrone del mare: e l'Inghilterra, come abbiamo detto, era tale, poiché gli americani non potevano opporre ai grandi treponti che piccole navi corsare.
Gl'inglesi, ai primi rumori di guerra, avevano arruolato dodicimila uomini, per la maggior parte assiani e brunswickesi, fanti saldissimi che godevano allora di una grande reputazione, ed avevano guarnito i forti di numerose e grosse bocche da fuoco. Per di più avevano raccolto nella baia una squadra di fregate e di nave d'alto bordo, per impedire ai corsari dell'Europa e delle Bermude di mandare agli americani munizioni ed armi, delle quali difettavano.
La difesa della piazza era stata affidata a tre valentissimi generali: Howe, Clinton e Burgoyne, ai quali si erano uniti il marchese d'Halifax e il brigadiere generale Pigot, tutti uomini di gran valore.
Gli americani, sebbene non disponessero nel Massachussetts di più di ventimila uomini e di poche navi corsare, avevano investito la piazza, costringendo la guarnigione inglese a rinchiudersi dentro le salde mura della città.
I fatti d'arme, succeduti nel Canada, favorevoli agl'insorti, i quali erano riusciti ad impadronirsi della fortezza di Skeenerborough, facendo prigionieri l'intero presidio ed il suo comandante generale Allen, avevano entusiasmato quei giovani combattenti. Con grande sorpresa di tutti, i generali americani erano riusciti a bloccare la città, in modo che il presidio non potesse più ricevere vettovaglie né rinforzi.
Boston non si poteva prendere d'assalto, specialmente da soldati improvvisati; unica risorsa era quella di costringere gli assediati ad arrendersi per fame. La impresa, che presentava gravi difficoltà fu decisa.
Una notte, traghettata la baia su gran numero di scialuppe ed elusa la vigilanza della squadra inglese, i soldati piombavano su due isole, distruggendo tutte le messi e portando via quanto bestiame si trovava nei villaggi.
Quel colpo era stato mortale alla guarnigione, già da tempo a corto di viveri, dovendo provvedere anche agli abitanti, rimasti in buon numero dentro le mura.
Un altro riuscito colpo era avvenuto pochi giorni dopo. Gli assediati, furiosi per lo scacco subito, disperando ormai di poter ricevere viveri dall'Inghilterra, avevano progettato una sortita, per poter correre il paese e rinnovare le provvigioni.
Due erano le via da tentarsi. Una di far impeto sull'istmo di Boston ed attaccare a fondo gli americani saldamente fortificati a Roxbury, allo scopo di invadere e saccheggiare la contea di Suffolk; l'altra di traghettare il braccio di Charlestown e dare addosso agli assedianti trincerati sulle alture che si stendevano fra Willis-Creck e il fiume Mistica e porre a sacco le terre di Worcester.
Ma i capi americani, che tenevano numerose spie in Boston, avevano avuto sentore di quei due disegni ideati dal generale Garge, e si erano affrettati a prendere le loro misure per impedire al nemico di nutrirsi. Ci tenevano anche a provare la saldezza ed il coraggio delle loro truppe, le quali fino allora non avevano avuto l'occasione di sostenere un urto poderoso da parte dell'agguerrito avversario.
Chiamarono a raccolta tutte le bande che scorrevano le terre vicine per approvvigionare il grosso dell'esercito e rafforzarono gagliardamente le alture di Bunkershill le quali dominavano l'entrata di Charlestown, mandandovi altri mille soldati al comando del colonnello Guglielmo Prescott.
Approfittando d'una notte oscurissima, quei giovani soldati occupavano lestamente e nel più profondo silenzio il monticello di Breed's Hill, che stava sopra Charlestown, e, in meno di otto ore, lavorando con accanimento feroce costruivano un ridotto quadrato, guarnendolo di buon numero di pezzi di cannone.
Nel medesimo tempo, occupavano e rafforzavano con trincee un altro monticello dominante la città, situato sulla penisola più vicina che ripara la baia.
Grande fu lo stupore degl'inglesi, quando, verso le quattro del mattino, si accorsero dell'audace impresa eseguita con tanta abilità e in silenzio.
Una nave da guerra fu la prima a dare l'allarme e, senza attendere gli ordini del comandante, cominciò a tirare furiosamente contro il ridotto che costituiva una gravissima minaccia per la città.
I comandanti inglesi, assai inquieti. volsero tutte le artiglierie della piazza, delle navi e delle batterie galleggianti verso le due alture, sulle quali gli americani continuavano a fortificarsi, aprendo trincee fino quasi sulle rive della Mistica.
Dall'alba al tramonto fu un frastuono spaventevole, e uragani di ferro furono scambiati da una parte e dall'altra, senza grande risultato, poiché gli americani non cessarono né di lavorare, né di rispondere, lanciando palle arroventate dentro la città, colla speranza di scatenare incendi. Solamente a notte fatta le artiglierie della piazza e delle navi cessarono per non sprecare munizioni. Gli americani erano completamente riusciti nel loro scopo: Boston stava per subire tutti gli orrori del bombardamento, oltre quelli della fame.
Le cose erano giunte a questo punto quando, una notte tempestosa, la corvetta di sir William si presentò arditamente dinanzi all'imboccatura della baia, risoluta a forzare il blocco.
Il fragore delle cannonate era già giunto agli orecchi del corsaro e dei suoi uomini, ed immaginando che qualche grosso fatto fosse accaduto, il veliero s'era mantenuto bene al largo, quantunque l'Atlantico, sempre capriccioso, non avesse cessato di scagliare la sua furia in tutte le direzioni, mettendo a dura prova la resistenza dell'equipaggio.
Sir William, che non si fidava che di se stesso, non aveva abbandonato un solo momento il ponte. Disposti i suoi uomini nelle posizioni dì combattimento, poiché non era improbabile che qualche nave inglese piombasse addosso alla sua appena entrato in porto, fece chiamare il colonnello americano che conosceva a menadito tutti i porti delle coste orientali dell'America.
- Signor Moultrie, - gli disse nel momento in cui la corvetta tirava una lunga bordata dinanzi al porto - affido a voi il timone. Quali segnali dobbiamo fare per non farci bombardare dai vostri compatrioti? Tutt'oggi il cannone ha tuonato e può darsi che siano collocate batterie sulla penisola.
- Alzate sugli alberi due fanali rossi - rispose l'americano - e teneteveli per cinque minuti. I nostri hanno uomini lungo le spiagge, incaricati appunto di segnalare le navi corsare e di guidarle. Vedrete che qualcuno giungerà.
- Se potessi sapere dove incrociano le navi inglesi!...
- Si spostano continuamente e nessuno, che venga dal di fuori, potrebbe indovinare dove si trovano in questo momento. Desiderate altro?
- No: al timone, colonnello, e badate di non mandare il mio Tuonante su qualche secca.
- Conosco la baia come le mie tasche, quindi potete essere tranquillo.
Il Corsaro lo accomiatò con un cenno della mano, poi scese sulla tolda e passò rapidamente in rivista i suoi uomini. Tutti erano ai loro posti di combattimento.
Raggiunto il castello di prora chiamò Testa di Pietra il quale stava confabulando su uno dei due pezzi da caccia.
- Vieni - gli disse. - Mi fido del colonnello americano ma ancora più di te. Conosci Boston?
- Ci sono stato una decina di volte, capitano - rispose il bretone. - Sono trascorsi molti anni, tuttavia saprei condurre la corvetta a sicura destinazione.
- È sulla Mistica che dovremo affondare le nostre àncore. Gli americani devono esser là!
- E noi andremo a trovarli, comandante. Conosco quel fiume e so che il fondo è buono anche per le grosse fregate.
- Fa' alzare sui due alberi fanali a luce rossa; poi mi raggiungerai sul ponte.
Tornò sul ponte di comando, dopo aver scambiato alcune parole col suo luogotenente che, come sempre, aveva assunto il comando dei due pezzi da caccia poppieri e diede l'ordine:
- Imboccate!
La corvetta aveva terminata la sua bordata e si trovava dinanzi all'ampia baia di Boston, percorsa dalle grosse onde dell'Atlantico
Nessun luce brillava dentro la baia, né sulla città. Pareva che assedianti ed assediati si fossero finalmente decisi a prendere un po' di riposo.
Ma il Corsaro non si fidava affatto di quella gran calma, la quale poteva essere più apparente che reale.
I suoi occhi interrogavano ansiosamente le tenebre e le sue orecchie ascoltavano attentamente.
I fanali erano stati innalzati nel momento in cui la corvetta superava l'estremità della penisola occupata, la notte prima, dagli americani.
Il mare era pessimo anche contro la baia e le ondate si succedevano senza tregua.
Erano appena trascorsi i cinque minuti d'obbligo ed i fanali erano stati riabbassati quando una voce si fece udire sotto la sinistra della nave.
- How! Gettate una scala!
Testa di Pietra che si trovava ancora sulla coperta, fece eseguire prontamente l'ordine. Pochi momenti dopo un uomo coperto da un ampio mantello d'incerato e barbuto come un miass del Borneo, montava a bordo chiedendo:
- Il comandante?
Testa di Pietra munito d'una lanterna e accompagnato da due fucilieri guardò attentamente lo sconosciuto, il cui mantello grondava.
- Chi siete? - domandò, puntandogli contro il petto la pistola.
- Un pilota americano: ho scorto i vostri segnali e sono accorso per mettermi ai vostri ordini.
- E la scialuppa che vi ha condotto?
- Ha già preso il largo. È stato un vero miracolo se ho potuto prendere al volo la vostra scala.
- Vi nomino gabbiere di prima classe - rispose il bretone.
L'americano rispose con un "grazie" ed una risata.
- Seguitemi - riprese Testa di Pietra. - Il comandante è sul ponte.
- Sono ai vostri ordini. Portate polveri?
- Un carico completo.
- Era tempo. Aspettavamo il colonnello Moultrie che avevamo mandato alle Bermude con una giunca.
- È qui il vostro compatriota, ma il piccolo veliero lo abbiamo mandato a tenere compagnia ai pesci.
Attraversarono la tolda e salirono sul ponte di comando, dove il Corsaro attendeva in preda ad una viva impazienza..
- Ecco il pilota che gli americani hanno mandato - disse Testa di Pietra.
Sir William gli chiese:
- Dove possiamo affondare le nostre àncore, al sicuro dalle navi inglesi?
- Alla foce della Mistica. Le batterie del ridotto di Breed's Hill saranno sempre pronte a difendervi.
- Andremo contro le inglesi?
- La notte è pessima, comandante, e credo che le navi da guerra non lasceranno i loro ancoraggi prima che spunti l'alba.
- Non faranno fuoco su di noi i vostri compatrioti?
- A quest'ora la scialuppa che mi ha portato qui deve essere giunta a terra e l'ordine di non sparare non tarderà a giungere sull'altura di Breed's Hill. Potete passare.
- Raggiungete sul cassero il colonnello Moultrie e guidateci all'ancoraggio. Io penso alla difesa.
La corvetta s'avanzava cautamente, correndo lievissime bordate.
L'oscurità profonda la proteggeva, tuttavia non vi era che da fidarsi. Gli inglesi avevano conservato, dentro la baia, buon numero di fregate e di batterie galleggianti, le quali potevano, da un momento all'altro, scatenare un fuoco infernale ed impedire il passo.
- Aguzza gli occhi, Testa di Pietra, - diceva di quando in quando sir William.
- Sono tutti e due fuori dalle orbite, rispondeva il bretone - eppure non riesco a distinguer nulla.
- La notte non poteva essere più tenebrosa.
- Poche volte l'ho veduta così.
- Guarda!
- Guardo, comandante, e riesco a malapena a distinguere i fiocchi, e ciò è già molto. Scommetterei la mia pipa che un gatto non riuscirebbe a vederli.
Ad un tratto il bretone si curvò in avanti e si mise in ascolto.
- Che cosa senti? - chiese sir William.
- Ma... non so...
In quell'istante la corvetta piegò rapidamente sulla sinistra sotto un vigoroso colpo di timone. Che cosa avevano scorto i due piccoli americani? La risposta fu pronta. Una gigantesca ombra, che navigava senza fanale era comparsa improvvisamente sulla diritta a pochi metri di distanza.
- Chi vive? - gridò una voce.
- Inglesi - rispose prontamente sir William col portavoce.
- Poggiate verso la gettata per la verifica o vi coliamo a fondo.
- Obbediamo.
Si slanciò dal ponte e percorse a gran passi la tolda dicendo agli uomini che stavano a guardia dei bracci delle manovre:
- Bordate a sinistra! Lesti! Abbiamo una fregata addosso.
Poi raggiunse il colonnello ed il pilota americano e diede loro alcuni ordini.
La corvetta, pochi istanti dopo, invece di eseguire il comando ricevuto dagli inglesi, con una improvvisa bordata s'allontana in senso inverso, puntando sulla foce della Mistica. Quasi nello stesso momento il Corsaro, che era ritornato sul ponte di comando, lanciava il ben noto grido:
- Fuoco di bordata!


V

IL BOMBARDAMENTO DI BOSTON

La fregata si prestava magnificamente per farsi crivellare di sorpresa, poiché offriva alle artiglierie della corvetta la sua sinistra, non avendo ancora avuto il tempo di virare, né di prendere alcuna precauzione contro un improvviso attacco.
I due pezzi da caccia di poppa della corvetta furono i primi a scagliarle attraverso l'alberatura quattro grosse palle incatenate, poi i dodici pezzi di dritta esplosero quasi nello stesso momento, battendole terribilmente il fianco.
Si udì, appena cessate le detonazioni, un fracasso orrendo di legnami che cadevano dall'alto, poi seguì un intensissimo fuoco di fucileria. Gli americani del castello di prora appoggiavano gli artiglieri del Corsaro.
La corvetta, approfittando della confusione che doveva aver causata quella improvvisa scarica, continuò la sua bordata per raggiungere la foce della Mistica e mettersi al sicuro, prima che altre navi sopraggiungessero. Ma non poteva ritenersi fuori di pericolo, poiché in un lampo era stato dato l'allarme.
Le batterie galleggianti che si trovavano ancora dinanzi alle gettate, intuendo che qualche importatrice di polveri e d'armi, approfittando dell'oscurità, era entrata nella baia avevano subito cominciato a sparare, ma a casaccio, perché la corvetta non era visibile e continuava a filare, allontanandosi rapidamente dal luogo della bordata. Anche la fregata aveva cominciato a far tuonare i suoi pezzi. I ridotti e i bastioni della città non tardarono ad imitare le navi.
- Ecco un magnifico spettacolo che offriamo gratuitamente agli abitanti di Boston - disse sir William a Testa di Pietra.
- Speriamo che ce ne siano grati - rispose il bretone. - Per il borgo di Batz! Le palle sono infuocate, capitano, Se una entra nel deposito delle polveri, salteremo allegramente ed offriremo ai bostoniani uno splendido fuoco che non sarà artificiale.
- Non ci vedono.
- Il caso talvolta...
- Se conti sul caso, è un'altra questione. Bada invece che non ti cada qualche palla sulla testa.
- È dura come la pietra la mia testa, signore; la farà rimbalzare in mare.
- Uhm!
Le palle fioccavano da tutte le parti, specialmente dagli spalti della città.
Già qualche palla era caduta sulla corvetta ammazzando più di un uomo, quando gli americani, annidati sulle due alture di Bunker's Hill e di Breed's Hill, avvertiti che una nave corsara era entrata con carico per loro, cominciarono a sparare terribilmente. I due ridotti, situati in due splendide posizioni e già ben difesi, parevano due piccoli vulcani.
Gl'inglesi avevano subito cambiata direzione ai loro pezzi e non sparavano più sulla baia. Tentavano, invece, di sopraffare i pezzi americani.
Per una ventina di minuti fu un furioso scambio di palle, mentre la corvetta continuò ad avanzare verso la foce del fiume senza sparare un colpo.
Il Corsaro assisteva impassibile a quel furioso bombardamento, col sorriso sulle labbra. Accanto a lui il bretone fumava tranquillamente la sua pipa secolare, più che mai convinto che, se anche una granata gli fosse piombata sulla. testa, non sarebbe riuscita a sfondarla. Diavolo! Non era forse figlio del paese delle teste dure?
Già il fiume era vicino; la corvetta, che marciava sempre velocissima, stava per imboccarla, quando quattro lampi balenarono dinanzi alla sua prora, quasi a fior d'acqua, seguiti da quattro detonazioni assordanti e dal ben noto crepitìo del legno che s'apriva sotto la violentissima percossa dei grossi proiettili.
- Batteria galleggiante dinanzi a noi!
- Che nessuno risponda! - gridò subito sir William.
Poi, volgendosi verso la poppa, aggiunse:
- Date pure addosso ed affondatela! Rispondo della robustezza della prora.
I due piloti americani, che stavano già per spingere la ribolla al largo perché non avvenisse un incontro, la rimisero subito a posto, mantenendo il filo della rotta. Trascorsi cinque secondi, avvenne un urto violentissimo che fece cadere sui ponti la maggior parte dei fucilieri e degli artiglieri. La corvetta aveva sfondato, col suo tagliamare a prova di scoglio, la batteria galleggiante. tagliandola proprio nel mezzo.
Urla di spavento s'alzarono. I cannonieri inglesi affondavano insieme ai loro pezzi, travolti dalla corrente che il veliero si tirava sui suoi fianchi.
La corvetta, che si era per un momento fermata, riprese lo slancio sotto le violentissime sferzate del vento, disgregò completamente la batteria e passò oltre.
Era passata appena a tempo, poiché gli artiglieri della guarnigione che guardavano i pezzi volti verso il fiume avendo scorto quei quattro lampi, non avevano tardato a far piovere, in quella direzione una grandine di palle, ignorando che massacravano i loro compagni lottanti fra i rottami della batteria.
- Ora venite a prenderci - disse il Corsaro, stropicciandosi le mani. - Non sarà facile uscire da questa trappola, ma prima che abbia sbrigato i miei affari molte cose possono accadere. Che ne dici, Testa di Pietra?
- Che mio nonno, un famoso corsaro...
- Ah! quello che ti ha lasciata la pipa!
- No, capitano: era un altro, quello.
- Continua.
- Dico dunque che non avrebbe avuto maggior fortuna.
- Si vede che aveva anche lui qualche stella che lo proteggeva.
- Ma finì col penzolare all'estremità di un pennone!
- Bella fortuna! Ma ora, attenti ad affondare le àncore! Dobbiamo essere vicini alla cala; vero colonnello.
- Ancora cinque o seicento metri - rispose l'americano. - Tornate a issare i due fanali rossi.
L'ordine fu trasmesso ai gabbieri e le due lampade salirono fino ai pomi della maestra e del trinchetto. Era una precauzione necessaria, poiché gli americani, che occupavano già fortemente le due rive della Mistica, potevano, se non ricevevano a tempo l'avviso che si trattava d'una nave amica, scaricarle addosso cannonate.
La corvetta, sebbene ostacolata dalla corrente, avanzava abbastanza velocemente, sicché in cinque minuti raggiungeva una profonda cala sulla riva sinistra, dove gli americani avevano innalzato due piccoli, ma ben muniti ridotti.
Le àncore furono affondate, le vele prontamente imbrogliate, e i fanali di dritta e di sinistra accesi.
Una scialuppa montata dai sei rematori e da un timoniere, si era staccata dalla riva, abbordando la corvetta sotto la scala abbassata.
Il colonnello americano il pilota ed il Corsaro ricevettero il timoniere.
- Ah, voi, mister Pardell! - esclamò il colonnello. - Non credevo di trovarvi ancora qui!
- Corro sempre dove c'è da menar le mani - rispose il capitano.
- Ecco il Corsaro, il baronetto William Mac Lellan, di cui avrete già udito parlare, il più audace scorridore del mare delle Bermude.
- Vi aspettavamo impazientemente Sir, - rispose il capitano, stendendo la mano - e sono incaricato di portarvi i ringraziamenti del Congresso e quelli del generale Washington.
Il baronetto s'inchinò, poi disse:
- Vi porto quattrocento tonnellate di polvere, cinquemila fucili con relative baionette, duemila bombe e quattro grossi mortai. In più metto a disposizione della causa americana la mia corvetta ed i miei centocinquanta uomini, scelti fra i migliori corsari che scorazzino l'Atlantico.
- Il Congresso pagherà ogni cosa.
Sir William alzò le spalle.
- Dono tutto alla causa americana, - disse - ad una condizione però.
- Quale, sir? - chiese il capitano, stupito di tanta munificenza da parte d'un uomo che tutti credevano di puro sangue inglese.
- Mi si permetta di entrare, questa notte stessa, in Boston con un paio dei miei uomini.
- È impossibile, sir.
- Non è finita la galleria che doveva terminare sotto le casematte del gran bastione di Hamilton? - chiese il colonnello.
- Sì, mister Moultrie. Anche la mina per farlo saltare è stata preparata.
- Passeremo per di là - disse il Corsaro. - È assolutamente necessario.
- Incontrereste la morte, sir, - rispose il capitano. - Le nostre spie ci hanno informato che gl'inglesi questa notte tenteranno una sortita per cacciare i nostri compatrioti da Breed's Hill e da Bunker's Hill. A quest'ora gli assediati devono essere già in marcia e v'incontrereste subito con loro.
- Maledizione! - esclamò sir William.
- Affare rimandato mio caro baronetto, - disse il colonnello. Una giornata passa presto e domani potrete tentare l'impresa, con maggior successo.
Il Corsaro era rimasto silenzioso e, come era sua abitudine, si era messo a passeggiare nervosamente per la tolda.
Ad un tratto un fracasso infernale ruppe il silenzio che regnava nella baia.
Fumo rossastro s'alzava sopra i bastioni, sopra le lunette, sopra un ridotto di Boston, attraversato da lunghi getti dì fuoco.
- Vedete - disse il capitano americano. - Gli assediati cercano di mascherare le loro mosse, bombardando le nostre posizioni. Domani ci sarà grossa battaglia, per ributtare dentro le mura gl'inglesi.
- Proprio questa notte! - disse il Corsaro con rabbia.
La galleria è ben simulata e per quella potrete sempre entrare, ora che è stata finita - rispose il colonnello.
- Testa di Pietra! - gridò sir William.
Il bretone era in quel momento occupato a tagliare, con una grossa forbice da una lastra di zinco, piccoli triangoli, sui quali legava fette di lardo, aiutato da Piccolo Flocco.
- Per il borgo di Batz! - esclamò, udendosi chiamare. - Che non possa dedicare nemmeno cinque minuti alla pesca degli albatros?
Lasciò cadere a terra tutto, e raggiunse il Corsaro, che seguiva con lo sguardo le faville che sprizzavano dalle palle infuocate scagliate dai forti di Boston contro le due alture occupate dagli americani.
- Non odi tutto questo baccano?
- Per il Borgo di Batz! Lo udrebbero anche tutti i morti sepolti lungo le coste della Bretagna, se tanti cannoni si sparassero a Brest, e non volete che giunga agli orecchi d'un vecchio artigliere?
- Che cosa facevi in questo momento?
- Preparavo, insieme con Piccolo Flocco, gli ami per catturare gli albatros. Ne vengono molti è vero, signor colonnello, alla foce del fiume?
- Si, - rispose Moultrie, ridendo.
- Allora spero di prenderne parecchi. I miei uomini si fabbricheranno splendide borse da tabacco ed anche meravigliosi bocchini con le ali di quei predoni degli oceani.
- E la guerra? Non odi?
- Huff! Quando gli inglesi saranno stanchi di sparare, lasceranno dormire i loro pezzi - rispose tranquillamente il bretone, levandosi di tasca la sua storica pipa e preparandosi a caricarla.
- Abbiamo imbarcato quattro mortai che ci hanno mandati i nostri amici francesi - disse il Corsaro. - Dirai al signor Howard di farli collocare sulla tolda: così proveremo il loro tiro d'arcata.
- Preferisco i cannoni da caccia.
- Alza più che puoi anche quelli e prendiamo parte alla festa di fuoco. Va'!
Tutti i forti di Boston infuriavano con un fragore assordante, assecondati da tutte le navi da guerra che si trovavano in porto e dalle batterie galleggianti.
I due ridotti americani piantati sulle due alture, tenevano coraggiosamente testa al fuoco degli assediati e coprivano di palle la città, scatenando incendi fra le case di legno, che la guarnigione inglese a malapena riusciva a spegnere.
Tutta la baia era in fiamme. Lampi partivano da tutte le parti. A fior d'acqua, sulla riva della Mistica e sulle alture di Brunker's Hill e di Breed's Hill.
La corvetta non aveva tardato a prendere parte a quella festa del fuoco come l'aveva chiamata sir William.
Il secondo di bordo, insieme con Testa di Pietra ed i più abili artiglieri aveva fatto disporre sul larghissimo cassero dietro i cannoni da caccia, i quattro mortai ricevuti dai corsari francesi ed avevano fatto aprire un magnifico fuoco contro il bastione di Workart, tempestandolo di granate del peso di quaranta chilogrammi.
Anche i cannoni da caccia erano entrati in scena e spazzavano le basi e lo specchio d'acqua per impedire alle scialuppe inglesi di avvicinarsi.
Lo spettacolo era spaventoso ed il rimbombo assordante.
Nonostante il pericolo, gli abitanti di Boston si erano rovesciati in massa verso i bastioni, per godersi quel terribile bombardamento che doveva più tardi rammentare agl'inglesi quello celebre di Gibilterra.
Le due posizioni americane tenevano valorosamente testa a quel diluvio di palle, senza per questo interrompere i lavori che dovevano metterli in grado, all'alba, di respingere energicamente l'assalto nemico.
Le perdite erano considerevoli, ma maggiori quelle degli inglesi. i quali si lasciavano stoicamente mitragliare dai quattro pezzi da caccia del Tuonante, senza sparare un solo colpo di fucile, per non far conoscere le loro mosse agli americani. Tutta la notte le artiglierie dei forti, delle trincee, dei ridotti e delle navi rimbombarono con un crescendo orribile, poi, verso l'alba i colpi a poco a poco divennero più radi, finché cessarono completamente.
Gl'inglesi avevano lasciato la piazza e si preparavano animosamente ad assalire le due alture, le cui artiglierie recavano tanto danno alle case ed alle fortezze.


6

LA BATTAGLIA DI BREED'S-HILL

Il generale Howe, comandante supremo della piazza ed i suoi sottocapi, avevano deciso di tentare una sortita per riconquistare le due alture.
La notte del 17 giugno, dieci compagnie di granatieri condotti dallo stesso generale Howe e dal generale Pigot, col marchese d'Halifax, rinforzati da altrettante compagnie di fanti e da buon numero di artiglierie leggere, avevano raggiunto silenziosamente le rive della baia, dove molte scialuppe li aspettavano, e traghettavano a Moreton's Point senza aver incontrata alcuna resistenza.
Essendo quel punto assai battuto dalla flotta, gli americani, che possedevano un numero limitato di artiglierie, non avevano creduto opportuno innalzare alcun ridotto, il quale d'altronde non avrebbe potuto resistere a lungo ai fuochi incrociati.
Giunti però colà, gli inglesi, sostarono e, formate le ordinanze su due file, mandarono a chiedere nuovi rinforzi a Boston.
Il disegno loro era questo: mentre l'ala sinistra guidata da Pigot e dal marchese d'Halifax, tutta di fanteria pesante, composta per la maggior parte di mercenari tedeschi, assaltava Charlestown, il grosso doveva attaccare i due ridotti e l'ala sinistra, e tentare di forzare il passo della Mistica, che era difeso dalla corvetta del Corsaro e da due batterie. Credevano così di prendere alle spalle gli avversari e di mandarli con furiosi assalti alla baionetta, a catafascio.
Gli americani, consapevoli dei disegni dei generali inglesi, avevano appoggiato la loro ala diritta contro le case di Charlestown; l'ala sinistra, lungo le trincee che avevano alzate sulle rive della Mistica; il grosso, presso l'imboccatura.
Durante la notte non avevano cessato di lavorare e, temendo di non poter reggere ad un corpo a corpo su un terreno piano, si erano rafforzate le spalle con alte stecconate piantate su due file e riempite nel mezzo di erbe e di terra.
I massacciuttesi occupavano Charlestown, il ridotto ed una parte della trincea; quelli del Connecticut, agli ordini del capitano Nolken, e quelli del Nero-Hampire capitanati dal colonnello Stark, tutto il resto della trincea.
Non erano che un'accozzaglia di piantatori e di marinai, quasi nuovi al fuoco, armati di archibugi di diversi calibri e quasi tutti privi di baionetta.
Durante la notte però avevano mandato numerosi corrieri a chiedere soccorsi in varie direzioni ed erano giunti al campo il dottor Warren, nominato di recente generale per le sue ottime qualità di condottiero audace ed avveduto, ed il generale Pertnam. Tanto l'uno come l'altro avevano condotto seco alcune bande di contadini, racimolati frettolosamente nei dintorni, abilissimi tiratori.
Gl'inglesi furono i primi, a impegnare la battaglia, rovesciando le dieci compagnie del generale Garge contro il borgo di Charlestown. Erano così sicuri di sopraffare gli avversari, che corsero all'assalto senza quasi sparare un colpo di fucile, sebbene gli americani li avessero accolti con nutrite scariche. Non s'erano ingannati, poiché i provinciali, vedendosi correre addosso quella massa di saldi assiani e brunswickesi e non avendo nessuna baionetta da opporre all'attacco violentissimo, furono pronti a volgere le spalle, anche perché temevano di venire presi fra due fuochi. Il ridotto fu quindi occupato dai vincitori insieme al borgo.
Saccheggiate le case e vuotate le stalle del bestiame, diedero fuoco a tutto. Le case, erano quasi tutte di legno di pino. In un momento tutta la borgata avvampa fra gli urli degli abitanti che fuggono a stento. Lo spettacolo è terrificante. Più di ottocento fattorie fiammeggiano, lanciando fumo e scintille, che il vento spinge verso la baia. È un crollare, un crepitare sinistro, uno scaturire di lingue di fuoco da tutte le parti. Anche le piantagioni di cotone bruciano.
Gl'inglesi peraltro non avevano avuto fortuna, poiché mentre speravano di affumicare gli americani, a causa d'un brusco cambiamento del vento si trovavano a loro volta affumicati.
Malgrado ciò, granatieri assiani e brunswickesi avevano stretto le loro linee e si erano messi in moto per scacciare i nemici anche dalle alture.
Gli americani avevano pure stretto le loro colonne, ed essendo favoriti dal vento, appena scorsero gli alti cappelli dei loro nemici, aprirono un fuoco così ben aggiustato da costringerli a ritirarsi precipitosamente oltre le case di Charlestown.
Molti, anzi, vedendo navi ancorate presso la riva, vi si erano gettati dentro, rifiutando di misurarsi con un nemico che aveva sì valenti bersaglieri.
Gli ufficiali si erano prontamente gettati fra le compagnie disordinate, sforzandosi ora con promesse, ora con minacce, di raccoglierle alla meglio e di spingerle nuovamente all'assalto. Vi riuscirono infatti, coll'aiuto dei mercenari tedeschi, ed ordinatisi alla meglio, tornarono all'attacco del ridotto, sebbene con meno slancio di prima. Gli americani li aspettavano a piè fermo, risoluti a non lasciarsi strappare le due alture. Con un fuoco nutritissimo di archibugi, sparati quasi a bruciapelo, rompono nuovamente le ordinanze e costringono gli avversari a ripiegare un'altra volta verso la spiaggia. I cotonieri, abilissimi cacciatori, fanno veri miracoli.
Il generale Howe, fa chiamare alla riscossa le forze del generale Clinton, che fino allora erano rimaste passive spettatrici della disfatta.
Clinton godeva fama di espertissimo condottiero. Vedendo le forze del comandante della piazza distrutte e sapendo di quale importanza sarebbe stata per l'onore delle armi inglesi quella vittoria, accorre prontamente con tutti i suoi uomini e per la terza volta riesce a ricondurli ad un assalto furioso.
La tenacia delle truppe mercenarie tedesche, doveva dare agl'inglesi un effimero trionfo. I figli della Germania, montano all'assalto ed investono il primo ridotto.
Gli americani, oppongono per un po' un'accanita resistenza coi calci dei loro archibugi, poi, impotenti a resistere a tanta furia, cedono e si ritirano.
Mentre si combatteva con tanto accanimento intorno alle rovine di Charlestonwn, un'altra compagnia inglese si era diretta verso la foce della Mistica per assalire la bastita costruita frettolosamente dagli americani.
Un gran numero di barche, cariche di granatieri e guidate dai marinai della flotta, con grande velocità aveva risalito il fiume, credendo di non trovare alcun serio ostacolo. S'ingannavano, perché dinanzi a loro, nascosta nella cala, stava la corvetta.
Sir William, accortosi a tempo dei disegni dei nemici, aveva collocato la sua nave attraverso il fiume e piazzato in quella direzione i suoi quattro grossi cannoni da caccia, carichi di mitraglia; poi aveva disposto i cinquanta americani dietro le impagliettature insieme con due dozzine di scelti fucilieri.
- Ecco il momento di scaldarci un po' e di dare una mano ai nostri amici! - disse al suo luogotenente.
Si era quindi appoggiato tranquillamente alla ringhiera del ponte di comando, senza degnarsi di armare le pistole, né di snudare la sciabola d'abbordaggio, tanto si teneva sicuro del fatto suo. Intanto gl'inglesi, avanzavano, premendo loro soprattutto d'impadronirsi dei due piccoli ridotti innalzati sulle sponde della cala. Era il momento atteso dal Corsaro. La sua voce metallica copre per un istante il rumoreggiare della moschetteria che infuria ancora verso Charlestown:
- Ragazzi! Scatenate i vostri pezzi!
Le scialuppe, numerosissime e zeppe di granatieri e di fanti leggeri, si erano fermate titubanti. I dodici pezzi di dritta approfittano di quella sosta per lanciare una bordata che ne affonda subito una quindicina coi relativi equipaggi.
Subito i quattro pezzi da caccia rovesciano sulle altre una grandine di mitraglia, mentre Testa di Pietra, che ha terminato il suo amo per acchiappare gli albatros e che non vuol rimanere inoperoso, fa tuonare i quattro grossi mortai, scagliando le granate al di là della foce della riviera, con una superba arcata.
Sul fiume si alzano urla terribili. Più di duecento uomini cadono in mare. La flottiglia dà di volta, abbandonando i disgraziati alla loro sorte, per non compromettere l'esito della spedizione, poiché la guerra ha le sue crudeli esigenze, e si dirige rapidamente verso la riva per mettersi al coperto dai tiri della corvetta.
Hurrà fragorosi, lanciati dagli americani, salutano la splendida difesa dei corsari la cui nave continua a sparare, tirando ora verso i forti di Boston, ora verso la foce del fiume per impedire un nuovo tentativo.
Non era però una vittoria definitiva. Il generale Howe, accortosi del pericolo, chiama nuovi rinforzi, fa sbarcare le sue genti alla foce e rinunciando, per il momento, all'idea d'impadronirsi dei due ridotti, attacca risolutamente la bastita.
Gli assiani ed i brunswickesi, furibondi per quella prima batosta e sapendo che i loro compagni hanno cacciato i nemici da Charlestown, dànno un assalto formidabile.
Incoraggiati dalle grida degl'inglesi, i quali ormai hanno occupato il ridotto di Bunker's Hill, ed aiutati da uno stuolo di fanti leggeri, si fanno sempre innanzi, gelosi della vittoria dei loro compagni.
Le baionette, temute dagli americani, hanno finalmente ragione sui calci dei fucili e le truppe mercenarie entrano nella bastita, pur subendo perdite gravissime.
Anche in quella parte i generali americani fanno suonare la ritirata e le bande provinciali, dopo un'ultima scarica, si ritirano con un ordine così perfetto, che nessuno si sarebbe aspettato da parte di soldati raccogliticci e che combattevano per la prima volta. La battaglia era perduta per le truppe federali, ma non era stata nemmeno per gl'inglesi una vera vittoria, poiché se erano riusciti ad espugnare la altura di Bunker's Hill, non si erano impadroniti di quella di Breed's Hill.
Gli americani non erano ancora giunti alla fine delle loro disgrazie. Una sola via era rimasta loro per ritirarsi, quella serpeggiante attraverso la penisola di Charlestown, dove gl'inglesi avevano collocata una grossa fregata. Per di più il nemico li incalzava alle spalle colla speranza di sbaragliarli prima che riuscissero a mettersi in salvo.
Gli americani, peraltro, passando attraverso i boschetti che coprivano le coste dell'istmo, non soffrivano gran danno dalle bordate della fregata e dalle due batterie galleggianti che la spalleggiavano.
Anima della ritirata era il dottor Warren, un uomo che avrebbe potuto competere anche con Washington in fatto di arte guerresca. Infaticabile, malgrado la rotta, non cessava di raccogliere i ritardatari, gridando loro con voce stentorea:
- Ricordatevi delle nostre insegne: esse portano da una parte il motto: Appello al cielo e dall'altra: Qui sustulit sustinet, - ciò che voleva significare che la Provvidenza, la quale aveva condotto in salvo i loro antenati in mezzo a tanti pericoli, avrebbe provveduto a salvare i loro pronipoti.
Non doveva però sopravvivere quel valoroso a così triste giornata. Un ufficiale dell'avanguardia inglese, che lo aveva riconosciuto, strappò ad un granatiere l'archibugio appena caricato, prese la mira e con un colpo ben aggiustato lo colpì in mezzo al petto fulminandolo.
La ritirata degli americani si effettuava rapidissima. Alle otto di sera gl'inglesi bivaccavano sulla posizione conquistata, cantando a squarciagola l'inno inglese, mentre gli americani, vinti sì, ma non disfatti, ripiegavano verso le rive della Mistica, mettendosi sotto la protezione della corvetta, i cui pezzi continuavano a tuonare con grande furia per impedire alle navi nemiche di accostarsi.


7

UN'IMPRESA TERRIBILE

Sir William, appena terminata la battaglia si era ritirato nella sua cabina, mettendosi a tavola insieme col colonnello Moultrie e Howard.
- Alla guerra ci si va con due sacchi, - disse ai suoi due compagni, i quali parevano un poco afflitti per il disastro subito dalle truppe federali. - Uno serve per le busse che si danno, l'altro per quelle che si pigliano. Sono cose che succedono.
E si mise a cenare con l'appetito d'un vero lupo di mare, niente affatto disturbato dagli spari dei quattro pezzi da caccia, che facevano tremare non solo la coperta, ma anche tutto il vasellame dell'elegante salotto.
Mangiò alla lesta, poi si alzò e depose la sua sciabola d'abbordaggio, staccando dalla parete una superba lama, una vero Toledo, e la osservò attentamente.
- Che cosa fate, sir William? - chiese il colonnello.
- Avete dunque dimenticato che io devo entrare in Boston? - rispose il Corsaro.
- Questa notte!
- Se non approfitto di questo momento in cui gl'inglesi, dopo tanto battagliare saranno forti di fatica ed occupati a curare i loro feriti ed a seppellire i loro morti, non so quale altra migliore occasione potrei attendere.
- Ma volete proprio gettarvi in bocca al lupo!
Il Corsaro alzò le spalle, poi disse:
- Lupo sono anch'io e di mare per di più, ed avrò abbastanza denti per difendermi. Mi avete promesso di guidarmi fino alla galleria che mette sotto le casematte.
- È vero, sir William, e sono uomo da non mancare alle promesse dovesse anche costarmi la vita. Vorrei bensì attendere una occasione migliore.
- Per lasciare intanto il tempo al marchese d'Halifax di costringere colle minacce o colla forza Mary di Wentwort a sposarlo? Ah, no!
Il suo viso era diventato improvvisamente cupo.
- Questa spada - disse - deve bagnarsi del sangue degli Halifax.
- Vorreste uccidere il marchese che, alla stretta dei conti, è vostro fratello?
- Se entro in Boston, quell'uomo pagherà l'infame tradimento e mio padre mi perdonerà.
- E poi?
- Non ho alcun dubbio sul trionfo finale della vostra santa causa.
Apri una cassa e ne estrasse un vestito completo da ufficiale della marina inglese.
- Lo sapevo - disse - che un giorno mi sarebbe stato prezioso.
Stava per spogliarsi, quando un baccano infernale si udì al di fuori.
Quelli della piazzaforte, avevano ripreso il bombardamento delle posizioni americane con una rabbia crescente.
Sparavano i forti, sparavano i ridotti, e navi e le batterie galleggianti, facendo cadere verso la Mistica e sull'altura di Bunker's Hill una vera pioggia di proiettili.
Il Corsaro mandò un urlo di rabbia.
- Proprio questa notte! - esclamò. - Ah. maledetti!
Aveva gettato al suolo la giacca e si era fermato dinanzi ad una miniatura che rappresentava una fanciulla bionda cogli occhi azzurri.
- Mary, - disse, mentre i suoi occhi sfavillavano - mi sfiori pure la morte, questa notte, Lellan sarà da te. Colonnello, - disse poi con una certa esaltazione - avete paura delle palle infuocate o delle bombe inglesi?
- Mai, sir William.
- Siete sempre deciso a mantenere la vostra promessa?
- Sempre.
- Signor Howard, chiamatemi Testa di Pietra e Piccolo Flocco. L'uno, senza l'altro, non potrebbe fare mai nulla.
Il secondo di bordo vuotò il bicchiere, e mentre i quattro pezzi da caccia ed i quattro mortai tuonavano terribilmente, salì sulla tolda. Anche i pezzi di dritta, avevano cominciato a sparare a colpì di bordata, facendo sussultare la corvetta.
Non era trascorso mezzo minuto, che il bretone scendeva nel quadro. Aveva in bocca la sua famosa pipa.
- Sei pronto a venire con Piccolo Flocco - gli chiese sir William.
- Dove, comandante?
- A Boston.
- La serata veramente non mi pare propizia, non per la mia pelle, perché è ormai troppo vecchia e non servirebbe nemmeno ad adescare i pescicani, bensì per la vostra.
- Per la mia?... Me ne rido. - rispose il Corsaro. - E poi credo che la palla, piccola o grossa, che dovrà uccidermi, non sia stata ancora fusa.
- Allora andiamo, - rispose il vecchio lupo di mare, lanciando in aria una nuvolata di fumo densissimo. - Vi sarà da menare le mani, comandante?
- Forse anche troppo.
- Non chiedo di meglio, e poi sapete che Piccolo Flocco, sebbene giovane, ha muscoli di acciaio. Per il borgo di Batz! È stato lui, nell'ultimo abbordaggio, che per primo è saltato sul ponte dell'inglese; e che sciabolate menava! Pareva un mulino a vento... Dobbiamo cambiarci? I baffi e le barbe sono già caduti.
- Non è necessario.
- E le armi?
- Bastano un paio di pistole a doppia canna per ciascuno e la piccola sciabola d'abbordaggio.
- Ai vostri ordini, comandante.
- Sia pronta una scialuppa fra cinque minuti. Sul ponte e nella batteria si mantenga il fuoco.
- Sì comandante.
- Bevi.
Il bretone prese la grossa tazza che il Corsaro gli porgeva e d'un fiato la vuotò, borbottando poi:
- Vivaddio! si beve meglio nel quadro che a prora.
Si rimise in bocca la storica pipa e se ne andò.
Il Corsaro gettò via le vesti, e indossò rapidamente una divisa da ufficiale inglese, accomodandosi sul capo una candidissima parrucca, come si usava in quel tempo.
- Che cosa vi pare? - chiese a Howard e al colonnello americano.
- Uhm! - disse quest'ultimo. - Non so in quale stato sarà ridotta la vostra eleganza quando avrete attraversata tutta la lunghissima galleria.
Un lampo terribile balenò negli occhi del Corsaro.
- Vi sono tanti ufficiali di marina in Boston, - disse con voce tagliente - Qualora ne avessi bisogno, ne ucciderei qualcuno per prendergli la divisa.
- Questi corsari hanno veramente fegato! - mormorò il colonnello americano con un sospiro. - Se ne avessimo duemila a nostra disposizione, a quest'ora non ci sarebbe più un inglese sul suolo americano.
- Colonnello, siete pronto?
- Ai vostri ordini, sir Mac Lellan.
- Signor Howard, affido a voi la mia corvetta. Vi lascio un equipaggio invecchiato fra il fumo delle batterie e sempre pronto a montare all'abbordaggio. Cercate di conservarmi la nave e di aiutare più che potete i nostri nuovi amici.
- Ne rispondo pienamente, - rispose il luogotenente. - Piuttosto di lasciarla cadere nelle mani di Howe, la farò saltare insieme a me e ai miei uomini.
- Ci conto, - rispose il Corsaro.
Gli diede un'affettuosa stretta di mano, poi salì in coperta seguito dal colonnello.
Come la sera precedente il tempo si era messo al brutto. In lontananza l'Atlantico rumoreggiava sinistramente, ed il vento sibilava mentre grosse nuvole si addensavano in cielo.
- Ecco una bella notte! - disse il Corsaro, mentre i mortai ed i pezzi da caccia sparavano simultaneamente, facendo sussultare la corvetta. - Amo le notti di tempesta e le notti di fuoco.
Testa di Pietra e Piccolo Flocco si erano fatti innanzi.
- La scialuppa è pronta, comandante, - disse il primo.
- Vi avverto che l'impresa sarà dura e che vi sono molte probabilità di lasciarvi la pelle.
Il bretone alzò le spalle e guardò, sorridendo, Piccolo Flocco.
- Che cosa ne dici, piccolo squalo?
Il giovane gabbiere rispose con una risata argentina.
- Che cosa si va a fare dunque alla guerra? - chiese poi. - Per darle o per prenderle; sono sempre stato pronto a darne più che ho potuto ed a riceverne il meno possibile.
- Sei troppo chiacchierone, figliuol mio, - disse il bretone. - Un altro capitano, invece di starsene qui ad ascoltare le tue bravate, ti avrebbe regalata una magnifica pedata. Abusi troppo della bontà del baronetto.
- Lascialo dire, Testa di Pietra, - disse il Corsaro. - Alla sua età piace chiacchierare.
- Preferisco invece fumare e bere, capitano.
- Andiamo.
Scesero la scala di tribordo, accompagnati fino alla piccola piattaforma da Howard e balzarono in una scialuppa montata da sei marinai e da un timoniere. Il colonnello americano vi era già.
- Vi raccomando la mia corvetta - gridò un'ultima volta il Corsaro.
- State tranquillo, sir - rispose Howard. - La rivedrete correre attraverso l'Atlantico.
Le palle fioccavano, ché gl'inglesi tentavano di ridurre al silenzio la corvetta, i cui mortai non cessavano di lanciare dentro la città le loro grossissime granate. Ma tirando essi a palle infuocate, era facile scorgerle in aria ed evitarle prima che cadessero, perché si lasciavano dietro una striscia fiammeggiante come i bolidi.
Il timoniere, sempre all'erta, ora faceva filare la rapida baleniera, ora la tratteneva, aspettando che i proiettili si sprofondassero nel fiume.
La traversata non durò che cinque minuti, ed i tre corsari e il colonnello americano presero terra senza aver provato gli effetti di quelle palle micidiali.
- Quando udrete due colpi di pistola, verrete a riprendere me, Testa di Pietra e Piccolo Flocco, - disse sir William. - Non so però quale sarà la notte in cui torneremo a bordo. Aspettate qui il colonnello che deve fra poco ritornare sulla corvetta. Addio, ragazzi.
- Buona fortuna, capitano! - risposero ad una voce i sette uomini della baleniera.
Una salita assai erta, ingombra di folti cespugli, si trovava dinanzi ai tre corsari.
- Dove si trova la galleria? - chiese sir William al colonnello.
- Non la chiamate galleria, - rispose l'americano. - È un passaggio strettissimo che non vi permetterà di avanzare che uno dietro l'altro.
- Non importa. Dov'è?
- Centocinquanta passi lontana da noi.
- E la mina dove si trova?
- Sotto le casematte; vi consiglio di non farla esplodere.
- Non commetterò una simile sciocchezza. Resteremmo tutti schiacciati, e per ora non ho alcun desiderio di morire... Volete guidarci colonnello?
- Sempre ai vostri ordini, sir William.
L'americano si orientò rapidamente, poi cominciò ad arrampicarsi. Le artiglierie tuonavano sempre.
- Bella notte, vero, Testa di Pietra? - disse il Corsaro il quale seguiva da presso il colonnello.
- Per il borgo di Batz! - rispose il bretone. - Mi pare di essere alle feste carnevalesche di Brest. Ma là piovevano allora fiori e confetti ed io, giovane mozzo, li prendevo sul viso senza protestare e i confetti li mangiavo ve l'assicuro. Non so quante purghe mi abbia fatto ingoiare la mia povera mamma, prima d'imbarcarmi pei banchi di Terranova... Bum! Un passo più innanzi e la mia vecchia pipa scoppiava come una mina.
- È stata caricata con polvere?
- No, signor comandante: di ottimo tabacco del Maryland.
- Vattene sul campanile di Batz.
- A suonare le campane! È troppo lontano, mio capitano... Bum! Un'altra!
- Taci, eterno chiacchierone - disse il Corsaro. - Rimproveri Piccolo Flocco e sei peggio di un pappagallo.
- Per il borgo di Batz! Avete ragione, mio comandante. Non me n'ero accorto.
In quel momento una palla piombò a pochi passi da loro, una palla destinata certamente alla corvetta e che, per poca forza del calibro del pezzo, si era arrestata a tre quarti di via.
- Granata a palla infuocata! - disse il bretone. - Piccolo Flocco, ragazzo mio, va un po' a vedere. Salterai tu solo, se si tratterà di una bomba.
- Fermi tutti! - comandò il Corsaro con voce imperiosa. - Guai a chi si muove! Tutti a terra!
Successe uno scoppio, seguito da un sibilare di proiettili e di frammenti di ferro e di ghisa solcanti l'aria. I quattro uomini, rimasero incolumi.
- Grazie alla tua premura, Testa di Pietra - disse il giovane gabbiere. - Se fossi andato a raccogliere quel dolce inglese, a quest'ora non avrei forse più né le breccia né le gambe. Non ti obbedirò più.
- Silenzio! - comandò il colonnello. - Siamo presso la galleria.
- Ci sarà qualche sentinella da bucare? - chiese il bretone, il quale non voleva rassegnarsi a chiudere il becco.
- Ma che! Avrete da percorrere, in salita, più di trecento metri, prima di trovarvi faccia a faccia cogl'inglesi.
Un'altra palla passò fischiando sulle loro teste, perdendosi in direzione della corvetta.
- Non finisce più questa pioggia? - borbottò Piccolo Flocco. Comincia a diventare un po' seccante. Avessi almeno il cappotto d'incerato che la mia buona vecchia mi ha regalato!
- Sì. Ti difenderebbe quello! - disse Testa di Pietra che lo aveva udito.
Il colonnello in quel momento si fermò dinanzi ad un altissimo gruppo di passiflore e, vi si cacciò risolutamente in mezzo, senza badare alle spine che gli laceravano l'abito. S'avanzò attraverso la macchia per circa dieci metri, poi chiese:
- Chi ha l'occhio di bue?
- Io - rispose Piccolo Flocco.
- Accendetelo. Ormai non ci possono più vedere.
Testa di Pietra batté l'acciarino ed accese l'esca e quindi la piccola lanterna.
- Si trovarono dinanzi ad una roccia altissima, alla cui base si apriva un buco.
- Ecco il passaggio, - disse il colonnello. - Non potrete avanzare che strisciando come i crotali e non troverete che un po' di spazio nella camera di mina. Una delle pietre che servono di pavimento alla casamatta del bastione, che volevano far saltare, è stata già smossa e con un piccolo sforzo la solleverete facilmente. Agite con estrema prudenza e badate di non fare scoppiare le polveri.
- Testa di Pietra, hai una cordicella incatramata in tasca?
- Un buon marinaio ne ha sempre, capitano, - rispose il bretone.
- Che cosa volete farne? - chiese il colonnello, un po' sorpreso.
- Voglio risparmiarvi la fatica e il pericolo di far saltare il bastione e la casamatta - rispose tranquillamente il Corsaro.
- Vi esporrete ad un rischio gravissimo.
- Ci siamo abituati noi; e poi siamo venuti qui per agire e non per ascoltare il rombo delle cannonate.
- Fate come volete. I miei compatrioti vi saranno riconoscenti.
- Addio, colonnello. Spero di rivedervi presto.
- Siate prudente - rispose l'americano con voce assai commossa. - Se vi prendono non vi risparmieranno.
Si strinsero un'ultima volta la mano e si separarono.
Il colonnello si cacciò fra le passiflore per raggiungere la scialuppa che l'attendeva sulla riva della Mistica, ed il Corsaro, presa la piccola lanterna, si cacciò nella galleria, seguito subito da Testa di Pietra e da Piccolo Flocco.


8

NELLA CAMERA DELLA MINA

Quel passaggio,era stato aperto con incredibili fatiche; ma essendo scavato nella massa rocciosa, era perfettamente asciutto, sicché i tre Corsari potevano sperare di entrare in Boston con abiti in buono stato.
- Non potevano allargarlo un po' di più quei maldestri minatori? Corro il pericolo di rompere la mia preziosa pipa - disse Testa di Pietra.
- Mettila in bocca, - disse il baronetto, che era in testa, tenendo l'occhio di bue.
- Forse sarà meglio. Sono troppo grosso per questa strettoia e non potrò avanzare che con grande fatica e rimettendoci un po' della mia vecchia pelle.
- Da un po' della tua carne a me, Testa di Pietra, - disse Piccolo Flocco.
- La carne dei vecchi bretoni di Batz non si vende nemmeno a prezzo d'oro, ricorrdatelo, piccolo squalo d'acqua dolce.
- Ah, non d'acqua dolce! - protestò il giovane gabbiere.
- Se ti ho offeso, sfidami ad una partita d'armi e vedrai come ci batteremo bene in questa strettoia.
- Avrei subito la peggio io, perché i tuoi stivali toccano la mia faccia e me la romperesti facilmente.
- Allora lasciami dire.
- Là, chiacchieroni! - esclamò il Corsaro, il quale però si divertiva a quelle dispute, che scoppiavano ogni dieci minuti fra quei due bei tipi che si amavano come padre e figlio - Procurate invece di far presto.
- Si fa presto a dirlo, capitano, - disse Testa di Pietra - ma non è facile obbedire, almeno per me. Gli americani non hanno certamente pensato che i bretoni di Batz sono i più grossi uomini della Francia settentrionale.
- Ed anche i più belli, - soggiunse Piccolo Flocco, sorridendo
- Tacete, pappagalli! Vi sono gl'inglesi lassù, - il disse il Corsaro.
- Hanno gli orecchi duri quei beoni di gin e di brandy - borbottò il bretone. - E poi chi sa per quanto ne avremo ancora!
Il passaggio saliva, ma dappertutto era sempre così stretto che, se i tre uomini avessero voluto allungare un braccio per estrarre la spada o le sciabole non avrebbero potuto farlo. Contorcendosi come serpenti, i tre corsari continuavano a risalire quell'interminabile budello aperto nell'enorme massa rocciosa. Di tratto in tratto si fermavano per immagazzinare un po' d'aria. Più avanzavano e più l'atmosfera si faceva pesante, opprimente: i loro corpi erano inondati di sudore.
Avevano già percorso più di duecento metri, quando il Corsaro si fermò, mandando un profondo sospiro e deponendo dinanzi a sé l'occhio di bue. Le sue orecchie fischiavano, gli occhi si velavano, le forze gli venivano rapidamente meno. I suoi due compagni non si trovavano in migliori condizioni. L'ossigeno veniva meno e la sua mancanza atterriva quei tre valorosi che non avevano mai avuto paura.
- Capitano, - disse il bretone con voce fioca - mi sento soffocare.
- Ed io non meno di te - rispose il Corsaro con voce affannosa.
- Morremo qui dentro come topi dentro una fogna! Se tornassimo indietro?...
- Bisognerebbe prima raggiungere la camera della mina per poterci voltare; e poi voglio entrare in Boston prima che sorga l'alba, accada quel che accada.
- Per il borgo di Batz! Che polmoni avevano i minatori che hanno aperto questo passaggio?
- Quelli dei pulcini - disse Piccolo Flocco, il quale pareva non si trovasse troppo a disagio.
- Respiri?
- Mi pare.
- Sfido io! Hai i polmoni d'un tisicuzzo, mentre io ed il comandante li abbiamo tanto larghi da regalarne anche ai gatti. Si va, sir William?
Il baronetto, invece di rispondere, aveva prontamente spento l'occhio di bue.
- Buona notte, - disse Piccolo Flocco.
- Che cosa avete fatto, comandante? - chiese. Testa di Pietra. Non ci vedo più.
- Guarda dinanzi a te.
- È impossibile: ho voi dinanzi.
- Qualcuno avanza verso di noi con una lanterna.
- Corpo d'una granata! Chi è?
- Non mi ha ancora detto il suo nome e non ho ancora potuto vederlo, ma è facile indovinare chi può essere.
- Per il borgo di Batz! Che gl'inglesi abbiano scoperto questo passaggio?
- Allora siamo fritti! Andare indietro, stretti come siamo, non è possibile.
- E perciò andremo innanzi - rispose il Corsaro.
- Che terribile incontro! E non poter menar le mani! Corpo d'una fregata, chi vuol comperare la mia pelle, per un luigi gliela dò.
- La prendo io, - disse Piccolo Flocco.
- Dammi subito il luigi: morirò almeno con venti franchi in tasca.
- Quando saremo ritornati a bordo della corvetta, perché qui non l'ho. E poi se anche l'avessi, sono talmente imprigionato fra queste dannate pietre, che non potrei mettere una mano in tasca.
- Ah! tu speri di rivedere il Tuonante?
- Certo.
- Hai ragione. Non cedo più la mia pelle nemmeno per mille luigi.
- Zitti! - comandò in quel momento il Corsaro.
- È proprio vero che un uomo avanza? - chiese invece Testa di Pietra.
- Sì.
- Che cosa ne faremo di quello stupido? Se lo uccidete con un colpo di pistola, ingombrerà il passaggio e saremo costretti, se riusciremo, a tornare indietro.
- Lo so.
- Che cosa decidete, capitano?
Il Corsaro, invece di rispondere, dopo non pochi sforzi riuscì a togliersi dalla cintura una pistola a due canne.
- Aspettiamo - disse poi. - Sarà un incontro emozionante. Non parlate, e, se potete, armate anche voi qualche pistola e fate fuoco rasente al mio corpo.
- Non oserò mai! - affermò Testa di Pietra. - Non vorrei uccidere il mio comandante che adoro più della punta del campanile di Batz.
- Vattene all'inferno! - rispose il Corsaro ridendo. - Sbrigherò la faccenda da solo.
La lampada intanto avanzava dondolando e mandando sprazzi di luce rossastra.
Il Corsaro, sdraiato, colla pistola impugnata, attendeva senza sapere che cosa avrebbe potuto fare, poiché anche uccidendo il suo avversario, la galleria sarebbe stata irrimediabilmente ostruita. Doveva avere nervi ben saldi il giovane baronetto per attendere, tranquillo, almeno in apparenza quel terribile incontro.
La lanterna avanzava sempre a piccole scosse e finalmente una testa si delineò a tre passi dal Corsaro, una testa dai capelli arruffati ed una faccia rossa come quella d'un ubriacone impenitente, con due occhi resi febbrili probabilmente dalla scarsità dell'ossigeno.
Lo sconosciuto, accortosi di aver dinanzi un uomo, si era fermato alzando un po' la lampada, poi aveva mandato un urlo rauco.
- Ah, cane! Ci sono caduto! Sono uno stupido.
- Che cosa dite mister? - chiese il Corsaro gentilmente.
Che sono stato un vero stupido - rispose lo sconosciuto. - Noi irlandesi siamo fanciulloni, e null'altro.
- Tirate, comandante, e mandate al diavolo quella testa rossa sussurrò il bretone.
Il Corsaro, che non aveva nessuna intenzione d'ingombrare il passaggio, allungò la destra armata della pistola a due colpi contro l'irlandese e disse:
- Vi potrei uccidere come un cane, senza che voi potreste opporre alcuna difesa, perché il passaggio è troppo stretto per venire ad un corpo a corpo. Volete trattare?
- Mondo cane!
- Lasciate le bestemmie o vi caccio in corpo due palle che non vi leverà nemmeno il diavolo!
L'irlandese non rispose. Col volto livido, convulso, gli occhi che lanciavano lampi sinistri, stava zitto, sporgendo solamente innanzi la lanterna per osservare meglio il suo avversario.
- Volete trattare? - ripeté il Corsaro. - Tengo la vostra vita fra le mie mani. La vostra testa non si trova che a due o tre passi e potrei farvela scoppiare come una zucca.
- Se potessi allungare una mano dietro di me, prenderei la pistola e vi fulminerei, canaglia!
- Ma non sono solo, amico, - rispose il Corsaro. - Due palle possono scivolare benissimo sopra il corpo d'un morto e raggiungervi ancora.
- Quanti siete?
- Cento.
- Allora sono un uomo morto.
- Al vostro posto reciterei un De Profundis.
- Lo farei se avessi una bottiglia di arrak da berci dietro - rispose
- Andrete a farvela pagare da messer Diavolo.
- C'è tempo ancora, poiché, se mi uccidete, non potete avanzare.
- Lo so, e perciò vi offro di scendere a patti. Eh, là, badate, non cercate di allungare la mano nella speranza di impugnare la pistola, perché lascio subito andare i miei due colpi proprio dentro il vostro cranio.
L'irlandese lanciò una bestemmia poi disse irato:
- Siete, per il momento, il più forte e mi converrà cedere: che cosa volete.?
- Che retrocediate fino alla camera della mina.
- Sarà una faccenda un po' seria. Andare innanzi, meno male, ma indietro!
- Non abbiamo nessuna fretta, - rispose il Corsaro. - Su tornate là donde siete venuto, se vi preme la pelle.
- Vi ripeto che mi sarà impossibile.
Sir William gli strappò di mano la lampada, accese l'occhio di bue, sempre senza perdere di vista l'irlandese, poi, appoggiandogli sulla fronte la canna della pistola, disse con voce minacciosa:
- O retrocedi, o ti faccio saltare le cervella.
Il soldato capì che ormai non era più possibile insistere e, con un sforzo fece la sua prima mossa indietro, accompagnato da una lunga sequela di bestemmie.
- Vedi che puoi? - disse il Corsaro.
- Ma giungerò lassù colle reni fracassate, - rispose l'irlandese.
- Su, indietro!
- Corpo d'una granata! - gridò Testa di Pietra, che cominciava a perdere la pazienza. - Piantategli due pugni sul muso, mio comandante, se si ostina a non retrocedere. Vuol farci crepare asfissiati? Io non ne posso più.
- Indietro canaglia! - gli ripeté il Corsaro.
L'irlandese riprese a indietreggiare, dimenandosi disperatamente, soffiando e sbuffando. Il disgraziato, che si vedeva sempre dinanzi agli occhi la pistola del Corsaro, faceva sforzi disperati per riguadagnare la camera della mina che doveva trovarsi sotto le casematte del bastione.
Trascorsero più di cinque minuti, lunghi come cinque secoli; poi l'irlandese cominciò a muoversi meglio. Aveva raggiunto la bocca della camera da mina.
Il Corsaro accortosi che indietreggiava più liberamente gli si strinse addosso, dicendogli:
- Non ti alzerai se non quando te lo dirò, né muoverai le braccia all'indietro. Non voglio sgradite sorprese. Bada che alla prima mossa sospetta sparo!
- Vi prometto di non tentare nulla contro di voi, - rispose l'irlandese.
- Non ti credo.
- Lo giuro su San Patrick protettore dell'Irlanda.
- Ed anche sul Papa! Voi irlandesi siete tutti papisti, è vero?
- Mettici dunque dentro anche il Papa e finiscila! - urlò Testa di Pietra
- Avete udito che cosa dice il mio tenente che ha dietro di sé cento uomini impazienti di uscire da questo strettoio? - disse il Corsaro.
- Se volete giuro anche sulla coda del diavolo.
- E sarà meglio, - brontolò il bretone. - Sono più cristiano di quel bevitore d'arrak, perché i nostri curati di Bretagna sono i nostri veri pastori. Si va? Giù un buon pugno comandante.
Il Corsaro non era affatto della sua opinione, ma spiava ogni mossa dell'irlandese, pronto a bruciargli le cervella al minimo movimento sospetto.
Il soldato, con un ultimo sforzo, si levò dalla strettoia di quell'interminabile corridoio e con uno scatto improvviso si rizzò nella camera da mina, abbastanza vasta perché un uomo potesse starvi ritto ed agire liberamente.
Sir William, più lesto di uno pantera, lasciò andare l'occhio di bue, afferrandolo strettamente per il collo.
- No, amico, - gli disse - questi scherzi non sono tollerati dai corsari delle Bermude. Alza le braccia o ti ammazzo.
L'irlandese, mandando un ruggito, aveva tentato di liberarsi dalla stretta, ma il baronetto aveva muscoli d'acciaio e lo teneva fermo.
Testa di Pietra e Piccolo Flocco, usciti alla loro volta dalla strettoia, si erano scagliati sul soldato. Il primo aveva alzato il suo pugno grosso come una, mazza da fucina, domandando:
- Devo accopparlo, comandante?
- Non ne vale la pena - rispose il Corsaro. - È ormai perduto. Hai corde ed una sagola incatramata?
- Si, comandante.
- Legalo.
- E poi?
- Aspetta un po'. Devo esaminare questa famosa camera da mina. Ah! non dimenticare d'imbavagliarlo.
- Lasciate fare a me.
Mentre il Corsaro si cacciava in un altro passaggio molto più ampio del primo, il bretone estrasse da una tasca un fazzoletto e Piccolo Flocco teneva fermo l'irlandese, puntandogli una pistola sotto il mento.
- Signor arrak, - disse - permettete che vi chiuda il becco per impedirvi di cantare. Oh, non temete. Vi lascerò libero il naso, affinché possiate respirare.
Il soldato rispose con un mugolio minaccioso, ma non osò muoversi.
Testa di Pietra, il quale poteva finalmente, si affrettò a imbavagliare e poi legare per bene il disgraziato contro la parete.
- Questo pappagallo d'oltre oceano non canterà finché non gli leverò il mio velaccio. Non ti sembra un vero salame, Piccolo Flocco, con quella giacca rossa e tutta quella corda intorno?
- Peccato non lo sia davvero! - rispose il giovane gabbiere. - Lo affetterei subito e ne farei una buona scorpacciata.
- Se vuoi provare i salami d'Irlanda, non sarò io ad oppormi.
- Mi prendi per un antropofago?
- Uh! Ho mangiato anch'io carne umana, su una zattera perduta in mezzo all'Atlantico meridionale, e ti posso dire che non è poi tanto cattiva.
In quell'istante rientrò sir William, che teneva in mano l'occhio di bue.
- Dunque, capitano? - chiese il bretone.
- Fra cinque minuti saremo dentro Boston e le casematte saranno saltate.
- Per il borgo di Batz!
- Non abbiamo da percorrere più di venticinque o trenta passi per giungere alle casematte. Là dentro tutto è oscuro ed una delle pietre è stata spostata, probabilmente da questo soldato.
- E la mina?
- Voltati, non vedi?
Testa di Pietra girò sui talloni e fissò i suoi sguardi sul raggio di luce che il Corsaro aveva proiettato verso una della quattro pareti.
- Una miccia! - esclamò.
- E dietro la miccia sta la mina.
- E quegli stupidi d'inglesi non l'hanno vuotata!
Forse non ne hanno avuto il tempo. Tutto ieri hanno combattuto.
- È vero comandante.
- Quanto credi possa durare quella miccia?
- Dai tre ai quattro minuti, - rispose il bretone, dopo di averla svolta.
- Abbiamo tempo più che sufficiente per metterci in salvo - rispose il Corsaro.
- Non vi saranno soldati nella casamatta?
- Ho udito persone russare, ma devono essere tanto stanchi quelli che hanno preso parte al combattimento, che non si sveglieranno nemmeno se cammineremo sopra di loro
- Umh! E di questo pappagallo che cosa ne faremo?
- Lo lasceremo qui a saltare insieme con la mina, - rispose freddamente sir William. - Se gli concedessi la vita, ora che ci ha veduti in faccia, domani o posdomani potrebbe incontrarci in una via qualunque di Boston, riconoscerci, farei arrestare e poi impiccare. La guerra ha le sue crudeli necessità.
- Povero diavolo! D'altronde è meglio che ci preceda lui all'altro mondo. Se lo incontreremo, il più tardi possibile, gli faremo le nostre scuse.
- Da' fuoco e seguimi subito.
Testa di Pietra aperse l'occhio di bue che il Corsaro gli porgeva, diede fuoco alla miccia, poi i tre uomini lasciarono precipitosamente la camera da mina, mentre l'irlandese che vedeva approssimarsi la morte, mordeva rabbiosamente il fazzoletto che lo imbagliava e si dimenava disperatamente, tentando di spezzare i legami.


9

LA "TAVERNA DELLE TRENTA CORNA DI BISONTE"

Come abbiamo detto, l'ultimo tratto di galleria era assai più ampio, sicché permetteva ai tre corsari di procedere rapidamente, un po' curvi, non avendo più bisogno di strisciare. In pochi istanti giunsero sotto le casematte.
Sir William spense l'occhio di bue ed entrò risolutamente seguito tosto da Testa di Pietra e da Piccolo Flocco, i quali non avevano nessun desiderio di provare le delizie di un'esplosione, riservate al pappagallo d'oltre oceano ed agl'inglesi che russavano dentro la casamatta. Una semioscurità regnava là dentro rotta a malapena dalla luce morente d'una lanterna fumosa sospesa alla volta. Quindici o venti soldati, per la maggior parte assiani, dormivano profondamente.
Il Corsaro, procedendo attraverso il camerine, raggiunse una porta segnalata da un'altra lanterna, e si trovò fra due alte stecconate.
- A destra o a sinistra? - si chiese perplesso.
Poi scrollò le spalle aggiungendo:
- In qualche luogo andremo a finire: poi non indosso forse la divisa da ufficiale della marina inglese? Vorrei vedere chi oserebbe fermarmi! Testa di Pietra, Piccolo Flocco, lesti! Fra poco la mina scoppierà.
Si erano messi a correre fra le due stecconate, mentre cinquanta passi da loro i pezzi del bastione tuonavano, mescolando la loro voce formidabile a quella degli altri.
Una voce imperiosa fermò il loro slancio.
Sotto il palo. che reggeva una lanterna, un soldato era sbucato ed aveva puntato il fucile armato di baionetta, gridando:
- Chi passa? Alt!
Il Corsaro si era fermato, snudando rapidamente la spada
- Sono il tenente Torosson - gli disse. - Non mi conosci dunque? Vado dal generale Howe per importanti comunicazioni
- Passate signore. - rispose il soldato. - Chi sono gli altri due?
- Miei marinai.
- Il passo è libero.
Sir William passò rapidamente dinanzi alla sentinella, seguito da Testa di Pietra, che si era già preparato ad abbatterla con due terribili pugni, e da Piccolo Flocco.
La stecconata era terminata e le case di Boston cominciavano a comparire.
- Prendiamo la prima via che si trova dinanzi a noi - disse il Corsaro ai due marinai. - Siamo abbastanza lontani per non temere l'esplosione della mina.
- Dove finiremo?
- Lo vedremo più tardi.
- Orizzontiamoci, comandante, - disse il bretone.
- Conosci Boston?
- Ci sono stato due volte, ma vent'anni fa. Ora non so più come siano le sue vie, pure credo che una certa taverna esista ancora. Lavorava tanto, perciò il suo padrone non può essere fallito, né fuggito nell'America del Sud.
- Sapresti trovarla?
- Mah! Con questa oscurità non è cosa facile. Diamine, non ho una bussola piantata nel cervello.
In quel momento avvenne uno scoppio che li scaraventò tutti e tre a terra.
La mina era scoppiata con fracasso spaventevole, lanciando in aria le casematte ed una parte del bastione.
- Povero pappagallo! - esclamò Testa di Pietra che si era prontamente rialzato tastandosi le costole. - A quest'ora viaggia verso l'altro mondo, colla velocità di trenta o quaranta nodi all'ora. Deve soffiare sempre buon vento in quel brutto paese.
Urla spaventevoli echeggiavano. Alcuni soldati fuggivano come pazzi in tutte le direzioni gridando:
- Aiuto! aiuto
Dalle finestre delle case prospicienti il bastione erano caduti con gran fragore i vetri.
Il Corsaro e Piccolo Flocco non avevano riportato nessuna contusione, essendo, in virtù delle loro buone gambe, abbastanza lontani dal luogo dello scoppio.
- Capitano. - disse Testa di Pietra - pare che di pappagalli ne siano volati in buon numero, non so se in cielo o all'inferno.
Nei quartieri vicini squillavano le trombe per chiamare a raccolta i soldati dispersi per la città, ed avviarli sul luogo del disastro.
Già dei furgoni carichi d'inglesi e di assiani correvano all'impazzata, per portare i primi soccorsi.
- Gettiamoci in una viuzza oscura - disse il Corsaro. - se ci scorgono ci manderanno al bastione e non ho nessun desiderio di rivederlo. Fila, Testa di Pietra.
Il bretone prese la corsa attraverso terrapieni ingombri d'artiglierie e di carri e, raggiunte le prime case, si gettò dentro un viottolo, che nessuna lanterna illuminava e che pareva deserto.
- Ci fosse almeno una taverna aperta! - disse.
- Oh, ne troveremo! - rispose il Corsaro. - Gl'inglesi sono troppo buoni bevitori per farle chiudere, specialmente in queste notti.
Finestre si aprivano e teste si disegnavano vagamente alla luce delle lanterne. Domande e risposte s'incrociavano fra gl'inquilini.
- Che cosa è saltato?
- Un forte di sicuro.
- È saltata la torre di Oxford insieme col castello.
- Ma no, lo scoppio è avvenuto in direzione opposta.
- Poveri figliuoli!
Dopo che il Corsaro aveva riacceso l'occhio di bue, si erano rimessi in marcia, tenendo la mano sinistra appoggiata sul calcio d'una delle loro pistole.
Il bombardamento continuava malgrado il disastro. Le palle americane giungevano facilmente in città dall'altura, sfondavano tetti e spaccavano muraglie. Di quando in quando altre esplosioni si succedevano, seguite da urli di spavento e da un fragoroso crollare di rottami. Erano le grosse granate dei mortai della corvetta che facevano quelle prodezze.
- Suona la musica a bordo della Tuonante - dice Testa di Pietra. - Se si chiama Tuonante deve ben tuonare, per il borgo di Batz!... Bum! Questi sono i cannoni da caccia di poppa. Saprei distinguere la loro voce fra mille altri pezzi.
Percorsero, quattro o cinque viottoli fiancheggiati da case basse ed oscure che parevano disabitate; poi si fermarono dinanzi ad una lampada sospesa, sopra una porta.
- Albergo delle trenta corna di bisonte! - lesse Piccolo Flocco sull'insegna, e domandò: - Che si possa mangiare bisonte qui, mastro Testa di Pietra?
- Che io sappia, i bisonti non portano che due corna, quindi là dentro ve ne dovrebbero essere almeno quindici sempre a disposizione degli avventori.
- Chiudete il becco! - disse il Corsaro, mettendo le mani su un anello di ferro che voleva essere una maniglia e spalancando la porta dell'albergo delle Trenta corna di bisonte.
Un'ondata di fumo puzzolente li investì. Avevano fumato molto là dentro, quella sera, malgrado il bombardamento.
L'albergo non era altro che una tavernaccia d'infimo ordine, che consisteva in uno stanzone assai basso dalle pareti ben affumicate, con una mezza dozzina di tavolini sgangherati e di scanni in non migliore stato, e illuminata da un'unica candela di sego che dava più fumo che luce. Dietro il banco, un omaccione coi capelli e la barba rossa e due occhi grossi come quelli dei buoi, dall'aria stupida, fumava la pipa reggendosi la testa con una mano. Scorgendo il Corsaro si alzò dicendo:
- Buona sera, gentleman: che cosa posso servire a Vostro Onore?
- Portaci una bottiglia di gin o di brandy, purché sia buono, rispose sir William sedendosi al tavolino che era più vicino alla candela.
- Ne ho ancora qualcuna, gentleman. Se foste giunto fra qualche giorno, con mio grande dispiacere avrei dovuto rimandarvi, perché non entra più nulla nella piazza, Quest'assedio è la mia rovina.
- Raddoppia i prezzi delle bottiglie che ancora possiedi, mastro Taverna - disse Testa di Pietra. - Ecco un bel consiglio.
- Infatti avete ragione.
- Ma non cominciare da noi. I consigli si pagano sempre, specialmente quelli che danno gli avvocati.
- Ah! siete avvocato?
- Sì, del catrame, - rispose il bretone, scoppiando in una risata. Il taverniere lo guardò stupidamente, poi scosse la sua grossa testa fulva e scese in cantina.
- Si può fumare, comandante? - chiese il bretone.
- Fa' quello che vuoi - rispose il Corsaro, che era diventato improvvisamente di cattivo umore.
Testa di Pietra trasse da una delle sue dodici tasche la preziosa reliquia di famiglia, la caricò con cura minuziosa e l'accese alla fiamma della candela.
- Pare impossibile - disse, dopo essersi avvolto in una nuvola di fumo - tutte le volte che adopero questa pipa mi pare di trovarmi in Bretagna.
- Nel castello dei tuoi avi - disse Piccolo Flocco con aria grave.
- Sappi, per tua regola, ragazzaccio, che i miei avi dormivano sempre sul mare e non avevano quindi bisogno di castelli - rispose il bretone.
- Su qualche barca sconquassata.
- Briccone! Mio nonno andava a pescare il merluzzo fino sulle coste dell'Islanda, ed il suo skooner era considerato il miglior veliero di tutte le coste bretoni. Se fosse stata una carcassa, mio nonno sarebbe morto sul mare, mentre ha chiuso gli occhi sul suo letto.
- Foderato di piume d'edredon.
- Sicuro! Portava sempre dall'Islanda quelle preziose penne che tengono tanto caldo.
Il ritorno del taverniere, armato d'una bottiglia discretamente polverosa e di tre tazze, interruppe quella disputa che avrebbe potuto andare molto per le lunghe, ma alla quale il Corsaro pareva non avesse prestato nemmeno orecchio.
- Vecchia, mastro Taverna? - chiese il bretone.
- Cinquant'anni.
- Corpo di centomila corna di bisonte! In quale distilleria della Inghilterra l'hai veduta nascere, se non hai nemmeno quarant'anni?
- Bisognerebbe domandarlo a mio padre - rispose serio serio il taverniere.
- Fallo venire.
- È morto vent'anni fa, dopo aver bevuto, in seguito ad una scommessa, tre bottiglie di whisky.
- Beveva per incoraggiare gli avventori - disse Piccolo Flocco.
- E vi ha lasciata la pelle.
- E la cantina a voi, mastro Taverna, - disse il bretone. - assaggiamo dunque questo famoso... che cos'è?
- Gin
- Che ha cinquant'anni di prigionia. Comandante, se è vero che è così vecchio, vi metterà di buon umore.
Il Corsaro non rispose. Colla testa appoggiata al braccio sinistro, gli sguardi fissi dinanzi a sé, il volto pallido, non si occupava di quanto accadeva intorno a sé. Certo doveva pensare in quel momento a Mary di Wentwort.
- Soffia tempesta! - sussurrò il bretone in un orecchio del giovane gabbiere.
Il taverniere sturò la bottiglia, empì una tazza, e subito si vide cadere, insieme col liquido, una cosa nerastra che mastro Testa di Pietra si affrettò a prendere.
- Corpo d'una barca sventrata! - urlò. - Cosa faceva tuo padre? Il conservatore di scorpioni sotto spirito?
Il taverniere era rimasto stupefatto e guardava con due occhi smarriti un superbo scorpione, magnificamente conservato, che il bretone teneva stretto fra le sue dita.
- Che cosa ci fa qui dentro questa bestiaccia? - chiese Testa di Pietra -, guardandolo di traverso. - Volevi forse avvelenarci perché siamo inglesi? Ti faremo tradurre dinanzi al Consiglio di guerra e fucilare come traditore.
- Perdonate, - rispose il taverniere balbettando e tremando. Questa è la bottiglia dove metteva in infusione gli scorpioni.
- E volevi darci ad intendere che era stata tappata cinquant'anni fa in non so quale distilleria gallese?
- Ho sbagliato, non avevo un lume.
- Avaro! dovevi accendere una candela.
- Non se ne trovano quasi più a Boston, e bisogna economizzare quelle poche che ancora rimangono.
- E perché fai raccolta di scorpioni? Per avvelenare i soldati inglesi? Si vede bene che sei un americano, forse amico di quella canaglia di Washington o di quell'altra pellaccia che si chiama Arnold.
- No, no, mister. Li metto in infusione per sanare più rapidamente le ferite.
- Per il borgo di Batz! Hai mai udito raccontare che un taverniere facesse anche il farmacista?
- Mai - rispose seriamente il giovane gabbiere.
- E nemmeno voi, comandante?
Il Corsaro si limitò a sorridere e a crollare la testa.
- Riporta nella cantina i tuoi scorpioni - disse Testa di Pietra - e portaci un'altra bottiglia. Non dimenticare che se vi trovo qualche serpente in infusione, ti faccio fucilare.
Il taverniere scappò via colla bottiglia, dicendo:
- Scendo col lume, questa volta.
- Crepi l'avarizia! - gli gridò dietro Piccolo Flocco.
Un istante dopo risaliva con un'altra bottiglia di aspetto più venerando, perché aveva un bel contorno di ragnatele polverose.
- Cent'anni? - chiese il bretone.
- No, sessanta - rispose il taverniere.
- L'ha tappata tuo nonno?
- Mia madre.
- Allora dev'essere eccellente: cambia le tazze e vuota.
- Non l'hai ancora finita, vecchio brontolone? - chiese il Corsaro.
- Comandante, - rispose Testa di Pietra - chiacchiero come una dozzina di pappagalli per distrarvi. Siete di pessimo umore stanotte, mentre dovreste esser contento ora che siamo entrati nella piazza. Qui non c'è burrasca.
- Puoi avere ragione - rispose il Corsaro con un pallido sorriso.
Prese la tazza che gli stava dinanzi poi la vuotò d'un fiato.
- Proprio messo in prigione sessant'anni fa? - chiese Testa di Pietra; ma sir William rispose con una scrollata di spalle.
- All'assalto anche noi, Piccolo Flocco.
- Sempre, mastro, - rispose il giovane gabbiere.
E tracannarono, senza nemmeno gustarlo, il fortissimo liquore.
- Che te ne pare, figliuolo mio? - chiese il bretone.
- Non so.
- La mia pipa è più forte.
- Sfido io! vi hanno fumato tre o quattro uomini per un paio di secoli almeno!
- Non so se siano veramente due secoli, - rispose Testa di Pietra - ma molti anni sono passati attraverso questa pipa. Il turco che l'ha fabbricata doveva essere un vero artista ed anche...
Una mossa brusca del Corsaro gli troncò la frase Sir William si era alzato ed aveva fissato il taverniere, il quale si era fermato presso il tavolino, come se aspettasse un giudizio sulla bottiglia.
- Da quanti anni di trovi in Boston? - gli chiese.
- Ci sono nato, Vostro Onore.
Dunque, ti trovavi qui quando gli americani assediarono la piazza.
- Sì, mio gentleman.
- Allora conoscerai tutti i comandanti dell'armata.
- Certo, signore.
- Anche il marchese d'Halifax?
- Ho avuto l'altissimo onore di portargli le mie ultime bottiglie di Bordeaux e di Champagne.
- Ah! Dove abita?
- Nel castello d'Oxford. Mi stupisco come Vostro Onore lo ignori - disse il taverniere.
- Ci troviamo qui solamente da ieri, e non conosciamo affatto la città.
- Abita nel castello d'Oxford? - esclamò Testa di Pietra. - So dove si trova, e vi saprei condurre ad occhi bendati, comandante. È il punto meglio fortificato della piazza: è vero, mastro Taverna?
L'oste fece col capo un cenno affermativo.
- Siediti - disse il Corsaro.
Il taverniere obbedì, ma tenendo lo sgabello ad un paio di metri dalla tavola.
- Hai mai veduto, nel castello, una fanciulla bionda?
- Le ho portato due bottiglie di vino del Reno, mio gentIeman. Erano le ultime che tenevo nella cantina; due bottiglie che devono aver fatto molto onore all'Albergo delle trenta corna di bisonte.
- Bum! - esclamò Testa di Pietra. - Vi erano certamente dentro scorpioni!
- Ah, no, signore, - rispose il taverniere. - Non potrebbero conservarsi!
- Per caso non ne avresti ancora una bottiglia?
- Credo di si.
- Portala subito: ma ti avverto che se vi trovo uno scorpione, parola di marinaio, dò fuoco alla tua baracca. Comandante, permettete che il vostro vecchio lupo di mare ve l'offra. Uomini che sono sfuggiti miracolosamente alla morte hanno ben diritto di bere più d'un bicchierotto e di quello prelibato.
- Fa' come vuoi - rispose il Corsaro sorridendo. - Sei il più pazzo dei miei marinai.
- Quando affermate ciò, ci credo, - rispose il bretone con gravità - e appena terminata la campagna, andrò a rinchiudermi in un manicomio.


10

IL CASTELLO D'OXFORD

Il taverniere si era precipitato nella tenebrosa cantina, e poco dopo ritornava mostrando una terza bottiglia coperta d'incrostazioni.
- Vino del Reno! - esclamò. - È l'ultima!
- Quando si dice aver fortuna! - disse Testa di Pietra. - Proprio, l'ultima doveva finire dentro le nostre pance. Che ne dici, Piccolo Flocco?
- Sono stupefatto - rispose il giovane gabbiere.
- Stura e cambia tazza - comandò il lupo di mare.
Mastro Taverna (dobbiamo chiamarlo così) fu lesto a obbedire, ed uno spruzzo andò in aria gorgogliando giocondamente.
- Capperi! Spuma! - esclamò il mastro
L'assaggiò avidamente e subito batté sulla tavola un pugno così formidabile, che per poco non fece saltare in aria la bottiglia di gin che non era ancora vuota.
- Ehi, diventi pazzo davvero? - chiese il Corsaro.
- Corpo di centomila saette! Aspetta un momento, Piccolo Flocco; assaggia.
- È pieno di scorpioni anche questo? - chiese il gabbiere.
- Assaggia, ti dico.
Il gabbiere bevve e poi scoppio in una clamorosa risata.
- Questo è il vino che da noi si vende a quattro soldi al litro, prodotto dalle belle mele della Normandia.
- Capitano, date il vostro giudizio
- È sidro, bretone - rispose sir William.
- Corpo... della tua capigliatura da leone africano! - gridò Testa di Pietra, piantando i suoi occhi minacciosi in quelli grossi del Taverniere.
- Mio signore, che cosa ho fatto? che cosa è accaduto? - chiese il disgraziato.
- Da chi hai comperato questo vino?
- Non lo so... lo comprò mio padre.
- L'hanno truffato indegnamente. Il tuo famoso vino del Reno non è altro che succo di mele francesi, che in Bretagna si vende a due soldi la bottiglia. Altro che due dollari!...
- Possibile?
- Te lo dico io.
- Ed ora?
- Tuo padre era un asino, grosso come la rupe del leone delle Bermude - disse Testa di Pietra.
- Era sempre ubriaco - rispose candidamente il taverniere, con un lungo sospiro.
- Eh, tuo padre non era nato per essere un buon taverniere!
- Un buon bevitore sì, però - disse Piccolo Flocco.
- Ne ha dato l'esempio, figliuol mio. Orsù, il vino del Reno non lo assaggerò mai: beviamo questo sidro, che dopo non è cattivo e fingiamo di essere a Batz. Ma bada, mastro Taverna, che non ti pago questa bottiglia più di cinque soldi, ed è pagata bene. Se tuo padre è stato truffato non vogliamo esserlo noi.
- La regola, miei gentlemen.
- Tu sei un uomo onesto, - disse il lupo di mare - ed amo gli onesti; per ciò torneremo a far visita, alla tua taverna.
- Mi terrò molto onorato.
- Hai una stanza da affittarci? - chiese in quel momento il Corsaro.
- Sì, mio gentleman.
- Con un paio di letti
- Due, sì.
- Al sicuro dalle bombe americane? - chiese Testa di Pietra.
- Finora non ne sono cadute sul mio albergo.
Sir William si era alzato ed aveva gettato sulla tavola una sterlina fiammante, dicendo:
- Non occorre che ci dia il resto. Terrai la stanza per noi.
L'oste ebbe un moto di stupore e di gioia.
- Piacciono le sterline a mastro Taverna, eh? - disse il bretone ironicamente. - Risparmia i tuoi inchini e i tuoi ringraziamenti. Ci rivedremo più presto di quello che credi, ma ricordati di guardare prima dentro le tue bottiglie, perché non vi si trovino scorpioni.
Sir William era già sulla porta.
Le tenebre fuggivano rapidissime, ed una luce rosea si diffondeva per il cielo. Il bombardamento continuava vivissimo, e si potevano distinguere, fra tanti scoppi, i colpi formidabili dei quattro grossi mortai della corvetta.
- Guidami al castello - disse il Corsaro a Testa di Pietra.
- Sempre ai vostri ordini, mio comandante.
Si posero in cammino senza curarsi delle schegge di bombe che di quando in quando rotolavano giù dai tetti.
Dieci minuti dopo sbucavano in un'ampia via ingombra di soldati e di carriaggi carichi di munizioni che venivano portate alle batterie dei bastioni.
Nessuno aveva fatto loro caso, poiché in quei giorni gli ufficiali di marina ed i marinai pullulavano in Boston, potendo ancora accedervi dalla parte della baia, se non dalla parte di terra.
Testa di Pietra si orientò rapidamente, riaccese la sua pipa e si rimise in cammino, guardando in aria.
- Che cosa cerchi nel cielo? - gli chiese Piccolo Flocco che gli camminava a fianco.
- La torre del castello.
- Ah, c'è una torre?
- In pessimo stato; tanto che gl'Inglesi non hanno osato di collocare dietro i suoi merli nemmeno un pezzo di medio calibro; infatti in quella direzione non odo nessun colpo.
Percorsero parecchie altre vie e finalmente si trovarono presso i bastioni settentrionali, dove s'alzava una costruzione piuttosto informe, che aveva un po' del castello e un po' della fortezza, e che si appoggiava da un lato ad una torre pentagonale alta una ventina di metri e tutta traforata da ferritoie e da cannoniere.
- Ecco il castello d'Oxford! - disse Testa di Pietra fermandosi. - Dobbiamo attaccarlo subito, mio comandante.?
Il Corsaro si era messo ad osservare il castello passeggiando sotto la torre, come se avesse intuito che Mary di Wentwort si trovasse imprigionata lassù.
- Testa dì Pietra, - disse ad un tratto - dovresti portare un soldato del castello a bere...
- Da mastro Taverna? Subito fatto, mio comandante, - rispose il bretone. - La gente di terra e quella di mare fraternizzano facilmente, soprattutto quando è la gente di mare che paga.
- Prendimene dunque uno, e portalo pure da mastro Taverna.
- A fare colazione?
- Anche due pranzi se vuoi: prendi quattro sterline.
- Scusate, mio comandante, ma sono ben provvisto.
- Metti in tasca e chiudi il becco.
- Se questo è l'ordine, obbedisco - rispose il bretone allungando una mano. - Prendere un soldato! Gran che per un marinaio, che è sempre pronto a montare all'abbordaggio! Si lanciano i grappini, si piglia al volo, e si porta via come un pezzo di paterazzo. Lasciate fare a me, sir William. Tu, Piccolo Flocco, gira di bordo, e viene a raggiungermi più tardi con un'altra bordata di sopravvento.
- Ho capito - rispose il giovane gabbiere.
- Sii pronto a ordinare una buona colazione da quell'imbecille che ha gli occhi di bue.
- Capito, comandante.
- Come, comandante?
- Per tutti i merli della Bretagna! comandi come un ammiraglio.
- Fa lo stesso. Andiamo alla pesca. L'amo sarà dolcissimo.
- Con bottiglie ed una colazione sulla punta - disse Piccolo Flocco
- Che assaggerai anche tu, briccone.
- Certo.
Testa di Pietra ricaricò la sua veneranda pipa sprofondò le mani nelle tasche, e andò a passeggiare dinanzi al ponte levatoio del castello, mentre sir William e Piccolo Flocco si aggiravano nei dintorni della torre.
Proprio in quel momento un caporale del 5° Reggimento Assiano attraversava il ponte, portando un piccolo sacco di tela.
Testa di Pietra, che fingeva di guardare in alto, lo urtò in così malo modo, da spingerlo contro il parapetto.
- Herr gott! - esclamò il tedesco.
- Dite? - chiese Testa di Pietra, lanciandogli in faccia una boccata di fumo.
- Siete ubriaco?
- La marina ubriaca? Eh, mio caro, un marinaio vuota la stiva d'un bastimento pieno di gin, e poi sale ancora fino ai contrapappafichi.
L'assiano lo guardò con una certo stupore.
- Volete provarmi? - chiese il bretone. - Sarò io che farò le spese della bevuta.
- Herr gott! volete pagare?
- La marina è sempre stata più ricca dei soldati di terra.
- Tu, camerata, pagare da pere a me?
- Sì, camerata.
- Ma tu non essere tedesco.
- Sono un prossimo parente dei Tedeschi, quindi posso permettermi il lusso d'offrirti da bere. Non è vero, mio buon fratello?
- Ja, ja: puon fratello. Dove condurmi?
- Come? non conosci mastro Taverna, quello che ha per insegna trenta corna?
- Trenta corna?...
- Di bisonte.
- Ah, ja, ja.. Corna!
- Vieni, camerata.
Testa di Pietra gli gettò in viso un'altra boccata di fumo che non fece affatto arricciare il naso al tedesco; lo prese sotto il braccio dicendo:
- Cadano pure le bombe di quei birbanti americani; li sfido a fracassare le nostre bottiglie! È vero, camerata?
- Ja, Ja!
- Benissimo: che cos'hai in quel sacco?
- Cantele di sego.
- Da portare a qualche ridotto?
Il tedesco lo guardò con stupore.
- Alle batterie? - aggiunse Testa di Pietra.
- No, alle cucine.
- Per far luce?
- No; nella minestra. Cacciarle dentro, si sciolgono ed il brodo diventare meravigliosamente custoso.
- Gustoso, vuol dire, diavolo! Minestra al brodo di candele di sego... Dev'essere squisita.
- Mai assaggiata, fratello?
- Mai - rispose seriamente il bretone. - A bordo delle nostre navi, quando la carne manca, gettiamo nelle pentole merluzzo e topi; e che brodo fanno, fratello...! ti chiami?
- Hulrik.
- Benissimo, camerata.
- Tu voler provare mie cantele, fratello? Io regalare a te mezza dozzina.
- Ma che! Abbiamo tanti topi a bordo per rinforzare il nostro brodaccio!
- Marinai sempre allegri. Puoni fratelli.
- Padre, - disse il bretone. - Sono vecchio tanto da poter essere tuo padre. A giudicare a colpo d'occhio, non puoi avere più di ventiquattro anni.
- Venticinque.
- Ne ho quasi cinquanta, quindi posso chiamarti figliuolo.
- Ja, ja. Io tuo pon figliolo.
- Ti piacciono i salsicciotti affumicati?
- Ponissimi con la pirra.
- Niente pirra - disse Testa di Pietra. - Berremo buon vino scorpionato.
- Scorpionato? Cosa essere?
- Una specialità di mastro Taverna.
- Penissimo.
- Vieni, figliuolo.
- E tu pacare?
- Io pagare tutto.
- Perché io non avere ricevuto ancora paca.
- Dio mio come parlate male! Mi sembra di udire ranocchi in amore.
Il soldato scoppiò in una risata.
- Mio padre sempre allegro.
- Sempre - rispose il bretone. - Affrettiamoci, e non pensare alle tue candele. I tuoi camerati per oggi ne faranno senza; e poi è male ingrassar troppo.
- Ja, ja, pon padre.
Testa di Pietra, seguito a breve distanza da sir William e da Piccolo Flocco, rifece la strada percorsa mezz'ora prima, e rientrò nell'albergo delle Trenta corna di bisonte.
Il taverniere, che stava risciacquando bicchieri e bottiglie, nel vederlo, spalancò le braccia e lasciò cadere a terra quanto aveva in mano.
- Che cosa significa questo fracasso, mastro Taverna? - chiese il bretone severamente. - È caduta una bomba sulla tua casa?
- Voi, signore?
- Non ti avevo detto che sarei ritornato? Avresti salciciotti affumicati e formaggio piccante di quello che domanda vino, vino, ancora vino?
- Sì, mio signore.
- Porta e non dubitare, che pago come un capitano di corvetta.
- E anche pirra - disse il soldato.
Testa di Pietra fu pronto a strizzare l'occhio al taverniere, poi disse prontamente
- Non se ne trova più da queste parti. L'avete bevuta tutta voi, senza pensare ai vostri camerati della marina, beoni.
- Noi pere molta pirra.
- Ed ora berrete vino.
- Sì, fino, porta fino.
- Finissimo - aggiunse il bretone, - Due, quattro, anche sei bottiglie. Ma non di quelle del Reno, bada, mastro Taverna.
- Vini di Francia autentici.
- Comprati da quell'asino di tuo padre! Allora berremo certamente qualche veleno scorpionato.
- Eh, no! - protestò il taverniere. - A voi offrirò quanto di meglio possiedo.
In quel momento entrarono sir William e Piccolo Flocco, i quali andarono a sedersi alla tavola più lontana. Testa di Pietra li guardò di traverso, poi curvandosi verso il soldato, gli disse sottovoce:
- Quelle devono essere spie.
- Uhm! Quelle brutte facce non mi persuadono affatto.
- Non trovarsi spie in Boston.
- Vedremo.
Mastro Taverna risalì portando due panieri, uno pieno di bottiglie e l'altro di cibi. Vedendo anche il Corsaro e Piccolo Flocco, per poco non lasciò cadere tutto.
- In gamba, mastro Taverna! - fu pronto a gridargli il bretone - e non badare ai nostri affari. Chiudi gli occhi ed anche il becco.
L'albergatore rimessosi un po' dalla sorpresa, servì il bretone e il soldato, mettendo loro dinanzi una dozzina di salsicciotti affumicati, che i topi della cantina avevano qua e là intaccati, formaggio canadese di colore bruno, che doveva mordere la lingua peggio della senapa, poi pane nero e quattro bottiglie di marca.
- Bordeaux - lesse il bretone. - Corbezzoli! Un lusso inaudito in una città assediata. Questo mastro Taverna è un uomo veramente meraviglioso. Si direbbe che ci aspettava per provarci che il suo defunto padre non era un asino. Stura! - soggiunse Testa di Pietra. - E tu, figliuolo, da' l'assalto ai salciciotti e al formaggio. Ti assicuro che non vi sono nascoste le baionette americane.
- Grazie, padre. Tu essere pon camerata
- Mangia, e bevi soprattutto; fammi vedere come i tedeschi sanno bere.
- Tu pacare.
- Te l'ho già detto: io pacare anche tutta la cantina di mastro Taverna. Non ho speso un soldo in dieci mesi di navigazione, e nella mia cintura ho tante sterline da poter vuotare cinquecento bottiglie, fare duecento pranzi e trecento colazioni... Pefi, figliuoli. Tutto pacato.
Il soldato diede un formidabile attacco ai salciciotti e al formaggio, annaffiandoli copiosamente con quel preteso Bordeaux. Testa di Pietra gli tenne valorosamente fronte, specie nel bere.
Ad un certo momento, quando già quasi tutto era stato divorato, Testa di, Pietra appoggiò le braccia sul tavolino e guardando il soldato, gli chiese a bruciapelo
- Hai mai amato, figliuolo?
Il tedesco, prima di rispondere, tracannò un altro bicchiere, poi arrossì come una ragazza scuotendo il capo.
- Foi, padre, essere innamorato?
- E che cotta ho preso!
- Foi avere sangue caldo.
- Come le lave d'un vulcano, figliuolo. Ma penso che potresti aiutarmi.
- Io? Come?
- Sei di guarnigione nel castello, è vero?
- Sì, padre.
- Mangia un altro salsicciotto e bevi un altro bicchiere di vino.
- Vi fosse pirra...
- Oh niente pirra! La marina beve sempre Bordeaux o del gin.
- Gin! Pono, pono!
- Mastro Taverna, Portaci una bottiglia di gin, di quello che tuo padre ha comprato cent'anni fa.
Riaccese la pipa che gli si era spenta, poi riprese:
- Tu, figliuolo, hai visto donne nel castello?
- Sì, due.
- Belle?
- Una giovane, pella.
- E l'altra?
- Giovane anche quella.
Testa di Pietra si compresse il cuore con ambo le mani, e sospirò.
- Ah, l'amore, l'amore!... - esclamò poi. - Sono dieci mesi che navigo per cercarla
- Chi, padre?
- Sono innamorato d'una di quelle donne.
- La fidanzata del marchese?
- Eh! Un marinaio non può avere tali aspirazioni. Come può osare di guardare tanto in alto? È l'altra che amo.
- La camerera?
- Sì, la cameriera - disse Testa di Pietra. - Ah, come l'amo! Il cuore minaccia di scoppiare per l'intensa gioia. Vedi, siamo marinai, e Ie nostre donne non le vediamo che dopo tanti mesi di navigazione.
- Penone! penone!
- Sì, di maestra - disse il bretone ridendo. - Bevi ancora, figliuolo, e spalanca gli occhi.
- Io ascoltare mio padre!
- Ti dicevo dunque che il mio cuore si consuma d'amore per la cameriera della fidanzata del marchese. La conosci?
- Sì.
- Bella, vero?
- Un po' vecchia.
- Sono vecchio anch'io, perbacco!
- Avanti, patre.
- Nostro - disse il bretone. - Fra poco questo luterano mi recita il Pater noster. Il Bordeaux fa talvolta di questi scherzi.
Riaccese per la terza volta la pipa, poi disse.:
- Dunque, figliuolo, sei di guarnigione nel castello?
- Sì, patre.
- Ascolta, figliuolo: vorrei vedere quella cameriera. Come potrei fare?
- Condurti con me nel castello.
- Davvero?
- Ma sì, patre.
- Allora spalanca gli occhi ed ascoltami attentamente, buon figliuolo; e tu, mastro Taverna, portaci quattro bottiglie di vino più generoso del tuo Bordeaux.
- Del whisky?...
- Vada per il whisky.


11

IL BRETONE ALL'ABBORDAGGIO D'UNA CAMERIERA

Testa di Pietra ricaricò la pipa con molta flemma. dopo d'aver battuto più di venti volte l'acciarino, tirò due o tre boccate di fumo, poi cominciò:
- Vedi quella cameriera, la incontrai per la prima volta in un porto gallese. Allora era una bellissima bionda...
- No, patre, è nera di capelli - disse il soldato.
- Hai ragione, sono una gran bestia. L'amore mi fa dire sciocchezze. Bene: l'ho amata come sanno amare i marinai: poi la ritrovai nelle isole Scozzesi, dove gli Halifax posseggono molti castelli e vaste tenute da caccia, poi... l'hai più veduta?
- Ieri sera, patre.
- Ma io no; e sono trascorsi dall'ultimo nostro incontro, ben tre anni.
- Penissimo, patre. Tu volere vederla?
- Sì figliuolo.
- Facilissimo. Signora bionda trovasi nell'ultima stanza della torre e non esservi abbasso che una sola sentinella. Mettere questa sera mio fratello Wolf, e noi passare tranquilli.
- Ed io domani offrirò a te e a tuo fratello un'altra colazione.
- E pacarla tu, patre.
- Sempre pagare io! - rispose Testa di Pietra.
Poi brontolò fra sé:
- Che paura ha questo tedesco di metter fuori un dollaro! Figuriamoci se si trattasse di sterline!...
Tirò in fretta quattro o cinque colpi di pipa, poi riprese:
- A che ora potrò entrare nel castello?
- Soffiare ritirata a nove ore - rispose il soldato. - Tu entrare con me.
- Soffiano vento le trombe - disse il mastro ridendo. - Dove ti troverò?
- Sotto la torre.
- A nove ore?
- Ja, ja!
- Vederla! Rivederla dopo tanto tempo! - esclamò Testa ai Pietra, fingendo di asciugarsi una lagrima coi dorso della mano. Stasera sarò l'uomo più felice di questo mondo, e questa felicità la dovrò a te, figliuolo.
- Oh, patre?...
- Nostro che sei in cielo. Toccherò il cielo stasera anche senza il pater.
Affondò una mano nella larga fusciacca di lana rossa, e levò due dollari che mise, con grande sussiego, dinanzi al soldato stupito.
- Nel mio paese, - disse, fingendosi commosso - v'è l'abitudine di pagare il tabacco ai figli che sono in guerra. Prendi e insacca senza dir grazie.
- Tu troppo pono, patre.
- Non ci badare. Ti considero ormai mio figlio. Quando non avrai più da fumare, vieni liberamente da me.
- Grazie, patre.
- Ti ho detto di non ringraziarmi. Alle nove dinanzi alla torre del castello.
- Io non mancare appuntamento.
- Se per caso vedi la cameriera della miss bionda, dille che muoio sempre d'amore per lei.
- Sì, patre.
- Ora va pure a portare le candele di sego ai tuoi camerati. Hanno diritto anche loro di bere un po' di brodo buono.
- Vado, patre.
Il soldato bevve un ultimo bicchiere poi si alzò traballando sulle malferme gambe, sorrise al suo generoso padre adottivo e se ne andò, facendo risonare nelle mani i due dollari.
- Crepa, canaglia - borbottò il bretone. - Mi sei costato più d'un luigi.
Si alzò a sua volta e andò a sedersi alla tavola occupata dal Corsaro e da Piccolo Flocco.
- Ho ben recitata la mia parte, comandante? - chiese.
- Un galeotto come te non si trova in nessun luogo della Bretagna - rispose sir William, scoppiando in una risata.
- Quelli di Batz sono più furbi di quelli di Pulignen - disse Piccolo Flocco. - Non l'avrei mai creduto; eppure è proprio così.
- Ti pare? - chiese il bretone.
- Sono costretto a confessarlo apertamente.
- Allora sotto di me farai molta strada, monello.
- Lo spero.
- E come te la caverai ora con quella cameriera? - chiese sir William.
- Lasciate fare a me, signore, - rispose il bretone. - Ho certe idee nella testa. che vi faranno stupire. Ci chiamano teste dure; ma quanto cervello abbiamo!
- Ne sono ormai convinto - rispose sir William.
- Ecco una frase che mi onora assai, comandante.
- Dunque a questa sera.
- Mio comandante, - disse Testa di Pietra - volete che facciamo una, passeggiata?
- Ti occorre qualche altro soldato?
- No, comandante; vado in cerca d'un cordaio. Spero di trovarne qualcuno.
- Chi vuoi impiccare?
- La torre del castello d'Oxford - rispose il bretone.
- La torre? - interrogò il Corsaro.
- Lasciate fare a me, comandante. La corda che andrò a comprare avrà una stretta relazione con me, voi, Piccolo Flocco, la cameriera e la bionda miss.
- Sei un diavolo!
- No, signore, siamo tutti figli dei nostri curati.
- Come?
- Cioè delle nostre chiese. Ah, i nostri curati, che guidano le nostre donne ed i nostri figli, sono brava gente!
- Hai finito?
- Non mi manca che di trovare un cordaio e più tardi il mio soldato. Ma penso che abbiamo tempo e si potrebbe andare a dormire. Sono due notti che non chiudiamo occhio.
- Hai imitato un po' troppo il soldato.
- Può darsi, mio comandante. D'altronde dovevo ben farlo parlare e svelargli i miei amori colla cameriera di Mary di Wentwort.
- Bada di non annegarci tutti in un mare d'inchiostro. Mi fido poco dei tuoi pasticci! - disse il Corsaro.
- Niente affatto, mio comandante, ve ne darò una prova questa sera col farvi scalare la torre dei castello.
- Allora andiamo a riposarci un po'. Il cordaio andrai a cercarlo più tardi.
Mastro Taverna li condusse in uno stanzone, malamente arredato, ma con due letti passabilmente soffici e puliti.
I tre corsari vi si gettarono sopra senza spogliarsi: sir William solo, e i due marinai insieme, e non tardarono a russare.
Quando si svegliarono, con loro stupore, cominciava ad annottare.
- Tutti in coperta! - gridò Testa di Pietra, che era stato il primo a gettarsi giù dal letto. - A terra diventiamo vere marmotte.
- Credo invece che dipenda dal vino scorpionato di quella canaglia di mastro Taverna! - disse Piccolo Flocco.
- Troverò ancora un cordaio che abbia il negozio aperto?
- Va' a chiedere a mastro Taverna se può procurarti quanto ti occorre - disse il Corsaro. - Agli albergatori non mancano mai le funi.
- Bestia che sono! Non ci avevo pensato.
Il bretone si era slanciato fuori dalla stanza, e dopo pochi minuti, mentre sir William stava lavandosi, rientrava gridando:
- Eccola, eccola! Trentacinque metri ed un piede, solida come un gherlino e nuova del tutto. Come questa non l'avrei forse trovata nemmeno da un cordaio.
- Quanto hai stimata l'altezza della torre?
- Non più di trenta metri, mio comandante, - rispose il bretone.
- Dei cinque che avanzano te ne servirai per fare nodi alla distanza di due piedi l'uno dall'altro.
- L'avevo già pensato, mio comandante.
- Va' a imbottirti, mentre noi andiamo a prendere un buon thè.
Si fecero servire alla lesta temendo di giungere tardi all'appuntamento di quel bravo ed ingenuo soldato.
Avevano appena vuotate le tazze quando comparve il bretone straordinariamente ingrassato e sbuffante come un toro inferocito.
- Ehi, mastro, metti su pancia? - chiese scherzando Piccolo Flocco.
- Si, una pancia piena di canapa. Trentacinque metri e un piede! Ho sudato a mettermela intorno, e sì, che ho stretto assai, tanto che mi par di scoppiare - disse Testa di Pietra.
- Meno male che la tua casacca è larga quanto una coffa! - rispose il Corsaro. - Orsù, vuota la tazza e poi al largo. Fra poco le trombe suoneranno la ritirata.
In tre colpi il bretone vuotò la sua tazza, poi il Corsaro gettò sulla tavola un'altra sterlina, dicendo a mastro Taverna:
- Dobbiamo partire per un'arrischiata spedizione contro quei maledetti americani. Forse torneremo con una donna, la fidanzata d'un mio carissimo amico. Avresti un'altra stanza?
- Vi offro quella di mia moglie, mio gentleman.
- Sarà migliore di quella che hai offerta a noi?
- Oh, sì, mio gentleman. Tutta la mobilia l'ho fatta venire dalla mia città natia, da Dublino.
- Ah, sei irlandese tu?
- Sì, signore.
- Tanto meglio: ci aspetterai?
- Dormirò su una sedia presso la porta per essere più pronto ad aprirvi.
- Al largo! - disse il Corsaro.
- E vento in poppa! - aggiunge Piccolo Flocco.
Uscirono in fretta, senza badare ai profondi inchini dell'irlandese, e si misero in cammino a passi da granatiere.
La notte era già calata, e nondimeno il bombardamento, invece di rallentare andava diventando più intenso, così da una parte come dall'altra. I quattro grossi mortai della corvetta dominavano le altre detonazioni, lanciando ogni due minuti sulle case della città le loro enormi bombe che provocavano incendi.
- Si divertono i nostri compagni - disse Testa di Pietra che seguiva il Corsaro, sempre sbuffando - Purché non accoppino noi invece degli inglesi. Mi dispiacerebbe. Morire per mano di camerati è una cosa che assolutamente non mi va.
- Taci, eterno brontolone! - gli disse Piccolo Flocco. - Non vedi che la gente ti osserva?
- E sai perché?
- Perché dimeni continuamente le labbra.
- Niente affatto, mi guardano per invidia.
- Di che cosa?
- Ti par niente vedere un uomo così grasso, mentre in Boston da quaranta e più giorni soffrono la fame?
- È proprio vero, mastro, - rispose Piccolo Flocco. E se ti domandassero come fai a mantenerti così grasso?
- Risponderei a quegli affamati che sono un famoso cacciatore di gatti e che perciò in casa mia la carne abbonda per me, per mia moglie e i miei quindici figliuoli, tutti maschi.
- Trovi risposta a tutto.
- Sfido io! sono di Batz.
Piccolo Flocco credette fosse meglio allungare il passo e raggiungere sir William sapendo già per esperienza, che non avrebbe mai avuto il sopravvento sul lupo di mare.
Le trombe cominciavano a squillare, segnando la ritirata, quando i tre uomini giunsero dinanzi al castello d'Oxford.
Il bretone, dopo un rapido sguardo, si staccò dai compagni dirigendosi verso la torre. Aveva scorto il suo soldato, che fumava un grosso sigaro, pagato certamente coi due dollari regalatigli.
- Bravo figliuolo! - gli disse, battendogli familiarmente una spalla. - Voi tedeschi siete gente di parola.
- Foi, patre, dubitare di me? - rispose il giovane.
- Hai veduta la cameriera della bionda miss?
- Non afer potuto, patre. Tutto giorno portare candele.
- Allora i tuoi camerati devono aver bevuto oggi una broda magnifica. Tu invece preferisci i salsicciotti col vino scorpionato, non è vero? figliuolo?
- Oh, ja, ja, - rispose il tedesco. - Io afere crande amore per salsicce al fumo.
- Ed anche per formaggio canadese, a quanto pare.
- Molto pono anche quello. Ah, se vi fosse pirra!...
Ad un tratto il soldato fece due passi indietro e guardò con stupore Testa di Pietra.
- Patre, - disse poi - tu essere molto ingrassato.
- È vero figliuolo. Ho divorato questa sera ventiquattro salsicciotti affumicati con krauti, ultimo barile di mastro Taverna, che poi ho annaffiato con quattro bottiglie di vino scorpionato. Ricordati figliuolo, che quando si devono affrontare certe occasioni difficili, è meglio sfidare il pericolo colla pancia piena.
- Ventiquattro?
- Salsicciotti!
- Herry gott! Che appetito, patre!
- Mangio come un leone, quando mi ci metto; anzi, come una tigre.
- Dodici aferlì manciati volentieri anche io.
- Domani, se vorrai, ne offrirò a te e a tuo fratello anche cento. Ho cinquanta dollari, e prima di ripartire voglio spenderli tutti.
- Penissimo, patre.
- E regalarne anche.
- La ritirata essere finita.
- Si può andare?
- Tu, patre, fenire con me. Mio fratello Wolf a guardia della scala.
- Gli hai pagato da fumare a quel bravo ragazzo?
- Prendi questo dollaro e passalo a lui di sottomano.
- Tu seminare troppo denaro, patre, - rispose il tedesco, allungando tuttavia lestamente la mano.
- La marina getta via - rispose gravemente Testa di Pietra. - Quando ha le tasche vuote, le rovescia al di fuori, in attesa che tornino a riempirsi; e si riempiono, mio caro, molto più rapidamente di quelle dei soldati di terra.
- Io afere sbagliato mestiere - disse il soldato con un sospiro.
- Quando nascerai un'altra volta, ti arruolerai in marina. Un po' di pazienza, e questa faccenda l'accomoderai, perché non diventerai vecchio, mio povero figliuolo.
- Cattivo augurio.
- Non badarci. Anche noi gente di mare, tutti i giorni siamo sospesi sull'abisso, e quando un colpo di vento od una buona bordata caccia alla malora la nave, scendiamo tutti, vecchi e giovani, nei tenebrosi baratri del mare, dove deve fare molto freddo!...
Erano entrati nel castello insieme con molti soldati e marinai senza venire notati.
Il soldato fece attraversare al bretone cinque o sei cameroni ingombri di lettucci, poi una porticina, e scesi cinque gradini, entrarono in una specie di salotto.
- Il cabinetto del marchese d'Halifax - disse sottovoce.
- Non si troverà mica lassù dalla bionda miss? - disse Testa di Pietra.
- Oh. no! manciare ora con Howe.
- Allora tutto va bene. Dov'è tuo fratello?
- Aspettare un momento patre.
Aprì un'altra porta, ed il bretone scorse subito, seduto sui primi gradini d'una interminabile scala, un altro tedesco, biondo e paffuto, che rassomigliava, come due gocce d'acqua, a Hulrik.
- Mio fratello Wolf, - disse il soldato.
- Dagli il dollaro.
- No, ora; noi peferlo insieme.
Wolf si era alzato, appoggiandosi al fucile. Era un po' più giovane del fratello, ed aveva una corporatura da toro.
- Ecco l'amico - disse Hulrik.
- Passa, fratello, - rispose Wolf.
- Camerata sola?
- Sì, sola.
- Miss dormire?
- Non ancora.
- Tu aspettare.
- Non muovermi - rispose Wolf.
- Poi pacarti da pere due bottiglie di pirra.
- Accettato.
- Canaglia! - mormorò il bretone, salendo le scale della torre. - È il terzo dollaro che mi porta via e tutto per sé.
Salita una scala, la quale seguiva un lato della torre, l'assiano si fermò dinanzi ad una porta rischiarata malamente da una candela di sego, la sola cosa ormai che si potesse trovare in Boston, e bussò discretamente.
Un momento dopo la porta s'apriva, e sulla soglia compariva una donna fra i trentacinque e i quarant'anni, molto asciutta, con lunghi denti e i capelli nerastri.
- Voi, Hulrik! - esclamò. - Che cosa desiderate a quest'ora? È il marchese che vi manda?
- Dormire, miss?
- Non ancora.
- Qui essere vostro amico che folere parlarfì.
- Un mio amico? - esclamò la cameriera di Mary di Wentwort. Testa di Pietra prese il coraggio a due mani e avanzò nella stanzetta elegantemente ammobiliata, e rischiarata da due fumose candele di sego.
- Nelly, non mi conoscete più? - chiese fingendosi estremamente commosso.
- Nelly!... Non ho mai portato questo nome, signore, - rispose la cameriera, squadrando il marinaio.
- Eh, via! Non vi burlate d'un disgraziato, che ha tanto sofferto e pianto per voi, mia buona Nelly.
- Che cosa mi venite a raccontare, signore?
- Storie vere che sir William Mac Lellan potrebbe confermarvi, - disse il bretone con un sorriso malizioso.
La cameriera era diventata pallidissima.
- Mac Lellan, avete detto? - esclamò indietreggiando.
- Ah, ecco, la memoria vi torna!
La cameriera additò all'assiano la porta, dicendo poi:
- Ora mi ricordo, lasciateci soli, Hulrìk.
Attese che i passi del tedesco si fossero allontanati, poi si avvicinò vivacemente al mastro, afferrandolo per le braccia e scuotendolo.
- Ripetetemi quel nome! - disse.
- Sir William Mac Lellan, capitano della Tuonante. Sono miss, il suo mastro, e sono qui per ordine suo - rispose il bretone.
- Dov'è il baronetto?
- Più vicino di quello che crediate, miss.
- Qui in Boston? È impossibile!
- Per il borgo di Batz! Se ci sono venuto, io, che non lo lascio mai, ci dev'essere anche lui. Dubitereste di me?
- È qui?
- Proprio qui no; ma poco lontano. Volete avvertire la vostra signora?
- Sì, sì, subito.
La cameriera scomparve e cinque secondi dopo rientrava, dicendo: - Venite, marinaio: Mary di Wentwort vi aspetta.


12

I DUE FRATELLI

In un salottino minuscolo, colle pareti coperte di seta rossa damascata, con piccoli divani all'intorno ed un tavolino d'ebano, nel mezzo, sul quale entro candelabri d'argento fumavano quattro candele, stava seduta, in una comoda poltrona, Mary di Wentwort.
Vedendo entrare il marinaio, si era alzata di scatto, fissando su di lui i suoi occhi azzurri.
Era una bellissima fanciulla di appena diciott'anni, alta, slanciata, con un vitino da vespa, racchiuso in un accappatoio di percalle azzurro guarnito con pizzi di Bruxelles. Aveva i capelli biondi, dai riflessi dell'oro, le labbra piccolissime, rosse come il corallo del Mediterraneo, le gote rosee come le grosse mele di Normandia.
Testa di Pietra era rimasto stupito.
S'inchinò goffamente dinanzi alla fidanzata del suo comandante, poi fece il saluto militare, non sapendo che cosa altro fare.
- Avete pronunciato un nome a me caro - disse la bionda miss in preda a vivissima commozione. - William Mac Lellan.
- Sì, miss, - rispose Testa di Pietra.
- Siete venuto qui a rappresentare una infame commedia per incarico del marchese d'Halifax.
- Signora, - rispose il bretone con voce grave. - Sono il mastro della Tuonante, e la Tuonante è comandata da sir William Mac Lellan. Sono pronto a farmi uccidere per il mio capitano. Il marchese d'Halifax? Non l'ho mai conosciuto. Venite pure e vedrete, miss, come monterò all'abbordaggio colla mia sciabola.
- Dov'è il baronetto?
- Ho detto alla vostra cameriera che si trova più vicino di quello che potreste supporre, miss.
- Ditemi allora dov'è.
- Volete vederlo?
- Qualunque cosa accada... Sì, marinaio.
Testa di Pietra si avvicinò ad una finestra, sollevò la tenda di seta violetta, poi, dopo aver lanciato al di fuori un rapido sguardo, disse: - Non scorgete, miss, due ombre che passeggiano dinanzi alla torre e guardano quassù? Uno è il baronetto, e l'altro, Piccolo Flocco, il suo fido gabbiere.
Mary di Wentwort era corsa alla finestra.
- Egli! William! - esclamò.
- È il più alto, signora, - disse il bretone.
- Come potrei fare per vederlo? - chiese con voce singhiozzante
- Si fa salire, signora.
Fin qui? Colle sentinelle che guardano il ponte levatoio del castello?
Mary di Wentwort lo guardò con estrema ansietà, interrogandolo cogli occhi.
- Signora, - disse Testa di Pietra con voce grave - vi assicuro che fra cinque minuti sir Willam sarà ai vostri piedi.
- Non posso credere ad un simile miracolo.
- Facciamo tanti miracoli, noi marinai! Permettete che mi ritiri nell'altra stanza per sbarazzarmi dei trentacinque metri di corda che mi soffocano e che serviranno al capitano per dare la scalata ed arrivare a contemplare i vostri bellissimi occhi.
- Fate pure, brav'uomo.
Testa di Pietra passò rapidamente nel salottino e si tolse la larghissima casacca, borbottando:
Aveva cominciato a togliersi la corda, e di quando in quando vi faceva un buon nodo bene stretto per facilitare al baronetto e a Piccolo Flocco l'ascensione, Quand'ebbe terminato, si rimise la casacca, passò nell'altra stanza e, dopo aver raccomandato alle due donne il massimo silenzio, fissò un capo della corda ad una sbarra che si trovava a circa tre quarti d'altezza della finestra gotica. Assicuratosi parecchie volte della sua solidità, lanciò il rotolo nel vuoto. Il piazzale era deserto, non essendovi da quella parte nessuna entrata che conducesse al castello.
- Miss, - disse Testa di Pietra, dopo essersi curvato sul davanzale - preparatevi a riceverlo. Egli sale già.
- Dio! Se cadesse!... - esclamò Mary impallidendo.
Mentre parlava il bravo bretone cercava di tenere ferma la corda, la quale di quando in quando subiva scosse.
- Viene, viene, miss! Sale come un gabbiano. Sfido io! È il vento dell'amore che lo spinge. Ecco un vento che manca alle nostre vele.
Ad un tratto una testa comparve all'altezza del davanzale. Testa di Pietra allargò le sue robustissime braccia, le spinse fuori e strappò dalla fune, il Corsaro, deponendolo dinanzi alla miss. Due grida, a malapena soffocate, si udirono:
- La mia Mary!
- William!
Poi il Corsaro e la giovane si gettarono l'uno nelle braccia dall'altra.
Testa di Pietra, che si era tirato prontamente in disparte, s'accorse, con stupore, che due grosse lagrime erano spuntate ne' suoi occhi.
- Per il borgo di Batz! - mormorò asciugandosele col dorso della mano. - Si è mai veduta una cosa simile? Un vecchio lupo di mare che a cinquant'anni piange ancora! Eppure non sono un coccodrillo!
Si era slanciato nuovamente verso la fune, mentre il Corsaro e la giovanetta si tenevano strettamente abbracciati.
- Piccolo Flocco monta all'abbordaggio della torre! - aveva esclamato.
Il giovane gabbiere infatti saliva, senza nemmeno fermarsi sui nodi. Anche la sua testa comparve, ed il suo corpo subì la ruvida stretta del bretone.
- Comandante, - disse allora il vecchio lupo di mare - permettete che ci ritiriamo nell'altra stanza: che cosa volete? Certe scene commuovono anche i cuori di pietra dei figli dell'Armorica.
E senza aspettare la risposta, tornò nello stanzino, seguito da Piccolo Flocco e dalla cameriera, chiudendo la porta.
- Non disturbiamo il comandante - disse. - I giovani han da dirsi tante cose, che i vecchi non devono ascoltare:
- Ehi, mi prendi per un vecchio, mastro? - chiese Piccolo Flocco.
- E nemmeno io son vecchia - protestò la cameriera.
- È vero. signora, ma che volete? Sono cosi scombussolato in questo momento, che i miei occhi devono vedere doppio come quelli di mastro Taverna. Perdonatemi, miss Nelly.
- Non ho mai portato questo nome, ve l'ho già detto - disse la cameriera.
- E come vi chiamate, allora?
- Diana.
- Ho conosciuto una fregata che portava questo nome e che per polena aveva una bellissima ragazza dai capelli svolazzanti con un arco in mano. Ma non rassomigliava affatto a voi, miss Nelly.
- Diana! Volete farmi arrabbiare?
- Farvi inquietare, mia dolcissima signora? - disse il mastro. Oh, mai! Siamo ruvidi marinai, non è vero, Piccolo Flocco? Ma abbiamo il più grande rispetto per le donne. Vedete infatti che le mettiamo sempre sulle polene delle nostre navi.
- Esposte prima di tutto alle ondate - disse Piccolo Flocco.
- Miss Diana, non si potrebbe bere un gocciolino? Suppongo che il marchese d'Halifax non vi terrà a corto di vino e di pirra, come dice Hulrik.
La cameriera sorrise, si avvicinò ad un piccolo mobile di palissandro e ne tolse due bottiglie, tre bicchieri e un cavatappi.
- Sturate pure, signore, - disse, rivolgendosi al mastro.
Questi prese le due bottiglie, le osservò attentamente, poi esclamò:
- Corbezzoli! Madera! Una marca famosa. Sei stato in quell'isola, Piccolo?
- Mai.
- Un'isola deliziosa, dove le donne sono graziosissime, gli uomini terribilmente gelosi ma il vino, mio caro, straordinario! Immagina che una volta mi riportarono a bordo su un carretto. Avete mai provato a bere, miss Nelly... cioè Diana? voglio dire a fare una bella bevuta come la sanno fare gli orchi dell'oceano?
- Io? - esclamò la cameriera. - Mai, signore. Non sono mai stata moglie d'un pescatore o d'un marinaio.
- Male, male, miss Diana! Provate questo Madera, e vedrete come il vostro cuore prenderà fuoco.
- Per chi?
- Non sono un bell'uomo forse? Di là tubano i gabbiani, e possiamo tubare pure noi, mia dolcissima Diana. Bel nome! Lo portava una fregata. E che fregata! E che bella polena aveva sul tagliamare! Tutti i marinai andavano ad ammirarla.
- Stura quel famoso Madera, invece di parlar tanto! - rispose il gabbiere. - Non vedi che la dolcissima miss lo aspetta?
- Subito - rispose Testa di Pietra.
- Berremo alla nostra Tuonante.
Aveva preso una bottiglia ed il cavatappi, quando vide la cameriera di scatto correre verso la porta che metteva sulla scala, e chiuderla a doppia mandata. Il bretone era rimasto di stucco.
- Dio mio! - esclamò in quel momento la cameriera, mettendosi le mani nei capelli, - Il marchese! Conosco il suo passo!
- Vino dannato! - borbottò il bretone. - Che sia proprio destino che non ti possa più riassaggiare?
Poi si riprese prontamente.
- Ecco, Piccolo Flocco una bella occasione per vuotare un bicchiere in compagnia d'un pari d'Inghilterra.
Il giovane gabbiere non pensava forse come il vecchio lupo di mare, perché si era lanciato dietro la cameriera che, entrata nella seconda stanza, gridava:
- Signora, il marchese! il marchese!
- Qui! a quest'ora! - esclamò la miss, impallidendo. - Impediscigli il passo, Diana.
- Di questo s'incaricheranno i miei marinai - disse il baronetto; - ma dopo che sarà entrato? Il momento tragico è giunto per dar termine agli odii di famiglia.
Aveva snudata la spada e l'aveva deposta sulla tavola. Anche Testa di Pietra, che era riuscito a sturare la bottiglia, si era presentato sulla soglia per nulla di sgomento.
- Lasciatelo entrare; poi impeditegli di uscire e di chiamare aiuto - disse rapidamente sir William.
- Questo è affar nostro - rispose il bretone. - Lasciate sbrigare a noi questa faccenda. A me, Piccolo Flocco!
Tornarono nel salottino proprio nel momento in cui bussavano alla porta.
Testa di Pietra empì i tre bicchieri, ne vuotò a metà uno, si asciugò col dorso della mano i baffi, poi, girò la chiave ed aprì.
Un uomo di media statura, pallidissimo, con una barba rossastra che gli dava un aspetto sgradevole, con due occhi neri ed imperiosi, entrò. Indossava la divisa di colonnello scozzese, e al fianco, portava la spada. Vedendo il marinaio, fece un gesto di stupore; poi, gli chiese con voce dura:
- Chi siete e che cosa fate qui?
- Scusate, signore, domando a voi chi siete - rispose tranquillamente il bretone.
- Non vi basta il vestito che indosso?
- No, signore.
- Sono il marchese d'Halifax.
- Ed io mi chiamo Testa di Pietra.
- Avete detto?
- Testa di Pietra - ripeté il bretone.
- Volete burlarvi di me? - gridò il marchese che cominciava a perdere la pazienza. - Come vi trovate qui?
- Dio mio, è dunque vietato a Boston, perché assediata dagli americani, di venire a trovare i parenti dopo quindici mesi che non si vedevano?
- Con quale nave siete giunto?
- Colla fregata Collington.
- Quando è giunta?
- Ieri sera, signore.
- Non l'ho veduta.
- Si è ancorata nell'avamporto, e perciò non è facile scorgerla, essendovi una linea di terra nel mezzo.
- Dov'è la cameriera?
- Colla signora.
- Bevete pure, per questa volta.
- Siamo pronti ad obbedire, colonnello. Sapete che i soldati e i marinai hanno sempre sete.
Il marchese gli volse dispettosamente le spalle e bussò alla seconda porta che la cameriera si era affrettata a chiudere con la sola maniglia.
- Si può? - chiese con tono burbero.
- Entrate, signor marchese, - rispose Diana con voce tremante. Testa di Pietra e Piccolo Flocco si erano alzati, snudando le sciabole d'arrembaggio e armando precipitosamente le pistole.
Il marchese, spinse l'uscio ed entrò. Tosto un grido soffocato, gli uscì dalle labbra. Appoggiato al tavolino, si trovava sir William, mentre Mary e la cameriera, atterrite, si erano rifugiate dietro la tenda della finestra.
- Voi! Voi! - disse il marchese, digrignando i denti e snudando sull'istante la spada.
- Vi stupisce fratello? - chiese il baronetto con voce ironica e calmissima. - Non vi aspettavate certo di rivedermi dentro Boston assediata?
Il marchese stette un momento silenzioso, fissando sul bastardo due occhi iniettati di sangue. Il suo viso, sempre pallido, era diventato spettrale.
- Voi! - ripeté, allungando la spada. - Chi vi ha condotto qui? Il demonio?
- No, i venti delle Bermude sulla mia corvetta - rispose il baronetto. Poi aggiunse con tono più ironico: - Bel modo di ricevere un fratello, colla spada in pugno!
- Voi siete il bastardo della mia famiglia e non mio fratello - disse il marchese.
Un'ondata di sangue colorò le gote del Corsaro.
- Il bastardo! - disse poi, facendo uno sforzo per contenersi.
- Del quale fra ventiquattro ore non si parlerà più, perché vi farò subito arrestare come nemico della patria, Ho saputo che prestate aiuto agli americani, e quindi vi farò impiccare.
Girò su se stesso e spinse impetuosamente la porta.
Testa di Pietra e Piccolo Flocco gli chiudevano il passo.
- Alto là mio colonnello! - disse il bretone. La ritirata non è più possibile; non vi rimane che di ammainare la bandiera ed arrendervi.

                                                                                                                                             

 

 

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